Il 0% ha trovato utile questo documento (0 voti)
16 visualizzazioni7 pagine

SENECA

Breve descrizione di seneca e delle sue opere
Copyright
© All Rights Reserved
Per noi i diritti sui contenuti sono una cosa seria. Se sospetti che questo contenuto sia tuo, rivendicalo qui.
Formati disponibili
Scarica in formato PDF, TXT o leggi online su Scribd
Il 0% ha trovato utile questo documento (0 voti)
16 visualizzazioni7 pagine

SENECA

Breve descrizione di seneca e delle sue opere
Copyright
© All Rights Reserved
Per noi i diritti sui contenuti sono una cosa seria. Se sospetti che questo contenuto sia tuo, rivendicalo qui.
Formati disponibili
Scarica in formato PDF, TXT o leggi online su Scribd

Sen(E×C)+A

VITA
Seneca nacque a Cordova (Spagna) nel 4 a.C. A Roma studiò retorica e filosofia (corrente stoica).
Dopo un viaggio in Egitto, a Roma iniziò la sua carriera politica. La sua fama e bravura in campo
oratorio lo portò alla gelosia di molti, tra i quali Caligola che lo condannò a morte. Si salvò da ciò ma
non riuscì a fuggire dall’esilio in Corsica per mano di Claudio. Grazie ad Agrippina Claudio lo riaccolse
in patria dove lo nominò educatore di Nerone. Quest’ultimo crebbe come un tiranno e perciò
l’influenza di Seneca andò a deteriorarsi e si ritirò quindi ai suoi studi. Per ripicca Nerone decise di
coinvolgerlo nella congiura di Pisone e lo condannò a morte. Questo lo portò al suicidio nel 65 d.C.
OPERE
DIALOGI: Sono 12 libri che parlano di questioni etiche e psicologiche. I temi trattati sono moltissimi:
●​ Fugacità del tempo, la morte, l’otium, come il gruppo detto delle “consolationes”, dedicate a
familiari e amici che devono essere consolati;
●​ Passioni umane e il modo per dominarle, come nel “de ira”;
●​ Il problema della felicità, della ricchezza e della saggezza (per essere saggi bisogna non farsi
possedere dalle ricchezze), come nel “de vita beata”;
●​ Della provvidenza, come nel “de providentia”;
●​ Del potere (afferma che la monarchia è il regime più conforme agli stoici e che l’unico freno di un
sovrano è la sua coscienza e la sua virtù. Per questo il suo ideale di Stato è gestito da princeps e
senato, entrambi capaci di regolarsi a vicenda), come nel “de clementia”;
●​ Del saggio, come nel “de otio”, nel “de constantia sapientis” e nel “de tranquillitate animi";
●​ Del tempo, come nel “de brevitate vitae”;
●​ Di beneficenza, come nel “de beneficiis”.

T1 P.40 SCHEDA TESTO


Autore: Seneca (Cordova, 4 a.C. - 65 d.C.);
Opera: dal “de brevitate vitae”, parte dei dialogi;
Particolarità: Seneca dice di impiegare il proprio tempo per ricercare la saggezza;
Tipologia testuale: Dialogo;
Cenni sull’opera: Opera che tratta il tema del tempo. Di fronte alla consapevolezza della fuga
inarrestabile dei giorni, della precarietà dell’esistenza umana, della brevità della vita e dell’incombere
della morte, che domina tutta l’opera filosofica di Seneca, si manifesta la necessità e l’urgenza di
vivere veramente, di impiegare il poco tempo che si ha a disposizione nella ricerca della saggezza. La
maggior parte degli uomini è invece preda di un drammatico errore esistenziale, che li porta a vivere
proiettati continuamente nell’attesa di un futuro che per natura è incerto e inconoscibile; si crea così
un rapporto distorto con il tempo, per cui l’uomo trascura, e quindi smarrisce, la sola dimensione che
gli appartiene, il presente. Di contro, il saggio è l’unico in grado di comprendere il reale valore del
tempo e di farne un buon uso.
Introduzione: L’incapacità dell’uomo di cogliere il vero valore del tempo è il tema centrale del dialogo
De brevitate vitae. La natura immateriale del tempo, che scorre senza che gli uomini se ne
accorgano, li porta infatti a dissipare, senza riflettere, il bene più prezioso che esista. Ciò che
distingue il sapiente dalla folla degli occupati, che sprecano dissennatamente la propria vita, è invece
la consapevolezza del trascorrere silenzioso ma inesorabile del tempo, e della necessità di impiegarlo
pienamente nella ricerca della saggezza.
Traduzione: Mi stupisco sempre quando vedo alcuni chiedere tempo e quelli, a cui viene richiesto,
tanto accondiscendenti; l’uno e l’altro guardano al motivo per il quale il tempo viene richiesto, nessuno
dei due alla sua essenza: lo si chiede come se fosse niente, come se fosse niente lo si concede. Si
gioca con la cosa più preziosa di tutte; (il tempo) invece li inganna,poiché è qualcosa di incorporeo,
perché non cade sotto gli occhi, e pertanto è considerato cosa di poco conto, anzi non ha quasi
nessun prezzo. Gli uomini accettano assegni annui e donativi come cose di caro prezzo e in essi
ripongono le loro fatiche, il loro lavoro e la loro scrupolosa attenzione: nessuno considera il tempo: ne
fanno un uso troppo sconsiderato, come se esso fosse un bene gratuito. Ma guarda costoro quando
sono ammalati, se il pericolo della morte incombe molto da vicino, avvinghiati alle ginocchia dei
medici, se temono la pena capitale, pronti a sborsare tutti i loro averi pur di vivere: quanta
contraddizione si trova in essi. Che se si potesse in qualche modo mettere davanti a ciascuno il
numero di anni passati di ognuno, così come quelli futuri, come trepiderebbero coloro che ne
vedessero restare pochi, come ne risparmierebbero! Eppure è facile gestire ciò che è sicuro, per
quanto esiguo; si deve invece curare con maggior solerzia ciò che non sai quando finirà. E non v’è
motivo che tu creda che essi non sappiano che cosa preziosa sia: sono soliti dire, a coloro che amano
più intensamente, di essere pronti a dare parte dei loro anni. Li danno e non capiscono: cioè li danno
in modo da sottrarli a se stessi senza peraltro incrementare quelli. Ma non si accorgono proprio di
toglierli; perciò per essi è sopportabile la perdita di un danno nascosto. Nessuno ti restituirà gli anni,
nessuno ti renderà nuovamente a te stesso; la vita andrà per dove ha avuto principio e non muterà né
arresterà il suo corso; non farà alcun rumore, non lascerà nessuna traccia della propria velocità:
scorrerà silenziosamente; non si estenderà oltre né per ordine di re né per favor di popolo: correrà
così come ha avuto inizio dal primo giorno, non cambierà mai traiettoria, mai si attarderà. Cosa
accadrà? Tu sei tutto preso, la vita si affretta: nel frattempo si avvicinerà la morte, per la quale,
volente o nolente, bisogna avere tempo.
Breve riassunto: Seneca scrive a Paolino, prefetto dell’annona, di come il tempo sia prezioso. Scrive
infatti che il tempo, pur essendo invisibile e intangibile, è la cosa con più valore che l’uomo possieda.
Date le sue caratteristiche però si è soliti regalarlo per attività inutili. Allora Seneca avvisa che perdere
tempo è sbagliato dato che la morte può incombere in qualsiasi momento. Avvisa perciò di vivere ogni
secondo come se fosse l’ultimo;
Intenzione comunicativa: l’autore vuole farci vivere ogni attimo nel migliore dei modi;
Temi: fugacità del tempo, morte, errore umano.
Collegamenti: altri dialoghi del “de brevitate vitae”, Foscolo (carme dei sepolcri), Ciro da Pers
(orologio da rote).

EPISTULAE AD LUCILIUM: sono una raccolta di lettere di vario argomento indirizzate all’amico
Lucilio e utilizzate da Seneca come strumento di crescita morale, per raggiungere la sapientia,
attraverso un colloquium. Ogni lettera inoltre termina con una sententia, ovvero una frase sulla quale
meditare. Nelle epistole Seneca parla di come l’esclusione dal mondo o l’otium non siano cose
dannose per l’uomo, ma sono invece gli strumenti per raggiungere la sapienza. Una tecnica utilizzata
è quella con la quale Seneca prova a scrivere riproducendo un sermo, una lingua parlata perciò ci
sono frasi brevi e indipendenti (con poche subordinate).

T2 P.44 SCHEDA TESTO


Autore: Seneca (Cordova, 4 a.C. - 65 d.C.);
Opera: dalle “epistulae ad Lucilium”;
Particolarità: al contrario di altri autori scrive solo frasi corte ed indipendenti;
Tipologia testuale: lettera/epistola;
Cenni sull’opera: Le Epistulae morales ad Lucilium ("Lettere morali a Lucilio") sono una raccolta di
124 lettere suddivise in 20 libri, scritte negli ultimi mesi di vita. Il destinatario delle missive è Lucilio
Iuniore, governatore della Sicilia, poeta e scrittore. Le lettere esordiscono quasi sempre con
un'osservazione relativa a un argomento di vita quotidiana, procedendo verso un principio filosofico
estratto dalla stessa. Molti dei temi trattati nell'opera costituiscono cardini della filosofia stoica, tra cui
il disprezzo della morte, l'imperturbabilità d'animo del saggio e la virtù come bene supremo.
Introduzione: La lettera che apre la raccolta delle Epistulae ad Lucilium funge da ‘prologo’ e
annuncia alcuni dei temi affrontati nelle successive epistole. Al centro della riflessione e degli
insegnamenti senecani è il tema del tempo, del suo valore e del suo corretto impiego, già affrontato in
dettaglio nel De brevitate vitae e qui collegato alla dottrina stoica che distingue tra «cose che
dipendono da noi» e «cose che non dipendono da noi»; in quest’ottica il tempo si configura come
unico vero possesso dell’uomo (omnia aliena sunt, tempus tantum nostrum est);
Traduzione: [1] Fai così, mio Lucilio: rivendicati a te stesso, e il tempo che finora o veniva portato via
o veniva sottratto o andava perduto raccoglilo e mettilo in disparte. Convinciti che le cose stanno così
come scrivo: alcuni momenti ci vengono portati via, alcuni vengono sottratti, alcuni scorrono via.
Tuttavia il danno più sconveniente è quello che si verifica per negligenza. E se vorrai badarci, una
grande parte della vita scorre mentre ci comportiamo male, la massima parte mentre non facciamo
nulla, tutta la vita mentre facciamo altro.[2]Chi mi potrai indicare che assegni qualche prezzo al
tempo, che valuti la giornata, che si renda conto di morire ogni giorno? In questo infatti ci sbagliamo,
per il fatto che la morte la consideriamo come evento futuro: gran parte di essa è già passata; tutta
l'esistenza che sta alle nostre spalle la tiene la morte. Fai dunque, mio Lucilio, quello che scrivi di
fare, afferra tutti i momenti; così accadrà che tu dipenda meno dal domani, se porrai mano all'oggi.
[3]Mentre si rinvia la vita scorre via, Tutte le cose, Lucilio, sono degli altri, soltanto il tempo è nostro; la
natura ci ha collocati nel possesso di quest'unica cosa fuggevole e labile, dalla quale ci caccia
chiunque vuole. E così grande è la stoltezza dei mortali che le cose che sono meno importanti e di
minor valore, certamente recuperabili, accettano che siano loro messe in conto quando le hanno
ottenute, (e invece) nessuno che abbia ricevuto del tempo ritiene di essere debitore di alcunché,
mentre in realtà esso è l'unica cosa che neppure una persona grata può restituire.[4]Mi chiederai
forse che cosa faccia io che ti impartisco questi suggerimenti. Ti confesserò francamente: quello che
accade presso una persona dispendiosa ma attenta, mi torna il conto della spesa. Non posso dire di
non perdere nulla, ma potrei dire che cosa perdo e perché e come; potrei fornire i motivi della mia
povertà. Ma capita a me ciò che (capita) alla maggior parte di coloro che sono stati ridotti all'indigenza
non per propria colpa: tutti perdonano, nessuno aiuta.[5]Quale è dunque la conclusione? Non ritengo
povero colui per il quale quel poco che resta è abbastanza; tu tuttavia preferisco che risparmi i tuoi
beni, e incomincerai a tempo utile. Infatti, come sembrò ai nostri antenati, 'è tardiva la parsimonia alla
fine'; infatti al fondo rimane non solo il meno, ma il peggio. Stammi bene.
Breve riassunto: Seneca si presenta a Lucilio come suo maestro di vita esortandolo a non perdere
tempo per fare altro che non sia ciò che dovremmo. Continua dicendo di non badare né al futuro né al
passato perché sono di competenza della morte, ma di migliorare il suo presente. Infatti il tempo è
uno dei beni che ci è stato regalato, ma è lo stesso il meno utilizzato. Parla poi di come lui stesso
abbia perso molto tempo, affermando che però prova ad apprezzare quello che rimane. Conclude poi
dicendo a Lucilio di non fare la sua fine, ma di godersi anche la gioventù, dato che nel fondo del vaso,
non solo rimane il resto, ma soprattutto lo scarto;
Intenzione comunicativa: l’autore vuole farci vivere ogni attimo nel migliore dei modi;
Temi: fugacità del tempo, morte, errore umano.
Collegamenti: altri dialoghi del “de brevitate vitae”, Foscolo (carme dei sepolcri), Ciro da Pers
(orologio da rote).

T3 P.49 SCHEDA TESTO


Autore: Seneca (Cordova, 4 a.C. - 65 d.C.);
Opera: dalle “epistulae ad Lucilium”;
Particolarità:;
Tipologia testuale: lettera/epistola;
Introduzione: Nel saper fare un uso sapiente del tempo rientra anche la capacità di accettare la
vecchiaia. Un bozzetto di vita quotidiana abilmente costruito (per quanto un po’ manierato) fornisce a
Seneca lo spunto per le sue riflessioni: egli è richiamato all’improvviso a meditare sulla propria età
avanzata dalla visita alla sua villa di periferia, il cui stato di disfacimento tradisce la sua antichità. Ma
anche la vecchiaia – come mostra Seneca – ha i suoi aspetti positivi, di contro al comune fastidio con
cui l’uomo si pone nei confronti di questo periodo della vita, che è il più prossimo alla morte. Secondo
la dottrina stoica, infatti, giovinezza e vecchiaia, vita lunga e vita breve sono indifferenti rispetto all’uso
che se ne fa, poiché ciò che conta è solo la virtù; per il sapiente è dunque importante che ogni giorno
sia vissuto in modo tale da essere perfetto, come se contenesse in sé il senso di tutta la vita.
Breve riassunto: Seneca scrive a Lucilio che ormai sta invecchiando e lo dice parlando della villetta
nella quale è cresciuto, la quale ora sta cadendo a pezzi. Allo stesso modo stanno marcendo anche i
suoi platani, anch’essi trascurati. Seneca incontra anche il suo beniamino degli anni passati, un certo
Felicione, al quale regalava in passato delle statuette. Continua poi parlando di come le ultime cose
siano sempre le migliori, dall’ultimo bicchiere, all’ultimo frutto della stagione. (i piaceri e le emozioni
sono più forti se sono le ultime di un determinato periodo, tipo adolescenziale o pre-morte). Per
Seneca la morte deve stare davanti agli occhi di tutti in modo tale che ognuno viva ogni momento
della propria vita. Seguendo una frase di Eraclito, un giorno solo equivale ad ogni altro, afferma che
ogni giorno vada terminato come se fosse la fine della nostra vita. Un uomo è possessore della
propria vita solo quando non attende con angoscia il giorno dopo. Inoltre afferma che l’uomo è
fortunato perché è mortale. Conclude dicendo a Lucilio che continuerà a proporre Epicuro;
Traduzione: [1]Dovunque mi giro, vedo le prove della mia vecchiaia. Ero andato nella mia villa di
periferia e mi lamentavo delle spese dell'edificio diroccato. Il fattore mi dice che non è colpa della sua
trascuratezza, che lui fa tutto, ma la villa è vecchia. Questa villa crebbe tra le mie mani: che cosa
accadrà a me, se i sassi della mia età sono così fradici?[2]Arrabbiato con lui, colgo la prima
occasione di sfogarmi. "Si vede" dico "che questi platani sono trascurati: non hanno fronde. Quanto
sono nodosi e contorti i rami, quanto sofferenti e squallidi i tronchi! Questo non accadrebbe se
qualcuno li zappasse intorno, se li irrigasse." Giura sul mio genio tutelare che lui fa tutto, che in
nessuna cosa la sua cura viene meno, ma che quelli sono vecchi. Che resti tra noi, io li avevo
piantati, io ne avevo visto il primo fogliame. [3] Rivoltomi verso la porta "Chi è costui?" dico "questo
decrepito e giustamente avvicinato all'ingresso? Infatti guarda fuori. Da dove hai fatto venire costui?
Che piacere ti ha preso di far seppellire un morto altrui?" Ma quello "Non mi conosci?" dice; "Io sono
Felicione, al quale eri solito portare le statuette; io sono il figlio del fattore Filosito, il tuo amico di
giochi." "Costui" dico "è completamente fuori di senno: uno spauracchio è diventato anche mio amico
preferito? Certamente può capitare: gli cadono proprio adesso i denti." [4] Devo questo alla mia villa
di periferia, (cioè) il fatto che dovunque mi fossi rivolto mi è apparsa evidente la mia vecchiaia.
Abbracciamola e amiamola; è piena di piacere, se la sai sfruttare. Graditissimi sono i frutti quando se
ne vanno; la bellezza della puerizia è massima alla sua fine; a quelli che sono dediti al vino piace
l'ultimo bicchiere, quello che inebria, che dà l'ultimo ritocco all'ubriachezza; [5] ciò che di più piacevole
ogni piacere ha in sé lo differisce alla fine di sé. È piacevolissima l'età già in discesa, che tuttavia non
precipita, e anche quella che sta sull'ultima tegola penso che abbia i suoi piaceri; oppure proprio
questo si sostituisce in luogo dei piaceri, il fatto di non sentire bisogno di nessun piacere. Quanto è
dolce aver esaurito ed abbandonato le passioni! [6] "È sgradevole" dici "avere la morte davanti agli
occhi." Innanzitutto costei deve trovarsi davanti agli occhi tanto per un vecchio quanto per un giovane;
infatti non siamo chiamati in base all'anagrafe; e poi nessuno è così vecchio da sperare
ingiustamente un solo giorno. D'altra parte un solo giorno è un gradino della vita. Tutta l'esistenza è
fatta di parti e ha dei cerchi più grandi messi attorno a (cerchi) più piccoli: ce n'è uno che abbraccia e
circonda tutti: questo si estende dal giorno della nascita all'ultimo giorno; ce n'è un altro che esclude
gli anni della giovinezza; ce n'è uno che racchiude con la sua circonferenza tutta la fanciullezza; c'è
poi per conto suo l'anno che contiene in sé tutte le stagioni, dalla cui ripetizione è composta la vita; il
mese è racchiuso da un cerchio più stretto; il giorno ha il giro più angusto, ma anche questo va
dall'inizio alla fine, dall'alba al tramonto. [7]Perciò Eraclito, al quale l'oscurità dello stile assegnò il
soprannome, "un solo giorno" dice "è pari a ogni giorno". Questo chi lo interpretò in un modo, chi in
un altro. Disse infatti che è pari per le ore, né dice il falso; infatti se il giorno è il tempo di ventiquattro
ore, è inevitabile che tutti i giorni siano pari tra loro, perché la notte ha quello che il giorno ha perso.
Un altro dice che un solo giorno è pari a tutti per somiglianza; nulla infatti ha l'intervallo di un tempo
lunghissimo che tu non possa trovare anche in un solo giorno, luce e notte, e per le alterne vicende
dell'universo fa più cose questa,* * * non qualche volta più ridotta, altre volte più allungata. [8] E quindi
ogni giorno deve essere disposto così come se radunasse la schiera e terminasse e riempisse la vita.
Pacuvio, che fece propria la Siria con lo sfruttamento, dopo che aveva offerto a se stesso i doni per i
defunti con vino e con quei (suoi) banchetti funebri, veniva trasportato dalla cena nella stanza da letto
così che tra gli applausi degli amasii questo si cantava a suon di orchestra: "è vissuto, è vissuto!" [9]
In nessun giorno fece a meno di celebrare il proprio funerale. Questo, che egli faceva per cattiva
coscienza, noi facciamolo per buona (coscienza), e quando stiamo per andare a dormire diciamo lieti
ed allegri.
Ho vissuto ed ho concluso il percorso che la sorte (mi) aveva assegnato.
Se la divinità aggiungerà il domani, accettiamolo lieti. Felicissimo e sicuro possessore di se stesso è
colui che attende l'indomani senza sollecitudine; chiunque ha detto 'ho vissuto' ogni giorno si alza per
un guadagno. [10] Ma ormai devo concludere la lettera. "Così" dici "giungerà a me senza alcuna
mancia?" Non temere: porta con sé qualcosa. Perché ho detto "qualcosa"? Molto. Che cosa infatti di
più nobile di questa frase che le affido da consegnare a te? "È male vivere nella necessità, ma di
vivere nella necessità non c'è nessuna necessità." Perché non dovrebbe essercene nessuna? Sono
spalancate da ogni parte molte strade verso la libertà, brevi, facili. Rendiamo grazie a dio perché
nessuno può essere trattenuto in vita: è possibile calpestare addirittura le necessità. "Epicuro" dici "ha
detto (questo): che cosa hai a che fare con un estraneo?" Ciò che è vero è mio; continuerò a
propinarti Epicuro, affinché codesti che giurano sulle parole di qualcuno e non danno importanza a
che cosa si dica, ma da chi, sappiano che le cose che sono le migliori sono di tutti. Stammi bene.
Intenzione comunicativa: Vivi ogni giorno nel miglior modo possibile.
Temi: morte, vecchiaia, passioni.
Collegamenti: Epicuro, T1 e T2.

T5 P.58 SCHEDA TESTO


Autore: Seneca (Cordova, 4 a.C. - 65 d.C.);
Opera: dalle “epistulae ad Lucilium”;
Particolarità: il testo inizia con una preterizione (si dice qualcosa negando di volerlo dire);
Tipologia testuale: lettera/epistola;
Cenni sull’opera:;
Traduzione:[18] Non sono tanto sciocco da riproporre in questo passo la cantilena di Epicuro e dire
che le paure degli inferi (della morte) sono inutili, né che Issione può essere sciolto dalla ruota, né che
il sasso sulle spalle di Sisifo può essere volto al contrario, né che le viscere di nessuno possono
quotidianamente essere divorate e ricrescere: nessuno è tanto infantile da temere cerbero e l’oscurità
e il fantasma di coloro i quali sono costituiti da nude ossa. La morte o ci consuma o ci veste: se ci
libera dal peso del corpo, rimane la parte migliore di noi, se ne siamo consumati non resta nulla e
parimenti ne sono portati via sia il bene che il male. [19] Permettimi di riportare qui un tuo verso, nel
caso in cui io ti abbia prima ammonito a riflettere che tu hai scritto cotesti principi non solo per gli altri
ma anche per te. È turpe (vergognoso) dire una cosa e sentirne un’altra: ma è vergognoso scrivere
una cosa e sentirne un'altra. Mi ricordo che tu una volta hai trattato quella questione, ovvero che noi
non moriamo all’improvviso ma vi procediamo a piccoli passi (a poco a poco). [20] Si muore ogni
giorno: ogni giorno, infatti, una qualche parte della vita viene meno e anche allorquando si cresce, la
vita decresce. Si perde l’infanzia, poi la fanciullezza, poi la giovinezza. Si muore (lett. Si va morendo)
fino alla fine per tutto il tempo che si attraversa, questo stesso giorno che si vive lo si divide con la
morte. Come l’ultima goccia non svuota la clessidra ma qualsiasi goccia sia defluita prima, così
l’ultimo momento in cui noi smettiamo di esistere non da sola costituisce la morte ma lei sola la
consuma (lett. La testimonia); allora si giunge a lei (la morte), ma ci siamo giunti a lungo. [21] Dopo
che si è trattato queste idee con linguaggio con cui si è soliti parlare, sempre da grande filosofo, ma
tuttavia mai più pungente come quando disponi le parole per la verità, scrivi, la morte non viene una
volta sola, ma quello che porta via è il momento estremo della morte (l’ultima morte). Preferisco che
tu legga te stesso piuttosto che la mia epistola; infatti ti sarà chiaro che questa morte che si teme è
l’ultima morte, non la sola. (22) So dove guardi: cerchi che cosa ho inserito in questa lettera, che
massima coraggiosa, che insegnamento utile di un qualche autore. Ti manderò dei pensieri
sull’argomento in questione. Epicuro biasima chi brama la morte non meno di chi la teme e afferma:
“È ridicolo correre verso la morte per stanchezza della vita, quando è il tuo sistema di vita che ti fa
correre incontro alla morte.” (23) E ancora in un altro passo: “Che c’è di tanto ridicolo quanto cercare
la morte, se proprio per paura della morte ti sei reso la vita impossibile?” Aggiungi anche un’altra
considerazione simile: è tanta la stupidità, anzi la follia degli uomini, che alcuni sono spinti alla morte
dal timore della morte. (24) Medita su uno qualsiasi di questi pensieri, 3rafforzerai il tuo animo a
sopportare o la morte o la vita; dobbiamo essere consigliati e incoraggiati sia a non amare troppo la
vita, sia a non odiarla troppo. Anche quando la ragione ci spinge a farla finita, non prendiamo
risoluzioni sconsiderate e avventate. (25) L’uomo forte e saggio non deve fuggire dalla vita, ma
uscirne: e soprattutto eviti uno stato d’animo comune a molti: la smania di morire. Lucilio mio, come
per altre cose, anche per la morte c’è una propensione inconsulta: spesso assale gli uomini generosi
e impavidi, spesso gli ignavi e i deboli: gli uni disprezzano la vita, gli altri ne sono gravati.
Introduzione: La riflessione sulla morte è uno dei temi in assoluto più rilevanti delle Epistulae ad
Lucilium, dove Seneca –in quanto guida di Lucilio sulla via del perfezionamento spirituale– tende a
basare le sue riflessioni su un’elaborata rete di suggestioni filosofiche di varia provenienza. In questa
lettera, Seneca spiega all’amico che la morte del corpo non è che un’ultima morte, il coronamento di
un processo che l’uomo intraprende fin dal suo primo giorno di vita.
Breve riassunto: Nella prima parte della lettera Seneca aveva tentato di convincere Lucilio a non
temere la morte ricorrendo a una lunga serie di esempi storici, tutti fortemente convenzionali e comuni
anche nelle scuole di retorica: Socrate, Catone, Metello Scipione (il suocero di Pompeo). Nella
seconda parte della missiva invece, che racchiude il nucleo concettuale delle argomentazioni di
Seneca, gli exempla cedono il passo alle considerazioni di natura strettamente filosofica, non prima
che Seneca elenchi con un’abile preterizione i vani timori dell’oltretomba pagano (la ruota di Issione, i
supplizi di Sisifo e Tizio, Cerbero). Questo espediente retorico chiude la sezione più convenzionale
della lettera senza rinunciare a un ultimo tentativo di muovere il lettore.
Intenzione comunicativa: La morte non è un evento unico, ma un processo che sperimentiamo ogni
giorno.
Temi: non avere paura della morte, si muore quotidianamente, le accuse di incoerenza a Seneca.
Collegamenti: con l’epicureismo e con T2
T10 P.76 SCHEDA TESTO
Autore: Seneca (Cordova, 4 a.C. - 65 d.C.);
Opera: dalle “epistulae ad Lucilium”;
Particolarità: Questo espediente retorico chiude la sezione più convenzionale della lettera senza
rinunciare a un ultimo tentativo di muovere il lettore.
Tipologia testuale: lettera/epistola;
Cenni sull’opera:
Introduzione: La concezione elitaria della saggezza si traduce, in questa lettera, nel consiglio rivolto
a Lucilio di fuggire la compagnia degli altri: Seneca ribadisce che il saggio stoico trova la sua piena
realizzazione in se stesso e con se stesso, e non nel favore che riscuote presso il pubblico.
Breve riassunto: Seneca apre il suo discorso dicendo a Lucilio di evitare la folla, ogni contatto
esterno e ogni persona. Questo perché ogni contatto è dannoso, infatti Seneca afferma che il contatto
fa riaffiorare difetti che pensava di aver superato. Questo perché gli uomini non sono altro che cattivi
maestri. Per far capire questa cosa Seneca parla di come all’anfiteatro, si trova davanti ad uno
scontro mortale tra criminali e non uno spettacolo comico. Ciò che lo turba è che la plebe sembra
felice di certe cose, preferendo scontri tra criminali a scontri con gladiatori professionisti. Per questo
Seneca dice a Lucilio di trovare persone che possano migliorarlo. Consiglia inoltre di non dare mostra
del proprio talento in pubblico, perché ciò potrebbe metterlo in contatto con persone dannose.
Afferma inoltre che riporre la soddisfazione nel successo sugli altri è sbagliato, perchè questa può
trovarsi solo nel proprio animo. Termina infine la lettera con spunti da altri autori, ma dicendo
soprattutto che il saggio è colui che trova la piena realizzazione in se stesso; Intenzione
comunicativa: Trovati amici che ti migliorano e non persone che ti lodino e basta.
Temi: amicizia, ambizioni, soddisfazione personale.
Collegamenti: T2, citazioni.

Potrebbero piacerti anche