ITALO SVEVO
Ettore Schmitz, noto come Italo Svevo, nasce nel 1861 a Trieste da una
famiglia ebraica di origini tedesche. Il padre, come molti ebrei dell’epoca,
è un commerciante. La sua giovinezza è serena e segnata
dall’apprendimento di più lingue: per volere del padre parte in Baviera,
per studiare il tedesco (la lingua del commercio) e la pratica contabile.
Tuttavia, si appassiona alla letteratura e decide di approfondire la lingua
italiana, che non era la sua lingua madre (in famiglia si parlava il dialetto
triestino). Il padre, temendo che questa passione lo distogliesse dal
commercio, non lo sostiene, e per questo Svevo si iscrive a un istituto
commerciale.
Nel frattempo, inizia a collaborare con alcuni giornali, pubblicando i suoi
scritti con uno pseudonimo per evitare la disapprovazione del padre. Nel 1880, l’azienda del padre fallisce,
costringendolo ad abbandonare gli studi e a cercare un lavoro. Grazie alla sua conoscenza del francese e
del tedesco, trova impiego presso la “Union Bank”, un ruolo che gli sta stretto e che lo spinge ancora di più
verso la scrittura. Nel 1892 pubblica il suo primo romanzo, Una vita, firmandosi per la prima volta con
lo pseudonimo di Italo Svevo. Questo nome rappresenta la sintesi delle sue due identità culturali: “Svevo”
richiama le sue radici legate al mondo tedesco, mentre “Italo” esprime la sua passione per la cultura italiana.
L’opera viene pubblicata a spese dell’autore, ma passa inosservata. Nonostante ciò, Svevo non si arrende
e, nel 1898, pubblica un secondo romanzo, Senilità. Anche questo, però, non riscuote successo. Nel 1896
sposa Livia Veneziani, figlia del proprietario di una fabbrica di vernici sottomarine, ottenendo così un ruolo
di rilievo in società. Per sposarsi si converte al cattolicesimo, abbandonando la religione ebraica. Inizia a
lavorare nell’azienda del suocero, che lo porta anche in America per affari.
Un incontro fondamentale per la sua carriera avviene con James Joyce, che all’epoca insegna inglese a
Trieste. I due diventano amici e si scambiano le rispettive opere. Joyce rimane affascinato dai romanzi di
Svevo e lo incoraggia a continuare a scrivere. Un’altra influenza importante è quella di Sigmund Freud,
che Svevo conosce indirettamente: è incuriosito dalla psicoanalisi, e ritiene che la teoria sia valida ma non
quanto la pratica, soprattutto dopo aver visto gli scarsi risultati ottenuti dal cognato, che si era sottoposto
alla terapia freudiana. Svevo sintetizza la sua opinione con un’ironica affermazione: «Grande uomo quel
nostro Freud, ma più per i romanzieri che per gli ammalati».
Dopo lo scoppio della Prima guerra mondiale, la fabbrica del suocero, che aveva fornito vernici alla Marina
austriaca, viene chiusa dalle autorità tedesche. Rimasto senza lavoro, Svevo può finalmente dedicarsi alle
sue passioni: il violino e la letteratura. Nel 1919 inizia a scrivere La coscienza di Zeno, pubblicato nel 1923,
sempre a proprie spese. Anche questa volta il romanzo non riceve subito attenzione, ma Svevo invia una
copia a Joyce, ormai trasferitosi a Parigi, il quale si adopera per farlo conoscere negli ambienti letterari
francesi.
Grazie all’intervento di Joyce, il romanzo arriva all’attenzione della critica. Valéry Larbaud, un
importante autore francese, scrive a Svevo definendolo un «Maestro». In Italia, il poeta Eugenio Montale
inizia a parlarne favorevolmente. È il cosiddetto “caso Svevo”: da scrittore ignorato diventa
improvvisamente una figura di rilievo nella letteratura europea.
Negli ultimi anni di vita, Svevo è conosciuto, ma la sua salute è compromessa dall’enfisema polmonare,
conseguenza del suo vizio del fumo, tuttavia egli dice «Dopotutto posso morire perché sono stato assai
felice». Nel settembre del 1928, mentre si trova a Bormio per cure termali, ha un incidente stradale nei
pressi: l’auto su cui viaggia si schianta. Muore il giorno successivo.
• Nei vinti di Verga, il fallimento è sociale e inevitabile, causato da forze superiori all’individuo.
• Negli inetti di D’Annunzio, il fallimento è l’incapacità di essere superuomini e di tradurre il sogno in azione.
• Negli
OPEREinetti di Svevo, il fallimento è interiore, psicologico, legato alla riflessione eccessiva che paralizza l’azione.
Una vita (1892)
Il titolo originale doveva essere Un inetto, perché il protagonista, Alfonso Nitti, incarna il concetto
sveviano di inettitudine.
Alfonso è un impiegato con aspirazioni letterarie, ma non riesce a emergere. Si innamora di Annetta, figlia
del suo datore di lavoro. Quando si presenta l’occasione di sposarla, Alfonso fugge con la scusa della
malattia della madre. Al suo ritorno, scopre che Annetta si è fidanzata con un altro. Sfida a duello il fratello
di lei, ma non trova il coraggio di affrontarlo e si suicida con il gas. Il romanzo introduce il discorso indiretto
libero, che permette di analizzare i pensieri inconsci del protagonista.
Verga vs Svevo
Gli “inetti” nei romanzi di Svevo si sentono inadeguati e incapaci di agire per cambiare la propria
situazione, pur sapendo che potrebbero farlo. Questo li distingue dai “vinti” di Verga: i vinti hanno almeno
tentato di lottare, mentre gli inetti si arrendono senza combattere. I personaggi di Svevo hanno spesso tratti
autobiografici. Alfonso non è un “vinto” che subisce passivamente le difficoltà della vita come nel caso dei
personaggi verghiani (che sono sconfitti dalle circostanze esterne, come la povertà o l’ambiente). Piuttosto,
il suo fallimento è interno, dovuto a mancanza di forza di volontà e della capacità di prendere decisioni.
Anche quando la vita gli offre l’opportunità di un matrimonio che potrebbe risollevare la sua condizione,
Alfonso fugge. Gli altri personaggi del romanzo, purtroppo per lui, sono in grado di lottare, di impegnarsi
e di affrontare la vita. Il “suicidio” di Alfonso rappresenta un modo per fuggire alla “lotta per la vita”.
Senilità (1898)
Emilio Brentani, il protagonista, è un impiegato con aspirazioni artistiche, ma profondamente indeciso. Si
sente vecchio già a trent’anni e vive in un perenne stato di insoddisfazione. Ha una relazione con Angiolina,
una ragazza dai facili costumi, ma la idealizza, illudendosi che sia una creatura angelica. La gente, che ne
conosce la vera natura, la chiama con l'epiteto grossolano di "Giolona"; lui la idealizza come 'Ange", un
nome adatto a una fanciulla dello Stilnovo. Ma Angelina non è innamorata e lo lascerà solo. Nel frattempo,
la sorella Amalia si innamora, non ricambiata, dell’amico di Emilio, Stefano Balli. Non riuscendo a
esprimere i suoi sentimenti, muore suicidandosi con l’etere.
Emilio rimane solo, in una condizione di rassegnata “senilità”, senza stimoli né tentativi di cambiamento.
Il romanzo introduce il monologo interiore, tecnica innovativa che permette di esplorare la psiche dei
personaggi.
I personaggi sono sviluppati in contrapposizione: da un lato Stefano e Angelina che non si fanno abbattere
dalla vita e si lasciano andare, Emilio e la sorella sono inetti, non hanno alcuno stimolo e non tentano di
cambiare la loro situazione.
Tra le sue novelle, spicca Corto viaggio sentimentale. Questo racconto narra il viaggio di un anziano
signore da Milano a Trieste, e affronta tematiche simili a quelle esplorate ne La coscienza di Zeno. Qui,
l’autore riflette ancora sulla psicanalisi, sul processo di invecchiamento e sulla condizione fisica e mentale
della vecchiaia, continuando ad approfondire la sua analisi dei moti interiori dell’individuo.
In parallelo, Svevo stava lavorando a un quarto romanzo, di cui ci sono giunti solo alcuni capitoli
incompiuti. Tra questi, uno dei più significativi è Le confessioni del vegliardo. In questo racconto, il
protagonista è un uomo anziano che si dedica alla scrittura come mezzo per combattere la dimenticanza e
per recuperare il senso della vita, che appare sempre più sfocato a causa della routine quotidiana.
La scrittura
Per Svevo, la scrittura è un vizio, cioè qualcosa di cui non può fare a meno anche dopo l’insuccesso dei
suoi primi due romanzi. Tuttavia è un vizio segreto perché nel mondo borghese in cui vive, la letteratura è
vista come un passatempo inutile.
In un certo senso è anche una forma di trasgressione rispetto alle aspettative della società e della sua
famiglia e in particolare del padre: Svevo, come Pirandello, rifiuta il destino che la famiglia aveva scelto
per lui (essere un uomo d’affari).
Poiché Svevo non si considera un vero scrittore professionista, non si sente obbligato a seguire le mode
letterarie o le regole imposte dall’editoria, ma piuttosto vede la scrittura come un bisogno personale e come
una via di fuga.
Il ruolo della letteratura
I suoi romanzi non sono storie inventate, ma contengono riflessioni sulla società e su sé stesso. Italo Svevo
inserisce molti elementi autobiografici nei suoi romanzi. Tuttavia, egli stesso afferma che la sua opera è
“un’autobiografia che non è la sua”, intendendo con questa espressione che la sua esperienza personale
è solo un punto di partenza per un’analisi più ampia sull’uomo in generale.
Questa visione è influenzata dall’opera di Dostoevskij, da cui Svevo apprende che solo scavando dentro di
sé si possono individuare quei tratti universali che appartengono a tutti. La sua attenzione non è rivolta a
condizioni esterne, ma alla psiche dei personaggi.
Questo lo distingue dai romanzieri realisti e positivisti dell’Ottocento, che vedevano nella scienza un mezzo
per spiegare la realtà. Svevo, al contrario, rifiuta questa fiducia nella scienza: non si può spiegare
oggettivamente il comportamento umano. Per questo motivo, i suoi romanzi rappresentano la coscienza
della crisi, una condizione tipica del primo Novecento in cui l’uomo perde ogni certezza senza trovare
soluzioni ai propri problemi.
La letteratura diventa quindi uno strumento di autoanalisi, un modo per esplorare le proprie debolezze e
contraddizioni. Infatti, i suoi personaggi principali (Alfonso Nitti, Emilio Brentani e Zeno Cosini) sono tutti
scrittori a loro modo, ma la scrittura non è un segno di superiorità, bensì una manifestazione della loro: chi
scrive lo fa perché è in qualche modo malato, ma almeno ha la capacità di riconoscerlo.
La scrittura come terapia
Per Svevo, scrivere aiuta a comprendere meglio la realtà e sé stessi. La vita è caotica e difficile da capire
nel momento in cui la si vive, ma quando viene messa per iscritto, diventa più chiara. Scrivere permette di
prendere distanza dagli eventi e analizzarli con più lucidità. Svevo infatti dice “fuori dalla penna non c’è
certezza”: senza la scrittura, tutto rimane incerto, perché la realtà è troppo complessa per essere compresa
direttamente. Anche se la scrittura non dà una certezza non è assoluta, è l’unico mezzo per avvicinarsi a
una possibile comprensione della realtà.
Ne La coscienza di Zeno, il protagonista scrive la propria autobiografia per volontà del suo psicanalista.
Attraverso la scrittura, cerca di capire sé stesso e il senso della sua esistenza. Anche se la scrittura non
guarisce la sua malattia dell’inetto, gli permette almeno di esserne consapevole.
Caratteristiche dei personaggi
Nei suoi romanzi non si assiste a un conflitto tra individuo e società, come avveniva nella letteratura
ottocentesca, ma piuttosto a un contrasto tra vita e coscienza. I suoi personaggi sono bloccati dall’eccesso
di riflessione: pensano troppo e agiscono poco, restando in uno stato di continua indecisione. Questo li
rende simili tra loro, indipendentemente dalla loro classe sociale.
Nei suoi romanzi non esistono figure completamente positive o negative, perché ogni individuo è pieno di
contraddizioni. L’autore non offre risposte né modelli da seguire, ma si limita a raccontare la fragilità
dell’uomo moderno, lasciando al lettore il compito di trarre le proprie conclusioni.
L’inettitudine e la malattia
Uno dei temi più famosi di Svevo è quello dell’inetto.
1. Inetto = malato → Chi è “malato” è incapace di vivere attivamente, è indeciso, insicuro, impacciato nei
rapporti sociali, ossessionato dai propri limiti (come Zeno con il fumo).
2. Malato = consapevole → Questa condizione di inferiorità li porta a riflettere su sé stessi e sulla società,
e si rivelano più lucidi di chi si crede “sano” ma vive nell’illusione.
3. Tutti sono malati → La società stessa è “malata”, fondata su ipocrisie e autoinganni. La differenza è che
Zeno se ne rende conto, mentre gli altri no. Alla fine, chi sembra il più debole (Zeno) si dimostra il più
adatto a sopravvivere, mentre i “sani” (come Guido) falliscono.
L’assenza di eroi
Nell'Ottocento l'eroe dei romanzi è un eroe positivo, perché tenta di migliorare la sua condizione, anche
se alla fine rimane sconfitto dalle condizioni sociali (vinti di verga). I protagonisti del Novecento, invece,
sono antieroi, perché esprimono i disagi della società in cui vivono, sono pieni di contraddizioni e difetti
e soprattutto non lottano per migliorare la loro condizione anche se ne hanno la possibilità.
Influenze culturali
Svevo non aveva una formazione umanistica classica, ma era un autodidatta che leggeva ciò che lo
interessava.
Viveva a Trieste, una città molto aperta, situata al confine tra l’Italia e l’Impero austro-ungarico, quindi ben
collegata al resto dell’Europa e agli influssi slavi. Svevo conosceva il tedesco, il francese, il dialetto triestino
e l’italiano. Anche la sua identità culturale era complessa: il suo pseudonimo riflette proprio questo
dualismo, con “Italo” a indicare il suo legame con la cultura italiana e “Svevo” a richiamare il mondo
tedesco. Questa posizione di confine gli permise di entrare in contatto con culture e correnti di pensiero
diverse, che influenzarono profondamente la sua scrittura.
Tra le influenze più importanti c’è quella di Schopenhauer, che sosteneva che esistono due tipi di individui:
i “lottatori”, che si immergono nella vita senza farsi domande, e i “contemplatori”, che si fermano a riflettere
e rimangono ai margini della società. Svevo riprende questa visione e nei suoi romanzi contrappone i “sani”,
che si adattano al mondo con successo, e i “malati”, cioè gli “inetti”, incapaci di affrontare la vita.
Un’altra influenza importante è Charles Darwin e la sua teoria dell’evoluzione. Nei suoi romanzi, c’è
sempre un personaggio più forte che riesce a prevalere su uno più debole. Tuttavia, Svevo mette in
discussione l’idea che i vincenti siano davvero superiori: nella Coscienza di Zeno, ad esempio, i “sani”
spesso si rivelano ottusi e conformisti, mentre gli “inetti”, hanno una maggiore consapevolezza della realtà.
Tra l’altro, questa teoria è presente anche nel pensiero di Verga. Così come Darwin riteneva che gli
individui con caratteristiche vantaggiose per l’ambiente in cui vivono hanno maggiori probabilità di
sopravvivere, allo stesso modo, il concetto centrale della letteratura di Verga è l’espressione “pesce grande
mangia pesce piccolo” (classi sociali).
Queste argomentazioni saranno usate dalle grandi potenze europee per fornire una sorta di giustificazione
al nascente imperialismo.
Svevo conosceva anche il pensiero di Karl Marx, ma non aderì mai completamente al marxismo. Lo
interessava il modo in cui le dinamiche economiche influenzano la psicologia degli individui.
Allo stesso modo, si avvicinò al pensiero di Nietzsche, condividendone la critica ai valori borghesi, ma
senza accettare la sua idea della “volontà di potenza” e dell’uomo superiore. Nei romanzi di Svevo non ci
sono eroi. I suoi protagonisti sono uomini comuni pieni di contraddizioni. Nessuno di loro incarna i valori
di un superuomo dannunziano. Svevo non racconta imprese straordinarie, ma mostra le ipocrisie, i
fallimenti della borghesia. L’unico vero “eroismo” è la capacità di riconoscere la propria debolezza e
imparare a conviverci.
L’influenza più evidente nei suoi romanzi è però quella della psicanalisi di Freud, che Svevo usa come
strumento per analizzare la mente umana. Tuttavia, non crede che la psicanalisi sia davvero in grado di
curare i pazienti: secondo lui, gli unici ad andare dallo psicanalista sono coloro che sanno di essere malati,
mentre i veri “malati” sono quelli che si credono sani e non si mettono mai in discussione.
LA COSCIENZA DI ZENO
La coscienza di Zeno è uno dei romanzi italiani più rappresentativi della crisi di certezze e valori che
caratterizza il primo Novecento. Il protagonista, Zeno Cosini, è un personaggio emblematico di questa crisi:
è insicuro, indeciso, e soffre di un malessere interiore che non riesce a superare. Il suo disagio deriva
dall’incapacità di prendere decisioni e di affrontare la vita. Per cercare di capirsi meglio, Zeno decide di
ripercorrere la propria storia e di analizzare i suoi ricordi, intraprendendo così un viaggio introspettivo che
mette in discussione non solo sé stesso, ma anche i valori della società borghese in cui vive.
La narrazione
La particolarità del romanzo sta nel suo modo di raccontare la storia. Non c’è una verità assoluta, perché il
protagonista narra la propria vita come se fosse un lungo diario, ma le sue affermazioni sono spesso
ambigue: mescola ricordi, bugie, autoinganni e interpretazioni soggettive. Questo rende difficile distinguere
la verità dalla finzione. Il lettore deve cercare di capire il personaggio senza poter fare affidamento su una
narrazione oggettiva.
La struttura del romanzo
A differenza dei romanzi tradizionali, che seguono una sequenza cronologica lineare, La coscienza di Zeno
è organizzato in sei capitoli che trattano diversi aspetti della vita di Zeno:
1. Il fumo – Il protagonista racconta la sua ossessione per le “ultime sigarette”, simbolo della sua incapacità
di prendere decisioni definitive.
2. La morte di mio padre – Zeno descrive il difficile rapporto con il padre e il senso di colpa che prova per
non essere riuscito a salutarlo adeguatamente prima della sua morte.
3. La storia del mio matrimonio – Narra le vicende che lo hanno portato a sposare Augusta, una donna che
inizialmente non amava.
4. La moglie e l’amante – Approfondisce il tradimento e il rapporto con la sua amante Carla.
5. Storia di un’associazione commerciale – Parla dei suoi insuccessi nel mondo degli affari e della sua
rivalità con Guido, marito della cognata.
6. Psico-analisi – Qui Zeno riflette sul percorso psicanalitico che ha intrapreso, ma che considera inutile.
Zeno, come Svevo, non crede nelle capacità di Freud e della psicoanalisi di curare davvero le persone. Anzi,
suggerisce che i veri “malati” siano coloro che credono di essere sani.
La narrazione è introdotta da una “Prefazione” scritta dal dottor S., lo psicanalista che ha in cura Zeno. Il
medico spiega che ha deciso di pubblicare il diario del paziente per vendicarsi di lui, perché Zeno ha
interrotto la terapia senza consultarlo.
Il significato del romanzo
Alla fine, La coscienza di Zeno non offre risposte definitive, ma lascia il lettore con molte domande. Il
protagonista non raggiunge una vera guarigione e il suo viaggio introspettivo mostra quanto sia complesso
l’animo umano. Il romanzo rappresenta perfettamente l’incertezza e il disorientamento dell’uomo moderno.
Zeno e il suo rapporto con il fumo e il padre
Uno degli aspetti più evidenti della sua inettitudine è il vizio del fumo: fin da giovane prova continuamente
a smettere, ma ogni tentativo fallisce. Questo rappresenta simbolicamente la sua incapacità di cambiare
veramente.
Anche il rapporto con il padre è problematico. L’uomo non ha mai capito davvero Zeno e, prima di morire,
decide di lasciare l’amministrazione dei suoi beni a un uomo di fiducia, Olivi, per evitare che il figlio
sperperi il patrimonio. Questo umilia profondamente Zeno.
Il matrimonio con Augusta e la relazione con Carla
Dopo la morte del padre, Zeno decide di sposarsi, ma, indeciso tra le sorelle Malfenti, viene rifiutato da
Ada, di cui era innamorato, e poi da Alberta. Alla fine sposa Augusta, la sorella che gli piaceva di meno,
ma che si rivelerà una moglie affettuosa e comprensiva.
Nonostante il matrimonio sereno, Zeno inizia una relazione con Carla. Tuttavia, dopo due anni, la ragazza
decide di sposare un altro uomo e la relazione finisce. Zeno, alla fine, si rende conto che il matrimonio con
Augusta gli ha dato stabilità e serenità.
Il fallimento di Guido e il successo di Zeno
Il marito di Ada, Guido Speier, è un uomo sicuro di sé ma superficiale, e si dimostra un pessimo uomo
d’affari. Lui e Zeno avviano insieme un’attività commerciale, ma Guido la manda quasi in rovina.
Nel tentativo di farsi perdonare dalla moglie per i suoi errori, Guido inscena un falso tentativo di suicidio,
ma la seconda volta sbaglia la dose di barbiturici e muore davvero. A questo punto Zeno prende in mano
l’azienda e, sorprendentemente, riesce a farla funzionare.
La guerra e la fine del romanzo
Nell’ultimo capitolo, scritto come un diario durante la Prima guerra mondiale, Zeno decide di interrompere
la psicanalisi. Rileggendo il suo stesso racconto, si rende conto che la terapia non lo ha guarito.
Paradossalmente, è proprio il caos della guerra ad averlo fatto sentire meglio: senza il controllo del suo
tutore Olivi (che è dovuto fuggire in Svizzera), Zeno ha potuto gestire autonomamente i propri affari e ha
avuto successo.
Alla fine, invia il suo scritto al Dottor S. per dimostrargli che la sua terapia non ha funzionato. Zeno non è
diventato una persona “sana” nel senso tradizionale, ma ha trovato un suo equilibrio nel disordine del
mondo. La sua “malattia” diventa quasi un vantaggio: mentre gli altri falliscono perché troppo sicuri di sé,
lui sopravvive proprio grazie alla sua incertezza e al suo adattamento. Il romanzo si chiude lasciando aperta
la domanda: chi è veramente malato? Zeno, che si sente inetto, o la società che si crede normale ma è piena
di ipocrisie?
Per molto tempo si è detto che Svevo “scriveva male”, ma in realtà il suo stile ha precise caratteristiche:
• Semplice e diretto.
• Frasi spezzate, con molte interruzioni (esclamazioni, domande, parentesi).
• Uso misto della lingua, con influenze dialettali, germanismi, toscanismi e persino qualche errore
grammaticale. Svevo parlava abitualmente in dialetto triestino e in tedesco, quindi scrivere in italiano era
per lui meno naturale.
Serata in casa Maller
Annetta, affascinata dalla letteratura, organizza incontri culturali nel suo salotto, dove invita gli intellettuali
di Trieste. Alfonso, impiegato in banca, è l’unico a non cercare di mettersi in mostra per conquistare
Annetta. Questo atteggiamento colpisce Annetta, che gli propone di scrivere un romanzo insieme. Tuttavia,
Alfonso vive il rapporto con lei in modo tormentato. L’idea di legarsi a una ragazza ricca lo attrae ma allo
stesso tempo lo mette a disagio. Alfonso arriva senza aver scritto nulla e, per giustificarsi, inventa scuse e
problemi inesistenti, mostrando il suo atteggiamento insicuro e inetto. Alla fine della serata, Alfonso si
chiude in un lungo monologo interiore: lasciare Annetta o continuare a fingere interesse per lei, sapendo
che il matrimonio gli garantirebbe la sicurezza economica e sociale? Come sempre, il suo ragionare non
porta a nulla: rimane bloccato nella sua indecisione, incapace di prendere una decisione concreta.
L’inconcludente senilità di Emilio
Il fulcro del brano è il ritratto di Emilio come un uomo che si nasconde dietro una falsa immagine di sé.
Quando Emilio incontra Angiolina, è diviso tra due atteggiamenti opposti: da un lato, cerca di sedurla;
dall’altro, quando si rende conto che Angiolina non è la donna ingenua che si aspettava, la idealizza.
Questo riflette ancora una volta il suo mancato confronto con la realtà. Il narratore, infine, smonta questa
immagine che si è costruito di individuo superiore e dotato di ambizioni, e ci fa vedere la vera natura del
personaggio, mettendo in luce la contraddizione tra l’idealizzazione di sé e la realtà.
Il vizio del fumo
Il tema centrale è la debolezza di Zeno.
1. Incapacità di cambiare: Zeno non riesce a smettere di fumare, nonostante sappia che è dannoso per la sua
salute. Questo dimostra la sua debolezza psicologica e la sua incapacità di agire con determinazione. Non
riesce a prendere decisioni concrete per migliorare la sua vita, rimanendo intrappolato nelle sue abitudini
dannose.
2. Autoinganno e giustificazioni: Zeno si dà delle scuse per il suo vizio. Quando il medico gli vieta di
fumare, invece di prendere sul serio il consiglio, Zeno si sente stimolato a trasgredire il divieto. Il vizio
diventa un modo per evitare di affrontare le difficoltà reali della vita, come la carriera o le responsabilità.
In sostanza, l’inettitudine, la debolezza psicologica e l’incapacità di agire concretamente e di affrontare
la realtà sono i tratti che uniscono questi tre personaggi, rendendoli simili nel loro modo di affrontare (o
non affrontare) la realtà.