Tesi 2
Tesi 2
Introduzione pag. 3
1
Capitolo 4: Il problema della violenza pag. 155
Conclusioni 231
Bibliografia 287
Articoli 293
Sitografia 297
2
Introduzione
3
cambiato il fenomeno, anche inconsapevolmente, all'interno di
un mondo “naturalmente mediato”.
I mass media come cassa di risonanza, l’esibizione di striscioni
ad uso di tv e fotografi, il rapporto con la carta stampata, le
trasmissioni radiofoniche, l’utilizzo di strumenti comunicativi
più o meno nuovi: c’è stata una trasformazione del movimento
ultras in funzione della comunicazione? Questo lavoro proverà
a dare una risposta a tale quesito.
La nostra ricerca è stata effettuata nella realtà di Roma, sponda
romanista, città che vive con passione le vicende calcistiche
della squadra capitolina. Lo scopo del nostro lavoro è stato
quello di analizzare la realtà della Curva Sud, da sempre cuore
del tifo giallorosso, alla luce della situazione in cui versa
l’intero panorama delle curve, in Italia, ma anche nel resto
d’Europa.
Nelle nostre dissertazioni abbiamo tenuto conto, in primo
luogo, della vera e propria origine del movimento degli ultras,
cioè la scena inglese, caratterizzata dai “famigerati” hooligans.
Avendo questi ultimi portato una ventata innovativa all’interno
degli stadi di calcio, sia in termini di sostegno caloroso alla
squadra, sia in termini di esuberanza dimostrata dentro e fuori
gli spalti, abbiamo ritenuto opportuno menzionare quei paesi
europei fortemente influenzati dagli ultras britannici.
Il passo successivo è stato quello di spostare la nostra
attenzione anche verso quegli altri paesi, europei e non, che
hanno saputo sviluppare un proprio modello di tifo, primi fra
tutti gli ultras italiani. Abbiamo così affrontato la genesi del
movimento ultras nel nostro paese, citando soprattutto quelle
tifoserie che più delle altre hanno saputo “farsi un nome”; in
base ai temi trattati, il nostro percorso ha continuamente fatto
riferimento alla realtà della Curva Sud di Roma, con lo scopo
di tracciare un confronto tra il movimento ultras in generale e
la realtà da noi esaminata.
4
Cercando comunque di evitare un lavoro di semplice
“cronistoria” dei fatti accaduti all’interno delle curve, il nostro
intento è stato quello di dare un quadro completo del
movimento ultras, partendo dal contesto in cui è germogliato,
fino a prendere in considerazione i cambiamenti che il
fenomeno ha subito nella società mediata dei nostri giorni.
Abbiamo cercato di capire la mentalità degli ultras, il modo in
cui vivono la curva, il loro “territorio”, prestando particolare
attenzione ai valori e alle “regole” che governano questi veri e
propri spaccati della società. Oltre alle relazioni interpersonali
ci siamo inoltrati nella rete dei rapporti esistenti tra gruppi
ultras e il “mondo esterno”, come i movimenti politici, le
società calcistiche, i calciatori, le forze dell’ordine, ma
soprattutto i mass media, rispetto ai quali gli ultras alternano
manifestazioni di collaborazione ad altre di aperta ostilità.
La nostra analisi ha preso poi in considerazione i problemi più
“scottanti” del mondo ultras: i comportamenti violenti e la
sempre più netta “politicizzazione” delle curve italiane,
cercando di capire se esiste un collegamento tra i due
fenomeni. Lo abbiamo fatto attraverso uno studio di quelle che
possono essere le cause che spingono molti ragazzi ad
assumere atteggiamenti incivili, citando le ricerche effettuate in
alcuni paesi europei, Italia inclusa; tali ricerche cercano di
spiegare quali sono gli elementi da tenere ben presenti negli
approcci di questo tipo.
Abbiamo preso in esame i possibili modi di contrastare il
problema della violenza, non solo passando in rassegna le
misure adottate nelle aree degli stadi di calcio come
perquisizioni ai cancelli, diffide comminate agli ultras più
“pericolosi”, settori riservati unicamente alle tifoserie ospiti,
ma anche provando a ragionare sui metodi applicabili sul piano
politico – sociale: iniziative delle società sportive, interventi
5
delle autorità statali e calcistiche, Osservatori sulle culture
giovanili come l’Archivio del Tifo.
Un intero paragrafo, inoltre, è dedicato al serio problema del
razzismo da stadio.
La ricerca portata avanti nella realtà del tifo romanista, come
vedremo, verterà su un questionario somministrato al campione
di ultras selezionato, con domande riguardanti ogni aspetto
della vita: dalla scuola al lavoro, dal tempo libero allo sport,
dalla politica all’attività svolta in curva.
Tali domande sono state effettuate sulla falsariga di una
ricerca sugli ultras del Livorno, condotta nel 1996 dal
Laboratorio di Ricerca del Dipartimento di Scienze Sociali
dell’Università di Pisa, inserita nel quadro di ricerca e
monitoraggio sulla condizione giovanile di Livorno.
La disponibilità e la franchezza degli stessi ultras, già
dimostrate durante i nostri primi approcci, hanno permesso di
effettuare una ricerca esaustiva e realistica, visto che lo scopo
di questa tesi, una volta accantonati i comprensibili dubbi su
questo nostro “ingresso” nei codici e nella fisionomia della
curva, è stato assimilato ed accettato in tempi brevi. Nelle
pagine conclusive della nostra tesi abbiamo riportato i risultati
relativi alle risposte ai questionari.
Questo lavoro, inoltre, si avvale del contributo diretto di due
persone che vivono, con diversi “ruoli”, il mondo del calcio:
abbiamo intervistato Lorenzo Contucci, avvocato penalista e
rappresentante della “vecchia guardia” della Curva Sud, per
addentrarci ancor di più nella realtà dei tifosi della Roma; il
secondo intervento è quello di Fabio Massimo Splendore,
giornalista professionista del Corriere dello Sport – Stadio, con
il quale abbiamo approfondito il rapporto tra ultras e mezzi di
comunicazione.
Ultras e Mass media, due mondi tanto diversi, quanto
dipendenti l’uno dall’altro.
6
CAPITOLO 1
La nascita del movimento ultras
7
aggregazione giovanile da stadio; una realtà che è stata presa a
modello da molti paesi del resto d’Europa e del mondo.
8
1.1 Il contesto in cui ha origine il fenomeno
ultras
1
V. MARCHI, Conclusioni, in V. Marchi (a cura di), Ultrà. Le sottoculture
giovanili negli stadi d’Europa, Koinè Ediz., 1994, pp 259-61.
2
D. LANG, Il Punk. Storia di una sottocultura rock, EDT, Torino, 1991, p.
162.
3
H. van der BRUG, Il teppismo calcistico in Olanda, in A. Roversi (a cura
di), Calcio e violenza in Europa. Inghilterra, Germania, Italia, Olanda,
Belgio e Danimarca, il Mulino, Bologna, 1990, p. 124.
10
particolare momento storico, infatti, sotto l’impulso delle
nuove condizioni socio-economiche e, soprattutto grazie
all’aumento del tempo libero delle classi subalterne, il pubblico
negli stadi diventa sempre più numeroso e si può iniziare
veramente a parlare di tifo di massa. I gruppi di tifosi sono
composti prevalentemente da giovani di origine operaia e
piccolo borghese: i primi raggiungono l’indipendenza
economica interrompendo il proprio iter formativo ed
abbandonando così lo status di adolescenti, per entrare, in un
periodo di forte crescita economica ed industriale, nella grande
famiglia del mercato; gli altri, i piccoli borghesi ancora
minorenni, hanno una maggiore disponibilità di tempo libero
rispetto ai giovani operai e sono i soli a “incarnare la figura e le
caratteristiche del “giovane” e, ancor più, del “giovane
turbolento”4.
Con l’avvento della società dei consumi, tanto i giovani operai,
quanto gli studenti borghesi, vivono con insofferenza
l’intreccio tra angoscia esistenziale ed espansione dei consumi:
nasce la figura del teenager perennemente insoddisfatto, preda
di un vero e proprio gap generazionale: “Dagli anni bui
dell’immediato dopoguerra, attraverso la ripresa degli anni
Cinquanta e via via verso gli anni Sessanta, il mondo dei
minorenni (teenagers) prende lentamente volto, si sceglie
nuovi idoli, un costume di vita, un modo di vestire, amare,
ballare, pensare, sempre più lontani da quelli della generazione
immediatamente precedente e soprattutto dai genitori. Si tratta
di un processo graduale, aspro, caratterizzato da posizioni a
volte di aperto conflitto”5.
4
V. MARCHI, Italia 1900-1990: dal supporter all’ultrà, in V. Marchi,
Ultrà, p. 169.
5
M. MAFFI, La cultura underground, Laterza, Roma-Bari, 1980, pp.105-
6.
11
Con l’ingresso negli anni Sessanta, i giovani italiani acquistano
una visibilità sociale dapprima sconosciuta, balzando
all’attenzione dell’opinione pubblica: “Insieme allo studente
turbolento, anche il giovane operaio inizia a contribuire alla
nascita in Italia di quell’indistinto senso di allarme sociale che
a partire dal 1968 prenderà eufesticamente il nome di
“questione giovanile”. I grandi cambiamenti sociali, economici
e culturali che segnano l’ingresso dell’Italia negli anni Sessanta
si manifestano anche nel mondo del calcio. In questi anni
nascono i primi tifosi “organizzati”, disposti a seguire in
trasferta e ad incitare la propria squadra con regolarità e, nel
giro di pochi anni, nasce la Federazione italiana sostenitori di
calcio (FISSC) ”6
E’ probabile che le tensioni politiche che caratterizzano gli anni
Sessanta e il successivo decennio siano uno dei motivi che
hanno provocato i primi seri comportamenti violenti dentro e
fuori gli stadi italiani, anche se non è possibile stabilire alcun
rapporto di causa-effetto tra i due fenomeni. “I ragazzi di
stadio” iniziano ad attirare l’attenzione di psicologi e
giornalisti, che ne parlano come di “giovani potenzialmente
delinquenti”, giovani che vivono con insofferenza e
disillusione questo periodo molto delicato dal punto di vista
economico e politico: “I ragazzi di stadio sono uno dei tanti
oggetti su cui gli altri – gli adulti, i professionisti della partita
domenicale, gli studiosi dei fenomeni di massa o
semplicemente gli abitanti della grande città – parlano. E’
legittimo, certo, da quando la partita di calcio è diventata una
variabile indipendente dell’ordine pubblico. Un evento che
concentra emozioni collettive dall’esito imprevedibile in un
clima sociale già saturo di tensioni [...] Dove sono i ragazzi di
6
V. MARCHI, Italia 1900-1990: dal supporter all’ultrà, cit., p.172
12
stadio? Chi a scuola, chi in fabbrica, chi al bar a passare il
tempo, perché senza lavoro o assolutamente schifato dalla
scuola. Infinite sono le varianti, ma costante è il senso di
esclusione, anche nell’ambiente di lavoro”7.
Al clima politico del biennio ‘68/’69 segue un periodo di crisi
dell’azione collettiva: “Alla base del processo di adesione al
modello ultrà sembrano esserci quei meccanismi di delusione
sociale attivati dalla duplice crisi del modello occidentale di
sviluppo e delle prassi politiche tese a modificarlo. Elementi
quali il tramonto delle certezze ideologiche e religiose, la
caduta delle illusioni sull’egualitarismo della società
dell’affluenza, l’affermarsi di un modello televisivo
totalizzante, la perdita progressiva della memoria storica
sfociano in una crisi generalizzata del senso d’identità, in una
“individualizzazione dei conflitti collettivi” che rielabora la
scala delle priorità individuali e collettive”8.
Provando a sintetizzare quanto detto finora, possiamo dire che
gli ultras di tutto il mondo condividono innanzi tutto “un senso
di delusione come una caduta verticale del livello delle
aspettative sulla natura “aperta” della società dell’affluenza e
sulle capacità emancipatrici della politica, cui si aggiunge una
sempre maggiore difficoltà a comprendere le complesse
trasformazioni del modello postindustriale, dal mutamento
delle tecnologie e dei rapporti di forza tra classi alla
sovrapproduzione di informazione e di comunicazione
massmediale”. In secondo luogo possiamo sottolineare “una
ricerca di status e di “visibilità sociale” attraverso un’egemonia
culturale che nella realtà è patrimonio esclusivo delle classi
7
D. SEGRE, Ragazzi di stadio, Milano, Mazzotta, 1979, pp. 3-4, commento
di Gian Enrico Rusconi.
8
A. MELUCCI, L’invenzione del presente. Movimenti, identità, bisogni
collettivi, Il Mulino, Bologna, 1982, p.91.
13
dirigenti: in quest’ambito, mentre le dinamiche interne
regolano le posizioni e le gerarchie dei giovani all’interno del
gruppo, le attività “pubbliche”, le manifestazioni del tifo
affermano uno status collettivo che non trova riscontro al di
fuori del contesto calcistico. Nella sua analisi Marchi afferma
che il movimento ultrà si presenta come “una cultura
“cumulativa”, che tende ad assemblare i più diversi elementi
delle controculture e delle sottoculture giovanili che, al pari
delle tendenze politiche, si sovrappongono e si mescolano nella
superiore istanza ultrà”. Inoltre Roversi riconosce al
movimento ultrà una certa capacità di “anticipare, pur se in
forme simboliche, il “futuro prossimo venturo”
dell’immaginario giovanile: nei primi anni Settanta attraverso
il distacco dalla prassi politica di massa, nei primi anni Ottanta
attraverso l’atomizzazione del senso d’identità, e nei primi anni
Novanta attraverso la forte conflittualità “etnica”, politica e
impolitica”9.
9
V. MARCHI, Conclusioni, cit., pp. 263-5.
14
1.2 Nascita e storia del movimento ultras in
Italia
10
A. PAPA, G. PANICO, Storia sociale del calcio in Italia,Il Mulino,
Bologna, 1993.
15
cercare di evitare il contatto tra le tifoserie di diverse città.
Dagli anni Venti in poi, infatti, l’evento calcistico registra il
proprio consolidarsi come strumento di identificazione con la
propria città, grazie, da una parte, al processo di accorpamento
delle società di calcio che riduce la rappresentanza cittadina a
una o due squadre al massimo, rafforzando il legame tra
identità locale e squadra calcistica, dall’altra, grazie anche ai
valori diffusi dalla propaganda fascista. Per tutti questi motivi,
gli anni Venti e Trenta possono essere presi in considerazione
come gli anni in cui nasce “il tifo calcistico”, così chiamato
dalla stampa perché definito come una malattia sociale,
soprattutto dopo i primi episodi di violenza. Nelle sue prime
manifestazioni, la violenza calcistica sembra essere
conseguenza delle rivalità campanilistiche e degli eventi che
accadono all’interno del rettangolo di gioco (la sconfitta della
propria squadra, una partita giocata duramente dalle squadre in
campo, ecc..), ma i protagonisti degli scontri sono adulti ancora
lontani dalla figura del giovane politicizzato, che diventerà
protagonista delle cronache degli anni Settanta11.
Nel dopoguerra, sotto l’impulso delle trasformazioni
socioeconomiche e l’aumento del tempo libero, il pubblico è
composto da uomini di origine operaia e piccolo borghese, con
punte di media e alta borghesia nelle maggiori città del Centro-
Nord. Il fenomeno calcistico inizia ad assumere caratteristiche
moderne assimilabili al calcio odierno: pubblico di massa con
forte presenza popolare, giocatori professionisti e società di
calcio guidate da potenti figure industriali e inserite in giochi
politici e finanziari. Negli anni Cinquanta c’è da registrare
anche l’aumento degli episodi di violenza legati al calcio, con
incidenti anche più gravi rispetto alle risse tra tifosi: per la
prima volta, si assiste a sassaiole contro i pullman delle
11
V. MARCHI, Ultrà. Le sottoculture giovanili negli stadi d’Europa,
1994.
16
squadre avversarie o ad aggressioni contro dirigenti delle
squadre ospiti. La stampa da ampio risalto a tali episodi
contribuendo a diffondere uno stereotipo dei tifosi più violenti
come persone che perdono ogni capacità di giudicare la realtà
nel momento in cui varcano i cancelli dello stadio; l’immagine
corrente di quegli anni vede le intemperanze degli spettatori
essere il risultato di una potenziale isteria di massa o di una
sorta di instabilità emotiva che si propaga per contagio nella
folla. Troviamo in realtà meccanismi che, se pur in forme
mutate, ritroveremo nell’attuale movimento ultras. I
responsabili di tali atti non si sentono spettatori passivi ed
impotenti di ciò che avviene sul terreno di gioco, ma appunto
tifosi, partigiani di una squadra, i cui giocatori sono chiamati a
dimostrarne i meriti ed il valore12.
Questi spettatori, tra il 1968/75, in un clima di grandi
mutamenti sociali e culturali che segnano l’Italia, iniziano a
fondare i primi nuclei di ultrà, gruppi di tifosi a volte non
ancora maggiorenni che si distaccano nettamente dal modello
“classico”, adulto, dello spettatore calcistico. Nel 1968 nasce la
Fossa dei Leoni del Milan, che adotta il nome del vecchio
campo d’allenamento dei rossoneri, l’anno successivo è la
volta dei “cugini” interisti che fondano il gruppo Boys SAN,
mentre a Bologna compaiono i Commandos Rossoblù. Sono tre
i filoni che contribuiscono alla nascita del fenomeno: “ In
primo luogo, l’autonomia dalla tutela paterna di una parte di
giovani che erano stati normalmente socializzati al rito
domenicale della partita; in secondo luogo, i modelli
parapolitici di coesione del gruppo dati dalla comune
appartenenza a un gruppo politico di estrema destra o estrema
sinistra; in terzo luogo, l’assimilazione per via imitativa delle
forme inedite di tipo hooligan, che imperversano negli stadi già
12
V. MARCHI, Ultrà. Le sottoculture giovanili negli stadi d’Europa, 1994.
17
da una decina d’anni”13.
Il fenomeno si allarga a macchia d’olio e assume come
riferimento il tifo inglese anche se, gli ultrà italiani
“manifestano immediatamente una serie di caratteristiche che li
rende un fenomeno originale: dal senso di identificazione con il
proprio “territorio”, ovvero quel settore di curva delimitato da
uno o più striscioni con il nome e il simbolo del gruppo, a un
look paramilitare ripreso da quello in voga nelle organizzazioni
politiche estremiste: eskimo, anfibi, tute mimetiche e giacconi
militari ricoperti di “toppe” della propria squadra, cui si
aggiunge la sciarpa con i colori sociali della squadra”14. Oltre
alla nascita di un abbigliamento particolare che permette loro
di distinguersi dagli altri tifosi, questi giovani ultras importano
nella sfera calcistica pratiche fino a tal momento riservate al
mondo della politica; sono proprio le forme organizzative di
tipo politico che diversificheranno il modello ultras italiano da
quello inglese. In entrambi si tende ad esibire un atteggiamento
sistematicamente aggressivo nei confronti degli analoghi
gruppi di tifosi avversari, ma negli ultras italiani troviamo la
capacità di elaborare intorno al tifo e alla violenza una serie di
significati complessi e pratiche organizzative, sia nello stadio
che fuori, che rivelano l’influenza sul movimento ultras delle
esperienze organizzative maturate nei gruppi extraparlamentari,
e, più in generale, nella sfera politica. Molti giovani, che
durante la settimana difendono il proprio territorio
dall’incursione di gruppi politici nemici, che battagliano con le
forze dell’ordine e contestano il sistema, la domenica portano
13
A. ROVERSI, Calcio e violenza in Italia, in A. Roversi (a cura di),
Calcio e violenza in Europa, cit., pp. 94-5, Il Mulino, Bologna, 1990.
14
F. BRUNO, Storia del movimento ultrà in Italia, in V. Marchi, Ultrà, cit.,
pp. 217-19.
18
allo stadio il loro carico di conflittualità politica. La curva,
dunque, è una comunità decisamente interclassista, ragazzi
dall’alta borghesia al sottoproletariato, con una forte
componente politicizzata le cui caratteristiche organizzative
modificano radicalmente il concetto di “tifo calcistico”15.
L’influenza del modello inglese sui gruppi ultrà italiani appare
evidente anche per alcuni nuovi aspetti coreografici delle
nostre curve, come le “sciarpate” (le sciarpe vengono alzate e
distese dai tifosi, dando l’effetto ottico delle onde del mare) e i
cori d’incitamento. Quest’ultimi, ben presto, “non si limitano
più a sottolineare un’azione offensiva o una fase di gioco
esaltante, ma divengono costanti, fino ad assumere un carattere
ossessivo volto a incoraggiare i propri beniamini e a frastornare
e intimidire i giocatori avversari. Il tifo viene dunque
considerato parte della strategia e della tattica adottate per
vincere un incontro: diviene il cosiddetto “dodicesimo
giocatore”16.
Anche i primi anni Settanta aggiungono importanti elementi di
novità sotto il profilo coreografico:
lanciarazzi, petardi, fumogeni e tamburi modificano
radicalmente l’aspetto degli spalti. Oltre ai cori, anche gli
slogan e gli striscioni divengono manifestazioni autonome e
organizzate rispetto all’evento sportivo, mentre gli spazi fisici
all’interno degli stadi vengono occupati seguendo la logica del
“territorio inviolabile”. Lo stadio, con la sua divisione in settori
differenti, rappresenta anche un’evidente metafora di un
sistema sociale classista: gli alti borghesi nelle tribune centrali
o “poltroncine”, la piccola borghesia nelle tribune laterali o
15
A. ROVERSI (a cura di), Calcio e violenza in Europa, Il Mulino,
Bologna, 1990.
16
F. BRUNO, Storia del movimento ultrà in Italia, in V. Marchi, Ultrà, cit.,
p. 219.
19
“distinti”, i gruppi antagonisti (proletari e giovani di tutte le
estrazioni) nelle curve e negli anelli superiori o “popolari”. Se
nella società reale i comportamenti borghesi sono egemoni,
all’interno dello stadio il rapporto di forza si inverte, è l’ultrà a
svolgere un ruolo da protagonista, a trascinare nel tifo l’intero
stadio, imponendo al resto degli spettatori i propri modelli
culturali17. La dilagante sfiducia dei giovani nei confronti del
mondo della politica e della giustizia crea di fatto delle
istituzioni “parallele”, cioè le curve, da una parte catalizzatrici
delle frustrazioni e dei desideri di svago, dall’altra vere e
proprie “comunità” dotate di regole e codici comprensibili
soltanto dai loro membri, gli ultras. Nasce così una sottocultura
giovanile che è sia dichiarazione di indipendenza, di alterità,
sia rifiuto dell’anonimato e della condizione di subordinazione.
I gruppi ultras sono formati da giovani che condividono
modelli culturali unificanti, aderendo a valori come la forza, la
durezza, l’aggressività e il disprezzo per gli avversari, in cui la
violenza non è un comportamento sanzionabile.
Sul nuovo modo di tifare appaiono evidenti le influenze delle
manifestazioni operaie (i tamburi di latta) e studentesche (i
cori, gli slogan, gli striscioni); il primo striscione con la scritta
“ultras” appare a Genova nel 1971 ad opera dei tifosi della
Sampdoria, gli Ultras Tito, e sempre nel 1971 nascono a
Verona le Brigate Gialloblù e a Firenze gli Ultras Viesseux, dal
nome della piazza in cui si ritrovano i tifosi viola. Nel
frattempo, all’interno delle curve, comincia a diffondersi l’uso
di articoli pirotecnici come fumogeni, razzi e bengala, destinati
a dare quel tocco di vivacità in più alle gradinate. Subentra così
il concetto di “coreografia della curva”, una pratica del tutto
originale che si evolverà di pari passo con il grado di
organizzazione dei gruppi ultrà. Questi ultimi, in Italia, si
17
V. MARCHI, Ultrà. Le sottoculture giovanili negli stadi d’Europa, 1994.
20
conformano ai canoni delle organizzazioni politiche, la
preparazione di striscioni, bandiere e coreografie coinvolge
l’intera curva in attività che vanno oltre l’impegno domenicale
e che si nutrono di riunioni, di risorse economiche acquisite
tramite tesseramento e della presenza femminile, assente tra gli
ultras inglesi, che trova ruolo proprio in tali attività collaterali
svolte durante la settimana.
Nei suoi primi anni, il movimento si diffonde maggiormente
nelle regioni settentrionali della penisola, mentre per quanto
riguarda il Mezzogiorno, se si escludono le città di Napoli,
Bari, Cagliari e Catanzaro, gli ultrà costituiranno un’entità
apprezzabile solo a partire dagli anni Ottanta. Proprio le rivalità
di campanile, da tempo immemore presenti nel nostro paese,
costituiscono uno dei principali fattori delle inimicizie che
sorgono tra alcuni gruppi ultras delle diverse città italiane. Alle
rivalità campanilistiche vanno sommate le differenti matrici
politiche e ideologiche dei diversi gruppi, dando vita così ad
una miscela esplosiva, che riempie le cronache dei quotidiani
di episodi di violenza tra tifoserie, paragonabili agli scontri in
piazza che infiammano, negli anni Settanta, il clima politico
del nostro paese. Proprio come avviene nelle manifestazioni
dei gruppi politici estremisti, gli ultras innalzano il livello di
violenza negli scontri tra tifoserie, facendo ampio uso di armi
proprie ed improprie. La seconda metà degli anni Settanta si
caratterizza per il fatto che gli scontri si spostano fuori dallo
stadio, acquisendo le sembianze di una vera e propria guerriglia
urbana: autobus distrutti, macchine ribaltate, ecc. La violenza
ultras tende così a perdere ogni riferimento con l’avvenimento
sportivo, per rispondere ad una precisa scelta strategica
collegata alla politica dei gemellaggi e inimicizie con altri
gruppi.18
18
A. ROVERSI, Calcio e violenza in Europa, Il Mulino, Bologna, 1990.
21
Gli anni ’70 vedono il loro tragico epilogo nella morte di
Vincenzo Paparelli, tifoso laziale, morto il 28 ottobre 1979
durante un derby fra la Roma e la Lazio, a causa di un razzo
metallico che lo colpì in pieno volto, lacerandogli un occhio e
la tempia sinistra. Dopo questa vicenda le due tifoserie Eagles
Supporters (Lazio) e Commando Ultrà Curva Sud (Roma)
furono bersaglio di una dura repressione. Furono infatti vietati
striscioni, sciarpe, magliette e quant’altro rappresentasse
l’immagine dei due gruppi in questione. Il caso Paparelli
determinò l’inizio di una repressione su vasta scala del
fenomeno ultrà, che in quel periodo inizia ad essere definito
come “fenomeno socialmente deviante”.
Alla fine del decennio troviamo una sottocultura ultras ben
radicata nelle maggiori tifoserie del Paese. I gruppi ultras
mostrano di possedere ora un’organizzazione meno spontanea,
più stabile e gerarchizzata, pianificando accuratamente le loro
strategie d’azione manifestando un grado maggiore di
strutturazione, pianificazione e coordinamento rispetto alla loro
nascita19.
Partendo da queste basi, negli anni Ottanta il movimento ultrà
italiano raggiunge il suo apice sotto tutti i punti di vista, in
termini di partecipazione, folclore, quantità numerica, intensità
degli incidenti, realizzazione delle trasferte e così via.
Assistiamo pertanto a un “progressivo e costante
ingrandimento dei gruppi ultrà, le cui file sono ormai composte
non più da decine, ma da centinaia – e in alcuni casi anche
migliaia – di aderenti. Questo moltiplicarsi dei gruppi porta,
quasi necessariamente, alla nascita di una complessa rete di
amicizie e di rivalità regolata dai canoni della “sindrome del
beduino”, secondo cui gli amici di un gruppo alleato diventano
a loro volta amici, mentre i nemici di un gruppo amico
19
A. ROVERSI, Calcio e violenza in Europa, Il Mulino, Bologna, 1990.
22
vengono considerati dei rivali”20. Il proliferare di nuovi piccoli
gruppi, formati da giovanissimi di provenienza più disparata
(compagnie di amici, gruppi di quartiere, ecc.), provoca dei
cambiamenti anche all’interno della stessa curva: alcuni di
questi gruppi, infatti, si distaccano dalla cultura ultras
tradizionale finendo talvolta per costituire un ambiente isolato,
poco partecipe alla vita e all’attività degli ultras più impegnati.
Maltollerati da quest’ultimi, essi, ciascuno con un proprio
striscione, occupano un preciso settore della curva, di solito
sopra o a lato dei gruppi tradizionali, creando competizione per
la supremazia all’interno della stessa, rompendo, se è il caso,
l’unità di azione tra gruppi che ormai non si identificano più in
un sistema unitario di regole e comportamenti.21
La vittoria della Nazionale italiana ai Mondiali di Spagna nel
1982 porta entusiasmo negli stadi di tutto il Paese e chiude,
almeno temporaneamente, questa fase di difficili rapporti non
solo tra gruppi ultras rivali, ma anche, come abbiamo visto, tra
tifosi della stessa squadra. In questi anni, il tifo assume una
valenza rilevante sia nelle città più grandi che nei piccoli paesi
e gli spettatori si rendono sempre più spesso protagonisti di
coreografie suggestive: gli ultras della Sampdoria allestiscono
una bandiera di novanta metri per trentadue, quelli romanisti
distribuiscono diecimila cartoncini giallorossi. E’ un crescendo
di spettacolo nello spettacolo dove l’ultrà si trasforma da
osservatore degli eventi a osservato; il ricorso alla gestualità
coordinata genera un colpo d’occhio che non si può fare a
meno di ammirare: tamburi, fiaccole, sciarpe e bandieroni
completano il quadro di una scenografia che valorizza non
poco lo spettacolo calcistico. Per molti tratti della partita
l’attenzione si concentra su ciò che avviene sugli spalti
20
F. BRUNO, Storia del movimento ultrà in Italia, cit., pp. 221-2.
21
A. ROVERSI, Calcio e violenza in Europa, Il Mulino, Bologna, 1990.
23
piuttosto che in campo; la spettacolarizzazione delle curve
sembra trasformarsi in un fenomeno di costume al quale lo
spettatore medio attribuisce un’importanza di poco inferiore
agli eventi che si svolgono sul rettangolo di gioco.
Sembra affievolirsi, contemporaneamente, il collegamento
ultrà-politica e il verificarsi di gemellaggi tra tifoserie orientate
in senso opposto (es. Fiorentina e Verona) lo testimonia
ampiamente. In questo periodo, piuttosto, si segnala un
aumento nell’uso delle sostanze stupefacenti dentro gli stadi e
immagini di foglie di marjiuana compaiono su decine di
striscioni in tutta Italia.
A metà degli anni Ottanta il movimento ultrà italiano può dirsi
dunque sulla cresta dell’onda. I gruppi contano su moltissimi
aderenti: la Fossa dei Leoni del Milan, ad esempio, registrerà
nella stagione 1987-88 quindicimila iscritti: “Possiamo
confermare che a Milano non esiste alcuna istituzione di
qualsiasi tipo col nostro numero di tesserati (15 mila circa).
Noi interpretiamo il fatto come elemento positivo di fronte a
quei detrattori che accusano i nostri gruppi come ispiratori di
violenza e basta. Se tante persone ci danno il loro appoggio,
vuol dire che siamo apprezzati per ciò che facciamo, oppure
che siamo un’organizzazione di 15 mila malviventi”22. Verso la
fine degli anni ’80 i gruppi possono quindi contare su adesioni
massicce ed iniziano ad avere rapporti più o meno stabili con le
società sportive; in questo periodo tutti i gruppi si dotano di
una struttura stabile affidandone la gestione ai tifosi più esperti,
le mansioni sono quindi delegate a individui determinati che
curano il tesseramento, le trasferte, i rapporti con la società di
calcio e con la stampa, la produzione e la vendita del materiale
destinato all’autofinanziamento. Ormai andare allo stadio per
22
F. BRUNO, Milan nel cuore, in “Supertifo”, a. III, n.2, febbraio 1988,
p.14
24
molti ragazzi di curva non è più solo un passatempo
domenicale ma “è qualcosa di più, qualcosa che non si
esaurisce in un evento sportivo cui assistere come semplici
spettatori. Le folle sono infatti composte, in maggioranza, da
uomini adulti che vivono l’eccitazione suscitata dall’incontro
di calcio associandola ad un forte senso di identità locale, ma
anche, e soprattutto, come occasione per ricreare una sorta di
riserva patriarcale, un universo tutto maschile in cui non vi è
spazio per i non appassionati e tantomeno per le donne. Per
molti di questi tifosi predominano incontrastati valori come
l’aggressività, la competizione, la forza fisica e la durezza. In
questo senso il loro tifo non è soltanto una forma di
incoraggiamento ai propri beniamini o un modo per accrescere
il divertimento domenicale, ma è piuttosto un mezzo per dare
voce ad un insieme di valori fortemente caratterizzati sul piano
culturale: attraverso il tifo, in sostanza, essi esprimono il
bisogno di partecipare e al contempo attivare una certa cultura
della virilità”23.
Negli anni Novanta il termine “ultrà” circola ormai in ogni
ambiente, diventando parte integrante del lessico quotidiano e
subendo un’autentica inflazione d’uso. Ma gli anni Novanta
sono soprattutto gli anni degli “affari di curva”; gli ultras
cominciano a commerciare gadget, riviste, foto, a organizzare
trasferte in maniera massiccia e addirittura trasmissioni radio e
TV sui canali privati. Quasi tutte le società calcistiche
continuano a coccolare di nascosto gli ultras con biglietti
omaggio, contributi vari per coreografie e trasferte, persino
affidandogli piccoli business. La Juventus, ad esempio, fa
gestire una parte della campagna abbonamenti ai club,
pagandogli le corografie; unica condizione, quella di evitare
simboli o nomi troppo duri. Il Milan, invece, riserva iniziative
23
A. ROVERSI, Calcio e violenza in Italia, cit., p. 232
25
privilegiate ai club aderenti all’Associazione italiana Milan
club: visite agli impianti, incontri con i giocatori, offerta di
materiale promozionale, nonché la disponibilità di biglietti
omaggio per ogni incontro casalingo24. Questo modello,
introdotto dalla gestione Berlusconi, favorisce uno scambio
interorganizzativo destinato a portare vantaggi ad entrambe le
parti; si tratta in pratica di organizzazioni collegate in rete e
sottoposte ad un visto di legittimità con il compito rafforzare e
valorizzare l’identità.
In questi anni, quindi, il calcio non è più solo passione; molti
ultras, talvolta grazie all’appoggio di società preoccupate di
tenere sotto controllo potenziali focolai di disordini, sono
riusciti a trasformare il loro “prestigio” allo stadio in un vero e
proprio lavoro. Gli Irriducibili della Lazio, ad esempio, hanno
un rapporto molto stretto con la società a sono talmente attivi
da avere spinto i “cugini” romanisti ad esporre in Curva Sud lo
striscione con la scritta: “Irriducibili S.p.a.”.
Gli anni Novanta, purtroppo, sono anche anni che fanno
registrare molti, gravi episodi di violenza dentro e fuori gli
stadi, nonostante nel 1989 fosse stata varata la legge 401, il cui
articolo 6 (modificato e inasprito dal DDL 377/01) regola il
provvedimento di diffida, che viene emanato a discrezione dei
questori vietando l’ingresso negli stadi ai tifosi più facinorosi.
Un provvedimento, questo, che colpisce molti gruppi e non
poche sono le polemiche dovute al fatto che la diffida
appartiene alla categoria dei provvedimenti preventivi, il cui
scopo non è punire reati, ma evitare che questi vengano
commessi. Questo provvedimento, però, non riesce ad evitare,
pochi anni dopo, soprattutto due episodi molto gravi: il primo,
a Brescia, nel 1994, porta al ferimento del vice questore Selmin
e colpisce soprattutto per la premeditata azione di guerriglia
urbana, e per l’intreccio pericoloso fra gli ultras e il gruppo più
24
N. PORRO, Identità, nazione, cittadinanza, Roma, Seam, 1995
26
attivo tra neonazisti romani, il Movimento Politico, che più
tardi verrà sciolto dal Ministro degli Interni; il secondo, nel
1995, a Genova, porta alla morte per accoltellamento del
giovane tifoso genoano Vincenzo Spagnolo, poco prima
dell’incontro tra Genoa e Milan. Questo episodio colpisce,
invece, per il profilo sociale degli aggressori, tutti appartenenti
alla piccola borghesia milanese e facenti parte di un nuovo
gruppo ultrà, il cui segno distintivo è il giubbotto Barbour e il
look da ragazzi di buona famiglia. Questo avvenimento
sconcertante mette in serio pericolo la vita stessa del
movimento ultras, già profondamente colpito da un lento
ricambio generazionale, dal frazionamento delle curve in tante
piccole “schegge”, acuito dallo scompiglio portato negli stadi
dai “cani sciolti”, cioè tifosi allo sbando, e dalla crisi di identità
che si aggirava con lo scioglimento di alcuni gruppi ultras che
fino a quel momento rappresentavano un punto di riferimento
per le rispettive tifoserie, che si trovano smarrite e disorientate.
Il 5 febbraio 1995 gli ultras d’Italia, per la prima volta,
s’incontrano a Genova, per iniziativa degli Ultras Tito della
Sampdoria, per un raduno che vuole essere un momento di
riflessione, data l’enorme pressione dei media dopo il caso
Spagnolo. “Basta lame, basta infami” è lo slogan del raduno,
che stigmatizza il dilagare della violenza di curva, ma vuole
anche essere un grido disperato di soccorso al mondo ultrà.
Alcuni gruppi ultras hanno rifiutato di partecipare,
considerando il raduno “una farsa”, i presenti, invece,
raccontano della voglia di condividere un’esperienza comune
in un momento in cui gli ultras venivano additati come
fuorilegge. Gli ultras sono chiamati a riflettere, a interrogarsi
su come si sia potuto arrivare a tanto, giustificando il fenomeno
nell’ottica della tribù che adotta una sua cultura e parla un suo
linguaggio.
27
Lo Stato, preoccupato per l’aggravarsi della situazione
riguardante il fenomeno sociale della violenza negli stadi,
risponde approvando la Legge n. 337 del 19 ottobre 2001
recante disposizioni urgenti per contrastare i fenomeni di
violenza in occasione di competizioni sportive, aprendo di fatto
una nuova fase di repressione all’interno delle curve. Scopo
dichiarato è quello di “tutelare lo spettacolo sportivo”
attraverso l’inasprimento delle pene e della velocizzazione dei
giudizi, affidando al questore il potere di diffidare (cioè di
disporre il divieto di accesso ai luoghi in cui si svolgono
manifestazioni sportive) coloro i quali abbiano preso parte
attiva in episodi di violenza su persone o cose in occasione o a
causa di manifestazioni sportive, o anche solo abbiano incitato,
inneggiato o indotto alla violenza, con ciò intendendosi la
specifica istigazione alla violenza.
Gli ultras, dal canto loro, si sono organizzati per rispondere
all’uso generalizzato del provvedimento di diffida con la
creazione del Coordinamento Nazionale “libertà per gli ultras”,
il cui motto è “non con le spranghe...non con le cinte...non con
le mani...ma con la legge”. L’obiettivo di questa iniziativa è di
“coordinare tutti i gruppi ultras d’Italia, a prescindere da
rivalità calcistiche e simpatie politiche, in modo da rispondere
in modo unitario alla pioggia di diffide che le varie questure
d’Italia si divertono a spiccare”. Il Coordinamento, dal giugno
2000, ha ottenuto diversi successi giudiziari e pronunciamenti
da parte della Corte di Cassazione, anche in considerazione del
fatto che le consulenze ed i consigli sono immediati e gratuiti e
i costi per i rimedi da adottare sono pari a un quinto di quelli
“normali”.
Attualmente, a più di trent’anni dalla nascita dei primi gruppi
di tifosi organizzati, gli ultras sono parte integrante del sistema
calcistico, sono insostituibili e sempre più protagonisti, non
solo determinanti nelle strategie societarie, nella cacciata di
28
allenatori o nell’acquisto di calciatori, ma anche influenti a tal
punto da riuscire a far sospendere una partita ufficiale, com’è
successo il 21 marzo 2004, allo stadio Olimpico, in occasione
della gara tra Lazio e Roma. In quella occasione i circa
settantamila tifosi presenti, creando un clima surreale, hanno
voluto, ed ottenuto, la sospensione della partita, dando credito
alla voce, infondata, della morte di un bambino prima
dell’inizio dell’incontro. A nulla sono servite le smentite e gli
appelli della Questura di Roma e questo la dice lunga
sull’attuale rapporto di sfiducia e diffidenza che lega tifosi ed
autorità, da non intendersi esclusivamente come forze
dell’ordine.
29
30
1.3 Gli hooligans inglesi e il panorama europeo
31
dei gruppi sociali situati alla base della gerarchia sociale e
condannati a restarvi, proprio mentre la nostra cultura esalta la
possibilità di riuscita per merito individuale e non per merito
dell’azione collettiva. Ineguaglianza e invisibilità vanno
dunque di pari passo: i più sfavoriti socialmente sono anche i
meno visibili, salvo che come massa indifferenziata”27.
Gli hooligans perciò possono essere visti come “il frutto di una
crisi economica e occupazionale che ha prodotto effetti
devastanti sia a livello pubblico che privato, nella società come
nella famiglia”28.
Sarà negli anni Sessanta che si diffonderanno molteplici stili
giovanili, legati spesso all’ambiente dello stadio, che
culmineranno con l’avvento degli skinheads (“teste rasate”) e
dell’hooliganismo calcistico: “Negli anni del boom economico,
il clima è di sfrenato ottimismo e i mods (da modernist,
sottocultura nata agli inizi degli anni ’60 come espressione
della working class giovanile, assai presente negli stadi)
cantano nel proprio stile una speranza di ascesa sociale che sarà
presto infranta dalle crisi economiche [...] A metà degli anni
’60, dalla frantumazione dei mods nascono due filoni
contrapposti, il secondo dei quali, gli hard mods, rigetta ogni
rapporto con le culture giovanili borghesi, richiamandosi con
esasperata fierezza ai tradizionali valori della sottocultura
operaia giovanile: forte senso del gruppo e della territorialità,
esaltazione della forza fisica e della capacità di battersi,
passione per il football e per la birra, sessismo, sciovinismo,
tendenze xenofobe. Capelli rasati, scarponi da lavoro, jeans con
27
A. ROVERSI, Il sociologo e l’ultrà. Gli studi sul teppismo calcistico, in
V. Marchi, Ultrà, cit., pp. 33-4
28
V. MARCHI, Inghilterra 1890-1990: un secolo di sottocultura
“hooligan”, in V. Marchi, Ultrà, cit., p. 49
32
bretelle, “nervosismo paranoico”, gli hard mods assumono il
nome di skinheads, che tendono ad organizzarsi nella
tradizionale struttura della street-band, del gruppo di coetanei,
di solito appartenenti alla stessa strada o quartiere, che esalta
quel senso aggressivo del territorio che si esplica appieno nel
modo skinhead di “vivere” la curva calcistica”29. Le principali
caratteristiche di questo movimento, quali la fierezza e
l’appartenenza alla classe operaia, sembrano ben spiegare
perché lo stile skinhead diverrà la tendenza dominante delle
curve inglesi, spingendo gli hooligans a seguire le sorti delle
rispettive squadre in maniera viscerale: “In Inghilterra il
rapporto tra calciatori e tifosi è contraddistinto da una comune
appartenenza di classe, per nulla minacciata dal fatto che i
giocatori percepiscono uno stipendio superiore al salario di un
operaio. Anzi, dalla sottocultura dei suoi sostenitori il giocatore
viene visto come un giovane appartenente alla stessa comunità
dei suoi tifosi, di cui condivide origine sociale, stile di vita e
aspettative sul futuro, un giovane “alla mano” che non è
minimamente sfiorato dall’idea che il calcio possa
rappresentare un mezzo di ascesa sociale individuale. In
secondo luogo, a questi stretti rapporti di classe tra le diverse
componenti del mondo del calcio, è associata una serie di
valori tipici della classe operaia, dei suoi stili di vita e delle sue
lotte per il lavoro. Questi valori sono principalmente quelli
della mascolinità, della partecipazione collettiva e della
vittoria”30.
29
V. MARCHI, Inghilterra 1890-1990: un secolo di sotttocultura
“hooligan”, in V. Marchi, Ultrà, cit., p. 62
30
I. TAYLOR, Soccer Consciousness and Soccer Hooliganism, in S. Cohen
(a cura di ), Images of Deviance, Penguin, London, 1971, p. 141
33
Il merito degli hooligans inglesi fu quello di apportare dei
cambiamenti di grande impatto, in quanto furono i primi ad
inventare il “tifo”, a sostenere la squadra non più con i soli e
tradizionali applausi. L’apporto dato ai propri beniamini venne
mutato in almeno due direzioni: in primo luogo attraverso l’uso
di sciarpe e bandiere (specie quelle a due aste), creando una
“nota di colore” non indifferente in quasi tutti gli stadi
britannici. In secondo luogo, le fasi delle partite cominciarono
ad essere accompagnate da cori spontanei, da battimani
continui e fragorosi. Questi due aspetti, che all’epoca
rappresentarono delle vere e proprie novità, permisero agli
hooligans di farsi conoscere anche oltre confine, fino ad
imporre una loro leadership nell’ambito del mondo del tifo.
Furono gli hooligans inglesi, in definitiva, a creare il concetto
di end (curva), che diverrà in seguito il “territorio degli ultrà”.
In generale possiamo dire che il movimento ultrà italiano ha da
una parte subito una grande influenza dal mondo degli
hooligans, ma c’è pure da riscontrare che il “modello italiano”
ha a sua volta ispirato le tifoserie di altri paesi, soprattutto
nell’area mediterranea.
In Spagna, ad esempio, durante i Mondiali del 1982, vinti
peraltro dalla nostra Nazionale, le decine di migliaia di italiani
giunti in Spagna diedero un notevole impulso alla nascita di un
movimento ultrà nella penisola iberica, influenzandone lo
sviluppo con il proprio modo di “vivere la curva”. E’ solo dal
1986, però, che i gruppi ultras prendono una consistenza tale da
diventare i “padroni degli spalti” in quasi tutte le città e
s’instaura una rete di contatti in ogni regione, permettendo
rapporti e comunicazioni fra i diversi gruppi. Il merito è di una
fanzine, “Ultras”, prodotta da alcuni tifosi del Barcellona a
cavallo tra il 1985 e il 1986. In contatto diretto coi principali
gruppi italiani, la redazione fornisce notizie, suggerimenti e
centinaia di spunti a un movimento che si mostra, forse anche
34
per questioni di affinità culturale, più influenzato dal modello
di tifo italiano (coreografie, striscioni, fuochi d’artificio) che da
quello inglese (soprattutto cori e “sciarpate”)31.
Ci sono poi dei paesi in cui sia il modo di tifare all’inglese sia
quello all’italiana hanno attecchito con successo, anche se con
doverosa distinzione. Gli hooligans britannici vengono emulati
per lo più nell’ambito delle intemperanze e delle strategie da
guerriglia, gli ultrà italiani, al contrario, nell’ambito delle
coreografie e del materiale da stadio (striscioni, sciarpe, ecc.).
Possiamo trovare questo dualismo, ad esempio, in Francia:
“Tutte le tifoserie della Francia settentrionale risultano
fortemente influenzati dal modello inglese. Nel Sud, invece, la
partecipazione degli spettatori ricorda decisamente l’Italia degli
anni Sessanta e Settanta, con un incitamento caloroso ma
spontaneo e intemperanze dovute ad arbitraggi contestati”32.
Anche l’Ungheria non sfugge a questa regola: “Dopo la
gigantesca rissa avvenuta il 12 ottobre 1983 a Budapest prima
di Ungheria - Inghilterra, i tifosi magiari assorbiscono il look e
il fascino degli hooligans britannici, influenzati ulteriormente
dai mass media e dalle notizie provenienti dall’estero, che
facevano degli inglesi una sorta di mito negativo ma
ricchissimo di carisma [...] Se si escludono i fans del
Ferencvaros, gli altri gruppi ungheresi si dimostrano più
corretti ed adottano come modello il tifo degli ultrà italiani,
piuttosto che il teppismo made in England”33.
31
F. BRUNO, Il movimento ultrà nell’Europa continentale, in V. Marchi,
Ultrà, cit., pp. 114-115
32
F. BRUNO, Il movimento ultrà nell’Europa continentale, in V. Marchi,
Ultrà, cit., p. 122
33
C. WARD, Streaming it. Journal of a Football Fan, Simon & Schuster
Sports Pages, London, 1989, p. 132
35
Decisamente più “anglofili” sembrano esserlo paesi come il
Belgio e la Grecia: “in Belgio i giovani tifosi violenti,
influenzati dalla realtà inglese, si organizzano nei cosiddetti
“gruppi di contatto” (near groups), si definiscono “Sides” e
fanno la loro comparsa a metà degli anni Settanta come frutto
della sottocultura giovanile urbana, marginale e in alcuni casi
delinquenziale. Molti dei loro membri sono skinheads e vi sono
certamente anche giovani con simpatie di estrema destra”34.
Analogamente in Grecia, paese in cui i danni provocati dai
tifosi non hanno eguali in tutto il nostro continente, è tutto il
movimento ultrà a mostrarsi fortemente influenzato dal
modello inglese. Come avviene anche in Spagna, lo stile
“skinhead/boot-boy” giunge infatti in terra ellenica nei primi
anni Ottanta, a seguito dei flussi turistici. Ma quel che cambia,
rispetto alla Spagna, è la natura di questo turismo: meno
massificato, più specificatamente giovanile, ancora più
influenzato dalle sottoculture e dagli stili più svariati”35.
Troviamo una situazione particolare anche in Svizzera, dove
nell’area italiana (il Ticino) si fa largo uso di terminologie e
stili importati dal nostro Paese, mentre nella Svizzera tedesca
c’è un pubblico fortemente influenzato dalla Germania e i
giovani sono divisi in supporters e hooligans. I primi vestiti
con i colori delle loro squadre, restando a un livello di
partecipazione spontaneo, i secondi organizzati in bande di
casuals, che ovviamente ripudiano l’aspetto folcloristico del
resto della folla”36.
34
L. WALGRAVE – K. VAN LIMBERGEN, Il teppismo calcistico in
Belgio: cause e rimedi, in A. Roversi (a cura di), Calcio e violenza in
Europa, cit., pp.156-9
35
V. MARCHI, Blood and Honour. Rapporto internazionale sulla destra
skinhead, Koinè, Roma, 1993, pp. 102-3
36
F. BRUNO, Il movimento ultrà nell’Europa continentale, cit., p. 101
36
Concludiamo questo paragrafo menzionando il movimento
ultras in America Latina, che presenta tutt’altre origini: esso,
infatti, nasce strettamente legato alla cultura musicale
sudamericana ed è caratterizzato da un’importante componente
folcloristica, con incessanti accompagnamenti di strumenti a
percussione a dominare la curva.
37
38
1.4 La storia della Curva Sud di Roma
39
Poi la partita, quel sonante 3-0 alla Sampdoria, tanto amore,
molta passione e un tifo tutto sommato soddisfacente, se si
pensa che era solo l’inizio, forse un solo errore, quello di
cantare anche prima della partita e ritrovarsi per il secondo
tempo senza voce, un errore che cercammo di eliminare di
volta in volta [...] Da parte del resto della tifoseria romanista
non ci furono grandi reazioni, anche perché la nostra
postazione non permetteva di vedere il nuovo striscione.
Naturalmente serpeggiava una gran curiosità, si cercava di
scoprire chi fossero questi ragazzi che volevano far nascere un
gruppo ultrà che sarebbe diventato negli anni a seguire il più
forte d’Italia [...] Il 1977 fu soprattutto un anno
d’ambientamento, dovevamo ancora affiatarci e, cosa forse
ancora più importante, ci conoscevamo poco. Avevamo solo
otto tamburi e due bandieroni, tra noi vi era già molto
entusiasmo e tanta voglia di fare meglio. Nel 1978 iniziarono i
primi problemi finanziari, avevamo raggiunto venti tamburi,
molte bandiere erano state costruite, ogni domenica
accendevamo un gran numero di fiaccole e fumogeni, tutte
cose che comportavano una notevole spesa. Decidemmo oltre
ad autofinanziarci, di sponsorizzare la nostra immagine
stampando adesivi e magliette che ogni domenica vendevamo
40
allo stadio [...] Tutto questo però non bastava, eravamo quasi
sempre in rosso, risultava necessario allora iniziare con il
tesseramento, che ci aiutò oltre che dal punto di vista
economico anche a sapere su quante e quali persone poter
contare”37.
In quelle prime domeniche del ‘77 i ragazzi del Commando
presero saldamente la loro posizione in Curva. Ricorda
Antonio Bongi: “Il pubblico all’inizio arrivava e diceva: Qua,
ragazzi, mi ci devo mettere io, è il posto mio... E noi
rispondevamo: Guarda, se ti vuoi mettere qui, devi tifare in
piedi per tutta la partita, se non vai da un’altra parte. Noi
occupavamo un perimetro di una settantina di metri. Quasi
tutti accettarono con piacere di essere ultrà: dal bambino di
sei anni con la sciarpa fino al settantenne”38.
Allo scopo di unire completamente la tifoseria degli ultras,
alcuni esponenti del Centro Coordinamento Roma Club
crearono il Centro Giovanile Giallorosso: esso comprendeva,
oltre al Commando Ultrà, anche i Guerriglieri e i Panthers. I
Guerriglieri della Sud erano il gruppo con più esperienza sulle
spalle, essendo il loro striscione comparso già nel ’67, mentre i
Panthers erano l’unico gruppo di ultras della Curva Nord. I
rapporti tra il Centro di Coordinamento Roma Club e il Centro
Giovanile Giallorosso contemplavano un certo aiuto logistico,
ma anche la massima autonomia per gli ultrà. Questi,
sentendosi un gradino più in alto per passione rispetto ai
sostenitori dei club, li tacciavano di freddezza. Gli ultrà
37
M. IMPIGLIA, “Forza Roma, daje Lupi”, Libreria Sportiva Eraclea,
Roma, 1998.
38
Occorre tenere presente che in quegli anni gran parte del pubblico della
Sud seguiva la partita seduto. In realtà, i “dialoghi” con le persone che
occupavano i posti in esame non erano così concilianti e spesso sfociavano
in qualche rissa.
41
muovevano all’organizzazione dei Roma Club accuse di
“gerarchismo” e di scarsa attenzione al sociale; mentre la paura
di fondo era di essere in qualche modo “strumentalizzati”. Se,
da una parte, si ponevano come obiettivo quello di essere
riconosciuti dall’A.I.R.C.39 sullo stesso piano dei club ufficiali,
dall’altro rifiutavano qualsiasi “ingabbiamento” in strutture
formali. I problemi da risolvere per il CUCS40 erano due: le
infiltrazioni di agitatori politici e il “teppismo mordi e fuggi”
delle frange violente. Entrambi furono combattuti e mai
pienamente risolti. Ai militanti di destra e di sinistra che
volevano entrare, i capi del Commando facevano un discorso
molto chiaro (“Guardate, qui si viene per tifare Roma”), che in
genere veniva accettato e rispettato.
Tuttavia, l’abitudine dei giovani tifosi a adottare simbologie
contraddittorie (il gesto della P38 degli autonomi insieme al
saluto romano, canzoni partigiane e fasciste) ingenerava e
manteneva un terreno di equivocità nel quale allignavano
facilmente gli agitatori di mestiere. Lo stesso discorso valeva
per i teppisti comuni che usavano le trasferte per compiere atti
criminosi (furti, rapine e spacci di droga).
La stagione ‘77-’78 segnò l’inizio di un decennio in cui la
Curva Sud, unita ed esaltata dalla crescita della squadra, diede
il meglio di sé41: il rullo dei tamburi orchestrato, lo sventolare
bandiere, l’incitamento ritmato, le sciarpe giallorosse
ondeggianti, il canto d’incoraggiamento all’unisono: queste
39
Associazione Italiana Roma Club.
40
Commando Ultrà Curva Sud.
41
Prima di vivere la sua stagione più felice , il CUCS dovette superare una
prova terribile: il delitto Paparelli. Il giorno più nero in 70 anni di tifo
giallorosso reca la data del 28 ottobre 1979, settima del girone di andata:
Roma-Lazio.
42
furono le novità con le quali il CUCS riuscì ad incanalare la
passione di tutta la Curva e a dare un sostegno più efficace alla
squadra.
Tutto ciò avvenne grazie soprattutto al contributo di Fausto
Josa, giovane e dinamico presidente del Roma Club Esquilino,
tesserato numero uno del CUCS e membro del direttivo
dell’Associazione Italiana Roma Club, che prese come una
chioccia sotto le sue cure i ragazzi ultrà. Con lui il Commando
si diede una struttura organizzativa, con tanto di “direttore del
coro”, “capotamburo”, cassiere, responsabile degli under 14 e
addetto alle pubbliche relazioni. La Roma mise a disposizione
all’interno dello stadio un magazzino per i materiali (tamburi,
striscioni, aste e bandiere, fumogeni). Josa, commerciante
all’ingrosso di stoffe, cominciò ad organizzare le coreografie
domenicali insieme ai ragazzi nei suoi magazzini; oltre ai
“fumoni”, alla parata di sciarpe e bandiere, le più diverse e
colorate, al rullio dei tamburi e ai cori orchestrati con i
megafoni dai ragazzi che volgevano le spalle al campo, gli
ultrà giallorossi esibivano fantasie coreografiche sempre nuove
a base di carta e stoffa. Fantasie che stupivano gradevolmente
il pubblico e bene esprimevano l’ironia e la voglia di far festa
dell’animo romano. Rispetto al mutismo degli spalti anni ‘60,
interrotto da mormorii e boati relativi all’andamento delle
azioni,ora il sostegno risultava più caloroso e continuo.
Intorno alla metà degli anni ‘80, però, se da una parte gli ultrà
andavano integrandosi nella realtà in evoluzione del tifo
mediato dalle radio e tv private, dall’altra s’intravedevano già i
primi segni di nervosismo all’interno della “vecchia guardia”.
Nei pullman poche facce nuove, sulle gradinate degli stadi
d’Italia sempre gli stessi che si dimostravano assidui
accompagnatori della squadra: tutto questo portò qualcuno dei
fondatori a chiamarsi fuori.
43
Tutto iniziò ad incrinarsi nell'estate del 1987, quando l’acquisto
di Manfredonia e la cessione di Ancelotti scatenarono una dura
contestazione al presidente della società, Dino Viola, accusato
di svendere una delle bandiere della squadra e di sostituirla con
un giocatore anti-romanista. La Curva Sud, prima dell'acquisto,
era compatta nel chiedere a Viola di non acquistarlo, perché reo
di dichiarazioni diffamatorie nei confronti dei tifosi della Roma
nonché condannato per aver venduto le partite della squadra in
cui aveva sempre militato e di cui era tifoso, la Lazio.
Insomma, prima dell'acquisto la Curva era compatta nel
rifiutarlo. Purtroppo Viola decise comunque di acquistarlo e la
Curva Sud si spaccò in due: i fondatori (o meglio, la maggior
parte dei fondatori), diedero vita al G.A.M. (Gruppo anti
Manfredonia), mentre il resto dei fondatori, dopo aver messo
fuori la curva un volantino con su scritto “Il Commando si è
spostato”, prese posto sul muretto lato Monte Mario, fondando
il “Vecchio CUCS”. Anche grazie a questo piccolo ma
intelligente stratagemma questo ultimo gruppo acquistò una
notevole consistenza e, con il passare del tempo, una notevole
capacità organizzativa.
Il Vecchio CUCS riteneva che, essendo Manfredonia ormai
diventato della Roma, che lo si odiasse o lo si amasse, non
poteva essere fischiato, e così la pensava la maggioranza della
Sud , nonostante tutto quello che era accaduto e nonostante il
personaggio. Il CUCS-GAM, invece, voleva rimanere fedele
alla linea iniziale e con i suoi striscioni continuò a contestare
Manfredonia.
Il campionato cominciò con la visione manifesta della
spaccatura avvenuta in Curva Sud: il Vecchio CUCS dal lato
Monte Mario e il CUCS-GAM dal lato Tribuna Tevere si
dividevano equamente lo spazio.
Rientrata la questione Manfredonia, i rapporti tra i due gruppi
della Sud rimasero tesi. Antipatie personali e dissidi di
44
carattere economico (la registrazione all’ufficio brevetti del
marchio CUCS da parte del neo CUCS-GAM) impedirono una
reale riunificazione del Commando. Il Vecchio CUCS aveva
dalla sua il vantaggio di rappresentare la linea filo-governativa,
vicina all’Associazione Italiana Roma Club e all’A.S. Roma, e
infatti trovava spazi sulla rivista “La Roma”42. Il CUCS,
invece, disponeva dei marchi originali (la famosa sciarpa
CUCS Roma) e di un buon rapporto con Viola. Anche il CUCS
si garantì una tribuna sulla rivista di Francesco Campanella
“Magica Roma”, cercando di mantenere aperto il dialogo con i
Roma Club.
Nel frattempo, comunque, la curva romanista riusciva ancora a
dare spettacolo: il campionato ‘89-’90 allo stadio Flaminio43
vide la definitiva affermazione delle sciarpe alte sulla testa,
oscillanti a mimare il movimento cullante delle onde del mare.
Lo stile british, ordinato ed efficace, prendeva il posto dello
stile torcida, più caotico e pirotecnico.
Ma con il ritorno all’Olimpico nella stagione 1990-1991 si
capì quanto la divisione fosse ormai completa. Tutti i gruppi
tornarono alle originarie posizioni: I Fedayn, che pur essendo
stati sempre un po’ isolati avevano però sempre partecipato alle
attività, non parteciparono più ai cori, tornando a tifare per
conto loro; i Boys tirarono fuori di nuovo il loro striscione, il
CUCS-GAM, per difendersi dal Vecchio CUCS che reclamava
la paternità del Commando Ultrà Curva Sud, registrò da un
notaio il nome. Come detto, il Vecchio CUCS, a sua volta, si
spostò sul muretto "storico" della Curva Sud lato Monte Mario,
considerando il CUCS-GAM come dei fuoriusciti.
42
“La Roma” è la rivista ufficiale della società.
43
Lo stadio Olimpico era chiuso per la ristrutturazione in vista dei Mondiali
del 1990.
45
L'ala più dura e radicale del CUCS GAM, intanto, si distaccò
formando “Opposta Fazione”, gruppo elitario contrario ad ogni
contatto con gli altri gruppi, “colpevoli” di aver tradito gli
ideali ultras.
Proprio in questo periodo, iniziarono a cambiare anche gli
orientamenti politici della maggioranza dei tifosi romanisti: la
Sud, da “rossa” che era negli anni '70, si spostò sempre più
verso la destra. I ragazzi più radicali del CUCS., non
riconoscendosi più nel gruppo, diedero vita ad un'infinità di
gruppi che si formarono in base all'ideologia politica o alle
amicizie.
Nella stagione 1993/94 il Commando viene riunificato, o
meglio, alcuni tra i maggiori esponenti dell'ex CUCS-GAM
decisero, “per il bene della Roma” di riunirsi con gli aderenti al
Vecchio CUCS. Ma fu solamente un vano tentativo. Il gruppo
iniziò un declino lento ma costante e non riuscì più come un
tempo a far presa sulle “nuove leve”.
Siamo ai giorni d’oggi. La situazione è radicalmente cambiata
alla prima partita interna del campionato del 1999-2000. In
occasione di Roma-Inter si verifica un “cambio della guardia”
un po' turbolento che sancisce il definitivo declino del CUCS: è
il tempo degli AS Roma Ultras, formato dalla fusione dei
gruppi che stavano nella parte bassa della curva
Nel corso delle prime tre stagioni alla guida della curva gli AS
Roma Ultras sono riusciti a ridarle un'identità che era andata
smarrita inventando nuovi cori, ripresi da varie tifoserie in tutta
Italia, e tifando in modo coreografico, pur senza i tamburi che
avevano contraddistinto la Sud fino al 1999. La storia degli
ASRU sembrava essersi chiusa in ascesa, con
l'autoscioglimento proclamato il 1° marzo 2002, allorquando il
direttivo del gruppo si era reso conto che le nuove dinamiche
dei gruppi ultras presenti in curva non consentivano più di
raggiungere gli obiettivi prefissati. Tuttavia, considerato che
46
nessun gruppo si è poi fatto avanti per prendere le redini della
curva il gruppo si è ricomposto, rafforzato, nell'estate dello
stesso anno ma i dissensi in curva e i rancori personali legati a
diverse concezioni del tifo e del modo di essere ultras
impediscono di avere una curva del tutto unita e gli stessi AS
Roma Ultras subiscono delle miniscissioni interne44.
Sulla situazione attuale della Curva Sud Lorenzo Contucci è
molto chiaro: “Attualmente la curva della Roma è la curva più
anarchica d’Italia. L’assenza di gruppi di riferimento la rende
imprevedibile e pericolosa. Quando c’è un gruppo guida
stabile, tutto è più controllabile. La forte repressione ha
generato un qualcosa di ignoto e gli esperti della D.I.G.O.S. lo
sanno perfettamente. Fino a che non nascerà in curva un
nuovo o dei nuovi leader la situazione rimarrà quella di oggi,
visto che gli anziani se ne sono andati. Il problema è che
appena ti esponi, le forze dell’ordine ti ricoprono di attenzioni
non gradite. Ti propongono di aiutarti per comprare i biglietti
o per organizzare le trasferte, e se ti rifiuti diventi
automaticamente un ribelle da eliminare. D’altra parte nella
sottocultura ultras la collaborazione con le forze dell’ordine è
assolutamente esclusa, sicché nessuno intende più trovarsi in
situazioni simili. Per questo, la Curva Sud ha scelto
l’anarchia”.
44
M. IMPIGLIA, “Forza Roma, daje Lupi”,cit.
47
48
CAPITOLO 2
Il mondo degli ultras: la curva
50
2.1 Gli ultras come gruppo
45
A. POLMONARI, L’interazione nei gruppi, in L. Arcuri, Manuale di
psicologia sociale, Il Mulino, 1995.
51
I gruppi primari sono invece insiemi di persone che
interagiscono direttamente e sono legate da vincoli di natura
emotiva, come la famiglia, i gruppi amicali e certi gruppi a
finalità educativa. Secondo Peter Mayer, il gruppo primario è
composto da un numero ridotto di individui, capaci di
sviluppare – mediante un’interazione regolare e diretta - un
forte sentimento di identificazione collettiva46.
I gruppi secondari sono gruppi formati da persone che hanno
rapporti più o meno frequenti ma di tipo prevalentemente
impersonale, perché determinati essenzialmente da scopi
pratici. Il gruppo secondario è composto da un numero elevato
di membri, fra i quali non vi è alcuna forma di comunicazione
immediata. Le relazioni fra ogni appartenente al gruppo sono di
carattere strumentale, mentre quelle tra individui sono
praticamente indifferenti sotto il profilo affettivo. Si possono
considerare gruppi secondari, ad esempio, organizzazioni di
grandi dimensioni, le unità militari di un esercito, una grande
fabbrica.
Vi è poi la distinzione importante fra gruppo di appartenenza,
che è quello cui si sente di appartenere, il gruppo in cui ognuno
è integrato, e gruppo di riferimento (reference group), cioè
quello verso il quale una persona è abituata ad orientarsi nella
valutazione di determinati fatti, situazioni ed eventi. Possiamo
distinguere tra due tipi di gruppo di riferimento: il tipo
“normativo” che definisce gli standards dell’individuo e il tipo
“comparativo” che fornisce un termine di paragone in base al
quale l’individuo valuta se stesso e gli altri; naturalmente
questi due tipi possono riferirsi ad uno stesso gruppo.
A proposito del gruppo ultras possiamo mettere in risalto
alcune caratteristiche: abbiamo la consapevolezza di
appartenere al gruppo, quindi un’identità sociale molto forte
46
P. MAYER, Gruppi sociali, in H. Reimann, Introduzione alla sociologia,
Bologna, Il Mulino, 1982.
52
lega tra loro li individui. L’appartenenza al gruppo è giudicata
positivamente sia in rapporto agli altri gruppi ultras della stessa
curva, sia rispetto ai gruppi ultras di altre squadre. E’ presente
una componente emozionale nei confronti del proprio gruppo e
degli appartenenti ad esso, con i quali s’instaurano rapporti di
collaborazione (per preparare le trasferte, le coreografie, per
fare il tifo) e di amicizia.
La quantità e la varietà delle situazioni sociali, quindi, che un
individuo avverte rilevanti per la propria appartenenza
aumenteranno secondo la misura in cui egli è consapevole di
essere membro del gruppo, dall’ampiezza delle valutazioni
positive associate a quest’appartenenza e dall’estensione
dell’investimento emozionale associato alla consapevolezza e
alle valutazioni47
La realtà dei gruppi è sempre una realtà dinamica ed in
continua trasformazione e cambiamento. Alla base della vita di
un gruppo vi sono dunque sempre modalità dinamiche che
riguardano il gruppo fin dal suo primo formarsi.
Se si osserva un gruppo, una delle prime osservazioni è certo
relativa al fatto che i membri non sembrano essere tutti allo
stesso livello, non sembrano avere tutti la stessa rilevanza e
centralità: alcuni sembrano più ascoltati di altri, possono
assumere iniziative e dare direttive agli altri, sono valutati e
considerati consensualmente come più importanti, vi è cioè una
caratterizzazione e una differenziazione in base allo status di
ognuno. Chi ha uno status più elevato sembra avere un
maggiore potere di promuovere iniziative, attività ed idee, di
avviare azioni. I ruoli nel gruppo adempirebbero almeno a tre
47
H. TAJFEL, Human groups and social categories. Studies in social
psychology, Cambridge University Press, Cambridgee, 1981. Traduzione
italiana, Gruppi umani e categorie sociali, Il Mulino, Bologna, 1985.
53
funzioni, secondo la lezione di Brown, come riportato da
Speletini e Polmonari48:
- Facilitare il raggiungimento dello scopo di gruppo (i
ruoli concorrono a dividere il lavoro tra i vari
componenti);
- Portare ordine e prevedibilità nel gruppo (tutti sanno
cosa aspettarsi e da chi);
- Definire alla nostra “autodefinizione” nel gruppo
(contribuiscono alla consapevolezza di ciò che siamo).
Per quanto riguarda i gruppi ultras i ruoli sono distribuiti con
precisione scrupolosa; uno dei più importanti è quello dei capo-
coro, che incitano continuamente il resto della curva, dando
l’avvio ai cori e predisponendo la coreografia iniziale. I
membri più rappresentativi di un gruppo ultras non vedono mai
l’intero svolgimento della partita, ma ne seguono solo alcuni
tratti, restando per il resto dell’incontro con le spalle rivolte
verso il rettangolo di gioco. La posizione centrale è quindi
occupata dai membri più fedeli del gruppo e l’importanza
gerarchica va scemando man mano che ci si avvicina alla
periferia della curva.
Qualità essenziali di un leader all’interno di un gruppo ultras
sono il coraggio e la fedeltà, valutata sulla base degli anni di
militanza nella curva; soprattutto grazie a queste due
caratteristiche i leader divengono visibili e rispettati dal
gruppo. Da notare che tali leader non vengono visti dagli ultrà
come dei capi ma piuttosto come portavoce, rappresentanti o
primi esponenti del gruppo. Il potere informale del direttivo si
esercita nella gestione delle carriere e delle promozioni, un
campo in cui il carisma e l’anzianità legittimano
indiscutibilmente il parere dei leader. Benché informale, la
carriera all’interno di un gruppo segue un percorso stabile,
48
G. SPELETINI, A. POLMONARI, I gruppi sociali, Bologna, Il Mulino,
1999.
54
caratterizzato da una molteplicità di codici e regolamenti, che
permettono a ogni singolo ultrà di acquisire un determinato
ruolo all’interno della gerarchia della curva: “I tifosi possono
aspirare a progredire attraverso una struttura gerarchica
abbastanza lineare e all’interno di ogni gruppo alcune posizioni
di ruolo sono aperte. Le posizioni di ruolo permettono di
dimostrare il carattere e il valore, conducendo ad uno status e
alla possibilità di prendere parte ad una struttura ordinata e
governata da regole. “Diventare qualcuno” allo stadio è una
faccenda altamente strutturata e una comprensione di queste
strutture è il primo passo per rendere intelligibile il
comportamento apparentemente anomico durante le partite di
calcio”49.
In base alla disponibilità di tempo e cioè all’impegno, si inizia
con attività che non implicano responsabilità come il
tesseramento, la vendita di materiali allo stadio, la preparazione
degli striscioni. In seguito, a seconda delle capacità,
dell’impegno e della fiducia conquistata, si passa ad attività più
delicate come l’organizzazione delle trasferte, il coordinamento
dei cori, la gestione della cassa. Qualora accada che la
militanza non sia più compatibile con il lavoro, la famiglia o gli
studi, i vari addetti passano le consegne alimentando il
processo di ricambio del direttivo. Il gruppo è molto attento a
preservare questa circolazione delle elites e delle competenze
specialistiche, al fine di conservare l’organizzazione stessa50.
La figura del leader, in ogni modo, è una peculiarità del
“modello italiano”. In Gran Bretagna, ad esempio, i cori
49
P. MARSCH, E. ROSSER, R. HARRE’, Le regole del disordine, Giuffrè,
Milano, 1984, p. 80.
50
A. DAL LAGO, R. MOSCATI, Regalateci un sono: miti e realtà del tifo
calcistico in Italia, Bompiani, Milano, 1992.
55
intonati sono più spontanei e si può dire che ogni iniziativa,
folcloristica o violenta che sia, può essere presa da chiunque:
“Nelle curve inglesi alcuni giovani possono esercitare
un’influenza occasionale, ma ciò non significa che siano dei
capi, né che esista una base regolare di membri del gruppo che
funga da nucleo dirigente. I processi decisionali sembrano
piuttosto avere un’altra caratteristica. Chiunque può avanzare
un suggerimento e, se questo sembra rappresentare una buona
idea, viene adottato dagli altri”51.
Ciò che consente l’interazione fra i membri del gruppo, indica
come le interazioni devono svilupparsi e consente la
preservazione nel tempo del gruppo è un sistema di aspettative
normative condivise52. La trasmissione delle norme avviene
attraverso i singoli membri che educano gli altri alla
conformità, fino a quando l’individuo avverte da se stesso
quando attenersi a regole di comportamento appropriate.
Sono le norme, perciò, a stabilire, all’interno di ogni gruppo,
quali comportamenti non sono accettabili o sono da biasimare
o sanzionare, adeguandosi alle scale di valori condivisi nel
gruppo. Anche i comportamenti tenuti dagli ultrà all’interno
delle curve sono basati su regole ben precise, la maggior parte
non scritte, le quali svolgono innumerevoli e basilari funzioni,
dalla “selezione” dei partecipanti, al rispetto verso il gruppo e
più in generale al modo di “vivere da ultrà”: “I codici vigenti
nelle curve sono delle leggi non scritte che vengono rispettate e
che, assai spesso, configgono con le regole dello Stato. Tutto
questo viene accettato nelle curve perché viene a formarsi una
51
G. ARMSTRONG, R. HARRIS, Football Hooliganism: Theory and
Evidence, in “The Sociological Review”, n. 3, 1991, p. 436. Armstrong è un
sociologo inglese.
52
J. W. THIBAUT, H. KELLEY, Psicologia sociale dei gruppo, Il Mulino
Bologna, 1974.
56
sorta di microcomunità ove tutti approvano quelle regole e
difficilmente accettano chi le vuole sovvertire [...] Se si vuol
fare un esempio di “codici” vigenti in curva, potremmo
prendere come pietra di paragone quanto avvenuto poco tempo
fa in occasione di Ascoli/Sampdoria, dove un ragazzo di 16
anni ha lanciato un razzo che per poco non uccideva un
innocuo tifoso avversario. Il gesto è considerato folle sia per il
tifoso “normale” che per l’ultras, ma quest’ultimo non lo
consegnerebbe mai alle forze dell’ordine, limitandosi ad
applicare lui stesso la pena senza processo decisa dal gruppo
stesso, che si traduce solitamente in una serie di sganassoni e
nella cacciata definitiva dalla curva e dal gruppo, cosa che per
un ragazzo giovane inserito in certi ambienti è cento volte
peggiore di qualsiasi altra condanna. Ma ci sono una infinità
di codici e “linguaggi” della curva: ad esempio, se un gruppo
ultras mette il proprio striscione capovolto, vuol dire che
contesta qualcuno o qualcosa. Se i gruppi ultras – è accaduto
nel famoso derby sospeso – ritirano gli striscioni, spesso vuol
dire un lutto improvviso. Lo striscione sottratto al gruppo
avversario va esposto sempre capovolto, in segno di disprezzo.
E si potrebbe continuare per ore.”.
Queste norme implicite servono soprattutto a tracciare una
linea netta tra la cultura ultras e quella degli altri tifosi; ad
esempio, gli ultrà seguono la partita in piedi e non seduti sulle
gradinate, così come, in caso di scontri, i tifosi avversari non
ultras o gli ultras isolati non possono essere attaccati, mentre
sono ammessi scontri con la polizia e gli altri gruppi.
Ovviamente queste norme solitamente condivise dal direttivo,
vengono adottate in modo aleatorio dalla gran massa degli
aderenti53. Soprattutto i più giovani, in termini di militanza,
53
Questo è comprensibile se si pensa che un gruppo ultras come la “Fossa
dei Leoni” del Milan, ad esempio, ha circa 15000 tesserati ogni stagione
calcistica (Dal Lago, Moscati, 1992).
57
sono spesso quelli meno consapevoli e rispettosi di tali regole
implicite e si rendono protagonisti di iniziative individuali o
azioni contro-normative, come il lancio di oggetti in campo o
atti vandalici durante le trasferte, che possono recare danno alla
squadra o al gruppo stesso. Per prevenire tali iniziative,
comunicati e volantini all’interno della curva tendono ad
esplicitare le norme di comportamento e le sanzioni contro
comportamenti lesivi per l’immagine della curva. Citiamo, ad
esempio, un comunicato diffuso dal direttivo degli ultras del
Milan: “Riguardo ai frequenti lanci di oggetti verso l’anello
inferiore, le persone che hanno questo vizio dovrebbero capire
una volta per tutte che sotto di noi ci sono dei nostri tifosi, che
ogni domenica devono ricevere tutto quanto viene lanciato dal
nostro settore. Speriamo che la gente capisca, in caso
contrario dovremo provvedere con tutti i mezzi a nostra
disposizione, compresi i più sgradevoli”54.
All’interno della curva, quindi, sono ammessi i comportamenti
che non danneggiano l’unità del gruppo, mentre non sono
ammessi i comportamenti che violino la lealtà e la solidarietà
di gruppo: delazioni, calunnie, o l’utilizzo personale dei ricavi
della vendita del materiale sono i reati più gravi di cui si può
macchiare un ultrà.
Le norme di cui stiamo parlando non includono soltanto regole
di comportamento, ma riguardano anche il linguaggio,
l’abbigliamento, gli atteggiamenti verso gli altri, ecc.
Risulta evidente che nell’ambito di situazioni di gruppo le
norme che vengono percepite come tali dal gruppo stesso sono
il frutto del processo d’interazione e non possono essere tratte
da situazioni individuali. Nelle relazioni intergruppi, quando
due gruppi devono realizzare fini incompatibili, si sviluppa tra i
54
A. DAL LAGO, R. MOSCATI, Regalateci un sono: miti e realtà del tifo
calcistico in Italia, Bompiani, Milano, 1992, p. 91.
58
gruppi stessi una percezione sfavorevole e i membri di un
gruppo non vedono altra possibilità che quella di realizzare
contatti ostili con i membri dell’altro gruppo; essi, infatti,
aumentano la coesione e la solidarietà interna, pur adattandola
alla situazione di conflitto55. Quello che è importante mettere in
luce nei rapporti tra gli ultras è la possibilità di dimostrare che
il conflitto e la discriminazione tra gruppi abbia origine in
assenza di un vantaggio oggettivo che possa derivare dalle
azioni in favore del proprio gruppo; di qualsiasi forma di
competizione esplicita; di qualsiasi ostilità precedente. Quello
che apparentemente potrebbe sembrare un comportamento
senza senso può essere compreso solo se lo si considera fin
dall’inizio come un comportamento intergruppi. Gli scontri, gli
insulti e i rituali possono essere visti come un conflitto
d’interessi che ha valore solo nel contesto di confronto-scontro
tra i gruppi ultras. Conflitti il cui scopo è un cambiamento nelle
posizioni relative dei gruppi, una competizione creata dalla
cornice sociale all’interno della quale i gruppi si muovono,
capace di creare una memoria storica fatta di amicizie e ostilità
che al suo interno si alimentano.
55
M. SHERIF, A study of some social factors in perception, in W. DOISE,
Psicologia sociale e relazioni tra gruppi, Il Mulino, Bologna, 1977.
59
60
2.2 La “fede” ultras
56
SEVE & CLAUDIO, Il gruppo, Torino, 1999, p. 3.
57
A. DAL LAGO, R. MOSCATI, Regalateci un sogno: miti e realtà del tifo
calcistico in Italia, Bompiani, Milano, 1992, p. 85.
61
coerenza…. Senz’altro il tutto è molto idealizzato, ma intendo
dire che il concetto di amore per la propria squadra per
l’ultras è superiore a quello del tifoso “normale”. E’ difficile
da spiegare, ma c’è molto romanticismo in tutto questo. Il
mondo esterno scompare, tutto quel che interessa è sostenere
la squadra e figurare meglio del gruppo rivale a livello canoro
e, a volte, anche nel confronto fisico”.
La fede calcistica è un sentimento comune, sia chiaro, perché
anche lo spettatore della tribuna o dei distinti “sente” la partita
e la vive con passione. Nel giovane “curvaiolo”, però, tutte
queste emozioni si moltiplicano, fino a far passare in secondo
piano il risultato della partita o l’esito del campionato. Anzi, è
proprio la “fede” che rende possibile un atteggiamento di
eterna sfida, di rivincita, di riscatto, proprio perché questi
ragazzi vanno “oltre”: “Tutti hanno la mente e il cuore pieni
perché hanno vissuto il solo momento che sembra dare senso
alla loro vita quotidiana. Non pensano tanto all’incidente, alla
scazzottata, allo scontro con la polizia: questi in fondo sono
dettagli secondari. Sentono ancora bruciante l’emozione della
partita, nella quale hanno fatto irruzione come da protagonisti,
e tutti insieme, dando voce e urlo a quella cosa senza nome che
è in loro, che sentono mortificata giorno per giorno nella
famiglia (quando c’è), nella fabbrica (quando c’è), nella scuola
(quando c’è), in un contesto sociale che è loro estraneo e ostile.
I toni con cui alcuni cercano di spiegare la loro fede (non sanno
trovare altra parola per dare un nome a quello che provano) è
irrazionalismo puro. Il confine tra quello che dovrebbe essere
una manifestazione secondaria del vivere (lo sport) e il senso
dell’esistenza come tale, è labile”58.
58
D. SEGRE, Ragazzi di stadio, Mazzotta, Milano, 1979, pp. 3-4.
Commento di Gian Enrico Rusconi.
62
Continuiamo a citare il testo di Segre per dare risalto a questo
senso di inspiegabile trasporto emozionale: “Non dico che è
una cosa innata, probabilmente è una cosa inconscia che ti
porta a credere in qualcosa, quando non credi più in niente
[...] Lo stadio è un momento in cui non penso a nulla, per me è
un momento in cui non penso ad altre cose. E’ uno sfogo, il
giorno dopo ci si può sentire soddisfatti e insoddisfatti di
essersi sfogati”59.
Di appagamento ne parla anche un altro ultrà intervistato da
Segre: “Per me la nostra è un’attività a livello professionale, è
un lavoro che non ci viene retribuito con i soldi, ma con la
soddisfazione, quella di andare lì e fare il massimo perché la
squadra abbia tutto l’appoggio [...] Tu non riesci a renderti
conto, per me è una fede, una fede che travalica l’età”60.
Viene quasi da pensare che la curva sia “un’oasi felice”, dove
tutto è permesso e soprattutto dove ogni comportamento
assunto coincide con i propri “istinti” e con il più verace modo
di essere: “Vogliamo che la gente partecipi, che tutto il mondo
la pensi come noi. Essere ultrà è bello, ti permette di essere te
stesso, di dimostrare l’orgoglio e la forza che ogni ragazzo ha
dentro. Che stare in gradinata significhi molto di più che il
resto delle alternative, che essere ultrà sia la cosa principale e
fondamentale!”61. Queste parole sono di un ultrà del Valencia,
squadra del campionato spagnolo, ma è frequente ascoltare o
leggere interviste fatte a ultrà nostrani dove sia espresso questo
senso di libertà e allo stesso tempo di fierezza. E’ peraltro da
condannare quel tipo di comportamento che, appellandosi alla
“fede”, ha provocato e continua a provocare situazioni di
allarme e di pericolo. In questi casi è l’intero movimento ultrà
ad aver sempre preso iniziative volte a sensibilizzare la
59
Ivi, p. 19 e 35.
60
Ivi, p. 10
61
“YOMUS ULTRAZINE”, n. 4, 10 marzo 1991, p. 3.
63
gioventù curvaiola, facendo riflettere sul fatto che ogni ultrà in
fin dei conti è mosso da una fede che accomuna migliaia di
suoi coetanei, qualunque sia la loro estrazione sociale o
squadra del cuore.
In ogni modo si tratta di una fede molto profonda, paragonabile
a quella religiosa: “Perché il tifo calcistico, concordano gli
studiosi, è una fede: una fede sostitutiva di fedi più serie, si
dirà, eppure in grado di generare slanci ed entusiasmi, di far
nascere canzoni da cantare insieme. Una fede che, come tutte le
fedi (le Crociate, i roghi medioevali degli eretici e delle
streghe; ai giorni nostri, i suicidi di massa delle sètte, le stragi
del fondamentalismo islamico, i genocidi tribali dell’Africa
nera), ha originato anche eccessi, tanti eccessi”62.
Potrà essere esagerato, ma quando capita che il campionato
osservi un turno di riposo, vuoi per gli incontri della Nazionale,
vuoi per la concomitanza di feste tradizionali (Natale, Pasqua,
ecc.), molti di questi ragazzi difficilmente trovano occupazioni
o divertimenti più appaganti dello stare in curva: “Se non ci
fosse più lo stadio, chiaramente qualcosa bisogna averlo per
forza. Non ci sarà sempre e solo lo stadio, ma devo dire che
quando finisce il campionato spesso la domenica non so che
fare, non mi diverto, non mi sento alla stessa maniera”63.
Il problema della domenica senza stadio, collegandoci alla
realtà dei tifosi della Roma, avrebbe senza dubbio uno spessore
diverso se rapportato agli anni appena passati, nei quali la
squadra lottava per vincere lo scudetto, com’è accaduto
solamente quattro anni fa. Lo conferma proprio un ultrà
giallorosso: “Una volta la curva era piena di ragazzi, piena di
stimoli e di allegria. Molti giovani si identificavano con la
Curva Sud e con orgoglio la domenica si recavano allo stadio
62
S. CAMETTI, I guerrieri di Verona, Sport Communication, 1997, p. 4.
63
D. SEGRE, Ragazzi di stadio,cit., p. 37.
64
come se fosse un santuario”. Appare evidente come nei periodi
di maggior successo il legame che s’instaura con gli altri
membri della curva e con la squadra si renda quasi
indissolubile. La fede, di conseguenza, si fortifica di domenica
in domenica, e “l’obbligo” che sente l’ultrà di andare in curva
si associa così all’obbligo per il cattolico praticante di andare
alla Messa. Anche nelle stagioni deludenti per l’andamento
della squadra, comunque, la fede rimane immutata, per così
dire, “alla base”, intesa cioè come sentimento che non viene
intaccato dai risultati ottenuti, anche se tra gli ultras aumenta lo
sconforto e l’impotenza nel vedere come il solo sentimento di
fedeltà non sia sufficiente a fungere da rimedio.
Lo dimostra il fatto che alla domanda “Senza lo stadio come
passeresti la domenica?” l’19% ha risposto “A casa per la
disperazione”. A parte l’amara ironia insita in tale risposta, la
percentuale dimostra che per alcuni ragazzi andare in curva
rappresenta ancora una ragione di vita. La maggior parte di
loro, comunque, non ha evitato a fornire risposte riguardanti
altri modi di trascorrere un’eventuale domenica senza calcio.
Se consideriamo che il 25% ha risposto che preferirebbe
passarla con la ragazza (o con il ragazzo) e il 16% con gli
amici, appare chiara la propensione, da parte quasi della metà
delle persone intervistate, a curare maggiormente gli affetti,
amichevoli o amorosi che siano, senza dimenticare che la curva
permette a molti ultrà di crearsi delle vere amicizie, di trovare
l’amore, di confrontarsi e condividere delle intere giornate
(basti pensare alle trasferte) con altre persone. Molti, infatti,
hanno tenuto a sottolineare che la risposta “Con gli amici” è
strettamente legata alle conoscenze maturate in curva nel corso
degli anni. Lo conferma il fatto che alla domanda “Di che cosa
parli con gli amici?” , la maggior parte di loro ha risposto
“Sport/Stadio/Roma” (60%).
65
Inoltre, nonostante la stagione 2004-2005 sia stata molto
deludente per la Roma, una buona fetta di ultras giallorossi
considera la propria “carriera di tifoso” per niente conclusa.
Agli intervistati abbiamo infatti chiesto come immaginano le
loro domeniche tra una ventina di anni, chiarendo in ogni modo
che quel “venti anni” simboleggia una vita futura in generale,
senza calcoli di età. Come vediamo, la maggior parte degli
ultrà (36%) è convinta che continuerà ad andare allo stadio
anche se in un altro settore, e molti altri (23%), evidentemente
“accecati” (nel senso buono) dalla “fede”, credono che si
sistemeranno ancora in curva, proprio come oggi. Questo è un
dato che mette senza dubbio in risalto il grande attaccamento
che da sempre lega la Curva Sud alla maglia della Roma. Poco
più del 10%, invece, dichiara che si recherà allo stadio (senza
specificare in quale settore) “solo se ne varrà la pena” e questo
è il frutto delle recenti delusioni patite quest’anno, il che è
abbastanza comprensibile.
In curva
66
Tornando invece al concetto di fede, abbiamo riscontrato
un’alta percentuale di ragazzi che s’identificano con l’AS
Roma: alla domanda riguardante il significato di “fede
calcistica” il 54% ha risposto “Seguire la squadra nel bene e
nel male” . C’è poi un’importante percentuale di ragazzi che
hanno risposto “Fede negli Ultras” (20%), dimostrando che la
tifoseria spesso è considerata più importante dei giocatori che
indossano la maglia giallorossa. Come dire: i presidenti
cambiano, i giocatori pure, solo gli Ultrà resteranno sempre al
loro posto. Inoltre, come possiamo vedere nel grafico in basso,
sono ancora pochi quei ragazzi che hanno perso il significato di
“fede calcistica”.
11% 3%
20%
54% 12%
67
68
2.3 La vita di curva: valori e codici
64
D. SEGRE, Ragazzi di stadio,cit., p. 39.
65
SEVE & CLAUDIO, Il gruppo,cit., p. 143.
69
fuori potranno sembrare fanatici, magari violenti. In realtà è
gente che prende il calcio sul serio. Qualche volta troppo sul
serio [...] Per loro lo stadio è un po’ un’evasione dal lavoro, dai
fastidi, dalla famiglia. Il ritrovare un briciolo di giovinezza e
d’entusiasmo [...] E li accomuna tutti questo amore contagioso
per qualcosa che in realtà è irrazionale, ma in cui riconoscono
se stessi (anche perché molti non sono stati abituati a
riconoscersi in nient’altro). Sono belli, perché genuini, il loro è
amore. Qualcuno dirà: “Amore sprecato”. Ma c’è. Non è
apatia. E’ sentimento genuino, per il quale si affrontano
amarezze, disagi, disillusioni e anche coltellate. In una società
atomizzata, nel lavoro, nel tempo libero, la “cultura” collettiva
si esprime, oggi, soprattutto allo stadio, perché è li che esiste
ancora una collettività, viva, unita da un interesse comune
anche se può essere giudicato fatuo. C’è tutta una scenografia e
un copione, ma istintivo e voluto nello stesso tempo”66.
Gli ultrà fanno quindi della coerenza e del loro “credo” un
importante caposaldo del loro pensiero: “Per noi lo stadio non
vuol dire andare lì a fare i pagliacci, vestirsi in una certa
maniera e poi uscire a fare le persone per bene. Questo vuol
dire essere già inquadrati nel sistema. Invece noi no, come
andiamo allo stadio così andiamo in giro”67.
Abbiamo già accennato alle amicizie che possono nascere in
curva e che aiutano a cementare il gruppo, ma quando questo
rapporto si estende a tutti i membri della curva si crea una sorta
di “super individuo”, nel senso che avviene una piena
identificazione tra il singolo ultrà e la curva: “E’ una cosa
incredibile. Novanta minuti a sbracciarsi, a urlare, a ritmare, a
cantare con un’energia inesauribile. A star male, ma male
66
C. FURNARI, La domenica dei ragazzi di stadio, in S. Cametti, I
guerrieri di Verona, cit., p. 140.
67
D. SEGRE, Ragazzi di stadio,cit., p. 13.
70
veramente o a traboccare di gioia, di una gioia che non si prova
neanche nei momenti più belli della vita, perché questa è una
gioia collettiva. Ingigantita [...] Tutta la curva sembra un
animale passionale, una persona viva. Con terribili silenzi
d’attesa, sconcerti di rabbia, esplosioni di gioia”68.
La solidarietà e la coesione divengono di conseguenza degli
insegnamenti e degli scopi che non possono mai rendere la vita
di curva come qualcosa di superficiale o ancor peggio di
effimero: “Il gruppo ultrà è innanzitutto, nella grande
maggioranza dei casi, un laboratorio sociale in cui
l’adolescente apprende alcune regole della società adulta. Tale
funzione dipende dal fatto che il gruppo ultrà è oggi una tra le
poche agenzie di socializzazione in grado di dare una risposta
soddisfacente a quei giovani per i quali l’identità personale è
ancora un’entità precaria, imperfetta, per via dell’età e/o della
condizione sociale e culturale. Il valore di sé, la propria
autostima dipendono in gran parte dalle relazioni che ciascun
giovane riesce a stabilire con le persone che egli ritiene
importanti. Per questo motivo, essere membro di un gruppo
ultrà dà modo al giovane tifoso di partecipare a un mondo che
lo valorizza, conferendogli la possibilità di accedere ad un
ruolo, e per conservare questa possibilità egli si deve
impegnare a condividere con il suo gruppo tutte le
rappresentazioni che accentuano sia le somiglianze interne che
le differenze esterne. In altre parole, il giovane che assume il
ruolo di ultrà trova un’identità già predisposta con un corredo
di norme, valori, sensazioni, credenze, ragioni e modelli di
azione. Preso nella rete dei suoi bisogni di affiliazione e
significanza, e dovendo scegliere un ambito di comportamento,
egli fa proprie quell’immagine e quelle regole di condotta
68
C. FURNARI, La domenica dei ragazzi di stadio,cit., p. 140.
71
attraverso le quali può essere confermato dagli altri e approvato
dall’intero gruppo”69.
E’ importante, dunque, porre l’accento sulla curva come agente
di socializzazione che non si esaurisce alle due o tre ore
domenicali, ma in molti casi coinvolge esperienze di gruppo
che durano tutta la settimana (si pensi alle stazioni radio gestite
direttamente dai tifosi o alle centinaia di sedi aperte tutta la
settimana in tutta la penisola). Il momento della preparazione
della partita è certamente riservato a un gruppo ristretto, ma
l’aspirazione a farne parte, da parte di ogni ultras, crea un
meccanismo grazie al quale le interazioni sociali (all’interno
del gruppo) si fanno sempre più forti e tendono allo scambio e
all’acquisizione di nuove conoscenze. Dunque per migliaia di
persone l’occasione domenicale diventa una manifestazione di
socialità più ampia, che si estende a macchia d’olio nei
quartieri periferici delle metropoli, dove per molti la curva è
l’unico ambito di socializzazione.
L’adesione dell’ultrà al gruppo di riferimento, riflette
un’interiorizzazione dei ruoli e della subcultura che lo orienta
in tutti gli ambiti della propria vita; la curva diventa luogo in
cui fermarsi a scambiare esperienze, emozioni, sensazioni che
contribuiscono alla formazione interiore di tutti coloro che si
rendono partecipi di questa esperienza. Possiamo quindi
considerare la curva come un piccolo microcosmo, governato
da norme di comportamento specifiche, utili ad orientare i
membri; queste norme esistono allo scopo di favorire un
comportamento conforme da parte di ciascun membro e tale
principio è spesso confermato dall’assunzione di un particolare
modus vivendi. Da un punto di vista esterno, inoltre, il rispetto
di queste norme è indice di appartenenza al gruppo e ne
69
A. SALVINI, Il rito aggressivo. Dall’aggressività simbolica al
comportamento violento: il caso dei tifosi ultras, Giunti, Firenze, 1988, pp.
119-123.
72
costituisce il marchio di fabbrica: “Chi fa parte di questi gruppi
giovanili deve abbigliarsi secondo certi criteri, indossando un
insieme di segnali che hanno il compito di influenzare
l’atteggiamento dei giovani tifosi sia gli uni rispetto agli altri
che nei confronti dei normali tifosi [...] I gruppi giovanili di
tifosi non rappresentano alcunché di anomico, ma sono al
contrario una forma di aggregazione capace di esprimere un
ordine normativo e simbolico integrato, sovente
ideologicamente connotato, e sempre coerente, se valutato con
la logica di chi in esso si riconosce”70.
Il contatto e il confronto che si instaurano tra questi ragazzi
divengono nel tempo una sorta di collante, specie tra coloro
che dalla vita sociale hanno solo ricevuto delusioni: “Essi
sviluppano così basse aspettative sociali, che cercano di
compensare unendosi a gruppi di compagni che hanno
sperimentato la loro stessa sensazione di social losers (perdenti
sociali) e assieme ai quali pensano di conquistarsi uno status
sfidando la conformità sociale”71.
Si può intuire come le opportunità di incontro e di sviluppo
della personalità possano avere effetti talvolta eccessivi, legati
ad un bisogno di protagonismo, di “visibilità sociale”. Per
questi ragazzi diviene molto importante un valore quale la
certezza di essere “qualcuno”, rendendo manifesta (spesso fin
troppo) la loro presenza, nel bene e nel male: “Se in tempi
relativamente recenti il tifoso tradizionale si recava allo stadio
portando con sé la convinzione che il ruolo sociale da lui svolto
nella vita civile fosse funzionalmente corretto, diversamente
stanno le cose per il giovane tifoso moderno. Mentre il primo
accettava passivamente un diversivo come lo sport, nel quale
gli venivano riproposti in forma ludica gli schemi di
70
A. ROVERSI, Il sociologo e l’ultrà, cit., p. 26.
71
Ivi, p. 36.
73
comportamento da lui vissuti e assimilati nella vita quotidiana,
il secondo rifiuta non tanto la società nel suo complesso quanto
l’idea di restare fuso nella folla dei senza nome. Il giovane
ultrà, sconvolgendo le regole del gioco, invertendo brutalmente
i ruoli, sostituendosi cioè agli attori del calcio giocato, non
rifiuta in blocco il sistema di valori e di comportamento
dominante. Egli manifesta piuttosto un eccesso di
partecipazione, una sorta di “estremismo partecipativo” a una
cultura e a una società che imperativamente chiedono di entrare
in lizza, di entrare in scena, di partecipare alla competizione”72.
I rituali ultrà, i loro spettacoli e la “recita” che mettono in atto
altro non è che un bisogno di affermazione. Gli hooligans
inglesi, ad esempio, si sono fatti conoscere proprio in questo
modo: “L’ hooliganismo altro non è che una strategia per
apparire, per rendersi socialmente visibili, che si appoggia in
parte su comportamenti devianti. Apparire o non apparire, farsi
vedere o restare anonimi è ciò che designa la differenza tra un
tifoso e un hooligan [...] La loro violenza non ha nulla di
arcaico o di bestiale, tutto al contrario. Essa è espressione del
sogno individualista contemporaneo che spinge ciascuno a
essere attore della propria vita piuttosto che spettatore della
vita altrui. Questi outsider dell’individualismo si fabbricano
così un’identità sociale mostruosa che li rende unici, differenti
da tutti gli altri”73.
Quanto più il calcio acquista le caratteristiche di un campo di
investimenti emotivi, sociali e politici, tanto più diviene una
ribalta per gli attori in grado di apparirvi. L’interesse dei
media, il ruolo di moltiplicatore economico individuato nel
calcio da tendenze imprenditoriali innovative, la grande
sensibilità dei politici per questa fonte di legittimazione, fanno
72
J. BAUDRILLARD, Heysel, in “Autrement”, n. 80, 1986, p. 161.
73
A. EHRENBERG, La rage de paraitre, in “Autrement”, n. 80, 1986.
74
sì che il calcio costituisca, anche per gli spettatori, una
straordinaria occasione di essere visibili e quindi di
conquistarsi una porzione rilevante di ciò che Dal Lago chiama
il “ potere sociale delle immagini”74.
Per le sue caratteristiche di fatto sociale globale costruito
intorno a una fonte di emozioni, il calcio costituisce, ciò che
Goffman definirebbe come una realtà ideale per l’azione e
soprattutto per rendere socialmente visibile l’azione, e cioè la
partecipazione a situazioni “fatidiche”75. Situazioni in cui gli
attori partecipano a un rito in grado di dare i brividi e questo è
precisamente il senso dei rituali di stadio: rendere visibili
questi momenti, celebrandoli, è il significato principale della
partecipazione dei giovani tifosi alla partita; qualcosa di più
complesso del teppismo, della frustrazione o di una banale
affermazione di sé.
Il risalto assunto dalla violenza nel calcio dipende, per Dal
Lago, da una serie di meccanismi, quali, in primo luogo, da una
struttura ambivalente per cui la pubblica opinione (dalle
pratiche dei media fino all’attenzione del singolo lettore o
spettatore televisivo) ricerca attivamente una realtà fatta di
emozioni forti, che peraltro si rifiuta di riconoscere e accettare
come normale; appare chiaro che la cultura dei tifosi di calcio
non può che alimentarsi dalla tensione emotiva promossa da
questa struttura ambivalente. I tifosi organizzati trovano
conferma nei media che lo stadio è il luogo in cui non solo
esistono ampie possibilità di azione, ma soprattutto di
un’azione che verrà riconosciuta e amplificata. In questo modo
la ricerca delle emozioni e dell’azione da parte dei tifosi e
l’ambivalente negazione della sua legittimità da parte dei
74
A. DAL LAGO, Descrizione di una battaglia, cit.
75
E. GOFFMAN, La vita quotidiana come rappresentazione, Il Mulino,
Bologna, 1969.
75
media costituiscono un meccanismo di vero e proprio
rafforzamento dell’immagine dello stadio come scena di eventi
pericolosi.
Il fatto che uno striscione sia visibile in tutto lo stadio, che una
coreografia particolarmente suggestiva sia visibile in
televisione offre ricompense simboliche (prestigio, rispetto dei
tifosi avversari) a chi ha organizzato queste attività.
Analogamente, essere rispettati sul proprio territorio,
dimostrarsi più forti dei tifosi avversari, rafforza il senso
dell’identità di gruppo.
Abbiamo accennato ai rituali che legano i membri del gruppo
ultrà. Per rituale intendiamo “un modo di agire socialmente
regolato e collettivamente attuato, che non intende modificare
la situazione, ma vuole avere soltanto un significato
simbolico”76.
L’importanza del rito è a sua volta un elemento di solidarietà
insostituibile: “I meccanismi di adesione allo stile ultrà
appartengono soprattutto alla sfera della socializzazione e
dell’identità, in uno schema di autoreferenzialità alimentata
dalla discriminante amico/nemico e dalla rassicurante
“uniformità” dei comportamenti del gruppo. Il gruppo ultrà
offre infatti non solo modelli di comportamento, ma anche
ricompense sotto forma di criteri di autovalutazione positiva;
non solo opportunità d’incontro, ma anche occasioni di dare
prova della propria valentia. Uniformità significa
semplicemente condivisione dello stesso rito. Il piacere di un
ultrà consiste esattamente nel partecipare a un rito, di cui
impara a conoscere rapidamente tutti i dettagli, che gli produce
76
K. WEIS, Tifosi di calcio nella Repubblica Federale Tedesca: violenze e
provvedimenti,in A. Roversi, Calcio e violenza in Europa, cit., p. 64.
76
delle aspettative nel corso della vita ordinaria che ovviamente
struttura il suo tempo e gli conferisce un’identità”77.
I rituali trovano così una loro giustificazione: “All’esclusione
della società dei consumi, cadute le speranze nelle capacità
emendatrici dell’azione politica e solidaristica, il gruppo
reagisce rafforzando i propri vincoli interni e adottando
atteggiamenti aggressivi ai limiti della paranoia, influenzati sia
dalle forme più deteriori delle culture subalterne e, in alcuni
casi, di quelle delinquenziali, sia dal desiderio di compensare i
proprio stato di invisibilità sociale con una provocatoria
dichiarazione di identità, che si manifesta sia attraverso
l’adozione di segni e simboli autoreferenziali, sia adottando
comportamenti che, pur se a livello inconscio, tendono ad
attrarre l’attenzione sul proprio stato di evidente sofferenza”78.
Anche l’abbigliamento sfoggiato è espressione della mentalità
e delle regole ultras, un simbolo di appartenenza, un
linguaggio: “Essi sono una combinazione di abbigliamento,
musica, gergo, mezzi di trasporto, taglio di capelli e così via, in
cui esistono omologie tra l’autoconsapevolezza del gruppo e i
possibili significati degli oggetti disponibili”79.
Un look diverso dal tifoso “normale” è ciò che si prefissarono i
pionieri di questo movimento, seppur all’epoca fosse generato
da motivazioni politiche; “
Un altro valore che differenzia notevolmente gli ultras dai
tifosi “normali” è la presenza costante al seguito della squadra
anche nelle città più lontane. Nelle trasferte l’ultrà si sente
ancora più fiero di esibire i propri vessilli; considerando che tra
77
A. DAL LAGO, Descrizione di una battaglia. I rituali del calcio, Il
Mulino, Bologna, 1990, pp. 97 e 102.
78
V. MARCHI, Italia 1900-1990: dal supporter all’ultrà, cit., p. 198.
79
D. LAING, Il Punk. Storia di una sottocultura rock, EDT, Torino, 1991,
p. 162.
77
gli ultrà, la squadra e la città viene a crearsi un rapporto di
identità pressoché spontaneo, nella mente del tifoso nasce la
consapevolezza di rappresentare la propria terra, di dover
portare in alto il prestigio delle sue origini. Nella mentalità
ultrà l’identificazione tra squadra e città assume significati
quasi sacrali, tanto che la curva stessa diventa un territorio da
difendere ad ogni costo, un territorio esclusivo con un elevato
valore simbolico.
Nelle trasferte l’ultrà si sente ancora più fiero di esibire
striscioni e stendardi raffiguranti lo stemma cittadino, perché si
sente orgoglioso di rappresentare la propria città: “I tifosi in
gruppo godono di un senso di potenza che la vita quotidiana di
solito non assicura loro. E quando vengono spinti in corteo
lungo le strade è come se l’intera curva che rappresentano,
l’unico luogo in cui hanno veramente diritto di cittadinanza, si
muovesse con loro come uno spazio libero”80
La trasferta rappresenta un vero e proprio “banco di prova” per
gli ultrà, data la somma di valori che essa sottintende: coraggio
(specie in quelle più pericolose), orgoglio, costanza, fedeltà:
“La trasferta diviene un momento fondamentale nella vita di un
ultrà, a cui partecipano solo i tifosi più fedeli e incuranti del
pericolo che essa può comportare”81.
Da questo punto di vista gli ultras della Roma sono
encomiabili. La tifoseria giallorossa è, in Italia, una delle più
presenti in trasferta, anche se molte squadre del campionato di
“serie A” giocano in città molto lontane dalla capitale: “Dico
sempre che una trasferta vale tre partite in casa. La trasferta è
un momento splendido in cui viaggi verso l’ignoto – perché
spesso non sai cosa ti aspetta – con quello che consideri la tua
80
K. WEIS, Tifosi di calcio nella Repubblica Federale Tedesca: violenze e
provvedimenti,in A. Roversi, Calcio e violenza in Europa, cit., p. 67.
81
F. BRUNO, Vita da ultrà, Conti, Bologna, 1992, p. 26.
78
legione, il tuo gruppo, la tua banda. Porti il tuo essere, il tuo
dialetto, la tua romanità a mille chilometri da casa, dove in un
altro gruppo c’è qualcuno come te, ma diverso da te, che non
sopporta di vedere il proprio territorio invaso. Nella trasferta
speri di sconfiggere la tifoseria avversaria dal punto di vista
del tifo e, se attaccato, speri anche di farti valere. Sempre e
soltanto nel nome della tua città. Il calcio, tuttavia, non è un
contorno ma è un elemento essenziale. Se la Roma non
giocasse in trasferta non avrebbe senso andarci, tanto per
andare. Come dire? La Roma è una fede e gli ultras sono i suoi
seguaci”.
Basti pensare che, nonostante i recenti risultati non eccezionali
della squadra, la maggior parte dei tifosi romanisti seguono
“Sempre” (23%) o “Quasi sempre” (34%) la formazione
capitolina fuori casa e solo il 12% di loro assiste unicamente
alle partite casalinghe.
Sempre
79
invece i tifosi preferiscono spostarsi con “Pullman” (26%) o
“Mezzi propri” (19%).
26%
Qualsiasi mezzo
14% 19% Treno
Pullman
3% Mezzi propri
38% Altro (aereo, nave…)
80
CAPITOLO 3
La curva che comunica
82
3.1 Lo stadio, una cornice simbolica
83
propria, i frame appropriati vengono attivati verso gli ultras del
gruppo rivale. A tale proposito è interessante l’analisi di Dal
Lago che ha rilevato le interazioni comunicative tra i vari attori
all’interno della “cornice” dello stadio. I flussi sono divisi in
positivi (applausi, cori d’incoraggiamento verso giocatori o
squadra) e negativi (insulti, fischi, proteste). Gli ultras (di casa
e in trasferta) sono i principali attori, essi infatti sono gli unici
con tutti gli attori presenti nello stadio, insultando gli avversari
e incoraggiando la propria squadra o i singoli giocatori in
maniera costante. Gli spettatori degli altri settori (siano essi
tifosi dei distinti o della tribuna) sono invece interessati
principalmente alla partita, esprimendo disappunto verso
l’arbitro per eventuali decisioni sfavorevoli. Proprio
quest’ultimo soggetto, infatti, è al centro di flussi negativi da
parte di tutti i settori dello stadio e anche da parte dei giocatori
delle due squadre82
Gli ultras sono molto spesso i primi attori di tale frame. Gli
stessi cercano con il loro comportamento di influenzare
l’andamento della gara (spesso vengono definiti dai giocatori
stessi come il “dodicesimo giocatore in campo”), rimanendone
in misura minore influenzati.
La partita, o il suo svolgimento, ha un ruolo secondario rispetto
a quella che è la rappresentazione che vede come protagonisti i
militanti delle curve. Questo spiega anche come molto spesso
incidenti o atti teppistici, fuori e dentro gli stadi, siano in larga
misura indipendenti dal risultato o dalla posizione in classifica
delle squadre. Non intendo affermare che la partita o il suo
andamento non abbia influenza su tali fatti, ma che molto
spesso non li scatena, semmai, contribuisce ad accrescere
l’attivazione emotiva degli spettatori.
82
A. DAL LAGO, Descrizione di una battaglia. I rituali del calcio, cit.
84
In questi termini è comprensibile il fatto che quello che accade
in campo risulti agli occhi degli ultras secondario rispetto a
quelli che sono gli obiettivi che il tifo permette di perseguire.
I significati agonistici della partita sono tradotti dagli ultras in
un altro sistema di significati rispetto al tifoso “normale”: la
competizione diviene uno scontro, il linguaggio tecnico che
parla di difesa e attacco viene preso alla lettera così come i
temi del trionfo, della superiorità e della sconfitta vengono
spinti oltre la finzione: “Il tifo ultras è un comportamento
prevalentemente orientato ad un agire comunicativo. Come tale
consiste in processi atti a definire la situazione estraendone dei
significati in cui viene messa in gioco l’identità degli
spettatori/attori piuttosto che il risultato della partita”83.
La differenza tra ultras e “tifosi normali” ci viene confermata
dalle risposte dei primi alla domanda “Come consideri i tifosi
degli altri settori dello stadio?”: il 32% dei ragazzi di curva
ritiene siano “Calorosi, ma meno di noi”, molti altri (28%)
“Solo dei brontoloni”, mentre alcuni ultras (18%) pensano ci
sia addirittura “Ostilità” tra loro e il resto della tifoseria
romanista.
Tornando all’agire comunicativo del tifo ultrà, bisogna
aggiungere che gli effetti scenici e la costruzione del copione
comportamentale si appoggiano alla rappresentazione di sé
utilizzando le diverse componenti simboliche dell’aspetto.
Questo non è solo affidato all’esibizione di maglie con i colori
della propria squadra, sciarpe e simboli ultras, ma anche alla
coreografia ed ad un’espressività dotata di particolari risorse
gestuali. In questo, ciascun gruppo esibisce uno stile, ovvero un
mezzo che consente loro di controllare in maniera unitaria la
propria presentazione sulla ribalta delle gradinate, conferendo
ai singoli attori la possibilità di manifestazioni corali ed
83
A. SALVINI, Il rito aggressivo. Dall’aggressività simbolica al
comportamento violento: il caso dei tifosi ultras,cit., p. 104.
85
emotive che solo la drammatizzazione mimica del gruppo
riesce ad esprimere.
L’aspetto di sé e lo stile che lo guida implica uno schema
condiviso attraverso cui dare certi significati alla situazione e
agli episodi a cui il tifoso partecipa; una costruzione che
richiama l’impegno a produrre certi stati d’animo e ad essere
all’altezza del personaggio dichiarato; dei riferimenti per avere
delle opinioni e dei modi di reagire a quello che avviene in
campo.
Il tifo calcistico, con le sue semplici ed efficaci tipizzazioni,
consente di produrre una realtà governata dallo schema
identificazione e differenziazione. Simboli e norme, valori e
linguaggi, emozioni e comportamenti nascono da questo
schema generativo (o frame) ponendoli al servizio di
un’identità ovvero di un personaggio e della sua scena e
copione84.
84
A. SALVINI, Il rito aggressivo. Dall’aggressività simbolica al
comportamento violento: il caso dei tifosi ultras,cit.
86
3.2 La curva, che spettacolo
87
momento nel quale ognuno sfoga le tensioni accumulate
durante la settimana. Generalmente il gruppo prepara la
coreografia anche per l’eventuale gol della propria squadra, ma
in pratica quello è il momento in cui si da libero sfogo alla
propria gioia, e in quanto tale non si riesce a razionalizzarlo più
di tanto.
Il suono incessante dei tamburi, d’importazione
latinoamericana, scandisce il ritmo del tifo e tiene alta la
tensione emotiva per tutto l’arco dell’incontro. Gli slogan, i
cori e gli striscioni, invece, non solo permettono alla curva di
manifestare il proprio attaccamento alla squadra, ma sono
soprattutto i mezzi di comunicazione più efficaci per recapitare
messaggi di ogni genere ai giocatori, alla tifoseria avversaria,
ai media.
Lo slogan, inteso come sintesi significativa di un concetto o
un’idea, occupa da sempre il primo posto nella graduatoria dei
mezzi comunicativi più utilizzati. L’uso degli slogan, dalla
propaganda politica di epoca romana alla moderna pubblicità,
ha scolpito tratti di storia: le crociate contro i saraceni si
svolsero al grido “Dio lo vuole” scritto sugli scudi dei cavalieri
cristiani, lo slogan rivoluzionario “Liberté, Egalité, Fraternité”
rimane tuttora la sintesi più efficace del pensiero democratico.
Non è un mistero che i gruppi ultras si siano modellati sullo
stampo organizzativo dei movimenti rivoluzionari e oltranzisti,
riprendendone nomi, simboli, strutture e abbigliamento.
Oggi l’analisi del rapporto ultras/partita non può prescindere
dallo studio del modo di comunicare all’interno degli stadi.
I gruppi organizzati tendono a dare un’immagine di se
fortemente unitaria sia al proprio interno che nel rapporto con
gli altri spettatori presenti allo stadio. La dialettica
ultras/calciatori e quella ultras/ultras segue percorsi
comunicativi fortemente standardizzati; i messaggi vengono
veicolati attraverso l’uso della voce o del messaggio scritto.
88
Durante la partita gli slogan tendono a sintetizzare gli stati
d’animo dei tifosi sugli spalti, rafforzando nel contempo l’unità
del gruppo. L’uniformità del comportamento degli ultras
all’interno della curva risponde semplicemente all’esigenza di
condivisione di uno stesso rito. In questo senso, l’uso dei
simboli assume un notevole rilievo; l’opposizione simbolica
richiama molto spesso simboli culturali estranei alla curva che
vengono materializzati all’interno degli stadi e utilizzati per
manifestare appartenenza o dissenso. Il rituale di curva assume
quindi connotati stabili e ripetitivi in ogni stadio d’Italia.
Ovviamente, ciò non toglie che le varie tifoserie dispongano di
etichette differenziate e che siano sempre alla continua ricerca
di simboli nuovi, mutuati da ogni aspetto della vita sociale, che
diano loro una certa originalità.
L’uso dei canti all’interno degli stadi, invece, è stato importato,
nel nostro paese, dalle curve inglesi. Il caso italiano, però,
presenta alcune sostanziali differenze: mentre i cori inglesi
sono espressione di motivi musicali locali e tendono quindi a
connotare una determinata tifoseria differenziandola dalle altre,
i canti degli ultrà italiani hanno la caratteristica di provenire da
qualsiasi ambito musicale e di essere utilizzati in maniera
indifferente da tifoserie diverse. Ogni gruppo, ovviamente,
adatta alla musica o al testo i propri slogan, ma sostanzialmente
i cori sono pressoché uguali in ogni curva. I canti, intonati dalla
curva per tutto l’arco della partita, fungono da strumento di
stimolo nei confronti dei calciatori e sospingono la squadra
verso la vittoria. Ogni canto assume comunque un preciso
significato: se la squadra è in difficoltà, dalla curva si alzerà un
coro dai toni forti, che inciti i giocatori in campo e intimidisca
la squadra avversaria; al contrario, se la squadra sta vincendo,
le canzoni saranno più sobrie, allegre e tenderanno a
conquistare tutti i settori dello stadio. I cori si adattano quindi
al clima della partita e fanno riferimento a precisi episodi o a
89
reiterati comportamenti che connotano la tifoseria avversaria.
Purtroppo, capita che l’insulto agli avversari assuma anche toni
razzisti, colpendo la città di origine dei tifosi ospiti; dello
stesso tono risultano i cori indirizzati ai giocatori di colore che
militano nella formazione della squadra avversaria. Di recente,
la Federazione Italiana Gioco Calcio ha adottato una linea dura
per combattere il razzismo nei nostri stadi, dando la possibilità
all’arbitro dell’incontro di sospendere la partita in caso di cori
razzisti o di esposizione di striscioni particolarmente offensivi.
Razzismo a parte, gli scontri verbali tra le curve, assumono i
connotati di una conversazione a distanza stereotipata. Ad
insulti obbligati si risponde con altrettanti insulti, che rientrano
nell’ambito delle manifestazioni convenzionali di ostilità.
L’evento sportivo si carica di una forte valenza simbolica e le
tifoserie si affrontano in un combattimento verbale che evoca
scenari di guerra.
La curva “lancia” cori offensivi non solo alla tifoseria
avversaria, ma anche alle forze dell’ordine presenti allo stadio;
cori che da una lato attaccano il “nemico forze dell’ordine” e
dall’altro ostentano forza e coraggio nei confronti degli ultras
avversari anche dinanzi ai manganelli. L’interazione tra le
tifoserie sugli spalti e le forze di polizia preposte al controllo
all’interno dello stadio assume connotati diversi da partita a
partita, ma in generale lo si può schematizzare secondo una
formula che vede le due tifoserie scontrarsi verbalmente, non
dimenticando, nei loro cori, slogan contro le forze dell’ordine,
viste come un ostacolo alla piena realizzazione dei propri
istinti.
La peculiarità del tifo nostrano si esprime anche attraverso un
massiccio uso di striscioni che spesso ricoprono l’intero
perimetro dello stadio. Queste strisce di tessuto recano scritte
di vario genere, ma in generale possiamo dire che servono a
distinguere il proprio gruppo in mezzo ai tifosi della propria
90
squadra, oppure a lanciare messaggi, non solo ai giocatori o ai
tifosi avversari, ma anche al resto degli spettatori, anche quelli
a casa, per comunicare la posizione della curva su determinati
argomenti pubblici, tenendo ben presente l’attenzione che i
media rivolgono a ciò che avviene ogni domenica negli stadi.
Ad esempio, non mancano episodi di solidarietà da parte degli
ultras in occasioni di tragedie occorse nel nostro paese; tra i
tanti possiamo citare lo striscione apparso in Curva Sud a
Roma dopo che un terremoto colpì il Molise uccidendo,
all’interno di una scuola, diversi bambini: “Vicini e solidali con
chi a perso tutto, Roma piange le vittime di San Giuliano”.
L’ultimo grande evento, in ordine cronologico, che le curve di
tutta Italia hanno voluto “commentare” è stato la morte
dell’amato Papa Giovanni Paolo II, ricordato in tutti gli stadi
da striscioni di grande affetto e riconoscenza.
Ovviamente, però, la maggior parte degli striscioni “alzati”
dalle curve la domenica , riguardano la sfera calcistica. Per
quanto riguarda i nomi e i simboli adottati dai gruppi, possiamo
affermare che essi tendono a stratificarsi secondo una
fisionomia ben definita: gruppi quali le Brigate Nerazzurre
dell’Atalanta riprendono le denominazioni dei movimenti
estremisti degli anni ’70; oppure gruppi quali il Commandos
Tigre del Milan richiamano a valori quali l’eroismo o il
combattimenti. Lo striscione rappresenta per il gruppo il
vessillo dietro il quale trincerarsi, per questo motivo esso si
carica di una forte valenza simbolica e il suo danneggiamento o
la sua sottrazione da parte di un gruppo avversario equivale ad
una sconfitta sul campo di battaglia. Un eventuale furto, infatti,
comporterebbe una reiterata umiliazione da parte della tifoseria
avversaria, realizzata attraverso l’esposizione dello striscione
rubato, molto spesso in posizione capovolta.
Spesso gli striscioni ultras evocano valori quali la fede nei
confronti della propria squadra, il senso del dovere e l’onore,
91
testimoniando un “attaccamento ai colori” che assume i
connotati di una leggenda: “Se solo lontanamente capiste cosa
significa per me quella maglia, oggi morireste in campo per
darmi la vittoria” scrivono i tifosi romanisti in occasione della
delicata partita interna contro il Brescia del 1 maggio ’05,
confermando anche la presenza non indifferente di striscioni
che incitano al combattimento, portando all’interno degli stadi
la simbologia rituale della battaglia.
Inevitabili sono poi i riferimenti politici che con diverse
connotazioni ritroviamo un po’ in tutti gli stadi d’Italia, così
slogan come “Hasta la victoria, siempre” o “Boia chi molla”
vengono utilizzati con cadenza fissa da alcuni gruppi per
assumere una determinata collocazione politica, o
sporadicamente, da frange isolate di tifosi tendenti a
politicizzare la curva.
La casistica degli insulti scritti, nei confronti degli avversari, è
molto vasta, ma c’è da sottolineare che le curve italiane
puntano molto sull’aspetto goliardico, che si esprime bene in
striscioni che tendono a provocare gli avversari cercando di
metterli in ridicolo; ad esempio così i tifosi della Fiorentina
fanno ironia a Como scrivendo :” Se i conigli avessero le ali
Como sarebbe un aeroporto”.
Come sono numerosi gli striscioni che incitano la propria
squadra o ne testimoniano l’attaccamento ai colori, lo sono
altrettanto quelli di contestazione, nei confronti della società e
soprattutto nei confronti dei giocatori che spesso, nel calcio
odierno, sono ritenuti solo dei mercenari per nulla attaccati ai
colori sociali.
Nel “calcio moderno” sono presi di mira anche gli organi
d’informazione e i mezzi di comunicazione, in particolare la tv
a pagamento, perciò sono molti gli striscioni che con ironia, ma
molto più spesso con toni forti, si riferiscono proprio ai media:
“Questo calcio ci fa Skyfo”, con evidente riferimento a Sky, è
92
non solo la scritta più presente nelle curve di tutta Italia, ma è
ormai diventato un vero e proprio slogan che accomuna tutti i
gruppi ultras nella lotta al “calcio moderno”, di cui la pay-tv è
parte integrante.
93
94
3.3 Gli ultras e la politica
85
V. MARCHI, Italia 1900-1990: dal supporter all’ultrà, cit., p. 156.
95
essere una trasformazione e un adattamento dell’originaria
divisa dei movimenti studenteschi. Eskimo e giacche
mimetiche, ornati di fregi e simboli calcistici, caratterizzano
infatti il modo di vestire dei primi giovani ultras, a
testimonianza di quanto il clima di quella stagione politica si
rifletta nell’atmosfera della curva”86.
L’influenza del movimento hooligan, in questo ambito, è
assolutamente marginale: “A differenza del modello inglese,
dove il gruppo di hooligans riproduce, almeno inizialmente, lo
schema comportamentale della “banda del quartiere”, in Italia
il gruppo ultrà si conforma ai canoni delle organizzazioni
politiche: tra gli inglesi prevalgono le attività spontanee e
immediate (i cori, le “sciarpate”, tutto s’inserisce nel rito della
partita), tra gli italiani la preparazione degli striscioni, bandiere
di grosse dimensioni, di coreografie che coinvolgono l’intera
curva postulano un’organizzazione che va oltre la domenica e
che si nutre di riunioni infrasettimanali, di responsabili di
settori, di risorse economiche. La stessa tendenza al
proselitismo (campagne di tesseramento, ecc.) acquisisce forme
più politiche che sottoculturali; lo stesso si può dire per la
presenza femminile che, al contrario di quanto avviene nel
modello hooligan, trova un proprio ruolo in quelle attività
“logistiche” infrasettimanali che risultano semi-assenti tra gli
ultras d’oltre Manica”87.
Tali caratteristiche sono giustificate dal fatto che per molti ultrà
la differenza tra le manifestazioni di piazza e l’attività
curvaiola è minima: “Il fatto che gridiamo allo stadio alcuni
slogan che possono ricordare manifestazioni politiche, è una
cosa abbastanza naturale, che viene abbastanza spontanea, sia
86
A. ROVERSI, Calcio, tifo e violenza. Il teppismo calcistico in Italia, Il
Mulino, Bologna, 1992, p. 47.
87
D. SEGRE, Ragazzi di stadio, cit., p. 26.
96
perché sono slogan orecchiabili che si possono gridare in
tanti, e poi perché è una cosa naturale, no? Viene naturale
gridare le stesse cose che possiamo gridare per esempio in
piazza. Diciamo che usiamo un certo linguaggio che per noi è
naturale, i nostri slogan e le nostre frasi sono sempre quelle,
come il nostro modo di esprimerci: non è che andando allo
stadio lo cambiamo, non ci trasformiamo andando allo stadio,
siamo sempre noi”88.
Lorenzo Contucci ammette che fare politica allo stadio è
normale: “Non credo che lo stadio sia diverso da una piazza e
non si tratta, credo, di giusto o sbagliato. L’uomo è un animale
sociale e, come dicevano i latini, similis cum similibus. E’
naturale che il ragazzetto di destra si trovi meglio con chi la
pensa come lui, così come è ovvio l’inverso. La politica allo
stadio c’è sempre stata, nel senso che è impensabile che una
persona possa pensare politicamente per 6 giorni su 7 e
dimenticarselo la domenica. La politica, poi, c’è anche nelle
tribune con le poltroncine di pelle, solo che lì è una politica in
giacca e cravatta. Al potere dà sempre fastidio il lato
proletario, di sinistra e di destra, delle cose”.
Un dato di fatto è che le prime amicizie e rivalità venutesi a
creare avevano come presupposto e come “metro di giudizio”
la simpatia verso una determinata area politica; di conseguenza
numerosi scontri hanno avuto come unica causa la diversa fede
politica.
Non a caso diversi gruppi ultras vennero costituiti da ragazzi
impegnati in attività politiche anche estremiste: “Parecchi
giovani risultano già aggregati in gruppi e movimenti politici.
E sono proprio alcune caratteristiche dei gruppi politici
estremisti, quali il senso di coesione e di cameratismo, la sfida
all’autorità costituita, il senso di conflittualità, a dare sostanza
88
Ivi, pp. 10-11.
97
ai gruppi ultrà, che in breve tempo riescono a radunare decine e
decine di giovani”89.
Il movimento politico di curva, così, non fu altro che la
naturale prosecuzione della propria militanza e riuscì a fondere
passione politica e fede calcistica in un binomio ampiamente
riconducibile alle logiche di appartenenza.
Se questa forte matrice politica rappresentò un fortissimo
impulso per i “novelli” ultrà degli anni Settanta, nel successivo
decennio questa influenza registra una certa flessione; nei primi
anni Ottanta, infatti, il collegamento tra ultrà e politica sembra
affievolirsi. Nascono tifoserie che si dichiarano apertamente
apolitiche e tendono a lasciare fuori dai cancelli dello stadio
appartenenze politiche di qualsiasi genere, aderendo così alla
“politica dell’apoliticità”. Lorenzo Contucci conferma questa
tesi: “Per quanto mi riguarda, e per ciò che concerne i miei
trascorsi di curva, ho sempre cercato di mettere da parte la
politica, perché allo stadio rappresenta un fattore di divisione.
Negli anni ’80 a Roma ci si riuscì, ma perché il valore
“Roma” era ancora predominante. C’erano le bandiere,
giocatori che sembravano affezionati alla maglia. C’era
qualcosa da amare, e la politica per quelle poche ore tutti se la
dimenticavano, offuscata da quella maglia giallorossa. Oggi
che il valore “Roma” è mortificato da giocatori senza
bandiera e senza rispetto per chi li segue, capisco che altri
valori abbiano più spazio” .
Ciò che invece ha caratterizzato gli anni Novanta sono stati due
comportamenti in antitesi tra loro, ma entrambi molto
pronunciati. Da una parte abbiamo non solo un’intera
generazione di giovani che non crede più alla politica come
possibilità di intervento sulla realtà sociale, ma anche un paese
sempre più preda del degrado morale e politico; dall’altra,
invece, gli atteggiamenti politici vengono esasperati ed
89
F. BRUNO, Storia del movimento ultrà in Italia, cit., p. 218.
98
estremizzati: “E’ altresì certo che l’estremismo politico
costituisce comunque un esempio affascinante per i giovani
ultrà, non solo perché esibisce una simbologia corrispondente
all’immagine di durezza che questi vogliono dare di sé, ma
anche perché rappresenta un modello organizzativo e
comportamentale che risponde pienamente ai loro obiettivi”90.
Gli intrecci tra tifo e politica divengono sempre più fitti e
cominciano a manifestarsi rancori etnici e xenofobi che
saranno causa di episodi di intolleranza dentro e fuori gli stadi.
Restando nel nostro paese è sufficiente citare un episodio che
turbò l’opinione pubblica, quello, cioè, relativo alla partita
Lazio-Bari del 30 gennaio 2000, allorché i tifosi laziali
esposero lo striscione “Onore alla tigre Arkan”91: “Tutto è
cominciato con uno striscione apparso in Curva Nord, ieri
all’Olimpico, “Onore alla tigre Arkan” c’era scritto. Il
“comunicato” era completato da un effigie di Mussolini e
dall’immancabile croce celtica. “Se non hai una svastica o un
tatuaggio, insomma, se non hai nulla che dimostri la tua
appartenenza al fascismo al nazismo, con loro non puoi vedere
la partita” dice uno degli Irriducibili della Lazio [...]
Tristissimo Alen Boksic, attaccante croato della Lazio: “Sto
male, sono deluso, quella scritta era dei miei tifosi. Non sanno
neppure di cosa parlano, hanno reso onore a uno che tutto il
mondo considera un criminale di guerra contro il mio popolo.
Se fossi stato in campo mi sarei tolto la maglia e me ne sarei
andato via”92.
90
A. ROVERSI, Calcio, tifo e violenza, cit., p. 49.
91
Zeljiko “Arkan” Raznatovic era il capo degli ultras della Stella Rossa di
Belgrado e delle “Tigri” serbe durante la guerra in Jugoslavia. Fu ucciso a
Belgrado nella notte del 19 gennaio 2000.
92
D. COSTA, Se il mostro Arkan diventa un idolo, in “La Nazione”, 1
febbraio 2000.
99
Questo episodio provocò molte reazioni di sdegno e fece
riflettere l’opinione pubblica sull’elevato livello di
politicizzazione dei giovani ultras.
Attualmente un numero elevato di gruppi di tutto il panorama
calcistico nazionale risponde alle parole d’ordine dell’estrema
destra: sciovinismo, passione per la violenza, senso esasperato
per la “territorialità”, sessismo, sono questi i valori della destra
radicale che riescono a penetrare nelle curve, ispirando gruppi
come gli Skin dell’Inter, i Boys della Roma, gli Irriducibili
della Lazio, i Drughi della Juventus.
Lo conferma un rapporto della Direzione centrale della Polizia
di prevenzione, basato sull’osservazioni delle “Sezioni
tifoserie” durante i campionati 2003-2004 di serie A, B, C1 e
C2. Dei 74.000 tifosi raccolti in 445 gruppi ufficiali, 43.000 (il
59%), secondo la polizia, sono orientati politicamente e fanno
parte di 192 organizzazioni. Di questi ultimi, 39 sono su
posizioni di estrema destra, 74 genericamente di destra, 22 di
estrema sinistra e 57 genericamente di sinistra.
I club di destra e di estrema destra raccolgono la maggioranza
dei tifosi e sono concentrati in Lombardia, Emilia Romagna,
Veneto, Lazio, Marche e Sicilia; le tifoserie di sinistra, invece,
nascono generalmente in contesti socioeconomici che fanno
riferimento o alle grandi aree industriali del centro-nord o a
piccoli centri che rispecchiano tradizioni e forti tendenze
politiche di sinistra. L’orientamento verso sinistra ed estrema
sinistra, comunque, è egemone solo in Toscana, con tifoserie,
quella Livornese in testa, che mantengono viva al proprio
interno la forte carica simbolica che deriva dall’appartenenza
politica e soprattutto dai suoi miti (Che Guevara su tutti)93.
Sicuramente furono gli anni di piombo, a cavallo tra gli anni
93
G. GUASTELLA, “L’esercito dei 74 mila ultras”, in
[Link], 16 settembre 2005.
100
Sessanta e Settanta, grazie alle forti cariche simboliche di cui si
fecero portatori, ma soprattutto al clima di tensione che
animava le piazze, il contesto socio-culturale in cui migliaia di
giovani di estrazione proletaria entrarono a far parte di gruppi
ultras di sinistra, convinti che il clima di contestazione dovesse
trovare nello stadio un luogo privilegiato di scontro.
Ma le divisioni politiche o di campanile possono essere
agevolmente superate in nome del “credo ultras” e di un
interesse unico che, spesso, si materializza nella lotta al calcio
moderno, visto come un sistema corrotto che ha sacrificato gli
ideali, e ai comuni nemici delle forze dell’ordine94. Il “senso di
appartenenza” diventa un dogma, più forte ed importante della
fede calcistica.
Attualmente la relazione tra calcio e politica è divenuta così
stretta che il peso di coloro che si pongono fuori dallo spazio
politico - i disillusi, i disinteressati – cala in proporzione al
crescere dell’intensità del tifo: questo è ciò che riferisce un
sondaggio di La Polis-Limes del giugno 2005. Secondo la
rivista italiana di geopolitica, fra i militanti del tifo, la quota di
persone che si estraniano dallo spazio politico fra destra e
sinistra risulta minima; mentre è massima fra coloro che non
provano passione per una squadra di calcio. Calcio e politica
attualmente, in Italia, sembrano rinforzarsi reciprocamente,
nell’esperienza e nella sensibilità sociale95.
Spostandoci all’estero possiamo notare come certe tifoserie
mettano in atto atteggiamenti sistematicamente provocatori e
come altre sfruttino l’ambito calcistico per rivendicare i propri
94
Ne è un chiaro esempio il derby Lazio-Roma del 21 marzo 2004 interrotto
su richiesta dei tifosi di entrambe le squadre per un presunto, falso,
incidente mortale.
95
I. DIAMANTI, Foot politics: tifo dunquer voto, La Polis-Limes, maggio-
giugno 2005.
101
diritti o per acuire certi contrasti. Nel primo caso citiamo ad
esempio i tifosi tedeschi, non molto dissimili in questo dagli
hooligans inglesi: “Criminalità, atti anticostituzionali
consistenti nella provocazione mediante simboli anarchici o
fascisti, turbamenti e minacce per l’ordine pubblico e la
sicurezza, tutto ciò si è esasperato sino a diventare prima un
fenomeno sociale innegabile e poi un vero e proprio problema
sociale”96.
Anche in Spagna viene confermata questa tendenza
provocatoria: molti ultrà prendono parte a manifestazioni
politiche e studentesche, provocando violenti scontri con la
polizia.
In Grecia la situazione non è certo più tranquilla: “Nel
movimento greco il modello britannico del boot-boy perde
quasi completamente ogni riferimento “formale”: bande di
hooligans in cui convivono teste rasate e capigliature
lunghissime, fortemente politicizzati, rendono lo scenario
particolarmente cruento. E poi stadi continuamente danneggiati
e tanta, tanta propaganda politica”97.
Numerosi invece sono i casi di tifoserie che “trasferiscono”
allo stadio conflitti politici ed etnici, primi su tutti i tifosi
dell’ex Jugoslavia, nella quale la contaminazione tra tifo
calcistico e politica raggiunge livelli pericolosi con la guerra
civile del 1991: “La politicizzazione dei tifosi – e in primo
luogo dei giovani delle curve – è resa ancora più drammatica
dalla conseguente partecipazione di questi tifosi alle diverse
fasi della guerra civile [...] Il primo passo in questa direzione lo
si è compiuto allorché i gruppi ultrà delle principali squadre
jugoslave si sono schierati, all’inizio della crisi balcanica, per
96
K. WEIS, Tifosi di calcio nella Repubblica Federale Tedesca, cit., p. 55
97
F. BRUNO, Vita da ultrà, Conti, Bologna, 1992, p. 120.
102
le forze di estrema destra presenti nello schieramento politico
delle rispettive repubbliche. La vera novità sta nel fatto che i
tifosi ultrà appoggiano direttamente alcuni partiti: di regola con
programmi politici di destra e di impronta nazionalista”98.
Concludiamo questo paragrafo con l’analisi di ciò che emerso
dalla ricerca effettuata nella realtà della Curva Sud di Roma.
Le domande riguardanti la politica hanno avuto un esito
contrastante, perché se è vero che la maggior parte degli
intervistati (51%) la ritiene “Una necessità”, è pur vero che
molti altri hanno un’opinione tutt’altro che positiva del mondo
della politica, visto che alcuni (25%) la considerano “Uno
strumento sempre al servizio delle classi al potere”, altri (15%)
“Un affare sporco che non mi riguarda”.
Agli ultrà della Curva Sud è stato poi chiesto di indicare i
problemi che secondo loro dovrebbero affrontare le
organizzazioni politiche, prima specificando il problema più
importante in assoluto, poi segnando eventuali altri, senza
nessuna gerarchia. Ebbene, la “Disoccupazione giovanile” è il
principale problema da risolvere per il 38% degli ultras
romanisti, ma hanno ottenuto buone percentuali anche le
questioni riguardanti “Problemi sociali” (29%) e “Sicurezza
della città” (21%).
La terza domanda riguardante la politica verteva sull’ideologia
dominante in curva, almeno in tempo di elezioni. Ben il 48%
degli ultrà romanisti ha risposto che voterebbe per un partito di
destra, cosa che conferma quanto già detto, e cioè che la Curva
Sud, dopo la definitiva scomparsa del CUCS, ha subìto forti
spostamenti verso la destra politica: “La Curva Sud non è
“politicizzata” perché non esiste una politica della curva,
98
F. RADIN, Gli ultras in Jugoslavia: tra tifo e politica, relazione
presentata al convegno “Calcio e violenza in Europa. Cause e rimedi”,
Bologna, 31 maggio – 1° giugno 1990. p. 5. Radin è un affermato sociologo
jugoslavo.
103
come accade ad esempio a Livorno o, sull’altro fronte, a
Verona. Posso però dire che la maggior parte di coloro che la
frequentano sono definibili di destra, mentre negli anni ’70 il
rapporto era inverso. La curva altro non è che lo specchio
della città, a livello giovanile, anche perché nei gruppi ultras il
concetto di moderazione, tutto sommato, non esiste. In un
gruppo ultras, o sei di sinistra o sei di destra. Puoi essere al
limite apolitico, ma non un moderato di centro”.
Sono il 27% coloro che invece voterebbero a sinistra, anche se
c’è da sottolineare che ben il 15% ha preferito non rispondere a
questa domanda. In netta minoranza coloro che sono indecisi
sul partito da votare (7%) e coloro che non andrebbero proprio
a votare (3%).
105
106
3.4 I rapporti con le società calcistiche e con i
calciatori
108
corrisponde a una vera e propria confessione. Ovvero
all’ammissione di quanto siano strettissimi i rapporti tra società
sportive e tifoserie organizzate. Il che può sembrare fin troppo
ovvio. Meno ovvio è dedurne che poco o nulla le società hanno
fatto, finora, per evitare che le tifoserie organizzate si
trasformassero in una minaccia sociale. [...] Le tifoserie
organizzate sono, in parte, alimentate, foraggiate, controllate
dalle società sportive. E il modello di rapporto è esattamente lo
stesso che governa le relazioni tra leadership di partito e il
quadro militante, cioè tra i vertici e la base delle formazioni
politiche. Esattamente quello. Il gruppo dirigente (di società
sportiva, di partito) decide la politica generale (in un caso come
nell’altro, il programma, gli obiettivi, le alleanze) e indica la
tattica: come ottenere consenso, come indebolire il
concorrente, come sconfiggere l’avversario. Per raggiungere
questi scopi il ruolo dei militanti è fondamentale in entrambi i
campi. Spetta a essi il compito cruciale di costruire un’identità
per i sostenitori (tifosi, quadri di partito), capace di esaltazione
nelle fasi positive e rassicurazione in quelle negative. Spetta a
essi la funzione di elaborare un sistema di riti, in grado di
rafforzare l’appartenenza, attraverso atti, parole, simboli
(gerghi, slogan, canzoni, bandiere, sciarpe, distintivi). E,
soprattutto, attraverso quella procedura essenziale che è
l’individuazione di amici e nemici. Importante, importantissima
è, in tale schema, la funzione del leader (campione, dirigente
politico): oggetto di identificazione e di “proiezione amorosa”,
motivo di coesione e di integrazione nel gruppo e nella
comunità più ampia (sportiva e politica), simbolo vivente di
quest’ultima (non a caso la vita dell’ex è difficile nel calcio
come in politica). Come si vede, le affinità tra i due sistemi si
fondano sui medesimi meccanismi di acquisizione del
consenso sociale. Non esiste alcuna possibilità che una squadra
di calcio (o un partito politico) consegua un successo senza che
109
questo implichi, e richieda, un aumento dei sostenitori (tifosi
elettori). Questo dà ai sostenitori più vicini al gruppo dirigente
(sportivo o politico) un grande potere: dal momento che
funzionano come “massa di manovra” contro gli avversari della
leadership (arbitri, dirigenti non allineati, allenatori e giocatori
da sostituire; e, in politica, concorrenti interni ed esterni), quei
sostenitori agiscono, a loro volta, come un gruppo di pressione
nei confronti dei presidenti delle squadre di calcio (e dei
dirigenti di partito). Sono i principali alleati della leadership,
ma ne condizionano le scelte. Dipendono dal gruppo dirigente
della società, che tuttavia influenzano in misura assai rilevante.
Fino al “ricatto”. E’ qui – in questa reciproca dipendenza e in
questa vicendevole “ricattabilità” – che si sviluppa il rapporto,
saldissimo, tra società di calcio e tifoserie organizzate. Di quel
rapporto fanno parte la disponibilità di biglietti, le trasferte
collettive gratuite (o quasi), le percentuali sul merchandising e
la partecipazione morale e materiale ai successi della squadra:
basti pensare alle gratificazioni offerte dalla “prossimità” ai
giocatori (allenamenti, feste, cene sociali). Di quel rapporto
fanno parte anche gli slogan e gli striscioni, compresi quelli
“violenti”, che contribuiscono a dare identità (tanto più forte
quanto più “scandalosa”): delimitano il territorio “nostro” e
segnano la differenza e la distanza rispetto a “loro”. Per altro
verso, slogan e striscioni “violenti” selezionano i sostenitori e
verificano il loro tasso di militanza. Insomma, lo striscione su
Arkan non ci parla del culto di Arkan (cosa che riguarda due o
tre persone), ma del culto della Lazio. In altri termini, i più
“violenti” sono anche i più fedeli. E si può arrivare a dire che i
più “violenti” sono i più vicini ai gruppi dirigenti delle società;
o si sentono i più vicini o aspirano a essere – anche attraverso
quei comportamenti – i più vicini. Ne deriva una conseguenza
secca: sono le società sportive, le uniche autorità in grado di
ammainare quei striscioni. Ma questo può comportare, per le
110
società sportive, una perdita (relativa) di potere nei confronti
delle tifoserie organizzate e una riduzione del loro tasso di
fedeltà e di militanza”100.
Negli ultimi tempi sembra però che le società di calcio abbiano
più cura degli interessi commerciali, e la televisione a
pagamento ne è un chiaro esempio, cosa che in molte piazze e
realtà anche importanti ha causato un distacco tra ultras e
società d’appartenenza: “La nuova svolta del calcio, quella che
ha trasformato nel business televisivo la prima fonte d’introito
dei club, ha modificato i rapporti tra le società e il tifo
organizzato. Lo stadio virtuale, quello piazzato nel salotto tv,
sta soppiantando quello reale. La “forza tifo”, la classe operaia
del calcio, è oggi molto meno importante di un tempo. Logico
che i club tentino di ridimensionare i loro rapporti con il tifo
organizzato. Spariscono gli abbonamenti gratuiti, da rivendere
sotto costo gara per gara; addio trasferte agevolate; addio soldi
ai capi ultrà per acquistare sciarpe, preparare striscioni e
sostenere le attività dei loro gruppi. Questo mondo di rapporti
sotterranei e di piccole grandi convivenze si sta pian piano
frantumando”101, lo conferma il fatto che il 54% degli ultras
romanisti pensa non sia giusto instaurare rapporti di stretta
collaborazione con la società, risposta probabilmente dettata
dall’impossibilità di averne. Abbiamo inoltre chiesto ai tifosi
giallorossi di darci una valutazione (da 1 a 10) del rapporto
attuale tra la Curva e la società, rapporto che ha raggiunto una
valutazione media insufficiente (5).
Fabio Massimo Splendore non è molto convinto del fatto che
attualmente ci siano rapporti meno stretti tra società e gruppi
100
L. MANCONI, Ecco i leader della tribù del tifo, in “La Nazione”, 11
febbraio 2000, p.25.
101
G. TASSI, Il calcio ostaggio degli ultras, in “La Nazione”, 14 ottobre
1999.
111
organizzati: “Non credo che i rapporti tra i gruppi ultras e i
club siano esauriti. Credo anzi che ci siano, e siano in alcune
realtà molto forti, anche con i calciatori più rappresentativi.
Per certi versi ritengo anche che i contatti siano inevitabili e
anche “giusti”. L’importante è che siano rapporti paritari , nel
rispetto dei ruoli. Questo non sono certo che avvenga sempre.
Mentre questo rapporto esiste da sempre ma prima non era
acclarato, in questa stagione il verificarsi di determinate
situazioni fa effettivamente riflettere: a Cagliari c'è stato un
tecnico, Arrigoni, richiamato dal presidente Cellino dopo
l'esonero di Tesser e costretto ad andar via perché sgradito
agli ultras con i quali (non ci sono conferme vista la
delicatezza del tema ma le informazioni sono piuttosto fondate)
ci sarebbero stati anche un paio di incontri ravvicinati
“pesanti" per il tecnico. E a Lecce gli stessi ultras incontrando
la squadra hanno “chiesto” e ottenuto che il capitano non
fosse più il centrocampista argentino Ledesma ma il difensore
Stovini, con tanto di conferenza stampa del capitano uscente.
Soprattutto questa seconda vicenda apre una breccia
probabilmente epocale sul fronte delle ingerenze delle frange
più estreme del tifo in determinate situazioni: ingerenza
favorita quando le cose in campo non vanno bene e c'è bisogno
di tenere il più possibile tranquilla la tifoseria più
intransigente”.
Anche le relazioni tra gli ultras e i loro beniamini sono spesso
ambigue. Fino a qualche tempo fa i giocatori, specie i
fuoriclasse e i bomber,venivano idolatrati dalle folle degli stadi
e difesi a spada tratta contro chiunque, dalle squadre avversarie
agli articoli di giornale. Molti calciatori erano infatti delle
“bandiere”, dei simboli, coloro che incarnavano una squadra
intera grazie ad un eccezionale spirito di abnegazione e
sacrificio, oltre che all’amore per la maglia indossata. Nel
nostro paese questo viscerale attaccamento al campione di
112
turno (Rivera e Mazzola prima, Maradona, Baresi e Baggio
dopo) è sempre stato espresso attraverso cori “personalizzati”,
striscioni e bandiere con su scritto il nome del giocatore, ecc.
Tutto questo a differenza di quanto accade in Gran Bretagna,
dove più che altro conta il collettivo, la squadra. Dato che nel
corso della sua storia una squadra deve per forza cambiare
giocatori e i propri dirigenti societari, i supporters inglesi
ritengono che i cori e il tifo in generale debbano essere
indirizzati alla maglia, al nome della squadra e alla città.
Dagli anni Settanta fino ad oggi si è assistito ad un’escalation
dell’aspetto economico del gioco del calcio, con stipendi
arrivati a livelli altissimi102, ingaggi faraonici e conseguenti
atteggiamenti per niente umili e genuini da parte dei calciatori,
diventati delle vere e proprie “stelle” dello spettacolo.
Quello che gli ultras disapprovano profondamente è la scarsa
considerazione che i giocatori hanno di loro, come se solo il
denaro desse loro quelle soddisfazioni che i cori intonati a
squarciagola non sono più in grado di garantire. Per i ragazzi
delle curve, che tuttavia non fingono di non conoscere il
“potere” del denaro, i comportamenti tenuti dai calciatori
dentro e fuori dal campo hanno smesso di avere quella
caratteristica “empatica” di una volta, dato che le suddette
“bandiere” ormai non si trovano più in nessuna squadra103: “I
giocatori passano ma la maglia, il simbolo, resta. Non
giustifico il divario di stipendio tra quello che percepiscono
loro e quello che percepisco io, sono differenze sociali
102
Solo da poco alcune società, visto il momento di profonda crisi
economica del calcio italiano, hanno adottato una politica di riduzione degli
ingaggi, fissando un tetto salariale oltre il quale la società stessa decide di
non andare.
103
Fanno eccezione solamente casi come Paolo Maldini e Francesco Totti,
rispettivamente capitani di Milan e Roma.
113
esagerate, non solo per quanto riguarda i calciatori. I
calciatori fanno parte di una classe privilegiata, e non è
giusto”104.
Inoltre, nel calcio di oggi, i calciatori hanno una forza
contrattuale che un tempo non avevano. Prima erano le società
a decidere eventuali cessioni ad altre squadre e le relative
condizioni, ed i calciatori, a parte rare occasioni, rispettavano il
volere della dirigenza. Ora, invece, grazie alla legge Bosman
che ha cambiato radicalmente lo scenario relativo ai
trasferimenti dei calciatori, sono proprio quest’ultimi a “dettare
legge”, cercando in continuazione società che possano pagarli
meglio. I continui trasferimenti da parte dei calciatori da un
club all’altro rappresentano dei veri e propri tradimenti, ed è
abbastanza frequente che stadi interi accolgano con sonori
fischi un ex calciatore che si presenta in veste di avversario.
Proprio la realtà di Roma ci presenta un esempio recente di
quanto detto: durante la campagna acquisti e cessioni
dell’estate 2004, l’allenatore Fabio Capello e i calciatori
Emerson e Zebina, protagonisti dell’ultimo scudetto romanista,
lasciano la società capitolina per accasarsi alla Juventus, la
squadra più odiata dalla tifoseria giallorossa, il “nemico” per
eccellenza. Non è una tifoseria ma una città intera a sentirsi
tradita e il 5 marzo 2005, in occasione della partita Roma-
Juventus, lo stadio Olimpico fa registrare il tutto esaurito,
perché nessuno vuole mancare al ritorno dei “traditori”. Fischi,
insulti, cori e striscioni offensivi, questa l’accoglienza del
pubblico di Roma, durante il riscaldamento in campo delle
squadre, durante la lettura delle formazioni e per tutto l’arco
della partita; un ambiente totalmente ostile, qualcosa di mai
visto, per uomini che, fino all’anno precedente, erano eroi del
terzo scudetto romanista. Forse scottati da questi recenti
avvenimenti, i tifosi della Curva Sud considerano fortemente
104
D. SEGRE, Ragazzi da stadio, cit., p. 18.
114
negativo il loro rapporto con gli attuali calciatori della Roma
(valutazione media: 4,5), a parte pochi casi tra cui il capitano
Francesco Totti.
10,0
9,0
8,0
7,0
6,0
5,0
4,0
3,0
2,0
1,0
Il resto del La società I giocatori I tifosi Le
pubblico ospiti istituzioni
romanista
105
G. TASSI, Gli schiavi miliardari, in “La Nazione”, 14 aprile 2000, p. 21.
115
significa bellezza perché i giocatori sono giovani, in forma,
sempre reduci da una vacanza esotica, quindi facilmente
abbronzati e belli. Il calcio significa successo, strada possibile
a tutti per arrivare al massimo. Non servono lauree,
specializzazioni, genialità particolari. In teoria nessuno è
escluso dalla corsa a diventare un campione. Ma il calcio è
anche sentimento, passione senza freni, disponibilità reale a
crearsi un mito. Nel calci non conta l’evidenza, conte quello
che si vuole credere. Nel calcio non si discute, si ama.
L’eccesso del calcio è la dimostrazione che vogliamo
sopravvivere in un mondo eccessivo”106.
106
M. SCONCERTI, Calcio e pay per view compagni di viaggio, in
“Stream – maggio”, a. IV, n. 5, maggio 2000, pp. 12-13. Sconcerti è
opinionista di Sky.
116
3.5 La sfiducia nelle autorità
117
Un funzionario della questura si avvicina all'arbitro. Lo speaker
dello stadio prova a calmare gli animi: "In merito alle voci che
si sono diffuse, cioè che un bambino sarebbe morto perché
travolto da un'auto della polizia, la Questura comunica che la
notizia è assolutamente infondata".
Sembra che si ricominci, ma l'atmosfera è quella di un funerale.
Altre voci si rincorrono: i giocatori della Lazio vogliono
proseguire, quelli della Roma no. Chissà se è vero. La faccia di
Totti va dalla perplessità alla paura. Cassano si lascia scappare:
"Così non si può giocare". Capello si avvicina a Rosetti e gli fa
un cenno, come dire: "Andiamo via". L'arbitro esita, qualcuno
gli porta un telefonino, schermandosi le labbra, il direttore di
gara parla fitto con qualcuno. Più tardi si scoprirà che era il
presidente di Lega, Galliani, che prendeva la decisione di far
sospendere definitivamente la partita. Minuto 28' Rosetti si
infila il fischietto in bocca e decreta che la gara è
definitivamente sospesa. Fuori l'inferno continua.
Ma perché le circa settantamila persone presenti quella sera
allo stadio hanno preferito credere ad una voce infondata
piuttosto che alle smentite ufficiali della Questura di Roma?
La risposta può essere rintracciata nell’attuale sfiducia e
diffidenza da parte dei tifosi stessi nei confronti delle autorità,
da non intendersi solo come forze dell’ordine. Gli ultras,
infatti, non perdono occasione di manifestare la loro totale
disapprovazione nei confronti delle autorità federali, incarnate
dalla Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC). Gli ultrà
considerano i dirigenti federali, a torto o a ragione, delle
emanazioni di un potere politico-sportivo che tende a favorire i
club economicamente potenti a scapito di quelli meno
rappresentativi. L’elezione di Adriano Galliani, già
amministratore delegato del Milan, alla carica di presidente di
Lega, non ha che aumentato questa conflittualità, per cui alla
prima direzione arbitrale contestata, nascono discussioni sulla
118
regolarità del campionato, il cui andamento, questo il pensiero
comune della maggior parte delle tifoserie italiane, è gestito
dalle società più potenti del nostro calcio, Milan e Juventus in
particolare. Il tifo nel nostro paese si alimenta di
un’importante componente “negativa”; in molti casi l’antipatia
per gli avversari sembra quasi superare, per intensità,
l’attaccamento ai colori della propria squadra. Le ampie
proporzioni del tifo “negativo” in Italia sono dimostrate da un
sondaggio effettuato recentemente dalla rivista italiana di
geopolitica La Polis-Limes: tra chi si dichiara tifoso, infatti,
circa una persona su due riesce ad individuare almeno una
squadra come particolarmente “antipatica”. Tale sentimento,
inoltre, cresce vistosamente in base all’intensità del tifo
calcistico: tanto più forte è l’attaccamento ai colori di una
determinata squadra, tanto più tendono a svilupparsi
atteggiamenti di contrapposizione verso altre formazioni e altre
tifoserie. Le antipatie, peraltro, possono generare da conflitti
che vanno ben oltre il confronto agonistico sul campo. La
rilevanza assunta, in ambito calcistico, dai mezzi di
comunicazione attribuisce un ruolo di crescente centralità agli
aspetti legati alla comunicazione. Di conseguenza, iniziative
sfavorevoli o dichiarazioni polemiche nei confronti di una
determinata società, da parte di giocatori, allenatori e dirigenti,
vengono immediatamente amplificate dal megafono dei media,
generando tensioni tra tifoserie (e società) che approfondiscono
fratture preesistenti, oppure contribuiscono a crearne di nuove.
Il modo in cui gli italiani vivono il calcio, questa propensione
al particolarismo, influenza in modo non trascurabile gli
atteggiamenti delle persone verso il funzionamento del pianeta
calcio e delle sue istituzioni: una visione costantemente filtrata
attraverso la lente dell’appartenenza individuale e degli
interessi di squadra. La lettura delle vicende calcistiche, di
conseguenza, risulta dominata dalla dietrologia, dalle teorie del
119
complotto e, in ultima analisi, da una profonda sfiducia nel
sistema. Un approccio, quello al calcio, che sembra richiamare
la cronica lontananza dalle istituzioni, la nota diffidenza nei
confronti della classe politica espresse, tradizionalmente, dai
cittadini italiani107.
Tornando al rapporto tra gli ultras e le forze dell’ordine, c’e
subito da dire che in tale rapporto non c’è nulla di ambiguo: è
pessimo. Ricollegandoci a quelle che furono le origini del
movimento ultrà, si può intuire come un periodo di generale
protesta contro le istituzioni statali, le forze di polizia, che
rappresentano lo Stato, la legge e l’ordine, facessero parte del
“nemico” da combattere. Fino agli anni Settanta la presenza di
agenti allo stadio era esigua, dato che le turbolenze causate dai
tifosi erano per lo più sporadiche e si limitavano a scazzottate
per niente preoccupanti. Verso la fine di quel decennio, però, si
verifico la tragedia dell’Olimpico, di cui abbiamo già parlato,
che portò alla morte di un tifoso laziale colpito da un razzo. Si
trattò di un fatto “storico” sotto due punti di vista: in primo
luogo la violenza da stadio cominciò, di domenica in
domenica, a diventare un problema sociale di assoluta gravità,
coinvolgendo tanto le tifoserie di serie A quanto quelle
dilettantistiche; in secondo luogo i controlli della polizia si
intensificarono a dismisura, attraverso atti di prevenzione e
repressione che portano inevitabilmente a un conflitto con gli
ultrà, tuttora cruento, che sembra non avere positive vie di
sbocco.
Una comune convinzione degli ultrà è che spesso i tutori
dell’ordine siano “costretti” a surriscaldare gli animi per colpa
di un lavoro, il loro, che non dà molte gratificazioni : “Questi
giovani poliziotti, magari di leva, che stanno tutta la giornata
nella camionetta, non sanno cosa fare, si devono sfogare, ci
107
F. BORDIGNON, L. CECCARINI, Gli italiani nel pallone, La Polis-
Limes, 2005.
120
sono degli ufficiali che li spingono, li strattonano, ma
loro...non so come dirti. Questo più che altro sono i
carabinieri. La polizia, non so perché, non ci prova quasi mai,
forse perché si sentono depressi, si sentono presi in giro, sono
malvisti, allora si sfogano così. Difatti molte volte, quando
intervengono, non si curano di proteggere la gente per bene o
le macchine, loro se ne sbattono, cercano solo di picchiare chi
beccano”108.
50%
40%
30%
20%
10%
0%
Molto Abbastanza Poco Per niente
108
D. SEGRE, Ragazzi da stadio, cit., p. 29.
121
perché è naturale che così facendo si provochi una reazione
nella gente”109.
Lorenzo Contucci è molto chiaro su questo argomento:
“Attualmente le forze dell’ordine sono considerate dagli ultras
il primo nemico, che ha soppiantato tutte le antiche rivalità.
L’accusa che viene loro fatta è quella di essere degli ultras in
divisa che tutto fanno tranne che tutelare l’ordine pubblico,
auspicando loro stessi che scoppino disordini in cui possano
intervenire duramente con la garanzia dell’impunità. Chi non è
mai andato in trasferta o non si è trovato in certe situazioni
non potrà mai credere a quello che ho visto in tanti anni,
quindi risparmio la fatica. Quelle rare volte in cui qualche
“esterno” si è trovato in situazioni un po’ particolari ha
completamente cambiato la propria prospettiva in ordine a
tanti preconcetti. Se ci fosse una telecamera “neutra”,
azionata da qualcuno non visto, salterebbe un questore per
ogni giornata di campionato”.
Il mondo degli ultrà è pieno di contraddizioni, ma non è certo
l’ipocrisia una delle loro caratteristiche, visto che molti sono
quelli che ammettono certe loro responsabilità: “La polizia ha
ragione ad essere prevenuta nei nostri confronti, perché ci
siamo resi protagonisti di tanti episodi violenti: troppi per
pensare di passare inosservati. Questo non toglie che anche tra
le forze dell’ordine ci siano tanti esaltati, i quali non aspettano
altro che noi per sfogare la loro aggressività [...] Non
sappiamo se la nostra fama sia poi così meritata, quel che è
certo è che spesso ci vogliono dare una manica di legnate
anche se stiamo calmi: a volte ci riescono, ma a volte se la
vedono brutta anche loro”110.
109
F. BRUNO, Toscanatifo, in “Supertifo”.
110
F. BRUNO, La provincia alla riscossa, in “Supertifo”.
122
Quest’ultima citazione vuole far ragionare su un concetto che
pare avere una sua logica: sia i gruppi ultrà che le forze di
polizia sono formate da migliaia di giovani, con le loro
speranze e le loro delusioni, le loro gioie e le loro paure. E’
proprio la paura la scintilla che molte volte porta ad assumere
comportamenti decisi, energici, anche violenti: da parte
dell’ultrà che molte volte preferirebbe il dialogo al manganello
e da parte del giovane poliziotto che deve far rispettare l’ordine
pubblico. Ripetiamo, abbiamo a che vedere con migliaia di
giovani, con la sciarpa al collo da una parte e con una divisa
blu dall’altra, è forse impensabile pensare che in entrambe le
fila non ci siano le cosiddette “teste calde”, ragazzi esuberanti
portati all’esagerazione che rischiano però, con la loro
impulsività, di scatenare guerriglie da stadio a cui siamo troppo
spesso abituati ad assistere.
Il problema è complesso, perché fin tanto che viene instaurato
un dialogo tra il responsabile del gruppo ultrà e il responsabile
delle forze dell’ordine, la situazione non ha quasi mai motivo
di degenerare. Sono le persone difficili da controllare le vere
cause dei tafferugli, così come lo sono le persone che non
accettano il confronto verbale. Molti ultrà ammettono infatti di
aver incontrato degli agenti disposti ad affrontare il problema
anche solo verbalmente, lamentandosi invece di quelli che
partono prevenuti: “Noi non ce l’abbiamo con le forze
dell’ordine per partito preso, perché abbiamo incontrato
commissari responsabili, preparati e comprensivi, i quali
sanno fare il loro lavoro e afferrano al volo le situazioni, ma la
gran parte dei funzionari e degli agenti non capisce un cavolo,
conosce solo il linguaggio del manganello e con questi
presupposti non può nascere nulla di buono. Sarebbe bello
trovare persone che dalle tue risposte intuiscono chi sei, che
non vuoi disfare un treno o spaccare le vetrine, e che ti sai far
rispettare senza bisogno di usare le mani, ma raramente va
123
così e negli altri casi sarai sempre etichettato come un
delinquente”111.
111
F. BRUNO, Irriducibilmente Lazio, in “Supertifo”.
124
3.6 Ultras e mass media
125
degni della cronaca nera, aumentandone ulteriormente la
celebrità”112.
Non essendo raro che certi giornali “gonfino” le notizie da
riportare, possiamo immaginarci come in quegli anni l’eco
causata dagli avvenimenti provenienti dagli stadi abbia in poco
tempo contagiato intere nazioni: “Un aspetto fondamentale è il
ruolo svolto dai mass media, per mezzo di una stampa
scandalistica, pronta ad amplificare e a spettacolarizzare ogni
fenomeno, causando il cosiddetto “moral panic”, l’ansia
sociale, che arriva a dominare lo stesso sistema
massmediale”113.
Pur non considerando gli hooligans inglesi un modello (in
termini di compostezza), c’è da rilevare come “gran parte degli
incidenti provocati dagli ultrà inglesi non sono così violenti
come si immagina che siano e la diffusa idea della loro
pericolosità è soprattutto il frutto dell’allarme sociale
provocato dalla stampa e dai mass media, i quali, rendendoli
visibli e vistosi, portano ad una sopravvalutazione del
fenomeno”114.
L’effetto dell’approccio che i mass media adottarono e
continuano ad avere nei confronti del movimento ultrà è stato
quello di “caricare” gli stessi ultrà, almeno i più esagitati, i
quali non perdono mai l’occasione di finire in prima pagina,
sfruttando a proprio vantaggio la notorietà di un giornale o il
clamore che un servizio in tv è in grado di suscitare: “Come
ben sappiamo, non c’è oggi possibilità egemonica senza un
adeguato “cono di attenzione” massmediale: sono i
112
F. BRUNO, Il movimento ultrà nell’Europa continentale, cit., pp. 139-40
113
G. MARSHALL, Spirit of ’69. A Skinhead Bible, in “Skinhead Times
Publishing”, Dunon, 1991, p. 124.
114
A. ROVERSI, Il sociologo e l’ultrà, cit., p. 24.
126
riconoscimenti della stampa e della televisione a sancire lo
status dell’ultrà, che nelle cronache allarmate (per la violenza)
o in quelle di elogi (per le coreografie) trova sia quella
visibilità sociale altrimenti negata, sia la controprova
dell’avvenuto ribaltamento dei rapporti tra classi instaurato
nello stadio. Tuttavia gli effetti della comunicazione di massa
si manifestano soprattutto nell’ambito degli involontari
processi di fascinazione suscitati nei più giovani: quel che nelle
intenzioni vorrebbe essere un messaggio di condanna e di
rifiuto si trasforma spesso in una sorta di riconoscimento delle
capacità egemoniche (sia a livello militare che creativo) dei
gruppi ultrà, che affidano le proprie capacità di aggregazione
proprio a un’immagine aggressiva e “vincente” [...]
L’attenzione dei mass media, per quanto negativa, si trasforma
nell’immaginario ultrà in un oggettivo riconoscimento delle
doti e della valentia del singolo o del gruppo”115.
Nella maggior parte delle piazze il rapporto tra i direttivi delle
curve e i mass media continua ad essere frizionale, perché da
sempre caratterizzato da un dialogo sterile ed incomprensibile;
gli ultras vedono soprattutto nella pay-tv la maggiore causa
dell’avvento del cosiddetto “calcio moderno”, non più uno
sport ma solo un grande business, del quale il tifoso si sente
l’ultima componente in ordine d’importanza: “Perché se il
calcio è ridotto così male, sballottato fra fidejussioni false e
sentenze dei vari TAR, la colpa risiede nel fatto che sono stati
anteposti gli interessi economici alla passione sportiva, e
questo anche per l'avvento delle pay-tv. Senza considerare che
sono proprio queste ultime a stabilire gli orari delle partite, gli
anticipi del sabato ed i posticipi, per ridurre i tifosi di
qualunque squadra a robot in poltrona con telecomando
incorporato. I tifosi si ribellano a questo concetto, certe
sensazioni si possono provare solo allo stadio e non a casa
115
V. MARCHI, Conclusioni, cit., p. 264.
127
propria, ma al monopolio Sky questo non interessa, anzi,
rimanendo in salotto a gustarsi la partita con un tè non si
rischia di fare brutti incontri”116.
La citazione di Di Rita ci serve per comprendere bene lo stato
attuale delle cose: per gli ultras “combattere” il calcio moderno
significa tornare indietro nel tempo, tornare al calcio di una
volta, al calcio delle magliette numerate dall’uno all’undici, al
calcio da seguire allo stadio o per radio, con le partite tutte in
contemporanea la domenica, al calcio delle “bandiere”.
Ancora un articolo de “Il Megafono” ci aiuta a capire la netta
opposizione degli ultras al cosiddetto “calcio business”: “C'era
una volta... il calcio!!! No, non è una provocazione, ma la
cruda e triste verità. Ce ne vuole di coraggio a chiamare
“calcio” quello che una volta era il gioco più bello del mondo e
che adesso deve sottostare a logiche economiche, più di quanto
non abbia mai fatto. Il calcio di una volta sta morendo, al suo
posto il “football business”: pay-tv, pay-per-view, mercato
aperto tutto l'anno, numerazioni dall'uno al 99, fallimenti
societari, calciatori-bandiera “ammainati”, Zamparini che se ne
va dal Venezia al Palermo portandosi dietro l'intera squadra,
Juve-Parma (Supercoppa Italiana) giocata a Tripoli! Chi più ne
ha, più ne metta! Il caro e vecchio gioco del calcio si è da
tempo “imbastardito”, e se continua di questo passo il rischio
di un ulteriore peggioramento dell'attuale situazione è reale e
concreto. Gli ultras avevano già lanciato il grido d'allarme, si
erano resi conto che il pallone stava scoppiando e che il tifoso
stava velocemente diventando l'ultima ruota del carro: alle
società gli introiti che derivano dalla gente che va allo stadio
importano sempre meno, ciò che conta è l'accordo con le pay-
116
DI RITA, Palinsesto televisivo per un monopolio annunciato, in “Il
Megafono”, num 3, anno 2003.
128
tv, o magari gli sponsor o i punti vendita ufficiali, ma non il
tifoso che munito di sciarpa e bandiera versa i suoi venti,
quaranta o settanta euro. I soldi del tifoso sono, nella
maggioranza dei casi, granelli di sabbia nel deserto.
Dicevamo degli ultrà che avevano preso coscienza in anticipo
di una situazione ormai degenerata, sfuggita di mano un po' a
tutti, addetti ai lavori compresi, sempre più attenti solo al “dio
denaro”. Il sito degli AS Roma Ultras vede al suo interno, già
da tempo, il cosiddetto “Manifesto contro il calcio moderno”,
in cui vengono messi a nudo molti dei “mali” del mondo del
calcio. Non dovrebbe esserci neanche bisogno di spiegare che
il calcio allo stadio è un'esperienza unica per l'atmosfera e le
sensazioni che si respirano, per come si riesce a vivere in
simbiosi con i 22 in maglietta e calzoncini, con lo sguardo
calamitato sulla palla ed il cuore che batte forte per quei colori.
Le televisioni stanno mettendo a repentaglio proprio questa
visione romantica della partita di pallone, annullando o
quantomeno limitando la Componente - con la C maiuscola - di
questo bellissimo sport. Significative le parole di John King,
autore del libro “Fedele alla Tribù”: “A nessuna industria della
televisione sembra che interessi dei tifosi, ma senza l'urlo e il
movimento del pubblico il calcio sarebbe uno zero. E' una
storia di passione. Sarà sempre così. Senza la passione il
football è morto. Solo 22 uomini grandi e grossi che corrono su
un prato e danno calci ad una palla. Proprio una gran cagata. E'
la tifoseria che lo fa diventare una cosa importante”. I “signori
del pallone” dovrebbero leggere e rileggere la sopra citata
frase, impararla a memoria e riflettere, in modo da scoprire
quello che è il rispetto per il pubblico, senza il quale niente di
tutto ciò che ruota intorno al pianeta calcio avrebbe ragione di
essere117.
117
M. NATALINI, Benvenuti nel football business. Accendi il tuo
entusiasmo, spegni la tv!, in “Il Megafono”, num. 1, 2003.
129
La “Maratona” di Empoli in occasione di Empoli-Juventus
dello scorso 22 settembre 2002 ha esposto uno striscione il
quale recitava “Basta miliardi sponsor e televisioni, il calcio è
del popolo e non dei padroni”. E invece ogni anno il “popolo”
si ritrova - gli ultras in primis - a dover dibattere e
“combattere” contro un problema che solo chi va allo stadio
considera tale; per chi governa lo sport, invece, il calcio in tv è
semplicemente un modo per incrementare gli introiti e porre
fine alla spinosa questione del teppismo calcistico, come se chi
è follemente innamorato della propria squadra potesse essere
persuaso a non recarsi alla partita “perché tanto la danno su
Sky”.
Queste le parole, ovviamente di parte, che leggiamo sulla
rivista “il Megafono”; vediamo ora la posizione dei tifosi
romanisti in riferimento a questo discorso: “E' necessario che
tutte le tifoserie prendano coscienza di quello che la
Federazione Italiana Giuoco Calcio sta facendo, in
collaborazione con le multinazionali delle
teleradiocomunicazioni e con gli ingordi vecchiardi che
reggono la FIFA e l'UEFA. L'obiettivo dei potenti del calcio è
quello di creare un campionato europeo per clubs dove
troverebbero posto soltanto le squadre maggiori di ogni
nazione. Un campionato di questo tipo garantirebbe loro
enormi introiti televisivi ed anche stadi sempre pieni, perché
nelle grandi città la gente comunque affollerebbe gli stadi.
Ovviamente verrebbero sacrificate le squadre minori che non
hanno pubblico televisivo ed hanno scarso pubblico “da
stadio”. La lotta è quindi ormai tra pubblico televisivo (la
maggioranza) destinato ad aumentare e pubblico da stadio (la
minoranza) destinato a scomparire ovvero ad essere ridotto ad
elemento di contorno.
Non manca molto al giorno in cui il terreno verde del campo di
calcio sarà sponsorizzato e sulle tribune sarà vietato esporre gli
130
striscioni perché potrebbero coprire la pubblicità (vedi il nuovo
stadio dell'Ajax).
Cercheranno, anche da noi in Italia, di introdurre decine e
decine di “controllori del tifo”, come già avviene in nord
Europa, con l'obiettivo di impedire l'uso di bandiere troppo
grandi, di striscioni, di torce e “fumoni”.
Il tutto con la servile complicità dei mass-media che - diretti da
personaggi con interessi concreti nelle multinazionali e quindi
nel loro personale arricchimento - ormai, per un pugno dato
allo stadio, fanno un articolo a nove colonne.
E neppure manca molto al giorno in cui le maglie delle nostre
squadre (già, le maglie, l'ultima cosa che ci è rimasta) saranno
piene di sponsor, come le macchine di Formula Uno.
Il futuro è già stato deciso: è del tifoso moderato, quello che
vorrebbe seguire la propria squadra allo stadio come se fosse a
teatro. Quello che si lamenta se la bandiera per un secondo gli
ostruisce la visuale. Addirittura già esiste una normativa UEFA
che impone agli spettatori di stare seduti, cosa che già in nord
Europa si tenta di applicare. Per gli ultras non c’è più posto.
Non si vuole più un sostegno attivo ma quel tipo di
partecipazione che si può trovare in un teatro o in un cinema. I
signori non hanno capito che per gran parte di noi le nostre
squadre sono una fede, che i loro simboli ce li abbiamo tatuati
sulle braccia e che le loro maglie, per gente come noi,
rappresentano le nostre città. Tutte le curve del mondo
dovrebbero prendere concordemente (per una volta) iniziative
clamorose contro il calcio-industria”118.
Alcune iniziative per manifestare il proprio distacco
dall’attuale sistema-calcio, gli ultras le hanno organizzate: su
tutte ricordiamo le due manifestazioni, a Roma e Bologna,
nelle quali i gruppi ultras di tutta Italia si sono dati
118
Contro il calcio moderno, in [Link]. Per approfondimenti
il “Manifesto contro il calcio moderno” è riportato per intero in appendice.
131
appuntamento per difendere i valori del tifo organizzato.
Mentre la manifestazione di Roma del 4 aprile 2003 ha
significato un passo significativo, ma non ha fatto registrare la
partecipazione che ci si attendeva, a quella di Bologna del 19
giugno 2004 erano presenti ultras provenienti da tutte le
regioni d’Italia , in rappresentanza di 84 gruppi, per una
presenza numerica complessiva di 8.000 persone.
La maggioranza delle tifoserie ha scelto di indossare magliette
con slogan contro il calcio moderno, contro Sky e contro la
repressione e durante il corteo, gli ultras, hanno sfilato
portando tantissimi striscioni che sottolineavano i temi della
contestazione: “In marcia per la libertà degli ultras”, “Divisi
dai colori, uniti dai valori”, “Contro il calcio moderno, ultras
all'antica”, “Spegniamo la tv, accendiamo la curva”, “Boicotta
la pay tv”, “VOI rubate i soldi, incastrate la gente - NOI ultras
adesso, ultras per sempre”, “Ultras ultimo grido di libertà” e
ancora molti e molti altri cori e striscioni per ribadire il “no”
degli ultras a questo sistema-calcio, all’attuale gestione
fallimentare dello stesso e al proliferare di leggi speciali e la
conseguente repressione.
La passione dei tifosi, nonostante tutto, sopravvive ed è ancora
molto forte; i dati degli abbonati della stagione in corso
dimostrano che il vero tifoso risponde sempre e comunque
“presente”: non ci sono contratti televisivi che tengano,
l'appassionato non baratta le emozioni vissute in presa diretta
con nessuna offerta, nemmeno la più allettante, da parte delle
tv satellitari”119.
Il calcio appena rievocato è scomparso, secondo la mentalità
ultras, a causa dei troppi interessi economici che sono entrati a
far parte del sistema, primo fra tutti il potere della pay-tv: “La
tivù a pagamento ha snaturato il rito domenicale. I mass media
119
M. NATALINI, Benvenuti nel football business. Accendi il tuo
entusiasmo, spegni la tv!, cit.
132
ci sono sempre stati, è la pay per view che ha distrutto un certo
modo di vivere il calcio. Non ha scoraggiato gli ultras, gli ha
solo reso la vita impossibile per via delle partite di lunedì, di
martedì e via dicendo, agli orari più impensati”.
Per Fabio Massimo Splendore anche l’opposizione degli ultras
al “calcio moderno” è dovuta a motivazioni di carattere
economico: “Credo sia una contraddizione in termini, credo
che in questa opposizione ci sia la ricerca di un appiglio che
giustifichi lo spirito contestatore di cui si nutrono gli ultras e
per cui possono legittimare i loro gesti. La verità è che questo
sistema li danneggerebbe se si arrivasse in maniera più
generalizzata alle gestioni dei marchi solo dai parte dei club:
le famose cittadelle delle sport di cui parlano molti club (e
molto se ne parla a Roma) renderebbero necessario da parte
dei club, per riuscire ad esempio ad abbassare i prezzi dei
biglietti, l’avocazione a se stessi di tutte le attività commerciali
riferite alla società e alla squadra. In queste attività
commerciali spesso si trovano gli interessi dei gruppi ultras.
Credo che questo non sia l’unico nodo, ma sicuramente un
grande nodo nell’insoddisfazione che gli ultras manifestano
per questo calcio. Ma c’è dell’interesse concreto all’interno di
questo discorso”.
Proprio la pay-tv con le sue innumerevoli telecamere a bordo
campo e i media in generale, con tutta l’attenzione che
rivolgono al mondo del calcio, sono indispensabili per gli ultras
stessi per renderli ciò che sono: protagonisti di questo mondo.
Stiamo cercando di dire che se da una parte gli ultras
condannano duramente i media per il ruolo che attualmente
questi ultimi ricoprono nel sistema-calcio, e per l’immagine
che essi danno delle loro curve, dall’altra proprio gli ultras
hanno bisogno dei media stessi per rendere visibili le proprie
azioni, sia facendosi soggetti osservati tutte le domeniche, sia
133
rendendosi protagonisti in prima persona, conducendo, ad
esempio, trasmissioni radiofoniche o allestendo siti internet.
I mass media come cassa di risonanza, l’utilizzo di striscioni ad
uso di telecamere e fotografi, il rapporto con la carta stampata,
l’uso di internet e delle trasmissioni radiofoniche: anche il
fenomeno ultras, e non solo il calcio, è cambiato, forse
inconsapevolmente, all’interno dell’attuale “mondo mediato”.
Secondo Contucci, l’utilizzo dei media anche da parte degli
ultras spaventa “i padroni del calcio”: “Se è vero che internet
regola ormai la comunità al suo interno, facendo sì che i vari
gruppi possano “spiare” ciò che fanno gli altri praticamente
in tempo reale, è anche vero che una telecamera di Sky
raggiunge milioni di non-ultras, e quindi il messaggio
mediatico è assai più efficace. Molti gruppi, infatti, mettono
ben in vista striscioni contro il calcio moderno, tanto che la
telecamera – pur volendolo - non può non inquadrarli. Quello
che terrorizza il sistema calcio, che giudico rappresentato da
persone assolutamente amorali e corrotte, è proprio il fatto che
non si riesca ad impedire che i tifosi esprimano “visibilmente”
il dissenso, che conducano trasmissioni radio e televisive, che
scrivano su internet. Tutto questo per loro rappresenta una
spina nel fianco, proprio perché costoro sono liberi di dire
quel che pensano”.
Anche Splendore ammette che ci sono stati dei cambiamenti
del fenomeno ultras dovuto alle nuove forme di
comunicazione, ma il suo punto di vista è ben diverso: “Il
progresso, non solo la comunicazione, ha modificato il mondo
e tutti i processi che vi si muovono all’interno. Quindi anche
l’universo ultras, che ha sfruttato i mezzi di comunicazione
(almeno ha provato a sfruttarli) a proprio vantaggio, sia per
attività remunerative e utili a autogestirsi, sia per avere più
visibilità. E’ chiaro, ad esempio, come un episodio come quello
accaduto al derby romano di ritorno della stagione 2003-2004,
134
quello sospeso per la diffusione della falsa notizia di un
bambino investito da un mezzo della Polizia, con l’eco dei
media (e lì non tanto la stampa, quanto le immagini televisive)
è un episodio che nasce proprio come atto dimostrativo da
parte degli ultras, una manifestazione di forza in piena
regola”.
Alla stampa, in particolare, gli ultrà rinfacciano soprattutto
l’errore di avvicinarsi al loro ambiente con pregiudizio e
superficialità, cosa che ha portato molti gruppi importanti a
prendere posizioni di rottura. Se da un lato il mondo degli ultrà
è arrivato a farsi conoscere dentro la società, dall’altro la
disinformazione ne ha spesso distorto sia gli aspetti che i
contenuti, portando ad un livello di tensione di non facile
soluzione.
I gruppi ultras ripongono pochissima fiducia nei servizi
giornalistici, perché ritengono che i resoconti dei mass media
sono spesso unilaterali e tendono ad enfatizzare troppo gli
aspetti violenti e più negativi: “ Il giornalista non è un uomo
libero, perché risponde a un direttore. E il direttore risponde a
un gruppo politico. Il giornalista è un uomo limitatamente
libero. Lo stesso discorso vale per i media, ovviamente. La
prima cosa che faccio quando leggo un giornale è verificare
chi è il direttore. La vera libertà è – per ora - su internet”.
Per Fabio Massimo Splendore il motivo di tale sfiducia è molto
diverso: “Sono cambiati gli obiettivi del movimento ultras.
Hanno capito, hanno deciso, che scontrarsi tra loro non avesse
più troppo senso e che non desse risonanza. E allora il livello
dello scontro è stato alzato con i giornali e con le forze
dell’ordine. Conosco purtroppo personalmente colleghi
minacciati o aggrediti da movimenti ultras. Il fatto è che
trovarli ai campi d’allenamento favorisce il contatto e in
questo credo che dovrebbero essere più attente anche le
società. La mia esperienza personale nel periodo in cui ho
135
seguito la Lazio per il Corriere dello Sport, però mi porta a
dire che con gli Irriducibili della Lazio il mio è stato un
rapporto tranquillo. Con molti di loro parlavo, con uno dei
loro capi, Toffolo, scambiavo idee per sms. Da questo punto di
vista mi ritengo solo un fortunato”. E ancora: “Ci si chiede
sempre quale sia il confine tra il diritto di cronaca e
l’esaltazione che certe persone possono provare nel vedere le
loro gesta raccontate sui giornali. Ma il diritto di cronaca va
difeso sempre e comunque e probabilmente gli strumenti per
colpire l’esaltazione dei capi di certi gruppi dovrebbero essere
altri”.
Abbiamo chiesto agli ultras romanisti di darci la loro opinione
sulla categoria dei giornalisti e le risposte, come prevedibile,
manifestano un rapporto conflittuale tra le parti, visto che solo
una netta minoranza (11%) ritiene che “Quasi tutti svolgono
onestamente il loro lavoro.
11% 6%
19%
28%
36%
136
media mediante un contatto diretto. L’opinione che i tifosi
hanno dei giornalisti è quindi in contraddizione con il modo in
cui quest’ultimi trattano il teppismo calcistico. Il che è
comprensibile. Gli ultras possono infatti migliorare il loro
status se vengono descritti o intervistati personalmente dai
mass media oppure se si fa menzione della loro curva.
A conferma di quanto detto, possiamo prendere in
considerazione il già citato episodio dello striscione degli ultrà
laziali in favore di Arkan: “In questi giorni mi diverto un sacco
a leggere, vedere, sentire gli infervorati giudizi sul famigerato
striscione dei laziali dedicato ad Arkan. Penso proprio che tra
corsivi inorriditi, provvedimenti ministeriali, minacce di partite
sospese, i miei amici “Irriducibili” siano entusiasti del lavoro
compiuto. D’altronde per l’ultrà, come per il vip, vale una
celebre “regola”: “Purché se ne parli”. E anzi, per un gruppo
come quello laziale – forte, rispettato, tosto, schierato, “avanti”
– più la sua presa di posizione è dura, più viene
scandalisticamente rimarcata, e conseguentemente maggiore è
il prestigio che l’icona “Irriducibili” acquisisce. Roba da
entusiasmare i più quotati strateghi di marketing”120.
L’accanimento degli ultras, contraddittorio per un verso e
coerente con la loro mentalità per un altro, riguarda invece
quella parte dell’informazione che non riporta i fatti accaduti in
modo fedele: “I giornalisti devono pur giustificare in qualche
modo le cose che succedono, poi devono dare addosso a
qualcuno, allora danno addosso a noi. Come possono, come
può uno che non sa niente, che non c’era, che magari era
seduto in poltrona, giustificare dei ragazzi che si prendono a
botte? Dice: “Sono dei teppisti...”” 121.
120
R. GIRARDI, L’ultrà racconta, in “La Nazione”, 2 febbraio 2000.
121
D. SEGRE, Ragazzi di stadio, cit., p. 20.
137
Cosa pensi degli articoli di giornale riguardanti il
tifo nella tua città?
33% 19%
5%
4%
39%
Si accaniscono sui fatti di curva (incidenti, striscioni..)
"Gonfiano" le notizie sia nel bene che nel male
Omettono certi fatti
Parlano poco di noi
Altro
122
SEVE & CLAUDIO, Il gruppo, cit., p. 138.
139
140
3.7 Vecchie e nuove forme di comunicazione: dai
fanzines a Internet
142
in tv che il calo degli spettatori è colpa esclusiva della violenza
di certi tifosi, dimenticando - forse colpevolmente - l'incidenza
del caro biglietti ed il problema delle partite giocate in giornate
ed orari impossibili. In quanti vanno allo stadio il venerdì ed il
lunedì sera? Ed in quanti rimangono a casa per evitare ghiaccio
e nebbia durante i posticipi serali d’inverno? Stanchi di sentire
invocare, da chiunque si pavoneggi in tv, nuove leggi speciali
(già ne sono state fatte tre e non hanno risolto nulla), tolleranza
zero e repressione selvaggia per sconfiggere la violenza negli
stadi. Stanchi di vedere quegli stessi personaggi minimizzare
invece su altre "piccole" magagne di questo mondo, quali i
conti in rosso ed i bilanci poco chiari delle società, le partite
truccate, i passaporti falsi, il doping, le risse tra i giocatori e
quelle tra i presidenti, le trasmissioni fatte apposta per alzare il
livello di tensione scatenando veleni e polemiche.
Stanchi di chi blatera di sicurezza negli stadi riferendosi
solamente a misure atte a reprimere, contenere ed ingabbiare i
tifosi, e non dice niente sulla pericolosità, per gli spettatori, di
alcune di queste misure, ormai vetuste e superate. Ci si riferisce
in particolare ai fossati, che nel corso degli anni hanno mietuto
decine e decine di vittime tra i tifosi. Stanchi di un sistema che
si disinteressa completamente delle esigenze dei tifosi - unico
reale patrimonio di questo sport - facendo anzi di tutto per
trasformarlo in cliente danaroso da spennare e spesso da
fregare, trattando il calcio come un qualsiasi prodotto da
vendere, e non anche come uno sport che possiede una forte
valenza sociale e radici culturali profonde da preservare.
Stanchi di tutto questo, un gruppo di persone/tifosi/ultras,
supportati da Progetto Ultrà, ha deciso di fondare "il
Megafono", un misto tra fanzine e rivista, che intende dar voce
alle esigenze ed ai bisogni dei tifosi, vale a dire di coloro che
da questo sistema sono messi troppo spesso ai margini.
Il MEGAFONO è uno spazio contro il modo attuale di
143
intendere e gestire il calcio, ma è anche e soprattutto un
laboratorio d'idee e proposte alternative per promuovere un
calcio più a misura di tifoso. E' un tentativo, insomma, di
RIPRENDERSI IL CALCIO”124.
Il Megafono viene redatto da un gruppo di persone che vive
l’esperienza dello stadio e della curva in modi diversi e tenta di
trasferire tale apertura e varietà di vedute sulle pagine della
rivista, cui si affiancano spesso collaboratori esterni (ultras,
tifosi, giornalisti ed esperti) che contribuiscono con articoli,
idee, foto e quant’altro ancora. La rivista ha così suscitato
risposte decisamente positive e notevole interesse sia nelle
curve che tra gli addetti ai lavori.
Il Megafono nasce all’interno di quel movimento che prende il
nome di Progetto Ultrà, il quale opera nel settore del tifo
sportivo e nasce nel 1995 all'interno dell'U.I.S.P. (Unione
Italiana Sport per Tutti) dell'Emilia-Romagna con due obiettivi
di fondo: difendere la cultura popolare del tifo e limitare la
violenza e l’intolleranza attraverso un lavoro di tipo sociale
rivolto ai tifosi e portato avanti insieme a loro.
Per poter lavorare in queste direzioni, sin dalla nascita Progetto
Ultrà si avvale di risorse proprie o di contributi pubblici
ottenuti attraverso la presentazione di progetti a bandi o
capitoli di spesa stanziati sulle leggi per l'aggregazione
giovanile, lo sport, la lotta alle discriminazioni, la cultura ecc.
Progetto Ultrà è inoltre partner e socio fondatore dei networks
europei F.A.R.E. (Football Against Racism in Europe) e F.S.I.
(Football Supporters International).
Con il passare degli anni, la struttura di Progetto Ultrà si
sviluppa in maniera più articolata e vede delinearsi vari ambiti
d'intervento. Da un nucleo di contatti e relazioni inizialmente
più ristretto e circoscritto geograficamente, i rapporti con i vari
124
Il Megafono,“Lettera aperta ai "signori del calcio" (... ed ai loro
amici)”, n. 1, 2003.
144
gruppi Ultras e di tifosi aumentano notevolmente sia in Italia
che all'estero. Parallelamente, aumentano anche i contatti e le
collaborazioni con enti ed istituzioni locali nazionali ed
internazionali. Gli ambiti d'intervento sono di conseguenza in
costante mutamento, ma si modellano principalmente in quanto
segue.
L'Archivio sul Tifo raccoglie e cataloga materiale da tutto il
mondo: libri, fanzines, riviste, tesi di laurea, foto, rassegna
stampa quotidiana sul tifo e sullo sport, materiale autoprodotto
dai gruppi, documentazione su culture giovanili, violenza,
razzismo. Attualmente l'archivio raccoglie più di 19.000 titoli
fra libri, fanzine, video, tesi di laurea, ecc. e più di 10.000 foto
che raccontano la storia del tifo.
La sezione specifica sugli episodi di razzismo avvenuti nel
mondo dello sport e sulle iniziative di carattere antirazzista in
Italia e in Europa, creata nel 2000, si arricchisce notevolmente
di anno in anno, ed è arrivata a comprendere oltre 500 titoli.
Si tratta di un patrimonio davvero unico nel suo genere, sia in
Italia che in Europa, una fonte di informazioni inestimabile per
studiare e comprendere il fenomeno sociale del tifo organizzato
e la passione sportiva più in generale. Testi altrimenti
introvabili, quindi, libri autoprodotti non in commercio,
rassegna stampa: l'Archivio sul Tifo consente ai suoi utenti di
reperire le risorse necessarie per affrontare ricerche su queste
tematiche. Proprio per questo sono sempre di più gli studenti
ed i professionisti del settore che frequentano l'Archivio: circa
30 laureandi si presentano più volte ogni anno, ma sono molti
anche i giornalisti o i ricercatori che contattano l'archivio in
cerca di informazioni. Più in generale, l'Archivio viene ad
essere un vero e proprio Osservatorio sul mondo del tifo,
tramutandosi spesso in luogo di incontro, di lettura e di ricerca
per ultras e tifosi stessi, oltre che per gli studiosi del settore. Si
trasforma quindi in uno spazio in cui discutere di calcio e di
145
tifo, in cui visionare video e materiale, o anche preparare
volantini e fanzines da distribuire poi alla partita, coinvolgendo
così in maniera attiva gli Ultras di diverse squadre.
Anche grazie a queste peculiarità del suo archivio, Progetto
Ultrà ha potuto sviluppare ricerche o articoli su varie tematiche
legate a questo ambito (storia del movimento ultrà in Italia e in
Europa, violenza nel calcio, business e commercializzazione,
discriminazioni nello sport, accoglienza dei tifosi all'estero,
ecc.). Gli ultimi contributi, ad esempio, uno sulla storia degli
ultras in Italia, uno sulla rete FARE, sono stati pubblicati nel
numero di ottobre 2004 dei "Quaderni di Sociologia".
Dalla fine del 2001, inoltre, è online il sito web del Progetto
Ultrà: [Link]. Vi si trovano diverse sezioni
specifiche a seconda delle aree tematiche trattate (diritti e
doveri dei tifosi, commercializzazione nel calcio, attività
contro il razzismo, ecc.) ed è possibile svolgere una ricerca su
tutto il materiale presente in archivio attraverso l’apposito
motore di ricerca. Il sito viene aggiornato quotidianamente
tramite le news, ed è frequente l’inserimento di nuove sezioni
e di materiali utili per tifosi, studiosi e giornalisti. Nel 2004 il
sito ha avuto una media di accesso giornaliera di 150 visite e
in un anno ha oltrepassato i 6 milioni di contatti.
Una delle funzioni principali di Progetto Ultrà è quella di porsi
come luogo di comunicazione e confronto, tra le varie
componenti dell'aggregazione spontanea (gruppi di ultras anche
rivali) come tra ultras e istituzioni. Per questo, quando è
possibile e richiesto dalle parti, cerca di fungere da mediatore:
sia tra gruppi Ultras tra i quali sono nati contrasti che
potrebbero degenerare ulteriormente, sia tra gruppi ed
istituzioni o forze dell'ordine per cercare di risolvere particolari
situazioni ed impedire che si inneschino pericolose tensioni.
Proprio con questa finalità nel corso degli anni si sono formate
persone, conosciute e rispettate all'interno della curva stessa,
146
capaci di svolgere quel lavoro di mediazione spesso necessario
specie nelle cosiddette partite "a rischio".
Oltre che in occasione delle partite, il lavoro di mediazione dei
conflitti consiste anche nel cercare di instaurare un rapporto
profondo e duraturo con i singoli ragazzi e nel valorizzare le
risorse presenti in curva dando spazio alla creatività degli
Ultras, singolarmente e come gruppo. L'Archivio in questo
senso è decisamente utile, come detto, ma anche dar vita a
particolari attività in cui i ragazzi possano essere coinvolti,
contribuisce a far crescere ed a far riflettere su determinate
tematiche.
Nel 2001, ad esempio, il Progetto Ultrà ha collaborato al
progetto "Shooting your area. La doppia visione", il laboratorio
cinematografico creato all'interno dello stadio Dall'Ara di
Bologna dalla regista bolognese Enza Negroni e finalizzato alla
realizzazione di mediometraggi scritti, diretti e interpretati
dagli stessi tifosi.
Un particolare ambito di intervento di Progetto Ultrà, sempre
legato alla mediazione dei conflitti, si sviluppa sul piano
internazionale nel sostegno ai tifosi che seguono la propria
squadra o la Nazionale all’estero. Gli Europei del 2000 in
Belgio e Olanda hanno visto per la prima volta concretizzarsi
strutture di supporto per i tifosi autonome ed indipendenti,
chiamate Fans Embassies. Progetto Ultrà ha organizzato la Fan
Embassy italiana, garantendo un servizio di strada nelle città in
cui giocava la Nazionale, in modo da fornire assistenza ai tifosi
in merito a reperimento biglietti, alloggio, informazioni e
risoluzioni di particolari problemi. Nel 2002 si è consolidato il
rapporto di collaborazione con alcune associazioni europee
simili al Progetto Ultrà (KOS in Germania, Football Supporters
Federation in Inghilterra, Eurosupport in Olanda) tanto da
costituire una rete chiamata F.S.I. (Football Supporters
International), con lo scopo di organizzare in maniera sempre
147
più sistematica e completa tali strutture di supporto e
mediazione.
Oltre a eventi speciali come possono essere le competizioni
internazionali, il lavoro di Progetto Ultrà si sviluppa
quotidianamente all'interno delle curve e in costante
comunicazione con esse. Pubblicazione e divulgazione di
materiale informativo sui diritti e sui doveri dei tifosi e sugli
eccessi del business nel mondo dello sport; presentazione di
esperienze e proposte alternative anche riprese da contesti
esteri; organizzazione di incontri tra tifoserie su tematiche
specifiche (leggi speciali, carobiglietti, ecc.); coordinamento
e/o sostegno per iniziative a difesa della cultura popolare del
tifo (contro la criminalizzazione del tifo organizzato e contro
l'eccessiva commercializzazione del calcio). Il rapporto con
molte tifoserie è quindi costante, ci si confronta spesso, e
Progetto Ultrà si trova ad essere spesso nella posizione
privilegiata di anello di congiunzione tra gruppi, anche rivali,
per cercare di unire le forze in varie iniziative. Anche in caso di
problemi o di particolari esigenze, sono gli stessi gruppi a
mettersi in contatto con il Progetto Ultrà per discuterne o
chiedere consigli. Nel 2001, in seguito all'approvazione della
legge speciale 377/01 in merito alla violenza da stadio, si è
realizzato "377/01 Istruzioni per l'uso. Manuale di
sopravvivenza per i tifosi", una pubblicazione composta in
collaborazione con un pool di legali e dall'approccio
immediato, grazie anche alla presenza di vignette spesso
ironiche, tesa ad informare sulle novità introdotte dalla legge
ed a spiegare in maniera semplice norme e diritti per i tifosi. Il
Manualetto è stato distribuito a moltissime tifoserie e reso
disponibile a tutti attraverso il sito web. Alla fine del 2003 si è
poi prodotto un aggiornamento del Manualetto che
considerasse le modifiche introdotte dal nuovo Decreto Legge
(24 febbraio 2003, n° 28), allegato in primo luogo alla rivista
148
"Il Megafono" e immediatamente disponibile on line. Tra le
tante iniziative portate avanti da Progetto Ultrà nelle curve si
può infine ricordare anche la campagna contro lo strapotere
dilagante delle pay-tv "Noi la Faccia non la mettiamo", lanciata
nell'ottobre 2002 con una provocatoria raccolta di firme tesa a
diffidare le tv dall'utilizzo delle immagini delle curve, per far
capire che le curve sono parte integrante e fondamentale dello
spettacolo offerto da una partita di calcio, e non semplici
spettatori.
Altro aspetto fondamentale è il tentativo di informare e
sensibilizzare l'opinione pubblica sul mondo del tifo
organizzato, cercando di fornire una lettura meno superficiale
del fenomeno e di affiancare all'immediata semplificazione
"ultras = violenza" altre immagini e altri punti di vista. In
questo senso Progetto Ultrà è probabilmente il principale
referente nazionale per media e istituzioni per quanto concerne
il tifo organizzato. Progetto Ultrà si impegna quindi
costantemente nell'organizzazione di incontri e lezioni nelle
scuole, convegni o seminari, nella realizzazione di eventi come
mostre sul tema o di filmati, nella produzione di articoli e
saggi. Viene spesso contattato, inoltre, dai vari media per
interviste e commenti su particolari situazioni che possono
venire a crearsi. A livello macro-istituzionale l'obiettivo è
spostare l'approccio dominante per quanto riguarda il tifo
organizzato da un piano che considera tale fenomeno
unicamente come problema di ordine pubblico ad uno che lo
concepisce in maniera più profonda come un fenomeno sociale
che può generare sì violenza, ma che sviluppa quotidianamente
socialità e aggregazioni profonde. A livello locale, ci sono
realtà e istituzioni interessate a sperimentare e dar vita a nuovi
progetti/approcci per quanto concerne il tifo calcistico e
l'aggregazione giovanile in generale. Progetto Ultrà, vista la
sua posizione e la sua unicità, si trova ad essere spesso
149
referente primario nella programmazione e nella realizzazione
di tali iniziative. Negli ultimi tempi, in particolare, si sta
proponendo una serie di moduli nelle scuole: sulla lotta alle
discriminazioni e sui valori etici dello sport da un lato, sulla
rilevanza del tifo nell'aggregazione giovanile degli ultimi
decenni dall'altro. Dalle prime esperienze in alcuni istituti medi
superiori si è potuta riscontrare una risposta generalmente
positiva ed un notevole interesse da parte dei ragazzi coinvolti,
il tutto nella direzione di un apprendimento e di una più
profonda conoscenza del fenomeno. Durante le lezioni si cerca
infine di far intervenire alcuni Ultras locali per permettere un
confronto e un dialogo aperto e costruttivo, mentre i temi
emersi dagli incontri vengono raccolti in una fanzine realizzata
dagli stessi ragazzi.
Il Progetto Ultrà, infine, è socio fondatore della Rete europea
F.A.R.E. (Football Against Racism in Europe), una rete di
organizzazioni e associazioni europee impegnate contro le
discriminazioni nel mondo del calcio, che ogni anno organizza
seminari d'incontro internazionali, attività di informazione ed
iniziative comuni. Fra le varie iniziative promosse dalla rete
FARE, ogni anno viene organizzata la Action Week -
Settimana d'Azione Antirazzista Europea. Questa iniziativa,
sostenuta ufficialmente dalla UEFA nel 2004 con il
coinvolgimento delle squadre della Champions League,
coinvolge società calcistiche, tifoserie e tutte le associazioni
che si occupano di lotta al razzismo ed alle discriminazioni.
Evento principe della rete FARE sono comunque i Mondiali
Antirazzisti, manifestazione ideata nell'ormai lontano 1997 da
Progetto Ultrà, in collaborazione con Istoreco, da un'idea molto
semplice ma dimostratasi poi efficace e vincente: organizzare
una vera e propria festa che vedesse il coinvolgimento diretto e
la contaminazione fra realtà considerate normalmente
contrastanti e contraddittorie, quella dei gruppi ultrà, spesso
150
etichettati come razzisti, e quella delle comunità di immigrati.
Si è fatta molta strada dalla prima edizione dei Mondiali, nati
quell'anno con 8 squadre e un'ottantina di partecipanti. La
formula che ha voluto coniugare calcio non competitivo, tifo e
colore sugli spalti, concerti di trend musicali eterogenei, in
un'esperienza di vita comune in campeggio, è risultata di per sé
vincente. Tant'è che il numero di partecipanti e delle squadre è
aumentato in maniera esponenziale fino all’edizione del 2004,
che ha fatto registrare l’iscrizione di 168 squadre e 6.000
persone.
Ultras sempre più protagonisti, quindi, come per dimostrare
che il sistema-calcio può far di tutto per allontanarli dagli stadi,
ma loro ci sono sempre, anzi, cercano nuovi strumenti per far
sentire la propria voce; la nuova frontiera, per la verità ormai
abbondantemente esplorata, si chiama Internet. Popolano la
Rete i siti dei gruppi ultras: un florilegio di fotografie, annunci,
inni e cori. Dalla A alla C, non c'è curva che non abbia un
proprio sito Internet. Sia ufficiali, gestiti cioè direttamente dai
gruppi, sia amatoriali. Internet è una comunità virtuale che
riunisce i supporters delle squadre di calcio di tutto il mondo.
Gli ultras del 2000 comunicano anche così. Sfruttando la
tecnologia e gli immensi spazi offerti dalla Rete che si
trasformano in un rapido modo per conoscere e farsi conoscere:
“Internet ha in parte rivoluzionato la comunicazione anche nel
mondo del tifo. Ormai tutti i gruppi ultras sono in contatto tra
loro. Negli anni ’80 era impensabile conoscere un milanista,
un doriano, un veronese. Ora si è creata la comunità ultras,
che trascende i singoli gruppi, pur essendo assai litigiosa,
ovviamente, al suo interno”.
Almeno per quanto riguarda Internet, Splendore è d’accordo
con Contucci e aggiunge: “L’uso di internet credo che abbia
inciso non solo nella diffusione del movimento e dei suoi
principi ispiratori, ma anche nella divulgazione di certe
151
attività commerciali; penso agli Original Fans che vendono
maglie e gadgets della Lazio, gestiti dal gruppo Irriducibili”.
Il fulcro dell’attività in Rete è il collegamento e lo scambio di
informazioni e di opinioni tra i tifosi on line attraverso gli spazi
comunicativi delle mailing lists, dei messaggi settimanali
distribuiti a tutti gli iscritti dei vari siti e degli incontri in chat.
Soprattutto la mailing list è un formidabile strumento di
aggregazione perché permette di mantenersi in contatto con
centinaia di destinatari spedendo un unico messaggio. Una
mailing list, infatti, è un indirizzo elettronico al quale si
mandano messaggi che vengono automaticamente rispediti a
tutti gli iscritti alla lista e dal quale si ricevono, attraverso la
stessa procedura, i messaggi degli altri iscritti; uno strumento
che assicura freschezza ed immediatezza di informazioni. In
ogni mailing list si discute di tutto ciò che riguarda una squadra
ed i suoi tifosi: si possono discutere le scelte del tecnico, la
campagna acquisti, offrire o cercare un passaggio per una
trasferta, trovare una videocassetta di una certa partita che si
vuole rivedere, incontrarsi per scambiarsi del materiale sulla
propria squadra del cuore. La mailing list di un sito ultras,
perciò, non solo permette ad ogni iscritto di scambiare opinioni
e commenti con altri tifosi, ma rende anche possibile nuove
forme di aggregazione. Entrare in un sito ultras vuol dire far
parte di un gruppo, trovare tante persone in giro per il mondo,
diverse ma tutte unite dalla comune passione per una squadra
di calcio. Attorno a ogni centro di aggregazione ruotano infatti
tante iniziative quali concorsi, sondaggi, collegamenti con i
media, contatti tra organizzazioni di tifosi, commenti alle
partite, news, FAQ, striscioni e gadgets dei club
d’appartenenza e infine (per chi può) riunioni per le partite e i
dopopartita.
Lo schema seguito dai webmaster curvaioli è simile. Sezioni
dedicate alle foto del gruppo, al racconto delle trasferte, alla
152
vendita del materiale, ai cori della curva, alle immagini da
scaricare. Una sezione poi ha fatto la sua comparsa in tutti i
siti, quella dedicata alla “repressione delle forze dell'ordine”. In
Rete ci sono i consigli da seguire in caso di arresto o di diffida,
un vero e proprio manuale dei diritti degli ultras. Poi c'è “Il
Muro”, sezione dedicata ai messaggi in cui si sfogano gli umori
curvaioli. A leggerli sembra di essere in presenza di una
moltitudine di sanguinari teppisti. Insulti e minacce si
sprecano. Gli appuntamenti per risse anche. Il più delle volte
però sono solo parole: “Chi veramente fa casino allo stadio,
non perde tempo a scrivere sul muro - giura un webmaster
curvaiolo - Il problema è che la polizia li legge e noi ci
troviamo nei guai per le cavolate scritte da quattro ragazzini
esaltati”. Non a caso ci sono gruppi che filtrano i messaggi per
evitare che i muri diventino un susseguirsi di insulti e minacce.
La presenza di un “moderatore”, cioè una figura che funge da
filtro scegliendo, se necessario, quali messaggi eliminare e, nei
casi estremi, che utenti espellere (nel caso non seguano
un’etica di comportamento stabilita), è necessaria nelle chat,
particolarmente degne d’attenzione, perché rappresentano
un’interessante novità nel “panorama ultras”. Le chat
permettono a diverse persone, nel nostro caso tifosi, di entrare
in contatto tra loro e discutere riunendosi in una “stanza
virtuale”, facilitando il contatto e lo scambio di opinioni;
questo attualmente è molto importante perché molti gruppi
ultras, anche di diversa fede calcistica, sono in stretto e
costante contatto per portare avanti cause comuni.
La panoramica sui siti del tifo organizzato potrebbe durare ore.
Basta digitare la parola ultras su di un qualsiasi motore di
ricerca e si apre una lista smisurata. A Roma sono due i siti
principali: quello curatissimo degli Asr Ultras sulla sponda
giallorossa e quello degli Irriducibili Lazio, sul versante laziale.
Ci sono poi i siti generalisti, non riconducibili cioè ad un
153
gruppo: “Tifonet”, “Ultras Inside”, “Mentalità ultras”. Dentro
si trova un collage del panorama curvaiolo italiano. Infine, per
gli amanti di cronache e foto di tafferugli bisogna saltare in
Inghilterra. In un sito che si chiama “View from the terrace” si
trova la rassegna completa e aggiornata di tutti gli incidenti tra
tifosi di tutta Europa.
154
CAPITOLO 4
Il problema della violenza
156
4.1 La violenza negli stadi
125
A. ROVERSI, Calcio, tifo e violenza, cit.
126
V. MARCHI, Conclusioni, Ultrà. Le sottoculture giovanili negli stadi
d’Europa, cit.
157
Taylor individua un altro motivo che spinse i supporters
britannici ad adottare comportamenti violenti: “Il teppismo
calcistico è in realtà un movimento di resistenza dei tifosi più
tradizionali di fronte ai cambiamenti intervenuti nel secondo
dopoguerra nel mondo del calcio. Con “processo di
internazionalizzazione” s’intende l’introduzione dei tornei
internazionali su larga scala e la nascita di sempre più nuove
competizioni nazionali, che fanno venire meno uno dei
principali motivi di divertimento e interesse agli occhi dei
vecchi tifosi e cioè la competizione con le comunità vicine e
rivali. In sostanza si crea una frattura tra mondo del calcio e
mondo dei tifosi, i quali si trovano alienati di un bene per loro
molto prezioso. Ed è dal conseguente senso di frustrazione per
la scomparsa di un modo di essere del calcio che sentivano
come proprio e dall’incapacità di accettare passivamente dei
processi che investono il loro forte legame con i colori del
proprio team che nasce, come reazione il teppismo
127
calcistico” .
Con gli anni Settanta il modello ultras inizia a manifestarsi in
termini attuali, e la sottocultura hooligan inizia a trovare un
riscontro oltre Manica, influenzando profondamente le tifoserie
di tutta Europa. I gruppi ultrà che si sono ispirati alle “gesta”
dei tifosi inglesi sono senza dubbio numerosi, com’è accaduto
ad esempio in Svezia: “Il movimento ultrà fa la sua comparsa
nel 1977 on la nascita della Black Army, gruppo di sostenitori
dell’AIK Stoccolma (per molti anni unico gruppo ultrà del
paese) che si rifà apertamente al modello inglese. Il loro leader
Paul Sodemark entra in contatto con gli hooligans inglesi,
127
I. TAYLOR, Soccer Consciousness and Soccer Hooliganism, cit., pp.
143 sgg.
158
recandosi spesso in Gran Bretagna per imparare le principali
strategie di guerriglia adottate negli stadi britannici”128.
Il “fascino” dei supporters inglesi contagiò ben presto pure la
Francia: “I primi problemi legati alla violenza nel calcio si
manifestano nel 1984, anno in cui la Francia ospita i
campionati europei di calcio. I boneheads parigini provarono
un insano desiderio di “misurarsi” con quelli che vengono
considerati i Campioni del mondo del teppismo calcistico,
ossia gli inglesi”129.
Uno dei pochi paesi a non essere intaccato dalla mentalità
inglese è invece la Danimarca, grazie ai suoi correttissimi
rooligans: “La Danimarca costituisce una nazione modello
nell’ambito delle tifoserie europee [...] Il termine rooligan è un
incrocio del termine Rolig (tranquillità) e il sostantivo inglese
hooligan, dando dunque origine a una nuova parola, simpatica
e significativa, che indica quei supporters che rifiutano a priori
la violenza”130.
Per il resto, invece, dobbiamo registrare un alto tasso di
comportamenti violenti, a cominciare da un paese
calcisticamente turbolento come la Grecia, dove il movimento
ultrà rivendica con fierezza la propria aggressività.
C’è un altro paese in cui il clima all’interno degli stadi non è
mai stato dei più tranquilli, cioè l’ex Jugoslavia, dove le
rivalità calcistiche passano in secondo piano e la violenza
assume una valenza di scontro etnico: “Si potrebbe dire che il
tifo calcistico violento sia stato in Jugoslavia la via più idonea
per realizzare il trasferimento di tensioni e frustrazioni
128
F. BRUNO, Il movimento ultrà nell’Europa continentale, cit., pp. 110-
111.
129
Ivi, p. 123.
130
B. PEITERSEN, Roligan. Un modo di essere dei tifosi danesi, in A.
Roversi (a cura di ) Calcio e violenza in Europa, cit., p. 171.
159
massicce sempre crescenti, prodotte dalla crisi, dal piano
sociale al piano nazionale ed etnico, fissandosi peraltro
esclusivamente, in modo naturale e molto forte, proprio su
gruppi nazionali ed etnici specifici e prescelti”131.
Più simili agli hooligans inglesi, gli ultras tedeschi nei loro
atteggiamenti violenti mischiano motivazioni politiche e
campanilistiche: “L’essere “tanto temuti” spinge ancora più
giovani a seguire in modo aggressivo le sorti della nazionale,
molto più di quanto non abbia fatto in precedenza. Gli ultrà
tedeschi, sempre più legati alla propria nazionale e al verbo
neonazista, iniziano ad autodefinirsi Hools e a costituire una
sorta di supergruppo in cui confluiscono ultras di tutto il paese,
pronti a dimenticare le rivalità cittadine in nome di un
nazionalismo esasperato”132.
Alcune ricerche effettuate nei Paesi Bassi, invece, hanno
individuato tra le cause del teppismo degli ultras, la ricerca di
attenzione nei loro confronti: “Le informazioni date prima della
partita possono incentivare il teppismo. Anche l’accenno al
fatto che sarà presente un numero più elevato di forze di polizia
può funzionare da incentivo, giacché tutti penseranno che sta
per succedere qualcosa di importante”133.
Passiamo ora al nostro paese, coinvolto come molti altri in
questa spirale di violenza che non accenna a diminuire. Il
clamore, a volte comprensibile e a volte esagerato, suscitato
dagli episodi di teppismo è tale che altri fenomeni di
maggiore gravità rischiano di passare in secondo piano: “La
violenza calcistica ha causato tra i giovani molto meno vittime
131
S. VRCAN, Dal tifo aggressivo alla crisi del pubblico calcistico: il caso
jugoslavo, in “Rassegna Italiana di Sociologia”, n. 1, 1992.
132
F. BRUNO, Il movimento ultrà nell’Europa continentale, cit., p. 91.
133
H. van der BRUG, Il teppismo calcistico in Olanda, in A. Roversi (a
cura di), Calcio e violenza in Europa, cit., p. 130.
160
di ogni singolo sabato sera “automobilistico”, per non parlare
poi del costo in vite umane legato al consumo d’eroina. Pur
dunque non rappresentando la prima e più importante “piaga
giovanile” dell’attuale società il movimento ultrà riesce a
“catturare” l’attenzione dei mass media come nessun’altra
manifestazione turbolenta giovanile estranea alla sfera della
politica. Questa sorta di “supervisibilità” è dovuta
fondamentalmente a due fattori: la vasta cassa di risonanza che
caratterizza in Italia l’evento calcistico e l’incapacità di
analizzare le differenti forme e peculiarità della “violenza
ultrà”, ove si mescolano scontri rituali, in qualche modo
“autoregolati”, e veri e propri raptus di violenza omicida, che
vanno oltre ogni possibile distinzione di ruolo e contesto”134.
Questa piaga ha da sempre caratterizzato le partite di calcio, fin
dagli anni Trenta e Quaranta, quando c’era la pratica
dell’invasione di campo e città intere insorgevano per una
retrocessione. Possiamo quindi affermare che non è cambiata la
violenza, ma la sua matrice, la sua forma, diventata sempre più
vandalica, gratuita, sempre più lontana insomma dalla vera
“mentalità ultras”, quella che si basa sulle “sane” scazzottate e
che non ammette né l’utilizzo di armi né la pratica di atti
“vigliacchi” quali le imboscate e le sassaiole.
La violenza calcistica aumenta d’intensità dalla prima metà
degli anni Cinquanta e la stampa inizia ad indicare questi
episodi come sfoghi di irrazionalità che hanno come
protagonisti persone che perdono ogni capacità di giudicare
con distacco ciò che accade davanti ai loro occhi e si
abbandonano alla propria tensione interna.
Le guerriglie da stadio diventano una costante allorché in Italia
compaiono, negli anni Settanta, i primi gruppi ultrà, che mal si
adattano al cliché della tifoseria tradizionale, e ciò non tanto
perché si caratterizzano come portatori di forme inedite e molto
134
V. MARCHI, Italia 1900-1990: dal supporter all’ultrà, cit., p. 205.
161
più vistose di tifo, quanto perché tendono ad esibire un
atteggiamento sistematicamente aggressivo nei confronti degli
analoghi gruppi avversari.
La già citata morte di Vincenzo Paparelli il 28 ottobre 1979
segnò definitivamente il consolidamento della violenza e
rappresentò il primo (e, purtroppo, non unico) fatto di cronaca
nera accaduto all’interno di uno stadio. Il caso Paparelli diede
luogo, di conseguenza, alla prima forma di repressione su vasta
scala del fenomeno ultrà definito “fenomeno socialmente
deviante”. L’ondata di repressione costrinse molti gruppi a
cambiare nome, a mimetizzarsi, a vivere in clandestinità.
In relazione a questo argomento gli ultras romanisti giudicano
come “Tragici incidenti” (45%) o comunque “Episodi
evitabili” (25%) gli eventi luttuosi accaduti negli anni in alcuni
stadi, ma non vogliamo sottovalutare la gravità della risposta
“Sono episodi inevitabili (violenza cronica)” (11%).
11% 4%
15%
45%
25%
135
A. ROVERSI, Calcio, tifo e violenza, cit., p. 53.
136
V. MARCHI, Italia 1900-1990: dal supporter all’ultrà, cit., p. 212.
163
della faccia “malata” della nostra società sia dell’esasperazione
in seno allo stesso gioco del calcio, un calcio sempre più tattico
e muscolare, sempre più legato al risultato, alla produzione, un
calcio che sta perdendo ciò che lo fece amare.
Per quanto riguarda, invece, la relazione che talvolta lega la
partita in campo e i comportamenti violenti degli ultras, Marchi
scrive che “la violenza nel calcio è strettamente legata
all’andatura del gioco e della partita: segue dunque degli
schemi precisi, una sorta di “mappa dei momenti a rischio” che
consente di individuare preventivamente gli scenari di
possibili esplosioni di violenza. L’importanza della partita ai
fini della classifica rappresenta in questo contesto il primo e
principale potenziale meccanismo d’innesco della violenza:
una decisione arbitrale considerata ingiusta, un gol considerato
irregolare, un comportamento poco convincente della propria o
dell’altra squadra possono scatenare forti carichi emotivi pronti
a esplodere in atti di vandalismo e di turbolenza”137.
Gli ultras romanisti sembrerebbero contraddire questa tesi
perché solo il 7% di loro pensa ci sia un legame tra gioco in
campo e zuffe sugli spalti, mentre la maggior parte (34%) ha
risposto che non necessariamente esiste un legame tra la
partita, il tifo e gli scontri tra ultras. Una certa contraddizione
scaturisce però dal fatto che coloro che considerano i tre
elementi (gioco, tifo, zuffe) “assolutamente consequenziali” e
coloro che invece li ritengono “concetti ben separati” hanno
entrambi riportato gli stessi valori percentuali (22%). Viene
considerata verosimile, invece, la relazione tra il gioco in
campo e il tifo (15%), perché, anche se il tratto distintivo del
tifoso ultrà è quello di sostenere la propria squadra sempre e
comunque, è pur vero che le diverse fasi che una partita vive
137
V. MARCHI, Italia 1900-1990: dal supporter all’ultrà, cit., p. 203.
164
possono accendere o indebolire, almeno in parte, l’entusiasmo
in curva.
165
organizzato e studiato da tempo che non avrebbe coinvolto solo
gli ultrà laziali, ma anche capi delle tifoserie più accese di altre
squadre a loro volta, in passato, penalizzate dalle vittorie
juventine. Tra i facinorosi sarebbero stati riconosciuto diffidati
interisti e persino qualche romanista138.
138
S. MASTRANTONIO, Ultrà laziali scatenati: guerriglia a Roma, in “La
Nazione”, 12 maggio 2000, p. 21.
166
4.2 Calcio e violenza: le possibili motivazioni
139
E. DUNNING, P. MURPHY, J. WILLIAMS, Il teppismo calcistico in
Gran Bretagna, in A. Roversi (a cura di), Calcio e violenza in Europa, cit.,
p. 44.
167
stampa dal momento che tali disordini non sono altro che un
“rituale aggressivo” in cui raramente si corre il rischio di fare
vittime. Gli incidenti, infatti, avvengono secondo un “ordine
simbolico” prestabilito e solo di rado sono davvero cruenti, se
non intervengono fattori di disturbo ad alternarne lo
svolgimento”140.
Marsch, Rosser e Harré appartengono alla cosiddetta “scuola di
Oxford”, la prima a descrivere le dinamiche interne e le forme
organizzative di un gruppo di curva, scoprendo come esso sia
un fenomeno altamente strutturato e arrivando a distinguere la
“violenza reale” o effettiva dalla “violenza rituale” o aggro: la
prima consiste in una violenza fisica diretta in modo cruento
contro altre persone, la seconda invece è una violenza solo
simbolica o metonimica, ed è quella a cui farebbero
maggiormente ricorso i tifosi inglesi. La violenza verrebbe in
questo modo trasformata, ritualizzata in forma simbolica e non
praticata, dal momento che il carattere rituale dell’azione aggro
deriva dal tacito consenso, da parte di entrambi i contendenti,
circa le regole di condotta che definiscono quando è
appropriato attaccare, come dirigere il corso degli incidenti, e
quando è giunto il momento di porre termine ai disordini e
secondo quali modalità. In realtà l’intenzione dei giovani tifosi
responsabili degli atti di teppismo calcistico è prevalentemente
quella di umiliare gli avversari, ottenendo da loro una
dimostrazione di sottomissione, e non quella di provocare
danni fisici; raramente le regole vengono infrante a tal punto da
provocare gravi lesioni. Se questo avviene può dipendere da
una “distorsione” del corso normale dell’azione aggro,
provocata da un intervento esterno, ad esempio della polizia,
che può alterare il delicato equilibrio da cui dipende il carattere
rituale, e dunque “simbolicamente ordinato”, dell’azione
140
P. MARSCH, E. ROSSER, R. HARRE’, Le regole del disordine, cit., p.
80.
168
aggro. Solo allora la violenza simbolica rischia davvero di
trasformarsi in violenza reale.
Questo approccio “morbido” dei tre autori fu accusato, dalla
stampa e dai circoli accademici, di giustificare il
comportamento violento dei tifosi, ma la loro posizione non ha
mai subito cambiamenti: il comportamento dei tifosi è
un’attività ritualizzata e se il football hooliganism si è spostato
da un rituale verso un tipo più pericoloso di comportamento, la
causa è delle inappropriate misure che sono state introdotte per
combattere il problema e della distorsione operata dai media
nei resoconti degli incidenti sui campi di calcio.
Nonostante le critiche subite va evidenziato come gli autori
della scuola di Oxford non volessero negare la potenziale
pericolosità di certe attività rituali (la metafora può non essere
compresa, le regole possono essere disattese, la struttura
normativa può dimostrarsi inadeguata in certe circostanze),
quanto cercare di evidenziare il senso e il valore che i rituali
svolgono nel controllare e dirigere l’aggressività dei propri
membri.
Molto utile è pure il contributo della “scuola di Leicester”,
rappresentata soprattutto da Murphy, Dunning e Williams,
secondo i quali per descrivere la violenza nel calcio bisogna
prestare attenzione agli aspetti strutturali delle classi più basse,
e alla relazione tra i membri di queste e il gioco del calcio. Ne
deriva che la condizione di disagio e marginalità sociale che
vivono i giovani provenienti dalla classe operaia inglese, è la
prima delle cause dell’atteggiamento aggressivo degli
hooligans. Il loro comportamento è spiegabile col fatto che essi
hanno adottato lo “stile maschile violento” tipico della cultura
di vita dello strato operaio da cui provengono, una cultura che
prevede un elevato livello di aperta aggressività nei rapporti
sociali. Ad esempio, la relativa libertà del controllo degli adulti
sperimentata dai bambini e dagli adolescenti di questo strato
169
operaio e il fatto che gran parte della loro socializzazione
primaria avvenga per strada, in compagnia soprattutto dei loro
coetanei, significano che essi tendono ad interagire
aggressivamente tra loro e a sviluppare gerarchie di dominio
basate in gran parte sull’età, la forza e la prestanza fisica141.
Un altro approccio è quello di Dunning ed Elias secondo cui
nella società moderna lo sport, un tempo divertimento fine a sé
stesso, si è svuotato del suo aspetto ludico per essere utilizzato
come uno dei più importanti mezzi per creare situazioni di
eccitamento piacevole. In questo discorso, un elemento di
notevole importanza è il contesto familiare: i genitori della
classe operaia bassa esercitano una pressione minore sui propri
figli e tendono a fare ricorso a punizioni fisiche. Inoltre i
bambini sono abituati fin da piccoli a vedere genitori ed altri
adulti, soprattutto maschi, comportarsi in modo aggressivo e
non di rado violento, con il fine di ottenere prestigio e
autorevolezza nel proprio ambiente. Di conseguenza è facile
che questi bambini crescano sviluppando un atteggiamento
positivo nei confronti dell’aggressività e individuando nella
capacità di “farsi rispettare” una fonte importante di
significato, di status e di piacevoli emozioni. Nelle comunità
della classe operaia “dura”, perciò, la violenza si manifesta
pubblicamente e implica qualità “espressive” o “affettive”
pronunciate, cioè qualità strettamente associate con l’insorgere
di sensazioni gradevoli 142.
Anche Weis, in Germania, si è soffermato sulla mancata
integrazione nella società da parte degli ultras violenti, i quali,
141
E. DUNNING, P. MURPHY, J. WILLIAMS, The Roots of Football
Hooliganism. An Historical and Sociological Study, Routledge & Kegan
Paul, London, 1988.
142
N. ELIAS, E. DUNNING, Sport e aggressività, Il Mulino, Bologna,
1989.
170
secondo l’autore tedesco, cercano di compensare con il
teppismo calcistico un generale deficit d’influenza. Durante le
partite di calcio non soltanto i giovani tifosi, ma anche certi
spettatori adulti mostrano un comportamento
sorprendentemente aggressivo che si differenzia dal loro
comportamento quotidiano e mira a risolvere o almeno
scaricare i problemi derivanti dai rapporti sociali della vita di
tutti i giorni143.
Come accennato all’inizio del paragrafo, di violenza calcistica
se ne sono occupati studiosi di tutta Europa; studi e ricerche
portate avanti in Olanda e Belgio hanno individuato anche
nella carriera scolastica un basilare elemento d’influenza della
mente del giovane teppista. Come ci insegna la sociologia
dell’educazione, infatti, è soprattutto la scuola a giocare un
ruolo decisivo nelle discriminazioni tra giovani; sono i giovani
degli strati sociali più bassi a trarre i minori benefici dal
sistema scolastico e ad avere un minor accesso alle
informazioni, all’addestramento e all’assistenza che tale
istituzione fornisce. Questi giovani hanno spesso l’idea di
avere poche opportunità di mutare il loro status e sviluppano,
di conseguenza, così basse aspettative sociali che cercano di
compensare unendosi a gruppi di compagni che hanno
sperimentato la loro stessa sensazione di social losers e con cui
pensano di conquistarsi uno status sfidando la conformità
sociale. L’atteggiamento di provocazione dà infatti loro
l’opportunità di accrescere l’autostima e di sentirsi in primo
piano. I tifosi violenti cercano di compensare la loro esperienza
di vulnerabilità sociale e le loro basse aspettative sociali con
l’eccitazione e un’identificazione di prestigio che può essere
conquistato mediante delle bravate o con comportamenti
improntati alla durezza e al machismo.
143
K. WEIS, Tifosi du calcio nella Repubblica Federale Tedesca, cit.
171
Questa teoria può aiutarci a capire perché su questi giovani la
reazione di disapprovazione sociale, e l’attenzione che i media
rivolgono loro funziona più come incoraggiamento che come
dissuasione.
La gran mole della ricerca belga è quasi interamente
rappresentata dalla “scuola di Lovanio”, e in particolare da
Walgrave e van Limbergen, che tracciano l’identikit del tifoso
violento: “ha meno di 25 anni, è maschio, di status sociale
inferiore rispetto a quello dell’operaio specializzato, con una
carriera scolastica insoddisfacente e una bassa qualificazione
e/o scarse opportunità sul mercato del lavoro. Questi giovani
pertanto ignorano la generale e severa condanna che circonda il
loro comportamento violento perché non s’identificano nel
sistema di valori dominante, e non vi si identificano perché
nella loro breve carriera nelle istituzioni – scuola e lavoro –
hanno accumulato innanzitutto esperienze negative e perché il
loro ambiente primario, in cui sono diffuse esperienze negative
del tutto simili, non li incoraggia a sufficienza a identificarsi
con tale sistema di valori”144.
Ricordiamo infine che il Belgio fu, suo malgrado, teatro di una
grave tragedia come quella dell’Heysel (29 maggio 1985),
quando prima della finale di Coppa dei Campioni disputata tra
Juventus e Liverpool, la furia cieca degli hooligans inglesi
provocò la morte di 39 tifosi italiani.
Per quanto riguarda gli studi sulla cultura e il comportamento
degli ultras nel nostro paese, gli approcci teorici e le
metodologie di ricerca degli studiosi italiani devono molto alla
vasta letteratura prodotta in Inghilterra.
144
K. van LIMBERGEN, Slchets een deel van de voetbalvandalen is nog te
reddeen, in SEC-kwartaalbladd over sameleving en criminaliteit, luglio
1987.
172
Dal Lago145, ad esempio, evidenzia le caratteristiche rituali dei
tifosi di calcio e gran parte del suo approccio si origina
direttamente dal lavoro della scuola di Oxford e dal concetto di
aggro. Le partite di calcio non sono solo un incontro tra due
squadre ma è per i tifosi l’opportunità di un confronto
simbolico, sulla base della divisione “amico/nemico” che il
gioco stesso sembra promuovere. Lo stadio è qualcosa di più di
un semplice luogo fisico, è la cornice simbolica nel quale il
rituale amico/nemico viene rappresentato. Dal Lago sottolinea
che gran parte del comportamento sociale degli ultras è
ritualizzato attraverso l’utilizzo di azioni simboliche; i canti, gli
insulti, sostituirebbero cioè l’aggressione fisica, che può
tuttavia accadere in determinate circostanze. Esistono due
fattori, secondo l’autore, che causano gli scontri: il primo
fattore è quello storico o la rivalità che si è creata nel tempo tra
due gruppi, il secondo dipenderebbe da fattori situazionali che
riguardano lo sviluppo del gioco sul campo. L’assunto
dell’autore è che gli ultras celebrano la metafora della guerra e
che quindi le loro azioni sono prevalentemente metaforiche;
così come i guerrieri medioevali, i tifosi hanno un codice
d’onore, usano canti e slogan per esprimere la loro
aggressività, e la cultura dello “scontro” a cui aderiscono,
riguarda essenzialmente il comportamento simbolico,
ostentato. Dal Lago, comunque, ammette che quando gli
incontri avvengono fuori e non dentro gli stadi, essi possono
diventare scontri reali e non più simbolici. La violenza è
“reale”, per sconfiggere i gruppi rivali gli ultras adottano
tattiche da guerriglia urbana, ma la violenza è limitata al lancio
di sassi e attacchi sporadici alla polizia o ai tifosi rivali.
Generalmente ciascun gruppo è soddisfatto dalla fuga del
nemico dal proprio territorio o da una breve resistenza contro la
polizia.
145
A. DAL LAGO, Descrizione di una battaglia, cit.
173
Anche Salvini146 prende in considerazione il modello suggerito
da Marsch e colleghi, e dopo aver considerato appropriato il
concetto di aggro da questi introdotto, offre un’analisi
strettamente psicologica del fenomeno.
Diversamente da Dal Lago il rituale più che metafora bellica è
visto come un tentativo di affermare la propria dominanza sul
gruppo rivale. Secondo Salvini il gruppo ultras è oggi una tra le
poche agenzie di socializzazione in grado di dare una risposta
soddisfacente a quei giovani per i quali l’identità personale è
un’entità precaria, imperfetta, per via dell’età o della
condizione sociale e culturale. L’aggressività serve
principalmente a incanalare il bisogno di identità dei giovani
tifosi nella direzione della conquista di una reputazione
maschile, intesa come esibizione di qualità virili e compimento
di un’identità veramente adulta. In questo senso la propensione
al compimento di atti violenti da pare dei gruppi ultras deriva
dall’esigenza dei loro membri tanto di elevare la propria
autostima e conquistare l’approvazione dei compagni, quanto
di affermare il prestigio del proprio gruppo.
L’analisi di Roversi, invece, vede la violenza degli ultras essere
un comportamento meno ritualizzato, e quindi più pericoloso,
rispetto a quanto sostenuto dalla scuola di Oxford e
successivamente da Dal Lago. Roversi, infatti, sostiene
l’esistenza di precise finalità aggressive nella pratica degli
scontri e individua nell’essenza del calcio uno dei motivi
scatenanti: “Il gioco duro, “maschio”, è l’ingrediente essenziale
del calcio e chi lo pratica ha il riconoscimento pubblico della
celebrità. Ed è qui che vanno ritrovati i principali motivi delle
manifestazioni violente di tifo. Esse non sono altro che
l’arbitraria trasposizione, da parte molto spesso di piccole
frange, ma talvolta anche di consistenti masse di tifosi, di
146
A. SALVINI, Il rito aggressivo, cit.
174
quella violenza fisica che è intrinseca alla competizione in atto
sul terreno di gioco o solo in questo ambito consentita, al
piano della loro realtà personale. Così l’errata decisione
arbitrale, la sconfitta immeritata, la passività della propria
squadra di fronte all’avversario sono vissuta come offese o
ferite, per così dire, narcisisticamente intollerabili e, in quanto
tali, richiedenti una risposta “virile”. La violenza rituale e
simbolica della partita si rovescia in tale modo nella violenza
non rituale, ma vera e spesso esasperata, dei tifosi”147.
Roversi riconosce, comunque, che la propensione per gli atti
cruenti non è mai fine a se stessa, nel senso che è guidata da un
preciso repertorio di norme, non scritte e tuttavia condivise
dalla maggioranza dei gruppi ultrà, in base alle quali solo certi
comportamenti sono ammissibili. Questo repertorio di norme è
ricavato dall’esperienza di precedenti contese tra tifosi ed è
fissato in convenzioni stereotipiche ben precise, tali da
infondere stati d’animo comuni e stili di condotta
convergenti148.
Roversi tiene poi a sottolineare che le opinioni tese a
“giustificare” gli ultras violenti, specie nell’ambito degli studi
effettuati in Inghilterra e Belgio, corrono il rischio di
sottovalutare certe “gesta” o per lo meno di non giudicarle
secondo la loro reale portata: “La scoperta, sociologicamente
non sorprendente, che i gruppi di tifosi violenti obbediscono a
delle regole di condotta non può essere considerata una prova
del loro carattere in fondo “inoffensivo”. Il fatto che una
qualsiasi attività umana sia governata da regole, non significa,
ipso facto, che essa sia per questo non violenta. Assumendo
l’ipotesi che rituali e violenza si escludono mutuamente come
categorie di comportamento, ci sembra che i teorici della
147
A. ROVERSI, Calcio tifo e violenza in Italia, cit., p. 89.
148
A. ROVERSI, Il sociologo e l’ultrà, cit.
175
“violenza rituale” non riescano a vedere come anche taluni
rituali all’apparenza inoffensivi possono diventare
all’improvviso cruenti, ovvero come rituali aggressivi di tipo
non violento, dei “giochi di guerra”, possono, in determinate
circostanze, sfociare in forma di violenza seria e distruttiva.
Non è raro, ad esempio, osservare come molti comportamenti
da stadio siano vissuti come un gioco, ma ciò non toglie che
essi si possano poi concretizzare, in altri contesti, in forme e
livelli di violenza molto più seri e reali di quanto è ammesso
da Marsch e colleghi. In altre situazioni, soprattutto prima della
partita o dopo, ossia in quelle frazioni temporali che per gli
ultrà costituiscono le “vere occasioni” per recitare la propria
parte, possono aver luogo azioni di gruppo difficili da
interpretare solo come esibizione simbolica di aggressività,
priva dell’intenzione di infliggere una dura lezione
all’avversario”149.
Roversi si riferisce anche al fatto che è proprio nei dintorni
dello stadio che “l’adrenalina” dei gruppi ultras trova
l’ambiente ideale per essere scaricata. Di solito la marcia di
avvicinamento comincia in luoghi come le fermate degli
autobus o le stazioni ferroviarie. Spesso poi il percorso passa
attraverso il centro e sfiora dunque proprio quelle zone che i
sociologi urbani e gli psicologi ambientali identificano come
zone che eccitano e al contempo provocano stress fisici ed
emozionali, ossia zone “dove qualcosa succede”.
Nell’immaginario dei tifosi questa marcia offre
contemporaneamente un nascondiglio e un palcoscenico.
In conclusione possiamo dire che il movimento ultrà sembra
attraversare una fase di esasperazione dei suoi valori, e i motivi
vanno forse ricercati nel maggior individualismo della nostra
società. La reazione di molti giovani, di fronte a barriere e a
preclusioni sempre più marcate, assume espressioni fin troppo
149
Ivi, pp. 25-6.
176
cruente. All’esclusione dalla società del benessere il gruppo
reagisce chiudendosi in sé, erigendo una sorta di muraglia ed
entrando in aperto conflitto con il “nemico”, identificato in
tutto ciò che è esterno al gruppo stesso. Quello che si manifesta
in settori giovanili sempre più vasti è dunque il rifiuto
paranoico, spesso violento, di ogni forma di diversità dai propri
canoni.
Inoltre, fino a qualche anno fa, andare in curva e appartenere ad
un gruppo era qualcosa di importante. Ora, invece, i grandi
gruppi tendono a sfaldarsi con rapidi processi di
frammentazione e nascono microgruppi che si muovono
autonomamente e talvolta in modo non del tutto trasparente.
Questi “nuovi ultras” non riconoscono la figura degli
“anziani”, che con la loro esperienza assicuravano una precisa
formazione del ragazzo ultrà, coinvolgendolo nelle attività e
iniziative di gruppo che hanno una fondamentale funzione di
crescita. I nuovi gruppi che si vengono a creare si prestano
spesso a giochi di tensione e atti di violenza fini a se stessi
sotto il facile abito del tifo. Probabilmente qualcosa è
cambiato nell’atteggiamento mentale, forse la vecchia
generazione era più critica, più attenta alle problematiche
curvaiole e agli aspetti del sociale. Riguardo al rapporto tra
“vecchia guardia” e nuove leve è intervenuto Contucci: “Nella
stessa Curva Sud di Roma ci sono ragazzi che hanno recepito
gli insegnamenti “tribali” degli anziani così come ce ne sono
tanti, forse la maggioranza, che hanno perso i valori di un
tempo. La colpa non è loro. E’ difficile credere ciecamente,
come facevamo noi, in un qualcosa che non c’è più, distrutto
dal mercimonio. Quasi tutti i vecchi ultras sono assai delusi
dalle nuove leve. Il motivo principale di dissenso, anche se
questo non vale per la Curva Sud di Roma, è costituito dal
fatto che alcuni gruppi hanno tradito i valori originari, tra cui
il principale era che il tifo si fa per passione e non per denaro.
177
Il calcio moderno ha generato, in alcune curve, gli ultras
moderni.,
Sicuramente il processo di frammentazione del tifo è una delle
cause dell’esplosione di violenza, ovvero il venire meno di
quella unità d’intenti e di cultura che ha creato una crisi
all’interno del movimento stesso e provocato l’aumento del
numero degli incidenti gratuiti e fuori dalle regole.
178
4.3 Il razzismo
179
organizzazioni neonaziste. Questi disvalori portarono le
tifoserie, spesso non solo ragazzi ma anche adulti, padri ed
intere famiglie, ad intonare il “verso della scimmia” ogni volta
che un giocatore di colore della squadra avversaria entrava in
possesso di palla durante il gioco.
Quanto detto ci fa capire come tra le “strategie” messe in atto
dai gruppi ultrà xenofobi un ruolo fondamentale lo abbia
rappresentato il clima esasperato e discriminatorio che aleggia
in certe società. Chi vuole fare tale propaganda, in altre parole,
sa bene che molte persone nutrono ostilità verso altri popoli e il
clima “battagliero” dello stadio e l’eccitabilità della folla
rendono il tutto ancor più realizzabile.
Quando poi la nazione “maestra”, da ogni unto di vista, è
l’’Inghilterra, le conseguenze appaiono evidenti: molte tifoserie
d’Europa, spinte da un forte desiderio di emulazione nei
confronti degli hooligans, hanno fatto propri anche questi
sentimenti razzisti.
Per quanto riguarda l’area belga e olandese, Marchi parla di
“paranoie xenofobe amplificate dai flussi d’immigrazione”150.
I giovani tifosi volenti condividono un buon numero di
pregiudizi estremistici e antidemocratici, ma molti di questi
pregiudizi e comportamenti (indossare fregi di estrema destra,
fare il saluto nazista, ecc.) non corrispondono ad una reale
coscienza politica. Sono piuttosto stereotipi utilizzati per
provocare un effetto scioccante. Probabilmente i contatti con i
gruppi estremistici sono cercati perché hanno anch’essi una
tradizione di scontri.
Un paese dove invece i sentimenti xenofobi poggiano su basi
solide è la Germania. Molti ultras sono membri di
organizzazioni neonaziste e questo legame non ha mai avuto
bisogno di essere fomentato o propagandato.
150
V. MARCHI, Italia 1900-1990: dal supporter all’ultrà, cit., p. 155.
180
Senza dubbio l’evento storico della caduta del Muro di Berlino
ha sancito un prepotente ritorno sulle scene di questi gruppi
estremistici, eccitati dall’idea di una nuova “Grande
Germania”: i neonazisti capiscono che da tempo, nei gruppi di
tifosi, vi sono per loro buone possibilità di influenzare i
giovani alle loro idee. Promettono che nella loro
organizzazione ci si comporta in maniera particolarmente
cameratesca, fanno leva sulla forza, sulla coscienza tedesca,
sull’aspetto militante. Nelle curve comincia a propagarsi lo
stile skinhead, prima come imitazione degli skinheads inglesi,
poi arrivando a sviluppare un senso di fierezza per il proprio
essere e sentirsi “skinheads tedeschi”. Diventa un processo di
fascinazione basato sulla comune adesione a una serie di
disvalori quali il gusto per la violenza, l’esaltazione dei
comportamenti virili e “guerrieri”, il forte senso della
territorialità e dell’appartenenza, le tendenze xenofobe. E’ la
nazionale tedesca a suscitare il massimo interesse degli ultras,
in particolare di quelle fasce egemonizzate dai neonazisti; le
trasferte all’estero divengono teatro di scontri e violenze,
mirate soprattutto a strappare agli inglesi la supremazia
continentale del teppismo151.
La realtà tedesca sembra quindi essere la più preoccupante, ma
anche in Spagna e nel nostro paese il problema delle curve
razziste sta assumendo dimensioni assolutamente
incontrollabili.
Per quanto riguarda la penisola iberica, un episodio recente ha
scosso l’opinione pubblica di tutta Europa: il 17 novembre
2004, in occasione della partita amichevole tra Spagna ed
Inghilterra giocata a Madrid, il pubblico dello stadio Bernabeu
si è reso protagonista di cori ed insulti razzisti nei confronti dei
giocatori di colore della nazionale inglese. Un evento del tutto
inaspettato, visto anche il carattere amichevole della gara, che
151
F. BRUNO, Il movimento ultrà nell’Europa continentale, cit.
181
ha scatenato le proteste delle istituzioni inglesi e ha trovato la
ferma condanna della FIFA: “Siamo molto determinati nel
voler eliminare il razzismo, perché nelle ultime settimane e
negli ultimi mesi il calcio è stato vittima una volta di più di
manifestazioni razziste. Ma siamo consapevoli che abbiamo
bisogno dell’aiuto dell’intera società”, queste le dichiarazioni
del presidente Blatter, che ha confessato il suo shock per
quanto avvenuto a Madrid ed ha ammesso che l'Inghilterra
avrebbe fatto bene ad abbandonare il campo del Bernabeu in
risposta agli “ululati scimmioneschi” indirizzati dal pubblico
spagnolo ai nazionali inglesi di colore. Finora è successo solo
in Olanda che una partita venisse sospesa per razzismo, il 17
ottobre 2004, quando l'arbitro, bersaglio degli insulti antisemiti,
ha mandato a casa tutti, giocatori e tifosi dell'Ajax e del Psv152.
In Italia, il fenomeno immigratorio e le tensioni etniche che la
coinvolgono negli anni Novanta, portano i gruppi ultras a
rendersi protagonisti di episodi di intolleranza dovuti alla
presenza di “altri” nel proprio territorio, un’invasione a cui fare
fronte, che finisce per assumere i contorni xenofobi.
In linea di massima il popolo italiano ha sempre dimostrato
un’attitudine democratica e tollerante verso i cittadini degli
altri stati, attraverso gesti di solidarietà riscontrabili in ogni
frangente della vita quotidiana. Ma la grande varietà di pensieri
ed opinioni esistenti non può evitare di includere sentimenti di
avversione ed ostilità verso tutto ciò che è “estraneo”, in
particolar modo di fronte ad episodi di criminalità o di
malavita. La mancanza di obiettività e di flessibilità di certi
individui, incapaci di distinguere lo straniero onesto da quello
delinquente, ha così dato origine a un’intolleranza dilagante in
ogni ambito sociale.
152
E. MARRESE, La ribellione dei campioni: "Basta, punite chi ci insulta",
[Link], 23 novembre 2004.
182
Essendo lo stadio uno spaccato della società, molti tifosi
trasferiscono sugli spalti le loro insoddisfazioni e insofferenze
verso gli stranieri, sia che essi vestano una maglia avversaria
sia che facciano parte del pubblico. In molti casi questi
comportamenti non hanno niente a che vedere con questioni
razziali: “Io credo che i calciatori siano diventati un punto
paranoico su cui i tifosi proiettano un malessere sociale, che
sta raggiungendo una soglia pericolosa. I tifosi sono gente che
lavora. Ogni giorno vedono extracomunitari, prevalentemente
africani, che chiedono strattonando, che scippano. E’
l’invasione dei nostri spazi vitali, è l’inquietudine con cui di
sera giriamo per le strade, è la collera accumulata per le offese
quotidiane che si esprime negli stadi. Non c’entra il colore
della pelle né la nazionalità degli invasori, ma i loro
comportamenti intollerabili. Ciò che accade negli stadi è solo
un primo segnale che deve far riflettere”153.
Pertanto ciò che caratterizza la diffusione a macchia d’olio di
questi sentimenti ostili è la crescente insoddisfazione della
società in generale e una comune percezione “paranoica” verso
il “diverso”. Il conflitto etnico assume, così, il ruolo di
“comune valvola di sfogo” per certe frange di ultrà, rendendo
tutt’altro che semplice la prospettiva di un miglioramento della
situazione: “La xenofobia istintiva che da sempre accompagna
le fasi di ansia sociale si trasforma in una sorta di parossismo
paranoico in cui le figure della diversità assumono il ruolo di
unico specchio della propria identità, e in cui il conflitto etnico
non solo mantiene e rafforza l’identità del gruppo, ma lo crea.
Il conflitto etnico svolge una funzione di identificazione, di
reciproco riconoscimento tra attori sociali viventi nello stesso
ambiente, ma privi del senso di una comune appartenenza [...]
153
R. ALBERONI, Lettere con domanda, in “Sette”, n. 12, 23 marzo 2000,
p. 167.
183
L’identificazione del nemico diviene il valore fondante, una
sorta di corazza contro il senso di alienazione e di
sradicamento. Questo perimetro culturale in cui interagisce il
gruppo finisce per assumere la xenofobia e lo schema
amico/nemico come principale vincolo comunitario e
distintivo. [...] La commistione tra sottocultura ultrà e
tematiche xenofobe assume in questo scenario un ruolo
cruciale: al richiamo simbolico dei primi anni, in cui l’utilizzo
di icone e di slogan tratti dalla politica esprimeva l’adesione a
valori come il coraggio, la combattività, la trasgressività e la
“compattezza” si sostituisce in molte tifoserie un tipo di
rapporto più complesso, in cui interagiscono una serie di
elementi facilmente individuabili, tra cui: a) la caduta di una
serie di valori “alti” quali le ideologie, i sensi di appartenenza
radicati nella memoria storica, la fiducia nel proprio modello di
sviluppo, i sentimenti di solidarietà veicolati dalle due grandi
culture, comunista e cattolica, della nostra tradizione popolare;
ma anche i sensi di gruppo e di identità elaborati nella prima
fase del movimento ultrà e travolti dalla progressiva
“etnicizzazione” dei sensi d’appartenenza; b) gli influssi di un
sistema massmediale che pratica una semplificazione
sistematica dei fenomeni giovanili e più genericamente sociali;
c) il comparire e l’affermarsi, anche in Italia, di quel modello
bonehead (lo skinhead razzista) che incarna, anche nello stadio,
gli atteggiamenti xenofobi sempre più presenti in vasti strati
giovanili: croci celtiche, bandiere naziste, saluti romani, slogan
razzisti, insulti a giocatori di colore, cori antisemiti intonati da
migliaia di tifosi, striscioni che inneggiano apertamente
all’odio razziale”154.
Un aggravante di quanto sta accadendo negli stadi è
rappresentata dallo “spirito” delle nuove generazioni di ultrà,
improntate sul forte desiderio di imporre la propria immagine e
154
V. MARCHI, Italia 1900-1990: dal supporter all’ultrà, cit., pp. 198-200.
184
la propria “mascolinità”. Se prendiamo in considerazione,
all’interno di queste nuove leve, che molti ragazzini, per lo più
diciottenni, sono affascinati dall’aspetto violento e “virile”
dell’estremismo politico, il quadro si complica ulteriormente:
lo spostamento a destra di alcune frange della tifoseria ultras è
in sintonia e ha prese sulla confusa e frammentaria ideologia
ultras delle nuove leve di giovani, i quali appaiono sensibili
all’immaginario di forte virilità e aggressività proposta da tali
gruppi. In questo quadro appare sotto una luce diversa anche il
processo di segmentazione e divisione delle curve. Esso,
infatti, è responsabile, di una ridefinizione del rapporto
amico/nemico; criteri di affinità politica, che attraversano
longitudinalmente molte tifoserie ultras un tempo rivali,
segnano una fase di rottura senza precedenti nelle logiche di
azione dei gruppi ultras. Si registrano scontri contro la polizia a
cui partecipano uniti ultras di gruppi nemici, ma i cui
protagonisti hanno in comune l’appartenenza a gruppi xenofobi
e razzisti di tipo extraparlamentare: è il caos all’interno delle
curve, alle prese con forti problemi di identità e di coesione
interna.
Secondo Marchi, comunque, “la germinazione dell’estrema
destra nelle curve sembra più frutto di un’adesione sempre
maggiore ai temi più deteriori di quello stile sessista, violento
e xenofobo che spesso contraddistingue i giovani ultrà, che
agli effettivi successi della propaganda neofascista, e nella
maggioranza dei casi non porta a un conseguente impegno
politico”155.
Tra le manifestazioni razziste a cui assistiamo praticamente
ogni domenica c’è da menzionare l’accanimento contro i
giocatori di colore, vittime del “verso delle scimmia” e di altri
ignobili insulti provenienti da curve storicamente “nere”, come,
ad esempio, quelle del Verona e della Lazio.
155
V. MARCHI, Italia 1900-1990: dal supporter all’ultrà, cit., pp. 201-202.
185
Proprio nella città veneta, di recente, in occasione della gara
della 17/a giornata di ritorno della Serie B 2004-2005 tra
Verona e Perugia, la curva scaligera ha ricoperto d’insulti di
stampo razzista un giocatore della squadra avversaria, il
senegalese Coly. Secondo quanto riportato dal quarto uomo e
dal collaboratore dell'ufficio indagini, “per tutta la gara” Coly è
stato bersagliato da cori “di inequivoco significato di
discriminazione razziale ogni volta che toccava il pallone”. Il
Giudice sportivo Laudi, vista anche la tolleranza zero
intrapresa dalla Federcalcio, ha deciso per un turno di
campionato a porte chiuse per il Verona, tenendo conto del
fatto che la società veneta era già stata multata altre quattro
volte nello stesso campionato per comportamenti analoghi dei
suoi sostenitori e che “non c'è stata alcuna reazione di
dissociazione rispetto a tali forme di razzismo da parte degli
altri tifosi del Verona”. Si tratta del primo caso in Italia di
chiusura di uno stadio per insulti razzisti. Un provvedimento
del genere era stato già preso dalla UEFA, ma mai in Italia.
Una sanzione simile l’organo disciplinare della UEFA lo ha
inflitto alla Lazio: il club romano dovrà disputare la prossima
gara156 di una competizione europea in uno stadio a porte
chiuse a seguito del comportamento razzista tenuto dai propri
sostenitori in occasione della partita del 25 novembre 2004
contro l’FK Partizan.
Di fronte ad episodi del genere il senso d’impotenza assume
caratteristiche drammatiche, perché non si può più parlare di
gruppetti minoritari di teppisti, ma di intere curve che intonano
cori razzisti. La realtà è che, oggi, le curve degli stadi
rappresentano il più vasto ed efficace serbatoio d’intolleranza
156
La partita di Coppa UEFA contro il Partizan è stata anche l’ultima della
stagione in campo europeo per la Lazio, perciò la squalifica dovrà essere
scontata alla prossima partecipazione della squadra biancoceleste ad una
delle competizioni europee.
186
razzista e di quello spontaneismo razzista che, a partire dal
modello bonhead, sembra allargarsi a macchia d’olio nei settori
giovanili culturalmente ed economicamente meno garantiti, e
che tende a congiungersi facilmente con la destra più violenta.
Oltre ad adottare una linea dura contro tutti i club i cui tifosi si
rendono protagonisti di episodi di matrice xenofoba, l’UEFA
sta cercando di combattere il razzismo nel calcio dando pieno
supporto al piano d’azione dell’organizzazione Football against
Racism in Europe (FARE), nata nel febbraio del 1999 con la
collaborazione delle federazioni calcistiche di 13 paesi europei.
L’obiettivo di FARE è quello di combattere, grazie al gioco del
calcio, ogni forma di discriminazione razziale nel mondo del
calcio stesso - negli stadi, sul campo di gioco, negli spogliatoi,
durante gli allenamenti, negli uffici e nelle scuole - perpetrata
ad opera di tifosi, giocatori, manager, allenatori, dirigenti o
personale didattico.
Proprio i giocatori, negli ultimi tempi, si stanno rendendo
protagonisti di iniziative antirazziste, cercando di sensibilizzare
i tifosi di tutta Europa grazie alla propria notorietà ed
influenza. Esempio più recente ed importante è quello della
campagna “Stand Up, Speak Up” di Nike, che gode del
sostegno dei calciatori sponsorizzati dalla casa americana, tra
cui Thierry Henry, Rio Ferdinand, Ronaldhino, Ruud Van
Nistelrooy, Claude Makalele, Philip Mexes, Carlos Puyol,
Roberto Carlos, Christoph Metzelder, Otto Addo, Adriano e
Fabio Cannavaro. La campagna Stand Up, Speak Up di Nike
intende dare ai tifosi del calcio la possibilità di dimostrare la
loro opposizione al razzismo.
Il simbolo della campagna è il bracciale bianco e nero, portato
per la prima volta in pubblico da Thierry Henry in occasione
della consegna del Premio Runners Up al gala World Player of
the Year a Zurigo nel dicembre 2004. “Porto questo
braccialetto come un simbolo del mio sostegno a ogni
187
iniziativa che combatta comportamenti razzisti da parte dei
tifosi - ha spiegato Henry - i giocatori non possono far molto
quando sono sul terreno di gioco, ma questo vuol essere un
segno di quanto sentiamo. E forse possiamo contribuire a far sì
che il pubblico stesso faccia qualcosa. Forse non possiamo
cambiare la mentalità di queste persone, ma possiamo vincere
almeno per un´ora e mezza ogni settimana. Il bracciale è sul
razzismo. Il razzismo è uno dei maggiori problemi del calcio in
tutta Europa. Anche se la gente pensa che questa piaga è
scomparsa, ciò è lungi dall’essere vero. I giocatori in campo
hanno bisogno del sostegno di tutti i fan per aiutare a
combattere i razzisti e far loro capire che le loro azioni non
sono accettabili”.
Il bracciale bianco e nero è stato creato per essere un simbolo
di solidarietà tra i calciatori e i tifosi uniti nella determinazione
di intraprendere un’azione positiva contro il razzismo nel
mondo del calcio. La Nike ha inoltre lanciato una campagna
televisiva d’accompagnamento di alto profilo.
189
190
4.4 Le operazioni di prevenzione e le possibilità
d’intervento
191
Le forze dell’ordine furono costrette ad aumentare gli effettivi
e all’interno di ogni stadio vennero presi i primi provvedimenti
volti ad impedire il contatto tra tifosi. E’ soprattutto negli anni
Ottanta che le opposte tifoserie cominciarono ad essere tenute
opportunamente lontane a causa di un peggioramento del
livello degli scontri.
Con il passare degli anni, il ruolo svolto dalle forze dell’ordine
ha dovuto moltiplicarsi, attraverso le scorte dei tifosi nel
tragitto stazione-stadio, le scorte ai pullman, le perquisizioni
sempre più accurate ai cancelli dello stadio, l’utilizzo di
elicotteri nelle gare più a rischio, di telecamere per poter
meglio identificare i responsabili di atti di violenza e
predisponendo posti di blocco nei punti “nevralgici” della città.
Come conseguenza di queste operazioni preventive da parte
delle forze dell’ordine, si è trasformata la violenza degli ultras,
come ci spiega Bruno: “Lo scontro fisico tra i gruppi è
pressoché irrealizzabile; i tifosi in trasferta vengono presi in
consegna da scorte di agenti, sia nelle stazioni ferroviarie che
ai caselli autostradali, e subito accompagnati dentro gli stadi,
dove vengono posti in settori isolati ermeticamente dal
pubblico di casa157. A fare le spese dell’aggressività delle
nuove leve sono soprattutto quei tifosi isolati che affrontano i
viaggi per conto loro e che spesso si ritrovano automobili e
pullman danneggiati. L’aumento degli atti di vandalismo
contro edifici e veicoli è vertiginoso e alle “vecchi scazzottate”
si sostituiscono piuttosto le sassaiole e gli insulti a distanza”158.
157
La sempre più rigida compartimentazione degli stadi ha fatto si che
molte tifoserie ospiti vengono relegate in “gabbie” che limitano sia le loro
azioni vandaliche sia la visione della partita. Ciò non toglie che in certi casi
l’effetto sia contrario a quello desiderato, perché misure del genere possono
rendere l’ambiente particolarmente “elettrico”.
158
F. BRUNO, Storia del movimento ultrà in Italia, cit., p. 227.
192
Gli ultras stanno rispondendo con nuove e inedite tattiche e
strategie all’azione repressiva delle autorità e delle forze
dell’ordine: alla “blindatura degli stadi” reagiscono portando
gli scontri nel territorio circostante, e ai controlli della polizia
organizzandosi in microgruppi, vestendosi da “bravi ragazzi”,
colpendo singoli avversari isolati, abbandonando i “treni
speciali” per altri mezzi di trasporto.
Il trasferimento della violenza verso l’esterno dello stadio
sembra comunque aver accomunato gli ultras di diversi paesi;
molti hooligans olandesi, ad esempio, grazie alle distanze
ridotte tra le città, iniziano a spostarsi con mezzi propri, altri
partono di primissimo mattino per eludere i controlli, altri
ancora si dividono in distinti gruppi159.
La questione dei controlli allo stadio è estendibile anche a
molti altri elementi, come ad esempio la rimozione degli
striscioni estremamente provocatori come nel caso, lo
ricordiamo ancora una volta, di quello a favore di Arkan
esposto dagli ultras laziali. Come dura risposta a quello
striscione, i ministri Bianco e Melandri decisero sulla
possibilità di interrompere le partite per far rimuovere scritte
razziste dalle gradinate, decisione che imposero alle Istituzioni
calcistiche: “L’idea di censurare gli striscioni violenti raccoglie
consensi unanimi. Il dilagare di svastiche, croci celtiche e
simboli razzisti imponeva un’accurata “pulizia” degli stadi
italiani. E’ sull’attuazione dei provvedimenti, e sulla modalità
delle sospensioni, che nascono invece grandi perplessità,
condivise da Nizzola160 e dai vertici della Federcalcio [...] Sarà
il responsabile della sicurezza (di solito il vicequestore) a
impartire l’ordine attraverso il quarto uomo, che a sua volta
informerà l’arbitro. Il direttore di gara diventa così una sorta di
159
F. BRUNO, Il movimento ultrà nell’Europa continentale, cit.
160
Al tempo Nizzola era presidente della FIGC.
193
notaio, che formalizza e rende esecutiva una decisione presa
per ragioni di ordine pubblico. Toccherà sempre al
vicequestore stabilire in che momento riprendere la partita [...]
Se lo stop al gioco superasse certi limiti temporali (fissati a
45’), atleti, allenatori e dirigenti accompagnatori dovranno
rientrare negli spogliatoi in attesa di nuove indicazioni. Lo
spauracchio delle sospensioni resta il principale nodo
dialettico. La Federcalcio teme che un uso indiscriminato del
provvedimento possa incoraggiare comportamenti devianti. Le
frange del tifo ultrà cercano vetrina, vogliono diffondere via
etere i loro messaggi, cercano le telecamere per riaffermare
forza e compattezza. La censura degli striscioni può
incoraggiare atteggiamenti di sfida aperta ai servizi di sicurezza
[...] Il pericolo è quello di innescare nuove tensioni, di
incoraggiare risse, tafferugli e comportamenti violenti nel
tentativo di rimuovere gli striscioni della vergogna. In più c’è
l’aspetto squisitamente tecnico, che rischia di essere alterato.
Un bello striscione razzista, sventolato ostinatamente sullo 0-3
casalingo, può far sospendere la partita e cancellare il risultato
del campo. Per questa serie di motivi la Federcalcio si auspica
che l’interruzione delle partite sia “l’estrema ratio”, un
provvedimento finale e ultimativo. La Federcalcio è convinta
che sia saggio lavorare sulla prevenzione. E’ fuori dagli stadi,
agli ingressi, negli stanzini più o meno segreti, dove gli ultrà
stipano il loro armamentario, che si può vincere la partita”161.
Dall’episodio dello striscione pro-Arkan, nessuna partita del
campionato italiano di calcio è stata sospesa per l’esposizione
da parte dei tifosi di scritte offensive o razziste, non tanto per
l’assenza di quest’ultime sulle gradinate, quanto perché,
pensiamo noi, non c’è stata mai la volontà e il coraggio di
attuare il provvedimento in questione, cosa già prevedibile
161
G. TASSI, Il calcio obbedisce al governo, in “La Nazione”, 3 febbraio
2000, p. 21.
194
all’indomani del caso-Arkan : “L’eventuale intervento delle
forze dell’ordine per rimuovere gli striscioni dagli spalti non è
affatto semplice. In uno stadio è impensabile che, per
respingere l’eventuale reazione dei tifosi estremisti, si possano
gettare lacrimogeni e operare cariche che porrebbero in serio
pericolo l’incolumità di spettatori che nulla hanno a che vedere
con alcune frange della tifoseria [...] E’ indispensabile una seria
collaborazione tra le società sportive, i club dei tifosi e le forze
di polizia. E, soprattutto, porre in essere specifiche attività di
ordine pubblico all’interno degli stadi”162. Non si è intervenuti,
ad esempio, in occasione della partita di Serie A tra Lazio e
Livorno, giocata allo stadio Olimpico il 10 aprile 2005, quando
i tifosi delle due squadre hanno ostentato la loro ostilità politica
(alcune frange sono notoriamente da un lato di estrema destra
dall'altro di estrema sinistra) con striscioni, slogan e canti. I
circa 200 tifosi livornesi hanno reagito ai cori e striscioni
laziali inneggianti al fascismo con una bandiera con falce e
martello e cantando “Bandiera rossa”. Il tutto si è concluso con
un “Roma è fascista”, grande striscione apparso a coprire la
curva Nord, insieme con croci celtiche e bandiere con svastica .
E non sono mancati nemmeno scontri, dentro e fuori lo stadio,
prima e dopo la partita, tra le due tifoserie, che cercavano di
entrare in contatto, e le forze dell’ordine che effettuavano
cariche per disperdere i tifosi e riportare la calma. La partita
non è stata affatto interrotta, ma il giorno dopo sono arrivate,
puntuali, le minacce di nuovi provvedimenti repressivi: “Debbo
ribadire che se le circostanze mi costringessero a scegliere tra
l'incolumità degli operatori di polizia e la presenza del pubblico
alle manifestazioni calcistiche, non esiterei un istante a far
chiudere gli stadi più a rischio”, ha detto il ministro
dell’Interno Giovanni Pisanu. Una dichiarazione che suona
162
G. BASILICI, La polizia: “Ma così rischiamo i tumulti”, in “La
Nazione”, 3 febbraio 2000, p. 23.
195
come un ultimatum: un'altra domenica come quella di ieri, in
cui negli stadi italiani ha prevalso la “violenza più becera”
sullo spirito sportivo, e gli impianti più a rischio saranno
chiusi. Ma l'affondo di Pisanu va oltre, e chiama in causa non
solo i tifosi ma tutto il mondo del calcio. Il ministro si rivolge
esplicitamente agli organi di giustizia sportiva, sollecitando il
loro “contributo”, ovvero chiedendo squalifiche: “Mentre
l'Italia offre al mondo dimostrazioni di civiltà 163, negli stadi
torna a scatenarsi la violenza più becera. In occasione della
partita di calcio Lazio-Livorno, si sono viste all'interno e
all'esterno degli stadi barbarie di ogni genere che hanno
duramente impegnato le forze dell'ordine. Scontri, denunce,
arresti e ferimenti: un bilancio intollerabile. Ancora una volta
risulta evidente che per arginare la violenza non bastano le sole
misure di ordine e sicurezza pubblica, ma occorre anche il
contributo rigoroso e determinato delle stesse società e,
soprattutto, degli organi della giustizia sportiva”.
Da parte sua il ministro dell'Interno proprio per far fronte alla
violenza ed evitare la drastica chiusura degli stadi al pubblico
ha introdotto un decreto che dispone una serie di misure
antiviolenza tra cui la “flagranza differita” che dà la possibilità
di arrestare i responsabili degli scontri all'interno e all'esterno
degli stadi, individuati grazie alle telecamere, anche nei giorni
successivi a quelli in cui si sono verificati.
Proprio il giorno dopo l’avvertimento del ministro dell’Interno
Pisanu è andato in scena, a Milano, durante la partita di
Champions League tra Inter e Milan, un fitto lancio in campo
di fumogeni, uno dei quali ha colpito il portiere rossonero
Dida, costretto ad abbandonare il campo. Il tutto ha avuto
inizio al 26’, quando l’arbitro Merk ha annullato un gol di
163
Il riferimento è alla perfetta gestione dell'organizzazione e della
sicurezza dei funerali di Papa Giovanni Paolo II.
196
Cambiasso, scatenando l’ingiustificata reazione della curva
interista. Dopo la lunga sospensione del gioco ordinata
dall’arbitro tedesco, è svanito il tentativo di riprendere la
partita, a causa del rinnovato lancio di fumogeni e bottigliette
di plastica. E la gara non poteva che finire lì; una figuraccia in
tutta Europa che potrebbe costare al nostro paese
l’assegnazione dei campionati europei del 2012. All'indomani
dello spettacolo indegno sugli spalti dello stadio milanese di
San Siro, è intervenuto sul tema della violenza nel calcio il
presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che ha esortato il
ministro dell'Interno a proseguire sulla linea di fermezza da
tempo adottata, dedicando particolare impegno alle attività di
prevenzione, senza però escludere, se necessario, il ricorso alle
misure più drastiche. Nel corso degli anni, però, il mero
inasprimento delle norme e delle sanzioni, non ha portato a
nessun risultato reale: negli ultimi anni, la misura repressiva
più adottata nei confronti degli ultrà è stata quella della diffida,
secondo la quale i responsabili di episodi violenti non possono
assistere a eventi sportivi di qualsiasi genere per mesi, se non
per anni, proporzionalmente alla gravità del gesto commesso.
La proliferazione delle diffide, però, sembra aver riscosso
miseri successi, ed è appurato che la maggior parte dei tifosi
colpiti da questo provvedimento si reca regolarmente allo
stadio, anche se con mille precauzioni e “travestimenti”164.
Anche le società calcistiche hanno più volte preso
provvedimenti, specie a svantaggio delle tifoserie in trasferta,
con la speranza di diminuire l’eventualità di incidenti: “Un
altro elemento di base per limitare le esplosioni di violenza
ultrà è la disponibilità di biglietti per le partite in trasferta: per
l’ultrà, che si sente “parte attiva” del gioco, la partita è un
diritto inalienabile, un bisogno primario da estinguere ad ogni
costo. La politica miope del “tutto esaurito” di quelle società
164
F. BRUNO, Storia del movimento ultrà in Italia, cit.
197
che, gonfie di pubblico, limitano fortemente i posti designati ai
tifosi ospiti, stimolano un meccanismo di rappresaglie che
porta a una riduzione generalizzata dell’offerta di posti al
“nemico”. Questa politica, lontana dal limitare il tasso di
violenza attraverso una diminuzione degli ultras in trasferta,
ottiene soltanto un aumento di giovani in viaggio senza
biglietto, ma oltremodo decisi a far valere quel considerano un
proprio inalienabile diritto: partecipare alla partita”165. Anche
Bruno è d’accordo sul fatto che, spesso, limitare i posti a
disposizione dei tifosi ospiti non sia una giusta soluzione per
arginare il teppismo ultrà: “Ridurre la presenza degli ultrà al
seguito delle squadre in trasferta in parecchi casi finisce per
creare ugualmente dei problemi di difficile soluzione. Accade
spesso infatti che le tifoserie si presentino in numero ben
maggiore di quello dei biglietti loro riservati, costringendo la
forza pubblica ad una vigilanza serrata, dato che impedire
l’accesso allo stadio a migliaia di persone può dare opportunità
agli esagitati di sfogare la loro rabbia lontano dagli impianti
sportivi, nei centri cittadini”166. Le misure adottate per
debellare la violenza ultras nei dintorni degli stadi si basano,
come abbiamo visto, su controlli capillari effettuati da un
sempre maggior numero di forze dell’ordine e di responsabili
delle società calcistiche. Se per un verso è diminuito il tasso di
scontri sugli spalti, grazie anche a sofisticati metodi di
identificazione dei teppisti, dall’altro riscontriamo un aumento
degli incidenti in zone meno controllate. E’ stata assicurata una
maggiore tranquillità alle persone che riempiono gli spalti, ma
il problema del teppismo necessita di un’analisi e di un
intervento più profondi: “Siamo di fronte a un problema che
non riguarda semplicemente la gestione dell’ordine pubblico,
165
V. MARCHI, Italia 1900-1990: dal supporter all’ultrà, cit., p. 206.
166
F. BRUNO, Storia del movimento ultrà in Italia, cit., p. 125.
198
bensì a un problema giovanile con più vaste implicazioni
sociali, psicologiche e culturali, rispetto al quale è illusorio
pensare che il ricorso alle sole misure di polizia possa fornire
una risposta risolutiva”167.
In Italia, il contributo nell’ambito delle ricerche sociali è ben
rappresentato dal lavoro svolto dall’Eurispes, che ha il merito
di aver intrapreso un’analisi sociologica del vasto panorama
ultras, tale da darci un quadro esauriente delle tappe seguite dai
giovani delle curve attraverso gli ultimi decenni. Uno dei
capisaldi di questi studi è il voler dimostrare come gran parte
del teppismo calcistico sia figlio dei meccanismi e delle
degenerazioni della nostra società, evitando di accostare il
connubio ultras – violenza al solo ambito calcistico e
proponendo criteri di analisi molto più vasti.
Secondo lo studio dell'Eurispes, in Italia sta emergendo un
fenomeno del tutto nuovo: il tifoso non subisce più il fascino
delle organizzazioni di destra e dei naziskin ed è andato
emancipandosi rispetto al modello oltre Manica degli
hooligans. Sullo sfondo di questi gruppi di ultras c'è invece una
situazione di malessere generale, di ansia, di incertezza e
soprattutto la condizione subalterna che i giovani vivono nella
società. L'atteggiamento degli ultras è semplice, quasi
manicheo: esistiamo “noi” e gli “altri”, gli “amici” e i
“nemici”. Di qui il bisogno di “marcare” il proprio territorio, di
cercare disperatamente un modo per sentirsi “socialmente
visibili”, che il più delle volte sfocia nella violenza negli stadi.
La “tribù” degli ultras italiani quindi, essendo storicamente
interclassista, trova il proprio collante in un approccio di tipo
“militante”, “aggressivo” e “combattente”. Il movimento degli
ultras in questo modo riesce a “catturare” l'attenzione dei mass-
media come nessun altra manifestazione turbolenta giovanile
estranea alla sfera politica riesce a fare.
167
A. ROVERSI, Il sociologo e l’ultrà, cit., p. 41.
199
In effetti una delle fondamentali cause del teppismo calcistico
risiede nel rifiuto di questi ragazzi verso le regole della società
e il modo in cui è governata. Il loro disadattamento è sintomo
anche delle continue pressioni a cui sono sottoposti i giovani di
oggi, in un mondo che chiede ogni giorno di essere
“protagonisti” in qualsiasi ambito sociale. Gli ultras, allora, nel
tentativo e nella speranza di stravolgere le regole, compiono
atti che, a pensarci bene, rispecchiano gli “obiettivi” della
società, “affamata” com’è di “eroi” da prima pagina.
Certo è che sono innegabili le conseguenze non solo sociali,
ma anche politiche ed economiche che il fenomeno della
violenza negli stadi crea al termine di ogni stagione calcistica.
Le spese sostenute dallo Stato sono assolutamente esagerate,
soprattutto se consideriamo l’elevato numero di agenti di
polizia impegnati in ogni categoria, tant’è che sembra prendere
piede l’idea di istituire dei servizi di vigilanza a carico di ogni
singola società calcistica. La Polizia ha avanzato la proposta
che ogni squadra adotti un proprio servizio d’ordine, come
accade in Gran Bretagna. All’interno degli impianti sportivi del
Regno Unito sono all’opera degli steward che aiutano gli
agenti a mantenere l’ordine.
Se da una parte il contributo finanziario delle società
calcistiche potrebbe alleviare le spese statali e rendere forse più
responsabile il comportamento dei tifosi (ad eccezione dei
cosiddetti “cani sciolti”), dall’altra non possiamo ignorare le
disparità di capitali esistenti nel mondo del calcio: per gli
squadroni si tratterebbe di una seccatura in più, aggirabile con
qualche nuova sponsorizzazione, per le piccole società il
problema sarebbe molto più serio.
Nella stagione calcistica in corso, la nuova “legge Pisanu” ha
introdotto nuovi metodi per cercare di sconfiggere il teppismo
200
da stadio: maggiori perquisizioni, biglietti nominali,
pianificazione di politiche sociali, ecc168.
Proprio il Ministro dell’Interno Pisanu presenta così i dati
relativi alla sicurezza delle prime giornate del campionato di
calcio della stagione 2005 – 2006: “I decreti ministeriali
approvati lo scorso giugno per contrastare la violenza negli
stadi hanno cominciato a produrre effetti positivi. Il confronto
tra i dati sulle prime giornate del nuovo campionato e quelli
dello stesso periodo dell’anno scorso mostra, infatti, che le
partite con feriti si sono quasi dimezzate, scendendo da 27 a
15 (-44%). Nello stesso tempo è aumentata l’efficacia
dell’azione di contrasto, come testimonia l’aumento degli
arresti (+35%) e delle denunce a piede libero, che sono quasi
triplicate, passando da 111 a 319 (+187%). Le nuove misure
organizzative, inoltre, hanno consentito di ridurre del 31% gli
operatori di polizia in servizio negli stadi (dai 34.288 impiegati
lo scorso anno siamo infatti passati a 23.604), aumentando
così le risorse umane destinate ad altri compiti di sicurezza e
ordine pubblico. Incoraggiante è anche il clima di fattiva
collaborazione che si è creato tra forze dell’ordine, istituzioni
sportive e società di calcio: ciò ha reso possibile individuare,
di comune accordo, gli accorgimenti indispensabili per
superare le criticità della prima attuazione della riforma. Si
tratta dunque di proseguire su questa strada, per restituire
finalmente ai veri appassionati di calcio la possibilità di
168
In particolare, sono tre i nuovi decreti ministeriali firmati il 6 giugno
2005 per combattere la violenza negli stadi che entreranno in vigore dalla
stagione 2005-2006 a completamento delle norme già previste dal decreto
legge 28 del 2003 e la cui piena applicazione è stata più volte rinviata. Oltre
a quello sui biglietti elettronici nominali, gli altri due decreti riguardano la
videosorveglianza degli impianti sportivi e le misure logistiche e
amministrative negli impianti sportivi. Il testo dei decreti è riportato in
appendice.
201
recarsi allo stadio serenamente ed in condizioni di totale
sicurezza”169.
Parole chiare e confortanti, ma Lorenzo Contucci, che oltre ad
avere esperienza di curva è attualmente un avvocato penalista,
non è assolutamente d’accordo sui dati presentati dal Ministero
dell’Interno: “Quei dati sono falsi. Ho esaminato
personalmente, per conto di un quotidiano, i dati forniti
dell’Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive e
non credevo ai miei occhi nel leggere come i dati che vengono
sbandierati all’opinione pubblica vengano puramente e
semplicemente modificati al fine di poter rendere certe
dichiarazioni. Il dato è riscontrabile da tutti, basta andare sul
sito della Polizia di Stato. E’ incredibile che vengano fatte
delle leggi a seguito di dati assolutamente inattendibili proprio
in base alla loro documentazione. Certamente non sono i
rimedi del decreto Pisanu a far diminuire la violenza, che
invece è sempre presente. Durante l’ultimo Lazio/Roma ci sono
stati gravissimi incidenti, con feriti assai gravi per armi da
taglio, ma nessun telegiornale ne ha parlato, semplicemente
perché la questura vuol far vedere che il decreto funziona e
quindi non fa uscire la c.d. “velina”! I biglietti nominativi sono
assolutamente inutili, anche perché in nessuno stadio d’Italia i
tifosi di curva siedono al proprio posto, e nessuno è in grado di
imporglielo, proprio perché loro non vogliono. Figuriamoci se
in una curva come la Sud di Roma, dove dal 1990 non entra un
poliziotto, un ultras accetta che uno steward (che tra l’altro
lavora ogni due settimane per due lire) gli dica quello che deve
o non deve fare. Inoltre, chi mai compierebbe un reato stando
al proprio posto?”
Queste dichiarazioni ci suggeriscono che probabilmente
qualsiasi azione di prevenzione attuata dalle agenzie
169
“Violenza negli stadi: risultati positivi dopo gli ultimi provvedimenti
adottati”, in [Link].
202
istituzionali, per sortire gli effetti desiderati, dovrebbe oggi
essere accompagnata da azioni provenienti dall’interno dello
stesso mondo ultras e da una collaborazione tra membri della
curva e addetti al servizio d’ordine.
Partendo dal presupposto che probabilmente sarà impossibile
eliminare totalmente atti di violenza, o turbolenza, tra gli ultras,
perché “connaturali”con lo spettacolo calcistico di massa,
Marchi ritiene che si possa comunque operare efficacemente
per una sua attenuazione, coinvolgendo in modo più diretto gli
stessi sostenitori. Alle forze dell’ordine, che non possono
presidiare “in forza” tutte le partite che si svolgono ogni
domenica, si dovrebbero in questo contesto affiancare strutture
di sorveglianza organizzate dalle società sportive tra i propri
sostenitori. L’azione di prevenzione dovrebbe dunque essere
esercitata soprattutto da membri della stessa comunità del
tifoso “turbolento”. E’ questo, in definitiva, il sistema rooligan
per attenuare la violenza: isolare e far sentire un po’ “scemo” il
turbolento, farlo sentire “fuori” dal proprio schema
comportamentale collettivo, estraneo alla comunità. Potrebbe
essere sviluppata una struttura formata da squadre di servizio
d’ordine di tifosi, da situare sempre nello stesso settore dello
stadio, in modo da incoraggiare sentimenti comunitari ancor
più forti tra “sorvegliati” e “sorveglianti”, con l’ausilio della
presenza di vigilanza pubblica e privata, soprattutto con
compiti di coordinamento e supervisione, e garantire così una
discreta soglia di tranquillità in quasi tutti i settori dello
stadio170.
L’analisi di Marchi tiene conto soprattutto del forte valore
simbolico della curva. Il carattere “sacrale” della curva è uno
dei fattori da tener massimamente presente: l’irruzione delle
forze dell’ordine rappresenta per gli ultras un trauma, una
170
V. MARCHI, Italia 1900-1990: dal supporter all’ultrà, cit.
203
profanazione. Qualsiasi intervento esterno non ottiene altro che
sollecitare la “sindrome del beduino” negli ultras, pronti a
riunirsi e combattere contro l’“esterno”. Il gruppo deve
sviluppare dal proprio interno quelle forme di prevenzione e di
sorveglianza che spettano a ogni forma di autorità di “autorità
costituita”, per poter essere in grado di distinguere le
manifestazioni di violenza simbolica da quelle di violenza reale
attraverso l’istituzione della figura del “responsabile tifo”.
Anche in questo caso il ruolo maggiore dovrebbe dunque
essere svolto dagli ultras stessi, attraverso strutture di servizio
d’ordine e in stretto coordinamento, ma in piena autonomia,
con le Questure e le società sportive.
Quest’ultime dovrebbero uscire dalla tradizionale dicotomia
confitto/complicità, instaurando un rapporto con il movimento
ultrà basato sul riconoscimento della sua totale autonomia e
sulla volontà di facilitarne le manifestazioni comunitarie non
violente171.
Secondo Marchi un ruolo importante potrebbero ricoprirlo i
capi ultras, i quali dovrebbero preoccuparsi di curare la
“personalità” del gruppo, cercando di rafforzare il legame città-
squadra-curva in termini non solo di identità ma anche di
civiltà, e dovrebbero “educare” gli ultras più giovani, molti dei
quali, carenti di “memoria storica”, specie quella della curva,
agiscono esclusivamente in funzione del “casino” e della
spettacolarizzazione dell’evento teppistico: “Molti dei gruppi
neonati sono ormai composti da adolescenti o poco più, si
regista un forte abbassamento dell’età media in curva. Questo
porta ad una serie di problemi rilevanti, fra cui quello della
mancanza di controllo sui focolai di violenza. Per quanto possa
apparire inverosimile, la presenza degli ultrà più anziani aveva
garantito il rispetto di un “codice d’onore” secondo cui gli
spettatori pacifici non dovevano essere coinvolti nelle risse. La
171
Ivi, p. 205.
204
mancanza di “apprendistato” delle nuove leve e il loro
improvviso inserimento nelle curve stravolgono le regole del
gioco, provocando spesso la reazione degli ultrà più maturi:
“Per molti ragazzi oggi essere ultrà presenta solo un vanto nei
confronti dell’amico. Cioè: io sono un ultrà e tu no, perché io
ho la toppa, perché io ho la sciarpa, perché io vado in trasferta
con gli ultrà. Cioè non sanno nemmeno cosa significa lo spirito
ultrà, assolutamente”172.
Alcuni metodi adottati in seguito ad episodi di violenza, come i
periodici blitz nelle sedi dei gruppi ultras, le perquisizioni e le
diffide “a pioggia”, difficilmente riescono ad “invogliare” gli
ultras, a renderli partecipi di un vero e proprio dialogo. A
parlare è ancora il Contucci avvocato: “Per quanto riguarda le
diffide, posso dire con certezza che lo strumento della diffida è
giusto ma che è sbagliato l’abuso che se ne è fatto in questi
anni. Di recente la Questura di Roma ha diffidato tutto un
treno di tifosi del Livorno, a prescindere da chi ha tenuto
comportamenti violenti e chi no. Invece di diffidare i 40
violenti accertati, ha diffidato 288 persone, tra cui padri con
figli, ragazze e via dicendo. Tutto questo non può che generare
violenza e risentimento in chi, dopo tre anni di firme apposte
ingiustamente, tornerà allo stadio”.
Forse è vero che le forze dell’ordine, salvo pochi casi o
esperimenti falliti come l’Ufficio Stadio di Genova, parlano un
“linguaggio” distante da quello degli ultras, ma anche vero che
i direttivi dei maggiori gruppi ultras italiani hanno fatto poco
per combattere la diffusione della violenza gratuita,
accampando troppe volte la scusa dei “cani sciolti” e
dell’ingovernabilità di una grande curva.
In conclusione di paragrafo vogliamo comunque sottolineare
anche il lato umano e solidale degli ultras: quando una
tifoseria, ad esempio, viene colpita da un grave lutto,
172
A. ROVERSI, Calcio, tifo e violenza, cit., p. 131.
205
specialmente quando le vittime sono personaggi molto
carismatici e conosciuti, capita che gruppi ultras avversari
confezionino striscioni commemorativi, anche in vista di una
partita da giocare proprio contro quella squadra. Gli ultras sono
soliti colpire l’opinione pubblica con tali manifestazioni, ma, al
contrario degli atti di teppismo, in questi casi non c’è alcun
desiderio di far parlare di sé, di essere citati nelle pagine dei
giornali. E’ come se volessero esprimere questo particolare
modo di essere soltanto all’interno del loro mondo, consapevoli
che anche il loro peggior nemico (il gruppo rivale) è formato
da giovani caratterizzati da comportamenti molto simili, nel
bene e nel male.
Il paradosso degli ultras consiste proprio in questo: da una
parte assistiamo a guerriglie scatenate il più delle volte in nome
del “niente” (i motivi abbiamo comunque cercato di analizzarli
nel corso di questa tesi), dall’altra si verificano episodi di
solidarietà molto simili a una grande, enorme muraglia
innalzata contro tutto ciò che gli ultras considerano “nemico”.
E quando tali sentimenti sono condivisi da migliaia di ragazzi,
di ogni estrazione e di ogni credo, risulta difficile ipotizzare
interventi di carattere sociale o politico che possano
“introdursi” in questa impenetrabile e volubile corazza qual è
la mentalità ultras.
Il discorso della violenza è vecchio, ma non è stato mai
affrontato in maniera appropriata; c’è bisogno di una cultura
del dialogo e di una “educazione delle curve” a partire dalla
base, per far si che la curva torni ad essere soprattutto un luogo
di socializzazione.
206
CAPITOLO 5
Le interviste
207
La “vecchia guardia” e il giornalista sportivo: due punti di vista
a volte inconciliabili, due approcci diversi per cercare di
spiegare lo stesso fenomeno: il movimento ultras.
208
5.1 La “Vecchia Guardia” della Sud: Lorenzo
Contucci
210
poco tempo fa in occasione di Ascoli/Sampdoria, dove un
ragazzo di 16 anni ha lanciato un razzo che per poco non
uccideva un innocuo tifoso avversario. Il gesto è considerato
folle sia per il tifoso “normale” che per l’ultras, ma
quest’ultimo non lo consegnerebbe mai alle forze dell’ordine,
limitandosi ad applicare lui stesso la pena senza processo
decisa dal gruppo stesso, che si traduce solitamente in una
serie di sganassoni e nella cacciata definitiva dalla curva e dal
gruppo, cosa che per un ragazzo giovane inserito in certi
ambienti è cento volte peggiore di qualsiasi altra condanna.
Ma ci sono una infinità di codici e “linguaggi” della curva: ad
esempio, se un gruppo ultras mette il proprio striscione
capovolto, vuol dire che contesta qualcuno o qualcosa. Se i
gruppi ultras – è accaduto nel famoso derby sospeso – ritirano
gli striscioni, spesso vuol dire un lutto improvviso. Lo
striscione sottratto al gruppo avversario va esposto sempre
capovolto, in segno di disprezzo. E si potrebbe continuare per
ore.
211
città. Il calcio, tuttavia, non è un contorno ma è un elemento
essenziale.
Se la Roma non giocasse in trasferta non avrebbe senso
andarci, tanto per andare.
Come dire? La Roma è una fede e gli ultras sono i suoi
seguaci.
212
politicamente per 6 giorni su 7 e dimenticarselo la domenica.
La politica, poi, c’è anche nelle tribune con le poltroncine di
pelle, solo che lì è una politica in giacca e cravatta. Al potere
dà sempre fastidio il lato proletario, di sinistra e di destra,
delle cose.
Per quanto mi riguarda, e per ciò che concerne i miei trascorsi
di curva, ho sempre cercato di mettere da parte la politica,
perché allo stadio rappresenta un fattore di divisione.
Negli anni ’80 a Roma ci si riuscì, ma perché il valore
“Roma” era ancora predominante. C’erano le bandiere,
giocatori che sembravano affezionati alla maglia. C’era
qualcosa da amare, e la politica per quelle poche ore tutti se la
dimenticavano, offuscata da quella maglia giallorossa. Oggi
che il valore “Roma” è mortificato da giocatori senza
bandiera e senza rispetto per chi li segue, capisco che altri
valori abbiano più spazio.
Beh, direi proprio di no, nel senso che non c’è un filo diretto.
La violenza organizzata nasce – ahinoi – proprio con gli ultras
che ad una forma di sostegno assai più colorata e vivace del
triste spettacolo delle tribune hanno in sé anche fenomeni
degenerativi. Ma la violenza c’è sempre stata e sempre ci sarà.
Possono spostarla dagli stadi, l’avranno a Campo de’ Fiori.
Per quanto riguarda i rimedi al teppismo calcistico… direi che
l’unico rimedio – che comunque non auspico – sarebbe il
divulgare una linea di pensiero tale da far sì che non nascano i
gruppi ultras, perché tutto sommato è da una parte minoritaria
degli ultras che nasce la violenza. Ma questo rimedio, oltre ad
essere difficile da attuare per l’animo geneticamente ribelle di
213
diversi ragazzi, equivarrebbe al gettare il bimbo con l’acqua
sporca: chi va allo stadio va anche per sentire il calore, il tifo
che solo una curva può dare.
Attualmente credo che una delle maggiori concause della
violenza negli stadi sia proprio l’intervento puramente
repressivo delle forze dell’ordine e di legislazioni populiste e
assolutamente inattuabili, come l’ultima legge Pisanu.
214
mai andato in trasferta o non si è trovato in certe situazioni
non potrà mai credere a quello che ho visto in tanti anni,
quindi risparmio la fatica. Quelle rare volte in cui qualche
“esterno” si è trovato in situazioni un po’ particolari ha
completamente cambiato la propria prospettiva in ordine a
tanti preconcetti. Se ci fosse una telecamera “neutra”,
azionata da qualcuno non visto, salterebbe un questore per
ogni giornata di campionato.
215
al proprio posto, e nessuno è in grado di imporglielo, proprio
perché LORO NON VOGLIONO. Figuriamoci se in una curva
come la Sud di Roma, dove dal 1990 non entra un poliziotto,
un ultras accetta che uno steward (che tra l’altro lavora ogni
due settimane per due lire) gli dica quello che deve o non deve
fare. Inoltre, chi mai compierebbe un reato stando al proprio
posto? Per quanto riguarda le diffide, posso dire con certezza
che lo strumento della diffida è giusto ma che è sbagliato
l’abuso che se ne è fatto in questi anni. Di recente la Questura
di Roma ha diffidato tutto un treno di tifosi del Livorno, a
prescindere da chi ha tenuto comportamenti violenti e chi no.
Invece di diffidare i 40 violenti accertati, ha diffidato 288
persone, tra cui padri con figli, ragazze e via dicendo. Tutto
questo non può che generare violenza e risentimento in chi,
dopo tre anni di firme apposte ingiustamente, tornerà allo
stadio. Si pensi che la diffida la dà il questore e la convalida
un giudice. Per un mafioso la diffida la propone il questore ma
è il giudice che decide se applicarla o meno. Per la legge
italiana, quindi, il tifoso è meno tutelato del mafioso, il che mi
sembra francamente eccessivo. A ciò vorrei aggiungere che i
dati che periodicamente fornisce il Ministero degli Interni,
oltre che inattendibili, sono parziali: è inutile dire che sono
state denunciate mille persone se poi non si dice l’esito di
quelle denunce! Gran parte dei tifosi diffidati perché
denunciati vengono poi assolti, anche se a distanza di anni e a
diffida scontata, dopo aver speso qualche migliaio di euro in
spese legali.
216
lo sa perfettamente, spesso sulla propria pelle. D’altra parte
quando un prefetto e un questore, in quella circostanza, si
permettono di dire che fuori era tutto tranquillo quando in
realtà c’era l’inferno… chi poteva credere a quella smentita?
217
Perché ha snaturato il rito domenicale. I mass media ci sono
sempre stati, è la pay per view che ha distrutto un certo modo
di vivere il calcio. Non ha scoraggiato gli ultras, gli ha solo
reso la vita impossibile per via delle partite di lunedì, di
martedì e via dicendo, agli orari più impensati.
218
una splendida coreografia tante volte quante è stato fatto
cadere il famoso motorino di S. Siro.
219
mondo del tifo. Ormai tutti i gruppi ultras sono in contatto tra
loro. Negli anni ’80 era impensabile conoscere un milanista,
un doriano, un veronese.
Ora si è creata la comunità ultras, che trascende i singoli
gruppi, pur essendo assai litigiosa, ovviamente, al suo interno.
Per quanto riguarda i gruppi in sé, non ha portato novità
significative, se non quello di avere una sorta di biglietto da
visita visibile in qualsiasi momento in tutto il mondo.
220
sanno perfettamente. Fino a che non nascerà in curva un
nuovo o dei nuovi leader la situazione rimarrà quella di oggi,
visto che gli anziani se ne sono andati. Il problema è che
appena ti esponi, le forze dell’ordine ti ricoprono di attenzioni
non gradite. Ti propongono di aiutarti per comprare i biglietti
o per organizzare le trasferte, e se ti rifiuti diventi
automaticamente un ribelle da eliminare. D’altra parte nella
sottocultura ultras la collaborazione con le forze dell’ordine è
assolutamente esclusa, sicché nessuno intende più trovarsi in
situazioni simili. Per questo, la Curva Sud ha scelto l’anarchia.
221
222
5.2 Il giornalista sportivo: Fabio Massimo
Splendore
224
funzione della comunicazione? Ovvero i mass media come
cassa di risonanza, l'uso degli striscioni ad uso di tv e
fotografi, il rapporto con la carta stampata, l'uso delle
trasmissioni radiofoniche, ecc.. quanto è cambiato il
fenomeno, anche inconsapevolmente, all'interno di un
mondo “naturalmente mediato”?
225
alle gestioni dei marchi solo dai parte dei club: le famose
cittadelle delle sport di cui parlano molti club (e molto se ne
parla a Roma) renderebbero necessario da parte dei club, per
riuscire ad esempio ad abbassare i prezzi dei biglietti,
l’avocazione a se stessi di tutte le attività commerciali riferite
alla società e alla squadra. In queste attività commerciali
spesso si trovano gli interessi dei gruppi ultras. Credo che
questo non sia l’unico nodo, ma sicuramente un grande nodo
nell’insoddisfazione che gli ultras manifestano per questo
calcio. Ma c’è dell’interesse concreto all’interno di questo
discorso.
226
Un’inchiesta recente del Corriere dello Sport Stadio ha
messo in luce un dato allarmante: gli stadi italiani sono
sempre più vuoti. Per i tifosi le responsabilità sono delle
nuove leggi sulla sicurezza negli stadi e dello strapotere
concesso dalle società calcistiche alla tv a pagamento. Lei
cosa ne pensa?
227
ruoli. Questo non sono certo che avvenga sempre. Mentre
questo rapporto esiste da sempre ma prima non era acclarato,
in questa stagione il verificarsi di determinate situazioni fa
effettivamente riflettere: a Cagliari c'è stato un tecnico,
Arrigoni, richiamato dal presidente Cellino dopo l'esonero di
Tesser e costretto ad andar via perché sgradito agli ultras con
i quali (non ci sono conferme vista la delicatezza del tema ma
le informazioni sono piuttosto fondate) ci sarebbero stati anche
un paio di incontri ravvicinati “pesanti" per il tecnico. E a
Lecce gli stessi ultras incontrando la squadra hanno “chiesto”
e ottenuto che il capitano non fosse più il centrocampista
argentino Ledesma ma il difensore Stovini, con tanto di
conferenza stampa del capitano uscente. Soprattutto questa
seconda vicenda apre una breccia probabilmente epocale sul
fronte delle ingerenze delle frange più estreme del tifo in
determinate situazioni: ingerenza favorita quando le cose in
campo non vanno bene e c'è bisogno di tenere il più possibile
tranquilla la tifoseria più intransigente.
228
in questo sia uniformata alla Curva Nord della Lazio, fatto di
portata storica assolutamente rivoluzionaria. Ma la rapidità
con cui cambia la geografia delle Curve e dei gruppi ultras mi
porta anche ad andare cauto con questa valutazione. Non so se
oggi la situazione sia rimasta quella o si sia modificata.
229
230
Conclusioni
231
base, rigido. Si stabiliscono così gli atteggiamenti da tenere in
determinati frangenti con i tifosi avversari, con la polizia; è un
sistema basato su “sensazioni normative” che si provano in
tutte le occasioni in cui gli ultras si trovano coinvolti. Lo stesso
argomento della violenza, che è il primo attributo associato a
tifosi e ultras, da parte soprattutto di chi non fa del calcio un
interesse primario, è affrontato dagli intervistati attraverso il
filtro di questa mentalità. Scaramucce, verbali o fisiche che
siano, tafferugli, scontri con le forze dell’ordine, “cariche”,
ogni singolo aspetto è catalogato in un dato modo, grave o di
poco conto, a seconda delle interpretazioni che gli ultras gli
danno. Interpretazioni che riflettono immancabilmente la
normatività comportamentale proveniente dalla sopra citata
mentalità.
Le differenze più vistose tra i tifosi “normali” e tra gli ultras
nascono proprio da questo ambito interpretativo; quasi tutti gli
ultras, a prescindere dalla squadra per cui tifano, hanno ormai
una visione comune. Attualmente, nonostante la natura stessa
della propria cultura li porti a scontrarsi, o a formare intricate
ragnatele di amicizie e inimicizie che rendono arduo ogni
tentativo di collaborazione o coordinamento, nel tipo di critica
portata al “sistema calcio” gli ultras trovano la consapevolezza
necessaria per conformarsi in movimento, manifestando per
obiettivi decisamente politici, che si possono sintetizzare in un
duplice rifiuto: alla “repressione” ed al “calcio moderno”.
Ad accentuare la componente politica della cultura ultras
interviene lo stato di permanente contrapposizione ideologica
con le forze dell’ordine. Se la polizia valuta l’ultras un pericolo
sociale, una forma di sovversione e non di semplice teppismo,
una figura da controllare e reprimere perché eversiva, per
l’ultras la polizia è il braccio armato del sistema e ne difende
gli interessi. Il fronte comune delle tifoserie sul tema della lotta
alla repressione si oppone soprattutto all’uso massificato e
232
intimidatorio del Daspo (Divieto di accesso ad eventi sportivi)
e sulle modalità brutali degli interventi coattivi negli stadi.
L’altro fronte comune è quello dell’opposizione al calcio
moderno, al calcio-business, al calcio della pay-tv. Nel calcio
del terzo millennio le nuove frontiere economiche nascono
dalle quotazioni in borsa e dalla vendita dei diritti televisivi; gli
ultras accusano chi gestisce ora il calcio di non interessarsi più
agli stadi pieni, si sentono parte marginale di questo show e
non vogliono ricoprire il ruolo di “sopportati”.
Il calcio come spettacolo mass-mediatico ha cambiato sia le
modalità di fruizione, sia le modalità di partecipazione diretta
all’evento stesso da parte del pubblico. Attualmente il
“consumo di calcio” avviene soprattutto attraverso i media: il
calcio è spettacolo televisivo quotidiano durante tutto l’anno. Il
tempo che gli è dedicato in tivù, al pari dello spazio che gli è
riservato nei giornali, si è dilatato senza limiti. Ogni
lamentazione circa l’effetto di saturazione prodotto da tanta
esposizione, ogni polemica circa la credibilità del calcio,
eccezionalmente, non ne scalfisce gli indici di audience, la
capacità di “far vendere” i giornali, di ipnotizzare davanti al
video il pubblico. E’ come se le polemiche non solo non
riducessero l’interesse verso il calcio ma, al contrario, lo
incentivassero, forse semplicemente perché il calcio, con le sue
miserie, le ombre, i rapporti di potere, è lo specchio della vita
pubblica, ma anche di quella privata. Così almeno pensa la
“gente”.
Gli ultras si oppongono al “calcio mediato”, ma ne sono loro
stessi protagonisti e parte integrante. Perché i media sono non
solo espressione di interessi economici nel mondo del calcio,
ma anche preziosa cassa di risonanza per chi, come gli ultras,
cercano visibilità, nel bene e nel male, proprio grazie al calcio:
striscioni, cori, coreografie, ma anche scontri e “scioperi del
233
tifo” non avrebbero lo stesso impatto sull’opinione pubblica
senza telecamere e fotografi a bordo campo.
Attorno e limitatamente a questi due temi, o meglio a questi
due fronti di lotta, gli ultras assumono caratteristiche che sono
proprie delle ben più politicizzate controculture, coordinandosi
tra tifoserie, diffondendo comunicati stampa, organizzando
convegni, sfilando in manifestazioni di piazza, indicendo
scioperi del tifo, utilizzando le proprie trasmissioni
radiofoniche e soprattutto Internet, cui ormai ogni gruppo
affida la propria immagine.
Su questi due temi, la direzione verso cui marcia il “sistema
calcio” e le strategie di ordine pubblico adottate negli stadi, gli
ultras possono contare su un considerevole serbatoio di
consenso soprattutto all’interno degli stadi, che ne legittima
ulteriormente il ruolo di unica “controparte politica” in
opposizione al governo del sistema.
Il fronte comune degli ultras di tutta Italia dimostra come a
partire da questi temi prettamente politici si stia riuscendo a
sospendere, per determinate iniziative, quel senso di rivalità
che è alla base stessa della cultura ultras, in nome di un
comune e ben più attrezzato nemico: il sistema calcio e le sue
propaggini istituzionali.
234
RISULTATI QUESTIONARIO
1.01 Sesso
Val. %
- M 86
- F 14
Base 56
1.02 Età
Val. %
- 14-20 35
- 21-25 32
- 26-30 21
- 31-35 12
- Oltre 35 0
Base 56
Val. %
- Molto soddisfatto 16
- Abbastanza soddisfatto 32
- Così così 28
- Poco soddisfatto 19
- Del tutto insoddisfatto 5
Base 56
235
1.03.b Hai interrotto la frequenza ad una scuola (o corso di laurea) ?
Val. %
- Si 26
- No 74
Base 56
1.05 Occupazione
Val. %
- Studente 17
- Lavoratore 25
- Studente – lavoratore 37
- Disoccupato 19
- Casalinga 2
Base 56
Val. %
- Fisso, a tempo pieno 41
- Fisso, a part – time 27
- Saltuario 32
Base 37
1.05.b Per chi lavora, sei soddisfatto del tuo attuale lavoro?
Val. %
- Molto soddisfatto 18
- Abbastanza soddisfatto 27
- Poco soddisfatto 29
- Per nulla soddisfatto 26
Base 37
236
1.05.c Quali pensi che siano gli aspetti più importanti del lavoro?
237
1.07.b Quali caratteristiche ritieni importante che i tuoi amici
abbiano?
Val. %
- Sincerità 57
- Simpatia 32
- Disponibilità 28
- Nessuna in particolare 12
Risposte multiple Base 56
238
1.08 Oltre ad assistere alle partite di calcio, quali incontri sportivi
segui?
Val. %
- Con gli amici 16
- Con la famiglia 3
- Con la ragazza/o 25
- A casa per la disperazione 19
- Viaggiando 8
- Trovando un hobby (musica, libri...) 3
- Seguendo un altro sport 23
- Non so 3
Base 56
Val. %
- In curva 23
- Allo stadio, ma in un altro settore 36
- Allo stadio, ma solo se ne varrà la pena 11
- Insieme alla mia eventuale famiglia 25
- In un’altra città o paese 5
Base 56
239
1.11 Quali trasmissioni sportive segui abitualmente alla TV?
Val. %
- Dibattiti sportivi 39
- Riprese dirette di gare sportive 53
- Corse ciclistiche 8
- Altro 4
Risposte multiple Base 56
Val. %
- Mai o quasi mai 8
- Meno di 1 ora 12
- 1 - 2 ore 41
- 2 - 3 ore 28
- Più di 3 ore 11
Base 56
Val. %
- Radio generaliste 24
- Radio all news 5
- Radio sportive 36
- Trasmissioni condotte da tifosi 35
Base 56
240
1.12.a Indica la tua trasmissione radiofonica preferita:
Val. %
- Mai o quasi mai 17
- Meno di 1 ora 38
- 1 - 2 ore 28
- 2 - 3 ore 14
- Più di 3 ore 3
Base 56
241
1.13.b Cosa pensi degli articoli di giornale riguardanti il tifo nella tua
città?
Val. %
- Riportano fedelmente i fatti accaduti 0
- Omettono certi fatti 19
- “Gonfiano” le notizie 33
- Si accaniscono sui fati di curva 39
- Difendono la causa degli ultras 0
- Parlano poco di noi 5
- Altro 4
Base 56
Val. %
- Per evitare polemiche 0
- Per evitare allarmismi 3
- Per precise disposizioni editoriali 29
- Per mancanza di informazioni 22
- Per ostilità verso la curva 41
- Altro 5
Base 56
Val. %
- Svolgono onestamente il loro lavoro 11
- Quasi tutti sono corrotti 19
- Ne salvo solo alcuni 36
- Seguono la linea editoriale 28
- Altro 6
Base 56
242
1.14 Sei soddisfatto dei seguenti aspetti o situazioni della vita?
Val. %
- La salute in questo momento 75
- Come si vive oggi in Italia 4
- Il tuo tenore di vita 64
- L’istruzione che hai ricevuto 44
- La città in cui vivi 78
- I rapporti con gli altri 69
- La casa che hai 53
- I rapporti nella famiglia 42
- Le amicizie che hai 78
- Il modo di passare il tempo libero 48
- L’amore 46
- Il lavoro che hai 19
Risposte multiple Base 56
243
1.16 Attualmente che cosa conta di più nella vita?
Val. %
- Famiglia 60
- Salute 51
- Lavoro 16
- Studio 9
- Partner 32
- AS Roma 55
- Te stesso 14
- Amici 35
- Religione 8
- Impegno sociale 12
- Attività politica 19
- Attività sportiva 4
Risposte multiple Base 56
1.17 Indica il grado di fiducia che senti nei confronti delle seguenti
istituzioni e gruppi:
- I funzionari pubblici 7 28 53 12
- Gli insegnanti 3 42 43 12
- Le banche 0 25 39 36
- Le forze dell’ordine 2 14 45 39
- I sindacalisti 3 12 32 53
- I politici 11 28 25 36
- I sacerdoti 36 37 18 7
- I magistrati 11 39 32 18
- Gli imprenditori 18 32 32 18
Val. % Base 56
Val. %
- Si, a livello amatoriale 62
- Si, a livello agonistico 12
- No 26
Base 56
244
1.18.a Se si, quale?
1.18.b Perché?
245
1.19.b Alle prossime elezioni io:
Val. %
- Voterei, ma non so per quale partito 7
- Voterei per un partito di destra 48
- Voterei per un partito di sinistra 27
- Voterei scheda bianca o nulla 0
- Non andrei a votare 3
- Non so, non voglio rispondere 15
Base 56
2.02 Con quale frequenza assisti alle partite della tua squadra in
casa?
Val. %
- Sempre, sono abbonato 84
- Quasi sempre 9
- Solamente le più importanti 5
- Quando ne ho voglia 2
Base 56
2.03 Segui la tua squadra in trasferta?
Val.%
- Sempre 23
- Quasi sempre 34
- Si, solo le partite più importanti 20
- Si, poche volte 11
- No, assisto solo alle partite in casa 12
Base 56
246
2.04 Per le trasferte, quale mezzo utilizzi più spesso?
Val. %
- Qualsiasi mezzo 38
- Treno 14
- Pullman 26
- Mezzi propri 19
- Altro (nave, aereo) 3
Base 56
Val. %
- Si, è proporzionato alla qualità del settore 5
- Abbastanza, in altre città è molto più caro 12
- Si, se ci fossero dei servizi migliori 14
- No, ma pago per il bene della AS Roma 58
- No, molte volte entro senza biglietto 8
- Non so 3
Base 56
Val. %
- Da 0 a 5 ore 12
- Da 6 a 10 ore 30
- Da 11 a 20 ore 39
- Da 21 a 30 ore 13
- Oltre 30 ore 6
Base 56
247
2.08 Cosa ti spinge ad andare allo stadio?
Val. %
- Animare la vita quotidiana 17
- Veder vincere la squadra 39
- Vedere una bella partita 3
- Vivere un clima di festa 16
- Sfogare le mie frustrazioni 21
- Assistere / partecipare alle zuffe tra tifosi 18
- Stare in compagnia 16
- Fare politica 12
Risposte multiple Base 56
Val. %
- Si, sono assolutamente consequenziali 22
- Si, specie tra gioco e tifo 15
- Si, specie tra gioco e zuffe 7
- Non necessariamente 34
- No, sono concetti ben separati 22
Base 56
248
2.12 Hai notato delle influenze che il vivere in curva comporta nella
tua vita quotidiana?
Val. %
- Il mio modo di vestire e il mio
modo di fare (gesti, canzoni, ecc..) 17
- Considero la vita come una “sfida” e
il prossimo come un “nemico” 26
- Ho ampliato la mia cultura geografica
grazie alle trasferte 5
- Ho un maggiore senso del rispetto
e del sacrificio 38
- Nessuna influenza in particolare 7
- Ho fatto utile esperienza 7
Base 56
2.13 Come giudichi i servizi della Curva Sud dello Stadio Olimpico?
Val. %
- Si 28
- No 55
- Non so 17
Base 56
249
2.15 Dai una valutazione (da 1 a 10) ai rapporti con:
Valutazione media
- Il resto del pubblico romanista 5
- La società 5
- I giocatori 4,5
- I tifosi ospiti 2,5
- Le istituzioni 2
Base 56
Val. %
- Sono calorosi, ma meno di noi 32
- Sono solo dei brontoloni 28
- Ci guardano con ostilità 18
- Spesso si esaltano più di noi 0
- Partecipano al nostro tifo 21
Base 56
250
2.17.b Lo stadio non è libertà perché:
Val. %
- Devo pagare mio malgrado un biglietto
troppo caro 37
- Devo controllare il mio comportamento 59
- Sono condizionato dalla carta stampata
(ad es: “Tutti allo stadio”) 3
- Non posso fare una brutta figura con
gli altri membri della curva 1
Base 6
Val. %
- Si, tra lo stadio e le manifestazioni di
piazza non c’è alcuna differenza 31
- Si, e fatico a convivere con le ideologia altrui 17
- Si, ma rispetto le ideologie altrui 23
- Non è necessario 15
- No, assolutamente 14
Base 56
251
252
APPENDICE 1
Riferimenti normativi
Art. 1.
Allegato
253
1) al comma 1 é aggiunto, in fine, il seguente periodo: "Il
divieto di cui al presente comma può essere disposto anche per
le manifestazioni sportive che si svolgono all'estero,
specificamente indicate, ovvero dalle competenti Autorità degli
altri Stati membri dell'Unione europea per le manifestazioni
sportive che si svolgono in Italia";
2) al comma 5 é aggiunto, in fine, il seguente periodo: "La
prescrizione di cui al comma 2 é comunque applicata quando
risulta, anche sulla base di documentazione videofotografica o
di altri elementi oggettivi, che l'interessato ha violato il divieto
di cui al comma 1";
3) al comma 6 é aggiunto, in fine, il seguente periodo: "Le
stesse disposizioni si applicano nei confronti delle persone che
violano in Italia il divieto di accesso ai luoghi in cui si
svolgono manifestazioni sportive adottato dalle competenti
Autorità di uno degli altri Stati membri dell'Unione europea";
4) al comma 7, il primo periodo é sostituito dal seguente:
"Con la sentenza di condanna per i reati di cui al comma 6 e
per quelli commessi in occasione o a causa di manifestazioni
sportive o durante i trasferimenti da o verso i luoghi in cui si
svolgono dette manifestazioni il giudice può disporre il divieto
di accesso nei luoghi di cui al comma 1 e l'obbligo di
presentarsi in un ufficio o comando di polizia durante lo
svolgimento di manifestazioni sportive specificamente indicate
per un periodo da due mesi a due anni";
b) all'articolo 6-bis sono apportate le seguenti modifiche:
1) al comma 1 sono aggiunti, in fine, i seguenti periodi: "La
pena é aumentata se dal fatto deriva un danno alle persone. La
pena é aumentata fino alla metà se dal fatto deriva il mancato
regolare inizio, la sospensione, l'interruzione o la cancellazione
della manifestazione sportiva";
2) al comma 2 é aggiunto, in fine, il seguente periodo: "La pena
é della reclusione da un mese a tre anni e sei mesi se dal fatto
254
deriva il mancato regolare inizio, la sospensione, l'interruzione
o la cancellazione della manifestazione sportiva";
c) dopo l'articolo 6-ter é inserito il seguente:
"Art. 6 - quater (Violenza o minaccia nei confronti degli addetti
ai controlli dei luoghi ove si svolgono manifestazioni sportive).
1. Chiunque commette uno dei fatti previsti dagli articoli 336 e
337 del codice penale nei confronti dei soggetti incaricati del
controllo dei titoli di accesso e dell'instradamento degli
spettatori e di quelli incaricati di assicurare il rispetto del
regolamento d'uso dell'impianto dove si svolgono
manifestazioni sportive, purché riconoscibili e in relazione alle
mansioni svolte, é punito con le stesse pene previste dai
medesimi articoli. Tali incaricati devono possedere i requisiti
morali di cui all'articolo 11 del testo unico delle leggi di
pubblica sicurezza, di cui al regio decreto 18 giugno 1931, n.
773".
2. Nei confronti delle persone alle quali, alla data di entrata in
vigore della legge di conversione del presente decreto,
risultano applicati il divieto di accesso ai luoghi in cui si
svolgono manifestazioni sportive e le prescrizioni di cui
all'articolo 6, commi 1 e 2, della legge 13 dicembre 1989, n.
401, e successive modificazioni, il questore che ha adottato il
provvedimento ha la facoltà di estendere tale divieto anche alle
manifestazioni sportive che si svolgono all'estero,
specificamente indicate.
3. Al fine di contrastare gli episodi di violenza in occasione di
manifestazioni sportive gli impianti sportivi per il gioco del
calcio aventi una capienza pari a 10.000 posti numerati
possono essere utilizzati per lo svolgimento di competizioni
calcistiche del campionato professionistico di serie A a
condizione che: a) si tratti di impianti costruiti nel territorio di
comuni aventi una popolazione inferiore a 100 mila abitanti e
la competizione riguardi una squadra calcistica, avente sede o
255
radicamento territoriale nel medesimo comune, promossa al
predetto campionato per la prima volta negli ultimi venti anni;
b) per le caratteristiche dell'incontro vengano emessi non più di
8.000 biglietti di accesso e comunque gli spettatori
complessivamente non superino il numero di 9.000. Nel caso in
cui le competenti autorità di pubblica sicurezza e l'Osservatorio
nazionale sulle manifestazioni sportive accertino che vi siano
motivi di turbamento dell'ordine pubblico, la stessa squadra é
tenuta a disputare la gara in un comune diverso, dotato di un
impianto sportivo abilitato alle competizioni calcistiche del
campionato di serie A.
4. Al decreto-legge 24 febbraio 2003, n. 28, convertito, con
modificazioni, dalla legge 24 aprile 2003, n. 88, dopo l'articolo
1-quinquies sono aggiunti i seguenti:
"Art. 1-sexies - 1. Chiunque, non appartenente alle società
appositamente incaricate, vende i titoli di accesso nei luoghi in
cui si svolge la manifestazione sportiva o in quelli interessati
alla sosta, al transito o al trasporto di coloro che partecipano o
assistono alla manifestazione medesima, é punito con la
sanzione amministrativa pecuniaria da 2.500 a 10.000 euro. La
sanzione può essere aumentata fino alla metà del massimo per
il contravventore che ceda o metta in vendita i titoli di accesso
a prezzo maggiorato rispetto a quello praticato dalla società
appositamente incaricata per la commercializzazione dei
tagliandi. Nei confronti del contravventore possono essere
applicati il divieto e le prescrizioni di cui all'articolo 6 della
legge 13 dicembre 1989, n. 401.
2. Il pagamento in misura ridotta, ai sensi dell'articolo 16 della
legge 24 novembre 1981, n. 689, non esclude l'applicazione del
divieto e delle prescrizioni di cui al comma 1.
3. Le sanzioni amministrative di cui al presente articolo sono
irrogate dal prefetto del luogo in cui é avvenuto il fatto.
Art. 1-septies. - 1. L'accesso e la permanenza delle persone e
256
delle cose negli impianti dove si svolgono le competizioni
riguardanti il gioco del calcio sono disciplinati, per quanto non
previsto da disposizioni di legge o di regolamento, dal
regolamento d'uso degli impianti medesimi, predisposto sulla
base delle linee guida approvate dall'Osservatorio nazionale
sulle manifestazioni sportive di cui all'articolo 1-octies.
2. Chiunque, fuori dei casi di cui all'articolo 1-quinquies,
comma 7, entra negli impianti in violazione del rispettivo
regolamento d'uso, ovvero vi si trattiene, quando la violazione
dello stesso regolamento comporta l'allontanamento
dall'impianto ed é accertata anche sulla base di documentazione
videofotografica o di altri elementi oggettivi, é punito con la
sanzione amministrativa pecuniaria da 30 a 300 euro. La
sanzione può essere aumentata fino alla metà del massimo
qualora il contravventore risulti già sanzionato per la medesima
violazione, commessa nella stagione sportiva in corso, anche se
l'infrazione si é verificata in un diverso impianto sportivo.
3. Il pagamento in misura ridotta, ai sensi dell'articolo 16 della
legge 24 novembre 1981, n. 689, non esclude l'applicazione del
divieto e delle prescrizioni di cui al comma 2.
4. Le sanzioni amministrative di cui al presente articolo sono
irrogate dal prefetto della provincia del luogo in cui insiste
l'impianto.
Art. 1-octies. - 1. Al fine di favorire la migliore attuazione delle
disposizioni e delle misure in materia di prevenzione e
contrasto della violenza in occasione di manifestazioni
sportive, presso il Ministero dell'interno é istituito, entro
centottanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di
conversione del presente decreto, l'Osservatorio nazionale sulle
manifestazioni sportive, al quale sono attribuiti i seguenti
compiti:
a) effettuare il monitoraggio dei fenomeni di violenza e
intolleranza commessi in occasione di manifestazioni sportive
257
e dello stato di sicurezza degli impianti sportivi;
b) esaminare le problematiche connesse alle manifestazioni in
programma ed attribuire i livelli di rischio delle manifestazioni
medesime;
c) approvare le linee guida del regolamento d'uso per la
sicurezza degli impianti sportivi;
d) promuovere iniziative coordinate per la prevenzione dei
fenomeni di violenza e intolleranza in ambito sportivo, anche
in collaborazione con associazioni, rappresentanze di tifosi
organizzati e club di sostenitori, enti locali, enti statali e non
statali;
e) definire le misure che possono essere adottate dalle società
sportive per garantire il regolare svolgimento delle
manifestazioni sportive e la pubblica incolumità;
f) pubblicare un rapporto annuale sull'andamento dei fenomeni
di violenza ed intolleranza in occasione di manifestazioni
sportive.
2. Con decreto del Ministro dell'interno, di concerto con il
Ministro per i beni e le attività culturali, sono stabilite le linee
operative e le attività strumentali all'espletamento dei compiti
di cui al comma 1, nonché l'organizzazione, le modalità di
funzionamento e la composizione dell'Osservatorio,
prevedendo anche la partecipazione del Comitato olimpico
nazionale italiano, delle Federazioni sportive nazionali e delle
rispettive Leghe.
3. Alle riunioni dell'Osservatorio possono essere invitati, in
relazione alla trattazione di tematiche di specifico interesse,
rappresentanti di soggetti pubblici e privati a vario titolo
interessati alla prevenzione e al contrasto della violenza in
occasione di manifestazioni sportive.
4. All'istituzione e al funzionamento dell'Osservatorio si
provvede nei limiti delle risorse umane, strumentali e
finanziarie disponibili a legislazione vigente, senza nuovi o
258
maggiori oneri per la finanza pubblica. Ai componenti
dell'Osservatorio non spettano compensi né rimborsi spese".
5. Il Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca,
d'intesa con il Ministero dell'interno e con il Ministero per i
beni e le attività culturali, nonché in collaborazione con altre
amministrazioni pubbliche ed enti e associazioni private
interessate, predispone, nell'ambito delle risorse destinate
annualmente alle istituzioni scolastiche sul fondo di cui alla
legge 18 dicembre 1997, n. 440, un programma di iniziative
volte a sviluppare ed approfondire nelle scuole le tematiche
della prevenzione della violenza nelle manifestazioni sportive,
in coerenza con le finalità dell'educazione alla convivenza
civile. Le predette iniziative sono realizzate dalle istituzioni
scolastiche attraverso appositi progetti da esse elaborati ed
inseriti nel piano dell'offerta formativa. Ai fini di cui al
presente comma il Ministero dell'istruzione, dell'università e
della ricerca si avvale di un comitato tecnico-scientifico,
istituito con decreto del Ministro. All'istituzione e al
funzionamento del comitato si provvede nei limiti delle risorse
umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione
vigente, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica.
Ai componenti del comitato non spettano compensi né rimborsi
spese.
6. Il presente decreto entra in vigore il giorno successivo a
quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della
Repubblica italiana e sarà presentato alle Camere per la
conversione in legge».
Riferimenti normativi:
259
svolgimento di manifestazioni sportive); come modificati dalla
presente legge: «Art. 6 (Divieto di accesso ai luoghi dove si
svolgono manifestazioni sportive).
1. Nei confronti delle persone che risultano denunciate o
condannate anche con sentenza non definitiva nel corso degli
ultimi cinque anni per uno dei reati di cui all'art. 4, primo e
secondo comma, della legge 18 aprile 1975, n. 110, all'art. 5
della legge 22 maggio 1975, n. 152, all'art. 2, comma 2, del
decreto-legge 26 aprile 1993 n. 122, convertito, con
modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205, e all'art. 6-
bis, commi 1 e 2, della presente legge, ovvero per aver preso
parte attiva ad episodi di violenza su persone o cose in
occasione o a causa di manifestazioni sportive, o che nelle
medesime circostanze abbiano incitato, inneggiato o indotto
alla violenza, il questore può disporre il divieto di accesso ai
luoghi in cui si svolgono manifestazioni sportive
specificamente indicate, nonché a quelli, specificamente
indicati, interessati alla sosta, al transito o al trasporto di coloro
che partecipano o assistono alle manifestazioni medesime. Il
divieto di cui al presente comma può essere disposto anche per
le manifestazioni sportive che sì svolgono all'estero,
specificamente indicate, ovvero dalle competenti Autorità degli
altri Stati membri dell'Unione europea per le manifestazioni
sportive che si svolgono in Italia.
2. Alle persone alle quali é notificato il divieto previsto dal
comma 1, il questore può prescrivere di comparire
personalmente una o più volte negli orari indicati, nell'ufficio o
comando di polizia competente in relazione al luogo di
residenza dell'obbligato o in quello specificamente indicato, nel
corso della giornata in cui si svolgono le manifestazioni per le
quali opera il divieto di cui al comma 1.
2-bis. La notifica di cui al comma 2 deve contenere l'avviso che
l'interessato ha facoltà di presentare, personalmente o a mezzo
260
di difensore, memorie o deduzioni al giudice competente per la
convalida del provvedimento.
3. La prescrizione di cui al comma 2 ha effetto a decorrere
dalla prima manifestazione successiva alla notifica
all'interessato ed é immediatamente comunicata al procuratore
della Repubblica presso il tribunale o al procuratore della
Repubblica presso il tribunale per i minorenni, se l'interessato é
persona minore di età, competenti con riferimento al luogo in
cui ha sede l'ufficio di questura. Il pubblico ministero, se ritiene
che sussistano i presupposti di cui al comma 1, entro
quarantotto ore dalla notifica del provvedimento ne chiede la
convalida al giudice per le indagini preliminari. Le prescrizioni
imposte cessano di avere efficacia se il pubblico ministero con
decreto motivato non avanza la richiesta di convalida entro il
termine predetto e se il giudice non dispone la convalida nelle
quarantotto ore successive.
4. Contro l'ordinanza di convalida é proponibile il ricorso per
Cassazione. Il ricorso non sospende l'esecuzione
dell'ordinanza..
5. Il divieto di cui al comma 1 e l'ulteriore prescrizione di cui al
comma 2 non possono avere durata superiore a tre anni e sono
revocati o modificati qualora, anche per effetto di
provvedimenti dell'autorità giudiziaria siano venute meno o
siano mutate le condizioni che ne hanno giustificato
l'emissione. La prescrizione di cui al comma 2 é comunque
applicata quando risulta, anche sulla base di documentazione
videofotografica o di altri elementi oggettivi, che l'interessato
ha violato il divieto di cui al comma 1.
6. Il contravventore alle disposizioni di cui ai commi 1 e 2 é
punito con la reclusione da tre a diciotto mesi o con la multa
fino a lire tre milioni. Le stesse disposizioni si applicano nei
confronti delle persone che violano in Italia il divieto di
accesso al luoghi in cui si svolgono manifestazioni sportive
261
adottato dalle competenti autorità di uno degli altri Stati
membri dell'Unione europea.
7. Con la sentenza di condanna per i reati di cui al comma 6 e
per quelli commessi in occasione o a causa di manifestazioni
sportive o durante i trasferimenti da o verso i luoghi in cui si
svolgono dette manifestazioni il giudice può disporre il divieto
di accesso nei luoghi di cui al comma 1 e l'obbligo di
presentarsi in un ufficio o comando di polizia durante lo
svolgimento di manifestazioni sportive specificamente indicate
per un periodo da due mesi a due anni. Il divieto e l'obbligo
predetti non sono esclusi nei casi di sospensione condizionale
della pena e di applicazione della pena su richiesta.
8. Nei casi di cui ai commi 2, 6 e 7, il questore può autorizzare
l'interessato, per gravi e comprovate esigenze, a comunicare
per iscritto allo stesso ufficio o comando di cui al comma 2 il
luogo di privata dimora o altro diverso luogo, nel quale lo
stesso interessato sia reperibile durante lo svolgimento di
specifiche manifestazioni agonistiche.» «Art. 6-bis. (Lancio di
materiale pericoloso, scavalcamento ed invasione di campo in
occasione di manifestazioni sportive). - 1. Salvo che il fatto
costituisca più grave reato, chiunque lanci corpi contundenti o
altri oggetti, compresi gli artifizi pirotecnici, in modo da creare
un pericolo per le persone, nei luoghi in cui si svolgono
manifestazioni sportive, ovvero in quelli interessati alla sosta,
al transito o al trasporto di coloro che partecipano o assistono
alle manifestazioni medesime é punito con la reclusione da sei
mesi a tre anni. La pena é aumentata se dal fatto deriva un
danno alle persone. La pena é aumentata fino alla metà se dal
fatto deriva il mancato regolare inizio, la sospensione,
l'interruzione o la cancellazione della manifestazione sportiva.
La pena é aumentata se dal fatto deriva un danno alle persone.
La pena é aumentata fino alla metà se dal fatto deriva il
262
mancato regolare inizio, la sospensione, l'interruzione o la
cancellazione della manifestazione sportiva.
2. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque, nei
luoghi in cui si svolgono manifestazioni sportive, supera
indebitamente una recinzione o separazione dell'impianto
ovvero, nel corso delle manifestazioni medesime, invade il
terreno di gioco, é punito, se dal fatto deriva un pericolo
concreto per le persone, con l'arresto fino a sei mesi o con
l'ammenda da lire trecentomila a lire due milioni. La pena é
della reclusione da un mese a tre anni e sei mesi se dal fatto
deriva il mancato regolare inizio, la sospensione, l'interruzione
o la cancellazione della manifestazione sportiva.
- Si riporta il testo dell'art. 6, commi 1 e 2 della legge 13
dicembre 1989, n. 401 (Interventi nel settore del giuoco e delle
scommesse clandestini e tutela della correttezza nello
svolgimento di manifestazioni sportive)»: «Art. 6 (Divieto di
accesso ai luoghi dove si svolgono manifestazioni sportive).
1. Nei confronti delle persone che risultano denunciate o
condannate anche con sentenza non definitiva nel corso degli
ultimi cinque armi per uno dei reati di cui all'art. 4, primo e
secondo comma, della legge 18 aprile 1975, n. 110, all'art. 5
della legge 22 maggio 1975, n. 152, all'art. 2, comma 2, del
decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito, con
modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205, e all'articolo
6-bis, commi 1 e 2, della presente legge, ovvero per aver preso
parte attiva ad episodi di violenza su persone o cose in
occasione o a causa di manifestazioni sportive, o che nelle
medesime circostanze abbiano incitato, inneggiato o indotto
alla violenza, il questore può disporre il divieto di accesso ai
luoghi in cui si svolgono manifestazioni sportive
specificamente indicate, nonché a quelli, specificamente
indicati, interessati alla sosta, al transito o al trasporto di coloro
che partecipano o assistono alle manifestazioni medesime. Il
263
divieto di cui al presente comma può essere disposto anche per
le manifestazioni sportive che si svolgono all'estero,
specificamente indicate, ovvero dalle competenti Autorità degli
altri Stati membri dell'Unione europea per le manifestazioni
sportive che si svolgono in Italia.
2. Alle persone alle quali é notificato il divieto previsto dal
comma 1, il questore può prescrivere di comparire
personalmente una o più volte negli orari indicati, nell'ufficio o
comando di polizia competente in relazione al luogo di
residenza dell'obbligato o in quello specificamente indicato, nel
corso della giornata in cui si svolgono le manifestazioni per le
quali opera il divieto di cui al comma 1.»
Il decreto-legge 24 febbraio 2003, n. 28 (Disposizioni urgenti
per contrastare i fenomeni di violenza in occasione di
competizioni sportive) é pubblicato nella Gazzetta Ufficiale 24
febbraio 2003, n. 45 e convertito in legge, con modificazioni,
dall'art. 1, legge 24 aprile 2003, n. 88 (Gazzetta Ufficiale 24
aprile 2003, n. 95.
La legge 18 dicembre 1997, n. 440 (Istituzione del Fondo per
l'arricchimento e l'ampliamento dell'offerta formativa e per gli
interventi perequativi) é pubblicata nella Gazzetta Ufficiale 23
dicembre 1997, n. 298.
264
vendita e cessione dei titoli di accesso agli impianti sportivi
ove tali competizioni si disputano. Le società organizzatrici di
cui al comma 1 devono assicurare che: l’emissione,
distribuzione e vendita dei titoli di accesso sia conforme alla
disciplina del presente decreto; nei luoghi in cui sono
distribuiti o posti in vendita i titoli di accesso siano affisse
apposite avvertenze per gli acquirenti, recanti, in modo
leggibile, il regolamento di utilizzo dell’impianto e gli altri
avvisi di cui al successivo articolo 3, comma 2; negli impianti
sportivi siano chiaramente indicati, con apposite segnalazioni
di immediata comprensibilità, l’ubicazione dei settori e dei
posti, nonché i percorsi per accedervi.
265
- i titoli di accesso devono essere numerati e devono recare le
generalità dell’utilizzatore, l’indicazione del posto assegnato e
le altre indicazioni di cui all’articolo 4;
- negli impianti sportivi con capienza superiore alle 10.000
persone i titoli di accesso destinati al pubblico saranno distinti
da quelli rilasciati a titolo di omaggio o di accredito per il
personale di servizio e per quello di supporto agli spettatori;
- al fine di agevolare le operazioni di accoglienza,
indirizzamento e controllo degli spettatori in fase di afflusso, i
titoli di accesso destinati al pubblico dovranno essere di colore
diverso per ciascun settore dello stadio. Di colore diverso
dovranno essere, in ogni caso, quelli destinati ai sostenitori
della squadra ospite;
- fatte salve le eventuali determinazioni del Questore, per
motivi di ordine e sicurezza pubblica, le variazioni di settore
potranno essere effettuate solo da personale incaricato dalla
società organizzatrice dell’evento, il quale apporterà le
necessarie modificazioni o integrazioni del titolo di accesso,
anche mediante timbratura appositamente vidimata, nel
rispetto, comunque, della capienza del settore. Di tali
variazioni sarà compilata formale documentazione;
- i titoli di accesso per i sostenitori della squadra ospite
dovranno essere di numero pari alla capienza del settore ospiti
e saranno emessi e distribuiti almeno cinque giorni prima della
competizione cui si riferiscono, in maniera tale da evitare
qualsiasi promiscuità tra sostenitori delle due compagini che
disputano l’incontro.
266
non superiore al numero di posti a sedere realmente disponibile
in esso; registrare il numero di titoli di accesso emessi divisi
per abbonamenti, giornalieri e "accrediti"; rendere disponibile,
in tempo reale, tale dato alle autorità di pubblica sicurezza;
avere disponibilità, in tempo reale, del numero totale, per
settore e per tipologia (abbonamenti/giornalieri/accrediti), dei
titoli di accesso distribuiti e venduti o ceduti a titolo gratuito da
fornire, a richiesta, alle autorità di pubblica sicurezza; associare
a ciascun biglietto emesso le generalità o ragione sociale del
rivenditore o cedente; associare a ciascun biglietto venduto o
ceduto le generalità dell’acquirente o cessionario
memorizzando i dati in modo sicuro e protetto.
267
- che il rispetto di tali norme è condizione indispensabile per
l’accesso e la permanenza degli spettatori nell’impianto
sportivo;
- che l’accesso agli impianti sportivi può comportare la
sottoposizione dell’interessato a controlli di prevenzione e
sicurezza sulla persona e nelle eventuali borse e contenitori al
seguito, finalizzati esclusivamente ad impedire l'introduzione
nello stadio di oggetti o sostanze illecite, proibite o suscettibili
di indurre o provocare atti di violenza;
- che il trattamento dei dati personali è effettuato secondo le
disposizioni del codice in materia di protezione dei dati
personali e del presente decreto, indicando il responsabile del
trattamento. Ciascun titolo di accesso dovrà riportare stampato,
con tecniche anticontraffazione, un codice realizzato con
caratteri riconoscibili otticamente ed un codice bi-
dimensionale, o altro sistema leggibile tramite lettori di
prossimità, ove siano registrati, oltre alle informazioni di cui
sopra, anche, in maniera sicura e protetta, ovvero firmate
digitalmente e cifrate, l’identità del titolare (nome, cognome,
data e luogo di nascita, residenza), nonché gli estremi del
ricevitore o cedente (denominazione, ragione sociale, sede
legale); tali dati, relativi ai soli titoli di accesso effettivamente
venduti o ceduti, dovranno essere trasferibili automaticamente
ad una banca dati accessibile al sistema di controllo degli
accessi. I titoli di accesso recanti la dicitura "V.I.P.", rilasciati
in numero non superiore alla capienza del settore comunemente
denominato "Tribuna V.I.P." daranno accesso al solo settore
"Tribuna V.I.P.’" con ingresso da un unico varco riservato e
distinto. Ai titolari di tessere speciali per l’ingresso allo stadio
emesse a vario titolo, all’inizio di ciascuna stagione, da enti
competenti (CONI, Federazioni Sportive) dovrà essere
rilasciato obbligatoriamente un biglietto o un accredito che
indichi il posto da occupare, sempre nel rispetto della capienza
268
dell’impianto e del settore. I possessori di tali titoli di accesso
sono comunque soggetti allo stesso regolamento d’uso e
d’esercizio dell’impianto destinato al resto degli spettatori. Al
personale di servizio all’interno dell’impianto, indicato nelle
apposite liste, compilate dalla società organizzatrice almeno un
giorno prima dell’evento, deve essere rilasciato uno specifico
titolo di accesso contenente il nominativo del titolare, le
mansioni svolte, le aree dell’impianto cui dà accesso e la
validità temporale. I titoli rilasciati per più gare dovranno
contenere anche la fotografia del titolare.
269
Art. 6. Trattamento dei dati personali
270
Art.7. Disposizioni finali
271
avere capienza adeguata per ospitare oltre all'apparato di regia
ed al personale tecnico adibito, i componenti del «Centro per
la gestione della sicurezza delle manifestazioni sportive»;
c) apparecchi di ripresa (telecamere ottiche, ovvero digitali)
per la video-sorveglianza del pubblico nelle fasi di afflusso,
permanenza e deflusso dell'impianto, protetti dai rischi di
danneggiamento o manomissione, in numero tale da riprendere
agevolmente tutti i varchi di accesso e deflusso, tutti i settori
riservati al pubblico, esclusi i locali igienici, nonché le aree
interne comunque accessibili al pubblico e quelle esterne
destinate alle operazioni di prefiltraggio; tali apparecchi
dovranno essere integrati con sistemi fotografici digitali;
d) impianto di illuminazione in grado di assicurare, oltre alla
piena ed efficace visibilità dell'area di gioco, l'illuminazione
adeguata della zona spettatori e delle aree, anche esterne,
interessate al transito o stazionamento del pubblico.
2. La dotazione minima dell'apparato di regia e' costituita da:
a) tre videoregistratori Super VHS, ovvero tre
masterizzatori/riproduttori DVCAM, uno per la
registrazione/riproduzione delle immagini riprese all'esterno
dello stadio, uno per quelle riprese al suo interno ed uno di
riserva;
b) un numero di monitor sufficiente a visualizzare
contemporaneamente le riprese di tutte le telecamere in
funzione, più un monitor per ogni operatore del Centro;
c) sistemi di controllo e di manovra delle telecamere e degli
apparati di registrazione/riproduzione;
d) postazioni di lavoro complete di personal computer per i
componenti del Centro;
e) due stampanti termiche;
f) apparecchiature per la trasmissione delle immagini alle sale
operative della Questura e del Comando provinciale dei Vigili
del fuoco;
272
g) canali radio, linee telefoniche e personal computer
connessi ad internet in numero sufficiente a soddisfare le
esigenze di comunicazione, anche contemporanea, di tutte
le amministrazioni, enti, aziende ed altri soggetti rappresentati
nel Gruppo operativo di sicurezza di cui all'art. 19-ter del
decreto del Ministro dell'interno 18 marzo 1996.
3. Le apparecchiature da ripresa dovranno:
a) consentire il movimento orizzontale e verticale e la
variazione dell'angolo di ripresa, con sistema di comando della
sala regia;
b) assicurare una risoluzione delle immagini,
all'ingrandimento massimo, equivalente ad almeno 1024 x 768
pixel per i dispositivi di cattura fotografica e di 768 x 576 pixel
o, se in formato digitale, a 720 x 756 pixel per i dispositivi di
ripresa televisiva;
c) avere un CCD non inferiore a 1/2" e ottiche di focale non
inferiori a 75 mm, con possibilità di ingrandimento ottico di
almeno 5 x;
d) avere luminosità sufficiente ad assicurare la riconoscibilità
dei tratti somatici di ogni singolo spettatore, anche in orario
notturno ed anche a fotogramma singolo;
e) avere protocolli di trasmissione delle immagini conformi a
quelli definiti dall'Osservatorio nazionale sulle manifestazioni
sportive
273
[Link] ulteriori realizzazioni di cui al predetto art. 1 costituiscono
prescrizioni ai fini dell’utilizzazione dell'impianto, di capienza
superiore a 10.000 spettatori, per lo svolgimento di
competizioni agonistiche riguardanti il gioco del calcio e
possono costituire, anche in parte, prescrizioni ai fini
dell'utilizzazione del medesimo impianto per altri spettacoli o
trattenimenti.
3. Nell'ambito delle attribuzioni della Commissione provinciale
di vigilanza di cui all'art. 142 del «Regolamento per
l'esecuzione del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza»,
il Questore o il suo delegato si esprime specificamente
sull’adeguatezza e funzionalità delle realizzazioni inerenti
al sistema di video-ripresa e registrazione di cui all'art. 1.
274
Art. 5. Accessibilità alle immagini: limiti
Art. 6. Informazione
275
276
APPENDICE 2
Il Manifesto di “Movimento Ultras”
277
cambiamenti della struttura del sistema calcio. Per queste
ragioni:
278
chiara volontà di farvi entrare solo quelle squadre che hanno un
consistente bacino di possibili consumatori. Siamo, invece, per
promozioni e retrocessioni guadagnate o perse sul campo, non
attraverso decisioni prese nella stanza dei bottoni e/o nelle aule
giudiziarie.
279
- Riduzione drastica degli ingaggi dei giocatori - Per una
gestione più sana dell’impresa-calcio il costo del lavoro deve
progressivamente ma rapidamente ridursi fino ad arrivare a
circa il 50% dell’intero fatturato della società. Attualmente in
Italia siamo intorno al 70%.
280
economicamente - o per incentivare un’anima solidale troppo
in ombra nelle società professionistiche di oggi.
281
- No a cambiamenti di regole in corso - Preavviso di un anno
con consultazione di tutte le parti in causa, comprese le
organizzazioni dei tifosi. Il preavviso serve per decidere sulla
possibilità di cambiare: le decisioni vanno però prese
congiuntamente.
282
scomoda per un sistema calcio orientato unicamente verso
business, pay-tv e capitali, decide di proporsi quale soggetto
attivo e propulsivo al fine di incidere sulle decisioni future che
riguarderanno tutti i tifosi ma anche tutti i cittadini.
Non si chiede l’impunità, sia chiaro, così come non si vuole
rinnegare la componente di rivalità intrinseca al fenomeno che
sfocia talvolta in violenza.
Si chiede tuttavia che il tifoso che commette reati sia giudicato
alla stessa maniera di qualsiasi cittadino italiano e non sulla
base di norme speciali che limitano e differenziano la tutela
processuale e personale. Si chiede che provvedimenti come la
“diffida”, restrittivi della libertà personale e di movimento,
libertà tutelate dalla Costituzione, siano emessi soltanto in
presenza di presupposti tassativamente previsti dalla legge e
non lasciati alla completa discrezionalità dei Questori. Si
chiede, in generale, che lo stadio non si trasformi in una
“palestra” per la “sperimentazione di tecniche di ordine
pubblico” sempre meno indirizzate alla prevenzione e sempre
più manovrate verso comportamenti repressivi da parte delle
forze dell’ordine.
Rimandando all’allegato tecnico per un’analisi ben più
approfondita e completa, Movimento Ultras si pone tra l’altro i
seguenti obiettivi:
283
- Maggiori possibilità di difesa per gli imputati di reati da
stadio e applicazione della “diffida” solo in seguito ad una
condanna definitiva - Rendendo realmente possibile il ricorso
da parte dell’indiziato e non usando le diffide come misura
preventiva, in modo da evitare i sempre più frequenti casi di
soggetti che, dopo aver scontato la diffida, vengono assolti in
sede di giudizio.
284
- Riduzione della militarizzazione degli stadi - Una presenza
meno invasiva delle forze dell’ordine, infatti, unita alla
presenza di funzionari di polizia più preparati e competenti nel
comprendere le dinamiche da stadio, può contribuire a ridurre
la tensione presente negli stadi e di conseguenza gli incidenti
tra tifosi e Polizia, oggi decisamente più frequenti rispetto agli
scontri tra tifosi.
285
286
Bibliografia
287
DUNNING E., MURPHY P., WILLIAMS J., Il teppismo
calcistico in Gran Bretagna, in A. Roversi (a cura di), Calcio e
violenza in Europa.
288
MARCHI V., Italia 1900-1990: dal supporter all’ultrà, Koinè
Ediz., 1994.
289
POLMONARI A., L’interazione nei gruppi, in L. Arcuri,
Manuale di psicologia sociale, Il Mulino, 1995.
290
SPELETINI G., POLMONARI A., I gruppi sociali, Bologna, Il
Mulino, 1999.
291
292
ARTICOLI
293
EHRENBERG A., La rage de paraitre, in “Autrement”, n. 80,
1986.
294
TASSI G., Il calcio obbedisce al governo, in “La Nazione”, 3
febbraio 2000.
295
296
Sitografia
AS Roma, [Link]
FARE, [Link]
FIGC, [Link]
La Nazione, [Link]
La Repubblica, [Link]
297
Supertifo, [Link]
Tifonet, [Link]
UEFA, [Link]
298