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Capitolo 2 Aristotele: Gaspare Polizzi

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Capitolo 2

Aristotele
Gaspare Polizzi

1. La vita e le opere

1.1 Biografia

Aristotele nasce a Stagira, piccola località ionica della Calcidica, nel


384 a.C. da una famiglia benestante: il padre, Nicomaco, è stato medi-
co presso il re Filippo di Macedonia. Nel 367 a.C. si reca ad Atene per
completare i suoi studi ed entra nell’Accademia di Platone, dove rimarrà
vent’anni, fino all’anno della morte del maestro (347 a.C.), seguendo
prima il difficile curricolo di studi matematici e filosofici e divenendo
quindi uno degli assistenti più apprezzati di Platone nell’insegnamento.
È un periodo decisivo per la formazione di Aristotele che acquisisce una
vastissima cultura enciclopedica e sviluppa anche una propria indagine
filosofica, già parzialmente in contrasto con quella di Platone.
Dopo la morte di Platone per Aristotele la permanenza ad Atene e
nell’Accademia diviene difficile: da un lato non ha da straniero diritti
politici e viene considerato filomacedone, dall’altro non è in linea con le
posizioni della scuola, che segue l’ortodosso insegnamento del maestro. Si
reca ad Asso, presso l’amico Ermia, signore della città e conoscitore della
filosofia platonica, nella speranza di potervi fondare una propria scuola,
dedita agli studi naturalistici. La potrà costituire però soltanto a Mitilene,
dove si trasferisce nel 345 a.C. e inizia ad avere allievi e collaboratori, tra i
quali spicca Teofrasto di Ereso (372-287 a.C.), che gli sarà sempre vicino
e gli succederà nella direzione della scuola.
Una svolta imprevista e molto favorevole tocca la vita di Aristotele nel
343 a.C., quando Filippo re di Macedonia lo chiama alla sua corte per fare
il precettore del figlio tredicenne Alessandro; Aristotele per tre anni sarà
il maestro di Alessandro e ciò gli consentirà non soltanto l’agiatezza, ma
anche la protezione del più grande imperatore del suo tempo. Quando nel
22 gaspare polizzi

335 a.C. Aristotele ritornerà ad Atene, sotto l’egida di Alessandro signore


di tutta la Grecia, potrà riprendere le sue ricerche e il suo insegnamento
e fondare una grande scuola in concorrenza con l’Accademia, il Liceo. La
massima affermazione del ruolo di Aristotele ad Atene durerà dodici anni:
quando nel 323 a.C. Alessandro muore e prevale il partito antimacedone,
Aristotele preferirà abbandonare la città e si trasferirà nella casa della
madre, a Calcide nell’Eubea, dove morirà l’anno dopo (322 a.C.).

1.2 Le opere

Aristotele ha lasciato molti scritti. Alcuni, come per Platone, erano


rivolti a un largo pubblico e si presentavano nella forma del dialogo fi-
losofico (come Grillo, Eudemo, Della filosofia) o dello scritto esortativo
(come il Protreptico, uno scritto molto noto nell’Antichità che invitava
allo studio della filosofia), che furono noti fino al I secolo a.C., ma dei
quali ci rimangono oggi soltanto alcuni titoli e frammenti. Altri erano
legati all’attività d’insegnamento e – a eccezione di quelli di logica, etica
e politica – non erano stati ordinati per una lettura pubblica. La loro
storia costituisce «un singolare naufragio letterario»: dopo la morte di
Teofrasto questi scritti, insieme alla biblioteca personale di Aristotele,
furono portati da un allievo, Neleo, nella sua città, a Scepsi, nella Triade,
e se ne persero le tracce. Soltanto intorno all’anno 100 a.C. i manoscritti
di Aristotele furono trovati e portati prima ad Atene, poi a Roma nell’an-
no 86 a.C. con il bottino di Silla; il grammatico Andronico di Rodi (i sec.
a.C.) lì ordinò nel Corpus aristotelicum secondo un criterio sistematico
che verrà assunto come definitivo dai posteri.
Il Corpus di Andronico fornisce un’immagine «scientifica» dell’aristo-
telismo, ed è distinto in cinque gruppi di scritti di logica, fisica, metafisica,
etica e politica, retorica e poetica.
Il primo gruppo è costituito dai sei scritti di logica, denominati Órga-
non («strumento»): Categorie, Dell’espressione, Primi analitici, Secondi
analitici, Topici, Confutazioni sofistiche.
Il secondo gruppo raccoglie scritti di fisica, scienze naturali, psicologia:
Fisica, Del cielo, Della generazione e della corruzione, Dell’anima, Parva
naturalia, Parti degli animali, Riproduzione degli animali, Storia degli
animali, Sul movimento degli animali, Sulle meteore.
Il terzo gruppo contiene i quattordici libri della Metafisica, posti dopo
le opere di «fisica» e ordinati da Andronico con il titolo: tà metà tà physiká
(biblía) «i (libri) che vengono dopo quelli di fisica».
Il quarto gruppo comprende libri di etica e di politica: Etica nicoma-
chea, Grande etica, Etica eudemia, Politica, Trattato sull’economia.
Il quinto gruppo consiste delle due opere Retorica e Poetica.
L’edizione del Corpus aristotelicum ha reso nota nel mondo romano e
poi nella cultura medievale la filosofia di Aristotele, facendo dimenticare gli
aristotele 23

scritti destinati al pubblico, che non sono arrivati fino a noi. È così emersa
un’immagine del pensiero aristotelico sistematica ed enciclopedica, diver-
gente rispetto al carattere aperto e incompiuto di gran parte degli scritti
del Corpus, fortemente connessi all’insegnamento. Aristotele giustificava
in essi le proprie posizioni, ponendole in rapporto con le concezioni degli
altri pensatori, fornendo esempi, stabilendo distinzioni e prevedendo
obiezioni che venivano adeguatamente confutate.

1.3 Il contesto culturale e le differenze con Platone

Il contesto culturale nel quale si colloca l’opera aristotelica è pro-


fondamente diverso da quello platonico: è scomparsa l’autonomia delle
póleis e con essa si è molto ridimensionata la centralità del problema
politico. Già nell’Accademia di Platone aveva preso forma una comunità
di ricerca che guardava al primato della conoscenza, alla contemplazione
delle idee, come fine supremo del filosofo. L’impegno in una scuola che
trasmette il sapere richiede competenze precise e ben definite e tocca al
filosofo che si fa anche insegnante delimitare e approfondire i diversi set-
tori del sapere cercando anche i criteri e il metodo per pervenire a nuove
conoscenze, che assumano il carattere di universalità e compiutezza già
indicato da Platone nella sua teoria delle idee. Aristotele aveva appreso
nell’Accademia che la conoscenza non può che allontanare dal relativismo
e condurre, come in Platone, a una verità assoluta ed eterna e rimane
fedele a una visione che riconosce in un ordine di valori e di princìpi
immutabile il fondamento di tutto ciò che cambia nel mondo sensibile.
Tuttavia, diversamente da Platone, Aristotele critica la teoria delle idee,
in quanto sostiene l’esistenza di una sola realtà, quella delle cose sensibili
e del mondo del divenire, rispetto alla quale bisogna ricercare la sola
verità che spieghi l’essenza del mondo, la struttura del reale, in tutte le
sue articolazioni, mantenendo inalterata la sua varietà. Le forme eterne
che conducono a una conoscenza vera del mondo non vanno cercate in
un improbabile iperuranio, ma nello stesso mondo sensibile, nell’unico
mondo reale. È necessario quindi un impegno ‘scientifico’, un consistente
sforzo osservativo e metodologico, che consenta di raccogliere e classi-
ficare una gran mole di dati, di descrivere accuratamente i problemi, di
costruire un nuovo linguaggio univoco e rigoroso. L’esperienza (empeiría)
va unita con l’osservazione teorica (theoría), in un metodo generale che
permetta la conoscenza e la scienza.
Platone ha sbagliato a intendere le idee separatamente dalle cose;
egli – sostiene Aristotele con una critica che riecheggia nel Parmenide, –
raddoppia così gli enti, perché pone accanto alle cose sensibili gli oggetti
ideali. Se si abbandona la concezione delle idee trascendenti si possono
rintracciare nello stesso mondo sensibile le forme immanenti che ne
costituiscono il fondamento univoco e vero. All’interpretazione trascen-
24 gaspare polizzi

dente delle verità ideali eterne proposta da Platone Aristotele oppone una
visione immanente e realista della verità: le idee esistono nella natura e
sono immanenti nelle cose del mondo. Esse possono essere conosciute
dalla ragione, tramite le scienze, e la «filosofia prima» permette di indi-
viduare i princìpi fondamentali delle scienze e le verità più elevate dalle
quali scaturisce ogni sapere.
Tuttavia se l’orizzonte teorico di riferimento di Aristotele diverge net-
tamente da quello di Platone – realismo e immanentismo contro idealismo
e trascendentismo – simile appare quello dei problemi:

• se esistono, come si configurano gli éide, modelli eterni e formali


che danno senso alla realtà in divenire dei corpi?
• qual è il ruolo della filosofia nella indicazione della via che conduce
alla verità?
• qual è il ruolo conoscitivo dell’intelletto?
• la natura è orientata verso un fine superiore che si identifica con il
Bene?

Aristotele esprime dunque, di fronte a Platone, un medesimo oriz-


zonte problematico segnato da una diversa e in un certo senso opposta
prospettiva interpretativa. Anche per Aristotele la filosofia possiede un
ruolo fondativo e superiore, anche se – a differenza di Platone – il filosofo
di Stagira non riconosce più la centralità del nesso fra dimensione morale,
politica e conoscitiva. Prevale ora la funzione «pura» della conoscenza,
motivata da un desiderio naturale che è per Aristotele alla radice della
condizione umana: «Tutti gli uomini sono protesi per natura alla cono-
scenza» (Metafisica, I (A), 1, 980a) e la meraviglia li ha spinti verso la
filosofia, liberandoli dal loro primitivo stato animalesco («Gli uomini, sia
nel nostro tempo sia dapprincipio, hanno preso dalla meraviglia lo spunto
per filosofare, poiché dapprincipio essi si stupivano dei fenomeni che erano
a portata di mano e di cui essi non sapevano rendersi conto»; Metafisica,
I (A), 1, 982b). Dalla dimensione naturale bisogna tuttavia passare a una
preparazione attenta e approfondita che comporta la specializzazione
del sapere, la filosofia dirigerà tale tendenza alla conoscenza completa e
specializzata di tutta la realtà.

2. Un’enciclopedia del sapere

La filosofia di Aristotele ordinata nella forma datale da Andronico di


Rodi si presenta come un’enciclopedia del sapere antico che descrive ogni
aspetto della realtà naturale e umana in un quadro scientifico organico
e rigoroso articolato nelle cinque parti del corpus: l’òrganon, ovvero lo
«strumento», che raccoglie gli scritti che studiano gli strumenti logici e
linguistici, che descrivono le forme del ragionamento e ne rendono possi-
aristotele 25

bile l’uso corretto; gli scritti di fisica, che si soffermano su tutti i fenomeni
della natura; gli scritti di «metafisica», la sezione più filosofica del cor-
pus, che stabilisce i principi fondamentali dell’essere e della conoscenza;
gli scritti di etica e politica, e quelli di retorica e poetica. L’articolazione
presenta un suo ordine gerarchico che distingue tre gruppi di scienze. Le
scienze teoretiche studiano la realtà nella sua essenza, l’essere necessario;
esse sono la «filosofia prima», che studia l’essere in quanto essere e dopo
la sistemazione di Andronico si è chiamata correntemente metafisica, la
«filosofia seconda» o fisica, che studia l’essere dal punto di vista del muta-
mento, e la matematica, che studia l’essere dal punto di vista della numero
e della misura. Le scienze pratiche hanno per oggetto l’essere possibile,
ciò che può essere e non essere, come le azioni umane, individuali (etica)
e collettive (politica). Le scienze poetiche studiano l’essere come prodotto,
come esito del poiéin («fare con arte»), come nel caso delle arti letterarie
e delle tecniche del linguaggio.
È evidente che in tale gerarchia assumono un rilievo particolare le
scienze teoretiche e tra di esse la metafisica, oltre all’òrganon degli scritti
logici che possiede un’essenziale funzione strumentale. Su questi aspetti
ci soffermeremo nel prossimo paragrafo. Intendiamo ora indicare qualche
tratto della dimensione pratica del pensiero aristotelico che continua ad
assumere grande rilievo attuale.
Alle scienze pratiche, che riguardano l’essere possibile, ciò che può e
non può accadere (il termine tecnico è «accidente»), Aristotele destina
la descrizione e lo studio delle azioni volontarie degli uomini, senza pre-
vedere una netta separazione tra etica e politica, in un orizzonte – quello
delle póleis greche – nel quale ancora gli uomini erano innanzitutto
cittadini. All’azione degli individui sono dedicate le opere di etica, la più
rilevante delle quali è l’Etica Nicomachea; alla vita associata è dedicata
la Politica.
Come per ogni scienza o settore della conoscenza, Aristotele si sof-
ferma innanzitutto sui principi che lo orientano, ovvero sui suoi fini. Il
fine primario e ultimo dell’etica, verso il quale tendono tutti gli uomini in
quanto tali è la felicità, chiamata «eudaimonìa» («lo stare con un buon
demone», ovvero trovarsi in uno stato di benessere superiore). Ma al di là
delle opinioni degli uomini bisogna ritrovare la vera felicità, che risponde
all’essenza dell’uomo stesso. E poiché ciò che differenzia l’uomo dagli altri
animali è la ragione, la felicità umana consiste nell’attività intellettuale,
che realizza la virtù razionale per eccellenza. La virtù razionale si pone
al culmine delle azioni umane, orientate anche dai sensi e dalle passioni,
che possono risolversi in comportamenti virtuosi.
Come e più che per le altre forme di conoscenza Aristotele espone,
spiega e distingue, senza prescrivere norme e comportamenti ideali, che
non possono valere per un essere possibile qual è l’uomo. La distinzione
principale riguarda le «virtù etiche», che legano la parte razionale del-
26 gaspare polizzi

l’anima con quella sensibile, e le «virtù dianoetiche», che concernono la


ragione in quanto tale (diánoia, «pensiero, riflessione»).
Le virtù etiche consentono di controllare e regolare gli istinti e sono il
prodotto dell’esercizio, che si trasforma in abitudine. Soltanto delle azioni
volontarie e ripetute possono costruire un abito di comportamento, nel
rispetto del principio del «giusto mezzo» tra due eccessi, che risalta in
tutta la cultura greca, a partire dai pitagorici. Un posto di rilievo tra le
virtù etiche occupa la giustizia, nella quale l’azione degli individui con-
verge per il bene della città; essa consiste in un’equa proporzione, distri-
butiva, quando si distribuiscono beni o onori in proporzione al merito,
e commutativa, quando si scambia una pena con una colpa. Aristotele
valorizza, come Platone, la funzione della giustizia, anche se la inserisce
tra le virtù etiche e non le attribuisce quel ruolo ideale, fondamentale per
la vita individuale e collettiva proposto nella Repubblica. Un’altra virtù
etica molto importante per Aristotele, come anche per Platone, è l’amici-
zia, alla quale sono dedicati i libri VIII e IX dell’Etica Nicomachea, nella
più ampia discussione filosofica del mondo antico: l’amicizia autentica e
durevole è rivolta esclusivamente al bene dell’amico.
Le virtù dianoetiche, puramente razionali, sono presenti negli uomini
che raggiungono l’eudaimonìa. Esse sono cinque: l’arte o tecnica (il termi-
ne greco «tèchne» significa sia «arte» che «tecnica»), «una disposizione
creativa accompagnata da ragione» (Etica Nicomachea, VI (Z), 4, 1140a),
la saggezza, «una disposizione pratica, accompagnata da ragione verace,
intorno a ciò che è bene e male per l’uomo» (Etica Nicomachea, VI (Z),
4, 1140b), la scienza, la conoscenza di ciò che è necessario (come nel caso
delle scienze teoretiche), l’intelletto, il «noùs», che intuisce i princìpi
primi di ogni scienza, e infine la sapienza che unisce insieme scienza e
intelletto («La sapienza è insieme scienza e intelletto delle cose più ec-
celse per natura»; Etica Nicomachea, VI (Z), 7, 1141b), il grado più alto
della conoscenza, in quanto richiede insieme la conoscenza dimostrativa
e quella dei primi princìpi da cui essa scaturisce.
Va osservato che Aristotele distingue la saggezza, «phrònesis», che
comporta la capacità di orientare razionalmente l’azione distinguendo
il bene dal male, dalla sapienza, «sophìa», virtù teoretica che unisce
scienza e intelletto pervenendo alle conoscenze più elevate. Soltanto
quest’ultima virtù può condurre alla vera felicità, con la conoscenza di
tutte le scienze e la contemplazione dei princìpi primi di tutta la realtà.
L’affermazione del valore superiore della vita contemplativa, che pos-
siede «qualcosa di divino», si presenta come esito ultimo della via della
ricerca intrapresa da Socrate e da Platone: il primo si era soffermato sul
ruolo del dialogo nella sua apertura e incompiutezza, il secondo aveva
orientato la conoscenza delle idee alla vita pratica e politica, mentre
Aristotele guarda alla vita teoretica in se stessa, come valore supremo
e incondizionato.
aristotele 27

Ma naturalmente non è necessario arrivare alla sapienza per essere


felici, in quanto ciascun individuo potrà raggiungere la felicità che gli è
propria cercando di produrre un comportamento virtuoso in relazione al
proprio carattere e alle proprie inclinazioni.
Anche per Aristotele la vita virtuosa si inquadra nella prospettiva
del bene collettivo, pone il problema dello Stato giusto, discusso nella
Politica. Se gli uomini vivono in società per la loro natura, che li rende
bisognosi gli uni degli altri, bisogna descrivere i diversi caratteri dello
Stato e individuare le possibili forme costituzionali; tre – la monarchia,
l’aristocrazia, la «politía» (politéia «costituzione democratica») tendono
al bene comune; altre tre – la tirannide, l’oligarchia, la democrazia (che
ha il significato negativo di governo per l’interesse dei molti) – sono
degenerazioni delle buone costituzioni, perché poggiano sull’interesse di
una parte della popolazione (anche se maggioritaria, come nel caso della
democrazia) e non di tutti.
Ciascuno Stato dovrà trovare la forma costituzionale che meglio ri-
sponde alla sua realtà storica e sociale; non vi è quindi – come in Platone
– un modello di Stato ideale, anche se nella concreta realtà greca la «po-
litía», via di mezzo tra l’oligarchia e la democrazia ed espressione della
classe media, rappresenta la forma migliore di costituzione. In polemica
con Platone, Aristotele riconosce le differenze tra gli Stati e la necessità
di seguire anche nella politica come nell’etica il «giusto mezzo».
In definitiva, l’obiettivo descrittivo di Aristotele intende presentare
la realtà in tutti i suoi aspetti, mettendo in atto un’idea della filosofia
come lavoro collettivo, che si avvale di competenze diverse radicate
nelle singole scienze e tiene conto di quanto è stato ricercato e scoperto
dai saggi del passato come anche delle opinioni correnti condivise da
tutti, per sistemarle in un quadro coerente e ordinato che avvii in ogni
settore un progresso della conoscenza. In tal senso si può sostenere che
Aristotele è il primo sapiente greco che avvia un dialogo con la tradizione
conoscitiva che lo ha preceduto per orientare la propria ricerca in vista
del bene comune e in un consapevole processo di accumulo culturale
e scientifico.

3. La logica

Gli scritti di logica – il termine usato da Aristotele fu quello di «anali-


tica» (análysis = «risoluzione») – permettono il possesso degli strumenti
dell’argomentazione e del discorso scientifico. Aristotele pone con essi
le basi per la «logica formale», l’analisi delle forme del linguaggio e del
discorso, indipendenti dai contenuti specifici, soffermandosi in particolare
sul ragionamento proprio delle scienze. L’interesse di Aristotele per la
logica formale è connesso alla tradizione platonica del dialogo socratico
e allo sviluppo del ragionamento matematico.
28 gaspare polizzi

Anche in questo contesto la successione degli scritti logici presenta


un ordine significativo. Con le Categorie si analizzano gli elementi costi-
tutivi del linguaggio; esse sono – secondo Aristotele – dieci predicati che
possono consentire qualsivoglia giudizio, costituiscono i «generi ultimi»
a partire dai quali si possono ridurre tutti i termini di una frase: sostanza,
quantità, qualità, relazione, luogo, tempo, essere in una situazione, avere,
agire, patire. La prima categoria, la sostanza, ha un valore fondamentale,
esprime il «soggetto» della proposizione e permette di articolare i giudizi
che utilizzano le altre categorie.
Aristotele passa quindi in Dell’espressione a descrivere come i termini
si mettono insieme in una frase per formare un giudizio. Per arrivare a
una definizione, «il discorso che esprime la sostanza delle cose», vanno
posti in relazione l’universale e il particolare, le categorie (generi som-
mi) vanno attribuite agli enti particolari (individui). Le categorie da sole
sono indefinibili come gli individui, perché ogni individuo è differente
dall’altro. Le proposizioni esprimono tutte le possibili definizioni tra
categorie e individui, utilizzando il «genere prossimo» e introducendo
la «differenza specifica», che permette di distinguere il genere in que-
stione da quello vicino: se, per esempio, intendiamo definire «uomo»,
dobbiamo riconoscere il genere prossimo, «animale», e aggiungervi la
differenza specifica «razionale» e arriveremo così ad affermare «l’uomo
è un animale razionale».
Aristotele si limita alle frasi dichiarative e pone il problema della verità
o falsità dei giudizi, le forme più elementari di conoscenza: i termini da
soli «uomo» e «bianco» non sono né veri, né falsi, ma la frase «quell’uomo
è bianco» può essere vera o falsa. Considerando l’aspetto della qualità i
giudizi sono «affermativi» o «negativi», affermano o negano qualcosa
di qualcos’altro, mentre riguardo alla quantità i giudizi possono essere
universali («tutti gli uomini sono bianchi» e «tutti gli uomini non sono
bianchi»), individuali («Callia è bianco» e «Callia non è bianco») e parti-
colari («qualche uomo è bianco» e «qualche uomo non è bianco»). Infine
rispetto alla modalità i giudizi possono essere necessari o possibili, anche
se Aristotele si sofferma sui primi, propri della scienza.
L’aspetto più rilevante della logica aristotelica è costituito dalla teoria
del sillogismo (da syn «con», «insieme» e lógos «discorso»: «discorso
congiunto insieme»), presentata nei Primi e nei Secondi analitici. Il
ragionamento vero e proprio, il sillogismo, unisce insieme in un rap-
porto consequenziale più proposizioni. Il sillogismo perfetto è quello
dimostrativo che regge il ragionamento scientifico. Esso è costituito
– nella sua forma più nota e più perfetta (sillogismo di prima figura,
ovvero universale e affermativo) – da tre proposizioni, due premesse
e una conclusione, unite in modo coerente. Nel sillogismo «Se tutti
gli esseri viventi sono mortali, e se tutti gli uomini sono esseri viventi,
tutti gli uomini sono mortali» la premessa maggiore – «tutti gli esseri
aristotele 29

viventi sono mortali» – contiene il «termine maggiore», che farà da


predicato nella conclusione «mortali»), mentre nella premessa minore
– «tutti gli uomini sono esseri viventi» – compare il «termine minore»
«uomini», che sarà il soggetto della conclusione; il termine che unisce le
due premesse, rendendo possibile la conclusione è il «termine medio»
«esseri viventi».
Nella trattazione dei sillogismi non è valutata la verità o la falsità
del ragionamento, ma la sua coerenza e consequenzialità. La questione
della verità di un sillogismo rinvia a quella della verità delle premesse:
se è vero che «tutti gli esseri viventi sono mortali» e che «tutti gli uomi-
ni sono esseri viventi», sarà vero di conseguenza che «tutti gli uomini
sono mortali».
La verità di un sillogismo scientifico richiede che le premesse siano
verità universali. Per accertarsene Aristotele propone due criteri meto-
dologici: l’induzione e l’intuizione. L’induzione consiste in un processo di
astrazione che conduce dal particolare all’universale, mentre l’intuizione
è la comprensione immediata dei princìpi primi.
Ciascuna scienza poggia su alcuni princìpi primi (come il numero per
l’aritmetica) e su un certo numero di assiomi (un assioma dell’aritmetica
è «se da oggetti eguali si sottraggono rispettivamente oggetti eguali, gli
oggetti rimanenti sono eguali»; Secondi analitici, i (A), 10, 76a). Più in
alto vi sono alcuni assiomi comuni a tutte le scienze, princìpi primi ge-
neralissimi e indimostrabili senza i quali non potrebbe esserci nessuna
forma di pensiero. Aristotele ne individua tre: il principio di identità –
ogni cosa è uguale a se stessa –, il principio di non contraddizione – «è
impossibile che il medesimo attributo, nel medesimo tempo, appartenga
e non appartenga al medesimo oggetto e nella medesima relazione»
(Metafisica, iv (Γ), 3, 1005b) e il principio del terzo escluso – in ri-
ferimento a un qualunque oggetto, un predicato può essere affermato
oppure negato, non c’è una terza soluzione. Tali princìpi sono formaliz-
zabili nel modo seguente: A=A (identità); se A è B, A è B o non B (non
contraddizione); A non è non B (terzo escluso). Essi non costituiscono
per Aristotele soltanto i principi di ogni possibile discorso, ma le forme
stesse della realtà: principio di identità, di non contraddizione e terzo
escluso sono aspetti costituitivi di ogni realtà, riguardano l’ontologia allo
stesso modo della logica.
Gli ultimi due libri dell’Organon, i Topici e le Confutazioni sofistiche
esaminano i sillogismi che muovono da premesse probabili, chiamati
«dialettici» (nei Topici) e forme scorrette di sillogismo usate dai sofisti, i
«paralogismi» (nelle Confutazioni sofistiche).
L’Organon propone il primo quadro completo della ricerca logica
definendo le condizioni universali del ragionamento e aprendo la strada
a quella conoscenza vera dell’essenza delle cose che verrà esaminata nella
metafisica.
30 gaspare polizzi

4. La metafisica

Nei quattordici trattati raccolti sotto il titolo Metafisica, è racchiusa


la «filosofia prima» che per Aristotele costituisce il fondamento di tutto il
sapere e studia la realtà in quanto tale, l’essere in quanto essere, le cause
e i princìpi primi del mondo, la sostanza celata nelle apparenze dei feno-
meni e Dio, sostanza immobile. L’opera non è il risultato di un disegno
unitario ed è utile elencare succintamente il contenuto di alcuni suoi libri,
che sono stati suddivisi tramite le lettere dell’alfabeto greco. Nei primi
libri, a carattere introduttivo, Aristotele presenta una ricognizione storica
relativa alla ricerca delle cause della realtà (libro Α), discutendo le prece-
denti concezioni filosofiche, con particolare attenzione per la teoria delle
idee di Platone; si tratta di una prima «storia della filosofia», che dimostra
l’impegno di Aristotele nel discutere e criticare le teorie a lui precedenti. Si
trova qui (libro Β) anche un’introduzione sui problemi fondamentali della
«filosofia prima». I sei libri dal IV al IX sono dedicati specificamente alla
«filosofia prima»: il libro Γ definisce l’oggetto e gli assiomi generali della
metafisica; il libro ∆ è un vero e proprio lessico della filosofia aristotelica;
i libri Ζ, Η e Θ affrontano in modo lineare i problemi relativi all’essere-
in-quanto-essere, alla sostanza e al rapporto tra atto e potenza. Vi sono
poi alcuni libri (Ι, Μ, Ν) che discutono criticamente le teorie platoniche,
fornendo anche il principale riferimento per lo studio delle cosiddette
«dottrine non scritte» di Platone. Particolare rilievo infine assume il libro
XII (Λ), tra i più antichi, che ha per oggetto la ricerca sui primi princìpi
dell’essere e del movimento e su Dio, sostanza immobile ed eterna.
La metafisica costituisce la realizzazione più elevata dell’esigenza
naturale degli uomini alla conoscenza di quella originaria aspirazione
al sapere prodotta dalla meraviglia. Aristotele vede in questa funzione,
insieme naturale e altamente razionale, la motivazione profonda della
filosofia, che viene svincolata dalle contingenze storiche e politiche per
assumere una pura finalità conoscitiva. La metafisica studia l’essere in
quanto tale, e l’essere svincolato dai suoi attributi particolari non è altro
che l’insieme degli enti del mondo, cose, animali, uomini: la domanda
«cosa è l’essere» esige la risposta «l’essere si dice in molti modi», molti
sono i significati e i modi in cui si presenta e che saranno oggetto di una
scienza dell’essere in quanto tale. Questa scienza, la metafisica, studierà
gli esseri-in-quanto-esseri interrogandosi sul loro principio e sulla loro
causa, ovvero sulla loro sostanza (ousía «essenza»). La domanda «cosa
è l’essere» si trasforma quindi in quella «che cosa è la sostanza? (giacché
proprio questa sostanza alcuni sostengono che è una, altri che è molte-
plice, e alcuni parlano di un numero finito di sostanze, altri di un numero
infinito)». La sostanza non può però risolversi nella prospettiva realista di
Aristotele nell’universale o nei generi sommi, le «idee» eterne, immutabili
e trascendenti di Platone, essa è sempre l’essenza, il sostrato di un essere

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