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Immanuel Kant 1724-1804

Kant nacque nel 1724 nella Prussia Orientale (un tempo Germania ed ora in Russia), a
Königsberg. Veniva da una famiglia di bassa estrazione, ma grazie ad importanti amici di
famiglia riuscì a studiare in uno dei ginnasi istituiti da Federico il Grande (re prussiano
illuminato). Ricevette un’istruzione cristiana luterana pietista (grande intransigenza morale) e da
caserma militare. Verso i trent’anni iniziò ad insegnare nell’Università della sua città materie
scienti che, infatti era appassionato di sica, astronomia, geogra a, cosmologia e antropologia e
solo nel 1770, quando ottenne una paga ssa, prese la cattedra di meta sica, che tenne no al
1781 quando inventò il criticismo. Kant fu un uomo di pensiero, ripetitivo nelle giornate, docente
universitario preciso e puntuale. Lezione alle 7, pranzo, riposino, passeggiata e alle 22 a dormire
Non si sposò, non ebbe gli. Brillante, di piacevole conversazione. Non viaggio mai, ma
nonostante questo scrisse uno dei più grandi trattati di estetica.
Opere
Scrisse tre grandi critiche:
1781: critica della ragion pura, era talmente dif cile che fu compreso da pochi, qualche anno
dopo fece circolare una versione sempli cata “prolegomeni ad ogni meta sica futura che vorrà
presentarsi come scienza”
1788: critica della ragion pratica
1790: critica del giudizio
Criticismo
Il criticismo è la loso a che consiste nell’interrogarsi sul fondamento di determinate esperienze
umane, al ne di chiarirne la possibilità, la validità e i limiti. Le esperienze umane in questione
sono gli ambiti conoscendo i quali hai una visione globale dell’uomo (che cos’ è l’uomo?)
I campi erano la conoscenza, l’agire morale e la fede (rapporto tra mente umana e religione)
Kant voleva poter rispondere a: Che cosa posso sapere? (Si può conoscere Dio?; le dimensioni
dell’universo?) Che cosa devo fare? (C’è una morale? Si può elaborare una morale universale?)
Che cosa posso sperare? (Qual è la più corretta posizione dell’uomo riguardo la religione?) Venne
chiamata criticismo perché Kant voleva fare un esame critico delle condizione, delle possibilità e
della conoscenza, non vuole dare delle conoscenze, ma dirti quali campi si possono sapere con
certezza, quali solo in modo statistico…
Una loso a che esamina non la realtà, ma le facoltà della mente tramite le quali conosci,
una loso a trascendentale. Il primo indagato è la conoscenza, vuole esaminare le facoltà della
mente umana (che cosa è conoscibile e cosa no)
Da giovane aveva avuto una formazione scienti ca (Newton, per lui un mito) e meta sica (Wolff,
aveva dato un ordinamento sistematico alla meta sica platonica, indaga sul concettuale, Dio,
anima, universo…risposte alle domande ultime)(la meta sica perse prestigio a causa di Kant.)
Rimase impressionato dal rigore e dalla cumulatività (molto di ciò che era stato accertato
rimaneva) della sica, inoltre i sici condividono le conoscente e ci sono problemi risolti, per
Kant questi davano lustro alla disciplina. La meta sica affrontava le domante ultime, più urgenti
della sica, ma nella meta sica non ci sono risposte cumulative, non c’era, secondo Kant, né
condivisione né progresso, erano sempre e solo le stesse questioni irrisolte. Si comincia a
sospettare che la meta sica sia stata sopravvalutata. (Ecco lo stimolo per la critica della ragion
pura).
Wolff diceva che la meta sica si articola in tre scienze: la psicologia razionale, la cosmologia
razionale e la teologia razionale (o naturale). L’aggettivo razionale è molto importante, sta ad
indicare che queste scienze meta siche erano basate sulla “ragion pura”, quindi bisognava
ragionare come un losofo (senza partire da un dogma, ma dimostrando la veridicità), un ragionare
che non contiene elementi empirici, una facoltà deduttiva che non si avvale di alcun dato empirico
(a priori e non a posteriori).
Dopo Cartesio ci furono grandi loni: i razionalisti (davano per scontato che l’essere umano
disponeva oltre che dei sensi anche della ragione) infatti vedevano molto bene la ragion pura,
grazie alle quali potevano risolvere le questioni ultime, contrariamente non potremmo andare oltre
il campo sico (quindi nel meta sico) e gli empiristi, questi fanno pensare Kant.
A metà degli anni sessanta si imbatte nelle opere di Hume (empirista scettico/ solo grazie
all’esperienza si può conoscere, per lui la ragion pura è l’elaborazione dei dati, ma se questi non
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gli prendi dall’esperienza non ne hai), la lettura “mi svegliò dal sogno dogmatico” gli sollevò dei
dubbi sul modo di approcciarsi dei razionalisti.

La sua preparazione è scienti ca e meta sica. Kant procedette no a metà degli anni ‘60
occupandosi delle opere scie Fiche, no a quando non si imbattè in Hume, un importante
empirista.
“La lettura di Hume mi svegliò dal sonno dogmatico, perché gli sollevò dei dubbi sui
razionalisti.” Le scienze hanno anche bisogno del pratico, ma la ragion pura non ha nulla di
sensibile. Secondo i razionalisti la ragion pura aveva il potere di edi care una meta sica a priori.
Hume era un empirista scettico, secondo il quale non si può avere nessuna conoscenza che
non muova dall’esperienza sensoriale.
La ragion pura era quindi un software di elaborazione, ma non è in grado di produrre nulla da
sé. Se in una biblioteca bruciassero tutti i libri di religione e meta sica, non ci sarebbero perdite.
Kant non è convinto, e per undici anni si mette a pensare e scrive la “critica della ragion pura”.
Concorda con Hume su diversi fattori, come sulla concordia degli scienziati.
Fisica Meta sica

Oggettiva Soggettività

Concordia della comunità scienti ca Eterne polemiche

Cumulatività Non cumulatività

—progresso Stagnazione
per Kant questa era una dimostrazione scandalo.
Secondo Hume l’unica conoscenza degna di questo nome era la conoscenza delle scienze, delle
cose di realtà. Secondo Hume ogni rivelazione scienti ca si basa sull’induzione (particolare-
generale). Ne segue che ogni scoperta scienti ca, poggiando sull’induzione, è incerta perché può
essere modi cata. Per Hume non si ha la certezza assoluta di ciò che è vero, mentre
Kant crede che la certezza ci sia.
C’è un fantasma nell’albergo, me l’albergo ha in nite stanze. Se ne controllo 10, 100, 1000 e non
c’è, comunque non avrò la certezza che il fantasma non c’è.
Kant va in crisi, perché ritiene che Hume stia esagerando. Egli è d’accordo che l’e etto collaterale
di un farmaco sia induttivo, ma secondo Kant la sica pura enunciava delle verità assolute, in
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principio quelle di Newton. Se ogni azione corrisponde a una determinata proposizione, allora le
verità sono assolute.
Legittimità dei concetti
Kant voleva risolvere de nitivamente la questione riguardante il principio delle verità assolute che
per Hume non esistevano.
Le inferenze sono di tre tipi:
deduzione (logica, sillogismi),
induzione (natura, farmacologia),
abduzione (investigatore, presumo e cerco di ricostruire).
Secondo Kant, per elaborare una conoscenza autentica, sono necessari concetti e intuizioni.
Psicologia, cosmologia e teologia si basano su concetti conoscibili, e non possono essere fatte a
priori. Kant dunque fa una critica della psicologia, della cosmologia e della teologia, che fatte a
priori non dimostrano nulla.
psicologia razionale: vuole essere la matematica a priori dell’anima.
cosmologia razionale: vuole trattare il concetto di mondo, inteso come totalità dei fenomeni
teologia razionale: esamina le prove dell’esistenza di Dio
Il concetto però deve essere riempito da un’intuizione sensibile.
Esempio di Russel: Abbiamo il concetto di poliedro regolare a dieci facce? C’è l’intuizione
corrispondente? Ma sono concetti vuoti, sprovvisti di un’intuizione corrispondente.
Il concetto di anima rende di coltoso dargli una descrizione reale.
Non stiamo facendo un’analisi di realtà, ma una loso a trascendentale.
Dimostra che cosmologia, psicologia e teologia non possono essere fatte a priori.
La psicologia consiste nel vuoto se parla di anima, e non è a priori. Bisognerà studiare gli stati
d’animo empiricamente.
Noi abbiamo la nozione di mondo, ma è un’idea. Non possiamo avere un’intuizione di mondo,
ma una percezione di esso. Non posso immaginare un in nito in atto, nemmeno un nito. In
realtà è la mente umana a trovarsi in di coltà su queste de nizioni.
È la ragion pura ad essere in di coltà, perché i concetti non sono sostenuti.
Secondo Kant la ragion pura non saprebbe risolvere le questioni ultime, quindi cade in una
dialettica tra rispose e non risposte, dicendo che non c’è una spiegazione fondata del concetto di
mondo.
Sant’Anselmo e Tommaso non trovarono niente che dimostrasse davvero l’esistenza di Dio e,
sebbene Kant fosse un cristiano, distrugge le prove dell’esistenza di Dio.
Sono campi che oltrepassano i limiti della conoscenza umana, ma secondo Kant cadremo tutti
sempre nell’illusione trascedentale di parlare di questi temi pensando di parlare di qualcosa di
fondato.
Illusione trascendentale: illusione di poter costruire qualcosa di fondato sulle idee
trascendentali (anima, mondo e Dio).
In Italia non fu ben recepito e Rosmini lo criticò molto.
La conoscenza umana deve vertere su nozioni sia concettuali che intuitive. Il primo limite della
conoscenza umana è la disponibilità di intuizioni sensibili.
Quali sono i livelli di validità delle cose?
Ci sono, nella scienza proposizioni sico-naturali assolute?
Per Kant, il principio d’inerzia è assoluto. Non viene necessariamente in uenzato dagli
esperimenti, ma ha un ragionamento a priori. Per Kant infatti ogni cambiamento di stato ha
una causa.
Secondo Kant, anche se fu smentito, anche i tre principi di Newton erano assoluti.
Per Kant esistono verità assolute. Ritiene che Hume sia troppo scettico è che le scienza
possano essere assolute.
Critica della ragion pura
Nella “critica della ragion pura” si attua quindi una loso a trascendentale.
- la meta sica classica, che pretende di studiare gli enti sovrasensibili, non è una scienza.
Non si può parlare di dio o dell’anima in modo scienti co. Pur essendo digerita lentamente,
perché era una verità scomoda, fu col tempo accettata.
- “Illusione trascendentale” c’è una disposizione naturale dell’uomo, per via della sua
struttura mentale, a fare meta sica. L’uomo ritiene infatti che avendo diversi concetti, con la
pura ragione se ne possa fare una scienza a priori. Questi oggetti però non sono infusi di
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un’intuizione. Questa tendenza ci sarà sempre, perché è una peculiarità cognitiva. Se si guarda
un tavolo rotondo da un lato, sembra ellittico. Siamo quindi sotto un’illusione, ma ascoltando
Kant si potrà osservare la verità.
- Esistono verità assolute, per la maggior parte sono la matematica e la sica pura.
- Noumeno: “Cosa in se”(inconoscibile). Le verità enunciate dalla scienza non ci dicono com’è
la realtà in se stessa. Se guardo il Mottarone, per me ha quella forma ed è una visione realistica.
Il “realismo ingenuo” (oggetto=visione dell’oggetto) è quella convinzione del senso comune
secondo la quale l’oggetto com’è in se stesso e l’oggetto nella rappresentazione del soggetto
sono uguali. Per Kant l’atto conoscitivo è qualcosa in cui il soggetto dà il suo apporto. Se il
soggetto avesse una mente diversa, lo vedrebbe diversamente. In ogni atto conoscitivo c’è il
soggetto e l’oggetto, ma il soggetto non è oggettivo, e dà un grande apporto nel
riconoscimento dell’oggetto. Il mondo appare diverso in base a chi lo osserva. La cosa che uno
conosce è conosciuta in base al soggetto. Nel momento in cui si conosce, si condiziona. Noi
non conosciamo la cosa in sé stessa.
- Fenomeno: la cosa che normalmente si chiama oggetto, non in senso scienti co, ma in base al
soggetto in relazione all’oggetto. Questa svolta, nella storia della loso a, fu chiamata da
Kant come “rivoluzione copernicana della conoscenza”. Copernico infatti fu il primo ad
attribuire alla sensazione del soggetto un’illusione apparente. Il noumeno è quello che non
possiamo conoscere
La loso a non riuscì più a liberarsi della visione Kantiana, perché sembra di cile immaginarsi
che la realtà non sia in uenzata dalla sensazione del soggetto.
Bisogna pensare che ci sia una realtà indipendente da me, ma che noi non possiamo vedere.
La critica della ragion pura ha dato risultati deludenti per la ragion pura. La ragion pura teoretica
infatti è improduttiva.
L’io è, per Kant, il centro uni catore. Se l’io che enumera non è sempre lo stesso, non si può
fare una sintesi. Ci sono strati di esperienza in cui la cultura non conta.
La critica della ragion pura critica la sfera umana nella sfera teoretica, ma ha una funzione anche
nel pratico. Nelle azioni, la ragione regola i comportamenti. Quindi c’è sia una ragion pura che
una ragion pratica.
La ragione ha due campi, quello teoretico (conoscenza) e quello pratico (agire).
Kant vuole scoprire qual è il ruolo della ragion pura nella sfera pratica. La ragion pura teoretica
non può quasi nulla, ma nella pratica potrebbe avere un ruolo diverso.
Critica della ragion pratica
Fondazione della meta sica dei costumi (1785)
Critica della ragion pratica (1788)
Come sostenevano Hobbes e molti altri, la ragione era subordinata a fattori extra-razionali. La
morale è il complesso delle leggi che seguiamo si fondano su una ragione oppure, al contrario, la
ragione è una funzione di calcolo nalizzata a raggiungere degli obiettivi extrarazionali, che
precedono la ragione? (Come felicità, ricchezza)
Esiste una ragion pura, o la ragione è impura?
La prima parte dell’opera si chiama analitica della ragion pratica. In questa sezione Kant
prende in considerazione tutte le principali etiche proposte da intellettuali e studiosi nel corso del
tempo, e ne trova i difetti. Le etiche trovate sono sei, e lui aggiunge la sua.
(Si usa etica come teoria, ri essione sulla morale). L’9rdine in cui Kant le esamina non è casuale
1. Etica dell’educazione: l’esempio preso è Montaigne. Ognuna di queste etiche prende a
esempio un diverso fondamento della morale. Ognuna di queste ha una teoria del
fondamento, e l’etica dell’educazione ha come fondamento delle distinzioni morali
l’educazione ricevuta, sicché morale è ciò che segue i principi dell’educazione ricevuta.
Buono= educazione ricevuta, cattivo= in contrasto
con essa. Montaigne segue questa etica con il
principio relativista che applica anche con gli
indigeni d’America. (confutazione: maturando si può
cambiare opinione) l’educazione costituisce un
motivo materiale pratico dell’agire, un
condizionamento (movente). Un conto è
l’in uenza sull’agire, diversa è la validità di essa.
Ricevere un’educazione religiosa non giusti ca l’azione. Si può comprendere una persona,
ma non giusti carla. Kant dice che i motivi materiali pratici sono di motivo diverso, esterno
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(da un’altro, come l’educazione) o interno (da me). Possono anche essere soggettivi o
oggettivi. Secondo Kant questa etica è a etta da “eteronomia”, dipendenza delle norme
da fonti esterne alla ragione. Una persona che agisca sulla base di una norma esterna
alla ragione, che lui deve solo recepire, non è un essere umano maturo. È un bambino, che
quando comincia a ragionare, smette di accettare tutto dogmaticamente. Kant non vuole che
la morale sia per burattini obbedienti, desidera che ci sia anche la testa dell’individuo. Ciò che
giudichi essere l’autorità seguire potrebbe portarti a fare qualcosa di brutto, se non permette
di giudicare. L’autonomia invece è l’essere, dell’individuo, fonte delle distinzioni morali.
Bisogna formarsi un’identità ed essere padroni di sé stessi. Kant ritiene L’etica
dell’educazione eeteronoma, attraverso la quale bisognerebbe accettare tutto
meccanicamente, come bambini o burattini.
2. Etica del governo civile (dello stato): pone come esempio Mandeville, scrittore del
Seicento e autore della “favola delle api”. Probabilmente Hobbes incarna addirittura meglio
questa etica, perché secondo lui non esiste l’etica di stato di natura, qualcosa di antecedente
alla società. Hobbes vedeva gli altri come competitori, pronti a rubarci tutto. (Homo
homini lupus est). Per Hobbes non c’è nessuna moralità innata, l’uomo vuole solo
sopravvivere. Secondo Hobbes quindi, il motivo per cui non ci uccidiamo l’un l’altro è
un’invenzione fatta a ni politici, per vivere al di sopra di uno stato primitivo. Freud dirà che
ciò non è del tutto positivo, che anche questo ha un prezzo. La società ha de nito migliore
non rubare perché fa “meglio” alla società. Morale è ciò che segue le regole dello Stato,
quindi il fondamento della moralità è la legge. Ci sono però molte azioni giuste che la legge
non contempla o addirittura trova illegali. Questo motivo materiale pratico è soggettivo ed
esterno. Per Kant un’etica del governo civile è eteronoma, del tipo che produce il
conformista. Trincerarsi della moralità e seguire la legge non necessariamente è positivo.
3. Etica del sentimento sico: esempio di Epicuro. La distinzione piacere-dolore costituisce
poi le distinzioni morali. Il fondamento della morale è il piacere, e quella deve essere la
nostra stella polare. Il punire colui che ha fatto male causerebbe dolore, cosa sbagliata da
causare. Bisognerebbe quindi abolire le carceri. Questo è un motivo materiale pratico
soggettivo e interno, e anche questa è etica eteronoma. Le emozioni non si possono
controllare.
4. Etica del sentimento morale: Hutcheson e Hume sono esempi di questa etica. Vedendo i
mali nel mondo, sentiamo il dolore e il disgusto, ma anche la felicità nei momenti felici, noi
arriviamo alla ragione il fondamento, ma in realtà il sentimento spontaneo è morale. L’azione
morale sarebbe quindi conforme, senza ragionamenti, a un sentimento innato. Il
fondamento non è puramente razionale, ma sarebbe della morale e sentimentale. Il motivo
materiale pratico sarebbe quindi soggettivo e interno. Alcune persone provano sentimenti
diversi in diverse situazioni, il sentimento poi non sarebbe intuitivo, ma si costruirebbe in
base al contesto, agli stimoli e le relazioni. L’interesse rimane in contraddizione con il
sentimento, ma agendo seguendo il sentimento morale. Andando in guerra, penso di fare il
bene di una nazione ma uccido dei cittadini. Lo yogurt avariato dà fastidio ai miei genitori, ma
se lo butto non inventerò mai la penicillina. Sto perdendo la guerra, quindi invento un’arma in
grado di vincere, la quale costringerà i miei nemici ad arrendersi. Nel frattempo il numero di
vittime sarà ingente e molte persone ne so riranno. È un’etica eteronoma perché non segue
la ragione. Il glio che non viene mai punito dai genitori, che so rirebbero nel punirlo diventa
narcisista e asociale.
5. Etica della perfezione: segue Wol e gli stoici. L’etica, che pone come fondamento della
morale il perfezionamento della natura, si pone come obiettivo il perfezionamento di sé
stessi. Perfezione sarebbe per Kant una nozione strumentale, che non enuclea un ne, ma
evidenzia la congruità mezzo- ne. “Delitto perfetto” non ha una connotazione morale, e
l’aggettivo è usato per i mezzi, non per i ni. Questa etica non dà i ni, descrive solo i
mezzi. Il motivo materiale pratico è oggettivo e interno (secondo Kant la perfezione è
oggettiva). Anche questa è eteronoma, perché ricava da fonti esterne il concetto di
perfezione.
6. Etica teologica: etica dominante al suo tempo, almeno nel popolo. Era in declino e Kant vi
contribuì, anche se era Cristiano. Le persone semplici hanno bisogno di guide, e la religione
dava giusti insegnamenti. Kant produce un libretto “la religione entro i limiti della pura
ragione”. Il Vangelo non può essere il fondamento, non solo perché non è esempio per tutti. È
un’etica estremamente eteronoma. Kant dice che bisognerebbe dimostrare che il Vangelo è
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parola di Dio, altrimenti non è una fonte razionale. Non può essere la legge del Vangelo quella
da seguire, ma va analizzata. Kant dice: “la religione (considerata soggettivamente) è la
conoscenza di tutti i nostri doveri come comandamenti divini. Quella in cui mi occorre prima
sapere che qualche cosa è un comandamento divino, per riconoscerlo poi come mio dovere,
è la religione rivelata. Quella, al contrario, in cui mi è necessario innanzitutto sapere che
qualche cosa è un dovere, prima che io possa riconoscerlo come un ordine divino, è la
religione naturale.” Kant non vuole accettare questo tipo di atteggiamento eteronomo, che
produce entusiasmo e dogmatismo, intolleranze e guerre. Ponendo che in un verso di una
data interpretazione fosse imposta al fedele una guerra santa, sarebbe obbligatorio farla. Kant
e convinto che la religione rivelata sia fonte di superstizione. “Tutto quello che, all’infuori di
una buona condotta, l’uomo crede di poter ancora fare, per rendersi gradito a Dio, è pura
illusione religiosa e falso culto divino.” In una religione rivelata, c’è sempre il rischio del falso
culto di Dio, un culto che antepone le regole della chiesa (dogmi statutari), antepone questo
alla sua integrità morale. Persone che si sentono bravi credenti perché rispettano riti e liturgie,
nei rapporti umani sono spietati, immorali e non compassionevoli. Se in primo piano vi è la
chiesa, va in secondo piano Dio stesso. Se anteponi gli atti esteriori all’integrità morale ci si
pregiudica la salvezza. Il bravo Cristiano è colui che si ispira a Gesù cristo, crede in lui e attua
la imitatio Cristi, cercando di imitare la sua morale. Il vero Cristiano, per i cristiani, è colui
che crede nella divinità di cristo in quanto glio di Dio, invece per Kant no. Disse una cosa
tanto grave che intervenne il re. Lo accusò di svisare e travisare le sacre scritture, e l’opera
venne censurata. Egli aveva detto che non è necessario che il bravo Cristiano creda alla
divinità di cristo, perché potrebbe anche avvenire che la fede di una sovranità potrebbe
indurmi a pensare che cercare di essere cristo sia impossibile. Crede che sia necessario
amare e imitare Cristo, e per lui sarebbe meglio una religione che non si appoggi agli
avvenimenti sovrannaturali. La religione costituisce un motivo materiale pratico esterno e
oggettivo. Non c’è, secondo Kant, nulla che va contro la ragione. L’ispirazione, purché sia
vero culto di Dio, è solo frutto della ragione. Se non ci fosse stata questa religione il progresso
morale sarebbe stato molto più lento, perché sottostare a una legge fondamentalmente buona
ha una grande valenza pedagogica
Dato che tutte le etiche sono state scartate, ecco cosa pensa Kant.
Quello che Kant intende dimostrare è il distintore pratico delle morali e la ragion pura pratica,
ovvero una ragione che prescinde dalle inclinazioni sensibili, ovvero la gioia, la rabbia o la
tristezza.
È un compito grandioso, perché se Kant riuscisse in questo avrebbe poi trovato una morale
imprescindibile (diversa dal piano di azione, che è sempre condizionata). Vi sarebbe una
matematizzavi one dell’etica, valida in ogni luogo e in ogni tempo.
Vi sono i principi pratici (soccorri il prossimo, non rubare, richiamano l’agire, non lo stato delle
cose) diversi dai principi teoretici (proposizioni conoscitive, “il tutto è maggiore delle parti”,
conoscenze relative a stati di cose).
Principi pratici
Secondo Kant sono di due tipi:
- massime: principi validi soggettivamente. Regola d’azione che io seguo ma che non
pretendo che seguano anche gli altri. (Sii frugale, darsi è bene non darsi è meglio, carpe
diem)
- imperativi: principi pratici razionali. Di solito il non rispettare queste regole combacia con
l’illegalità. Si dividono in due tipi:
- Imperativi ipotetici: una situazione nella quale una proposizione è subordinata a un’altra.
Se vuoi, allora devi. ogni imperativo ipotetico ha questa forma. Il comportamento
espresso nell’apodosi è razionale rispetto alla protasi (se vuoi arrivare in orario, svegliati
prima). Questi imperativi non hanno connotazione morale, e a loro volta si dividono in
due tipologie:
- Regole dell’abilità: principi in cui si persegue un utile. Ci sono strategie razionali,
regole dell’abilità che aiutano a perseguire il ne. Non si giudica morale o immorale
chi ha usato una strategia e cace rispetto a uno che ha usato una strategia ine cace.
La ragione è subordinata a un ne, quindi si utilizza una ragione impura.
- Consigli della prudenza: ha di mira, persegue quello che chiamiamo felicità,
benessere, una vita lunga. Sono strategie oggettivamente valide per perseguire il
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benessere. Sono dei principi pratici eudemonistici, oggettivi e basati sulla ragione.
Questo principio non scaturisce dalla ragion pura pratica, ma da una ragione
subordinata al desiderio di ottenere qualcosa. La razionalità si costituisce non nella
determinazione del ne, ma nel mezzo usato per ottenerlo. I miei impulsi delineano un
ne. Il comando viene da una ragione impura, e non è in gioco la morale, e la sua
violazione non ha a che fare con la morale. La moralità dell’azione dipende dal ne.
A nché un’azione comprenda la morale bisogna determinare il ne, se la ragione è
uno strumento di calcolo non comprende la morale. La ragione mi impedisce di
agire male.
- Se tutti gli imperativi fossero ipotetici, non esisterebbe una moralità. Non soltanto c’è un altro
imperativo, e questo ssa il ne. La ragione stabilisce cosa si debba fare, e se esiste questo
imperativo, esisterebbe la ragion pura pratica. Questo imperativo della ragion pura pratica
comanda incondizionatamente, e non ha la forma del periodo ipotetico, ma quella di una
proposizione categorica. Si chiama imperativo categorico, attorno al quale ruota ogni cosa.
Kant lo chiama “imperativo categorico”, che ha la forma del tu devi. Questo subordina gli
altri imperativi, e indica un dovere che si impone in quanto tale a prescindere dalla sua
razionalità. Quando è in gioco la morale, si determina un dualismo tra dovere morale
dettato dalla ragion pura pratica e inclinazioni sensibili. Il dovere evidenzia un con itto
con il desiderio, e l’adempimento del dovere comporta un sacri cio. Il dovere non è
qualcosa di allettante, ma un qualcosa che viene da noi. Se adempi al tuo dovere, è perché è
razionale farlo, anche se non vuoi. Questo evidenzia che l’azione non si fa per adempire a
qualcosa, e dunque è un imperativo puro. Il dovere non può essere disprezzato, anche
contro la volontà e non adempiendo al dovere, il sapere del dovere funge da monito e chi vi
adempie viene apprezzato. Un esempio è il denunciare un amico caro. Se sono tuo amico,
posso comprendere ma non giusti care. Bauman ritiene che la moralità non sia un dovere,
ma un’aggiunta.
Che cosa comanda il “tu devi”?
Formalità dell’imperativo categorico
La formalità dell’imperativo categorico. L’imperativo categorico non ha delle regole determinate,
non presenta una situazione speci ca, ma ha una natura formale, consiste un ragionamento tale
per cui si impone una determinata scelta. Dunque è un imperativo formale. Kant ha esposto tre
formule, con delle varianti, dell’imperativo categorico. Per lui è una questione di logica applicata
all’agire. Se Kant avesse ragione, gli imperativi sarebbero qualcosa riguardante la pura logica.
Ci sono molte critiche di loso .
1 formula dell’imperativo categorico: “agisci secondo quella massima che, al tempo stesso,
puoi volere che diventi una legge universale” è applicando questo ragionamento che si
capisce cosa sia morale è cosa no. Il mio orientamento soggettivo deve essere universalizzato. Se
tutti fossimo dei bari, sarebbe impossibile giocare. Il baro prospera solo quando non barano gli
altri, tuttavia secondo la regola del gioco di Nash se uno bara, saranno tendenti a barare anche gli
altri. Colui che bara, se universalizzasse la sua regola, distruggerebbe il gioco. È illogico barare.
“Un tale è costretto dal bisogno a farsi prestare del denaro. Si rende conto che non sarà in
grado di pagare, ma deve promettere la restituzione. Vuole chiederlo, ma trova impossibile
domandarsi se sia o meno morale.” Se lo facesse, sarebbe immorale? Supposto che egli
decida di farlo, la sua massima sarebbe “benché sappia che non li restituirei mai, li
prendo”. Converto la massima dell’amore di sé in una versione universalizzata, e allora non
esisterebbero le promesse. Dagli altri pretenderei una cosa, mentre invece io la violerei
2 “un tizio che si trova nel bisogno, ruba” Kant dice che la cosa si può comprendere, ma
non giusti care.
3 “un tale vede in sé un talento tale che, con un po’ di cultura, potrebbe diventare grande.
Ma sa di essere in condizioni agiate tali che preferisce fare la bella vita piuttosto che
impegnarsi. Tuttavia si pone il problema sulla sua massima, se vada bene. Potrebbe
esistere un mondo felice in cui si segue il piacere, ma non può volere che questa regola sia
una legge universale della natura. Dio vuole che tutte le facoltà siano sviluppate in lui.” se
si impegnasse, potrebbe, per esempio, trovare una cura per il cancro.
4 “un tale a cui tutto va bene, vedendo che gli altri dibattono sulle di coltà, ragiona così:
che me ne importa, l’altro sia felice di quel che gli da il cielo o sé stesso. Io non gli nuncio,
non gli faccio del male, ma non lo aiuto. Ora si pone il problema sulla sua massima, se
questa massima sia immorale. Non puoi volere che gli altri facciano lo stesso a te, è
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immorale. La massima non può essere categorica, infatti cadrebbe in contraddizione con
sé stessa perché chi la compie si priverebbe di speranza nel momento della necessità
(utilitarismo).” Sarebbe in contraddizione se pretendessi aiuto senza o rirlo, ma se fossimo
tutti d’accordo non ci sarebbe nulla di male. L’egoista, dice Kant, a volte è meglio di chi
predica la bontà senza esserlo. Bisogna dimostrare che sia morale o immorale, e la prova
sta nell’applicare la formula. Il non aiutare gli altri non può diventare una legge universale,
perché non si potrebbe più godere dell’aiuto altrui qualora le cose andassero male. Come
può Kant non accorgersi che sta generalizzando la massima per opportunismo? Non è un
comando puro della ragione, ma un calcolo utilitarista e altrettanto egoista. Nella maggior
parte dei casi l’etica di Kant è impura e non funziona.
2 seconda formula: C’è una distinzione tra la scelta doverosa e un’inclinazione morale, e
sappiamo che un certo comportamento è indice di un comportamento morale. C’è un sentimento,
peculiare dell’esperienza morale, ovvero il provare rispetto nei confronti di una che ha commesso
un sacri cio a n di bene, così come si prova disgusto per chi ha mancato, vigliaccamente al suo
dovere. Secondo Kant l’integrità morale, non fuggire per interesse o per paura, suscita
rispetto. Secondo il losofo noi non rispettiamo la ricchezza, non rispettiamo l’uomo ricco in
quanto tale, perché nei confronti del potente si prova ammirazione, invidia, soggezione, ma il
rispetto è diverso, e si può provare anche nei confronti della persona più umile del mondo. Potrei
provare ammirazione o soggezione, persino amore, ma comunque non provare rispetto. “A un
gran signore io m’inchino, ma il mio spirito non s’inchina” cita Kant (da Feuntanel). Posso provare
rispetto per uomini di umili condizioni nel quale si vedano l’integrità e il carattere che non vedo in
me stesso se ho dei motivi non razionali di opposizione, antipatie o odio non razionali, posso
rispettarlo pur odiandolo.
Kant a erma che il rispetto si riferisca sempre e soltanto alle persone, non alle cose, non agli
animali. Le cose possono far nascere in noi amore e propensione al rispetto, ma non rispetto in
sé, così come non posso disprezzarlo. Non posso disprezzare un cane che fa violenza a un
bambino, perché il disprezzo deriva dalla scelta. È lo stesso motivo per cui non viene in mente di
processare un cane.
Secondo Kant dobbiamo per forza avere una spiegazione per il rispetto o il disprezzo per le
sole persone, intese come soggetti responsabili non assoggettati completamente alle leggi di
natura. Solo l’uomo è tale, che nell’ambito morale gode di una indipendenza rispetto al
determinismo della natura. Noi, per comprendere la realtà morale che caratterizza gli uomini,
dobbiamo ammettere entro un certo campo la libertà morale. il sentimento del rispetto anima la
seconda formula “agisci in modo da trattare l’umanità sia nella tua persona che in quella di
ogni altro, sempre e anche come ne mai solo come mezzo.” Non dimenticarti mai che ti
stai rapportando con una persona, non un oggetto da usare.
Secondo Kant la morale è “causa cognoscendi” della libertà, e la libertà è “causa essendi”
della moralità. La libertà è condizione della sua moralità, perché se l’uomo non fosse libero non
avrebbe moralità e non sarebbe degno di rispetto o disprezzo, tuttavia la libertà non si può
misurare tramite analisi scienti ca. Dobbiamo ammettere la libertà dell’uomo, oppure non
potremmo ammettere imputabilità. Sappiamo di essere arte ci delle nostre azioni, cosa che è
negata agli animali. Sul banco degli imputati non si porta un bambino o una persona malata di
mente, ma una persona sana che riconosca il proprio libero arbitrio.
Se si facesse un’analisi scienti ca, si andrebbe a sfociare nel determinismo. Ai tempi di Hobbes/
Spinoza si era anche sviluppata la teoria in cui tutto era predeterminato da una serie di eventi che
avevano portato a quella scelta, quindi si pensava che il libero arbitrio non esistesse.
Come possiamo accordare evidenza di responsabilità (inesistente in un mondo determinisco) e
spiegazione scienti ca della realtà?
Non possiamo dimostrare scienti camente la libertà, perché la spiegazione scienti ca è
tendenzialmente meccanicistica, ma bisogna postulare la libertà noumenica dell’uomo. Kant
riutilizza la distinzione tra fenomeno (conoscibile) e noumeno (questione mentale).
Noi siamo allo stesso tempo fenomeno e noumeno, quindi sia studiabili oggettivamente e anche
inconoscibili. Siamo corpi, ma anche cose in sé sulle quali non si possono fare studi scienti ci.
Dal punto di vista fenomenico, io sono determinato, ma la scelta è libera e non attiene alla
scienza. Non posso prevedere con precisione deterministica ogni cosa. La libertà noumenica,
dedotta dalla sfera morale, è un postulato della ragion pura pratica.
3 terza formula: “agisci come se la massima della tua azione dovesse essere elevata dalla
tua volontà a legge universale della natura.” Per esempio, non uccidere. Bisogna provare a
ragionare con il criminale, che se ragionasse capirebbe le contraddizioni nei suoi comportamenti.
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Successivamente Kant produce un postulato. Il postulato è una proposizione indimostrabile
che funge da premessa alle deduzioni. Ci sono cose indimostrabili, perché sono evidenti.
Postulo la libertà perché non posso dimostrarlo, ma devo accettarlo per spiegare la
moralità.
L’etica di Kant è un’etica universale pura, valevole per tutti. Per Kant le di erenze sono culturali,
ma tutti sono uomini. Kant segue anche un’etica dell’intenzione, simile a quella di Abelardo. Tu
pecchi già nell’intenzione peccaminosa. Il giudizio non sta nell’atto, che può essere espressione
di opportunismo, di qualcosa di impuro.
È evidente che io possa decidere di non violare una legge per convenzione, ma non per questo
sono una persona morale. Se l’intenzione non è morale, l’atto non lo è.
Dialettica della ragion pratica
In questa parte Kant aggiunge altri due postulati, necessari per risolvere l’antinomia della ragion
pratica.
Antinomia ha, in Kant, un signi cato diverso da quello odierno. Ad oggi è una proposizione che si
autodistrugge (questa frase è falsa, per esempio). L’antinomia è, per Kant, una coppia di
proposizioni in con itto dette tesi e antitesi, tra cui la ragione oscilla ed entra in crisi.
Dialettica ha quindi un signi cato negativo in Kant.
Ci sono tre antinomie:
- antinomia della ragion pura (teoretica): dialettica che si crea quando si a rontano le
questioni cosmologiche ultime. Il mondo è nito o in nito? Tutto è un meccanismo o no?
Questi sono campi oscillatori, in cui prima si propende per uno è poi per l’altro. Kant la risolve
dicendo che sono questioni inconoscibili, ogni ipotesi è corretta.
- antinomia della ragion pratica: è un’antinomia esistenziale, legata a una duplice
contraddizione esistenziale. Kant intravede la doppia contraddizione identi cata con la
condizione umana. Esaminando il lato morale vi sono delle contraddizioni. La nostra condizione
è assurda, a meno che… Kant de nisce come sommo bene l’unione tra felicità e santità,
qualcuno che non so ra per essere morale, senza dover lottare o superare ostacoli. Questa
santità non è data all’uomo, non può essere un soggetto che fa sempre il bene. Questo
dipende dalla natura nita dell’uomo, per la quale la legge morale porta dei sacri ci. Si può
progredire a tutto questo, facendo in modo che il bene diventi sempre più spontaneo.
Riguardo alla felicità, essa non si riconosce compiendo il bene morale. È una contraddizione
assurda. C’è gente che compie atti orribili e poi non ha rimorsi. Se ci comportiamo in modo
da ammirarci moralmente, rischiamo di non essere felici. Il giudice corrotto non ha paura,
quello giusto invece deve temere per la sua famiglia. Secondo Kant non possiamo accettare
questo. Unione tra perfetta virtù e felicità. La vita umana è a itta da una duplice
contraddizione, l’avere una legge che ti impone di essere morale ma al contempo provare
resistenza verso il dovere. Siamo fatti in modo da dover essere santi, ma da non poterlo
essere. Non si recrimina agli animali di non essere santi, ma l’uomo è l’unico animale che prova
rimorso ed è a disagio con sé stesso se non è morale, e allo stesso tempo è a disagio se anche
è morale. Non c’è corrispondenza tra virtù e premio e malvagità e castigo. Kant non accetta
che il mondo possa essere ingiusto. L’antinomia della ragion pratica è risolta tramite altri
due postulati, diversi dal primo.
Postulati della fede razionale:
Kant si autodistruggerebbe se dicesse che queste cono cose accettate a priori, ma per lui
non sono forzature, anzi, rappresentano il coronamento di una concezione antropologica
dualistica che appartiene alla sua tradizione cristiana.
Nietzsche pone al centro il nichilismo, e prevede che i prossimi secoli sarebbero stati quelli
del nichilismo. I loso postmoderni dicono che queste grandi idee fossero solo storielle.
2. Immortalità dell’anima, consente un progresso morale in nito che fa
spontaneamente diventare buoni. Essendo l’uomo per Kant non solo un corpo ma anche
uno spirito, si sente in colpa. Come per Leopardi, la natura non si interessa dell’uomo.
3. Esistenza di Dio
- antinomia del gusto, le antinomie vengono fuori nella dialettica, ovvero la seconda parte,
presente in ogni opera di Kant
Estetica
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Dopo Hegel assume il signi cato di loso a dell’arte, ma venne usato per la prima volta da un
losofo tedesco, Baumgarten, nel 1758, e successivamente Kant ne assunse il lessico.
L’estetica è trattata nell’opera di Kant:
Critica del Giudizio (1790)
In Kant il giudizio è una facoltà della mente umana che produce i giudizi in senso aristotelico,
ovvero proposizioni dichiarative, vere o false.
Esistono due grandi categorie di giudizi, quelli studiati nella critica della ragion pura, a loro volta
suddivisi, e quelli studiati in quest’opera.
Vi sono:
- giudizi determinanti: sono principalmente giudizi scienti ci (es. l’oro è un metallo). È un
giudizio che esprime la struttura del fenomeno. Per Kant l’oggetto conoscitivo è una sintesi
del soggetto oggetto. Il fenomeno percepito non necessariamente esiste indipendentemente
dal soggetto oggetto. L’a ermazione è risultato di una sintesi di diversi fattori. È risultato di una
sintesi prima della quale non c’è il fenomeno, ma un insieme sconnesso di dati.
- giudizi ri ettenti: giudizio che non esprime la struttura del fenomeno, ma la relazione tra
un fenomeno strutturato e il soggetto. Il soggetto costituisce il fenomeno, che si ri ette nel
soggetto suscitandogli un sentimento. Il fenomeno è già strutturato, ed esprime sentimenti nel
soggetto. Se dico che il duomo di Milano è costruito con il marmo di candoglia, il giudizio è
determinante. Se dico che il duomo è maestoso esprimo un giudizio ri ettente. Dico cosa il
fenomeno suscita in me. Nel primo caso esprimo dati sulla struttura, nel secondo parlo della
relazione tra fenomeno e soggetto. Se dico, la steppa è una zona erbacea subtropicale,
esprimo il fenomeno, ma se dico che la steppa esprime sentimenti struggenti, creo una
relazione di sentimento. I giudizi ri ettenti dunque non esibiscono proprietà delle cose, ma
esprimono una relazione. Il lamento di DNA è bello, non aggiunge niente alla struttura. Nel
proferire un giudizio ri ettente sono in una condizione emotiva. Si divide in due casi, in
entrambi il giudizio è legato alla nalità.
- Giudizio estetico: esprime una nalità senza scopo. L’armonia della corolla di un ore,
fa percepire una nalità come se qualcuno l’avesse realizzata per suscitare piacere,
l’armonia non è vissuta in termini di scopo, non in vista di un che. Non c’è uno scopo per
cui le cose debbano essere fatte così. Quando indago nel corpo umano e osservo che un
organo si armonizza con gli altri per una nalità, percepisco uno scopo nell’armonia. I fregi
artistici sono percepiti come belli, senza riferimento a uno scopo, gli archi rampanti invece
hanno ne di mantenere in piedi la struttura. La nalità è percepita in relazione a uno
scopo. Si divide in due tipi
- Giudizio estetico di gusto: da distinguere dal giudizio del sublime. Ha a che fare con il
bello, il brutto, e le innumerevoli sfumature. Kant vuole sapere come mai qualcosa
appare bello o brutto, e se la concezione è universale o soggettiva. È universale o
no? Il giudizio estetico di gusto è soggettivo? Kant presenta diverse caratteristiche per
la bellezza, divise in quattro categorie: qualità, quantità, relazione e moralità. Kant
crede che il giudizio estetico sia universale. Secondo Kant è incultura loso ca. Il
giudizio estetico non va confuso con il giudizio di piacevolezza. Secondo Kant non si
può non riconoscere che gli uomini abbiano un senso comune estetico.
- Non si può contestare il giudizio di piacevolezza altrui, ma non si può dire che sia
bella. Se dico “mi piace”, è incontestabile, se dico “è bello”, ho il diritto di
contestare.
- Qualità: il giudizio estetico è disinteressato. Non ha a che fare con il piacevole, né
con il buono, quindi va distinto anche dal giudizio morale. Non esprime
un’attrattiva verso una cosa, e non ha a che fare con l’etica. In campo artistico (non
kantiano): ogni cosa è indipendente dal valore morale
- Modalità: il giudizio estetico è necessario.
- Relazione: il giudizio estetico è di soluzione insoddisfacente. Quando si parla della
bellezza umana la loso a ha fatto passi avanti rispetto a Kant, sin da Schopenhauer.
Il fondamento è biologico, non spirituale. Per Schopenhauer anche la struttura
scheletrica agisce a livello inconscio nell’attrattiva. Kant dà una soluzione. Bello,
secondo Kant, e ciò che piace universalmente senza concetto, ed è tale per via di
una relazione tra immaginazione ed intelletto. Il fondamento del sentimento di
bellezza sta in un accordo tra le due, cioè una forma che si accorda con le
esigenze. È bello non perché sia utile, ma perché la forma, senza avere a che fare
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con l’esistenza dell’oggetto, si accorda con le facoltà spirituali. È come se
qualcuno l’avesse fatto apposta. Se fosse bello con regole scienti che, si potrebbe
dimostrare che una cosa è bella. Non si hanno concetti teoretici o pratici che
possano farlo dimostrare. La tesi è giusta se concetto è determinato, ma non si ha
un concetto determinato per valutare la bellezza. L’antitesi è giusta sé si ha un
concetto indeterminato, ovvero l’uomo noumenico, che è inconoscibile. Se per
concetto si intende la sezione aurea, il concetto è giusto. Se per concetto si intende il
sostrato spirituale dell’uomo, non è possibile. Non poter trovare lo strato universale è
dato dalla facoltà conoscitiva. Il concetto di bello va oltre la sensorialità personale,
ma concerne una struttura universale.
- Giudizio del sublime: è un’esperienza completamente diversa. L’analisi kantiana del
sublime esercitò un in usso enorme sulle generazioni del romanticismo, grande
tendenza successiva che Kant anticipò. L’analisi del sublime dimostra quanto Kant vada
a fondo nelle cose. Questa analisi aveva già predecessori greci. Edmund Burke, famoso
per la sua avversione alla rivoluzione francese, fece una grande distinzione tra due
relazioni estetiche, dove sublime era da distinguersi rispetto al bello, ed indica un
rapporto con la natura. Il sentimento del sublime è di intensità insuperabile, ed è
diverso da giudizio estetico di gusto: è un sentimento misto di dispiacere e piacere.
More il bello piace e basta, e il brutto non piace (per il giudizio estetico di guasto), nel
sublime vi sono entrambi gli aspetti. Burke si ferma qui, mentre Kant vuole trovare il
fondamento di tutto. Il sublime ha a che fare con l’in nito, qualcosa che supera le
capacità dell’immaginazione umana. Vi sono due tipi di sublime.
- Sublime matematico: legato all’immensità spazio-temporale. Lo spiacevole è
dato dal senso di piccolezza e nullità, e l’incapacità di dominare la grandezza,
mentre il senso di piacevole dipende dalla magni cenza della visione.
L’immaginazione non riesce a comprendere o dominare l’in nito. Non riesco a
rappresentare l’in nito, ma ne ho il concetto. L’idea ci consente di dominare la
totalità. Il piacevole segue lo spiacevole come un sentimento di apertura successivo
alla piccolezza. L’idea di d’in nito, della ragion pura teoretica, domina l’in nito che la
ragion pura non sa cogliere, e infonde sicurezza nel soggetto. Il senso di piacere
deriva dall’idea di in nito, che noi abbiamo nonostante non ne abbiamo
l’immagine.
- Sublime dinamico: legato alla potenza della natura. Sono le situazioni in cui si
esprime il “piacevole terrore” di Burke. Non sono situazioni di rischio di vita, ma se
viste da lontano queste situazioni hanno un’attrattiva. Qui viene in mente l’immagine
di Pascal delle canne in un canneto. L’esperienza del sublime dinamico attesta e
provoca dispiacere con la fragilità umana, una realtà e mera, ma l’espansione
vitale, il senso di piacere, giunge dalla ragion pura pratica, ovvero il sapere che
qualsiasi evento di natura non potrà mai distruggere la natura umana. Il
noumeno non è tangibile.
- Giudizio teleologico: esprime una nalità con scopo. Lo studio dell’armonia
dell’organismo umano, è legata a uno scopo teleologico. La bellezza di un volto invece è
ne a sé stessa. Se si toglie un qualcosa con nalità con scopo, l’architettura traballa
e non sta in piedi, il giudizio estetico invece si può rimuovere.
Ri essioni sull’arte
Dovunque Kant parli, da chiarimenti nissimi e importanti distinzioni, e tratta anche di loso a
dell’arte. Spesso si trova l’espressione come “arte bella”, ormai in disuso. L’arte veniva usata
anche alla greca, intendendo mestieri.
“L’arte si distingue dalla natura come fare (facere) da agire in generale (agere). Il prodotto della
prima è l’opera (opus), il secondo è l’e etto (e ectus).” L’arte stava a natura come l’avere al fare.
La natura produce e etti, l’uomo crea opere in cui prende parte la ragione.
Kant qui si avvicina all’idea dell’inconscio, ma non esiste ancora la parola, che si conierà con
Shelling. Bisogna quindi negare che le api siano artiste.
“L’arte, in quanto abilità dell’uomo, è distinta anche dalla scienza.” Spiega la frase dicendo che si
può imparare perfettamente la meccanica di Newton, ma non si può imparare a poetare.
“L’arte è anche distinta dal mestiere. La prima si chiama liberale, il secondo può essere chiamato
mercenario.” Per Kant l’artista non è un mercenario. Quando uno compone per soldi, quella non è
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arte ma artigianato. Quando l”artista crea, crea in una modalità di cui non è pienamente
cosciente,
Mentre il giudizio di gusto dipende dalle nostre capacità, l’arte è opera del genio, e ci vuole un
genio per comporre un’opera d’arte. Il genio è il talento, dono naturale che dà la regola all’arte.
Secondo Kant la tecnica artistica è necessaria, ma è insu ciente. Questi possono solo essere
imitatori, cosa che esclude il genio. Ne consegue che il primo requisito del genio sia
l’originalità.
Proprio perché il genio è tale per natura, non domina completamente quello che fa, ma è
inconscio il suo creare, in un modo che, a parere la tecnica che usa, non è in suo potere. Non è
padrone della sua creatività, lo è e non lo è, non è la sua coscienza che domina sulla tela, ma
l’originalità.
“Il genio stesso non può dimostrare scienti camente come compie la sua produzione.”
“L’autore di un prodotto che egli deve al proprio genio, non sa egli stesso come le idee, se ne
trovino in lui. Né ha la facoltà di trovarne a suo piacere o metodicamente delle altre.”
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