“Quel mattino che sorge con noi”: la velleità di
”cambiare il mondo” in Un uomo finito di Giovanni
Papini
Giovanni Salvagnini Zanazzo
To cite this version:
Giovanni Salvagnini Zanazzo. “Quel mattino che sorge con noi”: la velleità di ”cambiare il mondo”
in Un uomo finito di Giovanni Papini. Rivista di studi italiani (Online), 2023, XLI (3), pp.99-115.
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Anno 41, n. 3 RIVISTA DI STUDI ITALIANI/JOURNAL OF ITALIAN STUDIES 2023
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© 1983 Rivista di Studi Italiani
ISSN 1916-5412 Rivista di Studi Italiani
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(Toronto, Canada: in versione cartacea fino al 2004, online dal 2005)
CONTRIBUTI
“QUEL MATTINO CHE SORGE CON NOI”:
LA VELLEITÀ DI “CAMBIARE IL MONDO” IN UN UOMO FINITO DI
GIOVANNI PAPINI1
GIOVANNI SALVAGNINI ZANAZZO
Università degli Studi di Padova
Abstract: Il contributo intende indagare la questione della ribellione e
dell’estremismo nella figura del primo Giovanni Papini, partendo dalla
constatazione della portata costitutiva che tale atteggiamento riveste nella
costruzione dell’intellettuale fiorentino. Attraverso la rilettura, offerta in Un
uomo finito, del momento di fondazione del Leonardo, e del lessico violento
delle sue riunioni di redazione, si cristallizzano i proclami di rottura completa
col passato e di lotta contro tutto ciò che è “vecchio”. Vengono in seguito messe
in evidenza alcune difficoltà che Papini stesso (nella conferenza Ai giovani del
gruppo vinciano) sottolinea riguardo alla postura assolutista del “ribelle”: esso
si muove tra stanchezza immaginativa e sospetto che la sua invettiva genera; e
inefficacia del linguaggio e delle parole nel comunicare il suo progetto assoluto
senza indebolirlo. Di fronte a queste complicazioni, la strada scelta da Papini è
di spingere il più in là possibile i limiti della lingua, pur restando, a differenza
di Marinetti, al di qua della barriera del senso – recuperando, in realtà, l’eredità
di molti autori (I fratelli morti) del passato. In questo stile orale e “sanguigno”
si rinviene il paradosso centrale della postura ribelle di Papini: la sua spinta
verso il cambiamento della società ci sembra originare dal sentimento
individuale di “diversità” raccontato fin dalla prima infanzia. I cambi di
opinione e schieramento riflettono una continua volontà di sfida e di
raggiungimento della gloria personale; gli altri, cui il cambiamento dovrebbe
rivolgersi, ricoprono un ruolo secondario nell’economia di Un uomo finito,
1
Il presente contributo riprende l’intervento presentato nell’ambito del
convegno Fuori del comune: estremi ed estremismi tra XVI e XXI secolo.
Pratiche, rappresentazioni e teorie, organizzato da Aix-Marseille Université,
Sorbonne Université, Universidad Nacional Autónoma de México, 5-7
dicembre 2023.
99
GIOVANNI SALVAGNINI ZANAZZO
spesso confinati a fungere da istanza oppositiva rispetto alla protesta dell’io. La
nostra tesi, quindi, è che l’impulso papiniano a “cambiare il mondo” sia in realtà
l’esito di uno scontro originario tra io e mondo: deprivandolo di importanza
quanto al suo programma, ma evidenziandone la centralità quanto a formazione
di una nuova identità. Nel finale di Un uomo finito, Papini rivolge
esplicitamente questa volontà di scontro verso la conservazione del proprio
ruolo acquisito nella società, contro l’insorgenza delle nuove generazioni.
Keywords: Giovanni Papini, Un uomo finito, Leonardo, estremismo,
ribellione, linguaggio, identità, gloria, Altri.
C
i sono pochi dubbi sul fatto che il primo Giovanni Papini (ante-1921)2
adotti un atteggiamento agonistico e oppositivo nei confronti della
società del suo tempo. Lungi dal percorrere una modalità appartata e
“antimoderna”3 di rifiuto del presente, il suo intento è piuttosto quello di agitare,
di provocare e di rumoreggiare, “da[ndo] un taglio reattivo – distruttivo,
‘rivoluzionario’ – alla propria entrata sulla scena”4: la sua azione è
dichiaratamente quella di una forza di perturbazione immersa nelle acque
dell’ambiente letterario italiano.
A confermarlo è direttamente la viva voce autoriale attraverso
l’autobiografia o memoir giovanile Un uomo finito (1913), testo sui generis
nella letteratura italiana nel quale fiorisce l’autoriflessione sulla genesi
dell’identità e del lavoro intellettuale durante i primi trent’anni di vita
dell’autore. Egli vi impiega termini perentori e “assoluti” per descrivere la
propria ansia di cambiare il mondo, di rovesciarne l’ordine costituito: la sua si
configura infatti come una poetica “contro”: “l’espressione naturale del mio
spirito è la protesta”5.
2
Dal 1921 comincia la seconda fase della vita di Papini, secondo una
bipartizione avvalorata anche dalla struttura della biografia di Roberto Ridolfi,
Vita di Giovanni Papini, Roma: Edizioni di Storia e Letteratura, 1996. Essa è
segnata dalla conversione religiosa, che viene annunciata al pubblico con la
pubblicazione della Storia di Cristo, corposo volume di ricostruzione
evangelica che si rivelerà un successo editoriale internazionale.
3
Secondo l’espressione di Antoine Compagnon, Les Antimodernes. De Joseph
de Maistre à Roland Barthes, Paris: Gallimard, 2005.
4
Mario Isnenghi, Giovanni Papini, Firenze: La Nuova Italia, 1972, p. 21.
5
Giovanni Papini, Un uomo finito, Milano: Mondadori, 2016, p. 242.
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LA VELLEITÀ DI “CAMBIARE IL MONDO” IN UN UOMO FINITO DI
GIOVANNI PAPINI1
Per dispiegare questa volontà, Papini decide di intraprendere la strada
dell’impegno pubblico: scrivendo libri, senz’altro, ma prima ancora fondando
e dirigendo riviste (il Leonardo, La Voce, Lacerba le principali) e divenendo in
breve uno degli intellettuali più in vista del panorama nazionale. L’intento
comune è “sferzare” il più violentemente possibile i propri contemporanei dal
loro torpore di inerzia intellettuale, dichiarando guerra a tutto ciò che è
“vecchio”6.
1. La postura del Leonardo
I capitoli centrali (XV-XVII) di Un uomo finito sono pompose descrizioni
delle prime riunioni redazionali del Leonardo7, la creatura nascente che “sta in
cima al pensiero di chi vuol irrompere tra la calca dei mille e dei milioni per
svegliarli e illuminarli”8. Il loro tessuto sintattico e retorico è interamente
giocato sulla figura dell’iperbole: Papini stesso definisce in retrospettiva il suo
discorso inaugurale come “squillante ed agitato”9, colmo di “infinite
promesse”10, intessendone una “leggenda contestataria”11 costitutiva.
Mimando le movenze di un’adunata politica o di una sezione di partito,
l’ambiente è agitato da dispute e dibattiti in cui “ci s’accalorava per un nulla”12,
vigorosi discorsi e plebiscitarie approvazioni, segni esteriori e identitari di una
appartenenza, di un “riconosc[imento]”13:
6
Su Papini e il suo tempo, cfr. ad es. Paolo Bagnoli (a cura di), Giovanni Papini,
l’uomo impossibile, Firenze: Sansoni, 1982; Cosimo Ceccuti (a cura di). Papini
e il suo tempo, Firenze: Le Lettere, 2006. Per un inquadramento generale del
periodo storico, cfr. Mimmo Cangiano, La nascita del modernismo italiano.
Filosofie della crisi, storia e letteratura. 1903-1922, Macerata: Quodlibet,
2018.
7
Cfr. Roberto Ridolfi, Vita di Giovanni Papini, cit., pp. 33-40. Sul Leonardo,
cfr. Paolo Casini, Alle origini del Novecento. “Leonardo” 1903-1907, Bologna:
Il Mulino, 2002; Francesca Petrocchi, Le avventure dell’anima. Il “Leonardo”
e il modernismo, Napoli: Loffredo, 1987.
8
Giovanni Papini, Un uomo finito, cit., p. 79.
9
Ivi, p. 85.
10
Ivi, p. 83.
11
Mario Isnenghi, Giovanni Papini, cit., p. 18.
12
Giovanni Papini, Un uomo finito, cit., p. 81.
13
Ivi, p. 82.
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GIOVANNI SALVAGNINI ZANAZZO
Ci pareva che […] dal nostro crocchio vociferante di sconosciuti
entusiasti, dovesse venir fuori ad un tratto la luce e la fiamma che tutto
brucerebbe. […] La nostra aperta congiura s’era risaputa fra i giovani
[…]. Quasi ogni sera apparivano visi nuovi […] che ascoltavano
timorosi e attoniti le parole grosse e i fieri propositi14.
Per lui e per il suo gruppo di amici non sono possibili mezzi termini: “ogni
grand’uomo è da rimettere sotto processo e la storia passata sembra […] un
eterno crepuscolo di quel mattino che sorge ora finalmente con noi”15: i veri
giovani di vent’anni, culmine di un’attesa che sembra essere durata tutto il
percorso della Storia umana, ora teleologicamente culminante.
Lo stesso anelito alla palingenesi si rinviene spostandosi verso altri scritti
rimasti a lungo inediti, segnatamente l’abbozzo per un Corso di filosofia futura,
risalente al 1902. In esso si può sentir risuonare chiara l’influenza di Nietzsche,
almeno nel tema superomistico di oltrepassamento della propria condizione
attuale e in alcuni tasselli lessicali come la violenza perentoria e assertiva del
verbo “proclamare”, che ricorda lo stile profetico di Zarathustra16:
14
Ivi, pp. 81-82.
15
Ivi, p. 72.
16
L’attitudine di Papini verso il filosofo tedesco è altamente contraddittoria.
Nel Crepuscolo dei filosofi (1906, con nuova ristampa ancora nel 1914), si
lancia a una critica senza appello contro la sua “debolezza”; in un testo inserito
in Ventiquattro cervelli (1913) Papini comincia invece parlando di un “debito”
contratto nei suoi confronti, e che veniva finalmente pagato pubblicamente
attraverso quell’omaggio. La critica papiniana del 1906 si rivolge soprattutto,
come detto, alla presunta debolezza di Nietzsche, al suo vero “rifiuto del
mondo” nascosto dietro a un velo di proclami magniloquenti. Essi tendono tutti
a far slittare nel futuro le paventate speranze di palingenesi, cioè a invalidarle
nel momento stesso in cui sono affermate: così, paradossalmente, Papini vede
nel tedesco un dispregiatore del presente (cfr. Giuseppe Stellardi, “D’Annunzio,
Michelstaedter, Papini, Svevo: reazioni italiane a Nietzsche”, in Elena Bovo,
Antonella Braida e Alberto Brambilla (a cura di), Interprétations de la pensée
du soupçon au tournant du 19ème siècle, Besançon: Presses universitaires de
France-Comtè, 2013, pp. 29-48), proprio ciò che quest’ultimo proclamava di
valorizzare ritornando alla terra. Per Papini l’uomo va superato non nel futuro,
ma subito, adesso: “in noi e per noi”, già nella carne di chi parla. Per questo la
sua posizione messianica si vuole ancora più oltranzista e massimalista, tesa ad
andare oltre, a “superare” Nietzsche stesso in termini di radicalità di pensiero e
azione. Ad esempio, se per il tedesco la storia ha utilità e danni, che possono
variare in proporzione secondo gli usi che di essa vengono fatti, per Papini
causa solo danni: il percorso filosofico passa quindi per l’“oltrepassamento” del
passato nel primo caso e per la sua completa “demolizione” nel secondo
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LA VELLEITÀ DI “CAMBIARE IL MONDO” IN UN UOMO FINITO DI
GIOVANNI PAPINI1
L’uomo non deve tornare indietro sulla via ove cammina, ma allargare
la strada, togliere gli ostacoli […]. Finora l’uomo è stato poco più che
un passivo contemplatore dell’universo – bisogna ch’egli vi entri come
fattore e come trionfatore […]. Io voglio che la vecchia concezione di
Dio si realizzi in noi e per noi. Io proclamo l’avvento degli umani Dei17.
Tale programma massimalista comporta, come mossa preliminare, una decisa
piazza pulita sui piani della sincronia e della diacronia, come appariva evidente
fin dal Crepuscolo dei filosofi (1906) col quale veniva liquidata l’intera storia
recente della filosofia. Ogni estraneo è un avversario, e specialmente lo è chi
porta su di sé i simboli del “vecchio”, che si tratti semplicemente di
un’apparenza esteriore o di una carica di potere accademico, afferente a “idoli
e scuole”18.
È facile notare, per inciso, quanto un simile posizionamento favorisca la
fondazione di un’identità riconoscibile. Il pugno sul tavolo dell’imposizione, il
suo apofatico dire “io non sono quello”, permette di scolpirsi nel modo più
accessibile tra quelli a disposizione: ovvero prendendo le distanze rispetto a
tutto l’esistente, ritagliandosi attraverso il dispositivo retorico del “no” un posto
inaudito e incomparabile. Così, il Leonardo vuole essere innanzitutto “un
giornale assolutamente diverso dagli altri”19: la sua ragion d’essere primaria è
lo scarto, la differenziazione. Dire no a tutto, rifiutare tutto: è una linea guida
netta e semplice, quasi una scorciatoia.
(Francesco di Rosa, “Sullo sfondo del Futurismo: tempo e “malattia storica” di
Friedrich Nietzsche e relativi esiti in Giovanni Papini”, Italica Wratislaviensia,
Vol. 7, 2016, p. 82). È chiaro, comunque, come queste differenze non
impediscano affatto di vedere lo stretto legame generale tra i due pensieri, che
si pensano entrambi in opposizione rispetto a una tradizione consolidata e
maggioritaria e che cercano di sovvertirla in direzione di una dimensione
ulteriore. Giacomo Crosetto, in proposito, nota “da una parte, l'esplicita
derivazione nietzschiana del pensiero papiniano e, dall'altra, la volontà di
negare tale filiazione come chi non voglia smascherare le sue più pure
ascendenze” (Giacomo Crosetto, L’impronta di Nietzsche nel Papini ventenne,
Torino, 2016, p. 4).
17
Giovanni Papini, “Corso di filosofia futura”, in Id., Il non finito. Diario 1900
e scritti inediti giovanili, Firenze: Le Lettere, 2005, p. 192.
18
Giovanni Papini, Discorso ai giovani del gruppo vinciano, in Id., Il non finito,
cit., p. 263.
19
Giovanni Papini, Un uomo finito, cit., p. 88.
103
GIOVANNI SALVAGNINI ZANAZZO
2. Un estremismo problematico: immaginario e lingua
Eppure, l’atto apparentemente irriflessivo e “naturale” del “proclam[a]”
divinizzante rivela una natura subdolamente problematica già allo stesso Papini,
il quale sviluppa in risposta una embrionale filosofia del ribellarsi. Nella
conferenza rivolta Ai giovani del gruppo del Leonardo nel 1902, egli mostra
un’immediata autocoscienza rispetto alla problematicità del gesto della
ribellione, della sua postura da “nuovo profeta dei tempi moderni”20.
Sulla figura del “giovine geniale e ribelle”21 pesa ormai un interdetto, una
squalifica secolare e secolarizzata: non ci si può più credere senza un sospetto.
Addirittura, Papini sfuma qui la propria avversione per la vecchiezza fisica in
favore di una, meno appariscente ma più fondata, esaltazione di una giovinezza
di stampo spirituale che può pertanto nascondersi anche sotto la scorza di
uomini più in là con gli anni, così come mancare dietro l’apparenza di ventenni
che sono in realtà “dei vecchi”22. Il topos del contestatore è materiale da scena
previsto e prevedibile, ormai bene inscritto in una lotta di maniera che conserva
l’ordine delle cose. Ciò però non porta Papini a una rinuncia rispetto a
quell’immaginario, quanto piuttosto a una sua intensificazione: è con la forza,
in tutte le sfaccettature di questa parola, che egli intende combattere l’usura
dell’abusato, ridonandogli una autenticità incontestabile. La sua è la ricerca di
un limite, di un confine, di un livello di vivacità oltre il quale non si possa più
dubitare dell’impatto di un pensiero, al di là di qualsiasi perplessità preconcetta.
Ciò è visibile nella maniera in cui affronta, nella tessitura dello stile e della sua
“voce” d’autore, il problema della lingua.
Oltre al problema simbolico, infatti, l’inizio della stessa conferenza solleva
en passant la questione dell’enunciazione e della lotta col linguaggio,
lamentando nello specifico la mancanza di forza delle parole nel momento di
realizzare un’asserzione: “se questi segni volgari e scoloriti che si chiaman
parole […] avessero per tutti lo stesso valore, io non avrei bisogno di
intrattenermi con suoni invece di attendere all’azione”23. Al di là delle note
teorizzazioni note di linguisti come Austin24, con le quali si parla di azione
connotativa e performativa delle parole, esse sembrano in realtà non poter mai
fornire una sicurezza totale della loro efficacia, non poter garantire di riuscire a
trasmettere fedelmente, all’interlocutore, la più esplicita delle promesse. Tale
aspetto è stato variamente sottolineato con toni entusiastici, valorizzando la
20
Vincenzo Arnone, Papini. Un uomo… infinito, Padova: Messaggero, 2005, p.
11.
21
Giovanni Papini, Discorso ai giovani del gruppo vinciano, cit., p. 264.
22
Ivi, p. 262.
23
Ibid.
24
Cfr. John L. Austin, Come fare cose con le parole, trad. it. di Carla Villata,
Milano: Marietti1820, 2019.
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duplicità intrinseca della parola letteraria – la quale non scioglie univocamente,
non dirime la diatriba dubitosa tra due o più significati25, bensì organizza una
coesistenza di opposti26 in una tensione inesausta. Eppure, non per forza si tratta
sempre un vantaggio. L’aleatorietà del segno si trasforma infatti in una
debolezza quando l’intento dell’autore è quello di comunicare un messaggio
chiaro e netto, più che di organizzare una rappresentazione esaustiva e
complessa della realtà. Il linguaggio si mostra in definitiva sommamente
inadatto proprio a svolgere il suo compito presunto principale: quello di
comunicare un’informazione, di promuovere un trasferimento pratico di
conoscenze e intenzioni da un’entità all’altra.
Ciò costituirebbe già una difficoltà sufficiente rispetto alla possibilità di
trasmettere in maniera adeguata la forza della ribellione. Perdipiù, il linguaggio
è giocoforza un medium proveniente dal passato, nutrito di una eredità classica
e intrinsecamente conservatrice, la quale nega per così dire automaticamente
l’asserzione di novità. José Ortega y Gasset si domanda giustamente, nella
Disumanizzazione dell’arte (1925), quale concetto di arte può sussistere
nell’ambito delle avanguardie, le quali si caratterizzano per la volontà di
rompere completamente con i loro predecessori – predecessori che, in fin dei
conti, compongono e hanno composto, nella loro totalità, l’essenza del concetto
di arte: “infatti, aggredire l’arte del passato, così in generale, non equivale a
rivoltarsi contro l’arte stessa? perché, cos’altro è l’arte in concreto se non quella
che si è fatta finora?”27 Rompendo con l’intero passato i nuovi artisti devono
rompere con il concetto di arte, verso la quale, “sotto la maschera dell’amore
per l’arte pura”, sviluppano anzi una forma di “odio”28. Così, per restare fedele
al proprio programma, al nuovo artista non è sufficiente astenersi dal contatto
con qualsiasi corrente artistica del passato, dovrebbe piuttosto astenersi
dall’arte tout-court.
Naturalmente, per poter agire in qualche modo sul mondo è invece
necessario servirsi della lingua comune, sottomettersi al suo giogo che minaccia
25
Si veda, ad esempio, il paragone “quantistico” portato avanti da Enrico
Terrinoni nelle sue conferenze sulla traduzione letteraria: Enrico Terrinoni,
Principi di quantistica nell’interpretazione e nella traduzione letteraria, Siena,
[Link], 2023,
URL: [Link]
26
Cfr. Stefano Brugnolo e Sergio Zatti, “Tra desiderio e represso. I casi di
Girard e Orlando”, in Stefano Brugnolo et al., La scrittura e il mondo, Roma:
Carocci, 2016, pp. 229-258.
27
José Ortega y Gasset, La disumanizzazione dell’arte, Milano: SE, 2016, p.
58.
28
Ibid.
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GIOVANNI SALVAGNINI ZANAZZO
costantemente di asservire il locutore. La voce del giovane Papini, “ritmo del
[suo] sogno interiore”29, è insomma la voce inenarrabile di un prigioniero che
parlando rischia di non riuscire a liberarsi e che anzi, agitandosi di frase in frase,
è sempre sull’orlo di ottenere lo stesso effetto di un uomo che si dibatte tra le
sabbie mobili, come scrive Georges Bataille ne L’expérience intérieure (1943):
quella sabbia che sono “les mots”30, le parole.
3. Il riscatto della lingua
Il compito ingrato imposto alla contestazione è allora di rompere
dall’interno questa dittatura, ribellarsi alla realtà pur continuando a farne parte.
Per Giorgio Agamben, in Infanzia e storia, il quid dell’essere umano è
contenuto proprio in questa dialettica tra semiotico e semantico, tra la datità a
priori del materiale segnico (i “segni volgari” di Papini) e l’utilizzo che di esso
viene fatto nella costruzione di un nuovo discorso: “Soltanto per un istante,
come i delfini, il linguaggio umano tira fuori il capo dal mare semiotico della
natura. Ma l’umano non è propriamente che questo passaggio dalla pura lingua
al discorso”31. L’uomo nuovo può riuscire a emergere soltanto a partire dal
vecchio, come il delfino affiora per un momento, saltando, oltre il pelo
dell’acqua dell’oceano dei segni: e il suo salto è nato e nutrito da quella
sostanza, della quale si è servito per fugacemente trascenderla.
Se quindi, col Landolfi di Des mois (1967), “è impossibile inventare un
gioco nuovo”32 cioè una nuova lingua del tutto priva di legami col già-noto, lo
stratagemma adottato da Papini per comunicarsi è, lungi dall’operare una
spettacolare rottura del senso in direzione propriamente avanguardistica,
paradossalmente conservativo. Esso sembra mostrarsi in qualche modo
fiducioso nella proprietà ricorsiva del linguaggio, che, come da teorema di
Gödel, nell’in-finito delle sue proposizioni possibili deve contenere anche
quelle che lo negano. La scelta di Papini è infatti quella di un linguaggio sì
colorito e teso, ma sempre all’interno dei confini dell’intellegibile; un
linguaggio intriso di tradizione eppure personale: la sapida “parlata” di Un
uomo finito non si pone in contrapposizione alle regole del linguaggio, alla sua
semantica. A differenza di Marinetti33 e della letteratura strettamente futurista,
29
Giovanni Papini, Discorso ai giovani del gruppo vinciano, cit., p. 264.
30
Georges Bataille, L’expérience intérieure, Paris: Gallimard, 1978, p. 26.
31
Giorgio Agamben, Infanzia e storia. Distruzione dell’esperienza e origine
della storia, Torino: Einaudi, 1978, p. 55.
32
Tommaso Landolfi, Des mois, Milano: Adelphi, 2016, p. 9, in corsivo nel
testo.
33
Come per molti altri frangenti della sua figura, anche il rapporto di Papini
con il futurismo si regge su una direttrice contraddittoria e duplice: da un lato
la sostanziale unità di intenti rispetto al rinnovamento della società, dall’altro le
106
“QUEL MATTINO CHE SORGE CON NOI”:
LA VELLEITÀ DI “CAMBIARE IL MONDO” IN UN UOMO FINITO DI
GIOVANNI PAPINI1
“lui [Papini] non aveva fatto la rivoluzione contro la grammatica e la
punteggiatura”34 : la strada su cui persegue lo scopo primario di combattere la
“Rettorica”35 non è quella dei virtuosismi o dei versoliberismi36. Il suo tessuto
scaramucce secondarie che, tra critiche effettive e soggiacente volontà di auto-
distinguersi rivendicando per sé la “primogenitura” (Mario Isnenghi, Giovanni
Papini, cit., p. 65), portarono alla lunga alla divaricazione dei due percorsi. Il
rapporto tra “futurismo milanese” e “futurismo toscano” (Papini-Prezzolini in
testa), secondo le formule con cui li cristallizza Piero Pieri (in Futurismo
milanese, futurismo fiorentino. Marinetti, Papini, Soffici, Palazzeschi,
Ravenna: Allori, 2005), conosce un iniziale avvicinamento dovuto alla loro
“affinità elettiva”: è il “naturale accostamento dei pochi ‘teppisti’” (Mario
Isnenghi, Giovanni Papini, cit., p. 66) in lotta contro la maggioranza.
L’omologia nella postura e la condivisione dello slancio ribelle culmineranno
nell’invito rivolto da Marinetti a Papini per salire sul palco del Teatro Costanzi
di Roma, durante una serata futurista nel 1913, a pronunciare un polemico
discorso Contro Roma – oltre che nell’impegno di quest’ultimo nel perorare,
durante il periodo 1914-1915, un controverso interventismo militare di stampo
marinettiano, esemplificato dal famoso e programmatico articolo “Amiamo la
guerra”. L’integralismo di Papini porterà però in seguito a una rottura di fronte
all’involuzione in senso gerarchico del movimento futurista, che acquisisce
progressivamente importanza e si struttura a sua volta in una casta simile a
quella ecclesiastica, ovvero in qualcosa di troppo simile a un nuovo potere
costituito. Le critiche vanno così alla “logica pubblicitaria” (Dante Della Terza,
“F. T. Marinetti e i futuristi fiorentini: l'ipotesi politico-letteraria di Lacerba”,
Italica, Vol. 56, n. 2, 1984, p. 154) di cui il futurismo si imbeve, e al suo
“attivismo indiscriminato” (Arthur Muscat, “Papini e il Movimento Futurista:
un breve sguardo al primo Novecento”, Symposia Melitensia, Vol. 8, 2012, p.
128) che sembra tradirne l’iniziale “purezza” contestataria. In definitiva, il
bilancio dell’incontro tracciato a posteriori non può assumere contorni troppo
positivi: il biografo Roberto Ridolfi (Vita di Giovanni Papini, cit., pp. 90-93),
ad esempio, racconta il “matrimonio” in toni sarcastici e spregiativi, svalutando
la “robaccia” futurista di cui si andavano intaccando la prosa e il percorso
papiniano. Più equilibrato Papini stesso, che, pur sottolineandone i limiti,
riconoscerà comunque al personaggio-Marinetti dei meriti di “intelligenza” in
un testo contenuto nella tarda raccolta di ritratti Passato remoto (1948).
34
Roberto Ridolfi, Vita di Giovanni Papini, cit., p. 91.
35
Giovanni Papini, Discorso ai giovani del gruppo vinciano, cit., p. 262.
36
Dante Della Terza (“F. T. Marinetti e i futuristi fiorentini”, cit., p. 153)
individua una polarità stilistica rivelatrice nella separazione tra la predilezione
autobiografica Papini e il verso libero di Marinetti.
107
GIOVANNI SALVAGNINI ZANAZZO
linguistico sanguigno e vivo, “urgente e vitalissimo”37, vuole mimare il più
possibile l’elocuzione per isolare la frequenza della propria “voce”, letteraria e
narrativa ma anzitutto orale, “anche a costo di parer rozzo e villanesco”38. Su
questo aspetto si appuntano anche le accuse di “scrivere male”, come quella
rivoltagli dal critico Walter Binni recensendo la sua Storia della letteratura
italiana (1937), in cui la prosa papiniana è descritta, con accezione negativa ma
rivelatrice, come “un buffo seguito di agitarsi, aprire braccia, fingere lotte e
vittorie”39.
Questa “sovversione tradizionale” comporta che, in realtà, nemmeno la
tanto blandita protesta contro il passato sia davvero totalizzante. Il capitolo sui
Fratelli morti40 è un lungo elegiaco elenco di scrittori defunti coi quali il
giovane Papini intrattiene un rapporto di fedeltà e dialogo superiore rispetto a
quanto gli riesce di fare coi vivi. Lo sguardo retrospettivo dello scrittore che
riguarda se stesso nel proprio processo di formazione – secondo un genere di
scollamento che Philippe Lejeune inscriverebbe41 sotto il segno della
“identificazione” empatica – tematizza una dialettica lacerante ma
perfettamente plausibile tra la volontà di essere il primo e l’unico, e
l’appartenenza a una schiera di “spiriti magni” alla cui autorità richiamarsi,
Leonardo su tutti, come precedenti illustri in fatto di attitudine critica verso la
banalità del sistema sociale medio. Senza contraddizioni nella pratica,
l’ammirazione verso altri autori rafforza l’unicità dell’io che li addita, in quanto
capace di riconoscerli e di fraternizzare con la loro eccezionalità condivisa.
4. La sorgente individuale
Papini, si è cercato di mostrare, tenta quindi di superare le contraddizioni
della propria posizione sotto il segno della forza, della pienezza vitale che con
la propria sola prestanza basta a superare qualsiasi fraintendimento. Questa
forza del “vero”, del naturale che prorompe oltre le maglie del linguaggio e del
logorio simbolico, è una forza dal carattere primieramente ed essenzialmente
individuale. È questa contraddizione, ulteriore e massima, che agita la rivolta
papiniana e ogni rivolta condotta dal suo capo. L’azione individuale porta a un
37
Marco Corsi, “Introduzione”, in Giovanni Papini, Un uomo finito, cit., p. XX.
38
Giovanni Papini, Stroncature, cit. da Vincenzo Arnone, Papini, cit., p. 16.
39
Walter Binni, “Giovanni Papini. ‘Storia della letteratura italiana’”, I, in Id.,
Scritti novecenteschi, Firenze: Il Ponte, 2014, p. 46.
40
Giovanni Papini, Un uomo finito, cit., pp. 102-108.
41
In P. Lejeune, L’Autobiographie en France (1971), Paris: Colin, 1998, pp.
50-51.
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“QUEL MATTINO CHE SORGE CON NOI”:
LA VELLEITÀ DI “CAMBIARE IL MONDO” IN UN UOMO FINITO DI
GIOVANNI PAPINI1
coinvolgimento collettivo, l’azione collettiva si regge su un’istanza individuale
nel computo di una controversa dinamica capo-sodali, agitatori e agitati.
Se ad animare la volontà fondativa del gesto col quale Papini si pone è una
volontà di cambiare il mondo, azione così vasta da dover assumere per forza, a
un certo punto, dimensioni sovraindividuali, essa origina da un sentimento di
rottura e novità ancestrali, precedenti qualsiasi teorizzazione sociale e politica.
La scaturigine del contrasto è fatta risalire dall’autore stesso ai moti di diversità
dei suoi primi anni coscienti, messe al centro già nelle prime righe del libro
nelle quali si presenta, perentoriamente: “fin da ragazzo mi son sentito
tremendamente solo e diverso”42. Questo, potremmo dire, è il Big Bang: il
momento in cui ci si rivela che il mondo, inteso come livello pubblico, letterario
e filosofico, non è l’origine; il mondo è una conseguenza dell’origine, una sua
copia sensibile, un suo effetto. La giovinezza, l’infanzia del “ragazzo” è, per
l’appunto, una creazione del mondo – il momento di frizione tra le placche
tettoniche, turbate dalla nuova porzione di terra emersa che non riesce ad
assestarsi: “Ogni volta che una generazione s’affaccia alla terrazza della vita
pare che la sinfonia del mondo debba attaccare un tempo nuovo”43.
Come già nella descrizione degli obiettivi del suo Leonardo, la perentorietà
del discorso papiniano si addensa intorno al campo semantico della differenza
e della diversità. In questo caso non si tratta però di giustificare scelta di poetica
giornalistica, bensì di rendere conto della propria personalità prima dei discorsi
poetici. La scoperta e l’inseguimento del “tutto”, esemplificati dal sogno
enciclopedico nascono su un piano eminentemente solitario, nel chiuso mondo
della cameretta infantile che è la coscienza in formazione, con le sue velleità di
onniscienza che sono anzitutto la traduzione più immediata di un impellente
impulso alla sfida.
Se il suo tentativo assume più forme successive, dalla vocazione
enciclopedica all’interventismo, alla ricerca filosofica e a quella religiosa, si
tratta in definitiva di un unico anelito al cambiamento e all’insubordinazione,
fondato sul prepotente senso di quella sua unicità individuale inscenata sul
palcoscenico infantile, retta da una contrapposizione fondamentale, su una
“antipatia” a pelle, generalizzata, da parte di adulti e coetanei. Le svolte
filosofiche sono vissute come avventure personali della propria biografia più
che come campi di ricerca sondati in successione, a tentoni, alla ricerca di una
via d’uscita universale: “il metro di tutto era lui: la sua persona, la sua
esperienza, la sua educazione culturale, le sue intuizioni, i suoi sentimenti e i
suoi umori”44. È il caso, ad esempio, del progetto di fondare in America una
42
Giovanni Papini, Un uomo finito, cit., p. 5.
43
Ivi, p. 72.
44
Vincenzo Arnone, Papini. Un uomo… infinito, cit., pp. 7-8.
109
GIOVANNI SALVAGNINI ZANAZZO
nuova religione: più proclama spericolato di un’ambizione personale, che atto
convintamente necessario a un miglioramento delle condizioni del mondo. Il
contenuto di questa prospettiva di svolta resta infatti vago e abbozzato, come
era già nella descrizione delle riunioni del Leonardo al cui proposito si parlava
soltanto di “programmi, programmi e programmi”45; al contrario, la voce
narrante si dilunga infatti sul patimento psicosomatico di questo fallimento,
tutt’uno con la propria pelle. Esso si gioca tutto in prima persona: l’uomo finito
del titolo è il singolo Giovanni Papini e nessun altro. Il genere stesso
dell’autobiografia non mente su questo: “Partii, solo, per l’ultimo tentativo –
col mio pazzo sogno nel cuore. Sarei disceso di nuovo dalla montagna vittorioso
e tremendo come un Dio – o non sarei più tornato. Ma tornai”46.
5. La tentazione della gloria
Papini si muove insomma sul sottile e irriducibile confine tra passione per
la letteratura e le materie umanistiche, e desiderio mimetico, girardiano, verso
le stesse, mediato dalle ricadute concrete in termini di nobilitazione e
consolidamento della propria personalità: tra le due accezioni del termine
interesse, quella di una jouissance edonistica e quella economico-pratica di un
rafforzamento di se stessi.
Se “la letteratura è la lingua dell’individuo”47, se è mestiere spesso
solitario48 e sempre personalizzante, la posizione di chi la pratica sembra
particolarmente a rischio di ambiguità. Può esistere insomma un momento in
cui lo scrittore si innamora della propria scrittura più che delle proprie idee, cui
essa farebbe in teoria da tramite e cassa di risonanza. L’inversione gerarchica
segna quel momento stigmatizzato da Rousseau nelle Rêveries du promeneur
solitaire (1782), come capo d’accusa rivolto contro la torma dei “philosophes”
i quali, una volta pubblicato un libro, perdevano ogni interesse riguardo alla
confutabilità e al valore intrinseco di verità delle opinioni in esso contenute,
deputate al rango di puro strumento per l’esercizio della scrittura invece che di
fine in sé. La loro è una sapienza rivolta soltanto all’insegnare agli altri, ad
apparire colti e piacere loro, accusa che, dice Emanuele Trevi commentando il
45
Giovanni Papini, Un uomo finito, cit., p. 91.
46
Ivi, p. 165, corsivo nostro.
47
Emanuele Trevi, Viaggi iniziatici. Percorsi, pellegrinaggi, riti e libri, Torino:
UTET, 2021, p. 55.
48
Cfr. ad es. Filippo Sani, La solitudine dell’uomo di lettere e le sue storie,
Brescia: Morcelliana, 2023; William Marx, Vie du lettré, Paris: Minuit, 2009.
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“QUEL MATTINO CHE SORGE CON NOI”:
LA VELLEITÀ DI “CAMBIARE IL MONDO” IN UN UOMO FINITO DI
GIOVANNI PAPINI1
passaggio, “nessun autore può rigettare a cuor leggero”49. Si potrebbe pensare
che spesso la formazione dello scrittore richieda tanto impegno e sforzo auto-
centrati, da porsi in automatica contraddizione rispetto alle velleità di un
cambiamento comune, che riguardi anche gli altri; rispetto a uno stato di
autentica “trasparenza”, per riprendere sempre il Rousseau riletto da Jean
Starobinski50.
Proprio questa preminenza dell’io inficia, forse, l’autenticità dell’anelito al
cambiamento: il quale, più che vero interesse per il miglioramento della società
e degli altri, diventa espressione fisiologica dell’onnipotenza del Sé: “Morire?
Anch’io […] come gli altri? Come tutti? […]. Ma non sapete ch’io porto tutto
il mondo dentro di me?”51 Il senso prepotente di questa incredibile asimmetria,
di questa incongruenza, tradotta dall’anafora pungente delle proposizioni
interrogative, propizia un nichilismo preoccupato dell’oblio, motore nucleare
di una frenetica azione centripeta. La ribellione finisce allora con l’essere un
esito scontato di questo scontro tra un’istanza di novità e un mondo già
preformato, materializzazione di un antagonismo ancestrale tra io e non-io. I
suoi stilemi vengono adottati come i più pronti, i primi a disposizione, gli
inevitabili: di tutti i caratteri che essa assume, anche la messa a punto di un
movimento collettivo è tappa integrante se non pressoché obbligata oltre un
certo grado.
Ciononostante, gli Altri non occupano davvero posto rilevante
nell’economia strutturale di Un uomo finito. Le pagine più dialogiche sono
riservate a medaglioni di ritratti di amici personali (il Giuliano del capitolo Lui)
o di libri letti, più che a ideali umanitari che comportino un coinvolgimento e
una ricaduta rispetto a persone estranee rispetto al nucleo di esperienze, lette o
vissute, dell’io. Anche il capitolo Gli altri, pur sotto un titolo categoriale che
sollecita l’orizzonte d’attesa del lettore, si limita in realtà a una galleria di
conoscenze personali, afferenti tutte in varia misura al mondo degli artisti
emergenti, che condividono con Papini la stessa sete professionale: “V’era in
tutti noi la ferma speranza d’essere designati alla gloria e alla grandezza”52.
Gli altri intesi come raggruppamento generale sono piuttosto “figurine
frettolose della mia retina”53, che nel periodo dell’onnipotenza filosofica sono
49
Emanuele Trevi, La rappresentazione del sé secondo Rousseau, Torino,
Circolo dei Lettori, 2022, [Link]
min. 30.
50
Il riferimento è a: Jean Starobinski, Jean-Jacques Rousseau : la transparence
et l'obstacle, Paris: Gallimard, 1976.
51
Giovanni Papini, Un uomo finito, cit., p. 221.
52
Ivi, p. 52.
53
Ivi, p. 67.
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GIOVANNI SALVAGNINI ZANAZZO
considerati emanazioni fittizie della coscienza, effetti di realtà prodotti
dall’attività cerebrale che è scaturigine unica di tutta la percezione. Essi sono
chiamati in causa in qualità di entità da trattare male per svegliarli a sferzate dal
loro sonno intellettuale (i “piccoli vivi” del capitolo omonimo): sono una
ipostasi estranea e contraria rispetto allo scontornato qui e ora dell’io locutore.
Modificarli, ravvederli, non è a dispetto dei proclami, obiettivo davvero
sensibile per Papini: piuttosto, è più importante che essi si mantengano uguali
a loro stessi, continuando a svolgere una funzione di opposizione rispetto all’io
che li contesta, prolungando il contrasto invece di azzerarlo, e facendo così il
gioco di uno spirito che ha la “forma della protesta”.
Papini ha “bisogno degli altri – del ‘gruppo’ – per sottometterli ancora al
proprio desiderio di scontro ed esibizione dialettica, e a un prorompente spirito
di affermazione”54. Anche i passaggi più intrisi di slanci innovatori, sono in
realtà esplicitamente ricondotti alla famosa “malattia della grandezza” esposta
in incipit e connessa alla radicale diversità dell’io. L’ambizione portante è
quella di compiere qualcosa di grande, essere ricordato per questo, ricadendo
dal simbolismo della ribellione in un altro, non meno pernicioso e appiccicoso:
quello della fama. Non si tratta, è bene ribadirlo, di psicanalizzare l’autore: è
l’autore stesso a esporsi, a risolversi in questo senso, come nel medaglione
situazionale che apre il capitolo su L’arco di trionfo: “Lì trovai un giorno la
storia dell’incoronazione del Petrarca in Campidoglio e la lessi e rilessi.
‘Anch’io, anch’io...’ dicevo tra me, senza neppur sapere precisamente perché
la corona fu messa sul capo al grassoccio poeta”55. In quell’ammissione, “senza
neppur sapere […] perché”, si rivela la seduzione della grandezza fine a se
stessa, preminente, nell’immaginario del Papini ottènne, sulla poesia, che è solo
il modo per raggiungerla, il viatico per l’auto-realizzazione.
6. Conclusione
Nella conclusione del testo, esprimendo le motivazioni della sua scrittura,
Papini torna esplicitamente alla difesa individuale, rivolgendosi Alla nuova
generazione che è pronta a divorarlo. Una volta esposta tutta la “drammatica”
in quanto patetica vicenda del suo percorso intellettuale e delle sue opere, lo
scrittore, con un atteggiamento reattivo “da sempre latente all’interno del suo
animo”56, si arrocca sulla posizione raggiunta preparandosi a opporre resistenza
contro i giovani che verranno, contro le generazioni successive che a loro volta
cercheranno di scalzarlo dal piedistallo, come lui aveva fatto a suo tempo, da
nuovo entrante nel campo letterario, per guadagnarselo. Tutto il memoir,
54
Mario Isnenghi, Giovanni Papini, cit., p. 15.
55
Giovanni Papini, Un uomo finito, cit., p. 29.
56
Marco Corsi, “Introduzione”, cit., p. IX.
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“QUEL MATTINO CHE SORGE CON NOI”:
LA VELLEITÀ DI “CAMBIARE IL MONDO” IN UN UOMO FINITO DI
GIOVANNI PAPINI1
ammette Papini, è stato scritto principalmente per questo: per sciorinare le
proprie credenziali, per formulare una petizione di longevità, per riaffermare la
propria bellicosità non più rivolta in avanti, proattivamente, contro il vecchio
status quo, ma puntata ora all’indietro, contro l’inevitabile attacco delle nuove
leve.
L’impulso a “cambiare il mondo”, almeno nei suoi aspetti pratici ed
espliciti, assume così i tratti ciclici di espressione della gioventù, pronto a
ritrattarsi con l’avanzare dell’età e il mutare delle esigenze – ne risulta
depotenziato in sé, nei propri tratti specifici, ma valorizzato rispetto alle
esigenze di fondazione di una nuova personalità. Si tratterebbe insomma di un
universale umano, prodotto della frizione tra l’immensamente nuovo degli
esseri sopravvenienti, la cui “voce di cielo”57 non è ancora stata indottrinata
dalla lingua normale, e il corpo monolitico e preesistente degli Altri che
seguono l’abitudine e che costringono il nuovo nato al “trauma del
linguaggio”58, tempestandolo di segni.
Così, Un uomo finito può concludersi con un capovolgimento dei ruoli che
fa da preannuncio e presupposto di un nuovo anello o nodo imminente
all’interno di una catena che non si stenta a immaginare inesauribile. Come
nella Recherche, il giro di giostra del protagonista si esaurisce, e quello che
sembrava aver costituito un’esperienza sua unica, sorta insieme a lui, si
annuncia ri-cominciare nel momento esatto del tramonto del narratore:
espropriando in qualche modo quest’ultimo del suo valore esemplare, affondato
in un eterno ritorno dell’uguale.
A Papini non resta che rimboccarsi le maniche e prepararsi a difendere la
propria posizione prima ancora che le sue idee; o la propria posizione attraverso
le sue idee, ponendo la sua sopravvivenza pubblica come loro fine ultimo. In
quello che sembra a prima vista un rinnegamento della carica giovanile, il suo
estremismo persiste, pur rinnegando il proprio slancio verso il futuro – persiste
mutato di segno, sotto forma di energia più che come obiettivo teorico. Essere
conservatori, infatti, non è altro che ribellarsi alla ribellione degli altri:
continuare a protestare, ma contro la protesta.
__________
57
Tommaso Landolfi, Des mois, cit., p. 24
58
Michele Cavallo, “Da Lituraterra a Lalingua: Lacan con Artaud”, La
Psicoanalisi, Vol. 62, 2017, p. 105.
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