LEOPARDI
LEOPARDI
Giacomo Leopardi nacque nel 1798 a Recanati (Marche), che al tempo faceva parte dello stato della chiesa.
È un governo molto conservatore, poco aperto al pensiero nuovo che si diffondeva in Europa, molto chiuso
nella propria cultura. Egli proviene da una famiglia nobile; la madre si chiama Adelaide Antici, donna
fredda, distaccata, molto religiosa (religiosità d’apparenza) e molto attaccata al denaro. Nonostante fosse
una famiglia nobile, si trovava in grande disastro finanziario per cui la madre divenne l’amministratrice di
denaro ed impose alla famiglia una rigida economia domestica. Il padre, invece, il conte Monaldo, era un
conservatore, uomo di solida cultura e vivaci interessi storico-antiquari. All’inizio Leopardi seguirà le sue
idee politiche, ma poi abbandonerà la politica del padre e diventerà un liberale. Si ritrovò rinchiuso nel
borgo di Recanati (dove il Romanticismo non era arrivato, ragione per cui Leopardi, nel dibattito tra i
classici ed i romantici, scelse i primi). Nessuno della sua famiglia era in grado di capire le sue sofferenze se
non 2 dei suoi fratelli Carlo e Paolina. All’epoca non si andava a scuola: solo se si era nobili si poteva avere
un istruttore che veniva a casa. Il primo maestro di Leopardi era suo padre e poi successivamente 2
ecclesiastici che completavano il suo percorso di studi. All’età di 10 anni fino ai successivi 7, Giacomo si
forma d’autodidatta nella ricchissima biblioteca paterna in uno studio matto e disperatissimo perché aveva
sete di conoscere e comunque “uscire” da Recanati almeno con la mente. In questo studio matto si era
rovinato la vista e la spina dorsale e si era anche allontanato dalla vita dei suoi coetanei. Comincia, quindi,
a rendersi conto d’essersi autodistrutto e di trovarsi in uno stato d’inferiorità rispetto ai ragazzi della sua
età. Quest’angoscia della giovinezza stroncata lo portò a scavarsi dentro, ad approfondire l’indagine sul
senso della vita.
Quando nel 1822 il padre gli permette di lasciare la sua città natale per alcuni mesi per trovare uno zio a
Roma, l’iniziale entusiasmo diventa per Leopardi delusione, causata dall’ipocrisia e dalla mediocrità delle
persone e dalla grande città che gli porta ancor più sconforto della sua città natale: Roma era grande ma
vuota di persone e potenzialità. Al rientro a casa scrive le Canzoni e le Operette morali. In quegli anni,
cominciò ad avere un’amicizia epistolare con Pietro Giordani.
Nel 1825 riuscì a trovarsi un lavoro a Milano, aveva una retribuzione mensile che gli consentì di girare
l’Italia: andò a Bologna, Firenze, Milano. L’ambiente di Pisa gli ricordava la sofferenza che provava a
Recanati, ritrovando ispirazione poetica e scrivendo il “Risorgimento” e “A Silvia” nel 1828. Poi però perse
l’assegno mensile dell’editoria ed era costretto a ritornare a Recanati, che lasciò anni dopo stavolta per
sempre. Si fermò a Firenze dove conobbe un napoletano, Antonio Ranieri e poi una nobildonna, Fanny
Targioni Tozzetti, che ispirò un ciclo di poesie, ossia il ciclo di Aspasia. Si tratta di 5 poesie ispirate all’amore
deludente di questa donna da cui non viene ricambiato. Intanto assunse un altro tipo di atteggiamento: se
prima era chiuso, introverso, non cercava il contatto con gli altri, iniziò a cambiare prospettiva: sentiva
l’esigenza di comunicare al mondo quelle che erano le sue conclusioni perché voleva rendere l’uomo
consapevole perché solo in quel modo l’uomo poteva difendersi dal male. Secondo Leopardi era la natura
ad essere la causa della sofferenza dell’uomo. Voleva comunicare questa filosofia perché si stavano
diffondendo nuove tendenze cattoliche e spiritualistiche che portavano a dare colpa della sofferenza alla
ragione, ma Leopardi era contrario. Nel 1833 si trasferì a Napoli, ospite di Antonio Ranieri, e pubblica
alcune opere con l’editore Starita, ma si trova in disaccordo con alcuni pensieri spirituali del tempo e viene
censurato. Questo lo porta di nuovo all’isolamento e ad un senso di incomprensione e voglia di scappare a
Parigi, ma gli è impossibile a causa dei continui problemi economici. Muore nel 1837 dopo aver pubblicato
La Ginestra.
Leopardi era un filologo classico, filosofo, prosatore e poeta ed era interessato al progresso scientifico del
tempo. La sua filosofia è asistematica, cioè è in continuo movimento e contempla la possibilità della
contraddizione che lui ritiene naturale, contrastando il pensiero dell’impossibilità della contraddizione di
Aristotele.
IL PENSIERO si divide in 3 fasi: nella prima scrive le canzoni civili e gli idilli, nella seconda i canti pisano-
recanatesi e nella terza il ciclo di Aspasia e la Ginestra. La presenza del dolore è costitutiva nell’esperienza
di vita di Leopardi e certamente influenza anche il suo pensiero. Si basa in generale sulla ricerca del
piacere, sulla possibilità della felicità e sulla contemplazione dell’infelicità innata, sentimento che
accomuna tutti gli esseri viventi e li connette alla natura. L’unica differenza che l’uomo ha con gli animali è
la sua consapevolezza dell’essere (canto notturno).
CONVERSIONI
- Letteraria: Tra il 1815 ed il 1816 avvenne la sua conversione letteraria: passò dall’erudito al bello,
cioè s’allontanò dagli studi eruditi e si dedicò alla poesia. Leggendo si fa un’idea di cosa fosse il
Romanticismo, maturando in sé una sensibilità romantica, non ancora in maniera consapevole.
(VEDI PERIODI POETICI)
- Politica: Negli anni 1817-1818, s’allontanò dalla politica conservatrice del padre e maturò una sua
idea politica liberale. Questa sua conversione politica venne espressa da 2 canzoni civili ch’egli
scrisse in quegli anni: “All’Italia” e “Sopra monumento di Dante”. Furono gli stessi anni in cui scrive
lo Zibaldone, una raccolta di pensieri e appunti di 2000 pagine.
- Filosofica: Nel 1819 Leopardi tenta la fuga da Recanati dopo anni di tensione e isolamento, ma
viene scoperto dal padre Monaldo e riportato a casa. Questo avvenimento incupisce l’animo di
Leopardi che subisce una conversione filosofica: accoglie il materialismo, la ragione pessimistica,
l’idea di un mondo pieno di violenza e cattiveria. Egli perde l’entusiasmo e la fantasia che erano per
lui d’ispirazione poetica e passa ad un pensiero pessimistico della realtà e del vero, tipico dell’epoca
romantica. Nonostante questo periodo buio è qui che scrive i suoi capolavori: le Canzoni (frattura
fra antico e moderno) e gli Idilli e L’Infinito.
I PERIODI DELLA POESIA
- C’è un primo periodo che va più o meno dal 1819 al 1821 (in cui nascono i piccoli idilli). La sua
poesia è fondata sul civile e soprattutto sul vero e lo capiamo da una lettera a Giordani dove dice
che non cerca più nulla fuorché il vero. Scrive poesie civili come All’Italia e Sopra il monumento di
Dante in cui prevale il sentimento patriottico. Prevale il pessimismo storico. I protagonisti delle
canzoni che scrive in questo periodo muoiono suicidi e testimoniamo il crollo degli ideali del poeta.
In seguito scrive i piccoli idilli (fra cui L’infinito).
- Dal 1822 fino al 1827 si parla del secondo periodo in cui scrive più prosa. A Pisa si riaccende
l’ispirazione poetica perché Pisa ha qualcosa che gli richiama Recanati, li scrive il Risorgimento e A
Silvia. In seguito finisce l’assegno dell’editore Stella, non può più rimanere fuori Recanati e quindi
deve ritornare. Lì nasce il suo pessimismo cosmico. Forse tutto il mondo soffre, anche gli animali,
anche coloro che non hanno la consapevolezza della sofferenza, che non hanno parola. Ritroviamo
il tema delle illusioni perdute, del tradimento della natura, della memoria, del ricordo che quando
s’è giovani è “piacevole” perché il dolore è minore.
- L’ultimo periodo va dal 1830 fino alla morte. Qui abbiamo un cambio d’atteggiamento: critica il
pensiero contemporaneo e addirittura la ragione viene ad aiutare. Sono gli anni in cui scrive la
Ginestra ma anche le poesie che fanno parte del ciclo di Aspasia, che lui scrive sempre ad una
donna di cui lui s’era innamorato a Firenze. Leopardi è convinto che tutte le scoperte non possono
cambiare il destino l’infelice dell’uomo, sono solo illusioni. Quindi nell’ultima parte della sua vita
reagisce a questo opprimente pessimismo cercando d’incoraggiare gli altri uomini in un
atteggiamento di solidarietà contro il comune destino: fare uso della ragione come strumento per
non cadere nella paura ma guardare in faccia l’arido vero.
I PESSIMISMI
- INDIVIDUALE: crede di essere il solo essere umano infelice (canto notturno, esprime i suoi
sentimenti a sé stesso)
- STORICO: Gli antichi erano più felici perché più vicini allo stato di natura e di animale, quindi
primordiale. Ma gli uomini a lui contemporanei sono lontani dallo stato di felicità a causa del
progresso di quel tempo, dell’incivilimento, della razionalità. Questo concetto di progresso come
rovina per l’uomo si traduce in pessimismo storico. Leopardi pensa che la modernità sia una
costante decadenza che è partita dal cristianesimo: esso ha infatti sempre svalutato la vita terrena
immaginando una salvezza eterna dopo la morte, lasciando l’uomo a cercare la felicità nell’unico
strumento disponibile, la ragione.
- COSMICO: attraverso studi approfonditi dei classici capisce che gli uomini sono sempre stati infelici
da quando sono nati, quindi la colpa non è del progresso ma della natura in sé (qui la natura
benevola diventa natura matrigna, indifferente alle sofferenze dell’uomo)(ginestra, trasferisce la
sua consapevolezza a tutti).
LA RICERCA DEL PIACERE E NOIA: L’uomo per natura cerca il piacere materiale per raggiungere la felicità.
Tende quindi a sfuggire dal dolore e al desiderare il piacere, che è un desiderio illimitato. Però quando
l’uomo raggiunge il piacere e non prova alcun dolore si sente infelice e prova un vuoto nell’anima, una
sofferenza per la semplice condizione umana che Leopardi chiama “noia” Leopardi chiama noia (ne parlerà
poi nello Zibaldone, dove definisce la noia sublime: chi vive nella noia ha il coraggio di guardare in faccia la
realtà). Non essendo possibile colmare i piaceri, l’uomo si affida all’immaginazione, all’illusione, alla
rimembranza, quindi, alla poesia fonte di piacere. Le illusioni sono, secondo Leopardi, l’unico valido
piacere della vita, che dona agli uomini la capacità tipica dei popoli antichi e dei fanciulli di immaginare una
realtà migliore e ad eliminare l’angoscia. Questo pensiero corrisponde alla poetica dell’idillio.
IL CONCETTO DI NATURA: La riflessione su ciò che ostacola il raggiungimento del piacere è connesso al
concetto di Natura tipicamente romantico da Rousseau. Per Leopardi la Natura è una Madre benevola che
ha donato all’uomo la capacità di pensare e di ricercare la felicità. Questo pensiero lo riprende nelle
Operette, definendo la ragione e il progresso e l’incivilimento come male della società che impediscono agli
uomini di ricercare il piacere materiale e li costringono ad usare le illusioni per immaginare una vita
migliore). Più gli uomini sono civili e razionali, più si allontanano dallo stato primordiale di natura, più sono
infelici. Per questo l’unica poesia possibile in quel periodo era quella sentimentale basata sulle illusioni.
Successivamente verso il 1822 riscoprirà i testi antichi come la Bibbia e matura una consapevolezza che la
visione negativa dell’esistenza umana è sempre stata presente. Al modello di Rousseau si sostituisce
un’immagine distruttiva della Natura, vista come una madre matrigna che ci dona la ragione e la
consapevolezza della realtà, indifferente alle sofferenze dell’uomo. (operette morali)
CONCETTO DI DOLORE: Per Leopardi il dolore è qualcosa che ha sempre vissuto in prima persona, ma non
ha mai fatto delle sue sofferenze di vita personali oggetto autobiografico, né un lamento individuale, bensì
l’ha utilizzato come strumento per conoscere i veri rapporti fra uomo e natura. Se all’inizio pensava che
quest’ultima non avesse niente a che fare con la nascita della sofferenza e del male, più tardi si convincerà
che il male è parte della natura stessa, e che quindi tutto è male e non c’è altro bene se non il non essere.
Qui si parla di pessimismo cosmico. Come scrive ne “La sofferenza di tutte le cose”, anche un prato fiorito
diventa teatro della sofferenza e del patimento di flora e fauna: i fiori che vengono bruciati dal sole, le
piante che vengono calpestate e strappate dalle persone, gli insetti e i parassiti le mangiano.
NICHILISMO LEOPARDIANO: A questo male Leopardi rifiuta ogni tipo di consolazione sia religiosa che laica,
definendo illusoria la fiducia nel progresso e l’esistenza di epoche o fasi evolutive necessarie. Questo suo
pessimismo si traduce in nichilismo leopardiano. Per lui la vita umana era priva di senso, davanti ad una
natura che non dava peso ai bisogni degli individui. Questo suo pensiero lo alienava dai contemporanei e li
portavano ad avere sentimenti di antipatia e giudizio nei confronti di Leopardi, che veniva definito un
cinico misantropo, disinteressato alla politica in un momento importante di unificazione della nazione. Ma
lui era lontano da questo. Non si disinteressava completamente dalla politica, ma riteneva improbabile la
possibilità che un progetto politico potesse mai portare alla felicità delle masse composte da gente infelice.
La sua filosofia apre ad un margine di positività possibile: l’umanità dovrebbe maturare una nuova visione
di solidarietà, compassione d’ogni uomo nei confronti dei propri simili. Il progresso che Leopardi ammette
richiede una capacità di contemplare il negativo senza scappatoie consolatorie, d’accettarlo. E’ la
compassione che unisce sentimentalmente gli uomini nelle sofferenze, e la stessa compassione è il
movente poetico leopardiano. La sofferenza insegna ad accontentarsi di quello che si ha.
CLASSICISMO E ROMANTICISMO: partecipò alla polemica tra classicisti e romantici dopo l’articolo di
Madame de Stael: Leopardi partecipa schierandosi con i classicisti, nonostante nelle sue opere esprima un
pensiero tipicamente romantico. E’ classico nella forma, ma romantico nello spirito. Si lega ai classicisti con
l’armonia del verso, tranne per le eccesive citazioni e figure mitologiche, e crede che quella cura tipica degli
autori classici non tornerà mai più perché appartengono al passato. Con i romantici, invece, condivide il
concetto di natura, ma rifiuta l’orrido e il mistico, la poesia sepolcrale e la mitologia. La poesia moderna
deve essere naturale e spontanea come per i classici. I classici non vanno imitati, ma devono ispirare la
spontaneità e la naturalità. Cose in comune con i romantici: l’infinito, la Natura, il desiderio del piacere,
equiparabile allo Streben romantico, e la scelta della compassione universale, simile all’eroismo romantico.
OPERE__________________________________________________________________________________
Lo Zibaldone
Si tratta d’una raccolta di riflessioni, d’annotazioni in prosa in circa 4500 fogli che vanno dal 1817 al 1832
senza nessun tipo di volontà di pubblicazione. Per molto tempo era uno scritto privato, fatto di un dialogo
con se stesso. Ci sono annotazioni di carattere filosofico, filologico, estetico, di tutto quello che in quel
momento poteva suscitare una riflessione, un pensiero di Leopardi. Lo Zibaldone non assume la struttura
d’un opera compiuta, ma si costituisce attraverso un lavoro quotidiano che non approda mai ad una
conclusione definitiva. La prosa di questo diario filosofico è spontanea, a volte anche provvisoria; risponde
all’esigenza di rapidità e sintesi di una meditazione fra sé. In effetti uno degli elementi di maggiore
interesse dello Zibaldone consiste proprio nella messa in discussione, nella riconsiderazione, nella
contraddizione. L’opera può essere letta sia in senso cronologico (seguendo l’evoluzione del pensiero di
Leopardi), sia in direzione tematica.
Il brano seguente è uno dei più noti dell’intero Zibaldone: viene negato ogni provvidenzialismo ed il male si
rivela nella sua vastità universale. Il sistema naturale è caratterizzato da un ineliminabile principio di
necessità, che coincide con la sofferenza di tutti gli individui, le specie, i regni e altri eventuali mondi
possibili. Leopardi sta qui rompendo il binomio classico tra bellezza e bontà, per affermare che la natura è
tanto bella quanto terribile. In questo brano dello Zibaldone, l’autore sostiene la tesi della condizione
d’infelicità a cui è destinato ogni essere vivente. In questo Mondo la sofferenza non risparmia nessuno,
dagli uomini alle piante, agli insetti, tutti sono costretti a fare i conti con un’insoddisfazione che nasce
dall’impossibilità di essere felici. L’immagine iniziale di questo giardino ridente è destinata a durare solo
pochi istanti: dietro ogni cosa si cela patimento e sofferenza. Le perfette incarnazioni di questa condizione
sono rappresentate dall’immagine della rosa “offesa dal Sole”, lo stesso Sole che ha creato le condizioni
ideali per donarle la vita. La stessa sorte è riservata al giglio “succhiato crudelmente da un’ape nelle sue
parti più sensibili, più vitali”, o agli alberi infestati da formiche, zanzare, lumache, la giovane donzella che
strappa i fiori, il giardiniere che taglia le membra sensibili, e la descrizione prosegue in continue immagini
di patimento da cui sembra non esserci via di fuga. Il primo apparente spettacolo di vita è così stroncato da
uno scenario di morte e distruzione. Nei versi finali, il pessimismo di Leopardi raggiunge il suo culmine nella
convinzione che le piante non sono consapevoli di questa loro condizione, ma se mai lo fossero,
sceglierebbero indubbiamente di non esistere piuttosto che pagare così caro il prezzo della vita. Il testo è
ricco di anafore (troppo, quello…). Il suo stile si distacca dai classici romantici, si affida alla descrizione del
male in modo disordinato che sembra sommergere il lettore.
Il termine "idillio" deriva dal greco, e letteralmente significa "piccola poesia", indicando un breve
componimento poetico di ambientazione pastorale. Esprime i momenti più poetici della sua vita dando ai
suoi versi una dimensione intima e personale. Le liriche di questo volume possono essere suddivise in
sezioni separate, risalenti a periodi diversi della vita del poeta.
La prima di questa sezioni include le Canzoni e appunto gli Idilli. Queste due sezioni sono collegate
alla fase del pessimismo storico, che nelle canzoni viene sviluppato con l’uso di esempi storico-
mitologici, mentre negli idilli viene analizzato in modo soggettivo, scavando nell'interiorità
dell’autore e dei suoi sentimenti. Degli Idilli del fanno parte L'infinito, La sera del dì di festa, Alla
luna, Il sogno, La vita solitaria, il Frammento XXXVII. La poetica dell’indefinito è al centro della
raccolta degli Idilli e nasce dalle riflessioni di Leopardi sul piacere. Secondo il poeta l'uomo prova un
desiderio infinito - e quindi inappagabile - di piacere. Le gioie quotidiane sono soddisfazione
effimere, prodotte dalla cessazione temporanea del dolore. In epoca antica e durante l'infanzia
l'individuo era ed è meno infelice perché più disposto a lasciarsi illudere grazie a una forte
immaginazione. L'età moderna e l'età adulta allontanano invece l'uomo dalla natura e dalla
fantasia, creando una condizione di infelicità e angoscia. L'aspetto principale di questa è il ricordo
della fanciullezza o di un ricordo che rende più indefinito e poetico il dolore, attenuandolo.
La seconda sezione dei Canti, i cosiddetti canti "pisano-recanatesi” (Il Risorgimento, A Silvia, Il
passero solitario, Le ricordanze, La quiete dopo la tempesta, Il sabato del villaggio, il Canto notturno
di un pastore errante dell'Asia). Dal punto di vista metrico, mentre i “piccoli idilli” sono
in endecasillabi sciolti, questi nuovi versi hanno la forma della canzone libera, con alternanza
di settenari ed endecasillabi. La concezione leopardiana della realtà passa dal pessimismo
storico al pessimismo cosmico. La Natura, ormai matrigna, ha abbandonato l'uomo alla sua
dolorosa esistenza. La poetica dell'indefinito e del vago, ma questa si evolve in una dimensione di
ricordo e di rievocazione del passato.
“L’infinito” 57 / canti
“L’infinito” è uno dei piccoli idilli (piccoli componimenti), che lui trasforma in un piccolo quadretto
interiore, quindi c’è la presenza del suo io, scritto nel 1819 in 15 endecasillabi sciolti.
Il linguaggio è molto accurato, molto misurato, limpido. Il ritmo è scorrevole grazie all’alternarsi di parole
brevi e lunghe, lo stile è limpido grazie agli enjambements.
L’idillo descrive un’esperienza, un viaggio che il poeta fa con la mente, che si può dividere in fasi:
Tutto parte da un colle, il monte Tabor, che è il punto in cui realtà ed io coincidono. Grazie alla parola
“sempre” possiamo dedurre che sia un luogo che interessa la memoria. La siepe è l’impedimento allo
sguardo, il limite, il mondo fisico. L’impossibilità del guardare oltre la siepe costituisce uno stimolo per
l’immaginazione: il poeta immagina ciò che potrebbe esserci dietro la siepe, quindi immagina l’infinito,
qualcosa di indefinito, e ne è inizialmente intimorito. Mentre pensa si perde ed è come se la sua coscienza
annegasse in un mare infinito. Tradizionalmente era sempre stato visto come qualcosa di negativo, ma qui
Leopardi lo utilizza come mezzo per dimenticare le pene della vita: è un naufragio piacevole, perché è
consapevole che la ragione non può portare alla felicità e che grazie al naufragio ha potuto solcare
l’infinito. Qui matura la riflessione sul tema del piacere e sulla piacevolezza di naufragare nel mare
dell’immaginazione perché porta a vedere oltre i limiti della vita. Mentre sta fantasticando per lo spazio, il
rumore delle foglie lo riporta al presente e gli fa percepire che anche il tempo è infinito e che tutto passa. È
quasi un canto religioso perché è un’anima che tende a qualcosa che va al di là del creato, ma si smentisce
perché la sua è un’immaginazione materiale e personale. Arriva a definire la felicità: un qualcosa che non
ha limite, è infinito.
Le sensazioni:
Nella prima parte del testo ci parla di tutto ciò che è quindi finito e limitato (il colle-la siepe) e utilizza
perlopiù termini bisillabi. Nella seconda parte del testo, nei primi 3 versi, c’è una prevalenza di sensazioni
visive (la siepe- l’orizzonte) e Leopardi fantastica questo infinito spaziale. Dal v.8 vediamo che prevalgono le
sensazioni uditive (il rumore del vento) e Leopardi qui fantastica invece un infinito temporale.
Arriva a condividere inizialmente quello che è il pensiero di Rousseau, cioè la natura vista come una madre
benevola che ci ha creati per la felicità e che favorisce lo sviluppo dell’immaginazione e delle illusioni che
rendono più bella la vita. L’immaginazione ci porta ad immaginare mondi diversi, pensieri piacevoli, ci
suggerisce realtà piacevoli, nascondendoci le cose brutte della vita ed i suoi limiti che sono per esempio la
malattia, la vecchiaia. Tuttavia la natura che è buona, che ci fa nascere per la felicità e ci dà questa facoltà
immaginativa, ha però come nemico la ragione e lo sviluppo della società che portano l’uomo a non
credere più in queste illusioni e lo portano invece ad essere afflitto dalla noia. La noia è quel senso di vuoto
ed impotenza per cui si resta insensibile a qualsiasi cosa. Nello Zibaldone definisce la noia come un
qualcosa di sublime perché l’uomo ha avuto il coraggio di guardare in faccia alla realtà. Nel 1919, durante il
suo tentativo di fuga, egli si rende conto che in effetti, andando a studiare i classici, mai nessuno è stato
felice. Per lui la natura ha ora due facce: da una parte è la forza che crea tutte le cose e dall’altra è una
madre matrigna che ci crea consapevolmente per la morte e per l’infelicità; è crudele perché ci dona anche
la ragione che ci rende consapevoli di questo nostro dolore.
“A Silvia” 75 / canti
È una delle poesie più note di Leopardi: viene composta a Pisa nel 1828 e pubblicata nel 1831. Fa parte dei
canti pisano-recanatesi, in cui Leopardi celebra il riaccendersi dell’ispirazione poetica. Silvia è Teresa
Fattorini, figlia del cocchiere di casa Leopardi, morta di tisi poco più che 20enne. Non viene nominata nel
testo ma il fatto che fosse morta pochi mesi prima lascia intuire a chi sia dedicata. Silvia diventa alterego di
Leopardi stesso che per giunta aveva vissuto parte della sua infanzia con lei, diviene quindi emblema d’una
giovinezza ancora illuminata da speranze verso il futuro, destinate però a non compiersi. Questo evento lo
portò quindi a riflettere sulla propria vita e sulla morte, ad immedesimarsi nella sua esperienza, ad
attendere quel destino di morte che accomuna tutti gli esseri viventi. Silvia viene impersonificata la
giovinezza e la speranza che permette al poeta di rispecchiare la propria esperienza in quella altrui: la
speranza della giovinezza si contrappone ai patimenti della vita, le sventure che andranno a spegnere
quella gioia iniziale che accomuna tutti gli uomini, e porta Leopardi ad avere compassione per lei e per tutti
gli uomini e per se stesso. Non è una poesia d’amore, ma si sofferma sulla purezza ed ignoranza del male
della giovinezza di Silvia, che non si smette mai di guardare ed ammirare ma non con occhi innamorati,
bensì con una speranza che ci eleva e ci fa immaginare gli angeli più puri e innocenti. Si tratta d’una
canzone libera di 6 strofe; endecasillabi e settenari s’alternano liberamente. Il verso che chiude ogni strofa
è però, sempre un settenario in rima con uno dei versi precedenti. Leopardi colloquia con lei, ricordando le
esperienze parallele della loro giovinezza come se fosse viva e potesse leggere le sue parole. Silvia viene
rappresentata nel fiore dei suoi anni in primavera, la sua morte avviene nell’inverno seguente. Il canto si
apre con la rievocazione di Silvia, la capacità evocativa della memoria la rende presente e viva e Leopardi la
invita a condividere il ricordo. Ma il dialogo coi defunti è effimero ed è una conferma per il vivente che la
morte lo attende. Quindi crediamo di piangere per le miserie altrui, ma in realtà piangiamo per le nostre.
La scelta delle stagioni non è metaforica: la primavera rappresenta la stagione della giovinezza ed il tempo
della speranza e della gioia, mentre l’inverno è la stagione della morte e della delusione. Leopardi si
paragona a Silvia in quanto entrambi hanno sperimentato il tradimento delle speranze:
- per Silvia la fiducia di una vita futura è stata stroncata dalla malattia e quindi morte prematura;
- Leopardi ha visto le sue aspettative giovanili deluse dal contatto con la vita adulta e dalla natura
matrigna.
È una poesia del Leopardi maturo che mira a dimostrare l’infelicità costitutiva del genere umano. Si
possono individuare due piani temporali:
- Il passato, lontano e indefinito, che corrisponde al tempo delle illusioni e delle speranze, quando
Silvia era ancora in vita, fiduciosa, così come lo era anche il poeta, in un futuro felice anche se
indefinito; la rimembranza è una forma di immaginazione in quanto ci permette di rievocare ciò che
non è presente. Tutto ciò che è frutto di immaginazione è poetico. Per attivare questo sentimento
utilizza il linguaggio del vago, termini che evocano immagini indefinite di rimembranza.
- il presente, prossimo e definito, che corrisponde al tempo del disinganno attraverso il momento
della rievocazione in cui tutte le speranze risultano deluse. La realtà del futuro che si è realizzato è
ben diversa dalle aspettative.
Il nome Silvia viene preso da Leopardi dalla ninfa protagonista dell’Aminta di Torquato Tasso. Silvia è infatti
la ninfa, di cui Aminta si innamora, morta troppo presto per conoscere l’amore.
“Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” 82 / canti
È l’ultimo canto composto a Recanati tra il 1829 ed il 1830, pubblicato nell’edizione dei Canti del 1831.
Leopardi prende spunto da un articolo di giornale in cui si parlava di popoli nomadi che di notte,
contemplando la luna, improvvisano canti tristi. Da quest’immagine prende avvio una riflessione
sull’ordine e sulle cause finali dell’universo, una riflessione valida in ogni tempo e luogo, sempre come la
poesia. Il Canto notturno, infatti, è un punto d’approdo della riflessione di Leopardi sull’universo e sulla vita
umana. Paragona la vita ripetitiva della luna a quella del pastore e le chiede quale sia lo scopo delle loro
vite se sono sempre uguali. Prima c’è il parallelismo della luna e del pastore, che conducono una vita
ripetitiva e monotona, che si interrompe con un’antitesi: il viaggio dell’uomo è breve, mentre quello della
luna è eterno. L’uomo nasce rischiando di morire, piange sconsolato dalla vita tanto che deve essere
consolato dai genitori per essere nato. Via via che cresce entrambi lo sostengono e gli fanno coraggio, si
chiede quindi perché dare la vita se poi bisogna consolare l’esistenza? Parla del vecchio zoppo e infermo
che cammina per montagne faticose senza riposarsi per arrivare ad un precipizio dove cadere
inevitabilmente. Chiede alla luna se capisce lo scopo della vita umana essendo immortale, cosa pensa così
silenziosa, se si annoia a sorgere e calare ogni giorno come il pastore fa uscire il gregge ogni mattina. La
domanda si allarga dalla luna a tutti gli astri del cielo e chiede lo scopo del viaggio esistenziale dell’uomo
che vaga senza meta. La vecchierella pellegrina di Petrarca trova come scopo Dio, mentre questo trova
l’abisso, la morte. Crede che alla luna, eterna, non interessi della sofferenza umana, ma forse può
comprenderla. Ad evitare il suicidio è l’affetto per gli altri e per i cari. Dalla luna, passa a porre lo stesso
quesito al suo gregge: gli animali, privi di consapevolezza, sono felici e non patiscono le sofferenze della
vita. Nella strofa conclusiva si distacca dalla realtà e si immagina come un pastore alato capace di
movimenti e pensieri superiori a quelli umani e pensa che forse così sarebbe più felice, ma questa non è
che un’illusione. Da questa illusione torna alla realtà e realizza che per tutti i viventi il giorno della nascita è
un giorno funesto perché già segnato dalla morte. Elemento di novità: pastore uomo incolto.
La composizione risale al 1829 e viene pubblicato come ultimo testo nella prima edizione dei Canti. È una
canzone libera di 4 strofe. E’ stata scritta nello stesso periodo in cui è stata scritta la quiete dopo la
tempesta e come quello parla della felicità, che non è mai attuale: sta nell’attesa di un bene futuro che non
arriverà mai, creazione delle aspettative. Parla del paragone del sabato e della domenica. Il sabato è più
gioioso della domenica perché il sabato è fatto di attesa della festa; quando arriva la domenica, la festa,
tutto si spegne e si pensa al giorno successivo. Nella prima strofa troviamo molte parole gioiose ed è
frequente la parola “festa”. Nei primi versi “la donzelletta”, la contadinella, rappresenta l’attesa gioiosa
della festa, è una fanciulla, ed è piena d’aspettative, pensa a come addobbarsi. Viene dalla campagna al
tramonto portando un mazzolino di rose e di viole (criticato da Pascoli: sono fiori che sbocciano in periodi
diversi, quindi avrebbe dovuto determinare questa distinzione, ma per Leopardi è poetico ciò che è vago,
non ciò che è preciso). Appare poi l’immagine della vecchierella che siede con le altre e chiacchiera della
festa vissuta durante la sua gioventù, di quando si ornava e ballava, quindi rappresenta la giovinezza ma
come un nostalgico rimpianto. Mentre c’è l’aria di festa e i bambini gridano e giocano in piazza, torna a
casa lo zappatore che pensa al giorno del suo riposo. Non c’è un accenno a festa nello zappatore perché
quest’ultimo rappresenta l’uomo maturo ed ormai è disilluso, non ha aspettative. Egli sa che tutto il piacere
che può provare è legato alla giovinezza e ritiene che già l’essere privo di preoccupazioni sia una grande
cosa. Quando poi tutte le luci del villaggio si spengono ci sono ancora i lavoratori che si affannano e
cercano di portare a termine il lavoro. Nell’ultima strofa si rivolge ad un fanciullo che sta vivendo il pieno
della sua spensieratezza e proprio per questo lo invita a non avere fretta di crescere (di arrivare alla festa)
perché l’unico momento in cui potrà essere felice è durante l’attesa.
“La ginestra o il fiore del deserto” 108 / canti
Questa composizione risale al 1836, quando Leopardi si trova a Napoli. E’ il canto più lungo, composto da 7
strofe (di cui ognuna ha un tema), ed è considerato il testamento lirico-filosofico di Leopardi. Il tema
principale è il paesaggio vesuviano, dove un tempo sorgevano le città fiorenti di Ercolano e Pompei,
cancellate dall’eruzione. Paragona il destino dell’uomo a quello di una formica proprio perché, come le
città, può essere facilmente schiacciata da un peso o comunque eliminata. Lo spazio diventa quindi simbolo
del destino tragico dell’umanità. Il paesaggio diventa sempre più desertico, imponente e minaccioso, ed
incarna l’idea di pessimismo cosmico secondo il quale l’uomo è condannato a un destino di infelicità.
Questa poesia non è un invito alla tristezza e al pessimismo, ma un invito agli uomini ad essere solidali fra
loro e a non tirarsi indietro davanti alle difficoltà, proprio come la ginestra. La ginestra è prima simbolo di
speranza in quanto, in quel luogo deserto distrutto, ha il coraggio di nascere, crescere e diffondere il suo
profumo. Diventa poi simbolo di saggezza e modello del comportamento che deve assumere l’uomo di
fronte alla natura matrigna che l’ha creato con un destino di morte innato in quanto la ginestra è saggia e
non si oppone al suo destino, non supplica il suo oppressore (la lava) e non lo sfida in modo superno come
farebbe l’uomo, ma accetta la realtà nonostante sia destinata a morire. Insegna quindi all’uomo a non
nascondersi dal suo destino, ne’ ad essere superbo pensando di poterlo sfidare, ma a capire la sua
condizione e ad affrontare l’inevitabile con dignità. Dato che è la comune condizione di tutti gli uomini,
questi ultimi devono sentirsi vicini. Questo quindi è stato definito il Canto dell’umiltà e della solidarietà per
questo messaggio.
Le Operette morali
Il libro è una raccolta di prose, in tutto 24 e la maggior parte scritte nel 1824, priva di cornice: i singoli testi
sono tra loro autonomi, non ci sono personaggi ricorrenti. Si tratta d’un opera unitaria ed organica.
Attraverso finzioni fantastiche, il prosatore esprime la sua sconsolata meditazione sulle cose e sul mondo. È
però meglio dire che si tratta dei monologhi che portano alla scoperta che è impossibile un dialogo
autentico con gli altri uomini o con la natura. A volte troviamo delle operette in cui c’è un pelo d’ironia
però è sempre un’ironia amara, per cui intende trattare argomenti profondi con leggerezza apparente. Il
diminutivo “operette” ben si concilia col carattere ironico del testo, ma, insieme all’attributo “morali”,
stabilisce subito una tensione, quasi un ossimoro. L’attività letteraria ha un preciso scopo riformatore:
Leopardi vuole proporre un’etica nuova, fondata sulla consapevolezza del vero sul coraggio di accettarne le
conseguenze. La forma del dialogo, prevalente nelle Operette, consente a Leopardi di trattare l’ardua
materia in diverse situazioni: compaiono così personaggi tratti dalla mitologia, dalle favole, più spesso
personaggi storici oppure figure che sono proiezioni dell’essere umano. Dal 1824-27 Leopardi si dedicherà
esclusivamente alla prosa. Con quest’opera Leopardi intende offrire una nuova immagine di sé,
presentandosi al pubblico come filosofo moderno. Tuttavia le Operette non cadono mai
nell’autocommiserazione: domina su tutto la virtù eroica d’un soggetto impiegato a riscoprire la vita con gli
occhi d’un naufrago. Il motivo della fraternità umana e della consolazione apre ad un ritorno dell’impegno
civile e prelude all’ultima fase della poetica leopardiana, quella che condurrà alla “Ginestra”. I personaggi
sono coscienti della perdita delle certezze ma consapevoli della potenza dell’intelletto e dell’aiuto
reciproco contro una natura estranea all’uomo e ai suoi bisogni. Le Operette furono condannate dalla
Congregazione per l’Indice dei libri proibiti.
Il testo, composto nel maggio del 1824, segna la svolta ideologica che è stata definita passaggio dal
pessimismo storico al pessimismo cosmico. Qui viene messa sott’accusa la Natura, vista come meccanismo
di produzione e distruzione dell’esistenza. Viene così ridimensionata anche la contrapposizione fra antichi
e moderni: si rende conto che anche i primi sono stati infelici. Nel dialogo si parla di un uomo che, dopo
aver viaggiato molto per varie parti del mondo, arriva in Africa così da isolarsi in cerca di un male minore.
Qui gli compare una donna gigantesca, seduta per terra, con il dorso e il gomito appoggiati ad una
montagna, viso bello e terribile e i capelli nerissimi. A lei che gli domanda chi sia e che cosa cerchi in quei
luoghi ancora inesplorati l’uomo risponde di essere un povero Islandese che sta fuggendo la
natura. Quando la donna gli dice di essere la natura da cui egli fugge, l’Islandese pronuncia una lunga
requisitoria contro di essa, parlando della sua vita di patimenti e accusandola di essere la causa della
sofferenza e dell’infelicità degli uomini. La Natura quindi dice che il mondo non è stato fatto per il genere
umano e per la sua felicità, anzi se un giorno esso si estinguesse, lei forse non se ne accorgerebbe.
L’Islandese controbatte facendo un esempio. Se fosse invitato da un signore nella sua villa e all’arrivo in
casa fosse maltrattato dai servi e dai figli, rinchiuso in una stanza buia e fredda, ricorderebbe al signore di
essere stato invitato e di non esserci andato di spontanea volontà. Di conseguenza aveva il diritto di non
essere trattato male. La Natura si è comportata con gli uomini allo stesso modo del signore. La natura non
ha fatto il mondo per gli uomini, ma li ha fatti nascere quindi non deve renderli infelici e schiavi, ma deve
trattarli umanamente. Allora la Natura gli ricorda che la vita dell’universo è un ciclo perpetuo di
trasformazioni della materia, a cui nulla sfugge. Quindi l’Islandese domanda il perché della vita e
dell’universo. Una domanda che rimane senza risposta, così come avviene nel “un pastore errante
dell’Asia”, che sta a significare il mistero inspiegabile dell’universo. II dialogo si conclude in maniera brusca
per la misera fine dell’Islandese. Il tragitto dell’islandese ripercorre tutto il pensiero leopardiano fino a quel
tempo: la vanità della vita, la scoperta del non poter provare piaceri duraturi, l’isolamento nella natura nel
tentativo di trovar quiete e infine la scoperta che il dolore deriva dall’esistenza, quindi dalla natura stessa.