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Quaderni di Sociologia

77 | 2018
Varia

Valore | prezzo di mercato, Sociologia | Economics


Ai margini della teoria dell’enrichissement
Economic value | market price, Sociology | Economics. At the edges of the theory
of enrichissement

Franco Rositi

Edizione digitale
URL: [Link]
DOI: 10.4000/qds.2015
ISSN: 2421-5848

Editore
Rosenberg & Sellier

Edizione cartacea
Data di pubblicazione: 1 agosto 2018
Paginazione: 7-34
ISSN: 0033-4952

Notizia bibliografica digitale


Franco Rositi, « Valore | prezzo di mercato, Sociologia | Economics », Quaderni di Sociologia [Online],
77 | 2018, online dal 01 mai 2019, consultato il 14 juin 2019. URL : [Link]
qds/2015 ; DOI : 10.4000/qds.2015

Quaderni di Sociologia è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale -
Non opere derivate 4.0 Internazionale.
teoria e ricerca

Franco Rositi
Valore | prezzo di mercato, Sociologia | Economics
Ai margini della teoria dell’enrichissement
«..i principi generali che la teoria economica
formula sono semplicemente costruzioni che ci
dicono quali conseguenze dovrebbe produrre
l’agire dei singoli uomini, nel suo intrecciarsi
con l’agire di tutti gli altri, qualora ognuno
conformasse il proprio comportamento verso
l’ambiente esclusivamente ai principi della
contabilità commerciale, agendo quindi
in questo senso “razionalmente”. […]. La
specificità storica dell’epoca capitalistica,
però, e quindi anche l’importanza della teoria
dell’utilità marginale (come di ogni teoria
economica del valore) per la comprensione
di quest’epoca, poggia sul fatto che – mentre
la storia di parecchie epoche del passato è
stata a ragione designata come “storia della
non-economicità” – nelle condizioni di
vita odierne, l’avvicinamento della realtà
ai principi teorici è in costante aumento,
coinvolgendo il destino di strati sempre più
ampi dell’umanità, e per quanto ci è dato di
prevedere andrà sempre aumentando»
Max Weber,
La teoria dell’utilità marginale, 1908

1. Premessa

Occorre che l’“animo da mercante” diventi dominante perché la teo-


ria dell’utilità marginale possa essere non solo considerata vera, ma essere
vera, praticamente vera: così ragionava Max Weber in quel saggio su La
teoria dell’utilità marginale dal quale abbiamo tratto il brano in epigrafe.
C’è in questa tesi una sorprendente radicale storicizzazione di quel mer-
cato capitalistico che i suoi apologeti descrivono invece come naturale:
l’“animo di mercante” di cui Weber parla consiste appunto nel fatto sto-
rico di un orientamento dominante a sussumere la forma generale dello
scambio entro una particolare concezione del mercato. Nonostante una
sua certa oscurità, o forse appunto per far chiaro un fondo di verità che

7
vi si intuisce, questo lascito weberiano avrebbe potuto essere il principio
per una presenza propriamente sociologica entro il cuore della teoria
economica, in particolare su quei concetti-base come rischio, scarsità, uti-
lità, relazione valore-prezzi che la teoria economica mainstream rifiuta di
considerare enigmatici e che invece, come del resto è noto anche a molti
economisti, nascondono inesplorati presupposti.
Questo saggio introdurrà, anche in riferimento alla recente teoria
dell’enrichissement di Luc Boltanski e Arnaud Esquerre (2017), alcune
considerazioni sui presupposti della relazione valore-prezzi, ritenendoli
come non ancora sufficientemente esplorati. L’ultimo libro di Boltanski
e Esquerre è certamente rilevante per questo tema e tuttavia le pagine
seguenti sono inadeguate non solo per darne un resoconto esauriente, ma
anche per suggerirne al lettore la ricchezza fenomenologica e la comples-
sità concettuale. In realtà devo a questo libro innanzitutto uno stimolo,
apparentemente molto semplice. Come si vedrà, si tratta della definizione
che i due autori danno del termine “valore” in economia: essi considera-
no il valore come la giustificazione del prezzo. È una definizione che a
mio parere ha una forte capacità euristica e sollecita a rivedere alla base
le nostre idee di mercato. Devo loro inoltre il suggerimento di utilizzare,
ai fini delle mie considerazioni sulla relazione valore-prezzi, proprio quel
particolare tipo di mercato che essi trattano, vale a dire il mercato delle
collezioni di beni che pretendono di sottrarsi al consumo e di avere come
destino una indefinita durata.
Sostanzialmente gli ultimi paragrafi di questo mio testo rimettono in
discussione alcuni assiomi di partenza della teoria economica neoclassica
(o marginalista1). È certamente un azzardo interdisciplinare. Dei rapporti
fra sociologia e economia si è discusso in Italia, con particolare intensità,
nei primi anni ’90 del secolo scorso. Penso che in quella discussione, di
cui si riprenderanno più avanti alcuni temi, sia stato latente l’errore di
concepire le due discipline come due blocchi ad alta omogeneità interna.
Per una lettura indulgente delle mie considerazioni sulla relazione valore/
prezzi è invece fondamentale non avere questo pregiudizio di omogenei-
tà. Il compito che assumo è quello di ripensare alcuni assunti-base della
teoria neoclassica, e solo di questa (ed anche, ovviamente, del cosiddetto
neo-liberismo che, a partire dagli anni ’30 del secolo scorso, ne è derivato,
ha accumulato una serie di confronti polemici con il modello keynesiano
ed infine è tornato egemone a partire almeno dagli anni ’70). Sebbene
questi assunti siano entrati come dominanti nel primo processo di for-
mazione degli economisti, e per molti versi continuino a orientare la loro
mentalità, i sociologi non devono, a mio parere, coltivare una idea degli
economisti come una compatta e confliggente alterità.

1
Talora la chiameremo, come altri usano, semplicemente economics.

8
2. Economia vs sociologia: mondi alternativi?

La storia dei rapporti fra economia e sociologia è attraversata da nu-


merose fratture, ma non sempre i due campi sono nettamente collocati al
di qua e al di là della stessa frattura. Homo oeconomicus e homo sociolo-
gicus sono in chiara opposizione solo se l’apprendimento dell’economia
si ferma al corso introduttivo di micro-economia, o se si studia solo certa
sociologia edificante.
Alcune divergenze concettuali possono essere facilmente superate. Si
faccia per esempio riferimento ai concetti-base di rischio, scarsità, utilità
cui abbiamo accennato.
Il termine “rischio” ha costituito una pietra angolare per le giustifica-
zioni del profitto, ma ha anche avuto largo corso fuori del perimetro delle
teorie propriamente neoclassiche. È interessante annotare che tesi recenti
come quella di Appadurai, su cui torneremo, polemizzano con pratiche
economiche che si autodescrivono come fondate sul calcolo razionale
del rischio, ma in realtà sono puro azzardo, gioco di scommesse sull’in-
certezza; ma la distinzione rigorosa fra rischio (calcolabile) e incertezza
(non calcolabile) è dovuta a Frank Knight (1921), vale a dire a uno dei
principali fondatori della scuola di Chicago (neo-liberista) e protagonista
nella fondazione della Società del Monte Pellegrino. È chiaro, in questo
esempio, che eventuali controversie intorno a temi rubricati in un concet-
to non consistono nella definizione dei termini, ma nelle tesi complessive
che sono avanzate anche mediante quei termini. Così è per il concetto
“scarsità”2.
Maggiori difficoltà insorgono con l’introduzione del concetto di “uti-
lità” in una scienza, come quella economica, che pretende di essere em-
pirica e esatta; ma la stessa tradizione neo-marginalista ha avuto problemi
con questo concetto e ha normalmente preferito parlare di “preferenze”

2
Quanto al concetto di scarsità, centrale nella definizione di economia per Lionel
Robbins, che è del 1932, ricordiamo che Talcott Parsons, in Teoria e struttura dell’azione
sociale, che è del 1937, accettò sostanzialmente la definizione di economia data da Lionel
Robbins nel 1932 e fondata sostanzialmente sull’idea di scarsità (l’economia come scienza
che è pertinente al “problema dell’allocazione di risorse limitate tra i loro vari usi poten-
ziali”). Ma poi lo stesso Parsons si risolse per una definizione più ampia del sottosistema
economico (e della sua scienza) come sottosistema che affronta uno dei quattro imperativi
o problemi funzionali delle società, quello dell’adattamento fra fini e mezzi: poiché l’a-
dattamento può svolgersi nelle due direzioni, “raffreddamento” dei fini in considerazione
dei mezzi, ma anche ricerca dei mezzi per “qualsivoglia fine”, è da escludere che il tema
dell’adattamento nasconda in Parsons l’idea che la scarsità di risorse sia un carattere “na-
turalmente” insuperabile della condizione umana (questa idea fu soprattutto teorizzata
da Carl Menger, 1840-1921, e fu contrastata da Karl Polanyi: cfr. Rangone e Solari, 2007).
Uno dei punti di contrasto fra Keynes e Hayek negli anni ’30 fu proprio su questo concet-
to, poco interessante per il primo, centrale per il secondo.

9
(più o meno “rivelate”), cioè di qualcosa che più facilmente può essere
pensato in ordini di grandezza, cioè in modo ordinale3.
Restano comunque più rilevanti altri punti di attrito, più sostanziali,
fra le due tradizioni disciplinari, fra homo oeconomicus e homo socio-
logicus. Una delle fratture che sono normalmente messe in campo per
descrivere questa distanza fra le due concezioni della condizione umana
è in quella dicotomia fra rappresentazione egoistica e rappresentazione
altruistica o mutualistica dell’attore sociale, che già caratterizzò la po-
lemica verso economisti del loro tempo da parte dei sansimoniani e di
Comte4 (che è senza dubbio il fondatore della sociologia5, oltre che un
grande visionario). Certamente nella tradizione della teoria economica
neoclassica o marginalista tale dicotomia si è risolta privilegiando, anzi
assolutizzando, il polo del self-interest, tuttavia essa è stata e resta un
grave dilemma nel più vasto corpo delle analisi e delle dottrine che carat-
terizzano la formazione degli economisti. Non solo nei fondatori storici
della disciplina economica, sempre riveriti, sarebbe riduttivo cercare la
centralità del self-interest individualistico; per esempio Adam Smith è
ben più problematico, sul funzionamento del mercato, di quanto faccia

3
È noto che Pareto ebbe difficoltà a includere il concetto di utilità nella teoria eco-
nomica (non in quella sociologica) e lo imputò di sostanzialismo psicologico (ipersigni-
ficazione) e al contempo di connotazione metafisica (iposignificazione): concluse con
il ricorso a un termine convenzionale come “ofelimità” per evitare ogni equivoco – ed
escluse comunque la possibilità di misure cardinali. Caillé (1995) ha ritenuto prevalente il
vuoto di significati nella storia del temine: “A partire dal momento in cui l’idea di utilità è
resa astratta e indifferenziata, equivalente a una quantità di moneta, tutto diventa ‘utile’, il
bene come il male, il vantaggioso come il nocivo, purché effettivamente desiderato. Tutto
è utile e niente lo è più. L’utilitarismo moderno… è quella dottrina che, come la scienza
economica, rifiuta di dire alcunché sul suo oggetto centrale, il concetto di utilità, e che si
nutre di questo vuoto e di questo silenzio”.
4
Un resoconto completo e stimolante ne è in Ph. Steiner (2015).
5
Una importante rivalutazione di Comte, denigrato come positivista (e perfino come
antesignano del fascismo) dalla “sociologia critica” e da altri sociologi di debole intel-
ligenza epistemologica, si ha con Norbert Elias, 1989, cap. 1. Da segnalare la tesi di
Heilbron (2006), secondo la quale Comte ha compiuto una “rivoluzione epistemologica”
nel momento in cui ha distinto fra sociologia dinamica e sociologia statica, ha assegnato
a quest’ultima il compito di una rappresentazione di strutture sociali storicamente de-
terminate ed ha affermato che tale rappresentazione non possa che collocarsi a un basso
livello di generalità. Se la sociologia è fra tutte le scienze quella con il più basso livello di
generalità, si esclude la possibilità che essa possa fondarsi, come la meccanica (ai tempi di
Comte) e secondo il sempre risorgente scientismo, su leggi universali. Ho inserito questa
divagazione su Comte per far chiaro che, se sia interesse di qualcuno trovare nelle pagine
seguenti qualche soggiacente principio epistemologico, posso qui esprimerlo esplicita-
mente, anche se, come è ovvio, soltanto in forma assertiva e imprudente: non sono solo nel
ritenere che le scienze sociali debbano assumere come compito specifico la descrizione di
determinate formazioni sociali, piccole o grandi, del quantum di funzionamento coerente
esse abbiano, e delle loro contraddizioni funzionali e culturali. Non credo tuttavia che
questa mia posizione pregiudichi la tesi specifica che sosterrò in questo saggio.

10
pensare la sua figura della “mano invisibile”; egli non immagina neppure
che possa esserci un ordine sociale senza “simpatia” o senza “benevolen-
za”, né, sullo stesso mercato, la convergenza della domanda senza che
gli attori cerchino una “accettazione” reciproca (cfr. Rampa, 2010). Ma
anche in una serie di correnti teoriche che circolano attualmente nelle
aule universitarie, il self-interest costituisce un problema almeno se viene
definito nella sua forma estrema, come non strutturato socialmente6 e
come automaticamente (“mano invisibile”) compatibile con l’equilibrio
del mercato e perfino con il più generale ordinamento sociale. Accanto ai
mercatisti, strenuamente legati alla tradizione neoclassica, molti altri stu-
diosi di economia (o gli stessi mercatisti in momenti o ruoli diversi) si oc-
cupano di regolazione politica dei mercati e dei beni pubblici con schemi
teorici necessariamente molto più complessi e sfumati7. Friedrich Hayek
ha dovuto perfino rinunciare, fin dalla seconda metà degli anni ’30 all’i-
dea ottimistica di un mercato normalmente in equilibrio. E inoltre, com’è
noto, c’è anche una tradizione di teorici economici eterodossi fra i quali
sono da includere non solo autori come Polanyi e Hirschman, letti per
la verità più dai sociologi che dagli economisti, ma anche classici come
Schumpeter e Keynes. In tutti questi autori, rischi di squilibrio (non solo
dolorose crisi economiche ma anche gli squilibri creativi, e in un certo
senso progressivi, indotti dagli innovatori di Schumpeter) sono intrinseci
alle dinamiche innestate da un mercato di auto interessati8. Comunque
in essi il self-interest non è una garanzia di crescita economica, oppure va
comunque, come in Keynes, attentamente sorvegliato, con una sorta di
precettistica go and stop: lasciato andare nei periodi di piena occupazione,
corretto dall’interesse pubblico nei periodi di crisi.
D’altra parte, infine, l’ovvio legame fra enfasi sul self-interest e conce-
zione individualista dell’azione sociale impone un metodo di ricerca che

6
Per Talcott Parsons, si ricordi, perfino le occupazioni “egoistiche” (possiamo inclu-
dervi il birraio di Adam Smith) sono tali perché consentite e previste dall’ordinamento
sociale con le sue opportune regolazioni. Ma, pur se si vuole lasciar da parte il controverso
altruismo di altre professioni, è indubbio che anche molte delle preferenze individuali
siano normalmente collegate a determinati ruoli (così i magistrati sono principalmente
orientati, o almeno sono stati, al prestigio – e ai relativi tipi di consumo).
7
Negli ultimi anni del ‘900 si è andata perfino affermando, nella business economics,
una corrente filosofica che si ispira a un enlightened self-interest. Così si ottiene di con-
giungere la fedeltà al tema canonico del self-interest con una maggiore attenzione a quei
problemi di consenso sociale in cui anche gli “attori economici” sono invischiati: un mira-
bile esempio di innovazione conformistica.
8
I teorici neoclassici trovano spesso una conferma delle proprie idee nel fatto che l’e-
quilibrio generale del mercato si realizzi frequentemente. Ma già Ferdinando Galiani, che
pure ha preceduto Smith nell’affermare che “le vili passioni nostre spesso, quasi a nostro
dispetto, al bene del tutto sono ordinate”, e che postulava il darsi di una provvidenziale
“mano suprema”, non ha evitato di sottolineare le gravi sofferenze sociali che sono pro-
dotte nei tempi lunghi di crisi fra un equilibrio e l’altro.

11
sia appunto fondato sugli individui. Ma neppure in questo caso si costata
una vera e propria fattura fra complesso degli orientamenti sociologici
e complesso degli studi economici. Fino a che resta “metodologico”, e
se non lo si arruola in una teoria che disconosca la presenza dell’ordina-
mento sociale nella stessa costituzione degli individui, l’individualismo
non è estraneo alla tradizione sociologica. Chi trasforma Max Weber nel
teorico di una sorta di individualismo ontologico assoluto9, quale invece
emerge nella teoria economica neo-classica, si è fermato alle prime pagine
di Economia e società (ai primi 4 paragrafi di I.1) e dimentica, non solo il
tessuto complessivo della sua opera, ma anche le sue definizioni di base
per cose come “ordinamento”, “validità”, “legittimità” (§ 5 di I,1): certo,
un ordinamento sociale sussiste se ci sono individui che orientano il pro-
prio agire nel suo senso, in modo abitudinario o sulla base di un calcolo di
convenienza o sulla base di una adesione valoriale, ma nulla nelle parole
di Weber lascia pensare che gli individui in genere possano disporre di
un ordinamento10 o che l’ordinamento sia per gli individui un semplice
ambiente (di vincoli e di risorse); la validità di un ordinamento è nel fatto
che gli individui ne riconoscano e ne accettino il senso, non che glielo
attribuiscano11. Ciò che infine è più importante dire è che, su queste basi,
la scienza sociale deve impegnarsi a ricostruire e a descrivere la società in-
tesa come sistema normativo (nella misura in cui la sua stessa complessità
la renda in parte opaca per gli attori) almeno nella stessa misura in cui si
impegna nell’interrogare e classificare individui.
Per continuare l’elenco delle fratture supposte, e in linea di principio
non propriamente tali, fra sociologia e economia, si potrebbe ugualmente
riflettere sul concetto di razionalità. Com’è noto, per essere utile nella ri-
cerca empirica, anche economica, questo concetto deve purtroppo subire
molte dilatazioni, e nella direzione non solo della “razionalità limitata”

9
Aggiungo a “individualismo ontologico” l’attributo “assoluto” per differenziarlo
da orientamenti che attribuiscono esistenza solo all’individuo, e la negano alla società.
Una ontologia dell’individuo può convivere con una ontologia della società (come in
Luhmann, individuo e ambiente sociale entrambi reali): si evita così il rimprovero che
Norberto Bobbio (1999, 343) ha rivolto a quella parte della tradizione sociologica che,
optando per l’individualismo metodologico, ha per così dire alleggerito l’idea di individuo
e lo ha ridotto a unità di analisi per la ricerca empirica (cfr. anche, nel presente testo, la
nota 17).
10
Com’è noto, e come appare anche nella citazione in epigrafe, per Max Weber gli
individui nella modernità non dispongono neppure dell’orientamento razionalistico al
calcolo! Calcolare è il loro “destino”.
11
In modo analogo potremmo pensare il linguaggio: de Saussurre escludeva che gli
individui disponessero del linguaggio (potremmo dire: c’è una ontologia del linguaggio) e
invece lo definiva come “collocato al di fuori della volontà dei depositari”. Nei testi delle
scienze sociali è frequente l’uso di definire i propri termini, e ciò sembrerebbe autorizzare
l’idea di una costruzione arbitraria di linguaggio; tuttavia le stesse definizioni usano, nelle
scienze sociali, il linguaggio ordinario e, d’altra parte, sono raramente convenzionali e
tendono invece a mettere ordine nello stesso linguaggio ordinario.

12
di Simon, né solo della sofisticata analitica di Elster o della concezione
inflazionata di Boudon12. Con giochi sinonimici si può perfino rendere
compatibile con il calcolo razionale una nozione estrema come il “red-
dito psicologico” che si ricaverebbe per esempio dall’amore per i figli e
che appare nella versione imperialistica che l’economista Gary Becker
(1988)13 ha voluto dare della teoria neoclassica. I sociologi dovrebbero
sapere, a me sembra, che il termine “razionalità” ha nella loro stessa tra-
dizione una complessità forse eccessiva, e che forse occorrerebbe mettere
ordine in questa complessità, senza rinunciare a nessuno dei problemi
che in essa si mescolano. D’altra parte gli economisti, e i sociologi della
teoria della scelta razionale, hanno forse di questo termine una nozione
troppo semplice, e la confinano normalmente come attributo delle deci-
sioni, escludendola dalle analisi delle strutture sociali: a riguardo di que-
ste essi preferiscono il termine “efficienza”, ben diverso.

3. Il mainstream della teoria neoclassica (e neo-liberista)

Quel che abbiamo ricordato finora dovrebbe convincerci a discutere


dei rapporti fra sociologia e economia senza enfatizzare eccessivamente
il ruolo della teoria economica neoclassica (la sua forma pura). In fin
dei conti il campo degli studi economici è molto vasto e molto vario. La
sempre presente memoria di quella economia politica classica (da Smith
a Ricardo a Marx, fino a Sraffa) che l’economics avrebbe voluto superare
definitivamente, nonché l’emergere continuo di teorie eterodosse e per-
fino di teorie che pongono al proprio centro le istituzioni sociali14 – tutto

12
In questa le “buone ragioni” possono includere non solo adesione incondizionata
a valori, ma anche una serie di vere e proprie fallacie (ci limitiamo a citare Boudon, 1993
e 2000).
13
Gary Becker, allievo di Parsons nei suoi primi anni di studio, è stato particolar-
mente vicino a Jim Coleman, suo collega a Chicago, dove ha ottenuto un supplementare
insegnamento di sociologia. Tuttavia mentre Coleman ha appreso molto dall’economia,
ma si è comunque impegnato in un pur discutibile lavoro di ristrutturazione dell’intero
campo teorico (Rositi, 2014, cap. 1), Becker ha appreso ben poco dalla sociologia se egli
stesso dichiara (v. Swedborg, 1990, 47) di essere venuto a conoscenza, attraverso di essa,
nientemeno che del fatto che gli esseri umani hanno una “preferenza” (“stabile” secondo
l’assiomatica di Becker) a tener conto degli altri.
14
Ci si può riferire alla new institutional economics della teoria dei costi di transazione
sostenuta da Oliver Williamson e al suo esplicito orientamento a considerare l’embed-
dedness (secondo l’espressione di Polanyi e di Granovetter) dei fatti economici nella
società. Ma occorrono cautele prima di dare per scontato che queste aperture alla socio-
logia da parte di economisti siano teoricamente soddisfacenti: cfr. a questo proposito la
molto istruttiva nota critica di Barbera (1999). Più complesso è il neo-istituzionalismo di
Douglass North, che, sebbene ponga il mercato capitalistico come il più vantaggioso dei
regimi di scambio (in quanto minimizza i costi di transazione), almeno non lo considera
“naturale”, bensì frutto di una complessa storia di istituzioni e di cultura. Faundez (2016)

13
questo dovrebbe rassicurare i sociologi sulla possibilità di un proficuo
lavoro interdisciplinare con gli economisti. Ma non è così. Nonostante
tutte le complessità e le ipotesi ad hoc che l’analisi economica è costretta a
introdurre, la gran parte degli economisti semplicemente ignora il lavoro
dei sociologi. Questi ultimi, in specie se si occupano di questioni econo-
miche15, sono in generale favorevoli per lo meno alla multidisciplinarietà
se non all’interdisciplinarietà, alcuni perfino alla “post-disciplinarietà”
(il superamento delle divisioni disciplinari); ma questa loro apertura non
incontra a mezza strada una apertura analoga da parte degli economisti.
Mi è già capitato di scrivere che i sociologi sono, almeno in relazione agli
studi economici, unilateralmente interdisciplinari. Altrimenti detto: la
loro interdisciplinarietà, eccetto forse che per rarissimi fortunati, happy
few, non ha un successo interdisciplinare. La separazione fra studi so-
ciologici e studi economici, iniziata nella seconda metà del XIX secolo, e
allargatasi in modo tanto più radicale quanto più irriflesso, senza alcuna
fondazione esplicita16, perdura fino ai nostri giorni.
Il fatto è che il mainstream neoclassico, molto poco disponibile a una
ontologia della società e così imprigionato nella esclusiva ontologia degli
individui17, resta lo schema dominante nella forma mentis di gran parte
degli economisti, anche quando devono o vogliono contravvenirne i pre-
cetti. La matematizzazione estrema, che deriva inevitabilmente dall’im-

svolge un diligente resoconto complessivo dell’opera di North e mette in luce il valore


della sua ricerca e le difficoltà teoriche che essa ha incontrato (molto prossime a quelle
della tradizione sociologica).
15
Sociologia del lavoro, sociologia economica, sociologia dell’industria ecc., hanno ov-
viamente intersecato il campo degli studi economici. Ugualmente potrebbe dirsi di quella
sociologia che si occupa dei consumi e che accentua la dimensione culturale. Dagli anni
’90 del secolo scorso ha avuto un certo sviluppo anche una cultural political economy, che
ha riguardato soprattutto le politiche economiche e l’azione degli “operatori” economici
e che si appoggia soprattutto sull’analisi del discorso, in sintonia con un più generale cul-
tural turn (ci limitiamo a ricordare, con una selezione non so quanto appropriata, Jessop,
2004 e 2010; Best e Paterson, 2010; Sum e Jessop, 2013. Si tratta di sociologi e politologi).
16
Un atto esplicito di fondazione non può neppure attribuirsi a Pareto che pure ha
tracciato la forte dicotomia fra azioni logiche (oggetto dell’economia) e azioni non logiche
(oggetto della sociologia). Ciò per vari motivi: a) la complessità del concetto di azione non
logica, già analizzata dal primo Parsons; b) la non adesione di Pareto all’idea che le azioni
economiche, anche considerando la sola società moderna, siano tutte “logiche”; c) la forte
enfasi che egli pone sulla necessità di costruire una scienza sociale che tenga insieme, non
giustapposte, sociologia e economia (v. il recente Archionatti e Mornati, 2017).
17
Ontologia della società non significa attribuire a una fantasmatica società, né a
qualsiasi organizzazione di uomini, gli attributi che normalmente assegniamo all’idea di
soggetto (come fu la tentazione, peraltro problematica, di Durkheim e come, quasi per
contrappasso, sembra emergere, per esempio, in un individualista come Coleman), ma
neppure degradarla a mero ambiente per gli individui: i soggetti che costituiscono un or-
dinamento (un ordine sociale, un sistema normativo, una società), costruiscono una realtà
sociale (per ricordare i titoli di due libri famosi, di Berger e Luckmann e di Searle) che
informa il senso comune e che ha una sua “logica”.

14
pianto neo-classico e che è favorita dal particolare oggetto di studio, e la
formalizzazione altamente sofisticata dei modelli costituiscono ormai lo
stemma distintivo nella formazione degli economisti, la garanzia non solo
della loro scientificità, ma anche della loro naturale adesione a un mondo
economico reale che si vuole fondato sul calcolo e che è il luogo più rile-
vante della società contemporanea.
A riguardo dei rapporti fra sociologia e economia, in un saggio di
grande interesse, datato un quarto di secoli fa ma a mio parere di validità
del tutto attuale, Michele Salvati (1993) si è chiesto perché il modello neo-
classico resti così rilevante negli studi economici, e ne sia appunto il main-
stream. Nella sua risposta, che tra l’altro testimonia, nei suoi riferimenti
sociologici, di una competenza rara fra gli economisti, egli esclude che ciò
sia dovuto ai successi analitico-empirici e predittivi di questo paradigma;
ugualmente esclude che la causa sia nel suo appeal ideologico (nella sua
implicita apologia dell’ordinamento sociale capitalistico). Sono invece
molto più rilevanti, a suo parere, la “mirabile risposta” che attraverso il
paradigma neoclassico è stata data al problema dell’equilibrio economico
generale18 e la “plausibilità a-priori” dell’individualismo metodologico in
genere (un mondo sociale di individui e di motivazioni) e del self-interest
razionale (nelle attività economiche). Già queste giustificazioni del main-
stream neoclassico, certamente discutibili, sono comunque tiepide. An-
cor più sorprende che nelle conclusioni Salvati chieda indulgenza per la
testarda ottusa autostima che gli economisti mantengono, “spesso oltre
ogni ragionevole limite”, del proprio “unanimismo paradigmatico” (dal
quale deriva anche, potremmo precisare, il loro indiscusso prestigio). Essi
vorrebbero evitare, a tutti i costi, il disordine delle teorie sociologiche:19
La strategia di ricerca a razionalità lasca non è teoricamente neutra e, se ap-
plicata a fondo, essa ci racconterebbe una storia del tutto diversa di perché

18
In parte analoga è stata la risposta di Magnani alla domanda perché in Italia, fra fine
’800 e inizi del ’900, l’orientamento neoclassico sia stato predominante rispetto all’iniziale
successo della scuola storica tedesca, e poi rispetto a stili di ricerca più eclettici e più
empirici: “È il metodo… che ha decretato il successo di un certo modo di fare scienza
economica. Vi ha contribuito, indubbiamente, la sua intima fecondità nel saper cogliere
le regolarità sottostanti al funzionamento dell’economia reale; ma hanno pesato anche
(forse in misura decisiva) le caratteristiche proprie della logica formale, certo l’eleganza e il
rigore, ma soprattutto il fatto di essere slegata da ogni dimensione temporale e perciò non
deperibile” (Magnani, 2003, 263; ne ho discusso in Rositi, 2003).
19
Si pensi ai manuali di micro e di macroeconomia che circolano in Italia e a livello
mondiale: sono tutti molto simili fra loro, cominciano con le curve della domanda e
dell’offerta, poi introducono il tema dell’utilità marginale, eccetera, sebbene poi possa-
no differire per formalismi maggiori (teoria dei giochi, delle decisioni…) o minori. E si
pensi viceversa ai testi che i sociologi danno ai loro studenti del primo anno: una babele
di testi, tutti diversi fra loro. L’uniformità di base, concettuale, degli economisti genera
certamente di per sé più fiducia in un mondo che è già così incerto ed è alla ricerca di
qualche solida base.

15
i mercati funzionano, di perché l’autonomia e il self-interest degli individui
non producano il caos, ma l’ordine (di solito). Non una storia di efficienza e
massimizzazioni, popolata di individui sempre all’erta e liberi da ogni vincolo
cognitivo e sociale; ma una storia di abitudini e di ripetizione, di lenti adatta-
menti, fatte da individui le cui azioni sono sì guidate dal calcolo, ma il calcolo
è a sua volta ‘incapsulato’ da vischiosi contorni istituzionali e cognitivi. Sareb-
be allora la fine dell’equilibrio economico generale, il crollo di un edificio di
straordinaria eleganza formale, giacché è ben difficile che questa nuova storia
possa essere formalizzata. Di più sarebbe la fine dell’unanimismo paradigma-
tico che oggi distingue l’economia dalle altre scienze sociali: non ci sarebbe
una ‘nuova storia’, ma tante muove storie in lotta fra loro… Insomma, si pos-
sono non approvare; ma è difficile non comprendere gli ‘economisti’ quando
difendono a spada tratta, e spesso oltre ogni ragionevole limite, la loro strate-
gia iper-razionalistica (Salvati, 1993, 240).

Questo giudizio critico di una tradizione trionfante forse è più duro di


quanto possa esserlo una critica in termini di falsa coscienza o ideologia:
l’ideologia contiene una sorta di adesione realistica ai fatti, solo che ne fa
una falsa universalizzazione o una falsa generalizzazione, oppure sempli-
cemente li fraintende; essa inoltre risponde a funzioni di giustificazione
pubblica. Così l’analisi di Weber sulla teoria dell’utilità marginale, da cui
siamo partiti, è a tutti gli effetti, sebbene non conflittuale, una imputa-
zione di ideologia: la rappresentazione teorica del mercato capitalistico è
adeguata, dice Weber, non perché fondata su una sempiterna legge psi-
chica, ma perché corrisponde a un reale modello di pratiche mercantili,
storicamente determinato. L’ideologia è dunque per così dire un vizio a
valenza pubblica, mentre il legame irriflesso ai vantaggi di una “straordi-
naria eleganza formale” e dell’“unanimismo paradigmatico” sembrereb-
be un vizio privato.
Salvati infine conclude con l’indicare una possibile cooperazione fra
sociologi e economisti nella comune adozione di teorie a medio raggio,
e ricorda i buoni successi ottenuti in questa direzione da sociologici eco-
nomici italiani. Se la proposta sottintende che sia conveniente trascurare
le grandi questioni fondative (per esempio, “perché i mercati funzioni-
no”), essa è ragionevolmente prudente20. Tuttavia è indubbio che già gli
economisti, anche in versione econometrica, svolgono frequentemente
analisi empiriche che non hanno molta coerenza con un vero e proprio
paradigma disciplinare e si caratterizzano invece, se sono buone, con una

20
Personalmente non so quale altra ragionevolezza possa avere il canone delle teorie
a medio raggio se non l’impegno a evitare grandi questioni fondative. Nessuno mi ha
spiegato rispetto a quali estremi del raggio possa collocarsi il suo punto intermedio: forse
il punto minimo sta nell’anagrafe e il punto massimo sta nella metafisica (come credeva e
temeva il totus empiricus Pareto)? Ma c’è una logica lineare fra questi due estremi? Non
converrebbe avere una idea almeno approssimativa della grandezza dell’oggetto che si
vuole conoscere?

16
elevata competenza storico-fattuale del loro specifico campo di ricerca.
I cultori di queste pratiche non hanno però derivato dal loro pruden-
te empirismo una particolare attenzione alla ricerca sociologica. Forse
conviene dunque aderire alla tesi che è stata ripetutamente dichiarata da
Antonio Mutti21: fin quando sociologi eviteranno l’interazione critica con
il programma centrale di ricerca degli economisti, in particolare con la
teoria dell’equilibrio economico generale, sarà difficile una convergenza
fra le due discipline.

4. Economia e sociologia vs psicologia: spunti critici

Se gli economisti devono convertirsi a qualche interdisciplinarietà, essi


guardano con molta più attenzione alla psicologia. Del resto i concetti di
utile e di preferenza sono molto più “psicologici” che il concetto di nor-
ma (a meno di non ridurre il mondo delle norme al super-io freudiano22).
Ma la psicologia resta molto attraente per studiosi che pensano la società
come il luogo in cui gli individui si scambiano i propri beni sulla base di
“preferenze” soggettive e calcolando costi e benefici. Da ultimo abbiamo
l’esempio di Richard Thaler, premio Nobel per l’economia nel 2017, un
autore che, con un sorprendente e letterale ritorno a William Stanley
Jevons (1835-1872) che fu fra i primi a promuovere i principi della teoria
neoclassica, ha teorizzato perfino la necessità di fondare l’economia sulla
psicologia e ha dato la sua “immagine dell’uomo” come “macchina per
il piacere”. Che potrebbe anche essere una definizione accettabile, ma
quanto complessa! Quante cose possono essere piacevoli! Nel saggio di
Weber ricordato in epigrafe si dice, fra l’altro, che è psicologia anche l’o-
rientamento collettivo ai “principi della contabilità commerciale” – e non
si vede perché non possa procurare piacere un saldo ancoraggio a principi
condivisi. Si ricordi pertanto che proprio per evitare la psicologia Pareto
coniò il termine “ofelimità” a sostituire il termine “utilità” (v. nota 3).
Del resto, se oggi si può assegnare il premio Nobel per l’economia a
un autore come Thaler, che per altro è un autore arguto e informato, e al-
la sua “economia comportamentale”, non è per via del suo talento scienti-
fico: le sue “scoperte” sono già da molto tempo praticate e teorizzate nel
marketing e nella pubblicità e, dopo di lui, saranno certamente estese, se-

21
Cfr. Mutti, 1992 e 1993. L’autore ha partecipato come discussant della relazione di
Salvati (poi confluita nel saggio di cui abbiamo parlato) a un convegno che si è tenuto a
Perugia il 26 e il 27 marzo 1993 sul tema “Economia e…”.
22
Talcott Parsons ha fatto questa riduzione. Ma egli ha posto una sostanziale identità
fra il concetto freudiano di super-io e il concetto di interiorizzazione. L’introiezione di
Freud – che è un processo in gran parte inconscio e che genera coazioni – diviene in
Parsons un processo di apprendimento di modelli, qualcosa che genera conformità abitu-
dinaria, ma non è propriamente sottratto al controllo dell’Io.

17
guendo le sue raccomandazioni, al campo della comunicazione pubblica,
cioè all’esercizio di rappresentazioni e di argomentazioni con cui decisori
pubblici cercano di persuadere la popolazione a pratiche ritenute virtuo-
se o comunque salutari. Pertanto questo premio Nobel può essere letto
meno come un tributo alla scienza e più come un riconoscimento, seb-
bene tardivo, dell’adeguamento degli studi economici al mercato reale:
questo è sempre meno il luogo in cui consumatori e produttori esercitano
pratiche di calcolo consapevolmente razionale su costi e benefici, noti o
abbastanza noti, sempre più il luogo di pulsioni psichiche inconsce sulle
quali qualcuno cerca di realizzare il controllo. Psiche era, da Jevons al
mainstream anacronistico della teoria economica contemporanea, la sede
di preferenze ragionate, e per esempio ordinabili, oggi è un contenitore di
desideri compulsivi o almeno poco controllati.
Gli economisti che trovino esagerate queste conclusioni probabilmen-
te hanno ragione: molti di loro provano fastidio davanti alle condanne ge-
nerali della nostra società. Ma l’esagerazione critica può avere un nucleo
di verità. Cercheremo di argomentare la tesi secondo la quale gli stessi
attuali livelli di benessere si accompagnino a rilevanti vissuti di incertezza
e di perdita di controllo, alimentati proprio, tra l’altro e anche in strati
sociali non poveri, dall’ordinamento attuale dei mercati per ordinari beni
di consumo. Personalmente sono convinto, ma qui posso solo affermarlo,
che l’incertezza cognitiva costituisce un contesto negativo per la parteci-
pazione democratica e produce, d’altra parte, il contrappasso di sicurezze
dogmatiche e la disponibilità alla fascinazione demagogica.
Incertezza, e non soltanto rischio razionale, è una caratteristica a evi-
denza crescente, come ancora vedremo, nel mercato dei normali consumi;
ma è certamente già cresciuta in modo ipertrofico nei mercati finanziari,
e ciò nonostante il progresso nella loro strumentazione cognitiva. Questi
sono i più prossimi al modello di mercato che è presente nella teoria
economica neoclassica: sono popolati da operatori professionisti, l’infor-
mazione è il loro medium principale, abbondano i mezzi di calcolo, c’è
perfino quel banditore che nella teoria dell’equilibro generale di Walras
era immaginato come virtuale, vale a dire c’è una potente macchina or-
ganizzativa che è in grado di informare in tempo reale su tutti i flussi di
domanda e offerta. Eppure vi accadono eclatanti processi di irrazionalità
collettiva.
In un libro recente Appadurai (2016), che potremmo definire un an-
tropologo-sociologo, ha ripreso con acume questo tema. Come già ho ri-
cordato, egli è partito dall’antica distinzione introdotta da Frank Knight,
nel 1921, fra rischio (calcolabile) e incertezza (incalcolabile) e ha utiliz-
zato gli studi di Elie Ayache per mostrare la fragilità cognitiva della ipe-
rerogazione di matematica e di statistica nei laboratori scientifici di cui si
avvalgono i giocatori dell’alta finanza. La posizione di Appadurai è tanto
più interessante quanto meno egli concede alla retro-utopia, vale a dire
a quella nostalgia del passato sulla quale Bauman ha discusso da ultimo:

18
Appadurai è convinto che l’incertezza sia una costante antropologica.
Ciò che sorprende è la novità storica di grandi apparati di razionalità che
secernono incertezza. Analoghe considerazioni ha svolto Luciano Gallino
sul finanz-capitalismo e sullo stesso management industriale, con dovizia
di dati e di inquadramenti sistematici, negli ultimi 15-20 anni della sua
attività23.
Entrare negli apparati concettuali della teoria economica: ripetiamo
che questa è la strada principale di una scienza sociale che non riconosca
più le ragioni di certe fratture fra discipline. È una strada ben diversa da
quella che vollero percorrere Parsons e Smelser: questi hanno attribuito
a se stessi, dunque alla sociologia, il compito di disegnare la planimetria
delle varie scienze sociali e di indicare lo spazio che in questa è riservato
all’economia, e nello stesso tempo hanno lasciato indisturbata la teoria
economica dominante. Si è così prodotto un mix di pretese imperialisti-
che e di arrendevolezza. Ma quella che vorremmo indicare è una strada
diversa anche rispetto ai frequenti attacchi critici al neo-liberismo, come
complesso pratico-teorico, o istituzionale-cognitivo, caratterizzato da un
ordine perfetto, le cui conseguenze nefaste possono cogliersi solo con un
giudizio morale. A parte il fatto che non c’è affatto evidenza che la nostra
civiltà viva in un ordine perfetto, è comunque più utile, a nostro giudizio,
una serie di contestazioni puntuali sui fondamenti di quella teoria eco-
nomica mainstream che ha di per sé rilevanza sociale già per il solo fatto
di produrre la forma mentis di migliaia di operatori ad alto potenziale
intellettuale, necessari al funzionamento dei reali apparati economici. Da
parte nostra, più che una critica dei luoghi illogici di quella teoria, o della
sua “tenuta interna” (per la quale si sono spesi, con ben altra autorità, al-
cuni grandi teorici della stessa disciplina), porremo attenzione agli strani
silenzi resi obbligati dalle sue premesse.
Una scienza sociale che si avventuri nei centri concettuali degli econo-
misti resterà necessariamente a lungo più critica che positiva. Ma, ingag-
giata come sarebbe in un confronto, sarà anche più umile di quella che
semplicemente reclami un punto di vista morale superiore o che abbia
la pretesa di criticare un intero ordinamento cui nello stesso tempo si
attribuisce un funzionamento perfetto. Da anni Luc Boltanski, con vari
collaboratori, è impegnato appunto in una riflessione sulla “città econo-
mica” (espressione colorita per indicare il sottosistema economico) che
entri nel merito delle teorie sovrastanti, che si basi su ricerche relative ai
sistemi di giustificazione delle pratiche economiche (manuali, classifica-
zioni, discorsi rituali ecc.) e che non costituisca una critica surplombant
ma sappia riconoscere, nelle pratiche e nelle rappresentazioni degli stessi
attori, i momenti di crisi e di problematizzazione.

23
Una presentazione complessiva di questa fase della ricerca scientifica di Luciano
Gallino in Rositi (2016). Sulla borsa v. ora Corradi (2016).

19
Appadurai, Gallino, Boltanski… non sono una scuola. Le loro matrici
teoriche sono molto diverse. Ma essi tutti concorrono a che le scienze
sociali si impegnino in un confronto diretto con la teoria economica. Ov-
viamente si tratta di una impresa che non può improvvisarsi e che tuttavia
può partire dalla critica, ben delimitata, di particolari assiomi: prima di
affrontare i grandi temi dell’equilibrio economico generale o della distin-
zione fra mercati “perfetti” e imperfetti, noi sociologi dovremo allenarci
nella discussione di alcuni assiomi preliminari, più semplici. Dovremmo
comunque mantener ferma l’idea che la sociologia non può, data la sua
tradizione, e non deve ridursi a psicologia. Certo, stando la sociologia fra
le “scienze umane”, essa dovrà pur affrontare tematiche psicologiche, in
particolare nella descrizione dei passaggi delle formazioni sociali (grandi
e piccole) da un ordinamento a un altro, e comunque nella comprensione
degli effetti psicologici di determinati sistemi normativi; ma saremmo
davvero figli sconoscenti dei nostri padri classici se volessimo fondare
sulla psicologia le nostre ricerche sugli ordinamenti sociali.

5. Il valore come giustificazione del prezzo

Boltanski e Esquerre partono dal cuore della problematica economi-


ca, dalla relazione valore-prezzi. Abbiamo già visto che essi danno una
definizione originale del valore economico: attiene al valore tutto ciò che
serve a giustificare discorsivamente i prezzi24. Si potrebbe aggiungere che
le teorie economiche dovrebbero avere a che fare con il problema della
giustificazione dei prezzi. E sembrerebbe che esse tutte – o almeno le due
grandi tradizioni del pensiero economico, l’economia politica classica e il
marginalismo – affrontino tale problema: esse sono comunque costrutti
astratti che cercano di dire perché i prezzi sono quello che sono. Ma quan-
do noi diciamo “perché” (“questo accade perché…”) non intendiamo
sempre la stessa cosa: possiamo o voler giustificare determinati comporta-
menti o voler spiegare determinati eventi o stati di cose.
Siamo comunque in un contesto semantico molto ambiguo. “Giusti-
ficare” ha in italiano un significato più chiaramente morale del termine
“giusto” da cui pur deriva: si dice “giusto” anche di qualcosa di esatto,
ben adattato o adattabile. Nella cultura giuridica di Roma pre-imperiale
iustum pretium non aveva un significato propriamente morale: ci si rife-
riva al prezzo corrente, non importa come determinato25. Anche oggi se

24
Chi conosce l’opera di Boltanski sa quanta rilevanza egli abbia dato al concetto di
giustificazione, sul quale ha scritto, con Thevenot, un intero volume (1991). Qui si affer-
ma che la struttura portante dell’ordine sociale non è tanto nella condivisione di preferen-
ze, mete, gusti, valori ecc., ma nella condivisione delle rispettive giustificazioni.
25
Cade del tutto il riferimento morale nel codice giustinianeo: licet contrahentibus

20
diciamo “prezzo giusto” nel parlare ordinario non è detto che vogliamo
intendere “equo” – è più facile che vogliamo intendere prezzo normale.
L’idea di una giustificazione dei prezzi normali potrebbe apparire ai no-
stro giorni come strana, perfino nel senso comune; ma è strana soprattut-
to nei territori della teoria economica. Essa sembra riportarci a conside-
razioni economiche premoderne, dunque prescientifiche, in particolare al
mondo culturale della teologia scolastica che ha assunto fin dal XII secolo
il concetto di giusto prezzo come non necessariamente coincidente con
il concetto di prezzo di mercato, che ha avuto una prima sistemazione
dottrinale nella Summa theologica e che è durata fino alla scuola gesuitica
spagnola del XVI-XVII secolo.
Non svolgerò in questa sede neppure un resoconto minimo di tale epi-
sodio di lunga durata nella storia delle idee. Alcuni hanno negato al pen-
siero economico della scolastica qualsiasi valore analitico, in particolare
Schumpeter che nella sua Storia dell’analisi economica ha tuttavia conces-
so alla tarda scolastica alcune importanti approssimazioni alla teorie mo-
derna. Altri hanno messo in rilievo la ricchezza analitica di quel pensiero
e la sua aderenza allo sviluppo commerciale e produttivo europeo di quel
lungo periodo di germinazione della società moderna. Infine altri autori,
con i quali concordo26, continuano a mostrare la radicale differenza fra le
idee economiche della scolastica e la moderna economics. Autori come
Pietro di Giovanni Olivi, Duns Scoto, Bernardino da Siena, Juan de Lugo
(per ricordare qualche nome) conoscono la distinzione fra prezzi ammi-
nistrati e prezzi di mercato, l’opportunità di retribuire il rischio, quanto
possano influire sui prezzi il rapporto fra domanda e offerta, quanto sia
rilevante nei commerci l’intensità delle preferenze, come queste possano
variare nello spazio e nel tempo – insomma essi conoscono l’ovvia realtà
dei mercati, i quali del resto già alla loro epoca erano molto complessi –,
ma nella sostanza negano che una società possa reggersi su una rete com-
merciale e produttiva competitiva e che prezzi soltanto determinati da
preferenze individuali possano caratterizzare una società ordinata; occor-
re invece che non solo i prezzi siano giustificati da valutazioni comuni, e
tengano conto dei costi di produzione, ma che le stesse valutazioni comu-
ni siano determinate dall’opinione di uomini prudenti e ragionevoli, dota-

invicem se naturaliter circumvenire. In questo codice è del tutto eccezionale il caso dell’an-
nullamento di un contratto non per vizio formale, né per vizio di consenso fra le parti, ma
per l’oggettiva sproporzione fra prezzo pattuito e prezzo corrente di mercato: è il caso di
due editti di Diocleziano nei quali si considera laesio enormis una compravendita (con
particolare riferimento alla terra) che si è discostata per la metà dal prezzo corrente.
26
Ho cercato di argomentare questa tesi con maggiori riferimenti storici, con precise
citazioni bibliografiche e con un excursus (ovviamente non specialistico) in Rositi, 2018.
Negli ultimi anni è molto cresciuta la letteratura riguardante questo momento della storia
del pensiero economico, e del suo intreccio con la storia economica.

21
ti di responsabilità morale. In tutti i casi, anche nello scambio mercantile,
resta un dovere di equità (aequalitas est servanda).
Se facciamo cominciare l’economia politica classica e la teoria del va-
lore da Smith, qui troviamo il riemergere del problema della giustificazio-
ne. In una economia né troppo semplice né troppo complessa Smith ri-
conosce che il prezzo di una merce può essere ragionevolmente accettato
se si riesce a trovarlo corrispondente al lavoro che la produzione di quella
merce ha comportato. Si ammette dunque che negli scambi gli uomini si-
ano inclini all’adozione di un principio di equivalenza, dunque a qualcosa
come una giustizia: i due piatti della bilancia devono equilibrarsi. Si tratta
tutt’altro che del risultato meccanico dell’incontro-scontro fra vettori; a
sorvegliare le ragioni dello scambio c’è un consenso ragionevole e orien-
tato all’equità (che non è necessariamente altruismo). Lo stesso Smith tut-
tavia dubita che questo principio possa valere in una economia a elevata
complessità, con una divisione del lavoro che rende ignote le quantità e la
qualità di lavoro erogato per ogni merce, e con un commercio internazio-
nale che porta merci in luoghi i cui abitanti non hanno potuto osservarne
il processo di produzione.
Nonostante queste già originarie difficoltà, la teoria del valore ripren-
de robustamente con Ricardo, ha una svolta anticapitalista con Marx
e ritorna in modo controverso, in pieno XX secolo, con Sraffa. In tale
tradizione si parte con la costatazione di una certa regolarità dei valori di
scambio. Per la verità, la teoria economica classica, l’economia politica,
non era indifferente al problema dell’equilibrio fra domanda e offerta;
né prescindeva dal “valore d’uso”27. La grande tradizione dell’economia
politica aveva però in mente anche l’ulteriore problema: nel caso di equi-
librio fra domanda e offerta, perché determinati prezzi? Vedremo la ri-
sposta meccanica che darà l’economics a questa domanda. Ma la risposta
classica, in particolare di Ricardo e Marx, sarà di immaginare un valore
intrinseco ai beni scambiati, (socialmente) oggettivo e tale da poter per-
mettere la comparazione fra gli stessi: in situazione di equilibrio il valore
di un bene consiste nella quantità di lavoro sociale mediamente necessa-
rio per la sua produzione, nonché nel trasferimento del valore di quella
parte dei mezzi di produzione (capitale costante) che si è deteriorata nel
processo di produzione. Ciò chiarirebbe anche la relatività dei prezzi a se-
conda dei vari tipi di beni. Ai dubbi di Smith sulla possibilità che gli atto-
ri di un mercato non conoscano il quantum di lavoro necessario per ogni
merce, Marx di fatto risponde invocando la trasformazione crescente del

27
È per esempio del tutto primitivo attribuire a Marx una cecità verso il problema
dell’equilibrio fra domanda e offerta – a Marx che ha dedicato capitoli ai temi della sovra-
produzione e della sotto-produzione, o attribuirgli la strana tesi che nella società capitali-
sta scompaia il valore d’uso.

22
lavoro in “lavoro astratto”, così generico e così indipendente da biografie
e da talenti personali da poter essere misurato.
Lasciamo da parte, se ci riesce, la questione di quanto fosse realistica
questa soluzione. Noi sappiamo che le difficoltà di prevedere in questo
modo i prezzi reali, l’unico dato facilmente osservabile, erano e sono
grandi e furono affrontate con affanno anche da Marx. Gli economisti
teorici hanno inoltre individuato molte difficoltà logiche nella tesi del
valore-lavoro. Ciò che tuttavia per noi oggi è più rilevante, è annotare
che la definizione classica del valore, più che permettere di considerare il
lavoro come determinante (come causa) del valore delle merci, era a tutti
gli effetti una giustificazione del prezzo.
Anche per Marx, e sempre nella situazione di equilibrio fra domanda
e offerta e a costanza di tecnologia, i prezzi erano giustificati. Per lui lo
sfruttamento non si realizza sull’intero campo-mercato; leggono Marx in
questo modo solo quelli, come Collins (1980), che probabilmente non lo
hanno letto. Per Marx lo sfruttamento precede il mercato dei beni e si
realizza interamente solo in quel particolare mercato che è il mercato del
lavoro. Da un certo punto di vista potremmo dire che per Marx il merca-
to dei beni fosse un mercato equo, giusto, dunque un mercato giustificato,
e che la rapina di valore avvenisse prima, nella compravendita di forza-
lavoro e nella generazione di plus-lavoro/plus-valore28.
In quel momento storico di capitalismo trionfante, almeno in Inghil-
terra, e prima di Jevons, di Walras, di Menger e delle teorie marginaliste,
la teoria economica considera dunque realizzata, almeno sul piano dei
beni di consumo (ed escluso per Marx il piano della compravendita di
forza lavoro), quella che possiamo considerare la grande utopia borghese:
la società come luogo in cui individui liberi ed eguali scambiano a gran-
de scala beni oggettivamente equivalenti, senza alcun bisogno di prezzi
amministrati né di qualche principio paternalistico di carità, e neppure
in un certo senso di pubblicità, solo informazione, dunque senza alcun
bisogno di politica in senso lato, ma non senza bisogno di un orizzonte di
consenso. Da un certo punto di vista la teoria del valore-lavoro aveva un
compito descrittivo, ma deteneva anche, in difetto di capacità descrittive,
un ruolo normativo. Recentemente Fratini (2016) ha potuto considerare
come semi-etica la concezione del valore-lavoro. Essa ha senso solo sullo
sfondo di una concezione (comune e eticamente fondata) secondo la qua-
le tutto il lavoro umano è la fonte di tutta la produzione umana.
Come sappiamo questa utopia non ha retto: in quel momento poteva
trovare ragioni di verità in una domanda inesauribile e spontanea di beni

28
Anche nel caso delle innovazioni tecnologiche, il vantaggio competitivo che queste
davano per un certo tempo al capitalista innovatore era di poter produrre a costi inferiori
e vendere, con un super-profitto, secondo la quantità di lavoro socialmente necessario
medio, dunque ancora mediante un prezzo giusto, … mediamente giusto.

23
mancanti e nella potenza di una industria galvanizzata dal più forte salto
tecnologico della storia29. Ben presto il ruolo economico dello Stato e la
flessibilità dei mercati avrebbe convinto a cercare altra teoria economica.
Ma in quel momento il mercato aveva davanti a sé ancora l’enorme esten-
sione di una domanda certa e univoca di beni tradizionali necessari alla
sopravvivenza della forza-lavoro, alla sua riproduzione.

6. Prezzi spiegati, non giustificati

Dal punto di vista che stiamo adottando (il valore come giustificazione
del prezzo), è interessante notare che l’economics, l’economia margina-
lista, trascura sostanzialmente il problema del valore. Essa va diritta a
spiegare i prezzi, non a giustificarli. Lo abbiamo già detto, ma può essere
conveniente ripeterlo: non si considerino equivalenti una spiegazione e
una giustificazione. Giustificare qualcosa significa dire che essa è moral-
mente “giusta”, conforme a norme che accettiamo, vale a dire a norme
che accomunano chi si giustifica e il suo pubblico. Spesso siamo in grado
di spiegare fenomeni o processi che non approviamo; e, viceversa, al-
trettanto spesso approviamo cose che non sappiamo spiegare o che non
abbiamo alcun interesse a spiegare.
Ebbene la teoria dell’utilità marginale semplicemente spiega i prez-
zi, o almeno: semplicemente vuole spiegare i prezzi30. Essi dipendono
dall’arbitrarietà della domanda e dall’arbitrarietà dell’offerta. Quando
accada che la curva della domanda e la curva dell’offerta si incontrino si
ha il prezzo corrente. È proprio da ciò che nasce il rischio del capitalista-
produttore: ha davanti una domanda arbitraria. Ma è ancora da ciò che
nasce il rischio del consumatore: le sue preferenze possono non trovare,
sul mercato, i beni corrispondenti o trovarli e non essere in grado di pa-
garli (ci sono i “vincoli di bilancio”). Paradossalmente la teoria concede
un premio, una remunerazione, solo al rischio del produttore. Comunque
in mercati non ancora saturi di beni fondamentali il rischio fondamentale
per il produttore è un altro, è quello non tanto di non trovare preferenze,
ma di non trovare preferenze dotate di capacità di acquisto, una domanda
effettiva.
Già per Ferdinando Galiani, Della Moneta, Napoli 1750, I, iii, il
“prezzo corrente” è il “giusto”, semplicemente. Nella teoria dell’utilità

29
Forse solo le attuali biotecnologie reggono il confronto con l’eccitazione che è stata
scatenata dalla rivoluzione industriale. Ma oggi c’è diffuso timore verso le biotecnologie;
allora l’industria generava ammirazione, perfino in un autore come Marx (Axelos, 1963;
Morfino, 2006).
30
Per la verità gli stessi assiomi da cui parte la teoria neoclassica possono evolvere in
una direzione che nega la possibilità di “spiegare” i prezzi: così è accaduto nella scuola
austriaca.

24
marginale viene esclusa ogni considerazione sul valore oggettivo delle
merci. Il valore della economia politica classica era qualcosa di oggettivo,
ovviamente di socialmente oggettivo e. in questo senso, preconoscibile.
Ora, invece, nelle teorie neoclassiche, la pre-conoscenza del prezzo è
impedita: esso dipende dall’incontro fra una domanda e una offerta di
cui al massimo sono possibili da stimare, con qualche arbitrarietà a livel-
lo teorico, solo i poli di massimo e di minimo, in un range che in tutti i
manuali viene postulato, con un rapporto che appunto fra minimo (costi
di produzione?) e massimo non è proprio piccolo, fra 1 e 2 o fra 1 e 2,5.
Questa indeterminazione teorica, ascrivibile all’idea di porre alla base
del calcolo preferenze individuali incommensurabili (e ovviamente non
solo quelle dei “consumatori”, ma anche quelle degli “investitori”, la cui
disposizione a investire è incerta, come sapeva bene Keynes) – questa
indeterminazione teorica spiega la base dello psicologismo da cui la teoria
economica neoclassica è irresistibilmente attratta. La psicologia utilita-
rista però non serve tanto a prevedere la domanda (come prevederla?),
ma a sfruttare qualche “legge psicologica” per produrre la domanda – e,
soprattutto, per rendere omogenea una domanda che, se semplicemente
confidassimo nelle preferenze arbitrarie dell’individuo, potrebbe disper-
dersi in mille rivoli, rendendo impossibile una produzione standardizzata.
Marshall, il grande teorico dell’equilibrio parziale fra domanda e offer-
ta nel mercato di singole merci, ha immaginato che la nuova teoria descri-
vesse qualcosa come un “mercanteggiamento”. Quando si mercanteggia,
per esempio in un mercato della verdura in cui direttamente i contadini
portano i loro prodotti, e sono allo stesso tempo produttori e venditori,
chi vuole comprare o vendere può avviare un processo di accumulazione
di conoscenze: conosce la domanda o l’offerta di altri che come lui stanno
nello stesso mercato, da vari segnali può intuire le intenzioni altrui, può
discutere del “valore” della merce, perfino toccarla ecc. Tutti tatonne-
mentes che, come si vede nella famosa ricerca di Clifford Geertz (1978)
che è citata anche da Boltanski e Esquerre, sono assimilabili al funziona-
mento, nel luogo bazaar, un po’ ai margini della città, di quella istituzione
che è il suk islamico: ma il suk permette un grande lavoro di ricerca di
informazioni, un intenso bargaining, e tuttavia non realizza quegli scambi
ottimali che sono previsti dalla teoria dell’utilità marginale, restando i
suoi attori impigliati nella preferenza per la formazione di reti clientelari.
Geertz sostiene che questo modello possa valere ai giorni nostri solo nei
casi in cui i prezzi non sono standardizzati31.

31
Ricordiamo di passaggio che il suk aveva un sovrintendente che sorvegliava la cor-
rettezza dei pesi e delle misure, nonché la correttezza delle merci – e anche nei mercati
attuali qualcosa come un controllo pubblico si è andato accumulando nei decenni –, ma,
cosa più interessante nel contesto della ricerca di Boltanski e Esquerre a cui fra qualche
pagina si ritornerà, è da ricordare che il suk era organizzato per cerchi concentrici: nel

25
Il mercato moderno è tutt’altro che un suk-bazaar, o almeno non lo
è per i milioni di consumatori di merci di uso comune. Il commercio a
prezzi standardizzati (o quasi) si è insinuato in tutti gli interstizi della
nostra vita, in tutti i luoghi delle nostre città, in tutta la comunicazione
pubblica, sui manifesti delle nostre strade, nella posta e nei telefoni. Sul
mercato moderno sono rare le contrattazioni, e riservate solo a grandi
trasferimenti di capitale oppure a certi beni costosi di consumo, e comun-
que, queste ultime, ben orchestrate con procedure collaudate da esperti
venditori. Di contrattazioni sono fatte ovviamente le borse più o meno
ufficiali, ma esse sempre più assomigliano a un luogo di scommesse, dove
si gioca pesantemente con il rischio e si cade spesso nella pura incertezza.
Non è realistico, o ben poco realistico, parlare per i mercati attuali di
mercanteggiamento. Eppure essi funzionano passabilmente, almeno negli
intervalli fra varie crisi. Come è possibile che si incontrino, in un prezzo,
una domanda ignota e una offerta ignota su beni che hanno un valore
ignoto, e perfino un valore cancellato a livello teorico? La risposta è che
i mercati attuali, siano quelli dei grandi consumi di massa o quelli dei
beni a gamma alta, sono diretti, guidati, costruiti, in una parola governati.
Fra i costi di produzione sono ormai sempre più da ascrivere i costi della
pubblicità.
Se è saturato il mercato dei beni fondamentali, e non perché non ce ne
sia una domanda potenziale, ma perché non ce n’è una domanda attuale,
capace di spesa (una “domanda effettiva” avrebbe già detto Smith), tutto
il resto dipende da una domanda che si possa organizzare e produrre,
almeno in ragionevole misura. Potremmo dire cose simili, con Keynes,
anche a riguardo degli investimenti, ma occorrerebbero ulteriori compli-
cazioni.
Una domanda guidata e costruita significa nient’altro che creare un
luogo dove i beni offerti vengano giustificati, si assegni ad essi un valore.
Se la teoria economica non può definire il modo con cui il valore possa
essere assegnato, la pratica del marketing e della pubblicità possono fare
questo lavoro ad hoc, merce per merce. Il marketing, la pubblicità e la
para-pubblicità sono dunque il luogo, l’officina, in cui i valori vengono
volta a volta definiti. Ma la giustificazione riguarda ben poco qualcosa
come un valore socialmente oggettivo: il modello individualistico domi-
nante richiede che di fatto si parli di valori soggettivi, il cui essere comuni
non è un prius, ma semplicemente una fortunata conferma. Qualcosa ha

cerchio più interno e più piccolo si scambiavano merci di durata indefinita, come per
esempio gioielli, e nel cerchio più esterno le merci più deperibili e per così dire a rischio
di corruzione, alimenti in particolare. Nel nostro contesto di discorso, questa topologia è
interessante, come vedremo fra poco, proprio perché essa organizza le merci non tanto
per tempo di durata (merci più o meno resistenti), ma per il grado con cui esse sono con-
siderate capaci di sottrarsi al consumo e di durare indefinitivamente.

26
valore perché è apprezzato da molti, non lo apprezzano molti perché
ha valore. Raramente la pubblicità rovescia questa sequenza. L’appello
pubblicitario si rivolge normalmente a individui, a valori soggettivi. Qui,
a mio parere, sono la radice e la funzione ideologica dello psicologismo
finale della teoria economica mainstream32.
Pizzorno (1973) ha lucidamente sintetizzato il passaggio dal primo ca-
pitalismo al capitalismo attuale come il passaggio fra due tipi di mercato:
il primo con una domanda manifesta e non manipolabile, il secondo con
una domanda opaca e manipolabile. Ne deriva che i mercati attuali sono
fonte di una grande, permanente incertezza. L’assenza di giustificazioni
pubbliche, che è un fatto di rilevanza morale, genera anche (o accompa-
gna) una incertezza cognitiva, il dubbio permanente di una arbitrarietà
dei prezzi. Sono comunque ingenti le risorse impiegate per ridurre tale
incertezza dal lato dell’offerta – e le risorse impiegate nell’adattamento
a tale incertezza, e nel calcolo aleatorio delle convenienze, dal lato della
domanda.
Rischio è una parola ricorrente in economia. Abbiamo già visto come
Appadurai abbia mostrato che nel mondo della finanza debba oggi par-
larsi, più che di rischio (che in fin dei conti è calcolabile), di una incalco-
labile incertezza. O, se si vuole, si parli di rischio incalcolabile. Questo ha
a che fare con avventura, spregiudicatezza, rapacità. Tali considerazioni
valgono soprattutto per certa parte del mercato finanziario. Ma anche
nel mercato dei beni, deve insinuarsi, data la sua base aleatoria, la febbre
euforica della creazione soggettiva del valore. L’enorme campo del mar-
keting e della pubblicità non è forse popolato dai cosiddetti “creativi”?
Non pretendono costoro di reinventare giorno per giorno un orizzonte di
preferenze comuni?
Anche il primo capitalismo non era del tutto innocente da questo pun-
to di vista. Accanto alla sua utopia di uno scambio equo di equivalenti fra
uomini liberi e uguali, e accanto alla sua retta coscienza del lavoro come

32
Alcuni testi che ho letto sui consumi (Sassatelli, 2004; Bauman, 2010; Franchi,
2010) mettono in luce il fatto che nelle pratiche di consumo si gioca una grossa partita,
nientemeno quella della costruzione della propria identità o quella di una simbolizzazione
del proprio “senso del mondo”. Studi molto più antichi (Veblen; questo filone è ripreso
da Dusemberry e Hirsch) hanno enfatizzato il ruolo dei consumi nella simbolizzazione
delle differenze di status. In uno studio del 1964 Francesco Alberoni ha distinto fra con-
sumi stratificanti (à la Veblen) e consumi destratificanti, nei quali ultimi va ricostituita
la pericolante appartenenza a una comunità. In tutte queste teorie i vincoli di bilancio
dei consumatori (il loro reddito) costringono ad alternative drammatiche meno intense
di quelle legate alla sopravvivenza, ma certamente non trascurabili – ed anche rilevanti
problemi all’equilibrio sistemico fra domanda e offerta: l’immagine della sovranità del
consumatore, fiduciosamente costruita dall’economia neoclassica, degrada nell’immagine
di un consumatore dilemmatico e affannato. Sui consumi è molto utile consultare la voce
relativa nella Enciclopedia delle scienze sociali (Zamagni per l’economia, Ragone per la
sociologia).

27
fonte di umanità, non c’era soltanto quel mercato del lavoro che riduce il
lavoro a forza-lavoro, ma anche il proclama della illimitatezza di una desi-
derabile ricchezza monetaria. Questa illimitatezza che oggi è ben visibile
nel grande casinò della borsa, è una radice motivazionale inquietante e di
antica data. Si può leggere il bel libro di Franco Moretti, Il borghese, dove
si documenta come il romanzo ottocentesco descriva la nuova umanità
borghese come dimidiata fra laboriosità e istinto di rapina, gretto o gran-
dioso. Moretti conclude che è per questa convivenza fra virtù e sfrenatez-
za che la borghesia non ha mai saputo darsi una consistente legittimazio-
ne. Ma si può trovare qualcosa di simile anche nel libro di Bendix, Lavoro
e autorità nell’industria, nel quale si descrive una oscillazione originaria
della cultura imprenditoriale fra filantropia e misantropia (si ricordi il
darwinismo sociale).
Pizzorno (1993) ha parlato dell’inquietante sviluppo, a partire da Gre-
gorio VII fino alla modernità, di una “politica assoluta” (controllo dei fini
ultimi). Si potrebbe anche dire che, certamente con più ritardo, si è svi-
luppata, con il riconoscimento del diritto alla proprietà privata illimitata,
anche una economia assoluta, nel senso di un mercato in cui i beni cir-
colano senza alcun ancoraggio a valori in qualche modo oggettivi e con il
solo limite dei costi e dell’equilibrio fra domanda effettuale e offerta. Tale
mercato può essere più o meno pubblicamente controllato (per esempio
è più controllato per le merci farmaceutiche, sebbene non si tratti sempre
di un controllo autonomo rispetto alle lobbies dell’industria farmaceuti-
ca) e può in certi momenti di emergenza essere più o meno calmierato
per i beni di prima necessità. Ma il controllo riguarda essenzialmente
solo la correttezza delle transazioni, in particolare la correttezza delle
informazioni fornite dal produttore; e il calmiere, frequente nelle società
precapitalistiche, e in quelle capitalistiche riaffiorante solo nelle situazioni
di gravissima emergenza, attrae le critiche sistematiche della dottrina eco-
nomica mainstream, in particolare proprio per la pretesa che il calmiere
possa definire un “giusto” prezzo, idea aberrante per qualsiasi teoria che
ancori il prezzo all’incontro fra domanda e offerta. Perfino voler definire
un “salario minimo” (come pure molte legislazioni fanno) o un “emolu-
mento massimo” nel mercato del lavoro (come in qualche paese è stato
fatto talvolta) è, in quel contesto ideologico, una mostruosità innaturale.
Il mercato è essenzialmente privato. Ma da ciò non può dedursi che,
se tale deve restare, non si possa pensarlo come regolato da un qualche
sistema normativo e da giustificazioni comuni, oltre che da buone leggi
proscrittive. Quel che definisce un ambito come privato è semplicemente
l’attenuarsi, in esso, dei controlli e delle sanzioni sorrette da un potere
pubblico, non il darsi di una moltitudine dispersa di individui, né la su-
bordinazione a meccanismi incontrollabili. Quella parte della nostra sfera
privata che è impegnata in pratiche di mercato, e che certamente non è
esigua, è invece come un ambiente ignoto, attraversato allo stesso tempo
da processi ritenuti meccanici e da ondate di moralismo. Così fenomeni

28
complessi relativi all’andamento dei prezzi, vale a dire inflazione e de-
flazione, se in larga parte degli stati di coscienza collettivi sono stati fatti
diventare come meccanismi naturali, generano tuttavia talora ondate di
insoddisfazione che portano consenso a politiche demagogiche. Sharing
economy, diritti dei consumatori, consumerismo, associazioni dei con-
sumatori… resteranno ornamenti volenterosi del mercato capitalistico,
di qualche efficacia nel combattere le frodi, ma, sembra, generalmente
orientati ad accettare il fondamentale automatismo di questo mercato.
Stranamente economia neoclassica e neo-liberismo, che hanno nell’in-
dividualismo la loro matrice teorica, spostano sul piano sistemico, extra-
individuale, la propria capacità di dare giustificazioni. Quel che è giusti-
ficato è l’intero mercato: in condizioni di concorrenza perfetta fra attori
ragionevolmente informati, razionali e auto-interessati – si dice – sarà
realizzata la più efficiente allocazione delle risorse. Al di là di ogni discus-
sione sulla validità fattuale di questa promessa, dovrebbe essere chiaro
che essa può essere gratificante per tutti solo se tutti, auto-interessati
come sono, si immaginano come vincitori in quel gioco di concorrenza.

7. Beni da collezione. Il valore della durata indefinita

Il libro di Boltanski e Esquerre, Enrichissement. Une critique de la mar-


chandise riguarda l’istituzione di un particolare settore di mercato33 dove
classi e ceti per lo più agiati, ma anche altri, scambiano un particolare tipo
di beni, quei beni arricchiti di “memoria” e caratterizzati da una sorta di

33
La ricerca di Boltanski e Esquerre ha anche il merito di proporre una classificazione
dei vari tipi di mercato e di mostrare – si può dirlo al di là di un accordo completo con
tutti i particolari della loro fenomenologia – che è davvero improprio coltivare l’idea di un
unico mercato omogeneo o suddivisibile ad libitum in un numero qualsivoglia di “merca-
ti” altamente specifici (della gomma, del petrolio, dei dolciumi…). Pur se si vuole lasciar
da parte la grande circolazione di beni che, nello stesso capitalismo, non avviene sotto
la forma di merce, anche gli scambi fra venditori e acquirenti mediante prezzi monetari
mostrano interessanti variazioni. Non si tratta dunque di mettere al plurale il concetto di
mercato per indicare una pluralità indeterminata di mercati (secondo specifiche merci,
secondo localizzazione, secondo modo di effettuazione degli scambi). Si tratta di otte-
nere una tassonomia a un giusto livello di generalità, come già aveva tentato il pensiero
economico premoderno (in genere orientato teologicamente) distinguendo grosso modo
fra beni necessari e beni voluttuari. In particolare Boltanski e Esquerre ritengono che
tutta la marchandise circola in quattro fondamentali modalità: abbiamo già parlato di
mercato standard (o di consumo) e di mercato delle collezioni (con merci relativamente
sottratte al consumo), si aggiungano il mercato di tendenza (la moda in particolare) e quel
“mercato attivo” nel quale si compra o si vende per immediatamente vendere o comprare
(tipicamente la borsa, ma più in genere la filiera commerciale fra produttore e consuma-
tore finale; siamo alla commutatio negotiativa che Duns Scoto opponeva alla commutatio
economica). Su questa tassonomia a quattro partizioni gli autori costruiscono una più
compessa tipologia, individuando, per comporla, varie dimensioni.

29
pretesa alla durata e alla non usurabilità (dalla collezione di francobolli,
alla tesaurizzazione dei gioielli, alle pinacoteche private, all’accumulo di
esperienze turistiche). È il settore che i due autori chiamano mercato
di “collezione”. Le merci-collezioni che sono “arricchite” di memoria e
nello stesso tempo sono normalmente (non sempre) “arricchenti” nella
misura in cui valgono come investimenti. Sulle dimensioni di questo tipo
di mercato, difficilmente definibili sulla base delle attuali statistiche, i
due autori elaborano qualche stima, ma quel che sicuramente può dirsi è
che non si tratta di un mercato a valore irrisorio e che le sue dimensioni
tendono a crescere.
Ancor più importante, a nostro parere, è il valore posizionale di tale
roccaforte della durata in un più vasto mercato caratterizzato dal “consu-
mo” e dalla “obsolescenza”, quello industriale-standard. Cercherò di mo-
strare come questo valore di posizione possa anche spiegare la tolleranza
e perfino la benevolenza verso questo mercato, anche verso le sue forme
di lusso vistoso, da parte di milioni di uomini che sopravvivono sull’altro
mercato, quello del consumo e della obsolescenza ma che forse, anche
in situazioni di agio relativo, sognano di possedere beni arricchiti da una
approvazione sociale e duratura.
Dopo la crisi mondiale del 2007 abbiamo assistito a molti movimenti
di rivolta contro le grandi centrali finanziarie del capitalismo, in Italia
perfino contro i privilegi di “caste” semplicemente agiate – e invece nep-
pure rumors e proteste contro le grandi aste di opere d’arte e i loro prezzi
da capogiro, e neppure contro veri e propri collezionisti di ville patrizie
classiche, di automobili di lusso ecc.; ed un generale favore di opinione
pubblica, ciò almeno a parole (ma resta significativo), verso le ingenti spe-
se che sono richieste per il mantenimento del nostro patrimonio artistico
(un patrimonio che ha comunque costi più elevati dei suoi rendimenti,
anche i più alti resi possibili dal turismo, con relativi gadgets e merchan-
dising).
Cosa accade sul mercato delle collezioni? Qui si scambiano beni in
qualche misura sottratti al consumo. Da un certo punto di vista essi circo-
lano in una forma molto più vicina al tipo ideale di mercato che è presen-
te nella teoria economica mainstream: in esso c’è buona informazione e ci
sono pratiche di vera e propria contrattazione, quelle che, abbiamo visto,
per la verità mancano, o sono simulate, nei grandi mercati standard di og-
getti di consumo, più o meno pregiati, più o meno rapidamente obsoleti.
Ma Boltanski e Esquerre mettono in luce la circostanza che nel mercato
delle collezioni le merci circolano appellandosi a particolari valori, quelli
della memoria, della durata indefinita, della pretesa di storia34. Insomma

34
Noi sappiamo, in particolare dal libro De la critique, quanto Boltanski abbia a cuo-
re il problema del rapporto fra contingenza e durata, fra mondo (contingente) e realtà
delle istituzioni (durevole). Si può forse imputargli di aver caricato tale coppia di una

30
in tale mercato sembra ancora valere la definizione del valore come giu-
stificazione del prezzo, nella misura in cui la destinazione a durare e il
successo nella durata possano costituire agli occhi di tutti la prova di una
validità oggettiva.
I collezionisti non sono semplicemente dediti all’acquisto di beni “po-
sizionali”, quei beni che secondo Fred Hirsch (2001) permettono di esi-
bire superiorità sociale, né dediti a un consumo “vistoso” à la Veblen (tra
l’altro è perfino improprio parlare di “consumo” per beni che si vuole
durino in perpetuo) – e in realtà ci sono anche collezioni non partico-
larmente costose (per esempio lattine); bensì essi sono dediti al possesso
di memoria e di durata. Possesso non è contemplazione: quest’ultima
non ha prezzo, non costa, può per esempio trattarsi di un tramonto che
si veda anche dalla finestra di una modesta mansarda. Il collezionista ha
invece bisogno di conservare comunque un segno tangibile della propria
ammirazione, e per esempio l’industria del turismo incentiva questa sua
vocazione: nei musei il collezionista scatta fotografie (se gli è consentito),
sulle valige mette le etichette di alberghi, ed ovviamente, se è ricco, ha in
casa una buona collezione di quadri, o di preziosi mobili d’antan, di anti-
che ceramiche, o di violini di grandi violinisti o di orologi ecc.
Vorrei, per concludere, svolgere non so se una critica, forse una inte-
grazione alle interessanti analisi fenomenologiche di Boltanski e Esquer-
re. Direi che cose come memoria, durata, pretesa di storia hanno tutte
a che fare con l’idea di oggettività: è oggettivo ciò che non è soggetto
all’arbitrio e alla aleatorietà dei gusti, delle preferenze, del capriccio indi-
viduale. È un valore oggettivo ciò che resiste all’usura del tempo. Del re-
sto, gran parte dei prezzi nell’economia delle collezioni è fissata da esperti
molto più autorevoli delle agenzie di valutazione che operano nel mondo
finanziario. Essere esperti vuol dire anche, in linguaggio ordinario, essere
capaci di valutazioni “oggettive”.
Si ricordi come Simmel parla di “valore”: nel valore deve esserci og-
gettività, ma non nel senso di esternalità al soggetto, ma nel senso di qual-
cosa che il soggetto apprezza e che nello stesso tempo ritiene tutti debba-
no apprezzare (v. Rositi, 2015, 185), insomma una oggettività sociale. Se è
vero quello che abbiamo immaginato quanto al carattere ansiogeno di un
mercato standard dove i prezzi si formano in modo aleatorio e sulla base
di imprevedibili e tuttavia meccaniche relazioni fra domanda e offerta, il
mercato delle collezioni sembra dunque esprimere una sorta di nostalgia,
tuttavia mercantilizzata e orientata al possesso, per un tipo di scambio so-

polarizzazione eccessiva (Rositi, 2011), ma, se la si concepisce in termini non dicotomici


(se per esempio non introduciamo il fantasma dell’eterno dalle parti di ciò che è più du-
raturo), essa resta interessante per le stesse scienze sociali “positive”. Possiamo dunque
immaginare quale sfondo di significati abbia il contrasto fra mercato standard e mercato
dell’“arricchimento” degli oggetti in termini di durata e di valore di investimento.

31
ciale preregolato da comuni valori oggettivi, e per prezzi così giustificati.
Ciò può anche rendere conto del perché questo particolare mercato, nor-
malmente frequentato da persone agiate o molto ricche, generi un tasso
di invidia sorprendentemente basso.

Dipartimento di Scienze economiche e aziendali


Università di Pavia

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