Leopardi
Nella storia della letteratura italiana Giacomo Leopardi è forse la figura
che più ha scontato la proiezione, sulla propria opera, di una dimensione
autobiografica. Una dimensione che ancor oggi non è facile sottrarre e
che il poeta, per primo, rifiutò risolutamente, rivendicando l’estraneità
della propria condizione fisica ed esistenziale al suo “sistema” (=
filosofia).Giacomo Leopardi nasce a Recanati nel 1798 da una famiglia
nobile. Il padre Monaldo, conservatore, si occupava della cura di una
vastissima biblioteca a Recanati. Visse nel periodo transitorio
dall’Illuminismo al Romanticismo. Leopardi, fu fin da giovanissimo
affidato a precettori ecclesiastici di formazione classicista. Giacomo si
dimostra subito un prodigio: tra i 10 e i 18 anni traduce all’impronta testi
antichi, compone opere erudite in italiano e latino.
Nei «sette anni di studio matto e disperatissimo» nella grande biblioteca
paterna, unica via di evasione, Leopardi ebbe interessi classici e
filologici, studia la grande poesia italiana e approfondisce i filosofi
illuministi. Impara da autodidatta il latino, l’ebraico e il greco e conosce
anche l’inglese, il francese e lo spagnolo. Gli anni di studio folle e
disperato gli causarono gravi problemi alla schiena e alla vista.
La biblioteca paterna, contemporaneamente, diventerà campo di
battaglia di uno scontro durissimo con i genitori. Giacomo cercherà di
affrancarsi da un affetto prepotente ed esclusivo, fatto di ricatti
psicologici, di controlli “polizieschi” e sotterfugi, confessioni, fughe,
umiliazioni e pentimenti. Lo stesso rapporto con la madre diventerà
sempre più difficile: è fredda, lontana, attaccata morbosamente alla
[Link] 1816 è un anno di svolta. Leopardi ha una conversione
letteraria dall’erudizione giovanile, al “bello”, alla poesia. La concezione
della poesia da Leopardi verrà chiaramente espressa nel Discorso di un
italiano intorno alla poesia romantica.
Nel 1817, comincia un rapporto epistolare con Pietro Giordani. A
contatto con questo intellettuale classicista (avverso alla Restaurazione),
Leopardi mostrò un sempre maggiore interesse per la letteratura e
maturò il distacco definitivo dalle posizioni politiche del padre
(conservatore), avvicinandosi al patriottismo laico e liberale.
Cominciò la stesura di riflessioni e appunti privati nello “Zibaldone”: un
enorme diario cui affida appunti, progetti e [Link] 1819 verrà
ricordato da Leopardi come un anno cruciale:
-la grave insofferenza agli occhi e l’insofferenza verso l’ambiente
familiare, lo spinsero a meditare spesso il suicidio.
-Contemporaneamente, matura una “conversione filosofica”, ossia il
passaggio dal “bello” al “vero”: dalla poesia alla filosofia. Si stacca
definitivamente dalla religione, abbracciando la filosofia materialista
dell’illuminismo e il sensismo.
-l’opposizione con i familiari e in particolare con il padre Monaldo, si fa
sempre più radicale. Con il compimento del ventunesimo anno e
l'ingresso nella maggiore età, i dissidi familiari giungono a un punto di
non ritorno e Giacomo, dopo essersi confidato con Giordani, architetta
un piano di fuga. Prima di abbandonare Recanati scrive una lettera
destinata al padre, che resta una delle testimonianze più drammatiche e
toccanti dello psicodramma vissuto in Recanati. Nella lettera Leopardi
accusa Monaldo di averlo spinto al sacrificio e alla compromissione della
propria salute nello studio, ma di non aver fatto nulla per coltivare il suo
ingegno, e anzi di volerlo relegare in Recanati, condannandolo a
consumarsi in studi micidiali, a seppellirsi nella più terribile noia, e per
conseguenza, malinconia. Con uno stratagemma, però, Monaldo riesce
a sventare la fuga. La battaglia con il padre non è che cominciata, e
terminerà solo con il disconoscimento di paternità stampato sul
frontespizio della edizione napoletana delle Opere del 1835.
Il 1822 è l’anno del primo viaggio di Leopardi fuori da Recanati, a Roma
dove entra in contatto con il mondo culturale che aveva sempre
vagheggiato. La città, però, non fu degna delle sue aspettative: lo deluse
profondamente. L’ambiente letterario gli parve mediocre, chiuso e
arretrato. Il provinciale Leopardi andava a Roma, sperando di trovare il
centro del mondo letteraria e artistico, una sola cosa lo soddisfa: la visita
alla tomba di Torquato Tasso. Con queste premesse il ritorno a Recanati
nel 1823 è inevitabile. Qui scrisse le Operette morali, seguite da diversi
anni di silenzio poetico.
Tra il 1825 e il 1828, si trasferisce a Milano e a Bologna dove trova
quella dimensione culturale che a Roma era mancata. Nel 1828 è a
Pisa, dove ritrova l’ispirazione poetica (scrive A Silvia, termina il silenzio
poetico).
Nel 1829 torna invece a Recanati, dove trascorre i “sedici mesi di notte
orribile”. È qui che compone altre poesie che costituiscono il nucleo dei
Canti pisano-recanatesi (Le ricordanze, La quiete dopo la tempesta,
Sabato del villaggio, il Canto notturno di un pastore errante
dell’asia).Grazie ad un aiuto in denaro da parte degli amici toscani,
Leopardi lascia per sempre Recanati. Di nuovo a Firenze, stringe
amicizia con Antonio Ranieri, giovane e affascinante scrittore
napoletano, e s’innamora di Fanny Targioni Tozzetti. Mal ricambiato da
Fanny, disilluso per l’ennesimo inganno amoroso, Giacomo le dedica le
più aspre e sentimentali poesie del cosiddetto Ciclo di Aspasia.
Nel 1833 Leopardi, in compagnia di Ranieri (e la sorella di Ranieri,
Paolina), si trasferisce a Napoli, dove vivrà fino alla morte precoce,
all’età di 39 anni. Durante la permanenza, Leopardi compone due poesie
straordinarie, tra cui La ginestra o il fiore del deserto. La salma, sepolta
a Fuorigrotta, fu traslata a Mergellina, dove tutt’ora riposa.
Il pensiero
Leopardi prende parte al dibattito tra classici e romantici con l'opera
Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica. Dibattito acceso nel
gennaio del 1816 dall'articolo di [Link] de Stael sulla “Biblioteca italiana”,
che denunciava l'arretratezza della cultura italiana, in impressionante
ritardo rispetto alle nuove correnti artistiche europee per un eccesso di
classicismo.
Nel Discorso Leopardi mette a fuoco alcuni capisaldi del suo pensiero, a
partire dalle ragioni di esistenza della poesia in un'età sommamente
impoetica come quella settecentesca, dominata da un orientamento
razionalistico che mina alla base il sistema di poesia immaginativa.
Secondo Leopardi, infatti, la poesia deriva dalla “maraviglia” data
dall’ignoranza della realtà, e non dalla visione razionale e scientifica
delle cose. La “maraviglia”, secondo l’autore, era tipica degli uomini
primitivi, i quali non conoscendo la realtà delle cose, si meravigliavano di
tutto, scambiavano ogni evento per un miracolo e si immaginavano
un’infinità di forze soprannaturali, da tutti questi elementi traevano
argomento di poesia.
Secondo Leopardi, dunque, il “vero” ha rappresentato un vero e proprio
“attentato” alla poesia: il poeta del XIX secolo non può comportarsi come
se questa conoscenza e consapevolezza della realtà non esistesse, ne
discenderà, per la sopravvivenza della poesia, la necessità di non poter
più comporre poesia immaginativa (superata dalla conoscenza), ma solo
poesia sentimentale, condizione che Leopardi condanna come uno dei
frutti dello spirito romantico, rivendicando, invece, le istanze della poesia
politica e civile.
Le istanze della poesia politica e civile derivano dalla lettura
“infiammante” che Giacomo aveva effettuato dei classici,
dall'attraversamento della grande tradizione della poesia italiana (da
Petrarca ad Alfieri), ma anche dall'incontro con l'erudito, polemista,
classicista, laico e pericoloso anticattolico Pietro Giordani. Le due prime
poesie patriottiche di Leopardi verranno, infatti, composte subito dopo
l’incontro con [Link], vi è una strada percorribile dal poeta
moderno per rimanere con la poesia vicino alla natura e al modo di
rappresentazione semplice e piena di stupefazione degli antichi, pur
avendo perso le condizioni di purezza e meraviglia: lo stato che più si
avvicina a quella stupefazione dell'antichità è, per ciascun individuo, il
tempo dell'infanzia.
Ne discende che solo attraverso una poesia della memoria, del ricordo
di quel tempo antico si potrà ricostruire la fittizia dimensione di una
stupefazione antica. La poesia non è che il recupero della visione
immaginosa della fanciullezza attraverso la memoria.
Teoria del piacere
Al centro della teoria di Leopardi c’è l’infelicità di qualsiasi essere
vivente, in particolare dell’uomo, causata dalla continua aspirazione ad
un piacere infinito (inteso come felicità) impossibile da raggiungere sulla
terra dal momento che nella vita i momenti di felicità sono brevi, limitati,
illusori e poco appaganti, la cui conseguenza è la noia e una condanna
all’insoddisfazione. Punto di partenza di questo ragionamento sono gli
studi delle teorie illuministiche.
La teoria del piacere prende corpo sulle pagine dello Zibaldone.
Se nella realtà il piacere infinito è irraggiungibile, l’uomo può figurarsi i
piaceri infiniti mediante l’immaginazione: Il vero piacere consiste
nell’immaginare il desiderio, più che nel vederlo realizzato. Per questo,
secondo Leopardi, attendere la felicità, immaginarla, è la felicità stessa.
Ciò che stimola l’immaginazione è tutto ciò che è vago, indefinito,
lontano, ignoto. Dunque è essenziale la lingua “vaga” della poesia in
grado di dissolvere, sfumare, alludere ed evocare immagini.
Un’altra forma di nobilitazione della lingua letteraria è il ricorso alla
cosiddetta lingua “pellegrina”: l’utilizzo di termini “fuori dall’uso”, lontani
cioè dalla lingua corrente e che Leopardi chiama “pellegrini”. Il poeta
elabora, in questo modo, una propria “teoria della grazia”, basata su ciò
che è “fuor dall’uso”; una poetica non “neoclassica”, che non consiste
nell’equilibrio delle parti, ma in una sorta di “disarmonia” tra i vari
elementi.
Il pessimismo
Per quanto riguarda le fasi del pessimismo leopardiano è più sensato
pensare ad una riflessione continua, anche con oscillazioni del suo
pensiero.
-Pessimismo storico=l’antichità è stata, secondo Leopardi, l’unico
momento della storia in cui gli uomini erano realmente felici. Questo
perché i greci e i romani, più vicini alla natura, erano in armonia con
essa. In questa fase del suo pensiero, la natura è amica, è concepita
madre benigna, poiché fornisce agli uomini la possibilità di illudersi, così
da non vedere l’infelicità che caratterizza la propria vita. Il progresso
della civiltà, opera della ragione, ha però allontanato l’uomo da quella
condizione privilegiata, poiché ha portato al solo predominio della
ragione, la quale fa sì che gli uomini abbiano una concezione del vero
drammatica, mettendo in evidenza la negatività nella quale gli uomini
vivono (si ha una rottura tra uomo e natura a causa della ragione). Si
tratta quindi di una condanna dei tempi attuali che lui chiama “secolo
superbo e sciocco”: superbo perché crede di poter spiegare tutto con la
ragione; sciocco perché ciò non è possibile. Questa fase del pensiero
leopardiano è definita pessimismo storico, dal momento che la
condizione negativa del presente viene vista come effetto di un processo
storico, di una decadenza e di un allontanamento progressivo da una
condizione originaria di felicità.
-Pessimismo cosmico =Leopardi arriva alla conclusione amara,
“sconsolata”, che forse l’uomo sulla terra non è mai stato felice,
nemmeno nell’antichità: perché la natura nell’antichità era in realtà
illusoria. Essa è colpevole di infondere nell’uomo quel desiderio di felicità
infinito, senza dargli i mezzi per soddisfarlo: non le sta a cuore il destino
del singolo ma solo la preservazione della specie. La ragione finisce per
essere positiva, che consente all’uomo di comprendere l’inganno.
Se la causa di infelicità è la natura, l’infelicità è una condizione
immutabile, per questo sono vane la protesta e la lotta, subentra quindi
in Leopardi un atteggiamento contemplativo, distaccato e rassegnato
(=atarassia). Questa fase è definita pessimismo cosmico perché se la
causa dell’infelicità è la natura stessa, tutti gli uomini sono infelici. La
colpa dell’infelicità non è più attribuita all’uomo, ma esso diventa vittima
innocente della natura.
-Pessimismo eroico=l’atteggiamento di atarassia viene abbandonato,
qualcosa si può fare, l’uomo deve essere più solidale con gli altri uomini,
tutti uniti contro un nemico comune: la natura.
Zibaldone
Lo Zibaldone di pensieri, compilato tra il 1817 e il 1832, è un diario; una
raccolta di appunti e pensieri di vario genere: critica letteraria, schede
filologiche sui classici e sulle letterature moderne, progetti di opere,
abbozzi di componimenti poetici, dubbi e ricerche.
Ogni articolo è contrassegnato dall’anno, dal mese e dal giorno in cui è
stato scritto, con abbreviazioni, annotazioni, frasi sospese, elementi tipici
di una scrittura non rivista, a scopo personale e non interessata alla
forma.
Le operette morali
Le Operette morali, sono una raccolta di 20 testi in prosa di argomento
filosofico e prose satiriche, a carattere dialogico, discorsivo e narrativo. Il
nucleo centrale è svelare la verità sul destino doloroso riservato all’uomo
dalla Natura, avvertita come matrigna. I temi sono quindi quelli della
ricerca della felicità destinata a fallire, dell’infelicità dell’uomo, della
morte come cessazione dei dolori, della natura matrigna.
L’idea di scrivere dei dialoghi in prosa venne a Leopardi negli anni ’20
(nel periodo dei Promessi Sposi), a seguito di una triplice delusione:
-Delusione politica=negli anni ‘20-‘21c’erano stati i moti.
-Delusione personale=nel 22 era stato a Roma ed era molto deluso.
-Delusione filosofica=crisi iniziata già negli anni passati.
Durante questi anni si concentra in maniera piena alla scrittura in prosa,
alla stesura di queste “prosette satiriche” (topos modestie), come egli
stesso le definisce in una lettera a Giordani, perché ha un obbiettivo
ambizioso: dotare la letteratura italiana di una “lingua filosofica” e alla
filosofia un’opera italiana.
Nel giro di pochi anni abbiamo già il nucleo fondante delle Operette
morali, tant’è vero che nel ’27 verrà pubblicata la prima edizione. Una
prima edizione contemporanea a quella dei Promessi Sposi, rispetto la
quale risulterà un fallimento. Ciò significa che quel progetto di prosa alta
e filosofica è fallimentare rispetto al progetto manzoniano di un romanzo
storico, per la classe sociale della borghesia: ciò ci fa capire che ormai il
romanzo sta prendendo il sopravvento.
Due edizioni:
-Prima edizione=1827 presso l’editore Stella.
-Seconda edizione=1834 presso l’editore Piatti .Tra il’25 e il ‘34 e
Leopardi scrive altre operette che non sono inserite nella prima edizione
ma nella seconda(22 testi).
Canti
Leopardi, giunto ad un certo momento della sua vita, ritiene importante e
opportuno riunire in una sola raccolta, con il titolo “Canti”, i suoi
componimenti poetici.
Nel 1831, apparve per la prima volta, presso l’editore fiorentino Piatti,
una raccolta di poesie di Leopardi, elaborate precedentemente (Es. idilli,
canzoni), con il titolo di Canti. Nell’edizione definitiva possiamo notare
come Leopardi metta insieme, in un'unica raccolta, poesie molto
differenti dal punto di vista cronologico e metrico, ciò perché la lunga
attività poetica è accompagnata da una lunga attività correttoria:
Leopardi scegli quali opere possano andare insieme, correggerà alcuni
componimenti così che stiano meglio in questa raccolta. Ciò ci fa
comprendere che l’autore aveva un’idea di costruire un percorso che si
vuole fornire al lettore, trasformando la raccolta in qualcosa di più di un
insieme di singoli canti.
Infatti, quando un poeta decide di mettere insieme dei componimenti ha
davanti a sé delle opzioni:
-ORDINARE LE POESIE METRICAMENTE.
-ORDINARLE [Link] OGNI CASO IL POETA NON
CREA DEI LEGAMI INTERNI AD ESSA E LA RACCOLTA APPARE
ASETTICA
-L’AUTORE PUO’ CREARE ORDINANDO E SCEGLIENDO I PROPRI
COMPONIIMENTI,UN PERCORSO,UN [Link]
IPOTIZZARE CHE I COMPONIMENTI TRA DI LORO POSSONO
COSTRUIRE UN ROMANZO IN VERSI.
Leopardi nel 1835, pubblica una seconda edizione dei propri Canti, a
Napoli presso l’editore Starita. Dopo poco questa pubblicazione, egli
però morì. Prima di morire, il poeta tenne con sé un’edizione del ’35 e a
questa, di mano sua, annota che tra le pagine 158-159 debbano essere
inserite due componimenti che non erano stati ancora scritti per
l’edizione precedente: Il tramonto della luna (che diventa il compimento
trentatreesimo); La ginestra (che diventa il trentaquattresimo
componimento). Queste carte finirono nelle mani di Antonio Ranieri, il
quale, per concretizzare la volontà di Leopardi, ormai defunto, nel 1845
pubblica a Firenze un’altra edizione (dunque postuma) in cui aggiunge
questi due componimenti. Quest’edizione è passata alla storia sotto la
dicitura di Starita corretta: è il puto d’arrivo della tradizione testuale dei
Canti (il testo definitivo).
Nei Canti è possibile notare, chiaramente, le fasi del pessimismo
leopardiano, compreso di contraddizioni. Possiamo affermare, infatti,
che i Canti cedono ai posteri l’intera tradizione poetica del poeta, si
presentano, insomma, come il racconto poetico della storia del pensiero
leopardiano.
L’autore stesso cerca di creare un filo labile, una cucitura tra i singoli
componimenti che finiscono per cerare un’immagine più ampia di
Leopardi stesso.
Struttura
-Canzoni civili=I canti di Leopardi si aprono con un blocco di 9 canzoni:
-ALL’ITALIA
-SOPRA IL MONUMENTO DI DANTE
-AD ANGELO MAI
Nelle canzoni Leopardi sviluppa un discorso continuato sull’infelicità
umana, vista come conseguenza del progressivo e inarrestabile distacco
dell’uomo dalla felice fusione con la Natura che era propria degli antichi
e dei popoli primitivi. Il distacco è stato causato dal prevalere della
ragione e della conoscenza.
La scrittura delle canzoni, densamente retorica, impiega parole rare,
metafore ardite e una sintassi complessa che ne rende difficile
l’immediata comprensione.
-Idilli=Seguono 5 idilli e Leopardi trasforma lo scenario naturale che è
tipico dell’idillio della tradizione greco-ellenistica spostando l’attenzione
dal paesaggio all’interiorità del suo animo.L’indagine interiore viene
condotta attraverso uno stile -vago- e -indefinito- caratterizzato da un
lessico meno ricercato e più familiare rispetto a quello delle canzoni.
-Cantipisano-recanatesi(1828-1830). Leopardi sperimenta una poesia
che è insieme lirica e filosofia.
L’autore si appresta a cantare l’uomo in generale, e non più solo se
stesso: si fa portavoce della tragica consapevolezza dell’infelicità umana
e dell’ineliminabile conflitto tra naturale desiderio del piacere e la sua
irrealizzabilità.
La fonte del sentimento poetico è ancora la rimembranza: il moto della
memoria recupera e fa rivivere il passato, ma alla dolcezza del ricordo si
unisce la consapevolezza del vero, delle illusioni giovanili perdute.
Anche la forma metrica è innovativa, la canzone libera, nella quale cioè
le strofe non hanno un numero di versi predefinito e non esistono vincoli
di rima, sembra fondere la tradizionale forma chiusa delle canzoni con la
libertà degli idilli. Non a caso fino a non molti anni fa questi canti
venivano chiamati “grandi idilli” in opposizione-continuità con i “piccoli
idilli”, come erano definiti i testi del 1819-21.
-Ciclo di Aspasia=(1830-1833).Questa sezione nasce a seguito
dell’amore provato dal poeta nei confronti di Fanny: la cocente delusione
per il sentimento non corrisposto, segna per Leopardi la fine dell’inganno
amoroso. Si ripete dunque la ben nota dinamica che contrappone la
felice illusione (in questo caso la forza positiva della passione amorosa)
alla disillusione.
Il tema è sì quello amoroso, ma a interessare il poeta non sono gli
eventi, bensì l’indagine del fenomeno amoroso in se stesso e dei suoi
riflessi sull’individuo.
-Canti Napoletani (1833-1836).(ginestra)
Sono canti scritti nell’ultimo periodo della vita di Leopardi. La maggior
parte di essi è accomunata da
una impostazione impersonale, universale e filosofica del discorso
poetico, un’impostazione che fa di ciascuno di questi canti una
meditazione su un tema-chiave della filosofia materialistica leopardiana:
la morte dei giovani e il rapporto tra morte e vita nell’esistenza umana
(Sopra un basso rilievo antico sepolcrale); la morte e il mistero fragile e
invincibile della bellezza (Sopra il ritratto di una bella donna); la fragilità
disperata della vita umana nella Palinodia e nel Tramonto della luna; la
lotta dell’uomo contro la natura (La ginestra).