Il 0% ha trovato utile questo documento (0 voti)
6 visualizzazioni10 pagine

Tacito

Caricato da

anna.pagano3076
Copyright
© All Rights Reserved
Per noi i diritti sui contenuti sono una cosa seria. Se sospetti che questo contenuto sia tuo, rivendicalo qui.
Formati disponibili
Scarica in formato PDF, TXT o leggi online su Scribd
Il 0% ha trovato utile questo documento (0 voti)
6 visualizzazioni10 pagine

Tacito

Caricato da

anna.pagano3076
Copyright
© All Rights Reserved
Per noi i diritti sui contenuti sono una cosa seria. Se sospetti che questo contenuto sia tuo, rivendicalo qui.
Formati disponibili
Scarica in formato PDF, TXT o leggi online su Scribd

LA VITA

Gli anni sotto Nerone e i Flavi

La vita di Tacito si può ricostruire grazie ai dati contenuti nelle sue stesse
opere e da sporadiche fonti esterne, come l'epistolario di Plinio il Giovane
che fu suo coetaneo e amico.
Si ipotizza che Tacito sia nato intorno al 55 d. C., forse nella provincia della
Gallia Narbonese, da famiglia agiata, probabilmente di rango equestre.
Terminati gli studi (ebbe forse Quintiliano fra i suoi maestri di retorica),
intorno al 78 d. C. sposò la figlia di Agricola, uno tra i più validi
generali dell'epoca, allora impegnato nelle campagne di conquista
della Britannia; quindi il giovane, avviato alla carriera politica per tradizione
familiare, intraprese il cursus honorum: fra gli anni del principato di
Vespasiano (morto nel 79 d. C.) e i primi anni del principato di
Domiziano (salito al potere nell'81), ricoprì la questura, l'edilità o il
tribunato della plebe e infine nell'88 la pretura. Non abbiamo notizie degli
anni successivi nei quali fu probabilmente pretore in qualche provincia.

Gli anni sotto Traiano

Rimasto in ombra negli ultimi anni del principato di Domiziano (ucciso nel 96
d.C.), con il successore Nerva, Tacito raggiunse il consolato nel 97, anche
se come console suffectus in seguito alla morte prematura del console
in carica.
Nei primi anni del principato di Traiano, fra il 99 e il 100 d. C., Plinio il
Giovane e Tacito, che nel frattempo aveva pubblicato l'Agricola, la biografia-
elogio del suocero, e la Germania, furono protagonisti di un processo
politico che destò grande scalpore, sostenendo le accusa di abuso e
malversazione mosse dai provinciali d'Africa contro l'ex governatore
Mario Prisco che venne condannato anche grazie all'appassionata
eloquenza con cui Tacito sostenne il dibattimento.
Avvolti nel mistero sono gli ultimi anni della vita di Tacito; sappiamo che
rientrò a Roma fra il 104 e il 105 d. C. dopo un periodo di assenza e
che governò come proconsole la provincia d'Asia.
Intanto, favorito anche dal nuovo clima politico instaurato da Traiano, Tacito
proseguiva la sua attività di scrittore componendo il Dialogo sugli oratori,
dedicato a Fabio Giusto, console nel 102 e successivamente le Storie. Infine a
partire forse dal 112, dovette iniziare la stesura degli Annali, ma a questo
punto di Tacito perdiamo ogni traccia: fu testimone degli inizi del
principato di Adriano, salito al trono nel 117 d. C., ma non vi è alcuna
certezza sulla data della sua morte: alcuni pensano al 120, altri al 125/126.
LE OPERE

Anche Tacito, come Sallustio, esordì con due monografie storico-


biografiche, l'Agricola e la Germania, e con un dialogo sul problema,
all'epoca assai dibattuto, della crisi dell'eloquenza (il Dialogus de
oratoribus), per approdare solo in seguito a sintesi annalistiche di più
ampio respiro (le Historiae e gli Annales).

L'Agricola

La prima opera di Tacito è l'Agricola (De vita et moribus Iulii Agricolae),


iniziata probabilmente nel 97 e pubblicata intorno al 98. L'autore svolge la
laudatio funebre del suocero Gneo Giulio Agricola, uomo politico e
generale molto stimato, conquistatore di gran parte della Britannia
sotto Domiziano, ma rimasto vittima (Tacito così ritiene) delle gelosie
del tiranno.
Tacito, che non aveva potuto pronunciare l'elogio funebre, in occasione
delle esequie di Agricola perché assente da Roma, concepì la sua opera
come una sorta di risarcimento postumo; ma prudentemente la
biografia fu composta e pubblicata dopo che Domiziano era uscito di
scena, a distanza di circa cinque anni dalla morte del suocero.

L'Agricola è un insieme di generi letterari diversi.


Carattere decisamente biografico hanno i primi capitoli, in cui vengono
riepilogate le tappe della carriera del protagonista fino al proconsolato
in Britannia; la successiva sezione è occupata invece da un'ampia
digressione etnografica sui caratteri dell'isola, con notizie in parte
derivate dai promemoria privati del suocero, in parte fondate sul De
bello Gallico.
A partire dal capitolo XVIII l'opera assume decisamente i caratteri della
monografia storica: l'attenzione di Tacito si concentra sulle imprese
militari di Agricola in Britannia e in particolare sulla battaglia decisiva
combattuta nell'83-84 presso il monte Graupio. Il resoconto dei fatti
militari si alterna a quello delle reazioni politiche a Roma, secondo una
struttura bipartita già tipica delle monografie sallustiane.
Il carattere biografico ritorna dominante nei capitoli successivi, che
narrano gli ultimi anni di vita del protagonista e la sua morte, sulla
quale grava il sospetto dell'omicidio, voluto da Domiziano invidioso del
prestigio di Agricola (sospetto che Tacito non dissipa, ammettendo
solo di non averne le prove).
L'opera si conclude con l'elogio finale di Agricola, una pagina di
straordinario impegno retorico che rimanda direttamente alla
commossa e sublime eloquenza tipica del genere epidittico delle
laudationes funebres.
Attraverso la figura di Agricola, l'autore vuole illustrare come sia
possibile servire con lealtà e competenza lo stato anche vivendo in un
regime dispotico e violento.
La scelta moderata del suocero, di collaborazione senza compromessi
con il potere imperiale e la sua morte silenziosa gli paiono le uniche
soluzioni praticabili.
In controluce l'Agricola svolge la laudatio di quei ceti romanizzati della
Gallia, da cui sia Agricola sia Tacito provenivano e che nel corso del I secolo d.
C. avevano via via affiancato l'aristocrazia italico-romana, fornendo dirigenti
di grande valore.

La Germania

Nel 98 Tacito pubblicò anche la Germania (De origine et situ Germanorum),


scritta in parallelo all'Agricola e come essa divisa in 46 capitoli, di cui i
primi 27 sono dedicati alla descrizione degli usi e costumi comuni alle
diverse popolazioni germaniche, mentre gli ultimi 19 contengono una
rassegna etnogeografica delle principali tribù stanziate nei vasti
territori a est del Reno.
Si tratta di una delle rare monografie a carattere etnico-geografico della
letteratura latina, un'opera cioè in cui gli interessi etnografici costituiscono
l'oggetto primario di indagine e non sono ridotti a un semplice excursus.
L'ambito d'indagine privilegiato da Tacito non è però geografico in senso
stretto: il messaggio centrale della Germania consiste nella
sottolineatura della purezza per così dire naturale, vergine, dei
costumi dei popoli transrenani.
L'ammirazione per i Germani era fondata sull'elogio, di matrice
filosofica cinica, per i popoli "primitivi" e si nutriva dell'implicito
ricordo della Roma arcaica (i Germani di oggi come gli antichi Romani
di ieri): un tema cari agli storici romani, da Catone il Vecchio a Sallustio a
Livio.
Anche per Tacito gli austeri costumi dei Germani, il loro profondo
senso religioso, il desiderio di gloria militare, l'assenza di raffinatezze
nell'educazione dei figli e nel comportamento delle donne, diventano
un'occasione di rimprovero alla società imperiale romana, avviata dal
punto di vista morale a una inarrestabile decadenza.
Tacito intuiva il pericolo che per l'impero rappresentavano questi
popoli, una volta che essi avessero superato le divisioni interne, e molti
a Roma condividevano la sua analisi.
L'argomento risultava di particolare attualità nei mesi in cui la Germania fu
scritta, visto che proprio allora Traiano era impegnato sul Reno con un
forte esercito in un ennesimo tentativo di consolidare confini destinati
a non conoscere pace.
Tacito non si esime dal sottolineare aspetti inaccettabili, ai suoi occhi, del
mos germanico, quali la rissosità, la pigrizia, il vizio del gioco e del
bere.
Da una parte sembra dunque che Tacito intenda lanciare l'allarme sulle
potenzialità belliche di questi popoli e quindi sulla loro pericolosità,
però sembra voler ricordare che si tratta di barbari incivili, che un sano
disegno strategico-militare potrebbe ricondurre sotto controllo.
Il modello romano di società è talmente superiore, agli occhi di Tacito,
sia rispetto al modello della polis greca, che ha già conosciuto il suo declino
storico, sia rispetto a queste società primitive, da giustificare il diritto alla
conquista quale mezzo di diffusione dell'urbanitas, cioè della civiltà,
diffusione avvertita come un autentico dovere storico.
Sul piano del contenuto, Tacito pare descrivere la situazione generale così
come si presentava prima che gli imperatori flavi avanzassero oltre il Reno e il
Danubio. I dati esposti non derivano da osservazioni dirette e da
esperienze di prima mano, ma sono il risultato della lettura di altre
opere dedicate all'argomento, opere affidabili ma ormai datate. La
maggior parte della sua documentazione proveniva infatti probabilmente dai
perduti Bella Germaniae di Plinio il Vecchio; altre fonti devono essere stati
gli excursus dedicati da Cesare ai Germani nel De bello Gallico e quello,
per noi perduto, che Sallustio sembra avesse inserito nel libro III delle
Historiae.

Il Dialogus de oratoribus

Ultima fra le opere minori di Tacito é il Dialogus de oratoribus (Dialogo sugli


oratori), scritto poco dopo il 100, che per diversi aspetti prefigura la
successiva stagione delle grandi sintesi annalistiche.
Per quel che riguarda le tematiche, il dialogo tocca una problematica morale,
civile e politica che nasce dalle stesse domande e suscita le stesse esigenze
delle grandi opere storiche dell'autore.
L'opera mette in scena, come dice il titolo, un dialogo alla maniera di Cicerone,
una discussione cioè che si suppone svolta nel 75 d. C. (o nel 77) in
casa di Curiazio Materno, retore e tragediografo, che sarebbe stato
messo a morte sotto Domiziano.
L'autore afferma di avere assistito al dibattito che si dipana tra lo
stesso Materno e altri personaggi (Marco Apro, Vipstano Messalla,
Giulio Secondo), negli anni della propria giovinezza.
La discussione verte sulla decadenza dell'oratoria.
Messalla ne individua le ragioni nel deteriorarsi dell'educazione e
nell'impreparazione dei maestri.
Materno, portavoce dell'autore, adduce invece motivazioni politiche: la
decadenza dell'eloquenza contemporanea è inevitabile, perché la vera,
grande eloquenza può fiorire solo in tempi tumultuosi e politicamente
disordinati com'erano quelli della res publica in cui visse Cicerone;
d'altra parte bisogna accettare il principato come l'unico sistema di
governo capace di garantire alla società una vita più ordinata e
tranquilla e, soprattutto, di scongiurare il rischio di nuove guerre civili.
Mai nell'antichità classica l'attività letteraria era stata posta così
organicamente in relazione con il contesto civile e sociale e spiegata
all'interno di un quadro storico: la crisi dell'oratoria è il prezzo da pagare
all'ordine e alla pace garantiti dal princeps, e del resto per Tacito è ben
chiaro che il principato non ha credibili alternative. Egli esclude ancora
una volta soluzioni astratte o irrealistiche: il rimpianto per il passato
repubblicano rischierebbe di alimentare una crisi politica dalle conseguenze
disastrose.

Le Historiae e gli Annales

Dopo il Dialogus Tacito si dedicò interamente alla storiografia: ciò che più gli
stava a cuore era infatti il discorso politico.
Dalla grande tradizione storiografica latina (Sallustio, Livio) Tacito eredita la
concezione di storia come ragionamento e analisi dello stato, come
ricostruzione razionale e concreta dell'esperienza di individui, colti
però non in astratto, ma inseriti nella vicenda politica storica e
culturale della res publica romana.
Su queste basi nacquero due opere tra le maggiori della storiografia
latina: le Historie (pervenuteci parzialmente) e gli Annales.

Le Historiae narrano le vicende che da Galba (69) giungono alla morte


di Domiziano (96): offrono il quadro dello scontro, devastante, fra
potere centrale e province, un argomento inedito per la storiografia
romana.
Gli Annales sono invece dedicati al mezzo secolo precedente (14-69).

Se al centro della riflessione delle Historiae è l'analisi dei costi e del


fallimento del principato, incapace di assicurare la pace, la
preoccupazione dominante degli Annales è invece lo studio delle cause e
dei meccanismi del potere imperiale.

Il I libro delle Historiae si apre con il 1 gennaio del 69 d. C.: quel giorno
giunse a Roma la notizia della rivolta di due legioni stanziate sul Reno,
avvenimento a cui si legheranno tutti gli eventi successivi.
Il punto di partenza scelto invece per gli Annales è la morte di Augusto
(14 d. C.).
In entrambe le opere la narrazione si ambienta a Roma e nelle
province. I due "teatri" si alternano continuamente nel racconto che tende ad
acquisire ritmi differenti. La periferia, il mondo delle province, è dominata da
ribellioni represse, campagne militari di vasto respiro operazioni sul
limes; è il luogo dove gli uomini possono dare prova di capacità militari
e di dedizione a Roma, superando anche gli intrighi dei cortigiani. Il
centro, la città di Roma, appare dominato invece dalle figure
ambiziose, sinistre e senza scrupoli di mogli, liberti e cortigiani, dalle
vicende di palazzo in un clima di efferatezze, intrighi, dissolutezze,
piaggeria e adulazione, cui anche la classe senatoria soccombe, e dal
quale emergono solo pochi uomini degni dei maiores, ridotti presto al
silenzio (Cremuzio Cordo, Trasea Peto).
Nel proemio delle Historiae l'autore annunciava di voler narrare in un'opera
successiva i regni di Nerva e Traiano. Più tardi Tacito modificò questo proposito,
poiché aveva desiderio di ricostruire e spiegare la cause remote della
gravissima crisi politica narrata all'inizio delle Historiae. Perciò si volse
al passato e dedicò gli Annales agli esordi della dinastia giulio-claudia.
Ma il suo atteggiamento di fondo era ormai mutato: i problemi politici
dell'impero continuavano a sembrargli gravemente irrisolti e questo accresceva
in lui l'inquietudine. Ciò che nelle Historiae era ansia e preoccupazione
per le sorti dell'impero diventa negli Annales uno scorato e invincibile
pessimismo.

Storia e politica

Negli Annales è chiaro l'interesse politico sul passaggio dalla res


publica al principato.
Vengono narrati gli ultimi anni del principato di Augusto, il periodo
della lotta per il potere per la successione a Ottaviano.
Sugli Annales aleggia lo spettro del fallimento ideale consumatosi nell'ultimo
ventennio, con la sistematica umiliazione delle prerogative senatorie e la
crescente burocratizzazione degli apparati statali, fenomeni che non
lasciavano piò spazio a fondate speranze di rinascita. Se al tempo di Agricola
Tacito poteva ancora credere nella possibilità di conciliare principatus e libertas,
e se forse ancora nelle Historiae si era cullato in questa illusione, quando
scrive gli Annales il velo dell'inganno è caduto: sotto la maschera di una
parziale libertà si celava la terribile verità del nuovo regime e cioè la
sua natura di governo tirannico, che creava intorno a sé un popolo di
adulatori, desiderosi solo di non scontentare il sovrano.
Siamo autorizzati a scorgere negli avvenimenti del passato, allusioni e
prefigurazioni di avvenimenti contemporanei perché la visione di Tacito
salda strettamente storia e politica, passato e presente. Lui non punta a
una semplice e sterile conoscenza del passato; anche quando si allontana dal
passato più recente, non dimentica la situazione nella quale vive. Da qui la sua
lettura in chiave sempre politica della storia. Ad esempio in Tiberio Tacito
vede già alcuni tratti propri di Domiziano. Ciò non significa che dietro a
ogni personaggio o evento notevole degli Annales si nasconda il fantasma di un
protagonista contemporaneo; pur con tutta la soggettività del suo metodo,
Tacito rimane a ogni modo una fonte attendibile. Resta vero però che
l'inequivocabile giudizio di condanna da lui pronunciato sul principato
giulio-claudio si lega a doppio filo a una lettura alquanto pessimistica
del presente.

L'attendibilità storica di Tacito

Tacito dimostra in ogni sua opera l'accuratezza nell'accertamento della


verità: non solo consultò varie fonti ma rivela anche notevole perspicacia
critica nel cruciale momento di privilegiarne una piuttosto che un'altra. Tacito
è uno degli storici antichi meglio documentati e più rigorosi.
In qualità di senatore aveva libero accesso ai documenti ufficiali, lesse anche
fonti dirette, tra cui le raccolte dei discorsi degli imperatori e opere di
memorialistica oggi perdute. Tenne presenti anche gli scritti di storici del
passato come Livio o di quelli a lui più vicini come Plinio il Vecchio,
Vipstano Messalla, Cluvio Rufo e Fabio Rustico.
Spicca l'alto grado di rielaborazione a cui Tacito ha sottoposto le
testimonianze precedenti o contemporanee. Tacito non commette molti
errori di identificazione e, sebbene non risulti sempre preciso nella cronologia,
dimostra in compenso valide conoscenze geografiche.

L'IDEOLOGIA DEL PRINCIPATO

Il principato come necessità storica

Due gravissime crisi politico-istituzionali attraversano la vita di Tacito,


segnandola in modo indelebile: la prima fu la guerra civile fra Galba, Otone,
Vitellio e Vespasiano, pretendenti al trono imperiale; la seconda, a trent'anni di
distanza, fu la morte violenta di Domiziano e il caos istituzionale che ne seguì,
con il debole successore Nerva, praticamente costretto dai pretoriani ad
adottare lo spagnolo Traiano, rappresentante dei ceti militari. Negli anni della
maturità Tacito ebbe modo di sperimentare regimi moderati e illuminati, come
quello di Traiano, e regimi illiberali e dispotici, come quello di Domiziano; e,
cosa ancor più importante, ebbe modo di conoscere gli effetti di due diversi
meccanismi di successione, quello dinastico, sotto i Flavi, e quello adottivo
inaugurato da Nerva.
Tacito, animato da un pragmatismo disincantato, a tratti anche cinico, che fa
di lui un esponente della tradizione politica della classe dirigente romana, non
nutre sterili rimpianti verso un passato repubblicano che ha fatto il suo tempo:
non ama il principato come istituzione in sé, ma ne riconosce la
necessità storica.
Agli occhi di Tacito appare evidente la debolezza strutturale dell'antica
res publica di fronte al rischio, sempre risorgente, delle guerre civili e
dell'anarchia militare.
Il principatus gli appare come l'unica forma istituzionale in grado di
garantire la coesione e la pace.
La libertas per Tacito indica un clima di distensione tra principe e senato,
caratterizzato dal rispetto delle reciproche attribuzioni e da un atteggiamento
di sostanziale collaborazione per il bene dello stato.
All'opposto di questo clima è il regime del dominatus, la dispotica
oppressione esercitata nei confronti della classe dirigente senatoria da
tiranni come Nerone o come Domiziano, i quali si pongono non come
servitori dello stato, ma come suoi assoluti signori e padroni.
Per evitare un simile rischio, secondo Tacito, non esiste altra via che un
sistema di successione basato non sull'avvicendamento dinastico ma
sull'adozione del successore tra i "migliori" operata dal principe ancora
in vita con l'avallo del senato e delle gerarchie militari: Domiziano e
Traiano rappresentano rispettivamente ai suoi occhi, nell'ambito della storia
contemporanea, le più evidenti esemplificazioni dei rischi e dei pregi di
due diversi sistemi.
La classe dirigente di fronte al princeps

L'idea di libertas raccoglie per Tacito l'insieme delle condizioni che permettono
un comportamento non servile della classe dirigente rispetto al principe,
ma di leale collaborazione per il bene supremo dello stato. Per tutto ciò il
reclutamento, l'identità e le prerogative della classe dirigente necessarie a
governare l'impero sono per Tacito una questione di primaria importanza.
Un aspetto particolare del problema è quello che coinvolge i rapporti tra senato
e imperatore in un regime di dominatus: in questo caso Tacito si chiede
se sia lecito e fino a che punto offrire la propria collaborazione al
tiranno, se un uomo di stato può in simili casi partecipare al governo
dell'impero mantenendo integra la propria dignitas. La sua risposta a
questi interrogativi non poteva che essere positiva: egli stesso, del resto, con il
suocero Agricola, faceva parte di quella classe dirigente che, pur avendo
raggiunto lusinghieri traguardi politici sotto Domiziano, rifiutava di lasciarsi
coinvolgere in un'accusa indiscriminata di connivenza, se non addirittura di
complicità, con il regime tirannico instaurato a Roma dall'ultimo dei Flavi.
Qual è dunque per Tacito la via corretta da seguire per evitare sia il
deforme obsequium, il vile servilismo di chi si vende al tiranno, sia
l'abrupta contumacia, la supponente arroganza di chi sdegnosamente
si ritrae dalla vita pubblica senza con questo procurare alcun
giovamento allo stato e, anzi, aprendo la strada ai peggiori? Il suocero
Agricola rappresenta un modello e nell'opera a lui dedicata Tacito lo offre
all'emulazione dei suoi pari: si tratta di un uomo di stato integro ed
energico, fedele servitore non del principe ma dello stato, estraneo
agli intrighi di corte e consacratosi all'ampliamento e al rafforzamento
dei confini dell'impero.

L'arte del ritratto

Soprattutto nelle opere maggiori Tacito afferma che la storia dipende dai
rapporti tra princeps e senato, e questi, a loro volta, dalla personalità del
princeps. Ciò significa che i limiti tradizionali tra storiografia e biografia
vengono meno e le ragioni della storia vanno trovate nella psiche
sovente contorta dei protagonisti, che vengono ritratti nella verità dei
rapporti privati, alle prese con le mogli, con i liberti, e, soprattutto, con
se stessi, messi impietosamente a nudo nelle pieghe spesso miserabili
della loro imperiale grandezza.
Questa tendenza accumuna Tacito a Tucidide e Sallustiio. Tacito non è di
facile lettura né di immediata comprensione, occorre imparare a leggerlo
capendone il giudizio e il pensiero. Solo in questo modo è possibile apprezzare
pienamente, oltre che le qualità di storico, anche e soprattutto quelle di
scrittore "tragico", abilissimo in particolare nell'arte di illuminare di
bagliori foschi gli ambienti della corte imperiale e di sondare i meandri
tortuosi delle psicologie, di raffigurare le passioni, di fare emergere
alla luce le ambiguità e i charoscuri che si celano nell'intimo, i vizi che
ci sono nelle stanze del potere.
Notevole è l'efficacia con cui Tacito incide i ritratti dei suoi protagonisti
che vengono sempre colti nel vivo delle loro mosse e reazioni. Il fatto,
l'evento storico, viene così legato all'uomo che ne è protagonista.

LO STILE

Le strutture

Particolarmente evidente appare l'evoluzione dello stile tacitiano fra le prime


opere e quelle , di maggiore impegno, composte nella maturità, sia a livello
della sintassi, del lessico e dell'ornatus , sia a livello delle strutture narrative.
Le opere composte fino al 100 risentono ancora delle incertezze di un
approccio che tenta di conciliare la sicurezza delle impostazioni
tradizionali con l'esigenza di una maggiore libertà dagli schemi e dai
modelli del passato. L'Agricola, invece, manifesta già la ricerca di forme
più agili all'interno delle quali Tacito cercava di dare forma al suo
pensiero.
Ma è solo nelle Historiae che l'autore comincia a sperimentare quelle nuove
strutture formali che rendono tanto originale la sua storiografia. Fin dal
libro I Tacito dimostra un perfetto dominio della materia narrativa: un abile
montaggio dispone le diverse scene come in una serie di quadri
cinematografici, ben distinti l'uno dall'altro. Il ritmo narrativo è assai
rapido e vario, ma una tendenza alla concentrazione si manifesta nelle
Historiae a ogni livello.
Come e meglio che nelle Historiae, i libri degli Annales si suddividono per
unità narrative organizzate intorno a due tradizionali teatri delle
operazioni, la città (Roma) e l'impero (le province). La capitale vive
delle vicende del palazzo: la famiglia imperiale, le famiglie nobili
dell'aristocrazia. Il fuori città è teatro di guerre e pacificazioni,
ribellioni e atti amministrativi, con inserti di imprese di singoli. Prende
poi corpo un discorso che è inimitabile per pregnanza d'analisi etico-
politica e per forza d'urto stilistica. Qualche volta le unità narrative si
allargano alle dimensioni più ampie del dramma, svolto dall'autore in ciascuna
delle sue parti, che come tali si possono considerare veri e propri atti.
L'arte di Tacito sa rifulgere nei brevi e vivacissimi inserti che segnano pause
dense di significato all'interno di unità narrative più ampie o delle grandi
suddivisioni del libro. È soprattutto in queste sezioni che il narratore
presenta i movimenti della folla anonima, spesso inquieta e
spaventevole quando è presa dal panico, dal dolore o dall'ira.

Lessico, sintassi, ornatus retorico

Altrettanto evidente appare l'evoluzione stilistica fra le varie opere di


Tacito a livello dell'elocutio.
Nella Germania prevale il modello senecano: troviamo perciò periodi
spezzati, lessico poetico e ricercato, gusto per la sententia a effetto,
espedienti retorici quali antitesi, anafore e nessi allitteranti.
L'Agricola è caratterizzato da una prevalente impronta sallustiana, che
diverrà dominante nelle Historiae e negli Annales; da Sallustio sono riprese
soprattutto la patina arcaica e la ricerca dell'espressione insolita e
anticlassica, Tacito tuttavia sottopone i suoi modelli a un alto grado di
rielaborazione e di contaminazione, con risultati spesso notevoli: in certi
tratti delle Historiae per esempio ritornano la fluidità e la ridondanza di Livio,
in altri appare già attuata quell'evoluzione stilistica che contrassegna in
particolare la lingua scabra e serrata, a tratti anche oscura, degli Annales.
La prima esade di questi ultimi, quella dedicata a Tiberio, rappresenta il
culmine dell'elaborazione stilistica di Tacito: la ricerca ossessiva della
brevitas, della concentrazione e dell'intensità espressiva, dell'incisività
e della pregnanza; le elisioni, le omissioni, gli asindeti, gli anacoluti, le
antitesi violente. Tipicamente tacitiani sono i trapassi arditi, lo
sconvolgimento e la violazione sistematica della norma tradizionale
(quella ciceroniana in particolare: ad esempio gli ablativi assoluti in
Tacito sono sciolti dal resto del periodo), l'amore per gli accostamenti
casuali, le coordinazioni inaudite, le continue variationes nei costrutti
che producono un inconfondibile effetto di inconcinnitas: una scrittura
disarmonica.
Il linguaggio torna invece a distendersi nei libri XI-XVI, tanto da far pensare ad
alcuni critiche che questi libri non siamo stati revisionati dall'autore alla causa
della sua morte.
La drammaticità o teatralità della prosa tacitiana è in linea con la tendenza al
barocco, che si mostra in larga parte della letteratura latina del I sec. d. C.
Il barocco tacitiano ricorre talvolta, per maggiore efficacia all'orrido, un
elemento che pervadeva la letteratura del primo secolo dell'impero, dalle
tragedie di Seneca a Lucano.

Potrebbero piacerti anche