Il 0% ha trovato utile questo documento (0 voti)
5 visualizzazioni10 pagine

Leopardi

Italiano

Caricato da

Alessia Lofaro
Copyright
© All Rights Reserved
Per noi i diritti sui contenuti sono una cosa seria. Se sospetti che questo contenuto sia tuo, rivendicalo qui.
Formati disponibili
Scarica in formato PDF, TXT o leggi online su Scribd
Il 0% ha trovato utile questo documento (0 voti)
5 visualizzazioni10 pagine

Leopardi

Italiano

Caricato da

Alessia Lofaro
Copyright
© All Rights Reserved
Per noi i diritti sui contenuti sono una cosa seria. Se sospetti che questo contenuto sia tuo, rivendicalo qui.
Formati disponibili
Scarica in formato PDF, TXT o leggi online su Scribd

GIACOMO LEOPARDI

LA VITA (1798-1837)

I primi anni

Nasce nel 1798 a Recanati, piccola città delle Marche, da una famiglia nobile.
Il padre aveva una grande passione per la letteratura, raccolse una ricca biblioteca, nutrì grande
ammirazione e affetto per il figlio.
La madre, donna austera e inflessibile, si occupava solo di risollevare il patrimonio familiare oberato dai
debiti, disinteressandosi completamente del figlio, tanto da diventare la prima causa della sua infelicità.
Maggiore di 10 fratelli mostra presto un'indole vivace e sensibile. Fu educato da
precettori ecclesiastici.
Dai 10 ai 17 anni Giacomo decise di studiare da solo: si chiuse così nella biblioteca paterna, affrontando
prima di tutto la filologia greca e latina, imparò poi l'ebraico e le lingue moderne, scrisse opere di
erudizione e un inno in greco.

La “conversione filosofica” e gli Idilli


Lo studio “matto e disperatissimo” di questi 7 anni gli consente di raggiungere precocemente una
conoscenza dei classici e un’erudizione eccezionali. Ma la sua salute ne risente, tanto che a 18 anni teme
per la sua vita.
Ben presto, nel 1817, si riprese grazie anche a tre forti spinte emotive:
− il desiderio di gloria, che immaginò potesse realizzarsi grazie all'amicizia stretta con Pietro Giordani,
con il quale tenne una corrispondenza. Leopardi aveva tradotto il secondo libro dell'Eneide, e lo aveva
inviato ai più famosi letterati del tempo. Giordani esaltò le doti del giovane poeta e si recò alcuni giorni
a Recanati, compiendo con lui una gita a Macerata (1818);
− l'amore: nel 1817 si innamorò di una sua bellissima cugina di 26 anni, Geltrude Cassi Lazzari, giunta
a Recanati, in casa Leopardi per metter in collegio una figlia e alla sua partenza il poeta compose la lirica
Il primo amore; poco tempo dopo nel 1818, si innamorò di Teresa Fattorini, figlia del suo cocchiere, morta
molto giovane, per lei Leopardi scriverà molti anni più tardi A Silvia;
− la patria, che egli cantò con spirito liberale nelle due canzoni All'Italia e A Dante (1818). Esse non
piacquero al padre, aristocratico e reazionario, ma attirarono su Leopardi le simpatie degli ambienti
carbonari.

1
Giacomo si sente soffocare dall'ambiente zotico e vile di Recanati e, dopo un vano tentativo di essere
assunto alla Biblioteca Vaticana, non avendo ottenuto il permesso per motivi economici della famiglia di
lasciare la sua città, progetta una fuga clandestina nel 1819, lasciando al padre una lettera che esprimeva
il suo desiderio di raggiungere il successo. Il progetto fu scoperto e il giovane Leopardi, tenuto sotto stretta
sorveglianza, si rinchiuse in una malinconia sempre più cupa.
Legge i romantici e partecipa alla polemica tra classicisti e romantici schierandosi dalla parte dei primi,
ma rivelando una sensibilità romantica.
Nel ’19 ci sono i primi problemi di salute.
In questo periodo (dal 1818 al 1822), oltre alle liriche sopra accennate, scrisse anche i seguenti Idilli: Il
Sogno, L'infinito, La sera del dì di festa, Alla luna, La vita solitaria; inoltre le canzoni: Ad Angelo Mai, Nelle nozze
della sorella Paolina, A un vincitore nel pallone, Bruto minore, Alla primavera o delle favole antiche, Ultimo canto di
Saffo.

Fuori Recanati

Dopo vari tentativi andati a vuoto per ottenere un lavoro che gli permettesse di lasciare la sua città,
Leopardi ottiene il permesso di lasciare la famiglia, grazie all'intercessione dello zio materno, e nel 1822
parte per Roma.
La città gli sembrò molto superficiale e poco ospitale.
A causa dell'assenza di un impiego Leopardi e' costretto a tornare a Recanati dove rimane per quasi due
anni, finché un editore milanese gli propone di di andare da lui a Milano per curare un'edizione dei
classici.
In questo periodo compose la maggior parte delle Operette morali (1824), prima sintesi del suo pensiero.
Dal ’25 al ’28 il poeta vagabonda per l’Italia in cerca di un impiego che gli consentisse di lasciare per
sempre Recanati .
Leopardi rimane poche settimane a Milano, che gli sembrò ancora meno ospitale di Roma, dove conobbe
Monti e poi i trasferì a Bologna, che gli fece un'ottima impressione. Qui strinse molte care amicizie e
amò appassionatamente la contessa Teresa Carniani Malvezzi, amica di letterati e letterata lei stessa.
Dopo un altro soggiorno a Recanati, dove passò l'inverno, nel 1827 Leopardi si trasferì a Firenze, sia per
l'amicizia che lo legava al Giordani, sia per il desiderio di vivere in Toscana. Qui entrò in contatto con gli
intellettuali del Viesseux, tra i quali Manzoni, ma si trovò più che mai solo, tra questi intellettuali
ottimisti, amanti del progresso e dell'idea della perfettibilità dell'uomo.

2
Si trasferisce poi a Pisa, dove il clima mite giova alla sua salute e dove si diede anche alla vita mondana.
Durante il periodo pisano scrive i due canti Il Risorgimento e A Silvia e dà inizio alla stagione poetica
dei “Grandi idilli”.
Nel ’28 è costretto, per ragioni economiche, a tornare a Recanati (insieme a Gioberti, che si ferma qualche
giorno a casa sua). Qui rimane con suo grande dolore per quasi due anni, finché, dopo altri tentativi per
trovare un lavoro, esce di nuovo nel ‘30, grazie all’intervento degli amici toscani che, per riaverlo con loro
a Firenze, gli forniscono per un anno un modesto assegno senza un preciso obbligo di restituzione.
In questo periodo scrive Le ricordanze, Il passero solitario, La quiete dopo la tempesta, Il sabato del
villaggio, Il canto notturno di un pastore errante dell'Asia.
Gli ultimi anni

A Firenze rimase dal 1830 al 1833, e nonostante i suoi gravi problemi di salute, cura l'edizione definitiva
dei Canti (1831).
In questo periodo nutre una forte passione per Fanny Targioni Tozzetti, il suo ultimo e sfortunato
amore, ma ebbe una cocente delusione e, dopo due anni, si convinse che anche l'amore era un'illusione
tramontata per sempre.
In occasione dei moti carbonari del 1831, Recanati lo elesse deputato dell'Assemblea Nazionale
che doveva convocarsi a Bologna, ma l'incarico non fu mai portato a termine perché pochi giorni dopo
la nomina gli Austriaci entrarono in città.
Strinse amicizia con l’esule politico napoletano Antonio Ranieri e decise di far con lui
vita comune, per cui lo seguì prima a Roma, poi a Firenze e infine a Napoli.
In questo periodo scrisse tre liriche ispirate all'amore per la Targioni Tozzetti, tra le quali A se stesso e
Aspasia.
Leopardi alloggia a Napoli con Ranieri e la sorella di lui Paolina, ma d'estate vive in una villa tra Torre
del Greco e Torre Annunziata, su consiglio dei medici.
In questo periodo attacca quella che lui definisce "la nuova filosofia positiva" scrivendo Palinodia al
marchese Gino Capponi, I nuovi credenti, Paralipomeni alla Batriacomiomachia e La ginestra , simbolo
della concezione filosofica dell'ultimo Leopardi.
In un primo tempo la sua salute trova qualche sollievo, ma poi le malattie che lo affliggevano (nevrastenia,
idropisia, asma, ecc.) cominciarono a peggiorare e nel 1837, mentre stava per lasciare Napoli, infestata dal
colera, morì forse di mal di cuore, invocando, come Goethe, la luce.

3
PERSONALITÀ E PENSIERO

Leopardi segna la crisi del Romanticismo, il punto più estremo di quella parabola idealistica (aspirazione
a una vita sempre più piena e più alta, a una felicità cui non si può attingere), di cui Alfieri, Foscolo
(idealismo eroico) e Monti erano stati la premessa incompiuta e Manzoni il massimo interprete (idealismo
religioso).

Pessimismo teorico

Nel pensiero di Leopardi possiamo poi distinguere un pessimismo teorico (o materialismo pessimista): la
realtà è materia e forza, la forza che agita la materia ha generato il mondo e lo distrugge continuamente
mediante il moto stesso circolare della terra, quindi è la condizione della sua esistenza e della sua
distruzione (ironia delle cose).

Pessimismo pratico

Si parla poi di una fase del pensiero leopardiano definita del pessimismo pratico. L'uomo potrebbe
evitare il dolore, a patto di spogliarsi della sua umanità in tre modi:
- con il suicidio (Bruto minore, Ultimo Canto di Saffo, Operette morali);
- con il sonno (Operette morali);
- con il regredire all'incosciente innocenza naturale (cfr. Rousseau): l'animale incosciente non soffre
(Passero solitario, Canto notturno di un pastore errante dall'Asia, Operette morali), mentre l'uomo (che pensa e
ha una coscienza) è votato a soffrire sempre più, a causa del progredire della civiltà.

Pessimismo storico

Il primo periodo della meditazione filosofica di Leopardi sul significato dell’esistenza viene detto del
“Pessimismo storico”, perché legato per l’appunto alla storia al susseguirsi delle epoche.
Leopardi vede la razionalità utilitaristica come la maggior fonte di infelicità: l’uomo antico, che viveva
nell’illusione, non si rendeva conto della miseria umana.
Paradossalmente e in controtendenza con l’epoca, Leopardi addita la scienza e la
conoscenza come cause prime di infelicità.

4
La Natura era una madre amorosa che ci ha creati per la felicità, l’incivilimento ha rovinato tutto.

Pessimismo cosmico
Mano a mano che Leopardi abbandona la religione cattolica e si rivolge alla filosofia sensista, abbandona
questa concezione per approdare ad un pessimismo più radicale:
- la Natura diventa una forza meccanicistica indifferente
- l’infinito non è raggiungibile
- l’esistenza è dolore
- l’esistenza è incomprensibile
- la felicità è la momentanea cessazione del dolore

Il pessimismo cosmico di Leopardi diventa però dignità umana con la poesia e istanza di solidarietà tra
gli uomini.
Con La Ginestra Leopardi si scaglia contro i falsi miti di progresso e invita gli uomini a guardare in
faccia il destino di morte per affrontarlo con dignità.

Per il CONTENUTO della sua opera (pessimismo, malinconia, inquietudine, contemplazione


sentimentale) Leopardi si può considerare un ROMANTICO, per la FORMA, invece, egli si riteneva ed
è comunemente ritenuto un CLASSICO (la compostezza del concetto, l'adorazione del bello plastico, la
spiritualità in cui il suo dolore tanto spesso si trasfigura).

OPERE MAGGIORI

I CANTI

La lirica leopardiana, che va dal 1816 al 1836, si può dividere in due periodi, separati da circa tre anni
(1823-1826), durante i quali il poeta si dedicò alla composizione delle Operette morali.
Entrambi i periodi hanno come denominatore comune il dolore ma, mentre nel primo periodo prevale
il concetto di dolore individuale (pessimismo storico), e la natura è invocata come potenza misteriosa,
allo stesso tempo ostile e benevola, nel secondo periodo predomina il concetto del dolore universale, e
la natura è concepita come "matrigna".
Per quel che riguarda la forma, nel secondo periodo prevale l'uso della canzone libera (cosiddetta
leopardiana), costituita da endecasillabi e settenari variamente intrecciati e rimati.

5
Liriche del dolore individuale (1816-1823)
Nel ’18 scrive All’Italia e Sopra il monumento di Dante che riflettono il gusto e le tematiche romantiche,
mentre ricalcano l’eloquenza dei modelli classici. L’infelicità individuale può trovare un compenso
nell’azione.
In All'Italia, il poeta riprendendo l'eredità di Parini, Alfieri e Foscolo, lancia agli Italiani un appello di
risveglio e di rinnovamento. Predominante è il contrasto tra la grandezza passata e la miseria presente
(l'Italia decaduta e ingannata dalla dominazione napoleonica e austriaca). Oltre a reminiscenze
petrarchesche e montiane, qua e là domina uno spirito di schietto eroismo.
In Sopra il monumento di Dante si deplora la recente tirannia della Francia e si esalta il nostro passato

Dei Canti fanno parte Gli Idilli (pessimismo storico)

Sono stati scritti tra il 1819 e il 1821 e sono stati chiamati da Leopardi idilli (un componimento poetico
di brevi dimensioni con spiccate caratteristiche soggettive), con riferimento ai componimenti greci che
avevano questo nome.
Fanno parte dei Canti, ma se ne discostano per uno stile più libero e conforme ai moti del cuore e per
un abbandono al ricordo al vagheggiamento di un’adolescenza, un’infanzia perduta.
Sono piccoli quadri che raccontano rivelazioni spirituali colte nel loro affiorare. Essi
comprendono: La sera del dì di festa, Alla luna, L’infinito, Il Frammento, Il sogno, La
vita solitaria.
La sera del dì di festa (1820). Descrive il, contrasto tra la pace della notte e il
travaglio del poeta che sa di non essere amato.

L'infinito (1819). Capolavoro di L. ventenne, rivela nel titolo la fondamentale aspirazione romantica del
tempo, esprime l'estasi e il rapimento del poeta: è il canto delle illusioni, in cui si fa appena sentire il
senso della vanità delle cose ("le morte stagioni").

Il sogno (1821). Descrive l'apparizione all'alba di una fanciulla morta cara al poeta (cfr. Silvia).

La vita solitaria (1821). Ripete il motivo dell'infinito, intrecciato con quello delle
illusioni d'amore (cfr. Le Ricordanze).

6
Alla Luna (1819-1820). L. affronta il tema del ricordo che trasforma la realtà, migliorandola. Il ricordo,
anche se triste e doloroso, ha un potere consolatorio e la lontananza nel tempo, come quella nello spazio,
rende le immagini indeterminate, quindi particolarmente poetiche. Il poeta instaura con la luna, sua
interlocutrice privilegiata (cfr. Canto notturno di un pastore errante dall'Asia), un dialogo affettuoso,
illudendosi che essa possa partecipare al suo dolore.

OPERETTE MORALI (1824-1832) segnano il passaggio dal pessimismo storico al pessimismo cosmico

Sono quasi tutte state composte nel triennio in cui L. pensava di aver ormai abbandonato la poesia (1823-
1826).
Si tratta di 24 scritti, in forma perlopiù di dialoghi o monologhi, “morali” in quanto esprimono in forma
allegorica la meditazione leopardiana sul senso dell’esistenza, sul destino di dolore dell’uomo e sul
meccanicismo indifferente della Natura.

La forma dialogica deriva da Luciano e dalla letteratura filosofica del Settecento (soprattutto Voltaire),
ma anche il genere satirico ha avuto su queste opere una notevole influenza. Il modello è dunque la satira,
ma le operette morali assumono via via aspetti sempre più lirici.
I personaggi storici o immaginari rappresentano per lo più il poeta stesso. Le operette hanno
un duplice fine:
1) filosofico, o esposizione della teoria pessimistica di L.: l'autore, nel suo intimo
rimane poeta, traduce i suoi pensieri, più che in concetti, in immagini anch'esse poetiche. Le Operette,
per il loro contenuto filosofico, rappresentano il miglior commento dei Canti.
2) letterario, o scrittura di belle pagine di prosa, perché L. riteneva che la prosa italiana non fosse
ancora nata.
Per il contenuto le Operette si possono dividere in tre gruppi:
1) il primo gruppo rappresenta di preferenza l'aridità della vita moderna, priva di illusione.
2) il secondo gruppo si addentra di più nella filosofia leopardiana: vi è svolto il concetto della natura
matrigna, si insegna che la vita meno infelice è quella più ricca di fantasia e di sensazioni, che la noia
(cioè il senso dell'insufficienza della vita) è propria delle anime nobili e più greve di ogni dolore.
3) il terzo gruppo vorrebbe insegnare quale sia la felicità possibile tra gli uomini: essa consiste nel
rinunciare alla gloria, nel guardare con stoica rassegnazione alla vanità delle cose umane, nel non temere
la morte che è estinzione e non dolore, nel confondersi con la vita del mondo fisico, ecc.

7
Le Operette più importanti sono:

Dialogo della Moda e della Morte, Dialogo della Natura e di un'Anima, Dialogo della Natura e di un
Islandese, Elogio degli uccelli, Dialogo di un Venditore di almanacchi e di un Passeggere, Dialogo di
Tristano e di un amico, Dialogo di Cristoforo Colombo e di Pietro Guittierrez, Dialogo di Federico
Ruysh e delle sue mummie, Cantico del gallo silvestre, Dialogo di Plotino e di Porfirio, Dialogo di
Torquato Tasso e del suo genio familiare.

Dialogo della Natura e di un Islandese (1824). La natura non opera per garantire la felicità umana.
Questa, qualunque precauzione si prenda, è irraggiungibile per un motivo di ordine cosmologico, perché
la vita cosmica è un eterno circuito di produzione e distruzione.

Liriche del dolore universale (1826-1836)

I grandi Idilli

Come negli Idilli anche nei Grandi Idilli si trova il tema fondamentale di una felicità perduta fatta di
illusioni, una felicità che riaffiora con il ricordo.
Il pessimismo si fa totale, vicenda universale (Canto notturno di un pastore errante).
Essi sono: A Silvia, Le ricordanze, La quiete dopo la tempesta, Il sabato del villaggio, il Canto
notturno di un pastore errante dell’Asia.
Il metro è quello della canzone libera che si intona al libero fluire degli stati della coscienza.

A Silvia (1828). Il poeta ricorda soavemente la morte della giovane Teresa Fattorini, figlia del cocchiere
di famiglia, identificata, nella seconda parte della lirica con la propria speranza.

Le ricordanze (1829). Il poeta con dolce malinconia rievoca i sogni dell'adolescenza e rimpiange una cara
fanciulla scomparsa: Nerina (la popolana Maria Belardinelli).

La quiete dopo la tempesta (1829). La gioia non è che la cessazione del dolore, cioè un valore negativo,
un non essere.

8
Il sabato del villaggio (1829). L'attesa della gioia è più bella della gioia stessa: il
piacere risiede nella speranza e nell'immaginazione.

Canto notturno di un pastore errante dell'Asia (1830). Il miglior canto del dolore universale, e in genere
di tutta l'opera poetica di L. Lo spunto gli viene da un articolo de Journal des savants (1826), in cui si
parlava dei pastori Kirghisi (Kirghizistan, stato dell’Asia centrale) che passavano la notte seduti su una
pietra a guardare la luna e a improvvisare parole tristi su arie malinconiche. Il poeta immagina che un
pastore interroghi la luna sul mistero della vita e della morte, e invidi il proprio gregge incosciente che
non soffre, concludendo con una desolata constatazione della infelicità universale.

Tra le altre liriche del dolore universale possiamo ricordare anche Il passero solitario e Il tramonto della
luna.

Il passero solitario (1829). Il poeta si sofferma ad ascoltare il passero solitario, che dal campanile della
chiesa di S. Agostino a Recanati, eleva il suo canto nell'aria serena della primavera, e pensa che l'uccello,
essere irragionevole e istintivo, è tranquillo e felice, mentre lui è amareggiato dal pensiero dei piaceri
non gustati e perduti per sempre.
Il tramonto della luna (1836). Il poeta paragona il tramonto della luna a quello della giovinezza. E'
l'ultimo canto di L., e dettò a Ranieri i sei versi finali poche ore prima della morte.

Le ultime liriche (1832-1834; 1836): il riscatto del pessimismo cosmico grazie alla poesia e alla solidarietà
fra gli uomini.

All'ultima stagione poetica di Leopardi appartiene La Ginestra o il fiore del deserto (1836).
Di questo periodo sono anche i componimenti scritti in occasione della sua delusione amorosa per Fanny
Targioni Tozzetti (Il pensiero dominante, Amore e Morte, Consalvo, Aspasia, A sè stesso) dove già
Leopardi oppone alla sofferenza umana la fiera dignità della poesia.
Aspasia (1834). E' un'amara satira antifemminista, contro la donna, sempre stata per il poeta croce e delizia
A sè stesso (1833). Segna il crollo dell'illusione di amore e si può considerare come l'epigrafe funeraria del
poeta.
Nella Ginestra il pessimismo cosmico si riscatta e diventa istanza di solidarietà tra gli uomini e invito a
guardare in faccia la realtà senza facili illusioni o vittimismi.

9
I PARALIPOMENI DELLA BATRACOMIOMACHIA
L. nella sua prima giovinezza aveva tradotto dal greco la Battaglia delle rane e dei topi, poemetto burlesco
attribuito erroneamente a Omero. Negli ultimi anni della sua vita ne compose una fantastica prosecuzione
in ottave (paralipomeni, cioè casi omessi nel primo racconto).
Il poeta coglie l'occasione per esprimere i dogmi della sua filosofia sensistica con un'allegoria sull'infelice
insurrezione dei moti liberali napoletani del '21 (i topi sono i liberali, le rane i conservatori...).
L'autore deride tutti nello stesso modo, forse più i topi degli altri: il suo pessimismo non gli consente
ormai nessun serio interesse per il Risorgimento.
Il tono storico e la vis comica dell'opera non sono propri di L., che sotto il riso artificiale scopre spesso il
suo intimo dolore.
I PENSIERI
E' una raccolta di 111 pensieri, pubblicati postumi da Ranieri; per il loro significato hanno
stretta attinenza con le Operette morali.
LO ZIBALDONE
Fu pubblicato postumo nel 1898, nel centenario della nascita del poeta, con il titolo di Pensieri di
varia filosofia e di bella letteratura.
Si tratta di una ampissima raccolta di 3619 osservazioni, ragionamenti, note, che Leopardi segnò per
se stesso, dal 1817 al 1832, man mano che gli venivano in mente.
Anche quest'opera ha stretta attinenza con le Operette morali, ma vi si trovano in germe anche molte
idee dei Canti.
L'EPISTOLARIO
Molto copioso e anch'esso pubblicato postumo, è un ottimo commento ai Canti, perché rivela la vita
infelice e la grandezza d'animo di L.

10

Potrebbero piacerti anche