Fatica 1
Fatica 1
Gli elementi meccanici sono spesso soggetti a sollecitazioni che variano nel tempo in modo ciclico, cioè a storie di
carico nelle quali si può identificare una successione di valori massimi e minimi alternati. Ad esempio, le fibre sulla
superficie di un albero rotante, sotto l'azione di carichi di flessione con direzione prefissata, sono soggette ad una
tensione che varia nel tempo in modo sinusoidale (flessione rotante, fig.1).
Si verifica spesso che componenti di macchine si danneggino sotto l'azione di tensioni cicliche nonostante i
valori massimi siano inferiori a quelli di rottura: in questi casi si dice che il guasto è avvenuto per fatica (1839).
Alcuni autori sostengono che l'80-90% dei cedimenti di componenti strutturali è dovuto a questo fenomeno.
Per spiegare il meccanismo fisico del danneggiamento per fatica si deve anzitutto osservare che i materiali da
costruzione non sono mai omogenei e isotropi, assunzione fatta, in molti casi, per l’analisi statica. Ad esempio, i
metalli sono aggregati di grani cristallini (a loro volta sono aggregati di cristalli, che sono anisotropi); ulteriori
disomogeneità sono dovute alla presenza di vuoti o di particelle di materiale differente. Anche se non sono presenti
intagli, le tensioni risultano distribuite in modo non uniforme e localmente è facile che superino i limiti dello
snervamento anche se la tensione nominale è molto più bassa. Il cedimento per fatica è dovuto all’accumulo di danni
localizzati causati da deformazione cicliche in campo plastico. Tipicamente la rottura avviene dopo diverse migliaia
di cicli. Le zone più svantaggiate sono quelle a tensione più elevata (ad esempio le zone di concentrazione di
tensione) e la superficie esterna.
Lo sviluppo del danneggiamento varia in base alle proprietà di duttilità o fragilità del materiale.
Nei materiali duttili si ha uno sviluppo di bande di scorrimento nei grani cristallini che hanno un orientamento
più svantaggioso rispetto alla tensione agente. Quando il numero di bande di scorrimento raggiunge un livello di
saturazione, le più severe si trasformano in microfratture interne al grano con successiva estensione ad altri grani.
Più microfratture iniziate in punti diversi del materiale si uniscono e producono una frattura che si propaga fino al
collasso.
Nei materiali fragili il danno microstrutturale si concentra in prossimità dei difetti localizzati assumendo
direttamente l’aspetto di una piccola frattura. Le tensioni cicliche di trazione provocano la propagazione della
frattura iniziale.
Un cedimento per fatica inizia, quindi, con una piccola frattura, inizialmente difficile da rilevare con tecniche
sperimentali (liquidi penetranti, ispezione con i raggi X). Man mano che la frattura si sviluppa gli effetti di
concentrazione delle tensioni divengono maggiori e la velocità di accrescimento aumenta sempre più rapidamente,
in direzione ortogonale alle isostatiche. La sezione resistente diminuisce in ampiezza e la tensione aumenta sino a
quando non raggiunge il livello di collasso.
Il cedimento è caratterizzato da due distinte aree di frattura: la prima dovuta al progressivo sviluppo della cricca,
appare quasi liscia (in realtà ha una struttura molto fine), la seconda dovuta alla frattura finale, è molto simile alla
superficie di frattura di un materiale fragile rotto in trazione.
Quando un elemento di macchina è sottoposto a carichi statici vicini ai limiti di rottura generalmente si
verificano deformazioni molto grandi; in molti casi i danneggiamenti sono visibili e/o danno luogo a fenomeni
premonitori (irregolarità e/o anomalie di funzionamento), mentre le rotture a fatica sono improvvise e totali, quindi
più pericolose.
Si intuisce facilmente che la fatica è un fenomeno estremamente più complesso della rottura statica, in quanto
dipende simultaneamente dal livello di tensione (in realtà di deformazione) alternata locale e dalla distribuzione di
difetti localizzati nel materiale; ad oggi non esiste un modello matematico in grado di descrivere in modo
soddisfacente il comportamento a fatica dei materiali.
Se si vogliono progettare elementi di macchina sollecitati a fatica interpretando il carico agente come statico,
occorre usare coefficienti di sicurezza molto più alti, tipicamente al di sopra del doppio o del triplo di quelli ordinari.
L’analisi a fatica è basato sui seguenti approcci alternativi:
• approccio basato sulla tensione - analisi basata sulla tensione nominale agente nella regione del componente,
• approccio basato sulla deformazione - analisi delle deformazioni plastiche localizzate durante i cicli di carico,
• approccio basato sulla meccanica della frattura.
L’approccio basato sulla tensione nominale è quello più utilizzato da un punto di vista pratico in quanto più
semplice. Il dato di ingresso per la valutazione della vita a fatica è la tensione nominale ottenuta con le formule
semplici della sollecitazione, considerando il materiale elastico lineare (σn nominale =F/A, Mh/I) da correggere con
opportuni coefficienti.
15.1
G. Petrucci “Lezioni di Costruzione di Macchine”
σf
Fattori legati alla resistenza e allo stato del materiale P σP
• caratteristiche meccaniche, ω
• temperatura, n n
• corrosione, t
• tensioni residue.
2.4
200
2.2
150 2
1.8
100
1.6
1.4
50
1.2
0 1
0 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 0 1 2 3 4 5 6 7
5 Log N
N/10
Fig.15.2 - Curva di Wohler in coordinate lineari Fig.15.3 - Curva di Wohler in coordinate logaritmiche
Acciaio AISI 1010, a=886 Mpa, b=-0.14. Acciaio AISI 1010, a=886 Mpa, b=-0.14.
La curva interpolante i risultati sperimentali ottenuta è nota come curva di Wohler (fig.2) o curva tensione-vita.
Generalmente essa viene tracciata in coordinate logaritmiche o in coordinate lineari introducendo, però, i logaritmi
in base 10 dei valori di σ e di N (fig.3). L'ordinata del diagramma è chiamata resistenza a fatica σf: la definizione di
questa resistenza deve essere sempre accompagnata dal numero di cicli che le corrisponde, cioè σf(Nf). Si noti che il
valore di Nf cambia molto rapidamente al variare di σf.
15.2
G. Petrucci “Lezioni di Costruzione di Macchine”
In fig.2 è mostrata, entro linee tratteggiate, la fascia di dispersione entro la quale si rompe il 90% dei provini. I
risultati sperimentali sono piuttosto dispersi in orizzontale, cioè, fissato il valore σf, si osserva che i provini si
rompono con valori di Nf compresi in un ampio intervallo. In verticale la dispersione é minore, quindi, per ottenere
che i componenti abbiano una vita a fatica non inferiore a quella di progetto, è sufficiente fare in modo che la
tensione agente sia ragionevolmente inferiore a quella media σf, corrispondente al numero di cicli desiderato Nf. Si
noti che se si adotta proprio il valore σf preso dal diagramma, essendo Nf il valore medio dei cicli di vita ottenuto
con vari provini, la probabilità che il componente si rompa per un numero di cicli inferiore è pari al 50%.
Nel diagramma di Wohler si distinguono tre campi:
• campo della resistenza quasi statica (Nf<103),
• campo della resistenza a termine o a fatica finita (103<Nf<106),
dove l'equazione della curva di Wohler è del tipo
σ f N 1f m = K 1 m (15.1)
σ f
1b
σf =aN b
f N f = (15.4,5)
a
con a e b ancora costanti relative al materiale legate a K ed m mediante le seguenti relazioni:
a = (1 K ) K = (1 a) ,
−1 m
b = −1 m , m = −1 b
1b
, (15.6ab,7ab)
15.3
G. Petrucci “Lezioni di Costruzione di Macchine”
Per la ghisa il limite di durata è qualche volta minore di quello dell'acciaio; si può usare la relazione:
σ l = 0.4 σ rt (15.10)
Le leghe di magnesio ed alluminio non hanno un limite di durata e si assume un valore compreso fra il 30 e il
40% della resistenza a trazione per una vita pari a 108 o 5*108 cicli:
Materiale φ Nl
Acciaio 0.5 106
Ghisa 0.4 106
Ghise grige 0.34-0.46 106
Titanio e leghe 0.45-0.65 106
Leghe alluminio 0.4 5 108
Leghe magnesio 0.35 108
Leghe rame 0.25-0.5 108
leghe nichel 0.35-0.5 108
Tab.15.1 - Valore di φ e di Nl per alcuni materiali.
τ s = 0 .5 σ s τ s = 0.577 σ s (15.12,13)
15.4
G. Petrucci “Lezioni di Costruzione di Macchine”
σ l = k a k b k c k d k e k f σ l′ σ l = C s C g Cl k f σ l′ (15.16a,b)
Shigley Juvinall
• ka - finitura superficiale, • Cs - finitura superficiale,
• kb - dimensioni, • Cg - dimensioni/ gradiente di tensione,
• kc - gradiente/tipo di tensione, • Cl - tipo di tensione.
• kd - temperatura di esercizio,
• ke - altre cause.
Dell’effetto della concentrazione di tensione si può tenere conto riducendo il limite di fatica per mezzo del
coefficiente kf=1/Ktf, oppure amplificando la tensione agente per mezzo del coefficiente Ktf (e ponendo kf=1).
Finitura a b ka (σr=500Mpa)
rettificato 1.58 -0.085 0.93
macchine utensili 4.51 -0.265 0.87
laminato a caldo 57.7 -0.718 0.67
grezzi di forgiatura 272.0 -0.995 0.56
15.5
G. Petrucci “Lezioni di Costruzione di Macchine”
Diametro Cg kb kc
d<10 1.0 (d/7.62)-0.1133
10≤d<50 0.9 (d/7.62)-0.1133
50≤d<100 0.8 0.6
100≤d<150 0.7
Assiale 0.7÷0.9 1.0 0.85
Tab.15.3 – Fattori Cg e kb
Il coefficiente Cg per il caso assiale deve essere scelto in valore proporzionale alla qualità della finitura
dell’elemento.
Nel caso di elementi non circolari e/o non sollecitati a flessione rotante o torsione, Shigley suggerisce di
utilizzare un diametro equivalente ottenuto prendendo in considerazione la superficie della sezione interessata ad
una tensione σ>0.95σmax. Nel caso di provino a sezione circolare (piena o cava) sollecitato a flessione rotante, il
diametro equivalente de coincide con d e tale superficie è una corona circolare la cui area è:
15.6
G. Petrucci “Lezioni di Costruzione di Macchine”
4
[
A0.95σ = π d e2 − (0.95d e ) = 0.0766d e2
2
] (15.18)
Negli altri casi de può essere ottenuto uguagliando l’area A0.95σ all’espressione a destra nella (18) ottenendo
A0.95σ
de = = 3.61 A0.95σ (15.19)
0.0766
Nel caso di provino a flessione alternata l’area A0.95σ è delimitata da due corde parallele poste a 0.95d da cui
A0.95σ=0.0105d2, mentre nel caso di provino rettangolare A0.95σ=0.05hb. Utilizzando la (19) nei due casi
rispettivamente si ottiene
de=0.37d de=0.808(hb)0.5 (15.20a,b)
Operando similmente si possono ottenere i diametri equivalenti per varie tipologie di sezione.
Gradiente/tipo di sollecitazione
Shigley introduce un coefficiente kc legato al gradiente, in funzione del tipo di sollecitazione, e al tipo di tensione
(normale o tangenziale). Juvinall introduce il coefficiente Cl legato al tipo di tensione.
Juvinall Shigley
0.850 assiale (σ r ≤ 1520 MPa )
1.000 tensione normale 1.000 assiale (σ > 1520 MPa )
r
σ σ’m
a)
σ σ”m
σ’
b) σ”
σ x
x
σ’m σ”m
b)
c)
x
a)
Fig. 15.5 – Gradiente di tensione e dimensioni: a,b) sollecitazione di sforzo Fig.15.6 – Sollecitazione media sul grano cristallino: a)
normale, di flessione e di sforzo normale con concentrazione di tensione: effetto del gradiente, b) effetto della dimensione del grano.
gradiente della sollecitazione e area interessata alle massime sollecitazioni.
c) Effetto della dimensione sul gradiente.
15.7
G. Petrucci “Lezioni di Costruzione di Macchine”
Tipicamente si tiene conto dell’effetto della concentrazione di tensione amplificando la tensione nominale per il
fattore di concentrazione a fatica Ktf, oppure, come già mostrato tramite le (15-16), riducendo il limite di fatica
mediante il fattore kf legato a Ktf dalla ovvia relazione:
kf = 1 (15.22)
K tf
La sensibilità all'intaglio (del materiale) q è definita dall'equazione:
K tf − 1
q= (15.23)
Kt −1
L'equazione mostra che 0<q<1;
• se q=0 si ha che Ktf=1: il materiale non ha sensibilità all'intaglio;
• se q=1 si ha Ktf =Kt: il materiale ha la massima sensibilità.
q è un indicatore dell'incapacità del materiale di attenuare l'effetto teorico della sovrasollecitazione.
L’espressione che consente di ottenere Ktf per Kt e q assegnati è la seguente:
K tf = 1 + q(K t − 1) (15.24)
La spiegazione fisica della minore sensibilità all’intaglio dei materiali nel caso della sollecitazione di fatica si
spiega con il fatto che il danno di fatica è provocato simultaneamente dalla tensione alternata effettiva e dalla
presenza delle microscopiche discontinuità all'interno del materiale. L’intaglio provoca generalmente un incremento
di tensione notevole in una zona ristretta e quindi un gradiente molto elevato e crescente al decrescere della
dimensione caratteristica della discontinuità (raggio di raccordo, raggio del foro, etc.). Come già visto l’elevato
gradiente, a parità di tensione massima, limita la pericolosità del livello di tensione perché la zona soggetta a carichi
elevati è minore e di conseguenza lo è la probabilità di innesco e di propagazione.
Ancora, differentemente da quanto postulato dalla teoria dell'elasticità, i materiali non sono dei continui
omogenei ma sono aggregati di grani cristallini; la rottura può innescarsi a partire da un grano disposto in modo
sfavorevole rispetto alla direzione della tensione e dal livello medio di sollecitazione agente su di esso. La tensione
media agente sul grano di materiale più sollecitato dipende da:
• gradiente di sollecitazione: a parità di sollecitazione massima e dimensione, la sensibilità è minore se il gradiente
di tensione è elevato: in questo caso la tensione media sulla dimensione del grano cristallino è minore (fig.6).
• struttura del materiale: a parità di gradiente e sollecitazione massima hanno maggiore sensibilità all'intaglio i
materiali a grano fine come gli acciai bonificati rispetto a quelli a grano grosso come gli acciai normalizzati in
quanto è maggiore la tensione media sul grano stesso (fig.7).
A causa di questi fattori risulta che q dipende dal materiale e dalla dimensione assoluta del raggio di raccordo
della discontinuità rispetto alla dimensione del grano del materiale.
La sensibilità all’intaglio si differenzia nettamente per materiali fragili e duttili. Tipicamente i materiali fragili
hanno valori di q prossimi all’unità.
Per le ghise, aventi struttura a grano grosso, la sensibilità all'intaglio è molto bassa, variando da zero a 0.2 in
dipendenza della resistenza a trazione.
Diagrammi di q
I valori di q per i vari materiali e al variare della dimensione dell’intaglio sono visualizzabili in appositi diagrammi.
I diagrammi sono in funzione del raggio di raccordo effettivo dell’intaglio e non di quello adimensionalizzato,
poiché il parametro che governa il fenomeno è la dimensione assoluta dell’intaglio rispetto alla dimensione del
grano del materiale.
Fig.15.7 - Sensibilità all’intaglio q in funzione della dimensione dell’intaglio per vari materiali.
15.8
G. Petrucci “Lezioni di Costruzione di Macchine”
La prima figura riporta un diagramma di q per materiali duttili nel caso di flessione rotante o carico assiale
alternato; la seconda mostra per sollecitazione di taglio alternato o torsione. Entrambi i diagrammi mostrano che per
grande raggio di raccordo e specialmente per materiali ad alta resistenza l'indice di sensibilità è molto prossimo ad
uno.
1 Kt − 1
q= Ktf = 1 + (15.25,26)
1+ a r 1+ a r
I valori ottenuti sono validi per flessione o sforzo normale; per torsione moltiplicare per 0.6.
La formula empirica di Neuber fornisce q e Ktf in funzione del raggio dell'intaglio r e della costante b del
materiale, espressa in mm, interpretata dall'autore come dimensione (ideale) del grano:
1 Kt − 1
q= Ktf = 1 + (15.27,28)
1+ b r 1+ b r
La costante b può essere ottenuta mediante questa ulteriore formula empirica valida per σr<1520 Mpa:
log b=-(σr-134MPa)/586 (15.29)
Vita limitata
Nel campo della vita limitata, cui corrispondono tensioni nominali σn prossime allo snervamento, le tensioni
teoriche calcolate considerando la concentrazione di tensione possono risultare superiori allo snervamento
localmente o in tutta la sezione. In tale caso, per i materiali duttili, il fattore Ktf viene a dipendere da Nf e si dovrebbe
introdurre un fattore K'tf =f(Nf).
In particolare, in base al livello della tensione applicata e del fattore Kt si hanno tre possibili casi:
1. nessuno snervamento Ktσn<σs K'tf=σmax/σn=Ktf
2. snervamento localizzato Ktσn>σs K'tf=σs/σn
3. snervamento totale σ n≈ σ s K'tf≈1
Il caso 1) è ovvio. Nel caso 2) la tensione massima non coincide con quella teorica in campo elastico, ma è pari
alla tensione di snervamento, nel caso di materiale perfettamente plastico, o con una tensione un po’ maggiore in
presenza di incrudimento. Nel caso 3) la tensione in tutta la sezione è quella plastica che coincide quindi con quella
nominale.
Naturalmente se i valori di K'tf per il caso intermedio non sono noti si utilizza Ktf.
Per i materiali fragili si ha K'tf≈Ktf.
K'tf Kt
Ktf
MATERIALE a (mm)
Leghe di alluminio 0.508
Acciaio bonificato 0.254 1.0
o normalizzato a basso tenore di carbonio
Acciaio temprato 0.0635
Acciai ad alta resistenza (σr>550MPa) 0.025 (2070MPa/σr)1.8
Nf
Tab.15.4 -Valore di φ e di Nl per alcuni materiali. Fig.15.8 - Andamento di K'tf funzione di Nf.
15.9
G. Petrucci “Lezioni di Costruzione di Macchine”
σ 1 = a N1b σ 2 = a N 2b ; (15.32,33)
σ 1 N1b σ1 N
= log = b log 1 (15.34,35)
σ 2 N 2b σ2 N2
da cui
log σ 1 − log σ 2
b= . (15.36)
log N1 − log N 2
a può essere ottenuto da una delle (32,33)
σ1 σ2
a= b
= (15.37)
N 1 N 2b
Utilizzando i punti I e II prima indicati si ottiene
a = (1 K )
−1 m
=
(φ ′σ r )2 φ ′σ
b = − 1 = − 1 log r (15.38,39)
σl m 3 σl
Infatti si ha, rispettivamente,
a=
σ2
=
σl
=
(φ ′σ r )2
(15.41)
σ
N2b 6 1 log l
3 φ ′σ r σl
10
Nel caso di tensioni di fatica tangenziali, per il punto I si utilizza il φ’ appropriato, il limite di fatica va
moltiplicato per Cl=Kc=0.58 e nella curva di Wohler ottenuta si inseriscono le τa al posto delle σa.
15.10