KANT
Kant è considerato uno dei più importanti filosofi di tutti i tempi.
Il suo progetto filosofico illuministico fu indirizzato principalmente a un esame critico e
rigoroso del potere della ragione e al valore della conoscenza a prescindere
dall’esperienza; per questo la sua impostazione teoretica è stata definita “criticismo”.
● Nella Critica della ragion pura egli analizza la conoscenza nei suoi aspetti
universali e impersonali (a priori);
● mentre la Critica della ragion pratica è rivolta alla ricerca di una razionalità
universale in grado di guidare eticamente il comportamento di tutti gli
uomini.
● Nella Critica del giudizio, egli affronta i problemi estetici e teleologici.
La sua filosofia si definisce trascendentale, in quanto studia i limiti della ragione
umana nei rapporti tra uomo e mondo non sono riconducibili alle sole determinazioni
dell’esperienza.
La filosofia kantiana, dunque, costituisce un’analisi critica permanente dei limiti e dei
modi della coscienza razionale, una verifica delle sue possibilità nonché, uno studio dei
meccanismi universali che regolano la ragione pura, indipendentemente dall’esperienza
concreta.
VITA E OPERE
Immanuel Kant (1724-1804) studiò filosofia, matematica e scienze naturali
all’Università di Königsberg. Terminati gli studi, lavorò come precettore. Nel 1755 ottenne
l’abilitazione all’insegnamento.
Al periodo tra il 1756 e il 1759 risalgono molti scritti scientifici.
Nel 1770 ottenne la nomina di professore ordinario di logica e metafisica all’Università di
Königsberg.
La docenza ordinaria lo liberò da preoccupazioni di carattere economico e poté, così,
dedicarsi interamente al lavoro filosofico: ha inizio il lungo periodo di ricerche che si
concluderà con la pubblicazione della Critica della ragion pura, nel 1781. Ad essa
seguirono le altre grandi opere del pensiero maturo di Kant: la Critica della ragion pratica
(1788) e la Critica della facoltà di giudizio (1790).
Tra il 1780 e il 1790 il filosofo di Königsberg pubblica altre opere importanti come:
Prolegomeni ad ogni futura metafisica (1783), Che cos’è l’illuminismo? (1784), la
Fondazione della metafisica dei costumi.
Nel 1793 La religione nei limiti della semplice ragione, il cui esame della teologia biblica
provocò la reazione della censura, mentre nel 1795 uscì l’opera politica Per la pace
perpetua e nel 1797 comparve La metafisica dei costumi.
Postume furono pubblicate le lezioni di Logica (1800) e Pedagogia (1803).
LA CRITICA DEL RAZIONALISMO E DELL’EMPIRISMO
Per quanto riguarda la critica della filosofia razionalista, Kant inizia con il rilevare che,
secondo i razionalisti (Cartesio, Leibniz) ogni uomo possiede delle idee innate che gli
permettono di ragionare. Ognuno ha quindi una propria realtà spirituale, la quale è
diversa, anzi opposta, alla realtà corporea. Come spiegare allora il mondo materiale,
come conoscerlo quando non sappiamo se l’ordo rerum che vogliamo penetrare coincida
o meno col nostro ordo idearum?
I razionalisti cercavano di superare questa dualità con il riferimento a un superiore
intermediario, cioè a Dio. Si tratta però di un accostamento inaccettabile, che non
permette, secondo Kant, di renderci conto del perchè siano possibili la matematica e la
fisica, discipline in cui l’uomo pretende di conoscere le leggi fisiche e materiali pur
avendo ammesso che le uniche conoscenze umane riguardano le idee innate o, al
massimo, il loro ampliamento.
Anche l’empirismo risulta inaccettabile. Gli empiristi (Locke, Hume) affermavano che c’è
“conoscenza” soltanto se si recepiscono gli stimoli sensibili che ci procura l’esperienza.
L’esperienza però (ed era la posizione di Hume) ci dice solo quanto è avvenuto nel
passato, o quello che avviene più frequentemente. Non ci autorizza in nessun modo ad
affermare che per tutti e dappertutto debba essere la stessa cosa, e tanto meno che gli
avvenimenti colti dalla nostra esperienza debbano ripetersi allo stesso modo anche in
futuro. Ma il difetto più grave dell’empirismo, secondo Kant, è questo: credere che,
essendo la nostra anima una tabula rasa, priva, all’origine, di qualsiasi contenuto innato,
possa successivamente acquisire la facoltà di associare fra loro le varie sensazioni in
modo da darci “leggi”, darci cioè una scienza, derivandola esclusivamente dalla somma
delle sensazioni.
CRITICADELLARAGIONEPU RA
1) Estetica trascendentale
Il primo gradino della conoscenza, per Kant, è la sensibilità. Le sensazioni ci fanno
conoscere una realtà esterna alla nostra coscienza, un mondo fisico che ci si rivela
attraverso il senso esterno, lo spazio. Ci sono degli avvenimenti, però, delle realtà
intangibili, che noi registriamo senza l’apporto delle sensazioni: sono le emozioni, i
sentimenti, i desideri. Quest’altro tipo di realtà, interna a noi stessi, viene colta per mezzo
del senso interno, il tempo. Le modificazioni del senso esterno implicano anche quelle
del senso interno, perché ogni sensazione ci lascia interiormente diversi da come
eravamo prima. Tutti i dati derivati dal senso interno sono sentiti in una successione
temporale, sono posti nel tempo; quelli derivati dal senso esterno sono posti nello spazio.
Anche questi ultimi, tuttavia, penetrando all’interno della coscienza, diventano dei
fenomeni interni, per cui alla fine vengono acquisiti sia nello spazio che nel tempo. Tutte
le esperienze possibili sono organizzate nello spazio e nel tempo, e sono, in primo grado,
intuizioni coesistenti nello spazio o in successione temporale. Sarebbe un grave errore
credere che spazio e tempo siano realtà a sé stanti, oppure un certo tipo di idee innate
presenti nella mente fin dalla nascita: spazio e tempo sono strumenti indispensabili alla
conoscenza, mezzi senza cui non si potrebbe conoscere. Prescindendo da un ordinato
rapporto conoscitivo, non hanno assolutamente alcuna consistenza o realtà. Kant chiama
spazio e tempo forme pure o a priori dell’intuizione, ad indicare che, indipendentemente
da qualsiasi contenuto, sono delle esigenze a priori della nostra mente, degli occhiali che
l’uomo non potrà mai togliere e attraverso cui è costretto a vedere: una coscienza che
senta qualcosa, a priori presuppone di sentire nello spazio e nel tempo. 2) Logica
trascendentale a) Analitica trascendentale Per avere una visione della realtà, tuttavia,
l’unificazione dei dati dell’esperienza nello spazio e nel tempo risulta incompleta. Per
farci intendere un mondo pieno di oggetti occorre una connessione più organica, che
viene operata attraverso l’intelletto e le sue categorie. Di “categorie” aveva già parlato
Aristotele, considerandole il punto di arrivo del processo di astrazione, i modi di essere
più generali. Per Kant le categorie sono delle leggi presenti nel funzionamento
dell’intelletto, e quindi, nella terminologia kantiana, forme a priori dell’attività intellettuale.
Sono 12, riunite in quattro gruppi: categorie della quantità, della qualità, della modalità e,
le più importanti, della relazione: sostanza, causa ed effetto, azione reciproca.
Similmente allo spazio e al tempo, le categorie non hanno alcuna validità all’infuori
dell’organizzazione delle intuizioni spazio-temporali. Esse sono concetti-funzione,
concetti puri, leges mentis. Le categorie, o concetti puri, senza le intuizioni sono vuote.
Le intuizioni senza i concetti puri (categorie) sono cieche. L’intelletto è in grado di
applicare ora una ora un’altra categoria perché ognuna di esse corrisponde ad uno
schema trascendentale, una specie di ponte tra senso e intelletto, una determinazione a
priori del tempo, fatta in modo che ad essa ciascuna categoria possa agevolmente
applicarsi. Esempio: causalità schema della successione sostanzialità schema della
permanenza. Conviene adesso soffermarsi sul fatto che per Kant conoscere vuol dire
giudicare, affermare cioè che qualcosa di un determinato argomento è o non è. Un
giudizio che scompone concetti già esistenti viene detto analitico, un giudizio invece che
organizza e compone delle esperienze nuove è detto sintetico. E’ evidente che la
conoscenza della realtà procede attraverso i giudizi sintetici, i quali vanno via via
allargando il cerchio delle nostre acquisizioni. Per approfondire invece ed evidenziare un
aspetto di qualcosa che già conosciamo, ci serviamo dei giudizi analitici. Si può adesso
riprendere l’affermazione di Hume secondo la quale la nostra esperienza è soltanto
descrittiva, si limita a dire quello che è avvenuto nel passato. Nulla garantisce
l’invariabilità dell’esperienza o autorizza a considerarla qualcosa di più di un semplice
rapporto associativo. Ed ecco che Kant riesce a trovare la garanzia di questa invariabilità
operando una sorta di rivoluzione copernicana: non è la nostra conoscenza che si
modella sulle cose, non siamo noi che entriamo in esse e le possiamo trovare una volta
in un modo, una volta in un altro. Sono le cose che entrano in noi, e sempre alla stessa
maniera, ossia attraverso le vie, ineliminabili ed imprescindibili, della nostra struttura
conoscitiva. E’ proprio l’esistenza di questa struttura conoscitiva che ci garantisce
l’invariabilità dell’esperienza: non esiste un ordine naturale precostituito che l’uomo si
sforza di penetrare; riceviamo dall’esterno dei dati sensibili che, una volta entrati nella
nostra coscienza, possono essere organizzati esclusivamente nel modo in cui la nostra
coscienza sa organizzare, solo attraverso le forme pure dell’intuizione, lo spazio e il
tempo, e solo secondo le leggi dell’intelletto, le categorie. Questo apparato conoscitivo è
identico in tutti gli individui, ed è indipendente dall’esperienza, cioè è a priori. Pertanto i
giudizi che ci fanno conoscere la realtà e che fondano le scienze della natura sono
giudizi sintetici in quanto estendono il sapere, e sono a priori perché fondati sul modo in
cui a priori funziona la nostra mente. Essi sono dunque in grado non solo di descrivere,
ma anche di prevedere l’esperienza, prevedere cioè come avverrà l’esperienza, in quale
forma. Da quanto detto, appare evidente che il concetto di esperienza presentato da
Kant non è quello che comunemente si intende, cioè il rapporto tra un io conoscente ed
un oggetto conosciuto esistenti come soggetto ed oggetto ancor prima della loro
relazione conoscitiva. Il soggetto e l’oggetto per Kant non precedono l’esperienza, ma è
proprio l’esperienza che li fonda. Il momento dell’esperienza è quindi il fatto originario al
di fuori del quale non è possibile parlare di un soggetto e di un oggetto. Senza
l’esperienza conoscitiva l’individuo non sarebbe un io conoscente, un soggetto, né la
cosa un oggetto conosciuto. La ricerca filosofica kantiana, partendo dal rapporto
conoscitivo, è detta trascendentale.
Non è empirica perché non è derivata solo dall’esperienza, non è neanche trascendente,
perché non oltrepassa i limiti dell’esperienza. E’ inoltre una filosofia critica, che respinge
l’empirismo come conoscenza dopo l’esperienza, e il razionalismo come conoscenza
prima dell’esperienza. Si propone, come primo scopo, di studiare come e fino a che
punto possa sussistere il rapporto conoscitivo. Si è detto della coscienza, coscienza che
organizza ed unifica i dati ricevuti dalla realtà nelle forme fisse dello spazio e del tempo e
nei modi prescritti dalle leggi che governano il funzionamento dell’intelletto, le categorie.
La coscienza, però, ancor prima di assumere un qualunque contenuto, apprende la
propria esistenza come essere pensante: l’io della coscienza si accorge di essere una
unità che pensa, e prima di pensare qualunque cosa, ha la percezione di se stesso come
un io penso, ha cioè una appercezione trascendentale. Ogni esperienza è esperienza di
qualcuno, ogni esperienza è costituita in una coscienza. La forma che questa esperienza
deve assumere per rendere possibile tale coscienza viene chiamata da Kant forma
dell’unità trascendentale della coscienza, ed è una forma pura, perché indipendente e
senza un proprio contenuto. La rappresentazione dell’io penso - appercezione
trascendentale e originaria - accompagna qualsiasi altra rappresentazione, ed è quindi l’a
priori per eccellenza. Prima di pensare qualcosa, io penso che penso pensando il mio
pensiero che pensa me stesso pensante...ecc. Neanche l’io puro può essere però
sostanzializzato, può esistere cioè come una realtà al di fuori dell’esperienza. L’io esiste
soltanto come attività che unifica e sintetizza i dati dell’esperienza. Pertanto, se è vero
che il mondo dell’esperienza si ordina e si rivela a noi solo attraverso l’azione dell’io, l’io
prende la sua realtà solo nel momento in cui unifica e ordina il mondo dell’esperienza.
L’io è il legislatore della natura, ma è privo di realtà al fuori del momento in cui inquadra
nelle sue leggi il mondo dell’esperienza. Non è dunque una res cogitans, ma il
complesso delle condizioni conoscitive che sta al di sopra e dei soggetti individuali e del
mondo esterno, complesso in cui le rappresentazioni del nostro io hanno lo stesso grado
di realtà di quelle del mondo esterno. Tutto questo per quanto riguarda la forma della
conoscenza, il come conosciamo. Ma cosa conosciamo? Conosciamo fenomeni, cioè le
cose così come appaiono alla conoscenza (mostrare). E’ impossibile conoscere le cose
in sé, così come sono realmente, cercando di addentrarci oltre il loro mostrarsi nello
spazio e nel tempo. Le cose in sé, esistenti al di fuori della nostra conoscenza, sono solo
ipotizzabili, sono dei noumeni, delle x incognite ed inconoscibili che, tuttavia,
costituiscono il substrato misterioso e oscuro da cui provengono i dati dell’esperienza. I
noumeni sono quindi pensabili, ma non conoscibili. Fungono da rive entro cui scorre il
fiume dell’esperienza. Se fossero conoscibili, sarebbero essi stessi esperienza. Come
non possiamo conoscere l’oggetto in sè, così non possiamo conoscere neanche il
soggetto in sé, indipendentemente dal suo essere conosciuto, come è in sé. Il soggetto
in sè, a prescindere dal suo diventare soggetto nell’esperienza, è per noi un noumeno,
almeno dal punto di vista della conoscenza, dal punto di vista cioè teoretico. Per questo
motivo Kant rifiuta l’idealismo, cioè il considerare il mondo come riducentesi alle idee del
soggetto.