Eugenio Garin
La cultura del Rinascimento
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© Verlag Ullstein GmbH, Frankfurt/Main - Berlin, 1964
© il Saggiatore S.p.A., Milano 2012
Prima edizione: il Saggiatore 1998
Prima edizione tascabili: il Saggiatore/Net, Milano 2006
XII. La nuova scienza: la conoscenza dell'uomo e del
mondo
Mentre i filosofi contribuivano a distruggere un'antica
visione del mondo, ed una sistemazione organica del sapere che
era durata secoli, nei campi specifici delle scienze tendevano a
svilupparsi e a rendersi autonome ricerche particolari volte alla
conoscenza e all'azione. L'enciclopedia medievale, entrata da
tempo in crisi, non era solo distrutta nelle sue grandi impalca
ture; era sowertita nelle singole zone. Ora, proprio entro
queste zone venivano elaborati strumenti di ricerca destinati a
permettere nuove sintesi.
Il secolo XIV aveva assistito, nel campo del sapere, ad
un'opera di erosione di quella logica e di quella fisica di Aristo
tele che avevano rappresentato la grande forza del secolo XIII.
Fisici come Buridano, logici e fisici sottili come Alberto di
Sassonia o Marsilio di lnghen, avevano esasperato le difficoltà
della teoria aristotelica del movimento, studiando i movimenti
violenti, l'inizio del moto, e il rapporto fra il moto e il mezzo in
cui il mobile si sposta. Inizio e fine del moto, accelerazione e
ritardo, relazione fra motore e mobile, erano venuti svelando le
aporie insanabili dell'aristotelismo. Le dissertazioni sull'«impe
tus» avevano segnato la fine di una teoria. I logici inglesi di
Oxford, i «calculatores» del Merton College, avevano messo in
evidenza la necessità di altri strumenti logici per afferrare la
realtà. Lo studio delle «proportiones» aveva richiamato l'atten
zione sulla matematica come mezzo per intendere i fenomeni
fisici. Con tutto questo, con tutto il loro acume, la logica e la
no u cultur• del Rinascimento
fisica dei "moderni" sembravano avere distrutto piuttosto che
costruito, ed essere arrivate ad una strada bloccata. Né diverso
discorso, probabilmente, sarebbe da farsi in altri campi
dell'indagine scientifica, dove magia e occultismo discorreva
no, sl, di «experimenta», ma in strane mescolanze di intuizioni
a volte geniali, in cui tuttavia si tornava a fare appello a forze
occulte e demoniache.
A sbloccare la situazione contribuirono, fra il XV e il XVI
secolo, vari elementi convergenti che, nella radicale trasforma
zione di prospettive e di quadri mentali introdotta dall'umane
simo, fecero trionfare modi nuovi di affrontare i problemi, e
misero avanti problemi e metodi diversi. Alla nascita della
scienza moderna concorsero cosl vari ordini di fattori. In primo
luogo, vi cooperò l'opera degli umanisti che, con la loro
conoscenza del greco tradussero, commentarono e fecero
largamente circolare gli scritti dei grandi scienziati antichi,
rimasti ignoti o mal noti per secoli, o filtrati attraverso la
cultura araba. In secondo luogo è da porsi il peso delle tecniche
degli artigiani e degli artisti - le arti meccaniche - che nel
trasformarsi delle città e dei costumi, mostrarono di avere
un'importanza sempre più grande, si trattasse di arti belle o di
arti utili, di costruire chiese o fortificazioni, di escogitare
macchine belliche o apparati festivi, di regolamentare le acque,
di tingere stoffe, di inventare tecniche pittoriche. Fu probabil
mente decisiva, in questa direzione, proprio la fioritura di una
civiltà volta a opere d'ogni genere, che richiese e sollecitò
prestazioni e attività, con ciò stesso conferendo dignità a quelle
"arti" meccaniche già tenute a vile per non essere di puro
pensiero, ma mescolate al lavoro manuale, alle cose materiali.
Come i bisogni dei commerci sollecitarono i viaggi, e con essi
una più estesa cognizione della Terra, cosl le ambizioni dei
ricchi stimolarono il "murare", e indussero a commissionare
dipinti e statue, favorendo insieme il fiorire delle arti e
l'apprezzamento degli artisti. Gli ingegneri, gli architetti, gli
urbanisti, che spesso, come Leonardo o Michelangelo, sono
anche scultori e pittori, conquistano un posto nuovo, di
singolare prestigio, nella città. Secondo I'Alberti del Momus
La conoscenza dell'uomo e del mondo 131
per fabbricare l'universo meglio sarebbe consultare un archi
tetto che -un teologo. Nel trattato del Filarete è l'architetto
urbanista che progetta e costruisce la città per il Signore.
Finalmente la nascita di nuove concezioni del mondo
permise il costituirsi di quadri mentali nuovi e di prospettive
capaci di promuovere indagini e scoperte. Quanto al primo
punto, ossia al contributo dato dagli umanisti alla conoscenza
del patrimonio scientifico degli antichi, si tratta, senza dubbio,
di un fenomeno di singolare estensione, in ogni settore. Testi
prima sconosciuti circolano rapidamente come il De medicina
di Cornelio Celso, ignoto nel Medioevo, scoperto nel 1426 dal
Guarino, e poi da Giovanni Lamola, largamente diffuso,
studiato, e citato da Leonardo da Vinci. Dei medici greci il
<Korpus» ippocratico e Galeno vengono ritradotti, editi nel
testo e commentati. A Galeno dedicano la loro attività, fra gli
altri, Symphorien Champier ( 147 1 - 1537/9), e Rabelais fra i
francesi, Thomas Linacre fra gli inglesi, Niccolò Leoniceno
(1428- 1524) e Giovanni Manardi ( 1462- 1536) fra gli italiani,
per non dire di Antonio Brasavola ( 1500-1570), il compilatore
di un famoso «indice» di Galeno. Né sarebbe facile enumerare
i contributi recati nel campo della botanica, della farmacologia,
della storia naturale in genere, a cominciare dalle edizioni, dai
volgarizzamenti e dagli studi su Dioscoride e Plinio. Di capitale
importanza nel campo della matematica l'ingresso di Archime
de, reso in latino da Guglielmo di Moerbeke fino dai tempi di
san Tommaso (ms. autografo: Ottoboniano lat. 1850 della
Vaticana) ma del tutto inoperoso. Circolante in greco nei primi
decenni del Quattrocento, operante e tradotto dalla metà del
secolo, nel 1543 ne uscirà a Venezia l'edizione latina a cura di
Niccolò Tartaglia: quell'Archimede che fu per Galileo un
punto di partenza decisivo. Il discorso potrebbe continuare
con le opere di Euclide, di Apollonio, di Erone, di Strabone, di
Tolomeo, di Pappo. Senza dubbio, lungo il Cinquecento,
spesso «studiare geometria fu studiare Euclide; fare un atlante
geografico significò preparare un'edizione di Tolomeo; e un
medico non tanto studiava medicina, quanto piuttosto Ippo
crate e Galeno» (Goerge Sarton, The Appreciation o/ Ancient
132 La cultur11 del Rinascimento
and Medieval Science during the Renaissance, Philadelphia
1955, p. 1 7 1 ). Senonché, nell'analizzare, commentare, ristabi
lire i testi antichi, si venne realizzando un singolare progresso
tecnico effettivo; matematici, botanici, medici, astronomi,
congiunsero la reverenza per i monumenti letterari di un
remoto passato con un autentico bisogno di novità. «Cercando
di ritrovare nella natura quello che gli autori greci avevano
detto che vi si trovava, i dotti europei cominciarono a poco a
poco a scoprire come le cose stavano realmente» (Marie Boas,
The Scientific Renaissance, p. 49) .
Nello stesso tempo e nei medesimi ambienti aweniva la
rivalutazione delle arti meccaniche, delle macchine, delle
attività artigianali, dell'agricoltura, della navigazione. E: un
umanista, un amico d'Erasmo e del More, il Vives, che nel
15 3 1 , scrivendo un de causis corruptarum artium, richiama i
dotti alla necessità di entrare nelle officine. La conoscenza della
natura - awerte - non si trova affatto nelle mani dei filosofi e
dei dialettici; spesso la conoscono meglio contadini e artigiani
(«melius agricolae et fabri norunt quam ipsi tanti philosophi»).
Pochi anni dopo, nel 1543, Andrea Vesalio, in uno dei grandi
testi della nuova scienza, nella prefazione ai suoi De humani
corporis /abrica libri septem, deplora il divorzio che era
awenuto nel passato fra l'esecutore materiale della pratica
anatomica e la dottrina puramente mentale del maestro, fra
l'operatore e il medico.
Taie deplorevole divisione dell'ane medica - scrive Vesalio - ha introdotto
nelle scuole l'odioso sistema per cui uno seziona il corpo e un altro ne
descrive le pani. Questo secondo, appollaiato su un alto pulpito come una
cornacchia, con fare sdegnoso ripete notizie che non ha appreso direttamen
te, ma ha letto nei libri di altri.
Chi seziona, invece, non sa né parlare né spiegare. Ora,
proprio questo si cominciò a tentare nel Rinascimento: di
mediare ragione e esperienza. Leonardo da Vinci, in testi
famosi, da un lato bolla «le bugiarde scienze mentali» che non
passano per l'esperienza; ma d'altro lato sentenzia che chi
giunge alla ragione non ha più bisogno d'esperienza.
La conoscenza dell'uomo e del mondo 133
Della convergenza tra artisti (artigiani) e dotti, da cui doveva
trarre l'impulso più decisivo la rivoluzione scientifica, troviamo
esempi famosi già nel primo Quattrocento. Filippo Brunelle
schi, che fra il 1420 e il 1436 edificò quel singolare monumento
che è la cupola di Santa Maria del Fiore a Firenze, architetto e
scultore, costruttore di fortezze e ingegnere idraulico, esperto
di ottica e di teoria delle proporzioni, «pur non avendo
lettere», allorché imparava matematica e geometria da uno dei
maggiori scienziati del tempo, Paolo Toscanelli, «gli rendeva sì
ragione con il naturale della pratica esperienza, che molte volte
lo confondeva». Amico di entrambi, Leon Battista Alberti,
umanista, felice scrittore in latino e in italiano, era matematico,
stendeva trattati delle varie arti (architettura, pittura, scultura),
faceva importanti esperimenti di ottica. Paolo Toscanelli
(1397- 1482), amico del Cusano, del Peurbach e del Regiomon
tano (Giovanni Miiller), è astronomo (sono ben noti i suoi
calcoli sulle comete), geografo, grande matematico e medico, e
il suo nome è legato a quello di Cristoforo Colombo. La
circolazione di idee fra tecnici, artisti e scienziati è continua;
per rendersene conto basta scorrere i trattati dei maggiori
artisti, dai Commentarii di Lorenzo Ghiberti al De perspectiva
pingendi di Piero della Francesca; o scritti come quello di
Roberto Valturio De re militari, pubblicato nel 1472, e usato da
Leonardo da Vinci nel volgarizzamento del Ramusio ( Opera de
facti e precepti militari, 1483 ).
L'opera di un umanista, quale è il commento a Vitruvio di
Daniele Barbaro ( 1556) , documenta la ricchezza di queste
connessioni. Col Barbaro collabora il Palladio; d'altra parte il
Barbaro si serve dei trattati sulle proporzioni e sul compasso
del Diirer, dell'Arte del navegar di Pedro de Medina, della
Compositio horologiorum di Sebastiano Miinster. Come farà
Galileo, frequenta l'Arsenale di Venezia e consulta quelli che vi
lavorano. Il ricambio scienza-tecnica anima cosi la Pirotechnia
di Vannoccio Biringuccio, uscita a stampa nel 1540, come il De
re metallica di Giorgio Agricola (Giorgio Bauer), pubblicato
nel 1556, un anno dopo la morte dell'autore. La Pirotechnia è il
primo trattato di metallurgia fondato sul ricorso diretto
134 La cultura del Rinascimento
all'esperienza; il De re metallica, di un dotto stimato da Erasmo
e da Melantone, fu per due secoli l'opera fondamentale di
tecnica mineraria. Nel Potosl i sacerdoti l'attaccavano agli
altari, perché i minatori andassero più spesso in chiesa, spinti
dal bisogno di consultarla. Di questa convergenza di tecnica e
arte, di riflessione scientifica e di formulazioni filosofiche, uno
degli esempi più cospicui è rappresentato senza dubbio da
Leonardo da Vinci ( 1452-15 19). Il grande artista, che fu grande
ingegnere e grande tecnico, fu soprattutto singolare ricercatore
in ogni campo della realtà, e sempre volto a legare l'analisi dei
fenomeni e l'osservazione sperimentale con la rappresentazio
ne grafica, attraverso la quale, schematizzando, cerca di
penetrare tutti gli aspetti dell'oggetto che studia. Le migliaia di
fogli che conservano le sue annotazioni presentano costante
mente il disegno connesso con la parola. D'altra parte non è
difficile riconoscere nell'immenso materiale da lui messo
assieme una sorta di nuova enciclopedia del sapere, connessa e
coordinata da quella universale «scienza del pittore» da cui il
Vinci partl, e a cui tenne costantemente volto lo sguardo.
Comunque è certo che si trovano in lui trattazioni e osserva
zioni di ottica, larghe e minute ricerche di meccanica intesa
come studio delle forze fisiche che costituiscono la base del
mondo organico e inorganico, osservazioni di biologia e di
cosmologia. Per non dire dei famosi quaderni d'anatomia, delle
riflessioni di matematica e in paticolare dei progetti di macchi
ne d'ogni genere, fino alle note sul volo degli uccelli e ai
tentativi di costruzione di strumenti per far volare l'uomo.
A prescindere dalla valutazione dell'artista e dello scrittore, e
senza indulgere all'immagine del genio che avrebbe precorso
gli sviluppi di tutte le scienze, Leonardo resta l'espressione
forse più tipica dell'uomo che vuol sapere tutto, essere tutto,
realizzare veramente il microcosmo. Non prowisto di grande
preparazione culturale, «omo sanza lettere» come amò dirsi,
ebbe una curiosità insaziabile e alcune intuizioni geniali;
sottolineò il valore del ricorso all'esperienza e dell'osservazio
ne, ma fece consistere la scienza nella cognizione di ragioni; nel
campo della meccanica fece rilievi importanti entro il dibattito
La conoscenZll dell'uomo e del mondo 135
contemporaneo sul moto e le sue «leggi», ma affermò sempre la
necessità della matematica in funzione della fisica. Lo studio e
la costruzione delle macchine, e l'uso che ne fece in rapporto
alla conoscenza dei fenomeni, sono di una non comune
ricchezza; né può non colpire quanto ossetva sulla struttura
corpora dell'uomo, sulle «forze» spirituali che ne muovono la
macchina, ove, poi, spesso, spirito non significa altro che forza
fisica. «Spirito è una potenzia congiunta al corpo - dice una
volta - [ ... ] perché se lo spirito è quantità incorporea, questa tal
quantità è detta vacuo, e il vacuo non si dà in natura.» Più
ancora impressiona un testo del Codice Atlantico sull'anima,
identificata con la pura e semplice forza propulsiva della
macchina: «l'uccello è strumento operante per legge matema
tica, il quale strumento è in potestà dell'uomo poterlo fare con
tutti li sua moti, ma non con tanta potenzia». Il problema del
volo umano è, dunque, esclusivamente problema di forza
motrice: «adunque direm che tale strumento, composto per
l'omo, non li manca se non l'anima dell'uccello, la quale anima
bisogna sia contraffatta dall'anima dell'omo».
È probabile che il contributo dato da Leonardo al progresso
effettivo della scienza del suo tempo non sia stato grande. Resta
il valore simbolico di questa figura, che del resto espresse
nell'arte tutta la sua grandezza. Resta la testimonianza di un
atteggiamento: indipendenza da ogni autorità filosofica o
religiosa; fiducia nella ragione; fiducia nell'esperienza come
contatto diretto con la natura; fiducia nella macchina che
l'uomo costruisce; fiducia nella scienza non disgiunta dalla
tecnica, anzi integrata da una concezione generale della realtà
intesa come «natura» legata da necessarie «ragioni».
Forse è proprio questo atteggiamento, determinato dalla
nuova cultura e dalla sua critica spregiudicata delle concezioni
medievali, che è alla radice di quelle che furono le due
«rivoluzioni» destinate a mutare, fra il Quattrocento e il
Cinquecento, il quadro dei consueti riferimenti dei giudizi
umani: la scoperta del «nuovo mondo» e l'ipotesi copernicana.
Il viaggio di Cristoforo Colombo ( 1450/1- 1506) inserito in una
serie di imprese di navigatori, e collegato con ricerche geogra-
136 La cultura del Rinascimento
fiche e calcoli intorno alle dimensioni della Terra, fu, oltre a
tutto, il tentativo di verificare nell;esperienza un'ipotesi ardita.
A parte ogni conseguenza pratica, attraverso le osservazioni
condotte nelle nuove terre ne venne una visione della natura
profondamente trasformata, e ne nacquero problemi e solleci
tazioni d'ogni genere, fino alle gravi questioni teologiche
relative al Diluvio.
È probabile che, accanto al viaggio di Colombo, per forza di
rottura si debba porre l'ipotesi eliocentrica formulata da
Niccolò Copernico, un polacco di Thom ( 1473- 1543 ), canoni
co del capitolo di Frauenburg, che aveva studiato e si era
laureato in Italia. Il De revolutionibus orbium coelestium del
1543, oltre che un rigoroso libro di scienza ci appare anche
l'eco della quattrocentesca mistica solare cara alla scuola di
Marsilio Ficino. Si ha l'impressione di ritrovarsi lungo la linea
tracciata dal Cusano, in una visione del mondo che ebbe il suo
poeta in Marcello Palingenio Stellato, autore di un'opera di
timbro lucreziano, lo Zodiacus vitae, pubblicato in Venezia nel
1534. Anche in Copernico, insieme a calcoli e osservazioni
rigorose, si trova l'eco lontana di un culto solare. Dove
mettere se non al centro del mondo, la lampada splendente
del mondo? Non ha forse Ermete Trismegisto chiamato il sole
un Iddio visibile? Di dove, se non dal centro, il Sole potrebbe
governare la schiera mobile degli astri? Questo l'awio solenne
di Copernico; ed è idea non nuova, già avanzata dai greci,
come ricordò egli stesso. Eppure è quasi incalcolabile tutto
quello che essa importava di rinnovatore, rispetto all'immagi
ne casalinga e tranquilla dell'universo antropocentrico, e del
posto privilegiato della Terra. Copernico citava Eraclide,
Edanto, Filolao e Aristarco di Samo; con tutto questo il suo
libro, in un mondo radicalmente mutato, già pronto ad
accoglierlo, costituì quasi il suggello di un totale rovesciamen
to di prospettive.
Di fatto si accompagnava a una rivoluzione filosofica, e a uno
spostamento di valori profondamente conturbante, che doveva
trovare in Giordano Bruno ( 1548-1600), l'infelice filosofo di
Nola, il più eloquente dei teorici. Un grande storico della
La conoscenza dell'uomo e del mondo m
scienza, Alexandre Koyré, ha scritto nel 1957, e non senza
fondamento, che molto nell'opera del Bruno è vecchio, intes
suto di elementi magici, in una complessa mistione di temi
lucreziani e di motivi cusaniani. Eppure, continua il Koyré, «la
sua concezione è così potente e così profetica. così razionale e
così poetica, che non possiamo trattenere l'ammirazione. Il suo
pensiero [ ... ] ha influenzato così profondamente la scienza e la
filosofia moderna che non possiamo fare a meno di assegnare a
Bruno un posto molto importante nella storia del sapere
umano» (From the Closed World to the Infinite Universe, New
York, 1958, p. 54).
Giordano Bruno si rese conto, e lo disse con vivacità, che le
nuove ipotesi astronomiche implicavano, non una correzione
particolare nel campo di una scienza singola, ma un mutamento
radicale nella concezione del mondo. Poco importa se egli
indugia su posizioni care al neoplatonismo, se fa ancora suoi
temi magici, se crede nell'armonia universale e nell'anima del
mondo, se utilizza Lullo e l'arte della memoria. Egli concepisce
l'universo infinito, e infiniti i mondi, e rotte le barriere dei cieli
aristotelico-tolemaici, e spostati i rapporti fra gli esseri, e
mutate le tavole dei valori. Egli intuisce le sconvolgenti
conseguenze morali e religiose del nuovo universo, del nuovo
posto assegnato all'uomo. Di qui la sua infiammata polemica
contro chi vuole restringere e falsificare la portata di Copernico
(come il teologo Andreas Osiander che ne presentò l'opera
come una pura ipotesi matematica), contro chi non intende che
una nuova età del mondo è cominciata. Di qui la sua disperata e
tragica difesa dell'autonomia del sapere e della libertà di
pensiero. Ispirato, poetico, potente, l'inno bruniano all'univer
so infinito (De l'infinito universo e mondtì non è certo scienza, e
probabilmente neppure filosofia; forse è qualcosa di più; la
coscienza della portata rivoluzionaria della nuova scienza.
Quella stessa che è dato trovare in qualche pagina del De natura
rerum iuxta propria principia di Bernardino Telesio (1509-
1588), che piacque anche a Francis Bacon proprio per il suo
richiamo alla natura, alle forze in essa operanti, e alla necessità
di intenderle in sé, attraverso l'esperienza sensibile, per
138 La cultura del Rinascimento
conoscere il mondo quale è, invece di costruire, a gara con Dio,
mondi immaginari.
La filosofia di Telesio, di Bruno e, domani, di Tommaso
Campanella e, in pat1e, di Francis Bacon, esprimeva lo sforzo
cli enucleare la concezione della realtà legata alle nuove
indagini e alle nuove scoperte, fissando il metodo necessario
per strutturarle e giustificarle: era la coscienza critica dei tempi
nuovi. Nello stesso tempo rappresentava un travagliato proces
so cli liberazione da sopravvivenze di motivi mistici e magici,
connessi allo stesso concetto di Natura divina animata e
vivente, recante nel proprio seno le forze capaci di imprimerle
il suo ritmo di sviluppo. Il tentativo di svincolare la scienza
dalla magia, l'astronomia dall'astrologia, la matematica dalla
mistica dei numeri e dalla cabala, è costante, anche se spesso
contrastato. Era stata già del primo Rinascimento l'esigenza di
separare l'astronomia come scienza esatta dei moti stellari
dall'astrologia divinatrice intesa a prevedere gli eventi futuri
derivandoli dagli influssi attribuiti alle stelle considerate, più o
meno coscientemente, come divinità astrali. Ed era ugualmente
vecchia la distinzione fra magia naturale, quasi momento
operativo della scienza della natura, e magia cerimoniale e
necromanzia, ossia sfuttamento demoniaco delle forze occulte
delle cose. La liberazione, tuttavia, non avvenne d'un tratto, ma
con fatica, mentre anche menti di particolare altezza rimaneva
no impigliate nell'equivoco. Se infatti un medico come Girola
mo Fracastoro ( 1478-1553 ), dai larghi interessi per tutti i campi
del sapere, combatte le infiltrazioni di motivi magici (simpatie e
antipatie delle cose) ed astrologici (teoria dei giorni critici)
nelle discipline che coltiva, uno studioso della genialità di
Paracelso (Theophrastus Bombast von Hohenheim, 1493 -
1541) mescola a importanti intuizioni e osservazioni vecchie
eredità, non diversamente da un Girolamo Cardano ( 1501-
1576) o da un Giambattista della Porta ( 1535-1615). Eppure
l'avvenire della scienza, e della filosofia, era nella rigorizzazione
dei processi, nella razionalizzazione degli strumenti d'indagine,
nel rifiuto di quei molti residui di magia e di occultismo che il
platonismo, l'ermetismo, il cabbalismo, si erano portati appres-
La conoscenza dell'uomo e del mondo 139
so. Non era, certo, una liberazione facile, come dimostrano le
indulgenze per la magia di un Bruno, e di un Campanella, o le
reminiscenze alchimistiche di un Bacon (e, domani, perfino di
Newton). Uno dei momenti culminanti della polemica, e dei
punti chiave di questo processo, è rappresentato dall'urto fra
Giovanni Keplero ( 1571-1630) e il «rosacroce� inglese Robert
Fludd ( 1574- 1637), medico e filosofo. Fu uno scontro memo
rabile, a cui presero parte anche uomini come Marino Mersen
ne ( 1588-1648) e Pierre Gassendi ( 1592- 1655). Keplero contro
l'occultismo, l'ermetismo, l'amore degli enigmi, delle cifre,
delle allusioni e del mistero, scrisse parole memorabili, degne
di figurare come epigrafe della nuova scienza.
Dice Keplero di Fludd:
Lui si diletta sommamente degli enigmi tenebrosi delle cose; io cerco di
portare alla luce dell'intelletto le cose avvolte di mistero. Quel metodo è caro
ai chimici, agli ermetici, ai paracelsiani; questo è proprio dei matematici [. .. ].
Quando lui ed io trattiamo gli stessi argomenti, c'è tra noi una differenza: lui
trae dagli antichi scrittori quello che io traggo dalla natura, e stabilisco su
fondamenti propri. Le cose che egli sostiene sono confuse per la varietà delle
opinioni, e inesatte, io procedo secondo l'ordine naturale, perché tutto sia
ricondotto alle leggi naturali, e si eviti la confusione.
All'amore per le metafore, i simboli, le figure, Keplero
oppone il rigore matematico («ea sunt mere syrnbolismi [ ... ] de
quibus [ ... ] dico [ ... ] poeticos potius esse aut oratorios quam
philosophicos aut mathematicos»).
Con tutto questo neppure Keplero sfuggl sempre alle insidie
delle intelligenze celesti, mentre Galileo spinse la sua diffidenza
nei confronti delle forze occulte e degli influssi stellari al punto
da negare ogni validità alla teoria che connette le maree con le
fasi lunari. Comunque non fu un caso che, su tante frontiere,
nel medesimo volgere d'anni, il sapere umano balzasse d'im
provviso innanzi, quasiché nelle biblioteche degli antichi
(«reculer pour mieux sauter») avesse ritrovato la forza per
guardare spregiudicatamente alla natura e alla sua "macchina n ,
alle sue "leggi n . La filosofia del Quattrocento aveva invitato in
termini pieni di entusiasmo a ritrovare la natura e l'uomo;
140 La cultura del Rinascimento
aveva celebrato, spesso piuttosto con inni che con ragionamen
ti, la corrispondenza fra macrocosmo e microcosmo; citando
Virgilio, aveva parlato dello «spiritus» che «intus alit» il
mondo, e della libera potenza dell'uomo. Cusano e Pico della
Mirandola avevano esaltato l'infinito in noi e fuori di noi.
Leonardo aveva richiamato alla «macchina umana», alla corri
spondenza «fisica» fra uomo e mondo. Nel Cinquecento
continua il viaggio di scoperta inteso a penetrare i segreti
dell'uomo e del mondo, ma dell'uomo fisico e del mondo
fisico, e in essi, e dentro di essi, non di forze occulte, "anime",
"spiriti", ma di leggi razionali, ossia di uniformità di compor
tamenti e di ritmi, che la ragione con i suoi strumenti
logico-matematici può intendere e tradurre. Quasi simmetrica
mente, alle opere di un Vesalio e di un Copernico, fanno
seguito, da un lato, l'anatomia di un Realdo Colombo (1520-
1559) e di un Andrea Cesalpino (1519-1603), gli studi sulla
circolazione del sangue di un Fabrizi d'Acquapendente (circa
1533-16 19) e di un William Harvey (1578- 1657); dall'altro, le
ricerche di William Gilbert ( 1540-1603) sul magnetismo terre
stre e le osservazioni astronomiche di Tycho Brahe (1546-
1601). Keplero sostituisce una «fisica celeste» alla «teologia»
d'Aristotele, ed è con lui, con l'idea di attrazione, che l'ipotesi
di Copernico diviene una vera spiegazione "fisica" dei moti
degli astri. La scienza moderna nasce per una sorta di
progressiva "laicizzazione" delle prime intuizioni rinascimenta
li, attraverso una interpretazione naturale e razionale del
rapporto microcosmo-macrocosmo, in una ricerca dei termini
"medi" dei processi reali. In certo senso si tratta di una
incessante distruzione del magico, dello "spirituale", a favore
del razionale, del naturale, del meccanico.
La conclusione, probabilmente, si deve cercare nell'opera di
Galileo; e il tentativo di coglierne il significato può trarre
vantaggio da un doppio confronto: con le filosofie naturalisti
che, da Telesio a Bruno e Campanella; con il metodo e le
indagini di Francis Bacon. Tommaso Campanella (1568- 1639),
Bacon (1561- 1626) e Galileo (1564-1642) sono contemporanei,
e Campanella fu difensore entusiasta della concezione gaWeia-
La conoscenu, dell'uomo e del mondo 141
na, richiamando i filosofi alla lezione del gran libro delh
natura. Eppure Galileo si sentiva lontanissimo cosl da Bruno
come da lui, dal suo magismo, dalla sua animazione universale,
dalla sua metafisica poetica. Salutava proprio maestro il
«sovrumano» Archimede, e suo vicino Keplero, anzi «compa
gno nella ricerca della verità», come gli scriveva nel 1597,
ringraziandolo per l'invito da Graz del Mysterium cosmograp
hicum. Sentiva che Keplero era con lui nella lotta contro un
«perverso metodo di filosofare»; e Keplero, a sua volta, si
rallegrava, scrivendogli qualche mese dopo, di essere con lui
«nell'eresia copernicana». D'altra parte Galileo, se raccoglie il
frutto maturo dei ricercatori del Rinascimento, si pone ormai al
di là della loro tensione, delle loro incertezze, delle loro faticose
oscillazioni. I grandi problemi appaiono in lui ridotti al
massimo di chiarezza e di rigore, essenziali, spogliati cosi da
equivoci come da evasioni retoriche. Il nitore delle sue grandi
opere (Sydereus Nuncius, 1610; Il Saggiatore, 1623; Il Dialogo
sopra i due massimi sistemi del mondo, 1632 ; Discorsi e
dimostrazioni matematiche sopra due nuove scienze, 1638) è la
lucidezza stessa del suo pensiero. L'equilibrio fra l'uso di
strumenti (il cannocchiale), le scoperte (i satelliti di Giove, le
macchie solari), t la consapevole teorizzazione, è in lui
raggiunto; come in lui è ben chiara la funzione della matema
tica per la conoscenza fisica, e il rapporto fra esperienza e
ragione. Basti pensare all'eleganza, che colpirà Kant, con cui
oltrepassò definitivamente le polemiche sull' «impetus», e gli
pseudoproblemi intorno al mezzo in cui un corpo si muove, se
sia causa, o meno, del moto, per concludere che lo studio del
moto dei corpi deve prescindere da tutti gli «accidenti», come
egli li chiama, quali peso, velocità, figura, di cui, «come
variabili in modi infiniti, non si può dar vera scienza».
Considerate cosi come perturbazioni, e non cause, tutte le
azioni e le variazioni del mezzo, il moto viene colto nelle sue
leggi, supponendo nello spazio euclideo delle sfere come entità
puramente geometriche, che "stanno" nella condizione suppo
sta di quiete o di moto finché non intervengano agenti esterni a
mutarne lo «status».
142 La cultura del Rinascimento
Di qui la maturità della sua visione del mondo fisico, della
struttura della realtà comprensibile quantificando, delle sue
leggi, della qualità. Di qui la coscienza dei limiti della stessa
indagine scientifica, la pacata valutazione di quell'aristotelismo
che egli riesce definitivamente a spiantare, ma di cui non gli
sfugge il grande significato. Di qui la calma e lucida determi
nazione dell'autonomia della scienza di fronte alla religione, ma
anche l'appassionata difesa dei diritti della ragione che, nel
proprio campo, non ha altro giudice all'infuori di sé medesima.
Il suo dramma di fronte alla Chiesa romana post-tridentina non
fa che sottolineare la composta armonia della sua opera. Anche
in questo campo «Galileo ha vinto».
Di fronte all'acume con cui egli precisa il rapporto fra
esperienza e ragione, la nuova logica baconiana non può non
mostrare i suoi limiti, e in particolare nella scarsa considerazio
ne degli strumenti matematici. La sterilità stessa di Bacone sul
piano dell'effettiva ricerca, in cui pure si cimentò, lo stacca
dalla grande sintesi di Galileo. Ciò non toglie significato alla
sua attività critica, alla preziosa funzione ordinatrice che il suo
metodo assolse nella organizzazione delle nuove sistemazioni
enciclopediche, e soprattutto all'idea feconda, che egli chiarl
cosl bene, del carattere attivo, costruttivo, pragmatico, della
nuova scienza, di cui intul il compito decisivo nella edificazione
di una nuova società umana. Proprio per questo il secolo XVII,
il secolo della rivoluzione, fu, più di ogni altro, un secolo
baconiano.