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Fromm

Il documento analizza l'etica umanistica di Erich Fromm, contrapposta all'etica autoritaria, evidenziando come la prima si basi sul benessere umano e la responsabilità personale, mentre la seconda impone norme da un'autorità esterna. Fromm discute la natura umana, le dicotomie esistenziali e l'importanza di un sistema di valori che dia significato alla vita, sottolineando che la vera libertà risiede nella scelta consapevole dei propri valori. Infine, viene presentata la personalità come un insieme di caratteristiche uniche, influenzate sia da fattori ereditari che dall'ambiente.

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Il documento analizza l'etica umanistica di Erich Fromm, contrapposta all'etica autoritaria, evidenziando come la prima si basi sul benessere umano e la responsabilità personale, mentre la seconda impone norme da un'autorità esterna. Fromm discute la natura umana, le dicotomie esistenziali e l'importanza di un sistema di valori che dia significato alla vita, sottolineando che la vera libertà risiede nella scelta consapevole dei propri valori. Infine, viene presentata la personalità come un insieme di caratteristiche uniche, influenzate sia da fattori ereditari che dall'ambiente.

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Dalla parte dell’Uomo- Erich Fromm

Parte 1. L’etica umanistica, scienza applicata dell’arte del vivere


Il capitolo esplora il concetto di etica umanistica, mettendolo a confronto con
l’etica autoritaria, due visioni profondamente diverse di come l’uomo dovrebbe
orientare le proprie azioni e i propri valori morali. L’etica autoritaria si fonda
sull’idea che esista un’autorità superiore – che può essere una divinità, uno Stato,
una figura carismatica, una tradizione consolidata – la quale determina ciò che è
giusto e ciò che è sbagliato. In questo modello, l’individuo non ha la capacità di
discernere autonomamente il bene dal male, perché questi principi non derivano
da una riflessione razionale o da un’esperienza diretta, ma vengono imposti dall’alto
e devono essere accettati senza possibilità di discussione. Chi detiene l’autorità
stabilisce le norme e le impone attraverso il timore, la punizione e l’educazione alla
sottomissione. Un tratto distintivo dell’etica autoritaria è che essa si basa su
un’autorità irrazionale, ovvero un potere che non ha bisogno di giustificarsi
attraverso la competenza o la ragionevolezza, ma si impone semplicemente perché
è in grado di esercitare coercizione. In questo contesto, la disobbedienza è il
peccato massimo, poiché mette in discussione il principio stesso su cui si fonda
l’autorità. Un esempio classico è il racconto biblico del peccato originale: Adamo
ed Eva non vengono puniti per aver compiuto un’azione intrinsecamente malvagia,
ma perché hanno osato disobbedire a Dio, minacciando il suo dominio assoluto
sull’uomo. Questo modello etico non si preoccupa realmente del benessere
dell’individuo, ma piuttosto della conservazione dell’ordine imposto dall’autorità.
Al contrario, l’etica umanistica si basa su un presupposto opposto: l’uomo è il
punto di riferimento per la determinazione del bene e del male, e il criterio ultimo è
il benessere umano. Non esistono norme imposte da un’entità esterna, perché il
valore morale di un’azione dipende da quanto essa contribuisce alla crescita e alla
realizzazione dell’individuo. Ciò significa che la moralità non è una questione di
obbedienza, ma di consapevolezza e responsabilità personale. L’etica umanistica è
quindi antropocentrica, non nel senso che considera l’uomo superiore a tutto il
resto, ma perché aKerma che ogni valutazione etica deve partire dalle
caratteristiche e dai bisogni della natura umana. Questa prospettiva si scontra con
l’idea, diKusa da alcune correnti religiose e filosofiche, secondo cui la vera moralità
deve trascendere l’uomo e riferirsi a un principio superiore. Tuttavia, Fromm
chiarisce che il fatto di basare l’etica sull’uomo non significa promuovere l’egoismo
o il soggettivismo: al contrario, la natura umana è tale che il vero benessere
individuale non può prescindere dalla relazione con gli altri. L’amore per il prossimo
non è un dovere imposto dall’alto, ma una tendenza naturale dell’uomo, che trova
realizzazione e felicità solo in un rapporto di reciprocità e solidarietà.
Un punto chiave è la distinzione tra etica soggettiva ed etica oggettiva. L’etica
umanistica si sforza di trovare criteri oggettivi per stabilire ciò che è bene e ciò che
è male, senza ricorrere a dogmi o imposizioni esterne. Questa necessità nasce dal
fatto che, se l’etica fosse puramente soggettiva, ogni giudizio di valore sarebbe
ridotto a una semplice questione di preferenza personale. Ad esempio, dire che la
libertà è preferibile alla schiavitù sarebbe un’opinione arbitraria, priva di
fondamento oggettivo. Per evitare questa deriva relativistica, l’etica umanistica
cerca di radicare i propri principi nella natura umana, intesa come un insieme di
caratteristiche universali che distinguono l’uomo dagli altri esseri viventi.
L’edonismo, ad esempio, è un primo tentativo di stabilire un criterio oggettivo: ciò
che procura piacere è bene, ciò che causa dolore è male. Tuttavia, questa teoria
presenta delle limitazioni evidenti, perché il piacere non è sempre un indicatore
aKidabile del benessere autentico. Esistono persone che traggono piacere dalla
soKerenza altrui, dall’odio, dalla sottomissione. Freud ha dimostrato come alcuni
individui provino piacere in comportamenti autodistruttivi o patologici. Per questo,
l’etica umanistica deve andare oltre l’edonismo e cercare criteri più solidi per
stabilire il valore di un’azione. A questo punto, si introduce il concetto di scienza
dell’uomo, che rappresenta la base teorica dell’etica umanistica. Per stabilire ciò
che è bene per l’uomo, è necessario conoscere la sua natura, studiando la
psicologia, l’antropologia e la storia. Qui si evidenzia un contrasto tra due posizioni
opposte: da un lato, chi sostiene che la natura umana sia fissa e immutabile (spesso
per giustificare istituzioni e valori tradizionali), e dall’altro, chi aKerma che l’uomo
sia completamente modellato dalla cultura e dalle condizioni sociali. Il capitolo
critica entrambe queste visioni estreme: l’uomo non è un essere immutabile, ma
nemmeno un foglio bianco su cui la società può scrivere qualsiasi cosa. La sua
natura è plastica, ma conserva delle caratteristiche fondamentali che lo
spingono a cercare condizioni di vita più favorevoli.
A questo punto viene tracciata una panoramica sulla tradizione dell’etica
umanistica, attraverso il pensiero di Aristotele, Spinoza e Dewey. Aristotele vede
l’etica come una scienza pratica, basata sulla conoscenza della natura umana. La
virtù, per lui, è l’eccellenza nell’esercizio delle proprie capacità, e la felicità consiste
nell’attività razionale. Spinoza sviluppa ulteriormente questa idea, sostenendo che
il bene è ciò che permette all’uomo di realizzare le proprie potenzialità. La virtù,
quindi, non è rinuncia o mortificazione, ma sviluppo pieno della propria essenza.
Anche Dewey, in epoca moderna, rifiuta sia il relativismo che l’autoritarismo, e
sottolinea l’importanza di un’etica fondata sull’indagine empirica e sulla crescita
personale. Infine, si collega l’etica umanistica alla psicoanalisi, sottolineando come
la teoria del carattere oKra un contributo essenziale alla comprensione della
moralità. Freud ha introdotto un metodo per studiare la personalità nel suo
complesso, mostrando come il comportamento sia determinato da motivazioni
inconsce. Questo ha permesso di comprendere che la distinzione tra virtù e vizi non
può essere rigida, ma deve essere analizzata in relazione alla struttura caratteriale
dell’individuo. Ad esempio, l’umiltà può essere una virtù autentica o il risultato della
paura e della sottomissione, mentre l’arroganza può essere un segnale di
insicurezza profonda. Questo approccio porta a considerare l’etica non come un
insieme di regole astratte, ma come uno strumento per comprendere e sviluppare
la personalità umana.
In conclusione, l’etica umanistica è definita come la scienza applicata dell’arte di
vivere. Il bene non è un concetto imposto dall’esterno, ma il risultato di un processo
di crescita e realizzazione personale. La virtù è la responsabilità verso se stessi e
verso gli altri, mentre il vizio è l’irresponsabilità nei confronti della propria esistenza.
Questo approccio oKre un’alternativa sia all’obbedienza cieca dell’etica autoritaria,
sia al soggettivismo dell’etica relativista, proponendo un modello di moralità basato
sulla conoscenza, sulla consapevolezza e sullo sviluppo delle potenzialità umane.
Natura Umana e Carattere
Fromm sottolinea come ogni individuo sia, allo stesso tempo, un essere unico e
irripetibile, con caratteristiche personali distintive, e un rappresentante della specie
umana, portatore di elementi condivisi con tutti gli altri esseri umani. Questa doppia
dimensione – individuale e collettiva – costituisce il punto di partenza per
comprendere il carattere umano e la sua evoluzione.
Uno degli elementi fondamentali che distingue l’uomo dagli altri animali è la sua
debolezza biologica. Mentre gli animali si adattano all’ambiente attraverso istinti
ereditati e immutabili, l’uomo nasce privo di una regolazione istintiva fissa, ed è
proprio questa mancanza che ha spinto la specie umana a sviluppare la propria
intelligenza, la creatività e la capacità di modificare l’ambiente per sopravvivere.
L’animale, se non è in grado di adattarsi a un cambiamento ambientale, si estingue.
L’uomo, invece, ha trovato un modo alternativo di adattamento: non cambia se
stesso biologicamente, ma trasforma l’ambiente in cui vive. Questo adattamento
alloplastico– cioè la capacità di modificare il mondo esterno piuttosto che sé stesso
– è ciò che ha permesso lo sviluppo della civiltà e della cultura. Tuttavia, questa
libertà di adattamento porta con sé anche un prezzo: l’uomo non è più in armonia
spontanea con la natura, ma si trova in una condizione di squilibrio permanente.
Fromm introduce il concetto di dicotomia esistenziale, cioè la frattura che
caratterizza la condizione umana. L’uomo è parte della natura e soggetto alle sue
leggi, ma al tempo stesso è dotato di autoconsapevolezza, ragione e
immaginazione, che lo rendono capace di trascendere la natura stessa. Questa
consapevolezza crea un senso di spaesamento: l’uomo si sente “gettato” nel
mondo senza un punto di riferimento stabile, condannato a un’esistenza che
percepisce come problematica e carica di incertezze.
A diKerenza degli animali, che vivono seguendo i loro istinti senza porsi domande,
l’uomo è l’unico essere che deve dare un senso alla propria esistenza. Non può
semplicemente vivere ripetendo schemi fissi, ma è costretto a interrogarsi su chi è
e su quale direzione vuole prendere. Da questa condizione di insicurezza nasce il
bisogno di creare significati, di sviluppare una cultura, di costruire strutture sociali
e valori che diano una forma alla sua esistenza.
Una delle dicotomie fondamentali è quella tra vita e morte. L’uomo sa di dover
morire e questa consapevolezza influenza profondamente il modo in cui vive. La
morte non è solo un evento biologico, ma una realtà psicologica che accompagna
ogni individuo e che può generare angoscia, ma anche spingere alla ricerca di un
significato più profondo. Per cercare di negare questa contraddizione, l’uomo ha
elaborato idee e credenze che oKrono una forma di consolazione, come il concetto
di immortalità o l’idea di un aldilà in cui la vita continua.
Un’altra dicotomia riguarda la limitatezza dell’esistenza individuale. Ogni essere
umano nasce in un momento storico preciso e ha un tempo limitato per esprimere
le proprie potenzialità. Questa condizione crea un conflitto: da un lato, l’uomo sente
di avere infinite possibilità, dall’altro, il tempo e le circostanze della vita pongono
limiti concreti alla sua realizzazione. Anche questa tensione è spesso risolta
attraverso ideologie che danno un senso alla vita individuale all’interno di una
prospettiva più ampia, come la storia collettiva, la religione o l’impegno per una
causa più grande. Fromm distingue le dicotomie esistenziali, che sono intrinseche
alla condizione umana e non possono essere eliminate, dalle contraddizioni
storiche, che invece sono frutto di assetti sociali e possono essere superate con il
progresso. Un esempio di contraddizione storica è l’ingiustizia sociale: sebbene
molti sistemi abbiano giustificato le disuguaglianze come qualcosa di “naturale” e
inevitabile, in realtà si tratta di fenomeni creati dall’uomo e quindi modificabili. Un
altro esempio è il contrasto tra il progresso tecnologico e l’incapacità di usarlo per
il bene collettivo. Mentre le dicotomie esistenziali devono essere accettate e
aKrontate, le contraddizioni storiche possono e devono essere superate attraverso
l’azione e il cambiamento. La confusione tra questi due tipi di contraddizioni è
pericolosa, perché può portare a rassegnarsi a situazioni di ingiustizia
considerandole come parte inevitabile della natura umana.
L’essere umano non può vivere senza un sistema di orientamento e di devozione,
ovvero senza un insieme di idee e valori che diano un senso alla sua vita. Questo
bisogno può essere soddisfatto in modi diversi:
§ Le religioni tradizionali oKrono un quadro di riferimento basato su una
divinità e sulla trascendenza.
§ I sistemi filosofici (come lo stoicismo o il buddismo) forniscono risposte
attraverso la riflessione e la ricerca interiore.
§ Le ideologie politiche e sociali possono diventare forme di devozione che
sostituiscono la religione tradizionale, spingendo le persone a dedicarsi a
cause collettive. Come il culto del potere e del successo.
Fromm evidenzia come, nella società moderna, molte persone che formalmente si
dichiarano religiose in realtà seguano altre forme di devozione, come la ricerca del
successo, del prestigio o del potere. Questi valori possono diventare vere e proprie
“religioni laiche”, con lo stesso fanatismo e la stessa intensità emotiva delle religioni
tradizionali.
L’incapacità di trovare un sistema di orientamento adeguato può portare a disagio
psicologico. Fromm suggerisce che molte nevrosi possono essere comprese come
tentativi individuali di rispondere al bisogno umano di significato e appartenenza. Ad
esempio, una persona che rimane legata in modo ossessivo alla propria famiglia
può essere vista come un aderente a un culto ancestrale privato.
La vera libertà non sta nell’essere privi di valori, ma nello scegliere
consapevolmente a cosa dedicarsi, trovando un sistema di significati che favorisca
lo sviluppo delle proprie potenzialità.

L’uomo non può sfuggire alla sua condizione di incertezza e alle dicotomie che
caratterizzano la sua esistenza. Tuttavia, può scegliere come aKrontarle: può
cercare risposte rigide e rassicuranti che lo portano a una forma di alienazione,
oppure può accettare la propria libertà e impegnarsi nello sviluppo delle proprie
capacità, trovando significato attraverso la ragione, l’amore e il lavoro produttivo.
Solo accettando questa responsabilità, l’uomo può essere veramente se stesso e
trovare un equilibrio nel suo rapporto con il mondo.
La Personalità
Fromm introduce la personalità come l’insieme delle caratteristiche psichiche, sia
ereditarie che acquisite, che rendono un individuo unico. Sebbene tutti gli esseri
umani condividano le stesse dicotomie esistenziali – come il conflitto tra vita e
morte o tra libertà e sicurezza – ogni persona aKronta queste contraddizioni in modo
diverso. La varietà delle personalità umane è quindi una caratteristica essenziale
della nostra esistenza.
Un aspetto cruciale è la distinzione tra temperamento e carattere. Il primo è innato
e immutabile, mentre il secondo si sviluppa attraverso l’esperienza e può
trasformarsi nel corso della vita. Fromm sottolinea che, sebbene le diKerenze di
temperamento siano neutre dal punto di vista etico, le diKerenze caratteriali sono
fondamentali per comprendere la qualità della vita di una persona e il suo modo di
relazionarsi con il mondo.
Il temperamento è la predisposizione innata di un individuo a reagire in un certo
modo agli stimoli. Fromm riprende la classificazione tradizionale dei quattro
temperamenti di Ippocrate:
§ Collerico: impulsivo ed energico.
§ Sanguigno: socievole ed emotivamente instabile.
§ Flemmatico: calmo e riflessivo.
§ Malinconico: incline alla tristezza e all’introspezione.
Queste caratteristiche, secondo Fromm, sono legate a processi biologici e
rimangono costanti nel tempo. Tuttavia, il temperamento non determina il valore
morale di una persona: una persona collerica può usare la sua energia per difendere
un ideale o per fare del male, a seconda del suo carattere. Fromm critica anche le
moderne teorie del temperamento (come quelle di Jung e Kretschmer) per la
confusione tra temperamento e carattere. Per esempio, considerare un introverso
come inibito o un estroverso come superficiale significa attribuire a un tratto
biologico una connotazione morale che in realtà dipende dal carattere.
A diKerenza del temperamento, il carattere è il risultato delle esperienze di vita,
soprattutto infantili, ed è modellato dalle relazioni con gli altri e dalla cultura di
appartenenza. Esso non è solo un insieme di comportamenti osservabili, ma una
struttura profonda che determina le motivazioni di una persona.
Fromm distingue tra tratti comportamentali e tratti caratteriali. Due persone
possono sembrare coraggiose, ma la loro motivazione può essere molto diversa:
una può essere coraggiosa perché mossa dall’ambizione, un’altra perché è devota
a un ideale, un’altra ancora può essere spinta da un impulso autodistruttivo. Il
comportamento esterno può apparire simile, ma la struttura caratteriale
sottostante è molto diversa. Questo dimostra che per capire veramente una
persona non basta osservare le sue azioni, ma bisogna comprendere cosa la spinge
ad agire in un certo modo. Fromm analizza la teoria del carattere di Freud, che è
stata la prima a riconoscere che il comportamento umano è guidato da forze
inconsce. Freud considerava il carattere come una derivazione dell’energia libidica,
spiegando diversi tratti caratteriali come sublimazioni o reazioni agli impulsi
sessuali. Tuttavia, Fromm si discosta da questa visione e propone
un’interpretazione più relazionale, basata sul modo in cui una persona si rapporta
con il mondo. Egli identifica due processi fondamentali attraverso cui si forma il
carattere:
1. L’assimilazione: il modo in cui l’individuo prende e interiorizza ciò che lo
circonda (ad esempio, può essere passivo e dipendente o attivo e creativo).
2. La socializzazione: il modo in cui si relaziona agli altri (può amare o odiare,
cooperare o competere, cercare la libertà o il dominio).
Questi processi sono aperti e flessibili, a diKerenza degli istinti animali che sono
rigidi e predeterminati. L’uomo non può vivere senza interagire con gli altri, ma il
modo in cui lo fa definisce il suo carattere. Dato che l’uomo non ha istinti che lo
guidano automaticamente, il carattere svolge una funzione simile a quella
dell’istinto negli animali: oKre una guida stabile al comportamento, riducendo
l’incertezza e consentendo un’azione coerente. Una volta che un certo
orientamento caratteriale si è formato, diventa diKicile cambiarlo, perché dà
all’individuo un senso di sicurezza e coerenza interna. Se una persona sviluppa un
carattere autoritario, per esempio, tenderà a giustificare il suo modo di essere con
idee e valori che raKorzano questa tendenza.

Fromm distingue tra carattere sociale e carattere individuale. Il carattere sociale è


il modello di personalità predominante in una cultura o in una classe sociale, che si
trasmette attraverso l’educazione e i valori collettivi. Il carattere individuale,
invece, è ciò che rende una persona unica all’interno della sua cultura. Il carattere
sociale garantisce l’adattamento dell’individuo alla società, mentre il carattere
individuale rappresenta il modo in cui ciascuno vive questa appartenenza in modo
personale. Se una società valorizza la competizione, la maggior parte delle persone
svilupperà tratti caratteriali che riflettono questo valore, pur con variazioni
individuali.
Fromm introduce un criterio di valutazione etica del carattere, distinguendo tra
orientamenti produttivi e non produttivi. Tuttavia, sottolinea che questa distinzione
non riguarda il giudizio su singole persone, ma modelli generali. L’orientamento
produttivo è quello che permette all’individuo di sviluppare le proprie potenzialità e
di contribuire positivamente alla società. Gli orientamenti non produttivi, invece,
derivano da strategie di adattamento che limitano la crescita personale.
a) Orientamenti Non Produttivi
Fromm analizza quattro orientamenti caratteriali che limitano la crescita personale
e l’autenticità dell’individuo. Questi modelli si basano su una relazione distorta con
il mondo e gli altri, generando dipendenza, sfruttamento o controllo ossessivo.
1. L’orientamento ricettivo. Le persone con questo orientamento credono che la
fonte di ogni bene sia esterna e che tutto ciò di cui hanno bisogno – amore,
sicurezza, conoscenza, piacere – debba essere ricevuto dagli altri. Il loro
problema centrale non è amare, ma essere amati, e per questo si legano
facilmente a chiunque oKra loro attenzione. Questa dipendenza si riflette anche
nel pensiero: anziché sviluppare idee proprie, sono eccellenti ascoltatori e
tendono ad assorbire passivamente ciò che viene loro detto. Se religiose,
vedono Dio come un’entità che fornisce tutto, mentre se non lo sono, si aKidano
comunque a qualche “figura salvifica” (una persona, un’istituzione, un’autorità).
Sul piano emotivo, sono persone generalmente amichevoli e ottimiste, ma
soKrono molto se viene meno la loro “fonte di approvvigionamento”. Non
riescono a stare sole, faticano a prendere decisioni autonomamente e si
sentono paralizzate senza il supporto di qualcuno. Questa insicurezza le porta a
essere eccessivamente leali a molte persone contemporaneamente, spesso
perché temono di perdere il loro sostegno. Dal punto di vista psicologico e
corporeo, spesso manifestano il bisogno di mangiare e bere per placare ansia e
insicurezza, e tendono ad avere una postura aperta, come se fossero in attesa
di ricevere qualcosa.
2. L’orientamento appropriativo (sfruttatore). Come il tipo ricettivo, anche la
persona con orientamento sfruttatore pensa che la fonte di ogni bene sia
esterna, ma invece di aspettare passivamente, cerca di sottrarre ciò che vuole
con la forza o l’astuzia. Nel campo aKettivo, queste persone tendono a “rubare”
l’amore: sono attratte da persone già impegnate o diKicili da conquistare, perché
il valore di un legame per loro risiede nella fatica per ottenerlo. Anche sul piano
intellettuale, tendono a non produrre idee proprie, ma a prendere quelle degli
altri, attraverso il plagio o la rielaborazione. In generale, vedono le persone come
strumenti da usare e sfruttare, e il loro motto è “il frutto rubato è il più dolce”.
Sono sospettosi, cinici, invidiosi e diKidenti. Sul piano corporeo, possono avere
una bocca mordace, sia in senso figurato (commenti pungenti), sia letterale
(atteggiamento aggressivo nell’esprimersi).
3. L’orientamento tesaurizzante (accumulatore). A diKerenza dei primi due, chi ha
un orientamento tesaurizzante non crede che il bene sia all’esterno, ma ne
diKida e tende a trattenere tutto ciò che possiede. Questa persona cerca
sicurezza nell’accumulazione, sia di beni materiali sia di aKetti e pensieri. Le
relazioni aKettive sono basate sul possesso: l’amore non è dato
spontaneamente, ma visto come qualcosa da conservare e proteggere. Anche il
passato assume un’importanza eccessiva: queste persone si legano alle
memorie e rimangono attaccate a esperienze passate piuttosto che aprirsi a
nuove possibilità. Dal punto di vista psicologico, tendono a essere ordinate e
ossessivamente meticolose, con un forte bisogno di controllo su oggetti,
sentimenti e relazioni. Sono rigide, puntuali in modo maniacale e diKidenti verso
il mondo esterno, visto come una minaccia. Anche il linguaggio corporeo riflette
questo atteggiamento: hanno un viso contratto, gesti rigidi e posture chiuse,
come se volessero segnare un confine netto tra sé e il mondo.
4. L’orientamento mercantile. Questo orientamento è tipico della società moderna
e si basa sull’idea che il valore di una persona dipenda dal suo valore di scambio
sul mercato sociale. L’individuo non si percepisce come un essere con qualità
autentiche, ma come un prodotto da vendere al miglior oKerente. Il successo
non dipende dalle capacità reali, ma dalla capacità di promuovere se stessi. Per
questo motivo, chi ha questo orientamento non sviluppa una personalità
autentica, ma modifica il proprio comportamento in base a ciò che è richiesto
dal mercato. L’autostima di queste persone è profondamente instabile: se
hanno successo si sentono preziose, ma se non vengono riconosciute dagli altri,
perdono ogni sicurezza. Per questo motivo, tendono a essere iper-adattabili,
pronti a cambiare opinioni, atteggiamenti e relazioni per restare “di moda”.
L’orientamento mercantile porta a relazioni superficiali, perché le persone non
vengono viste per ciò che sono, ma per il loro valore di mercato. Questo si riflette
anche nel pensiero: il valore della conoscenza non sta più nella sua profondità,
ma nella sua utilità immediata. Il sapere diventa una merce, da acquisire e
vendere per ottenere successo.
Fromm sottolinea che questo orientamento è il più diKuso nella società
contemporanea e rappresenta una forma estrema di alienazione: l’individuo perde
il contatto con la propria essenza e diventa un prodotto da vendere, cercando
costantemente di piacere agli altri per sentirsi valido.
Questi quattro orientamenti non esistono in forma pura, ma si mescolano in ogni
persona, con una tendenza predominante. Il contesto sociale influenza fortemente
quale orientamento diventa dominante in una cultura o in una classe sociale.
b) Orientamento Produttivo
L’orientamento produttivo è il modello di carattere che permette all’uomo di
sviluppare pienamente le sue capacità, vivere in armonia con sé stesso e con gli
altri, ed esprimere la propria autenticità. Rappresenta il modo più autentico e sano
di esistere.
Fromm sottolinea come la psicologia, in particolare la psicoanalisi, abbia
analizzato in modo dettagliato i caratteri nevrotici e le loro disfunzioni, ma abbia
lasciato in secondo piano lo studio di una personalità sana e matura.
L’orientamento produttivo rappresenta dunque un’alternativa concreta a questa
carenza: è il modello di personalità pienamente sviluppata, sia sul piano individuale
che collettivo, e costituisce l'ideale dell’etica umanistica. Si collega inizialmente il
concetto di produttività alla maturità sessuale, riprendendo la definizione
freudiana di carattere genitale. Freud riteneva che la maturazione psicosessuale
portasse a una personalità equilibrata, in cui la libido fosse organizzata attorno alla
sessualità genitale, intesa come espressione dell’amore e della creatività. Tuttavia,
Fromm amplia questa visione: la produttività non si limita alla sessualità o alla
creazione di nuova vita biologica, ma comprende ogni forma di espressione umana
autentica, dalla produzione artistica alla realizzazione personale e sociale.
L’uomo non è solo un animale sociale e razionale, ma anche un essere produttivo,
capace di trasformare il mondo attraverso la ragione, l’immaginazione e l’azione
creativa. Tuttavia, la produttività non è solo un’abilità tecnica, ma un modo di essere
che riguarda ogni aspetto della vita.
Per essere produttivo, l’uomo deve essere libero, nel senso più profondo del
termine. Libertà non significa solo assenza di costrizioni esterne, ma capacità di
agire in modo autentico e spontaneo, senza essere dominato da forze inconsce o
pressioni sociali. La produttività implica anche l’uso della ragione, non come
strumento puramente logico, ma come capacità di comprendere sé stessi e il
mondo in modo creativo e profondo. Essere produttivi significa vivere come
incarnazione delle proprie potenzialità, senza sentirsi alienati da sé stessi o dagli
altri.
Fromm chiarisce una distinzione fondamentale: produttività e attività non sono
sinonimi. Nella società moderna, l’iperattività viene spesso scambiata per
produttività, ma sono due concetti diversi. Una persona può essere attiva, ma non
produttiva, se il suo agire è guidato dall’ansia, dal conformismo o dalla ricerca di
approvazione. La produttività è un atteggiamento interiore, non semplicemente il
risultato di un’azione. Un esempio estremo di attività non produttiva è l’ipnosi: una
persona in trance può parlare, camminare e compiere azioni, ma non è realmente
lei a decidere. Allo stesso modo, molte persone sono attive solo perché spinte da
pressioni esterne (come l’ansia o il bisogno di riconoscimento), senza un vero
impulso interiore. La produttività autentica, invece, nasce dalla spontaneità e dalla
connessione profonda con il proprio essere.
La produttività è legata al concetto di potere. Fromm distingue due concezioni di
potere:
- Il potere come capacità: la vera produttività consiste nell'usare le proprie
risorse per creare, comprendere e amare.
- Il potere come dominio sugli altri: è una forma distorta di potere, che nasce
dall’incapacità di sviluppare il proprio potenziale. Chi è produttivo non ha
bisogno di sottomettere gli altri, perché trova soddisfazione nel proprio
processo creativo. Chi invece non è produttivo, cerca di compensare il
proprio senso di vuoto imponendosi sugli altri, trasformandoli in strumenti
per il proprio bisogno di controllo.
Esistono poi due modi di percepire la realtà:
a. Percezione riproduttiva → la realtà è vista in modo passivo, come un insieme
di dati da registrare.
b. Percezione generativa → la realtà è arricchita dall’attività spontanea
dell’individuo, che la interpreta e la trasforma.
Il “realista perfetto” è colui che vede solo i dati di fatto e non riesce a cogliere il
significato più profondo della realtà. Dall’altro lato, c’è chi è completamente
scollegato dal mondo concreto, vivendo in un universo mentale distaccato (come
avviene nelle psicosi). L’orientamento produttivo è l’equilibrio tra questi due
poli: la capacità di vedere la realtà per quella che è, ma anche di interpretarla e
trasformarla creativamente.
La crescita fisica avviene spontaneamente, ma la crescita mentale ed emotiva
richiede sforzo e consapevolezza. La produttività non consiste solo nel creare cose
materiali o opere d’arte, ma soprattutto nel dare vita a sé stessi, sviluppando le
proprie potenzialità e portandole alla luce. Tuttavia, nella società moderna, molte
persone muoiono prima di essere nate pienamente, nel senso che non riescono mai
a esprimere il proprio vero potenziale. Questo è il grande dramma dell’esistenza
umana.
L’orientamento produttivo non è solo un obiettivo individuale, ma lo scopo stesso
dell’evoluzione umana. L’uomo è chiamato a diventare pienamente se stesso,
utilizzando le sue capacità in modo autentico e creativo. Questa è la vera
realizzazione del potenziale umano, il punto in cui etica, psicologia e filosofia si
incontrano per delineare un modello di vita pienamente vissuta.

Secondo Fromm l’essere umano, per sua natura, si trova in una condizione di
separazione dal mondo e dagli altri, e questa separazione può generare solitudine,
ansia e un senso di incompletezza. Per superare questa frattura, egli ha due
possibilità fondamentali: stabilire relazioni autentiche attraverso l’amore e
comprendere la realtà in profondità attraverso il pensiero. Tuttavia, non basta
amare o pensare in modo passivo o condizionato: la vera realizzazione di queste
facoltà avviene solo quando vengono vissute in modo produttivo. L’ amore
produttivo e il pensiero produttivo rappresentano, quindi, le due principali modalità
attraverso cui l’essere umano può superare il senso di separazione e, allo stesso
tempo, sviluppare il proprio potenziale. L’amore produttivo permette di superare il
confine tra sé e l’altro, non in modo simbiotico e dipendente, ma attraverso una
relazione autentica in cui si conserva la propria unicità. Il pensiero produttivo
consente di penetrare la realtà oltre la sua superficie, comprendendola in
profondità attraverso la ragione e l’intuizione. Sebbene amore e ragione siano
manifestazioni diverse della capacità di essere in relazione, nessuna delle due può
esistere senza l’altra: senza ragione, l’amore può diventare cieco e possessivo;
senza amore, il pensiero può diventare sterile e astratto.
L’amore produttivo
Fromm evidenzia come la parola "amore" sia spesso usata in modo ambiguo, per
indicare stati emotivi molto diversi tra loro. L’amore viene spesso confuso con il
desiderio, con l’attaccamento, con la possessività o con una semplice attrazione
superficiale. In realtà, l’amore autentico è un’attività e non uno stato passivo: non si
tratta di essere sopraKatti da un’emozione, ma di impegnarsi attivamente in una
relazione basata su crescita, rispetto e responsabilità. Si basa su quattro elementi
fondamentali:
Sollecitudine → Amare significa prendersi cura dell’altro, impegnarsi aKinché la
persona amata possa crescere e svilupparsi.
Responsabilità → L’amore non è un dovere imposto dall’esterno, ma una risposta
spontanea al bisogno dell’altro, un impegno a prendersene cura in modo libero e
consapevole.
Rispetto → Significa riconoscere l’altro per quello che è, senza volerlo cambiare o
possedere. L’amore possessivo, infatti, è una negazione del rispetto.
Conoscenza → Non si può amare veramente senza conoscere. Conoscere l’altro in
profondità significa coglierne l’essenza, comprenderlo oltre le apparenze e
accettarlo nella sua autenticità.
Fromm illustra questo concetto attraverso la storia biblica di Giona, in cui Dio
insegna che l’amore autentico richiede fatica e coinvolgimento. Giona vorrebbe che
la giustizia divina fosse inflessibile e punitiva, ma Dio gli mostra che l’amore è
basato sulla cura e sulla misericordia, non sulla rigidità e sulla vendetta. Questo
episodio simboleggia il passaggio da un amore immaturo, basato su aspettative e
controllo, a un amore maturo, fondato sulla crescita e sull’accettazione dell’altro.
L’amore materno è per Fromm l’esempio più chiaro di amore produttivo, perché è
incondizionato e volto alla crescita del figlio, senza richiedere nulla in cambio.
Tuttavia, anche l’amore tra adulti può raggiungere questo livello quando si basa su
un autentico desiderio di vedere l’altro svilupparsi, anziché su bisogni di dipendenza
e controllo.
Fromm sottolinea che l’amore per un singolo individuo non può essere separato
dall’amore per l’umanità. Amare qualcuno significa vedere in lui un’espressione
dell’essere umano universale. Se l’amore è solo focalizzato su un singolo individuo,
può facilmente degenerare in attaccamento possessivo o egoistico. Questo
concetto si collega alla visione delle religioni monoteistiche, che aKermano che
tutti gli esseri umani sono uguali e degni di amore e rispetto. Tuttavia, Fromm
distingue tra un amore generico e astratto per l’umanità (che può essere solo
un’idea vuota) e un amore autentico che si manifesta nelle relazioni concrete. La
vera solidarietà umana nasce quando si riconosce che ogni persona ha bisogno
degli altri e che la crescita individuale è possibile solo all’interno di una comunità
basata su amore e rispetto reciproco.
Il pensiero produttivo
Il secondo pilastro della produttività umana è il pensiero produttivo, che Fromm
distingue dall’intelligenza tecnica.
L’intelligenza tecnica è lo strumento con cui l’uomo risolve problemi pratici e
manipola l’ambiente. Tuttavia, essa non mette in discussione i propri presupposti:
può essere usata sia per scopi costruttivi che distruttivi, come nel caso di un
paranoico che costruisce teorie elaborate basate su presupposti errati. Il pensiero
produttivo, invece, va oltre la semplice applicazione di schemi predefiniti e cerca di
comprendere la realtà in profondità, cogliendone l’essenza e le connessioni. La
diKerenza tra questi due tipi di pensiero è evidente nella scienza: il pensiero
produttivo porta a nuove scoperte e intuizioni, mentre l’intelligenza tecnica si limita
a utilizzare conoscenze già acquisite senza metterne in discussione i fondamenti. Il
pensiero produttivo, invece, è caratterizzato dalla capacità di vedere oltre il già noto,
di porsi domande radicali e di mettere in discussione il modo in cui si interpretano i
fenomeni. Non si tratta semplicemente di raccogliere e analizzare dati, ma di
cogliere la realtà nella sua profondità. Per questo motivo, Fromm sottolinea che il
pensiero produttivo non è solo una questione di intelligenza, ma di coinvolgimento
autentico con il mondo. Chi pensa produttivamente non si limita a osservare la
realtà dall’esterno, ma ne è profondamente coinvolto. Questo significa che il
pensiero produttivo non è mai freddo e distaccato, ma nasce da un senso di
vicinanza e partecipazione alla realtà. La grande scienza e la grande filosofia sono
sempre state animate da questa passione per la conoscenza, dalla volontà di
comprendere il mondo senza distorcerlo o manipolarlo per fini utilitaristici.
Tuttavia, il pensiero produttivo non può essere confuso con il semplice
coinvolgimento emotivo. Fromm insiste sul fatto che l’oggettività è un elemento
fondamentale. Essere oggettivi non significa osservare la realtà con distacco, ma
rispettarla nella sua verità, senza proiettare su di essa i propri desideri o paure. La
vera conoscenza nasce da questa tensione tra partecipazione e rispetto: chi pensa
produttivamente non si lascia trascinare dalle proprie emozioni, ma non si
rifugia neppure in una sterile neutralità. Un errore comune della società moderna
è confondere la produttività con l’iperattività. L’idea che il valore di una persona
dipenda dalla quantità di cose che fa è una delle distorsioni più pericolose del
nostro tempo. Essere costantemente impegnati non significa essere produttivi, così
come accumulare informazioni non significa necessariamente comprendere.
L’iperattività, in realtà, è spesso una forma di fuga, un modo per evitare il
confronto con sé stessi e con la realtà. La produttività autentica, invece, non si
misura dalla quantità di attività svolte, ma dalla qualità dell’esperienza interiore,
dalla capacità di entrare in relazione con il mondo in modo profondo e significativo.
Fromm conclude sottolineando che l’amore e il pensiero produttivi sono le forme
più elevate della realizzazione umana. L’amore permette di superare la
separazione dagli altri senza cadere nella dipendenza o nella fusione, mentre il
pensiero produttivo consente di entrare in relazione con la realtà senza distorcerla
o ridurla a meri strumenti. Solo attraverso queste due dimensioni l’uomo può vivere
pienamente, trovare un senso autentico alla propria esistenza e sviluppare il suo
potenziale nella sua forma più alta.
I problemi dell’etica umanistica
L’egoismo e l’amore per sé stessi spesso sono confusi tra loro, mettendo in
discussione l’idea dominante nella cultura occidentale secondo cui amare sé stessi
sarebbe un peccato, mentre l’amore per gli altri rappresenterebbe una virtù. Fromm
evidenzia come questa concezione aKondi le radici nella teologia calvinista e nella
filosofia kantiana, entrambe caratterizzate da una svalutazione dell’individuo e
dalla sua sottomissione a principi morali esterni. La teologia di Calvino, ad
esempio, considera l’uomo essenzialmente malvagio e impotente, incapace di fare
il bene con le proprie forze. Da qui deriva l’invito a rinunciare alla propria volontà e
a sottomettersi completamente a Dio. Kant, pur mantenendo un maggiore rispetto
per l’integrità dell’individuo, sostiene che il desiderio di felicità personale non possa
costituire un valore etico positivo: il vero principio morale, per lui, risiede
nell’adempimento del proprio dovere. Entrambi i pensatori vedono una
contraddizione tra l’amore per sé e l’amore per gli altri, presentandoli come due
opposti inconciliabili. Questa visione viene ripresa in modo opposto da Stirner e
Nietzsche. Se per Calvino e Kant l’amore di sé è un peccato, per Stirner e Nietzsche
è una virtù assoluta, che deve prevalere su ogni altra forma di legame con gli altri.
Tuttavia, secondo Fromm, entrambi cadono nella stessa dicotomia errata, ovvero
nel considerare egoismo e amore per sé stessi come sinonimi.
In realtà, Fromm propone un’altra lettura: l’egoismo e l’amore per sé non solo non
coincidono, ma sono in realtà opposti. L’egoista non ama troppo sé stesso, bensì
troppo poco: è una persona frustrata, che vive con un vuoto interiore e cerca di
riempirlo attraverso il possesso, il potere e il controllo sugli altri. L’amore genuino,
invece, è un fenomeno di sovrabbondanza: solo chi ama sé stesso in modo
autentico è capace di amare gli altri. L’amore per sé non è quindi un ostacolo
all’amore per il prossimo, ma ne è la condizione necessaria. Fromm critica anche
la visione freudiana del narcisismo, secondo cui esisterebbe una quantità fissa di
libido da distribuire tra sé e gli altri. Se questo fosse vero, l’amore per gli altri
implicherebbe necessariamente una sottrazione di amore per sé stessi. Invece,
Fromm ribalta la questione: l’amore è un’espressione della propria capacità di
amare, e chi è in grado di amare sé stesso in modo sano sarà anche capace di amare
gli altri. La cultura moderna, tuttavia, ha contribuito a confondere ulteriormente il
concetto di amore di sé. Da un lato, predica la negazione dell’egoismo e l’altruismo
come valore supremo, dall’altro esalta l’individualismo sfrenato e la ricerca del
successo personale. Questa contraddizione crea individui frammentati, incapaci di
trovare un equilibrio tra il rispetto di sé e la relazione con gli altri.
Fromm propone infine una riflessione sull’idea di interesse personale, mostrando
come il suo significato sia cambiato nel tempo. Per filosofi come Spinoza,
l’interesse dell’uomo coincide con la realizzazione delle proprie potenzialità,
mentre nella società moderna è stato ridotto a una ricerca di vantaggi materiali e
successo economico. Questo ha portato a un’ingannevole percezione
dell’interesse personale: si crede di agire per il proprio bene, ma in realtà si finisce
per alienarsi, trasformandosi in strumenti della macchina economica e sociale.
Solo riscoprendo il vero significato dell’amore per sé stessi e dell’interesse
personale, come espressioni della propria crescita e autenticità, si può superare
questa alienazione e costruire una società più equilibrata.

Fromm spiega che molte persone credono di provare un senso di colpa autentico,
ma in realtà stanno semplicemente temendo l’autorità. L’individuo non valuta se
una norma sia giusta o sbagliata in sé, ma la accetta perché imposta da una figura
di potere. Se l’autorità dichiara un principio come giusto, esso viene interiorizzato
acriticamente, indipendentemente dal suo valore etico reale. Un esempio estremo
è quello dei sostenitori di Hitler, che sentivano di agire secondo coscienza anche
quando compivano atrocità. La coscienza autoritaria non è mai del tutto separata
dall’autorità esterna: anzi, queste due dimensioni si alimentano a vicenda. Il
bisogno umano di ammirare e idealizzare il potere fa sì che l’individuo tenda a
considerare l’autorità come infallibile, anche di fronte a prove contrarie. La buona
coscienza è quella di chi compiace l’autorità, mentre la cattiva coscienza è la
percezione di averla delusa o sfidata. Per chi ha una personalità autoritaria, il
massimo terrore non è la punizione in sé, ma l’abbandono da parte dell’autorità, che
lo priverebbe di un senso di appartenenza e sicurezza. L’esempio biblico di Caino è
emblematico: il suo vero tormento non è il castigo divino, ma il rifiuto da parte di
Dio, che lo esclude dalla comunità. Questo dimostra come, in una visione
autoritaria, la colpa principale non sia l’atto compiuto, ma il fatto di aver sfidato
l’autorità. Da qui deriva la centralità dell’obbedienza, considerata la virtù
fondamentale, mentre la disobbedienza diventa il peccato supremo. L’autorità può
spiegare o meno le sue decisioni, ma il soggetto non ha mai il diritto di metterle in
discussione. Fromm sottolinea come la coscienza autoritaria si basi su una
struttura di potere che impone la sottomissione, raKorzata da un senso di colpa
costante. L’individuo non solo obbedisce, ma interiorizza la visione dell’autorità e
diventa egli stesso un suo esecutore, applicando su di sé punizioni e restrizioni.
Questa dinamica si osserva chiaramente nel Super-Io freudiano, che reprime e
colpevolizza il soggetto, alimentando un senso di inferiorità e impotenza. L’autorità
diventa così un modello irraggiungibile: chi si sente inferiore, colpevole e indegno
trova conforto solo nella sottomissione.
La coscienza autoritaria non è solo un fenomeno legato a dittature o sistemi
apertamente oppressivi, ma è presente anche nelle relazioni quotidiane, in
particolare nel rapporto genitori-figli. Molti genitori, senza rendersene conto,
impongono aspettative rigide ai propri figli, esigendo che essi li compiacciano e
realizzino ciò che loro stessi non sono riusciti a ottenere. Il bambino, interiorizzando
questo sistema, sviluppa un senso di colpa cronico, soprattutto se non riesce a
conformarsi alle aspettative parentali. Un aspetto particolarmente significativo è la
repressione della spontaneità e della creatività del bambino. La produttività
individuale viene spesso vista come una sfida all’autorità, tanto che molte culture e
religioni hanno sviluppato miti e punizioni per chi osa rivendicare la propria
autonomia. Da Babele a Prometeo, fino alla condanna del “peccato di superbia” nel
cristianesimo, la storia è piena di esempi in cui l’uomo viene punito per il tentativo
di aKermare la propria indipendenza.
Fromm conclude evidenziando il circolo vizioso tra senso di colpa e dipendenza
dall’autorità. Più l’individuo si sente colpevole, più cerca conforto nell’obbedienza,
e più si sottomette, più la sua volontà viene spezzata, rendendolo ancora più
vulnerabile al controllo. Il meccanismo più eKicace per generare questo senso di
colpa è l’educazione infantile, che spesso reprime la sessualità, la libertà e il
pensiero critico del bambino, costringendolo a conformarsi a norme imposte
dall’esterno. Anche nelle società moderne, apparentemente democratiche,
l’autorità non è scomparsa, ma si è trasformata in un’autorità anonima, basata su
aspettative sociali e pressioni culturali che modellano l’individuo senza bisogno di
ordini espliciti. Questa forma di autorità è persino più subdola, perché diKicilmente
riconoscibile e quindi più diKicile da sfidare. Solo prendendo coscienza di questi
meccanismi, sostiene Fromm, è possibile liberarsi dalla coscienza autoritaria e
sviluppare una coscienza autenticamente umanistica, basata sulla responsabilità
individuale e sulla capacità di valutare in modo autonomo ciò che è giusto e ciò che
è sbagliato.
Fromm distingue tra piacere e felicità, criticando l’idea che il piacere possa essere
il criterio ultimo dell’etica. L’etica autoritaria impone valori esterni, mentre quella
umanistica aKida all’uomo la responsabilità di determinare ciò che è giusto, ma
questo apre il problema: il piacere è suKiciente a guidare la vita? L’edonismo
classico (Aristippo) identificava il bene con il piacere immediato, ma questa visione
era troppo soggettiva. Epicuro cercò di correggerla, distinguendo tra piaceri
momentanei e piaceri duraturi, legati alla serenità dell’animo. Tuttavia, non riuscì a
fornire un criterio oggettivo per distinguere tra piaceri “buoni” e “cattivi”. Platone e
Aristotele superarono questa limitazione: il piacere non è sempre positivo, ma
diventa autentico solo quando deriva dall’armonia dell’essere e dall’esercizio delle
proprie potenzialità, soprattutto della ragione. Spinoza radicalizzò questa idea,
aKermando che la felicità non è una ricompensa della virtù, ma la virtù stessa: la
gioia nasce dall’espansione delle capacità umane, mentre il dolore deriva dalla loro
repressione. Spencer, invece, collegò il piacere alla biologia, vedendolo come un
meccanismo evolutivo che guida l’uomo verso ciò che è vantaggioso.
A questo punto, Fromm introduce la psicoanalisi per chiarire il problema. Egli
mostra come il piacere possa essere ingannevole: molte persone trovano
soddisfazione in esperienze che, a lungo termine, sono dannose per la loro crescita.
Il masochismo è un esempio di come un individuo possa desiderare qualcosa che
lo ferisce, senza rendersi conto della sua natura autodistruttiva. Lo stesso vale per
le nevrosi, in cui un individuo può essere inconsapevolmente attratto da situazioni
che lo [Link] distingue quindi tra piacere autentico e pseudo-
piacere. Il piacere autentico è quello che deriva dalla vitalità, dalla crescita e dalla
realizzazione delle proprie potenzialità. Lo pseudo-piacere, invece, è un’illusione
che maschera un vuoto interiore. Una persona può credere di essere felice perché
ha successo o accumula ricchezze, ma in realtà può essere profondamente infelice
senza esserne consapevole. Lo stesso vale per l’infelicità: una persona può
razionalizzare la propria soKerenza attribuendola a cause superficiali, mentre la
vera radice del suo malessere potrebbe risiedere nella sua incapacità di vivere una
vita autentica. Il corpo, in questo senso, è spesso un indicatore più aKidabile della
mente: la tensione muscolare, la fatica cronica o certi disturbi fisici possono essere
segnali di una felicità [Link] conclude che la felicità non è una semplice
sensazione soggettiva, ma un fenomeno oggettivo legato alla vitalità dell’individuo.
La vera felicità non è un’emozione passeggera, ma uno stato di pienezza che
nasce da una vita autentica e produttiva.
Fromm analizza i diversi tipi di piacere e la loro connessione con l’etica umanistica,
evidenziando come il piacere non sia un criterio universale di valore, ma debba
essere valutato in base alla sua origine e qualità.
a) Soddisfazione e piacere irrazionale
Il primo tipo di piacere è quello derivante dal sollievo dopo una tensione penosa. È
legato ai bisogni fisiologici fondamentali (fame, sete, sonno, sesso) e viene
percepito come un piacere una volta soddisfatto. Fromm chiama questa esperienza
soddisfazione, perché il bisogno si esaurisce naturalmente fino alla prossima
necessità. Diverso è il piacere che deriva da tensioni psichiche di origine nevrotica.
In questo caso, una persona può credere di avere una forte fame o desiderio
sessuale, ma in realtà sta cercando di compensare insicurezze o ansie. Anche il
bisogno ossessivo di potere, denaro o sottomissione agli altri nasce da un vuoto
interiore e non porta mai a una vera appagamento. Fromm chiama questo
fenomeno piacere irrazionale, perché nasce da un deficit psicologico piuttosto che
da un bisogno reale. Mentre i piaceri legati a bisogni fisiologici hanno un ciclo
naturale (si attivano e si esauriscono con la loro soddisfazione), i piaceri nevrotici
sono insaziabili: una persona invidiosa o sadica non troverà mai pace, perché il suo
desiderio non è determinato da una necessità concreta, ma da un senso di
insicurezza che si autoalimenta. L’avidità è un esempio lampante: chi cerca il potere
non sarà mai veramente soddisfatto, perché il suo problema non è la mancanza di
potere, ma l’insicurezza che lo spinge a cercarlo.
b) Il sistema della penuria e della sovrabbondanza
Fromm distingue due sistemi attraverso cui il piacere si manifesta:
Il sistema della penuria, in cui il piacere nasce dalla necessità di alleviare una
tensione (es. soddisfare la fame). Questo sistema è tipico anche degli animali e
riguarda la sopravvivenza.
Il sistema della sovrabbondanza, in cui il piacere deriva dalla creatività, dall’amore
e dalla produttività. Qui il piacere non è il risultato della rimozione di un bisogno, ma
dell’espressione libera di sé.
Nell’essere umano, la vera felicità appartiene al secondo sistema. Ad esempio, una
persona che mangia solo per fame si trova nel sistema della penuria, mentre chi
gode della qualità del cibo, del gusto e del momento conviviale sta sperimentando
un piacere più profondo, tipico della sovrabbondanza. Lo stesso vale per la
sessualità: il sesso basato solo sul bisogno di scaricare una tensione è diverso dal
sesso vissuto come espressione di intimità e connessione con un partner.
c) Gioia, felicità e amore
La gioia è la massima espressione del piacere umano, poiché nasce dalla libertà e
dalla produttività interiore. È il piacere che si prova nel creare qualcosa di
significativo, nell’amare senza possedere, nel vivere con autenticità. La felicità, per
Fromm, non è un’emozione momentanea, ma uno stato che accompagna una vita
vissuta in modo produttivo e autentico. Non è l’opposto del dolore, ma della
depressione, intesa come sterilità interiore e incapacità di provare emozioni
autentiche. L’uomo che vive solo per soddisfare bisogni e desideri superficiali può
sentirsi temporaneamente appagato, ma non sarà mai veramente felice.
Anche nell’amore bisogna distinguere tra due tipi di esperienza:
L’amore irrazionale, basato sulla dipendenza e sulla paura dell’abbandono, che
genera relazioni simbiotiche dove le persone si usano a vicenda per riempire il
proprio vuoto interiore.
L’amore produttivo, che è un fenomeno di sovrabbondanza: due persone si
uniscono senza perdere la propria integrità, dando all’altro senza cercare di
possederlo. Solo l’amore produttivo porta alla gioia autentica, perché nasce dalla
sicurezza interiore e dalla capacità di dare senza aspettarsi nulla in cambio.

Fromm conclude analizzando il rapporto tra mezzi e fini nella società


contemporanea. L’uomo moderno ha perso di vista i fini dell’esistenza (benessere,
realizzazione, felicità) e si è concentrato esclusivamente sui mezzi (denaro, lavoro,
produzione). Questo crea un’illusione di progresso, ma in realtà porta a una
profonda alienazione. Ad esempio, lavoriamo per guadagnare denaro, ma poi
spendiamo il nostro tempo e le nostre energie per fare ancora più soldi,
dimenticandoci di goderne. La tecnologia ci permette di avere più tempo libero, ma
lo riempiamo con attività che ci lasciano insoddisfatti. La società ci insegna a
trovare piacere nelle cose che dobbiamo fare per sopravvivere, facendoci credere
che il successo economico e il consumo siano le chiavi della felicità. Il vero
problema, secondo Fromm, è che i mezzi (lavoro, produzione, accumulo di denaro)
sono diventati fini in sé, mentre i veri fini (benessere, creatività, amore) sono stati
dimenticati o relegati a un ruolo marginale. L’etica umanistica deve ribaltare questo
processo, restituendo all’uomo il senso della propria esistenza attraverso la
realizzazione autentica delle sue potenzialità.
L’errore dell’edonismo è stato credere che il piacere fosse automaticamente un
bene. In realtà, esistono piaceri che derivano dalla produttività e dalla crescita
interiore, e altri che nascono dall’insicurezza e dalla penuria. La felicità non è il
risultato dell’accumulo di esperienze piacevoli, ma della capacità di vivere con
autenticità, esprimendo pienamente il proprio potenziale umano. L’etica
umanistica di Fromm si basa su questa idea: la vera virtù non è la rinuncia al piacere,
ma la capacità di distinguere tra piaceri che alimentano la nostra crescita e quelli
che ci rendono schiavi delle nostre insicurezze. La felicità è la più grande conquista
dell’uomo, non perché sia facile, ma perché richiede impegno, consapevolezza e
libertà interiore.
La fede come tratto caratteriale
Fromm ridefinisce la fede non come un semplice concetto religioso, ma come una
qualità essenziale dell’essere umano. Nel mondo moderno, la fede viene spesso
contrapposta alla scienza e alla razionalità, ma questa separazione ha portato a una
crisi: oggi lo scetticismo non è più segno di progresso, ma di confusione e
relativismo, che svuotano il concetto stesso di verità. L’uomo, però, non può vivere
senza fede. Fin dalla nascita, ha bisogno di fidarsi della madre, così come nella vita
adulta ha bisogno di credere in sé stesso, negli altri e nei valori che danno senso alla
sua esistenza. Senza questa fiducia, diventa insicuro e vulnerabile.
Fromm distingue tra due tipi di fede:
- Fede irrazionale, che nasce dalla sottomissione cieca a un’autorità, sia
essa religiosa, politica o ideologica. È la fede del fanatismo, che non mette
mai in discussione ciò in cui crede.
- Fede razionale, che è una convinzione profonda basata sull’esperienza, sul
pensiero critico e sulla fiducia nelle proprie capacità. Non è cieca, ma attiva
e consapevole. Anche la scienza si basa su una forma di fede razionale: gli
scienziati come Galileo o Newton hanno creduto nella possibilità di
comprendere il mondo, pur senza certezze immediate.
Così come esiste una fede sana e una cieca, anche il dubbio può essere positivo o
negativo:
- Il dubbio razionale è utile, perché stimola il pensiero critico e aiuta a
crescere. È il dubbio che spinge il bambino a mettere in discussione le
certezze imposte dai genitori per sviluppare una propria autonomia.
- Il dubbio irrazionale, invece, paralizza. Chi ne soKre vive nell’insicurezza
costante, incapace di prendere decisioni. Oggi, questa incertezza si
trasforma spesso in indiKerenza e relativismo, dove tutto sembra uguale e
privo di significato.
Avere fede in sé stessi invece significa avere un’identità solida. Chi non ha fiducia in
sé tende a cercare costantemente approvazione dagli altri, diventando dipendente
dal loro giudizio. Solo chi è sicuro della propria coerenza interiore può costruire
relazioni autentiche e mantenere gli impegni. Lo stesso vale per la fiducia nelle
potenzialità umane. Un buon educatore crede nella crescita dei suoi studenti, così
come una madre ha fede nello sviluppo del proprio figlio. L’educazione si fonda sulla
fiducia nella crescita, mentre il controllo e la manipolazione nascono dalla paura e
dalla sfiducia. La fede nel progresso umano si è espressa sia nella religione, sia nelle
idee di libertà e giustizia. Ma quando questi valori diventano solo parole vuote,
imposte dall’alto senza un’esperienza diretta, perdono il loro significato. Il
problema non è la mancanza di fede, ma dove viene riposta: molti oggi credono solo
nel denaro, nella tecnologia o nel potere, piuttosto che nelle capacità umane di
costruire un mondo migliore.
Fromm conclude che fede e potere si escludono a vicenda. La vera fede si basa
sulla fiducia nel cambiamento e nella crescita, mentre il potere mira a mantenere il
controllo sugli altri. Ogni religione o ideologia nata con ideali di libertà rischia di
corrompersi quando si lega al potere. La vera scelta è tra una fede cieca e passiva,
che porta alla sottomissione, e una fede consapevole e attiva, che nasce dalla
conoscenza e dalla fiducia nelle proprie capacità. Senza fede, l’uomo si perde. Ma
la fede autentica non è credere a qualcosa senza motivo: è un atto di volontà, di
crescita e di responsabilità verso sé stessi e il mondo.
L’uomo è naturalmente buono o malvagio?
Per Agostino e Lutero, l’uomo è corrotto e ha bisogno di autorità e punizioni per
essere guidato. Al contrario, pensatori come Pelagio e quelli del Rinascimento
vedono l’uomo come fondamentalmente buono, reso malvagio solo da influenze
esterne. Freud introduce una visione dualistica, parlando di un conflitto tra impulso
di vita e istinto di morte.
Fromm rifiuta l’idea che il male sia innato. L’aggressività e l’odio non derivano da un
istinto naturale, ma da una vita frustrata. Se l’uomo non può sviluppare le sue
capacità, la sua energia si trasforma in distruttività. Distingue tra: Odio reattivo,
una risposta a minacce reali, che svanisce quando il pericolo passa; e Odio
caratteriale, una tendenza radicata nella personalità, che porta a cercare
costantemente nemici da odiare.
L’etica umanistica si concentra su questo secondo tipo di odio, cercando di
comprenderne e prevenirne le cause.
Fromm vede il male non come una forza autonoma, ma come il risultato della
mancata realizzazione dell’uomo. Così come un seme ha bisogno di condizioni
favorevoli per crescere, anche l’essere umano ha bisogno di un ambiente che gli
permetta di svilupparsi. Se questo viene negato, la sua energia si distorce e diventa
distruttiva. L’uomo non ha bisogno di punizioni o premi per essere morale: la sua
naturale tendenza è crescere ed esprimersi. La repressione di questa tendenza
genera nevrosi e infelicità. Il vero principio morale è il rispetto per la vita, propria e
altrui. Chi distrugge gli altri danneggia anche sé stesso, mentre una vita autentica e
produttiva porta al benessere collettivo. L’etica umanistica si basa sull’idea che il
male nasce dalla vita bloccata, non da una natura umana intrinsecamente
malvagia. Creare condizioni che permettano all’uomo di svilupparsi è la chiave per
ridurre la distruttività e favorire una società più sana.
L’idea che l’uomo sia naturalmente malvagio porta alla convinzione che la moralità
consista nel reprimere i propri impulsi negativi. Ma Fromm mostra come questa
repressione non trasformi davvero la persona: trattenere un impulso senza
cambiarne la radice lascia intatta la sua forza. Anche rimuoverlo dall’inconscio non
lo elimina, ma lo fa riemergere in forme distorte. La vera alternativa alla repressione
è la trasformazione produttiva: invece di combattere sé stessi, si può indirizzare la
propria energia verso qualcosa di creativo e costruttivo. Essere virtuosi non significa
soKocare il proprio io, ma sviluppare appieno le proprie capacità. Fromm critica
l’idea che il giudizio morale dipenda dal libero arbitrio assoluto o dal determinismo
totale. L’uomo è influenzato dal proprio carattere e dall’ambiente, ma ha anche la
capacità di prendere coscienza di sé e modificare il proprio percorso. Il giudizio
morale, quindi, non dovrebbe condannare le persone dall’alto, come se fossero
completamente libere o irrimediabilmente determinate. Piuttosto, dovrebbe
valutare in che misura ciascuno riesca a sviluppare il proprio potenziale umano.
Fromm distingue tra un’etica universale, che promuove la crescita umana (come il
rispetto della vita), e un’etica socialmente imposta, che serve a mantenere un
certo ordine (come le regole di classe o di lavoro). Spesso, le società spacciano per
universali norme che in realtà proteggono solo gli interessi di alcuni.
La vera moralità non nasce dalla paura della punizione, ma dalla possibilità di
svilupparsi e vivere in modo autentico. Creare condizioni che favoriscano la crescita
umana è il vero compito dell’etica, perché il bene non è repressione, ma piena
espressione della vita.
Il problema morale oggi
Fromm si chiede se esista un problema morale specifico della nostra epoca. Se da
un lato la moralità è un tema universale, ogni cultura aKronta sfide diverse. Oggi, il
punto cruciale è il rapporto dell’uomo con il potere e il modo in cui questo
condiziona la sua libertà e il suo pensiero. L’uomo è da sempre soggetto alla forza:
quella della natura e quella imposta da altri uomini. La forza fisica può privarlo della
libertà e persino della vita, ma la sua mente rimane teoricamente indipendente. La
verità e le idee in cui crede non possono essere cancellate con la violenza. Tuttavia,
Fromm sottolinea un punto essenziale: se l’uomo viene costantemente minacciato
o reso impotente, il suo pensiero si distorce, le sue emozioni si atrofizzano e il suo
senso morale si deteriora. La paura e la sottomissione generano una dipendenza
psicologica da chi detiene il potere, che non solo incute timore ma promette anche
sicurezza e ordine. L’uomo, spaventato dall’incertezza e dal peso della
responsabilità, accetta volentieri di rinunciare alla propria libertà per sentirsi
protetto. Ma in questo processo perde se stesso: smette di pensare con la propria
testa, accetta come verità ciò che il potere gli impone, perde la capacità di amare in
modo autentico e il suo senso morale si appiattisce sulla cieca obbedienza.
Potremmo pensare che questo problema riguardi solo i regimi autoritari, ma Fromm
avverte che anche nelle democrazie moderne la libertà è spesso illusoria. Se in
passato il potere era esercitato apertamente da re o dittatori, oggi è diventato
anonimo e diKuso, incarnato nel mercato, nel successo economico, nell’opinione
pubblica e nella pressione sociale. Non ci viene detto cosa fare con la forza, ma con
condizionamenti invisibili che ci fanno credere di scegliere liberamente.
Il problema morale della nostra epoca non è solo la repressione politica, ma
qualcosa di più sottile: l’indiMerenza verso noi stessi. Ci siamo abituati a
considerarci strumenti di qualcosa di più grande – il sistema economico, il
progresso, il successo – e in questo processo abbiamo perso il contatto con il nostro
vero essere. Non siamo più individui autentici, ma ingranaggi in una macchina che
non comprendiamo fino in fondo. La conseguenza è una profonda alienazione: ci
sentiamo impotenti, frustrati e privi di un senso reale di direzione. Tuttavia, invece
di ribellarci, ci consoliamo sapendo che tutti fanno lo stesso. Seguiamo la massa
senza chiederci dove stiamo andando, come un gregge che procede nella nebbia,
convinto che la strada debba essere giusta solo perché è quella seguita da tutti.
Per Fromm, la soluzione non sta nel tornare a un’etica basata sulla paura della
punizione o sull’obbedienza cieca, ma nel riscoprire una moralità fondata sulla
realizzazione personale. Essere morali non significa rinunciare ai propri desideri o
seguire regole imposte dall’alto, ma diventare pienamente umani, sviluppando il
proprio potenziale creativo ed emotivo. La vera libertà non è la possibilità di
scegliere tra opzioni preconfezionate, ma la capacità di costruire un’esistenza
autentica, basata su ciò che siamo veramente. Questo implica prendere coscienza
di sé, smettere di accettare passivamente il potere anonimo e riscoprire un’etica
radicata nell’esperienza umana. Fromm ribalta l’aKermazione di Dostoevskij
secondo cui “se Dio è morto, tutto è permesso”. Non è la religione a determinare il
bene e il male, ma la consapevolezza dell’uomo. Quando una persona è
veramente viva e presente a sé stessa, sa ciò che è giusto, non perché gli viene
imposto, ma perché lo sente dentro di sé. Il problema è che troppi cercano
risposte all’esterno, nelle ideologie, nella religione, nel successo, invece di cercarle
dentro di sé.
Fromm conclude con una riflessione ottimista: stiamo vivendo un’epoca di
passaggio. Proprio come il Medioevo non finì in un solo giorno, ma si trasformò
gradualmente in un’era nuova, anche il mondo moderno si trova a un bivio. Il futuro
non è già scritto: né la catastrofe né il progresso sono inevitabili. Tutto dipende
dall’uomo, dalla sua capacità di prendere sul serio la propria vita, la propria libertà
e la propria felicità. Il vero problema morale oggi è trovare il coraggio di essere
davvero sé stessi e non lasciarsi trascinare dalla corrente.

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