2008 Act
2008 Act
Sede di Padova
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Indice
2 Evidenze scientifiche 13
2.1 Pubblicazioni relative all’ACT . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 13
2.2 Rassegna della letteratura . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 13
3 Evidenze cliniche 17
3.1 Disturbi d’ansia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 17
3.1.1 Disturbo d’ansia generalizzato . . . . . . . . . . . . . . . 19
3.1.2 Fobia sociale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 19
3.1.3 Disturbo post-traumatico da stress . . . . . . . . . . . . . 20
3.1.4 Disturbo ossessivo-compulsivo . . . . . . . . . . . . . . . . 21
3.1.5 Disturbi del controllo degli impulsi . . . . . . . . . . . . . 21
3.2 Disturbi dell’alimentazione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 22
3.3 Disturbi somatoformi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 22
3.4 Disturbi correlati a sostanze . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 24
3.4.1 Tabagismo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 24
3.4.2 Dipendenza da oppiacei . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 24
3.5 Disturbo di personalita borderline . . . . . . . . . . . . . . . . . 25
3.6 Schizofrenia e altri disturbi psicotici . . . . . . . . . . . . . . . . 25
4 Conclusioni 27
Bibliografia 29
3
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Capitolo 1
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In tale prospettiva, si capisce anche l’importanza dell’acronimo ACT, che in
inglese rende i tre principali passi proposti dalla terapia: “Accept thoughts and
feelings, Choose directions, and Take action” (accetta i pensieri e le emozioni,
scegli le priorità, agisci).
Gli Autori riconoscono che tale approccio terapeutico possa apparire contro-
intuitivo. In ambienti che sono focalizzati sulla gestione della salute degli utenti,
i clinici sono interessati più alla riduzione dei sintomi che alla promozione della
soddisfazione della vita.
In tale prospettiva, l’ACT è talora indicata più come una visione del mondo,
che come una serie di tecniche terapeutiche. Si deve riconoscere come la filosofia
soggiacente alla ACT, e in generale alle pratiche legate alla meditazione, mostri
una modalità di considerare il dolore e il disagio opposta alla visione tradizionale
occidentale, legata al controllo e alla riduzione dei sintomi.
Pur proponendo un approccio nuovo al disagio psicologico, Hofman e Asmund-
son (2008) ritengono che l’ACT non sia un trattamento per i disturbi emotivi cosı̀
differente rispetto ai modelli tradizionali di terapia cognitiva-comportamentale
(CBT). All’interno della letteratura riguardante la regolazione delle emozioni,
queste ultime possono essere infatti regolate sia manipolando la valutazione de-
gli stimoli interni o esterni che anticipano le emozioni (regolazione delle emozioni
focalizzata sugli antecedenti), sia manipolando la risposta emotiva (regolazio-
ne delle emozioni focalizzata sulla risposta). In tale prospettiva sia i modelli
CBT che l’ACT propongono strategie di regolazione delle emozioni adattive,
differenziandosi nei processi regolatori. La CBT promuove strategie di regola-
zione delle emozioni focalizzate sull’analisi degli antecedenti, mentre la strategia
dell’accettazione dell’ACT intende ridurre le strategie non adattive di risposta
alle emozioni. In tale prospettiva, Hofman e Asmundson (2008) ritengono che,
nonostante le fondamentali differenze filosofiche, le tecniche proposte dall’ACT
siano pienamente compatibili con il modello CBT, e che tali tecniche possano
portare degli interventi più adeguati per taluni disagi.
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etico e virtuoso (Hayes, 2002; Hayes, 2003).
Partendo da questi elementi, l’ACT si è sviluppata identificando i principali
processi comportamentali che rendono ragione del principio di accettazione e
dei trattamenti basati sulla “defusione cognitiva”. In tal modo gli autori hanno
cercato di fornire, all’interno della tradizione comportamentale, un fondamento
scientifico per concetti e pratiche provenienti dal mondo buddista.
Per Hayes (2002), aver incluso nella psicologia clinica delle tecniche che derivano
da tradizioni spirituali e religiose rappresenta un positivo passo in avanti, anche
perché, afferma l’autore, si riesce in tal modo a relativizzare il primato delle
tecniche terapeutiche che non necessariamente permettono da sole un innova-
mento e un progresso nelle discipline psicologiche. In ogni caso, non si vuole
con questo che la moderna psicologia scientifica venga limitata delle prospettive
religiose e/o spirituali.
Pur inserendosi in quella che è definita la terza fase della psicologia clinica,
caratterizzata dall’accettazione di istanze filosofiche e spirituali, l’ACT non in-
tende essere una proposta spirituale né cognitiva. Hayes (2004) la definisce come
una proposta strettamente comportamentale, basata su di una analisi clinica del
comportamento umano, secondo la prospettiva del contestualismo funzionale.
Hayes afferma che l’ACT si basa sul “funzionalismo contestuale”, il cui princi-
pio chiave è “iniziare ad agire nel contesto”, focalizzandosi sulla globalità di un
evento, sul ruolo del contesto per definire la valenza funzionale di un evento,
enfatizzando criteri pragmatici di verità, definendo obbiettivi specifici che per-
mettano di verificare il criterio di verità personale.
L’ACT concettualizza gli eventi psicologici cone una serie di interazioni compor-
tamentali tra gli organismi e contesti definiti storicamente e situazionalmente.
Rimuovere i comportamenti problematici dei clienti dai contesti che vengono
definiti in tali eventi significa, per Hayes, falsificare la natura del problema e
precludersi a possibili soluzioni.
Il criterio di verità è definito in funzione del risultato ottenuto; per sapere cosa
funziona è necessario conoscere quali sono gli obbiettivi verso i quali il soggetto
intende agire. Nel contestualismo, solo gli obbettivi ultimi permettono di for-
mulare una analisi, senza essere oggetto di analisi, nè richiedere giustificazione
alcuna.
Tale prospettiva si definisce contestuale, o anche analisi comportamentale, in
quanto considera la valenza predittiva e modulatoria delle variabili contestuali
che definisco le interazioni in atto tra l’intero organismo e contesti definiti stori-
camente e situazionalmente. Hayes afferma che per poter raggiungere lo scopo di
modificare un comportamento è necessario, e unicamente possibile, manipolare
le variabili contestuali (Hayes & Brownstein, 1986).
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1.1.2 Relational Frame Theory
Il modello teorico soggiacente, di matrice post-Skinneriana, si basa su di un pro-
gramma di ricerca sul linguaggio e sui processi cognitivi: la “Relational Frame
Theory” (RFT), che può anche essere resa in italiano come teoria della struttura
relazionale (Hayes, Barnes-Holmen, & Roche, 2001; Fletcher & Hayes, 2005).
Tale modello teorico richiede che per analizzare qualsiasi comportamento uma-
no sia necessario considerare la struttura relazionale cognitiva dentro la quale il
comportamento si attua.
Le reti relazionali che vengono a crearsi sono resistenti al cambiamento e alla
soppressione, al punto che spesso i tentativi di evitamento portano a rinforzare
la rete stessa (“Non pensare a x” serve come stimolo contestuale per “x”, al
punto da rendere presente psicologicamente l’evento relativo). Anche modalità
cognitive quali la disputa comportano il rischio di mantenere e rinforzare una
rete di relazioni. La RFT sottolinea come tali processi siano per il soggetto
per lo più non consapevoli (e questa viene chiamata “cognitive fusion”, fusione
cognitiva), rendendo il soggetto stesso meno in contatto con l’esperienza qui e
ora, e maggiormente dominato dalle regole verbali e dalle contingenze dirette
(Hayes, 1989). Il disagio psicologico stesso è comprensibile solamente all’interno
della rete cognitiva creata dai processi linguistici (Fletcher & Hayes, 2005).
Secondo tale prospettiva, la RFT non intende modificare la catena causale S-R
di pensiero-azione o emozione-azione, ma intende cambiare la struttura relazio-
nale (il contesto) che sostiene la rete causale pensiero-azione, emozione-azione.
Le tecniche utilizzate sono primariamente l’accettazione dell’esperienza e la de-
fusione cognitiva (Hayes, 2004).
In ogni caso, Hayes (1989) riconosce come ogni tecnica della terapia del compor-
tamento possa e debba essere utilizzata in un protocollo ACT, soprattutto nella
seconda fase del trattamento stesso, dopo che l’accettazione delle esperienze
evitate e della disponibilità (“willingness”) di cambiare verso i valori desiderati
sono state consolidate.
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zionali più flessibili con questi eventi, e poi muoversi nella direzione desiderata,
costruendo repertori comportamentali sempre più ampi.
Per definire un esempio. una persona ansiosa vuole liberarsi del suo problema
d’ansia. E potrebbe venir vissuto come invalidante rifiutarsi di lavorare diret-
tamente sul risultato sperato. Ad un livello differente, comunque, il cliente con
disturbo d’ansia vuole liberarsi dal suo problema al fine di vivere una vita mi-
gliore. A questo punto, la liberazione dall’ansia non è l’obbiettivo ultimo: è una
tappa per un fine. A tale cliente l’ACT propone qualcosa di differente rispetto
ai suoi tentativi precedenti di liberarsi dall’ansia: muoversi direttamente e ve-
locemente verso l’obbiettivo finale, liberandosi dai circoli automatici dell’ansia,
e affidandosi invece alle proprie esperienze (Twohig, Masuda, Varra, & Hayes,
2005).
Per far questo, l’ACT utilizza il linguaggio in una forma non lineare, in quan-
to il linguaggio lineare stesso rischia di essere la sorgente primaria di repertori
rigidi e inefficaci. Strumenti cognitivi ben noti quali i paradossi, le metafore,
le storie, gli esercizi, i compiti comportamentali, i processi esperenziali sono
ampiamente utilizzati. Immagini quali l’essere caduti all’interno di un buco, o
la metafora del poligrafo e della pistola puntata alla testa ricorrono spesso allo
scopo di far fare esperienza al cliente dei processi impossibili dentro i quali sta
cercando la soluzione.
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gnificare, e se non è possibile modificare il loro referente, è sempre possibile
sperimentali come un processo in divenire.
1.2.4 Valori
L’elemento più specifico dell’ACT è forse dato dall’enfasi sui valori personali.
Hayes (2004) afferma che solo partendo dal contesto valoriale l’azione, l’accet-
tazione, la defusione si integrano tra di loro in una proposta efficace. I valori
sono definiti all’interno della RFT come qualità dell’azione che possono essere
istanziate nel comportamento ma non possono essere possedute come oggetto.
Le prime fasi della terapia ACT si caratterizzano per ricercare quelli che sono
i valori personali nei diversi domini della vita: nella famiglia, nelle relazioni
intime, nella salute, nel lavoro, nella spirituralità e cosı̀ via. Una delle tecniche
usate consiste nel chiedere cosa uno desiderebbe che venisse scritto sulla propria
pietra tombale, o cosa venisse detto durante il proprio funerale. Una volta che
i valori personali sono chiarificati, è possibile definire obiettivi che incarnino
tali valori, azioni concrete e graduali che possano permettere di raggiungere tali
10
obbiettivi.
Ancora una volta, strategie cognitive e comportamentali ben note per la risolu-
zione dei problemi sono utilizzate con finalità meno specifiche e più generali.
1.2.5 Impegno
Si chiarisce quindi che il senso dell’accettazione indica, anche etimologicamente,
prendere quello che è offerto. Accettazione non è solo tolleranza, ma è un attivo
abbracciare senza giudicare l’esperienza provata qui ed ora grazie alla tecnica
della defusione cognitiva e dell’esperienza trascendentale di sé.
Accettazione implica intrinsecamente il concetto di esposizione, concetto cen-
trale in molteplici terapie comportamentali basate sull’esposizione stessa. Ma
l’ACT si differenzia da tali terapie in quanto non intende perseguire la finalità
della regolazione delle emozioni. Non intende far sperimentare un sentimento
con lo scopo di controllarlo o ridurlo direttamente. La finalità dell’esposizione
nell’ACT è l’esperienza stessa del fare esperienza di emozioni e pensieri temuti.
Si intende quindi aumentare il repertorio comportamentale della persona, au-
mentandone la flessibilità psicologica (Backledge & Hayes, 2001).
L’ACT si prope di costruire un repertorio comportentale più ampio, sia rimuo-
vendo gli effetti limitanti della fusione cognitiva e dell’evitamento, sia sostenen-
do un insieme di comportamenti coerenti con i valori personali. L’ACT intende
far apprendere strategie generalizzate per muoversi verso i propri obbiettivi e
raggiungerli, dissolvendo le barriere psicologiche tramite la defusione e l’accetta-
zione, e dissolvendo le barriere situazionali tramite l’azione diretta. E le tecniche
utilizzate sono quelle provenienti dal patrimonio della terapia comportamentale.
In questa ottica, l’ACT è tanto una strategia orientata all’accettazione quanto
una strategia orientata al cambiamento. Raramente viene però affermato come
tale esposizione offra delle analogie con i presupposti delle tecniche di desensi-
bilizzazione o di flooding.
11
12
Capitolo 2
Evidenze scientifiche
13
1500
Google Scholar
PsycInfo
1000
Pubblicazioni
500
0
Anno
Figura 2.1: Pubblicazioni recensite da PsycINFO e Google Schoolar, utilizzando come parola
chiave “Acceptance and Commitment Therapy” [Aggiornato a giugno 2008].
disturbi d’ansia e dell’umore, per affrontare anche tematiche generali della psico-
logia sociale legate al pregiudizio. Un cosı̀ ampio ventaglio di ambiti applicativi
appare eccessivo, rispetto soprattutto ai riscontri effettivi proposti in letteratu-
ra.
Il protocollo terapeutico dell’ACT, pur avendo ormai quasi dieci anni di veri-
che empiriche, necessita infatti di ulteriori verifiche relativamente all’efficacia e
all’efficienza, mancando sovente di veri studi randomizzati e controllati.
Un recente studio controllato e randomizzato (Lappalainen et al., 2007) ha
voluto confrontare gli esiti del trattamento tra psicoterapeuti formati sul mo-
dello CBT e sul modello ACT. In generale lo studio riconosce come entrambi i
modelli raggiungano i medesimi risultati nel medesimo tempo. Lo studio riporta
come i clienti trattati all’interno del modello ACT riportino un generale miglio-
ramento sintomatologico, mentre i clienti trattati col modello CBT riportino un
più veloce incremento nell’auto-consapevolezza della situazione di disagio.
In generale, è possibile affermare che l’applicazione dell’ACT nel trattamen-
to del dolore, dell’ansia sociale, dell’ansia generalizzata, e della depressione ha
portato a risultati consistenti e incoraggianti, sostenuti anche da studi su grandi
gruppi di soggetti, metodologicamente corretti e replicati in differenti contesti
culturali (Ivanovski & Malhi, 2007).
Differente è la situazione per altri disturbi di seguito descritti: la ricerca, pur
presentata alla comunità clinica e scientifica su prestigiose riviste, è tuttora limi-
tata a studi pilota condotti su gruppi selezionati, se non effettuata come studio
di casi singoli.
14
Gaudiano (2008) afferma che, nonostante la ricerca sull’ACT sia ancora in una
fase iniziale, i risultati preliminari suggeriscono risultati più favorevoli rispet-
to ai protocolli tradizionali CBT, soprattutto perché si vengono a modificare i
comportamenti disadattivi di evitamento, più che le convinzioni disfunzionali,
che non sono primario oggetto del trattamento.
Gli stessi Hayes et al. (2006) riconoscono che non vi siano sufficienti studi
controllati per poter concludere che l’ACT sia generalmente più efficace di al-
tri trattamenti CBT per l’intera gamma di problemi affrontati. In ogni caso,
i limiti metodologici delle ricerche presentate richiedono ulteriori approfondi-
menti prima che l’ACT possa essere raccomandata come trattamento primario
nell’approccio ai disturbi d’ansia (Allen et al., 2006).
15
16
Capitolo 3
Evidenze cliniche
Nelle sezioni successive verranno indicati i principali ambiti clinici, ma non solo,
nei quali l’ACT è stata applicata e per i quali sono state riportate indicazioni
inerenti l’efficacia del trattamento stesso.
La scelta del materiale oggetto di approfondimento si è appoggiata sulle pagi-
ne bibliografiche preparate dalla Association for Contextual Behavioral Science
(ACBS), associazione fondata e presieduta dallo stesso Hayes, sul sito web rag-
giungibile all’URL [Link].
Il materiale bibliografico si è ulteriormente arricchito grazie a due rassegne sugli
esiti della ACT posta a confronto con differenti protocolli CBT (Hayes, Masu-
da, et al., 2004; Hayes et al., 2006) e protocolli legati alle tecniche meditative.
Una fonte critica è costituita da un gruppo di ricerca non direttamente collegato
all’ABCS che ha effettuato una metanalisi relativa alla validità clinica dell’ACT
(Allen et al., 2006).
I testi consultati provengono da una selezione dei principali articoli apparsi
su riviste peer-reviewed nei quali Hayes è apparso come primo autore o come
co-autore.
Si segnalano articoli pubblicati su (in ordine alfabetico): Behavior Therapy,
Behaviour Research and Therapy, International Journal of Psychology and Psy-
chological Therapy, Journal of Rational-Emotive & Cognitive-Behavior Thera-
py, e The Behavior Analyst.
Si aggiungono articoli su riviste caratterizzate per un alto prestigio, valutato
attraverso la misurazione dell’impact factor (IF). Tra di esse si segnalano ar-
ticoli su Behavior Modification (IF = 1.33), Clinical Psychology: Science and
Practice (IF = 1.89), Cognitive and Behavioral Practice (IF = 1.18), e Journal
of Clinical Psychology (IF = 1.22).
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riguardano la sfera dei disturbi d’ansia.
Zettle (2003) ha trattato per 6 settimane un gruppo di studenti universitari
(N = 24) che riportavano sintomi ansiosi nelle discipline matematiche e nell’an-
sia da esame, con una desensibilizzazione sistematica o con un protocollo basato
sull’ACT. I risultati del suo lavoro hanno portato ad una diminuzione significa-
tiva statisticamente e clinicamente per entrambi i gruppi, anche al follow-up a
2 mesi. Tale diminuzione si presentava sostanzialmente equivalente in funzione
del diverso trattamento.
Campbell-Sills, Barlow, Brown, e Hofman (2006) hanno condotto uno studio
su di un ampio gruppo (N = 60) di pazienti afferenti al Centro per disturbi d’an-
sia della Università di Boston. Nello specifico, gli autori hanno voluto confron-
tare gli effetti psicofisiologici della soppressione emozionale e della accettazione
in un campione cui era stata posta una diagnosi di disturbo d’ansia (in primis
fobia sociale e disturbo d’ansia generalizzato). I partecipanti furono assegnati
casualmente a due gruppi. Il primo gruppo affrontò una serie di incontri re-
lativi a come sopprimere le proprie reazioni emozionali, mentre nel secondo il
focus riguardava come accettare le proprie risposte emozionali. Ai partecipanti
furono quindi mostrati dei cortometraggi ad alto contenuto emotivo, chiedendo
che i partecipanti stessi seguissero le indicazioni fornite. Le misurazioni psicofi-
siologiche riportarono un simile livello di attivazione durante e successivamente
la visione dei film. Il gruppo cui erano state indicate strategie di accettazio-
ne riportò un numero minore di emozioni negative durate il periodo successivo
alla visione del film. Non vi furono differenze relativamente alla conduttanza
cutanea o alla aritmita respiratoria. Tale studio mostra chiaramente come la
soppressione della risposta emozionale non diminuisce il livello di distress pro-
vato dall’individuo, e sia dunque non efficace. Anzi, la soppressione mantiene
più a lungo gli effetti negativi prodotti dagli stimoli ansiogeni. In ogni caso, lo
studio qui indicato non fornisce un supporto alle strategie legate sull’accetta-
zione, che, peraltro, non si mostrano meno efficaci delle strategie basate sulla
soppressione.
Un successivo studio condotto da Forman, Herbert, Moitra, Yeomans, e Gel-
ler (2007) ha considerato un ampio gruppo (N = 101) di soggetti trattati per
disturbi d’ansia, depressione, distimia, e scarsa qualità della vita. Lo studio
randomizzato e controllato ha posto a confronto una tradizionale terapia CBT
con la ACT. Gli autori riportano miglioramenti sostanzialmente equivalenti nel-
la sintomatologia in entrambi i gruppi ed evidenziano differenze nei meccanismi
mediatori dell’esito. In particolare, le esperienze soggettive sono mediate dalle
azioni di “osservare” e “descrivere” per i pazienti CBT; sono invece concettua-
lizzate come “evitare l’esperienza”, “agire con consapevolezza”, e “accettare”
per i pazienti del gruppo ACT.
Gli Autori dello studio ritengono che l’ACT sia un valido trattamento che può
legittimamente essere considerato, in quanto la sua efficacia appare equivalente
a quella di altri protocolli CBT.
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3.1.1 Disturbo d’ansia generalizzato
In una recente rassegna bibliografica, Roemer e Orsilio (2002) hanno mostrato
come sia possibile integrare gli esistenti trattamenti CBT per il disturbo d’ansia
generalizzato (DAG) e per le preoccupazioni croniche con tecniche provenienti
dai protocolli basati sull’accettazione, al fine di aumentare l’efficacia e la si-
gnificatività clinica di tali approcci. In particolare gli Autori, rifacendosi alla
letteratura, concettualizzano le preoccupazioni come una forma di evitamento
delle esperienze, più che dei comportamenti, attraverso strategie sia di tipo su-
perstizioso, che di tipo di evitamento dell’esperienza stessa. Le preoccupazioni
funzionerebbero quindi come strategia di evitamento di un distress interno.
Gli autori riconoscono come, sebbene vi siano limitate esperienze cliniche relati-
ve al trattamento del DAG utilizzando il protocollo ACT, è possibile riconoscere
la plausibilità teorica dell’ACT per il trattamento del DAG. Tale plausibilità è
sostenuta sia mostrando come le preoccupazioni possano essere affrontate con
strategie di accettazione, sia mostrando come numerose tecniche proposte dal-
l’ACT siano riformulazione di ben note strategie della CBT.
Gli Autori ritengono che il protocollo terapeutico proposto nell’ACT permetta
di ridurre l’uso di strategie che mirano ad evitare di confrontarsi con gli eventi
personali, a diminuire le risposte automatiche ai propri pensieri disfunzionali,
ad aumentare le abilità del cliente a prendersi impegni di cambiamento compor-
tamentale, il tutto incoraggiando il cliente a spostarsi dal tentare di controllare
gli eventi personali per lavorare verso il cambiamento del comportamento.
19
emozioni aversive che di attivarsi in comportamenti sociali coerenti con i valori
personali, comportamenti in precedenza evitati.
Un lavoro successivo di Dalrymple e Herbert (2007), purtoppo senza gruppo
di controllo, ha considerato un trattamento individuale in 12 incontri, secondo
un protocollo che integrava le tecniche CBT basate sull’esposizione con quelle
dell’ACT. La misurazione al follow-up effettuate sul gruppo di soggetti (N =
19) ha rivelato una significativa riduzione dei sintomi dell’ansia sociale e un
miglioramento generale nella qualità della vita. Tale studio mostra come i primi
cambiamenti nell’evitamento esperienziale siano validi predittori di successivi
cambiamenti nella riduzione della severità dei sintomi.
I lavori qui presentati rappresentano studi pilota che supportano con riscon-
tri clinici la ragionevolezza empirica dell’ACT come strategia di supporto ai
protocolli CBT basati sull’esposizione. Tale integrazione potrebbe aumentare
l’efficacia dei trattamenti consolidati per la fobia sociale.
20
3.1.4 Disturbo ossessivo-compulsivo
La letteratura scientifica riconosce come l’esposizione con prevenzione del rituale
(ERP) sia la tecnica terapeutica più efficace per il trattamento del disturbo
ossessivo compulsivo (DOC). Un limite riconosciuto a tale tecnica risiede nel
fatto che un certo numero di soggetti rifiuti il trattamento, non ritenendolo
accettabile o efficace. Proprio per questo, la tecnica comportamentale viene
spesso integrata da trattamenti cognitivi, che sembrano essere efficaci nel ridurre
il numero di drop-out (Twohig, Hayes, & Masuda, 2006), volti a ridurre l’urgenza
del soggetto a ricorrere a ritualismi.
Twohig et al. (2006) hanno proposto di utilizzare l’ACT nel trattamento del
DOC, soprattutto per le caratteristiche di accettazione e defusione esperienziale.
Infatti, i soggetti che soffrono di DOC si focalizzano in maniera disfunzionale
sui loro pensieri ossessivi, e si attivano in una varietà di comportamenti di fuga
o di evitamente. Lo studio è stato condotto in 8 sessioni individuali su un
ristretto numero di soggetti (N = 4) che rispondevano ai criteri per il DOC. Gli
Autori hanno riscontrato diminuzione nei punteggi in tutti i questionari per la
misura del DOC utilizzati. Inoltre hanno osservato cambiamenti positivi nella
sintomatologia ansiosa e depressiva. Da tale studio gli Autori suggeriscono
di valutare la possibilità di inserire in maniera consistente il protocollo ACT
all’interno delle tecniche ERP per il trattamento del DOC.
21
mento esperienziale e con una diminuzione dei sintomi d’ansia e di depressione,
anche al follow-up a tre mesi.
22
che prevedeva progressive esposizione al dolore. I partecipanti del gruppo ACT
mostrarono una maggiore tolleranza al dolore e riportavano una percezione sog-
gettiva del dolore inferiore a quella del gruppo di controllo.
Uno studio analogo condotto da Masedo e Esteve (2007) su di un gruppo speri-
mentale (N = 219), nel quale lo stimolo dolorifico era costituito dalla tempera-
tura ambientale torrida, ha portato a risultati molto simili. Il gruppo definito
da strategie di evitamente ha mostrato i tempi di tolleranza al dolore minori.
Il gruppo definito da strategie di accettazione ha mostrato una percezione del
livello di dolore e distress significativamente inferiore.
Partendo dai risultati ivi riportati, sembra lecito poter affermare che il proto-
collo ACT permetta di aumentare significativamente la tolleranza al dolore e
contemporaneamente far diminuire la percezione soggettiva del dolore stesso.
Uno studio pilota riportato da Wicksell, Melin, e Olsson (2007) ha posto
l’attenzione sull’efficacia dell’ACT nel trattamento del dolore cronico di origine
non nota (idiopatica) in soggetti adolescenti. Il dibattito che ne è seguito ha
cercato di distinguere, se presenti, gli elementi specifici del protocollo ACT
rispetto a ben noti protocolli CBT (Asmundson & Hadjistravropolous, 2006), e
ha comunque consolidato l’assunto che ogni protocollo terapeutico debba essere
passato al vaglio della ricerca empirica (Rudd, Williams, & Trotter, 2006).
Una ricerca condotta da Dahl, Wilson, e Nilsson (2004) ha posto a confronto
su di un gruppo di volontari (N = 19) l’efficacia di una forma breve di ACT
più il trattamento medico standard (MTAU) con il solo MTAU per il dolore
cronico. Al follow-up a 6 mesi i partecipanti del gruppo ACT mostravano un
numero minore di giorni di malattia dal lavoro e un minor ricorso al trattamento
farmacologico.
Il gruppo di McCracken (McCracken, Carson, Eccleston, & Keefe, 2004; Mc-
Cracken & Eccleston, 2006; McCracken & Vowles, 2006; McCracken & Yang,
2006; McCracken, MacKichan, & Eccleston, 2007) ha considerato l’efficacia del
protocollo ACT in contesti clinici con soggetti cui era stato diagnosticata una
grave disabilità data dal disturbo algico. Tali studi hanno posto a confronto
l’efficacia non solo di diverse strategie psicoterapeutiche, ma anche l’efficacia
dei trattamenti farmacologici standard per il dolore.
Gli Autori definiscono l’accettazione del dolore cronico come una disponibilità
attiva di intraprendere attività significative nella vita senza tener conto delle
sensazioni, dei pensieri e dei sentimenti collegati al dolore, sensazioni che al-
trimenti risultano precludenti le attività stesse (McCracken et al., 2004). Il
nucleo della proposta consiste nel non attivarsi in violenti tentativi non necessa-
ri di fronteggiare le esperienze personali, tentativi che spesso hanno come effetto
l’intensificare le componenti aversive delle esperienze stesse, pervadendo con in-
fluenze distruttive tutta la vita.
Il concetto che gli Autori ritengono di poter sostenere è che l’accettazione del
dolore, accettazione che – ribadiscono – non è passività né rassegnazione, ma
affrontare una sofferenza in modo tale che vi possa seguire un corso della vita
23
soddisfacente. Gli autori, in studi su ampi gruppi di pazienti (N = 230), hanno
successivamente dimostrato come l’accettazione sia un predittore efficace per
le possibilità del paziente di aumentare il proprio funzionamento quotidiano e
di vivere una vita soddisfacente rispetto ai valori personali (McCracken & Ec-
cleston, 2006; McCracken & Vowles, 2006). Un analogo studio (McCracken &
Yang, 2006) condotto su di un differente gruppo di pazienti (N = 140) ha evi-
denziato come i valori personali che più sembrano essere capaci di focalizzare le
risorse personali sono quelli relativi ai domini delle relazioni familiari ed amicali.
In ogni caso gli autori concordano che il protocollo ACT non sia da proporre ad
ogni tipologia di paziente che soffre di disturbo algico cronico, ma solo a quelli
che utilizzano un’ampia quantità di risorse cognitive nel tentativo di controllare
il disturbo stesso, senza arrivare ad alcun risultato, anzi esacerbando il dolore
stesso (McCracken et al., 2007). Per tali pazienti l’ACT rappresenta un valido
protocollo in grado di migliorare la qualità della vita.
24
misure legate al ricorso farmacologico. Entrambi i trattamenti hanno mostrato
una simile capacità nel ridurre gli stati aversivi.
Come già auspicato dagli Autori al momento della proposta del protocollo (Wil-
son, Hayes, & Byrd, 2000), l’ACT potrebbe rappresentare un protocollo con-
diviso all’interno della proposta cognitiva e comportamentale per affrontare le
dipendenze da abuso di sostanze, almeno ponendosi come ulteriore offerta di
protocollo terapeutico.
25
ne hanno mostrato che il gruppo ACT mostrava una diminuzione dei sintomi
affettivi, un generale miglioramento nell’adattamento quotidiano, un miglior
reinserimento sociale, ed un minor distress associato alle allucinazioni.
Uno studio di Gaudiano, Miller, e Herbert (2007) ha considerato il tratta-
mento della depressione maggiore in pazienti con disturbi psicotici. Sebbene
gli Autori mostrino come non esistono psicoterapie empiricamente supportate
per tale disturbo, essi ritengono che un protocollo basato sull’ACT potrebbe
essere adeguato. A tal scopo riportano gli esiti di uno studio pilota condotto su
N = 18 soggetti che sembra incoraggiare ulteriori approfondimenti. Nonostante
gli Autori riportino che tale intervento sia stato ben tollerato dai pazienti, rac-
comandano cautela nell’utilizzare in modo intensivo le tecniche di meditazione
con pazienti con disturbi psicotici.
26
Capitolo 4
Conclusioni
27
Si può comunque concordare con Gaudiano (2008) quando afferma che, nono-
stante la ricerca sull’ACT sia ancora nella prima fase, i risultati fin qui ottenuti
suggeriscono risultati equivalenti e spesso più favorevoli rispetto a protocolli
tradizionali CBT. In particolare i migliori risultati sono stati ottenuti quando
uno degli obiettivi del trattamento è la riduzione dei comportamenti disadattivi
e dei comportamenti di evitamento.
28
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