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RELAZIONE GRUPPO<=>INDIVIDUO
PSYCHOMEDIA
Sport e Psiche

Ansia e panico nell’immersione subacquea


di Salvatore Capodieci

PREMESSA

Un recente studio ha dimostrato che oltre la metà dei sub esperti intervistati ha sperimentato
almeno una volta un attacco di panico [1]. Statistiche del DAN (Divers Alert Network) [2] e
dell’Università del Rhode Island [3] sostengono che il panico è stato responsabile del 20-30
percento degli incidenti mortali in immersione ed è probabilmente la prima causa di morte nelle
attività subacquee. In una situazione di panico, il sub ha una sola cosa in mente: raggiungere la
superficie il più rapidamente possibile; in simili circostanze dimentica di respirare normalmente,
con il risultato di una possibile embolia gassosa arteriosa.
Zeidner [4] evidenzia che le prime fasi di molte forme di stress possono associarsi all’ansia e
sottolinea come di quest’ultima faccia parte il timore di andare incontro ad un incidente. Questa
paura può essere reale o simbolica. Secondo Zeidner le principali caratteristiche di questo tipo
d’ansia sono:
A. L’individuo percepisce la propria situazione come minacciosa, difficile o impegnativa.
B. L’individuo considera la sua capacità di far fronte a questa situazione come insufficiente.
C. L’individuo si concentra sulle conseguenze negative che conseguiranno al suo fallimento (di
risolvere i problemi), piuttosto che concentrarsi sul trovare delle possibili soluzioni alle sue
difficoltà.
L’ansia persistente per un lungo periodo di tempo può degenerare in uno stato di panico.
L’ansia, comunque, fa sempre riferimento a un eccessivo senso di apprensione e timore.
Caratterizzata da sintomi fisiologici, a volte di tipo neurovegetativo, può produrre sia sintomi di
tipo fisico che psicologico. L’ansia può determinare dubbi sulla natura e la realtà della minaccia
così come dubbi riferiti a se stessi relativi alla capacità di affrontare la situazione. I sintomi fisici
possono variare grandemente, dalla sudorazione delle mani e la tachicardia delle forme medie
fino all’agitazione psicomotoria, alla paralisi emotiva o allo scatenarsi di un attacco di panico o di
una reazione fobica.
La differenza è solo un fatto tecnico. I sintomi dell’ansia variano da persona a persona, da una
situazione all’altra e anche da un momento ad un altro nello stesso soggetto.
L’ansia serve ad uno scopo ben preciso: è un allarme ad una minaccia, che ha un valore di
sopravvivenza. La fuga è la risposta comportamentale più tipica alla paura. Occasionalmente è
però necessaria un’azione diretta (combattere invece di scappare) e un’attivazione fisiologica può
provocare a volte una reazione da eroe, come attaccare uno squalo o gettarsi nelle acque fredde di
un fiume per salvare un cane che sta per affogare.
Alcuni studi hanno evidenziato che un livello medio di ansia garantisce una prestazione ottimale
in certe situazioni. Le persone che sperimentano un grado di ansia che va da leggera a moderata
hanno un grado di “arousal” che consente loro un livello prestazionale migliore delle persone che
non provano ansietà. Un livello medio provoca a volte un aumento della motivazione a
concentrarsi sulle proprie finalità.
Un eccesso tende, invece, a far incentrare l’individuo su se stesso e sulle proprie paure
allontanandolo dai suoi obiettivi. Un basso livello d’ansia può aiutare il subacqueo ad essere più
prudente. Un eccessivo stato d’ansietà può condurre a quella dimensione cognitiva e percettiva
ridotta, nella quale la concentrazione e l’attenzione del subacqueo può spostarsi su timori interiori
facendogli trascurare aspetti importanti, come la risalita lenta verso la superficie.
Il panico, invece, può essere un segnale quando si presenta uno stimolo oppure può insorgere in
modo spontaneo se si presenta in assenza di un elemento scatenante (a parte, forse, un semplice
pensiero o un’idea); in confronto con “l’attacco o fuga” dell’ansia, i segni e i sintomi del panico
sono più pronunciati. L’attacco di panico ha un esordio improvviso, raggiunge molto rapidamente
un picco sintomatologico (10 minuti o meno dall’insorgenza), svanisce entro 60 minuti ed è
spesso accompagnato da un senso di catastrofe imminente e dall’urgenza di allontanarsi. La
sintomatologia del panico è molto più debilitante della crisi d’ansia; il pensiero razionale viene
sospeso e le persone possono restare bloccate, ad esempio rimangono fisse in una posizione
oppure reagiscono in modo imprevedibile o in modo da mettersi in pericolo [5].

ANSIA E IMMERSIONE
L’ansia può essere scatenata da un’infinità di fattori e pochi luoghi possiedono un’abbondanza di
stressor come il mare. In almeno un’occasione il mare ha favorito l’emergere dei timori più
estremi della razza umana, dalla paura di cascare a capofitto in un abisso sconosciuto al terrore di
essere divorato da un mostro marino, al timore dell’ambiente che sta sopra, quando ci si trova in
profondità.
Tre sono le principali fonti dalle quali possiamo trarre le informazioni per la valutazione
dell’ansia:
1. i parametri fisiologici
2. il comportamento
3. ciò che il soggetto riferisce
I disturbi d’ansia sono fra i disturbi psichici quelli che più di frequente e in misura più marcata
determinano un’alterazione dei parametri fisiologici (frequenza cardiaca, pressione arteriosa,
respirazione accelerata, ecc.) che esprimono una modificazione dell’attività del Sistema Nervoso
Autonomo e in particolare della sua componente adrenergica. Questo potrebbe far pensare che ci
siano dei parametri obiettivi in base ai quali misurare la gravità del disturbo ansioso e le sue
variazioni.
In realtà i sentimenti ansiosi (e quindi la gravità del disturbo) correlano scarsamente con i
parametri fisiologici, sia per un alta variabilità soggettiva della risposta fisiologica allo stress, sia
perché la correlazione tra attività fisiologica e sensazioni somatiche è bassa.
In definitiva, perciò, le modificazioni dei parametri fisiologici in rapporto al disturbo d’ansia
hanno un notevole interesse euristico, ma sono pressoché inutilizzabili nella valutazione della
gravità e delle modificazioni della componente psichica di questo disturbo perché non c’è
rapporto biunivoco fra loro.
I subacquei professionisti e quelli che hanno effettuato corsi di salvataggio sono addestrati a
riconoscere in loro stessi e negli altri i sintomi d’ansia [6], che si possono riepilogare nei seguenti
atteggiamenti:
- Respirazione accelerata o iperventilazione
- Tensione muscolare
- Articolazioni bloccate
- Occhi spalancati o evitamento del contatto visivo
- Irritabilità o distraibilità
- Comportamento di “fuga verso la superficie”
- Temporeggiare, ad esempio impiegare troppo tempo a preparare l’attrezzatura o ad entrare in
acqua
- Problemi immaginari riferiti all’attrezzatura o alle orecchie
- Essere logorroici o diventare distaccati e silenziosi
- Mantenere una presa stretta in acqua con la scaletta della barca o con la cima dell’ancora
E’ fondamentale che gli istruttori imparino ad intervenire prima che lo stato d’animo o gli eventi
stressanti diventino eccessivi determinando sfinimento, panico o un incidente subacqueo. Se
ansia e sintomi scatenanti del panico aumentano, la capacità del subacqueo di identificarli e
trovare una risposta adeguata diminuisce. In una situazione impegnativa è molto difficile per il
subacqueo riconoscere e interrompere l’escalation dell’ansia prima che raggiunga le proporzioni
del panico.
Anche il comportamento del soggetto (risalire velocemente per uscire dall’acqua, irritabilità,
atteggiamento sprezzante del pericolo, emettere bolle in continuazione, ecc.) al pari dei parametri
fisiologici è estremamente variabile da individuo a individuo e non correla in maniera stretta con
la sensazione soggettiva di ansia: per questo motivo non può essere assunto, da solo, come punto
di riferimento per individuare e misurare l’ansia.
La fonte primaria di informazione rimane pertanto ciò che riferisce il soggetto potendo, gli altri
due campi (aspetti fisiologici e comportamentali), contribuire soltanto a sottolineare, a
confermare o ad amplificare quanto viene comunicato. Un subacqueo può apparire tranquillo e
non avere alterazioni di respiro e battito cardiaco, ma presentare poco dopo un attacco di panico.
Ne deriva perciò che per la valutazione del disturbo d’ansia è necessario far ricorso agli strumenti
standardizzati di valutazione come test e questionari di auto o eterosomministrazione.

L’ATTACCO DI PANICO
Studi epidemiologici sulla popolazione condotti negli USA hanno osservato una prevalenza
annuale dei disturbi di panico compreso tra 0,4/100 e 1,5/100, mentre quelli europei e italiani
danno una prevalenza annua del 1, 7/100 [7]. Uno studio [8], tra chi pratica attività subacquea, ha
evidenziato che il panico è più alto fra le donne (64%) rispetto agli uomini (50%), ma che sono
maggiormente questi ultimi (48%) che percepiscono questo evento come una minaccia alla
propria vita (nelle donne la percentuale è del 35%).
Anche subacquei con molti anni di esperienza possono sperimentare un attacco di panico. Una
possibile spiegazione è data dall’ipotesi che in tali situazioni il subacqueo, perdendo la familiarità
con gli oggetti dell’ambiente circostante, sperimenti una forma di deprivazione sensoriale.
Questo fenomeno è stato definito “Blu Orb Syndrome”, che ha delle caratteristiche che lo
avvicinano all’Agorafobia che può accompagnare il panico sulla terraferma.
Gli attacchi di panico, secondo il DSM-IV-TR [9], possono manifestarsi nel contesto di qualsiasi
Disturbo d’Ansia come pure in altri disturbi psichici (fobia sociale, fobia specifica, disturbo
ossessivo-compulsivo, disturbo post-traumatico da stress o disturbo d’ansia di separazione) e in
alcune condizioni mediche generali. Si suddividono in:
a) attacchi di panico inaspettati (non provocati): il subacqueo non ha alcun fattore di stress e
avverte l’attacco a “ciel sereno”;
b) attacchi di panico causati dalla situazione (provocati) che si manifestano subito dopo
l’esposizione a, o nell’attesa di, uno stimolo o fattore scatenante situazionale, come la perdita
d’aria o altri malfunzionamenti dell’attrezzatura, il disorientamento in un relitto o in una grotta,
una visibilità molto ridotta o il non vedere più il compagno di immersione.
c) attacchi di panico sensibili alla situazione, che sono simili agli attacchi del punto b), ma non
sono invariabilmente associati allo stimolo e non si manifestano necessariamente subito dopo
l’esposizione (ad esempio un attacco di panico si manifesta dopo mezz’ora in cui si è incrociato
uno squalo o dopo aver effettuato una discesa nel “blu” lontano dalla parete).
E’ stato osservato che individui ansiosi, sottoposti ad esercizio fisico intenso mentre indossano
una maschera, se la strappano via dal viso se credono di non poter respirare adeguatamente. E’
stato riferito di subacquei in preda al panico, che si toglievano l’erogatore e resistevano se il
compagno cercava di rimetterglielo in bocca, nonostante avessero le bombole cariche ed un
sistema di erogazione perfettamente funzionante.
Un semplice pensiero o un’associazione può spesso far partire una reazione a catena di pensieri,
come la seguente: “Ho troppo peso - Che succede se vado a fondo troppo velocemente? - Potrei
rompermi un timpano - Nessuno potrebbe essere in grado di raggiungermi in tempo - Potrei finire
sul fondo a oltre 25 metri lontano dalla barriera corallina - Potrei essere ferito - Sto per annegare -
Panico!”
Rimane un interrogativo: perché alcune persone vanno incontro ad un attacco di panico, mentre
altri mostrano solo ansietà e riescono a gestire la situazione razionalmente. I fattori possono
essere diversi, tra i quali: l’importanza specifica dello stimolo esterno per l’individuo coinvolto, il
fatto che ci sia stato uno specifico addestramento e i risultati che l’addestramento ha avuto nel
rafforzare le difese e l’adattabilità dell’individuo nei confronti di situazioni impreviste.

STRUMENTI E METODI
Alcuni specialisti raccomandano dei metodi di selezione per le persone che decidono di
intraprendere l’attività subacquea e confidano principalmente sulla loro esperienza clinica e solo
indirettamente sulla ricerche scientifiche.
I principali studi sulla selezione dei subacquei sono i seguenti:
1. Baddeley e coll. [10], suggeriscono la seguente batteria di test:
a. Biographical questionnaire
b. Personality questionnaire
c. Matrici di Raven
d. Bennet Hand-Tool Dexterity Test
e. Bennett Mechanical Comprehension Test
2. Le ricerche di Deppe trattano l’analisi fattoriale di 29 diverse attività correlate al livello di
successo in un gruppo di subacquei. I risultati ottenuti indicano che la batteria di test usati per
selezionare i subacquei dovrebbe misurare i seguenti aspetti:
a. Capacità di nuotare e l’abilità per la subacquea attraverso un pre-corso.
b. Intelligenza
c. Riuscire ad eseguire una prova di orientamento
d. Maturità emotiva
3. Dolmierski & Kwaitkowski [11] e più tardi Dolmierski [12], hanno studiato i subacquei in
Gdansk, Polonia, suggerendo di misurare le seguenti capacità o tratti:
a. Intelligenza generale e pratica
b. Attenzione
c. Normalità (contrapposta a Nevroticismo)
d. Abilità psicomotorie
e. Stabilità emotiva
f. Capacità di far fronte allo stress
g. Orientamento spaziale
h. Velocità di risposta
4. Gerstenbrand e altri studiosi tedeschi [13] consigliano due brevi test per uno screening iniziale
ai candidati all’attività subacquea:
a. Matrici di Raven
b. Un test che controlli le capacità oculo-motorie sotto pressione
5. Hickey [14] dà le linee guida su come controllare i candidati per la subacquea. Queste
comprendono un intervista psichiatrica standard come descritta di seguito.
Esame psichiatrico: questo è uno degli aspetti più importanti dell’esame medico. I subacquei
dovrebbero essere persone mature, emotivamente stabili e con buona capacità di giudizio.
L’abilità a vivere e lavorare in isolamento e in spazi chiusi è critica tanto per la subacquea
militare che per quella commerciale.
Secondo l’autore rappresentano una controindicazione assoluta a svolgere questa attività le
seguenti patologie (in particolare i punti e, g, h, i):
a. Claustrofobia
b. Ideazione suicidaria
c. Psicosi
d. Alcune nevrosi. L’esaminatore dovrebbe valutare il pericolo che l’ambiente subacqueo può
avere sul comportamento nevrotico con conseguente alterazione della capacità di giudizio.
e. Stati d’ansia
f. Grave depressione
g. Stati maniacali
h. Uso di stupefacenti
i. Alcolismo
I suggerimenti proposti da questi cinque studi non sono però supportati da significative evidenze
empiriche.
Una proposta metodologica, che ritengo sia di facile applicazione e possa rappresentare una
semplice metodica per la prevenzione degli incidenti subacquei dovuti ad attacchi di panico
durante l’attività subacquea, si basa sull’opportunità di riconoscere gli individui più suscettibili al
panico proponendo una piccola batteria di test:
1. Il Clinical Anxiety Scale (CAS) di Thyer, una scala di autovalutazione di 25 item che ha come
obiettivo la misurazione della quantità, del grado e della gravità dell’ansia. La CAS, formulata
con un linguaggio semplice, è di facile somministrazione e interpretazione e si è dimostrata
capace di discriminare fra soggetti ansiosi e non ansiosi [15].
2. Lo State-Trait Anxiety Inventory (STAI), sviluppato da Spielberger, è uno dei test più
utilizzati per identificare l’eventuale predisposizione all’ansia e al panico e differenzia l’ansia in
ansia di stato e ansia di tratto [16].
3. Self-rating Anxiety Scale (S.A.S.) di Zung, che consente di valutare l'ansia come entità clinica
attraverso la misurazione oggettiva delle informazioni provenienti unicamente dal soggetto [17].
Il CAS è un test di screening, le persone che riportano un punteggio significativo per l’ansia
vengono valutate con lo STAI per identificare l’ansia come tratto di personalità. La scala di Zung
dovrebbe essere una sorta di promemoria che il subacqueo passa in rassegna per addestrarsi a
quantificare il proprio livello d’ansia.
E’ chiaro che i soggetti che riportano un alto punteggio nei tratti d’ansia hanno potenzialmente un
rischio più alto di sviluppare un attacco di panico rispetto a chi riporta punteggi nella norma.
Questi test possono identificare una tendenza al panico con un’accuratezza molto elevata. La
predisposizione all’ansia può, comunque, essere superata con l’aiuto dell’esperienza e
dell’addestramento. Escludere, pertanto, dall’attività subacquea coloro che hanno semplicemente
un livello intrinseco d’ansia maggiore sarebbe difficile e probabilmente non legittimo. Ci si deve
chiedere, comunque, se l’argomento del panico in immersione sia affrontato a sufficienza in
quanto i rischi collegati al panico potrebbero essere sottovalutati in conseguenza della necessità
di promuovere e “commercializzare” l’attività subacquea. E’ indispensabile, pertanto, che le
didattiche dedichino ampio spazio al problema del subacqueo ansioso, del panico e della sua
gestione, fin dai primi livelli di addestramento e, in particolare, durante l’addestramento degli
istruttori.

DISCUSSIONE
Non bisogna dimenticare che ci sono anche alcune situazioni di tipo medico che possono
comportare sintomi d’ansia: anemia, prolasso della valvola mitrale, aritmie cardiache, disfunzioni
vestibolari, la sindrome premestruale, alcuni sintomi della menopausa, il diabete, l'ipoglicemia,
disturbi di tiroide e paratiroidi, l'asma e alcune infezioni sistemiche.
Numerosi medicinali possono aggravare uno stato d’ansia. Alcune sostanze come la caffeina, la
nicotina e altri prodotti usati come stimolanti, la pseudoefedrina (un decongestionante) [18], la
teofillina (un broncodilatatore usato nella terapia dell’asma o della bronchite cronica), alcuni
antiipertensivi e l’astinenza da alcool possono precipitare un attacco di panico.
In modo simile, concomitanti stress di tipo psicologico, come problemi lavorativi, preoccupazioni
economiche, difficoltà relazionali, precedenti esperienze o pensieri di tipo svalutativo (come il
dubitare delle proprie capacità o il percepire di non avere il controllo della situazione) possono
accrescere le possibilità di insorgenza del panico. Alcune ricerche hanno trovato che le
preoccupazioni croniche predispongono maggiormente alle reazioni d’ansia e comportano
maggior difficoltà nella capacità di rilassarsi rispetto a quella che hanno gli individui che sono
meno predisposti a preoccupazioni o a ruminazioni ossessive [19].
Numerose ricerche discutono dell’uso di farmaci per la prevenzione dell’attacco di panico e a
molti soggetti, che praticano l’immersione subacquea sono stati prescritti farmaci, come
imipramina, propanololo, paroxetina, fluoxetina o alprazolam, che si utilizzano nella terapia del
disturbo d’ansia e degli attacchi di panico.
Questi stessi studi riconoscono delle perplessità sull’utilizzo da parte dei sub di certi medicinali,
specialmente se hanno una tendenza a dare sonnolenza o per il fatto che potrebbero in ogni modo
danneggiare la consapevolezza dell’ambiente da parte del subacqueo [20].
Sono state usate anche una varietà di tecniche non farmacologiche per il trattamento dell’ansia,
per le quali ci sono poche controindicazioni e in alcune persone, come quelle che presentano
effetti collaterali ai farmaci, possono essere preferibili. Le principali sono: la desensibilizzazione
sistematica, le tecniche implosive, la tecnica cognitivo-comportamentali e l’ipnosi. La
comprensione dei meccanismi dell’ansia aiuta a capire come queste tecniche possono funzionare.
Desensibilizzazione sistematica
Si tratta della tecnica più consolidata nel tempo e più utilizzata dai terapeuti comportamentisti; è
stata sviluppata dallo psichiatra sudafricano Joseph Wolpe. Viene utilizzata soprattutto per il
trattamento delle fobie e consiste nell'aiutare il cliente a rilassarsi e, quindi, gradualmente, ad
affrontare la situazione o gli oggetti temuti.
Ha le sue radici nella teoria comportamentale dell’apprendimento che si basa nei suoi aspetti
sostanziali sul principio che ad ogni azione segue una reazione. Nella situazione di cui parliamo,
uno stimolo (entrare in acqua) comporta una risposta (evitamento ed ansia). I teorici del
comportamentismo sostengono che se la paura può essere condizionata o appresa, potrebbe con
un piccolo impegno essere anche disimparata.
Neutralizzando lo stimolo che provoca ansia con un altro non ansiogeno o che suscita un
sentimento incompatibile con l’ansia, come il rilassamento, la persona dovrebbe essere in grado
di superare l’originale sorgente dell’ansia. Per esempio, un allievo è motivato ad immergersi ma
sperimenta ansia non appena ha terminato di preparare l’attrezzatura e sta per immergersi. Il solo
pensiero di immergersi in acque libere causa accorciamento del respiro, tachicardia e profusa
sudorazione. Per superare questo stato, il soggetto apprende tecniche di rilassamento, come il
controllo del respiro e l’alternare tensione e rilassamento di gruppi di muscoli per arrivare ad una
consapevolezza della differenza tra essere tesi ed essere rilassati.
L’allievo sviluppa una gerarchia di pensieri e comportamenti che producono ansietà, che vanno
da quelli che producono il minimo stato d’ansia (stare sul bordo della piscina) a quelli che ne
producono uno maggiore (stare in piscina con l’attrezzatura completa) fino a quelli che danno il
massimo di ansia (stare immersi in fondo alla piscina).
Le persone possono passare attraverso una serie di esercizi mentali, come immaginare di
avvicinarsi all’acqua, di preparare con attenzione e grande meticolosità la propria attrezzatura e
quindi di scendere in piscina. Alcuni soggetti possono, invece, scegliere di effettuare una serie di
esercizi, come camminare nella piscina, respirare attraverso un erogatore stando nell’acqua che
gli arriva alla cintura, inginocchiarsi con la sola testa sott’acqua.
Può essere effettuata anche una combinazione delle due metodiche. In base alle motivazioni
individuali degli allievi, alla pazienza degli istruttori, dei dive master e del compagno di
immersione, il candidato sub dovrebbe essere in grado di ridurre in modo significativo la sua
ansia al punto da sperimentare la piacevolezza dell’attività subacquea.
In conseguenza di questo, ogni immersione che è stata condotta con successo tende a rinforzare
gli aspetti positivi dell’immersione ricreativa.
Tecniche implosive (flooding)
Le tecniche implosive [21] tendono a sovraccaricare l'allievo con una serie di stimoli ansiogeni,
con l’idea che il soggetto può velocemente abituarsi allo stressor. Sebbene non sia da consigliare
l'abitudine di mettere in difficoltà l'aspirante sub per provare il suo grado di reazione al panico, ad
es. strappandogli via la maschera o la zavorra, prospettargli uno scenario negativo e fortemente
ansiogeno può risultare utile, pur se con delle ovvie limitazioni.
Tecniche cognitivo-comportamentali
Questi metodi terapeutici enfatizzano la riorganizzazione di pensieri, percezioni, atteggiamenti e
comportamenti che producono ansia nella persona. Sotto la direzione di un terapeuta, i soggetti
esplorano gli antecedenti della loro ansia (ad esempio, guasti dell’attrezzatura, perdita del
compagno d’immersione e altri stressor) ed imparano altre modalità di pensiero per decrescere o
eliminare queste preoccupazioni. I subacquei possono imparare tecniche specifiche per fermare
questi pensieri angoscianti prima che raggiungano il punto di diventare un’ansia soverchiante.
Il riconoscere quest’ansia può al tempo stesso autoperpetuarla attraverso meccanismi di
generalizzazione come il timore di catastrofi; è compito del terapeuta cognitivo-comportamentale
cambiare queste false credenze.
I cognitivisti, oltre a operare per estinguere e svuotare di significato ciò che è illogico ed
irrazionale, si concentrano nell’insegnare ad identificare i “pensieri negativi” in special modo
quelli che per la loro natura esercitano la funzione di “rumore di fondo silenzioso” che pervade
tutto il campo del pensiero cosciente.
Per esempio, una persona ha una spaventosa esperienza mentre entra in acqua dalla barca con un
mare molto agitato. Come conseguenza il subacqueo si convince che qualcosa di spiacevole (ad
esempio, presenza di acqua nella maschera) si verificherà ogni volta che entrerà in acqua quando
il mare è agitato. Il sub diventa ansioso e non si gode l’immersione. Un approccio cognitivo-
comportamentale a questa situazione potrebbe essere quella di esplorare: “Qual è la cosa
peggiore che potrebbe accadere se la maschera si allaga?” o “Cosa potrebbe succedere se
decidessi di rinunciare a questa immersione?”
Una tecnica interessante ed estremamente semplice è chiamata “fermare il pensiero” e non è più
complicata di indossare un elastico al polso. Quando un pensiero intrusivo e preoccupante
comincia, l’allievo può far schioccare l’elastico contro il suo polso. Questa pungente e
leggermente dolorosa sensazione richiama immediatamente l’attenzione che era stata presa in un
pensiero che produce ansia. In quel momento, allora, il sub dice a se stesso “Stop”. Con il tempo
e un po’ di pratica, queste tecniche raggiungono notevoli risultati nel ridurre l’ansia.
La tecnica “Fermarsi - Respirare - Pensare - Agire”
Ci sono molte situazioni potenzialmente stressanti che possono verificarsi durante
un’immersione. I manuali delle agenzie didattiche più serie propongono una sorta di terapia
cognitiva razionale [22] finalizzata a far riconoscere al subacqueo l’insorgenza del panico e a
fornirgli gli strumenti per riprendere il controllo in una situazione di tipo stressante, che si basa
sullo schema cognitivo: Fermarsi - Respirare - Pensare - Agire.
Presenterò alcuni esempi che possono esemplificare questo tipo di condotta:
1. Carlo si immerge da solo e si ritrova ostacolato passando attraverso un letto di lunghe alghe a
circa 15 metri di profondità. Quando cerca di pinneggiare più forte per svincolarsi si ritrova
incastrato più profondamente. Ha una reazione ansiosa “Sono incagliato. Cos’è successo? Non
riesco ad andare via da qui! O mio Dio! Mi sono attorcigliato in questa roba!”. Dopo ogni
tentativo di liberarsi Carlo si trova maggiormente bloccato. Comincia ad iperventilare e consuma
velocemente l’aria. Non è sicuro se le alghe si siano attorcigliate al suo corpo o sulla bombola.
Ad un certo punto decide di sfilarsi il GAV e la bombola e fa una risalita di emergenza rischiando
di affogare.
L’insorgenza dell’attacco di panico deve comportare, invece, la seguente sequenza. FERMARSI:
“Mi sono impigliato nelle alghe. Ho la sensazione di non riuscire a muovermi. Mi fermo e
immagino come venirne fuori”. RESPIRARE: “Debbo controllare il mio respiro. Faccio respiri
lenti e profondi mentre penso a questo. Dovrei avere ancora 100 bar di aria da respirare nella
bombola”. PENSARE: “Dal momento che non riesco a muovermi ho due possibilità: cercare con
il coltello di tagliare quello che mi blocca o cercare di togliermi il jacket e la bombola”. AGIRE:
Carlo fa scivolare la sua mano destra lungo la gamba e prende il coltello. Lentamente e con
attenzione comincia a tagliare all’altezza della cintura tutte le alghe che riesce a vedere o a
sentire. Facendo dei leggeri movimenti di rotazione continua a tagliare zone sempre più ampie. In
pochi minuti riesce a girarsi completamente e a tagliare le rimanenti alghe attorno alle sue
caviglie. Ecco che ripone il coltello e inizia una lenta risalita verso la superficie.
2. Alberto, a 18 metri di profondità, si accorge di aver esaurito l’aria. Non riesce a vedere il suo
compagno d’immersione. Ha un attacco di panico: “O mio Dio, mi toccherà morire! Come è
potuto succedere? Non posso respirare! Dove diavolo è il mio compagno? Mi ha lasciato qua”.
Alberto vede la superficie distante e comincia a pinneggiare più forte che può verso l’alto. In
preda al panico e senza riflettere, trattiene il fiato e raggiungendo la superficie è colpito da
Malattia da Decompressione (MDD).
Anche in questo caso la sequenza cognitiva avrebbe dovuto essere la seguente. FERMARSI: “Ho
terminato la mia riserva d’aria, è certo. Non riesco a vedere il mio compagno e non ho tempo per
mettermi a cercarlo”. RESPIRARE: “Questo è il problema. Non posso inalare acqua”.
PENSARE: “Avrò un buon mezzo minuto d’aria nei miei polmoni. Debbo ricordare la prima
regola dell’immersione subacquea ÔNon trattenere mai il respiro’. D’accordo, mi tocca fare una
risalita d’emergenza. Debbo essere sicuro di espirare completamente risalendo. E’ meglio che
sgancio e abbandono la cintura dei pesi”. AGIRE: Alberto toglie la cintura che cade velocemente
giù. Usa la frusta per gonfiare un po’ il GAV e scopre che è rimasta dell’aria sufficiente per
questo scopo. Nuota velocemente verso la superficie continuando ad espirare e fa tutto questo
concentrandosi sulle bolle d’aria che provengono dai sui polmoni. In pochi secondi raggiunge la
superficie e in quel momento gonfia manualmente il suo GAV. Alberto si è salvato perché ha
reagito in modo appropriato ad una situazione estremamente angosciante.
3. Giovanna, una subacquea che ha conseguito da poco il brevetto, si prenota per andare una
mattina a fare un’immersione in un relitto con un gruppo di subacquei esperti. E’ da sola e ritiene
che potrà trovare un compagno in barca. Sufficientemente sicura viene messa in coppia con una
specie di Rambo delle immersioni, che ha già effettuato centinaia di immersioni in quella zona.
Arrivati vicini al sito del relitto, la guida informa il gruppo che la prima immersione sarà
effettuata a 30 metri, oltre il doppio della profondità massima che Giovanna abbia mai raggiunto
prima. Quasi-panico. Giovanna è ansiosa: “Non posso ritirarmi adesso”. Razionalizza: “Questa
immersione non dovrebbe essere diversa dalle due precedenti che ho effettuato a 18 metri durante
il corso per il brevetto. Spaventata pensa: “Cosa succederà se perdo il contatto con il mio
compagno? Dovrò seguirlo per forza dentro il relitto? Potrò aspettarlo furori? Alla fine avrò aria
a sufficienza? Dannazione, come faccio a decidere? Se dico qualcosa verrò presa per un’oca!
Debbo immergermi e vedere cosa succede. Ma cosa faccio se insorge un problema? In preda ai
dubbi, angosciata e in iperventilazione, Giovanna inizia l’immersione. Alcuni minuti dopo,
mentre sta nuotando sopra il relitto e cerca di restare vicino al compagno, Giovanna rimane
sconvolta nel vedere che il manometro segnala che sta per entrare nella zona di riserva dell’aria:
interrompe allora l’immersione e risale velocemente senza effettuare la sosta di sicurezza.
Giovanna avrebbe dovuto: FERMARSI “La prima immersione a 30 metri? Questa non è una
situazione che garantisce la mia sicurezza in base al mio livello di preparazione”. RESPIRARE:
“Non ho bisogno di provare un attacco di panico. Sono contenta di non essermi immersa. Il mio
respiro torna normale e così pure le mie sensazioni”. PENSARE: “Non sono mai stata a quella
profondità e non è adesso il momento di andarci, specialmente con Rambo come compagno
d’immersione. Non ho molte speranza che mi stia vicino. Sono andata in affanno solo pensando a
tutte le cose peggiori che potrebbero succedermi là sotto”. AGIRE: Giovanna dice al Dive Master
che ha conseguito il brevetto da poco tempo e che non si sente sicura di effettuare questa
immersione a 30 metri e che preferisce non immergersi e partecipare invece alla seconda che si
svolgerà in tarda mattinata intorno ai 18 metri con tutto il gruppo di sub. “Non c’è alcun
problema” risponde l’istruttore. Rambo farà coppia con un’altra persona e Giovanna effettuerà
l’immersione più sicura un paio d’ore più tardi.
La finalità di questa “strategia” cognitiva è quella di ricordare sempre e ripetersi con frequenza,
che in caso di emergenza “ogni problema può - e dovrebbe - essere risolto sott’acqua” e non
attraverso una risalita incontrollata.
Nei principali manuali di didattica di subacquea in riferimento allo stress si possono trovare frasi
del tipo: “Se non ci si sente a posto, ricordare sempre di Fermarsi, Riposarsi, Pensare e, solo
dopo, Agire. Se ci si dirige verso la superficie, occorre farlo lentamente ed in modo controllato,
respirando regolarmente e curando soprattutto l’espirazione. Una volta in superficie, gonfiare
bene il GAV e sganciare la zavorra. In situazioni di emergenza, il galleggiamento sarà migliore e
la risalita in barca più agevole. Se sapete di avere tendenza al panico, evitate di immergervi in
situazioni potenzialmente stressanti o con compagni che non conoscete bene e che non
potrebbero aiutarvi ad affrontare efficacemente una situazione di improvvisa ansia.
Qualunque cosa succeda, pensate e combattete il panico”.
Il limite di questi suggerimenti è relativo al fatto che può trovare una validità solo per quanto
riguarda gli attacchi di panico che il DSM-IV-TR classifica come “causati dalla situazione
(provocati), mentre non ha alcuna rilevanza per le altre due forme di panico, quelli inaspettati e
sensibili alla situazione, che rappresentano clinicamente la maggior parte delle situazioni di
panico.
Altro elemento che colpisce della manualistica sull’immersione è la confusione terminologica tra
stress, ansia e panico e l’assenza di argomentazione sull’ “arousal” nella parte della didattica
dedicata agli incidenti nell’attività subacquea.
Tecniche ipnoterapiche
Le tecniche ipnoterapiche assommano un certo numero di altre metodologie comprese il
rilassamento e la fantasia guidata, nelle quali l’allievo si trova in uno stato di progressivo
rilassamento e accresce la sua suggestionabilità. L’ipnosi è un’altra tecnica spesso utilizzata per il
trattamento dell’ansia. Alcune persone sono più sensibili di altre al trattamento con l’ipnosi e
riescono a rilassarsi più facilmente.
Ulteriore addestramento del subacqueo
Probabilmente la pratica e un addestramento aggiuntivo può essere una semplice modalità perché
il sub riesca ad essere meno ansioso. Gli istruttori qualche volta trascurano l’importanza di essere
pazienti e di ripetere più volte i loro insegnamenti agli allievi con l’obiettivo che si sentano più a
loro agio in acque libere.
Alcuni allievi richiedono maggior tempo e un’attività pratica aggiuntiva o necessitano di un
addestramento individuale con l’istruttore in particolari aspetti della tecnica di immersione. E’
fondamentale enfatizzare che è sempre preferibile rinunciare ad un’immersione per qualsiasi
motivo piuttosto che farla a tutti i costi.
CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE
La gestione del panico deve comportare qualcosa in più del semplice non immergersi oltre i
propri limiti e deve richiede una buona conoscenza delle proprie debolezze e caratteristiche
personologiche. Lo studio del problema e lo sviluppo di ricerche sull’ansia e il panico nelle
attività subacquee potranno contribuire in modo significativo alla sicurezza dell’immersione.
Se subacquei e istruttori conosceranno di più il fenomeno dell’ansia e del panico nell’attività
subacquea potranno effettuare valutazioni più approfondite sulle persone che presentano una
maggiore predisposizione agli attacchi di panico prevenendo il rischio che questo può comportare
per la loro sicurezza.
Il “panic behavior” del subacqueo ha spesso un fattore scatenante, come una diminuzione della
visibilità, una perdita d’aria, il restare intrappolato in un letto d’alghe e così via.
Utilizzare un attrezzatura inadeguata o programmare un’immersione molto impegnativa sono
aspetti che possono accrescere le possibilità di un episodio di panico. Questi problemi possono
essere prevenuti o ridotti al minimo con un buon addestramento e un’adeguata prudenza.
L’aspetto predittivo più utile è fornito dal riconoscere l’ansia di “tratto”, che è una caratteristica
stabile e perdurante della personalità a differenza dell’ansia di “stato” che è transitoria o
situazionale.
Le persone che presentano un alto punteggio di “ansia di tratto” hanno maggiori probabilità di
sviluppare un disturbo d’ansia o un attacco di panico durante un’attività subacquea. Queste
persone dovrebbero effettuare un addestramento più prolungato, meglio se personalizzato con un
istruttore e limitare la propria attività alle immersioni ricreative che non comportano l’obbligo di
tappe di decompressione.
Attualmente non esiste una tecnica psicologica che escluda il rischio dell’insorgenza di un
attacco di panico. Trattamenti con biofeedback, ipnosi, imagery e tecniche di rilassamento sono
state utilizzate per ridurre la risposta ansiosa in subacquei esposti a vari stressor, ma non sono
risultate sempre efficaci. Alcune ricerche hanno mostrato, per esempio, che l’ipnosi riesce a
ottenere un rilassamento nel subacqueo, ma che può avere effetti indesiderati come una mancanza
di energia.
Il rilassamento può portare ad un incremento dell’ansia e degli attacchi di panico in soggetti
ipercontrollati o molto ansiosi (questo fenomeno è conosciuto come RIA “Relaxation-indiced-
anxiety”).
Individui con una storia di disturbo d’ansia e di panico dovrebbero essere identificati e sottoposti
ad un addestramento specifico che riduca il rischio potenziale di riacutizzazione del disturbo.
Il problema è proprio che le persone che aderiscono a questa attività ricreativa, che sta
diventando sempre più popolare, non conoscono i rischi e i pericoli che può comportare.
E’ fondamentale che chi pratica attività subacquea possa riuscire ad avere un dialogo interiore
relativo ai propri sentimenti d’ansia in una determinata situazione. Aspettative, fantasie negative,
preoccupazioni, sono tutti aspetti che possono trarre in inganno facendo sperimentare una
situazione in modo più negativo di quello che dovrebbe essere e solitamente ancor prima che ci si
imbatta nella situazione stessa.

APPENDICE
Fobie specifiche associate all’attività subacquea
Il DSM-IV-TR comprende tra i Disturbi d’Ansia anche la Fobia specifica, che è definita come
“Paura marcata e persistente, eccessiva o irragionevole, provocata dalla presenza o dall’attesa di
un oggetto o situazioni specifici”. L’esposizione allo stimolo fobico provoca una risposta ansiosa
immediata, che può prendere forma di un attacco di panico situazionale o sensibile alla
situazione. La persona riconosce che la paura è eccessiva o irragionevole ed evita la situazione
oppure la sopporta con intensa ansia e disagio.
Esistono vari sottotipi di fobia specifica; quelle che si possono presentare durante lo svolgimento
di un’attività subacquea si possono classificare nel modo seguente:
Tipo Animali. Questo sottotipo si riferisce alla paura dei pesci (Ittofobia) o, in modo più
specifico, degli squali o Elasmofobia. A quest’ultima è correlata la Fagofobia o la paura di essere
mangiati vivi. Questo sottotipo ha il suo esordio generalmente nell’infanzia.
Tipo Ambiente Naturale. Comprende la Talassofobia, che è un’irrazionale timore del mare,
l’Idrofobia o paura dell’acqua (che esordisce solitamente nell’infanzia), la Batofobia o paura
della profondità o di andare a fondo in caso di immersioni profonde e la Nictofobia o paura del
buio in caso di immersioni notturne.
Tipo Situazionale. Include la Claustrofobia (paura di essere chiusi o incastrati) che può
manifestarsi nelle immersioni in relitti o nella speleologia subacquea, la Barofobia (paura di
essere schiacciati) scatenata dall’idea che la massa d’acqua che sta sopra possa schiacciare il
subacqueo.
Altro tipo. Alcuni stimoli possono scatenare altre fobie come la Tanatofobia (paura di morire) o
la Pnigofobia, che è la paura di non riuscire a respirare o di soffocare.
In ambito clinico il sottotipo più frequente è quello Situazionale, seguito dalla paura degli animali
(squali, nel caso di chi effettua immersioni).

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RELAZIONE GRUPPO<=>INDIVIDUO
PSYCHOMEDIA
Sport e Psiche

Aspetti psicodinamici dell’immersione subacquea


di Salvatore Capodieci

“...ci insegnò anche che il Mare non era il "mondo del silenzio",
come molti avevano cominciato a definirlo, bensì un mondo
percorso da urla mentali che non si percepiscono con le orecchie
ma con cuore e mente dell’uomo”

(Enzo Maiorca)
Premessa
Riporto alcune caratteristiche che ritengo possano differenziare l’immersione subacquea di tipo
sportivo (anche tecnica) da altre discipline facendone un’esperienza con una forte valenza
emotiva oltre che una pratica sportiva:
- è uno sport nel quale il principiante, pur non possedendo alcuna competenza specifica, può
raggiungere i traguardi prefissati dall’istruttore in pochissimo tempo a differenza di altre attività
dove occorrono anni di impegno per ottenere risultati importanti;
- il raggiungimento degli obiettivi sottostà alla presenza di stress e di un particolare stato d’animo
(apprensione, senso di panico) in maniera più significativa rispetto ad altre discipline sportive;
- i fattori età, sesso e forza fisica sono del tutto relativi se raffrontati con l’importanza che
assumono in altri sport;
- l'elemento discriminante che fa sì che un sub possa diventare nel tempo un “esperto” è la
cosiddetta acquaticità. Con questo termine si intende una naturale confidenza che l’essere umano
ha per l’acqua fin dalla nascita. E’ facile osservare come un bambino di pochi mesi si trovi
perfettamente a suo agio nell'acqua da alcuni elementi che vanno dall’assoluta tranquillità e
piacevolezza procurata dal trovarsi immerso nell'acqua allo spontaneo "riflesso all'apnea"
(interruzione volontaria della respirazione) attivato dal semplice contatto dell'acqua sul viso. Il
timore che a volte alcuni bambini manifestano col passare del tempo è spesso il risultato riflesso
delle paure degli adulti con cui i bambini si rapportano e, quindi, del mancato mantenimento
della primitiva confidenza. L’acquaticità è, comunque, un argomento sul quale non esistono studi
approfonditi e ricerche in campo sperimentale.
- gli elementi di "piacevolezza" degli altri sport come la fatica, l'arrivare per primo, la tolleranza
al dolore causato dalla tensione muscolare, non appartengono al subacqueo che, al contrario, deve
stare attento a non fare eccessiva fatica, che se avverte dolori muscolari o se si accorge che
l'impegno diventa un sacrificio eccessivo deve interrompere la sua attività sportiva, che deve
vigilare e stare attento al compagno e rispettare il posto che la guida subacquea o l’istruttore gli
hanno assegnato durante il briefing, che precede l’immersione.
La psicoanalisi e altre scienze psicologiche si interessano della motivazione. Ci si potrebbe
chiedere: “Perché X è attirato dalla subacquea?” nei suoi diversi aspetti. E X potrebbe rispondere
che si immerge “perché vuole vedere pesci interessanti e coralli colorati” oppure “con lo scopo di
raggiungere dei cambiamenti”, compreso il superare la paura.
E’ possibile cercare di capire cosa spinge X a immergersi esplorando nel suo inconscio, nella sua
storia personale, andando indietro alla sua infanzia e indagando nei suoi aspetti evolutivi.
Questi elementi possono rilevare le origini della sua motivazione o essere in grado di spiegare,
nel caso di altri individui, cosa possa esserci, invece, alla base del timore di andare sott’acqua.
Spesso, infatti, i motivi che una persona adduce come spiegazione del suo rifiuto di immergersi
non sono quelli reali o i più importanti.
Per completare il discorso sulla motivazione all’attività subacquea è utile proporre un’altra
importante considerazione, anche se solo teorica e di direzione opposta, che è la seguente.
Prendiamo in esame un sommozzatore professionista, militare o civile, che si sia imbattuto
casualmente in questo lavoro e di riscontrare, sulla base delle sue caratteristiche psicodinamiche,
che non è adatto a questa professione. Nonostante porti a termine in modo soddisfacente il corso,
non è contento del suo ambiente e l’accumulo di sofferenza gli causa abbattimento e lo rende in
poco tempo inefficiente e stressato. In questo caso quali aspetti della personalità possono essere
una controindicazione all’immersione subacquea e perché pur essendoci le capacità attitudinali di
tipo fisico insorge insoddisfazione, stress e inefficienza?
C’è molto da studiare relativamente alla psicodinamica dell’attività subacquea, è possibile
comunque applicare un più ampio sistema concettuale agli aspetti che attualmente conosciamo.

Aspetti psicodinamici dell’immersione


Ci sono numerosi fattori emotivi di tipo inconscio alla base del desiderio di effettuare
un’immersione subacquea. I principali fanno riferimento al voler sopraffare nemici presenti
sott’acqua e al piacere anestetico di abbandonarsi nel mare.
“Ho la sensazione di essere senza peso e quindi di volare, sentire l'acqua scorrere sul corpo,
interagire con le altre forme di energia che sono in acqua, osservare quella varietà biologica che
in
acqua non ha eguali”.
“Vado in acqua per conoscere un mondo diverso; quello che mi spinge è la voglia di conoscere,
dagli organismi Ôdiversi’ ai relitti (pezzi di storia dimenticata) ...forse è solo curiosità”.
“Appena metto la testa sott'acqua d'improvviso mi si svuota da ogni riferimento con tutto ciò che
sta sopra la superficie É”.
La motivazione che spinge sempre più persone ad immergersi sott’acqua è da ricercare nel
crescente bisogno di trovare nuove cariche emotive che consentano di coniugare l’amore per le
attività avventurose con un rapporto intimo con la natura. L’immersione è una risposta alle
esigenze dell’inconscio tanto individuale che collettivo di recuperare quel rapporto primordiale
presente tanto nel ritorno alla condizione intrauterina, dove la vita si svolge nell’acqua, quanto
nelle profondità del mare dove vivono i pesci, nostri lontanissimi antenati.
Per capire, invece, gli aspetti ludici insiti nell’attività subacquea e in particolare nel “wreck
diving” (l’immersione nei relitti) possiamo fare riferimento al vecchio archetipo della ricerca del
“tesoro sommerso” [1], sul quale insistono numerose storie, che con il tempo diventano
leggendarie come quella del “Tesoro di Polluce”.
“Si narra che nella prima metà dell'ottocento, una nave carica di materiale prezioso, opere d'arte,
oro (tra cui una carrozza), vasellami e argenteria, fece rotta verso l'Elba. Questa nave,
proveniente dall'allora Regno di Napoli, naufragò nelle acque antistanti l’isola. Poiché si trattò di
un affondamento deciso dal capitano della nave, l'equipaggio ebbe modo di salvarsi e raccontare
le meraviglie del carico e dei tesori che la nave nascondeva nelle stive. Probabilmente il capitano
della nave preferì affondare la nave ed il suo carico perché inseguito da navi francesi, che allora
occupavano l'Elba. La nave si chiamava "Polluce" e fu lo stesso Re Ferdinando IV ad ordinarne
la sua partenza dal porto di Napoli. Lo scopo del Re era quello di porre in salvo alcuni tesori e
opere d'arte poiché il suo regno stava per essere minacciato dalle truppe anglo-russe (1806). Nel
1860 si tentò il primo recupero, ma, anche se localizzarono il relitto, non andò a buon fine a
causa dei mezzi rudimentali di allora. Infatti, individuato il relitto, cercarono di Ôimbracarlo’ e di
portarlo in superficie, ma durante questa fase, si strapparono le catene e il recupero fu
abbandonato.
A causa di questo inconveniente, la nave fu spostata dal posto di origine cosicché, il secondo
recupero, che fu nel 1936, consistette in una ricerca più che in un recupero vero e proprio.
L'impresa non andò a buon fine nemmeno in questo caso. Successivamente, ci furono molte altre
spedizioni, più o meno ufficiali, ma pare che tutt'oggi, nessuno abbia mai recuperato il tesoro
sommerso”.
Il momento più significativo dell’attività subacquea corrisponde, però, al momento in cui viene
attraversata quella linea che segna il confine tra l’aria atmosferica e l’acqua, che vuol dire di fatto
varcare una linea reale, unica, diversa da qualsiasi altro confine di tipo metaforico tra dimensione
reale e virtuale o tra somatico e psichico. Confine che segna la separazione tra due mondi: quello
terrestre e quello sottomarino.
Tracciare il profilo psicologico del subacqueo non è un’operazione facile come non lo è del resto
per ogni categoria sociale e professionale, perché si corre il rischio del riduzionismo ogni qual
volta si cerchi di definire un essere umano sulla base di una singola attività che svolge o lo
appassiona.
E possibile, però, costatare se esistano degli aspetti che si presentano con maggior frequenza tra
chi pratica una medesima attività e approfondire quali sono le caratteristiche determinanti e quali
quelle richieste per praticare l’immersione subacquea.
Il desiderio di isolarsi
Ecco alcune testimonianze di subacquei: “Mi trovo a passare la maggior parte della mia
giornata, anzi direi tutto sommato della mia vita, in mezzo ad una quantità spropositata di
‘fanfaroni’. Gente cioè che è bravissima a parlare, parlare, parlare e poi ancora a parlare. Mi
riferisco naturalmente all'ambiente in cui lavoro e in cui i ‘fanfaroni’ esistono a tutti i livelli:
sopra, di fianco e sotto di me. La subacquea è, invece, il poter vedere le persone da un'altra
angolazione. Tolta la possibilità di ‘fanfaronare’, posso finalmente vedere e valutare le persone
solo per quello che fanno o per quello che sono e non per quello che dicono”.
“Direi che molti stanno ‘bene’ da soli, anzi per meglio dire fanno di tutto per essere da soli, fino
all'estremo, ovvero andare in acqua da soli! Ma i subacquei che vanno in acqua da soli, perché
lo fanno? Lo fanno per essere soli , per ascoltarsi in un ambiente che amano, in un ambiente che
è loro caro, (solitamente i ‘soli’ sono sub preparati) in un ambiente che li rassicura, li conforta,
li trastulla con il suo dolce ondeggiare, in assenza di peso, di rumori, di luci improvvise e
violente, il tutto ovattato...... il mio mondo! Unico limite la ‘ meccanica’ dell'immersione che ti
riporta in maniera cruda alla realtà (tempi, quote, riserve di gas, ... accidenti è ora di andare) ”.
L’isolarsi è una delle caratteristiche dell’attività subacquea ed è forse quella più affascinante: il
subacqueo è infatti tagliato fuori completamente dal mondo esterno. La comunicazione
sott’acqua è molto limitata e parallelamente si incrementa la consapevolezza del subacqueo che il
proprio benessere fisico è completamente nelle sue mani.
Sono numerosi i subacquei che riportano questi vissuti determinati dall’isolamento provato
sott’acqua. Le testimonianze più significative possiamo però averle da quelle persone che hanno
sperimentato personalmente lunghi periodi di isolamento. Bombard [2] che con una barca a vela
navigò per parecchi mesi, per dimostrare che si può sopravvivere nutrendosi di solo pesce, ha
elencato i seguenti aspetti:
1 - Provare la sensazione di essere al centro del mondo e di essere l’unico sopravvissuto.
2 - Parlare con se stessi e con gli oggetti.
3 - Sviluppare false credenze e superstizioni.
4 - Presentare allucinazioni di tipo uditivo e visivo.
5 - Insorgenza di paranoia data dall’avvertire il presentimento di essere perseguitati da qualcosa
di “cattivo”.
Altri autori che hanno raccolto i diari di esploratori e navigatori che avevano viaggiato da soli
sono arrivati a conclusioni simili.
Ma fino a che punto un subacqueo avverte questo vissuto di isolamento?
Possiamo ritenere che il subacqueo sportivo difficilmente riporti questo sentimento in quanto
rimane sott’acqua per circa un’ora e poi riprende la sua regolare vita sociale. Il sommozzatore
professionista si immerge, invece, quasi tutti i giorni per quattro ore o più. Sarebbe interessante
domandarsi, inoltre, se gli effetti dell’isolamento possano essere cumulativi; ovvero, ogni
immersione cancella gli effetti della precedente o i sentimenti legati al restare isolati permangono
fino all’immersione successiva e in questo modo vanno sommandosi? Altri interrogativi, che
rimangono aperti sulla scia delle esperienze dei navigatori solitari, fanno riferimento
all’insorgenza di false credenze o superstizioni in subacquei con molti anni di esperienza o al
fenomeno di sentire delle voci. In numerose immersioni effettuate in mare o nei laghi mi è
capitato di osservare statue di varie dimensioni raffiguranti la Madonna o Gesù crocifisso; non
sono pochi neppure i presepi subacquei. Pur non dubitando dei sentimenti di fede profonda che
animano i gruppi subacquei che hanno deciso di collocare sott’acqua queste statue, non posso
non pensare anche agli elementi di superstizione che a volte si celano dietro gli oggetti che
raffigurano tematiche religiose.
Per quanto attiene alla possibili insorgenza di dispercezioni durante l’immersione, ecco una
testimonianza: “Una volta ho sentito delle voci. Eravamo in acqua in tre, accompagnati dalla
guida. Durante tutta l'immersione ho sentito una nenia, come se qualcuno stesse cantando. Ho
pensato a qualche strano fenomeno, tipo il "fischio alle orecchie" o cose del genere, ma senza
troppa convinzione, tanto netto era il canto che sentivo. A fine immersione, trascorso un po' di
tempo, ho chiesto alla mia compagna se avesse sentito qualcosa di particolare. La stessa nenia
era stata avvertita anche da lei. Non ho indagato oltre...”.
Di fatto, nessuno di questi aspetti è stato fino ad oggi studiato.

Il desiderio di appartenere ad un gruppo


A dispetto di tutto ciò, la subacquea è di fatto un’attività che ha un’alta valenza sociale, che si
evidenzia in due modi principali:
1 - Durante l’immersione ciascun subacqueo ha un compagno. Ciascun membro di questa coppia
è responsabile dell’altro, deve monitorare i movimenti del partner ed essere pronto ad offrire il
suo aiuto se è necessario.
2 - L’attività subacquea sia sportiva che professionale (militare, scientifica, commerciale) è quasi
sempre strutturata come un’attività di gruppo all’interno del quale ciascuno ha un suo ruolo.
Non è semplice spiegare la contraddittorietà insita tra la condizione di isolamento del subacqueo
in profondità e il suo elevato livello di responsabilità verso il compagno e il gruppo più vasto. In
effetti le personalità molto introverse (il cosiddetto “lupo solitario”) non trovano facilmente posto
nel mondo della subacquea. Fanno eccezione quei subacquei che si immergono da soli, pratica
sconsigliata fermamente da tutte le agenzie didattiche. Al polo opposto anche le personalità
estroverse o quelle troppo dipendenti dagli altri difficilmente aderiscono a questo tipo di attività.
Il desiderio di appartenere ad un gruppo o ad un club di subacquei è, pertanto, una delle
motivazioni più forti che spingono una persona ad effettuare questa pratica sportiva.
Bachrach [3] scrive: “Pochi sport sono così organizzati in club come quelli subacquei. Il piacere
di condividere l’esperienza dell’immersione e le conversazioni che l’accompagnano sono la
principale ricompensa per il subacqueo. L’identificazione con il gruppo è di fondamentale
importanza”.
Analoga considerazione era riportata nel lontano 1964 da Tatarelli [4] che diceva: “il tipo chiuso,
introverso è inadatto a questo genere di attività, che potrebbe essergli persino nociva
accentuandone le già depresse qualità morali”. Risultati opposti sono evidenziati da Caneva e
Zuin [5], che in un loro studio su 46 subacquei hanno trovato, invece, un elevato grado di
introversione come elemento predominante.

Lo spirito agonistico
Il subacqueo sportivo a differenza di chi pratica altre discipline non deve vincere nulla, non ha un
traguardo da superare a tutti i costi o degli avversari da vincere. Nelle immersioni tecniche c’è un
traguardo dato dal raggiungere una certa profondità o dal riuscire a visitare un particolare relitto,
ma questo tipo di “traguardi” sono raggiungibili solo grazie alla cooperazione di altri compagni
di immersione. Il subacqueo aspetta chi rimane per ultimo e interrompe l’immersione se una
persona non si sente bene o ha terminato prima degli altri l’aria della bombola. La maggior parte
dei subacquei sono caratterizzati da scarso spirito competitivo e se il desiderio di emergere e di
gareggiare non è un elemento che caratterizza l’immersione, questo non vuol dire che chi pratica
la subacquea non abbia il senso dell’agonismo, tipico di ogni essere umano e caratteristico della
struttura psichica dello sportivo. “Il fatto è - sostiene De Marco [6] - che egli esprime ciò in modo
diverso, con differenti obiettivi. Il subacqueo lotta, si difende, combatte, aggredisce, ma il suo
avversario è più l’ambiente che lo circonda che un suo collega. Il suo agonismo, indubbiamente
atipico (in ciò paragonabile a quello degli alpinisti), è correlabile alla pericolosità
dell’immersione”.

Spirito ribelle
La subacquea è anche ribellione. E’ il ribellarsi alle leggi della natura, alle regole della Creazione
che hanno assegnato il mare ai pesci e agli uomini la terra. Tramite una forma di isolamento
autoimposto il subacqueo riesce ad estranearsi dalla società e forse anche in questo modo esprime
il suo spirito ribelle. Il subacqueo sfida tutte queste leggi e regole e ci riesce. Nel 1973 Biesner
[7] in un suo studio ha confrontato 95 marinai che lavoravano come sommozzatori con 95
marinai che svolgevano altre mansioni a bordo trovando che i subacquei avevano effettuato da
giovani più fughe da casa, giocavano più spesso a poker e ricevevano un numero maggiore di
multe rispetto al gruppo di controllo dei marinai. L’autore ha ricavato un’impressione generale
sul subacqueo come di una persona che, negli anni della maturità, è un ribelle, un anticonformista
e un amante dell’avventura. “Forse l’attività subacquea - concludeva - attira gli individui con
queste tendenze naturali”. Alcuni anni dopo, lo stesso ricercatore ha esaminato attraverso uno
studio longitudinale se gli indici antisociali (menzionati sopra) fossero correlati alle capacità e
all’efficienza dei marinai, ma non trovò nessun tipo di correlazione. In conclusione, mentre un
background di difficoltà di adattamento può indicare una scelta per una particolare attività (la
subacquea), questo non evidenzia nessuna attitudine o successo in questo campo [8].
Non esiste nessuno studio che prenda in esame i tratti di personalità dei subacquei sportivi, ma
possiamo aspettarci che una tendenza alla ribellione riscontrata nei sub professionisti possa essere
presente anche nell’attività subacquea di tipo commerciale.
Il conflitto interno tra il desiderio di mantenere tutto costantemente sotto controllo da una parte
(evidente nella manutenzione e nell’utilizzo dell’equipaggiamento subacqueo) e il desiderio di
lasciarsi andare, di staccare da tutto e di ribellione contro la natura dall’altra, può portare ad una
doppia dimensione, che in casi estremi può essere causa di turbamento dell’equilibrio psichico.
Si può prendere in considerazione, come esempio, un istruttore subacqueo la cui attitudine verso
la sicurezza in immersione è diversa in presenza dell’allievo rispetto a quando si trova da solo.
Groves [9] ha cercato di analizzare le ragioni inconsce che portano una persona a scegliere uno
sport pericoloso come hobby. Gli sport estremi, come la subacquea, si svolgono in ambienti
inospitali e richiedono un equipaggiamento speciale e un addestramento specifico per
sopravvivere in questi ambienti. Groves sostiene che fino agli anni ’50 gli psicologi correlavano
la partecipazione a sport pericolosi a nascosti desideri di morte con spostamento e rovesciamento
dell’angoscia secondo la teoria freudiana e alla presenza di un eccesso di sentimenti di
inadeguatezza e inferiorità.
Negli ultimi anni questa visione si è modificata e, oggi, le teorie psicologiche che vedono la
partecipazione agli sport pericolosi come un desiderio di arricchimento, di accrescimento e di
stimolo o un incremento del proprio livello di arousal sono più accettate.
Sparks [10] è un altro studioso che ha enfatizzato il valore educativo di quelle attività che creano
degli stress di tipo piacevole (eustress). Non esiste, però, nessuna ricerca che confronti le ipotesi
sulle dinamiche negative, presenti nella partecipazione agli sport pericolosi, con quelle sulle
dinamiche positive.
Seigolini e Delgoro [11] spiegano l’insorgenza dell’ansia attraverso la separazione che avviene
tra l’autopercezione di sè e del proprio corpo. Nell’analizzare i fallimenti di competizioni
sportive dovute all’ansia, i ricercatori spiegano che nell’uomo moderno la percezione ottimale del
proprio corpo si avvantaggia da una reale separazione dal suo ambiente, dalla madre e infine dal
suo stesso Io. L’ansia si manifesta quando il corpo, che è la barca dove risiede l’Io, avverte che
sta per fallire o che deluderà. Può insorgere in questo modo un circolo vizioso di tipo negativo in
cui il fallimento del corpo genera ansia, che a sua volte compromette il risultato sportivo. Gli
Autori consigliano il “training autogeno” per favorire un rafforzamento della percezione del
corpo e della mente. Alcuni sub praticano con successo questo metodo, ma non esistono al
momento studi che ne evidenzino l’efficacia nell’attività subacquea.

Personalità e immersione
Alcuni subacquei descrivono se stessi diversi quando si trovano sott’acqua: “Mi sento più
rilassato”, “Divento più tranquillo”, “Mi sembra che i miei problemi siano più piccoli”, “Sono
più consapevole del mio corpo”. A volte queste affermazioni danno l’idea che ci sia una
regressione o un ritorno a stadi più precoci dello sviluppo, relativamente agli aspetti che
riguardano la sensazione di assenza di peso, l’essere isolato e la libertà dalle preoccupazioni.
Si può pensare che le persone cambino quando si trovano sott’acqua? Sott’acqua, in effetti, i
processi percettivi e sensoriali sono diversi dall’ambiente esterno. Se sott’acqua si verificano dei
cambiamenti cognitivi, perché non potrebbero esserci anche dei cambiamenti personologici?
Se l’approccio situazionale allo studio della personalità è corretto, allora l’attività subacquea
rappresenta un contesto eccellente su cui poter verificare ciò. Non esistono attualmente ricerche
in questo ambito. I ricercatori della psicologia e del comportamento del subacqueo, come Nevo e
Breitstein [12], sottolineano come le interviste effettuate ai subacquei finiscano per essere
deludenti per gli psicologi che ottengono informazioni Ôsuperficiali’, una descrizione anche
dettagliata degli avvenimenti legati all’immersione, ma non quelle evidenze significative che
facciano riferimento al trovarsi al momento della valutazione psicologica in profondità. E’
difficile proporre programmi di ricerca che prendano in considerazione gli aspetti inconsci del
comportamento del subacqueo oppure che confrontino protocolli Rorschach di subacquei con
quelli di non subacquei.

Un’esperienza di vita parallela


“...Da quando vado sott'acqua (quasi otto anni) ho raggiunto un equilibrio interiore nei
confronti della vita di superficie che non avrei mai immaginato. Ho imparato ad avere un buon
rapporto nei confronti del genere umano (che non avevo), cresciuto pari passo con il
raggiungimento di obbiettivi subacquei sia tecnici, pratici e specialmente interiori.
Certamente rientro nella categoria - come ipotizza Capodieci - di chi ha una ‘dipendenza’ da
bisogno del ’profondo’. La mia dipendenza dall'acqua sottolinea una grande evoluzione interiore
che si è sviluppata nella conoscenza di me stessa nelle sfumature più nascoste, che in superficie
nonostante i tentativi di ricerca, non avevo mai raggiunto. Questo ’equilibrio dipendente’ mi ha
portato ad una serenità di vita solida, ma sempre bisognosa dell'acqua. In pratica per essere
positiva verso me stessa e la vita in generale ho bisogno di ’respirare’ l'acqua.
L'elemento acqua e la specifica situazione dell'immersione, specie profonda, crea in me il giusto
rapporto nei confronti degli altri al punto che ho superato la sofferenza della ’solitudine’
proprio andando sott'acqua scoprendo così la parte migliore di me”.
Numerosi autori [13, 14, 15] hanno rilevato che le motivazioni che spingono ad intraprendere
l’attività subacquea hanno radici che traggono origine dalle dinamiche inconsce dell’individuo.
Nel momento in cui si valica la linea di contatto tra l’aria e l’acqua e l’immersione è “agita” si
svilupperebbe una divaricazioni tra pulsioni profonde e motivazioni consce. E’ in questa
condizione che possono affiorare conflitti interiori, come argomenta J. Hunt nei suoi lavori
[16,17], che fanno emergere le pulsioni libidiche e quelle aggressive del soggetto che pratica
l’immersione. Merita di essere ricordata l’osservazione di Antonelli [18] che definisce lo sport
subacqueo “un’esperienza di vita parallela” più che una vera disciplina sportiva. In base a questa
affermazione, il subacqueo sembra ritrovare nel mondo sommerso qualcosa che non riesce a
vivere o a soddisfare nella vita quotidiana. E per questo motivo che durante l’immersione diventa
più importante quello che si prova o quello che si immagina che si potrà osservare piuttosto di ciò
che realmente si incontra.
L’immersione corrisponderebbe - sostiene De Marco [6] - all’affiorare di un mondo interiore
proiettato attraverso le dinamiche della fantasia inconscia nel mondo sottomarino. Questa
esperienza, che svolge una funzione simile a quella del sogno, non è strettamente attinente al
momento dell’immersione, anzi spesso viene a essere vissuta prima o dopo l’immersione stessa.
Pelaia [19] dai colloqui clinici che ha svolto con sommozzatori di diverso ceto ed estrazione
sociale ha evidenziato che non è il mondo subacqueo reale a stimolare e ad attrarre il subacqueo,
ma l’idealizzazione di esso. E’ la tendenza, comune a tutti i sub del suo studio, a soddisfare le
esigenze di dinamiche inconsce a ricostruire, al di sotto del mare, il meraviglioso mondo delle
esperienze primordiali. Questo aspetto è verificabile sul piano interpersonale quando, durante il
“debriefing”, ogni subacqueo racconta di aver visto pesci, coralli o di aver provato delle
sensazioni che molto spesso differiscono dalle esperienze e dai racconti degli atri subacquei come
se ognuno avesse fatto un’immersione diversa. Anche sul piano intrapersonale la ripetizione, da
parte del subacqueo, di un’immersione già effettuata fa sì che affiorino nel campo percettivo
elementi che la rendono diversa dall’esperienza vissuta in precedenza.
La ricerca del piacere anestetico del cullamento, il senso piacevole di perdita del controllo, il
contatto con l’acqua, portano il subacqueo a sopportare fortissimi disagi e pericoli reali. Si
possono notare così - aggiunge De Marco - alcuni significati dell’attività subacquea attraverso le
forme della sovradeterminazione onirica [6].
Alcuni autori [20] sono dell’opinione che la regressione, vissuta piacevolmente dal subacqueo
nell’immersione, svolga il significato di un meccanismo di difesa contro l’angoscia o i vissuti
conflittuali che si sviluppano nella vita relazionale quotidiana.
Il rapporto che si viene a creare tra il mondo dell’immersione subacquea e l’isolamento dalla vita
e dalla realtà fa sì che l’attività subacquea diventi un tentativo di difesa contro le pulsioni
aggressive, specialmente quando rischiano di diventare pericolose.
Le modificazioni che vengono a crearsi nel vissuto del subacqueo verso la competitività, il
progressivo limitare la vita di relazione e l’intensificarsi dell’attività subacquea, hanno in comune
il tentativo di costruire un luogo (la dimensione subacquea) dove non vi sia lo spazio per le
manifestazioni aggressive, specialmente quando diventano pericolose.
Altri meccanismi di difesa, che possono essere presenti nell’immersione, sono lo spostamento e
la negazione, che consentono al subacqueo di investire su oggetti meno conflittuali e di vivere
così minori sensi di colpa. La funzione di questi meccanismi è di far sì che il subacqueo durante
l’immersione possa incontrare “nemici” sottomarini temuti, ma meno pericolosi di quelli reali,
presenti sulla superficie terrestre.
Le immersioni che espongono il subacqueo a rischi di incidenti o i tentativi di superare i propri
limiti rappresentano quindi un venir meno di questi meccanismi di difesa. La ricerca
dell’isolamento fallisce e l’aggressività (a causa dei sensi di colpa non più mascherati o spostati)
viene rivolta verso se stessi. Le situazioni di pericolo possono essere create anche per il desiderio
di appagare grosse spinte di tipo narcisistico. Sono momenti di grande onnipotenza, che hanno
spesso una funzione compensatoria vissuta solamente all’interno di sé secondo il meccanismo
della “cross-identification” [21].
Una reazione di adattamento, che si manifesta in alcuni subacquei ed è riscontrabile nell’estasi da
record del campione, è la “paura del ritorno in superficie”, che consiste in un sentimento
“claustrofilico” con nostalgia della profondità e un vissuto ambivalente che consiste nel sentirsi
più protetti sott’acqua piuttosto che in superficie [6].
Un ultimo aspetto, che fa riferimento ad un meccanismo di conversione somatica dell’angoscia, è
proposta da Bana. Si tratta di un subacqueo ricreativo, che aveva chiesto un aiuto medico per dei
ricorrenti episodi di cefalea che si verificavano nella fase di risalita dell’immersione a circa 10
metri di profondità. L’autore imputa questa cefalea alla riluttanza del subacqueo a far ritorno in
superficie dove lo aspettava la propria quotidianità, che risultava molto problematica [22].
L’attività subacquea fungeva per questa persona da “rifugio” e quando era il momento di
abbandonarlo affiorava il disturbo psicosomatico.

Conclusioni
La preparazione dell’equipaggiamento, il briefing, l’ultima verifica dell’attrezzatura, l’assenza di
gravità, lo scendere nel ‘blu’, la modificazioni dei colori, l’affidarsi al compagno e al gruppo, la
continua verifica di se stessi, il sentire il proprio respiro, gli incontri con i pesci e le altre creature
marine, la contemplazione dei fondali e delle pareti, la suggestione alla vista di un relitto, di un
anfora o di una grotta, l’euforia per l’impresa compiuta, il parlare dopo il silenzio, Il
comportamento dell’immergersi ha un grande significato simbolico. L’immersione può essere
vista come “il ritorno nell’utero materno”, un momento simbiotico nel quale il subacqueo si
riunisce con il mare che ha sempre rappresentato la “grande madre” per l’arte e la psicoanalisi. Si
può vedere la subacquea anche come un comportamento che si richiama alla morte, una sfida alla
morte, l’espressione incompleta di un desiderio di suicidio. In questo senso, la profondità del
mare si presenta nella mitologia come luogo di pericolo e di mistero, un posto dove vivono
mostri che inghiottono le imbarcazioni.
Tutti gli aspetti, presi in esame in questo articolo e che sembrano così lontani dalla realtà di tutti i
giorni del subacqueo e che possono far sorridere chi non ha familiarità con la terminologia
psicoanalitica o manifesta particolare resistenze alle evidenze della psicoanalisi, hanno delle
importanti implicazioni pratiche:
- Lo sviluppo di studi che, attraverso questionari sulla personalità e test proiettivi, valutino le
differenze tra subacquei e non subacquei. I subacquei dovrebbero inoltre essere sottoposti a
questi test anche sott’acqua per valutare se il trovarsi in profondità comporti cambiamenti
personologici.
- La realizzazione - in collaborazione con medici iperbarici - di una struttura deputata a conoscere
i fattori psicologici presenti negli incidenti subacquei, potrebbe servire a prevenire e ridurre il
rischio di incidenti presente in questa attività.
- La ricerca di come e in che modo gli effetti benefici dell’immersione subacquea continuino
anche dopo, durante la vita di tutti i giorni.
Gli studi sugli aspetti psicodinamici della subacquea si trovano ancora in una fase pionieristica.
E’ auspicabile, pertanto, che in futuro possano svilupparsi e fornire importanti contributi alla
conoscenza dei meccanismi mentali che caratterizzano l’immersione subacquea e della
personalità di chi la pratica.
Bibliografia
1 - Ricci G.C. (1968). Problemi neuropsichiatrici (fisiologici e patologici), psicologici e
psicosomatici dell’iperbarismo subacqueo. Rivista di Neurobiologia, 14, 227.
2 - Bombard (1953) citato in: Nevo B., Breitstein S. (1999). Psychological and behavioral aspects
of diving. Best Publishing Company, pag. 168.
3 - Bachrach, A.J., (1978). Psychophysiological factors in diving. Hyperbaric and Undersea
Medicine, 29, 1-8.
4 - Tatarelli G. (1968). Problemi psicologici della sicurezza subacquea. Medicina Sportiva, 21,
261.
5 - Caneva & Zuin citati in Biersner R.J. (1971). Personality factors and risk-taking of
professional divers. Med. Sport., 24, p. 340.
6 - De Marco P. (1987). Psicologia e psicodinamica dell’immersione. Rassegna della letteratura.
Movimento, 3 (3), pp. 202-204
7 - Biersner R.J. (1973). Social development of navy divers. Aerospace Medicine, 44 (7), pp.
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8 - Biersner R.J., Dembert M.L., Browning M.D. (1979). The antisocial diver: Performance,
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9 - Groves, D., (1987). Why do some athletes choose high-risk sports? The Physician and
Sportsmedicine, 15 (2), 186-190.
10 - Sparks, R.E., (1982). The educational value of high risk activies in the physical education
program: A social philosophical perspective. Paper presented at the Annual Meeting of “The
American Alliance for Health, Physical Education, Recreation and Dance”, Houston, TX, April,
1982.
11 - Seigolini & Delgoro (1985), citati in: Nevo B., Breitstein S. (1999). Psychological and
behavioral aspects of diving. Best Publishing Company, pag. 173.
12 - Nevo B., Breitstein S. (1999). Psychological and behavioral aspects of diving. Best
Publishing Company.
13 - Sessa T., Pallotta R., Fati S. (1964). Profilo psicologico del subacqueo. Medicina Sportiva,
27, pp. 119-123.
14 - Bernardi G. (1964). Psicologia dello sport subacqueo. Medicina sportiva, 12, p. 155-158.
15 - Zannini D., Montinari G. (1971). Osservazioni sulla valutazione psicoattitudinale degli
operatori subacquei. Medicina Sportiva, 24, pp. 293-298.
16 - Hunt J.C. (1996). Psychological aspects of scuba diving injuries: Suggestions for short-term
treatment from a psychodynamic perspective. Journal of Clinical Psychology in Medical Setting,
3, pp. 253-271.
17 - Hunt J.C. (1996). Diving the wreck: Risk and injury in sport scuba diving. Psychoanalityc
Quarterly, 65, pp. 591-622. (trad. italiana nell’Area “Sport e Psiche” di Psychomedia alla pagina:
[Link]
18 - Antonelli F. (1975). La psicologia del subacqueo. Il Sub, 2, pp7-10.
19 - Pelaia P. (1981). Subcosciente da sub. Il Sub, 9, pp. 97-101.
20 - Odone L. et al. (1983). Le basi psicodinamiche dell’addestramento del subacqueo. Medicina
Subacquea e Iperbarica, 3, pp. 33-41.
21 - Odone et al. (1983). Aspetti psicodinamici dello sport subacqueo. Medicina Subacquea e
Iperbarica, 3, pp. 74-78.
22 - Bana, D.S. (1980). Headache from the depths. Headache, 20 (5), pp. 230-234.

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