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Il Nilo e le sue benefiche piene Dal lago Vittoria, nel cuore dell'Africa, nasce

uno dei fiumi più lunghi della Terra, il Nilo, che dopo aver percorso circa 6.700
chilometri sfocia nel mar Mediterraneo suddividendosi in vari bracci e formando un
vasto delta.
È nell'ultimo tratto del Nilo che si sviluppò la civiltà dell'antico Egitto, lungo
i circa 1.200 chilometri della stretta ma fertilissima valle attraversata dal
grande fiume GEOSTORIA Una regione "chiusa" e ricca di risorse.
Il clima dell'Egitto è arido. Il Nilo costituiva l'unica fonte abbondante d'acqua
e, in-sieme, la principale via di comunicazione: senza il Nilo l'Egitto sarebbe
stato un deserto senza vita. Ogni estate, gonfiato dalle piogge della zona
equatoriale, il Nilo straripava e allagava buona parte della valle, depositandovi
un fango ricchissimo di elementi orga-nici, il limo, che permetteva di ottenere più
raccolti di cereali nello stesso anno. Fu su questa sottile striscia verde che la
civiltà egizia nacque e fiori.
Lo sviluppo delle tecniche di regolamentazione delle acque In Egitto, i primi
gruppi di agricoltori gettavano nel limo depositato dal fiume le sementi del grano
e dell'orzo; allevavano pecore, capre, bovini e (per la soma) asini; tessevano il
lino e modellavano vasi. Si vennero così formando le prime comunità agro-pastorali
stabili.
Le piene del Nilo, tuttavia, benché più prevedibili e regolari di quelle del Tigri
e dell'Eu-frate, a volte risultavano troppo abbondanti e provocavano inondazioni
dannose per i raccolti, altre volte erano troppo scarse e causavano gravi carestie.
Con il tempo, è verosimile che l'aumento della popolazione abbia fatto crescere la
richiesta di beni agricoli e abbia perciò spinto a mettere a punto alcune tecniche
di sfruttamento delle acque del fiume: si cominciò allora a costruire dighe, argini
e canali, per controllarne il corso ed estendere le aree coltivabili.
La nascita di uno Stato unitario Nel corso del IV millennio a.C., in Egitto si
verificò una specializzazione sempre più pronunciata di tecniche e di mestieri,
comparve la scrittura, alcuni villaggi rurali divennero città e si formarono Stati
locali. I conflitti fra di essi portarono alla costituzione di entità politiche a
mano a mano più grandi, finché il
Paese risultò diviso in due regni: il Basso Egitto (a nord) e l'Alto Egitto (a
sud).
Intorno al 3200 a.C. un re dell'Alto Egitto, che la tradizione chiamò Menes (o Nar-
mer), conquistò il nord e divenne il primo "re dell'Alto e del Basso Egitto"
, secondo la
formula che da allora in avanti avrebbe definito per millenni il potere dei sovrani
egizi:
l'Egitto si era trasformato così in uno Stato unitario. Le "difese" naturali
Quali fattori determinarono la solidità e la durata millenaria della civiltà
dell'antico Egitto?
A giocare un ruolo determinante fu senz'altro la presenza nella regione di confini
abbastanza netti. Rispetto a una regione come la Mesopotamia, geograficamente
"aperta" e soggetta da sempre a migrazioni di popoli diversi, la presenza a nord e
a est di due mari
- il Mediterraneo e il mar Rosso -, a ovest del deserto Occidentale e a sud della
prima cateratta del Nilo (ovvero un brusco balzo di pendenza nel corso del fiume)
ha reso e rende tuttora l'Egitto un'area geograficamente "chiusa", facilmente
difendibile dalle aggressioni, pur senza impedire i contatti culturali ed economici
con l'esterno.
Un Paese, quattro regioni
Decisiva per la fioritura della civiltà faraonica fu inoltre la morfologia del
territorio. Le quattro regioni principali che si possono individuare in Egitto
incisero fin dai tempi più antichi tanto sul popolamento del Paese, quanto sulla
sua economia:
• A ovest si estende il deserto Occidentale (o libico), un tavolato intervallato da
depressioni in cui fin dai tempi più remoti popoli seminomadi si stabilirono in
numerose oasi (Kharga, Dakhla, Siwa).
Era attraversato da importanti vie carovaniere, che mettevano in comunicazione
l'Egitto con l'Africa centro-occidentale e, a sud, con la Nubia.
• A sud si trova la Nubia, una regione aspra e montagnosa su cui i
faraoni di diverse dinastie - con alterne fortune e per periodi più o meno lunghi -
esercitarono il loro dominio, per sfruttarne i giacimenti di minerali e d'oro e
controllare i flussi commerciali di prodotti di lusso provenienti dall'Africa
centrale.
• A est, il Nilo è separato dal mar Rosso dal deserto Orientale, ricco
anch'esso di miniere di pietre preziose e d'oro; più a est c'è la penisola del
Sinai, con i suoi giacimenti di rame e turchese.
Il vero e proprio cuore dell'Egitto, però, era - ed è tutt'oggi - la valle del
Nilo, una fascia irrigua di larghezza variabile che si sviluppa lungo i due lati
del fiume e che si apre con una sorta di ampio ventaglio nell'area del delta. Qui
il regime annuale delle piene del fiume, mai violente grazie alla scarsa pendenza
del suo corso, ha consentito di praticare fiorenti attività agro-pastorali.
L'area del delta fu chiamata Basso Egitto; la valle del fiume, fino alla prima
cateratta, Alto Egitto.
Terra nera e Terra rossa
Il ruolo indispensabile giocato dal Nilo e dalla sua valle nella vita degli Egizi
emerge anche dalla distinzione fra Terra nera e Terra rossa, cioè rispettivamente
la fascia fertile ("nera" come il limo, il fango ricco di sali minerali depositato
dal fiume durante le sue piene) e quella desertica. E se la Terra nera era il cuore
pulsante del Paese, l'area che garantiva alla popolazione il sostentamento e in cui
si concentravano i centri abitati, la Terra rossa era invece considerata il regno
dei morti: non a caso, era qui che si costruivano le piramidi dei faraoni e le
tombe dei nobili, come pure i modesti cimiteri destinati alle classi più basse.
vano regolamentate
el Nilo nell'antico
hi unificò
lell'antico Egitto
o regno?
eriodi principali gizia.
Le fasi della storia egizia La storia dell'antico Egitto viene tradizionalmente
suddivisa in base alle dinastie che si succedettero sul trono dai tempi di Menes
fino al IV secolo a.C. Questo lunghissimo arco temporale è ripartito in tre periodi
principali, caratterizzati da un potere centrale forte e separati l'uno dall'altro
da epoche di crisi e di frammentazione politica.
Dopo un periodo di formazione dell'entità statuale definito protodinastico,
comprendente la I e la II dinastia (3000-2686 a.C. circa), si distinguono l'Antico
Regno (2686-2180 a.C. circa), che include i faraoni delle dinastie III-VI; il Primo
periodo intermedio (dinastie VII-X); il Medio Regno (2055-1775 a.C. circa), che
raggruppa le dinastie dalla XI alla XIV; il Secondo periodo intermedio (dinastie
XV-XVII); infine il Nuovo Regno (1550-1070 a.C. circa), che si identifica con i
faraoni delle dinastie XVIII-XX e che rappresenta la fase di maggior splendore.
Con la fine del Nuovo Regno iniziò la decadenza irreversibile dell'Egitto: dopo un
Terzo periodo intermedio (in cui regnano le dinastie XXI-XXV, tra il 1070 e il 747
a.C.), sovrani di origine egizia si alternarono con altri imposti dai nuovi
dominatori, prima gli
Assiri e poi i Persiani, fino alla conquista del Paese da parte di Alessandro
Magno, avvenuta nel 332 a.C. ( capitolo 5, lezione 2). Inevitabilmente molte di
queste date devono essere considerate approssimative.
2 La società e il suo sovrano
CONCETTI CHIAVE • La società dell'antico Egitto era organizzata in classi sociali
chiuse e gerarchizzate • Al vertice c'era il faraone, il re considerato di natura
divina e dotato di un potere assoluto, affiancato da un capo dell'amministrazione I
ceti più eminenti erano gli scribi, impiegati nel sistema amministrativo, e i
sacerdoti • Alla base della società troviamo contadini, artigiani e soldati, tutti
al servizio del faraone
Il faraone La società egizia era fortemente gerarchizzata, al punto che le classi s
ciali, nei tempi più antichi, erano rigidamente chiuse e distinte. Al vertice c'era
il fa-raone, che godeva di un potere assoluto su tutto il territorio e su tutta la
popolazione dell'Egitto: egli non era un semplice rappresentante della divinità
sulla Terra, ma un dio vero e proprio, figlio di Ra, il dio Sole, al punto che
quella egizia viene solitamente considerata la prima > teocrazia della storia.
In virtù di questa sua origine divina, il faraone aveva il compito di preservare
sulla Terra l'ordine dell'universo, stabilito al momento della creazione e
comprendente le leggi della natura, il movimento dei corpi celesti, il succedersi
delle stagioni e delle inondazioni annuali del Nilo, così come la struttura sociale
e politica del regno. Inol-
tre, il faraone intercedeva presso gli altri dèi, compiendo le offerte e i riti
prescritti, affinché concedessero prosperità al suo Paese e al suo popolo.
La burocrazia e gli scribi L'Egitto conobbe la più articolata amministrazione
dell'antichità. Agli ordini diretti del faraone c'era una sorta di primo ministro,
spesso designato come visir, che controllava la gestione della giustizia, il tesoro
e le entrate fiscali, e sovrintendeva ai lavori pubblici. Egli aveva al proprio
servizio numerosi funzionari, distribuiti in ordine gerarchico negli uffici
centrali e nei vari distretti del Paese.
Dato che tutti gli atti pubblici venivano accuratamente registrati e archiviati, un
ruolo chiave nella burocrazia era giocato dagli scribi. Presenti a corte così come
nei più lontani uffici periferici, nelle esattorie delle imposte, nei campi per
censire il bestiame o misurare i raccolti, essi possedevano un sapere
indispensabile, che garantiva loro prestigio e privilegi: il sapere della
scrittura. La scrittura geroglifica I segni del sistema di scrittura egizio sono
detti geroglifici, termine che deriva dal greco hieròs ("sacro") e glypho
("incido") e significa letteralmente "segni sacri incisi"; a essi, infatti, era
attribuita una natura divina. In origine, come accadeva per i pittogrammi sumerici,
i geroglifici esprimevano
un'idea di qualcosa (oggetto, animale, persona o azione): il disegno di una casa
voleva dire "casa", l'immagine di un uomo di fronte a un muro voleva dire
"costruire" ecc. In questo senso, i geroglifici erano › ideogrammi.
Con il tempo, però, molti segni furono impiegati per indicare anche i suoni
necessari a comporre il nome dell'oggetto rappresentato: per esempio,
"braccio" si diceva remen, e per scriverlo non si disegnava un braccio ma una bocca
(re) e una scacchiera (men), che in questo caso indicavano dei suoni e non valevano
come ideogrammi. Ci fu, insomma, un'evoluzione verso la scrittura fonetica, basata
appunto sui fonemi, ossia i suoni di cui si compongono le parole di una determinata
lingua.
Il significato dei geroglifici, rimasto a lungo misterioso, fu decifrato grazie
alla cosiddetta stele di Rosetta, che prende nome dalla località del Basso Egitto
in cui fu rinvenu-ta, nel 1799. Si tratta di una lastra di pietra del II secolo
a.C. che reca un testo stilato impiegando tre sistemi di scrittura diversi: il
geroglifico, il demotico (un tipo di scrittura semplificata diffusasi in Egitto a
partire dal VII secolo a.C.) e l'alfabeto greco. Attraverso il confronto dei tre
testi, il francese Jean-François Champollion riuscì a comprendere il valore dei
geroglifici sia come ideogrammi sia come segni fonetici.
La classe sacerdotale Gli scribi condividevano il "potere della scrittura" con
un'altra importantissima classe sociale: i sacerdoti. Questo ceto era a sua volta
gerarchizzato: al suo interno, a contare davvero non era il basso clero, che si
occupava, per esempio, delle cerimonie funebri per la gente comune, ma la potente
élite composta dai sommi sacerdoti dei templi maggiori, i quali custodivano le
dottrine e i culti, li tramandavano a discepoli attentamente selezionati,
osservavano gli astri e disciplinavano i lavori necessari a regolare il flusso e il
deflusso del Nilo. Inoltre, essi guidavano i templi anche in quanto istituzioni
economiche dotate di grandi patrimoni fondiari, con molti contadini al proprio
servizio.
Alla base dell'economia: contadini, artigiani e soldati La stragrande maggioranza
della popolazione egizia era costituita da contadini, che producevano tutto il
necessario al sostentamento del Paese: frumento e orzo, carne, lino per i tessuti,
papiro utilizzato per le imbarcazioni fluviali, per le corde e come materiale
scrittorio. Essi erano tenuti a prestare una serie di servizi, anche non agricoli,
al faraone o al tempio: erano loro, in gran parte, a costruire argini e canali, a
curarne la manutenzione, a lavorare nei cantieri delle opere volute dal faraone,
come le piramidi. In cambio ricevevano un piccolo compenso in natura, perché in
Egitto, così come in Mesopotamia, non si usava la moneta e gli scambi avvenivano
sulla base di equivalenze fisse (una certa misura di grano corrispondeva a una data
quantità di carne o a un numero stabilito di ore di lavoro).
Accanto ai contadini, grande rilievo aveva il lavoro degli artigiani, sia nella
realizzazione di monili e di gioielli per i ceti privilegiati sia, per esempio,
nella costruzione e nella manutenzione delle tombe e dei loro arredi. Viceversa,
per quasi tutta la durata della storia egizia scarso peso ebbe l'esercito: esso era
costituito perlopiù da mercenari reclutati nelle regioni confinanti, o anche da
contadini, per i quali la partecipazione alla guerra rappresentava una delle tante
prestazioni a cui erano tenuti.
Lo scriba, un mestiere prestigioso Gli scribi dovevano il loro prestigio, oltre che
al ruolo nell'amministrazione statale,
alla complessità stessa della scrittura egizia, che richiedeva lunghi anni di
studio: soltanto in pochi la apprendevano. Nell'immagine, una statua policroma di
scriba, risalente al Ill millennio a.C.
• DIZIONARIO STORICO
Teocrazia Il termine deriva dal greco theos ("dio") e kratos ("potere")
e indica le forme di governo in cui il potere politico, considerato diretta
emanazione di un dio, è esercitato da un sovrano ritenuto di natura divina
o da una casta sacerdotale.
Ideogrammi Simboli grafici che rappresentano non il suono delle parole di una
lingua, bensì l'idea che esse esprimono. Popoli e culture del Vicino Oriente
re
La posizione della donna Parlare di un fenomeno che si distende su una storia tri-
millenaria, come appunto quello della posizione della donna nella società egizia, è
possibile soltanto in termini generali. Tuttavia, vale la pena di notare come la
condizione
a significa che
tà egizia era
inte gerarchizzata?
ano i compiti del visir cribi?
no le funzioni doti?
femminile in Egitto fosse probabilmente la più avanzata all'interno del Vicino
Oriente antico. Già nelle società mesopotamiche la donna godeva di diritti di
proprietà, ma in Egitto poteva anche concludere contratti, comparire in tribunale
come parte lesa, assumere la tutela di un figlio, ereditare il patrimonio paterno e
lasciarlo a sua volta in eredità.
Va inoltre ricordato che in Egitto le donne non erano a priori escluse dal titolo
di fa-raone: è il caso di Sobekneferu, nel XVIII secolo a.C.; di Hatshepsut, che
alla morte del marito Thutmosi II (1492-1479 a.C.) regnò dapprima per conto del
figliastro e poi in autonomia per circa 15 anni; e infine di Nefertiti, nel XIV
secolo a.C. (> p. 51). Casi rari, certo, in 3.000 anni di storia, ma comunque unici
nel panorama del Vicino Oriente.
3 Una storia lunghissima
CONCETTI CHIAVE • L'Antico Regno fu caratterizzato dal tentativo dei faraoni di
rafforzare la propria autorità sui poteri locali e dalla costruzione di grandiosi
edifici, come le piramidi Il Medio Regno vide l'espansione dell'Egitto verso est e
verso sud e la bonifica di nuovi territori Il Nuovo Regno fu il periodo di massima
espansione dell'Egitto e un'età di splendore culturale; ripetute invasioni
dall'interno e spinte indipendentiste interne ne determinarono la fine
L'unificazione del regno Dal punto di vista storico, il periodo protodinastico e i
primi secoli dell'Antico Regno furono segnati dal difficile processo di
unificazione dell'Egitto: i primi faraoni dovettero combattere contro il
particolarismo dei governatori dei distretti in cui il regno era suddiviso e solo
lentamente riuscirono a condurre sotto il proprio controllo l'intero territorio,
talvolta guidando spedizioni a danno delle popolazioni confinanti. Fra il 2700 e il
2500 a.C., l'Egitto si espanse verso la Nubia e stabili il proprio controllo sulla
Libia e sulla penisola del Sinai, territori importanti per le loro risorse e per i
traffici dei mercanti egizi. L'architettura monumentale A caratterizzare sin dalle
prime dinastie la civiltà egizia è l'architettura monumentale. Furono realizzate
imponentistrutturetemplari, ma gli sforzi maggiori furono concentrati nella
costruzione di impressionanti complessi funerari. Il lavoro prestato dai contadini,
soprattutto durante i periodi di inondazione nei quali non era possibile occuparsi
dei campi, permise l'edificazione di opere impo-nenti. Il faraone Zoser (2667-2648
a.C. circa), della III dinastia, fece erigere il suo enorme complesso funerario, in
cui spiccava una grandiosa piramide a gradoni, a Saqqara (po-chi chilometri a sud
del Cairo), presso Menfi, città in cui aveva trasferito la capitale del regno.
Snefru, fondatore della IV dinastia, dedicò ingenti risorse umane ed economiche
alla costruzione di ben tre piramidi e apportò innovazioni a questo tipo di
struttura: si passò infatti dalla piramide a gradoni a quella a punta e con le
pareti oblique lisce, a noi più familiare. Suo figlio Cheope (2589-2566 a.C. circa)
e i successori Chefren e Mice-rino non furono da meno, e innalzarono le loro
piramidi presso la moderna località di
Giza
ISTEMI Le piramidi di Giza, p. 60.
La crisi dell'Antico Regno Con la fine della V dinastia, tuttavia, iniziarono a
manifestarsi alcuni problemi economici: le entrate fiscali diminuirono, poiché
ibeni ei prodotti agricoli richiesti alla popolazione come pagamento delle tasse si
concentravano nelle mani dei funzionari locali e arricchivano i governatori
distrettuali o le istituzioni templari.
A partire dal 2200 a.C. circa, in ampie regioni del Paese il controllo esercitato
dal faraone divenne sempre più debole. I governatori tendevano a rendersi
indipendenti, sino a trasmettere la propria carica in eredità e a dotarsi di
eserciti autonomi. La crisi del potere centrale ebbe inizio durante la VI dinastia
e si acui notevolmente nel corso delle due dinastie successive. Seguì un'epoca di
forte instabilità politica e in taluni momenti anche di accesa guerra civile (Primo
periodo intermedio), che ebbe termine allorché uno dei governatori della regione di
Tebe (corrispondente all'area della moderna città di Luxor), Montuhotep II, riuscì
a ripristinare l'unità politica dell'Egitto intorno al 2055 a.C. nuovo periodo di
benessere, il Medio Regno. In questa fase lamministrazione fu ristrut rata io
profondità, diminuendo il numero dei funzionari locali e rendendo più stringente il
controllo centrale sul loro operato. La ritrovata unità del Paese si espresse anche
in una ri.
II 1878-1842 a.C. circa), Al suo successore, Amenemhet III, si attribuisce il
compimento di un progetto di bonifica e irrigazione nella regione del Fayyum, non
lontano dal delta del Nilo, che comportò un ampliamento della terra coltivabile:
segno probabile di una vitalità anche demografica dell'Egitto, in cui dovettero
aumentare le bocche da sfamare.
La stabilità politica che caratterizzò il Medio Regno si accompagnò a una raffinata
GGI
Nuovo
Regno
vita culturale, che vide la fioritura delle attività artistiche e letterarie.
L'invasione degli Hyksos Poco dopo l'apogeo del Medio Regno, tuttavia, si aprì
LIBANO
RAFLE
un nuovo periodo di crisi, determinato dalle rivalità interne all'ambiente di corte
e dal GIORDANIA
verificarsi di ripetute usurpazioni del trono, ma soprattutto dall'infiltrazione
nel Paese di popolazioni di origine asiatica, gli Hyksos (in lingua egizia, "re dei
Paesi stranieri").
Intorno al 1700 a.C., a partire dalla regione del delta del Nilo, essi estesero il
proprio conmar Rosso
trollo sull'intero Egitto, dando vita a una vera e propria dinastia, la XV. Gli
Hyksos finiroSAUDITA
no tuttavia per subire il fascino e l'influenza della civiltà egizia: ne imitarono
l'arte, i loro sovrani assunsero i titoli tradizionali dei faraoni e scrissero i
propri nomi in caratteri geroglifici, introdussero propri culti ma assunsero come
dio nazionale Seth. Furono gli ERITRE
Hyksos, inoltre, a diffondere in Egitto l'uso del cavallo e del carro da guerra,
che aveva giocato un ruolo fondamentale nella loro conquista.
La riconquista del potere e il Nuovo Regno I principi egizi che controllavano
l'area tebana, nell'Alto Egitto, riuscirono però a conservare la propria
indipendenza dagli Hyksos. Essi diedero vita a due dinastie, la XVI e la XVII, e
tentarono a più riprese di espandere il proprio controllo sulle regioni confinanti.
Fu uno di questi signori teba-ni a intraprendere la campagna militare che condusse
infine i suoi figli, Kamose e Amo-se, alla cacciata degli Hyksos dal territorio
egizio: era circa il 1550 a.C. e con il faraone
dore della storia egizia.
Amose cominciavano la XVIII dinastia e il Nuovo Regno, l'epoca di maggior splendore
della storia egizia. Tebe divenne la capitale dell'Egitto riunificato, mentre nuove
campagne di conquista furono avviate sia verso la Palestina sia in Nubia. Sotto il
figlio e successore di Amo-se, Amenofi I, l'Egitto conobbe inoltre una vera
rinascita culturale. Fu probabilmente grazie alla fama raggiunta in vita che, poco
dopo la sua morte, egli assurse al ruolo di divinità ufficiale e gli fu tributato
un culto tanto sentito e radicato da sopravvivere per più secoli. A Thutmosi I si
deve invece l'inaugurazione della celebre Valle dei re, a Tebe,
luogo di sepoltura dei faraoni del Nuovo Regno.
I sovrani successivi - su tutti Thutmosi III - guidarono gli eserciti in numerose
spedizioni militari, dirette soprattutto verso gli attuali territori di Siria e
Iraq, e raggiunsero più volte le rive dell'Eufrate, innalzando iscrizioni
monumentali che commemoravano i loro successi LUOGHI. Per molto tempo nessun
esercito straniero poté avvicinarsi all'Egitto.
La vita economica, artistica e letteraria era rigogliosa, e le ingenti ricchezze
legate ai bottini di guerra consentivano di costruire templi grandiosi presso la
capitale.
La fallita riforma di Amenofi IV Intorno al 1350 a.C. un sovrano della XVIII
dinastia, Amenofi IV, fu promotore insieme alla regina Nefertiti di una riforma
religiosa rivelatrice delle tensioni da sempre esistenti tra il faraone e la
potente classe sacerdotale LE DONNE NELLA STORIA.
Amenofi impose il culto del nuovo dio Aton, il disco sola-re, mutò il proprio nome
in Akhenaton ("Colui che piace ad Aton") e costruì la nuova capitale Akhetaton
("T'Orizzonte di Aton") presso l'odierna Tell el-Amarna. Forse Ameno-fi voleva
introdurre una religione monoteistica, centrata cioè intorno al culto di una sola
divinità; di sicuro intendeva limitare i poteri dei sacerdoti tebani, che erano
riusciti a imporre il loro dio, Amon, in tutto il Paese (> p. 54). Sappiamo infatti
che la riforma suscitò la forte opposizione dei sacerdoti tebani, che temevano di
perdere il proprio ruolo e i propri privilegi. Infatti, dopo la morte di Amenofi
IV, il successore Tutankhamon (1333-1323 a.C.) ripristinò prontamente i culti
tradizionali e i sacerdoti fecero cancellare il nome del faraone "eretico" da tutte
le iscrizioni. L'età di Ramses II Con Ramses II (1279-1213 a.C. circa), faraone
della XIX dinastia, l'Egitto raggiunse un nuovo vertice della cultura artistica, di
cui resta tuttora traccia nella miriade di palazzi e di templi fatti realizzare dal
sovrano. Fu tuttavia anche un perio. do di duri scontri militari, in particolare
con gli ittiti (› lezione 4), che dalle loro sedi in Anatolia erano arrivati a
contendere all'Egitto la regione siro-palestinese. Nel 1275 a.C gli Egizi
affrontarono con esito incerto gli ittiti presso la città siriaca di Kadesh. Qual.
che anno dopo questo scontro, si giunse a un riconoscimento reciproco fra le due
potenze.
Con la scomparsa di Ramses II si chiuse anche l'ultima età di splendore
dell'Egitto.
Il tramonto Verso il 1200 a.C. altri movimenti di popoli sconvolsero tutto il
Vicino Oriente, e l'Egitto fu ripetutamente attaccato da nuovi invasori, i
cosiddetti popoli del mare, di cui parleremo più avanti () lezione 4). Ramses III
dovette affrontare questa pericolosa minaccia e celebrò sulle pareti del suo tempio
funerario, presso Tebe, la sconfitta dei nuovi nemici. Tuttavia, da quel momento in
poi l'Egitto si trovò a fronteggiare reiterati tentativi di conquista da parte dei
popoli o delle entità statali circostanti. L'autorità politica del faraone fu
indebolita da resistenze interne e dalle spinte indipendentiste di una classe
sacerdotale ormai in grado di usurpare prerogative e poteri regali. Ramses XI fu
l'ultimo faraone a essere sepolto nella Valle dei re: era il 1070 a.C. e si
chiudeva così il Nuovo Regno.
Durante il Terzo periodo intermedio, l'Egitto fu dominato da dinastie di origine
libica e nubiana, e nel 671 a.C. venne conquistato dagli Assiri (> lezione 4),
divenuti nel frattempo i padroni della Mesopotamia. L'indipendenza fu guadagnata di
lì a poco da Psammetico (664-610 a.C. circa), che diede vita a una nuova dinastia,
ma si trattò dell'ultimo periodo di prosperità e autonomia di un Paese ormai non
più in grado di competere con le potenze emergenti. Tra il 525 e il 404 a.C.
l'Egitto subì ben due dominazioni persiane, inframmezzate dalle ultime brevi
dinastie indigene. Infine, nel 332 a.C. venne conquistato da Alessandro Magno
( capitolo 5, lezione 2). Il cielo degli Egizi
minali ta ue, iCi yeneavan mole ai In rigine immaeiat con teato an
annAmora questi, assunse partiravane impli anzi dio solen Ra, poi identaneo oltre
lamo, i dio venerato dai sacolare di Torta e ai dirone, La credenza ella vita dei
qua merte spiega il grande rilev atidi tete e dil funebri, il più caratteristico
dei quali era l'imbalsamazione
Muta ai tai o molti culti Il prestigio dela case sacerdotale c la dignit divitantco
Tegato. 1 pantheon egizio si presenava la feliione ose centrinaia di divinità a cui
si legavano credenze diverse, talvolta o moto affolia dovute alla compresenza di ni
delle rota edi locali. L'Egitto ebbe però anche una religione di Stato, fondata
sugli dei delle
rono divinità nazionali.
città e dei templi più importanti, oppure favoriti da questo o quel faraone, che
diventa-
Inizialmente gli Egizi attribuirono alle divinici sembianze animali: si adoravano
il
coccodrillo, il gatto, ibis, il bue (Api), lo sciacallo (Anubi). Più tardi vennero
divinizzati elementi naturali come il Nilo e gli astri, primo fra tutti il Sole.
Nell'Antico Regno assunse la preminenza il dio Sole, Ra, il cui culto venne diffuso
dai sacerdoti della città di Eliopoli. Ra, che ogni giorno rinasce per portare luce
e vita agli uomini, era concepito come il creatore e il reggente dell'universo; in
seguito, però, i sacerdoti e i faraoni di Tebe imposero il loro dio, Amon, e le due
divinità finirono per identificarsi. Da Ra e da Amon
emerse un'unica figura divina: il dio Sole Amon-Ra.
Il mito di Osiride e Iside Un culto diffuso e vivo lungo tutta la storia egizia fu
quello del dio Osiride e di Iside, sua sorella e sposa. Questa relazione ricalcava
l'usanza dei faraoni di prendere in moglie una donna della loro stessa famiglia,
spesso la sorella, probabilmente nella convinzione di poter così trasmettere ai
discendenti la natura divina dei genitori. Secondo il mito, Osiride viene ucciso e
smembrato dal malvagio fratello
Seth; Iside, allora, recupera le membra disperse dello sposo, ricompone il cadavere
ricorrendo all'imbalsamazione e gli restituisce il soffio vitale. Osiride,
resuscitato, ha da Iside un figlio, Horus (rappresentato con le sembianze di un
falco), che vendica il padre uccidendo Seth, mentre Osiride stesso diventa il dio
dell'aldilà e il giudice dei morti.
Il mito di Osiride parla perciò dell'alternarsi della vita e della morte come
equilibrio che regge l'universo, ma rappresenta anche la certezza della vita
ultraterrena.
L'imbalsamazione, un rito simbolo della civiltà egizia Il trattamento dei cadaveri,
e in particolare la pratica dell'imbalsamazione, rappresenta un aspetto importante
della cultura egizia, di cui il racconto di Osiride costituisce un vero e proprio
"mito di fondazione". Il defunto veniva rasato e lavato con cura, quindi si
estraeva parte del cervello e delle viscere. Sottoposto a un processo di
disidratazione, pulito, cosparso di balsami e unguenti aromatici, il cadavere era
infine avvolto da bende. inze
ita
il momento del giudizio: sui due piatti della bilancia venivano posti il cuore
della persona deceduta e una piuma, simbolo della dea della giustizia Maat:
se i due elementi restavano in equilibrio, il defunto era salvo.
ittri-
itico
ui si
me-
elle
ita-
0 il
ati
as-
di to
be
n
Preservare il corpo per l'aldilà Ma perché riservare tale trattamento ai defunti?
Nella concezione egizia della vita ultraterrena, ciò che sopravvive è il ka, una
specie di
"doppio" o di principio vitale che ogni essere umano possiede dalla nascita. Il ka
dimora nella tomba e dopo la morte conduce un'esistenza del tutto simile a quella
sulla Terra: perciò ha bisogno di cibo, bevande, abiti, ornamenti, gioielli, armi
e, prima ancora, di un supporto materiale, il corpo. Questo spiega l'importanza
rivestita presso gli Egizi dai riti funebri, il fasto delle tombe e la ricchezza
dei corredi funerari (almeno per le classi elevate), nonché l'usanza di preservare
il cadavere dalla decomposizione attraverso il complesso e accurato procedimento
dell'imbalsamazione.
Nelle prime fasi della civiltà egizia si attribuiva la vita ultraterrena al solo
faraone.
A partire dal Medio Regno si diffuse invece la convinzione che a tutti fosse
concessa una 1 forma di vita dopo la morte, ma si introdusse anche un elemento di
giudizio: al fine di poter percorrere la strada che dalla vita terrena conduce alla
rinascita, indicata dal mito di Osiride, bisognava aver condotto un'esistenza
retta.
Acquisire
un metodo
1. Quali sono le pri caratteristiche c egizia?
2. In che cosa con di Iside e Osiri
3. fenomeno tenuna spiegazio
4. Che cos'era l'
2 L'arte e la sua funzione religiosa
CONCETTI CHIAVE • L'arte egizia aveva una destinazione quasi esclusivamente
religiosa e obbediva a regole compositive rigide, incentrate sulle forme
geometriche
• Nell'architettura funebre, si assiste a un'evoluzione dalla màstaba (edificio a
un piano) alle piramidi, riservate al faraone
La finalità dell'arte egizia L'arte egizia era strettamente legata alla religione:
essa perciò, più che mirare alla ricerca della bellezza formale, aveva
principalmente una funzione rituale. A prescindere dal soggetto raffigurato,
sculture e pitture venivano create non tanto per le case dei vivi, quanto per i
templi e per le tombe; anche le scene di battaglia erano raffigurate sui muri dei
templi, ed è ancora nelle tombe dei nobili che troviamo immagini di vita
quotidiana. Di conseguenza, gli artisti egizi erano vincolati a una serie di regole
che, con pochi cambiamenti, furono osservate per tre millenni. Le figure a tutto
tondo dovevano essere erette e simmetriche. La posizione dei piedi e delle brac-
cia, 'acconciatura, i vestiti e gli ornamenti obbedivano tutti a precise norme
figurative, e il rapporto di misura tra le varie parti doveva seguire proporzioni
prestabilite. Le rappresentazioni di re, nobili e dignitari sono connotate da una
rigida staticità, mentre uno stile più libero e vivace traspare in quelle di servi
e lavoratori.
La predilezione per le forme geometriche caratterizza anche le pitture e i bassori-
lievi, dove le figure umane hanno il torso disegnato di fronte, la testa e le gambe
di profilo. 1 Gli Hittiti, una nuova potenza in Anatolia
CONCETTI CHIAVE • Intorno al 1650 a.C. emerse la potenza degli Hittiti, popolo di
lingua indoeuropea insediato in Anatolia: nei quattro secoli seguenti essi
costruirono un impero esteso fino alla Siria, giungendo a scontrarsi con gli Egizi
• La loro forza si fondava sui carri da guerra trainati da cavalli m L'impero
crollò intorno al 1200 a.C.
a causa di rivalità interne e delle incursioni dei popoli del mare
La lingua degli Hittiti All'inizio del Il millennio a.C., nella © penisola
anatolica (l'odierna Turchia) si stabilirono gli Hittiti, giunti probabilmente
dalle steppe della Russia meridionale. Gli Hittiti appartenevano al ceppo
linguistico indoeuropeo: questa scoperta risale al 1915, quando si riuscì a
decifrare la loro scrittura (conservata da un ricco archivio reale) e si comprese
che la loro lingua era diversa da quasi tutte le altre del Vicino Oriente,
appartenenti invece al gruppo semitico (P p. 35).
La nozione di "indoeuropeo" risale alla fine del XVIII secolo, quando lo studio
comparato permise di constatare forti affinità fra lingue come il latino, il greco,
il celtico, il tedesco arcaico, il sánscrito (la lingua religiosa e letteraria
dell'India antica). Per fare un esempio, "padre" si dice pater in latino, patèr in
greco, pitar in sanscrito, fadar nel tedesco arcaico: è facile capire che si tratta
della stessa parola, in forme diverse, ma affini. Questa scoperta spinse gli
studiosi a ipotizzare che tutte queste lingue derivassero da un unico ceppo
originario, definito appunto "indoeuropeo".
RIPENSARE LA STORIA Che cosa significa "indoeuropeo"? In tempi più vicini a noi
questa nozione ha conosciuto purtroppo tragiche declinazioni razziali: alla fine
dell'Ottocento si cominciò a favoleggiare di "popoli indoeuropei", distinti dai
"popoli semitici", i quali facevano capo a una diversa famiglia linguistica, e si
parlò di una superiore "razza ariana",
', cui sarebbero appartenuti 1 primi, in oppos1-
zione a una "razza semitica", moralmente e intellettualmente inferiore, cui
sarebbero appartenuti i secondi.
Anche gli orrori del nazismo, nel Novecento, trovano una delle loro radici in
questa contrapposizione, che è in realtà destituita di qualsiasi fondamento storico
e scientifico: termini come "indoeuropeo" e "semitico", infatti, non indicano una
qualche unità di carattere etnico, ma solo l'affinità esistente fra le lingue
parlate da popoli diversi.
Un territorio montuoso, ma ricco di materie prime Il territorio nel quale gli
Hittiti si erano insediati era montuoso, ricco di bo-schi, non particolarmente
favorevole allo sviluppo dell'agricoltura o alla costruzione di città; l'abbondanza
di legname e di metalli stimolava invece gli scambi commerciali con i popoli vicini
e, di conseguenza, anche gli scambi culturali (così, per esempio, gli Hittiti
accolsero il sistema di scrittura cuneiforme che veniva usato in Mesopotamia).
APITOLO 1 Popoli e culture del Vicino Oriente
FONTE VISIVA
La forza degli Hittiti: cavalli e carri Una delle grandi novità introdotte dav sli
Hittiti fu l'utilizzo del cavallo, un animale ancora sconosciuto ai popoli del
Vicino Oriente, ma già addomesticato nelle pianure di cui gli ittiti erano
originari. Il cavallo trainava i carri da guerra, che erano veloci e maneggevoli
anche perché montati su due
da la fonte visiva Un popolo iero: gli Hittiti e rispondi mande.
osa raffigura il rilievo hittita ato nella fonte visiva?
strumento bellico
rizzava l'esercito hittita?
osa si differenziava da quello
usato dagli Egizi?
ruote piccole e dotate di raggi che le alleggerivano, mentre le ruote piene, usate
in Meso-Potamia, risultavano molto più pesanti. La tecnica bellica ittita rimase a
lungo insupe-
rata grazie a questo micidiale strumento.
aCo quandoil vano hat li impose suo pore sulla parte curaia), Verso i
Costruzione e apogeo dell'impero La potenza hittita emerse intorno al 1650
no abitanti hand di (o quitar e or kie in Trid. Karche
mish, e di guidare una grande spedizione in Mesopotamia, nel corso della quale
saccheggiò e distrusse Babilonia: gli Hittiti avevano ormai dato vita a un impero.
I domini ittiti raggiunsero la massima espansione verso il 1350 a.C., sotto il re
Shup-piluliuma, che giunse a minacciare l'area di influenza egizia in Siria e in
Palestina, approfittando di un momento di crisi del grande regno del Nilo UOGHI.
Il declino Fu il faraone Ramses II a guidare la ripresa della potenza egizia,
organiz-zando, come già sappiamo (› lezione 2, p. 52), una grande spedizione
militare contro gli ittiti. Una memorabile battaglia ebbe luogo nel 1275 a.C.
presso la città siriaca di Kadesh: la propaganda egizia attribuì al proprio sovrano
un successo trionfale, ma in realtà il confronto si concluse senza vincitori né
vinti, e inaugurò nel Vicino Oriente un periodo di equilibrio politico fra le due
potenze egemoni, hittita ed egizia.
Questo periodo, tuttavia, non durò a lungo, perché intorno al 1200 a.C. sia
l'Egitto
nguistico
li Hittiti?
rtò l'uso
sia l'Impero hittita furono colpiti dalle violente invasioni dei popoli del mare,
un'entità etnica per noi sfuggente, proveniente forse dall'Europa meridionale, ma
alla quale non sappiamo dare una fisionomia precisa (il loro nome, così generico, è
quello usato dalle fonti egizie per definirli). In questo periodo essi investirono
a ondate successive tutta l'a-
ERATTIVO
e antico
secolo a.C.
rea del Mediterraneo orientale; alla loro pressione si aggiunse il crescente
espansionismo degli Assiri, la nuova potenza egemone della regione mesopotamica di
cui ci occuperemo tra poco. A tali aggressioni l'Impero hittita, minato anche da
rivalità interne dalla geografia politica del Mediterraneo orientale.
alla classe dirigente, non resse: a partire dal XII secolo a.C. gli Hittiti
scomparvero di fatto. Un popolo guerriero Gli Assiri, popolo di lingua semitica,
avevano occupato sin dal III millennio a.C. 'alta valle del Tigri. Il nome "Assiri"
è legato a quello della loro capitale Assur, e Assur si chiamava anche il dio
supremo che adoravano (la loro religione comprendeva peraltro una molteplicità di
dèi).
Nel corso dei secoli gli Assiri maturarono una spiccata attitudine alla guerra,
forse perché fin dalle loro origini, per sopravvivere in una regione che era un
crocevia di migrazioni, dovettero tenere testa ad attacchi e a scorrerie di altre
popolazioni. Il terrore ispirato dalla loro ferocia si coglie ancora nelle fonti e
non è del tutto infondato. Tale crudeltà viene a volte addirittura esibita nelle
iscrizioni fatte realizzare dai sovrani in ricordo delle proprie imprese: nel
trattare le popolazioni sottomesse o nel reprimere le ribellioni essi procedevano
con deliberata durezza, allo scopo di scoraggiare ogni tentativo di sottrarsi al
loro dominio.
Continuità e rottura Dopo una prima stagione di affermazione militare nel XVIII
secolo a.C., tra il XIV e il XII secolo a.C. gli Assiri estesero il proprio
controllo su un'ampia parte della Mesopotamia e sulla Siria, giungendo fin quasi al
mar Nero. Tra l'altro, i conquistatori si impadronirono del cosiddetto Regno di
Mitanni, fondato nel XV secolo a.C. da una popolazione forse di origine caucasica,
gli Hurriti, e divenuto in seguito abbastanza potente da sfidare le massime potenze
militari del tempo LUOGHI.
In un primo momento tali conquiste rimasero relativamente precarie; soltanto a
partire dal IX secolo a.C., sotto i regni di Assurnasirpal II (883-859 a.C.) e
Salmanassar III
(858-824 a.C.), prese forma un vero e proprio Impero assiro, organizzato come una
potente macchina bellica capace di assoggettare i popoli dell'intera Mesopotamia,
della Siria, della Fenicia e della Palestina (nell'VIII-VII secolo a.C.) e persino
dell'Egitto (sottomesso nel 671 a.C.).
Come già era accaduto ai primi conquistatori della Mesopotamia, gli Assiri non
cancellarono le culture precedenti, ma ne assorbirono molti tratti, relativi in
particolare alla lingua (parlavano e scrivevano in accadico-babilonese), alla
legislazione (ebbero codici di leggi simili a quelli babilonesi) e ai racconti
mitici o letterari (co-
me l'Epopea di Gilgamesh, da loro trascritta e tramandata). Dall'apogeo al crollo
Raggiunto il culmine dell'espansione, gli Assiri vissero periodo del loro massimo
splendore sotto il re Assurbanipal, chiamato dai Greci Sar. danapalo (668-circa 630
a.C.), un sovrano colto che legò il proprio nome alla fioritura degli studi e alla
più alta produzione artistica assira. Nella nuova capitale posta sull'alto corso
del Tigri, Ninive (nell'odierno Iraq), Assurbanipal fondò una straordinaria biblio.
teca, in cui raccolse decine di migliaia di tavolette d'argilla contenenti le opere
letterarie e religiose dell'epoca.
La potenza assira, basata su una politica di deportazioni e di sterminio ai danni
delle popolazioni conquistate, produsse però una serie di rivolte, dall'Egitto alla
Mesopota-mia, che finirono per travolgerla. I Babilonesi, alleati con i Medi, un
popolo degli altopiani iranici, attaccarono e distrussero Ninive: era il 612 a.C. e
l'Impero assiro crollò de-finitivamente.
l'Impero neobabilonese La caduta repentina della potenza assira liberò dall'op-
pressione le città della Mesopotamia. Babilonia ebbe così modo di vivere una
seconda stagione di ricchezza e di espansione, specialmente sotto il lungo regno di
Nabuco-donosor II (604-562 a.C.), che si spinse fino al Mediterraneo, conquistando
la Siria, le città della costa fenicia e la Palestina, con Gerusalemme. Fu il
cosiddetto Impero neoba-bilonese, destinato a vita breve perché, dopo la morte di
Nabucodonosor, le contese dinastiche e le ribellioni ne provocarono rapidamente la
disgregazione. Nel 539 a.C. Babilonia stessa cadde nelle mani della nuova potenza
emergente, i Persiani, sotto i quali la storia della Mesopotamia si avviava a
prendere una direzione nuova. Le origini del Regno di Persia I Persiani erano una
popolazione di lingua indoeuropea stanziata fin dal II millennio a.C. sugli
altopiani dell'attuale Iran, in una vasta regione desertica e stepposa - la Persia
- collocata a oriente della Mesopotamia. Oltre ai Persiani, vivevano in quella
regione altre etnie di lingua indoeuropea, fra le quali i Medi.
Medi e Persiani erano affini; analoga era l'organizzazione sociale, al cui vertice
si collocava il re, circondato da un ristretto numero di famiglie nobili di
guerrieri e di grandi proprietari terrieri. Tra di esse emerse progressivamente
quella degli Achemènidi (dal nome del re Achemene, VII secolo a.C.), che nel VI
secolo a.C. conquistò il predominio su tutta la regione, dando vita a un unico
regno e assoggettando i Medi, dei quali i sovrani persiani erano stati in
precedenza vassalli. La capitale fu trasferita da Ebàtana a Pasargade, città
costruita intorno al 550 a.C. nella Persia meridionale.
I "Re dei re" Carattere distintivo della dinastia achemènide fu la vigorosa
politica di conquiste, che portò i Persiani a fondare il più vasto impero del
Vicino Oriente.
Nelle loro iscrizioni celebrative, riprendendo peraltro una terminologia che era
già stata utilizzata dai precedenti imperi mesopotamici, i sovrani persiani si
autodefinivano "Re dei re", o anche "Re delle quattro parti del mondo", volendo
appunto sottolineare l'aspi-
razione a un'estensione universale dei propri domini.
L'espansione persiana Sotto la guida del re Ciro, detto il Grande (559-530 a.C.),
l'espansione iniziò a puntare verso il Mediterraneo, con la sottomissione
dell'Anatolia e, in particolare, con la caduta in mani persiane del ricchissimo
Regno di Lidia (547-546 a.C.). Successivamente Ciro conquistò una vasta area
compresa fra il mar Caspio e il fiume Indo, tutta la Mesopotamia (Babilonia venne
occupata nel 539 a.C.), la Fenicia, la Siria e la Palestina. La conquista persiana
di Babilonia è legata al cosiddetto cilindro di Ciro, un oggetto, appunto,
cilindrico, che recava un'incisione propagandistica, con la quale il Gran re
legittimava l'annessione dell'antica città mesopotamica.
Nel 525 a.C., con Cambise II (530-522 a.C.), fu la volta dell'Egitto; infine, sotto
Dario I (522-486 a.C.) i possedimenti persiani raggiunsero la massima estensione
LUOGHI, p. 66.
Soltanto con le conquiste di Alessandro Magno (• capitolo 5) l'impero conobbe il
suo
declino e venne sconfitto definitivamente nel 331 a.c. I casatteri del ominio
persiano ledificazione di un impero cosi vata oliti-che: esbite dale capacità
militari dei Pers ridia sopratuto dalle loro qualità polito
che: essi sezero guadagnarsi cons Pesani, popoli vanti atraverso un atsiutmento di
colleranza, ben diverso da quello deld i po asivo, evitando forme di sfruttaia lo
toricessivo e lasciando alle popolazioni sottimo assio certo margine di autonomia.
Lo re i popoli vicini, dai quali esigevano soltanto il pagamento di un tributo,
accettando il combinere delle loro istituzioni, delle loro leggi, delle loro
tradizioni». Questa politica si combinò con una intelligente ricerca di alleanze
con le caste sacerdotali e le aristocrazie dei popoli conquistati, così da
assicurarsi la fedeltà dei gruppi dirigenti locali e tenere
unito un impero cosi vasto e composito.
Amministrazione locale e potere centrale Al fine di assicurare un migliore
controllo dell'enorme territorio del proprio impero, Dario I lo suddivise in 20
distretti o satrapie. Le satrapie, assai diverse per estensione, densità di
popolazione e ricchezza, rispecchiavano le differenti realtà linguistiche e
culturali dell'impero. Ogni distretto era governato da un satrapo, scelto fra i
Persiani di alto rango, responsabile dell'ordine pubblico e della riscossione dei
tributi, mentre la burocrazia di grado inferiore proveniva dalla Mesopotamia e
dall'Egitto oppure era scelta fra le élite locali. Questa organizzazione decentrata
coesisteva però con un forte potere centrale, che il sovrano esercitava dalle due
capitali dell'impero: Susa e - più tardi - Persèpoli, la cui fondazione fu avviata
sotto il regno di Dario I ILSENSO DEI LUOGHII Una città per il "Re dei re", p. 68.
La vigilanza su tutti i funzionari, satrapi compresi, era affidata ad alcuni
inviati speciali soprannominati "orecchie del re". Cionondimeno, il controllo
sull'operato dei satrapi si rivelò estremamente difficoltoso e la tendenziale
autonomia delle satrapie costituì, lungo tutta la storia persiana, una minaccia per
la compattezza dell'impero.
Per rafforzare l'integrazione politica, economica e amministrativa del vastissimo
territorio, Dario avviò inoltre la costruzione di un'efficiente rete stradale,
sviluppata per oltre 2.500 chilometri, che permetteva spostamenti rapidi e sicuri
di uomini, trup-pe, messaggi e merci. Strade e canali consentirono una grande
espansione dei flussi commerciali; così specie vegetali provenienti dall'Asia
orientale come il pistacchio, il sesamo, il nocciòlo, il pesco e il riso fecero la
loro comparsa nel Vicino Oriente, dove iniziarono a essere introdotte tra le
coltivazioni.
L'afflusso regolare dei tributi dalle province favorì inoltre la realizzazione di
grandi opere pubbliche e il mantenimento di un esercito poderoso, e assicurò alla
corte persiana un lusso e un fasto che non avevano uguali nel mondo antico.

Politica e religione La tolleranza dimostrata dai Persiani nei confronti dei popoli
assoggettati nasceva, come si è detto, dall'esigenza di ottenere il loro consenso,
e si estendeva anche a un ambito chiave come quello delle credenze religiose. Il re
persiano non ebbe alcuna difficoltà a presentarsi, a seconda delle circostanze,
come l'inviato di Mar-duk presso i Babilonesi, il faraone presso gli Egizi, l'unto
di Jahvè presso gli Ebrei › lezione 5). La religione, infatti, non svolgeva per i
Persiani la stessa funzione che aveva in altre civiltà del mondo antico: la
monarchia achemènide non era sorretta da un potere religioso né da una casta
sacerdotale; il tempio non era il cardine dell'autorità e il re non
si presentava come un dio, pur essendo un sovrano assoluto e pur essendo venerato
da
funzionari e sudditi.
La religione persiana era originariamente politeista, basata sul culto delle forze
na-turali, del cielo e del Sole. Tuttavia, con il consolidarsi dell'impero venne
affermandosi una religione ufficiale fondata sulle dottrine di Zarathustra, un
profeta vissuto forse tra I'VIII e il VII secolo a.C., la cui figura aveva presto
assunto tratti leggendari. Zarathustra predicava la fede in una sola divinità,
Ahura Mazda, il dio del bene - da cui la denominazione di "mazdeismo" della
religione persiana -, e affermava che gli esseri umani dovevano vivere praticando
la generosità, la verità e la giustizia. Il principio del bene, secondo la dottrina
di Zarathustra, è contrastato dallo spirito del male, Ahriman, e la lotta tra il
bene e il male agiterà sempre l'esistenza umana, sino alla fine del mondo, quando,
con la vittoria definitiva di Ahura Mazda, i buoni riceveranno la felicità eterna e
i cattivi
l'eterno castigo.

L'enigmatica storia degli Ebrei


Popoli e insediamenti nella regione del Giordano
CONCETTI CHIAVE • La Terra di Canaan è una striscia di territorio sulla costa del
Mediterraneo orientale, compresa tra il mare a ovest e il deserto siriano a est, e
caratterizzata dalla presenza del fiume Giordano La regione era abitata da tribù
nomadi o seminomadi, ma con il tempo si formarono anche alcune città-stato;
nel sud si erano invece insediati i Filistei
Tanti ambienti naturali Il contesto geografico nel quale si colloca la storia degli
Ebrei è costituito da una sottile fascia di territorio che va dal mar Mediterraneo
sudorientale al deserto siriano, chiamata • Terra di Canaan LUOGHI. Il termine
"Canaan" deriva dall'ebraico Kena'an e indica il colore rosso porpora prodotto
nella regione (sem-pre il color porpora, ma attraverso l'equivalente greco, è alla
base del nome dei Fenici;
GEOSTORIA Il Medio Oriente, p. 81). Esso compare inoltre nella Bibbia: Canaan è
figlio di Cam e nipote di Noè, leggendario progenitore delle popolazioni che
vissero in quell'area.
La regione è caratterizzata dalla presenza di ambienti naturali diversi. Al centro
si trova la valle del fiume Giordano; a est del fiume si distende un vasto
altopiano attraversato da corsi d'acqua di portata ridotta, che tendono a
prosciugarsi in estate. A ovest, invece, abbiamo in alto una zona montuosa, solcata
da vallate fertili, e in basso un altro altopiano che digrada verso le zone
desertiche della penisola arabica. Le coste sono sabbiose e poco adatte alla
costruzione di porti.
I nomadi e le città-stato Il territorio venne abitato inizialmente da tribù nomadi
o seminomadi, che sfruttavano i terreni seguendo i cicli stagionali o la presenza
di poz-zi, e si spostavano alla ricerca di zone più favorevoli anche dopo lunghi
periodi stanziali.

ebraica è infatti aniconica (vieta le raffigurazioni della divinità), un elemento


che la differenzia nettamente da quella greca, dove invece assistiamo a una
sterminata proliferazione di statue o effigi degli dèi - e neppure pronunciarne il
nome; un divieto, quest'ulti-mo, che trova sanzione persino in uno dei comandamenti
(le norme che lo stesso Jahvè avrebbe dettato al suo popolo in marcia dall'Egitto
alla "Terra promessa"). L'interdizione relativa al nome del dio ha fatto sì che
esso venisse invocato attraverso espressioni più generiche, come adonài, "signore",
che attraverso le traduzioni greche e poi latine della Bibbia è approdato infine al
lessico cristiano, nel quale è tuttora in uso.
Questi tratti, che sembrano rimandare a una divinità distante dall'esperienza
umana, convivono peraltro nella Bibbia con rappresentazioni di carattere
antropomorfo: secondo il racconto biblico, i comandamenti sono scritti dal dito
stesso di Jahvè, e quest'ultimo è soggetto a sentimenti o a processi psicologici
prettamente umani, come la rabbia, la gelosia, il pentimento o il rammarico.
La Bibbia al vaglio della storia Nel ricostruire la storia ebraica occorre inoltre
considerare il particolare ruolo che la Bibbia ebraica ha avuto nella nostra
tradizione culturale. Il cristianesimo, infatti, considera a sua volta sacri e
divinamente ispirati non solo i testi che raccontano la vita di Gesù e la storia
delle prime comunità cristiane, ovvero il "Nuovo Testamento", ma anche quelli
dell'"antica alleanza" tra Jahvè e gli Ebrei, o
"Antico Testamento", cioè appunto la Bibbia ebraica. E data l'enorme influenza
esercitata sulla cultura europea dal cristianesimo per almeno un millennio e mezzo,
molto a lungo i dati contenuti nella Bibbia sono stati ritenuti autentici non solo
dal punto di vista religioso, ma anche per le informazioni storiche che fornivano.
Solo in tempi relativamente recenti gli studiosi hanno iniziato a trattare la
Bibbia alla stregua di qualsiasi altra fonte, cercando riscontri alle sue
affermazioni in fonti alternative o in dati forniti dall'archeologia. Così, per
esempio, la tesi della provenienza mesopo-tamica di Abramo, capostipite degli
Ebrei, è stata smentita dalla ricerca archeologica, che non documenta alcun
massiccio spostamento di popolazioni da Ur nel Il millennio a.C. Da dove vengono
gli Ebrei? Fallito il tentativo di dimostrare l'attendibilità del racconto biblico,
nel corso del Novecento altre teorie hanno cercato di chiarire l'origine degli
Ebrei; nessuna, però, è stata in grado di esibire prove decisive. In tempi recen-
ti, una campagna di scavi condotta da archeologi isracliani ha portato alla luce
una fitta
rete di villaggi, risalenti al 1200 a.C. circa, che indicherebbe un'importante fase
di trasformazione nelle alture centrali della Terra di Canaan. Circa 250 comunità
montane avrebbero costituito un nuovo nucleo sociale, che si sarebbe
successivamente ingrandi-tO: questa sarebbe l'origine degli Ebrei, che non
sarebbero dunque arrivati dall'esterno, ma sarebbero indigeni del territorio da
essi storicamente abitato.
3 Dall'Egitto alla "Terra promessa"
CONCETTI CHIAVE • È difficile dimostrare la storicità delle migrazioni del popolo
ebraico narrate nella Bibbia, tra le quali l'Esodo dall'Egitto alla Terra di Canaan
Sappiamo invece con certezza che nella Terra di Canaan si verificò una
differenziazione religiosa, economica e sociale fra tribù ebraiche del nord e del
sud
Da ospiti a schiavi Con Abramo inizia, nella tradizione, la complessa vicenda del
popolo ebraico; a lui, secondo il racconto biblico, seguì il figlio Isacco e a
questi Giacob-be, detto › Israele. Giacobbe ebbe 12 figli, che la tradizione
considera i capostipiti, o patriarchi, delle 12 tribù che insieme formavano il
"popolo di Israele".
Fu probabilmente per sfuggire a una carestia che le tribù nomadi ebraiche, verso il
XVII-XVI secolo a.C., migrarono in Egitto. Il soggiorno in questa terra -
protrattosi per 450 anni secondo una tradizione, per 120 secondo un'altra -
costituisce un evento chiave nella ricostruzione biblica della storia più antica di
Israele. Gli Ebrei sarebbero stati gradualmente emarginati, per essere poi
sfruttati e costretti a estenuanti prestazioni obbligatorie a beneficio dei
faraoni. Di fronte a questa situazione, Jahvè si sarebbe mosso a compassione per il
"popolo eletto", incaricando Mosè di porsi alla sua testa e di guidarlo fuori
dall'Egitto, in direzione della Terra di Canaan. La fuga fu resa possibile da un
altro intervento divino, che avrebbe inflitto agli Egizi una serie di gravissime
calamità, capaci infine di piegare la volontà del faraone e di indurlo ad
acconsentire alla partenza degli Ebrei. Evento cruciale di questa fase della storia
ebraica, secondo il racconto biblico, è il nuovo patto che Jahvè strinse con il suo
popolo, rivelandosi a Mosè nel deserto del Sinai e consegnandogli le Tavole della
Legge. Custodite in uno scrigno, la cosiddetta arca dell'Alleanza, queste tavole
diverranno il simbolo più sacro per gli Ebrei.
RIPENSARE LA STORIA La fuga dall'Egitto avvenne davvero? I racconti connessi con la
fuga dall'Egitto hanno avuto un'enorme importanza nella tradizione ebraica: il
"passaggio" (in ebraico Pesaq, da cui il termine "Pasqua") dal Paese del Nilo alla
"Terra promessa" era ricordato ogni primavera in una festa solenne, tuttora
celebrata dagli Ebrei osservanti. Tuttavia, anche in questo caso è arduo desumere
dal testo biblico elementi utili per l'inquadramento storico degli eventi. Una
fonte egizia collega l'arrivo degli Ebrei con gli Hyksos (> lezione 2, p. 50), i
quali, se furono davvero popoli in migrazione dalla Mesopotamia, potrebbero aver
coinvolto nel loro spostamento gli Ebrei. La Bibbia serberebbe dunque il ricordo di
alcuni gruppi di Ebrei che, intorno al XIII secolo a.C., sarebbero stati in Egitto,
dove inizialmente operarono in modo volontario al servizio dei faraoni, poi furono
precettati al lavoro obbligatorio. Non sappiamo quale relazione sia esistita tra
questi gruppi e le tribu rimaste in Palestina; tuttavia, poiché la memoria di una
schiavitù non è onorevole, il fatto che la Bibbia ne parli sembra confermare che si
sia trattato di un evento reale. La storia di Giosuè Sempre secondo il racconto
biblico, gli Ebrei, guidati da Mosè fino alle soglie della Terra di Canaan, scesero
alla volta delle città e delle terre cananee per prenderne possesso. Successore di
Mosè era Giosuè, un abile condottiero. Conquistata Canaan, egli avrebbe spartito le
terre fra le 12 tribù in cui erano tradizionalmente divisi gli /racliti. Tuttavia,
dopo poco tempo le dieci tribù del nord si allontanarono dalla fede in Jahvè per
votarsi a Baal - divinità onorata in tutta l'area cananea -, mentre le due del sud,
dove si trovava Gerusalemme, si mantennero fedeli al culto tradizionale.
La ricerca storica non ha confermato la notizia di una conquista violenta di
Canaan, e si possono ipotizzare dinamiche di vario tipo tra le città-stato della
pianura e le genti delle campagne o degli altopiani. L'opinione più accreditata è
che l'insediamento degli
Ebrei sia stato un processo che interessò il XIII e il XII secolo a.C. LUOGHI.
Tribù del nord e tribù del sud Un dato meglio documentabile è appunto la divisione
tra nord e sud del Paese, attribuibile a differenze di natura religiosa, economi-
ca, sociale e di organizzazione interna.
Nel nord, infatti, le terre erano più fertili e si prestavano all'agricoltura, le
relazioni con i popoli dell'area mesopotamica avviate da tempo, le vie di
comunicazione aperte e funzionanti verso l'interno e verso il mare; ed è
probabilmente questa apertura all'esterno il dato storico che nella Bibbia viene
presentato come perdita della propria integrità e della fedeltà alle tradizioni
religiose.
Il sud, invece, era molto roccioso e più povero, e la sua ricchezza consisteva
nella presenza della città di Gerusalemme; gli Ebrei stanziati in quest'area erano
quindi più conservatori nei confronti del patrimonio culturale originario.
Nonostante questa divisione, le tribù mantennero fra loro relazioni più o meno
paci-fiche, anche se per lungo tempo non formarono uno stato unitario. Le
differenze religiose rivelano anche che il monoteismo fu in realtà il risultato di
un processo storico che vide la fede in Jahvè convivere a lungo con altri culti:
non a caso, la Bibbia è piena delle terribili punizioni divine inflitte agli
idolatri (ossia gli "adoratori di idoli"). La storia biblica della monarchia Si
colloca sul finire dell'XI secolo a.C. una svolta per il popolo d'Israele. Nel
racconto biblico, i Filistei (che occupavano l'area meridionale della Palestina)
attaccarono le tribù ebraiche. Queste ultime decisero di designare un re comune,
capace di coordinare le operazioni contro il nemico, e scelsero Saul (circa 1020-
1000 a.C.). Gli Ebrei subirono però ripetute sconfitte, tanto che Saul si uccise
dopo un ennesimo insuccesso, in cui morirono anche i suoi figli. Gli succedette il
giovane David (circa 1000-960 a.C.), celebre per aver ucciso con l'astuzia Golia,
il gigantesco campione dei Filistei (un tema folklorico che si ritrova in molte
tradizioni differenti, per esempio nella lotta di Ulisse contro il ciclope
Polifemo, > p. 122). David riuscì a farsi riconoscere re di tutto il popolo
d'Israele e, dopo aver conquistato Gerusalemme, ne fece la sua capitale, spostando
qui l'arca dell'Alleanza.
Al regno di David seguì quello del figlio Salomone (960-920 a.C. circa), che
fortificò numerose città e fece edificare il Tempio di Gerusalemme, destinato a
restare per un millennio il centro del culto religioso ebraico. Esso, infatti,
custodiva il segno tangibile del patto tra Jahvè e Israele (ovvero l'arca), ed era
dunque il luogo che ne celebrava visivamente la natura di "popolo eletto". Oltre
che per le capacità politiche, Salomone è noto alla tradizione anche per il suo
senso della giustizia e la sua sapienza, al punto che a lui si attribuiva la
redazione di molti scritti poi confluiti nella Bibbia.
Una monarchia ereditaria Le storie di Saul, David e Salomone ci dicono che gli
Ebrei, diversamente da altri popoli della regione, non ebbero in origine un re e
che l'istituzione della monarchia non fu il risultato di un processo spontaneo,
avvenuto all'interno delle tribù, ma la risposta a una situazione di pericolo
(l'attacco dei Filistei). Di certo vi è che Israele si trasformò in breve in uno
stato monarchico ereditario, e quindi dinastico accentrato intorno al palazzo del
re e, più tardi, anche intorno al tempio. Probabilmente le antiche strutture
tribali sopravvissero, ma il nuovo sistema di governo tendeva a togliere loro
autorità e autonomia. Non è detto che gli organismi tribali respingessero la monar-
chia, che portava pace, ordine, sicurezza, ma sicuramente in alcuni periodi si
trovarono in aperto conflitto con essa; di conseguenza, spesso si verificarono
rivolte e repressioni.
L'accentramento del potere sotto David Secondo i dati desumibili dal racconto
biblico, David si impegnò a rafforzare il potere centrale a scapito delle tribù.
Sul piano religioso, il nuovo sovrano puntò invece ad affermare sempre più
chiaramente il culto di Javè su quello delle altre divinità locali, facendo del
monarca un prescelto dalla divinità che aveva, tra i propri compiti, quello di
custodire l'arca dell'Alleanza e di svolgere particolari funzioni sacerdotali.
Il regno di Salomone Questa caratteristica si accentuò con Salomone, che, secondo
la Bibbia, avrebbe esercitato sia il ruolo di re sia quello di sacerdote; anche la
costruzione del grande Tempio di Gerusalemme testimonia l'intenzione di
accreditarsi come leader religioso oltre che politico. Il nord del regno fu
suddiviso in province, a cui venne imposta una tassazione che serviva a mantenere
l'esercito; non sappiamo se lo stesso si verificò nel sud, tradizionalmente più
povero Solomone ricorce come di maccio amente alle prestazioni obbligatorie di
lavoro per la realizzazione di opere pubbliche o funzionali al suo prestigio
personale, al punto che questa pratica assunse proporzioni insopportabili, sia per
i singoli sia per la comunità: così il regno di Salomone, noto come periodo di pro-
sperità, pose invece le premesse per la fine del Regno unitario d'Israele.
La dominazione straniera Dopo la morte di Salomone, nella seconda metà del X secolo
a.C., il regno si divise in due parti: il Regno di Israele a nord, più ricco e più
forte politicamente, e il Regno di Giuda a sud, economicamente più povero ma
importante per la presenza nel suo territorio di Gerusalemme e del Tempio. Da quel
momento i due regni ebbero vita separata, con dinastie regali e capitali distinte e
rivali tra loro: a Gerusalemme si oppose, nel nord, Samaria, con il suo re Omri.
Il Regno unitario di Israele si era formato sfruttando un momento storico
particola-re, in cui Egizi e Hittiti avevano dovuto allentare la loro pressione
sulla Terra di Canaan a causa degli attacchi sferrati loro dai popoli del mare. Ora
gli Ebrei si dovettero confron-tare, perdipiù divisi, con nuove potenze in fase di
espansione. Il primo a cadere fu il Regno di Israele, che nel 722 a.C. crollò sotto
i colpi dell'espansionismo degli Assiri, in quel momento al culmine della loro
potenza ( lezione 4). La stessa sorte toccò al Regno di Giuda quasi un secolo e
mezzo dopo, nel 587 a.C., quando il re babilonese Nabucodo-nosor Il entrò a
Gerusalemme (sottoposta a un attacco già un decennio prima), incendiando la città e
il Tempio. La classe dirigente e quella degli artigiani vennero deportate a
Babilonia, mentre le loro terre e i loro averi furono divisi fra i proprietari
terrieri ebrei che restarono sul posto, stabilendo così la loro incondizionata
sudditanza alla potenza occupante.
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L'esilio a Babilonia La deportazione a Babilonia fu percepita dagli Ebrei come una
ferita drammatica, non solo per la perdita dell'indipendenza politica, ma anche
perché li costringeva a rivedere alcune convinzioni religiose fondamentali, come
quella del rapporto preferenziale del "popolo eletto" con la divinità. L'esilio
(definito anche prigionia o cattività babilonese) fu dunque un tempo di
ripensamento della propria identità ed ebbe un'importanza decisiva per la
fisionomia dell'ebraismo.
Quando nel 538 a.C., grazie all'autorizzazione del re persiano » Ciro il Grande, i
deportati a Babilonia poterono fare rientro in Palestina, divenuta nel frattempo
una provincia dell'Impero persiano, ci furono da riorganizzare non soltanto una
terra, ma anche i principi del culto e del pensiero. Iniziò un nuovo e importante
capitolo della storia e della cultura degli Ebrei, di cui resta testimonianza in
tante pagine della Bibbia. Fu allora che la religione di Israele acquistò quei
caratteri di interiorità, di culto e di studio della legge, di speranza messianica
(cioè di attesa di un "messia" - dall'ebraico mashiah, "un-to", "consacrato" da
Dio) che sono ancora centrali per gli Ebrei osservanti di oggi. Nel nord della
Terra di Canaan Soto la perisola anatoica. ne nor loghi uti
di Canaan, si snoda una costa ricca di insenature, promontori, piccole isole,
luoghi uti-
li agli approdi, alle cui spalle si distende una striscia di territorio
pianeggiante, adatto a
essere coltivato. A ridosso della pianura, a chiudere questa lingua di terra, si
innalzano le montagne dell'odierno Libano, un tempo ricoperte da boschi di cedri.
In questa regione si insediarono in tempi molto antichi, forse sin dal III
millennio a.C., diversi popoli, di cui il principale fu quello dei Cananei. Furono
appunto questi gruppi a fondare i primi insediamenti sul mare e le prime città.
Città indipendenti Non si trattava di grandi siti urbani: le città cananee
sorgevano su isolotti costieri, promontori o penisole - luoghi facilmente
difendibili - e possedevano due porti, uno a nord e uno a sud, in modo da sfruttare
le correnti o i venti favorevoli a seconda delle stagioni. Ognuna di esse aveva un
suo entroterra, per praticare l'agricoltura e per accedere ai monti, dai quali si
ricavava il legno di cedro, ideale per la costruzione di edifici e navi.
La conformazione del territorio non facilitava le comunicazioni fra i centri, che
restarono quindi indipendenti. Essi erano governati da un re (assistito talvolta da
un consi-glio), che sembra avesse anche funzioni di sacerdote; inoltre, ogni
comunità aveva culti dedicati e divinità proprie, spesso diverse da città a città.
Cananei e Fenici Inizialmente non ci furono differenze sostanziali
nell'organizzazione di queste città rispetto ai centri urbani dell'entroterra.
Erano tutte città-stato, con una struttura sociale e politica simile, e con
un'economia fondata su un flusso di intense relazioni commerciali tanto verso il
Mediterraneo, con Cipro, Creta e l'Egitto, quanto verso l'interno, con la
Mesopotamia.
Solo verso la fine del II millennio a.C. si creò un divario sensibile fra i centri
dell'interno e quelli della costa: da quel momento si può parlare per questi ultimi
di una civiltà con caratteristiche specifiche e distinte da quelle delle altre
città cananee. A tale civiltà 1
Greci diedero il nome di © Fenici, derivandolo da quello della porpora (phòinix),
un pregiato colorante naturale nella cui lavorazione proprio i Fenici divennero
abili maestri. Da Oriente a Occidente: la scelta del mare Intorno al 1200 a.C.,
come sap-piamo, tutto il Mediterraneo orientale fu investito dagli attacchi dei >
popoli del mare.
Quando le città si ripresero, si riaffacciarono su un mondo che nel frattempo era
profondamente mutato. Egizi e Hittiti avevano infatti allentato il controllo sulla
Terra di Canaan, e i Fenici approfittarono di questa situazione per fondare una
nuova rete di contatti commerciali, prevalentemente in direzione del mare.
Dalle città di Tiro, Sidone, Berito (l'odierna Beirut), Biblo e dagli altri centri
minori i
Fenici si spinsero ovunque nel bacino del Mediterraneo, dal mar Egeo al Nord
Africa, dalla Sardegna alla Spagna, fino a varcare lo stretto di Gibilterra e a
penetrare nell'oceano Atlantico. Attraverso il commercio essi guadagnarono potenza
e ricchezza, ma l'incontro con i mercanti fenici ebbe notevoli influenze anche
sulle popolazioni occidentali
IL RAMO D'ORO Il commercio muto.
La perdita della libertà La grande stagione dell'espansione mercantile fenicia
conobbe una battuta d'arresto quando le città della costa libanese tornarono sotto
l'influs-so dell'Egitto e, successivamente, dell'Assiria. In particolare, gli
Assiri utilizzarono la potenza commerciale fenicia a proprio vantaggio: la loro
dominazione, tra l'VIII e il VII secolo a.C., si basò sull'imposizione di tributi e
sull'utilizzo delle flotte fenicie.
A partire dal VI secolo a.C., inoltre, i centri fenici dovettero fronteggiare la
concorrenza dei Greci, cui si sommò quella delle stesse colonie fenicie del
Mediterraneo occidenta-le, tra le quali in particolare Cartagine (• capitolo 7).
Nello stesso periodo passarono prima sotto la dominazione neobabilonese - nel 588
a.C. il re Nabucodonosor II conquistò Tiro e Sidone -, poi sotto quella persiana,
perdendo definitivamente l'indipendenza. CAPITOLO 1 Popoli e culture del Vicino
Oriente
2 Rotte, empori, merci nel Mediterraneo
CONCETTI CHIAVE • I Fenici furono grandi marinai e mercanti: esportavano materie
prime e prodotti di artigianato in cambio di metalli, che poi rivendevano;
navigavano nel mar Nero e in tutto il Mediterraneo • Lungo le loro rotte
commerciali fondarono numerosi scali commerciali (empori)
L'abisso del mare in tutto il mondo antico l'abilità dei marinai fenici era
proverbia-
FONTE VISIVA
le. Utilizzando il cedro delle montagne libanesi con una perizia tecnica davvero
ecce.
zionale, i Fenici misero a punto le migliori navi del tempo.
Le imbarcazioni erano di due tipi: uno per il piccolo cabotaggio, ovvero per la
navi. gazione costiera; l'altro destinato alle rotte di lungo corso e dotato perciò
di uno scalo
Guarda la fonte visiva sulle Le navi fenicie e rispondi alle domande.
• Perché il rilievo di una nave fenicia si trova effigiato su un
rilievo del palazzo del re assiro?
• Quali caratteristiche avevano il ponte, i remi e la prua della nave?
più profondo e stabile. Le prime erano impiegate solo nelle ore diurne e
percorrevano fi. no a 25-30 miglia nautiche (40-55 chilometri); con le seconde si
arrivava a 50 miglia (oltre 92 chilometri) e si navigava anche di notte, perché i
Fenici impararono a orientarsi sul mare usando le stelle: la stella polare, che
indica il nord, si chiamò a lungo "stella fenicia"
Studiando il percorso delle correnti mediterranee e la direzione dei venti,
inoltre, i Fe-
nici misero a punto due grandi rotte: una per andare da est a ovest e faltra per
tornare in-
dietro. Occorrevano circa 80 giorni per andare da Tiro allo stretto di Gibilterra:
prima
si raggiungevano le vicine isole di Cipro, Rodi e Creta, poi si attraversava il mar
lonio per
airvare alla Sicilia, di qui si toccavano la Sardegna del sud, le Baleari a costa
sPagnolae
infine si giungeva allo stretto. Il ritorno avveniva invece costeggiando il Nord
Africa.
Nell'oceano Per la fama di marinai impareggiabili di cui godevano, ai Fenici furono
attribuite imprese favolose, come la circumnavigazione dell'Africa, che essi
avrebbero realizzato nell'arco di tre anni durante il VII secolo a.C. Di questa
notizia non esistono però riscontri. Più probabile è invece l'apertura, oltre
Gibilterra, di una rotta verso sud,
cchezza e porpora dal mare
questa moneta coniata a Tiro nel
V secolo a.C. sono raffigurati delfino e un murice, il mollusco ui si ricavava la
porpora
fino al golfo di Guinea (raggiunto forse dal cartaginese Annone nel V secolo a.C.),
e di una verso nord, fino alle isole Cassitèridi, cioè Irlanda e Gran Bretagna (per
opera ancora di un cartaginese, Imilchione). Sulla costa atlantica dell'Africa si
trovano infatti resti di fondazioni fenicie ed è accertato che i Fenici
acquistavano lo stagno nel Nord Europa.
Gli empori Se è affascinante collocare in un tempo così remoto viaggi di simile
por-tata, è anche lecito chiedersi che cosa spingesse tanto lontano questo popolo.
I Fenici, a quanto pare, non furono mai mossi dal desiderio di conquistare le terre
che raggiungevano e non costituirono mai un impero nel senso politico-militare del
termine: la loro vocazione era squisitamente commerciale. Questo spiega perché essi
tendessero a fondare in ognuno di questi luoghi › empori, cioè punti di approdo nei
quali le navi potessero trovare rifugio in caso di tempesta e, insieme, basi
collocate lungo le rotte e
CHÉ DI UNA PAROLA
mporio / colonia
mporion (greco)
"mercato"
destinate alla vendita e all'acquisto delle merci. Si trattava insomma, almeno in
origine, di qualcosa di diverso da una vera e propria › colonia, ossia un centro di
popolamento permanente. E vero, tuttavia, che nel corso del tempo tale differenza
poteva sbiadire e che alcuni empori si trasformarono in veri e propri centri
urbani, altrettanto o persino più ricchi rispetto a quelli della madrepatria.
mporio (scalo ommerciale)
In origine gli empori fenici erano piccoli e molto ravvicinati gli uni agli altri;
essi sorgevano intorno a un santuario, perché nel mondo antico era normale porre
una nuova fondazione sotto la protezione di un dio. Il tempio custodiva le
ricchezze guadagnate ed
lere (latino)
'abitare"
lia (centro olamento)
era un luogo d'incontro per lo scambio di merci; è possibile che vi fossero
collocati anche i magazzini di stoccaggio. Oltre al santuario, c'era, naturalmente,
il porto, talvolta costi-
tuito da un semplice approdo sabbioso. Le vie e le case, dai muri colorati,
ospitavano i coloni e gli artigiani. Sembra che la convivenza con le popolazioni
locali sia stata perlopiu pacifica, anche perché le attività commerciali
comportavano vantaggi per tutti. caso di Cartagine Uno degli insediamenti fenici
d'Occidente merita una particolare attenzione: Cartagine, fondata alla fine del IX
secolo a.C. da Fenici provenienti da Ti-
ro. La città sorgeva nel territorio dell'attuale Tunisia, in una posizione
favorevole al centro del Mediterraneo, e all'inizio non dovette essere diversa da
tutte le altre colonie fenicie.
Poi, a partire dal VII secolo a.C., incominciò a costruire propri scali commerciali
nel Mediterraneo occidentale, dalla Sardegna alla Spagna, e contemporaneamente
intensificò i suoi traffici con gli Etruschi in Italia, assumendo sempre più il
controllo degli empori fenici di Sardegna e Sicilia, appunto sulla via verso
l'Etruria.
Cartagine costituì, insomma, un polo autonomo di potere, indipendente dalla ma-
drepatria. Al culmine della loro potenza, i Cartaginesi controllavano porzioni
importanti della Sicilia, della Sardegna e della penisola iberica, pur dovendo
negoziare di volta in volta i loro spazi di influenza con quelli delle altre
civiltà della zona, in particolare
Greci ed Etruschi. Sarà soltanto l'ingresso sulla scena mediterranea di una nuova
poten-za, Roma, a segnare il destino di Cartagine ( capitolo 7).
Oggetti di scambio: il primato dei metalli A condurre tanto lontano i Fenici furono
specialmente la ricerca e la commercializzazione dei metalli, beni particolarmente
preziosi nel mondo antico, venduti soprattutto come materia prima non lavora-ta. La
carta degli insediamenti fenici ricalca, non a caso, tutte le zone nelle quali le
risorse minerarie erano varie e abbondanti: a Cipro il rame; in Sardegna e in
Spagna l'argento, il piombo, il rame, il ferro, lo zinco (in Spagna anche lo
stagno); in Tracia l'oro. Anche i viaggi oltre Gibilterra, come si è detto, furono
legati ai metalli: nel Nord Europa i Fenici trovarono e sfruttarono miniere di
stagno LUOGHI
I mercanti fenici erano poi esportatori di legno di cedro, con il quale si
costruivano non solo navi, ma anche edifici grandiosi, come il Tempio di Gerusalem-
me, il cui soffitto a cassettoni e le cui pareti erano in cedro del Libano
• lezione 5).
Il vetro e la porpora Due erano però i beni di lusso da sempre associati al popolo
fenicio: i tessuti tinti con la porpora e gli oggetti in vetro. La tradizione
attribuisce proprio ai Fenici sia la scoperta che un particolare mollusco diffuso
sulle coste mediterranee, il mùrice, conteneva un liquido di colore rosso cupo con
il quale era possibile tingere stoffe di lana o di lino, sia l'invenzione della
tecnica per la fusione del ve-tro, a partire dalle sabbie delle coste libanesi,
ricche di silicio. Gli studi archeologici oggi spostano più indietro e in altri
luoghi l'origine del vetro, ma certamente furono i Fenici a sfruttare appieno
queste risorse, soprattutto attraverso un artigianato di alto livello. Un codice
importante il mondo del commercio fenicio fece da propulsore a mate-riali,
tecniche, gusti estetici, interessi umani, connessioni tra popoli distanti.
All'interno di questa rete si usò un mezzo importante: un sistema di scrittura
funzionale a racco-gliere, comunicare o conservare dati utili a fini economici, per
esempio fissando i termini di una transazione commerciale. Come sappiamo, non
furono i Fenici a » inventare la scrittura, e del resto i segni più antichi
prodotti da questa civiltà, scoperti a Biblo, si richiamavano ai geroglifici. Nel
XII secolo a.C., però, quando la scrittura fenicia si stabiliz-zò, era stata
introdotta una novità essenziale: c'erano soltanto 22 segni, antenati delle lettere
del nostro alfabeto, leggibili da destra a sinistra (una caratteristica comune
anche all'ebraico, all'aramaico e, più tardi, all'arabo).
Un suono, un segno: la scrittura alfabetica Il sistema di scrittura fenicio si
fondava sulla considerazione che in ogni lingua esiste un numero limitato di suoni
(fonemi) che si ripetono nelle parole associandosi ogni volta in modo diverso;
facendo corrispondere a ogni suono un solo segno grafico (grafema), si potevano
dunque scrivere tutte le parole. Era un sistema infinitamente più semplice ed
economico, a partire dal quale si costituirono poi tutti i sistemi di scrittura
diffusi nell'area mediterranea.
Dalla necessità di conoscere migliaia di segni per poter scrivere tutte le parole o
le idee che facevano parte di una lingua (come accadeva per esempio nella scrittura
ideografica), la riduzione a 22 segni rappresentò un'innovazione straordinaria, che
modificò radicalmente la relazione con la parola scritta.

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