Montale
(Brevi) dati biografici
Nasce a Genova, il 12 ottobre 1896
1920: conosce Anna degli Uberti (Monterosso)
10 novembre 1920: «appare su L’Azione […] il primo articolo che porta la sua firma [di Montale]:
una recensione a Trucioli di Camillo Sbarbaro, di cui individua “il centro dell’ispirazione” nell’
“amore del resto, dello scarto, nella poesia degli uomini falliti e delle cose oscuramente oscure e
mancate”» [E. Testa Montale, p. 6]
1925: prima edizione di Ossi di seppia
1927: si trasferisce a Firenze – conosce Drusilla Tanzi (Mosca) – collabora con La fiera letteraria,
Solaria…
1928: seconda edizione di Ossi di seppia
1929: è nominato direttore del Gabinetto Viesseux – conosce Irma Brandeis
1939: pubblicazione de Le occasioni
1945: inizia la collaborazione con Il corriere della sera
1948: diventa redattore del Corriere; si trasferisce a Milano
1949: incontra Maria Luisa Spaziani
1956: pubblicazione de La Bufera e altro
1963: muore Drusilla Tanzi
1971: pubblicazione di Satura
1973: pubblicazione del Diario del ’71 e del ‘72
1975: premio Nobel
1977: pubblicazione del Quaderno di quattro anni
1981: muore a Milano
Ossi di seppia: la struttura del libro
Ripensando ai suoi primi tre libri, Montale, in un'intervista del '71, osservava come essi obbedivano
«al concetto di canzoniere [...] una raccolta che tende a una specie di completezza anche formale,
senza buchi, senza intervalli, senza nulla di trascurato». Questo principio d'ordine negli Ossi si
realizza in una divisione della materia ben bilanciata nelle sue partizioni interne. Tra un testo
d'apertura (In limine) e uno di chiusura (Riviere), che fanno ognuno capitolo a sé e che istituiscono i
"confini" del libro, si dispongono quattro sezioni: «Movimenti», «Ossi di seppia», «Mediterraneo»,
«Meriggi e ombre»).
Ogni sezione ha una struttura compatta, determinata da fitti rimandi tra un testo e l'altro, e risponde
a una ragione d'alternanza riassumibile così: ai «Movimenti» che offrono ancora (come una
divagazione musicale che vale da preludio ai temi centrali dell'opera) una varietà di motivi e
possibilità, succedono gli «Ossi» - testi brevi, concentrati e fulminei - che sanciscono la condizione
del «male di vivere»; la terza sezione - nove testi di un poemetto
dedicato al Mediterraneo - alterna, con la medesima varietà della prima, alla celebrazione del mare
come «patria sognata» il sentimento del distacco da esso, e precede «Meriggi e ombre»; la quale
raduna i testi più lunghi e densi del libro ricollegandosi alla tematica degli «Ossi», ma proponendo
al contempo un significativo scarto. Incastonati tra In limine e Riviere, i quattro "capitoli"
scandiscono così ritmi diversi e alterni, di cui gli «Ossi» e «Meriggi e ombre» sono gli episodi
centrali.
Questa architettura compositiva, così bilanciata nelle sue parti, è però cornice al disfacimento: a una
struttura armonica, che punta a cancellare ogni “vuoto" e a istituire legami, insieme variando e
replicando, corrisponde, sul piano tematico, la rappresentazione della disarmonia: «Avendo sentito
fin dalla nascita una totale disarmonia con la realtà che mi circondava, la materia della mia
ispirazione non poteva essere che quella disarmonia. Così Montale nel 1951. E, in effetti, alla base
degli Ossi sta proprio un rapporto di sostanziale estraneità nei confronti del mondo da parte dell’io.
ENRICO TESTA, Montale, Mondadori, Milano 2016, p. 11.
Su Ossi di seppia, Meriggiare pallido e assorto
[«Il paesaggio è quello ligure del meriggio estivo […]; e la percezione è tutta assorbita dai
particolari concreti e minuti […] che stentano a costituirsi quale insieme, a dare un significato
universale; e denunciano perciò la condizione limitata del soggetto, l’esperienza dell’isolamento e
dello sbarramento […]. C’è l’intensificazione delle percezioni sensoriali e c’è la tendenza a
raffigurare il disagio dell’io oggettivandolo nei particolari naturali e realistici: due procedimenti
caratteristici del primo libro montaliano», dal commento Cataldi-D’Amely e Ossi di seppia]
[Link]
Da Movimenti
I limoni
Ascoltami, i poeti laureati
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantano i ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.
Meglio se le gazzarre degli uccelli
si spengono inghiottite dall’azzurro:
più chiaro si ascolta il sussurro
dei rami amici nell’aria che quasi non si muove,
e i sensi di quest’odore
che non sa staccarsi da terra
e piove in petto una dolcezza inquieta.
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l’odore dei limoni.
Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s’abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l’anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità.
Lo sguardo fruga d’intorno,
la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno più languisce.
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità.
Ma l’illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rumorose dove l’azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s’affolta
il tedio dell’inverno sulle case,
la luce si fa avara – amara l’anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo del cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d’oro della solarità.
Da Ossi di seppia
Felicità raggiunta…
Felicità raggiunta, si cammina
per te sul fil di lama.
Agli occhi sei barlume che vacilla,
al piede, teso ghiaccio che s'incrina;
e dunque non ti tocchi chi più t'ama.
Se giungi sulle anime invase
di tristezza e le schiari, il tuo mattino
è dolce e turbatore come i nidi delle cimase.
Ma nulla paga il pianto del bambino
a cui fugge il pallone tra le case.
Forse un mattino andando…
Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.
Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi case colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me ne andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.
Il testo, oggetto di memorabili letture da parte di Italo Calvino e di Edoardo Sanguineti, è una
riflessione su un tema capitale del Novecento: quello del «nulla», svolta con una tensione e una
sintesi (vicine, anche se con esiti diversi, all'Infinito leopardiano) che fa ingiallire d'un colpo -
grazie all'ordinaria quotidianità in cui è inquadrata l'esperienza messa in scena – migliaia di pagine
filosofiche sull'argomento. I dati ambientali sono ridotti al minimo: l'indicazione cronologica del
mattino, un'aria allucinata tersa e lucida come vetro, l'io rappresentato – sullo scenario ipotetico del
«torse» - nel suo «andare». E questo per far spazio allo sprofondamento tutto mentale di un
attimo: la percezione del «vuoto», resa attraverso la sensazione che può provare un ubriaco
allorché, vacillando o preda di vertigini, avverte il «terrore» di chi sente girare tutto intorno a
sé.
La seconda quartina presenta, dopo l'attimo eccezionale, il ritorno improvviso («di gitto») alla vita
ordinaria, al mondo definito attraverso una similitudine cinematografica («come s'uno schermo»),
dove ad «accamparsi», a risaltare, sono elementi isolati del paesaggio: «alberi case colli», scanditi
in una casualità resa ancora più evidente dall'assenza di punteggiatura. E «l'inganno consueto». Ma
dall'evento vissuto nell'immaginazione, il soggetto della poesia ha ricavato un suo «segreto», quasi
un tesoro da mantenere, riprendendo il cammino, in silenzio («io me n'andrò zitto»).
Ma di quale esperienza s'è trattato? La poesia è, nell'universo degli Ossi, eccezionale proprio per
questo: essa costituisce una delle poche volte in cui il «miracolo», «la verità altra che il poeta
presenta al di là della compatta muraglia del mondo empirico si rivela in una esperienza
definibile» (Calvino): un sentimento dell'inconsistenza del reale che affiora stavolta non
attraverso la percezione del suo disgregarsi, ma mediante «la costruzione di un modello
conoscitivo». Che è così descritto da Calvino:
L'ipotesi può essere enunciata in termini molto semplici e rigorosi: data la bipartizione dello spazio
che ci circonda in un campo visuale davanti ai nostri occhi e un campo invisibile alle nostre spalle,
si definisce il primo come schermo d'inganni e il secondo come un vuoto che è la vera sostanza
del mondo [...]. Il protagonista della poesia di Montale riesce, per una combinazione di fattori
oggettivi (aria di vetro, arida) e soggettivi (ricettività a un miracolo gnoseologico), a voltarsi tanto
in fretta da arrivare, diciamo, a gettare lo sguardo là dove il suo campo visuale non ha ancora
occupato lo spazio: e vede il nulla, il vuoto.
ENRICO TESTA, Montale, Mondadori, Milano 2016, p. 13.
Cigola la carrucola del pozzo
Cigola la carrucola del pozzo,
l’acqua sale alla luce e vi si fonde.
Trema un ricordo nel ricolmo secchio,
nel puro cerchio un’immagine ride.
Accosto il volto a evanescenti labbri:
si deforma il passato, si fa vecchio,
appartiene ad un altro…
Ah che già stride
la ruota, ti ridona all’atro fondo,
visione, una distanza ci divide.
Da Mediterraneo
Ho sostato talvolta nelle grotte
che t’assecondano, vaste
o anguste, ombrose e amare.
Guardati dal fondo gli sbocchi
segnavano architetture
possenti campite di cielo.
Sorgevano dal tuo petto
rombante aerei templi,
guglie scoccanti luci:
una città di vetro dentro l’azzurro netto
via via si discopriva da ogni caduco velo
e il suo rombo non era che un sussurro.
Nasceva dal fiotto la patria sognata.
Dal subbuglio emergeva l’evidenza.
L’esiliato rientrava nel paese incorrotto.
Così, padre, dal tuo disfrenamento
si afferma, chi ti guardi, una legge severa.
Ed è vano sfuggirla: mi condanna
s’io lo tento anche un ciottolo
róso sul mio cammino,
impietrato soffrire senza nome,
o l’informe rottame
che gittò fuor del corso la fiumara
del vivere in un fitto di ramure e di strame.
Nel destino che si prepara
c’è forse per me sosta,
niun’altra mai minaccia.
Questo ripete il flutto in sua furia incomposta,
e questo ridice il filo della bonaccia.
La condizione dell’io: decentramento, immobilità
L’ansia di nominazione che urge negli Ossi intanto, il bisogno dell’io lirico di osservare
incessantemente i fenomeni di una realtà percepita come frammentaria – e così dimettere
provvisoriamente in salvo quella stessa realtà, la «vita che si sgretola» (Non rifugiarti nell’ombra)
nel seno di un mondo che «si regge appena» (Debole sistro al vento) – non sono che il segnale di
un definitivo decentramento dell’io, di una sua incapacità di trovare un’identità stabile:
dunque di una sua retrocessione a elemento che condivide la sorte degli agenti naturali, come
il «ciottolo» e il suo «impietrato soffrire senza nome» (Mediterraneo), cui sempre di più l’io finisce
per assomigliare. C’è una generale parificazione degli elementi, una sorta di creaturalità ‘sul
rovescio’ – a sua volta cioè di impronta negativa, ad accomunare tutte le schegge del reale
all’insegna del rischio del non-senso – che si percepisce chiaramente negli Ossi, e che fa infine sì
che l’io lirico possa specchiare la propria sorte in quella di una pianta del paesaggio marino,
rivedendosi nella sua tormentosa «immobilità» (nell’Agave sullo scoglio, uno degli emblemi della
raccolta).
(Massimo Natale, Montale, Grandangolo 2017)
Da Meriggi e ombre
Arsenio
I turbini sollevano la polvere
sui tetti, a mulinelli, e sugli spiazzi
deserti, ove i cavalli incappucciati
annusano la terra, fermi innanzi
ai vetri luccicanti degli alberghi.
Sul corso, in faccia al mare, tu discendi
in questo giorno
or piovorno ora acceso, in cui par scatti
a sconvolgerne l’ore
uguali, strette in trama, un ritornello
di castagnette.
È il segno d’un’altra orbita: tu seguilo.
Discendi all’orizzonte che sovrasta
una tromba di piombo, alta sui gorghi,
più d’essi vagabonda: salso nembo
vorticante, soffiato dal ribelle
elemento alle nubi; fa che il passo
su la ghiaia ti scricchioli e t’inciampi
il viluppo dell’alghe: quell’istante
è forse, molto atteso, che ti scampi
dal finire il tuo viaggio, anello d’una
catena, immoto andare, oh troppo noto
delirio, Arsenio, d’immobilità…
Ascolta tra i palmizi il getto tremulo
dei violini, spento quando rotola
il tuono con un fremer di lamiera
percossa; la tempesta è dolce quando
sgorga bianca la stella di Canicola
nel cielo azzurro e lunge par la sera
ch’è prossima: se il fulmine la incide
dirama come un albero prezioso
entro la luce che s’arrosa: e il timpano
degli tzigani è il rombo silenzioso.
Discendi in mezzo al buio che precipita
e muta il mezzogiorno in una notte
di globi accesi, dondolanti a riva, –
e fuori, dove un’ombra sola tiene
mare e cielo, dai gozzi sparsi palpita
l’acetilene –
finché goccia trepido
il cielo, fuma il suolo che s’abbevera,
tutto d’accanto ti sciaborda, sbattono
le tende molli, un frùscio immenso rade
la terra, giù s’afflosciano stridendo
le lanterne di carta sulle strade.
Così sperso tra i vimini e le stuoie
grondanti, giunco tu che le radici
con sé trascina, viscide, non mai
svelte, tremi di vita e ti protendi
a un vuoto risonante di lamenti
soffocati, la tesa ti ringhiotte
dell’onda antica che ti volge; e ancora
tutto che ti riprende, strada portico
mura specchi ti figge in una sola
ghiacciata moltitudine di morti,
e se un gesto ti sfiora, una parola
ti cade accanto, quello è forse, Arsenio,
nell’ora che si scioglie, il cenno d’una
vita strozzata per te sorta, e il vento
la porta con la cenere degli astri.
Crisalide
L'albero verdecupo
si stria di giallo tenero e s'ingromma.
Vibra nell'aria una pietà per l'avide
radici, per le tumide cortecce.
Son vostre queste piante
scarse che si rinnovano
all'alito d'Aprile, umide e liete.
Per me che vi contemplo da quest'ombra,
altro cespo riverdica, e voi siete.
Ogni attimo vi porta nuove fronde
e il suo sbigottimento avanza ogni altra
gioia fugace; viene a impetuose onde
la vita a questo estremo angolo d'orto.
Lo sguardo ora vi cade su le zolle;
una risacca di memorie giunge
al vostro cuore e quasi lo sommerge.
Lunge risuona un grido: ecco precipita
il tempo, spare con risucchi rapidi
tra i sassi, ogni ricordo è spento; ed io
dall'oscuro mio canto mi protendo
a codesto solare avvenimento.
Voi non pensate ciò che vi rapiva
come oggi, allora, il tacito compagno
che un meriggio lontano vi portava.
Siete voi la mia preda, che m'offrite
un'ora breve di tremore umano.
Perderne, non vorrei neppure un attimo:
è questa la mia parte, ogni altra è vana.
La mia ricchezza è questo sbattimento
che vi trapassa e il viso
in alto vi rivolge; questo lento
giro d'occhi che ormai sanno vedere.
Così va la certezza d'un momento
con uno sventolio di tende e di alberi
tra le case; ma l'ombra non dissolve
che vi reclama, opaca. M'apparite
allora, come me, nel limbo squallido
delle monche esistenze; e anche la vostra
rinascita è uno sterile segreto,
un prodigio fallito come tutti
quelli che ci fioriscono d'accanto.
E il flutto che si scopre oltre le sbarre
come ci parla a volte di salvezza;
come può sorgere agile
l'illusione, e sciogliere i suoi fumi.
Vanno a spire sul mare, ora si fondono
sull'orizzonte in foggia di golette.
Spicca una d'esse un volo senza rombo,
l'acque di piombo come alcione profugo
rade. Il sole s'immerge nelle nubi,
l'ora di febbre, trepida, si chiude.
Un glorioso affanno senza strepiti
ci batte in gola: nel meriggio afoso
spunta la barca di salvezza, è giunta:
vedila che sciaborda tra le secche,
esprime un suo burchiello che si volge
al docile frangente - e là ci attende.
Ah crisalide, com'è amara questa
tortura senza nome che ci volve
e ci porta lontani - e poi non restano
neppure le nostre orme sulla polvere;
e noi andremo innanzi senza smuovere
un sasso solo della gran muraglia;
e forse tutto è fisso, tutto è scritto,
e non vedremo sorgere per via
la libertà, il miracolo,
il fatto che non era necessario!
Nell'onda e nell'azzurro non è scia.
Sono mutati i segni della proda
dianzi raccolta come un dolce grembo.
Il silenzio ci chiude nel suo lembo
e le labbra non s'aprono per dire
il patto ch'io vorrei
stringere col destino: di scontare
la vostra gioia con la mia condanna.
È il voto che mi nasce ancora in petto,
poi finirà ogni moto. Penso allora
alle tacite offerte che sostengono
le case dei viventi; al cuore che abdica
perché rida un fanciullo inconsapevole;
al taglio netto che recide, al rogo
morente che s'avviva
d'un arido paletto,
e ferve trepido
Casa sul mare
ll viaggio finisce qui:
nelle cure meschine che dividono
l’anima che non sa più dare un grido.
Ora i minuti sono eguali e fissi
come i giri di ruota della pompa.
Un giro: un salir d’acqua che rimbomba.
Un altro, altr’acqua, a tratti un cigolio.
Il viaggio finisce a questa spiaggia
che tentano gli assidui e lenti flussi.
Nulla disvela se non pigri fumi
la marina che tramano di conche
i soffi leni: ed è raro che appaia
nella bonaccia muta
tra l’isole dell’aria migrabonde
la Corsica dorsuta o la Capraia.
Tu chiedi se così tutto svanisce
in questa poca nebbia di memorie;
se nell’ora che torpe o nel sospiro
del frangente si compie ogni destino.
Vorrei dirti che no, che ti s’appressa
l’ora che passerai di là dal tempo;
forse solo chi vuole s’infinita,
e questo tu potrai, chissà, non io.
Penso che per i più non sia salvezza,
ma taluno sovverta ogni disegno,
passi il varco, qual volle si ritrovi.
Vorrei prima di cedere segnarti
codesta via di fuga
labile come nei sommossi campi
del mare spuma o ruga.
Ti dono anche l’avara mia speranza.
A’ nuovi giorni, stanco, non so crescerla:
l’offro in pegno al tuo fato, che ti scampi.
Il cammino finisce a queste prode
che rode la marea col moto alterno.
Il tuo cuore vicino che non m’ode
salpa già forse per l’eterno.
Incontro
Tu non m'abbandonare mia tristezza
sulla strada
che urta il vento forano
co' suoi vortici caldi, e spare; cara
tristezza al soffio che si estenua: e a questo,
sospinta sulla rada
dove l'ultime voci il giorno esala
viaggia una nebbia, alta si flette un'ala
di cormorano.
La foce è allato del torrente, sterile
d'acque, vivo di pietre e di calcine;
ma più foce di umani atti consunti,
d'impallidite vite tramontanti
oltre il confine
che a cerchio ci rinchiude: visi emunti,
mani scarne, cavalli in fila, ruote
stridule: vite no: vegetazioni
dell'altro mare che sovrasta il flutto.
Si va sulla carraia di rappresa
mota senza uno scarto,
simili ad incappati di corteo,
sotto la volta infranta ch'è discesa
quasi a specchio delle vetrine,
in un'aura che avvolge i nostri passi
fitta e uguaglia i sargassi
umani fluttuanti alle cortine
dei bambù mormoranti.
Se mi lasci anche tu, tristezza, solo
presagio vivo in questo nembo, sembra
che attorno mi si effonda
un ronzio qual di sfere quando un'ora
sta per scoccare;
e cado inerte nell'attesa spenta
di chi non sa temere
su questa proda che ha sorpresa l'onda
lenta, che non appare.
Forse riavrò un aspetto: nella luce
radente un moto mi conduce accanto
a una misera fronda che in un vaso
s'alleva s'una porta di osteria.
A lei tendo la mano, e farsi mia
un'altra vita sento, ingombro d'una
forma che mi fu tolta; e quasi anelli
alle dita non foglie mi si attorcono
ma capelli.
Poi più nulla. Oh sommersa!: tu dispari
qual sei venuta, e nulla so di te.
La tua vita è ancor tua: tra i guizzi rari
dal giorno sparsa già. Prega per me
allora ch'io discenda altro cammino
che una via di città,
nell'aria persa, innanzi al brulichio
dei vivi; ch'io ti senta accanto; ch'io
scenda senza viltà.