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Schopenhauer

Schopenhauer, filosofo tedesco influenzato dalle religioni orientali, sostiene che la vera essenza della realtà è la 'volontà di vita', che genera sofferenza attraverso il desiderio. La sua opera principale, 'Il mondo come volontà e rappresentazione', distingue tra il mondo fenomenico e la realtà in sé, criticando l'ottimismo di Hegel e proponendo vie di liberazione dal dolore, come l'arte, la pietà e l'ascesi. Schopenhauer è considerato il filosofo pessimista per eccellenza, evidenziando che la vita è intrinsecamente legata al dolore e al desiderio.

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Schopenhauer

Schopenhauer, filosofo tedesco influenzato dalle religioni orientali, sostiene che la vera essenza della realtà è la 'volontà di vita', che genera sofferenza attraverso il desiderio. La sua opera principale, 'Il mondo come volontà e rappresentazione', distingue tra il mondo fenomenico e la realtà in sé, criticando l'ottimismo di Hegel e proponendo vie di liberazione dal dolore, come l'arte, la pietà e l'ascesi. Schopenhauer è considerato il filosofo pessimista per eccellenza, evidenziando che la vita è intrinsecamente legata al dolore e al desiderio.

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SCHOPEENHAWEETR

VITA E OPERE

È tedesco, della Prussia orientale, nasce a Danzica (al tempo della Prussia, ora Polonia). È uno

sfigatello. Ha tesi molto vicine a Leopardi anche se non si sa se si siano influenzati tra loro. Leopardi

non è un filosofo ma ha tesi molto filosofiche, è un materialista (identifica essere, materia, corpo e

sostanza, cioè la realtà è corporea, tutto è materia). Schopenhauer è più o meno un materialista, lui

però ha grande influenza dalle religioni orientali (Buddismo, Induismo… che sono religioni molto

filosofiche). Infatti da queste religioni dice che l’unica salvezza è il Nirvana ovvero l’esperienza del

nulla, è la cancellazione di ogni piacere e di ogni desiderio (quindi non ho nulla che mi piace o non

piace), non ci deve essere volontà di vita ma non dobbiamo suicidarci perché chi si suicida desidera

la vita ma è scontento di essa.

Schopenhauer è un anti-hegeliano (lo insulta). Per lui Kant è il più grande, poi un dirupo, gli idealisti

per lui sono uno peggio dell’altro e il peggiore è Hegel. Egli lo incontra a Berlino (Hegel lì era come un

Dio) infatti Schopenhauer va a insegnare a Berlino e il primo semestre parla sempre contro Hegel,

che

però comandava a Berlino e quindi dal semestre successivo più nessuno va alle sue lezioni, altrimenti

se lo seguivi non finivi più l’università andando contro Hegel.

IL MONDO COME VOLONTÀ E RAPPRESENTAZIONE

Comincia a parlare della rappresentazione e poi passa alla volontà.

Schopenhauer ci presenta due realtà distinte: quella della rappresentazione e quella della volontà.

• La distinzione tra rappresentazione e volontà


Per rappresentazione e volontà si intende qualcosa che ha a che fare con la distinzione kantiana di

fenomeno (rappresentazione) e noumeno (volontà). Kant è il filosofo di riferimento per Schopenhauer.

Molte cose che dice corrispondono a quelle dette da Kant, tuttavia Kant si fermava lì: della realtà in

sé non si può parlare, non si può conoscerla, possiamo al massimo dire che è. Secondo

Schopenhauer esiste un modo per attingere l’in sé. Il mondo della volontà è quello che riguarda la

realtà in sé, l’esse formale di Cartesio.

Il mondo della rappresentazione corrisponde al mondo fenomenico, perché Schopenhauer parte

dallo stesso presupposto: la conoscenza è il rapporto tra soggetto e oggetto, la rappresentazione è

questo, l’esse obiectivum di Cartesio.

• Spazio, tempo e categorie dell’intelletto

Da Kant a Cartesio c’è in mezzo la rivoluzione copernicana: Kant ci ha spiegato che l’oggetto della

nostra mente (esse obiectivum, fenomeno) non è qualcosa di dato, ma è qualcosa che viene

costituito e organizzato attraverso le nostre categorie mentali. Mentre per Cartesio è semplicemente

registrazione di un dato, per Kant è un lavoro che vede l’intelletto molto attivo. In qualche modo noi

abbiamo creato la realtà che conosciamo.

Schopenhauer dice che non c’è niente di più indubitabile di quello che ci ha detto Kant: la realtà è

frutto della nostra rappresentazione, del rapporto tra soggetto e oggetto; un oggetto che si struttura

grazie alle forme del soggetto. Ci sono: spazio-tempo (uguali a Kant, forme pure a priori della

sensibilità) e delle 12 categorie kantiane dell’intelletto Schopenhauer si tiene solo 1, quella della

casualità (categoria di causa effetto). La realtà in sé va al di là dello spazio e del tempo e anche della

casualità intesa come capacità di agire, tanto che la realtà si riduce all’agire (VIRKEN in tedesco).

Tutto ciò sta dentro la rappresentazione, tutto ciò è dentro il “PRINCIPIUM INDIVIDUATIONIS”. per

individuare qualcosa servono spazio e tempo, se non ci sono non c’è individuazione e infatti nel

mondo della volontà, dove non ci sono spazio e tempo, non c’è individuazione. È la volontà

universale, non individuale.

• Il velo di Maya
Schopenhauer è influenzato dal mondo orientale, dalle filosofie e religioni orientali.

Finché ci fermiamo al mondo della rappresentazione, è come se ci fermassimo ad un’immagine che

nasconde più che rivelare. Noi conosciamo questo però quello che conosciamo è solo un’immagine.

Per Kant è fondamento di tutta la scienza non è solo un’immagine, Schopenhauer invece dà al

concetto di fenomeno un significativo difettivo, dove fenomeno vuol dire più “apparente” che “realtà

che si mostra”.

Finché rimaniamo dentro il mondo della rappresentazione viviamo dentro un’illusione, tanto che

avevano ragione quelli che dicevano che “la vita è sogno”: tutto quello che viviamo è un sogno da cui

non ci svegliamo mai. I sogni sono reali finché sogni, li definisci apparenze quando ti svegli. Siccome

quello che conosciamo è apparenza (rappresentazione), allora la vera realtà, finché rimaniamo nel

principio conoscitivo della rappresentazione fenomenica (spazio tempo e causalità), rimaniamo

dentro il mondo del sogno.

Tutto questo mondo del sogno è il velo di Maia, velo che ricopre la vera essenza del mondo, noi

stiamo al di qua del velo e quello che sta al di là non lo cogliamo mai. In realtà Schopenhauer dice

che si può squarciare il velo di Maya, non con la ragione, con l’intelletto, con le categorie, lo spazio e

il tempo, sennò sei sempre dentro la rappresentazione e dunque dentro l’illusione. Come allora?

• Il corpo

Noi siamo anche corporeità e il nostro corpo non è un oggetto che ci segue e basta. Il mio corpo lo

vivo, desidero attraverso il mio corpo, soffro attraverso il mio corpo e sono sofferenza e piacere, non

intelletto e ragione. Per noi il corpo è corpo vissuto, non corpo conosciuto. Allora è solo passando

attraverso il corpo che possiamo attingere alla vera essenza della realtà. Cosa scopriamo quando

stiamo attenti al nostro corpo? Scopriamo che il nostro corpo è mosso da una forza irresistibile, che

permea tutti i corpi e tutta la natura ed è chiamata “WILLE ZUN LEBEL” (volontà di vita).

• La volontà di vita

L’essenza del mondo è volontà di vita, tutto il mondo è permeato da questa volontà di vita. Io non

c’entro niente, per la natura non conto niente. Conta solo che la vita prosegua, tutto il resto no. Tutti
gli individui non esistono nella natura, conta la vita, la perpetuazione della vita.

Non è la singola volontà, siamo nel mondo metafisico della volontà, è la volontà della vita, tutto è

universale non c’è individuazione qui. Dai licheni fino all’uomo tutto è volontà di vita. Questa volontà

non è individuata, non è consapevole (c’è un barlume di consapevolezza nell’uomo ma anche in lui

non è la parte più importante e anzi è quella più triste) ed è un principio a cui niente può opporsi,

unico, non ha una ragione o un perché, c’è e basta, non ha motivo, non ha fine, non ha scopo, non

ha un senso, c’è e domina tutto il mondo.

La volontà di vita è un principio che ti fa percepire gli altri come qualcosa che ti può contendere la

vita. Se metti due piante vicine, si rubano la vita (terreno, sole, aria) e non guardano in faccia a

nient’altro, conta solo la volontà della vita. Per tutta la realtà, uomini compresi, conta solo quello. I

rapporti fra gli uomini sono dunque necessariamente conflittuali. Perché conta solo il principio della

volontà di vita.

• Volontà, desiderio e sofferenza

Siccome volere significa desiderare e desiderare significa che quello che non hai ti manca e ti fa

soffrire, allora il principio stesso della volontà è il dolore, se c’è volontà c’è dolore, se c’è desiderio

c’è dolore. Ogni forma di volontà è dolore perché ogni forma di desiderio è dolore. L’essenza del

mondo è volontà e desiderio e dunque è dolore. Se l’essenza del mondo è dolore, tutta la nostra vita,

nell’uomo che è parzialmente consapevole di questo dolore, è sofferenza. L’uomo più stupido è

quello che soffre di meno e noi non ci rendiamo conto che continuare a vivere significa continuare a

desiderare e dunque continuare a soffrire.

Dobbiamo cercare di adottare una specie di principio di non vita. Non è il suicidio, perché così

facendo affermi la vita, ti lamenti delle tue condizioni di vita, dunque è una forte volontà di vita, vuoi

vivere in modo diverso. Se non volesse vivere non si suiciderebbe mai. Anche quando ti uccidi sei

giocato dalla volontà di vita.

• Il piacere

Non esiste appagamento in questo dolore. L’appagamento è illusorio perché quello che conta per la
vita è la volontà di vivere non l’appagamento. L’appagamento è fuggevole, quello che conta è la pura

sofferenza del desiderio, una volta ottenuto l’appagamento non ti interessa più perché la vita è

desiderio, non appagamento. Le forme di appagamento sono fuggevoli e insignificanti, producono

immediatamente noia. Noi o soffriamo o ci annoiamo. Piacere zero. Perché il piacere è

ontologicamente negativo: il piacere non è una realtà, non è essere, è il venire meno di qualcosa che

c’è. Il dolore c’è. ogni tanto il dolore viene meno, ma appunto quindi quello che esiste è il dolore, il

piacere è la conseguenza, è una funzione derivata. Il piacere è una funzione derivata del dolore. Il

dolore è ontologicamente positivo, è la realtà della vita. Non c’è rosa senza spine, però ci sono un

sacco di spine senza rose.

La moneta che dai al mendico (mendicante) è il modo per continuare a farlo soffrire anche domani:

stasera può mangiare e dunque soffrirà anche domani, perché invece non potrà mangiare.

• L’amore

Noi corriamo dietro a ciò che vogliamo, ma è un modo che la natura ha per farci continuare a soffrire.

L’amore è pura sessualità, non esiste nemmeno quello. La natura deve farti procreare, conta solo che

continui la vita, l’amore è pura biologia, non esiste lui. C’è una specie di idraulica dell’organismo. Le

donne sono belle finché devono attrarti, finché riesci a farci figli, quando hanno avuto i figli diventano

dei cessi mostruosi. Le donne diventano così brutte perchè non servono più alla volontà di vita.

• Le vie di liberazione dal dolore

Esistono delle possibili vie, che però non sono definitive, perché l’unica definitiva (l’ascesi) è difficile

da praticare. Le vie sono:

1. Arte: è una sorta di momento magico, breve incanto in cui sospendiamo il dolore. Lo

sospendiamo nell’esperienza estetica, cioè nell’arte. È una via effimera e fuggevole, ma

comunque reale, cioè in quei momenti il dolore non c’è. I momenti sono quelli della

contemplazione artistica. Siamo abituati ad essere circondati da cose che hanno una funzione

vitale, cioè tutte le cose le abbiamo prodotte perché ci servono per qualcosa, quindi perché

hanno una funzione vitale per noi. Anche le cose naturali sono usate con funzione vitale da noi.
Tutto è guardato in vista di un utile. La contemplazione artistica o estetica è la contemplazione in

cui questa cosa viene infranta: la funzionalità delle cose è infranta, perché le cose che sono

oggetto d’arte, nel momento in cui sono un oggetto artistico (dentro un museo), non sono

guardate più per quello che servono, ma semplicemente vengono guardati nella loro essenza

pura, cioè nella loro idea (idea platonica: essenza delle cose). Le cose artistiche assumono una

purezza ideale che fa sì che le contempliamo non per la funzionalità/utilità che hanno, ma per la

loro bellezza o per il loro valore artistico. Contemplandole, sospendiamo il dolore perché non è in

funzione della vita e contempliamo la vita anziché viverla, quindi ci poniamo un po’ fuori dalla vita,

che è dolore e quindi anche dal dolore. È un breve incanto. Tanto più fanno le forme artistiche

che escludono ogni necessità visiva e a contatto con il mondo, tipo la musica (più alta forma,

“pura metafisica in suono” dice Schopenhauer), che è pura contemplazione, senza visione;

2. Etica della pietà: pietà non nel senso della “pietas” latina, ma come “caritas” latina, cioè

condivisione del dolore, compassione. Condividendo il dolore infrango la logica e le regole della

volontà di vita, perché la volontà di vita mi vuole egoista, conflittuale nei confronti degli altri e

invece io solidarizzo con gli altri con l’etica della pietà, perché condivido il loro dolore,

compatisco. È pur sempre un patire il compatire, quindi non superi del tutto il dolore, lo affronti e

lo aggiri.

3. L’ascesi: è una vita che non vive. Devo progettare una non vita, non desiderare più niente, perché

è il desiderio che produce dolore. Non volere è l’unico modo per superare il dolore. Non devo

cercare motivi per agire, devo cercare quietivi per agire, cose che mi frenino nell’agire. È difficile

da praticare questa non vita. Devo intanto togliere dalla mia vita tutto ciò che è piacevole, cioè

tutto ciò che aumenta il desiderio. Devo fare una vita mortificante, mercificante, macerante,

perché devo togliermi dall’orizzonte tutte le cose che posso eventualmente preferire o desiderare,

non deve più piacermi niente. Anche il desiderio sessuale è totalmente escluso. Per ascesi non si

intende quella misticità del religioso, è ascesi come distacco dal mondo. “Ho chiuso la porta

dietro ai rumori del mondo”, il mondo non mi interessa più, è un’esperienza del nulla. Tutto mi è

totalmente indifferente. È quello che gli induisti chiamano “nirvana”: esperienza del nulla, il

mondo non c’è più.


• Pessimismo di Schopenhauer

Pessimismo cosmico di Leopardi = Schopenhauer. Egli è il filosofo pessimista per eccellenza.

È contro gli ottimisti:

1. Ottimismo metafisico/cosmico: è l’ottimismo di chi pensa che tutta la nostra realtà sia governata

dalla ragione (astuzia della ragione di Hegel), cioè che tutto ciò che accade ha una sua logica.

Questa idea c’è in Hegel ed è replicata in modo più semplice e volgare dalle religioni. Le religioni

dicono che c’è Dio e c’è una Provvidenza (ragione) che governa il mondo. Schopenhauer dice

che se noi guardiamo la nostra storia non c’è niente che possa farci pensare che è una storia

razionale; tutto ciò che accade non ha quasi mai una sua ragione e in ogni caso è difficile pensare

che tutto sia governato dalla ragione. Tutto è un accadere caotico e fondamentalmente senza un

senso.

2. Ottimismo sociale/antropologico: di chi pensa che gli uomini siano fondamentalmente buoni. La

tesi aristotelica è che l’uomo è ZEÓN POLITICÓN: uomo politico, cioè uomo che è ben disposto

a convivere con gli altri, che è socievole, fondamentalmente buono. Dice che ci basta andare a

vedere le società umane per capire che la realtà è l’esatto opposto: l’uomo è conflittuale, egoista.

L’uomo è una specie di belva feroce, con una differenza dalle belve feroci animali. La differenza è

che le belve animali sono feroci solo perché hanno bisogno di mangiare o stanno lottando;

l’uomo è feroce per il gusto della sopraffazione, per il gusto del vedere soffrire gli altri, perché ci

gode.

3. Ottimismo storico/storicistico: proprio di coloro che pensano che l’umanità abbia attraversato

diversi momenti nella storia ma tutti vanno verso un progresso, verso un fine. La storia ha una sua

ragione e va sempre verso il meglio, quindi esiste un permanente progresso dentro la storia.

Schopenhauer se la prende con gli stessi contro cui se l’è presa Leopardi nella Ginestra.

L’esperienza che abbiamo della storia ci dice il contrario. La storia si ripete, in forme diverse, ma

l’essenza è sempre la stessa: la sopraffazione, la sofferenza e il dolore. Cambiano le

accidentalità, ma l’essenza è la stessa, quindi non esiste progresso.


immune
mmmm
imm

immm
mmm
no
mmm

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