TITOLO
Indice
Introduzione
Presentazione dell’argomento e dei romanzi
Obiettivi della tesi
Rilevanza del tema
Capitolo 1: Contesto e Metodo
1.1 Le autrici e il contesto socio-culturale
1.2 Condizioni storiche delle comunità nere in Kuwait e Tunisia
1.3 Metodo e approccio dell’analisi comparativa
1.4 Definizione della letteratura di viaggio e del genere letterario dei testi
Capitolo 2: Analisi Strutturale e Stilistica
2.1 Struttura narrativa dei due romanzi
2.2 Tecniche narrative utilizzate
2.3 Linguaggio e registro: confronto tra le due opere
2.4 Descrizione dei personaggi
2.5 Differenze stilistiche e approcci narrativi delle due autrici
Capitolo 3: Temi e Motivi Ricorrenti
3.1 Discriminazione razziale e colorismo: “Melanina” vs “Perché sono
nero”
3.2 Slurs e razzismo quotidiano: confronto tra Tunisia e Kuwait
3.3 Immigrazione e viaggio come trasformazione identitaria
3.4 Difficoltà nell’integrazione e immobilismo sociale
3.5 Evoluzione e crisi dell’identità
3.6 Il concetto di patria e lo sradicamento
Capitolo 4: Autorappresentazione e Resistenza
4.1 L’autorappresentazione delle minoranze: agency e consapevolezza
4.2 Scrittura creativa come mezzo di riscatto sociale e resistenza
4.3 Narrazione e social media: una nuova forma di attivismo
4.4 Decostruzione degli stereotipi sulle minoranze
Conclusioni
Sintesi dei risultati emersi
Implicazioni culturali e sociali
Spunti per ulteriori ricerche
Bibliografia
Appendici (se necessarie)
Introduzione
Questa tesi si propone di indagare il fenomeno della discriminazione di
genere e su quella basata sul colore della pelle (anche noto come
colorismo) in diversi contesti tra cui quelli arabi, attraverso la
comparazione di due romanzi: “Melanin” dell’autrice Tunisina Fatyah
Dabich, e “Lianni asuad” dell’autrice Kuwaitiana Sada'a Al-Da'as
La scelta dei romanzi è ricaduta su queste due opere perché raccontano
come il colore della pelle possa determinare il corso dell’intera esistenza
di una persona nera tra diversi paesi distanti tra loro, sia culturalmente
che geograficamente, trattando tematiche come l’alienazione delle
minoranze, il viaggio, l’immobilismo sociale, la crisi identitaria e lo
sradicamento dalla patria, seppur vengano affrontate in maniera differente
da ciascuna scrittrice, a seconda del proprio stile autoriale e vissuto
personale.
Si tratta di uno studio comparativo ed interdisciplinare che a partire dalla
lettura e l’analisi dei due romanzi esaminerà le condizioni dei neri, dei
migranti, delle donne e di altre categorie marginalizzate in determinati
contesti, e come le loro condizioni si relazionino alla società moderna, al
post-colonisalismo, alla letteratura e agli atti di violenza a sfondo razziale
di ogni tipo. L’idea di fondo è quella di mettere in luce delle realtà
nascoste e grossomodo sconosciute al punto di vista eurocentrico,
amplificando le voci di autrici che ho trovato sublimi nell’approfondire
delle tematiche spinose senza mai banalizzarle. Personalmente ritengo
che uno studio del genere sia d’urgenza in questo periodo storico sempre
più polarizzato politicamente e caratterizzato dal decadimento culturale,
da un clima di crescente sentimento xenofobo e razzista annebbiato
dall’ignoranza e dalla demagogia, in cui l’ascesa al potere di movimenti
sovranisti in tutto il mondo minaccia la salvaguardia dei diritti dei neri.
Le storie seguono i passi di personaggi tormentati da un rapporto
conflittuale con la loro pelle nera, la loro comunità e le loro origini, che
partendo in viaggio volontariamente o involontariamente alla ricerca di
una vita migliore lontano da casa, apriranno loro stessi alle porte di un
alterità e di pregiudizi nuovi e sconosciuti da riconciliare con quelli già
sperimentati e familiari, innescando riflessioni sulla loro identità scissa da
riscoprire, sulla possibilità o meno di integrazione, sul valore della
letteratura come mezzo d’emancipazione da stereotipi ed etichette.
Capitolo 1: Contesto e Metodo
1.1 le autrici e il contesto socio-culturale
La prima autrice di cui parleremo è Fatḥiyyah Dabiš, vincitrice del
Premio Katara per il romanzo arabo 2020 con il suo primo romanzo
melanin pubblicato nel 2019, che sarà il primo soggetto di questa Tesi.
Nasce nel 1969 a Mareth, una città nel sud della Tunisia, comincia gli
studi universitari in Tunisia e li completa in Francia dove emigra nel 1997
per conseguire un master in lingua e letteratura Araba. Attualmente vive a
Lyon.
Inizia molto presto la sua carriera professionale come insegnante di
lingua Araba nelle scuole secondarie tunisine, successivamente insegnerà
nelle scuole primarie francesi fino al 2012. Parallelamente alla sua
carriera da insegnante si è dedicata alla letteratura, pubblicando molti
articoli critici su vari siti web e riviste, affermandosi in seguito come
autrice di romanzi, racconti e raccolte di poesie che affrontano tematiche
sociali complesse, tra cui l'identità, la discriminazione e l'integrazione.
Tra le sue altre opere si possono menzionare raccolte di racconti brevi tra
cui “Raqsa Al-Nar”, “Samt Al-Nawaqis” e “Taranim Al-Qissas” rivolti
anche a un pubblico giovanile, sempre con una forte attenzione alle cause
femministe e umanitarie, all’educazione ai valori della tolleranza, del
rispetto delle diversità e della cittadinanza attiva.
è considerata una figura di rilievo nel panorama letterario tunisino
contemporaneo, grazie al suo contributo nel dare spazio a narrazioni
alternative e nel denunciare, con sensibilità e coraggio, le contraddizioni
sociali del suo Paese.
La seconda autrice che tratteremo è Sada'a Al-Da'as, una scrittrice, critica
teatrale e accademica kuwaitiana, riconosciuta per il suo contributo alla
letteratura e al teatro arabi contemporanei. Ha conseguito un dottorato in
Filosofia delle Arti presso l'Accademia delle Arti al Cairo, con una tesi
sul panorama della critica teatrale in Kuwait dal 1991, ottenendo il
massimo dei voti. Attualmente è professoressa associata presso il
Dipartimento di Critica e Letteratura Teatrale dell'Istituto Superiore di
Arti Teatrali in Kuwait. Ha anche ricoperto il ruolo di direttrice della
rivista elettronica "Naqd × Naqd" e ha fatto parte del comitato editoriale
della serie "Alam al-Ma'rifa" del Consiglio Nazionale per la Cultura, le
Arti e le Lettere.
É riconosciuta nel panorama letterario Arabo per aver pubblicato
""( "أسود ألنيPerché sono nero") nel 2010: si tratta di un romanzo che
affronta temi di razzismo e identità tra Stati Uniti e Kuwait, vincitore
della Giornata dello Stato per la Letteratura nel 2010 e della Giornata
Araba per la Creatività Culturale nel 2013.
Ha pubblicato anche una raccolta di racconti nel 2018 intitolata "
"("عتقEmancipazione"). Si dedica anche alla sceneggiatura e al teatro
pubblicando ""( "!أنتم من قال ذلكSiete voi che l'avete detto!"), opera
teatrale premiata con la Giornata dello Stato per la Letteratura nel 2013.
Oltre alla scrittura, Sada'a Al-Da'as ha partecipato attivamente a
programmi radiofonici e televisivi culturali, come "Fada' al-Masrah" su
Radio Kuwait. Ha anche fatto parte di comitati consultivi e di giuria per
festival teatrali e concorsi letterari, contribuendo allo sviluppo della scena
culturale kuwaitiana e araba .
La sua opera si distingue per l'attenzione a temi sociali e culturali,
offrendo una prospettiva critica e profonda sulla società contemporanea.
1.2 Condizioni storiche delle comunità nere in Kuwait e Tunisia
Le popolazioni nere nella storia sono state parte del tessuto sociale delle
comunità arabe a partire dall’età preislamica, ricordiamo il famosisimo
poeta antara ibn shaddad. Nonostante alcuni esempi, i neri hanno sempre
rappresentato una minoranza oppressa che ha goduto di minori diritti, ha
subito vessazioni ed era spesso costretta a posizioni marginali e schiavitù.
(CHAT GPT)
Le condizioni storiche delle comunità nere in Kuwait e Tunisia
rappresentano un nodo fondamentale per comprendere le dinamiche di
razzializzazione, marginalizzazione e invisibilizzazione che emergono nei
due romanzi analizzati. Sebbene i contesti storici e politici dei due paesi
siano differenti, entrambi condividono una lunga storia di presenza nera,
spesso occultata o ridotta a margine nei discorsi nazionali e nei processi
di costruzione dell’identità collettiva.
In Tunisia, la presenza delle comunità nere risale a secoli di storia, legata
sia alla tratta transahariana che a flussi migratori più recenti. La schiavitù
fu praticata nel paese fino all’abolizione formale nel 1846, sotto il bey
Ahmad I, anticipando di alcuni decenni altre realtà arabe e musulmane.
Tuttavia, la fine giuridica della schiavitù non coincise con la fine della
discriminazione sistemica: molte famiglie nere continuarono a lavorare in
condizioni di servitù o di subalternità sociale, spesso mantenendo legami
di dipendenza economica e simbolica con le famiglie che un tempo le
possedevano. A ciò si aggiunge la persistenza di stereotipi e pratiche
discriminatorie che, pur non codificate legalmente, si sono radicate
profondamente nel tessuto culturale. Come sottolineano studi recenti, la
marginalizzazione dei tunisini neri è stata spesso oscurata da un discorso
nazionale che si è voluto presentare come “omogeneo” e “color-blind”
(Chouki El Hamel, 2013), escludendo ogni narrazione razziale dalla
propria autorappresentazione.
In Kuwait, la storia delle comunità nere è anch’essa intimamente legata
alla schiavitù, abolita formalmente solo nel 1949. Gran parte dei
discendenti di africani giunti nel Golfo come schiavi, marinai, o
lavoratori marginalizzati continuano a vivere oggi in condizioni di
invisibilità sociale. A differenza della Tunisia, dove le persone nere sono
cittadine a pieno titolo, in Kuwait molte di esse fanno parte della
comunità dei bidun, ovvero “senza nazionalità” — una condizione
giuridica ambigua che le priva di accesso a diritti fondamentali. La
discriminazione è quindi non solo sociale e culturale, ma anche
istituzionale, aggravata da un sistema basato sulla gerarchizzazione etnica
e razziale della popolazione, tipica degli stati petroliferi del Golfo. Le
comunità nere sono spesso identificate con lavori umili, stigma sociale e
mobilità bloccata, e la loro identità viene percepita come “esterna”
rispetto alla definizione ufficiale di cittadinanza kuwaitiana, che resta
etnicamente esclusiva.
In entrambi i contesti, la storia delle comunità nere è segnata da una
rimozione collettiva della memoria schiavista, dalla persistenza di
stereotipi coloniali, e da una narrazione nazionale che ignora o riduce la
pluralità etnica delle società arabe. Questa omogeneizzazione culturale ha
contribuito a rafforzare un sistema di colorismo e razzismo interiorizzato
che i due romanzi in esame mettono in discussione, restituendo voce a
soggettività storicamente silenziate.
1.3 Metodo e approccio dell’analisi comparativa (CHAT GPT)
L’analisi proposta in questa tesi adotta un approccio comparativo
interdisciplinare che combina strumenti propri della critica letteraria con
elementi dell’analisi culturale e postcoloniale, con particolare attenzione
all’approccio intersezionale. Tale approccio, sviluppato a partire dai
contributi di studiosi come Kimberlé Crenshaw, Edward Said, Gayatri
Chakravorty Spivak e Stuart Hall, consente di esaminare le opere in
oggetto non solo come testi letterari, ma come dispositivi culturali
complessi in grado di riflettere, interrogare e talvolta sovvertire i discorsi
egemonici sulla razza, il genere, la nazionalità e la classe sociale. Il
confronto tra i romanzi Melanina e Perché sono nero si fonda su una
lettura tematica, stilistica e ideologica dei due testi, con particolare
attenzione ai concetti di identità, discriminazione razziale, colorismo,
migrazione e appartenenza. Attraverso questo metodo, si intende mettere
in luce non solo le similitudini e le divergenze tra le due opere, ma anche
il modo in cui le rispettive autrici affrontano il tema della marginalità
razziale all’interno dei contesti sociopolitici di Tunisia e Kuwait.
L’indagine comparativa si articola su più livelli. In primo luogo, viene
analizzata la struttura narrativa dei romanzi, evidenziando le scelte
formali e stilistiche che ne determinano il ritmo e la costruzione del punto
di vista. In secondo luogo, si procede all’esame delle tecniche narrative e
del linguaggio utilizzato, con un focus sulla resa della voce delle
protagoniste e sulla rappresentazione del vissuto quotidiano delle
minoranze nere. Un ulteriore livello di analisi riguarda il trattamento
tematico della discriminazione e dell’immigrazione, in cui vengono messi
a confronto non solo i contenuti ma anche le strategie discorsive con cui
vengono articolate la denuncia e la presa di parola.
In questo quadro teorico, l’intersezionalità rappresenta lo strumento
privilegiato per comprendere come le molteplici forme di oppressione —
razzismo, sessismo, classismo, xenofobia — si intersechino nella
rappresentazione dei soggetti protagonisti. Le autrici di Melanina e
Perché sono nero non si limitano a denunciare la discriminazione
razziale, ma mettono in scena soggettività complesse, stratificate, le cui
esperienze non possono essere comprese attraverso un’unica lente
analitica. L’approccio intersezionale consente dunque di esplorare le
modalità con cui la discriminazione agisce in modo differenziale nei due
contesti geografici e culturali — Tunisia e Kuwait — in funzione delle
specifiche dinamiche storiche, sociali e politiche.
L’approccio adottato si avvale anche del contributo di studi teorici
appartenenti ai campi della critica postcoloniale, della sociolinguistica e
dei cultural studies, al fine di contestualizzare le narrazioni e interpretarne
le implicazioni simboliche e politiche. In questo senso, la letteratura viene
considerata non solo come oggetto estetico, ma anche come spazio di
produzione del sapere e strumento di resistenza contro le forme di
esclusione e stereotipizzazione. L’obiettivo ultimo è quello di evidenziare
come Melanina e Perché sono nero contribuiscano a ridefinire i confini
della rappresentazione identitaria nel panorama letterario arabo
contemporaneo.
Nel loro insieme, queste prospettive metodologiche permettono di
indagare come Melanina e Perché sono nero non solo raccontino storie di
discriminazione e marginalità, ma si configurino come atti di resistenza
simbolica. La scrittura narrativa diventa così strumento di contro-
discorso, di autorappresentazione e di riappropriazione del sé, capace di
ridefinire i confini identitari e culturali nel contesto arabo contemporaneo.
1.4 Definizione della letteratura di viaggio e del genere letterario dei testi
(CHAT GPT)
La letteratura di viaggio, nella sua accezione più ampia, può essere
definita come un genere narrativo che mette al centro l’esperienza del
movimento nello spazio geografico, culturale e simbolico. Essa si
configura come una scrittura che racconta non solo l’attraversamento
fisico di luoghi, ma anche la trasformazione identitaria che ne consegue.
Fin dalle origini, questo genere si è intrecciato con le dinamiche del
potere coloniale, della scoperta e della rappresentazione dell’“Altro” —
come sottolinea Edward Said nel suo Orientalism (1978) — dando spesso
voce a soggetti privilegiati, appartenenti al mondo occidentale, che
raccontano territori e popolazioni da una posizione egemonica.
Tuttavia, la letteratura di viaggio contemporanea, soprattutto quella
prodotta da autori e autrici postcoloniali o diasporici, rovescia questa
prospettiva, proponendo narrazioni in cui il viaggio diventa atto
esistenziale, ricerca di sé, critica del sistema-mondo e denuncia delle
disuguaglianze globali. In questo contesto, l’atto del viaggiare non è mai
neutro: è segnato dalle condizioni storiche e politiche che regolano la
mobilità (migrazione, esilio, razzializzazione, status socio-economico) e
porta con sé una forte componente di riflessione sull’identità,
sull’appartenenza e sul trauma dello sradicamento.
I romanzi oggetto di questa analisi, Melanina e Perché sono nero, si
inscrivono in una forma ibrida che travalica i confini dei generi canonici.
Pur potendo essere ricondotti al genere autobiografico e realistico,
entrambi presentano elementi tipici della letteratura di viaggio
contemporanea, in quanto narrano esperienze di spostamento geografico e
simbolico, di attraversamento di confini — fisici, sociali, linguistici e
razziali. In particolare, il viaggio assume una doppia valenza: da un lato
come percorso concreto di migrazione, dall’altro come esperienza di
dislocazione interiore, che mette in discussione le coordinate identitarie
della protagonista.
Nel caso di Melanina, il racconto è intriso di una forte componente
introspettiva, in cui il viaggio è spesso interiore e riflessivo, segnato da
continue fratture con l’ambiente sociale tunisino. In Perché sono nero,
invece, il viaggio assume i tratti più marcati del dislocamento migratorio
e della denuncia sociale, ponendo al centro l’esperienza della
razzializzazione e del tentativo di integrazione all’interno del contesto
kuwaitiano. In entrambi i testi, la narrazione si configura come un
dispositivo che mette in crisi la nozione di “casa” e di “patria”, favorendo
l’emergere di identità diasporiche, mobili, e spesso ibride.
Infine, è importante sottolineare come entrambi i romanzi sfidino le
convenzioni tradizionali del genere attraverso un uso consapevole della
scrittura come gesto politico e performativo. In questo senso, le autrici si
appropriano della parola scritta per costruire spazi di espressione e
resistenza, contribuendo a ridefinire i confini della letteratura di viaggio e
del romanzo sociale arabo contemporaneo.
ESEMPI
Joseph Conrad – Cuore di tenebra
Il viaggio fluviale nell’Africa coloniale diventa un’esplorazione
dell’oscurità morale dell’Occidente stesso.
Hassan Blasim – Il Matto di Piazza della Libertà
Raccolta di racconti che narrano le storie di rifugiati iracheni in Europa,
mescolando realismo, surrealismo e horror.
Tayeb Salih – La stagione della migrazione a nord (1966)
Un classico della letteratura araba postcoloniale: il ritorno in Sudan di un
intellettuale emigrato in Europa si trasforma in una riflessione
sull’identità frammentata e sul trauma coloniale.
Rachid Nini – Diario di un clandestino
Romanzo marocchino che racconta in forma diaristica le esperienze di un
migrante irregolare in Europa. Fortemente politico e autobiografico.
Alaa Al-Aswany – Chicago
Ambientato nella diaspora egiziana, esplora il vissuto di studenti e
professori all’università americana, tra razzismo, emigrazione e conflitto
culturale.
1. Melanina – Meryem Belkaïd
Già parte della tua tesi: esplora il colorismo e la discriminazione in
Tunisia, con riflessioni profonde sull’identità, l’alterità e la pelle come
“documento politico”.
2. Perché sono nero – Moudhi Al-Rashid
Altro testo della tua tesi: ambientato in Kuwait, è una testimonianza
potente sul razzismo sistemico e sulla negazione della cittadinanza piena
per i neri nel mondo arabo.
4. Black Morocco: A History of Slavery, Race, and Islam – Chouki El
Hamel
Non è un romanzo ma un saggio fondamentale: esplora le radici storiche
della discriminazione contro i neri in Nordafrica, utile per la tua sezione
storica.
3. L’esclave – Muhammad al-Tunisi (XIX sec.)
Un classico poco noto, a metà tra autobiografia e diario di viaggio:
racconta la storia di un uomo nero venduto come schiavo e poi liberato,
con viaggi tra Tunisia, Sudan e Mecca.
Sami Tchak (Togo/Francia): riflette sull’identità nera in ambito arabo e
francofono.
Katia Khemache (Algeria/Francia): attivista e scrittrice afro-algerina che
ha parlato spesso della marginalizzazione delle comunità nere in Algeria.
Rachid Niny (Marocco): anche se più noto per il racconto della
migrazione, tocca temi di marginalità legati alla pelle e alla classe.
3.1 Discriminazione razziale e colorismo: Melanina vs Perché sono nero
(CHAT GPT)
La discriminazione razziale e il colorismo costituiscono l’asse centrale
attorno al quale ruotano le esperienze e le narrazioni delle protagoniste di
Melanina e Perché sono nero. Sebbene i due romanzi si sviluppino in
contesti socioculturali differenti — la Tunisia e il Kuwait — entrambi
denunciano la persistenza di un sistema di oppressione che assegna valore
ai corpi in base al colore della pelle, perpetuando gerarchie simboliche e
materiali profondamente radicate.
In Melanina, il razzismo si manifesta sotto forma di razzismo strutturale
interiorizzato e quotidiano, spesso veicolato da un lessico apparentemente
“innocuo”, ma in realtà carico di memoria coloniale e schiavista. La
protagonista — una giovane donna tunisina nera — è soggetta fin
dall'infanzia a esclusione, derisione e ipervisibilità, come corpo “fuori
norma”. Il suo vissuto riflette le dinamiche del colorismo nordafricano,
dove anche lievi sfumature di pelle più chiara possono implicare accesso
a maggiori possibilità sociali e riconoscimento. Attraverso la narrazione
in prima persona, l’autrice decostruisce la presunta neutralità dell'identità
araba, mostrando come questa sia fondata su un'idea di bianchezza o di
arabicità idealizzata, che esclude i soggetti neri dalla piena appartenenza
culturale e simbolica.
Nel romanzo Perché sono nero, la discriminazione razziale si intreccia
con una profonda crisi di appartenenza e riconoscimento, aggravata dalla
condizione giuridica ambigua della protagonista, spesso associata ai
bidun — persone senza cittadinanza. Qui il razzismo assume una forma
quasi “ufficiale”, legittimata dal silenzio delle istituzioni e da una
stratificazione sociale rigida, in cui la nerezza è percepita come
incompatibile con la kuwaitianità. Il colorismo nel Golfo, a differenza del
Maghreb, si intreccia con la condizione migrante e il retaggio schiavista
recente, mantenendo attiva una distinzione netta tra corpi “degni” e corpi
“servili”. La protagonista vive una realtà in cui il suo colore è una
barriera ontologica, non solo sociale.
Ciò che emerge da entrambi i testi è la consapevolezza che la
discriminazione non è solo esterna ma anche interiorizzata: le
protagoniste attraversano momenti di rifiuto di sé, desiderio di
“schiarirsi”, negazione dell’origine — sintomi della violenza simbolica di
un sistema che insegna a percepirsi come “difettosi”. Questa forma di
violenza psicologica è uno degli effetti più laceranti del colorismo, che
agisce non solo sul piano sociale, ma anche su quello intimo ed
esistenziale. In entrambi i romanzi, l’infanzia e l’adolescenza diventano
spazi critici in cui si forma la percezione della razza e in cui si radica il
trauma.
Tuttavia, se le due protagoniste inizialmente sembrano subire queste
dinamiche, entrambe evolvono verso una forma di resistenza e
riappropriazione identitaria. La scrittura diventa, in questo senso,
strumento di agency e auto-narrazione, permettendo loro di decostruire le
immagini imposte e proporre nuove forme di rappresentazione dei
soggetti neri nei contesti arabi. La letteratura, quindi, non si limita a
descrivere la discriminazione, ma si configura come spazio di lotta contro
l’invisibilità e l’omologazione.
Con approcci diversi — più lirico e riflessivo in Melanina, più diretto e
denunciante in Perché sono nero — le due opere convergono
nell’obiettivo di rendere visibile l’invisibile, rompere il silenzio e sfidare
una società che continua a ignorare le proprie dinamiche razziali.
L’analisi intersezionale di genere, razza e classe permette di cogliere la
complessità dei loro vissuti e la radicalità del gesto letterario che li porta
alla luce.
3.2 Slurs e razzismo quotidiano: confronto tra Tunisia e Kuwait
(CHAT GPT)
Il razzismo nei contesti tunisino e kuwaitiano non si manifesta
unicamente attraverso discriminazioni strutturali o istituzionali, ma si
insinua anche nelle pratiche quotidiane della lingua, dell’umorismo, della
socialità. In questo senso, i due romanzi analizzati offrono un’ampia
testimonianza di quello che i cultural studies e gli studi critici sulla razza
definiscono casual racism o everyday racism (Essed, 1991): un insieme di
comportamenti e discorsi apparentemente “innocui” o “banali”, che
invece veicolano forme profonde di esclusione, inferiorizzazione e
naturalizzazione del pregiudizio. Al centro di questa dinamica vi è l’uso
degli slurs, ovvero insulti razziali e appellativi dispregiativi connessi al
colore della pelle, che nei contesti arabi sono spesso eredità diretta della
storia schiavista e delle gerarchie coloniali.
In Tunisia, l’uso del termine ʿabd (arabo: )عبد, che letteralmente significa
“schiavo”, è ancora oggi tristemente diffuso per riferirsi alle persone nere.
Sebbene molti tunisini neghino l’intenzionalità offensiva di tale parola,
essa perpetua una visione disumanizzante e subordinata del corpo nero,
ricollegandolo implicitamente alla condizione servile. Come emerge in
Melanina, questa normalizzazione linguistica è parte integrante
dell’esperienza quotidiana della protagonista, che si trova a vivere
costantemente “nominata” in quanto altra, segnata da un linguaggio che
la esclude dalla piena cittadinanza simbolica. A questa dinamica si
aggiungono appellativi infantilizzanti, animalizzanti o derisori, usati tanto
tra adulti quanto tra bambini, che rivelano una trasmissione
intergenerazionale del pregiudizio.
In Kuwait, il razzismo linguistico assume forme analoghe, ma con un
diverso bagaglio semantico. Uno dei termini più usati è zunga (o zangī),
che ha origini nella parola araba zanj, impiegata storicamente per
designare le popolazioni africane della costa orientale. Questo termine,
carico di valenze dispregiative, è oggi utilizzato in modo sprezzante per
identificare le persone nere, e in particolare quelle percepite come non
appartenenti alla cittadinanza kuwaitiana, come se il nero fosse
ontologicamente estraneo all’arabicità. Nel romanzo Perché sono nero,
l’autrice espone con forza la violenza psicologica di essere costantemente
apostrofata con insulti che, pur inseriti in contesti familiari o informali,
agiscono come dispositivi di esclusione e controllo.
Entrambe le opere dimostrano come il linguaggio non sia mai neutro, e
come la lingua ordinaria sia un terreno di lotta simbolica. L’uso degli
slurs agisce come pratica performativa della razza: non si limita a
descrivere, ma contribuisce a produrre soggettività razzializzate, a
segnare i confini tra chi appartiene e chi è fuori, tra chi è umano e chi è
ancora associato a un passato di servitù. In questo senso, la
discriminazione linguistica non è soltanto un riflesso della storia, ma un
suo prolungamento nel presente, una forma di razzismo strutturale
mascherato da abitudine, ironia o ignoranza.
Il casual racism, come mostrano le autrici, è spesso il più difficile da
denunciare e decostruire: proprio perché quotidiano, sottile, mimetizzato
nelle relazioni affettive, scolastiche o lavorative. Tuttavia, la letteratura si
pone qui come uno spazio contro-egemonico: dà voce a chi è oggetto di
queste pratiche, rendendole visibili, narrabili e contestabili. La scrittura
diventa così non solo mezzo di rappresentazione, ma atto politico e
linguistico di riappropriazione.
Queste condizioni storiche costituiscono la base per comprendere la
persistenza di un razzismo sistemico e quotidiano in entrambe le società,
che si manifesta tanto a livello istituzionale quanto nelle pratiche
linguistiche e nei comportamenti interpersonali. È proprio su questo
terreno che si colloca la dimensione del colorismo e del razzismo
linguistico, ampiamente tematizzati nei due romanzi. In entrambi i testi,
emerge la diffusione di insulti razziali (slurs) apparentemente
normalizzati nella vita quotidiana: espressioni come “ʿabd” (“schiavo”) in
Tunisia o “zunga” in Kuwait, usate per riferirsi alle persone nere,
testimoniano una memoria storica che si è fatta cultura implicita,
riflettendo e riproducendo una gerarchia di valore legata al colore della
pelle. Questi insulti non sono percepiti come eccezioni o trasgressioni, ma
piuttosto come forme di razzismo ordinario (casual racism), interiorizzate
e spesso giustificate come parte del lessico comune o dell’umorismo
locale.
Il collegamento tra passato schiavista e presente discriminatorio è dunque
diretto e visibile: le parole usate per nominare i corpi neri rimandano a
una genealogia della disumanizzazione, in cui la lingua si fa strumento di
esclusione e negazione simbolica. Tale continuità è al centro della critica
letteraria e politica operata dalle due autrici, che denunciano la violenza
delle parole tanto quanto quella delle istituzioni. L’analisi dei slurs e del
razzismo quotidiano, affrontata nella sezione successiva, si inserisce così
in una cornice storica che rivela le radici profonde della
marginalizzazione nera nei due contesti arabi, e che aiuta a comprendere
il valore politico della narrazione letteraria come gesto di resistenza e
riappropriazione.
3.2 – Slurs e razzismo quotidiano: il linguaggio come strumento di
esclusione
Nel contesto sociale kuwaitiano, il razzismo nei confronti delle persone
nere si manifesta spesso in forme linguistiche normalizzate, attraverso
l’uso di slurs che hanno radici storiche profonde, legate al passato
schiavista e alla gerarchizzazione sociale basata sul colore della pelle.
Questi insulti, più o meno espliciti, operano come strumenti di esclusione
simbolica e di razzializzazione quotidiana, e sono parte integrante di un
sistema di pensiero che continua a marginalizzare i neri anche quando
essi sono cittadini o residenti da generazioni.
Tra i più diffusi, il termine ʿAbd ( – )عبدletteralmente “schiavo” – è
particolarmente emblematico. Nonostante la sua origine religiosa (nel
senso di "servo di Dio", come in ‘Abd Allah), nella pratica colloquiale
viene ancora oggi usato in modo denigratorio per riferirsi a persone nere,
suggerendone un’appartenenza sociale e ontologica inferiore. La
frequente associazione tra nerezza e schiavitù non è solo retaggio storico,
ma una pratica linguistica attuale, che contribuisce alla costruzione di una
gerarchia razziale persistente. In molti casi, il termine viene usato senza
intenzione esplicita d’offesa, il che rivela il grado di interiorizzazione di
questo razzismo strutturale.
Altri termini ricorrenti includono khadim (“ – )خادمservo” o “domestico”
– spesso rivolto in modo implicito a persone nere in ruoli marginali o di
servizio, e zunuj ()زنوج, il plurale di “zanj”, termine storicamente usato
per indicare le popolazioni nere dell’Africa orientale. Quest’ultimo è
spesso caricato di connotazioni di barbarie o primitivismo, riflettendo una
visione colonialista e riduttiva. Similmente, il termine tawalid ()توالد
viene usato per riferirsi a figli di ex-schiavi nati nel Golfo,
apparentemente in modo neutro ma in realtà connotato da un senso di
non-appartenenza piena, come a sottolineare un’origine “diversa”,
“africana”, quindi non completamente araba.
Nel romanzo Perché sono nero, questa realtà viene evocata attraverso
riferimenti alla scena teatrale kuwaitiana degli anni ’70 e ’80, dove agli
attori neri venivano assegnati solo ruoli minori, spesso stereotipati:
ballerini, guardie del corpo, servi, elementi folkloristici senza spessore
narrativo. Questa esclusione dal centro della scena riflette un meccanismo
razzista radicato nel linguaggio visivo e performativo, esattamente come
quello verbale. La riduzione della soggettività nera a figura marginale o
comica è parte di un più ampio sistema di rappresentazione in cui le
minoranze non parlano, ma vengono parlate.
Come suggerisce Reem Abou El Fadl nel suo lavoro Decolonizing the
Arab Mind, il linguaggio è uno degli strumenti principali attraverso cui si
esercita il potere simbolico sulle minoranze. L’uso quotidiano di questi
termini offensivi non solo riflette un sistema discriminatorio, ma lo
riproduce, consolidando l’idea di una superiorità araba "bianca" e di una
nerezza inferiore, servile, folclorica.
È proprio attraverso la letteratura, come dimostrano Melanina e Perché
sono nero, che si apre uno spazio di critica e di autorappresentazione: uno
spazio in cui queste narrazioni possono essere sovvertite, decostruite e
reimmaginate, restituendo voce, profondità e agency ai soggetti
marginalizzati.
Fonti teoriche utili per approfondire
Al-Sabah, Farah. Race and Citizenship in the Gulf.
Aljamal, N. (2022). "Everyday Racism and the Black Arab Identity in the
Gulf".
Abou El Fadl, Reem. Decolonizing the Arab Mind (per un inquadramento
critico dell’eredità razziale nel mondo arabo).
Box di approfondimento – Il termine “Khal” tra razzismo e
reappropriazione
Nel contesto kuwaitiano, il termine “Khal” ( – )خالche in arabo classico
significa “zio materno” – assume un significato ambivalente e
profondamente segnato dalle dinamiche razziali e post-coloniali.
Storicamente, in molte rappresentazioni teatrali e televisive del Golfo, i
personaggi neri erano ridotti a figure caricaturali e venivano spesso
chiamati “Khal”, a sottolineare il loro ruolo servile, familiare ma
marginale. In questo uso, il termine si carica di una connotazione
razzializzata, simile a un soprannome generico attribuito in modo
impersonale, quasi come se le persone nere non avessero un’identità
individuale distinta.
Tuttavia, negli ultimi anni, “Khal” ha iniziato a essere reimmaginato da
alcuni giovani neri kuwaitiani come forma di solidarietà comunitaria e di
riappropriazione identitaria. Chiamarsi tra pari con questo appellativo
diventa una pratica simile a quella che si osserva in altri contesti
diasporici, come l’uso del termine nigga tra afroamericani: un modo per
riconoscersi, affermarsi e creare connessione, pur nella consapevolezza
della sua origine oppressiva.
Questa tensione tra discriminazione linguistica e agency identitaria può
essere analizzata attraverso strumenti teorici offerti dagli studi
postcoloniali e critici della razza. Homi Bhabha parla, ad esempio,
dell’ambivalenza coloniale, in cui le parole imposte dal potere vengono
parodiate e decostruite dai soggetti subalterni. Allo stesso modo, Sara
Ahmed sottolinea come i termini offensivi possano essere “caricati”
affettivamente in modi diversi a seconda di chi li pronuncia e del contesto
in cui vengono usati.
Nel romanzo Perché sono nero, pur senza menzionare esplicitamente il
termine “Khal”, si intravede la realtà sociale in cui certi nomi e ruoli
vengono assegnati sulla base del colore della pelle, e si capisce come il
linguaggio sia parte integrante del dispositivo razzista che marginalizza i
neri nella vita quotidiana, nelle istituzioni culturali e nelle narrazioni
ufficiali.
Il termine riflette un fenomeno di ambivalenza linguistica, in cui una
parola può essere:
offensiva o riduttiva se usata da fuori del gruppo;
identitaria o affettuosa se usata all’interno del gruppo stesso.
È interessante notare che anche in alcune scene teatrali e commedie
popolari del Golfo, i personaggi neri sono stati storicamente chiamati
“Khal” o “ʿAbd”, ridotti a macchiette o ruoli folkloristici – proprio come
descritto nel romanzo Perché sono nero.
3.3 Immigrazione e viaggio come trasformazione identitaria
(CHAT GPT)
Nei romanzi Melanina e Perché sono nero, l’immigrazione e il viaggio
non sono meri spostamenti geografici, bensì processi trasformativi
profondamente legati alla costruzione (e decostruzione) dell’identità.
Entrambe le protagoniste vivono il viaggio come momento di crisi e
riorganizzazione del sé, attraversando territori non solo fisici ma anche
simbolici, in cui emergono tensioni, fratture e nuovi significati rispetto
alla propria appartenenza.
Nel caso di Melanina, l’esperienza del viaggio si colloca all’interno di un
percorso diasporico che porta la protagonista a interrogarsi sul significato
stesso dell’identità tunisina. La Tunisia, da un lato, è la patria in cui è
nata ma che la esclude per via del suo colore; dall’altro, è anche lo spazio
da cui sente di doversi allontanare per potersi ridefinire. La migrazione –
fisica o desiderata – diventa allora uno strumento di emancipazione e
scoperta. Come ha sottolineato Edward Said nel suo concetto di
dislocazione culturale, il soggetto postcoloniale è spesso posto in una
posizione “ibrida”, sospesa tra radici negate e spazi alternativi in cui
reinventarsi. In questo contesto, la protagonista di Melanina si confronta
con il trauma della marginalità e con la possibilità di creare una nuova
identità diasporica, capace di rifiutare l'omologazione imposta dal
contesto tunisino.
In Perché sono nero, l'immigrazione è spesso subita, più che scelta, e
rappresenta una rottura profonda tra passato e presente. La protagonista si
confronta con il rifiuto e la precarietà imposti da uno status di “non-
cittadina”, di eterna straniera in uno Stato (il Kuwait) che si ostina a
negarle appartenenza, nonostante le sue radici affondino proprio in quel
territorio. L’immigrazione assume dunque una connotazione fortemente
esistenziale: non è solo un cambio di luogo, ma un’esperienza che mette
in discussione ogni certezza, incluso il diritto a una “patria”. Il viaggio,
qui, non ha un esito liberatorio immediato, ma è piuttosto una traversata
nella marginalità, nella lotta quotidiana per la sopravvivenza e per il
riconoscimento. Tuttavia, anche in questo contesto di oppressione, si fa
spazio una forma di resilienza e consapevolezza critica, in cui la
narrazione diventa strumento per rimettere insieme i pezzi di un’identità
frantumata.
In entrambi i testi, il viaggio – reale o metaforico – mette in discussione
l’idea fissa di identità nazionale, etnica o razziale. L’immigrazione agisce
come lente intersezionale che porta alla luce la complessità dell’identità
nera araba, continuamente negoziata tra molteplici forme di oppressione:
razza, classe, genere, cittadinanza. La condizione di movimento forzato o
marginalizzato evidenzia il legame profondo tra corpo e territorio: il
corpo nero, in viaggio, è spesso ipervisibile, vulnerabile, criminalizzato
— ma è anche, potenzialmente, luogo di resistenza e rigenerazione.
Come suggeriscono studiosi come Paul Gilroy (1993) e Homi Bhabha
(1994), il soggetto diasporico è colui che abita la “terza zona”, un in-
between identitario che sfugge ai binarismi e alle categorie fisse. Le
protagoniste di Melanina e Perché sono nero incarnano questa
soggettività liminale: sono migranti, ma anche figlie del proprio Paese;
escluse, ma portatrici di un discorso nuovo che scardina le narrazioni
egemoniche sulla razza e sull’appartenenza. Il viaggio, in questo senso, si
configura come uno spazio narrativo di trasformazione, di rifiuto dei
confini identitari imposti, e di costruzione di sé come soggetto politico e
letterario.
3.4 Difficoltà nell’integrazione e immobilismo sociale
(CHAT GPT)
Uno dei temi centrali nei romanzi Melanina e Perché sono nero è la
frustrazione derivante dalla difficoltà di integrazione, spesso vissuta come
una vera e propria impossibilità strutturale. Le protagoniste, entrambe
nere arabe, si scontrano con società che pur proclamandosi inclusive e
moderne, perpetuano dinamiche escludenti basate sul colore della pelle,
sul genere e sulla condizione socioeconomica. In questo contesto,
l’integrazione non è un processo reciproco di apertura, ma una richiesta
unilaterale di assimilazione, in cui il soggetto minoritario deve adattarsi a
un modello culturale dominante che lo rifiuta a priori.
In Melanina, la protagonista si muove in un ambiente tunisino segnato da
una forma di razzismo endemico e normalizzato, in cui la discriminazione
razziale è raramente riconosciuta come tale. Le battute, gli slurs, i
commenti paternalistici o apertamente derisori vengono percepiti come
parte del quotidiano, e chi li subisce viene spesso accusato di “esagerare”
o di “essere troppo sensibile”. Questo tipo di razzismo sommerso —
quello che Frantz Fanon ha descritto come “la ferita invisibile” del
colonizzato — produce un senso costante di alienazione, rendendo
impossibile qualsiasi forma di piena partecipazione alla comunità. Non si
tratta semplicemente di essere "diversi", ma di essere sistematicamente
altri, non riconosciuti come appartenenti.
Nel romanzo Perché sono nero, l’ostacolo all’integrazione è ancora più
marcato: la protagonista è esclusa non solo simbolicamente, ma anche
legalmente, a causa del suo status indefinito. In Kuwait, il concetto stesso
di cittadinanza è strettamente legato all’etnia, al lignaggio e alla
“purezza” nazionale, e i corpi neri sono relegati ai margini, spesso
identificati con il lavoro servile o la provenienza migrante.
L'immobilismo sociale qui si manifesta in modo crudo: l’assenza di
cittadinanza e di diritti fondamentali paralizza qualsiasi possibilità di
emancipazione. La protagonista si trova bloccata in un limbo, priva di
prospettive, nonostante il suo vissuto e la sua storia siano radicati proprio
nel territorio in cui viene respinta.
In entrambi i romanzi, emerge la consapevolezza che non è sufficiente
“comportarsi bene”, studiare o lavorare per essere accettati: il problema
non è l’individuo, ma un sistema che si fonda sulla naturalizzazione della
differenza e sul mantenimento di una gerarchia razzializzata. Le autrici,
attraverso le loro protagoniste, mettono in crisi il mito della meritocrazia
e denunciano il carattere sistemico di un’esclusione che non è né
accidentale né temporanea, ma strutturale e reiterata.
Questo immobilismo sociale genera una frustrazione profonda e una crisi
esistenziale, che si manifesta nel corpo e nella psiche dei personaggi. Il
senso di “non avanzare”, di essere “fermi” mentre gli altri si muovono, è
una metafora potente della condizione delle minoranze nei contesti arabi:
pur essendo parte integrante della società, vengono trattate come eterne
estranee. Come osserva Sara Ahmed (2006) nel suo concetto di
“phenomenology of whiteness”, alcuni corpi si muovono nello spazio
sociale con facilità, mentre altri incontrano resistenze costanti: il percorso
della protagonista nera è sempre più accidentato, pieno di ostacoli
invisibili ma determinanti.
Infine, le due opere mostrano come l’integrazione — o meglio, il rifiuto
dell’integrazione forzata — possa diventare un atto politico. Quando
l’ingresso nel corpo sociale dominante implica la cancellazione della
propria identità, le protagoniste scelgono di non conformarsi. In questo
rifiuto dell’assimilazione risiede una forma di resistenza radicale, che
apre lo spazio per un’identità alternativa, non subordinata, e per una presa
di parola autonoma e trasformativa.
3.5 Evoluzione e crisi dell’identità
(CHAT GPT)
L’identità, nei romanzi Melanina e Perché sono nero, non è mai un dato
fisso o una qualità innata, ma un processo continuo, in tensione tra
riconoscimento e negazione, visibilità e cancellazione. Le protagoniste
vivono un percorso identitario frastagliato, segnato da una crisi
esistenziale profonda che nasce dallo scontro con un contesto sociale che
nega loro appartenenza, valore e voce. In entrambe le opere, la narrazione
diventa così il luogo dove questa crisi prende forma e può trasformarsi in
presa di coscienza e affermazione.
Nel caso di Melanina, l’identità della protagonista si sviluppa come un
mosaico di contraddizioni: nera ma tunisina, tunisina ma non percepita
come tale, donna ma senza accesso pieno agli spazi pubblici e discorsivi
del Paese. L'identità razziale, spesso silenziata nel discorso nazionale
tunisino, irrompe nella sua esperienza di vita quotidiana in forma di
esclusione, oggettivazione e stigmatizzazione. La protagonista inizia il
suo percorso cercando l’approvazione dell’ambiente circostante, ma a
poco a poco si rende conto che il riconoscimento è negato non per sue
mancanze, bensì per una logica discriminatoria radicata. È in questa
consapevolezza che prende forma un'identità resistente, intersezionale e
consapevole della propria marginalità come luogo di forza. Come
sottolinea bell hooks, il margine può diventare “uno spazio di radicale
possibilità” (marginality as a site of resistance), e in Melanina questa
trasformazione è resa possibile proprio attraverso la narrazione di sé.
In Perché sono nero, la protagonista vive un’identità frammentata,
sospesa tra l’essere kuwaitiana per nascita e cultura, e l’essere letta come
estranea per via del colore della pelle. A differenza del testo tunisino, qui
il rifiuto è istituzionalizzato: l’assenza di documenti, di cittadinanza e di
riconoscimento giuridico genera un’identità precaria e continuamente
negata. La protagonista vive un’esistenza “fantasma”, non appartenente a
nessuno spazio, condizione che richiama il concetto di “non-persona”
elaborato da Hannah Arendt nella sua riflessione sui rifugiati e gli apolidi.
Tuttavia, è proprio questa negazione sistematica che la spinge a
interrogarsi sul significato profondo di appartenenza, radici e memoria. Il
risultato è un’identità diasporica non nel senso geografico, ma emotivo e
psicopolitico, segnata dalla costante necessità di reinventarsi fuori da ogni
cornice ufficiale.
In entrambi i testi, l’identità delle protagoniste evolve attraverso il
conflitto: non si tratta di risolvere la crisi, ma di abitarla, di darle voce e
legittimità. L’identità nera araba si configura come un atto performativo e
narrativo, più che un’essenza. Judith Butler, nella sua teoria della
performatività, afferma che il soggetto prende forma attraverso la
ripetizione e la sovversione delle norme: allo stesso modo, le protagoniste
sovvertono le aspettative sociali che le vorrebbero mute, docili o
invisibili, e costruiscono sé stesse attraverso la parola, la scrittura, la
memoria.
Questa evoluzione identitaria è quindi profondamente intrecciata con la
dimensione del linguaggio e della rappresentazione: come si è visto nei
paragrafi precedenti, il razzismo linguistico quotidiano contribuisce alla
frattura dell’identità, mentre la scrittura creativa offre uno spazio di
rielaborazione e ricostruzione. La crisi identitaria, da condizione subita, si
trasforma in lente critica attraverso cui leggere il mondo e decostruirne le
gerarchie.
Infine, ciò che accomuna le due protagoniste è l’emersione di una
coscienza politica: l’identità non è più solo una questione personale, ma
diventa terreno di lotta collettiva. Il loro io narrante è anche un noi, un
appello alle altre soggettività marginalizzate che si riconoscono nelle
stesse ferite e negli stessi silenzi. In questo senso, l’identità non evolve
verso una sintesi pacificata, ma verso una forma di pluralità conflittuale e
resistente.
3.6 Il concetto di patria e lo sradicamento
(CHAT GPT)
Nei romanzi Melanina e Perché sono nero, il concetto di patria non è mai
neutro né dato per scontato. Si presenta invece come uno spazio
ambivalente, spesso contraddittorio, che oscilla tra desiderio di
appartenenza e sentimento di esclusione. Le protagoniste, entrambe nere
arabe, vivono una relazione conflittuale con il proprio Paese d’origine: se
da un lato ne incarnano la cultura, la lingua e i riferimenti simbolici,
dall’altro sono sistematicamente percepite e trattate come aliene. Lo
sradicamento, quindi, non è il frutto di una migrazione geografica, ma di
un’esclusione interna, di un’espropriazione simbolica e affettiva da parte
della società che le circonda.
Nel caso di Melanina, la protagonista tunisina si confronta con una patria
che non la riconosce: pur essendo nata, cresciuta e socializzata in Tunisia,
viene frequentemente interpellata come straniera. Il suo corpo nero
destabilizza l’immaginario nazionale tunisino, ancora profondamente
segnato da una visione arabocentrica e color-blind della cittadinanza. In
questo contesto, la patria diventa uno spazio da abitare solo a metà, in cui
il senso di appartenenza è sempre minacciato da microaggressioni,
pregiudizi e atti simbolici di esclusione. Come afferma Edward Said, lo
sradicamento non è solo fisico ma anche culturale: è il sentirsi “fuori
posto” anche nel luogo in cui si è nati.
Nel romanzo Perché sono nero, questa condizione si radicalizza. La
protagonista kuwaitiana, priva di documenti e riconoscimento legale, vive
una cittadinanza negata anche sul piano istituzionale. La patria, in questo
caso, è uno spazio che la respinge tanto nella pratica quanto nella retorica
ufficiale. L’assenza di status giuridico e la mancanza di diritti
fondamentali generano un sentimento di apolidia interna, una condizione
esistenziale in cui il soggetto vive in un luogo che non può mai veramente
chiamare “casa”. La sua esperienza richiama la figura del non-cittadino
descritta da Hannah Arendt: un individuo che esiste ai margini dello
Stato, senza accesso all’appartenenza piena.
In entrambi i romanzi, la patria si configura quindi come uno spazio
ideologico, costruito sulla base dell’esclusione, e lo sradicamento diventa
una condizione non solo geografica ma ontologica. Le protagoniste non
“perdono” la patria perché la lasciano; la perdono perché questa non le ha
mai realmente accolte. È in questo senso che la letteratura diventa un
mezzo fondamentale per ridefinire il concetto stesso di patria: non più
uno spazio geografico o statale, ma una rete di affetti, relazioni e
narrazioni in cui il soggetto può finalmente riconoscersi.
Come ha scritto Benedict Anderson, le nazioni sono “comunità
immaginate”: Melanina e Perché sono nero rivelano quanto queste
immaginazioni possano essere escludenti, e propongono un immaginario
alternativo in cui l’identità nazionale non si fonda sulla purezza o
sull’omogeneità, ma sulla pluralità delle storie che la compongono. Lo
sradicamento, infine, non è solo perdita ma anche possibilità: è il punto di
partenza per la costruzione di nuove forme di appartenenza, più fluide,
affettive e resistenti, che si radicano non nella terra ma nella memoria e
nella scrittura.
Capitolo 2: Analisi Strutturale e Stilistica
2.1 Struttura narrativa dei due romanzi
Il nodo nevralgico dei due romanzi è il rapporto conflittuale dei
protagonisti con la loro pelle nera, con la Melanina appunto, quel
pigmento che determina il colore della pelle e il destino dei personaggi
fin dalla nascita. Le storie ruotano intorno alla vita, alle aspirazioni e alle
ambizioni di personaggi neri che scoprono nuove realtà esterne a loro,
che andando avanti ed esplorando il mondo riveleranno i traumi collettivi
che affliggono generazioni di minoranze in vari contesti.
In Melanina, La protagonista è una donna nera tunisina, proveniente dalla
zona sud rurale del paese, che sogna di diventare giornalista, una
professione per lei difficilmente accessibile non solo per la sua estrazione
sociale umile, ma principalmente per il colore della sua pelle,
che rappresenta tutt’ora un ostacolo per le persone nere tunisine.
Nonostante ciò, riesce a lavorare per una testata giornalistica a Tunisi (?)
grazie a sua padre e sua madre che vendono rispettivamente gli animali e
i gioielli di famiglia per ampliare le opportunità della figlia e consentirle
di lasciare casa e seguire i suoi sogni.
Il secondo romanzo comincia seguendo le vicende una donna nera
statunitense, vive in un quartiere periferico di Chicago abitato per lo più
da comunità di Afro-americani. Fin da bambina soffre particolarmente il
rapporto con il suo colore, sogna di sposare un uomo bianco ed avere un
figlio più chiaro di carnagione, così che possa avere una vita più semplice
e un futuro libero dal razzismo che subisce lei quotidianamente, ma
abbandona presto questa idea quando incontra Fawzi, uno studente nero
proveniente dal Kuwait che si trova negli States per studiare ... grazie ad
una borsa di studio. I due si innamorano presto ed hanno un figlio, Jamal,
il cui punto di vista prende presto il sopravvento sulla narrazione e fa di
lui il protagonista. La storia seguirà le sua vita tra gli stati uniti e il
kuwait, alla scoperta di sé, delle sue origini e della sua famiglia. In kuwait
viene a contatto con una nuova cultura e nuove forme di discriminazione
sconosciute, che scuoteranno la sua coscienza interiore e lo porteranno
verso un tortuoso cammino di auto-accettazione che culminerà con una
dolorosa scelta.
Capitolo 4: Autorappresentazione e Resistenza
4.1 L’autorappresentazione delle minoranze: agency e consapevolezza
(CHAT GPT)
Nel contesto postcoloniale arabo, l’autorappresentazione delle minoranze
razzializzate non è solo un atto creativo, ma un gesto profondamente
politico. Nei romanzi Melanina e Perché sono nero, le protagoniste si
riappropriano della parola come strumento di visibilità, resistenza e
riscrittura identitaria. In entrambi i testi, la narrazione si configura come
uno spazio di agency, ovvero la capacità del soggetto di agire in
autonomia all'interno di strutture oppressiva. Lungi dall’essere solo
vittime passive del razzismo strutturale e culturale che le circonda, le
protagoniste diventano agenti consapevoli della propria storia, capaci di
trasformare la marginalità in linguaggio, il silenzio in racconto,
l’esclusione in espressione.
Questo passaggio da oggetto di rappresentazione ad autrici del proprio
discorso rientra pienamente in quella che Gayatri Spivak ha definito come
la questione del subalterno che parla. In Melanina, la protagonista rompe
il silenzio storico sulle persone nere in Tunisia, un silenzio che ha radici
coloniali e patriarcali. Attraverso la narrazione autobiografica e la
riflessione sociale, il suo io narrante sfida l’invisibilizzazione sistemica,
dimostrando che raccontarsi significa reclamare il diritto di esistere
pienamente nella propria complessità. La sua scrittura è pienamente
consapevole dell’impatto del razzismo quotidiano, del colorismo e della
marginalizzazione, e li decostruisce dall’interno, attraverso un linguaggio
che si muove tra la rabbia, l’ironia e l’analisi lucida.
Allo stesso modo, in Perché sono nero, l’autonarrazione è un gesto di
rivendicazione: la protagonista, priva di cittadinanza e diritti, si sottrae
alla posizione di “non-persona” attraverso l’atto stesso di raccontare la
sua esperienza. In un contesto, come quello kuwaitiano, in cui le persone
nere sono spesso relegate ai margini della rappresentazione pubblica, la
sua voce diventa un atto di resistenza. L’identità narrata emerge non
come riflesso di stereotipi, ma come soggettività plurale, capace di
elaborare criticamente la propria condizione e di formulare una contro-
narrazione rispetto all’immaginario dominante.
Questa agency narrativa si intreccia con un percorso di consapevolezza
politica e personale: entrambe le protagoniste iniziano il loro cammino in
una condizione di disagio, ma attraverso la scrittura prendono coscienza
del legame tra la propria esperienza individuale e le dinamiche sistemiche
della discriminazione. Come osserva Stuart Hall, l’identità è sempre una
costruzione dialogica, che si forma nel confronto con l’altro e con il
potere. La scrittura, in questo senso, non è solo testimonianza, ma forma
di soggettivazione.
Inoltre, l’autorappresentazione permette alle autrici – e ai loro alter ego
letterari – di ridefinire radicalmente l’immagine della donna araba nera,
spesso ridotta a figura muta, servile o ipersessualizzata nella
rappresentazione mediatica e culturale dominante. Invece, Melanina e
Perché sono nero offrono immagini complesse, sfaccettate e
profondamente umane, capaci di restituire voce e corpo a soggetti finora
marginalizzati.
Infine, questi romanzi si inseriscono in un più ampio movimento
transnazionale di donne nere arabe che, attraverso la scrittura, stanno
ridefinendo il concetto stesso di letteratura araba contemporanea. Le loro
narrazioni aprono spazi di rappresentazione nuovi, in cui
l’intersezionalità tra razza, genere, classe e cittadinanza diventa non solo
oggetto di analisi, ma motore di trasformazione narrativa e sociale.
4.2 Scrittura creativa come mezzo di riscatto sociale e resistenza
(CHAT GPT)
La scrittura creativa, nei romanzi Melanina e Perché sono nero, non è
solo un esercizio estetico o autobiografico, ma si configura come un atto
politico di resistenza e di riscatto sociale. Le protagoniste – e per
estensione le autrici stesse – utilizzano la narrazione come uno strumento
per sovvertire le dinamiche di esclusione e oppressione che regolano la
loro posizione sociale. Attraverso il racconto delle proprie esperienze,
delle ferite, delle discriminazioni vissute, ma anche delle strategie di
sopravvivenza e autoaffermazione, la scrittura diventa un mezzo per
riaffermare la propria umanità in un contesto che tende sistematicamente
a negarla.
Nel contesto arabo contemporaneo, dominato da una visione nazionalista,
arabocentrica e spesso color-blind, la scrittura di donne nere costituisce
un gesto radicale. Queste voci rompono il silenzio e si posizionano come
soggetti narranti consapevoli, capaci di costruire nuovi archivi della
memoria collettiva. La letteratura, così, diventa un terreno di lotta e di
affermazione, uno spazio dove è possibile nominare il razzismo, il
colorismo, l’esclusione sociale e, soprattutto, articolare alternative.
In Melanina, la scrittura è terapeutica e insieme pedagogica: la
protagonista rielabora il trauma del razzismo vissuto sin dall’infanzia
attraverso il linguaggio, trasformando la marginalizzazione in presa di
parola. L’atto creativo si sovrappone a un processo di guarigione
personale ma si apre anche a una dimensione collettiva, assumendo un
ruolo di denuncia e sensibilizzazione. Come affermano le teorie della
healing justice e della testimonianza, in contesti di oppressione sistemica
il raccontarsi non è solo resistenza individuale, ma costruzione di alleanze
e memoria condivisa.
Nel caso di Perché sono nero, la scrittura assume una valenza ancora più
politicizzata: il racconto dell’invisibilità istituzionale, della condizione di
apolidia e della negazione sistemica dei diritti si trasforma in una potente
narrazione militante. Il romanzo si inserisce in un discorso più ampio
sulle comunità afrodiscendenti nei Paesi del Golfo, troppo spesso escluse
dalla cittadinanza piena. La scrittura, in questo contesto, permette alla
protagonista di ridefinire sé stessa non come vittima silenziosa, ma come
soggetto attivo nella propria lotta, una portavoce delle molte voci
soffocate della sua comunità.
Come sottolineano teoriche femministe nere come bell hooks e Audre
Lorde, la scrittura creativa delle donne razzializzate è un atto di
sopravvivenza. Non si tratta solo di esprimere sé stesse, ma di costruire
spazi alternativi di esistenza, dove il linguaggio non riproduce le strutture
del potere, ma le decostruisce. In questa prospettiva, la parola scritta si fa
corpo politico, gesto sovversivo e strumento di presa di coscienza
collettiva.
In conclusione, i due romanzi non sono solo testimonianze individuali,
ma veri e propri manifesti di resistenza letteraria. Scrivere, per queste
autrici, significa esistere in un mondo che cerca di renderle invisibili;
significa occupare lo spazio simbolico e culturale che per secoli è stato
loro negato; significa soprattutto immaginare e reclamare un futuro
diverso, fondato sulla giustizia, la dignità e il riconoscimento.
4.3 Narrazione e social media: una nuova forma di attivismo
(CHAT GPT)
Negli ultimi anni, la narrazione delle minoranze nere arabe ha conosciuto
una trasformazione profonda, grazie all’accesso crescente alle piattaforme
digitali. I social media hanno aperto nuovi spazi di visibilità e intervento,
diventando strumenti privilegiati di espressione, denuncia e contro-
narrazione. In questo contesto, la scrittura non si limita più alla
dimensione letteraria tradizionale, ma si espande in forme ibride che
mescolano testimonianza, attivismo, arte e dialogo diretto con il pubblico.
Le autrici di Melanina e Perché sono nero, attive anche online, incarnano
questa nuova generazione di intellettuali e creatrici che usano i social
come estensione della propria voce narrativa. Le loro storie non
rimangono confinate nel libro, ma circolano attraverso post, video,
podcast, reels e thread, innescando un dibattito pubblico spesso assente
nelle sfere istituzionali. I social media, in questo senso, fungono da
laboratori di contro-discorso, in cui parole come “razzismo”,
“colorismo”, “identità” e “intersezionalità” entrano nel lessico
quotidiano, creando forme di alfabetizzazione politica trasversali.
Questa nuova forma di attivismo narrativo si nutre dell’immediatezza del
digitale, della possibilità di costruire comunità virtuali, dell’interattività. I
contenuti prodotti online si sottraggono ai filtri editoriali, istituzionali o
accademici, e permettono una presa di parola diretta, orizzontale e
partecipata. Come sostiene la studiosa Sarah Banet-Weiser, oggi
“l’attivismo femminista e razziale passa anche dalla visibilità mediatica,
dalla performance e dalla costruzione di brand identitari digitali”. In
questo scenario, l’autonarrazione diventa anche un atto performativo e
politico, che unisce estetica e militanza.
Nel contesto arabo, dove i media mainstream tendono a riprodurre
immagini stereotipate o silenzianti delle persone nere, i social
rappresentano una rottura epistemologica. Si affermano nuove figure
pubbliche – spesso giovani, donne e queer – che raccontano le proprie
esperienze con un linguaggio accessibile e provocatorio, portando alla
luce tematiche tabù: dalla cittadinanza negata nei Paesi del Golfo, al
razzismo interiorizzato in Nord Africa, fino alla rappresentazione delle
persone nere nei prodotti culturali arabi.
La narrazione digitale permette inoltre una circolazione transnazionale
delle esperienze, mettendo in contatto minoranze nere in Tunisia, Kuwait,
Sudan, Marocco, Egitto, e nella diaspora europea o americana. Questo
scambio rafforza un senso di appartenenza condivisa e favorisce
l’emergere di un’identità diasporica e postcoloniale critica, capace di
confrontarsi sia con le eredità storiche della schiavitù e del colonialismo,
sia con le forme attuali di esclusione e marginalizzazione.
Infine, è importante sottolineare come la narrazione sui social non sia
solo denuncia, ma anche costruzione di immaginari alternativi. Attraverso
l’ironia, il racconto quotidiano, le microstorie e le estetiche visive, le
attiviste nere arabe ridisegnano il proprio posto nel mondo: non più
vittime, ma autrici consapevoli di sé, dei propri corpi e delle proprie
storie.
In sintesi, i social media si impongono oggi come nuove piattaforme di
agency e resistenza, dove la narrazione individuale si fa collettiva,
politica e trasformativa. L’integrazione tra scrittura creativa e
comunicazione digitale apre nuove possibilità per le minoranze nere
arabe: non solo per farsi sentire, ma per occupare il centro del discorso,
ridefinire le categorie identitarie e immaginare futuri più giusti.
4.4 Decostruzione degli stereotipi sulle minoranze
(CHAT GPT)
Uno degli obiettivi centrali di Melanina e Perché sono nero è la
decostruzione attiva degli stereotipi che affliggono le minoranze nere nel
contesto arabo. Attraverso la letteratura, le due autrici si oppongono a
rappresentazioni semplicistiche, stigmatizzanti e deumanizzanti, che
storicamente hanno relegato i neri arabi a ruoli marginali, subordinati o
folkloristici, sia nella società che nei prodotti culturali. Le narrazioni
dominanti – spesso internalizzate anche dalle stesse comunità – veicolano
immagini del nero come servile, ipersessualizzato, violento o
“eternamente straniero”, anche quando nato e cresciuto nel paese.
La scrittura, in questo senso, si fa atto di riappropriazione simbolica e
identitaria: i personaggi protagonisti non sono più oggetti dello sguardo
altrui, ma soggetti complessi, contraddittori, vivi. Le autrici rifiutano le
categorie imposte dall’esterno e mostrano come l’identità nera araba non
sia monolitica ma plurale, attraversata da classe, genere, cittadinanza,
provenienza geografica e vissuti differenti.
In Melanina, l’autrice decostruisce il mito della “Tunisia color blind”, in
cui il razzismo verrebbe considerato un problema “occidentale” o
“superato”. Al contrario, il romanzo mostra come lo stereotipo del nero
come "altro" o "meno tunisino" persista nelle famiglie, nei media, nei
discorsi quotidiani, anche attraverso pratiche di razzismo “casuale” o
apparentemente innocuo. L’ironia e la lucidità della protagonista
permettono al lettore di cogliere la banalità del razzismo sistemico, e al
contempo di empatizzare con una soggettività spesso invisibilizzata.
In Perché sono nero, lo sguardo è più crudo e politico: lo stereotipo del
nero come eterno “ospite” o “lavoratore servile” nei Paesi del Golfo è
smontato attraverso una narrazione che rivendica appartenenza, radici e
dignità. La protagonista denuncia con forza la negazione della
cittadinanza e lo stigma associato al colore della pelle, proponendo
un’alternativa discorsiva in cui la nerezza non è più un marchio di
esclusione, ma una componente pienamente legittima dell’identità
nazionale.
La decostruzione degli stereotipi avviene anche a livello linguistico e
simbolico. Le autrici rifiutano l’uso di slurs normalizzati, ne denunciano
l’impatto psicologico e sociale, e spesso li mettono in scena per rivelarne
la violenza latente. In parallelo, introducono nuove modalità di
rappresentazione che valorizzano la bellezza, la storia e la soggettività
delle persone nere, sfidando l’estetica dominante e proponendo contro-
narrazioni capaci di trasformare l’immaginario collettivo.
Questa operazione si inserisce in un più ampio movimento culturale afro-
arabo, che negli ultimi anni ha visto emergere nuove voci letterarie,
artistiche e attiviste impegnate nel ridefinire le identità nere all’interno
del mondo arabo, rifiutando l’assimilazione forzata e promuovendo una
memoria storica alternativa.
In definitiva, Melanina e Perché sono nero non si limitano a denunciare
gli stereotipi, ma li smontano dall’interno, con narrazioni capaci di
restituire complessità, umanità e potenza alle esperienze nere. Così
facendo, contribuiscono non solo alla rappresentazione delle minoranze,
ma alla trasformazione culturale dell’intero spazio sociale e letterario in
cui esse prendono parola.
(CHAT GPT Rappresentazione dei neri nel teatro e nella televisione)
Sì, il riferimento presente nel romanzo Perché sono nero riflette una realtà
storica e culturale importante da contestualizzare, soprattutto nel mondo
arabo del Golfo – come il Kuwait – durante gli anni '70 e '80. In quel
periodo, la rappresentazione delle persone nere nelle arti performative,
come il teatro e la televisione, era profondamente intrisa di razzismo
strutturale, anche se raramente veniva riconosciuto come tale all’interno
del discorso pubblico.
Contesto teatrale kuwaitiano negli anni '70 e '80
Negli anni del boom petrolifero, il Kuwait era diventato uno dei centri
culturali più attivi del mondo arabo. Il teatro kuwaitiano, in particolare,
era molto vivace e sperimentale. Tuttavia, le persone nere – molte delle
quali discendenti di schiavi o appartenenti a comunità afro-arabe
marginalizzate – venivano sistematicamente relegate a ruoli secondari.
I personaggi neri venivano spesso rappresentati:
come servitori, guardie del corpo, musicisti o ballerini, e quasi mai
con nomi propri o trame autonome;
attraverso la caricatura fisica o linguistica, con accenti esagerati o
parlata “buffa” che serviva a suscitare risate;
come elemento folkloristico esotizzante, che richiamava il passato
schiavista in modo irriflesso o nostalgico.
L’obiettivo non era la rappresentazione realistica della comunità nera
kuwaitiana, ma piuttosto la sua esibizione simbolica a vantaggio del
pubblico maggioritario, in chiave comica o marginale. Questo tipo di
rappresentazione ha contribuito a consolidare stereotipi duraturi, anche
nella memoria collettiva.
Estensione alla televisione e ai media
Lo stesso modello si ritrovava anche nei programmi TV e nelle soap
opera arabe (in particolare in quelle kuwaitiane e saudite), dove la
presenza di attori neri era spesso limitata a:
ruoli di “comic relief” (elementi di sollievo comico),
domestici devoti ma ignoranti,
o personaggi legati a rituali popolari o tradizioni “africane” non ben
definite.
In molti casi, gli attori neri venivano addirittura truccati da bianchi
(con blackface), perpetuando un immaginario ancora più offensivo.
Un’eredità coloniale e schiavista non affrontata
Questa dinamica va letta all’interno di un contesto storico più ampio, che
include:
l’eredità della schiavitù nel Golfo, abolita formalmente solo a metà
del XX secolo;
la persistenza di gerarchie razziali e di colore;
e l’assenza di una riflessione critica postcoloniale nei media e nel
teatro mainstream.
Come mostra il romanzo Perché sono nero, le conseguenze di questa
invisibilizzazione e ridicolizzazione sono ancora oggi presenti nella
memoria culturale delle persone nere in Kuwait e in altri paesi arabi. La
letteratura contemporanea afro-araba – e in particolare quella scritta da
autrici – si sta finalmente facendo carico di sovvertire queste
rappresentazioni, ridando centralità, complessità e dignità a soggettività
troppo a lungo marginalizzate.