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Filosofia 2

Nicolas Malebranche sviluppa l'occasionalismo, una teoria che afferma che solo la volontà di Dio può causare eventi nel mondo, negando la causalità naturale e risolvendo il problema della mente e del corpo. Blaise Pascal, nel suo lavoro 'Pensieri', critica il razionalismo cartesiano e propone che la fede, piuttosto che la ragione, è la via per comprendere la verità e la condizione umana, enfatizzando l'importanza dell'esperienza personale e del cuore. Infine, Leibniz sostiene l'esistenza di Dio come ente perfettissimo e distingue tra Dio e le sostanze finite, affrontando il problema del male e la libertà umana.

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Filosofia 2

Nicolas Malebranche sviluppa l'occasionalismo, una teoria che afferma che solo la volontà di Dio può causare eventi nel mondo, negando la causalità naturale e risolvendo il problema della mente e del corpo. Blaise Pascal, nel suo lavoro 'Pensieri', critica il razionalismo cartesiano e propone che la fede, piuttosto che la ragione, è la via per comprendere la verità e la condizione umana, enfatizzando l'importanza dell'esperienza personale e del cuore. Infine, Leibniz sostiene l'esistenza di Dio come ente perfettissimo e distingue tra Dio e le sostanze finite, affrontando il problema del male e la libertà umana.

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NICOLAS MALEBRANCHE e L'OCCASIONALISMO

Nicolas Malebranche (1638-1715) è stato uno dei più originali e influenti continuatori del
pensiero di Cartesio. Ha rielaborato in modo originale la metafisica cartesiana sviluppando
l’occasionalismo, una teoria che è diventata un punto di riferimento per i filosofi tra la fine del
XVII e l’inizio del XVIII secolo.

Sostanza spirituale ed esperienza soggettiva


Nella Prefazione alla Ricerca della verità (1674-1675), Malebranche sottolinea l’importanza
della filosofia cartesiana per la cultura cristiana, sostenendo che la differenza tra spirito e
corpo deve essere chiarita meglio rispetto a quanto fatto da Cartesio. Critica l’idea che il
corpo possa essere paragonato a una macchina e afferma che la materia è inerte e
incapace di provare sensazioni. Senza una sostanza spirituale, non si potrebbe spiegare
l’esperienza soggettiva.

Prospettiva biblica e metafisica


Malebranche riprende il dualismo cartesiano di anima e corpo ma lo inserisce in una
prospettiva cristiana. Sostiene che il peccato originale ha corrotto tutta l’umanità, privandola
della purezza spirituale. Tuttavia, attraverso la grazia divina, l’anima potrà tornare a Dio
dopo la morte del corpo.

La visione delle idee in Dio


Malebranche esclude che le idee siano prodotte dalla mente umana, contrariamente a
quanto ipotizzato da Cartesio. Riprende il pensiero di Agostino, affermando che gli uomini
non producono le idee, ma percepiscono la verità direttamente in Dio, il quale è il loro
maestro.

La teoria metafisica della causalità


Secondo Malebranche, solo la volontà di Dio può produrre effetti nel mondo. Egli nega
l’esistenza di una causalità naturale, affermando che Dio è la sola causa universale di ogni
fenomeno naturale. Ciò significa che la materia non ha una forza propria: il movimento dei
corpi è dovuto esclusivamente all’azione di Dio.

L'occasionalismo e il problema della mente e del corpo


Malebranche sviluppa l'occasionalismo per risolvere uno dei problemi fondamentali della
filosofia cartesiana: la separazione tra mente e corpo. Secondo Cartesio, mente e corpo
sono due sostanze distinte (res cogitans e res extensa), il che rende difficile spiegare come
la mente possa agire sul corpo (per esempio, quando la volontà produce un movimento) o
viceversa (quando i movimenti corporei generano idee nella mente).

L’occasionismo risolve questo problema negando che esista una vera interazione tra mente
e corpo e assegnando la produzione di ogni effetto alla volontà di Dio. In pratica, ogni volta
che sembra esserci un’interazione tra mente e corpo, è in realtà Dio che interviene per
garantire il movimento stabilito dalla sua volontà.

Questa teoria segna una differenza sostanziale rispetto al pensiero di Cartesio, perché
elimina l’idea di causalità naturale e afferma che tutto dipende direttamente da Dio.
PASCAL
Pascal e i Pensieri: metodo e cuore
L’opera più celebre di Blaise Pascal, Pensieri, nasce con l’intento di contrastare il
pensiero libertino, scettico e razionalista, difendendo il valore della religione
cristiana. Il tema centrale è la condizione dell’uomo, analizzata prima nella sua vita
«senza Dio» e poi nella necessità della fede per una vita «con Dio».

Pascal affronta il problema attraverso una prospettiva apologetica, tipica della


tradizione cristiana, ma anche con un’indagine filosofica sulla capacità della ragione.
Per lui, la fede acquista valore proprio mettendola a confronto con i limiti della
ragione umana.

L’opera è caratterizzata da una forma frammentaria, con testi di varia lunghezza e


senza un ordine sistematico. Questa scelta non è solo dovuta all’incompletezza del
testo, ma ha anche un valore metodologico: Pascal rifiuta l’approccio cartesiano, che
vuole spiegare la realtà in modo razionale e sistematico, e preferisce un’esposizione
che coinvolga l’esperienza personale e le emozioni.

Il metodo e la conoscenza
Come Cartesio, anche Pascal si interessa alla questione del metodo della
conoscenza. Nella Prefazione al Trattato sul vuoto (1647), afferma che nelle scienze
bisogna basarsi solo sull’esperienza e sul ragionamento, escludendo qualsiasi
ricorso all’autorità. Tuttavia, si distacca dal razionalismo cartesiano sostenendo che
la ragione ha un ruolo limitato: in discipline come la storia, la giurisprudenza e la
teologia, essa non può giustificare le credenze. Le verità di fede, infatti, non possono
essere comprese né dimostrate razionalmente, ma devono essere accettate sulla
base dell’autorità delle Sacre Scritture.

L’ordine del cuore e l’esposizione frammentaria


La scelta di scrivere Pensieri in forma di frammenti deriva anche da una precisa
concezione metodologica. Pascal distingue due ordini:

-​ L’ordine dell’intelletto, che segue la logica e la dimostrazione.


-​ L’ordine del cuore, che è più profondo e legato all’esperienza e alla fede.

Critica l’idea di applicare i metodi delle scienze alla comprensione della vita umana.
Per lui, il modo migliore di trattare i temi spirituali è quello adottato da Gesù Cristo,
san Paolo e sant’Agostino, che non mirano a una dimostrazione logica, ma a
suscitare nell’uomo un’intima conversione.

Spirito di geometria e spirito di finezza


Pascal distingue due modi di conoscere:

-​ Lo spirito di geometria, tipico delle scienze esatte, che ragiona a partire da


principi chiari e definiti. È utile nelle discipline scientifiche, ma risulta
inadeguato quando si applica a questioni morali e religiose.
-​ Lo spirito di finezza, che permette di giudicare intuitivamente senza dover
definire esplicitamente ogni principio. Questo è il tipo di conoscenza
necessario per comprendere la complessità della vita e delle questioni
spirituali.

La conoscenza del cuore e la fede


Pascal afferma che esistono verità fondamentali che non conosciamo con la ragione,
ma con il cuore. Ad esempio, siamo certi che il tempo e lo spazio esistano, che la
nostra vita non sia un sogno, ma queste convinzioni non si basano su dimostrazioni
razionali.

Questa è una netta rottura con Cartesio: mentre Cartesio cercava di fondare ogni
verità sull’evidenza dell’intelletto, Pascal sostiene che la conoscenza più profonda
proviene dal cuore. Questo vale anche per la fede:

«È il cuore che sente Dio, non la ragione» (Pensieri, n. 278).

Dio non è qualcosa che si dimostra logicamente, ma una realtà che si percepisce
interiormente, con il cuore. In questo modo, Pascal pone la fede sullo stesso piano
delle verità più profonde della nostra esistenza.

I limiti della ragione e l’infinito


Pascal riflette sui limiti della ragione umana attraverso l’esperienza dell’infinito.
L’osservazione della natura rivela due abissi che sfuggono alla comprensione
razionale: l’infinitamente grande (l’universo sterminato) e l’infinitamente piccolo (il
mondo microscopico). Questa consapevolezza genera nell’uomo un senso di
smarrimento:

«Infine, che cos’è l’uomo nella natura? Un nulla a confronto con l’infinito,
un tutto in confronto al nulla.» (Pensieri, n. 72)

A questa incapacità di comprendere l’infinito si aggiunge la coscienza della propria


fragilità e della morte. Tuttavia, proprio questa consapevolezza distingue l’uomo
dagli altri esseri della natura: egli è una «canna pensante», destinata a morire, ma
capace di riflettere sulla propria condizione.

Pascal critica Cartesio e la filosofia razionalista, accusandola di voler comprendere


Dio e l’infinito solo attraverso la ragione. Egli sostiene che Cartesio ha inserito Dio
nella sua filosofia solo per avviare il sistema del mondo, ma poi lo ha reso superfluo.

Infine, Pascal denuncia l’incapacità della filosofia di cogliere la complessità


dell’essere umano: mentre lo stoicismo e il razionalismo hanno esaltato la grandezza
della ragione, lo scetticismo ha enfatizzato i suoi limiti. Solo il cristianesimo
comprende la duplice natura dell’uomo: grandezza e miseria, spiegando questa
condizione con la caduta a causa del peccato originale.
L’uomo tra miseria e distrazione
Di fronte alla propria fragilità e ignoranza sul senso della vita e della morte, l’uomo
tende a sfuggire alla verità della sua condizione.

1. L’illusione e l’ipocrisia
Gli uomini sono dominati dall’amor proprio, che li porta a rifiutare la verità sulla loro
miseria e a vivere in un continuo inganno reciproco. I rapporti umani, secondo
Pascal, sono basati sulla falsità e sull’ipocrisia (Pensieri, n. 100).

2. Il divertimento come fuga dalla verità


Per evitare di affrontare il senso della propria esistenza, l’uomo si dedica a una serie
di attività che Pascal chiama divertissement (divertimento). Questo include lavoro,
passioni, giochi e ogni occupazione che impedisca alla mente di fermarsi e riflettere.

Tuttavia, il divertimento non porta mai alla felicità: l’uomo vive proiettato nel passato
o nel futuro, inseguendo obiettivi irraggiungibili. Una volta raggiunto un traguardo, ne
cerca subito un altro, in un’occupazione tumultuosa che lo distoglie da sé stesso.

Solo nei momenti di solitudine emerge la consapevolezza della propria condizione e


con essa sentimenti come noia, tristezza e disperazione (Pensieri, n. 201).

3. La fede come unica via d’uscita


Nel suo bisogno di distrazioni, l’uomo mostra sia la propria miseria sia la sua
grandezza: da un lato fugge dalla verità, dall’altro non trova soddisfazione nelle cose
del mondo, segno che è fatto per qualcosa di più alto.

L’unica via d’uscita è la fede in Dio. Ma non il Dio astratto e razionale della filosofia
cartesiana, bensì il Dio della Bibbia, che dà senso all’esistenza umana e risponde al
bisogno di trascendenza.

Pascal descrive l’uomo come un essere fragile e contraddittorio, incapace di


comprendere l’infinito, destinato alla morte e perennemente in fuga da sé stesso.
Tuttavia, proprio questa condizione lo rende aperto alla fede, che rappresenta l’unica
vera risposta al senso della vita.

La fede e la scommessa sull’esistenza di Dio


Pascal concepisce Dio come un «Dio nascosto», che non può essere compreso
dalla ragione umana, ma che guida la storia e offre all’uomo la possibilità della
salvezza. La sua conversione personale lo ha portato a rifiutare il «Dio dei filosofi»,
razionale e astratto, e ad abbracciare il Dio biblico, il Dio «di Abramo, di Isacco e di
Giacobbe», che riempie il cuore dell’uomo con la consapevolezza della propria
miseria e della misericordia divina (Pensieri, n. 536).

Tuttavia, il passaggio dalla consapevolezza dei limiti della ragione alla fede non è
immediato: l’uomo attraversa un periodo di dubbio e ricerca dolorosa prima di
accettare la rivelazione. La fede non si raggiunge con la sola ragione, ma coinvolge
tutto l’essere umano, comprese le sue passioni.

Le prove della verità della religione cristiana


Pascal esclude le altre due religioni monoteistiche (ebraismo e islam) e sostiene la
superiorità del cristianesimo basandosi su due elementi:

-​ Le profezie, che testimoniano l’avvento di Cristo e lo radicano in una


tradizione più antica e autorevole di qualsiasi scuola filosofica.
-​ I miracoli, che dimostrano concretamente la verità della fede cristiana. Pascal
si riferisce ai miracoli narrati nei Vangeli, nella storia della Chiesa e a quello
vissuto personalmente dalla nipote Margherita, guarita toccando una reliquia
(la sacra spina).

Tuttavia, queste prove non bastano a persuadere la ragione umana: la fede rimane
una questione di sentimento e volontà.

La scommessa sull’esistenza di Dio


Secondo Pascal, i tradizionali argomenti razionali per dimostrare l’esistenza di Dio
sono inefficaci e persino dannosi, perché riducono la fede a una questione
puramente logica, alimentando il disprezzo degli scettici.

Per convincere chi dubita, Pascal propone un ragionamento diverso: la scommessa


(Pensieri, n. 233). Egli riconosce che la ragione non può stabilire con certezza se
Dio esista o meno, ma sostiene che, di fronte a questa incertezza, sia più
conveniente credere:

-​ Se Dio esiste, chi ha creduto guadagna la beatitudine eterna.


-​ Se Dio non esiste, chi ha creduto ha solo vissuto seguendo una convinzione
falsa, senza una grande perdita.
-​ Chi non crede, invece, se Dio esiste, perde tutto e si condanna all’infelicità
eterna.

Poiché il possibile guadagno è infinito e la perdita finita, è ragionevole scommettere


sull’esistenza di Dio.

Il ruolo di Cristo nella fede cristiana


La scommessa non è una prova dell’esistenza di Dio, ma mostra la convenienza
della fede. La vera essenza del cristianesimo sta nella figura di Gesù Cristo, che
unisce in sé la trascendenza divina e la miseria umana. Cristo è il mediatore tra Dio
e l’uomo, e per questo il cristianesimo è, secondo Pascal, la religione che meglio
risponde alla natura umana e ai suoi bisogni.

Pascal propone un approccio nuovo alla fede: non cerca di dimostrare razionalmente
l’esistenza di Dio, ma mostra che credere è la scelta più vantaggiosa. La fede
cristiana non si basa su argomentazioni filosofiche, ma su un incontro personale con
Dio, reso possibile attraverso la figura di Cristo.

LEIBNIZ
Dio, l’origine del male e la libertà dell’uomo
Alla base della metafisica leibniziana vi è l’esistenza di Dio, che Leibniz considera
una verità dimostrabile razionalmente in base al concetto di ente perfettissimo. Nella
mente divina si trovano le idee, a cui si riferisce la conoscenza umana e da cui
dipende l’esistenza delle sostanze finite. Egli difese due tesi fondamentali: contro
Descartes, secondo cui la volontà di Dio può modificare le verità elementari,
sostenne che nessun atto divino può violare le verità di ragione; contro Spinoza, che
identificava Dio e natura, Leibniz sottolineò la distinzione tra Dio e le sostanze finite.
Dio ha creato la natura secondo buoni fini.

Si pongono dunque due problemi fondamentali:

1)​ Posto che Dio può prevedere a priori ogni evento, come si può sostenere che
egli, creando il mondo, abbia esercitato una scelta tra diverse alternative, e in
particolare una scelta finalizzata a realizzare il sommo bene?
2)​ Posto che la volontà dell’uomo è sottoposta a un ordine causale prefissato,
come si può sostenere che l’uomo possegga un libero arbitrio che lo rende
capace di scegliere tra azioni buone e cattive?

Per affrontare il primo problema, Leibniz distingue due specie di necessità:

-​ La necessità assoluta è quella che non dipende da alcuna condizione e su cui


Dio non ha alcun potere; essa appartiene alle verità di ragione, come i principi
matematici e logici, che sono eterne, immutabili e indipendenti dalla volontà
divina.
-​ La necessità ipotetica, invece, discende da una condizione che a sua volta
non è necessaria, ma contingente. Essa riguarda le verità di fatto, come le
leggi fisiche (chiamate da Leibniz anche necessità fisica) e tutte le
caratteristiche che distinguono il mondo reale da altri infiniti mondi possibili.

Dio, conoscendo tutti i mondi possibili, ha scelto liberamente di creare quello che
possiede il massimo grado di bene, ordine e razionalità. In questo mondo, egli è in
grado di prevedere ogni evento, ma ciò non implica che l’universo sia il frutto di un
destino cieco: è piuttosto il risultato di una scelta razionale e finalistica.

A questo punto Leibniz affronta l’antico problema del male, la sua soluzione è
contenuta nella sua opera “Teodicea”, in cui distingue:

-​ il male metafisico, cioè l’imperfezione connaturata alle creature finite;


-​ il male fisico, cioè la sofferenza e il dolore;
-​ il male morale, cioè il peccato e l’errore.
Secondo Leibniz, il male metafisico è la causa degli altri due mali: le monadi, in
quanto entità limitate e non divine, non possono essere perfette come Dio, e da
questa loro imperfezione scaturiscono sofferenze e peccati. Tuttavia, Dio non vuole il
male, ma non può impedirne l’esistenza senza rinunciare alla varietà e ricchezza
della creazione. La presenza del male è dunque necessaria in un mondo in cui deve
esserci la massima varietà, ma comunque il bene sarà destinato a prevalere nel
disegno complessivo.

Dio ha creato il “migliore dei mondi possibili”, ossia quello in cui si realizza il maggior
bene con il minimo male. I criteri con cui Dio ha scelto questo mondo includono la
massima varietà di contenuti e il massimo ordine: l’introduzione di un ordine
massimo nella massima ricchezza di particolari esprime nel modo più grandioso
l’intelligenza e l’onnipotenza divina. Il male, dunque, è tollerato in quanto funzionale
al raggiungimento del bene superiore.

Infine, Leibniz distingue il regno della natura, retto da principi meccanici, e il regno
della grazia, regolato da principi finali: i due regni coincidono nella realtà, poiché
devono raggiungere lo stesso obiettivo, quello del massimo bene possibile, e lo
fanno con il minimo intervento divino. Questo spiega perché Leibniz attribuisce
scarso valore ai miracoli, che rappresentano un’eccezione all’ordine naturale: il suo
è un ottimismo razionale e provvidenzialistico, che privilegia la comprensione
razionale e morale del mondo.

Libertà individuale e comunità degli uomini


Per Leibniz, Dio compie scelte vere e proprie, mentre la volontà umana è
rigorosamente determinata. Ogni evento dipende dall’essenza individuale e
dall’ordine prestabilito. L’uomo si illude di scegliere, ma le azioni derivano da una
catena di cause inconoscibili. Tuttavia, esistono scelte più o meno sagge: agire bene
significa riconoscere la razionalità dell’universo. La razionalità morale è compatibile
con il determinismo. L’agire morale si fonda sull’amore verso tutti e la gioia
condivisa, che riflettono l’armonia tra individui voluta da Dio.

Anche la politica deve perseguire il bene pubblico e il progresso della conoscenza.


L’ideale dell’armonia si esprime nella proposta di una federazione tra Stati, simile a
un “Consiglio Europeo”, per promuovere la pace. Leibniz riconosceva anche nelle
altre culture, come quella cinese, una morale basata sulla razionalità e sull’armonia
sociale. Ammirava la filosofia morale confuciana, che poteva aiutare l’Europa divisa
a riscoprire i fondamenti razionali della morale.

Senza negare il primato del cristianesimo, Leibniz propone una teologia razionale
che riduce i dogmi, resta tollerante e aperta al dialogo interreligioso. Il suo pensiero
esprime un costante ideale di pacificazione attraverso la ragione.
JOHN LOCKE
È considerato come il fondatore dell’empirismo britannico ed è l’iniziatore di una
tradizione filosofica opposta a quella del razionalismo di Cartesio. Egli considera
l’esperienza sensibile come origine delle conoscenze e come termine di riferimento
costante per la loro verifica, in contrapposizione alla visione cartesiana della ragione.

Egli condivide però con Cartesio il presupposto per cui le idee sono l’elemento
proprio dell’intelletto, quindi anche per Locke il termine “idea” riassume qualsiasi
contenuto del pensiero cosciente, e riconosce alla ragione la capacità di ottenere
autonomamente alcune certezze metafisiche, per esempio sull’esistenza di Dio.

Egli ha sostenuto la necessità di un’indagine sui poteri e sui i limiti dell’intelletto


umano, cioè di stabilire quali siano le capacità effettive dell’intelletto umano. Le sue
idee gettano le basi del pensiero politico liberale.

DAVID HUME
Lo scopo di Hume è quello di stabilire una nuova scienza della natura umana,
fondata sull’esperienza, che è il solo ambito possibile della conoscenza. Secondo lui,
l’attività della ragione umana è sempre limitata all’ambito dell’esperienza dei sensi e
non è capace di alcuna conoscenza proveniente da altre fonti.

Il metodo sperimentale applicato alla morale e l’origine empirica delle idee


Hume decide di indagare l’estensione e i limiti della conoscenza umana, con lo
scopo di chiarire le basi della morale e della religione. Hume vuole dunque realizzare
una descrizione della mente umana basata sulle osservazioni, dalle quali intende
ricavare delle leggi generali dei fenomeni mentali.

Il punto di partenza della conoscenza sono le percezioni della mente, cioè i contenuti
mentali che costituiscono l’esperienza, che Hume suddivide in due specie:

-​ le impressioni sono le percezioni più vivaci, ovvero emozioni, sensazioni e


passioni che si presentano nella nostra coscienza con maggiore forza e
violenza (es sensazione di calore e paicere)
-​ le idee che sono più deboli e nascono dalla riflessione sulle impressioni
precedenti

Secondo Hume, le impressioni sono i materiali da cui si formano tutte le idee


attraverso le operazioni della memoria e dell’immaginazione.
Egli nega che esistano le idee astratte di proprietà e di enti generali: le idee astratte
non sono altro che nomi generali che indicano una serie di idee particolari in
relazione tra loro. Allo stesso modo, egli nega che ci siano idee innate, cioè prodotte
dalla mente indipendentemente dall’esperienza.
Il pensiero compie tutte le sue operazioni combinando in vario modo le idee derivanti
dalle impressioni esterne e interne.
Egli definisce tre principi generali dell’associazione delle idee:
-​ la somiglianza, in base alla quale per esempio un ritratto conduce
naturalmente il pensiero alla persona che è in esso rappresentata
-​ la contiguità, (cioè la prossimità nello spazio e nel tempo) per esempio il
ricordo di una stanza in una casa rimanda a quello delle stanze adiacenti
-​ la relazione causa-effetto, per cui se pensiamo a una ferita siamo portati a
pensare al dolore che ne segue

La conoscenza: relazioni tra idee e materie di fatto


Hume distingue due generi di oggetti della ragione, corrispondenti a due specie di
conoscenza:

-​ Le relazioni tra idee sono conoscenze a priori, certe in modo intuitivo o


dimostrativo, come nella matematica. Per esempio, un teorema geometrico o
un’addizione aritmetica esprimono relazioni tra oggetti astratti (figure, numeri).
Queste proposizioni sono necessariamente vere, perché negarle implica
contraddizione, ma non si riferiscono all’esperienza.
-​ Le materie di fatto sono conoscenze empiriche, ottenute a posteriori, e non
possono mai essere dimostrate con certezza. Restano sempre probabili: ad
esempio, la frase “il Sole sorgerà domani” deriva dall’esperienza, ma non è
necessariamente vera, perché la sua negazione non implica contraddizione.

Le relazioni tra idee valgono solo in astratto e non si applicano al mondo reale. Di
conseguenza, tutta la conoscenza oggettivamente valida riguarda materie di fatto, e
deriva da osservazioni ed esperimenti. Hume conclude che ogni tentativo di parlare
della realtà senza ricorrere all’esperienza – come fa la metafisica o la teologia – dà
luogo a un sapere ingannevole.

La relazione di causalità e il principio dell’abitudine


Per Hume, tutti i ragionamenti e le azioni della vita quotidiana riguardano materie di
fatto, ma su queste non possediamo certezze assolute. È quindi fondamentale
capire come si formano le conoscenze empiriche. Hume sostiene che, quando non
possiamo affidarci alla memoria o all’esperienza diretta dei sensi, la nostra
conoscenza si basa sul principio di causalità, che ci permette di spiegare un fatto
tramite un altro. Per esempio, dalla percezione di un’orma sulla sabbia concludiamo
che è passato un uomo; oppure, vedendo luce e fumo, inferiamo la presenza di un
fuoco.

Hume dedica una lunga e famosa analisi all’origine del principio di causalità. Egli
afferma che il collegamento tra causa ed effetto non è lo stesso dell’associazione tra
due eventi qualunque: quando colleghiamo causa ed effetto, la mente si forma l’idea
di una connessione necessaria tra di essi. I filosofi razionalisti hanno cercato di
giustificare questa connessione come una deduzione logica, sostenendo che l’effetto
sia contenuto nell’idea stessa della causa.
Contro questa concezione, Hume ribadisce che la relazione tra causa ed effetto non
ha giustificazione a priori. Le cause e gli effetti sono eventi distinti, e nulla ci
permette di sapere, solo riflettendo sull’idea di una causa, quale sarà il suo effetto.
Ad esempio, non possiamo dedurre a priori che un pezzo di metallo cadrà verso il
basso piuttosto che salire, o che una palla da biliardo, colpendone un’altra, la
metterà in movimento invece di tornare indietro. Questi sono eventi possibili, ma non
necessari, quindi la relazione causale non è dimostrabile. Ogni nesso causale viene
ricavato dall’esperienza.

La critica di Hume porta a un punto centrale del suo scetticismo: l’idea che la mente
possa risalire dall’effetto alla causa non ha una base razionale.

Dopo questa critica, Hume si chiede quali caratteristiche dell’esperienza ci portino a


costruire l’idea di causalità. Usando ancora l’esempio delle palle da biliardo, egli
osserva che, quando vediamo la palla A urtare la palla B e questa iniziare a
muoversi, noi percepiamo:

-​ la contiguità spaziale (le palle si toccano),


-​ la successione temporale (prima A si muove, poi B),
-​ la connessione costante (ogni volta che si ripete la stessa situazione, avviene
lo stesso effetto).

Questi elementi si trovano sia nell’esperienza quotidiana, sia negli esperimenti


scientifici. Tuttavia, nessuno di essi dimostra davvero che A sia la causa del
movimento di B. La contiguità e la successione potrebbero essere casuali, e il fatto
che un evento segua sempre un altro non garantisce che ciò accadrà anche in
futuro. L’inferenza che le cose andranno sempre nello stesso modo presuppone un
principio di uniformità della natura, come quello per cui crediamo che il Sole sorgerà
anche domani. Ma anche questo principio non ha alcuna giustificazione razionale.

In conclusione, restano sconosciuti i principi reali che in natura corrispondono alla


nostra idea di ordine causale. Tuttavia, Hume dà una spiegazione psicologica della
nostra credenza nella causalità: essa deriva dall’abitudine o consuetudine. Quando
osserviamo più volte due eventi legati tra loro, sviluppiamo una tendenza naturale a
credere che essi si presenteranno sempre insieme. Questa abitudine genera in noi
un sentimento di connessione necessaria, che guida le nostre inferenze come fosse
un istinto naturale.

L’abitudine è quindi una tendenza irrazionale, ma rappresenta la vera guida dei


ragionamenti quotidiani e anche delle affermazioni scientifiche, che usano il principio
di causalità per andare oltre l’esperienza immediata.
Il mondo esterno e l’Io
Hume analizza come si formi in noi la credenza nell’esistenza del mondo esterno e
dell’identità personale, partendo dal presupposto che tutta la nostra esperienza sia
composta solo da impressioni particolari (colori, suoni, estensioni ecc.). In essa non
si trova alcuna prova dell’esistenza di una sostanza materiale sottostante, né
oggettiva né soggettiva. Per questo, Hume respinge sia la distinzione tra qualità
primarie e secondarie proposta da Locke, sia l’idea stessa di sostanza difesa dalla
metafisica tradizionale.

La credulità nel mondo esterno nasce dal fatto che le impressioni si presentano in
modo coerente e costante, e ciò ci porta, per abitudine, a credere che gli oggetti
continuino a esistere anche quando non li percepiamo direttamente. Questo però
non avviene per via razionale, ma per un sentimento naturale che guida la nostra
interpretazione dell’esperienza. Così, distinguiamo la realtà dai sogni grazie alla
regolarità delle impressioni, non perché possiamo dimostrarne l’esistenza.

Lo stesso vale per l’Io: ciò che chiamiamo “Io” è in realtà solo un fascio di percezioni
che si susseguono nel tempo, senza che vi sia nulla di permanente o unificato. La
memoria ci permette di riconoscere somiglianze e connessioni tra le percezioni e
costruire così l’idea di identità personale, ma non basta a dimostrare l’esistenza di
un’anima o di una sostanza spirituale.

Hume paragona l’Io a un teatro o a uno Stato, in cui le percezioni (come cittadini o
attori) si succedono e si collegano tra loro, pur restando distinte e mutevoli. Anche il
carattere personale può cambiare, ma continuiamo comunque a considerarci “noi
stessi”.

Infine, Hume definisce la sua posizione come scetticismo moderato: riconosce che
non possiamo dimostrare razionalmente l’esistenza del mondo esterno o dell’Io, ma
ritiene che l’abitudine, come principio naturale, sia sufficiente a garantirci una fiducia
pratica nelle nostre credenze. Anche se la ragione è limitata, la natura umana ci
spinge irresistibilmente a credere, proprio come a respirare o sentire.

Passioni e morale
Nel secondo libro del Trattato, Hume analizza le passioni, che definisce come
impressioni di riflessione derivanti da altre impressioni o idee. Le passioni non sono
soggette alla ragione, che può solo calcolare le conseguenze delle azioni, mentre i
veri motori sono piacere e dolore.

Volontà e libertà
Hume nega il libero arbitrio, intendendo la volontà come un’impressione naturale. La
libertà vera è solo l’assenza di costrizioni esterne, ma le azioni sono comunque
responsabili perché dipendono dal nostro carattere.
Sentimento morale e simpatia
La distinzione tra virtù e vizio non nasce dalla ragione, ma da un sentimento morale
che ci fa provare piacere per le azioni virtuose e dispiacere per quelle viziose.
Questo è sostenuto dalla simpatia, la capacità di condividere le emozioni degli altri,
che corregge l’egoismo naturale.

Uomo, società e politica


Hume rifiuta l’egoismo puro (come in Hobbes), ma riconosce un bilanciamento con
la benevolenza naturale. In politica, il potere civile serve a limitare l’egoismo e
promuovere virtù naturali (generosità) e artificiali (rispetto della proprietà).

Religione
La ragione non è in grado di conseguire certezze teologiche: non può dimostrare
l'esistenza di Dio né giustificare la presenza del male nel mondo. La religione ha
origini psicologi-che, nasce cioè dalla paura e dalla speranza che l'uomo prova
rispetto alle sorti della propria vita e alla potenza della natura. La storia della
religione ha visto alternarsi concezioni politeiste e monoteiste: le prime favoriscono
la superstizione, le seconde l'intolleranza.

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