Ferite
Ferite
CHIRURGIA GENERALE
STORIA DELLA CHIRURGIA
La chirurgia è sempre stata considerata negli anni come una attività primordiale dell’uomo, di cui si hanno
testimonianze in tutte le civiltà (esempio trapanazione del cranio in Egitto), ed è sempre stato considerato come
un lavoro bruto compiuto con le sole mani.
Alla scuola di Ippocrate (400 A.C.) si devono i primi trattati di chirurgia relativi a:
1) Riduzione della lussazione di anca e spalle
2) Trapanazione del cranio
3) Trattamento dell’empietà pleurico
E si enunciarono anche i requisiti fondamentali comuni anche a quelli odierni come:
1) Luce (naturale/artificiale)
2) Norme di pulizia, l’ordine e la tenuta degli strumenti
3) Modalità di fasciature: cotone, canapa ecc.
Nel 1221 Federico II decreta che nessuno può esercitare medicina senza aver sostenuto un pubblico esame.
Pertanto inizia una prima formazione medica, ma con ancora un divario tra ciò che era Dotto (come l’uso delle
erbe) e poco nobile (come la chirurgia, considerata pratica bruta).
Si implementa lo studio dell’anatomia e nasce l’anestesia con l’utilizzo della “spongia somnifera” ovvero una
spugna che veniva messa sulla bocca e naso del paziente per alleviare il dolore.
Si inizia poi a considerare la possibilità di utilizzare degli unguenti lenitivi e che le emorragie, conseguenti alle
amputazioni, non si arrestano con cauterizzazioni, con semplici legature (prime suture in canapa). In alcuni casi
va praticato il rivolgimento podalico e l’estrazione manuale della placenta. Inizia anche la sostituzione degli arti
amputati con delle prime protesi.
Nel ‘600, Galileo Galilei afferma il metodo sperimentali, e con esso nascono la chimica e la fisica come scienze
moderno. Anche la medicina si orienta verso l’uso di un metodo, e si impone lo studio della fisiologia (come
funzionano gli organi) e l’anatomia microscopica (Malpighi scopre i primi organuli cellulari, i g. Rossi, e il legame
tra arterie e vene).
Si continua anche l’avanzamento chirurgico, Magati descrive l’importanza di non rinnovare frequentemente la
medicazione di ferita., mentre G. Colle e F. Folli ipotizzano la trasfusione di sangue (anche se non erano a
conoscenza dei gruppi sanguigni). Si definisce anche un primo strumentario chirurgico.
Nel ‘700 si ebbero molti studi:
Hunter considerato il fondatore della patologia chirurgica è il primo ad affrontare con serietà scientifica il
problema dell’infiammazione.
Scarpa scrive sull’aneurisma e sull’ernia.
Da una medicina olistica si inizia invece a concentrarsi verso l’osservazione della malattia come sofferenza
d’organo, e l’attività medica si fa sempre meno umanizzante.
Nell'800 il problema dolore diventa pressante e si conducono studi per osservare l’effetto anestetico del
protossido di azoto ( +O2) e dell’etere (che causa si un effetto soporifero, ma non va ad obnubilare la memoria
ne la sensazione di dolore).
Spallanzani, Bassi, Pasteur e Koch eseguono studi sugli agenti infettanti e si capisce l’importanza del lavaggio
delle mani (Semmelweis). Si introduce l’acido fenico nella chirurgia pratica per lavarsi le mani.
Nel ‘900 si intruse la pannellazione a base di tintura di iodio per la sterilizzazione del campo operatorio. Neuber
realizza la prima sala operatoria con un sistema funzionale di asepsi, costituita da un sistema di ventilazione con
filtri d’aria, mossa e riscaldata da alcuni strumenti. Alcuni eventi sono stati:
1869: prima nefrectomia
1877: prima resezione di cancro del colon
1881: resezione di stomaco per cancro
1883: colecistectomia per colelitiasi
1897: prima gastrectomia totale
1901: si scoprono i gruppi sanguigni
1941: si usa per la prima volta la penicillina (II guerra mondiale)
1970: primo trapianto di cuore (da Bernard in Sud Africa)
1989: primo intervento laparoscopico in Italia (Napoli)
1995: inizia la chirurgia robotica
ASSISTENZA PERIOPERATORIA
I vari tipi di ricovero sono:
1) Ricovero Urgente: nel caso di pz affetti da specifiche patologie riscontrate mediante accesso al
P.S.
2) Ricovero ordinario: nel caso di pazienti che necessitano di interventi in elezione o di specifici
accertamenti diagnostici.
3) Ricovero in Day Surgery: nei pazienti che necessitano di interventi di piccola chirurgia
4) One Day Surgery: day surgery con pernottamento, un regime di ricovero breve che prevede una
sola giornata di degenza.
5) Week Surgery: per interventi che richiedono una degenza che va dai 5 giorni ad una settimana.
6) Ricovero ordinario: per interventi più gravi che richiedono tempi di degenza maggiori (9 giorni o
più).
7) Fast-Track Surgery: combinazione di varie tecniche usate nell’assistenza di pz sottoposti a grossi
interventi chirurgici di elezione. Il suo obiettivo è di facilitare la rapida dimissione ospedaliera e la
precoce ripresa delle normali attività della vita quotidiana migliorando la risposta dell’organismo allo
stress operatorio e riducendo la disfunzione d’organo.
● A: priorità assoluta (tra la visita e l’intervento non passano più di 30 giorni es. cancro del
testicolo massimo 8 giorni, melanoma massimo 23 giorni, ecc.)
● B: > 30 gg
● C: > 120 gg
● D: necessario ma possono avere anche una attesa fino ad un anno
FASE PRE-OPERATORIA
L’infermiere progetta l’iter diagnostico terapeutico, attiva le risorse e gli interventi e valuta i risultati
ottenuti, il tutto avvalendosi del problem solving (ovvero mettendo in atto un processo cognitivo che
consiste nell’esame e nell’analisi cosciente e sistematica, riflessiva e razionale, orientata allo scopo di
rilevare tutte le informazioni disponibili e formulare la decisione più appropriata).
Un infermiere che pensa criticamente si interroga per determinare la ragione del perché sono
avvenuti determinati sviluppo e se sono necessarie più informazioni rilevanti per considerare tutti i
fattori coinvolti. Valuta inoltre le informazioni per assicurarsi che siano accurate e che si basino su
evidenze. Analizza poi e raggruppa le informazioni in modelli.
L’infermiere ritorna su esperienze cliniche pregresse e mantiene un’attitudine flessibile che permette
ai fatti di guidare il pensiero. Valutate tutti gli svantaggi e i vantaggi e formula poi decisioni che
riflettono un processo decisionale creativo e indipendente.
In una situazione clinica identificata, se l’infermiere non può prescrivere gli interventi primari per
raggiungere l’obiettivo ma si necessitano interventi medico-infermieristici, allora parleremo di
Problema Collaborativo; invece se l’infermiere può prescriverli parleremo di Diagnosi Infermieristica,
che si basa sulla individuazione delle risposte e dei bisogni del pz nei confronti o meno della sua
patologia e organizzarli sistematicamente secondo dei modelli. Gli interventi infermieristici saranno
poi definitivi per prevenire, trattare e promuovere la salute (la Diagnosi Infermieristica è definibile
come un giudizio clinico riguardante le risposte del paziente o dei suoi familiari nei confronti di
problemi di salute reali o potenziali. La diagnosi infermieristica costituisce la base sulla quale
scegliere gli interventi infermieristici volti al raggiungimento dei risultati di cui l’infermiere è
responsabile. NANDA 1990).
[Il bisogno dell’altro deve diventare un nostro problema per capire l’importanza della soddisfazione di
tale bisogno. Cit. Naddei).
Le possibili diagnosi infermieristiche nella fase pre operatoria sono:
1) Dolore correlato a spasmo
2) Paura correlata alla percezione dello stato di malattia
3) Disturbi del sonno correlato all’ospedalizzazione o intervento chirurgico
4) Mancanza di conoscenza nella fase pre-operatoria
5) Ansia per l’intervento
É importante che non vi sia la mancata conoscenza del pz circa le procedure che si effettuano e quali
sono le procedure da eseguire successivamente. Bisogna infatti educare il paziente ad esempio:
1) Respirare correttamente per ridurre complicanze di stasi polmonare.
2) Educare a tossire: dire al paziente di appoggiare le mani sul sito di incisione per immobilizzarlo
mentre si tossisce. Ciò riduce la pressione sul sito.
3) Educare il paziente alla mobilizzazione degli arti: eseguire gli esercizi degli arti aiuta a prevenire la
stasi venosa e complicanze come la TVP. Possibili esercizi sono: ruotare le caviglie, alzare le gambe
e distenderle, ecc. Per far alzare il pz dal letto farlo girare prima sul fianco, in modo che possa flettere
le gambe e portarle fuori dal letto. Dopodiché con l’aiuto si solleva per assumere la posizione eretta.
Si possono formulare anche diagnosi infermieristiche circa i rischi che possono insorgere in sala
operatoria, come:
1) Rischio correlato all’ipotermia (intervento: scoprire meno il pz, uso di coperte termiche, pompe di
calore, ecc.)
2) Rischio di ansia derivante dall’ambiente
3) Rischio correlato al posizionamento sul tavolo operatorio (se pz molto obeso)
4) Rischio correlato all’utilizzo di apparecchiature elettriche
4) Rischio di infezione
-Accertamento infermieristico
Si realizza attraverso colloqui, intervista, questionario, EO, osservando, e documentazione degli esiti
diagnostici (emocromo, gruppo sanguigno, creatinemia, glicemia, enzimi epatici, markers epatici,
coagulogramma, ECG, Rx torace ecc.).
[É preferibile il questionario in quanto permette al pz di leggere, elaborare e fare una riflessione
maggiore sulle risposte].
L’accertamento deve valutare:
1) Età: bambini ed anziani più alto rischio di ipotermia. I neonati allattati al seno possono assumere
liquidi fino a 2 ore prima dell’intervento e vengono alimentati dopo 4 ore. Gli anziani sono più sensibili
ai farmaci anestetici per il metabolismo rallentato.
2) Stato nutrizionale: rilevazione di condizioni di eccesso o carenza dell’apporto nutritivo. Il pz
sottopeso con scarse risorse utilizza le proteine come riserva energetica. Il pz obeso è a rischio di
complicanze respiratorie, cardiocircolatorie, gastrointestinali ecc. Il tessuto adiposo, meno
vascolarizzato, è più difficile da suturare e permette l’accumulo di anestetici che vengono rilasciati nel
postoperatorio. Un altro problema è l’immobilità e la possibilità di avere una TVP.
3) Equilibrio idroelettrolitico: la disidratazione e l'ipovolemia correlate a disturbi elettrolitici
predispongono il pz a complicanze. Possono essere causate da diarrea, vomito, sanguinamento ecc.
4) Funzione respiratoria: valutazione delle patologie e del colorito della cute e mucose (cianosi=.
Rilevazione tosse e alterazione del respiro. Educare il pz a tossire, allo spirometria incentivante e alla
mobilizzazione precoce.
5) Funzione cardiocircolatoria: anamnesi di patologie cardiache (infarto, ipertensione, ecc.), e
individuazione di eventuali complicanze come ipotensione, aritmie, arresto cardiaco, embolia e TVP.
Controllo della PA e TC. Educare il paziente ad esercizi per la TVP.
6) Funzione renale ed epatica: anamnesi per problemi della coagulazione congenite e acquisite,
esami di laboratorio come conta piastrinica, PT (tempo di protrombina) e PTT (tempo di
tromboplastina). Registrare se il pz assume terapia con anticoagulanti, che deve sospendere e
sostituire con eparina a basso peso molecolare per 3/5 giorni. In caso di insufficienza epatica deve
esserci la somministrazione di vitamina K.
Analizzare la creatinemia, l’azotemia, l’anemia, i valori di potassio, e l’equilibrio idro-elettrolitico.
7) Sistema nervoso, apparato muscolo-scheletrico e apparato tegumentario: valutare il livello di
coscienza, la capacità di capire e comunicare. Valutare la cute se vi sono escoriazioni, ferite, o
cicatrici pregresse. Registrare eventuali protesi, e capacità motorie del pz.
8) Sistema endocrino e sistema immunitario: es. diabete può influire sul processo di guarigione
chirurgica. Il pz immunodepresso presenta un alto rischio di infezione. Se il pz è allergico deve essere
prevista la terapia desensibilizzante da assumere per 3-5 giorni prima dell’intervento (cortisone,
antistaminico ecc.).
9) Uso di farmaci: raccolta di informazioni relative all’utilizzo di farmaci riguardo il dosaggio,
frequenza, ecc. Abitudine al consumo di alcol e stupefacenti, in quanto tali sostanze possono
interferire con l’azione di farmaci anestetici.
La valutazione del paziente potrà poi avvenire tramite scale di valutazione in base all’età del paziente,
e alle sue condizioni cliniche.
● Tricotomia
● Abbigliamento idoneo (camice o indumenti di cotone)
● Assenza di smalto sulle unghie
● Rimuovere monili, protesi dentali e acustiche, lenti a contatto ecc.
● Praticare se prescritta antibiotico terapia di profilassi 1 ora prima dell’intervento
● Controllare tutta la documentazione del pz
Con il trasferimento in sala operatoria inizia il periodo intraoperatorio, che terminerà con la dimissione
dalla recovery room. Gli orari di arrivo e dimissione dalla SO devono essere registrati, così come
inizio e fine intervento e inizio e fine anestesia.
La sala operatoria è identificabile come l’ambiente dove viene eseguito l’intervento chirurgico e
rappresenta l'asse centrale su cui si innestano l’intera struttura del reparto operatorio e le varie attività
connesse. La superficie della sala operatoria dev'essere adeguata alla tipologia delle attività erogate
e alla tecnologia impiegata. In Italia le dimensioni minime sono di 36 mq, fino a un massimo di 70 mq
nelle sale che ospitano attività specialistiche che impongono la presenza di apparecchiature molto
ingombranti e di équipe particolarmente numerose.
Il blocco operatorio deve essere articolato in zone progressivamente meno contaminate, dall’ingresso
fino alle sale operatorie:
1) Area contaminata: zone filtro, corridoi adiacenti alle zone filtro, locali deposito sporco, locale riposo
personale, servizi igienici
2) Area pulita: corridoio pulito, locali di preparazione, locali lavaggio operatori, sala risveglio
In relazione a queste disposizioni il complesso operatorio prevede percorsi interni differenziati per lo
“sporco” e per il “pulito”. Tutto è finalizzato alla prevenzione delle contaminazioni batteriche, non a
caso tutte le porte degli ambienti maggiormente preservati dalle contaminazioni stesse, come quelle
di ingresso e uscita dalla sala operatoria, sono dotati di sistemi di apertura no-touch.
La dotazione minima di ambienti per il Reparto Operatorio è stabilita dal DPR 14/01/1997:
1) Spazio filtro di entrata degli operandi
2) Zona filtro del personale addetto (dove c’è lo spogliatoio)
3) Zona preparazione personale addetto
4) Zona preparazione operandi
5) Zona risveglio
6) Sala operatoria
7) Deposito e strumentario chirurgico
8) Deposito materiale sporco
Nelle camere operatorie può essere ritenuta fondamentale la presenza dei seguenti elementi:
-Obiettivi anestesia
1) Analgesia (assistenza dolore)
2) Sedazione
3) Rilasciamento muscolare
Per l’intubazione è importante anche l’Indice di Mallampati: è una classificazione usata in anestesia
per predire la difficoltà di intubazione oro-tracheale. Un punteggio più alto (3-4) è associato a una
maggiore difficoltà nelle manovre di intubazione
-Elettromedicali
Prima di tutto nell'impiego di tali apparecchiature è necessario seguire le norme di sicurezza. In primis
tali apparecchiature possono causare diversi disturbi elettromagnetici (es. Elettrobisturi). Per tali
norme, nelle SO il pavimento è completamente isolato per non dare problemi a questi strumenti. Tra
gli elettromedicali abbiamo:
1) Elettrobisturi: sviluppa energia grazie ad un generatore di segnali ad alta frequenza per il taglio dei
tessuti e per la coagulazione. Dal dispositivo partono due elettrodi: un elettrodo neutro (piastra neutra)
posizionato sul paziente ed un elettrodo attivo, opportunamente sagomato, detto "manipolo" tenuto
nelle mani del chirurgo. Possiamo avere anche manipoli bipolari (che non richiedono dunque il polo
neutro). In questa modalità entrambi gli elettrodi sono presenti nel sito chirurgico: al posto del bisturi
vengono utilizzate le pinze bipolari dove in una estremità è presente l'elettrodo attivo mentre nell'altra
quello neutro.
2) Apparecchiatura Laparoscopia: Esistono in commercio varie soluzioni di colonna laparoscopica,
tutte composte dagli stessi elementi di base. Le immagini vengono catturate dall’ottica laparoscopica,
raccordata a una telecamera e a un cavo collegato alla fonte di luce: l’immagine viene quindi
trasmessa attraverso il cavo della telecamera alla centralina e da qui viene digitalizzata sullo
schermo. Per rendere meglio la visualizzazione viene indotto il Pneumoperitoneo, ovvero si insuffla
CO2 per distendere l’addome (viene utilizzato la CO2 perché non è infiammabile e permette l’uso del
bisturi elettrico). Inoltre gli strumenti che compongono poi il set chirurgico sono i Trocar (che sono
radiotrasparenti e anche monouso -l’utilizzo del monouso è quasi più efficiente dovuto al fatto che non
va rilavato ma è usa e getta e l’introduzione di eventuali pinze non permette di perdere il
pneumoperitoneo-), strumenti di presa, di dissezione e di taglio, e strumenti per emostasi e sutura
(es. suturartici meccaniche lineari).
3) Carrelli: in cui è necessario che ci siano sempre 2 aspiratori, uno per il chirurgo e uno per
l’anestesista.
4) Defibrillatore: semiautomatico controllato quotidianamente.
-Strumentario chirurgico
1) Pinze anatomiche e chirurgiche
2) Pinze di kocher rette e curve
3) Pinze di Klemmer rette e curve
4§) Forbici rette, smussa ecc.
5) Divaricatori (autostatici e non)
6) Portaghi
7) Manici bisturi
8) Pinze emostatiche ecc.
Lo strumentista deve sempre preparare e mettere a disposizione del chirurgo alcuni strumenti usati in
ogni tipo di intervento per permettere le manovre di incisione, dissezione, presa, divaricazione e
sutura.
1) Strumenti da incisione:
● Bisturi a lama fredda, manipolo del bisturi su cui montare le lame. Le lame presentano
diverse dimensioni (la 10-11-12-15-20 sono utilizzate per incisioni delicate come vasi e
mucosa, mentre la 21- 22-23-24 per incidere cute e tessuti)
● Elettrobisturi [Vedi elettromedicali]: è un generatori di segnali ad alta frequenza. Tale
strumento può tagliare e coagulare i tessuti biologici. Possiamo avere quello monocolore
stato per la dissezione e la coagulazione dei tessuti; viene usato con un elettrodo neutro, la
placca adesiva connessa alla presa del generatore viene applicata sul pz in una zona priva di
peli, asciutta e libera dal grasso (solitamente presenta due pulsanti, il blu per incidere e il
giallo per coagulare). Ovviamente vi sono anche elettrobisturi bipolari, che comprendono un
generatore di corrente e una pinza emostatica con cavo di collegamento a doppio circuito.
Presenta un polo positivo e uno neutro, pertanto non necessita della placca adesiva.
2) Strumenti da dissezione:
● Forbici Mayo: usate per cute e tessuti grossolani. Possono essere rette o curve (si
preferiscono queste ultime per la dissezione).
● Forbici di Metzenbaum: usate per tessuti delicati. Le due branche sono più lunghe. Le punte
sono arrotondate.
3) Strumenti da presa:
● Pinza Klemmer: azione emostatica Utilizzata per strutture nobili che devono subire minor
traumatismo possibile e per questo non presentano dentini.
● Pinza Kocher: traumatica per prese più grossolane (es. muscoli).
Divaricatori Autostatici:
● Divaricatore Collin-Pozzi: per chirurgia addominale
● Divaricatore Balfour: chirurgia addominale, presenta una valva sovrapubica.
● Divaricatore a Finocchietto: per chirurgia toracica.
6) Strumenti sutura: esempio sono i portaghi: essi permettono di legare lago e alla base spesso ci
sono punte forbici che permettono di tagliare il filo.
7) Strumenti sutura: suturatrici meccaniche, sono utilizzate in chirurgia per apporre graffette
metalliche (un tempo in acciaio oggi in titanio) sui tessuti con lo scopo di realizzare suture semplici e
anastomosi come alternativa alla sutura manuale. Permette di ridurre i tempi chirurgici poiché
possono tagliare e suturare contemporaneamente. I tipo di suturatrici meccaniche sono:
● Lineari: applicano una doppia fila di punti alternati -_-_-_-_-_-_-_-_-. Esempio sono la T.A
(solo funzione di sutura, applicata in chirurgia open per le suture terminali di organi cavi o
legature di grandi vasi), la GIA (per ch. Gastrica per creare anastomosi), la Contour (lineare
con bisturi incorporato), Endo GIA (lineare con bisturi usata in videolaparoscopia di chirurgia
generale, toracica ecc. La testina si muove a 360° ed ha un'impugnatura più lunga).
● Taglia e cuci: applicano due doppie file di punti sfalsati con taglio al centro
● Circolari: applicano due doppie file di punti concentriche con taglio circolare all’interno.
Esempio è la EEA (Entero-entero anastomosi) che viene utilizzata sia in chirurgia open che in
laparoscopica.
-Chirurgia laparoscopica
É una tecnica chirurgica che prevede l’esecuzione di un intervento chirurgico senza aperture della
parete addominale, ma utilizzando invece una telecamera collegata ad un monitor e sottili strumenti
chirurgici che vengono introdotti attraverso piccoli fori sull’addome.
Per fare ciò è necessario introdurre nel cavo addominale CO2 in modo da creare uno spazio per poter
manovrare gli strumenti.
Successivamente viene introdotta la telecamera attraverso una piccola incisione intorno all’ombelico.
Si introducono pi gli altri Trocar attraverso cui vengono inseriti gli strumenti chirurgici veri e propri.
La chirurgia laparoscopica si caratterizza per minore invalidità, traumaticità e stress per il paziente.
Inoltre riduce i tempi di ripresa e il numero dei giorni di degenza.
La chirurgia laparoscopica presenta le stesse tecniche chirurgiche della open, cambia solo il tipo di
accesso alla cavità addominale. Le attrezzature laparoscopiche sono:
1) Monitor: schermo ampio che permette di visualizzare le strutture anatomiche e analizzare le
anomalie.
2) Telecamera: maneggevole e ad elevata qualità di riproduzione immagine
3) Fonte luminosa fredda
4) Insufflatore di gas per indurre il pneumoperitoneo
5) Sistema di lavaggio e aspirazione: dispositivo impiegato per l’aspirazione, il lavaggio e
l’idrodissezione.
6) Cavo a fibre ottiche che permette la trasposizione della luce dalla fonte all’ottica senza dispersioni
7) Trocar: che sono la via d’accesso alla cavità addominale in quanto la perforano e permettono il
transito degli strumenti operatori. Essi possono essere monouso, oppure poliuso (si preferisce il
monouso).
8) S.I.L.S: unico accesso laparoscopica che permette l’introduzione di più strumenti chirurgici.
Incisione circa 15 mm dall'ombelico, si possono introdurre 3 strumenti (ad esempio attraverso la SILS
si può effettuare una colecistectomia).
9) Pinze: per presa, mobilizzazione, dissezione e sezione tessuti. Dimensioni variabili, con
impugnatura, possono essere poliuso o monouso. Presentano anche attacco per l’elettrificazione
della stessa.
Le pinze da presa sono ad esempio:
● Pinza ad anello o fenestrata, che permette la presa e la trazione senza arrecare traumi.
● Pinza Grasper: con punta smussa che si utilizza su piccole superfici
● Pinza ad artigli: con morso dotato di dentatura
● Dissettore di Maryland: usate per aprire, scappare e separare i tessuti. Può essere
elettrificata.
● Uncino: permette miotomia esofagea prima della plastica antireflusso
Pinze da resezione:
● Pinze da biopsia
10) Ultrasuoni: sistema di dissezione, taglio ed emostasi. Si basa sul principio di propagazione
meccanica del suono da una fonte di energia a una lama attiva che vibra. Consente di ottenere taglio,
emostasi e dissezione con la minima dispersione termica e carbonizzazione dei tessuti.
11) Strumenti per suture come portarghi, applicatori di clip (monouso e poliuso), suturatrici
meccaniche.
2) Time Out: dopo l’induzione dell’anestesia e prima dell’incisione chirurgica per confermare che i
diversi controlli siano stati eseguiti, dove vengono controllati ad esempio:
3) Sign Out: si svolge durante o immediatamente dopo la chiusura della ferita chirurgica e prima che il
pz abbandoni la sala operatoria. Vengono controllati:
Ogni difformità va segnalata al coordinatore della SO, se non c’è allora segnalazione scritta all’ufficio
Risk management. La segnalazione non è punitiva ne coercitiva, ma viene considerata come errore.
Vanno segnalati anche device che non funzionano correttamente: vanno rinviati all’industria
produttrice.
1) Infilare entrambe le mani nelle aperture delle maniche. Tenere il camice lontano dal corpo
e attendere che si
apra completamente.
2) Infilare le mani e gli avambracci nelle maniche; tenere le mani al livello delle spalle e
lontano dal corpo
3) Per la vestizione del guanto con tecnica aperta, tirare il polsino al livello del pollice; per la
vestizione del guanto
con tecnica chiusa, spingere le mani sul bordo del polsino.
4) L’operatore non vestito sterilmente deve tirare il camice sulle spalle, toccando solo l'interno
del camice
5) Disporre il fissaggio a velcro
6) Annodare la cintura interna del camice
7) Dopo aver indossato i guanti, prendere il cartellino anticontagio con entrambe le mani,
separare la cintura
esterna sinistra dal cartellino anticontagio e tenere la cintura nella mano sinistra
8) Consegnare il cartellino anticontagio all'operatore non vestito sterilmente, poi girarsi di tre
quarti a sinistra
mentre l'operatore estende la cintura esterna per tutta la lunghezza
9) Recuperare la cintura esterna estraendola dal cartellino anticontagio tenuto dall'operatore
non vestito
sterilmente e legarla all'altra cintura esterna sul lato sinistro.
Da ricordare che dalla cintola in giù e la parte posteriore del corpo sono considerati non sterili.
● Intervento: Valutare i segni di dolore (es. dilatazione pupille, agitazione, lamento, faces
ippocratica -solitamente per dolore addominale-) del pz e somministrare scala di valutazione.
Somministrare terapia o ricorrere a metodi alternativi quali massaggio o cambio di posizione.
Dopodiché si può valutare la dimissione del pz dalla RR tramite schede di valutazione che tiene conto
della deambulazione, del dolore, della presenza di nausea, vomito, sanguinamento, minzione ecc.
Con un punteggio > 11, il pz può essere dimesso.
LESIONI TRAUMATICHE
Una lesione può essere causa da un agente traumatico che può agire con meccanismi differenti,
come:
1) Taglio
2) Schiacciamento
3) Sfregamento (es. Lesioni da pressione)
4) Strappamento
5) Torsione
6) Scoppio
-Tipi di lesione
CONTUSIONE
Le contusioni sono lesioni conseguenza di un trauma diretto che non provoca una discontinuità dei
tessuti biologici (nel qual caso, invece, si deve parlare più propriamente di ferita).
Quando l'evento traumatico ha una intensità tanto elevata da provocare oltre al fatto contusivo anche
una rottura dei tessuti, di solito non lineare e a margini sfrangiati si parla di ferita lacero-contusa. I
segni e i sintomi sono dolore, tumefazione, rossore cutaneo, ecc.
Nell’ambito della contusione possiamo distinguere:
1) Ematoma: si intende una raccolta di sangue fuoriuscito dal sistema circolatorio e localizzata in un
tessuto o in una cavità dell'organismo.L'ematoma può andare incontro a risoluzione spontanea. Ciò
accade quando, non essendo ulteriormente alimentata, la raccolta ematica coagula e viene
riassorbita, anche se lentamente.
Al contrario se l'emorragia persiste, come nel caso di coinvolgimento di vasi arteriosi o comunque di
un certo diametro e quindi poco predisposti ad una emostasi spontanea, allora l'ematoma può
progressivamente aumentare di volume. Una complicazione temibile è rappresentata dall'infezione e
ascessualizzazione dell'ematoma. Oppure esso può avere una evoluzione più tranquilla con
riassorbimento e cicatrizzazione.
2) Ecchimosi: lesioni caratterizzate dalla rottura di piccoli capillari, con modesto stravaso ematico,
mentre lo strato superficiale rimane integro.
ESCORIAZIONE
L'escoriazione è una ferita superficiale della pelle, in cui si assiste ad un'esportazione di strati
epidermici più o meno ampi, conseguenza di spellature, sfregamenti od urti contro superfici ruvide.
FERITA
Soluzione di continuità di un tessuto prodotta da un agente estraneo
-Classificazione ferita
1) Per causa della lesione: a seconda dell’agente una ferita può essere:
● Ferite superficiali
● Ferite profonde
● Ferite profonde (fino alle cavità)
3) Per stato della pulizia della lesione, a seconda della contaminazione batterica e rischio di infezione
in:
● Pulite: ferite che si formano in condizioni in cui non c’è infiammazione e in cui gli apparati
respiratorio, orofaringeo, gastrico e urogenitale non sono stati penetrati
● Contaminate-pulite: ferite causate dalla penetrazione negli apparati sopra citati in condizioni
controllate.
● Contaminate: aperte, traumatiche o intenzionali con condizioni dia spesi non rispettate,
fuoriuscita di materiale dagli apparati. Queste ferite presentano uno stato infiammatorio acuto
non purulento.
● Sporche e infette: traumatiche con presenza di tessuto necrotico o materiale estraneo o ferite
intenzionali generate in situazioni in cui è presente una secrezione purulenta.
Tale fase è dunque costituita dal processo di deposizione del collagene, dell'angiogenesi, sviluppo di
tessuto di granulazione e dalle contrazioni della ferita. Il collagene inizialmente è simile ad un gel solo
dopo alcuni mesi assume la forma di fibre dando elasticità alla ferita. L’angiogenesi favorisce la
formazione di nuovi vasi sanguigni: le cellule endoteliali dei vasi preesistenti cominciano a produrre
enzimi che rompono la membrana basale, questa si apre e nuove cellule endoteliali costituiscono un
nuovo vaso. In questa fase la ferita assume un aspetto rosso, traslucido e granuloso. Mentre il
tessuto di granulazione di forma inizia. Lo sviluppo delle cellule epiteliali a partire dai margini sani
della ferita. Quando le cellule di migrazione entrano in contatto con altre simili si arresta il fenomeno
di migrazione e cominciano a differenziarsi. Se ciò non accade, succede il fenomeno del cheloide,
dove le cellule continua a proliferare oltre il margine. Non è dolente ma è inestetica per il pz
(l’eventuale somministrazione di cortisone locale può appianare la superficie).
3) Fase di maturazione (20-fino ad un anno): stadio finale dove il tessuto cicatriziale è rimodellato. I
capillari si ritraggono lasciando una cicatrice non vascolarizzata.
Ogni persona portatrice di una qualsiasi ferita dovrebbe essere valutata relativamente a:
1) Temperatura
2) Ossigenazione (una corretta ossigenazione favorisce la guarigione)
3) Stato nutrizionale
4) Recupero funzionale
Ciò stabilisce l’individuale caratteristico di cicatrizzazione.
Vanno indossati: guanti, e mascherine chirurgiche. Prima di tutto rimuovere la vecchia medicazione
con guanti sterili oppure con una pinza anatomica sterile, ed il cerotto (possibile usare un solvente per
inumidirlo). La pulizia deve avvenire dall’alto verso il basso, quindi unilateralmente (dunque dalla
parte più pulita verso quella più sporca). Dopo la rimozione delle secrezioni, anche l’apposizione della
medicazione deve avvenire sterilmente ed applicare delle fasce o nastri di fissazione.
Registrare la procedura sulla cartella infermieristica, oltre tutto ciò che si è rilevato circa la ferita come
odore, tipo di secrezione, stato generale, segni di infezione, condizione del pz usando schede di
valutazione.
I cambi di medicazione non sono delegabili al personale di supporto.
SUTURA
É un procedimento che permette di avvicinare stabilmente i lembi di una ferita favorendone la
cicatrizzazione. Essa avvicina i lembi di una ferita favorendone la guarigione per prima intenzione. La
funzione principale di una sutura è dare supporto alla ferita nei periodi critici della cicatrizzazione.
[Ripeti fase di guarigione]
I fattori che rallentano la fase di guarigione sono:
1) Infezione
2) Risposta immunitaria inadeguata
3) Possibile interazione farmacologica
4) Nutrizione inadeguata
5) Età
6) Natura e posizione della ferita
Fino a quando il nuovo tessuto fibroso non riunisce i bordi della ferita, la resistenza della ferita delle
anastomosi dipende completamente dalle suture. (Possiamo dunque notare sullo schema ad X come
all’aumentare del tempo si riduce la funzione di supporto della sutura e aumenta la resistenza della
cicatrice).
Le suture possono essere Manuali o Meccaniche, e possono classificate in base a:
1) Struttura:
● Monofilamento (liscio, non crea contusioni quando attraversa il tessuto. É dotato di memoria,
ovvero ha la capacità di ritornare nella sua forma originaria e risulta difficile da annodare in
quanto tende a slegarsi - per questo si eseguono solitamente 4 o 5 nodi sovrapposti-).
● Multifilamento (ovvero formato da una serie di fibre intrecciate. Presenta una memoria più
debole e presenta una superficie più ruvida creando maggior attrito e abrasione passando
attraverso il tessuto. Allo stesso tempo presenta una buona tenuta dopo aver effettuato il
nodo. Presenta il fenomeno della capillarità che si verifica quando esistono dei microspazi
nella struttura del materiale capace di veicolare fluidi e batteri lungo la sua struttura).
2) Assorbimento (es. Non assorbibili se durano nel tempo o assorbibili se si consumano nell’arco di
qualche settimana).
3) Origine:
● Animale: es da Catgut ovvero di intestino ovino o bovino il quale non viene più utilizzato in
quanto era possibile che alcuni pz potessero sviluppare tetania da Catgut
● Vegetale: es. un tempo erano in lino, che poteva causare infiammazione;
● Sintetica
Pertanto le suture devono risultare biocompatibili, inerti, sterili, garantire la massima resistenza in
termini di supporto della ferita, garantire il minimo trauma nei confronti dei tessuti e minimizzare la
risposta infiammatoria dell’organismo. Diversi tipi di sutura danno origine a diverse reazioni tessutali,
es.:
1) Lino: alta reazione
2) Seta: alta reazione
3) Suture sintetiche in polipropilene: reazione media
4) Acciaio: minima reazione (ma non permette la RMN!)
5) Titanio: minima reazione (permette la RMN!)
Inoltre deve possedere anche una Forza Tensile, ovvero la capacità del filo di sopportare ad una
estensione longitudinale prima di rompersi.
Il calibro di un filo di sutura è classificato in base alla scala USP, dove più è alto il numero di “zeri” più
il filo è sottile. Es.
6…..5…..3…..2…..1…..0…..2-0…..3-0…..4-0…….12-0 (12 volte zero).
[Quest’ultimo viene utilizzato in microchirurgia]
Oggi viene adoperato il sistema europeo che identifica i fili, indipendentemente dalla loro natura e
caratteristica, con un'unica numerazione corrispondente al loro calibro espresso in decimi di
millimetro (1/10 di numero).
Da 0,1 (calibro minimo 1/10) a 8 (calibro massimo)
AGHI
La funzione degli aghi chirurgici è quella di guidare la sutura attraverso i tessuti (in alcune suture non
serve l’ago). Le caratteristiche di un ago sono:
1) Affilatura
2) Minimo trauma (esempio oggi abbiamo un aghi termosaldati al filo di sutura)
3) Resistenza ai piegamenti
4) Precisione
5) Inerzia (prevenire l’introduzione di MO)
La scelta della lunghezza, curvatura, raggio e spessore sono strettamente correlati al sito di
applicazione ed alla quantità di tessuto.
La punta di un ago può avere diverse geometrie a seconda del tipo di tessuto sul quale andrà
applicato:
1) Cilindrica
2) Tagliente (punta di precisione)
3) Taper Cutting (corpo cilindrico e punta tagliente)
4) A spatola (punta di precisione, corpo e punta tagliente a sezione esagonale)
5) Lanceolata
6) A corpo cilindrico e punta smussa
Gli aghi utilizzati in chirurgia possono avere forme diverse: retta, semi-curvi, o curvi. Quest’ultimi due
devono sempre manovrati con un portaghi.
Quelli curvi, a loro volta, possono avere gradi di curvatura diversi:
● 1/2
● 1/4
● 3/8
● 5/8
DRENAGGI
I drenaggi chirurgici, misurati secondo French o Gauge e dipendenti dal tipo di intervento chirurgico,
sono inseriti per permettere la fuoriuscita di un eccesso di liquido sieroematico e materiale purulento e
per promuovere la guarigione dei tessuti sottostanti. Questi drenaggi possono essere inseriti e
suturati attraverso la linea di incisione. Senza drenaggio, alcune ferite potrebbero rimarginarsi in
superficie chiudendo all’interno un processo suppurativo che potrebbe evolvere poi in un ascesso. I
vari drenaggi presentano poi vari modi per drenare la ferita, e possono essere aperti (sfruttano la
forza di gravità), oppure chiusi (usano l’aspirazione o il sottovuoto).
Un esempio di drenaggio aperto è il Drenaggio di Penrose (tubo di gomma sottile e piatto). Il
drenaggio di Penrose permette ai liquidi di drenare dalla ferita (fenomeno capillare). Poiché questo
dispositivo non prevede un sistema di raccolta, la medicazione va cambiata più spesso.
Un esempio di drenaggio chiuso con uso del sottovuoto è il drenaggio Redon, costituito da un
drenaggio tubolare di vario diametro , collegato a soffietti in plastica che si espandono per mezzo di
sistemi a molla.
[Ricorda: è necessario che ogni drenaggio venga fissato in superficie con un punto di sutura in filo]
Il compito del personale infermieristico nella gestione dei drenaggi è quello di:
1) Rilevare le caratteristiche del liquido
2) Misurare i liquidi drenati
3) Svuotare la sacca (giornalmente il reservoir va svuotato, o attraverso la sostituzione o attraverso lo
svuotamento tramite valvola connessa)
4) Riattivare i dispositivi aspirativi
5) Mantenere la sterilità e pervietà dei drenaggi.
APPARATO DIGERENTE
L’apparato gastrointestinali è formato dagli organi quali: bocca, faringe, esofago, stomaco, intestino
tenue, intestino crasso e retto.
L’esofago un tempo veniva considerato solo un “tubo” privo di funzione. Col tempo si è visto che è
invece un organo dotato di movimento “peristaltico” responsabile del trasporto del bolo alimentare, e
che può essere sede di patologie (es. Neoplasie esofagee, Acalasia, ecc.)
Gli organi annessi all’app. Gastrico sono: denti, lingua ghiandole salivari, fegato, cistifellea e
pancreas.
La funzione del sistema digestivo è quella di:
1) Demolire le sostanze alimentari in molecole più semplici
2) Assorbire i nutrienti in circolo prodotti durante la digestione
3) Eliminare il materiale non digerito/non assorbito (prodotti di scarto)
Il tubo digerente è rivestito da 4 tonache:
1) Mucosa: strato più interno, contenente le ghiandole gastriche divise in Cardiali, muco secernenti,
Fundiche, secernenti acido cloridrico, fattore intrinseco e pepsinogeno, e Antro-piloriche secernenti
astringa (cellule G) e muco. Le contrazioni della mucosa creano pieghe che aumentano la superficie
disponibile per l’assorbimento e la digestione.
2) Sottomucosa: costituita da tessuto connettivo lasso ed è irrorata da numerosi vasi sanguigni,
linfatici e nervosi.
3) Muscolare: costituita da uno strato di tessuto muscolare sia volontario che involontario. É costituita
da fibre muscolari distribuite in tre piani: longitudinali in superficie, circolari intermedie, oblique piano
profondo.
4) Sierosa: è lo strato esterno che circonda gli organi. É anche detta peritoneo viscerale.
-Masticazione e deglutizione
Il processo digestivo inizia con la masticazione. Il cibo viene ridotto e attaccato dagli enzimi digestivi
presenti nella saliva. La saliva viene escreta da tre coppie di ghiandole (Parotidi, Sottomascellari, e
Sottolinguali) e contiene la Ptialina e l’Amilasi Salivare. La saliva contiene anche muco che lubrifica il
cibo durante la masticazione.
[Ricorda: anche le ghiandole salivari potrebbero dare origine a calcolosi che occludono i dotti salivari.
Il paziente in tal caso presenterà bocca secca in quanto non vi è produzione di saliva. Una prova
empirica può essere quella di assumere 3-4 gocce di limone il quale è acre e favorisce la salivazione.
Se questa non avviene allora è indicativo per calcolosi dei dotti salivari].
La deglutizione è un atto volontario, regolato dal SNC, e il suo centro si trova nel midollo allungato.
Quando il cibo viene inghiottito, l’epiglottide si sposta per proteggere la trachea.
La peristalsi esofagea poi favorisce il passaggio del bolo alimentare nello stomaco, all’apertura dello
sfintere cardiale.
[Ricorda, i due sfinteri vengono eliminati insieme allo stomaco in caso di gastrectomia totale].
Il bolo alimentare nello stomaco si unisce al succo gastrico, che contiene Acido Cloridrico ( pH: 1) e
pepsina (per la digestione delle proteine). Lo stomaco produce circa 2 litri di succo gastrico al giorno.
La mucosa gastrica, in particolare quella del fondo gastrico, secerne anche il Fattore intrinseco, che si
combina con la vitamina B12 consentendone l’assorbimento. La mancanza di tale fattore impedisce
l’assorbimento della vit. B12, causando l’anemia perniciosa (infatti i pz sottoposti a gastrectomia
totale, devono integrare la Vit. B12).
Ricordiamo che dopo la gastrectomia totale vengono meno la funzione di serbatoio e la secrezione
peptica dello stomaco. L’ansa digiunale che sostituisce lo stomaco è un viscere tubolare, con una
capacità ben inferiore e non capace di secernere acido ne pepsina. Pertanto gli alimenti arriveranno
nell’intestino tenue così come vengono deglutiti e dunque la masticazione assume una grande
importanza. Occorre che il cibo sia sminuzzato per occupare meno volume e si sconsiglia di bere
durante il pasto perché l’acqua potrebbe essere assorbita dagli alimenti ingeriti con un aumento del
volume e distensione dell’ansa digiunale.
Intervento:
1) Ridurre l’ansia: incoraggiare il pz ad esprimere i suoi sentimenti, ponendo anche domande. Fornire
al paziente tutte le spiegazioni riguardo le preoccupazioni del post-operatorio.
2) Aumentare la conoscenza: informare sulle procedure che verranno eseguite ne pre e post
intervento. Insegnare il paziente ad eseguire la preparazione pre operatoria, come il digiuno,
preparazione intestinale, l’antibiotico profilassi, la tricotomia e la doccia come detergente asettico.
2) Gestione del dolore: Monitoraggio del dolore e somministrazione di farmaci analgesici secondo
prescrizione medica. Medicazione della ferita chirurgica, esercizi respiratori e possibilità di
mobilizzazione a letto.
Gestione paziente post operatorio: Controllo dell’eventuale pervietà se vi è il SNG (rimozione dopo 48
ore), gestione catetere vescicale per il monitoraggio della diuresi nelle 24 ore, controllo della ferita
chirurgica e del drenaggio (che dovrebbe essere rimosso entro 48/72 ore; questo se la persistalsi
riprende e non vi è ileo paralitico. In alcuni casi rimangono come “spia” per il controllo delle
anastomosi), mobilizzazione del paziente e esercizi respiratori e degli arti per prevenire la stasi
venosa.
● Ritenzione gastrica (in questo caso potrebbe essere necessario ripristinare l’aspirazione
nasogastrica a bassa pressione)
● Reflusso biliare, dovuto all’asportazione del piloro, con bruciore epigastrico e vomito biliare.
Potrebbe essere necessaria la somministrazione di antiacidi e antiemetici.
● Sindrome da rapido svuotamento gastrico (DUmping syndrome)
Pianificazione:
1) Diminuzione del dolore
2) Ventilazione adeguata
3) Conservazione dell’integrità cutanea
4) Comprensione delle pratiche di auto-assistenza
Interventi:
1) Diminuzione del dolore: somministrazione analgesici se prescritti, aiutare il pz nel cambio
posizione, incoraggiare la persona a tossire, respirare profondamente e deambulare (la tosse aiuta a
rimuovere le eventuali secrezioni bronchiali); suggerire un supporto (es. cuscino o fascia) per ridurre il
dolore post-operatorio.
2) Migliorare lo stato respiratorio: educare alla respirazione profonda, sollecitare agli esercizi
respiratori (per una tosse efficace) e promuovere la deambulazione precoce (previene la TVP).
-Drenaggio Biliare
In alcuni casi è necessario l’inserimento di un drenaggio biliare, in particolare il Drenaggio di Kerh,
quando si sospetta che l’asportazione della colecisti non abbia rimosso i calcoli dalle vie biliari.
In caso in cui ci sia un drenaggio biliare, gli interventi da effettuare sono:
1) Monitorare segni e sintomi di infezione
2) Monitora la perdita di bile o ostruzione del drenaggio
3) Segnala la presenza di dolore, nausea, vomito o feci acoliche
4) In caso di bile (irritante) cambiare la medicazione del drenaggio
5) Registrare il volume, il colore e le caratteristiche della bile
6) Alla ripresa dell’alimentazione per os, chiudere il drenaggio 1 ora prima e 1 ora dopo ogni pasto per
favorire il passaggio di bile nel duodeno facilitando la digestione
7) Educare la persona all’autogestione alla dimissione, in caso di possibile dislocazione del drenaggio
(questo perché negli interventi importanti, il drenaggio può rimanere anche per 2-3 mesi, in altri casi
viene rimosso dopo 7-14 giorni) e sulla rilevazione di eventuali segni di infezione.
-STIPSI
É la diminuzione della normale frequenza di defecazione accompagnata da una emissione di feci
difficoltosa o incompleta e/o da una emissione di feci molto dure e asciutte. I principali fattori che
possono predisporre alla condizione di stipsi sono:
1) Attività fisica insufficiente o debolezza della muscolatura addominale
2) Insufficiente assunzione di fibre e/o liquidi. Quindi abitudini alimentari inadeguate o diminuita
motilità intestinale
3) Condizioni di stress, confusione o depressione
-DIARREA
Si definisce come l’emissione di feci molto liquide non formate, con caratteristiche definenti come
suoni intestinali iperattivi, almeno 3 scariche al giorno, urgenza di defecare, dolore addominale e
crampi.
La diarrea può essere provocata da diversi fattori quali:
1) Fattori psicologici: stress, ansia, ecc.
2) Fattori fisiologici: infiammazione, malassorbimento, processo infettivo, tossine, ecc.
-INCONTINENZA FECALE
Condizione di cambiamento delle normali abitudini intestinali caratterizzate da emissioni di feci
involontarie.
Avremo dunque la perdita continua di feci e l’incapacità di rimandare la defecazione. Viene anche
autoriferita come una incapacità di avvertire la pienezza intestinale. I possibili fattori correlati sono:
1) Svuotamento intestinale incompleto
2) Fecaloma (diarrea paradossa)
3) Lesioni colorettali
4) Stress
5) Aumento della peristalsi
6) Declino del tono muscolare
7) Diarrea cronica
8) Immobilità
9) Farmaci
-Fase Pre-operatoria
In questa fase è importante conoscere le abitudini dell’eliminazione, la dieta alimentare che segue il
pz, il rapporto psicologico e di educazione con l’eliminazione e con le feci. Bisogna monitorare la
funzione intestinale e la capacità di emettere feci.
Accertamento:
Nel pre operatorio bisogna accettare le conoscenze della persona e della famiglia sulle procedure che
l’intervento chirurgico implica nelle fasi pre e post operatorie. Inoltre si valuta anche lo stato
nutrizionale.
Nel post operatorio invece si accerta la comparsa di eventuali complicanze secondarie quali
emorragie, infezioni, distensione addominale, ileo paralitico, peritoniti e ascessi.
In questa fasi le possibili D.I. possono essere:
1) Ansia correlata all’intervento o alla diagnosi di cancro
2) Rischio di gestione inefficace del regime terapeutico, correlata all’insufficiente informazione.
3) Ansia correlata alla perdita del controllo della funzione intestinale
4) Disturbo dell’immagine corporea correlato all’enterostomia
Pianificazione:
1) Ridurre l’ansia e aumentare la conoscenza sulla procedura chirurgica e su decorso post operatorio
2) Guarigione della ferita chirurgica
3) Protezione della cute nell’area peristomale
4) Prevenzione delle complicanze
-Monitoraggio complicanze
1) Deiscenza anastomosi - fistole:
2) Ileo paralitico:
3) Peritonite:
4) Infezione ferita
STOMIA
La stomia è un orifizio artificiale confezionato chirurgicamente sull’addome per consentire la
fuoriuscita degli effluenti (feci o urine) dall’organismo, poiché un tratto dell’apparato digerente o
urinario sono compromessi da una patologia e non possono svolgere le normali funzioni.
Possiamo avere due tipi di stomia:
1) Stomia terminale: che è il tipo più diffuso e prevede un solo abboccamento (o stoma) che viene
creato quando una delle estremità dell’ansa intestinale viene portata all’esterno attraverso un’apertura
praticata sulla parete addominale (solitamente è permanente)
2) Stomia laterale: con due abboccamenti, l’ansa prossimale e quella distale vengono suturate
lateralmente. Una permette la fuoriuscita delle feci e l’altro in comunicazione con il colon sottostante.
La porzione del viscere abboccato viene rivolto su se stesso e si sutura la mucosa alla cute
addominale del pz.
Nella ciecostomia l’intestino non viene completamente deteso. É solitamente eseguita nei pz a rischio
con occlusione colica o dilatazione colica idiopatica. Solitamente è eseguita a scopo decompressivo,
con una parziale derivazione delle feci tramite l’apposizione di un drenaggio a livello del cieco.
La trasversostomia è quasi sempre laterale, e la principale indicazione è una neoplasia della flessura
splenica o del discendente prossimale stenosante e non resecabile. Si può eseguire attraverso la
ferita mediana o una seconda incisione. Viene portata all’esterno la porzione di colon trasverso e si
incide orizzontalmente il trasverso.
La sigmoidostomia può essere sia terminale che laterale. Nella terminale, l’intervento chirurgico può
essere eseguito sia secondo la tecnica di Miles (ovvero amputazione e chiusura del retto +
abboccamento terminale del sigma) o secondo la tecnica di Hartmann (ovvero senza amputazione del
retto).
L’ileostomia consiste nella deviazione dell'ileo verso un'apertura eseguita appositamente sull'addome.
Essa è indicata nella:
1) Rettocolite ulcerosa
2) Morbo di Crohn
3) Poliposi ereditarie
4) Neoplasie multiple diffuse all’intestino
5) Traumi gravi
6) Perforazioni coliche (temporanea)
7) Megacolon tossico (temporanea)
8) A protezione di alcune anastomosi, es ileo-colorettali ecc. (temporanea)
La posizione dello stoma influisce sulle caratteristiche e sulla gestione del drenaggio. Più si avanza
lungo l’intestino più le feci sono formate e maggiore è il controllo che si può stabilire sulla frequenza di
scarica enterostomale. Ad esempio:
1) Ciecostomia: feci liquide ed irritanti
2) Trasversostomia (quasi sempre laterale): feci formate, frequenze scariche maggiore
3) Sigmoidostomia: feci formate, frequenza scarica minore
4) Ileostomia: effluenti liquidi ed irritanti. Perdite idroelettrolitiche.
Nella fase pre-operatoria, il paziente si trova in uno stato di forte stress psicologico in quanto deve
imparare a rapportarsi in futuro con una realtà che ad oggi non gli appartiene. Ciò può comportare a
problemi come:
1) Cambiamento di ruolo
2) Isolamento sociale
3) Perdita di intimità
4) Perdita capacità funzionale
Pertanto bisogna essere attenti e capaci di fornire informazioni giuste e comprensibili, assicurare che
il paziente prenda tutto il tempo necessario per assimilarle e fare domande e attendere che esso sia
pronto per informazioni più specifiche sull’intervento e sulla preparazione, sulla gestione della ferita
chirurgica e della stomia.
Nel disegno pre-operatorio per l’individuazione del punto ideale dove verrà confezionata la stomia
sulla parete addominale, si tiene conto di diversi punti dove deve stare lontana, come:
1) Lontana dal margine costale
2) Dall’ombelico
3) Da cicatrici pregresse
4) Da pieghe adipose
5) Dalla linea della vita
6) Dalla cresta iliaca
Il disegno definitivo della stomia fatto nel pre-operatorio viene effettuato a paziente supino, seduto ed
eretto. Infatti viene applicata la sacca e posizionato poi il paziente seduto, supino ed eretto per
simulare la realtà, e controllare il sito idoneo (che deve risultare comunque visibile e accessibile al
pz). Nel posizionamento della stomia si dovrà inoltre tener conto di abitudini di vita, abbigliamento e
religione. Un errato posizionamento può diventare un grave impedimento per l’attività lavorativa,
sportiva e di relazione della persona.
Nella fase post operatoria, l’assistenza deve avvenire fino alla dimissione del paziente, attraverso:
1) Sorveglianza
2) Controllo della quantità e della qualità dei drenaggi
3) Controllo dei parametri vitali
4) Posizionamento del paziente
5) Controllo e gestione dell’infusione
6) Controllo della ferita e dello stoma
-Igiene colostomia-ileostomia
La cura dello stoma e della cute è importante per tutti i pazienti con stomie. Un presidio per stomia è
costituito da una placca cutanea che dovrebbe proteggere la cute e una sacca per raccogliere le feci
e controllare l’odore. I presidi possono essere costituiti da un monopezzo quando la placca protettiva
è attaccata alla sacca, oppure può essere costituito da due elementi, una sacca e una placca con
flangia a cui deve essere agganciata la sacca. Inoltre la sacca può essere chiusa oppure drenabile.
(L’invenzione della sacca per colostomia si attribuisce all’infermiera Elise Sorensen)
Per la cura della cute peristomale ed evitare che insorgano segni di irritazione per la presenza di feci
irritanti, la procedura prevede:
1) Lavaggio sociale delle mani, e predisporre il materiale
2) Informare l’assistito
3) Far assumere posizione supina o seduta
4) Far scoprire l’addome e posizionare il telo sulla parte dello stoma
5) Indossare i guanti, mascherina e occhiali protettivi
6) Rimuovere il sistema di raccolta dall’alto verso il basso
7) Detergere la cute peristomale con movimenti circolari pulendo dall’esterno verso la stomia
8) Asciugare la cute tamponando e non frizionando
9) Ritagliare il foro della nuova placca dopo aver misurato lo stoma e tracciata poi la circonferenza
sulla carta adesiva nuova.
10) Valutare il complesso stomale
13) Rimuovere la pellicola dalla placca ed applicarla
14) Applicare la sacca di drenaggio alla barriera cutanea con un movimento rotatorio
15) Rimuovere telo o traversa. Eliminare i rifiuti.
16) Togliere i guanti ed eseguire il lavaggio delle mani
Nel caso in cui la superficie che circonda lo stoma è irregolare, con pieghe o cicatrici che impediscono
la perfetta adesione del sistema di raccolta, è possibile applicare una pasta in strisce modellabile.
Nel caso in cui invece la cute peristomale è già irritata o si è in presenza di secrezioni aggressive, si
può utilizzare una piastra protettiva che assorbi gli umori della pelle e allo stesso tempo ne permette
la respirazione.
La sacca dovrebbe essere svuotata del contenuto fecale quando è piena di circa un 1/3, perché se
troppo piena il peso potrebbe farla staccare.
Svuotare la sacca di stomia è una procedura pulita, ma non sterile.
La sacca dopo essere stata svuotata deve essere lavata con acqua calda utilizzando una siringa a
cono catetere. L’aria è poi eliminata complimento la sacca e chiudendo la clip di sicurezza.
Nella gestione della stomia, è necessario che nell’assistenza sia integrati l’educazione del paziente
per favorire l’autocura.
La cura della stomia (o “stoma care”) e la scelta dei presidi di raccolta sono di competenza
dell’infermiere, il quale prima controlla le condizioni della stomia (colore, posizione rispetto al piano
cutaneo, eventuali segni di altre complicanze) e poi, in base alle esigenze della persona e alla
tipologia di stomia, sceglie il presidio di raccolta idoneo. Nello stoma care:
1) Preservare l’integrità cutanea peristomale (questo perché la cute peristomale è soggetta a forte
stress con: irritazione, disidratazione, macerazione, tensione cutanea e devascolarizzazione)
2) Mantenere il presidio in situ per il tempo prestabilito e scegliere il presidio giusto (questo perché un
presidio errato può portare a: irritazione, infezioni, reazioni di sensibilizzazione, ulcerazioni, allergia e
anche dermatite da contatto).
3) Promuovere il benessere e il confort della persona assistita
4) Promuovere l’autonomia dell’assistito attraverso vari metodi didattici come: incontro formativo,
addestramento-simulazione, istruzione operative.
-Irrigazione transtomale
La procedura di irrigazione di una stomia è simile a quella del clistere. È utilizzata solo per i pz con
una colostomia sigmoidea o discendente. Lo scopo è quello di distendere l’intestino, con conseguente
stimolazione della peristalsi per indurre l’evacuazione. Quando si stabilisce un ritmo di evacuazione
regolare, mettere una sacca per colostomia non è più necessario.
Gli obiettivi di tale tecnica riabilitativa sono:
1) Evitare la continenza intestinale e regolare il ritmo delle evacuazione, favorendo un periodo di
riposo intestinale.
2) Recuperare socialmente la persona con stomia
3) Ottenere la pulizia del colon per scopi diagnostici
Oltre che: guanti monouso, gel lubrificante, acqua e sapone, carta, sacchetto per i rifiuti e presidi di
ricambio.
La procedura prevede:
1) Riempire l’irrigatore con 1 l di acqua potabile tiepida ed appenderla al gancio.
2) Attaccare il catetere al deflussore. Aprire poi il morsetto e far scorrere il liquido attraverso il
deflussore per espellere l’aria.
3) Lavare le mani e indossare i guanti monouso
4) Rimuovere la sacca della colostomia
5) Centrare il manicotto di drenaggio per irrigazione sullo stoma, fissandolo bene.
6) Lubrificare la punta del beccuccio a cono
7) Eseguendo un movimento rotatorio, inserire il catetere o il beccuccio a cono nell’apertura sopra il
manicotto di drenaggio dell’irrigazione e delicatamente nello stoma. Inserire il catetere per 7 cm circa.
Inserire il beccuccio a cono fin quando non risulta fissato.
8) Aprire il morsetto del deflussore e lasciare scorrere il liquido nell’intestino.
9) Quando tutto il liquido è stato introdotto, rimuovere il catetere o il beccuccio a cono per consentire
al colon di svuotarsi, di solito 10-15 minuti
10) Dopo 3-4 scariche si procede all’igiene dello stoma.
11) applicare sacca pulita o presidi idonei
L’ora delle irrigazioni deve essere il più possibile costante. Quindi proporre al paziente di riprendere
attività abituali collegabili alla defecazione (es. dopo il caffè, fumare, leggere, ecc.) Il deflusso di
acqua deve essere lento e interrotto anche per 2-3 minuti se insorgono crampi. Il tempo di emissione
delle feci varia da circa 20 fino a 50 minuti.
I cibi che aumentano la motilità intestinale: latte, formaggi, alcol, bevande gassate, dolciumi, specie,
cibi fritti, prugne, verdure crude, sedano, legumi, pasta integrale, ecc.
I cibi che rallentano la motilità intestinale invece: pane, pasta, riso, carni bianche, pesce a vapore,
carote crude, mele, banane, ecc.
I cibi che riducono la produzione di cattivi odori: prezzemolo, succo di mirtilli, yogurt, ecc.
TRACHEOTOMIA E TRACHEOSTOMIA
Nelle operazioni cervice-facciale non è raro l’apposizione di una Tracheostomia. Le differenze tra una
Tracheotomia e una Tracheostomia sono che:
1) Tracheotomia: si definisce tracheotomia l’apertura temporanea della parete tracheale e della cute
con conseguente comunicazione tra la trachea e l’ambiente esterno, che consente un passaggio di
aria atto a garantire una efficace respirazione. Viene praticata in interventi di in cui si ritiene difficile
l’intubazione per bocca, in caso di ostruzioni delle vie aeree superiori, ecc.
2) Tracheostomia: la Tracheostomia è invece la creazione di un’apertura permanente della trachea,
mediante abboccamento della breccia tracheale alla cute cervicale creando un contatto diretto con
l’ambiente esterno. Viene eseguita in caso di insufficienza respiratoria come ictus, coma, paralisi,
sclerosi multipla ecc., in caso di tumore laringeo, in caso di infezione polmonare grave ecc.
Nella gestione della tracheotomia, in primis bisogna eseguire una raccolta dati:
1) Stato respiratorio del pz con frequenza, ritmo, profonda, saturazione e rumori respiratori
2) Frequenza del polso
3) Qualità e quantità delle secrezioni
4) Caratteristiche del sito tracheostomico
5) Caratteristiche dell’incisione (edema, arrossamenti, pus, ecc.).
Il ruolo dell’infermiere è quello di assicurare la pervietà della cannula e la riduzione del rischio di
infezione.
Inizialmente può essere necessario aspirare la tracheostomia ogni 2 ore.
[Inizialmente l’alimentazione non può riprendere per os, pertanto si garantisce la nutrizione con una
nutrizione enterale tramite SNG o parenterale. L’alimentazione riprende previo controllo di assunzione
liquidi. Infatti dopo 6-7 giorni, una prova empirica viene eseguita quando con cannula a cuffia gonfia,
si fa bere al pz un sorso di acqua con Blu di Metilene; se la cicatrice non è ben rigenerata, abbiamo il
passaggio dell’acqua e la sua fuoriuscita. Ciò può accadere anche in caso di deiscenza o fistole che
permettono la fuoriuscita di acqua sporcando la medicazione del colorante (in tal caso non si riprende
l’alimentazione).
Il materiale che bisogna utilizzare per gestire la tracheostomia è composto da: guanti monouso e
sterili, rondini sterili per aspirazione, fisiologica, medicazione sterile a V, garze sterili, pinze klemmer e
forbici sterili, nastri di fissaggio, cannule interne sterili e contenitori per i rifiuti.
Solitamente la gestione della tracheostomia viene eseguita da 2 operatori (uno che esegue e l’atro di
supporto). Questo perché l’operatore di supporto deve rimanere costantemente fermo a mantenere la
flangia per impedire dislocazioni della cannula durante la pulizia del sito.
La procedura prevede:
1) Identificare il pz e spiegargli la procedura.
2) Eseguire l’igiene delle mani e prevedere la privacy
3) Posizionare il pz in una posizione di semi flower o flower
4) Preparare il campo sterile con tutto il materiale necessario per la gestione della tracheostomia
5) Indossare i guanti monouso
6) Sbloccare e rimuovere la cannula interna se presente e pulirla (ad oggi però si preferisce sostituita
con una monouso sterile)
7) Rimuovere la medicazione tracheostomica sporca. Gettarla insieme ai guanti
8) Si effettua l’igiene delle mani e si indossare i guanti sterili
9) Detergere l’incisione e la flangia della cannula con soluzione fisiologica sterile (attenzione a non far
cadere la soluzione nell'albero bronchiale in quanto potrebbe provocare tosse). Lo stesso per i
disinfettanti che possono irritare.
10) Asciugare la cute e applicare una medicazione sterile tramite medicazioni preconfezionate oppure
medicazione idrocellulare per tracheostomia non adesiva e assorbente. Evitare garze in cotone e/o
ritagliate (le fibre di cotone possono essere aspirate e provocare ascesso della trachea).
11) Stabilizzare la cannula e cambiare i nastri o il collare in velcro.
12) Eliminare gli scarti, lavare le mani e registrare la procedura.
É necessaria inoltre una corretta educazione del pz e della famiglia sulle precauzioni da eseguire una
volta dimesso, come ad esempio:
1) Favorire la doccia al bagno, per evitare che l’acqua entri nella stomia, oppure utilizzare una
protezione in plastica non occlusiva.
2) Utilizzare un umidificatore in quanto l’aria potrebbe seccare le vie respiratorie
3) Sconsigliare il nuovo
4) Sconsigliare l’uso di spray o talco che potrebbero ostruire la stomia o irritarla.
5) Evitare lavori troppo stancanti
6) Individuare i segni di infezione ed utilizzare eventuali filtri antibatterici da posizionare direttamente
sulla cannula.
MELANOMA
Il melanoma è un tumore maligno che origina dai melanociti. La sede elettiva di origine del tumore è
la cute, ma esistono forme di melanoma maligno extra cutaneo a livello delle mucose (cavità orale,
retto, intestino, vagina e vulva) e a livello dell’occhio.
Sebbene si sia rilevato un aumento dell’incidenza del melanoma in entrambi i sessi, la sua mortalità
non è variata grazie ad una migliore educazione sanitaria e ai mezzi di screening che consentono una
precoce identificazione delle lesioni.
In Italia costituisce il terzo tumore più frequente al di sotto dei 49 anni ed oltre il 50% dei casi di
melanoma viene diagnosticato entro i 59 anni.
-PREVENZIONE MELANOMA
Prevenzione primaria: mirata ad evitare l’insorgenza dei melanomi adottando misure come l’utilizzo di
creme solari protettive quando ci si espone al sole, evitare l’esposizione prolungata e nelle fasce
orarie pericolose, evitare scottature in età infantile ed evitare l’uso di lettini UV per l’abbronzatura.
Prevenzione secondaria: misure adottate per scoprire precocemente il tumore. È utile come prima
metodica di screening l’analisi clinica mediante il sistema ABCDE. Lo screening è importante per
ridurre la mortalità.
-SISTEMA ABCDE
Ci permette un controllo sistematico e completo dei nei. I parametri valutati sono:
A: asimmetria del neo
B: bordi irregolari
C: colore non omogeneo e variegato
D: diametro (> 5-6 mm)
E: evoluzione nel tempo
-STADIAZIONE MELANOMA
La stadiazione TNM del melanoma ci permetterà di determinare la prognosi la terapia del paziente.
Il tumore metastatizza più frequentemente alla cute stessa, ai linfonodi extraregionali, al polmone, al
fegato, al cervello e alle ossa.
Le metastasi cutanee inoltre possono essere:
- Metastasi Satellite, ovvero sono poste sul derma a 2 cm o meno dalla lesione primitiva.
- Metastasi in Transit, ovvero sono poste sul derma ad una distanza maggiore di 2 cm dalla
lesione primitiva.
La diffusione può avvenire per continuità, per via linfatica ed ematogena.
La stadiazione clinica include la microstadiazione del melanoma maligno primario è la valutazione
clinica/radiologica delle metastasi. Per convenzione dovrebbe essere usata dopo l’escissione del
melanoma primario, con una diagnosi clinica per le metastasi regionali e a distanza.
La stadiazione patologica include la microstadiazione del melanoma primario e le informazioni
istologiche dei linfonodi regionali dopo parziale o completa linfoadenectomia.
Il primo esame da eseguire è rappresentato dalla radiografia del torace, seguito da una TC total body
con mezzo di contrasto per la valutazione del coinvolgimento di altri organi ed Ecografia per i
linfonodi; eventualmente è da associare anche una PET-TC al fine di ottenere una maggiore
accuratezza nella definizione dell'estensione della malattia.
La RMN encefalo è auspicabile invece sia per lesioni evidenziate alla TC sia per definire numero e
dimensione delle lesioni cerebrali.
Nei pazienti con sospetto stadio IV di malattia viene consigliato ovviamente un accertamento bioptico
della lesione metastatica soprattutto se la TC o la PET non sono dirimenti.
L’esplorazione dei linfonodi locoregionali è un momento di estrema importanza sia dal punto di vista
statistico che prognostico, oltre ad avere un significato terapeutico in caso di positività.
La Tecnica del Linfonodo Sentinella è una metodica atta ad individuare il primo o i primi linfonodi
deputati al drenaggio linfatico della zona interessata dal tumore, consentendo un’asportazione
chirurgica e la valutazione anatomo-patologica degli stessi, risparmiando al paziente una dissezione
linfonodale completa a priori. Se il primo linfonodo risulta negativo, verosimilmente anche gli altri lo
sono. Se invece è positivo, è possibile che anche gli altri successivi lo siano.
Di conseguenza, lo stato del linfonodo sentinella è il fattore prognostico maggiormente significativo
per il melanoma per quanto riguarda la progressione e la sopravvivenza.
La biopsia del linfonodo sentinella risulta avere una accuratezza del 99% per l’identificazione di
micrometastasi clinicamente occulte nei linfonodi regionali. Tale procedura si effettua solo in due casi,
nel Melanoma e nel Tumore della mammella; questo perché vi è l’interessamento dei linfonodi
ascellare e quelli dell’inguine.
Ciascuno di noi può essere impegnato a livello territoriale ad educare una persona alla valutazione e
all’attenzione nei confronti di eventuali nei presenti. É importante insegnare la possibilità di eseguire
l’Autoesame della cute: posizionando due sedie, uno specchio e uno specchietto. Avvicinandosi allo
specchio, la persona dovrebbe essere nuda e cominciare ad alzare le mani con i palmi in su, per
osservare la mano, le dita, unghia e gli avambracci. Poi bisogna porsi di fronte allo specchio, piegare
le braccia con le mani verso l’alto e orientandole verso di sé per osservare braccia e gomiti. Poi
ispezionare tutta la cute partendo dal viso, poi collo, torace, addome, pube, cosce e [Link] le
braccia e girarsi lateralmente per valutare il lato del corpo e le ascelle. Per il retro del corpo bisogna
porsi di spalle allo specchio e con l’uso dello specchietto ci si guarda il collo, le spalle,la schiena, le
natiche, le cosce e le gambe. Se ci sono difficoltà motorie si può chiedere ad un familiare o al care
giver una mano. L’altra sedia serve per appoggiare le gambe e valutarle con l’uso dello specchietto.
Importante inoltre seguire la mappatura dei nei per il monitoraggio nel tempo.