Tesi - Derrida
Tesi - Derrida
Relatore:
Prof. Marcello Ghilardi
Laureando:
Alberto Sini
Matricola n. 1210392
1
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Indice
Introduzione ............................................................................................................ 5
Capitolo I
La différance ........................................................................................................... 9
La "a" silenziosa e la questione sull'origine ...................................................... 9
Spaziamento e temporeggiamento .................................................................... 20
Traccia e architraccia ...................................................................................... 26
Archiscrittura ................................................................................................... 35
Capitolo II
Derrida legge Saussure ......................................................................................... 43
I pericoli della scrittura e il privilegio della voce ........................................... 43
Il significato trascendentale ............................................................................. 58
Il carattere arbitrario e differenziale del segno ............................................... 62
La grammatologia ............................................................................................ 72
Capitolo III
La semiotica di Peirce: con Derrida, oltre Derrida? ............................................. 89
La triadicità del segno ..................................................................................... 89
La semiosi illimitata ......................................................................................... 99
Un passo avanti .............................................................................................. 111
Conclusione ........................................................................................................ 123
Bibliografia ......................................................................................................... 125
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4
Introduzione
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niente, non si annuncia e non ha nulla da dire; si realizza e si scorge soltanto nei
suoi effetti attraverso la scrittura. Si tratta di un evento che possiede un carattere
generativo nei confronti di tutte le altre differenze semplici ma, ciò nonostante,
non possiede nessuna originarietà, purezza o pienezza. La scelta del termine
différance verrà poi analizzata alla luce del doppio senso del differre latino al
quale Derrida si rivolge per coniarlo. Il primo senso è spaziale in quanto è solo
ed esclusivamente mediante la distanza, l'allontanamento e lo spaziare di un
termine nei confronti di tutti gli altri che tale termine può funzionare all'interno
del linguaggio. Il secondo senso è invece temporale dal momento che ogni segno
è inserito in una catena di significazione che delega il suo senso, lo rinvia e lo
rimanda indefinitamente all'altro. La disseminazione del senso verrà poi descritta
mediante il concetto derridiano di traccia. Ogni segno, non esprimendosi mai
appieno, non possiede neanche una perfetta identità con se stesso; è sempre
attraversato da una lacerazione interna (brisure) ed è dunque costantemente
contaminato dalla traccia dell'altro. Mediante la descrizione del tracciarsi della
différance si arriverà poi a discutere intorno alla definizione di archiscrittura. È
solo grazie a questa scrittura originaria, grazie alla contaminazione continua fra i
sensi, che l'evento della significazione può avvenire.
Nel secondo capitolo verrà affrontata la lettura derridiana del Corso di
linguistica generale di Ferdinand De Saussure. Verrà mostrata la portata della
sua critica per quanto concerne il tema della scrittura e la sua subordinazione nei
confronti della phoné. Attraverso testi come Della grammatologia e La farmacia
di Platone, Derrida pone la lezione saussuriana sulla scrittura in continuità con
quella proposta da Aristotele e Platone. Mostra dunque tutto il carattere
logofonocentrico delle sue argomentazioni nel momento in cui descrive la
scrittura come esterna, inferiore e addirittura trappola per il linguaggio. Soltanto
attraverso la voce sembra possibile la perfetta trasparenza fra l'interno e l'esterno,
fra ciò che viene pensato e ciò che viene effettivamente detto. Derrida mostra
l'illusione secondo la quale il significante fonico sembra cancellarsi per lasciare
spazio alla purezza del significato che egli definisce «trascendentale».
Successivamente si entrerà nello specifico della terminologia saussuriana per
comprendere meglio, non solo l'accusa derridiana di continuità con la metafisica
della presenza ma, anche e soprattutto, il ruolo e l'influenza che il linguista
6
svizzero ha esercitato nella formulazione del quasi-concetto di différance. I
concetti sviluppati riguarderanno nello specifico l'arbitrarietà del segno
linguistico e il suo carattere differenziale. È soprattutto grazie al secondo di
questi caratteri che si realizza un punto di contatto cruciale fra i due autori. Nella
lingua non vi sono che differenze, non esistono termini positivi aventi un
significato di per sé. Senza questa differenza e questa distanza costitutiva la
lingua, con i segni di cui è composta, non potrebbe funzionare correttamente.
Alla luce di quanto si è detto fino a questo punto, l'ultima parte del capitolo avrà
l'obiettivo di riordinare le idee e mostrare nel dettaglio le conclusioni alle quali
perviene Derrida in seguito alla lettura del Corso di Saussure. Attraverso la sua
analisi l'autore presenta la sua proposta grammatologica e, con essa, la necessità
di effettuare una decostruzione dell'idea di segno. Il tema della traccia e
dell'archiscrittura hanno il compito di liberare il segno dai presupposti metafisici
nei quali è imbrigliato che tendono ad occultare il movimento differenziale
attraverso il quale si costituisce la significazione.
L'analisi dell'idea di segno essenzialmente binario proposta da Saussure,
formato cioè da significante e significato, porta lo stesso filosofo francese a
servirsene per le sue argomentazioni. Il terzo capitolo sarà dunque dedicato
all'approfondimento di un differente modo di concepire il segno. Si presenterà la
semiotica di Charles Sanders Peirce e la sua visione tripartita. Derrida,
limitandosi solamente ad accennare tale prospettiva, ha perso molte sfumature di
pensiero che si mostrano in assonanza con le tematiche da lui affrontate. Il
capitolo inizierà cercando di ottenere una certa familiarità con la terminologia
peirciana, chiarendo gli aspetti principali della sua semiotica. Si approfondiranno
innanzitutto le differenze generali fra la triadicità da lui proposta e la diadicità
peculiare del segno saussuriano. Il tema dell'interpretante gioca qui un ruolo
fondamentale per la comprensione della semiosi illimitata descritta da Peirce.
Un'attenzione particolare verrà poi rivolta a tutti quegli aspetti che riguardano la
concezione peirciana del reale poiché da questa analisi è possibile riscontrare
numerose analogie con il pensiero decostruzionista derridiano. Tutta la realtà,
così come anche l'uomo che la interpreta, non sono altro che segni. Il pensiero
stesso avviene soltanto mediante l'utilizzo di segni. È evidente la vicinanza con la
messa in questione della metafisica della presenza impostata da Derrida. Altro
7
elemento che verrà richiamato nel pensiero dell'autore statunitense è l'importanza
delle inferenze logiche all'interno del processo conoscitivo. Niente può essere
considerato nella sua intuizione immediata in quanto ogni cosa, anche la più
ovvia, è sempre frutto di precedenti ragionamenti inferenziali del pensiero. L'idea
di Peirce secondo cui non esiste un'inferenza prima dalla quale derivano tutte le
altre e un punto di arrivo conclusivo del processo semiotico dirigono il suo
pensiero nella stessa direzione intrapresa da Derrida. Per entrambi gli autori il
rinvio fra i segni avviene costantemente e un significato trascendentale, inteso
come punto di arrivo conclusivo e definitivo del processo semiotico, non può mai
realizzarsi nella sua assolutezza. Per tali ragioni Derrida avrebbe potuto ottenere
vantaggi maggiori dall'analisi del segno peirciano e dalla sua concezione del
significato e fare inoltre un passo avanti nella direzione da lui stesso impostata
ma non del tutto approfondita nei suoi aspetti pratici. Preferisce invece rimanere
ancorato ad un’idea di segno binario ritenuto da lui stesso ancora troppo
metafisico.
8
Capitolo I
La différance
1 J. Derrida, La différance, in Margini – Della filosofia, Einaudi, Torino 1997, p. 29. Riporto
in francese: "Ce manquement silencieux à l'orthographe, je dois dire dès maintenant que mon
propos d'aujourd'hui reviendra moins à le justifier, encore moins à l'excuser, qu'à en aggraver
le jeu d'une certaine insistance". J. Derrida, in La différance, in Marges – De la philosophie,
Les Éditions de Minuit, Paris 1972, p. 3.
9
grammatologia e La voce e il fenomeno, fino ad arrivare a Margini – Della
filosofia.
Nella conferenza Derrida non fa altro che: "raccogliere in fascio le differenti
direzioni in cui mi è capitato di utilizzare [...] la parola o il concetto di
différance"2. L'utilizzo della parola fascio non è casuale; tende a sottolineare
come questa raccolta sia caratterizzata da un groviglio non lineare, dove i diversi
sensi si intrecciano gli uni negli altri. Gli stessi testi e saggi di Derrida sono
infatti caratterizzati da una mescolanza gli uni negli altri come lui stesso
sottolinea all'inizio di La scrittura e la differenza3 e in Posizioni4. Nel parlare
della a della différance il filosofo francese sembra sempre ambiguo, sembra non
voler mai arrivare a descrivere pienamente che cosa la différance sia: "Non posso
farvi sapere per mezzo del mio discorso [...] di quale differenza parli nel
momento in cui ne parlo"5. Quella che sembra essere una difficoltà dell'autore
nell'esprimersi a parole è in realtà perfettamente in linea con il tema della
différance; questa non si presenta mai nel suo essere come tale, come un oggetto
di per se, ma si presenta sempre in un movimento di differenza che si coglie
soltanto all'interno della scrittura. Nonostante quindi l'oggetto del discorso della
conferenza sia la différance, questa impone che di essa non se ne possa parlare
come di un ente semplicemente presente6. Ma quindi la différance è un assenza?
Se non appartiene alla sfera del sensibile appartiene a quella degli intelligibili?
Per rispondere a queste domande è opportuno addentrarci più nello specifico nel
tema in questione.
Quando scrive la différance con la a, Derrida fa riferimento al participio
presente del verbo différer (différant) e costruisce un sostantivo con la desinenza
in «ance» formando un neologismo che significa "differenza-differenziante-il
differimento"7. In questo senso la différance fa riferimento in primo luogo ad un
2 Ibidem.
3 "Se testo vuol dire tessuto, tutti questi saggi ne hanno ostinatamente definito la cucitura allo
stato di imbastitura". J. Derrida, La scrittura e la differenza, Einaudi, Torino 2002, p. 2.
4 "Si può considerare De la grammatologie un lungo saggio [...] in mezzo al quale si inserisce
L'écriture et la différence". "Inversamente si può anche inserire De la grammatologie in
mezzo a L'écriture et la différence". J. Derrida, Posizioni, Ombre Corte, Verona 1999, p.12.
5 J. Derrida, La différance, in Margini, cit., p. 30.
6 Cfr. M. Telmon, La differenza praticata: saggio su Derrida, Jaca Book, Milano 1997, p. 87.
7 J. Culler, Sulla decostruzione, Bompiani, Milano 1988, p. 88.
10
movimento, attivo e passivo, che differisce la presenza tramite un rinvio, un
rimando, una dilazione, una proroga. È il predominio dell'ente che la différance
vuole far vacillare. In Posizioni Derrida chiarisce poi quelli che sono gli altri
significati della différance; il suo movimento è il motivo in comune fra tutte le
opposizioni concettuali del nostro linguaggio, produce i differenti e differenzia al
tempo stesso. È come se fosse quella barra che separa tutti gli opposti presenti
nella nostra lingua come ad esempio quelli classici di sensibile/intelligibile,
natura/cultura, corpo/spirito ecc... In ultima analisi la différance è anche quel
movimento che dà luogo alla produzione di tutte quelle differenze fra gli
elementi del nostro linguaggio che danno origine alla significazione, così come
ha insegnato Saussure e tutte quelle scienze che hanno preso spunto dal suo
modello strutturalista8. Quest'ultimo punto è quello su cui ci soffermeremo
maggiormente nel capitolo successivo.
Come si è potuto notare fino a questo momento la différance, così come la
lettera a che la contraddistingue e la diversifica dalla semplice différence, è un
movimento che agisce silenziosamente e non presentandosi mai, coglibile solo
attraverso la scrittura e mai con la parola (phoné); è il gioco della significazione
che semplicemente avviene senza nessun soggetto agente che lo faccia
cominciare in un certo momento o luogo. Non vi è quindi nessun tipo di
comando esterno ma si tratta piuttosto di pensare l'evento stesso del differenziarsi
delle differenze e il loro accadere come tali. L'evento9, insieme al motivo del
gioco e del movimento, è quello che meglio descrive le caratteristiche peculiari
della différance. Derrida si occupa del tema dell'evento in maniera obliqua in
tutto il suo pensiero ma soprattutto nelle sue opere più recenti in riferimento
all'arte nelle quali sottolinea spesso la vicinanza fra questi due concetti. L'evento
non ha bisogno di un'iniziativa del soggetto per poter accadere ma avviene
11
semplicemente: "Niente può avvenire se non avvenendo"10. Un evento di questo
tipo accade sempre continuamente ma paradossalmente accade anche
all'improvviso poiché vuole far vacillare tutte quelle categorie che fino a quel
momento hanno cercato di occultarlo come la presenza, la percezione,
l'enunciazione, il discorso, la coscienza ecc...11.
Il movimento della différance nonostante, come ho già accennato, sia
generativo delle differenze, non si pone in modo anteriore rispetto ad esse né dal
punto di vista temporale né da quello spaziale. Non ha quindi valore di origine, di
fondamento o di «archia» in quanto Derrida è sempre stato impegnato, nel suo
lavoro decostruttivo, in una messa in questione costante di questi termini che
appartengono alla tradizione metafisica. A tal proposito l'autore afferma:
"Ciò che si scrive différance sarà dunque il movimento di gioco che «produce», per
mezzo di quello che non è semplicemente una attività, queste differenze, questi effetti
di differenza. Ciò non vuol dire che la différance che produce le differenze sia prima
di esse, in un presente semplice e in sé immodificato, in-differente. La différance è
«l'origine» non-piena, non-semplice, l'origine strutturata e differente [différant] delle
differenze. Il nome di «origine» non le si confà dunque più"12.
In questo passo si nota molto bene quello che è sempre stato il modo di scrivere
di Derrida in tutte le sue opere, sempre attento ad ogni singolo termine o
concetto. La messa tra virgolette della parola «produce», così come quella della
parola «origine» non sono casuali. Il movimento attivo e passivo della différance
non vuole infatti imporsi come una causa generatrice riscontrabile nella semplice
presenza. La differenza, come ho già anticipato qualche riga più sopra, non è;
non è un'essenza presente e non è neanche un'assenza. In origine, se così questa
12
si può chiamare, non ci sono che differenze. Per questo motivo l'autore parla di
un'origine non-piena e non-semplice. La stessa origine quindi è differente, si
differenzia e non si presenta mai come un'unità indivisibile e pura. Verso la fine
del passo citato il filosofo parla di un'origine strutturata nonostante, in altre sedi,
egli abbia esplicitamente sostenuto che "il tema della dif-ferenza è incompatibile
con il motivo statico, sincronico, tassonomico, astorico, ecc., del concetto di
struttura"13. Poco più avanti però riconosce che il motivo della staticità non è
l'unico a definire la struttura e afferma che "la dif-ferenza non è a-strutturale; essa
produce delle trasformazioni sistemiche e regolate che possono, almeno fino a un
certo punto, dar luogo ad una scienza strutturale"14. Nonostante queste riflessioni,
il filosofo francese non ha mai ritenuto di appartenere alla corrente dello
strutturalismo. Molti lo inseriscono nel post-strutturalismo francese ma egli
prende le distanze anche da questa tendenza.
Alla luce di quanto detto finora, bisogna riconoscere la différance come
l'origine non sostanziale di ogni processo di significazione. Per questo motivo
essa non può essere esposta in nessun modo e le difficoltà cui Derrida si trova di
fronte mentre ne parla sono pienamente comprese. La dif-ferenza non è un
essente-presente e non si concede mai al presente in quanto è essa stessa la
condizione per la presentificazione di ogni essente-presente. Non esponendosi a
nessuno, la différance sembra essere un «ente misterioso» o un qualcosa che ha a
che fare con l'occulto15. Nella conferenza l'autore fa riferimento alla teologia
negativa per indicare il modo più adatto, quello che lui stesso si trova ad
utilizzare, per parlare della différance. Nonostante ciò, questa non ha però nulla a
che fare con la teologia, in quanto non si trova ad avere nessuno statuto
privilegiato nei confronti di tutti gli altri enti come invece si attribuisce a Dio16.
La différance non è nulla di tutto questo, è anzi irriducibile a qualsiasi sforzo che
tende ad inserirla all'interno della teologia e dell'ontologia. È, al contrario, un
movimento che include al suo interno l'onto-teologia e di conseguenza la storia
13
stessa della filosofia17. Il concetto di gioco che caratterizza la différance è usato
da Derrida proprio nella misura in cui si pone al di là della linearità del discorso
filosofico-logico e anche oltre il discorso empirico-logico. Questo gioco viene
prima della filosofia, si annuncia prima di essa, la comprende e va oltre il suo
discorso, segnala "l'unità del caso e la necessità di un calcolo senza fine"18.
Non sembra quindi necessaria una tematizzazione della différance, in quanto
questa non ha di per sé un tema specifico. Sembra piuttosto necessario un suo
dispiegamento giacché senza di essa non esisterebbe nessun ente, nessun
discorso, nessuna coscienza e nessuna differenza specifica. Il discorso che il
filosofo francese ha sempre portato avanti sin dai suoi primi scritti è stato infatti,
come ho già accennato, la tematizzazione di quella che lui stesso definisce
«metafisica della presenza»19. Con il suo discorso Derrida tende innanzitutto a
liberare la différance da tutte quelle connotazioni e quei concetti che potrebbero
farla ricadere sotto la metafisica anche se, come lui stesso sottolinea, non è
possibile uscire dalla metafisica in quanto per parlare ci si rifà sempre ad un
linguaggio e ad una tradizione che hanno sempre avuto delle connessioni forti
con essa. Il pensiero dell'autore non vuole quindi porsi al di là della metafisica,
non vuole un suo oltrepassamento in quanto sa che questo è impossibile;
qualsiasi sforzo si faccia si rimane sempre all'interno della nostra tradizione di
pensiero. Nonostante quindi Derrida, in tutte le sue prime opere, cerchi di
tematizzare la metafisica e anche di criticare quei pensatori che si sono
17 Cfr. Ibidem.
18 Ibidem.
19 La tradizione metafisica è secondo Derrida quella che maggiormente caratterizza tutta la
filosofia occidentale. Già nelle prime pagine di Della grammatologia la mette in stretta
relazione con il logocentrismo che definisce come il più grande etnocentrismo della nostra
epoca. La metafisica occidentale ha sempre cercato di innalzare la parola (la phoné) dandogli
uno statuto privilegiato nei confronti della scrittura, la quale è stata invece sempre screditata
e considerata seconda, come un supplemento che è utile considerare solo in assenza del
significato primo o di quello più prossimo alla verità. Il logos, fin dall'antichità, è sempre
stato equiparato alla verità piena e semplice. A tal proposito Derrida afferma: "L'histoire de
la métaphysique [...] a toujours assigé au logos l'origine de la vérité en général: l'histoire de
la vérité, de la vérité de la vérité, a toujours été [...] l'abaissement de l'écriture et son
refoulement hors de la parole «pleine»". J. Derrida, in De la grammatologie, Les Editions de
Minuit, Paris 1967, p. 12. Si è sempre considerata la verità come presente a se stessa in
qualche luogo nella sua pienezza. Si è sempre pensato ad una purezza del significato e del
senso. Sono proprio queste certezze della metafisica e della filosofia occidentale che l'autore
vuole decostruire con il suo discorso.
14
abbandonati ad essa senza mai mettere in questione i suoi elementi costitutivi,
ritiene comunque impossibile avere un pensiero antimetafisico20. La différance
deve essere riconosciuta come la fonte di ogni possibile esperienza di rapporto e
di pensiero; di conseguenza è per definizione «più originaria» anche della
metafisica stessa. Quest'ultima è intramata dal tema della differenza ma anche
dalla sua rimozione, o per meglio dire, del suo occultamento, avvenuto a partire
da Platone fino ad Heidegger. L'intenzione di Derrida è quindi quella di
"rigiocare da capo la metafisica"21, cercando di interpretarla nuovamente in
maniera diversa, cercando di non commettere gli stessi errori del passato e
facendo in modo di lasciar semplicemente accadere la différance senza celarla.
Fino ad ora, infatti, tutte le discussioni intorno al tema dell'origine che si sono
avvicendate all'interno della tradizione metafisica hanno parlato dell'identità di
una presenza a se in cui era sottratta la differenza22. In questo senso la metafisica
deve essere rivista e reinterpretata per far emergere il movimento della differenza
che persiste al suo interno, facendo però attenzione a non far ricadere questa sua
persistenza nella categoria della presenzialità. L'anteriorità della dif-ferenza e la
sua generatività nei confronti degli altri enti e delle altre differenze deve essere
intesa come una messa in discussione dell'origine in senso metafisico, uno
scuotimento e una decostruzione dell' «archia» metafisica.
Da questo discorso si comprende come l'intenzione di Derrida sia quella di
porsi ai margini della metafisica indicandone i limiti costitutivi. Il suo vuole
essere un pensiero che costituisce un supplemento rispetto ad essa e, in primo
luogo, rispetto alla questione dell'origine del significato23. Ma in che modo la
différance riesce a dare origine alla significazione? La domanda è legittima in
quanto l'autore stesso afferma che la lettera a della différance, non ha alcun
20 Cfr. L. Abel, Jacques Derrida: His "difference" with metaphysics, in Salmagundi, 25, 1994,
p. 21.
21 Jean-Luc Nancy, Derrida da capo, in G. Dalmasso (a cura di), A partire da Jacques Derrida,
Jaca Book, Milano 2007, p. 19. Chiarendo Nancy prosegue: "Rigiocare da capo in generale,
non è semplicemente riprendere l'identico, è rimettere in gioco l'esecuzione, colorarla,
ornarla o vocalizzarla in maniera differente. Da capo non equivale a «dall'inizio», senza
domandare all'inizio stesso di cominciare altrimenti".
22 Cfr. C. Di Martino, Oltre il segno: Derrida e l'esperienza dell'impossibile, FrancoAngeli,
Milano 2001, p. 122.
23 Cfr. G. Dalmasso, Jacques Derrida e l'avvenire del significato, in G. Dalmasso (a cura di), A
partire da Jacques Derrida, Jaca Book, Milano 2007, p. 27.
15
significato specifico. In Posizioni infatti, Derrida risponde alla domanda
dell'intervistatore sul significato della a di différance dicendo: "Non so se
significhi"24. Quella lettera silenziosa che non si legge ma si può solo scrivere
non significa nulla. Ma è proprio questo il punto. La differenza ontica ed
empirica tra due enti specifici (ad esempio la differenza fra due colori) è un
semplice significato tra gli altri significati, mentre la différance è quella che
permette di dire questa differenza specifica fra gli enti. Tutte le varie opposizioni
concettuali che caratterizzano la nostra epoca (universale/individuale,
corpo/spirito, significante/significato) sono intramati al loro interno da una
différance che non è dell'ordine di nessun ente, ma è la condizione per la
dicibilità di tutti gli enti. Sotto questo aspetto l'autore afferma:
Dal passo appena citato emerge come la différance sia anche considerata da
Derrida una pratica decostruttiva26 degli schemi concettuali della tradizione
16
metafisica. Queste opposizioni sono sempre dominate da una gerarchia violenta
al loro interno; c'è sempre un termine che sovrasta l'altro, lo comanda e lo
domina sia dal punto di vista logico che assiologico. Questa gerarchia deve
essere prima di tutto spezzata e invertita. In secondo luogo, dopo un lavoro di
ripercorrimento a ritroso sulla storia della nascita di queste gerarchie, va mostrato
come la realtà non si riduca a queste opposizioni binarie e alla loro gerarchia
statica ma, al contrario, va mostrato come il senso sia in continuo movimento e
non possa mai arrestarsi27. L'evento della significazione, la différance, non può
essere fermato in nessun modo, lo si può cogliere soltanto nel suo continuo
dispiegarsi. Nel momento in cui si cerca di fermare questo gioco, questo evento,
quando si cerca di dargli una parvenza di essenza, di presenza o di assenza,
questo gioco si perde. In questo caso la différance non rappresenta un terzo
termine tra i due concetti oppositivi, non è una sintesi nel senso hegeliano.
L'idealismo hegeliano ha infatti sempre cercato di risolvere la contraddizione in
una sintesi che ha continuamente imbrigliato la differenza in una presenza a sé28.
L'intenzione di Derrida di liberare la différance da tutte quelle connotazioni
peculiari della metafisica della presenza si nota soprattutto nel momento in cui ne
parla senza attribuirgli nessuna definizione specifica, nessuna demarcazione dei
suoi confini. Parlare in questi termini della différance significa che questa indica
proprio l'impossibilità di ogni assolutizzazione e di ogni demarcazione; significa
parlare oltretutto dell'impossibilità della sua stessa assolutizzazione. Derrida
cerca di pensarla quindi nei termini della differenza stessa29. Questo sforzo
dell'autore lo porta a non definire la différance un semplice concetto come tutti
gli altri. Non può essere un concetto in quanto da una parte è la condizione stessa
della possibilità della concettualizzazione e dall'altra parte "decostruisce i valori
di concetto, di parola e di significante"30. Si apre così la questione della
nominazione. A tal proposito S. Petrosino ritiene che la riflessione sulla
17
différance "si chiude con la propria messa in discussione31" e con la messa in
discussione del proprio nome in quanto innominabile e non tematizzabile. Ma se
questo movimento originario non è un concetto, ma come lo definisce l'autore, un
«quasi-concetto», resta da capire per quale ragione gli attribuisca un nome. Da
questo punto di vista sembrerebbe esserci una contraddizione all'origine del
discorso del filosofo francese, se non fosse che Derrida è perfettamente
consapevole che questo nome è in realtà soltanto un accenno. Non esiste un
nome proprio, un nome unico da attribuirgli, nemmeno quello di «essere»32, in
quanto la stessa sua nominazione non è possibile. Non esisterà mai un nome per
questo movimento in quanto è esso stesso che dà inizio alla nominazione.
Heidegger ha sbagliato da questo punto di vista secondo Derrida; ha cercato di
ricondurre la differenza al senso dell'essere in generale cercando di dargli così
una qualche parvenza di verità. Una siffatta verità non appartiene al concetto di
differenza che egli ha in mente; la verità, così come la differenza, è un
movimento che non può essere fermato in un istante presente ma si compie
continuamente. Lo stesso Heidegger ricade quindi nella metafisica che egli ha
sempre cercato di superare. Derrida parla di una différance che è "più «vecchia»
dell'essere stesso33" ma è d'altra parte consapevole dei suoi limiti e dei limiti del
nome da lui stesso trovato per indicarla. Ammette infatti che il termine différance
rimane comunque all'interno della metafisica in quanto è pur sempre una parola,
un nome come tutti gli altri. Purtroppo, come ho già anticipato, è impossibile
uscire dalla metafisica ma l'autore si pone al limite di essa e trova un quasi-
concetto, che attraverso una lettera, la a di différance, riesce ad esprimere la
silenziosità del movimento di significazione, che costantemente avviene,
attraverso la scrittura. La «chiusura» di cui dunque parla S. Petrosino è, come lui
18
stesso riconosce, soltanto riferita alla questione della nominazione; tale chiusura
si riapre però "sotto forma dell'iscrizione, sotto forma della scrittura"34.
Il gioco della différance è dunque la condizione di ogni possibilità di
esperienza e di linguaggio. Senza questo evento non potrebbe esistere niente,
nessuna entificazione, nessuna presenza intesa nella sua purezza e nessun senso
come oggi viene inteso. L'esperienza che rende possibile è però a sua volta
impossibile come perfettamente pura e semplice. Rende possibile un impossibile,
un'impossibilità connaturata nel reale. Più precisamente però "compromette
contemporaneamente la purezza rigorosa, l'identità a sé, la semplicità ontologica
di ciò che diventa così possibile"35. È un evento che non permette la pienezza
assoluta, ma non solo dell'identità o degli enti presenti, ma anche del senso in
generale in quanto questo è sempre rinviato, sempre in movimento e mai si
presenta nella sua staticità.
A questo punto ritengo che sia possibile rispondere a quelle domande che
inizialmente ci eravamo posti. La différance, non avendo i connotati della
presenzialità come tutti gli altri enti, è una assenza? Appartiene alla sfera degli
intelligibili piuttosto che al mondo sensibile? Il filosofo francese non può
propendere per l'una o per l'altra alternativa in quanto il suo pensiero, in linea con
la tematica della différance, non è mai stato un pensiero che tende ad
assolutizzare e a chiudere, ma al contrario è stato un pensiero improntato
all'apertura, alla contaminazione fra i vari sensi e i vari concetti. Per il semplice
fatto di appartenere ad una certa tradizione, di parlare in una certa lingua con
determinate caratteristiche, non è possibile pensare in maniera assoluta. L'autore
stesso risponde alle domande precedenti affermando: "Bisogna qui lasciarsi
rinviare a un ordine che resiste all'opposizione, fondativa della filosofia, tra il
sensibile e l'intelligibile36". La différance è allora, oltre all' origine generativa
della significazione e delle differenze, l'espressione della continua
contaminazione del senso e della sua disseminazione; un evento che non
19
appartiene agli ordini metafisici dal momento che viene prima di essi e li
comprende al suo interno.
Spaziamento e temporeggiamento
20
è coglibile soltanto attraverso la scrittura, quella lettera che esprime il movimento
della significazione. L'importanza della scrittura, che l'autore ha sempre
tematizzato nel corso del suo pensiero, si concepisce pienamente, e ora anche in
maniera diretta, soltanto grazie all'utilizzo di questo neologismo, senza neanche il
bisogno di spiegazioni articolate. Il termine spaziatura fa anch'esso riferimento ad
un certo tipo di scrittura ma ha bisogno, a mio avviso, di una spiegazione più
approfondita per poterlo comprendere. Vediamo innanzitutto cosa dice l'autore al
riguardo della spaziatura:
Questo passo è molto chiarificatore per capire quello che Derrida intende
parlando di spaziatura. Nella prima parte della citazione si nota prima di tutto una
stretta relazione fra la spaziatura e l'alterità, un'irriducibilità di una nell'altra. In
linea con la costante messa in questione della metafisica della presenza, l'autore
ribadisce come non si possa dare nella semplice presenza un'identità a sé. Con il
termine identità qui l'autore intende sia la realtà della coscienza, sia le cose in
generale presenti nel mondo, le quali non sono date come realtà già da sempre
costituite ma hanno bisogno di un movimento di differenziazione originario che
le preceda e che le costituisca39. La différance non rappresenta quelle distanze
spaziali già formate fra i vari differenziati ma esprime quel movimento
generativo che dà loro luogo nel mondo. Questo spaziamento non è da intendere
semplicemente nella sua passività come uno spazio, me è da concepire come
quella serie di rinvii, di rimandi che spaziano in senso attivo; rappresenta l'evento
38 J. Derrida, Posizioni, cit., p. 115. In francese: "1) L'espacement était l'impossibilité pour une
identité de se fermer sur elle-même, sur le dedans de sa propre intériorité ou sur sa
coincidence avec soi. L'irréductibilité de l'espacement c'est l'irréductibilité de l'autre. 2) que
espacement ne désignait pas soulement l'intervalle mais un mouvement «productif»
«génétique», «pratique», une «opération», si vous voulez, avec, aussi,son sens mallarméen".
J. Derrida, in Positions, Les Édition de Munuit, Paris 1972, p. 130.
39 Cfr. M. Ghilardi, Il visibile differente: sguardo e relazione in Derrida, Mimesis Edizioni,
Milano-Udine 2012, p. 52.
21
di ogni distanziamento possibile. Non è quindi soltanto lo spazio dato ma è anche
e soprattutto lo spaziare, inteso come un "movimento dello scartamento [...] che
marca ciò che si scarta da sé, interrompe ogni identità, ogni elemento puntuale in
sé, ogni omogeneità, ogni interiorità"40.
Derrida parla della différance, nel senso della spaziatura soprattutto in
riferimento alle tesi semiologiche di Saussure. Anticiperò qui molto brevemente
alcuni argomenti, essenziali per comprendere il tema della spaziatura, che
svilupperò maggiormente nel secondo capitolo dedicato nello specifico alla
lettura dell'autore sul linguista svizzero. Dal punto di vista di Derrida la questione
della significazione è stata trattata da Saussure in stretta relazione con la
metafisica della presenza. Decide infatti di escludere la scrittura dal campo della
linguistica, in quanto questa è seconda alla parola, un suo supplemento,
un'aggiunta che non ha niente a che vedere con la purezza del significato che
Saussure tematizza. Quella che l'autore svizzero ha in mente è però una scrittura
propriamente fonetica. Secondo Derrida una scrittura di questo tipo non esiste e
non è mai esistita. Non è mai presente la perfetta corrispondenza fra il linguaggio
parlato e il linguaggio scritto. Questo si nota semplicemente leggendo un testo
scritto ma anche solo dandogli un veloce sguardo. Nel testo sono infatti presenti
degli spazi bianchi, delle pause che non si pronunciano, sono presenti degli
accenti e in generale una punteggiatura che non ha niente a che fare con la lingua
parlata41. Tutto questo insieme di elementi non permette di identificare la
scrittura come il perfetto passaggio fra il detto e lo scritto. Nelle lingue straniere,
diverse dall'italiano, vengono oltretutto scritte delle lettere che non devono essere
in alcun modo pronunciate, o pronunciate in maniera differente e questo fa capire
ancora una volta come non esista una scrittura puramente fonetica. Quello della
parola différence con la e, è un esempio calzante in questo senso, in quanto in
francese si pronuncia come la parola différance, ma hanno dei significati
completamente differenti. Derrida non ci vuole dire che tutto questo modo di
scrivere sia sbagliato, è al contrario consapevole che sia essenziale per il corretto
funzionamento della scrittura. Ecco l'importanza della spaziatura; senza il suo
gioco, senza il suo evento non esisterebbe alcun termine. La «pienezza» dei
22
termini non funzionerebbe senza la spaziatura che li divide gli uni dagli altri; essa
dà loro un significato che altrimenti non avrebbero presi all'interno di un testo
senza intervalli42. Derrida fa qui riferimento soltanto alla spaziatura presente
all'interno di un testo scritto, ma intende implicitamente anche tutti quegli
intervalli che si frappongono nel linguaggio parlato tra una parola e l'altra. Ogni
parola, ogni significante, che sia esso scritto o detto, sono comprensibili soltanto
per le loro differenze con tutti gli altri significanti, Saussure questo l'ha compreso
bene e ne parla nei termini del carattere differenziale del segno. La spaziatura,
intesa come différance, è però secondo il filosofo francese quel movimento che
dà origine alle varie differenze ed è essa stessa attraversata dalla differenza, o
meglio «è» differenza, in quanto non può essere fermata né in un istante
temporale né in un certo luogo spaziale; si può soltanto lasciarla avvenire. Non
esiste nessun essente presente che sfugga alla différance; "niente - nessun essente
presente e in-dif-ferente - precede dunque la dif-ferenza e la spaziatura"43.
Passiamo ora a spiegare il secondo significato del differre latino, cioè quello
temporale. Anche il tema del temporeggiamento è in linea con la messa in
questione della metafisica della presenza. Letteralmente il temporeggiare, come
ho già anticipato, significa rimandare, tergiversare, rinviare a più tardi.
Derrida si occupa della questione del tempo soprattutto all'interno di Margini nel
capitolo intitolato Ousia e grammé. Qui il filosofo analizza nel dettaglio la nota
più lunga presente nel testo Essere e tempo di Heidegger. La tesi di Derrida è che
non esiste un concetto «volgare» di tempo. L'unico elemento che tende a far
credere nella sua esistenza è l'istante presente, da sempre considerato
fondamentale per la tradizione metafisica. Considera quindi la dimensione
interna del tempo e come sottolinea Nancy ritiene che "al presente serve del
tempo per presentarsi- per essere presente"44. Così come fa anche Heidegger,
Derrida barra l'essere in quanto tale poiché è intramato dalla differenza e non ha
di conseguenza una sussistenza propria. Questa è una differenza che precede
sempre qualsiasi ente ed è quindi generativa e originaria al tempo stesso.
Nonostante si sottragga ad ogni manifestazione è un evento sempre all'opera,
23
silenziosamente, nel far apparire ogni presente. Il movimento è da sempre stato
considerato come problematico per la metafisica, addirittura considerato
impossibile attraverso il famoso paradosso di Zenone della freccia 45. Ad ogni
istante del movimento di una freccia scoccata, questa si trova in un punto preciso
dello spazio-tempo. La concezione del tempo inteso come una serie infinita di
singoli istanti presenti è una concezione sbagliata secondo Derrida. Ogni istante
presente è infatti tale solo per il fatto che è attraversato da una differenza. Il
singolo istante deve quindi essere concepito come qualcosa di dato solo in
relazione al passato e al futuro; questi sono da intendersi infatti come delle tracce
che entrano sempre nel rapporto con il presente. Una determinata cosa può
avvenire solo se è attraversata al suo interno da un rapporto con il non presente46.
Si comprende ora maggiormente come la presenza sia tale non soltanto in
rapporto all'assenza ma anche e soprattutto in rapporto all'evento della différance
che come sappiamo non è propriamente né l'una né l'altra.
La lettera a di différance indica quindi il rapporto sempre differito che si ha
con il presente. Il temporeggiamento che la contraddistingue, oltre ad avere una
rilevanza per quanto concerne l'oggettività del presente, ha grande importanza
anche in riferimento alla soggettività e al gioco della significazione. A questo
proposito Derrida dice: "Il soggetto cosciente e parlante, dipende [...] dal
movimento della dif-ferenza [...] e vi si costituisce solo dividendosi, spaziandosi,
«temporeggiandosi», differendosi"47. Innanzitutto si nota qui subito la vicinanza
stretta fra i termini di spazio e di tempo, a dimostrazione del fatto che sono due
concetti fra loro inseparabili. Sono due «indecidibili», come li chiamerebbe
l'autore, che giocano contemporaneamente nel differire la presenza, sia degli enti,
sia della coscienza del soggetto. Non si è mai, come soggetti, perfettamente
coincidenti con se stessi, vi è sempre uno scarto. Il soggetto è concepito qui come
una attualizzazione di tutto quell'insieme di tradizioni, di valori, di canoni e
soprattutto di linguaggio che vengono tramandati dalle generazioni passate.
Paradossalmente si potrebbe dire che non si è mai puramente e semplicemente se
24
stessi. Si parla qui di un soggetto direttamente collegato alla sua storicità; un
soggetto che è un altro differente-differito, l'insieme del trascendentale che lo
istituisce nel mondo48. La presenza si forma sempre sulla base di una non
presenza, di una assenza di cui non può fare a meno. Senza tutto l'insieme di
assenze rappresentato dalla storicità, dalla cultura e del linguaggio, l'individuo
non potrebbe darsi nella sua soggettività, non potrebbe costituirsi. Il presente, la
presenza e l'essenza sono tutti degli altri differenti-differiti; sono attraversati da
una non simultaneità con se stessi, sempre attraversati da un rimando, un rinvio a
qualcos'altro.
Ma se la différance è da intendersi come generativa per la presenzialità del
presente, questa va interpretata come la condizione trascendentale di ogni
esperienza possibile? In realtà non è così e tutti gli sforzi di Derrida sono proprio
improntati nel far cadere questa convinzione. La trascendentalità della situazione
che abbiamo descritto è infatti anch'essa attraversata originariamente dal gioco
della différance, e si rivela come un effetto di essa. È il linguaggio con il quale
siamo indotti a parlarne che ci fa credere che questo gioco della significazione e
del differire in generale sia una condizione trascendentale di questo tipo. È in
questo senso non solo un quasi-concetto ma anche un cosiddetto termine
indecidibile, come piace chiamarlo all'autore, in quanto di volta in volta, la nostra
tradizione linguistica e di pensiero ci porta a considerarlo un termine che
propende o per l'empirico o per il trascendentale49. "Fintantoché la dif-ferenza
resta un concetto di cui ci si chiede se debba essere pensato a partire dalla
presenza o prima di essa, essa resta uno di questi vecchi segni" 50. Preferisce
quindi a tutti questi segni appartenenti alla tradizione metafisica, quello di
«quasi-trascendentale».
Non è possibile arrestare l'evento del differire in quanto tale, non è possibile
trovare un istante in cui si è completamente sé stessi e in cui un'essenza presente
sia in sé stessa nella sua purezza. Origine, presenza, istante, purezza e verità sono
48 Cfr. M. Ferraris, Postille a Derrida, Rosenberg & Sellier, Torino 1990, p. 32. È interessante
come Ferraris definisce la différance un meccanismo onto-cronologico. Con questa
definizione si chiarisce ulteriormente il suo carattere di temporeggiamento.
49 Cfr. M. Vergani, Jacques Derrida, Bruno Mondadori, Milano 2000, p. 44.
50 J. Derrida, La voce e il fenomeno: introduzione al problema del segno nella fenomenologia
di Husserl, Jaca Book, Milano 2010, p. 143.
25
tutti termini che Derrida rinvia alla tradizione metafisica che intende decostruire.
Il temporeggiamento è anche in stretta relazione con il tema dell'origine che
abbiamo trattato in precedenza. Non vi è mai origine piena in quanto è sempre
caratterizzata da un continuo differire; è attraversata da una dif-ferenza costante
che non si manifesta mai nel suo agire silente ma solo attraverso i suoi effetti
postumi, cioè i vari differenziati. L'origine non ha nessun luogo, si scarta e si
rimanda continuamente. Per quanto ci si sforzi non si può coglierla nella
presenza, "il punto d'origine diventa inafferrabile"51.
Anche il motivo del temporeggiamento, così come quello dello spaziamento,
si trova in rapporto con il tema della significazione. Il soggetto cosciente anche
nel momento in cui parla è un soggetto differito. Il senso di quello che vuole dire
non sarà mai espresso pienamente; ci sarà sempre un differimento continuo, un
rinvio costante alla ricerca del senso e del significato che non sarà mai raggiunto
pienamente. Una distanza, sia dal punto di vista spaziale che temporale, separa il
voler dire del soggetto da ciò che realmente viene detto. Quando Derrida parla
del senso pieno, di un concetto o di una parola in generale, mette sempre il
«pieno» fra virgolette, per sottolineare come non esiste in realtà un senso nella
sua pienezza e nella sua purezza. Il senso è sempre differito e si differisce
continuamente, al contrario di ciò che si è sempre sostenuto all'interno della
tradizione metafisica, riducendo il senso ad una presenza piena, fissa, presente.
La metafisica "è sempre consistita nel voler strappare la presenza del senso alla
dif-ferenza"52. Si deve quindi lasciar semplicemente avvenire il differenziarsi del
senso in quanto si è sempre attraversati dalla dif-ferenza e da un costante differire
nel duplice senso spaziale e temporale.
Traccia e architraccia
Tra i vari termini che Derrida utilizza nei suoi testi per indicare la différance
vorrei porre l'attenzione su uno di questi in particolare che secondo me esprime
26
meglio di altri l'impossibilità di esprimere il senso nella sua pienezza. Il termine
in questione è quello di fenditura. Nello spiegarne il significato l'autore afferma:
Derrida scrive queste poche righe nel contesto di una risposta alla linguistica
saussuriana e, dal mio punto di vista, riescono a riassumere molto bene alcune
delle tematiche viste finora e ne introducono anche di nuove. Derrida prende il
termine fenditura (brisure) in prestito dallo scrittore R. Laporte. Letteralmente
indica una spaccatura, una rottura, una faglia. È come se ogni presunta parola
piena, ogni parola che riteniamo avere un senso pieno, una verità assoluta a cui
credere, in realtà fosse attraversata da una spaccatura interna a se stessa. Una
fenditura, una différance, le segna sempre dal loro interno e le intrama. La
contestazione alla metafisica della presenza appare qui in tutta la sua forza. I
concetti e le parole non esistono mai nella loro unità e nella loro semplicità, c'è
sempre un concatenarsi di differenze alla base del loro senso.
L'attenzione, nel passo citato, è posta tutta sull'ultima parola: la traccia. Con
questo termine Derrida vuole fare riferimento alla natura del movimento di
significazione. La traccia è utilizzata per affrontare una decostruzione del segno
inteso nel senso della tradizione metafisica e, come vedremo più avanti, anche
nel senso saussuriano. Il segno per definizione rimanda sempre a qualcos'altro, ha
sempre un riferimento a qualcosa di presente nel mondo. Come abbiamo visto
però, la presenza in se stessa non esiste nella sua purezza in quanto è sempre
attraversata dall'evento della différance. Il movimento del differire in senso
27
spaziale/temporale avviene costantemente, anche se non si presenta mai. Non
essendoci presenza piena, c'è sempre e solo un alterità differita. La traccia non è
quindi un ente, non è una presenza, un'identità, una semplicità; è un "assenza
irriducibile, assenza di un «altro come tale»"54. Così come non esiste un'identità
pura, non esiste di conseguenza neanche un'alterità in questo senso. Tutto ciò che
è assolutamente altro non smette mai di "inscrivere e cancellare le sue tracce 55"
all'interno dell'evento costante del differire. Non esiste il come tale della traccia,
non esiste una traccia stessa; è proprio la sua peculiare caratteristica quella di non
essere niente di determinato con precisione. La traccia risulta quindi avere gli
stessi caratteri del movimento della différance. Dal momento che la traccia è in
différance, non è mai propria e non è mai "in condizione di presentazione di sé.
Presentandosi essa si cancella [...] come la a quando si scrive"56 nella parola
différance. La traccia, non rimandando ad una presenza ma ad un'assenza, risulta
essere più adatta del segno nel descrivere il movimento di significazione. Tale
movimento consiste infatti in una serie di rimandi e rinvii che non possono mai
arrestarsi concretamente in una presenza. Il significato stesso è quindi anch'esso
una traccia.
Il logos come subordinazione della traccia alla presenza piena è sempre stato
un carattere essenziale della metafisica. Si è sempre cercato di arrestare il
movimento della dif-ferenza, fermarlo in un istante, osservarlo in una presenza
nel presente. Questo tentativo ha sempre portato al nascondimento della traccia.
Derrida parla di questo logos, come occultamento della traccia e della différance,
indicandolo come essenzialmente teologico. Solo Dio infatti può togliere la
traccia e al tempo stesso sublimarla; solo Dio può dalla differenza arrivare alla
presenza57.
Le caratteristiche della traccia la mettono in stretta relazione con la tematica
del tempo che ho esposto più sopra. Il riferimento alla traccia ci porta a chiarire
ulteriormente il rapporto che intercorre fra il tema della différance e quello della
28
temporalità. Se l'oggettività reale cosiddetta presente e la soggettività non sono
mai puramente tali, se questi sono sempre attraversati, influenzati e costituiti da
tutta una serie di elementi altri, allora la realtà presente sarà soltanto un insieme
di tracce. Il presente è sempre differito nel senso temporale, oltre che nel senso
spaziale. Non sono però soltanto le tracce degli avvenimenti passati che agiscono
sul presente, l'esperienza vissuta è anche ciò che accadrà, ciò che potrebbe
accadere o ciò che è destinato ad accadere in un prossimo futuro. Il movimento,
l'evento della différance, è anche il suo a-venire e non potrebbe essere altrimenti.
Non potrebbe esistere un movimento, un presente, una esperienza in generale
senza il riferimento alle tracce mnestiche del passato e le tracce del futuro 58. Il
presente, non potendo esistere nella forma della semplice presenza, è quindi un
insieme di tracce che si intersecano, si intrecciano le une nelle altre dando vita a
nuove tracce. "Il presente vivente sgorga a partire dalla sua non-identità a sé, e
dalla possibilità della traccia ritenzionale. È già sempre una traccia"59.
Da questo discorso si comprende come una caratteristica peculiare della
traccia sia l'assenza, o meglio, la sua cancellazione. La traccia è tale solo se si
cancella, se non si presenta mai, se non è nulla, niente di concreto, niente di
afferrabile in qualche modo. Nel momento stesso in cui si cerca di afferrarla,
questa si perde, si cancella. A questo proposito Derrida afferma: "La traccia non
essendo una presenza, ma il simulacro di una presenza che si disarticola, si
sposta, si rinvia, non ha propriamente luogo, la cancellazione appartiene alla sua
struttura"60. Se non avesse la peculiarità della cancellazione, la traccia ricadrebbe
nei termini di una presenza semplice ed è proprio questo che l'autore vuole
evitare con i suoi sforzi. Non essendo la traccia in nessun luogo definito, l'autore
sceglie di parlarne nei termini di un simulacro di presenza. In questo caso per
simulacro si intende una testimonianza, un ricordo, una parvenza di altro. Le
differenze prodotte dal gioco della différance si mostrano soltanto nel loro
carattere puramente differenziale e mai come presenze vere e proprie; si
mostrano quindi solo come tracce e cioè come dei simulacri di presenza. Dal
passo citato emerge anche il continuo movimento che caratterizza la traccia. La
29
staticità non le appartiene, il presente consiste in una "struttura di rinvio
generalizzato" che porta alla formazione della significazione e del senso in
generale. In seguito a questa descrizione della traccia la vicinanza con il quasi-
concetto di différance è ormai chiara. Il carattere proprio della traccia è infatti la
sua cancellazione, la stessa cancellazione che è distintiva del movimento della
diffèrance nel momento in cui questo si perde nella formazione delle varie
differenze empiriche. Sia l'una che l'altra non si lasciano ridurre né ad una
presenza né ad un'assenza; non si lasciano ridurre a queste opposizioni binarie
peculiari della metafisica. In realtà però non si tratta soltanto di una vicinanza fra
i due concetti, si tratta nello specifico di una coincidenza vera e propria. Si può
quindi affermare con certezza che "la traccia è la dif-ferenza che apre l'apparire e
la significazione"61. Senza la traccia, senza la dif-ferenza, nessun presente,
nessuna presenza e nessun linguaggio potrebbe avere luogo.
Derrida in Della grammatologia parla della traccia definendola «immotivata».
Ciò significa che questa non ha alcuna referenza trascendentale, non si riferisce a
niente di specifico e di per sé non è nulla, nessun ente. Al tempo stesso però essa
non è immotivata in sé stessa. Derrida dice infatti che "la traccia è
indefinitamente il proprio divenir-immotivata"62. La traccia è quindi sempre
divenuta, avviene e si sposta costantemente, è già da sempre "ac-caduta"63.
L'immotivazione della traccia è da intendersi quindi nel suo continuo movimento,
nel suo rinvio costante; solo così, con questa operazione si può comprendere la
traccia e la sua immotivazione. Pertanto la traccia si mostra solo in un ente
presente che ha la propria motivazione in un altro64. Ma questa presenza alla
quale la traccia rinvia e delega, è una presenza nel senso in cui la intende la
metafisica? In realtà no. La traccia non rimanda ad un essente-presente di questo
tipo in quanto la presenza è intesa da Derrida come "traccia di traccia, la traccia
della cancellazione della traccia"65. Questa affermazione non è indirizzata
soltanto verso una pura contestazione del presente e della presenza nei termini in
cui ne parla la metafisica, ma si riferisce anche alla costituzione del linguaggio
30
che noi tutti parliamo e alla significazione in generale. Nonostante tutto,
nonostante il cancellamento della traccia che avviene all'interno del testo
metafisico, nonostante il cancellamento della dif-ferenza che dà origine a tutte le
altre differenze, questo cancellamento si traccia. Si scorge proprio all'interno del
testo metafisico, all'interno del presente e all'interno del nostro linguaggio. In
seguito a queste considerazioni Derrida può sostenere dunque che il linguaggio,
il presente e la metafisica stessa sono la traccia del cancellamento della traccia.
Questo discorso ci porta a considerare con più attenzione la questione della
nominazione. Con il termine traccia Derrida non ritiene di aver trovato una
nominazione più originaria, anteriore rispetto alla dif-ferenza. Dire che la
differenza si traccia nel testo della metafisica non significa questo. Significa
invece pensare che il presente, l'essente-presente non è che un altro differito, non
è che un segno di un altro segno, una traccia di un'altra traccia; significa pensare
la presenza come un effetto del rimando, del rinvio generalizzato che caratterizza
il movimento della différance66. Dal momento che, come ho già anticipato, non
esiste una traccia autentica, una traccia considerata propria, la sua nominazione
risulta essere impossibile proprio alla luce del suo carattere di cancellamento.
Tutti i nomi che le si attribuiscono, che cercano di arrestarla, non possono che
ricadere, proprio come nel caso della différance, all'interno della metafisica. Il
nome di traccia che utilizza il filosofo francese non è considerato un nome
assoluto così come anche la giustificazione per il suo utilizzo "non può mai
essere assoluta e definitiva"67. Si è sempre inseriti all'interno di un certo contesto
storico, all'interno di una certa tradizione di pensiero e di conseguenza "anche la
parola traccia deve fare di sé stessa il riferimento per un certo numero di discorsi
contemporanei"68. Anche la parola traccia, così come tutte le altre parole non è
mai piena, non porta mai con sé un significato puro. È anch'essa attraversata da
una lacerazione (brisure), e dal movimento continuo della dif-ferenza che
costituisce la significazione. La parola traccia stabilisce però meglio di altre il
rapporto che intercorre fra i vari concetti all'interno del nostro linguaggio e segna
in maniera più sicura il rapporto con la presenza. Non essendoci parola piena ed
31
autentica, nemmeno quella di traccia o di différance, si comprende come anche il
senso non sia mai dato. La verità del senso inteso nella sua purezza e pienezza
non si dà mai. Questo avviene proprio in seguito al cancellamento della traccia.
Nel momento in cui la traccia si cancella, si perde anche il senso che porta con sé
e che dunque non si compie mai del tutto. Questa è l'aporia alla quale si va
sempre incontro e che in nessun modo si può evitare. I sensi si contaminano
sempre fra di loro, si intrecciano gli uni negli altri. Questa aporia alla quale si è
destinati non è altro se non la disseminazione continua del senso e di ogni sua
possibilità; il senso si rinvia costantemente69.
Non è negli intenti di Derrida cercare di risolvere l'aporia alla quale si è
pervenuti nel parlare della traccia. È il concetto stesso di traccia, anche in
relazione alla questione del tempo che abbiamo affrontato, che presenta, nella sua
natura, un carattere aporetico indecidibile. Un'aporia di questo tipo si osserva
anche nel momento in cui si relaziona il tema della traccia a quello dell'origine.
Si è già detto che l'origine, intesa come un punto fermo, fisso in un luogo e in un
tempo determinati non si dà mai. L'origine non è connotata da una presenza ma è
anch'essa in continuo differimento. In La voce e il fenomeno anche sottolineando
come la traccia costituisca la presenza e il presente l'autore afferma:
"la traccia nel senso più universale, è una possibilità che deve non solo abitare la pura
attualità dell'adesso, ma costituirla con il movimento stesso della dif-ferenza che essa vi
introduce. Una tale traccia è [...] più «originaria» della stessa originarietà
fenomenologica"70.
32
Si nota dal passo citato in primo luogo che la traccia istituisce la presenza con il
suo movimento differenziale. In secondo luogo si nota come la traccia sia
connotata da un'originarietà. L'autore mette tra virgolette il concetto di originario
dal momento che questo è ancora un concetto prettamente metafisico e in quanto
tale è caratterizzato da una presenza pura e semplice. Non solo secondo l'autore il
senso viaggia e si rimanda continuamente nel presente ma tale rimando lo si
ritrova anche nel «punto» d'origine. Questo punto d'origine non si dà mai in
presenza, non si presenta mai come un'essenza ma si dà sempre come una traccia.
Derrida dice "la traccia è l'origine assoluta del senso in generale. Il che equivale a
dire, ancora una volta, che non c'è origine assoluta del senso in generale" 71.
L'origine è sempre attraversata da una lacerazione (brisure), la stessa che si
ritrova anche in ogni discorso, in ogni senso che si ritiene essere puro e semplice.
Una différance riapre l'origine in sé stessa, quella stessa origine che la metafisica
ha sempre ritenuto unica e indivisibile, è in realtà attraversata dal movimento
della significazione. Ha ragione Nancy quando parlando dell'origine come la
intende Derrida afferma: "Non c'è inizio, né fine, ma c'è sempre invio" 72. Il
pensare l'origine in questo modo è ovviamente problematico non avendo più
quella presa stabile su di essa che si è sempre ricercato. È indispensabile però
secondo l'autore rimanere all'interno di questa aporia che caratterizza il pensiero
della différance.
Nel momento in cui si mette in questione l'evidenza di una presenza originaria
per parlare di un'origine nel senso della traccia, si deve anche rifiutare l'idea di
passato in senso classico. Si è sempre parlato di un presente-passato, un passato
che a suo tempo è stato presente. Derrida sostiene che "la traccia rinvia ad un
passato assoluto"73, un passato che non è mai stato presente nel senso in cui lo
intende la metafisica. Questo perché la dif-ferenza agisce sempre e lascia traccia
in ogni tempo e luogo, non costituisce mai presenze piene. Il concetto di traccia è
33
quindi incompatibile con quello di passato, di presente e di avvenire; la traccia è
incompatibile con il concetto di tempo come è stato sempre concepito.
Si è dunque compreso che secondo Derrida un'origine come non-traccia, non è
pensabile. Per parlare del concetto di origine in questo modo l'autore introduce
un nuovo concetto: l'archi-traccia. La parola archia sta a significare la doppia
natura del concetto in questione. È anche questo, come molti altri concetti
utilizzati da Derrida, un termine indecidibile. L'archia in questo caso serve a
rivelare la sua natura empirica e trascendentale al tempo stesso. Il concetto di
traccia e quello di architraccia non sono dunque lo stesso concetto, differiscono
però di pochissimo l'uno dall'altro. Nonostante differiscano di poco sono
comunque anche lo stesso concetto; la traccia è lo stesso dell'architraccia sotto il
profilo empirico, mentre l'architraccia è lo stesso della traccia sotto il profilo
trascendentale. Così come la différance, sono dunque anche questi dei quasi-
concetti. Si identificano e si differenziano allo stesso tempo, sono lo stesso e
anche l'altro differito74. Pensare un'origine così intesa significa pensare che "essa
non è mai stata costituita che, come effetto retroattivo, da una non-origine"75. Un
rinvio continuo verso un'altra origine che è sempre una traccia e un rinvio, senza
arrivare mai ad un'origine intesa nei termini di presenza piena. Senza questa
architraccia che si ritrae dalla traccia, senza questo sfuggimento continuo della
presa, niente si potrebbe mai dire, nessun linguaggio potrebbe aver luogo. Il
senso come oggi viene inteso non potrebbe mai darsi senza il riferimento a questa
traccia originaria.
34
Archiscrittura
"Questa idealità, che è soltanto il nome della permanenza dello stesso e la possibilità della
sua ripetizione, non esiste nel mondo e non viene da un altro mondo. Essa dipende
interamente dalla possibilità degli atti di ripetizione. È costituita da questa. Il suo
«essere» è proporzionale al potere di ripetizione. L'idealità assoluta è il correlato di una
possibilità di ripetizione indefinita"76.
76 J. Derrida, La voce e il fenomeno, cit., p. 86. In francese: "Mais cette idéalité, qui n'est que le
nom de la permanence du même et la possibilité de sa répétition, n'existe pas dans le monde
et elle ne vient pas d'un autre monde. Elle dépend tout entière de la possibilité des actes de
répétition. Elle est constituée par elle. Son être est à la mesure du pouvoir de répétition.
L'idéalité absolute est le corrélat d'une possibilité de répétition indéfinie". J. Derrida, in La
voix et le phénomène, cit., p. 58.
35
rimane la stessa nel suo utilizzo in circostanze diverse77. Un segno è tale solo se
nella sua ripetizione in contesti diversi continua ad essere comprensibile. Tale
condizione di iterabilità caratteristica di ogni segno linguistico rende possibile la
costituzione dell'identità ideale; un'identità che come sappiamo non è mai pura e
semplice ma sempre impura, sempre sporca e travagliata al suo interno
dall'alterità. La traccia dell'altro è sempre presente in ogni segno linguistico. Non
esiste un segno che rimandi solo ed esclusivamente a sé stesso, un segno che
porti autonomamente con sé un senso pieno. A partire da sé stesso un segno non
significa mai niente, ha sempre bisogno di rimandare ad altri segni, l'altro abita
sempre all'interno di qualsiasi identità, segnica o non segnica. Un segno è dunque
tale solo all'interno di una totalità segnica, all'interno di una continua serie di
rimandi fra segni dove nessuno rimanda solo a sé78. "Ogni «elemento» - fonema o
grafema – si costituisce a partire dalla traccia presente in esso degli altri elementi
della catena o del sistema"79. Una concatenazione di questo tipo sta alla base di
tutti i sistemi di significazione.
La différance, il movimento della significazione e del dispiegamento delle
differenze, costituisce questa stessa concatenazione fra i segni; non si vede
all'opera e non si sente, si scorge solo nei suoi effetti postumi lasciando traccia. Il
tracciamento delle differenze al quale dà luogo l'evento della différance è
necessario per la presunta manifestazione piena degli elementi nel presente. Non
solo però questo movimento lascia traccia, ma si traccia esso stesso all'interno di
queste differenze e le attraversa. Dire che la différance si esprime come
tracciamento significa dire che questa si annuncia soltanto come scrittura, o
meglio come archi-scrittura (archi-écriture) delle tracce80. Ancora una volta
viene dunque sottolineata l'importanza della scrittura nel gioco della
significazione; importanza espressa dall'autore con una singola lettera (la a di
différance) che riproduce il gioco silenzioso che la contraddistingue, un gioco
che non si può dire o ascoltare ma che avviene originariamente attraverso la
36
scrittura. È proprio a questa scrittura originaria che Derrida si riferisce nel
momento in cui parla di archiscrittura. La metafisica della presenza ha sempre
pensato ad un significato puro e un senso pieno che non esistono in quanto
sempre penetrati dalla traccia dell'altro. La metafisica di cui, come vedremo, lo
stesso Saussure fa parte, ha sempre cercato la cancellazione della traccia e di
conseguenza ha anche cercato di liberarsi della scrittura, ponendola in secondo
piano rispetto alla parola parlata. A questo proposito Derrida può dire che "la
scrittura è un rappresentante della traccia"81. Questo non significa però che
traccia e scrittura siano la stessa cosa in quanto il come tale della traccia non
esiste, non è niente di definito o di presente. Non è mai esistita una parola piena
nel senso in cui ne ha parlato la metafisica, nemmeno la parola diffèrance coniata
da Derrida che non è neanche una parola. Per scorgere il tracciarsi della dif-
ferenza il filosofo francese ritiene dunque opportuno "sorprendere la scrittura
delle e nelle parole"82 in quella archiscrittura che è la condizione a partire dalla
quale tutte risultano essere funzionali e comprensibili. Il linguaggio e la
significazione in generale sarebbero dunque derivati dalla scrittura in quanto
questa, intesa in termini di archiscrittura, è più originaria di qualsiasi concetto o
segno linguistico. Tutto questo significa pensare "che il linguaggio «originale» e
«naturale» non sia mai esistito"83 in quanto è da sempre costituito di tracce e di
sensi che si intrecciano fra loro; è dunque sempre contaminato dalla scrittura.
Sbaglia dunque J. Habermas nel momento in cui, cercando di descrivere la
scrittura nei termini in cui ne parla Derrida, sostiene che questa è concepita come
"il segno assolutamente originario distaccato da tutti i rapporti pragmatici della
comunicazione"84. Non si tratta propriamente di questo. Derrida ha in mente un
linguaggio che, al contrario, è sempre in rapporto con la scrittura, un linguaggio
che non può mai esistere senza essere originariamente attraversato dalla scrittura.
In ogni comunicazione i parlanti in quanto soggetti e le parole da loro
pronunciate sono intrecciati dalle tracce dell'altro, sono nel movimento della
37
différance, hanno sempre in loro il riferimento ad una scrittura che in essi si
traccia.
Non si parla qui di una scrittura intesa nel senso comune, non è dunque una
scrittura fonetica o alfabetica; si tratta di una scrittura generale, una scrittura
originaria nel senso della traccia, una protoscrittura che è sempre attraversata
dalla differenza e che differenzia a sua volta. È una scrittura sempre inserita
all'interno di ogni discorso, lo abita, è inscritta in esso85. In taluni casi Derrida si
limita a chiamare questo nuovo concetto di archiscrittura con il termine classico
di scrittura dando origine a qualche fraintendimento. Ma se utilizza questa
interscambiabilità fra i due termini è per sottolineare che il concetto di
archiscrittura "comunica essenzialmente col concetto volgare della scrittura"86.
Senza l'archiscrittura, senza la différance, il linguaggio non si costituirebbe e i
segni di cui è composto, siano essi fonemi o grafemi, non avrebbero neanche
quel senso ritenuto pieno dalla metafisica.
L'evento della différance può soltanto scriversi, tracciare e lasciare traccia del
suo movimento. L'intento di Derrida è quello di lasciare che questo gioco della
significazione semplicemente avvenga, si in-scriva in ogni testo e in ogni
linguaggio. Così come la traccia, l'architraccia e la différance, anche
l'archiscrittura non può presentarsi in nessun modo sotto la forma della presenza;
si scorge solo nelle sue tracce scritte. Proprio per questo motivo "non può, non
potrà mai essere riconosciuta come oggetto di una scienza"87. Una tale scienza
non avrebbe alcun oggetto dal momento che l'archiscrittura non è un oggetto e
non si manifesta mai88.
85 Cfr. T. Bellou, Derrida's Deconstruction of the Subject: Writing, Self and Other, Peter Lang,
Bern 2013, p. 88.
86 J. Derrida, Della grammatologia, cit., p. 86. La vicinanza fra i due termini si nota soprattutto
quando Derrida dice: "La scrittura appare molto prima della scrittura in senso stretto: già
nella dif-ferenza o archi-scrittura che apre la parola stessa". Ivi, p. 181.
87 Ibidem
88 È interessante a tal riguardo la critica che porta avanti C. Sini. Sostiene che nonostante
l'archiscrittura non possa presentarsi, Derrida ha voluto comunque presentarla anche se in
maniera indiretta. "Come non osservare che tutto questo ha la stessa natura del segno? Non
solo la «cosa stessa» è un segno, ma anche l'archiscrittura". E proseguendo dice: "Nominar
qualcosa che non può divenir oggetto nel mondo non è [...] quella teologia negativa [...] che
è l'instaurazione stessa del trascendentale metafisico?". C. Sini, Etica della scrittura, cit., p.
70. Sini sa che Derrida ha cercato di giustificare il proprio pensiero discostandosi dalla
teologia negativa, ma ritiene comunque che abbia percorso una strada in quella direzione.
38
Alla luce di quanto è stato detto finora possiamo concludere che la formazione
del linguaggio, della scrittura e della significazione in generale non potrebbe
avere luogo senza la differenza. Ma questo discorso è valido anche inversamente.
È attraverso la scrittura che si scorge la differenza. Non c'è un elemento più
originario dell'altro, entrambi sono connotati da un'archia e da un intreccio
costanti. Anche il testo scritto non può venire considerato come un "primum
interpretandum"89 in quanto al suo interno è sempre attraversato da una dif-
ferenza che lo contraddistingue. Senza di questa il testo non potrebbe costituirsi e
non potrebbe significare alcunché. Il testo, così come tutti gli enti, tutte le
identità ritenute presenti nel reale, non sono chiusi in loro stessi in un'unità
semplice; hanno sempre le tracce di qualcos'altro, le tracce di un'alterità che è
indispensabile per la formazione del senso che questi portano con sé, un senso
mai completamente puro ma sempre sporco in quanto continuamente rimandato,
rinviato ad altro. Il testo è costituito al suo interno da un gioco differenziale senza
il quale non potrebbe esistere, è sempre aperto verso l'esterno ed è per questo che
non si può, secondo Derrida, concepire un testo come il principio
dell'interpertazione. Senza il riferimento a tutta una catena di altri testi, di altre
realtà e significati, non potrebbe avere luogo alcuna interpretazione. È questo il
lavoro della decostruzione che sta dietro gran parte delle opere dell'autore. Il
testo stesso è in decostruzione, il senso è atteso continuamente e nella sua
pienezza non si darà mai. È dunque un lavoro infinito che consiste nello disfare e
ricomporre il tessuto del testo90. Che la scrittura è attraversata dalla dif-ferenza si
comprende soltanto nel momento in cui questa ritorna su di sé. Per questo il
lavoro di scrittura di Derrida è proprio rivolto a cercare di far scorgere la dif-
ferenza, farla risultare più evidente anche all'interno di altri testi della tradizione
occidentale. Quello del filosofo francese è dunque un lavoro di scrittura sulla
scrittura e questo è possibile soltanto perché la scrittura ha il carattere
dell'iterabilità e della ripetizione. In ogni testo è possibile fare citazioni, rimandi
ad altri testi, riferimenti particolari che richiamano un'altra scrittura che tratta gli
stessi argomenti ma in maniera differente, da un punto di vista diverso.
39
Dall'iterabilità peculiare della scrittura, dunque dal suo invio, disseminazione e
rimando, deriva il suo carattere immotivato nella stessa maniera in cui questo è
stato attribuito alla traccia. L'immotivazione della scrittura è da considerare come
il suo carattere essenziale in quanto fa riferimento alla "possibilità di tradurre
infinitamente il senso"91. Ancora una volta si mostra come non possa mai darsi
un senso nella sua totalità e nella sua pienezza, ma soltanto nel suo continuo
differire. Si presenta sempre lacerato al suo interno, contaminato da altri sensi, si
presenta solo come traccia di altro da sé e questo equivale a dire che non si
presenta mai puramente.
L'archiscrittura è sempre all'opera sia nella sostanza grafica che in quella non
grafica, è all'origine di ogni movimento di significazione. Essendo la condizione
necessaria per la costituzione di qualsiasi linguaggio non può "far parte del
sistema linguistico stesso, essere situata come un oggetto nel suo campo"92. Il che
non significa pensare che l'archiscrittura si trovi in qualche altro luogo, significa
non pensarla proprio come un oggetto. Ha gli stessi caratteri della différance, non
è né una presenza né una semplice assenza, ha dunque i connotati della traccia
originaria. L'archiscrittura deve quindi essere "pensata come architraccia" 93,
come quell'origine che non è mai piena ma è soltanto un invio verso un passato
assoluto, verso un'altra origine che a sua volta è soltanto una traccia.
Il tema dell'archiscrittura, così come quello di traccia, si riconducono ad
un'origine solo nel momento in cui questa viene pensata come attraversata da una
differenza costitutiva. Ma per pensare un'origine che rimanda continuamente ad
altro, ad un'altra non-origine, è indispensabile mettere in questione il concetto di
tempo pensato tradizionalmente. Così come abbiamo visto per il concetto di
traccia, anche per quanto riguarda l'archiscrittura Derrida sostiene che "apre ad
un tempo, in una sola e medesima possibilità, la temporalizzazione, il rapporto
91 Ivi, p. 52.
92 J. Derrida, Della grammatologia, cit., p. 91.
93 C. Sini, Etica della scrittura, cit., p. 71. Sini nel suo testo va oltre l'analisi derridiana
ritenendo opportuno soffermarsi maggiormente sul come avvenga l'articolazione fonica e
non. Ritiene importante soffermarsi a comprendere quale sia lo schema che permetta
l'articolazione. "È solo in base a questo schema operativo che allora possono sorgere oggetti
come il linguaggio, la scrittura e la differenza. Retrocedere quest'ultima dietro lo schema
alfabetico e farla agire immaginariamente come suo «presupposto» è un non senso dal quale
derivano tutti i paradossi in cui Derrida si imbatte. Sicchè la sua archiscrittura [...] è una
messa in questione sterile e inconcludente". Ivi, p. 74.
40
all'altro ed il linguaggio"94. In definitiva dunque la temporalità così come la
intende il filosofo francese non si identifica né con quella psicologica e neanche
con quella cosmologica, corrisponde invece ad un'aporia imprescindibile nella
quale c'è un continuo scambio, una continua interazione fra l'attuale e l'inattuale.
Il tempo lineare classico viene dunque a sostituirsi, nell'ottica derridiana, con il
«tempo giusto» o tempo dell'evento95. Se ogni presenza, ogni ente o segno,
rimanda a qualcos'altro, se ognuna di queste non è altro che la traccia di
un'alterità che costituisce la sua identità, significa che un tempo lineare non è più
pensabile in quanto si ha sempre a che fare con la traccia degli eventi passati e di
quelli prossimi. Una realtà di questo tipo è riscontrabile in ogni processo di
significazione e di linguaggio. Per descrivere il continuo e ripetuto rapporto che
si intrattiene costantemente con l'altro, Derrida fa riferimento alla pratica della
lettura. Nell'atto della lettura non è possibile leggere una parola alla volta; oltre
all'aver già letto le parole precedenti ed averne compreso il messaggio è anche
necessario cercare di anticipare nella nostra mente le parole che seguiranno96. È
proprio questo che l'autore intende con tempo dell'evento. Il tempo lineare
classico coincide con un'idea di scrittura lineare di tipo alfabetico, mentre quella
alla quale Derrida fa riferimento è una scrittura e una lettura di testi composti da
tracce che coincidono con il concetto di tempo dell'evento. "La linea rappresenta
solo un modello particolare. [...] Questo modello è divenuto modello e resta,
come modello, inaccessibile"97. Il concetto linearista della scrittura è uno dei
concetti cardine della tradizione linguistica ed è portato avanti anche, come
vedremo, da Saussure. La linearità della scrittura è inconcepibile nel momento in
cui si pensa il testo come costituito da tracce e non da semplici segni chiusi in sé
stessi e aventi un significato puro.
L'assenza del significato puro della scrittura si rileva anche nel momento in cui
Derrida approfondisce meglio il rapporto che la scrittura intrattiene con la
spaziatura. L'autore sostiene che "ogni grafema è per essenza testamentario" in
quanto "la spaziatura come scrittura è il divenir-assente e il divenir-inconscio del
41
soggetto"98. L'assenza di cui qui si parla è quella del soggetto della scrittura, del
suo autore. Ogni testo è testamentario poiché è pensato per restare anche oltre la
morte del suo autore. Da questo punto di vista il messaggio che l'autore vuole
lasciare, il significato delle sue parole, non potrà mai essere compreso nella sua
pienezza. Il senso di un testo scritto non potrà mai essere ricostruito fedelmente
secondo quelle che erano le intenzioni dell'autore e di conseguenza "l'assenza
originale del soggetto della scrittura è anche quella della cosa o del referente" 99. I
significanti, le parole presenti nel testo scritto dall'autore, non possono mai avere
una coincidenza nel senso temporale e spaziale del termine con il significato al
quale rimandano. L'assenza dunque non è solo quella del soggetto della scrittura
ma anche quella del referente al quale i segni nel suo scritto rimandano. Il
significato è dunque sempre differito, rinviato ad altro, ad una catena di
significanti; è in un movimento continuo che non può mai arrestarsi, è sempre in
différance.
98 Ivi, p. 101.
99 Ibidem.
42
Capitolo II
2 J. Derrida, La struttura, il segno e il gioco nel discorso delle scienze umane, in La scrittura e
la differenza, cit., p 359. In francese: "Il serait facile de montrer que le concept de structure
et même le mot de structure ont l'âge de l'epistémè, c'est-à-dire à la fois de la science et de la
philosophie occidentales". J. Derrida, in L'écriture et la différence, Édition du Seuil, Paris
1967, p. 409.
3 Cfr. R. Daylight, What if Derrida was wrong about Saussure, Edinburgh University Press,
Edinburgh 2011, p. 60.
4 Anche per questa ragione la critica ha sostenuto che Derrida, nonostante la sua vicinanza con
alcuni temi dello strutturalismo, appartenga in realtà al movimento post-strutturalista.
L'autore però ha sempre preferito non essere etichettato in nessuno di questi movimenti
anche se è inevitabile la sua più stretta vicinanza al post-strutturalismo. Cfr. M. Vergani,
Jacques Derrida, cit., p. 63.
44
Prima di affrontare la lettura vera e propria del testo di Saussure in Della
grammatologia, il filosofo francese prende di mira la linguistica in generale e
afferma che: "La scienza linguistica determina il linguaggio – il suo campo di
oggettività – in ultima istanza e nella semplicità irriducibile della sua essenza,
come unità di phonē, glōssa e logos"5. Già con questa frase di poche righe si può
notare come il discorso derridiano sia indirizzato ad individuare la stretta
relazione che intercorre fra la linguistica moderna e quello che lui chiama
logocentrismo, caratteristico della metafisica occidentale, cercando di individuare
quegli elementi in comune fra i due che fanno dell'uno la continuazione dell'altro.
Trova l'essenza della linguistica nella voce (la phonē), nella parola parlata,
considerata direttamente collegata all'individuo e alla sua coscienza più propria.
Per approfondire meglio questi argomenti e per mostrare che cosa Derrida
intende quando parla di tale continuità è opportuno fare riferimento, come anche
lo stesso autore fa nei suoi testi, all'antichità, soprattutto ad Aristotele e Platone.
Quest'ultimo è preso in esame nella Farmacia di Platone, uno dei testi più
conosciuti dell'autore. Qui si affronta una lettura decostruzionista del Fedro
platonico mostrando una certa attenzione soprattutto alla concezione della
scrittura del filosofo greco. Nel raccontare il mito di Theut, Platone inizialmente
presenta la scrittura come un pharmakon6, un farmaco che è capace di risolvere
tutti i problemi di memoria degli uomini. Successivamente però la scrittura rivela
la sua vera natura, si mostra nella sua versione più minacciosa, si mostra nell'altra
sua faccia, quella di un veleno (pharmakon). "La scrittura avrà l'effetto di rendere
le anime smemorate"7, al contrario di ciò che sosteneva il Dio Theut. La scrittura
produce così l'effetto opposto a quello previsto e minaccia la purezza della
memoria, quella che per Platone si avvicina maggiormente alla verità. Soltanto
un'intatta memoria (mneme), senza riferimento ad alcun segno, è capace di
raggiungere il vero. La scrittura viene dall'esterno, è un fuori irriducibile alla
5 J. Derrida, Della grammatologia, cit., p. 51. In francese: "La science linguistique détermine
le langage – son champ d'objectivité – en dernière instance et dans la simplicité irréductible
de son essence, comme l'unité de phonè, glossa et logos". J. Derrida, in De la
grammatologie, cit., p. 45.
6 Cfr. J. Derrida, La farmacia di Platone, Jaca Book, Milano 2015, p. 61.
7 M. Vergani, Dell'aporia: saggio su Derrida, cit., p. 171.
45
soggettività e ha una distanza troppo grande dall'eidos di cui parla Platone;
"corrompe l'interiorità intatta, è supplemento di supplemento"8. È considerata il
"figlio illegittimo" al contrario del logos che viene visto come il figlio legittimo
del padre (del sole o eidos). Si è di fronte ad una gerarchia che contrassegna la
superiorità del logos sulla scrittura e che la condanna una volta per tutte ad essere
sua sottoposta. Il motivo della sua condanna in seconda posizione è dato anche
dal fatto che "la scrittura è «per la morte»9" perché non è parola piena, non è
parola vivente a differenza di quella pronunciata direttamente dal soggetto che la
proferisce. Inoltre, un testo scritto non può rispondere alle eventuali domande che
gli possono essere poste, non è possibile avere ulteriori informazioni o una
chiarificazione migliore del suo contenuto, di ciò che l'autore voleva comunicare
con il suo messaggio. In questa prospettiva la parola viene pensata come
presenza viva al soggetto cosciente che la articola. Derrida legge dunque nel testo
platonico un disprezzo verso la scrittura, considerata come forma illegittima della
comunicazione, lo stesso disprezzo che leggerà poi nelle pagine del testo di
Saussure.
La scrittura non è a diretto contatto con il significato a differenza della parola
viva che invece si trova molto più vicina al parlante, al suo pensiero e a ciò che
vuole comunicare. Le parole "escono dal parlante come segni spontanei e quasi
trasparenti del suo pensiero10". I segni, che invece contraddistinguono la scrittura,
sono fisici e molto distanti dal reale pensiero dell'autore, hanno una distanza
troppo grande dal significato che voleva trasmettere. Questa distanza non è solo
spaziale ma anche temporale; l'autore potrebbe, in primo luogo, essere del tutto
assente (potrebbe essere defunto) e la scrittura continuerebbe comunque a
funzionare; funzionerebbe, d'altra parte, anche nel caso in cui fosse totalmente
staccata dal suo autore, anche se in questo caso si avrebbe una scrittura anonima.
Così descritta la scrittura potrebbe dar luogo a dei fraintendimenti e a delle
incomprensioni dal momento che "il parlante non è presente per spiegare al
8 Ibidem.
9 G. Dalmasso, Jacques Derrida e l'avvenire del significato, in G. Dalmasso (a cura di), A
partire da Jacques Derrida, cit., p. 26.
10 J. Culler, Sulla decostruzione, cit., p. 91.
46
proprio ascoltatore che cosa intendeva dire"11. Non solo dunque la scrittura è
posta in secondo piano rispetto alla parola, ma è anche considerata un'alterazione
della stessa.
Derrida scorge all'interno del Corso di linguistica generale di Saussure una
continuità con il passato, una lettura prettamente metafisica e logocentrica sulla
scrittura che si collega perfettamente con la visione di Platone nei suoi testi.
All'inizio della sua lettura su Saussure in Della grammatologia, Derrida fa un
collegamento fra questo autore, Aristotele e altri pensatori del passato e afferma:
11 Ibidem.
12 J. Derrida, Della grammatologia, cit., p. 52. In francese: "L'écriture serait toujours dérivée,
survenue, particulière, extérieure, redoublant le signifiant: phonétique. «Signe de signe»
disaient Aristote, Rousseau et Hegel. [...] Saussure reprend la définition traditionnelle de
l'écriture qui déjà chez Platon et chez Aristote se rétrécissait autour du modèle de l'écriture
phonétique et du langage de mots." J. Derrida, in De la grammatologie, cit., pp. 45,46.
47
sulle scritture fonetiche. Sottolinea che "solo nel caso ipotetico di lingue
puramente «fonetiche» la parola parlata (talvolta chiamata da Saussure la «figura
vocale») «prevede» la sua controparte visiva"13 e, andando avanti nel suo
discorso, specifica che lingue come il francese o l'inglese odierni non sono in
realtà delle lingue puramente fonetiche e questo porta nella maggioranza dei casi
a delle incongruenze tra il parlato e lo scritto che sono purtroppo inevitabili14.
Per avvalorare ulteriormente la sua accusa nei confronti di Saussure e per
cercare di mostrare la presenza di una continuità e di una congruenza fra il suo
pensiero e i testi della tradizione antica, Derrida cita un passo di Aristotele e lo
confronta con uno del Corso di Saussure. Nel passo aristotelico, si fa riferimento
alle parole scritte, le quali sarebbero in realtà i simboli delle parole emesse dalla
voce. Si parla dunque anche in questo caso, secondo il filosofo francese, di una
scrittura considerata nelle sua purezza e nella sua perfetta congruenza con la
phoné15. Saussure invece afferma: "Lingua e scrittura sono due distinti sistemi di
segni; l'unica ragion d'essere del secondo è la rappresentazione del primo"16.
Derrida nota che il modo di vedere la scrittura di entrambi gli autori è pressoché
identico; si tratta sempre di una scrittura concepita nella sua componente
fonetica, senza considerare mai tutti gli aspetti altri che sono intramati in essa e
senza i quali non riuscirebbe ad essere comprensibile e a funzionare
correttamente. Da questi passi si nota come la voce abbia una priorità assoluta
nei confronti della scrittura; è quella che la tradizione ha considerato come segno
primo, o significante primo, in grado di trasmettere nel migliore dei modi il
significato. Il linguaggio scritto è sempre secondo, è una convenzione di secondo
grado e, in quanto tale, deve essere visto come un significante di un significante,
"un ulteriore mezzo di estrinsecazione mondana e di allontanamento"17. È una
13 J. I. Porter, Saussure and Derrida on the Figure of the Voice, MLN French Issue, 101, 4,
1986, p. 879.
14 Cfr. Ibidem.
15 Cfr. J. Derrida, Della grammatologia, cit., p. 52.
16 F. De Saussure, Corso di linguistica generale, Editori Laterza, Roma-Bari 2005, p. 36. Nella
versione in francese di Della grammatologia è importante notare come Derrida sottolinei
alcuni aspetti della citazione saussuriana ponendoli in corsivo: "L'unique raison d'être du
second est de représenter le premier". J. Derrida, in De la grammatologie, cit., p. 46.
17 C. Sini, Etica della scrittura, cit., p. 57.
48
distanza troppo grande quella che intercorre fra il soggetto, il mondo e ciò che si
comunica di esso attraverso la scrittura, una distanza che secondo il modo
tradizionale di pensare è colmata solo nel momento in cui si parla in quanto solo
la voce e solo la parola parlata riescono ad esprimere il reale pensiero del
soggetto. Più avanti affronteremo queste questioni con più accuratezza.
Rimanendo ora sull'associazione che Derrida imposta fra il pensiero saussuriano
e quello aristotelico è importante sottolineare come secondo Roy Harris, autore
molto critico nei confronti del filosofo francese, questa sia del tutto illegittima e
controversa. Nel suo testo Harris sostiene che Derrida faccia una lettura sbagliata
di ciò che intendeva dire Aristotele nel De interpretatione. Sospetta, oltretutto,
che questa lettura distorta sia stata fatta volontariamente per introdurre una certa
coerenza alla sua tesi, per mostrare una certa continuità storica fra il pensiero di
questi due autori e per avvalorare ulteriormente la sua accusa di logocentrismo
nei confronti di Saussure18. Abbiamo visto che nella sua traduzione dal greco al
francese Derrida sostiene che si parli di parole scritte (mots écrits), le quali
sarebbero, secondo Aristotele, simboli delle parole emesse dalla voce (mots émis
par la voix), ma Harris sostiene che "nel testo greco non c'è niente che
corrisponde all'unità linguistica «parola» (mot)"19. Proseguendo nel suo discorso
Harris parla delle numerose differenze presenti tra il pensiero di questi due autori
mostrando come nella lettura di Derrida siano presenti numerose forzature senza
le quali la sua critica non potrebbe avere luogo. Nella conclusione del suo
intervento Harris afferma che "porre Saussure come erede linguistico di
Aristotele è una cosa: porre Aristotele come antenato linguistico di Saussure è
un'altra"20.
Procedendo nella sua lettura critica del Corso, Derrida mostra la limitatezza
della visione saussuriana sulla scrittura. Il linguista svizzero si limita infatti,
secondo Derrida, alla concezione di soli due sistemi di scrittura: il sistema detto
ideografico e il già citato sistema «fonetico». Nel sistema ideografico "il
18 Cfr. R. Harris, Saussure and his interprets, Edimburgh University Press, Edimburgh 2003, p.
173.
19 Ibidem.
20 Ivi, p. 175.
49
vocabolo è rappresentato da un segno unico ed estraneo ai suoni di cui il
vocabolo si compone"21. In questo caso c'è un rapporto, anche se indiretto, fra il
segno e l'idea che questo vuole esprimere. Fa qui l'esempio classico della
scrittura cinese. Mentre per scrittura «fonetica» Saussure intende quel sistema
che "mira a riprodurre la sequenza dei succedentisi nel vocabolo"22. Una scrittura
di questo tipo può essere sillabica o alfabetica ma in ogni caso ci deve essere
sempre un chiaro rimando alla parola. Derrida nota qui una limitatezza di fondo
in quanto non possono esistere o venire considerati soltanto due tipi di scritture.
Il concetto di scrittura derridiano è molto più vasto ed è tendente ad un'apertura
quanto più ampia possibile nei confronti dei vari sistemi di scrittura e non solo; è
intesa come "ogni rapporto di iscrizione e di iterazione"23; è il semplice
«tracciare delle righe». Per comprendere i motivi di questa limitatezza da parte di
Saussure nel considerare i sistemi di scrittura, Derrida anticipa uno dei concetti
fondamentali della linguistica saussuriana: l'arbitrarietà del segno. Grazie a
questa nozione si comprende che: "Non c'è scrittura finché il grafismo conserva
un rapporto di figurazione naturale e di rassomiglianza qualsiasi con ciò che
allora è non significato ma rappresentato, disegnato, ecc"24. Se dunque persiste
un rapporto che possa dirsi naturale, un qualche collegamento figurativo fra il
grafema e ciò che rappresenta, allora questa non può considerarsi scrittura. La
messa in corsivo della parola da parte di Derrida sta ad indicare il suo
distaccamento da questa concezione saussuriana, da una scrittura racchiusa
all'interno di questa limitatezza inconcepibile per l'autore. Non esiste per
Saussure una scrittura simbolica o figurativa, e non esiste neanche una scrittura
pittografica o naturale in quanto queste sono viste come contraddittorie alla
nozione di arbitrarietà; sono considerate dei semplici disegni, delle pitture che
non hanno nulla a che vedere con la scrittura. Attuando questa gerarchia di base,
questo fonocentrismo, concependo la scrittura fonetica superiore a quella, per
25 M. Bevir, Meaning, truth and phenomenology, Metaphilosophy, Vol 31, 4, 2000, p. 414.
26 F. De Saussure, Corso di linguistica generale, cit., p. 36.
27 Ivi, p. 35.
28 Ibidem.
51
come credevano gli autori antichi. Il collegamento con la tradizione
logofonocentrica è qui sempre più allo scoperto.
Alcuni autori, avendo una visione totalmente differente rispetto a quella del
filosofo francese, ritengono che le intenzioni di Saussure quando parla della
scrittura non siano quelle di sminuirla e darle così una caratura di poco conto nei
confronti della parola. Ci sono in realtà altre motivazioni alla base del suo
discorso da prendere in considerazione. Harris prende in esame il contesto nel
quale il Corso è stato concepito; non è un'opera scritta da Saussure di proprio
pugno, è in realtà un'opera risultante dall'insieme degli appunti presi dai suoi
studenti fra il 1906 e il 1911. Si tratta quindi di una rielaborazione postuma del
suo pensiero. Harris sottolinea che quando Saussure parla dei "pericoli" della
scrittura, in realtà non vuole affatto cercare di minimizzarla o renderla marginale
nel contesto linguistico. I pericoli di cui parla non sono affatto derivanti da una
prospettiva metafisica o logocentrica, si tratta invece di mettere in guardia i suoi
studenti, in modo che non confondano i testi scritti con le tradizioni orali
sottostanti29. Saussure era ben consapevole di rivolgersi a degli studenti che
avevano una preparazione precedente di greco, di latino e di filologia comparata
e per questo ha ritenuto opportuno prepararli preliminarmente, in modo da
affrontare meglio il corso, senza fraintendimenti fra le materie di studio e dunque
fra lo studio dei testi scritti e la lingua parlata30. Harris non vede quella
connotazione negativa sulla scrittura che Derrida riscontra nella lettura del testo
saussuriano. Allo stesso modo, come abbiamo visto, Harris non nota neanche la
stretta relazione che secondo Derrida collega direttamente il pensiero di Saussure
e quello della tradizione antica. Questo autore, inoltre, non è l'unico ad avere una
visione critica nei confronti di tale lettura derridiana. Il già citato R. Daylight
ritiene che è difficile sostenere un logocentrismo saussuriano in continuità con il
passato. "Quello che Derrida non riesce a dimostrare nella sua caratterizzazione
della semiologia classica, è la codipendenza logica o linguistica del
fonocentrismo e del logocentrismo"31. L'idea di base dell'autore è che se anche si
32 Ibidem.
33 Ibidem.
34 Cfr. J. Derrida, Della grammatologia, cit., p. 57.
53
linguista svizzero la scrittura viene dall'esterno e rischia di intaccare la purezza
interiore (la purezza dell'anima, diceva Platone)35. La parola è quindi per
Saussure, così come per Platone, a diretto contatto con il significato che il
parlante vuole esprimere, in contatto con il pensiero che vuole comunicare. La
voce, dice Derrida, permette al logos di rimanere in se stesso, di non alterarsi e
"manifestarsi esso stesso, senza compromettere la sua immediatezza"36. Nella
tradizione metafisica, che continua con Saussure, il legame fra logos e phoné non
è dunque mai stato interrotto; si tratta di un legame originario, concepito come
inseparabile. Per queste ragioni la scrittura non può essere considerata allo stesso
modo della voce, sullo stesso piano di valore; in quanto mediazione non può che
risultare seconda, supplemento di cui è possibile fare a meno. "La scrittura
verrebbe a interrompere, ritardare, travagliare la trasparenza della voce" 37, non
permette al significato di rimanere in sé stesso, rischiando di macchiarlo e
modificarne il senso. La voce risulta essere sempre più adatta dal momento che
riesce trasmettere il significato in maniera più chiara e trasparente. È come se la
voce, concepita puramente interiore alla coscienza, fosse un "prolungamento
naturale del pensiero"38. Derrida ritiene che un privilegio di questo tipo assegnato
alla voce, porti inevitabilmente ad una caduta della scrittura. Essendo infatti la
voce considerata nella sua interiorità, la scrittura non può che essere
simmetricamente esteriore e di conseguenza risultare come alienante per il
pensiero del soggetto, un'alterazione o distorsione dello stesso.
Per Derrida il privilegio assegnato alla phoné da parte di Saussure è ormai
chiaro alla luce della sua lettura sul Corso. Quello che sorprende però è come,
nonostante le sue argomentazioni e le relative prove che ritiene di aver scovato
nel testo saussuriano a favore della sua tesi, esistano comunque delle posizioni
contrastanti al suo pensiero. Abbiamo già esaminato alcuni autori sui quali
torneremo certamente. Un altro autore critico nei confronti di questa lettura
derridiana è D. Freundlieb. Nella sua analisi ritiene che non esista nel testo
35 Ivi, p.58.
36 C. Di Martino, Oltre il segno, cit., p. 45.
37 Ibidem.
38 Ivi, p 78.
54
saussuriano alcun elemento per affermare la tesi di un privilegiamento della
parola sulla scrittura e un relativo abbassamento di quest'ultima a discapito della
prima39. L'intera visione di Derrida sul Corso è soltanto frutto di un grande
equivoco, un fraintendimento delle reali intenzioni dell'autore che porta ad una
interpretazione sbagliata. Secondo quest'autore l'obiettivo reale di Saussure in
tutte le varie citazioni che Derrida porta a sostegno della sua tesi non è quello di
sminuire la scrittura, ma soltanto quello di "liberare lo studio scientifico del
linguaggio dalle opinioni di laici e grammatici"40. Queste persone sono molto più
interessate agli aspetti connessi alle regole ortografiche piuttosto che a quelle
della lingua parlata. Anche per quanto concerne un aspetto importante come la
pronuncia, concentrarsi solo sulle regole ortografiche di scrittura può essere
deleterio. Assumendo il caso in cui si sia perfettamente in grado di scrivere in
una determinata lingua, non è detto che si riesca altrettanto bene a tenere conto
dei vari cambiamenti di pronuncia al suo interno. L'autore, per difendere le tesi
saussuriane, prende come esempio la lingua inglese e sostiene che "sarebbe
praticamente impossibile ricostruire il sistema dei fonemi inglesi dalla sola
lingua scritta"41. Saussure intenderebbe dunque, secondo questo autore, che il
sistema di una lingua sia comprensibile solo se non facciamo troppo affidamento
sui significanti grafici. È una interpretazione meno radicale di quella derridiana,
si nota anche qui però, dal mio punto di vista, una preferenza per la lingua
parlata. La differenza è che qui si cerca di "salvare" la scrittura senza screditarla
troppo.
Proseguendo con la sua lettura in Della grammatologia, Derrida trova altri
aspetti che mostrano una scrittura come sottoposta della voce. Saussure dice: "la
scrittura offusca la visione della lingua, non la veste ma la traveste" 42. È dunque
una "strana immagine", dicevamo prima "una rappresentazione" della lingua43.
caso specifico, si nota come siano state apportate delle aggiunte alle fonti originali. In queste,
per esempio, non si legge nulla riguardo ad un tale "travestimento" della lingua. Cfr. B.
Stawarska, Derrida and Saussure on entrainment and contamination: Shifting the paradigm
from the Course to the Nachlass, Continental Philosophy Review 48, 2015, pp. 310-312.
44 J. Derrida, Della grammatologia, cit., p. 59.
45 F. De Saussure, Corso di linguistica generale, cit., p. 37.
46 Ivi, p. 85.
47 Cfr. J. Derrida, Della grammatologia, cit., pp. 61-62. Per quanto concerne il termine
«tirannia», utilizzato da Saussure nel Corso e ripetutamente sottolineato da Derrida in queste
56
l'importanza della parola che deve essere ora recuperata, "si finisce col
dimenticare che si impara a parlare prima che a scrivere"48, invertendo così i
ruoli. Derrida interpreta questo cedere al prestigio della scrittura come una
«passione», alla quale non si può resistere. La passione è infatti "tirannica e
schiavizzante. [...] Una tirannia che è il dominio del corpo sull'anima"49. Questo
paragone è un chiaro rimando al gergo greco antico nel quale il corpo era visto
solo come una custodia, una prigione dell'anima. Una passione che rappresenta
dunque un fatto patologico, una malattia dell'anima che ha bisogno di liberarsi
dalla chiusura nella quale è stata costretta a rimanere per troppo tempo.
In questa prima parte della lettura derridiana del Corso, l'autore ha cercato di
elencare tutti quei passi presenti nel testo che presentano un carattere prettamente
logocentrico. Il suo intento non è però mai stato quello di ribaltare la tradizione
che discredita la scrittura a favore della voce, da Platone a Saussure. Questo
viene chiarito nel momento in cui afferma:
"Decostruire questa tradizione non consisterà nel rovesciarla, nel dichiarare innocente la
scrittura. Ma soprattutto nel dimostrare perché la violenza della scrittura non sopravviene
ad un linguaggio innocente. C'è una violenza originaria della scrittura perché il
linguaggio è anzitutto, in un senso che si svelerà man mano, scrittura"50.
pagine, è necessario sottolineare come non sia in realtà presente nei materiali di origine ed è
dunque frutto di aggiunte editoriali. Si può quindi affermare che "le fonti manoscritte notano
in modo più neutrale «l'influenza» della scrittura sul linguaggio". B. Stawarska, Derrida and
Saussure on entrainment and contamination, cit., p. 310.
48 F. De Saussure, Corso di linguistica generale, cit., p. 37.
49 J. Derrida, Della grammatologia, cit., p. 62.
50 Ivi, p. 61. In francese: "Déconstruire cette tradition ne consistera pas à la renverser, à
innocenter l'écriture. Plutôt à montrer pourquoi la violence de l'éctiture ne survient pas à un
langage innocent. Il y a une violence originaire de l'écriture parce que le langage est d'abord,
en un sens qui se dévoilera progressivement, écriture". J. Derrida, in De la grammatologie,
cit., p. 55.
57
continuamente. Nella citazione appena richiamata si fa riferimento in modo
implicito a quella archiscrittura che è la condizione per la formazione di ogni
linguaggio possibile. Per questo motivo il linguaggio è innanzitutto una scrittura
intesa in senso derridiano, cioè nel senso più ampio possibile del termine, senza
tutte quelle limitazioni che invece Saussure richiama all'interno del Corso.
Il significato trascendentale
Una volta esaminata questa prima parte della lettura derridiana e aver visto quale
sia, dal suo punto di vista, il pensiero di Saussure sulla scrittura e sulla voce, è la
volta di mostrare la posizione di Derrida intorno a questi argomenti. Per quale
motivo a partire dal pensiero presocratico fino ad autori più moderni come
Saussure o Heidegger si è formata una predilezione per la parola a discapito della
scrittura? Cercare una risposta a questa domanda porterà a prendere meglio in
considerazione la definizione diadica che Saussure dà del segno linguistico.
In La voce e il fenomeno Derrida prende in esame la questione della voce, intesa
come il sentirsi-parlare (s'entendre parler) del soggetto e afferma:
Derrida, in La voix et le phénomène, cit., p. 88. Il francese con il verbo s'entendre parler
riesce ad unificare le azioni dell'intendersi e del comprendersi.
52 M. Vergani, Jacques Derrida, cit., p. 34. A proposito dell'auto-affezione C. Sini specifica
come G. H. Mead in Mind, Self and Society nel 1934 avesse già parlato di questa negli stessi
termini in cui ne parla Derrida. Il gesto vocale, mediante l'auto-affezione realizza
l'autocoscienza e forma i vari soggetti grazie alla loro comunicazione reciproca. I Soggetti
non sono dunque sussistenti prima della comunicazione. Derrida non dice quindi niente di
nuovo a tal riguardo. Cfr. C. Sini (prefazione in), J. Derrida, La voce e il fenomeno, cit., p.
21.
53 Cfr. C. Di Martino, Oltre il segno, cit., p. 96.
54 J. Derrida, Posizioni, cit., p. 32. In francese: "Non seulement le signifiant et le signifié
semblent s'unir, mais, dans cette confusion, le signifiant semble s'effacer ou devenir
transparent pour laisser le concept se présenter lui-même". J. Derrida, in Positions, cit., p.
33.
59
nella sua purezza e immediatezza con il pensiero. La presenza di un tale
significato immutato, immodificato è secondo derrida soltanto una grande
illusione, "un inganno sulla cui necessità si è organizzata tutta un'epoca" 55. Il
significante vocale, alla pari di tutti gli altri significanti non fonici resta nella sua
materialità. Il fatto che questa sia meno visibile o riscontrabile nel presente non è
una ragione valida per consacrare la voce a significante per eccellenza. Si
potrebbe infatti avere una registrazione nella quale è possibile conservare il
significante fonico per più tempo, potendo così cogliere meglio come anche la
voce sia attraversata da una différance che è alla base della costituzione del suo
senso56. Non esiste un senso coglibile nella sua semplice presenza, nel suo
significato puro, «trascendentale», un senso che rimanda solo ed esclusivamente
a sé. Questa è la tesi definitiva derridiana che affronta al termine della sua lettura
su Saussure e che vedremo nel dettaglio nel corso di questo capitolo.
Il sentirsi-parlare è dunque quella condizione che fa vivere il soggetto
all'interno di una illusione di presenza, sia di se stesso e sia del significato che
pronuncia mediante dei significanti (fonici) che non percepisce come tali per via
della loro veloce scomparsa. "La «presenza» non è altro che questo circuito
chiuso di auto-affezione"57. I concetti cardine della metafisica si presentano
anche qui in tutta la loro forza persuasiva a dimostrazione del fatto che questa
non è mai stata superata e probabilmente mai lo sarà del tutto. È possibile dunque
sostenere che, secondo Derrida, tutta la "semiologia classica è una semiologia
della presenza, una semiologia dell'epoca della metafisica classica"58. Un autore
come Saussure ha solo contribuito alla continuazione di questa tradizione di
pensiero riprendendo la definizione classica del segno e legandolo alla phoné.
La critica ha d'altra parte considerato la lettura derridiana un'interpretazione
errata di Saussure, soprattutto in riferimento alla concezione del segno nella sua
suddivisione bipartita. Simon Critchley sottolinea come Saussure, a differenza di
quanto sostiene Derrida, si allontani di molto dalla concezione classica del segno
55 Ibidem.
56 Cfr. J. Culler, Sulla decostruzione, cit., p. 99.
57 R. Tallis, Not Saussure: A Critique of Post-Saussurian Literary Teory, Macmillan press,
London 1988, p. 179.
58 R. Daylight, What if Derrida was wrong about Saussure, cit., p. 19.
60
linguistico. Se è vero che in passato "il signatum rinviava sempre, come al suo
referente, ad una res, ad un ente creato"59, allora è anche vero che Saussure
spezza questa tradizione. Egli infatti sostiene che il segno linguistico è l'unità del
concetto (significato) e del suono-immagine o fonema (significante), non quindi
l'unità di un nome e una cosa. Dal punto di vista di questo autore dunque la
rottura fra il significato e il suo riferimento fa di Saussure un pensatore che si
distacca completamente dalla tradizione semiologica classica60.
Secondo Derrida, invece, Saussure è un continuatore del modo classico di
pensare il segno. In posizioni sottolinea che "il mantenimento della rigorosa
distinzione fra signans e signatum, e l'equazione fra signatum e concetto (p. 85
CLG), lasciano aperta di diritto la possibilità di pensare un concetto significato in
se stesso, nella sua indipendenza rispetto alla lingua"61. Anche in questo caso
secondo il filosofo francese è presente in Saussure la convinzione dell'esistenza
di un significato trascendentale, un significato che non si riferisce a niente se non
a sé stesso; potremo dire un significato che trascende la formazione della lingua e
la sua evoluzione nel tempo in quanto è già presente all'interno della mente del
soggetto che lo esprime. In realtà però Daylight afferma che le intenzioni di
Saussure sono del tutto opposte a quanto sostiene Derrida. Porta, in difesa
saussuriana, varie citazioni del Corso. Qui mi limito a riportarne soltanto una che
ritengo riassuntiva di tutte le altre. Saussure afferma che: "Preso in se stesso, il
pensiero è come una nebulosa in cui niente è necessariamente delimitato. Non vi
sono idee prestabilite, e niente è distinto prima dell'apparizione della
lingua"62(corsivo mio). Secondo Daylight in questo passo si intuisce come sia il
pensiero a dipendere dalla lingua e non il contrario in quanto è proprio questo il
tema al centro del Corso. Nella sua interpretazione va anche oltre e sostiene che
da nessuna parte Saussure ha sostenuto l'indipendenza dei significati dai
63 Cfr. R. Daylight, What if Derrida was wrong about Saussure, cit., p. 44.
64 J. Derrida, La différance, in Margini, cit., p. 37. In francese: "Saussure est d'abord celui qui a
placé l'arbitraire du signe et le caractère differentiel du signe au principe de la sémiologie
génerale, singulièrement de la linguistique". J. Derrida, La différance, in Marges, cit., pp. 11-
12.
62
che li distinguono e li rapportano gli uni agli altri"65. Se questa interpretazione è
corretta si nota qui, dal mio punto di vista, una prima analogia fra il pensiero
derridiano e quello saussuriano. Sembrerebbe che l'autore svizzero non consideri
i termini nella loro pienezza o presunta purezza, anologalmente a come li
descrive Derrida. I termini pieni non esistono, il richiamo all'altro da sé avviene
sempre. La traccia dell'altro non permette ai termini di presentarsi in modo
assoluto e nella loro interezza. Proprio quest'impossibilità di presentarsi è però
alla base del loro esistere soltanto come tracce di qualcosa che è già stato o che
ancora in futuro dovrà essere. Il linguaggio è dunque per Saussure un sistema di
segni, i quali si costituiscono soltanto in base alla loro differenza con tutti gli altri
segni. Nel parlare dello spaziamento ho richiamato l'esempio del colore rosso:
senza l'esistenza di un'intera terminologia di colori, senza il riferimento ad un
linguaggio che rimane sullo sfondo e nel quale questa parola si inserisce, non è
possibile avere alcuna comprensione su di essa. È solo mediante la distanza che
separa questo colore dal non essere verde o blu che si riesce a capire di che cosa
stiamo parlando. Solo in questa differenza spaziale il rosso arriva ad essere
definito, si potrebbe dire «differenziato». Il linguaggio, dal punto di vista
saussuriano, viene dunque concepito come un sistema di differenze66. Tale
sistema di differenze non è ovviamente tangibile in nessun modo; rappresenta
soltanto uno schema mentale inconsapevole che ognuno di noi possiede per
riuscire a distinguere un termine da un altro. Questo sistema è quello che
Saussure chiama langue. Preso singolarmente però, uno schema di questo tipo
non potrebbe funzionare di per sé, ha bisogno degli eventi discorsivi. Solo grazie
a questi, alla parola potremo dire «vivente» (la parole direbbe Saussure), è
possibile il funzionamento del sistema linguistico67. La terminologia in questione
65 Ibidem. In francese: "Les éléments de la signification fonctionnent non par la force compacte
de noyaux mais par le réseau des oppositions qui les distinguent et les rapportent les uns aux
autres". In questo caso sarebbe più corretto tradurre noyaux con nuclei (come si legge in altre
traduzioni) piuttosto che con noccioli, per esprimere meglio il riferimento all'«essenza» dei
singoli termini linguistici.
66 Cfr. J. Culler, Sulla decostruzione, cit., p. 89.
67 Ibidem. C. Sini, a questo proposito, sottolinea come la parole vada distinta dal semplice
linguaggio. La parole è un esecuzione sempre individuale di cui ognuno è padrone. È dunque
un singolo atto espressivo che cambia da individuo a individuo. "Separando la lingua dalla
63
è connessa ai caratteri diacronico e sincronico della lingua che affronteremo in
seguito. Ora limitiamoci a trarre alcune considerazioni su quanto detto finora.
Quando Saussure dice che "nella lingua non vi sono che differenze, senza
termini positivi"68, formula una tesi del tutto radicale rispetto al pensiero comune.
Tutti tenderebbero a pensare la lingua come un sistema formato da termini
positivi, da parole che si aggregano fra di loro per formare frasi di senso
compiuto. Pensare invece ad una lingua che si forma soltanto mediante
differenze, con segni distinguibili solo per differenza, è un pensare diversamente
che piace molto a Derrida. Rappresenta per lui un duro attacco al logocentrismo e
alla metafisica della presenza69. Siamo qui di fronte ad uno dei punti di contatto
fra il nostro autore e il linguista svizzero. Quest'ultimo però non è riuscito ad
andare fino in fondo nel suo attacco ed è rimasto aggrappato alla tradizione per
altri aspetti, alcuni dei quali sono già stati affrontati in questo lavoro.
Il carattere differenziale del segno linguistico di cui parla Saussure non è
interpretato allo stesso modo da tutti i suoi lettori. Quella derridiana è una
possibile lettura dell'argomento ma non è ovviamente l'unica. M. Bevir ad
esempio, si distacca completamente sia dalla posizione saussuriana sia da quella
derridiana, considerata quest'ultima troppo aderente alla prima. Secondo la sua
idea, nella lingua i termini non sono concepibili soltanto nel loro carattere
differenziale, ma è possibile chiarire il loro significato e comprenderli anche
presi in sé stessi70. È dunque falso affermare la non esistenza di termini positivi
all'interno del sistema linguistico. Come spesso si usa fare, anche in questo caso
l'autore sceglie di riferirsi all'esempio dei colori e sottolinea come anche per
quanto riguarda concetti di questo tipo, quelli cioè posizionabili all'interno di un
continuum, è possibile parlare sia di definizione positiva che negativa, cioè per
differenza con altri colori. Poniamo il caso di voler insegnare a riconoscere il
colore rosso ad un gruppo di studenti. Se diamo loro uno strumento capace di
parole, Saussure separa ciò che è sociale da ciò che è individuale". C. Sini, Semiotica ed
ermeneutica nel pensiero contemporaneo, Edizioni Libreria Cortina, Milano 1977-78, pp. 8-
9.
68 F. De Saussure, Corso di linguistica generale, cit., p. 145.
69 Cfr. J. Derrida, Posizioni, cit., pp. 28.
70 Cfr. M. Bevir, Meaning, truth and phenomenology, cit., p. 416.
64
misurare la natura della luce sprigionata da un determinato oggetto, potrebbero
senza nessun problema identificare il rosso, senza il bisogno di distinguerlo tra
altri colori differenti. "Possiamo definirlo positivamente come il colore visto ad
una tale banda dello spettro"71. Tutto questo porta l'autore a dire che i colori sono
concetti relazionali, in quanto è possibile distinguerli mediante la loro relazione
con gli altri all'interno di un continuum. Non è però possibile definirli concetti
puramente differenziali dal momento che è possibile riconoscerli in maniera
positiva all'interno di uno spettro, senza il riferimento al contrasto che si crea con
tutti gli altri. L'autore si spinge anche oltre e sostiene che la teoria puramente
differenziale del segno è errata anche per tutti gli altri concetti esistenti. Non
esistono infatti soltanto dei concetti posizionabili all'interno di un continuum
come i colori. "La maggior parte dei concetti non formano un continuum"72 ed è
dunque possibile definirli soltanto in maniera positiva, senza differenziarli dagli
altri.
Con l'introduzione della terminologia saussuriana sul carattere differenziale
del segno è ora anche possibile tornare brevemente sulla questione della voce e
della scrittura. Abbiamo visto come secondo Derrida, il linguista svizzero lega il
segno alla phoné, in continuità con la tradizione, screditando così la sua
controparte scritta e considerandola supplemento aggiuntivo, dunque
trascurabile, della prima. A tal riguardo il già citato Porter sottolinea come in
realtà per Saussure "la parola e la scrittura possono essere definite in termini
identici in quanto sono entrambi segni differenziali riconducibili al concetto
sistemico di valore"73. Non avremo modo di sviluppare qui nel dettaglio la teoria
del valore saussuriana. In estrema sintesi si può però dire che un certo valore
linguistico, considerato nel suo aspetto concettuale, è definibile soltanto
71 Ibidem.
72 Ibidem. Porta a sostegno della sua tesi l'esempio del concetto di malaria. Un concetto
relazionale e non puramente differenziale dal momento che è comprensibile anche soltanto
la descrizione delle sue caratteristiche e dei sintomi che provoca all'organismo. È qui però
necessaria una pregressa comprensione teorica del mondo e dunque del contesto nel quale
tale malattia si trova ad agire.
73 J. I. Porter, Saussure and Derrida on the Figure of the Voice, cit., p. 878.
65
relativamente al sistema entro cui si trova a far parte74. L'autore fa dunque notare
come, per Saussure, la scrittura sia al pari della parola; anch' essa infatti è
definibile in termini differenziali al pari del significante fonico. Saussure afferma
infatti che "il valore delle lettere è puramente negativo e differenziale; così una
persona può scrivere la lettera t con varianti diverse. La sola cosa essenziale è
che questo segno non si confonda con l, d, ecc"75. Da queste affermazioni Porter
ne deduce che scrittura e parola, al contrario di quanto sostiene Derrida, non si
oppongono affatto nel Corso; sono soltanto "modi diversi di esprimere la
langue"76. La loro differenza si assottiglia dunque progressivamente nel momento
in cui vengono assimilate al principio di differenza di cui sono costituite.
Proseguendo però ora con la terminologia saussuriana ci concentreremo su
un'altra nozione fondamentale: l'arbitrarietà del segno. La definizione di questo
carattere distintivo del segno linguistico è direttamente collegata a quella del
carattere differenziale appena descritto. "Arbitrario e differenziale sono due
qualità correlative"77. Dal momento che un segno si costituisce e significa,
secondo le idee sviluppate nel Corso, soltanto in relazione alle differenze che lo
rapportano e lo distinguono dagli altri segni, esso può definirsi arbitrario, cioè
non naturale. Nonostante questa tesi, rimane comunque, secondo la lettura
derridiana, "una presunta naturalità nel legame del suono e del senso in generale,
rispetto ai quali la scrittura è meramente artificiale"78. Un'esteriorità che
trasgredisce il senso ritenuto naturale, originario, puro. Per queste ragioni Derrida
in Della grammatologia ritiene che la limitazione di fondo saussuriana sulla
scrittura sia giustificata dalla sua stessa nozione di arbitrarietà del segno79. Non
considera, come dicevamo, le scritture ideografiche o pittografiche, in quanto è
in loro presente un rimando troppo esplicito con ciò che vogliono significare.
74 Cfr. C. Sini, Semiotica ed ermeneutica nel pensiero contemporaneo, cit., p. 28. A questo
proposito Sini richiama l'esempio classico della moneta e afferma: "Una moneta da 50 lire si
può scambiare con una forma di pane, non perchè vale di per sé una forma di pane, ma per il
valore che tale moneta ricopre all'interno di un sistema monetario definito".
75 F. De Saussure, Corso di linguistica generale, cit., p. 145.
76 Cfr. J. I. Porter, Saussure and Derrida on the Figure of the Voice, cit., p. 878.
77 F. De Saussure, Corso di linguistica generale, cit., p. 143.
78 G. Bennington, Saussure and Derrida, The Cambridge Companion to Saussure, 2004, p.
189.
79 Cfr. J. Derrida, Della grammatologia, cit., p. 55.
66
Sono dunque considerate semplici disegni che non hanno niente a che fare con il
carattere arbitrario del segno linguistico. È questo uno dei principali motivi per il
quale la scrittura fonetica è ritenuta superiore rispetto alle altre; non è infatti in
lei presente nessun rimando al significato che vuole esprimere.
In linea generale però l'arbitrarietà del segno è presentata da Saussure come
artificiale. "Il legame tra il significante e il significato non è naturale, ma istituito
dall'uomo"80. All'interno della società ogni mezzo di espressione è
convenzionale, frutto di accordi prestabiliti che ne determinano l'utilizzo. Anche
segni come quelli di cortesia, che ad un primo sguardo sembrerebbero avere in sé
delle caratteristiche naturali, in realtà "sono comunque stabiliti da una regola, ed
è tale regola che ci obbliga ad usarli, non il loro valore intrinseco"81. Saussure
distingue inoltre il carattere arbitrario del segno linguistico da tutti gli altri segni
utilizzabili in una data società. In essa non tutti i segni sono considerabili, nella
loro interezza, in base al loro carattere arbitrario. "Perfino la moda che fissa il
nostro abbigliamento non è interamente arbitraria: non ci si può allontanare entro
un certo limite dalle condizioni dettate dal corpo umano"82. La lingua è l'unica ad
essere dunque totalmente arbitraria.
Il carattere arbitrario e differenziale attraversano, secondo Saussure, l'interezza
del segno linguistico. Sia il significante che il significato sono interessati da
questi due caratteri costitutivi. Per quanto riguarda i significanti, potremmo usare
qualsiasi insieme di lettere per indicare, ad esempio, ciò che noi chiamiamo cane.
È possibile sostituire la a con la i e dire cine; niente vieta di fare questa
sostituzione nel caso in cui siano stati fatti accordi convenzionali di questo tipo in
precedenza83. Gli stessi caratteri del segno valgono anche per i significati di cui
sono composti. Non è possibile, come dicevamo, riconoscere un certo colore
soltanto istanziando degli esempi su di esso; è possibile comprenderli soltanto
per differenza da tutti gli altri.
91 Cfr. B. Stawarska, Derrida and Saussure on entrainment and contamination, cit., p. 301.
92 Ivi., p. 303.
93 J. Derrida, Della grammatologia, cit., p. 105.
94 Ibidem. A tal riguardo Saussure afferma: "Il significante, essendo di natura auditiva, si
svolge soltanto nel tempo. Rappresenta un'estensione misurabile in una sola dimensione: è
una linea". F. De Saussure, Corso di linguistica generale, cit., p. 88.
70
significazione che Derrida ha in mente. Per poter parlare del gioco della
différance è necessario modificare la concezione del tempo classica; è necessario
considerare quello che il filosofo francese chiama «tempo dell'evento», nel quale
il presente è sempre intramato dalla traccia di ciò che è stato e di ciò che sarà.
Torniamo però al punto in questione al momento. Per Saussure il sistema
linguistico può essere studiato dal punto di vista diacronico (anche detto storico)
e sincronico (anche detto strutturale). Secondo Daylight è proprio a quest'ultimo
che Derrida rivolge la sua maggiore attenzione, finendo per trascurare il punto di
vista diacronico95. Così facendo, si finisce per dare un'interpretazione errata del
Corso. Si collega Saussure ad un atteggiamento del tutto strutturale e astorico; un
atteggiamento che agli occhi di Derrida non considera il movimento differenziale
in quanto caratterizzato da una staticità assoluta del tutto incompatibile con
esso96. Ma Daylight fa notare come Saussure parli allo stesso modo di due
linguistiche differenti, nelle quali "sincronia e diacronia designano
rispettivamente uno stato di lingua ed una fase di evoluzione"97. Questo comporta
un continuo cambiamento evolutivo nel sistema della lingua presa in esame. Un
elemento evolutivo è sempre presente in essa. Anche se il sistema della lingua in
generale, nella sua interezza, tende a non modificarsi, alcuni cambiamenti
avvengono sempre al suo interno, negli elementi singoli di cui è composto. Sono
dei cambiamenti quasi impercettibili ai nostri occhi ma che comunque si
realizzano nel corso del tempo98. È interessante da questo punto di vista mostrare
come, secondo l'interpretazione di Daylight, anche il significato di una parola
non rimanga invariato nel tempo. Si modifica a seconda degli altri cambiamenti e
del conseguente nuovo significato che le parole vicine assumono. In questo senso
si può affermare che la visione diacronica del linguista svizzero "problematizza
l'intera nozione del rimanere lo stesso"99. Tutto ciò va contro l'interpretazione
95 Cfr. R. Daylight, What if Derrida was wrong about Saussure, cit., p. 142.
96 Cfr. J. Derrida, Posizioni, cit., p. 37.
97 F. De Saussure, Corso di linguistica generale, cit., p. 100.
98 Saussure, a questo proposito, mostra l'analogia della lingua con gli scacchi. In questo gioco
"per passare da una mossa all'altra, o, secondo la nostra terminologia, da una sincronia
all'altra, basto lo spostamento di un solo pezzo, non vi è rimaneggiamento generale. [...]
Malgrado questo la mossa ha incidenza su tutto il sistema". Ivi., p 108.
99 R. Daylight, What if Derrida was wrong about Saussure, cit., p. 140.
71
derridiana della presenza di un significato trascendentale in Saussure. Il
significato non rimane sempre lo stesso; è sottoposto sempre ad una continua
evoluzione dal punto di vista storico che tende a modificarlo. E questo non vale
solo per il significato ma anche per il significante. A difesa di Derrida, è possibile
richiamare le idee di R. Jakobson secondo il quale è la netta distinzione
saussuriana tra diacronia e sincronia ad essere ingannevole. "In realtà la sincronia
non è affatto statica; i cambiamenti sono sempre emergenti e fanno parte della
sincronia"100. La netta separazione tra le due, porta a considerare il linguaggio
come un sistema monolitico e uniforme e questo non riesce a conciliarsi
perfettamente con la visione di un linguaggio in continua evoluzione.
La grammatologia
Una volta aver affrontato i punti cruciali della lettura saussuriana da parte di
Derrida e aver mostrato tutti quegli aspetti che, secondo il filosofo francese,
rimarcano Saussure all'interno della tradizione metafisica, è opportuno parlare
più nello specifico della posizione derridiana su tali questioni e le varie
conclusioni che trae dalla sua lettura. Verterò la mia attenzione su tutti gli aspetti
trattati finora per mostrare i punti che distanziano maggiormente i due autori e
quelli che invece li avvicinano. Mi rivolgo innanzitutto a quello strano fenomeno
che è la voce. Ho mostrato come, secondo la lettura derridiana del Corso, la
scrittura sia concepita soltanto nella sua variante fonetica. Essa ha una funzione
rappresentativa nei confronti della voce, che invece presenta un'immediatezza
tale con il pensiero da riuscire ad esprimerlo al meglio. Non ha bisogno di mezzi
secondari come lo scritto per poter funzionare ed essere chiarificatrice del
pensiero. La scrittura fonetica, che secondo Derrida non può mai esistere nella
sua purezza, "concorre alla affermazione storico-epocale del logo-fono-
105 C. Sini, Pratica della voce e pratica della scrittura, cit., p. 82.
106 J. Derrida, Della grammatologia, cit., p. 107.
107 M. Bevir, Meaning, truth and phenomenology, cit., p. 412.
108 Ivi., p . 413.
74
presenza del senso alla dif-ferenza"109. Si riscontra qui lo stesso atteggiamento
del passato, lo stesso della metafisica della presenza che considera il senso
presente, nella sua accezione temporale e spaziale. Una differenza invece lo
attraversa sempre, differenza da tutto ciò che è altro da sé e che lo rende
possibile. La possibilità di quello che viene chiamato presente deriva da questa
impossibilità, dalla différance che mai si presenta ma che sempre agisce in
maniera attiva, generando i sensi attraverso i quali noi riusciamo a comprenderci.
L'assenza di significato trascendentale non deve dunque richiamare
un'impossibilità del significato in generale, deve invece far riflettere sulla
possibilità del suo annullamento, della sua sostituzione e del suo cambiamento
continuo. È questa quella che Petrosino chiama «la logica del possibile» nella
scrittura derridiana. La logica della sempre possibile contaminazione dei sensi,
delle presenze e delle assenze fra loro110.
Tale contaminazione è più evidente nel fenomeno della scrittura. Le
conclusioni alle quali Derrida arriva intorno a tale tema vanno contro la
tradizione che invece ha sempre cercato la sua condanna ad immagine o mera
rappresentazione della parola. Cerca oltretutto di mostrare la sua importanza
anche all'interno del Corso saussuriano, nonostante il linguista si rifiuti di
riconoscerla. Egli, sostiene, entra in contraddizione nel momento in cui
inizialmente denigra la scrittura elencandone i pericoli, escludendola dal campo
della linguistica e, in un momento successivo, se ne serve per illustrare la natura
delle unità linguistiche. Afferma infatti: "Dato che un identico stato di cose si
constata in quell'altro sistema di segni che è la scrittura, lo assumeremo come
111 F. De Saussure, Corso di linguistica generale, cit., p. 144. Una risposta a questa presunta
contraddizione saussuriana viene data da Harris con un analisi di logica proposizionale sulla
questione. Per approfondire si veda R. Harris, in Saussure and his interprets, cit., p. 184.
112 Nota Derrida al riguardo: "La «linguistica» elaborata da Platone, Rousseau e Saussure deve
al tempo stesso mettere fuori la scrittura e attingere da essa, per ragioni essenziali, tutte le
risorse dimostrative e teoriche". J. Derrida, in La farmacia di Platone, cit., p. 156.
113 Cfr. J. Derrida, Della grammatologia, cit., p. 61.
114 Cfr. J. Culler, Sulla decostruzione, cit., pp. 92-93. Anche un autore come Rousseau è,
secondo Derrida, consapevole di come la scrittura sia in realtà l'origine del linguaggio.
"Rousseau lo descrive senza dichiararlo, di contrabbando". J. Derrida, in Della
grammatologia, cit., p. 415.
115 Ivi., p. 129.
76
con tutto ciò che questo comporta. Si è inoltre "rifiutato di paragonare questa
opposizione ai rapporti fra anima e corpo, come era sempre stato fatto"116. Questi
sono tutti elementi che ci portano nella giusta direzione. Purtroppo però, come
già accennato, il mantenimento della rigorosa distinzione appartiene all'epoca del
logos e questo, come è intuibile, non permette una sua contestazione. Altro
elemento positivo per Derrida è che, facendo della linguistica una parte della
semiologia generale, Saussure ha aiutato molto nella decostruzione del concetto
di segno che dalla tradizione metafisica aveva preso in prestito117. È proprio a
questo livello che la critica di Derrida si inserisce con maggiore decisione. Si
tratta, potremmo dire, della continuazione del lavoro saussuriano, il proseguo
della decostruzione di tale concetto di segno che non deve più essere considerato
allo stesso modo. Con la spiegazione del carattere differenziale del segno
Saussure ha dato infatti l'aiuto più incisivo in questa direzione ma non è riuscito
ad andare fino in fondo nella sua decostruzione.
Prima di vedere nel dettaglio in che modo Derrida affronta la questione del
segno e della sua decostruzione, vorrei brevemente fermarmi sulla posizione di
Harris al riguardo. Il linguista inglese nota in Derrida delle contraddizioni, un
comportamento che contrasta ciò che dice a più riprese. "Prima che Saussure sia
mai menzionato per nome in Della grammatologia, Derrida sta già discutendo
del linguaggio e della scrittura in termini saussuriani"118. Utilizza spesso i termini
di segno, significante, significato, langue e parole anche se non per adulazione o
rispetto verso lo stesso autore119. Sono questi termini, non solo appartenenti al
gergo saussuriano ma, a detta del filosofo, anche appartenenti alla tradizione
metafisica che lui stesso vuole mettere in questione. Perché dunque utilizzarli a
sua volta ancora prima di aver mai menzionato Saussure? Secondo Harris questo
viene fatto soltanto perché tali termini risultano essere abbastanza familiari per il
lettore e dunque non devono essere preceduti da spiegazioni preliminari.
Nonostante ciò Derrida, nell'usare tale terminologia, rimane lui stesso all'interno
126 S. Regazzoni, Jacques Derrida: il desiderio della scrittura, cit., p. 45. È interessante notare
in questo passo il tentativo di traduzione del neologismo différance coniato da Derrida con
una nuova forma, anch'essa inventata, in italiano: differaenza.
127 J. Derrida, Della grammatologia, cit., p. 98.
128 F. De Saussure, Corso di linguistica generale, cit., p. 20.
129 Si rimanda a B. Stawarska, Derrida and Saussure on entrainment and contamination, cit.
130 J. Derrida, La différance, in Margini, cit., p. 31. L'autore richiama ancora una volta
l'attenzione alla plurivocità dei sensi del verbo francese entendre: udire, capire, comprendere.
131 Ibidem.
80
rassegnato da parte dell'autore; in mancanza di un altro termine da sostituire a
quello di segno, preferisce continuare ad utilizzare quest'ultimo132. È proprio qui
che, a mio avviso, Derrida inserisce la sua posizione con maggior forza,
provando a dare una continuazione a quell'iniziale mossa saussuriana di
decostruzione della tradizione occidentale. Egli a tal riguardo afferma:
"È l'idea di segno che bisognerebbe decostruire. [...] La traccia affetta la totalità del segno
nelle sue due facce. Che il significato sia originariamente ed essenzialmente (e non solo
per uno spirito finito e creato) traccia, che esso sia già da sempre in posizione di
significante, ecco la proposizione apparentemente innocente in cui la metafisica del logos,
della presenza e della coscienza deve riflettere la scrittura come sua morte e sua
risorsa"133.
132 Cfr. J. Derrida, Posizioni, cit., p. 29. Afferma infatti Saussure: "Quanto a segno, ce ne
contentiamo per il fatto che non sappiamo come rimpiazzarlo, poichè la lingua usuale non ce
ne suggerisce nessun altro". F. De Saussure, Corso di linguistica generale, cit., p. 85.
133 J. Derrida, Della grammatologia, cit., pp. 107-108. In francese: "C'est donc l'idée de signe
qu'il faudrait déconstruire. [...] La trace affecte la totalité du signe sous ses deux faces. Que
le signifié soit originairement et essentiellement (et non seulement pour un espirit fini et
créé) trace, qu'il soit toujours déjà en position de signifiant, telle est la proposition en
apparance innocente où la métaphysique du logos, de la présence et de la conscience, doit
réfléchir l'écriture comme sa mort et sa ressource". J. Derrida, in De la grammatologie, cit.,
pp. 107-108.
81
per sé, riscontrabile in presenza nella sua purezza e certezza di essere, non può
mai darsi134. "Non ci sono significati finali che arrestino il movimento della
significazione"135. È questa la posizione anche di C. S. Peirce come avremo
modo di vedere nel dettaglio nel capitolo successivo. Ma se non esiste un
significato di per sé, fermo e immutabile, ciò significa che questo "è sempre in
posizione di significante". Questa affermazione, che il filosofo definisce
apparentemente innocente, assume in realtà un ruolo decisivo nella decostruzione
di tutta un'epoca logocentrica che ha fatto del concetto di segno, di presenza e di
coscienza i suoi punti di influenza maggiori. Il tema della traccia, così come
quello di archiscrittura, hanno l'obiettivo di liberare il segno da presupposti
metafisici che risultano essere incompatibili con la différance. Il concetto di
segno sembra infatti presupporre, all'interno della lingua delle sostanze
determinate e invariabili che non riescono a conciliarsi con l'evento del
differire136.
Una breve parentesi, per quanto concerne questi temi, si potrebbe aprire per il
già citato Freundlieb. Egli è stato presentato fra i lettori di Derrida che non
condividono la sua lettura di Saussure. L'autore è però critico anche nei confronti
della totalità della sua proposta teorica. Nonostante Derrida abbia sempre
cercato di utilizzare nuovi termini e concetti non appartenenti alla tradizione
metafisica, egli è in realtà ricaduto al suo interno. Definendo la différance come
la condizione ultima per la possibilità del linguaggio, rende tale concetto "più
«metafisico» in senso negativo di qualsiasi altra cosa egli lamenti all'interno della
tradizione filosofica"137. Secondo l'autore non è dunque riuscito nel suo intento di
134 Si inserisce qui, oltre alle critiche già viste, anche quella di David A. White. L'autore
sostiene che Derrida contraddica se stesso quando in Margini afferma: "La différance è cio
che fa sì che il movimento della significazione sia possibile solo a condizione che ciascun
elemento cosiddetto «presente» si rapporti a qualcosa di altro da sé" (p.40. corsivo mio).
White sostiene che nell'usare il qualificatore logico «solo se» Derrida continua a perseguire
una posizione trascendentale in quanto "sta affermando le condizioni che stabiliscono la
possibilità che qualcosa accadrà e sarà sperimentato secondo tali specifiche". David A.
White, Derrida on Being as Presence: Questions and Quests, De Gruyter, Berlin 2017, p.
155.
135 J. Culler, Sulla decostruzione, cit., p. 172.
136 Cfr. J. Derrida, La différance, in Margini, cit., p. 43.
137 D. Freundlieb, Deconstructionist Methaphysics and the Interpretation of Saussure, cit., p.
125.
82
oltrepassare la tradizione e in tale tentativo ha inoltre dato vita ad un concetto
"ultra-trascendentale" che è soltanto "pura speculazione in senso negativo"138.
Tali considerazioni sono molto vicine a quelle di Harris e Daylight e per questo
motivo ritengo opportuno cercare un'unica risposta all'interno dei testi di Derrida
al termine dell'analisi del suo pensiero.
Riprendendo il discorso derridiano intorno alla decostruzione del concetto di
segno si potrebbe dire che questa si basi tutta sulla messa in questione
dell'autorità della presenza. Il segno è infatti soltanto una presenza differita.
Come sottolineano infatti tutti i semioticisti, il segno sostituisce la cosa stessa, si
mette al posto della cosa presente. Pertanto, afferma Derrida: "Il segno
rappresenta il presente in sua assenza. Sta in luogo di esso"139. È però una
rappresentazione che avviene in vista di un riappropriamento futuro della cosa in
questione: un vederla, un toccarla o in generale un farla propria, un impadronirci
di essa. È anche per queste ragioni che il filosofo francese propone l'utilizzo del
termine traccia. Derrida sostiene infatti che questa sia più adatta del segno per
descrivere il funzionamento, non solo del linguaggio, ma di ogni altra forma di
significazione possibile. Ma per quale motivo questa risulta essere preferibile? Il
motivo lo si ritrova nel fatto che la traccia non è pensabile "senza pensare la
ritenzione della differenza in una struttura di rimando in cui la differenza appaia
come tale e permetta così una certa libertà di variazione fra i termini pieni"140. La
traccia è dunque preferibile in quanto riesce a spiegare nel miglior modo
possibile la natura del movimento differenziale, generativo nei confronti della
significazione. Il corsivo usato nel «come tale» sta ad indicare come nella realtà
non possa mai darsi un come tale né della dif-ferenza e né della traccia. Indica
inoltre, implicitamente, la difficoltà che si riscontra nell'esprimere a parole un
concetto di questo tipo in quanto il nostro linguaggio non dispone di termini del
tutto adatti per parlarne.
La traccia dunque si differenzia dal concetto di segno. È libera dai precetti
metafisici di origine, fine e centro. Non indica mai una cosa nello specifico ma,
145 Cfr. G. Dalmasso, Impensabilità della scrittura (prefazione in), J. Derrida, Della
grammatologia, cit., p. 6.
146 Ivi., p. 69.
147 Ibidem.
148 Ivi., p. 70.
149 S. Critchley, The Etics of Deconstruction, cit., p. 38.
85
generale"150. Solo in questo modo è possibile, non solo dare alla teoria della
scrittura l'ampiezza che merita ma, anche liberare la semiologia dal predominio
della linguistica. Saussure afferma infatti: "I segni interamente arbitrari
realizzano meglio di altri l'ideale del procedimento semiologico. [...] In questo
senso la linguistica può diventare il modello generale di ogni semiologia"151
(corsivo di Derrida). Il segno è sempre stato concepito come segno linguistico e
questa visione è rimasta dominante per tutta la semiologia fino ai giorni nostri.
Continuare in questa direzione, con delle limitatezze così evidenti, non
permetterebbe quella apertura che Derrida ha sempre ricercato con il suo
pensiero; non permetterebbe il lasciarsi dispiegare del movimento differenziale in
quanto questo pervade e attraversa da sempre ogni campo.
In Posizioni, il filosofo spiega uno degli aspetti cardine della grammatologia.
Essa, intesa come scienza del testo, ha il compito di trasformare il concetto
classico di segno "strappandolo dal suo espressivismo congenito"152.
Sembrerebbe questa una tesi del tutto contraddittoria, come lui stesso sottolinea,
ma mostra in realtà una grande coerenza con tutto ciò che ha sempre detto nelle
sue opere. Un'idea di espressività semplice deve essere oltrepassata, un senso
unico da esprimere non può mai realizzarsi dal momento che si è sempre
all'interno di un tessuto di differenze in cui avviene un costante rimando fra i
termini, in cui si riscontra sempre la traccia dell'altro. I testi si intrecciano fra di
loro, c'è sempre un richiamo di uno nell'altro e i sensi di cui si compongono non
esprimono mai niente di per sé. Essendoci significazione solo per sintesi e per
dif-ferenza l'autore arriva a dire che "solo la non-espressività può essere
significante"153. È per queste ragioni che Derrida ha sempre cercato in ogni suo
testo un modo di scrivere alternativo, uno scrivere che non possa mai riassumersi
in tesi filosofiche che è possibile falsificare o verificare nei fatti154. Si potrebbe
dire che quella di Derrida non sia neanche una filosofia da questo punto di vista,
159 Ibidem.
160 M. Vergani, Jacques Derrida, cit., p. 62.
88
Capitolo III
Quanto svolto finora ha avuto lo scopo di presentare nei suoi aspetti generali il
quasi-concetto di différance tanto caro a Derrida. L'attenzione è stata poi
volutamente spostata a quegli aspetti del concetto che si collegano direttamente
con la visione del segno che l'autore porta avanti nelle sue opere principali. Si è
visto come la lettura del Corso saussuriano da parte di Derrida sia risultata
proficua per la formulazione della sua proposta teorica. In questo capitolo si
affronterà la visione peirciana del segno, un punto di vista differente da quello
saussuriano esposto finora, che Derrida ha presentato in modo del tutto
marginale. Obiettivo del capitolo, e soprattutto dell'intero elaborato, è quello di
mostrare come l'esistenza di questa diversa prospettiva sul segno avrebbe dovuto
rivestire un'importanza maggiore nelle opere del filosofo francese, soprattutto in
relazione alle diverse analogie con il suo pensiero che lo stesso autore riconosce
e che avrebbero potuto portare la tematica della différance, dal mio punto di
vista, ad un'analisi ulteriore del suo modo di «presentarsi» e di agire mediante il
suo dispiegamento continuo.
Per un autore come Peirce non è possibile una collocazione vera e propria
all'interno di una categoria di pensiero come è invece stato fatto per Saussure.
Egli è infatti costantemente impegnato in un lavoro di analisi, di riscrittura e di
rielaborazione delle sue stesse tesi. Spesso molti autori tendono a catalogarlo
come idealista, altri come realista e/o materialista ma non è possibile, in linea
generale, stabilire quale sia la sua definitiva sistemazione all'interno di queste
89
classificazioni1. Persino l'etichetta di pragmatista, quella che più spesso si è
attribuita a Peirce deve, secondo lo stesso autore, essere sospetta2. Proprio per la
natura delle sue argomentazioni, sempre alla ricerca di nuove prospettive
teoriche, non è possibile introdurlo in nessuna categoria prestabilita. Già da
questi primi aspetti si può constatare una stretta vicinanza fra il pensiero
derridiano e quello peirciano. Anche Derrida infatti ha sempre cercato di ribadire
la sua volontà a non essere inserito in nessuna corrente di pensiero filosofica o
letteraria. Anche il termine decostruzionismo, che per la critica sembrerebbe
essere quello più calzante per descrivere la proposta filosofica derridiana, non è
in realtà del tutto apprezzato dall'autore: "Quando ho scelto quella parola, o
quando mi si è imposta, non pensavo che avrebbe assunto un ruolo tanto centrale
nel discorso che allora mi interessava"3 (corsivo mio). Per affrontare meglio le
questioni di nostro interesse è opportuno ora addentrarci più nello specifico nella
terminologia peirciana per scoprire, nel corso della nostra analisi, non solo quelle
idee che risultano in conflitto fra il suo pensiero e quello derridiano ma anche e
soprattutto i numerosi punti di contatto fra i due autori che sfociano, a mio
avviso, in un ulteriore approfondimento del concetto di significato. Vedremo
innanzitutto le diversità che intercorrono fra Peirce e Saussure per poi tornare su
Derrida.
Fra la semiotica di Peirce e la linguistica di Saussure esistono delle sostanziali
differenze. Quella che risulta più evidente riguarda il modo di concepire il segno.
Come si è avuto modo di vedere, in Saussure il segno è un'unità formata da due
diverse facce: il significante e il significato. Il significante è l'immagine acustica
utilizzata come mezzo per esprimere il significato, cioè il concetto al quale quel
significante rinvia4. Nella semiotica di Peirce il segno non ha una natura diadica
di questo tipo ma è invece essenzialmente triadico. Fin dai suoi primi scritti si
riconosce questo tipo di soluzione, anche se Peirce ne parla ancora in termini non
del tutto definiti e poco chiari, soprattutto nei suoi studi iniziali su Kant. Nel
1 Cfr. D. Greenlee, Peirce's Concept of Sign: Further reflections, Spring Journal, Vol 12, 2,
1976, p. 135.
2 Ibidem.
3 J. Derrida, Lettera a un amico giapponese, cit. p. 2.
4 Cfr. F. De Saussure, Corso di linguistica generale, cit., p. 85.
90
corso delle sue analisi successive propone delle definizioni di segno sempre più
precise e dettagliate. Afferma infatti:
Il qualcuno al quale Peirce si riferisce in questo passo è quello da lui definito con
il termine di interpretante, un neologismo di sua invenzione che si pone come
terzo nella suddivisione del segno. Il qualcos'altro indicato è invece l'oggetto al
quale il segno si riferisce. Il segno inoltre si riferisce ad un oggetto sotto qualche
rispetto o capacità, quello che Peirce chiama ground, cioè il punto di vista
attraverso il quale il segno rimanda ad un oggetto per un interpretante. La
struttura triadica del segno, caratteristica del filosofo e logico statunitense, è già
qui chiaramente delineata. Tale struttura ricorda il triangolo semiotico
richardsiano6, anche se Peirce in realtà non si riferisce mai alla triadicità del
segno paragonandola ad un triangolo di questo tipo. Quello che è di nostro
interesse analizzare è soprattutto il riferimento peirciano alla nozione di
interpretante. Prima di addentrarci nello specifico all'interno dell'analisi di tale
concetto è opportuno considerare ulteriori osservazioni peirciane sul segno, in
modo da semplificare la comprensione anche del concetto di interpretante.
Peirce, in base a quello che si è detto finora, mostra una posizione e
un'interpretazione sul segno del tutto differente da quella dualistica e mentalistica
di tipo saussuriano alla quale Derrida sceglie di attingere. Mostra come il segno
non possa ridursi alle sole componenti descritte dal linguista svizzero. Nel
dettaglio ogni segno possiede, secondo Peirce, tre caratteristiche: ha delle qualità
materiali come le lettere di cui è composta una parola o i suoni che costituiscono
il linguaggio parlato; ha una pura applicazione dimostrativa che lo lega agli
5 C. S. Peirce, C. Hartshorne (a cura di), P. Weiss (a cura di), A. W. Burks (a cura di),
Collected Papers, Thoemmes Continuum, London 1994, 2.228.
6 Si fa qui riferimento al triangolo semiotico tra simbolo, referente e referenza di cui parlano
Ogden e Richards. Per approfondimenti si veda C. K. Ogden, I. A. Richards, The Meaning of
Meaning, Harcourt, Brace & World Inc., New York 1923.
91
oggetti reali a cui rimanda; ha infine una funzione rappresentativa che gli
attribuisce una qualifica, che stabilisce cos'è tale segno rispetto ad un pensiero7.
La terza caratteristica non ha dunque il compito di indicare la verità ultima del
segno, non stabilisce che cosa questo sia realmente in rapporto all'oggetto al
quale sta rinviando, ma stabilisce soltanto il suo funzionamento o, per meglio
dire, il suo significato in rapporto ad un pensiero. Per queste ragioni tale
proprietà terza non appartiene al segno di per sé ma ha bisogno di un soggetto
che lo pensa in un certo modo.
Le relazioni diadiche alle quali siamo abituati, dice Peirce, come quella fra
simbolo e concetto o fra denotazione e connotazione, "take their origin in the
triadic relation between a sign, its object and its interpretant sign" 8. Da questo
punto di vista sembrerebbe che anche la diadicità del segno proposta da Saussure
sia in realtà derivante da una triadicità di questo tipo. Tra le diversità è inoltre
doveroso richiamare anche quella messa in luce dal già citato Daylight. La
semiotica di Peirce, sostiene, è strettamente relazionata al suo interesse per la
logica e questo lo porta a studiare il segno in questa direzione. Saussure è invece
interessato esclusivamente alla funzione sociale del segno9. La logica ha per
Peirce un'importanza cruciale come avremo modo di vedere nel corso del
capitolo.
Nonostante queste evidenti diversità fra il pensiero dei due autori è comunque
possibile riscontrare un punto di vista in comune sul segno, una comune radice di
pensiero nella quale il segno è considerato come "un'unità inscindibile e
indissolubile"10. In entrambi il segno è indivisibile, sempre considerato nella
totalità delle sue componenti; senza il riferimento a questa totalità il segno
smetterebbe di essere tale, perderebbe la sua funzione senza riuscire ad esprimere
alcunché. In secondo luogo, un autore come Pettigrew sottolinea un'ulteriore
vicinanza fra i due che, ad una prima lettura, potrebbe non essere colta appieno.
Quando Derrida parla del significato trascendentale e della sua necessaria
7 Cfr. R. Fabbrichesi, Introduzione a Peirce, Editori Laterza, Bari 1993, pp. 20-21.
8 C. S. Peirce, Collected Papers, cit., 3.608.
9 Cfr. R. Daylight, What if Derrida was wrong about Saussure, cit., p. 94.
10 G. Deledalle, Peirce's "Sign": Its Concept and Its Use, Spring Journal, Vol 28, 2, 1992, p.
290.
92
decostruzione11 ha in mente il significato nei termini in cui ne parla Saussure; un
significato che lo stesso linguista svizzero intende risultante da una relazione
differenziale. Per Saussure, come abbiamo visto, "il valore, o il significato del
significante è tratto dalla sua relazione con gli altri significanti nella lingua"12,
senza mai essere presenti all'interno di essa dei termini positivi. Nonostante
quanto sostiene Saussure, una relazione così descritta "non è necessariamente
binaria"13; appare molto più vicina a quella semiosi illimitata di cui parla Peirce
che più avanti avremo modo di analizzare nel dettaglio. È questo il punto cruciale
che, con le dovute precisazioni, accomuna il pensiero di questi autori e al quale
rimanda il quasi-concetto di différance.
Torniamo ora a discutere intorno alla nozione peirciana di interpretante.
Sebbene Derrida non si impegni mai in una sua attenta analisi, essa risulta
fondamentale per comprendere, non solo il pensiero di Peirce in generale, ma,
soprattutto, il tema della semiosi illimitata verso la quale Derrida rivolge
maggiormente la sua attenzione. Nella struttura triadica descritta dal semiologo
statunitense, l'interpretante rappresenta il vertice di quel triangolo immaginario
alla cui base risiede il rappresentamen e l'oggetto che questo rappresenta,
rispettivamente primo e secondo termine della struttura. Spesso in Peirce si
genera confusione su che cosa sia realmente l'interpretante. Esso non deve essere
confuso con l'interprete, con quel soggetto cioè che riceve il segno. È importante
stabilire che "l'interpretante è ciò che garantisce la validità del segno anche in
assenza dell'interprete"14. In riferimento allo stesso segno, più individui
potrebbero avere infatti differenti punti di vista, diverse visioni che determinano
il modo in cui questi agiscono su di esso. Allo stesso tempo però, questi diversi
modi di concepirlo gli conferiscono una certa validità che va al di là delle singole
interpretazioni; una validità che risulta ovviamente temporanea e sempre
modificabile nel corso del tempo in luogo di nuovi punti di vista. Pertanto,
15 U. Eco, Peirce's Notion of Interpretant, MLN, The Johns Hopkins University Press, 1976,
91, 6, p. 1460.
16 C. S. Peirce, Collected Papers, cit., 8.179.
17 Cfr. C. Sini, Il Pragmatismo Americano, Editori Laterza, Bari 1972, p. 132. Sini fa qui
l'esempio dei termini uomo in italiano e di homo in latino. Entrambi hanno il riferimento ad
un animale bipede e razionale che si pone come immagine intermedia per comprendere la
loro relazione.
94
l'opinione comune considera le cose reali riscontrabili nella loro semplice
presenza mediante i sensi, senza considerare la relazione che assumono con tutti
gli altri enti. La conclusione alla quale Peirce arriva nel corso dei suoi studi è che
«tutta la realtà è un segno» in quanto, come vedremo, non è possibile pensare
niente in assenza di segni18. Derrida nelle sue argomentazioni preferisce parlare
di traccia perché "il segno rappresenta la presenza in sua assenza"19. Essendo il
segno una presenza differita è più corretto, secondo l'autore, parlarne nei termini
di una traccia; una traccia che non si presenta mai in assoluto ma che accoglie
sempre dentro di sé il movimento differenziale e lo lascia scorrere. Nonostante
questa sottile differenza, l'assonanza fra i due pensatori appare qui sempre più
pungente nel modo di concepire il reale.
L'interpretazione dei testi peirciani, come spesso accade, non è univoca. Sono
presenti diversi autori che leggono Peirce sotto nuovi aspetti e ribaltano quanto
detto finora. Gli studi del filosofo Douglas Greenlee hanno sottolineato la portata
realista delle opere peirciane. Porta a sostegno della sua tesi diverse citazioni ma
qui mi limito a considerarne soltanto alcune. Nel momento in cui descrive nel
dettaglio il secondo correlato della relazione triadica, Peirce afferma: "The
second correlate is an actual existence"20. Aggiunge poi: "The sign is determined
to some corrispondence with that object"21. L'oggetto reale al quale il segno si
riferisce, corrispondente alla secondness, sembrerebbe dunque avere un'esistenza
riscontrabile empiricamente a discapito di quanto detto in precedenza. Secondo
Greenlee questo avviene dal momento che "Peirce stava lavorando alla dottrina
secondo la quale tutto ciò che è, è conoscibile, una dottrina da non confondere
con l'idealismo secondo cui tutto ciò che è, è noto"22. Lo stesso autore però
riconosce che il pensiero del semiologo statunitense è caratterizzato da una
continua revisione e evoluzione delle sue tesi, un pensiero sperimentale e
indagatore che si dimostra dunque difficile da assolutizzare.
18 Cfr. C. S. Peirce, Questions Concerning Certain Faculties Claimed for Man, Journal of
Speculative Philosophy, 2, 1868, pp. 103-114.
19 J. Derrida, La différance, in Margini, cit., p. 36.
20 C. S. Peirce, Collected Papers, cit., 2.237.
21 Ivi., 5.473.
22 D. Greenlee, Peirce's Concept of Sign: Further Reflection, Spring Journal, Vol 12, 2, 1976, p.
140.
95
In risposta alle tesi di Greenlee che, anche se non intenzionalmente,
allontanano e oppongono il pensiero derridiano da quello peirciano, si collocano
la maggior parte degli interpreti. Kelly Parker, ad esempio, mette in evidenza
delle riflessioni sul reale di Peirce presenti in testi che hanno come argomenti
principali la logica e la matematica. In alcuni passi è lo stesso autore a rispondere
alla domanda di nostro interesse quando afferma: "What is reality? Perhaps there
isn't any such thing at all". Proseguendo: "There is in the being of things which
corrisponds to the process of reasoning, that the world lives, and moves, and has
its being, in a logic of events"23. In questi passi il pensiero di Peirce intorno al
reale sembra inequivocabile. Dubita della sua esistenza intesa come
semplicemente presente in senso metafisico e questo suo dubitare lo indirizza
nello stesso cammino intrapreso da Derrida. Il filosofo francese richiama infatti
alcuni passi in cui Peirce elabora queste tesi e commenta: "Secondo la
«faneroscopia» o «fenomenologia» di Peirce, la manifestazione stessa non rivela
una presenza: essa fa segno"24. Nel secondo passo il semiologo americano si
spinge oltre e specifica ulteriormente la sua concezione della realtà facendo
notare la sua similarità con il processo del ragionamento. Come ho già anticipato,
Peirce ritiene che il pensiero stesso sia un segno come anche Derrida fa notare in
queste pagine. Ma se il pensiero e le cose presenti nel reale hanno la natura del
segno, significa che tutto è potenzialmente un segno, l'uomo compreso. Peirce
richiama infatti anche tale aspetto quando sostiene: "When we thing, then, we
ourselves, as we are at the moment, appear as a sign"25. E aggiunge: "The word
or sign that the man uses is the man himself"26. Affermazioni di questo tipo non
possono non farci scorgere una vicinanza fra gli autori che stiamo prendendo in
considerazione. Derrida, influenzato dai suoi studi su Freud, ha infatti sempre
23 C. S. Peirce, The New Elements of Mathematics, Mouton Publishers the Hague, Paris 1976,
4.343.
24 J. Derrida, Della grammatologia, cit., p. 76.
25 C. S. Peirce, Collected Papers, cit., 5.283.
26 Ivi., 5.314. A questo proposito sono interessanti alcune considerazioni esposte da C. Sini
poiché riescono ad unire efficacemente queste conclusioni con quanto detto in precedenza
sul reale e riescono, inoltre, a dare una possibile risposta alle tesi di Greenlee. Dalla sua
lettura su Peirce, Sini ne ricava che "la realtà è un segno per un altro segno che la interpreta.
Non c'è realtà fuori dalla interpretazione". C. Sini, in Semiotica ed ermeneutica nel pensiero
contemporaneo, cit., p. 77.
96
considerato la soggettività come intramata dalla différance, una soggettività che
non è mai propriamente presente a se stessa ma sempre costituita da assenze e da
alterità che rappresentano tutto l'insieme indefinito e potenzialmente illimitato
dei segni. "La messa in questione dell'autorità della coscienza è in primo luogo e
sempre differenziale"27.
Un ultimo punto che è importante tenere presente quando si legge Peirce è la
sua concezione della logica. Potrebbe sembrare questo un argomento che ci porta
molto lontano rispetto a quello di nostro interesse ma, in realtà, contribuisce alla
chiarificazione di tutta la sua attenzione nei confronti della semiotica. Quando
Peirce afferma che "the mind is a sign developing according to the laws of
inference"28 sta implicitamente concludendo che la logica e la semiotica sono la
medesima cosa. La logica si occupa di tutti i segni e, dal momento che ogni cosa
è potenzialmente un segno, possiamo concludere che la logica è la scienza di
tutte le cose. In altre parole la logica non è che un altro nome per la semiotica 29.
Derrida riporta queste conclusioni in Della grammatologia per far notare, ancora
una volta, il distacco di Peirce dalle gerarchizzazioni peculiari della tradizione
metafisica e dunque per difendersi da eventuali attacchi da parte della critica. Il
filosofo francese ha sempre voluto tenere le distanza da una logica che possa
definirsi esatta, ha sempre cercato un allontanamento da ogni tipo di linearità, sia
spaziale che temporale, per dedicarsi con maggior accuratezza al tema della
différance che fa della concatenazione e della disseminazione continua la sua
peculiare caratteristica. In queste pagine, commentando Peirce, afferma: "La
semiotica non dipende più da una logica. [...] La logica nel senso classico, la
logica «propriamente detta», la logica non-formale diretta dal valore della verità,
occupa in questa semiotica solo un livello determinato e non fondamentale"30.
Secondo la sua lettura non c'è più dunque in Peirce il riferimento ad un ordine di
31 G. Deledalle, Peirce's "Sign": Its Concept and Its Use, cit., p. 291.
32 Ibidem.
33 Cfr. C. S. Peirce, Collected Papers, cit., 8.179.
98
La semiosi illimitata
La logica ha sempre avuto per Peirce una rilevanza cruciale in tutti i suoi
ambiti di studio. Anche nel caso dello studio della semiotica è possibile osservare
questo suo particolare interesse. Innanzitutto bisogna avere presente come
secondo Peirce il pensiero è sempre un pensiero-di (thought-of) e che "ogni
evento, in quanto conosciuto è in relazione alla mente, ha cioè natura
rappresentativa"34. Il concetto di thought-of richiama il rimando necessario
affinché avvenga il processo conoscitivo. "Ogni cognizione coinvolge
un'inferenza, è un rimando implicante altre cognizioni"35. Non esistono delle
premesse prime all'interno del processo del conoscere, si ha sempre a che fare
con delle inferenze continue dove ogni conoscenza risulta fondamentale per
ottenerne una nuova. Ecco dunque come, attraverso il modo di svilupparsi del
processo conoscitivo, la logica manifesta la sua importanza; senza le inferenze
logiche, senza questi processi mentali da una cognizione all'altra, non sarebbe
possibile avere alcun tipo di conoscenza sul mondo, neanche puramente intuitiva.
Nel processo conoscitivo descritto da Peirce non compare mai il riferimento
ad una premessa prima dalla quale deriva tutto il processo a seguire. È anzi
ribadito come una tale premessa non si dia mai. È possibile mostrare qui
un'ulteriore punto di vicinanza fra il semiologo statunitense e Derrida.
Quest'ultimo ha infatti sempre avuto una grande attenzione per tutti quegli aspetti
dello strutturalismo, saussuriano ma non solo, che fanno dei punti di origine, di
fine e di centro elementi cruciali di tutto il loro sistema. "Si potrebbe mostrare
che tutti i nomi del fondamento, del principio o del centro hanno sempre
designato l'invariante di una presenza"36. Una presenza che Derrida ha sempre
"The immediate interpretant, the interpretant represented or signified in the sign; the
dynamic interpretant, or effect actually preduced on the mind by the sign; the normal
interpretant (or final interpretant), or effect that would be produced on the mind by the
sign after sufficient development of thought"38.
Peirce è abbastanza chiaro nella sua spiegazione e sviluppa il suo discorso anche
attraverso un esempio riguardo un ipotetico dialogo di tutti i giorni sul tempo.
Quando un parlante chiede ad un altro: che giornata è? L'interpretante immediato
è dato, in questo caso, da ciò che la domanda esprime. L'interpretante dinamico è
l'effetto che la domanda ha ottenuto sull'interlocutore. Infine, l'interpretante finale
è lo scopo iniziale della domanda, che potrebbe riguardare lo stabilire piani futuri
37 C. S. Peirce, Questions Concerning Certain Faculties Claimed for Man, cit., pp. 103-114.
38 C. S. Peirce, Collected Papers, cit., 8.343.
100
per la giornata in questione39. L'interpretante finale è quello che deve attirare
maggiormente la nostra attenzione in quanto, a primo impatto, potrebbe sembrare
molto lontano da quanto ha sempre sostenuto Derrida sul concetto di significato.
Procediamo però per gradi e limitiamoci ora all'analisi del concetto di semiosi
illimitata.
Peirce afferma chiaramente che "the whole purpose of a sign is that it shall be
interpreted in another sign"40. Già con questa affermazione si possono notare
molti elementi in comune con la tematica della différance derridiana. Non è
dunque casuale la scelta del filosofo francese di servirsi delle tesi semiotiche
peirciane per rafforzare le proprie e dargli un valore aggiunto. Il gioco di rimando
da segno a segno, caratteristico del movimento differenziale che descrive l'autore,
sembra conciliarsi a pieno con quanto sostiene Peirce. La significazione è
caratterizzata da questo movimento continuo. "Nessun terreno di non-
significazione [...] si estende, per fondarlo, sotto il gioco ed il divenire dei
segni"41. La significazione non ha bisogno di ulteriori elementi per potersi
sviluppare. Il gioco silenzioso della différance si traccia sempre al suo interno ed
è generativo nei suoi confronti. È nella natura del segno, nella sua stessa
triadicità, che si sviluppa la semiosi; un continuo rimando fra i segni che si
pongono dunque in relazione fra loro dando luogo a sempre nuovi significati42.
Qualsiasi rappresentazione deriva il suo significato da un'altra rappresentazione.
Non può esistere niente che abbia significato di per sé come anche Derrida ha
ribadito più volte. Inoltre, per tali ragioni, "the idea of representation involves
infinity"43. Proprio come la différance, movimento incessante che non è possibile
arrestare in alcun modo, anche la semiosi descritta da Peirce mostra il carattere
dell'infinità. Nel significato delle rappresentazioni si gioca sempre una
regressione infinita che non porta mai né ad un inizio e né tantomeno ad una fine.
Si potrebbe anche definire, a mio avviso, un continuum interpretativo; una catena
39 Cfr. U. Wirth, Derrida and Peirce on indeterminacy, iteration and replication, Semiotica
143-1/4, De Gruyter Mouton, 2003, p. 40.
40 C. S. Peirce, Collected Papers, cit., 8.191.
41 J. Derrida, Della grammatologia, cit., p. 74.
42 Cfr. R. Fabbrichesi, Introduzione a Peirce, cit., p. 76.
43 C. S. Peirce, Collected Papers, cit., 8.268.
101
che, nonostante i vari punti di contatto, non smette mai di accrescersi, sviluppare
nuovi punti di vista e nuove forme di comprensione.
Lo stesso interpretante, il medium della relazione segnica che funge da mezzo
per la comprensione del senso, è anch'esso una rappresentazione che ha a sua
volta un altro interpretante, procedendo così nuovamente ad una serie infinita.
L'intenzione di Peirce in queste pagine, come argomenta a buon diritto
Fabbrichesi, è quella di mostrare che "la relazione segnica non si configura mai
come sub-stantia, ma sempre come trans-cendens, affidata al rinvio"44. È sempre
in azione uno scuotimento del segno, una sua delega verso il futuro, verso un
altro segno che risulta indispensabile per arrivare ad una maggiore comprensione
del primo. È soltanto in questo movimento, in questa infinita serie di rinvii
interpretativi, che si compie la verità. Non si tratta di una verità immutabile come
quella descritta dalla metafisica, ma una verità sempre mutevole, sempre in
divenire. Derrida non avrebbe mai potuto ignorare tali conclusioni peirciane e le
commenta così:
"Peirce considera l'indefinitezza del rinvio come il criterio che permette di riconoscere
che si ha a che fare proprio con un sistema di segni. Ciò che inaugura il movimento della
significazione è ciò che ne rende impossibile l'interruzione. La cosa stessa è un segno"45.
54 Ivi., p. 314. In francese: "Â travers la circulation et les renvois infinis, de signe en signe, le
propre de la présence n'a plus lieu; [...] on ne peut plus disposer du sens, il est emporté dans
un mouvement sans fin de signification". J. Derrida, in De la grammatologie, cit., p. 332.
L'autore scrive questo passo durante l'analisi del Saggio sull'origine dell lingue di Rousseau.
Uno degli intenti principali di queste pagine è mostrare come anche Rousseau, allo stesso
modo di Saussure, pone il linguaggio in una posizione privilegiata rispetto alla scrittura
ricadendo a sua volta nei precetti metafisici.
55 Cfr. U. Eco, La struttura assente, cit., pp. 36-37. Per chiarire meglio Eco propone l'esempio
del significante «vacca». Sia un indiano e sia un uomo di qualsiasi altra cultura indicherebbe
l'animale al quale il termine richiama per stabilirne il significato. È però del tutto differente il
suo modo di concepire l'animale rispetto ad un uomo che appartiene ad un'altra cultura.
56 Ibidem.
105
tale non si dà mai. Essendo il significato sempre rimandato e ritardato nel tempo
(nel senso che non raggiungerà mai un presente in cui si realizza a pieno) è
sempre impuro, sporco, travagliato al suo interno dalla contaminazione continua
dalla quale è costituito.
È dunque alla luce di quanto abbiamo detto finora che Derrida può affermare:
"Peirce va molto lontano nella direzione di ciò che prima abbiamo chiamato la
de-costruzione del significato trascendentale, che, prima o poi, porrebbe un
termine rassicurante al rinvio da segno a segno "57. Tale decostruzione viene
concepita principalmente sotto due aspetti. Innanzitutto, come abbiamo visto, la
triadicità del segno e il suo carattere di dinamicità riescono a decostruire molto
bene quel significato trascendentale richiamato dalla tradizione occidentale che
Pettigrew rinomina come "segno-maestro"58. Un significato che porta con sé
un'originarietà iniziale. Si pensa che il significato risieda, linearmente parlando,
in un momento iniziale e in un luogo ben definito. Questo suo essere presente
porta il soggetto a credere di poter realizzare a pieno la sua manifestazione
mediante la parola, in modo del tutto diretto e trasparente. È proprio questo
l'errore, o meglio, l'«inganno» della nostra epoca di cui parla Derrida in
Posizioni. Il significato descritto nella semiosi illimitata si distacca da questa
concezione; non è più una presenza ma, soltanto, un altro segno che non fa altro
che rinviarsi al futuro. Il secondo aspetto da considerare in questo "andare
avanti" di Peirce nella decostruzione è che la semiosi illimitata da lui descritta
costituisce il soggetto. L'uomo è soltanto un segno fra gli altri segni e, come tale,
partecipa al processo di semiosi. Con questa sua visione delle cose, dice
Pettigrew, Peirce "decostruisce la sostanza solipsistica, semplice e certa di sé che
la tradizione filosofica ha associato a Cartesio"59. Ciò avviene, nello specifico,
nel momento in cui Peirce asserisce l'equivalenza assoluta fra il processo del
conoscere e il processo inferenziale della mente. Ogni presunta evidenza ha
57 J. Derrida, Della grammatologia, cit., p. 75. In francese: "Peirce va très loin dans la direction
de ce que nous avons appelé plus haut la dé-construction du signifié trascendental, lequel, à
un moment ou à un autre, mettrait un terme rassurant au renvoi de signe à signe". J. Derrida,
in De la grammatologie, cit., p. 71.
58 D. E. Pettigrew, Peirce and Derrida: Fron sign to sign, cit., p. 371.
59 Ibidem.
106
avuto bisogno, in passato, di tale processo. È solo in conseguenza di questo che
possiamo parlare di evidenza e ovvietà.
Un'obiezione a tali posizioni sul significato viene avanzata dal filosofo inglese
Raymond Tallis. "Non è vero che il significato risulta dall'evaporazione della
presenza in tracce di tracce"60. Egli sostiene che non si possa in alcun modo
negare la presenza reale delle cose nel mondo. L'essere presenti delle cose è
indipendente dal significato che portano con sé. Dire che il significato si realizza
nel suo continuo movimento fra le tracce e il loro rinvio infinito è dunque un
errore. "Il significato è fondato sulla reale esistenza individuale"61. Senza tale
esistenza come presenze non potrebbe realizzarsi alcun significato e non
potrebbe avvenire alcuna interpretazione o alcuna inferenza su di esse. Di fronte
al nulla è possibile formulare ben pochi pensieri. Inoltre, in Derrida, la delega
continua fra i segni porta ad una continua rincorsa del significato che non avrà
mai una presa salda, stabile e definitiva. Secondo Tallis questo pensiero è
inconcepibile. "Non abbiamo il diritto di dedurre dal fatto che un segno può
portare ad un altro ad infinitum che il significato sia irraggiungibile"62. Egli non
nega dunque la possibilità di un collegamento fra i segni in vista della
realizzazione di un significato, rifiuta soltanto l'idea di pensare tale significato
come irrealizzabile. In un'ipotetica catena sono comunque presenti dei punti
fermi, dei significati raggiunti e altri raggiungibili nel corso del tempo.
Ovviamente l'autore specifica che questi significati non possono essere pensati
come il significato trascendentale per eccellenza, quello cioè che porrebbe un
termine ultimo al continuo rimando fra i segni.
Si potrebbe rispondere alla prima parte di questa critica semplicemente
ribadendo che la traccia di cui parla Derrida non deve essere concepita come un
puro nulla. La traccia non deve richiamare soltanto la sua morte e la sua
71 Ivi., p. 377.
72 J. Derrida, Della grammatologia, cit., p. 76.
73 U. Eco, Peirce's Notion of Interpretant, cit., p. 1467.
74 C. Sini, Semiotica e Filosofia, cit., p. 32.
110
della sua presenza"75. Lo stesso interpretante peirciano, compreso quello finale,
continua a partecipare al gioco di significazione senza fine poiché la nostra vita
quotidiana si intreccia ripetutamente con i nostri cambi di abitudine, di
atteggiamento e di comportamento.
Un passo avanti
75 J. Derrida, Della grammatologia, cit., p. 76. In francese: "Il n'y a donc pas de phénoménalité
réduisant le signe ou le représentant pour laisser enfin la chose signifiée briller dans l'éclat da
sa présence". J. Derrida, in De la grammatologie, cit., p. 72.
76 D. Wood e R. Bernasconi, in Derrida and différance, cit., p. 94.
111
di molti autori in differenti campi tra i quali Lévi-Strauss nell'antropologia,
Lacan nella psicoanalisi, Althusser nella teoria politica ecc... Quello che però non
risulta del tutto chiaro è il motivo per il quale Derrida si appropri della
terminologia saussuriana anche per argomentare la sua visione del segno e della
traccia. Quando sostiene "che il significato sia originariamente ed essenzialmente
traccia, che esso sia già da sempre in posizione di significante"77, si ritrova ad
utilizzare gli stessi termini di Saussure, quegli stessi termini che poco prima ha
attribuito alla metafisica occidentale. Ho cercato, alla fine del secondo capitolo,
di dare una risposta a queste critiche, ma è indubitabile che egli non cerchi mai
quel passo avanti decisivo che avrebbe potuto indirizzarlo meglio nel suo
tentativo di decostruzione della metafisica, senza autocondannarsi già in partenza
a rimanere chiuso al suo interno. Si sarebbe potuto fare un tentativo più deciso in
questa direzione, senza aspettarsi di riuscire, necessariamente, a risolvere la
questione nella sua assolutezza.
Derrida si mostra dunque ancora all'interno del punto di vista diadico sul
segno nonostante le sue posizioni risultano essere molto più vicine a quelle di
Peirce, soprattutto in riferimento alla formazione della significazione e al suo
assiduo movimento. Tale punto di vista, comune a molti autori, è da me
condiviso. Fra questi autori troviamo, ad esempio, Daylight. Egli sostiene che
"gli scritti di Derrida sul segno, anche quando specificamente associati al nome
di Saussure, implicano una struttura semiotica che sembra più vicina a quella
della tradizione peirciana"78. L'autore poi, in netta critica nei confronti della
posizione derridiana, fa riferimento alla continua confusione con la quale Derrida
tratta le due visioni sul segno. Fa appello a Peirce per difendere la sua posizione
e, nel frattempo, continua a concepire il segno come bipartito allo stesso modo di
Saussure79.
Un altro autore che prende in considerazione tale vicinanza di posizioni è
Pettigrew. Egli sostiene come sia "comune a Derrida e a Peirce [...] una nozione
di differenza che problematizza la semplice relazione binaria di un segno con la
80 D. E. Pettigrew, Peirce and Derrida: Fron sign to sign, cit., pp. 368-369. È interessante
notare come l'autore critica la posizione di entrambi sottolineando la loro ricaduta verso una
certa sistematicità formale. "La nozione di differenza rimane come una possibilità pura e
necessaria, simile ad una necessità logica". Ivi., p. 374.
81 J. Derrida, Della grammatologia, cit., p. 107.
82 D. E. Pettigrew, Peirce and Derrida: Fron sign to sign, cit., p. 372.
83 Rimando a G. Deledalle, Peirce's "Sign": Its Concept and Its Use, cit., p. 291.
84 M. Bevir, Meaning, truth and phenomenology, cit., p. 415.
113
significato legandolo ai modi di pensare e alle prospettive nei vari contesti
storici. Il punto di vista sul quale però vorrei indirizzare maggiormente
l'attenzione è quello proposto da Carlo Sini, filosofo menzionato spesso in
precedenza, il quale, attraverso i suoi numerosi studi sul segno, ha mostrato, in
maniera più decisa degli altri, gli errori di valutazione derridiani e il suo
approccio mentalisticamente chiuso nei confronti della diadicità del segno
proposta da Saussure. Nella prefazione a La voce e il fenomeno, Sini afferma:
"Ciò che Derrida ignora (e la cosa non è senza conseguenze) è che la critica radicale
dell'intuizione, dell'evidenza come presenza immediata, e la sua riduzione a relazione
segnica, a «semiosi infinita», erano già state avanzate sin dal 1867 da Charles Sanders
Peirce, con effetti (purtroppo a lungo, per non dire tuttora, incompresi) di totale
destabilizzazione della fondazione metafisica del sapere e del tradizionale concetto di
verità. [...] Derrida si trova costretto a riferirsi, per il concetto di segno, essenzialmente a
De Saussure, ovvero a un concetto di segno fondamentalmente metafisico e binario, cioè
ridotto all'opposizione semplice tra significante e significato. Di questo segno Derrida ha
ragione di dire sia che esso comporta inevitabilmente un privilegio della phonè, sia che in
esso è già deciso il perdurante «psicologismo» della cultura occidentale"85.
88 C. Sini, Etica della scrittura, cit., p. 62. Continuando nel testo Sini prosegue il suo attacco
ancora più duramente: "Derrida non esce mai a prendersi una boccata d'aria. Barricato dentro
l'edificio del segno saussuriano e intento a smontarlo dall'interno, è come uno che, arrivato
col treno in stazione, entra direttamente nella metropolitana e non ne esce più. In pratica è
come se non fosse mai uscito dalla stazione".
89 Cfr. C. Sini, Filosofia e Scrittura, Editori Laterza, Roma-Bari 1994, p. 146.
115
ricostruiamo e interpretiamo tutta la nostra tradizione"90. È il continuo
avvenimento e avvicendamento, il continuo «evento» di tali pratiche che porta
alla formazione di nuove interpretazioni e visioni del mondo. Non si può non
notare la stretta relazione con le tesi peirciane sull'abito di risposta
dell'interpretante. La catena semiotica si realizza nella maniera in cui "ogni
pratica è una pratica di molte pratiche"91. Non è possibile uscire da una
circolarità di questo tipo, si rimane sempre al suo interno abitando le pratiche che
più ci appartengono, ci caratterizzano e costituiscono come soggetti interpretanti.
La contestazione di Sini verso il pensiero derridiano riguarda dunque il suo
costante rifiuto verso tutto ciò che riguarda l'empirico e le pratiche concrete di
vita quotidiana in riferimento al significato. "La sola idea di tornare a guardare
l'esperienza e il suo significare [...] gli sembrerebbe probabilmente a dir poco
bizzarra"92. Nel suo pensare il significato unicamente come differenza tra
significante e significato, in senso saussuriano, Derrida si limita soltanto a dire
che tale differenza è inconcreta, innominabile e impossibile. Agli occhi di Sini
tale modo di pensare è insufficiente. Si tratta di un accontentarsi di dire, o
meglio, di non dire nulla sulla scrittura e sulla verità che le appartiene. È lo stesso
Derrida infatti a dichiarare: "io mi arrischio a non-voler-dire-niente che possa
semplicemente intendersi, che sia solo una questione d'intendimento"93. Per Sini
la questione dell'archiscrittura, nel modo in cui Derrida l'ha presentata, non è
accettabile. Non si addice minimamente a quella che è sempre stata la filosofia e
si tralascia tutta la sacralità che la contraddistingue. Non parla mai della scrittura
alfabetica, quella scrittura che ci costituisce e forma il nostro modo di pensare e
interpretare il mondo, la scrittura che forma il nostro essere. Una pratica di
ricostruzione sulla scrittura, dal punto di vista storico, è ancora necessaria e
probabilmente lo sarà sempre. La nozione di interpretante peirciana, secondo
Sini, ci aiuta in questo, dal momento che questa "è senza alcun dubbio ciò che
104 J. Derrida, Limited Inc., R. Cortina, Milano 1997, p. 92. Derrida amplia questo concetto
anche al monologo interiore sostenendo che sia il dialogo esteriore (con gli altri) sia quello
interiore (con noi stessi) siano sempre inseriti all'interno della catena di significazione che
precede il discorso e va anche oltre, modificando l'intenzione di significato iniziale del
soggetto.
105 R. Fabbrichesi, L'analisi del senso comune in Peirce e in Wittgenstein, in C. Sini (a cura di),
Semiotica ed Ermeneutica, Cisalpino, Milano 2003, p. 31. Tutto il pensiero di Peirce è
costernato da una continua messa in questione delle sue stesse tesi. In linea con il
fallibilismo si notano spesso anche passaggi contraddittori molto ravvicinati fra di loro.
Come sostiene Eco "provava una sorta di piacere psicologico nel mettre in discussione e
ridefinire le proprie formule". U. Eco, Peirce's Notion of Interpretant, cit., p. 1457.
106 C. S. Peirce, Collected Papers, cit., 1.171.
120
continuum è anche l'esperienza della differenza assoluta"107. La différance agisce
sempre, il suo dispiegamento non può arrestarsi e considerarsi concluso in via
definitiva. Dal momento che anche il processo di semiosi descritto da Peirce non
raggiunge mai questa definitiva conclusione, neanche attraverso il concetto di
interpretante finale, ritengo che i due pensieri non possano dirsi contrastanti fra
loro, almeno in questo aspetto particolare. Derrida avrebbe potuto, per queste
ragioni, approfondire meglio la visione del segno di Peirce traendone
sicuramente maggior vantaggio e facendo un passo avanti nella giusta direzione,
senza rimanere chiuso all'interno del segno saussuriano che lui stesso riteneva
ancora troppo metafisico facendo, di conseguenza, un passo indietro.
Il riferimento al continuum e il richiamo costante al futuro, per quanto
concerne il significato, si ritrovano anche nel pensiero siniano. Nonostante egli
creda che la verità sia una pratica finita108 non mette mai in dubbio la possibilità
delle mutazioni di significato. È del tutto lecito immaginare che in futuro la
parola scrittura, per esempio, "finisca per significare un'altra cosa" 109. Un tempo
la parola scrittura aveva un significato pratico, nel senso peirciano, differente da
quello che ha oggi e da quello che, molto probabilmente, avrà in futuro. La
scrittura, già oggi, non è più definita una pratica che si realizza soltanto
attraverso una penna e un foglio di carta110. L'evento sempre possibile di nuove
forme di scrittura è un tema che si concilia con la différance e il suo continuo
tracciarsi. Nessuno di questi autori pensa la possibilità del raggiungimento
dell'assoluto all'interno della significazione ma, d'altra parte, ritengono che tutto
ciò che oggi viene inteso, pensato e percepito in un certo modo in base al nostro
modo di rapportarci al reale, in base ai nostri abiti e alle pratiche di cui siamo
figli, un giorno ci potrà sembrare molto lontano. In futuro, come è già stato
mostrato con l’esempio sulla scrittura, si potrebbe avvertire una distanza e una
111 Derrida afferma a tal proposito: "Bisognerà sostituire alla nozione di traduzione quella di
trasformazione". J. Derrida, Posizioni, cit., p. 31. L'autore mostra però anche qui la sua
chiusura nel segno saussuriano in quanto "la traduzione pratica la differenza tra significato e
significante".
112 S. Regazzoni, Jacques Derrida: il desiderio della scrittura, cit., p. 20.
122
Conclusione
124
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