Lezione 2
Vocalismo tonico
Il vocalismo tonico dell’italiano comprende sette vocali, distinte per:
- grado di apertura;
- altezza.
Per rappresentare graficamente l’altezza, le vocali vengono rappresentate lungo
il triangolo vocalico o un trapezio (imita la struttura della bocca).
Si parla di altezza perché anche se le vocali sono tutte sonore, cioè le corde vocali vibrano sempre e
non hanno interruzione, noi solleviamo un po’ di più la lingua nel pronunciare una o l’altra vocale.
La lingua viene sollevata verso la parte anteriore del palato, quando realizziamo le vocali alla sinistra
del triangolo. E invece la solleviamo verso il palato molle o anche detto “velo”, quindi indietro, quando
pronunciamo le vocali alla destra. Per questo motivo chiamiamo:
Le vocali a sinistra: vocali palatali;
Le vocali a destra: vocali velari.
Il grado di altezza della lingua determina anche una maggiore apertura o chiusura. Abbiamo quattro
gradi di chiusura in italiano. Nel triangolo abbiamo:
Una vocale centrale bassa (a) dove l’apertura è totale.
Vocali medio basse quindi la “” (e aperta) e la “o” aperta.
Di vocali medio alte cioè la “e” (e chiusa) e la “o” chiusa.
Di vocali alte “i” e “u”. grado massimo di chiusura.
In conclusione, abbiamo in italiano 7 vocali toniche. Quando l’accento cade sulle vocali i suoni
vocalici in italiano si distinguono in 7, e 4 gradi di apertura. Esiste un’ulteriore distinzione per le vocali.
Vocali palatali = vocali aprocheile (perché distendiamo le labbra).
Vocali velari = vocali procheile (perché arrotondiamo le labbra).
Questo può essere rappresentato con il triangolo vocalico o anche con il
trapezio, per mostrare la struttura del canale fonatorio, quindi l’innalzarsi della
lingua restringendo il passaggio dell’aria, in avanti e indietro.
C’è anche una rappresentazione del trapezio più dettagliata, che include
insieme alla vocale centrale “a” anche la vocale indistinta, la ə, che esiste in
napoletano.
Distinzione tra la e la E in italiano
La distinzione tra la “ ” (aperta) “e” la e (chiusa), può costituire un problema per la fonetica degli
italiani. In realtà in Italia non esiste una fonetica standard, tutti gli italiani portano con sé la propria
fonetica regionale e quindi succede che rispetto allo standard italiano, soltanto a Firenze c’è una
giusta collocazione delle e delle o aperte ecc.
C’è poi il caso dell’Italia meridionale estrema, il Salento, la Calabria e la Sicilia dove il vocalismo tonico
è completamente diverso, non c’è l’opposizione tra ed e chiusa,. e quindi le “e” e le “o” sono sempre di
timbro aperto. Possiamo dire che lo standard italiano, dal punto di vista fonetico, non esiste, perché
c’è sempre una componente regionale che influenza questa fonetica.
Tra l’altro la realizzazione della e della e chiusa e della o aperta e della o chiusa, non viene resa
facile per il fatto che non c’è una realizzazione grafica. Bisogna dire che in italiano non c’è una
grande distanza tra la grafia e la fonetica, come avviene per il francese, però, per esempio, nel caso
della distinzione della e della e chiusa, le due vocali medio basse e medio alte, costituiscono il
fonema, cioè servono ancora a distinguere le parole.
Lezione 2
Il fonema
Il fonema è una rappresentazione mentale ma soprattutto ha il compito di farci distinguere i significati,
anche se non ha un significato in sé (psca =il frutto e pesca=azione). C’è qualche caso in cui per la e
accentata in sillaba finale, possiamo distinguere la e chiusa ed aperta con l’accento grafico. E quindi
ad esempio la è verbo si scrive sempre con l’accento aperto grafico grave (è) ed invece quando la e
finale è accentata e chiusa la indichiamo con l’accento acuto (é-->perché).
Restrizioni fonetiche
In ogni lingua esistono delle restrizioni fonetiche. Nel senso che non tutte le combinazioni di suoni sono
possibili in una lingua e neppure tutte le collocazioni dei suoni, per esempio per quanto riguarda le
vocali, in italiano non esiste nessuna parola con “u” atona finale, in siciliano sì. Allo stesso modo la “o”
accentata può essere solo aperta, cioè con accento grave.
Iato e dittongo
Uno iato è la sequenza di due vocali che sono pronunciate in due sillabe distinte.
Ad esempio: LE-ONE; CO-ESO. In sostanza non emettiamo questo doppio suono con un’unica
emissione d’aria ma in due distinte emissioni.
Lo iato si può produrre anche nell’incontro tra parole diverse, per esempio tra l’articolo e la parola che
segue. Perché quando pronunciamo le parole, non pronunciamo mai le parole separate le une dalle
altre, perché esiste il CONTINUUM FONICO (cioè un’emissione continua).
Il continuum fonico comporta il verificarsi dei fenomeni fonetici anche per l’incontro tra parole e quindi
la frase “LO AMICO” produce uno iato. Questo causa elisione, che noi segniamo con l’apostrofo. “LO
AMICO” diventa “L’AMICO”, quindi con la caduta della vocale per evitare lo iato.
Trucchi per capire quando c’è uno iato:
1- Per avere un dittongo invece di uno iato c’è sempre il coinvolgimento di una “i” o di una “u”. Quindi
quando le due vocali vicine non sono né una i né una u di solito è uno iato.
2- Se nell’incontro tra due vocali c’è una “ì” accentata come: mìo o bùe. Allora in questo caso
abbiamo uno iato.
3- Se si tratta di parole che derivano da parole dove la “ì” era accentata. Spiare – spìa.
4- Parole con il prefisso “Ri”. Es. Riabilitare, riaprire.
Approssimanti
Le approssimanti sono suoni a metà tra le vocali e le consonanti, sono una sorta di approssimazione
del suono. Con le approssimanti c’è una forte restrizione del canale, più accentuata rispetto a quella
che abbiamo con le vocali e in qualche modo schiacciamo l’aria. Con le approssimanti facciamo
passare l’aria senza frizionarla. Es. piede, fuoco. Di solito distinguiamo semiconsonanti e semivocali:
ES. buono –> bwono (precede la vocale) semiconsonante.
Causa Cawsa (dopo la vocale) semivocale.
Le possiamo rappresentare con la /j/ e la /w/.
Dittonghi
Con le approssimanti abbiamo i dittonghi, che possono essere ascendenti o discendenti.
Ascendenti: accentati sul secondo elemento vocalico. (piede /’pjde/)
Lezione 2
Il dittongo, a differenza dello Iato è una successione di suoni vocalici, che si pronunciano con un’unica
emissione d’aria e formano un’unica sillaba.
Il dittongo ascendente è formato da un’approssimante più una vocale, il secondo dei quali è
accentato. Con il dittongo ascendente, quindi la voce sale, va da un suono più lieve a uno più
accentato. Se invece l’accento cade sul primo elemento vocalico, abbiamo dittonghi discendenti
(faida).
Storia dei dittonghi ascendenti
La presenza dei dittonghi è molto presente in italiano. Sono più frequenti gli ascendenti. I dittonghi
ascendenti hanno una storia molto antica, perché sono caratteri tipici del fiorentino del ‘300. Nel
passaggio dal latino al volgare la “e” del latino è diventata prima una “” e successivamente c’è stato
il dittongo. La presenza di questo dittongo in italiano è una delle 5 prove fonetiche della derivazione
dell’italiano dal fiorentino ‘300. Questo perché per quel che riguarda il dittongo “uo”, oggi nel
fiorentino moderno non c’è più. Questa presenza del dittongo ascendente non c’è in altre parti d’Italia.
Fenomeni consonantici
Per classificare i fonemi consonantici vanno considerati tre parametri:
modo di articolazione, cioè il tipo di modifica del passaggio dell'aria;
luogo di articolazione, cioè il punto in cui avviene la modifica del passaggio dell'aria;
sordità/sonorità, a seconda della vibrazione o meno delle pliche vocali.
I primi per modo sono le occlusive, e si distinguono in bilabiali, dentali e velari e sono tutte distinte per
sonorità e sordità.
Le laterali hanno la caratteristica di far passare l'aria ai lati della lingua, e si distinguono le alveolari e
le palatali (parte anteriore del palato). Queste sono soltanto sonore.
Le vibranti, di cui fa parte soltanto la /r/, è alveolare, e l'aria vibra muovendo velocemente la lingua.
Le fricative, dove distinguiamo labiodentali, alveolari e palatali.
Le nasali, in cui si interrompe il flusso d'aria per il cavo orale e il suono fuoriesce dal naso, in cui
troviamo la /m/ bilabiale, la /n/ dentale e la /ɲ/ palatale sonora.
Infine, le affricate, un insieme di fricativa e occlusiva, e abbiamo alveolari e palatali.
I problemi
Non è facile separarci dalla rappresentazione visiva
dei suoni. Alcune delle discrepanze più importanti:
la discrepanza tra grafia e suono, come con le
occlusive velari sorde e sonore. La /k/ ha tre grafie
differenti: <c> davanti alla a e alle vocali velari o, u;
il diagramma <ch> davanti alle vocali palatali e, i;
<q> in alcuni casi davanti alla /w/...
l'occlusiva velare sonora /g/ ha due grafie differenti:
<g> davanti alla a, alle vocali velari o, u, e e alla
semivocale /w/ (come guanto), il diagramma <gh>...
Lezione 2
le affricate palatali sonore /ʃ/ e /ʒ/ con due grafie differenti: <c> e <g> davanti alle vocali palatali
(come giro, cena); i diagrammi <ci> e <gi> davanti alla a, o, u (giallo, ciocco, ciuco, giungo). Un altro
esempio dal latino al fiorentino CAELUM --> cèlo --> cjèlo;
Esiste anche il caso contrario, dove più suoni hanno la stessa grafia:
le affricate alveolari sorda e sonora /ts/ e /dz/ che si rendono in italiano con il solo grafema <z>:
zaino /'dzajno/, zucca /'tsukka/;
Le grafie delle laterali palatali, fricative e nasali in
posizione intervocalica sono sempre doppie, lunghe,
e nella grafia si riportano tramite digramma o
trigramma.
con il digramma <gl> davanti a /i/: gli, figli ecc.
con il trigramma <gli> davanti alle altre vocali:
aglio. Nella suddivisione dei fonemi, per la parola
aglio, vi sono solo tre fonemi da distinguere.