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Leopardi

Il documento analizza le opere di Giacomo Leopardi, evidenziando il suo pessimismo cosmico e la riflessione sulla condizione umana attraverso testi come 'Zibaldone', 'Sabato del Villaggio' e 'L'Infinito'. Leopardi esplora il tema dell'attesa del piacere, che si rivela illusorio, e la natura come fonte di sofferenza piuttosto che di benevolenza. La sua poetica si distingue per l'importanza dell'indefinito e della rimembranza, rifiutando il romanticismo realistico e cercando invece l'illuminazione nell'immaginazione.

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Il documento analizza le opere di Giacomo Leopardi, evidenziando il suo pessimismo cosmico e la riflessione sulla condizione umana attraverso testi come 'Zibaldone', 'Sabato del Villaggio' e 'L'Infinito'. Leopardi esplora il tema dell'attesa del piacere, che si rivela illusorio, e la natura come fonte di sofferenza piuttosto che di benevolenza. La sua poetica si distingue per l'importanza dell'indefinito e della rimembranza, rifiutando il romanticismo realistico e cercando invece l'illuminazione nell'immaginazione.

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LEOPARDI

Zibaldone—> è una sorta di diario filosofico dove scrive tutte i suoi pensieri es. condizione infelicità uomo
dipende dal contesto storico in cui vivive

SABATO DEL VILLAGGIO


-questa lirica muove dalla rappresentazione di una scena di vita paesana per indagare uno degli aspetti della
teoria leopardiana del piacere—> il piacere non è mai attuale ma è sempre proiettato nel futuro, ovvero
il piacere è attesa del piacere.
Analisi testo
-prima parte—>troviamo la descrizione della vita paesana, nell’atmosfera di un sabato primaverile che
volge al termine, quando gli abitanti si preparano al successivo giorno di festa.
Compaiono nel canto figure esemplari, simboli della giovinezza, della vecchiaia e dell’infanzia spensierata.
Altre figure alludono alla quotidianità della vita del mondo contadino e assurgono anche a simboli di una
modernità lontana dallo stato di natura.
Le descrizioni, caratterizzate nettamente dal sensismo leopardiano, sono fitte di rimandi contenutistici e
formali alla tradizione classica (Virgilio e Petrarca).
-Nella seconda parte il poeta riflette sul fatto che è inutile attendere quel piacere che in realtà non giungerà
mai—>mentre continueranno a esser presenti noia e tristezza.
la riflessione sembra poi riferirsi alla vita—> la gioia della giovinezza ingenerata dall’attesa per l’età adulta,
sarà tradita da una maturità dolorosa e priva di piacere, proprio come la domenica disillude l’attesa del
sabato.
-L’invito che chiude il componimento,—>rivolto a un ragazzo ("garzoncello scherzoso"), simbolo
dell’ingenuità e dell’inconsapevolezza umane, è a non farsi cogliere dall’ansia di crescere, l’unica felicità
possibile, infatti, è l’attesa di un benessere a venire che, però, si rivelerà illusorio quando sarà raggiunto.
Temi:
-sono quelle proprie del pessimismo cosmico—> il poeta non si abbandona a un lamento tragico, ma
mantiene uno stile piano e pacato, con una sintassi che non è fratta da enjambements, inversioni o anastrofi
marcate, quasi a voler esprimere quella malinconia che emergerà compiutamente solo nel monito finale,
rivolto al garzoncello.
LA QUIETE DOPO LA TEMPESTA
- inizialmente il poeta ha un tono festoso ed esultante nel descrivere la vita che riprende, più animata e
operosa di prima, dopo un forte e violento temporale—>momento in cui Leopardi si distacca, in maniera
apparente, dal proprio pessimismo cosmico
-La seconda parte del canto, però, vede delinearsi la dolorosa meditazione sull’infelicità inesorabile
dell’essere umano, che prova gioia solamente nella cessazione momentanea del dolore
Analisi testo:
-prima strofa della poesia è incentrata sul paesaggio.
Leopardi presenta nella prima strofa una scenografia dai toni idillici, metafora di una vita e di un’età gioiose.
Il poeta dipinge la felicità di tutti quelli che, finito il temporale, possono tornare a dedicarsi alle proprie
attività.
Il paesaggio rimane una costante della poesia, evolvendosi e articolandosi nelle tre strofe.
Questi primi versi hanno lo scopo di unire tre importantissime dimensioni del sistema poetico di Giacomo
Leopardi: riflessione, sentimento e immaginazione.
Lo scenario dipinto da Leopardi si compone, quindi, sia di sensazioni visive (“sereno”, “rompe da ponente”)
che di sensazioni musicali-uditive, evidenti particolarmente in chiusura delle strofe (“tintinnio di sonagli”).
-La seconda strofa è dedicata a una riflessione
apre con una frase che constata l’altrui felicità—>si nota il ritmo più lento, che si adatta alla voce poetica
che è in pausa interrogativa.
In questa strofa è evidente il passaggio da osservazione a riflessione, che fa emergere il rapporto necessario
tra sofferenza e piacere, tipico della quiete.
Gli ultimi versi della seconda strofa mostrano un mondo e una natura catastrofici, nettamente all’opposto
rispetto a ciò che era in apertura della poesia, pacifico e felice.
-La terza strofa presenta le conclusioni della poesia.
il passaggio dalla riflessione sull’affanno dell’uomo al ragionamento leopardiano, che si snoda lungo tutta la
strofa, cupo e sarcastico.
Secondo Leopardi la natura non è per niente benigna nei riguardi dell’essere umano; se l’uomo prova
piacere, è solo un dono casuale e assolutamente inaspettato.
Due condizioni di felicità può dunque sperimentare l’uomo: la prima, parziale e casuale, è semplicemente
dovuta alla temporanea cessazione degli affanni infertigli dalla natura; la seconda, eterna e massima, con la
morte.

L’INDEFINITO E LA RIMEMBRANZA (zibaldone)


—il ricordo (o ricordanza, come spesso lo chiama il poeta) strettamente legato all’indefinito: nel
ricordo infatti i contorni sfumano, le cose si allontanano e ne rimane un’immagine confusa che
consente alla fantasia di ricrearle nel sentimento
— la rimembranza e l’indefinito sono la sorgente della poesia: essa viene suscitata da illusioni
vaste e indefinite, come quelle create nel ricordo; il presente e l’osservazione diretta della realt non
possono, secondo il Leopardi, generare poesia, perch i contorni netti e definiti privano le immagini
dell’illusione, essenziale alla poesia;
—sulla base di queste considerazioni si comprende perch il Leopardi rifiut decisamente il
Romanticismo: esso era infatti filtrato in Italia non nel suo aspetto individualistico-fantastico, ma
in quello realistico-oggettivo, del tutto contrario al modo di intendere la poesia da parte di Leopardi.
• TESTO ANALISI
La poetica di leopardi si caratterizza per la presenza di alcuni elementi riconducibili al
romanticismo; uno di questi è il tema dell’infinito

Poetica dell’infinito—>tutto ciò che indefinito/vago; secondo leopardi tutto ciò che è privo di una
determinazione rigida, tutto ciò che si presenta a noi come non bene definito è piacevole perché da
l’illusione dell’infinito e stimola l’immaginazione (fonte di diletto)
Leopardi sostiene che il piacere infinito che non si può trovare nella realtà si trova così
nell’immaginazione dalla quale derivano la speranza, le illusioni.
L’immaginazione quindi è in gradi di generare nella nostra mente quella bellezza e quella
piacevolezza che nella realtà non possiamo riscontrare mai; non solo ciò che è indefinito ha secondo
leopardi qualità poetica e in questo senso funge anche da stimolo per le sensazioni da cui
scaturiscono le poesie.
Difatti leopardi dice che il poetico sta nel lontano nell’indefinito, nel vago perché l’immaginazione
ha qualità poetica perché l’immaginazione è la chiave d’accesso all’infinito.
Secondo lo scrittore qualunque oggetto ha un potere evocativo

• DIALOGO DI UN VENDITORE DI ALMANACCHI E DI UN PASSEGGERE DI


LEOPARDI
Nel 1832 giacomo leopardi scrive la più breve delle sue operette morali
I protagonisti di questa operetta sono un venditore di almanacchi—>riviste in cui sono segnalati i
giorni dei singoli mesi con tanto di oroscopo e santi; un passeggero.

—Il venditore di almanacchi rappresenta il punto di vista dell’ottimista ; possiamo dire l’uomo
comune, contro cui leopardi in questo periodo della sua vita ha rivolto strali polemici ripetuti.
Il venditore quindi rappresenta il popolo che è pronto a credere alla felicità su questa terra.
—passeggere che rappresenta impunto di vista disincantato, quello di Giacomo leopardi cioè
dell’uomo colto che cerca attraverso un procedimento che ricorda il dialogo socratico, che
attraverso una serie di domande incalza il venditore smascherando le sue facili credenze e ribadisce
con più enfasi il suo punto punto di vista e sull’infelicità dell’uomo su questa terra.





Infatti ill passeggere chiede venditore di almanacchi se secondo lui l’anno nuovo sarà felice.
Quest’ultimo rispose affermativamente.
Inizia così fra i due un fitto scambio di battute durante il quale il venditore, pur sostenendo che la
vita è una cosa bella, è costretto ad ammettere che non ci sono nella sua vita trascorsa tempi felici,
anni a cui vorrebbe somigliasse l’anno venturo.
Alla fine il passeggere giunge alla conclusione che la felicità consiste nell’attesa di qualcosa che
non si conosce, nella speranza di un futuro diverso e migliore del passato e del presente:
“Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la
vita passata, ma la futura”.
-COMMENTO
In questo passo dello Zibaldone Leopardi esprime il suo pensiero per cui la felicità non è legata a
qualcosa di reale che stiamo vivendo o abbiamo già vissuto, ma solo all'attesa, alla speranza di ciò
che ci immaginiamo e ci illudiamo possa accadere.

DIALOGO DELLA NATURA E DI UN ISLANDESE


- Nei corsi degli anni il pensiero leopardi inizia a mutare radicalmente da come era negli anni
giovanili iniziali; in particolare muteranno alcuni pensieri come:
L’opinione che aveva inizialmente della natura—> nella storia del piacere era identificata come
madre benevole e che ha compassione dei propri figli e perciò per aiutarli a vivere
Più avanti nel periodo leopardiano si insinua l’idea che invece sia propio la natura la causa della
sofferenza e del dolore umane
-Cambia anche l’opinione che ci sia stata l’idea per cui ci sia stata una condizione primitiva di
felicità per l’uomo dalla quale l’uomo di sarebbe allontana a causa del processo e della ragione
-Questo mutamento nel pensiero leopardiano la si vede bene in un operetta morale—> dialogo della
natura e di un’islandese
• Testo
Il dialogo ha luogo in un posto remotissimo lontano dalla civiltà umana, in cui l’islandese ci si è
recato per sfuggire alla natura e in questo luogo remotissimo; colei che incontra è proprio la
natura.
Quest’ultima viene rappresentata come una donna enorme con un volto che è metà tra il bello e il
terribile; Inizia così un dialogo tra la natura e questo islandese.
L’islandese una volta che ha constatato che colei che ha incontrato è in resta colei da cui stava
fuggendo, le racconta le sue vicende.
L’islandese le narra di come fin da subito da giovane si sia reso conto di come l’uomo insegue un
piacere, una felicità che non potrà mai raggiungere su questa terra.
Ormai disperato dal fatto che non proverà mai piacere, si è proposto di condurre un’esistenza che
per quanto sia priva di piacere sia almeno priva di dolore—> da qua iniziano i problemi
In quanto si accorge che questo suo pensiero non si può sposare con la connivenza con altri esseri
umani; infatti l’islandese vede negli altri uomini un’insensatezza nel loro cercare di seguire questi
loro piaceri—> vediamo questa massa di uomini che lottano tra di loro che si fanno del male tra di
loro; guerreggiano alla ricerca di una felicità che non raggiungeranno mai
Quindi l’islandese si allontana dalla sua isola natale e si avventura per il mondo cercando di
raggiungere i luoghi più remoti; ma anche nei luoghi con climi migliori la situazione non cambia,
ovunque si verifica una sorta di guerra della natura verso l’uomo.
Una battaglia quotidiana caratterizza la vita degli uomini che si trovano a dover combattere gli
eventi naturali, terremoti, tempeste, eruzioni di vulcani, straripamenti di fiumi o il pericolo
derivante da animali feroci, serpenti, insetti, o le malattie ed infermità.
L’islandese sottolinea come elementi come il sole e l’aria, indispensabili per la vita siano anche
causa di sofferenze ed egli non solo non ha avuto giorni di godimento ma addirittura non ha
trascorso neppure un giorno in cui non abbia avuto qualche pena.
L’Islandese arriva quindi ad accusare la Natura di essere nemica del genere umano, e di tutto ciò
che ha creato, che tormenta in tutti i modi e l’unica responsabile dell’umana infelicità.
-Il dialogo si conclude con la tragica fine dell'Islandese, sbranato da due leoni oppure, travolto da
un vento fortissimo, morto sotto la sabbia e diventato una mummia.
-Nel finale viene negata, attraverso il dramma che colpisce il protagonista, ogni possibile visione
provvidenziale dell’esistenza.

L’INFINITO
-Il poeta si trova su una collinetta ( su questo ermo colle), la collinetta sarebbe il monte Tabor nei
pressi di Recanati, difronte a lui c’è questa siepe che non gli permette di vedere oltre allora il poeta
inizia ad immaginare ed ad andare oltre questo ostacolo della siepe—> quindi con l’immaginazione
inizia a vedere e sentire questi interinati spazi, sovrumani silenzi, profondissima quiete e difronte a
questa questa immensità per poco il cuore non si spaura—> cioè per poco non si spaventa.
Pero ad una certa sente il vento stormir tra le piante e questo rumore gli fa venire in mente un’altro
infinito quello temporale—> infatti inizia a pensare alle morte stagioni cioè le stagioni morti—> per
dire le epoche passate, ma anche quella presente, quindi ci sono 2 tipi di infiniti:
1) Spaziale: lo si nota nella prima parte, quando lui con l’immagine va oltre alla siepe
2) Temporale: sovviene dopo quando dice le morti stagioni ecc…
Difronte a tutta questa immensità s’annega il pensiero mio e il naufragar me dolce in questo mare
cioè in tutto questo mare di cose che sia immaginato, ad un certo punto il pensiero si perde però
questo perdersi, questo naufragare gli è dolce—> gli provoca delle sensazioni piacevoli
Commento
- la poesia è un idillo—> breve componimento descrittivo, è una sorta di quadretto che descrive
una scena quotidiana
- - la poesia si compone di 1 sola strofa—>15vv. Endecasillabi (versi di 11 sillabe) no rime
- Ripetizione della congiunzione “e” —> che da un senso di continuità e di ritmo alla poesia
- L’infinito di qui parla leopardi non è non solo un infinito spaziale ma anche temporale.
- Uso di aggettivi polisillabi e superlativi—> vedete interinati, sovrani, profondissima sono
aggettivi abbastanza lunghi e superlativi che danno un senso di infinito
- Abbiamo diverse immagini naturali: colle , piante, mare ma anche di tipo sonoro: silenzi, suoni,
voce, odo
- il tema principale della poesia però è sicuramente l’immaginazione è proprio un’inno
all’immaginazione; proprio da sottolineare quanto sia potente questo strumento della mente—>
difatti il poeta potrebbe semplicemente affamassi e vedere cosa c’è oltre alla siepe, ma preferisce
immaginarlo perché:
Il vedere è qualcosa di finito
L’immaginazione invece è infinita e riesce andare anche oltre all’orizzonte e vedere cose che gli
occhi non potrebbero vedere—> come dice leopardi nello zibaldone “si vede molto di più con
l’immaginazione , mentre il reale esclude l’immaginario”
- Importante è anche la siepe: simbolo dell’ostacolo, del limite ma è quello che stimola
l’immaginazione quindi quasi a dirci che l’ostacolo non è qualcosa che ci dovrebbe far paura,;
ma anzi stimolarci ad andare oltre i propri limiti
- Questa di leopardi non è un’esperienza mistica o spirituale—> ma è un’esperienza materiale,
concreta fatta con l’immaginazione però non ha nulla a che fare con la religione
- Il suo pensiero è pessimistico e questo pensiero si evolve; ci sono varie fasi:
1. Pessimismo storico: in cui l’uomo è condannato all’infelicità ma più per colpa sua, perché ha
fatto troppo uso della ragione si è disilluso e si è allontanato dalla natura—> la natura è ancora
benigna
2. Pessimismo cosmico: in cui la natura appare proprio crudele, come una matrigna
Figure retoriche:
-Metafore: mare—> non il mare come lo intendiamo noi, ma è una mare di immaginazione
-Verbi annegare e naufragare si riferiscono al perdersi della mente in tutto questo mare di
immagini, sensazioni
- anastrofe: es vv.3
- Antitesi: le morti stagioni in contrapposizione con la morte, naufragar me dolce
- Onomatopea: stormir che riproduce il suono
- Iperboli: una sorta di esagerazioni con termini come—>sovrumani, profondi, profondissima,
interminati

A SILVIA
- risale al 1828
- Non si tratta di una poesia d’amore—> i due sono uniti a distanza dalla loro condizione
- Il nome “Silvia” - storicamente identificabile con Teresa Fattorini, ma in realtà un’immagine
ideale per alludere a tutte le giovinezze - è tratto dall’Aminta di Torquato Tasso (autore tra i più
cari a Leopardi), come è possibile evincere da un passo, del giugno 1828, dello Zibaldone dove il
poeta descrive un’adolescente con un’aura divina, assimilata a un fiore purissimo e, poi, alla
speranza propria della gioventù. In tal modo diventa chiaro anche il tema di tutto il canto, la
perdita delle speranze giovanili, di cui si ha, ora piena consapevolezza, e la malinconia legata a
tale perdita.

• CANTI
La tensioni filosofica che anima i canti di leopardi è la ragione della loro universalità.
Nei versi del poeta del poeta le esperienze personali diventano in temi condivisi dagli uomini a cui
viene trasmesso un messaggio di speranza nella possibilità di guardare con consapevolezza,
coraggio e dignità alla dura condizione di dolore a cui sono destinati .
-Le 41 poesie possono suddividersi nei seguenti quattro gruppi:
1. Idilli (1819-1821): sono i primi componimenti in versi di Leopardi, caratterizzati da una ricerca poetica
basata sulla concezione materialista e sull’idea di immaginazione come unica felicità. Tra i più famosi:
L’infinito, Il passero solitario e La sera del dì di festa.
2. Canzoni (1818-1822): la ricerca poetica di Leopardi si fa qui meno privata e si apre a temi civili
(All’Italia, Ad Angelo Mai) o si apre all’indagine sul suicidio (Bruto minore, Ultimo canto di Saffo).
3. Canti pisano-recanatesi (1828-1830): inaugurano il ritorno alla poesia di Leopardi dopo le Operette
morali e prendono il nome dal luogo della loro composizione, avvenuta appunto tra Pisa e Recanati.
Appartengono a questa fase alcune tra le più note poesie di Leopardi: A Silvia, La quiete dopo la
tempesta, Il sabato del villaggio.
4. "Nuova poetica" (1831-1837): giudicata negativamente da Benedetto Croce come eccessivamente
filosofica e scarsamente poetica, è stata rivalutata dalla critica successiva perché necessaria per completare
il quadro della produzione di Leopardi. Questi componimenti sono stati scritti tra Firenze e Napoli, dopo il
definitivo abbandono di Recanati avvenuto nel 1830, l’amicizia con Ranieri e la tormentata esperienza
amorosa con Fanny Targioni Tozzetti, a cui dedica il Ciclo di Aspasia.
Appartiene a quest’ultima fase anche La ginestra o il fiore del deserto, composta nel 1836.
A SE STESSO
Parafrasi
Ora avrai riposo per sempre,
Mio cuore stanco. L’ultima illusione,
Che io credevo eterna, è morta. È morta. Sento bene,
Che in me si è spento il desiderio, oltre che la speranza,
Di illusioni dolci.
Riposa per sempre. Hai palpitato
Abbastanza. Nessuna cosa vale
I tuoi turbamenti, né la terra è degna
Di sospiri. La vita è
Dolore e noia, nient’altro; il mondo è fango.
Ormai devi fermarti. Perdi la speranza
Per l’ultima volta. Agli uomini, il fato
Non ha concesso altro che la morte. Ormai disprezza
Te stesso, la natura, il il brutto
Potere che, nascosto, domina a danno di tutti,
E l’infinità vanità di tutto.
Analisi
-La composizione di A se stesso, parla della fine di ogni speranza d’amore nei confronti di Fanny Targioni
Tozzetti.
-Questa storia sentimentale mai iniziata, portò alla composizione del cosiddetto ciclo di Aspasia,
pseudonimo con cui Leopardi celò la vera identità della donna desiderata, un evidente riferimento all’etéra
che nell’Antica Grecia aveva rapito il cuore di Pericle.
-A se stesso altro non è che un dialogo fra il poeta e il suo cuore.
Alla parte più intima e profonda di sé, l’autore, ormai completamente disilluso e in balia della disperazione
più cieca, impone di abbandonare la vita e ogni barlume di speranza invitandolo invece a constatare
-l’insensatezza di tutto ciò che lo circonda.
-A se stesso rappresenta l’apice del pessimismo leopardiano e in effetti la visione che se ne ricava è quella
di un crescendo di disperazione senza neppure il minimo conforto, sebbene essa resti sempre lucida ed
eroica.
-Lo stile e il metro della poesia, una unica strofa di endecasillabi e settenari, una sorta di unicum nella vasta
produzione leopardiana, contribuiscono a renderne più evidente il significato, rafforzandolo.
-Nessuna retorica elaborata, non la consolazione delle memorie e neanche la dolcezza del ripiegamento
interiore rischiarano, almeno in parte, la cupezza di A se stesso, che si compone di frasi brevi, tronche,
spezzate, che a volte danno un senso di incompletezza e l’impressione di restare come sospese.
-Il ritmo è duro, non ci sono né immagini né abbandoni che possano in qualche modo mitigare la raggelante
asprezza del verso, espressione dello stato d’animo di un Leopardi la cui unica aspirazione, ormai, è il
raggiungimento della suprema indifferenza, al di là e al di fuori di ogni vana e illusoria speranza.

Figure retoriche
-enjambement (vv. 3-4, 7-8, 6-7, 8-9, 11-12, 12-13, 13-14, 14-15) e le ripetizioni.
-allitterazioni (r e p nel v. 1; o nel v. 2; e nel v. 5; n nei vv. 4-5; t e r nei vv. 14 e 15).
-’apostrofe v. 2 (Stanco mio cor) che è anche un’anastrofe;
-l’anastrofe è presente anche nel v. 8 (i moti tuoi) e nel verso 16 (infinita vanità); vv. 2-3 (Perì… Perì…)
-metafora v.10 (fango è il mondo).

LA GINESTRA
-è stato uno dei suoi ultimi componimenti, edito postumo nel 1845 nell’edizione napoletana dei Canti, a cura
di Antonio Ranieri.
-La ginestra o il fiore del deserto si apre con una citazione dal Vangelo di Giovanni e viene riconosciuto
come una sorta di testamento poetico di Leopardi, il quale riflette sulla natura e sulla condizione umana
mentre osserva una ginestra alle pendici del Vesuvio.
-componimento vario che si lascia andare a toni diversi: da quelli infuocati e aspri della polemica a quelli
sublimi e complessi della contemplazione, passando per i toni più dolci del dialogo lirico.
• Prima strofa: la ginestra viene scelta da Leopardi come sua interlocutrice alle pendici del Vesuvio, dove
un tempo si ergevano città fiorenti e ora sono deserte e ricoperte di rovine e cenere. Questo è lo spazio che
simboleggia il tragico destino dell’uomo. In questa strofa prevale il sarcasmo.
• Seconda strofa: qui il poeta definisce l’Ottocento come il «secol superbo e sciocco», accusandolo di aver
rifiutato le verità coraggiose del pensiero razionalista. Ancora dominano il tono e le parole sprezzanti
dell’invettiva.
• Terza strofa: in questa strofa Leopardi contrappone la stupidità di quelli che si rifiutano di constatare la
miseria umana alla grandezza di chi, invece, ammette la realtà e guarda in faccia la miseria attribuendone
la responsabilità alla natura, contro la quale gli uomini devono far fronte comune stringendo legami sociali
di solidarietà.
• Quarta strofa: qui la prospettiva dell’umana infelicità si allarga. Dall’esperienza personale del poeta nasce
una meditazione sull’universo e gli spazi celesti. Il poeta, sarcastico, non sa se ridere o avere compassione
dell’uomo, che si crede il centro dell’universo.
• Quinta strofa: in questa strofa c’è una lunga similitudine. Come un frutto cade da un albero e distrugge un
formicaio intero, così l’eruzione del Vesuvio risalente al 79 d.C. fece con Pompei, Ercolano e Stabia,
annientandole. La natura è indifferente, dunque, e per lei il destino umano non ha più valore del destino
delle formiche.
• Sesta strofa: qui Leopardi osserva come il vulcano sia distruttivo in modo incessante, presentando un
paragone tra il tempo umano e i grandi cicli naturali, che si susseguono in un tempo talmente dilatato da far
apparire tutto immobile.
• Settima strofa: l’ultima delle sette strofe, in questa il poeta parla nuovamente con la ginestra, elogiandone
l’umiltà e il coraggio. Fragile, nata nel deserto, anche lei è destinata a soccombere sotto le colate laviche,
lasciando spazio a un tono commosso dal lessico vago, che suggerisce il cedimento del poeta a un destino
di annientamento di tutto quanto, compresa l’eroica ginestra.
Riassunto testo:
-Tema chiave del componimento è la contemplazione del paesaggio attorno al Vesuvio, perfetta metafora
della condizione umana e del rapporto con la natura.
-Il paesaggio: desertico, imponente, minaccioso, estraneo. Incarna l’indifferenza e la ferocia che Leopardi
attribuisce alla natura, vista come nemica e responsabile del dolore dell’uomo e di tutti gli esseri viventi.
-La natura: a partire dalle Operette morali (1824), comincia ad apparire come matrigna. Essa infligge
sofferenze alle proprie creature, come malattie e cataclismi, fino a farle arrivare alla morte—>qui si vede il
pessimismo cosmico tipico di Leopardi, quella visione totalmente negativa della natura per la quale ogni
essere vivente è condannato alla perpetua infelicità.
-Il Vesuvio: in questo componimento simboleggia questa natura devastatrice e onnipotente, e la storia umana
sembra priva di senso, dalla distruzione di Pompei nulla è cambiato—> gli uomini sono sempre fragili e
costantemente esposti a una mortale minaccia.
-Di fronte a queste evidenze, Leopardi deride l’ottimismo dei suoi contemporanei, accusandoli di codardia
perché rifiutano di vedere ciò che è vero—>una salvezza c’è: la solidarietà tra gli esseri umani, solo così gli
uomini possono reagire all’ingiustizia della natura.

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