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Tacito

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TACITO

La vita
Di Publio Cornelio Tacito non conosciamo né la data di nascita né il luogo di nascita. Si pensa sia nato tra
il 56 e il 58 d.C. Plinio il Giovane, nato tra il 61 e il 62 d.C., in una lettera parla di Tacito come di un
coetaneo, quasi. Aggiunge che quando era ancora un ragazzo, Tacito si era già fatto notare: questo ci ha
portato a credere che Tacito fosse di poco più vecchio di Plinio il Giovane.
Ci sono due ipotesi sul lugo di nascita di Tacito:
●​ Può essere nato a Terni. Un imperatore del III sec. d.C. si vantava di essere discendente diretto
di Tacito.
●​ Può essere nato (più probabilmente) in Gallia, dove all’epoca era molto diffuso il cognome Tacito.
Tacito fece carriera politica, sposò la figlia di Giulio Agricola (che era stato console l’anno precedente):
questo ci fa pensare che fosse di estrazione sociale piuttosto elevata.
Ricaviamo dai suoi scritti che egli subì la dominazione dei Flavi, in particolare quella di Domiziano. Per
tutto questo periodo Tacito non scrive mai: inizia a scrivere dalla morte di Domiziano (nel 96 d.C.). La fine
dell’Impero di Domiziano è uno spartiacque: è da questo momento che inizia a scrivere, sotto Nerva (che
governa dal 96 al 98 d.C.). Tacito soffre davvero molto l’impossibilità di esprimersi liberamente.

Le opere
De vita Iulii Agricolae
La prima opera che Tacito scrive (nel 97) è il De vita Iulii Agricolae, la biografia del suocero. La prefazione è
interessante: Tacito presenta la sua opera, la giustifica, e chiarisce la sua figura di scrittore, la sua
posizione nei confronti del passato regime. Tacito fa continui riferimenti al regime di Domiziano, sofferto
in modo particolare.
Il primo tema che Tacito tratta è quella della distanza incolmabile tra passato e presente. Nel passato, la
presenza di uomini mirabili e azioni di un certo rilievo era qualcosa di normale, all’ordine del giorno. Nel
presente, invece, è diventato qualcosa di eccezionale. Una figura come quella di Giulio Agricola, notevole
per molti aspetti, in passato sarebbe stata una tra le tante. Ora invece è qualcuno di eccezionale; Tacito
deve giustificare il fatto di dedicare un’intera opera a un personaggio del genere.
Tacito ricorda l’oppressione nei confronti della cultura esercitata da Domiziano: gli oppositori del regime
(e chi li elogiava) erano stati condannati a morte, i loro testi erano stati bruciati: la libertà di espressione
era del tutto oppressa. Chi osava scrivere qualcosa che non fosse in linea col regime veniva condannato a
morte.
Ora, sotto Nerva, Tacito inizia a scrivere: anche adesso che le cose iniziano a cambiare (c’è maggiore
libertà di espressione)si continuano a pagare le conseguenze dei danni fatti nel passato, da Domiziano. I
rimedi richiedono molto più tempo rispetto a quello necessario per fare i danni. I letterati pendono atto
che le cose sono cambiate, ma ci vuole tempo perché gli ingegni piú acuti tornino a esprimersi in maniera
libera.
Tacito fa riferimento in particolari ai quindici anni della dominazione di Domiziano.
Di Agricola, Tacito sottolinea due qualità:
●​ L’obsequium, l’obbedienza: Agricola assume un atteggiamento remissivo nei confronti del
principato.
●​ La modestia, il senso della misura, la temperanza.
Questo ci stupisce: ci saremmo aspettati che Tacito mettesse al centro della narrazione un personaggio
eversivo. Tacito soffre molto dell’oppressione di Domiziano, ma tracciando il profilo del suocere ne
apprezza soprattutto l’obbedienza. Tacito arriva a trovarsi in una situazione imbarazzante: sembra
peccare di incoerenza. Tacito si trae d’impaccio in due modi:
●​ Presenta Agricola come una vittima di Domiziano: il suo valore aveva attirato la gelosia di
Domiziano (addirittura c’erano voci sulla morte di Agricola: Tacito le tratta appunto come
rumores). Tacito sottolinea come Agricola non fece mai nulla per sfidare questa gelosia, di cui
appunto era stato vittima solo a causa delle sue qualità innate.
●​ Si domanda se sia più saggio opporsi (in maniera forte, aperta, sfrontata) al potere (quindi a
Domiziano) o in qualche modo accettarlo, arrivando a un compromesso… ma non per servilismo
e cieca obbedienza, ma per mettere al primo posto l’interesse superiore delle res publica. Tacito
giustifica in questo modo l’atteggiamento del suocero, che ha scelto di adattarsi al principato di
Domiziano: non perché lo approvasse, ma per fare il bene dello stato. Un'opposizione aperta al
regime non avrebbe fatto altro che aggravare la situazione.

Si tratta di una biografia, ma non solo: abbiamo gli elementi della Laudatio funebris; soprattutto alla fine
dell’opera, Tacito celebra il suocero con toni encomiastici che ci fanno pensare che si tratti di una lode
funebre che Tacito non ebbe mai davvero modo di pronunciare. Ma oltre a questo, abbiamo alcuni tratti
che ci fanno pensare a una orazione politica (il discorso di Calgaco e di Agricola); il discorso di Calgaco è
un discorso di critica all’imperialismo romano (Calgaco era un condottiero nemico: è una grande novità
nella letteratura latina). Inoltre, ci sono parti che rimando alla storiografia (Tacito parla dell’occupazione
dei Romani in Britannia), all’etnografia (ci sono excursus sugli usi e costumi dei Britanni, sulla geografia
del luogo). Chiaramente, prevale la biografia: l’obiettivo di Tacito è di mettere in luce il valore della
persona di Agricola (la parte di descrizione fisica è presente solo in qualche accenno).

Inizialmente Tacito racconta la vita del suocero in ordine cronologico, dalla nascita: racconta della sua
famiglia, delle cariche esercitate. Subito dopo passa a sottolineare le qualità di Agricola, descritto come
un uomo colto di ingegno, con un’attitudine naturale al comando: ottiene il consolato e subito gli viene
assegnato (per sette anni) il consolato in Britannia. Inizia a questo punto la sezione dell’opera dedicata
alla Britannia: Tacito parla dell’isola, della popolazione, di coloro che aveva preceduto Agricola in
Britannia. Infine Tacito passa a raccontare, anno per anno, le campagne militari condotte da Agricola in
Britannia. Si tratta di sette anni: il racconto, man mano che si avvicina al settimo anno, si dilata. Nel
settimo anno, Tacito racconta l’impresa contro i Caledoni, popolazione del nord della penisola. Prima
dello scontro finale, Tacito dà voce ai due capi:
●​ Calgaco, comandante dei Caledoni, che condanna l’imperialismo romano.
●​ Agricola.
Dopo la campagna in Britannia, Tacito parla degli ultimi anni di Agricola: racconta della gelosia di
Domiziano, fa un riepilogo della vita del suocero e infine inserisce una laudatio funebris.

Agricola ha avviato già da qualche anno la conquista della Britannia, spostandosi a Nord, verso la
Caledonia (la Scozia). È una parte che all’epoca era considerata inaccessibile: per questo i Romani
concentrano le loro mire espansionistiche su essa in un secondo meno, solo dopo essersi stabiliti nelle
coste. Da qui verrà sottolineato, dietro le righe, il contrasto tra i Britanni dell’interno (delle zone più
inaccessibili, considerati ancora liberi) e quelli dle litorale, che abitano zone assoggettate per prima da
Roma. Calgaco vede questi Britanni come asserviti, indeboliti.
Viene riportato il discorso di Calgaco, il capo dei Caledoni: vuole galvanizzare le sue truppe prima dello
scontro finale, che si risolverà in favore dei Romani. L’operazione di Tacito è quella di cedere la parola al
nemico, sfruttando l’occasione per criticare la matura brutale dell’imperialismo romano (“Ubi
solitudinem faciunt, pacem appellant”). Se un cittadino romano come Agricola poteva ottenere il potere
attraverso la modestia, obsequium, questo era precluso ai Barbari. Indipendentemente dal loro
atteggiamento (ci opposizione o di sottomissione al dominatore), i Romani troveranno sempre un motivo
per attaccarli.
C’è qualche dubbio riguardo all’esistenza di Tacito. Dare la parola al nemico era un espediente letterario
già molto diffuso. Pensiamo al discorso di Critognato, di Cesare, nel De bello gallico, o alla lettera del Re di
Ponto Mitridate al Re dei Parti Arsace per convincerlo a combattere contro i Romani. Si sottolineano le
qualità del nemico: l’obiettivo non è quello di elogiare il nemico, ma la forza dei Romani. Quanto più forte
e valoroso è il nemico, tanto maggiore saranno la forza e il valore di chi lo ha saputo sconfiggere.
Calgaco vuole fare capire ai suoi che non hanno altra scelta che combattere contro i Romani: qualsiasi
atteggiamenti loro decidano di adottare, i Romani troveranno sempre un pretesto per attaccarli e
distruggerli. Calgaco è convinto che l’unione dei suoi sarà l’inizio dell’unità di tutta la Britannia. Ci sono
degli elementi specifici per cui è opportuno combattere:
●​ I suoi sono tutti uniti.
●​ I suoi non conoscono la schiavitù: abitano la Scozia, un territprio difficile da raggiungere… non
avevano mai avuto padroni, dominatori stranieri.
●​ Nessun mare è più sicuro dal momento che incombe la flotta romana.
Il termine libertas è una parola chiave: fa parte del lessico politico, ma assume significati diversi a
seconda del contesto:
●​ In questo discorso di Calgaco, la libertas è la libertà dei Caledoni dal giogo romano, dalla
dominazione di Roma.
●​ In generale, la libertas per Tacito è quella del regime repubblicano, che si riconquista con Nerva
dopo la caduta della dinastia dei Flavi. Per Tacito, libertà e principato sono stati a lungo
inconciliabili.
Tacito usa un’endiadi: “proelium atque arma” è in generale il ricorso alla armi.

Calgaco parla dei suoi come “la stirpe più pura”: non sono mai stati toccati dai Romani. Il capo barbaro
esprime un giudizio: al Nord della Britannia si trovano i più nobili; sulle spiagge invece ci sono i più deboli,
effeminati.
Tutto rientra in quello che può essere definito un discorso motivazionale. Nemmeno adottare un
atteggiamento di modestia o obbedienza eviterebbe l’attacco dei Romani, capaci di trovare sempre un
pretesto. Lo scopo di Calgaco è quello di far apparire ai suoi inevitabile la guerra.

Il testo si chiude con un’espressione chiave: “ubi solitudinem faciunt, pacem appellant” - usata come
slogan in altre guerre, di imperialismo americano.

A questo seguirà il discorso di Agricola, in confronto. Molto probabilmente Calgaco non è un


personaggio storicamente attestabile: rimanda a un procedimento letterario diffuso. Ma non dobbiamo
pensare che Tacito metta in bocca a Calgaco il proprio punto di vista, e lo vediamo dal discorso di
Agricola, in cui viene fuori il fatto che ai nemici viene riconosciuta una certa nobiltà d’animo, ma solo per
esaltare i Romani. Non c’è una vera critica a Roma: Tacito vuole comprendere il punto di vista del nemico,
ma per superare la sua distanza, la sua infondatezza. Tacito è convinto del fondamento morale
dell’espansionismo morale: non crede sia dovuto alla brama di ricchezze, come emerge invece dalle
parole di Tacito.

Lo stile
Lo stile di Tacito ha tre caratteristiche, tre punti cardine:
●​ La variatio o inconcinnitas (l’opposto della concinnitas ciceroniana)
●​ Il color poeticus
●​ La brevitas

La variatio
Quello di Tacito è uno stile opposto al periodare ordinato di Cicerone, in cui prevaleva l’ordine, la
simmetria. Nello stesso periodo sono mescolati singolari e plurali (laddove ci aspetteremmo due
singolari o due plurali), nomi propri e nomi comuni, concreti e astratti: l’obiettivo è raggiungere un
maggior effetto di espressività. Non c’è corrispondenza simmetrica tra i periodi, non c’è simmetria: è
tutto voluto per tenere viva l’attenzione del lettore. Tacito cerca, in questa maniera, di concentrare
l’attenzione del lettore sulla parte finale del periodo:
●​ Nella prima fase del periodo c’è un certo ordine
●​ Nella seconda fase questo ordine è del tutto stravolto, a livello di costruzione. Laddove ci
aspetteremmo un parallelismo, quel parallelismo non c’è.
L’effetto è quello di straniamento. Non c’è quella simmetria che era diventata praticamente d’obbligo
dopo Cicerone. È uno stile spezzato, incalzante.

Il color poeticus
Tacito utilizza dei termini che hanno un carattere tipicamente poetico, e fa un ampio uso di figure
retoriche. Tacito cerca di dare una patina arcaizzante alla sua produzione: usa climax, iperbati, anastrofi,
chiasmi…il suo scopo è quello di allontanarsi dal presente, che è un tempo di corruzione. Tacito soffre
molto sotto Domiziano: l’impiego di forme arcaiche è un modo per ribellarsi alla corruzione del potere, al
degrado dei tempo. Tacito rifiuta il presente, non accetta Domiziano, e si rifugia nel passato, e lo fa a
livello stilistico. L’impero sta attraversando un periodo di degenerazione che Tacito non può accettare:
rifiuta tutto ciò che è banale, tutto ciò che è volgare, tutto ciò, anche, che è Ciceroniano.
Nei suoi ritratti (le sue descrizioni di certi personaggi) Tacito rifiuta di dilungarsi in descrizioni fisiche, al
contrario di come faceva Sallustio.

La brevitas
La brevitas implica l’utilizzo di un numero di parole inferiore: Tacito sottintende molto, sostantivi,
addirittura predicati… spesso troviamo l'asindeto e l’uso della comparatio compendiaria: il secondo
termine di paragone è sottinteso.

●​ La brevitas: Tacito dice le stesse cose di Cicerone, ma con un numero di parole molto inferiore. Ci
sono varie omissioni. Tacito usa la comparatio compendiaria: se c’è un paragone, il secondo
termine è omesso. Tacito è costretto a fare dei tagli. Molto frequente è l’asindeto, cosa che non
abbiamo in Cicerone, che si può considerare un po’ il suo opposto (Tacito fa proprio attenzione a
non usare le parole più frequenti in Cicerone). I periodi di Tacito, rispetto a Cicerone, sono più
brevi.
●​ Tacito ama molto l’ablativo assoluto, le anafore, a,a rendere il complemento di stato in luogo non
con in+ablativo, ma con apud+accusativo. Fa uso di figure retoriche, di anafore: in lui ritroviamo
una gravitas tipica della poesia. Vuole allontanarsi quanto più possibile dal presente e avvicinarsi
al passato (non è in buoni rapporti con il Principato).

Le espressioni di Tacito
Tacito usa alcune espressioni sempre uguali:
●​ “Per angusta viarum”: sarebbe “per angustas vias” (per+accusativo). Tacito ama utilizzare il neutro:
mette “angusta” al neutro e aggiunge il genitivo.
●​ “Ceteri” non viene concordato al nome a cui si riferisce. Dovremmo avere, per esempio, “ceteri
nobiles”, “gli altri nobili”: Tacito dirà “ceteri nobilium”, col genitivo.
●​ Il genitivo in -ium a tutti i plurali della terza declinazione.
●​ Quis viene usato al posto di quibus.
●​ L’accusativo di relazione viene usato al posto del complemento di limitazione.
●​ In Per+accusativo spesso omette il “per” (in generale omette la preposizione che accompagna
l’accusativo).
●​ Tacito preferisce verbi semplici (per esempio, propinquo invece di appropinquo).
●​ Troviamo molte forme arcaiche, che rientrano un po’ nel color poeticus.
●​ Le proposizioni volitive, in dipendenza da verbi come “moneo”, “suado”, “persuado” non sono rese
da ut+congiuntivo, ma solo con l’infinito.
●​ Le concessive non sono rese con quamvis+congiuntivo e quamqua,+indicativo, ma al contrario.
●​ Tacito ama molto l’infinito storico e l’oratio obliqua.
●​ Frequente in Tacito è l'ablativo assoluto.
●​ Il gerundio e il gerundivo sono spesso usati per rendere le finali, ma senza causa o gratia.
●​ Tacito ama variare: invece di “sive…sive” troveremo “sive…seu”.

Il sistema di datazione romano


I latini avevano tre giorni al mese come riferimento per la datazione:
●​ Le Kalende (il giorno 1 del mese)
●​ Le Nonae (il giorno 5 del mese, o il 7 per MAR-MA-LU-OT)
●​ Le Idii (il giorno 13 del mese, o il 15 per MAR-MA-LU-OT)

Pridie/postridie + accusativo= il giorno primo o il giorno dopo


Per gli altri giorni, bisogna andare al giorno più vicino.
●​ Esempio. 26 Ottobre: Die septimo ante Kalendas Novembres oppure Ante diem septimum Kalendas
Novembres
Tacito non si sofferma sulle caratteristiche fisiche dei personaggi.

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