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parte i

Autori
sezione i
La filosofia classica
Capitolo 1
Platone
Gaspare Polizzi

1. La vita e le opere

1.1 Biografia

Platone nasce ad Atene da famiglia nobile nel 428/427 a.C., poco dopo
la morte di Pericle (429 a.C.), in un periodo di grandi trasformazioni sociali
e politiche e di crisi della grandezza di Atene, che nel 404 sarà sconfitta da
Sparta nella guerra del Peloponneso. È un periodo nel quale viene meno
la tradizione dei valori aristocratici, si afferma, grazie ai sofisti, l’idea che
l’istruzione e la cultura si trasmettano tramite l’insegnamento, le fazioni
politiche si contendono il potere nelle città greche anche tramite l’eserci-
zio della retorica e dell’arte della comunicazione. La figura più alta della
cultura ateniese, Socrate affronta con coraggio l’opinione comune e viene
processato e condannato a morte per aver introdotto nuove divinità, non
credere negli dei di Atene e aver corrotto i giovani.
Socrate diverrà per il giovane Platone che lo conobbe intorno al 408,
il maestro e il modello di vita e, dopo la sua morte, Platone erigerà un
monumento perenne alla sua figura facendone nei suoi Dialoghi (quasi
tutti orientati dal personaggio di Socrate) il filosofo per eccellenza. Non
si potrebbe comprendere la filosofia di Platone e la sua stessa scelta di
dedicarsi alla ricerca della giustizia e della verità senza la presenza di So-
crate e soprattutto senza la sua drammatica vicenda biografica, culminata
nel processo e nella condanna a morte. Proprio la condanna di Socrate da
parte del regime democratico ateniese da un lato allontana Platone dalla
politica attiva nella sua città, dall’altro lo costringe a confrontarsi con i
temi centrali del pensiero politico del suo tempo, a partire da quello della
giustizia dei cittadini e dello Stato.
Dopo la morte di Socrate Platone lascia Atene per un lungo viaggio che
lo conduce in Egitto, a Cirene e nella Magna Grecia. Qui entra in rapporto
6 gaspare polizzi

con noti filosofi e matematici provenienti dalla scuola di Pitagora, come


Archita di Taranto, che governava anche la città. I legami con i pitagorici,
dopo quelli con Socrate, saranno alla radice del suo pensiero.
È del 388 a.C. il primo dei tre viaggi di Platone a Siracusa, dove co-
nobbe il capo della città, Dionisio I e strinse un profondo rapporto con
suo cognato Dione, che gli sarà amico e discepolo. Durante il viaggio ebbe
la disavventura di esser catturato come prigioniero a Egina e di essere
venduto come schiavo. L’anno successivo, nel 387 a.C., Platone decise di
dedicarsi agli studi matematici e filosofici e fondò la sua scuola, l’Accade-
mia, non priva di affinità con le scuole pitagoriche. Per vent’anni coltiverà
la ricerca teorica configurando i temi e i concetti fondamentali della pro-
pria filosofia, che non cesseranno di essere orientati dall’insegnamento
di Socrate e dalla questione della giustizia nella pólis.
Tornerà a Siracusa nel 367 a.C. su richiesta dell’amico Dione e di suo
nipote Dionisio II, succeduto al padre Dionisio I, che inizialmente sembra
gradire l’insegnamento e i consigli politici di Platone, ma in seguito entra
in conflitto con Dione, che viene esiliato. Platone ritiene opportuno tornare
in patria e all’insegnamento nell’Accademia, dove nello stesso anno troverà
un nuovo, promettente allievo, il giovane straniero Aristotele.
Nonostante l’età (aveva sessantasei anni) nel 361 a.C. Platone com-
pie un terzo viaggio a Siracusa, stavolta per ottenere il ritorno in patria
dell’amico Dione; ma anche stavolta il viaggio è infruttuoso e provoca un
duro attrito con Dionisio II, che viene risolto soltanto grazie all’intervento
del pitagorico Archita di Taranto. Dopo il ritorno di Platone ad Atene,
Dione prenderà il potere a Siracusa con una congiura, ma verrà a sua volta
ucciso in un complotto. Il vecchio Platone assiste da lontano al fallimento
del suo ideale di riforma politica di Siracusa e riprende la propria attività
filosofica con ricerche di approfondimento e di revisione.
Platone muore nel 347 a.C.: l’Accademia gli sopravviverà a lungo, per
secoli, mentre l’autonomia politica di Atene e delle altre città greche sarà
destinata a scomparire sotto i colpi delle armate macedoni e l’ambizione
di Alessandro Magno.

1.2 Il Corpus platonicum

Platone è l’unico pensatore greco i cui scritti sono arrivati per intero
a noi. Il Corpus platonicum, che raccoglie tutte le sue opere, è composto
da trentasei titoli e fu ordinato dal grammatico Trasillo di Alessandria (i
sec. d.C.) in nove tetralogie (nove gruppi di quattro). Esso comprende:
l’Apologia di Socrate, trentaquattro dialoghi (Eutifrone, Critone e Fedone;
Cratilo, Teeteto, Sofista e Politico; Parmenide, Filebo, Simposio e Fedro;
Alcibiade primo, Alcibiade secondo, Ipparco e Amanti; Teage, Carmide,
Lachete e Liside; Eutidemo, Protagora, Gorgia e Menone; Ippia maggio-
re, Ippia minore, Ione e Menesseno; Clitofonte, La Repubblica, Timeo e
platone 7

Crizia; Minosse, Leggi, Epinomide) e le tredici Lettere. Il Corpus pone


piuttosto problemi per la valutazione dell’autenticità delle opere (alcune,
come l’Alcibiade primo, l’Alcibiade secondo, le Amanti, il Teage, il Mi-
nosse, sono ritenute apocrife) e per la loro datazione, decisiva per seguire
lo svolgimento del pensiero di Platone, che fu oggetto di varie revisioni e
modifiche. Grazie al metodo «stilometrico», che misura statisticamente,
con l’aiuto di strumenti informatici, le particolarità stilistiche di ogni
dialogo, è ora possibile distinguere i dialoghi sicuramente platonici in
tre gruppi, compresi tra l’Apologia di Socrate (che presenta la difesa di
Socrate al suo processo) e le Leggi (riconosciuta come l’ultima opera).
I dialoghi «giovanili», chiamati anche «socratici» perché segnati dal
pensiero di Socrate, sono ritenuti anteriori al primo viaggio a Siracusa
e alla fondazione dell’Accademia. Sono, oltre all’Apologia di Socrate, il
Critone (sul rispetto delle leggi), l’Ippia minore (sull’errore volontario o
meno), il Protagora (sull’insegnabilità della virtù), l’Eutifrone (sulla reli-
gione), il Liside (sull’amicizia), il Carmide (sulla temperanza), il Lachete
(sul coraggio), l’Ippia maggiore (sull’idea del bello; l’aggettivo indica
semplicemente la maggiore lunghezza del dialogo rispetto a l’altro omoni-
mo), lo Ione (sull’attività dei poeti), il Menesseno (contro la retorica), La
Repubblica (libro i, sul problema della giustizia; ma sarebbe più corretto
tradurre «costituzione dello Stato»), il Gorgia (sulle doti del politico). I
dialoghi della maturità, che presentano la filosofia platonica e sono succes-
sivi alla fondazione dell’Accademia, sono il Menone (sulla virtù e le idee),
l’Eutidemo (contro l’eristica), il Cratilo (sulla natura del linguaggio), La
Repubblica (libri II-X, sulla giustizia e lo Stato), il Fedone (sulla teoria
delle idee e l’immortalità dell’anima), il Simposio (sull’amore), il Fedro
(sull’amore e la retorica). I dialoghi della vecchiaia, nei quali il pensiero
platonico subisce un’ampia revisione e viene fortemente ridimensionata
la figura di Socrate, furono scritti dopo il terzo viaggio a Siracusa e sono il
Teeteto (sulla teoria della conoscenza), il Parmenide (sulle obiezioni alla
teoria delle idee), il Sofista (ancora sul rapporto tra essere e non essere),
il Politico (sul governo della pólis), il Filebo (sul piacere e sul bene), il
Timeo (sulla cosmologia), il Crizia (sullo Stato), le Leggi (dodici libri,
incompiuto, ancora sullo Stato).

2. La teoria delle idee: essere, conoscenza, politica

La grandezza dell’opera di Platone è consegnata ai dialoghi, anche se


da testimonianze coeve, a partire da quella di Aristotele, sappiamo del-
l’esistenza di dottrine «esoteriche», riservate agli allievi dell’Accademia
e in parte diverse da quelle esposte nei dialoghi. Alcuni studiosi hanno
cercato di ricostruire tali «dottrine non scritte» che evidenzierebbero
una teoria delle idee-numeri, sostenuta a partire dalla coppia di limite
e illimite (Uno e Diade infinita), che riprenderebbe in chiave dialettica
8 gaspare polizzi

alcuni aspetti del pitagorismo. Tali dottrine permangono tuttavia ancora


largamente ipotetiche e non smentiscono la centralità dei dialoghi, che
hanno consegnato ai posteri la tradizione del platonismo.
Come si è detto, il motivo dominante della filosofia platonica è lega-
to alla figura di Socrate, al suo metodo dialogico, e alla vicenda tragica
della sua condanna a morte. Il tema della giustizia, che compare già
nell’Apologia di Socrate e nel Critone, mantiene la sua centralità nella
ricerca platonica di una verità assoluta che richiede una definizione per
la prima volta completa e compiuta del ruolo e dei compiti della filosofia.
Porre il problema della giustizia nell’Atene del IV secolo a.C. significava
confrontarsi e scontrarsi con una visione della pólis e della cittadinanza
affermata dai sofisti, teorici di una politica espressa tramite il confronto
delle opinioni e l’efficacia retorica e dialettica delle argomentazioni. Per i
sofisti l’arte della politica, orientata dall’abilità nel convincere i cittadini
a partire dall’opinione comune («dóxa»), era oggetto di insegnamento e
prescindeva da una competenza specifica e da una verità unica. Diverso
era stato l’insegnamento di Socrate che aveva cercato con le sue «pro-
vocazioni» di spingere i concittadini a ricercare un fondamento sicuro
per le virtù e per l’azione nella pòlis. Ma il suo messaggio non era stato
capito ad Atene.
A partire dalla vicenda di Socrate, e facendo un uso «filosofico» della
sua figura, Platone entra in un conflitto radicale con i sofisti (primi fra
tutti Protagora e Gorgia) e con il governo di Atene, e avvia una ricerca che
condurrà alla prima grande fondazione della storia della filosofia e che
ruoterà intorno a due principali linee di sviluppo, tra di loro connesse: la
ricerca morale e politica e la ricerca sulla conoscenza e sul suo rapporto
con la realtà. La concezione platonica della conoscenza e della realtà deve
condurre a scoprire quali sono le verità ideali che possono orientare i
comportamenti morali e politici dei cittadini e configurare il progetto
di uno Stato ideale. Ed è proprio intorno al significato di «ideale» che
si concentra la visione platonica dell’essere: dinanzi alla varietà molte-
plice e mutevole delle cose del mondo e delle azioni umane non bisogna
cadere nel «relativismo» dei sofisti, che si rassegna all’impossibilità di
trovare una misura unica delle azioni e degli oggetti, bisogna guardare a
qualcosa che rimane sempre identico a se stesso e che non può trovarsi
nel mondo sensibile, dove vige il mutamento, e la conoscenza si presenta
come opinione, ma in un altro mondo, un mondo diverso e lontano ri-
spetto a quello sensibile, che può essere visto soltanto tramite gli occhi
della mente («idèa»), intuito con l’intelletto («noùs») e che è composto
da forme eterne («éide»).
Quando nell’Eutifrone (dialogo del primo periodo che tratta della
«santità») vengono discussi alcuni casi particolari di santità, Socrate
obietta che va ricercata «quella tale idea del santo per cui tutte le azioni
sante sono sante» (Eutifrone, 6d). Così nel Cratilo, che ha per oggetto il
platone 9

problema della natura del linguaggio, la concezione di Socrate si distin-


gue da quella di Ermogene, che afferma il carattere convenzionale del
linguaggio, frutto delle esigenze delle società umane, ma anche da quella
di Cratilo, che sostiene che le parole hanno la loro radice nelle cose stesse;
secondo Socrate alle parole e alle cose corrisponde un «éidos», una forma
eterna sulla quale le une e le altre si conformano, corrispondendole non
sempre fedelmente.
Sono questi i primi accenni alla teoria dell’«éidos», «ciò che viene
visto con gli occhi della mente», l’oggetto dell’intuizione intellettuale,
e dell’«idèa», la realtà intellegibile, incorporea, eterna e separata dalle
cose che è principio delle cose stesse e che si trova in un mondo sepa-
rato da quello sensibile, l’«iperuranio». Come nel mondo sensibile vi
sono gli oggetti e le persone belle, vi sarà un éidos della bellezza posto
nell’iperuranio, dal quale essi provengono e del quale essi partecipano;
esso costituisce il riferimento univoco di ciò che nel mondo sensibile è
bello. L’éidos è il modello eterno delle cose, è parte costitutiva dell’essere
(e ha quindi un valore ontologico), ma è anche il concetto generale che
permette la conoscenza delle cose molteplici dell’esperienza (e ha quindi
un valore logico).
La teoria degli éide e delle idee consente di fondare una visione
dell’essere come realtà universale ed eterna e della conoscenza come
intuizione univoca e assoluta di essa. Essa comporta la definizione di un
doppio livello di realtà e di verità (dualismo ontologico e gnoseologico):
vi è una realtà propria del mondo sensibile, mutevole e molteplice, e una
realtà delle idee intelligibili, stabile e univoca; vi è una verità del mondo
che ci circonda, che non può essere che opinabile (dóxa), anche se tra le
opinioni è possibile individuarne una «retta», vi è una verità del mondo
iperuranio costituita da éide, eterni e assoluti.
Il metodo e le tematiche socratiche subiscono ora una radicale trasfor-
mazione. Innanzitutto il dialogo scritto introduce una forma letteraria e fi-
losofica che smentisce la volontà di Socrate di dialogare soltanto oralmente
con i propri concittadini. Inoltre alle domande socratiche su cos’è la virtù,
come educare i giovani, cos’è il bene, Platone non risponde con il metodo
dialogico di Socrate, che metteva in crisi le opinioni dell’interlocutore
(ironia) e cercava di arrivare insieme a lui a una soluzione (maieutica),
che si rivelava sempre problematica e aporetica. Platone muove dalla
teoria delle idee e, pur mantenendo attivo l’impegno per una continua
rielaborazione problematica, si domanda: se virtù è conoscenza, cos’è la
conoscenza; cosa possiamo conoscere; qual è il rapporto tra conoscenza e
azione; si può raggiungere la conoscenza del bene; come dovrebbe essere
uno Stato giusto?
In questo orizzonte insieme ontologico e gnoseologico trova spazio
l’intreccio e il continuo ripensamento operato da Platone nei dialoghi della
maturità e della vecchiaia fra ricerca morale e politica da un lato e ricerca
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sull’essere e sulla conoscenza dall’altro. Un intreccio che fa la ricchezza


problematica e argomentativa dei dialoghi e che viene vivificato dalla
figura di Socrate, dalla presenza dei personaggi più in vista della cultura
e della società ateniese e dal genere dialogico, che riflette l’apertura e la
concretezza delle discussioni nelle piazze di Atene e introduce, con un effi-
cacissimo espediente letterario, elementi mitologici tratti dalla tradizione
religiosa e liberamente rielaborati dallo stesso Platone. L’uso ampio del
mito e il rapporto complesso fra mito e lògos costituiscono tra l’altro una
peculiarità della scrittura e del pensiero di Platone, riaprendo la questione
originaria della filosofia sulla relazione fra la narrazione mitico-religiosa
(mỳthos) e l’argomentazione razionale (lògos), propria della filosofia.

3. Filosofia: giustizia e verità

L’esemplarità del pensiero platonico può essere riconosciuta in due


direzioni entrambe cruciali per la sua filosofia: quella relativa al ruolo e al
significato stesso della filosofia e quella orientata a trovare una soluzione
per la fondazione di uno Stato giusto.
Si può asserire con buona approssimazione che Platone è stato il
primo pensatore a porre la questione della «filosofia» (termine forse
introdotto da Pitagora o da Eraclito), del rapporto tra la «sofia» propria
del saggio, con il «phìlos», l’amico e amante della saggezza, che rimane
sempre «philò-sophos» perchè cerca la saggezza ma non la possiede mai
definitivamente.
Vi sono due dialoghi dove tale questione cruciale viene presentata e
discussa: il Simposio e il Fedro.
Il Simposio presenta il banchetto di un gruppo di amici, fra i quali So-
crate, che festeggiano la vittoria di un poeta tragico; ciascun invitato dovrà
pronunciare un discorso in lode di Eros. Nel suo discorso Socrate descrive
un percorso che dall’amore per la bellezza dei corpi conduce a riconoscere
«che la bellezza delle anime è più preziosa di quella del corpo» (Simposio,
210b) e che la ricerca della bellezza può realizzarsi in pieno soltanto tramite
la «filo-sofia», l’amore per il sapere, che conduce a intuire l’éidos della
bellezza, l’idea di bello, che non si identifica con nessuna bellezza partico-
lare, la bellezza «come essa è per sé e con sé, eternamente univoca, mentre
tutte le altre bellezze partecipano di lei in modo tale che, pur nascendo
esse o perendo, quella non s’arricchisce né scema, ma rimane intoccata»
(Simposio, 211b). Eros, figlio di Penìa (Povertà) e Póros (Espediente), è
sempre mancante di qualcosa, ma anche sempre alla ricerca della bellez-
za, è «filosofo», in quanto si domanda cos’è il bello e il buono e ne ricerca
l’idea. La filosofia dunque, nel suo significato originario, è éros, amore della
saggezza, che conduce alla ricerca della verità e alle idee.
Platone torna sul tema dell’amore e della filosofia nel Fedro, dove
Socrate e Fedro discutono dell’amore. Nel suo secondo discorso Socrate

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