Arthur Schopenhauer
Schopenhauer nasce nel 1788 a Danzica, che fa parte del Sacro Romano Impero. Nasce in una
famiglia agiata, suo padre è un commerciante. La città di Danzica viene annessa alla Prussia a
fine ‘700 e il padre preferisce trasferirsi ad Amburgo. Quando Schopenhauer ha 15 anni, il
padre gli propone di fare un giro dell’Europa in famiglia: Arthur Schopenhauer dà al figlio la
possibilità di compiere questo viaggio o rimanere ad Amburgo e terminare gli studi liceali, a
patto che se avesse abbandonato gli studi, avrebbe dovuto prendere carico dell’attività di
famiglia. Per quanto Schopenhauer sia interessato agli studi, sceglie il giro dell’Europa. Quando
torna da questo viaggio ha 17 anni e il padre muore improvvisamente, forse suicida, come si
capisce dalle lettere scritte dalla madre di Schopenhauer dalle quali emerge come molti
membri della famiglia soffrisse di disturbi nervosi (padre, nonna, zii). Dalle lettere della madre
risulta che anche Schopenhauer soffrisse di disturbi nervosi: attacchi di panico, allucinazioni.
Schopenhauer dovrebbe prendere in mano l’attività paterna, ma si rende conto che è
completamente disinteressata nei confronti di questa; la madre si era trasferita a Weimar
dove, aveva acquisito fama come scrittrice (aveva conosciuto Goethe). Schopenhauer rimane
ad Amburgo per gestire l’attività del padre finché non si rende conto di voler continuare gli
studi e si trasferisce anche lui a Weimar dove conclude il liceo e si iscrive all'università, dove è
particolarmente brillante e conclude gli studi in fretta e con ottimi voti. Studia anche a Berlino.
Nel 1819 pubblica un’opera intitolata “Il mondo come volontà e rappresentazione”; questa è la
sua opera principale, che non riscuote però grande successo.
Gli viene poi assegnato l’incarico della libera docenza all’Università di Berlino. Lui però ha un
brutto carattere, e decide quindi di tenere le sue lezioni contemporaneamente a quelle di
Hegel: questo è un insuccesso garantito, dal momento che pochissimi studenti seguiranno i
suoi corsi, prediligendo quelli di Hegel. L’Europa è dominata dalla filosofia di Hegel.
Nell’arco di 10 anni quindi, alla fine, tiene poche lezioni; l’insegnamento non gli dà grandi
soddisfazioni e così nemmeno la scrittura della sua opera.
Alla mancata affermazione di Schopenhauer contribuiscono però anche altri elementi:
● il suo carattere, che lo penalizzerà sempre; dalle testimonianze della madre si capisce
infatti che ha un carattere irascibile. È poi arrogante, pieno di sé e misantropo: non si
vuole confrontare con la bassezza degli altri bipedi; arriva addirittura a dire che se al
mondo non ci fossero i cani, non varrebbe nemmeno la pena di vivere.
● il suo radicale ed esplicito ateismo
● la sua posizione antinazionalista, che era invece l’ideologia dominante e sempre più
diffusa
● la sua filosofia è decisamente contro corrente: in un contesto europeo e occidentale
che è sempre stato dominato dal razionalismo e che lo è a maggior ragione adesso, con
l’idealismo Hegeliano, sostenitore di una ragione assoluta e onnipotente, lui la mette in
dubbio e la fa vacillare. Schopenhauer quindi mette in dubbio quello che è sempre stato
il punto di partenza: la ragione; fa dell’irrazionalità, il punto di partenza e di arrivo della
sua opera. L’essenza della vita di tutti gli esseri viventi è profondamente irrazionale: ciò
che muove questo mondo non è la ragione, ma l’irrazionalità. A questa sua idea si
ispireranno poi in molti: Freud, per esempio, che riprende il suo inconscio dalla
“volontà” di Schopenhauer, così come “la volontà di potenza” di Nietzsche ecc…
Schopenhauer apre quindi la strada ad una visione diversa, in un mondo in cui però è difficile
inserirsi, in un mondo dominato dall’ idealismo.
Per lungo tempo quindi non avrà riconoscimenti.
Il suo secondo scritto però, Parerga e Paralipomena, riscuote un certo successo, soprattutto
all’estero, e Schopenhauer inizia ad essere riconosciuto: alcuni intellettuali lamentano
addirittura il fatto che non sia stato riconosciuto prima; un pensatore così originale, intuitivo,
brillante, non ha avuto ancora nessun riconoscimento.
Finalmente quindi l’accademia delle scienze di Berlino chiede a Schopenhauer di diventare
membro: questo era il suo desiderio della vita. E lui, quindi, con grande soddisfazione, dice di
no.
TESI DI LAUREA DI MATRICE KANTIANA
Per Schopenhauer sono esistiti solo 3 filosofi nelle storia: Platone, Kant e Buddha (Si era
avvicinato alle religioni orientali).
Sulla quadruplice radice del principio di ragion sufficiente
Il principio di ragion sufficiente è un principio che Schopenhauer riprende da Kant e Leibniz;
questo altro non è che il principio di causa.
L’idea di partenza della sua riflessione è che ogni cosa ha una causa: noi ci approcciamo alla
realtà tramite delle forme a priori, che per Schopenhauer sono solo tre: lo spazio, il tempo, la
causalità.
Grazie alle forme a priori dello spazio e del tempo noi possiamo parlare di uno specifico e
singolo elemento: sono quelle intuizioni pure che ci permettono di individuare l’oggetto e
quindi di parlare, non più in termini generali, ma in termini specifici, di un singolo elemento che
si trova nel qui e nell’ora.
Il principio di causalità invece, che Schopenhauer chiama “Il principio di ragion sufficiente”, è
quel principio secondo il quale ogni cosa ha una causa.
Questo si esprime in modo diverso a seconda dei contesti: lui individua quattro radici.
Ratio essendi (1): ha a che fare con l’astrazione, e studia i rapporti tra gli enti matematici,
inseriti all’interno dello spazio e del tempo; infatti sono intuizioni pure: lo spazio è la geometria,
il tempo l’aritmetica.
Ratio conoscendi (2): qua ci muoviamo nell’ambito della conoscenza; i rapporti causa-effetto
sono espressi tramite la logica premesse-conseguenze.
Ratio fiendi (3), cioè la ragione del divenire. Questa spiega i rapporti causali della realtà
concreta, che diviene, che costantemente muta; questi mutamenti si spiegano tramite rapporti
di causa effetto.
Ratio agendi (4), che si muove nel piano dell’agire, del comportarsi. Anche in questo ambito si
devono studiare le relazioni causali, senza parlare però di cause e conseguenze, ma di azioni e
moventi, cioè di cosa ci ha spinto a compiere determinate azioni.
Il mondo come volontà e rappresentazione
Questa è l'opera principale di Schopenhauer ed in questa è evidente il legame con Kant: infatti
la volontà altro non è che il noumeno, e la rappresentazione la realtà. Schopenhauer, come
Kant, è convinto che ci sia
● una realtà come ci appare
● una realtà così com’è
Il problema però è che noi dobbiamo accontentarci di conoscere il fenomeno, non potremo mai
conoscere il noumeno. La conoscenza del fenomeno comunque è valida però, perché non
deriva solo dai nostri sensi, ma anche dalle nostre forme a priori, che sono uguali in tutti e ci
permettono di dire che sono oggettive, uguali in tutti, non soggettive. È una conoscenza
limitata, ma è valida.
Kant ci dice di non affliggerci con il noumeno: la cosa esiste anche in sé, ma noi non possiamo
conoscerla.
Schopenhauer invece dice che la realtà, così come la conosciamo, è ingannevole: è il velo di
Maya (espressione che riprende dai Veda, testi sacri indiani). È una realtà ingannevole e
illusoria che, come un velo, copre quello che sta sotto: cioè il noumeno, che lui chiama volontà.
Per Schopenhauer noi dobbiamo squarciare il velo di Maya, per arrivare a cogliere la realtà
vera, l’essenza della realtà: questa si può conoscere, bisogna però andare oltre il velo di Maya e
arrivare all’essenza, alla volontà.
Tutta la realtà è dominata dalla volontà, che è una forza irrazionale e cieca: infatti si muove
senza scopo, non ha un fine; inoltre è al di là delle categorie, perciò non è soggetta al tempo, allo
spazio o alla causalità. È però una forza unica, che si manifesta e caratterizza tutti gli esseri
viventi, sia nella natura organica che in quella inorganica; Schopenhauer si immagina la sua
filosofia come la città di Tebe: una raggiera in cui tutte le porte ci conducono al centro di questa
città, che è la volontà, una forza irrazionale che ci domina.
Da qui viene l'altro allontanamento da Kant, che ci parlava di volontà buona: quella volontà che
ci spinge ad elevarci al di sopra della nostra corporeità e quindi elevarci al noumeno, perché è la
volontà che ci porta ad obbedire alla legge morale che è dentro di noi. E solo quando noi
obbediamo alla legge morale dentro di noi, noi siamo liberi; perciò, quando la volontà ci porta a
questo, è una volontà libera.
Per Schopenhauer invece, noi non siamo mai liberi, perché siamo dominati dalla volontà.
● La domanda che sorge spontanea è: ma quale volontà? La volontà di vivere, prima di
qualunque altra cosa.
Questa volontà di vivere si traduce, nella natura inorganica e nei vegetali, come la volontà di
conservarsi rispetto agli agenti esterni.
Negli animali e negli uomini invece, si traduce nella volontà di sopravvivere. Sopravvivere però
non è scontato: noi lottiamo ogni istante per il respiro successivo, ogni istante desideriamo
respirare, perché questo non è qualcosa di dato e scontato, ma qualcosa che noi conquistiamo
in ogni istante e che noi desideriamo, in modo assolutamente inconscio e irrazionale.
Se la vita è volontà, perché l’essenza del vivere è volere, quando noi vogliamo vivere, vogliamo
volere. Voler vivere significa voler continuare a volere.
● Ma come facciamo a capire di essere dominati dalla volontà di vivere?
L’unico modo che abbiamo per cogliere come la volontà di vivere sia l’essenza di tutti gli
elementi della natura e del mondo, è attraverso il nostro corpo.
È interessante come noi possiamo arrivare, solo attraverso una cosa materiale, ad una volontà
che è invece metafisica.
Il nostro corpo infatti è una rappresentazione (della realtà fenomenica) come tutte le altre: io
posso vedere la mia mano, come guardo quella di un’altra persona.
Il mio corpo però è qualcosa di più: con il mio corpo io sento, provo le sensazioni. Posso
guardare un'altra persona che si scotta, ma non sentirò quello che sente lui. Le sensazioni le
proviamo solo quando hanno a che fare con il nostro corpo.
Ma il nostro corpo è ancora qualcosa di più: c’è una sorta di autocoscienza, ripresa dagli
empiristi; io sento di sentire.
È solo con il nostro corpo infatti, che noi possiamo renderci conto che tra gli atti di volontà e i
movimenti, non c’è separazione: gli atti di volontà e il movimento sono simultanei, avvengono
nello stesso momento.
Lucrezia aveva la volontà espressa e dichiarata di andare a casa. Questa è separata e distinta
dalla volontà espressa, e viene realizzata dopo del tempo. Per arrivare a realizzare questo però
Lucrezia, ha costantemente esercitato la sua volontà. Tutti i piccoli movimenti, legati ad
esempio al camminare, passo dopo passo, sono simultanei al farlo.
Per questo la nostra vita è dominata dalla volontà, intesa però come una forza assolutamente
irrazionale.
Se noi spostiamo però questo discorso ad un piano sostanzialmente metafisico e in un certo
modo ontologico esistenziale, qui ritroviamo il pessimismo radicale di Schopenhauer, ossia
l’idea che la vita dell’uomo sia dominata da questa volontà: volere e desiderare però, significa
solamente mancanza. Quando desideri qualcosa è perché non ce l’hai; il desiderio di per sé
quindi è una condizione di fatica, di tristezza.
Schopenhauer ci dice che la volontà si manifesta nella realtà, a diversi gradi di oggettivazione,
che si collocano in modo gerarchico: dalla natura inorganica (gradino più basso), fino ai vegetali,
animali e infine nell’uomo.
Ad ogni grado della manifestazione della volontà, c’è la rispettiva manifestazione delle idee: la
volontà quindi si manifesta nelle idee; al gradino più basso abbiamo le idee della natura
inorganica, poi del mondo vegetale, animale e dell’uomo. Queste idee sono proprio come quelle
platoniche: eterne, immutabili, perfette; con la differenza che sono però nella realtà.
Il richiamo a Platone in questa parte dell’opera è molto chiaro.
Trovandosi in cima alla scala, l’uomo dovrebbe essere l’essere migliore; invece Schopenhauer lo
definisce come “un animale malaticcio”, l’essere più sfortunato di tutti, perché ha la Ragione.
Nella vita, la guida migliore è l’istinto, che l’uomo ha poco; è più dominato dalla ragione che
dall’istinto e questo lo rende un essere sfortunato.
Noi, per grandissimo tempo, abbiamo sempre detto il contrario: la fortuna dell’uomo è quella di
avere la ragione, che per Kant era proprio lo strumento più prezioso che abbiamo per uscire
dalla nostra condizione di minorità. Il razionalismo degli illuministi, empiristi, razionalisti. Il
razionalismo di cui parliamo dall’inizio della filosofia occidentale, in cui domina l’idea che la
filosofia stessa sia un discorso razionale, che cerca la verità attraverso il logos. La ragione, che
finora è stata l’elemento dominante, diventa ciò che ci rende infelici: gli animali sono meno
infelici, perché privi di consapevolezza. Privi della consapevolezza che, a dominare la nostra
vita, sia una forza totalmente irrazionale, che ci rende impossibile essere liberi.
Con questa “volontà di vivere”, Schopenhauer anticipa l’Inconscio Freudiano.
Perché tutto quello che Lucrezia ha fatto per uscire dall’aula, l’ha fatto inconsciamente.
Se noi spostiamo però questa riflessione sul piano dell’esistenza, non possiamo che dire, come
Schopenhauer, che la vita è dolore. La vita è un pendolo che oscilla tra il dolore e la noia. Il
dolore perché, se noi desideriamo, è perché percepiamo una mancanza; ci sono dei brevi istanti
di gioia, leganti alla soddisfazione di un desiderio, sia fisico che razionale, che sono però
destinati a svanire velocemente, perché ad essi subentri la noia. È per questo che al dolore
subentra la noia, e che alla noia subentra inesorabilmente il dolore.
T1 Il mondo come Rappresentazione
Lo spirito filosofico entra nell’uomo quando questo si rende conto che il mondo altro non è che
una sua rappresentazione del mondo: noi non conosciamo il sole, ma una rappresentazione del
calore, non la terra stessa, ma una mano che la tocca.
Nella seconda parte dell’opera poi sviluppa il tema della vita come dolore.
Il punto è: in che modo possiamo liberarci dalla volontà di vivere, che Schopenhauer chiama la
voluntas?
La prima risposta è: attraverso la morte; morte intesa come suicidio.
Chiaramente il discorso è passato da un piano unicamente ontologico ad uno più ampio,
rendendo la questione più legata ed inerente all’uomo.
Se un uomo vuole liberarsi dalla volontà di vivere deve suicidarsi.
Per Schopenhauer invece, il suicidio non solo non è un modo corretto per liberarsi della volontà
di vivere, ma anzi, è una delle dimostrazioni più alte della voluntas: chi si suicida ama molto la
vita, ma non la propria; ama a tal punto la vita, da non riuscire a reggere la sofferenza della
stessa.
Gli inglesi, quando devono descrivere il suicidio, lo definiscono come “Prendersi la Vita” e
questo è esattamente ciò che il suicidio è per Schopenhauer; suicidandosi si afferma la volontà
di vita, il proprio amore per la stessa.
Inoltre Schopenhauer aggiunge che, liberandoci di noi stessi, ci sbarazziamo solamente di una
manifestazione fenomenica della volontà di vivere, non della volontà di vivere in sé.
Il suicidio quindi non viene preso in considerazione da Schopenhauer.
Da questo momento in poi quindi, si inizia a contemplare alcune vie di liberazione che possono
liberarci dal dolore della vita e dell’esistenza:
● l’arte
● l’etica
● l’ascesi, che è in realtà in un certo modo una prosecuzione dell’etica.
Queste sono le tre vie per passare dalla voluntas alla noluntas, cioè la totale assenza della
volontà di vivere.
Il primo passaggio dalla voluntas alla noluntas è l’arte (1): a questa dedica pagine molto belle, in
cui sottolinea la differenza tra l’arte e la scienza e la superiorità della prima; la scienza si rivolge
al particolare, ad una realtà fenomenica sempre inserita in una dimensione spazio-temporale.
L’arte invece si rivolge al mondo noumenico, va al di là della rappresentazione fenomenica e
coglie la vera essenza della realtà. In questo si ricollega a tutta la filosofia antica e all’idea che
l’arte sia l’unica cosa in grado di cogliere l’assoluto e l’essenza delle cose.
L’arte ci aiuta a liberarci perché è disinteressata; questo l’aveva già detto Kant: la scienza
guarda alla realtà per dominarla, l’arte invece è totalmente disinteressata; in questo ritroviamo
la funzione catartica dell’arte, che è capace di allontanarci dalla volontà di vivere perché, nel
momento in cui creiamo o contempliamo un’opera d’arte, in quell’istante noi ci allontaniamo da
noi stessi; in quel piccolo istante non siamo dominati dalla volontà, dai nostri desideri: è come
se il desiderio si annullasse, perché in quell’istante noi ci stacchiamo dalla dimensione
dell’individuale e quindi dal nostro desiderio, per passare all’universale. L’uomo smette di
desiderare, cioè di provare quel desiderio doloroso che caratterizza la nostra esistenza
individuale: anche se l’opera d’arte genera dolore infatti, questo è un dolore universale, ben
distante e diverso da quello individuale e concreto.
Questa liberazione dalla voluntas però è breve: quando cessa il momento di fruizione, si torna
alla vita normale. Questa quindi è una liberazione fugace, un modo che noi abbiamo per
allontanarci momentaneamente dalla voluntas.
Schopenhauer quindi fa una scala gerarchica delle arti: alla base abbiamo l’architettura, la
scultura, la pittura, poi la poesia e la tragedia, fino ad arrivare poi alla musica.
In questo contesto inserisce la sua riflessione sulla storia, che è una tragedia che si ripete.
La musica è metafisica fatta con i suoni: certo, ha qualcosa di materiale, ma è la meno materiale
tra le arti.
Il secondo passaggio per liberarci dalla voluntas è l’etica (2).
È interessante notare come l’arte, prima via, porta all’elevazione, mentre la seconda via è tutto
l’opposto: ci porta a calarci nella vita.
Com’è possibile che calarci nella vita, quindi buttarsi nella volontà di vivere, ci possa aiutare ad
elevarci?
Quando l’uomo si cala nella vita, si cala anche negli altri, perché la vita è, per la nostra stessa
condizione d’essere, insieme agli altri. Stando con gli altri ci accorgiamo di provare le stesse
cose: solo vivendo davvero con gli altri ci rendiamo conto del fatto che soffriamo tutti, che non
siamo gli unici a soffrire, ma la sofferenza è universale come è universale e unica la volontà di
vivere, che ci caratterizza tutti. Non importa quali e quante siano le manifestazioni
fenomeniche della sofferenza, la sofferenza è unica.
Il dolore che nasce dall’esseresi buttati interamente nella vita, ci permette di allontanarci dalla
volontà di vivere: la compassione infatti ci permette di riconoscere il dolore universale e
questo può elevarci o quantomeno allontanarci dalla nostra sofferenza individuale.
La compassione porta con sé altri due principi, modi di vivere, scelte di vita: la giustizia e la
carità.
Sentire empiricamente la sofferenza dell’altro ci porta ad essere giusti.
La carità è poi il passaggio successivo alla giustizia: abbiamo già imparato a dover rispettare gli
altri, ma con la carità proviamo anche ad aiutare gli altri, perché conosciamo la loro sofferenza
individuale, che è anche la nostra.
Per Schopenhauer la carità è l’unica autentica forma d’amore: l’amore tradizionalmente inteso
invece, secondo Schopenhauer, non è autentico, ma è un inganno; l’amore è espressione della
volontà di vivere, nient’altro che l’atto sessuale in sé, al perpetuare la specie e quindi
mantenere viva la sofferenza, creare altri esseri destinati a soffrire. L’amore rende l’uomo
zimbello della volontà: quando ama infatti, la volontà di vivere si prende più gioco di noi; non
ammettiamo infatti che l’amore sia puro egoismo e istinto sessuale, ma gli attribuiamo un
aspetto spirituale, che secondo Schopenhauer l’amore non ha.
Per questo, l’unica vera forma di amore, è la carità.
Anche questi però, giustizia e carità, sono solo dei passaggi: importanti sì, ma non definitivi.
L’unica cosa che veramente può allontanarci dalla voluntas è l’ascesi (3), cioè un atteggiamento
di rinuncia che ci porta a privarci di tutto ciò che stimola la nostra volontà di vivere.
Prima di tutti i beni materiali, quei beni che noi vogliamo possedere e avere.
Poi dai beni spirituali, tutto ciò che stimola il desiderio, come la gloria e l’onore, il
riconoscimento.
Poi dobbiamo liberarci dei piaceri fisici, aspirando alla povertà, all’umiltà e alla castità, per
arrivare infine anche al digiuno. Digiuno che ci conduce alla morte e alla definitiva liberazione
della volontà di vivere.
Morte che solitamente è preceduta alla condizione del Nirvana, cioè quel momento del nulla
che Schopenhauer riprende dalle filosofie indiane: è il momento del nulla, prima della morte, in
cui l’uomo assume la consapevolezza irrazionale del fatto che tutto è nulla. Può essere
definitivo quindi anche come momento di Nichilismo.
Con la morte quindi si raggiunge in modo definitivo la noluntas.