EUGENIO MONTALE
Poeta che ha vissuto entrambe le guerre mondiali e il periodo del dopoguerra,
osservando con attenzione e spirito critico la condizione del mondo nel Novecento.
Ha interpretato la sofferenza diffusa in tutta Europa, che definisce “male di
vivere”, analizzandola inizialmente da un punto di vista esistenziale e
successivamente anche storico. Le sue raccolte poetiche raccontano e testimoniano
ciò che è accaduto in quegli anni.
Nasce a Genova nel 1896. Trascorre una fanciullezza serena, anche in
villeggiatura, in particolare un Liguria nel paesaggio mediterraneo delle Cinque
Terre, tanto presente nelle sue poesie. Si dedica alla lettura, passa molto tempo
in biblioteca e la affianca alla passione per la lirica. Nel 1918 viene mandato in
guerra in Trentino come ufficiale di fanteria. L’esperienza del conflitto si traduce nel tema centrale della
sua poesia, il cosiddetto male di vivere. Tornato alla vita civile, riprende le lezioni di canto, che interrompe
definitivamente nel 1923. Inizia un periodo difficile: lui stesso si definisce “separato dalla vita”, perché
incapace di capire quale strada prendere o che decisioni assumere, si sente un inetto. Questa crisi interiore
si riflette anche fisicamente, con episodi di malattia. In questo periodo conosce diversi autori e inizia a
pubblicare su riviste culturali, avviando la sua carriera di critico giornalistico. Entra in contatto con
importanti scrittori europei, tra cui Italo Svevo, a cui dedica un saggio critico che contribuisce a far
esplodere il “caso Svevo”. Conosce anche Umberto Saba, poeta ebreo, che sarà poi costretto a cambiare
nome a causa delle leggi razziali. Svevo e Saba appartengono allo stesso ambiente culturale triestino, ricco
di influenze letterarie. Il contesto storico è difficile: il nome di Montale compare nel Manifesto degli
intellettuali fascisti, redatto da Giovanni Gentile come risposta al Manifesto degli intellettuali antifascisti
di Benedetto Croce. Montale, però, si dissocia apertamente, dichiarandosi antifascista: lo resterà per tutta
la vita. Nel 1938 viene licenziato dal Gabinetto Vieusseux per il suo rifiuto di aderire al Partito fascista.
Nel 1925 pubblica Ossi di seppia, la sua prima raccolta poetica, che accresce notevolmente la sua fama.
Inizia a collaborare con importanti riviste letterarie dell’epoca. Si sposta a Firenze, dove assume un ruolo
sempre più importante perché scriveva per Solaria, la rivista più famosa a Firenze, e partecipa anche a
incontri culturali nei caffè, dove conosce Quasimodo. Fondamentale è l’influenza del poeta angloamericano
T.S. Eliot, che Montale studia e ammira: Eliot a sua volta scrive una recensione molto positiva su di lui,
contribuendo a far conoscere Montale anche a livello internazionale.
Importanti nella sua vita sono due figure femminili: Irma Brandeis, intellettuale ebrea americana e che a
causa delle leggi razziali, è costretta a lasciare l’Italia e a rifugiarsi negli Stati Uniti, ma che lui non seguirà
per stare a fianco di Drusilla Tanzi, soprannominata Mosca.
Nel 1939, in un periodo di crisi personale e storica, pubblica la sua seconda raccolta, Le occasioni. Dopo
la caduta del fascismo, Montale collabora con i gruppi della Resistenza: partecipa alla liberazione di
Firenze nell’agosto del 1944 e aderisce al Comitato di Liberazione Nazionale Toscano e al Partito d’Azione,
di ispirazione liberal-progressista, da cui però si allontana già nel 1946. Sostiene la Repubblica nel
referendum del giugno dello stesso anno, ma rimane deluso dal clima politico del dopoguerra e decide di
abbandonare l’impegno civile diretto.
Nel secondo dopoguerra si trasferisce a Milano dove accetta anche l’incarico di critico musicale presso il
Corriere d’Informazione. Nel 1962 Montale sposa Drusilla Tanzi, che però morirà l’anno seguente. Il dolore
per la sua perdita sarà al centro della raccolta Satura.
1967 – Senatore a vita in riconoscimento del suo contributo alla cultura italiana.
1975 – Premio Nobel per la Letteratura.
1981 – muore a Milano.
OPERE
Le occasioni
Le occasioni è la seconda raccolta poetica di Montale, pubblicata nel 1939. È divisa in quattro sezioni e
rappresenta un cambiamento rispetto a Ossi di seppia, sia nei contenuti sia nello stile.
Nella prima sezione emergono richiami femminili e immagini di viaggio, nella seconda la lontananza dalla
donna che ama e l'attesa del suo ritorno; la terza è incentrata sul rifugio nella letteratura che considera un
modo per difendersi dalla violenza della Storia, anche se questa difesa appare sempre più debole. Nella
quarta e ultima parte la figura femminile diventa un simbolo di salvezza, che può dare un significato alla
vita del poeta e liberarlo dal “male di vivere” che lo opprime.
I paesaggi liguri sono ancora presenti, ma meno importanti rispetto alla prima raccolta.
Lo stile di Le occasioni è più difficile: è vicino all’ermetismo, un modo di scrivere che usa simboli e
immagini complesse, spesso con un linguaggio elevato e non immediato da capire. Il messaggio non è
spiegato direttamente, ma va interpretato.
La bufera e altro
La bufera e altro esce nel 1956. Il tono generale della raccolta è molto cupo: si sente tutto il peso degli
orrori della guerra, delle perdite personali (come la morte di persone care), della crisi politica e sociale del
dopoguerra. Anche in questa raccolta torna la figura femminile, ispirata a Irma Brandeis, che qui viene
chiamata Clizia. Clizia non è solo una donna amata, ma diventa un vero simbolo, quasi un angelo visitatore
che porta luce in un mondo segnato dal male.
Nei versi appaiono paesaggi oscuri, segnati dalla morte e dalla guerra, ma anche viaggi (come quelli in
Medio Oriente), ricordi familiari, e una forte delusione per la società del dopoguerra. Tuttavia, in mezzo a
questo male, la poesia resiste, ed è simboleggiata dall’anguilla, nella poesia omonima, dove questo animale
riesce a sopravvivere anche nel fango. Compare anche una nuova figura femminile, soprannominata la
Volpe (la poetessa Maria Luisa Spaziani), che rappresenta un amore più concreto, più terreno.
Lo stile di questa raccolta è più sperimentale: Montale usa linguaggi diversi, a volte colloquiali, a volte
molto elevati.
Satura
Satura è la quarta raccolta poetica di Montale, pubblicata nel 1971. Segna un grande cambiamento di stile
rispetto alle raccolte precedenti: il tono è più colloquiale, semplice e vicino alla prosa. Montale riprende a
scrivere dopo la morte della moglie Drusilla Tanzi (la “Mosca”). A lei dedica soprattutto i componimenti
degli “Xenia”, poesie brevi, intense, affettuose e ironiche, in cui appare come una presenza concreta e
quotidiana, non più idealizzata come Clizia.
TEMI
➢ Concezione della poesia e del poeta
Montale definisce la sua idea di poesia in negativo, cioè dicendo ciò che la poesia non è. Una delle sue
frasi più celebri è: «Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo».
Questa frase esprime il disagio esistenziale dell’uomo moderno, che vive in un’epoca di crisi, in cui
mancano certezze. Quindi, in un contesto dove non si ha più nessuna certezza, non si sa chi siamo e dove
viviamo, noi possiamo solo dire ciò che non siamo e ciò che non vogliamo.
Il poeta, quindi, non è più un “vate”, un profeta come lo era per esempio D’Annunzio. Montale non attacca
D’Annunzio, ma riconosce che quel modello di poesia non è più adatto ai tempi moderni: la società è
cambiata, e la poesia deve cambiare con essa. Bisogna “attraversare” D’Annunzio, prenderne alcuni
insegnamenti, ma superarlo.
Poiché non è più possibile spiegare la realtà in modo diretto e chiaro, Montale usa immagini simboliche,
senza mai chiarirle completamente. Queste immagini sono universali e comunicano emozioni profonde.
Questo modo di scrivere si basa sul correlativo oggettivo: consiste in un oggetto, un’immagine, una
situazione che serve per esprimere un’emozione o un significato profondo che il poeta non descrive
esplicitamente. Montale usa il correlativo oggettivo per esprimere la crisi dell’uomo moderno, il male di
vivere, facendoli emergere da immagini spesso grigie, oscure. Lo usa perché, per lui, la poesia deve essere
essenziale, asciutta, ma allo stesso tempo intensa, ricca di significati nascosti.
“Spesso il male di vivere ho incontrato” (Ossi di seppia): Rivo strozzato, foglia riarsa, cavallo
stramazzato sono correlativi oggettivi: immagini fisiche che rappresentano simbolicamente il dolore, la
fatica, la sconfitta dell’esistenza.
➢ Male di vivere
In questo contesto di crisi personale e storica, Montale introduce il tema del male di vivere, una condizione
esistenziale di sofferenza e sconforto, che attraversa tutte le sue opere.
➢ La figura femminile
In un contesto di dolore e crisi, la donna rappresenta per Montale l’unica possibilità di salvezza. È spesso
vista come una figura angelicata, simile a Beatrice di Dante, ma con una differenza importante: non
conduce a Dio, bensì allontana dalla tragedia della storia, come la guerra.
Tuttavia, Montale non canta tanto la presenza della donna, quanto la sua assenza. Non la descrive mai
completamente, ma attraverso particolari (sineddoche e metonimia) come un orecchino, i capelli, lo
sguardo.
Nell’ultima fase della sua produzione poetica (ad esempio in Satura), la figura femminile cambia: diventa
concreta, quotidiana, ironica e complice. Non è più un angelo distante, ma una compagna reale, con cui
condividere la vita, come nel caso di Drusilla Tanzi (“Mosca”).
➢ Il rapporto con la società di massa
Montale vive con disagio la società moderna, dominata dal progresso tecnologico, dal lavoro meccanizzato
e dalla perdita dell’individualità. È critico verso il conformismo e la massa, che stritola l’identità del
singolo. Da qui nasce una tensione interiore: da un lato, l’uomo è un essere sociale e desidera far parte della
società, dall’altro Montale si sente estraneo e distaccato.
Nelle ultime raccolte, affronta questi temi con tono ironico, disilluso: osserva la realtà con distacco e
sarcasmo per sdrammatizzare il dolore.
Collegamento maturità: boom economico critica.
➢ Tempo e ricordo
Il ricordo è un elemento centrale nella poesia di Montale: è uno strumento per sopravvivere al dolore e
affrontare il lutto. Attraverso la memoria, il poeta recupera momenti del passato ma questi ricordi non
coincidono mai pienamente con la realtà. Appartengono a un tempo ormai perduto e, proprio per questo,
sono destinati a svanire o a deformarsi. Tuttavia, offrono un modo per distaccarsi dalla realtà e renderla
sopportabile.
Montale riflette anche sul tempo, che vede come un flusso inesorabile e ostile, simile a un fiume che scorre
senza fermarsi. Il tempo è nemico, perché passa anche quando si vorrebbe trattenere un momento. Tuttavia,
dopo la morte della moglie Drusilla (“Mosca”), il tempo e il ricordo diventano anche un’ancora di salvezza,
perché permettono di conservare i momenti condivisi, trasformandoli in poesia.
Nel componimento Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale, Montale esprime tutto
questo: prima c’è il ricordo dei gesti quotidiani, poi resta il vuoto dell’assenza. Il poeta afferma che è un
errore pensare che la realtà sia solo ciò che vediamo ogni giorno. Secondo lui, Mosca riusciva a “vedere
meglio”, anche se aveva problemi di vista, perché guardava oltre l’apparenza, con profondità e intuizione.
Il ricordo diventa così doppio: da una parte aiuta a sopravvivere, dall’altra fa soffrire, perché rende
ancora più forte la consapevolezza della perdita e del tempo che passa.
➢ Montale e la storia
Montale afferma che l’argomento della sua poesia è la condizione umana, non gli avvenimenti storici.
Tuttavia, questo non significa disinteresse per la realtà: Montale partecipa alla vita del suo tempo (guerra,
fascismo, resistenza, dopoguerra), ma non usa la poesia per fare propaganda o per impegnarsi direttamente
in questioni politiche.
Questa posizione è evidente già in Ossi di seppia, dove domina il tema del male di vivere, con pochissimi
riferimenti alla storia, alla guerra (come Ungaretti) o alla cronaca, ed è dovuta al fatto che Montale assume
un atteggiamento critico nei confronti della realtà: secondo lui, la storia non è una maestra di vita, perché
l’uomo continua a ripetere gli stessi errori del passato senza trarne insegnamento.
La sua poesia, quindi, non è legata direttamente ai fatti storici; Montale allude a quello che succede accanto
a lui ma il tema centrale rimane il male di vivere. Ne “la bufera e altro” Ci sono più riferimenti storici allo
stalinismo al fascismo e alla guerra.
OSSI DI SEPPIA
“Ossi di seppia” è la prima raccolta poetica di Eugenio Montale, pubblicata nel 1925. È considerata l’opera
che esprime più fortemente il suo male di vivere, cioè il disagio esistenziale, la sofferenza interiore e il
senso di inutilità dell’esistenza.
Il titolo stesso è simbolico: l’osso di seppia, trovato sulla spiaggia, è un oggetto inutile, senza vita. Montale
lo usa come metafora di sé stesso e dell’essere umano, gettato in un mondo privo di senso.
Temi principali
• Male di vivere: si manifesta attraverso il correlativo oggettivo: immagini simboliche molto forti
(un “rivo strozzato”, un “cavallo stramazzato”, foglie “incartocciate”), che rappresentano una
condizione universale di sofferenza.
• Poesia della negazione.
• Assenza della donna: la figura femminile è importante, ma non è descritta in modo diretto. Viene
evocata soprattutto attraverso la sua mancanza.
• Paesaggio ligure: il mare ha un ruolo fondamentale, simboleggia le diverse sfaccettature dell’animo
umano (può essere calmo, agitato, inquieto). Montale vi si specchia per raccontare se stesso. il mare
è un elemento fondamentale nella sua vita anche perché nasce a Genova.
Struttura della raccolta: 4 sezioni
1. Movimenti: poesie che oppongono elementi positivi (mare, natura, infanzia) a quelli negativi (terra,
città, maturità).
2. Ossi di seppia: poesie brevi, scritte con linguaggio diretto, in cui il male di vivere si esprime
attraverso oggetti-simbolo (correlativi oggettivi).
3. Mediterraneo: una sorta di poemetto rivolto al mare come interlocutore.
4. Meriggi e ombre: testi più lunghi e complessi, in cui compare una possibilità di salvezza attraverso
la donna. Il “meriggio” (mezzogiorno estivo) rappresenta un momento di immobilità come se tutto
si fermasse.
Stile
• Linguaggio ermetico: difficile da interpretare, usa simboli complessi e spesso non immediati.
• Uso di ossimori (come “immoto andare” dove “immoto” significa fermo e “andare” implica
movimento) per esprimere la contraddizione esistenziale che tormenta il poeta.
• Massiccio uso di enjambement (versi che proseguono oltre il confine del verso) e parole sdrucciole
alla fine del verso così da generare la cosiddetta rima ipermetra.
• Rima ipermetra: rima tra parola sdrucciola e parola piana.
• Lessico ricco e innovativo: adopera un lessico ricco e poco ripetitivo, in cui abbondano i termini
usati una sola volta, spesso coniati dall'autore («infoltarsi, dispiumare, lameggiare»).
Inizialmente l’opera non ottenne successo, ma fu rivalutata nel tempo. Lo scrittore Sergio Solmi disse: “Il
tuo è uno di quei libri che ad attendere hanno tutto da guadagnare”. Inoltre, Montale dichiarò la sua ferma
opposizione al fascismo, guadagnandosi stima nel tempo.
Collegamenti
• Leopardi: come lui, Montale ha una visione pessimista della vita, di Leopardi prende il suo modo
di fotografare la realtà.
• Pascoli: presenza della natura; anche Pascoli inizia ad avere un'idea pessimistica del mondo: parlava
di “atomo opaco del male”.
Tutti e tre gli autori hanno un’esperienza diretta con la guerra.
Ungaretti la vive in trincea e ne racconta la paura, il dolore, ma anche la scoperta della fratellanza tra soldati,
nonostante le differenze. Proprio nei momenti più drammatici, capisce il valore della vita, perché sente di poterla
perdere da un momento all’altro. Tutto ciò è giustificato dalle condizioni terribili dei soldati al fronte: fango,
freddo, fame, morte continua.
Montale, invece, non parla della guerra in modo diretto, ma si concentra su ciò che lascia dentro l’uomo: dolore,
disillusione, senso di vuoto. È un’esperienza che alimenta il suo male di vivere, cioè quel disagio esistenziale
tipico dell’uomo del Novecento. Per lui la guerra è solo una parte di una crisi più ampia: è segno del fallimento
della storia, perché l’uomo ripete sempre gli stessi errori, senza imparare.
D’Annunzio, al contrario, promuove e vive la guerra con gesti simbolici e spettacolari. Per lui è qualcosa di
glorioso, è eroismo, mito, spettacolo. Il poeta è un vate, cioè una guida del popolo, che lo trascina con l’azione
e con la parola. La guerra è necessaria per affermare la grandezza dell’Italia come potenza nel mondo.
D’Annunzio non racconta il dolore del fronte, ma esalta l’aspetto patriottico ed epico.