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Dante

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LA VITA

Dante Alighieri nasce a Firenze nel maggio del 1265. La famiglia appartiene per la
riduzione del prezzo dei Guelfi, e viene da una modesta rendita terriera ed è forse di piccola
ma antica nobiltà. Rimasto a 5 anni orfano di madre (che portava il nome di Bella ma di cui
si ignora il cognome), studiò prima presso il convento Francescano di Santa Croce e poi,
probabilmente, fu allievo del noto e amato maestro Brunetto Latini. Nel 1274 a soli 9 anni
(così racconterà nella Vita Nuova), incontrò per la prima volta Beatrice Portinari,
ragazzina della società destinata a diventare la donna "ideale" della sua vita. Nel 1977 il
padre, secondo un uso abituale nel 1200, stipula il contratto matrimoniale con cui lo
legava a tale Gemma Donati, appartenente alla famiglia di pari o superiore grado. Negli
anni immediatamente successivi comincia a manifestarsi la sua precoce vocazione poetica:
studiò la letteratura provenzale, e poi della scuola siciliana, Guido Guinizzelli e soprattutto
Guido Cavalcanti di cui divenne [Link] 1983 Dante rivide Beatrice: è il momento del
fatidico innamoramento, che fa della giovane donna al punto di riferimento sentimentale di
tutta la sua vita poetica. Nel 1985 sposa secondo la volontà paterna Gemma Donati, per
cui avrà più figli. Inizia intanto a partecipare alla vita pubblica di Firenze, anche come
soldato: fu la battaglia di Campaldino (1289) con degli aretini e all’assedio di Caprona
contro i Pisani. Nel 1290 muore improvvisamente Beatrice (che nel frattempo si era
sposata con tale Simone de' Bardi). L'evento aprì un periodo di disordine e di crisi spirituale
che coincise con la dedizione appassionata di Dante agli studi filosofici. La sua formazione
culturale si aprì anche nella letteratura latina e Virgilio divenne l'autore di riferimento. Nel
1295 Dante comincia la sua partecipazione alla vita politica di Firenze, eletto il consiglio
speciale del capitano del Popolo. Il periodo è molto critico per le lotte interne tra al partito
Guelfo, tra la fazione dei bianchi e dei neri. Nel 1300 Dante, guelfo bianco, fu eletto priore
(massima carica pubblica della durata di due mesi): egli cercò di riportare l'ordine e mandò
al confino tanto i capi dei bianchi che quelli dei Neri, senza esitare a coinvolgere nel
provvedimento anche Guido Cavalcanti. Nel 1301 lo scontro con papa Bonifacio VIII
diventa inevitabile. La città mandò Dante come Ambasciatore a Roma, ma proprio mentre
lui si trovava in viaggio, i guelfi neri prendono il potere con la forza e con processi sommari
condannano a dure pene per i maggiori esponenti di parte bianca. Dante fu accusato di
appropriazione di denaro pubblico e condannato a 2 anni di confino, l'esclusione perpetua
dei pubblici uffici e a una forte multa. Egli non rientrò in Firenze e qualche mese dopo, nel
1302, viene condannato a morte in contumacia (senza la presenza fisica di una persona).
Dopo vari tentativi di rientrare in Firenze, Dante sceglie in modo definitivo l'esilio, che lo
porta da una città all'altra al servizio e sotto la protezione di vari signori: a più riprese a
Verona, presso Bartolomeo e Cangrande della Scala, e poi a Forlì, Treviso, in Lunigiana
alla Corte dei Malaspina. Soltanto nel 1310, quando scese in Italia l’imperatore Arrigo VII si
illude che sia giunto il momento di un rinnovamento universale nel nome della giustizia ma
dopo la morte 3 anni dopo senza aver ottenuto risultati, Dante rinuncia per sempre alla
patria. L'ultima tappa del suo esilio è Ravenna, alla corte di Guido Novello da Polenta,
dove porta a termine il poema. Nel 1321, durante il viaggio di ritorno da un’ambasceria a
Venezia, il poeta viene colpito dalla malaria, e morì poco dopo, il 14 settembre. Fu
solennemente sepolto presso la Chiesa che prese in seguito il nome di San Francesco, e qui
tuttora si trova l'urna con i suoi resti.
LA SUA PRODUZIONE

Dante rappresenta un grande innovatore e ricapitolare di quell’epoca: verrà infatti


considerato come l’ultimo dei medievali.L'epicentro della sua vita e delle sue storie è
Firenze, e all'interno di queste, definisce il ruolo dell'intellettuale, come quel poeta che non
deve venir mai meno all'amore per la verità per il bene comune e mantenendo l’impegno
letterario e civile. La poetica di Dante ha infatti come base quella di Guittone D'Arezzo,
da cui alla fine si staccherà per aderire alla scuola poetica che lui stesso definirà “Stilnovo”,
a Guido Guinizzelli e all'amico Guido Cavalcanti per i temi del servizio d'amore, della
nobiltà dell'animo e per il valore dell'amicizia. Nelle liriche dantesche viene affrontato anche
il sentimento amoroso e la funzione nobilitante dell'incontro con la donna. Beatrice, la
donna della mente, assorbe, annullandole, tutte le donne cantate da Dante in precedenza;
l'amore per lui non è solo produce un ingentilimento del cuore, ma genera un nuovo modo di
far poesia, e si realizza esclusivamente nella lode dell'amata. Si assiste così al
superamento del canone cortese in cui la donna deve ricompensare il poeta per il suo
servizio d'amore. Altro passaggio cruciale nella visione dantesca dell'amore è rappresentata
dalla morte improvvisa e precoce di Beatrice (nel 1290), che non comporta la tragica fine di
un sentimento terreno, ma che fonda le basi per la sua spiritualizzazione. L'amore per
Beatrice per Dante continua anche dopo la morte di lei, fino ad assumere un significato
metafisico (meta=oltre). La prima conseguenza di questo processo è la crisi dell'amicizia
con Cavalcanti, poiché avevano idee diverse. Nei poema l'amore viene spronato in tutte le
sue manifestazioni, da quelle più terrene tragiche (Paolo e Francesca, inferno,V) a quelle più
alte salvifiche, perché solo in un desiderio libero dalla schiavitù del peccato si può togliere il
riflesso dell'amore che “muove il sole e le altre stelle”. Negli anni che vanno dal 1293 al
1295 Dante si dedica allo studio della filosofia: per trovare conforto, afferma di aver
intrapreso la lettura del “De consolatione Philosophiae” di Severino Boezio e delle
opere di Cicerone. L'esperienza è talmente intensa che presto l'amore per Beatrice è
sostituito dall'amore per la filosofia. Questo assume i tratti di una donna gentile che era già
apparsa nella “Vita Nova” dopo la morte di Beatrice, ma che solo nell'opera “il Convivio” sarà
spiegata come allegoria della filosofia. Questa posizione sarà superata nella Commedia,
dove si può riconoscere grazie al ritorno di Beatrice, i limiti della ragione in favore della
grazia divina. Il distacco da Firenze, sentito dalla condanna del 1302 riconfermato in
seguito, obbliga Dante a un cambiamento radicale: nasce così exul inmeritus ( "esule
immeritatamente"), vittima dell'ingratitudine fiorentina, che apre la strada al cantor
rectitudinis, il “poeta della rettitudine", chiamato a una nuova missione poeticha morale, di
cui l’esilio divenne un segno distintivo. Gli aspetti che contraddistinguono questo nuovo in
vita sono:
1)​ dimensione sovramunicipale;
2)​ poesia impegnata;
3)​ poeta garante della libertà e della giustizia;
4)​ rivolgersi a un pubblico identificabile soprattutto nella classe dirigente delle città e
delle corti ma anche delle donne;
5)​ la centralità dei temi della politica e del vivere civile;
6)​ la ricerca di una lingua comune.

La riflessione politica è in stretto collegamento con la riflessione teorica della lingua: la


frammentazione politica della penisola corrisponde anche a una frammentazione linguistica.
Per questo all'interno del “De vulgari eloquentia”, il trattato in cui Dante si pone alla ricerca
della "lingua del sì" con le successive conseguenze:
1)​ la dimostrazione che volgare latino hanno pari dignità in ambito culturale;
2)​ la necessità dell'avvento di un volgare italiano nazionale come veicolo di coesione
politica e civile.

Per questo tante verrà considerato come il padre della lingua italiana.

LE OPERE PIÙ IMPORTANTI OLTRE ALLA DIVINA COMMEDIA SONO


1)​ VITA NOVA (latino)
2)​ DE MONARCHIA (latino)
3)​ DE VULGARI ELOQUENTIA (volgare)
4)​ IL CONVIVIO (volgare)

La visione dantesca dell'uomo è una visione totale, che non trascura nessun aspetto
dell'esistenza. La prospettiva individuale infatti si allarga fino a comprendere una dimensione
collettiva e universale. Il poema, vero e proprio poema-mondo, e il testo ovviamente
spreme questa vicina totale dell'uomo, cioè i principi della dignità e della libertà, facendo
integrare la dimensione personale con la filosofia di Aristotele, il Platonismo, infuso a
Severino Boezio e ai cardinali della teologia Cristiana (Sant'Agostino e San Tommaso).
L'uomo, pure esiliato dal paradiso terrestre a causa del Peccato Originale, e secondo nella
scala delle creature solo gli angeli, porta in sé la scintilla divina che lo ha creato: infatti Dio
ha infuso in lui la capacità di riconoscere se stesso, di produrre i concetti astratti attraverso
l'intelletto, da cui discende anche la facoltà di parola. Lucifero Infatti è geloso degli uomini.
L'obiettivo ultimo non è solo il conseguimento della felicità terrena e razionale, garantita
dall’esercizio della filosofia e dalla guida dell'autorità imperiale, ma anche di quella divina.
Inoltre l'uomo possiede in comune con Dio, oltre all'intelletto, anche l'esercizio della volontà,
con cui si realizza il libero arbitrio. Dante quindi si pone come mediatore tra la dimensione
terrena e quella celeste e afferma che per raggiungere la felicitazione divina è necessario
passare per quella terrena.
Per quanto riguarda la situazione italiana Dante afferma che l'unica soluzione consiste nel
ripristino dell'autorità politica dell'imperatore. Quando, dopo anni di vacanza imperiale,
viene Incoronato Arrigo VII di Lussemburgo, Dante avrà un segno di una nuova prospettiva,
ma al contempo sarà comunque deluso: infatti la morte di Arrigo VII nel 1313 abbandona
ogni possibilità di realizzazione storica del disegno politico immaginatosi, ma non cambia le
sue condizioni e la certezza di una necessaria collaborazione e piena sovranità, nei rispettivi
ambiti, della chiesa e dell'impero, del quale occorre riconoscere natura provvidenziale. Nel
trattato “De Monarchia”, scritti latino probabilmente fra il 1300 1318, viene formulato il
principio di indipendenza dei due istituzioni guida, ognuno sopra nel proprio ambito
rispettivamente religioso e secolare (teoria dei due soli).

LE RIME

“Le Rime” è una raccolta poetica che tratta testi vari, composti in tempi diversi, che non
sappiamo se il poeta avesse intenzione di organizzare in una raccolta sistematica e unitaria.
Quasi tutti gli editori moderni hanno proposto una sequenza delle rime basata sulle affinità
tematiche e stilistiche dei componimenti. Quindi è da ricordare che “Le Rime” non sono
un'opera pensata da Dante stesso. Nelle dediche di Dante è possibile osservare in primo
luogo l'alternanza tra un linea dolce e aspra, tipico delle poesie cosiddette “petrose”. Per
questo, questa raccolta prenderà il nome di rime petrose, a causa di parole rare difficili e di
grande espressività e con sonorità dure. Un gruppo piuttosto compatto è costituito dalle 4
poesie dedicate a una donna “Pietra” (un probabile nickname o senhal), che si
caratterizzano per l'estrema ricercatezza formale per il linguaggio difficile e per
l'asprezza.

Guittone d’Arezzo: ricercatezza stilistica, rime rare, e liriche giovanili;


Stilnovo: amore e amicizia, nobiltà d’animo, e i sonetti “dolci”;
Poesia della “loda”: superamento dell’idea tormento dell’amata (Cavalcanti), e le canzoni
dottrinali ;
Poesia comico-realistica: sperimentazione del linguaggio comico e aggressivo , e la
tentazione con Forese Donati (sei sonetti);
Componimenti “petrosi”: passione non corrisposta per una donna “Pietra”, stile “aspro” e le
quattro liriche.

LA VITA NOVA

Il periodo di elaborazione si colloca tra il 1292 è il 1295 circa. L'opera risponde al genere del
prosimetrum, cioè prosimetro, ovvero un testo misto di prosa e versi. Il modello più
prossimo è quello delle “De consolatione Philosophiae” di Boezio, opera mista di versi e
prosa, scritta in latino nella prima metà del sesto secolo d.C.
La Vita Nova è essenzialmente un racconto autobiografico che ruota intorno all'amore
della protagonista fin dalla più giovane età per una donna chiamata Beatrice. La donna
amata sarebbe Bice (ovvero Beatrice) Portinari, figlia del gentiluomo fiorentino Folco
Portinari, andata in moglie a Simone de' Bardi. Morì all'età di 24 anni, l’8 giugno 1290. Ci
sono 3 incontri che il poeta ha con l'amata, collocati in date simboliche:
1)​ 9 anni= festa della Primavera, ovvero il primo maggio
2)​ 18 anni= il primo saluto da parte di Beatrice
3)​ incontro del Gabbo= dove Beatrice nega il saluto a Dante poiché quest'ultimo mise
in giro la voce di stare sotto a un'altra donna, (donna dello schermo).

Dante incontra Beatrice per la prima volta quindi all’età di 9 anni, dove vi è questo fatidico
saluto Lucifero. Segue il cosiddetto sogno del cuore mangiato e l'interesse verso un'altra
donna che porterà hanno sia il poeta sia Beatrice a negarsi il saluto alla festa del Gabbo. Il
poeta infatti viene meno, e Beatrice con le sue compagne si prende gioco di lui. Nei toni
dolorosi che dominano dediche di questa parte è evidente l'influsso della visione angosciosa
dell'amore tipica di Cavalcanti.
A questo punto dell' opera matura la svolta della poesia della Loda: la felicità consiste nel
lodare Beatrice senza aspettarsi nulla in cambio, neanche il suo saluto, anche se
quest'ultima è morta. L’amata assume sempre di più i caratteri soprannaturali della
donna-angelo che genera amore in chiunque la incontri. Qui risulta evidente l'influenza di
Guinizzelli. Nella seconda canzone invece troviamo il presagio della morte di Beatrice che
si manifesta in un incubo popolato di donne stampigliate piangenti insieme con segni naturali
apocalittici, simili a quelli di che nei Vangeli accompagnano la morte di Gesù. Beatrice
viene così accostata alla figura di Cristo. Quando si parla di donna gentile però non si fa
riferimento esclusivamente a Beatrice quanto più alla filosofia. Le vicende sono ambientate
in un contesto dai tratti volutamente indeterminati, con lo scopo ultimo di non voler
rimanere sul reale, l'unica certezza che tutte queste vicende si svolgono a Firenze. Nel
racconto non sono presenti date esplicite, a parte quelle degli incontri. Non è un caso che
Dante incontra Beatrice ogni 9 anni perché nella versione latina del nome Beatrix, le ultime
due lettere sono caratterizzate dalle cifre romane corrispondente al numero 9 dal valore
simbolico, poiché quadrato di 3 numero della Trinità.
Il personaggio e l’io lirico non corrispondono; è voluto lo sdoppiamento tra personaggio e
voce narrante: da una parte c'è l’io personaggio di cui si rievocano i sentimenti, le emozioni
e le vicende, dall'altra l’io narratore. Il modello di Dante è rappresentato, in questo, dalle
vidas, le biografie romanzate che accompagnavano le rime dei trovatori nei canzonieri
occitanici, e soprattutto dalle razos, che illustravano in prosa le occasioni e i motivi dei testi
trobadorici.
Lo stile della Vita Nuova, soprattutto nelle parti in prosa, risente degli influssi della letteratura
religiosa e mistica. Il tono è alto e il lessico registra molti latinismi derivanti dalle Sacre
Scritture, dei Vangeli e in particolare delle ripetizioni frequenti di parole. Nelle parti in prosa
invece scompaiono i tecnicismi si riducono e latinismi, in omaggio alla poetica stilnovistica
dei versi detti dolci e leggiadri.

I TRATTATI (Convivio, De vulgari eloquentia, e il De Monarchia)

I trattati sono opere dottrinarie in prosa, come risulta chiaro anche dalla scelta del genere
letterario. Dante affronta problemi etici, filosofici, linguistici e politico civili, con l'intento
di dimostrare l'importanza del sapere nella costruzione di una società ordinata ed un ideale
di giustizia.
Dante, consapevole di non appartenere più a un partito dopo la rottura con gli altri Guelfi
bianchi, avverte fino in fondo lo sradicamento e la necessità di accreditarsi un nuovo ruolo,
solitario ma capace di parlare ai nuovi interlocutori. I punti di contatto fra queste dichiarazioni
hanno energizzato la funzione sociale e civile che Dante attribuisce all'intellettuale laico.
Egli stesso, riservando agli uomini colti il dovere di mettere la propria conoscenza a servizio
della comunità, si sente investito di questo compito a causa della composizione della
Commedia.

IL CONVIVIO

Il Convivio risale agli anni 1304-1308 e avrebbe dovuto essere composto da 15 trattati sotto
forma di prosimetro: non è però così perché l'opera rimane incompleta. Il titolo Convivio
("banchetto"), è basato sulla metafora del nutrimento del sapere e della conoscenza, e
allude anche la struttura dell'Opera: le canzoni sono la "vivanda" e il commento è il
"pane".
Nel primo libro, l'autore giustifica la scelta del volgare, del tutto originale per un testo di
natura filosofica. Dante, infatti, intende allargare i confini del proprio pubblico e raggiungere
tutti gli uomini per rendere accessibile a un nuovo e più alto gruppo intellettuale le briciole di
filosofia che vuole dispensare. I trattati del Convivio infatti sono scritti in forma di commento
filosofico di liriche in volgare alle stesse poesie di Dante. Sarebbe stato, per Dante,
sconveniente utilizzare la lingua superiore, il latino, al servizio di quella inferiore, il volgare:
questa infatti è la spiegazione che utilizzerà per giustificarsi dall'uso del latino. Nei tre libri
successivi l'autore commenta le canzoni dottrinali illustrandone i due livelli di senso: l'uno
letterale, l'altro allegorico.
Il secondo libro è dedicato a "Voi che 'ntendendo il terzo ciel movete" è scritto con canzoni e
ha come fine ultimo l'identificazione della donna angelo con la filosofia.

Nel terzo libro viene commentata la canzone "Amor che nella mente mi ragiona", è scritto
sempre con canzoni e ha come scopo ultimo l'elogio della Sapienza. L'uomo attraverso
la conoscenza garantita dalla pratica filosofica, giunge alla propria perfezione terrena e si
avvicina alla Verità rivelata, che supera le capacità del nostro intelletto dipendente
direttamente da Dio.

Il quarto libro è dedicato a "Le dolci rime d'amor” in cui sono definiti i concetti di gentilezza
e Nobiltà. In questo libro entra in scena il tema politico: dalle sostiene che estirpare dalla
Terra la cupidigia, l'unica soluzione è l'impero che fornisce un aspetto ordinato e giusto al
mondo. All'Impero è dunque attribuita un'origine provvidenziale perché è voluto da Dio.

IL DE VULGARI ELOQUENTIA

Dante compone il “De vulgari eloquentia” più o meno in contemporanea al Convivio,


probabilmente tra il 1304 e il 1305. Il rapporto con il Convivio molto stretto anche per ragioni
progettuali: se Dante utilizza il volgare nel primo trattato, ora sente il bisogno di dare
legittimità alla scelta spiegando perché il volgare ha pari dignità rispetto al latino; e per
spiegarlo questa volta usa il volgare come lingua per i doctores illustres. I concetti chiave
di questo trattato sono due:
1)​ la lingua usata dai poeti illustri costituisce la premessa il fondamento della lingua
illustre degli italiani;
2)​ la diffusione di un volgare italiano illustre è strettamente collegata con la rinascita
politica dell'Italia.

Il problema linguistico e la questione politica sono dunque inseparabili per Dante.


Alla base della sua riflessione teorica c'è il filosofo Aristotele, che considera l'uomo come un
animale politico. Come promessa per la sua argomentazione inoltre formula, nel primo libro
del trattato, una distinzione tra la lingua volgare e "gramatica". Quest'ultima è
considerata come "lingua artificiale". Esempi di "gramatica" sono il latino, il greco, e
l'arabo. Dante sostiene che prima viene la lingua naturale, e solo dopo la lingua artificiale; e
ciò va a sostenere quindi la maggiore nobiltà del volgare rispetto al latino. Egli riscontra una
grande varietà geografica dei volgari, accentuata dalla frammentazione politica, e costituisce
quindi una classifica:

1)​ peggiori: il romano, il milanese, dal bergamasco fino al sardo;


2)​ migliore: il siciliano.

Dante punisce il volgare toscano e premia il siciliano illustre, a causa del suo esilio da
Firenze: inoltre la lingua siciliana è usata la corte di Federico II e per questo è una lingua
"curiale".
Le caratteristiche del "volgare italiano " migliore sono:

1)​ illustre
2)​ cardinale
3)​ regale e curiale

Dante inoltre in questo libro descrive le strutture stilistiche e metriche divise in base per
materia, genere, forma metrica, e misura del verso adottato. Viene qui affermata la
tripartizione classica degli stili (tragico, comico e elegiaco). Lo stile tragico comprende
anche la poesia delle armi e le commedie, la poesia dell'amore e la poesia della virtù. La
forma metrica più consona a questi temi è la canzone e non il sonetto. I versi dovrebbero
essere composti in maniera endecasillaba.

DE MONARCHIA

All'interno di questa opera si affermano tre questioni principali:

1)​ se erano richiesti necessari al benessere dell'umanità


2)​ se l'ufficio della monarchia spetti di diritto al popolo romano
3)​ se l'autorità del monarca dipende direttamente da Dio o dal suo vicario terreno, il
Papa.

Nel primo libro, vi è la dimostrazione dell'utilità dell'impero, che avviene su basi politiche e
filosofiche. L'autorità del monarca, che possiede ogni cosa e dunque non desidera nulla, è
l'unico al riparo dalla cupidigia e può dunque perseguire l'interesse comune occupandosi
della concordia e dei voleri che garantiscono il benessere dell'umanità.

Nel secondo libro Dante dimostra che il popolo romano, che ha dato vita all'unico esempio
storico di legittima monarchia universale, ( cioè l’Impero Romano) è l'unico che può
dunque caratterizzare un potere di carattere previdenziale: Cristo, Infatti, scelte di nascere
nell'Impero Romano.

Il terzo libro tratta della questione di rapporti tra impero e Chiesa. Sarà qui che l'autore
smonta le argomentazioni tradizionalmente adottate per sostenere la subordinazione
dell'impero alla Chiesa, ma poi dimostra la diretta dipendenza da Dio del potere imperiale ed
è in questo libro che elabora la teoria delle due autorità autonome, ovvero la "Teoria dei
due soli". Dante quindi cerca quella che è l'aspirazione utopica all'universale res publica
christiana, proiettata al di fuori della storia umana.
La chiesa però condanna quest'opera di Dante : caratterizzata da due diverse forme di
felicità, quella terrena e quella ultraterrena, che presuppongono l'autonomia dei poteri
chiamati da Dio per assicurare l’una e l'altra, portava con sé un nucleo eretico.

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