Eif 2
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STRUMENTI FINANZIARI
Gli strumenti finanziari sono contratti che incorporano diritti patrimoniali (credito, proprietà ecc.) e
a volte anche non patrimoniali.
Essi costituiscono una forma di rappresentazione della ricchezza che ne rende più semplice la
detenzione e il trasferimento.
La detenzione di ricchezza reale attraverso gli strumenti finanziari rappresenta un passaggio
fondamentale dalla nascita dell’economia moderna e del parallelo sviluppo del sistema finanziario.
Le principali funzioni degli strumenti finanziari sono:
-denominazione della ricchezza: lo strumento finanziario permette di definire l’importo unitario della
ricchezza di una impresa/pubblica amministrazione (valore grande) in un ammontare
sufficientemente piccolo, affinché l’acquisto di tale frazione sia accessibile anche ad investitori più
modesti che di norma hanno fondi disponibili solo per una piccola frazione della ricchezza di
un’attività produttiva.
-trasferimento della ricchezza: la circolazione degli strumenti finanziari permette maggiore
semplicità e rapidità rispetto al trasferimento della ricchezza reale. Questo consente ai soggetti in
surplus di avere una maggiore liquidabilità (compro e vendo facilmente) avendo quindi la possibilità
di rivedere continuamente le loro scelte
-diversificazione del rischio: gli strumenti finanziari sono alla base della possibilità di distribuire la
ricchezza tra molteplici impieghi; infatti, l’esposizione al rischio è più sopportabile se ogni investitore
può ripartire la propria ricchezza tra un numero ampio di impieghi piuttosto che destinare tutto a un
singolo investimento.
-separazione del rischio: si fa riferimento alla possibilità che ogni strumento sia definito e costruito
contrattualmente in modo da incorporare un determinato livello di rischio, cosicché essi si adattino
alle esigenze/volontà dei singoli soggetti in surplus.
La regola fondamentale che governa la distribuzione dei rischi è che rischi più alti devono essere
associati ad aspettative di reddito più alte.
Ogni strumento finanziario è combinazione particolare di elementi tecnici (es. scadenza; modalità di
remunerazioni, garanzie, modalità di rimborso ecc.) che determinano i diritti/obblighi patrimoniali e
non patrimoniali per le controparti.
I contenuti tecnici ed economici dei contratti possono essere riassunti in due dimensioni: rischio e
rendimento.
La produzione di informazione rappresenta un elemento essenziale di ogni scambio finanziario e di
ogni forma contrattuale.
INTERMEDIARI FINANZIARI
Gli intermediari finanziari sono una particolare categoria di imprese specializzate nell’attività di
produzione e di offerta di servizi finanziari.
Una parte significativa di questi servizi trova espressione nella emissione di uno strumento finanziario
da parte di un intermediario.
Possono però anche offrire servizi non direttamente connessi agli strumenti finanziari come la
consulenza, in cui l’intermediario si specializza nella gestione del risparmio fornendo al risparmiatore
un supporto tecnico alle scelte da compiere.
Gli intermediari si differenziano in base ai contenuti prevalenti dell’attività svolta e, semplificando,
possiamo distinguere tre categorie:
-intermediari creditizi (fra cui le banche): caratterizzati da prevalente attività di credito verso soggetti
con fabbisogno di fondi.
-intermediari mobiliari: specializzati nelle attività legate alla emissione, negoziazione e gestione di
strumenti finanziari mobiliari, cioè oggetto di negoziazione nei mercati.
-intermediari assicurativi: rivolti all’attività di gestione dei rischi puri nel settore danni e vita e attività
di natura previdenziale.
MERCATI FINANZIARI
I mercati finanziari sono strutture di scambio specializzate nel collocamento e nella negoziazione di
strumenti finanziari.
In relazione alla tipologia di strumenti negoziati si sviluppano distinte categorie di mercato:
monetario, valutario, obbligazionario, azionario e dei derivati.
Nel caso di strumenti finanziari derivati, la loro funzione è quella di consentire la gestione dei rischi
(copertura, arbitraggio, speculazione ecc.).
Per quanto riguarda gli altri mercati, la funzione primaria è quella di operare un trasferimento di
risorse finanziarie dai soggetti investitori verso i soggetti emittenti gli strumenti.
Sulla base di quanto detto, possiamo ora cercare di riassumere il quadro di insieme e spiegare la
ragion d’essere del sistema finanziario legata ad alcune funzioni che sono fondamentali per il modus
operandi di una moderna economia di mercato.
Tali funzioni soddisfano specifiche esigenze del sistema economico, rendendo così possibile lo
sviluppo dei processi produttivi e distributivi: il regolamento monetario degli scambi, il trasferimento
delle risorse finanziarie dalle unità in surplus a quelle in deficit e la gestione dei rischi.
Uno dei fattori alla base della funzionalità degli scambi è il sistema dei pagamenti e quindi
l’adeguatezza degli strumenti monetari attraverso cui le transazioni commerciali e non possono essere
regolate.
Si può ben comprendere quale progresso sia stato possibile passando da un’economia di baratto a
un’economia monetaria, in cui la moneta è idonea a misurare il valore dei beni scambiati.
La moneta accresce l’area di scambio, aumenta le contropartite, riduce i costi e limita i rischi.
L’evoluzione storica della moneta segue un percorso che accompagna lo sviluppo della
specializzazione e degli scambi, dalla moneta merce alla moneta segno, dalla moneta bancaria a
quella elettronica.
Il filo conduttore è stata la ricerca di nuovi mezzi di pagamento idonei a ridurre il costo delle
transazioni per renderne più sicuro il regolamento.
Accumulazione e allocazione del risparmio costituiscono due aspetti fondamentali dell’attività del
sistema finanziario, presuppongono che il sistema crei delle condizioni più favorevoli:
-alle decisioni di risparmio da parte dei soggetti in surplus di reddito rispetto ai consumi.
-alle decisioni di investimento del risparmio.
-alle decisioni di finanziamento dei soggetti in deficit.
Il trasferimento delle risorse del sistema finanziario si innesta in una condizione di diversità delle
posizioni dei soggetti dell’economia.
Alcuni di essi dispongono al presente di potere d’acquisto in eccesso e sono disposti a scambiarlo con
potere d’acquisto futuro; i risparmiatori e i detentori della ricchezza si trovano in questa condizione,
saranno disponibili a cedere il loro potere di acquisto a patto che i termini contrattuali siano adeguati
e che ne derivi un vantaggio economico.
Altri soggetti si trovano nella situazione opposta, hanno un deficit di potere di acquisto che possono
risolvere utilizzando risorse altrui, procurate attraverso contratti di finanziamento.
Il trasferimento delle risorse: favorisce la creazione di un circuito virtuoso per l’allocazione delle
risorse.
I fattori che favoriscono la misurazione del rischio per rendere più facile l’allineamento delle
aspettative di creditore e debitore al livello più basso possibile dei tassi di interesse applicati sul
trasferimento fondi sono:
-L’informazione rischio, prezzo, definizione del contratto, è la materia prima della finanza.
-La minimizzazione dei costi di transazione.
-L’aumento della liquidità con la possibilità di smobilizzare l’investimento prima della data di
scadenza).
-La trasformazione del rischio (trasformazione delle scadenze, portafoglio di strumenti finanziari).
L’INFORMAZIONE
È necessario avere, ex ante, informazioni sulla controparte debitrice per valutarne l’affidabilità.
La condizione normale di uno scambio finanziario è l’incompletezza e asimmetria informativa a
svantaggio del creditore.
L’azzardo morale è un problema che si ha durante il rapporto contrattuale con il debitore, ex post
rispetto alla firma del contratto.
Gli intermediari finanziari e i mercati organizzati hanno la funzione di ridurre il divario di
informazioni cui è esposto il creditore e possono farlo in termini economicamente convenienti. Sono
rilevati in questo caso due contributi informativi:
-Quello che serve per affrontare il problema della misurazione del rischio, che può limitare la
circolazione delle risorse da un finanziatore potenziale all’utilizzatore finale;
-Quello che deriva dalla funzione di informazione di prezzo e che consente un processo allocativo
decentrato guidato dai segnali di convenienza espressi attraverso la quotazione degli strumenti
finanziari.
LA MINIMIZZAZIONE DEI COSTI DI TRANSAZIONE
Gli scambi finanziari comportano costi di transazione che sono dei costi fissi: il loro peso dipende in
parte dal numero di operazioni svolte e dal loro importo unitario.
Di conseguenza una parte degli scambi finanziari non si svolge con un rapporto diretto tra un’unità
in surplus e un’unità in deficit.
Gli intermediari finanziari svolgono un’attività finanziaria e investono nella produzione di
informazione e nei processi operativi dell’attività finanziaria.
LA LIQUIDITÀ
La liquidità è una funzione della natura degli strumenti finanziari: essi possono essere negoziabili o
non negoziabili.
nel primo caso, hanno un grado di liquidità che deriva dalla durata residua e dalla possibilità di
negoziare gli strumenti in un mercato.
È funzione, inoltre, del tipo di strumento: tra quelli negoziabili, la liquidità non è uniforme, essendo
influenzata dal rischio, dalla scadenza, oltre che dal grado di standardizzazione dello strumento
stesso.
È funzione, infine, della presenza di mercati organizzati, in cui lo scambio può avvenire con costi di
transazione molto bassi e prezzi trasparenti.
La presenza di meccanismi di liquidità contribuisce a ridurre i rischi per il datore di fondi e a
rendere più agevole l’incrocio di scambi con i prenditori.
Il sistema finanziario opera una trasformazione del rischio: ciò rende possibile, da un lato, che il
datore di fondi trovi forme di impiego che soddisfano la sua bassa propensione al rischio; dall’altro
lato, che il prenditore di fondi sia finanziabile nonostante abbia un rischio elevato o ricorra a strumenti
più rischiosi (azioni per esempio).
Vi sono due meccanismi principali attraverso cui la trasformazione del rischio viene realizzata:
-un intermediario finanziario si interpone tra datore e prenditore di fondi, assumendo sul proprio
bilancio una parte dei rischi del prenditore; un esempio è quello dell’intermediario che raccoglie fondi
a breve termine e li impiega per finanziare a lungo termine unità in deficit;
-deriva dal fatto che il datore di fondi ha come controparte un intermediario finanziario (che è un
soggetto meno rischioso).
I datori di fondi possono impiegare il risparmio sotto forma di partecipazione a un portafoglio di
strumenti finanziari. In questo modo il rischio è più basso rispetto a quello del singolo prenditore.
Lo sviluppo finanziario corrisponde ad uno stato in cui il sistema finanziario migliora la performance
delle sue funzioni.
Questo risultato, a sua volta, influenza le decisioni di risparmio e di investimento e, in questo modo,
il tasso di sviluppo dell’economia.
Da un lato queste misure dello sviluppo finanziario sono condizionate dai fattori di contesto dello
sviluppo come il quadro normativo e fiscale, le infrastrutture dei mercati, l’assetto della struttura
dell’economia;
dall’altro lato, esse influenzano i meccanismi di trasmissione dello sviluppo finanziario, ovvero le
modalità con cui le variabili finanziarie possono generare effetti sull’economia reale.
Non per forza lo sviluppo finanziario è legato positivamente alla crescita economica: esso rende
possibile una straordinaria espansione del credito e alimenta prodotti finanziari complessi solo
apparentemente sicuri in cui gli investitori non consapevoli possono ricadere.
Lo sviluppo deve essere quindi coerente con le funzioni di supporto dell’economia reale.
È necessario quindi monitorare con degli indicatori specifici:
GDP/person; credit/GDP (=Gross Domestic Product=PIL)
la sostenibilità sociale della crescita e la sua trasmissione sull’economia reale.
CAPITOLO II
STRUTTURA FINANZIARIA DELL’ECONOMIA
L’evoluzione della moneta è segnata dal passaggio dalla moneta-merce alla moneta-segno.
Il passaggio fondamentale verso la moneta-segno si ha quando c’è la possibilità di sostituire la
moneta-merce con titoli rappresentativi della stessa.
L’obiettivo è la riduzione dei costi e dei rischi, risultato ancora più importante sarà poi quello di
avviare un’attività di prestito.
La sostituzione della moneta-merce con titoli rappresentativi si verifica per ragioni pratiche:
i mercanti del Rinascimento trovarono più economico e più sicuro fare uso di certificati di deposito
piuttosto che trasferire fisicamente la moneta stessa, ciò richiedeva peraltro che i certificati fossero
conosciuti e accettati dalla comunità mercantile.
Nasce così la moneta-segno.
Il passaggio chiave si verifica allorché i banchieri si rendono conto che la circolazione di certificati
non richiede l’integrale copertura di moneta metallica.
E’ infatti improbabile che tutti i depositanti si presentino simultaneamente a ritirare il loro deposito;
ciò consente di fare prestito per un importo pari a una parte dei depositi raccolti e così nasce quella
che chiameremo moneta bancaria.
La sua diffusione ha come presupposto la fiducia del pubblico nell’affidabilità dei debiti bancari
(depositi) come mezzo di pagamento.
Ogni bene/servizio oggetto di scambio ha un valore definito in un'unità monetaria.
L’evoluzione degli strumenti di pagamento nel corso del tempo è stata influenzata da diversi fattori:
-il costo vale a dire gli oneri da sostenere in relazione alla produzione, all’utilizzo e al
mantenimento della moneta;
-il rischio ossia la possibilità che l’uso e la detenzione di un mezzo di pagamento possano generare
perdite;
-la funzionalità cioè la capacità del mezzo monetario di rendere un servizio in termini di tempo di
esecuzione dello scambio, affidabilità e informazione.
LE FUNZIONI DELLA MONETA
La definizione di moneta comprende il circolante, cioè la moneta legale detenuta dal pubblico, e i
depositi monetari, cioè i depositi che per la natura del contratto consentono un utilizzo come mezzo
di pagamento.
Nel gergo economico-statistico è l’aggregato M1.
Il secondo aggregato monetario M2 è dato da M1 e in aggiunta i depositi con scadenza fino a 2 anni
e quelli rimborsabili con preavviso fino a 3 mesi.
Infine, M3 rappresenta un aggregato più esteso comprendente i titoli di mercato monetario, le quote
di fondi comuni monetari, le obbligazioni con durata fino a 2 anni.
(la BCE impiega diverse definizioni di moneta, da quella più restrittiva M1 a quella più ampia M3)
Ogni scambio è caratterizzato da due flussi di segno opposto: quello dei beni/servizi dal venditore al
compratore e quello della moneta dal compratore al venditore.
Produttori e utilizzatori sono collegati da un duplice circuito uno di natura reale e uno di natura
monetaria:
-il circuito di beni/servizi e dei fattori produttivi;
-il circuito dei prezzi e delle remunerazioni del lavoro e del capitale.
Si ha un’ulteriore distinzione tra:
-circuito dei beni/servizi, costituito dai prodotti che vengono venduti agli utilizzatori (flusso reale) e
dai ricavi corrispondenti sotto forma di prezzo pagato ai produttori (flusso monetario);
-circuito dei fattori produttivi, rappresentato dalle prestazioni di lavoro o degli apporti di capitale
(flusso reale) e dai redditi pagati come compenso delle prestazioni stesse (flusso monetario).
Il prodotto finale (Y) può essere visto come somma del valore dei beni e dei servizi destinati al
consumo (C) e del valore dei beni di investimento utilizzati nelle attività produttive (I).
Y=C+I
Prodotto finale = Consumo + Investimenti
La misura più comune di questo fenomeno è quella del prodotto interno lordo (PIL).
Il reddito nazionale può essere visto nella sua ripartizione tra spese per consumi (C) e il risparmio (S)
Y=C+S
Prodotto finale = Consumo + Risparmio
In economia chiusa S=I.
In economia aperta la formazione di capitale si raccorda con l’accumulazione di S e con il saldo degli
scambi dei paesi nei confronti dell’estero.
IL RISPARMIO E IL PATRIMONIO DELLE UNITA’ ECONOMICHE
In un dato intervallo di tempo, ogni soggetto (famiglia, impresa, ente) presenta un equilibrio
economico espresso dalla differenza tra ricavi (entrate) e costi (uscite): se tale differenza è positiva,
essa costituisce il risparmio (S).
Questo saldo, richiamando l’idea di reddito non utilizzato per fini correnti, è destinabile a incremento
del patrimonio del soggetto, rappresentato nel suo stato patrimoniale alla voce “patrimonio netto” che
collega il saldo del “risparmio” che si trova nel conto economico.
Il collegamento fra conto economico e situazione patrimoniale fa emergere i concetti di stock e flusso.
Il risparmio è una variabile flusso in quanto si matura nel tempo e viene cristallizzata attraverso il
patrimonio netto che è invece una variabile stock.
Il comportamento di ogni unità economica sarà caratterizzato, oltre che da accumulazione di
ricchezza (patrimonio netto) da investimenti in attività reali (AR) e attività finanziarie (AF).
Il finanziamento di queste due classi di investimento può essere fatto con il ricorso alle passività
finanziarie (PF), un concetto speculare a quello di attività finanziaria (lo stesso strumento
finanziario visto dal lato dell’emittente è una PF).
Le AF non hanno valore intrinseco e non rappresentano produzione di nuova ricchezza ma beni
reali e sono un modo per mantenere/trasferire diritti su una ricchezza reale; esprimono rapporti di
credito/debito.
Le AR sono beni aventi un valore intrinseco in quanto possono produrre beni di utilità reale per il
possessore e fanno riferimento al solo possessore non rappresentando in nessun modo la ricchezza di
qualcun altro.
Per questo motivo non esistono passività reali, le passività possono essere solo finanziarie.
La ricchezza è una combinazione di attività reali e finanziarie al netto delle passività.
SALDO FINANZIARIO
Per un’analisi più efficace del comportamento finanziario delle unità economiche occorre introdurre
a fianco allo schema di SP e CE quello delle fonti e degli usi fondi, rappresentando le stesse
variabili attraverso variabili flusso anziché stock.
Le variabili flusso sono calcolate come differenza fra due grandezze stock riferite a date diverse, in
modo da misurare la variazione della variabile considerata in un intervallo di tempo.
Poiché vale il vincolo contabile dell’uguaglianza fra “fonti di fondi” e “usi di fondi”, dovremo
avere:
𝛥𝐴𝑅 + 𝛥𝐴𝐹 = 𝛥𝑃𝐹 + 𝑆
Da cui, per via del vincolo precedente, si ricava il Saldo Finanziario, ovvero la differenza/equilibrio
fra attività e passività finanziarie (o reali, come equilibrio fra risparmio e investimento):
𝑆𝐹 = 𝑆 − 𝛥𝐴𝑅
𝑆𝐹 = 𝛥𝐴𝐹 − 𝛥𝑃𝐹
Il saldo finanziario è un indicatore di ricchezza finanziaria, condizionato dalla ricchezza reale
(quindi un diverso saldo finanziario NON esprime > o < povertà ma un diverso investimento della
ricchezza).
Ci permette di stabilire se un’unità economica ha ricchezza finanziaria in eccesso rispetto ai consumi
e se quindi può dedicare il risparmio agli investimenti
L’analisi dei saldi finanziari viene fatta generalmente per settori, ovvero raggruppamenti di unità
economiche omogenee e autonome nelle decisioni e presentano un segno strutturale del 𝑆𝐹.
I macro settori analizzati, detti “settori istituzionali”, sono:
-famiglie: individui e nuclei familiari che producono reddito (di solito rappresenta il settore in
surplus)
-Società non finanziarie: entità private o pubbliche che producono beni non finanziari destinati alla
vendita. (generalmente negativo)
-Pubblica amministrazione: unità istituzionali che erogano servizi destinati alla collettività
(generalmente non ha un segno)
-Estero: tutti gli operatori non residenti che effettuano transazioni economiche e finanziarie con quelli
residenti.
In questo contesto il saldo finanziario fornisce importanti informazioni a monte, fra cui la principale
è descrivere l’articolazione del processo di risparmio e di investimento e, in particolare, all’interno
dell’economia le risorse provengono dalle famiglie che presentano un 𝑆𝐹 > 0 e sono quindi in surplus
e finanzieranno con i loro risparmi le attività delle imprese che invece presentano un 𝑆𝐹 < 0.
Altre informazioni possono essere ad esempio le strategie degli asset manager o le preferenze degli
investitori che condizionano le loro scelte finanziarie.
Queste dipendono dal patrimonio, dalla cultura e dalla propensione al rischio che ogni soggetto ha
(condizionata anche dalla componente emozionale).
Inoltre, la direttiva europea MiFID1 ha imposto agli intermediari di profilare i propri clienti sulla base
delle variabili di cui sopra.
Inoltre, se il SF indica il surplus/deficit di risorse finanziarie di un settore, la rappresentazione della
struttura dei SF aiuta a capire all’interno dell’economia da dove provengono le risorse.
FABBISOGNO DI TRASFERIMENTO
La lettura dei saldi finanziari fornisce diverse informazioni sui fenomeni di funzionamento di un
sistema economico e il livello dei saldi è alla base del fabbisogno di trasferimento delle risorse
finanziarie in un sistema economico.
Una situazione di “divergenza finanziaria” (𝑆𝐹 ≠ 0) genera così quella che viene chiamata
“dissociazione risparmio-investimento” (alcuni settori si caratterizzano per la funzione di
accumulazione del risparmio, altri per la funzione di investimento). Questa indica una situazione in
cui chi ha le risorse, tipicamente le famiglie, non le impiega direttamente in investimenti reali, avendo
così risparmio a disposizione; chi fa gli investimenti reali (tipicamente le imprese), non ha invece
risorse/risparmi sufficienti per finanziarli. Le due posizioni sono quindi strettamente complementari:
si tratta di metterle in relazione. Nascono così i “circuiti finanziari” fra unità in surplus e unità in
deficit. La funzione allocativa delle risorse, che dipende dal livello dei 𝑆𝐹 che cristallizza necessità
di trasferimenti di risorse, è infatti una delle ragioni d’essere del sistema finanziario, riflettendo il
fabbisogno di trasferimento
Nel caso in cui vi sia “equilibrio finanziario” (𝑆𝐹 = 0) non è detto che non ci sia fabbisogno di
trasferimento delle risorse. Infatti, una parte delle attività finanziarie ha anche funzione monetaria e
di gestione del rischio e quindi il sistema avrebbe comunque un’importante ragione per operare;
inoltre, un settoriale 𝑆𝐹 = 0 non implica che tutte le unità abbiano 𝑆𝐹 = 0. A livello infra-settoriale
potrebbe esserci comunque il fabbisogno di trasferimento di risorse.
1
Markets in Financial Instruments Directive, è la nuova Direttiva Europea dei mercati degli strumenti finanziari.
CIRCUITI FINANZIARI
I circuiti finanziari devono essere organizzati in modo da rendere possibili quelle che sono le funzioni
del sistema finanziario e ciò avviene in particolare attraverso la “trasformazione delle risorse
finanziarie” che fa riferimento a due diverse funzioni:
-trasformazione delle scadenze: serve per risolvere l’incompatibilità tra le preferenze delle unità in
surplus (breve termine) e quelle delle unità in deficit (medio-lungo termine).
-trasformazione dei rischi: in quanto le unità in surplus non sono sempre disponibili per strumenti
emessi direttamente dalle unità in deficit, considerandoli troppo rischiosi es. per colpa
dell’asimmetria informativa.
La presenza di intermediari può ridurre o eliminare entrambe le difficoltà, assumendosi in parte tali
difficoltà.
In questo modo il trasferimento delle unità avverrà in modo intermediato o indiretto configurando il
c.d. “circuito indiretto”.
2 sono infatti i modelli di circuiti finanziari:
-circuito del credito diretto: il soggetto in surplus investe direttamente sul soggetto in deficit che
restituirà il capitale prestato con degli interessi.
Il pregio di questo modello è la presenza di ridotti costi di transazione per entrambe le controparti;
mentre i difetti sono i costi di ricerca della controparte e la gestione del rischio per il finanziatore che
potrebbe non vedersi restituita la somma prestata.
Questo sistema funziona bene infatti in mercati ristretti (non globalizzati) nei quali i soggetti si
conoscono e si danno fiducia e vi è perfetta coincidenza di ammontare e di tempo.
Per via di questi limiti, il modello di intermediazione consolidato è quello del credito indiretto.
-circuito del credito indiretto: il trasferimento delle risorse avviene attraverso un processo di
intermediazione creditizia in sistemi solitamente banco centrici: un soggetto (di solito una banca)
raccoglie fondi dal soggetto in surplus e li conferisce sotto forma di crediti al soggetto in deficit, con
operazioni NON one-to-one ma sulla massa dei depositi e degli impieghi (operando la trasformazione
delle risorse).
A differenza del modello del credito diretto in questo il soggetto in surplus ha un rapporto diretto non
più con il soggetto in deficit ma con un soggetto vigilato (di solito una banca) che risulterà una
controparte e diverrà debitore, fornendo così al soggetto in surplus maggiore tutela, derivante anche
dal sistema creditizio.
Inoltre, non si soffrono i costi per la ricerca della controparte, risultando così un modello funzionale
sia per i soggetti in surplus che per quelli in deficit.
Questi due modelli di circuiti finanziari operano quindi scambi con 3 diverse modalità organizzative
di trasferimento: scambio diretto e autonomo (assenza di intermediari); scambio diretto e assistito
(attori sono controparti dirette ma non negoziano autonomamente ma con l’assistenza di un
intermediario, senza il cui intervento non avrebbe luogo l’incontro fra le parti); scambio indiretto (ci
muoviamo nell’ambito del circuito indiretto: gli attori NON scambiano direttamente e non sono
quindi controparti; l’intermediario funge da “soggetto di scambio intermedio”).
Il modello del credito indiretto si è evoluto grazie alle spinte dell’innovazione finanziaria e grazie alla
globalizzazione finanziaria.
Da un I stadio banco centrico detto “bank-oriented”, con utilizzo dei classici prodotti bancari (es. il
C/C), attraverso lo strumento dei “prestiti in pool”, ovvero prestiti erogati ad un soggetto (di solito
impresa) non da una sola banca ma da un “pool” di banche al fine di limitare e diversificare le proprie
esposizioni.
Si è passati ad un II stadio “market-oriented”, con il quale non si è più in un sistema bancocentrico
ma, oltre alle banche, si vede la presenza di altri intermediari finanziari.
Gli strumenti che rappresentano questo stadio (nel quale si trovano i paesi europei) sono le “back-up
facilities”: prestiti obbligazionari che le imprese emettono, assistite dalle banche che “classano” sul
mercato, ovvero copriranno loro stesse la parte di P.O. che non riesce ad essere assorbito dal mercato
Questa presenza di altri intermediari diventa ancora più marcata passando ad un III stadio “strongly
market-oriented”.
Il ruolo della banca è così divenuto sempre più un ruolo di fornitore di servizi e sempre meno di
intermediario
INNOVAZIONE FINANZIARIA
Un prodotto diviene un’innovazione finanziaria quando svolge una delle funzioni del sistema
finanziario in maniera innovativa rispetto agli usi correnti e lo fa inoltre in risposta/accordo con gli
obblighi imposti dal sistema o dal regolatore.
CAPITOLO III
ATTIVITA’ BANCARIA
Per definire l’attività bancaria facciamo riferimento nell’ordinamento italiano al Testo Unico
Bancario, [Link]. 385/1993 che, coerentemente con l’impostazione condivisa a livello europeo, ha
rivoluzionato il sistema normativo e del credito per le banche.
La nozione e la natura della sostanza dell’attività bancaria è contenuta nell’art. 10 di questo testo
unico che recita:
“La raccolta del risparmio tra il pubblico e l’esercizio del credito costituiscono l’attività bancaria”;
quest’ultima ha quindi natura necessariamente composita, infatti la sola raccolta del risparmio o il
solo esercizio del credito, non integrano le nozioni di attività bancaria.
Al comma 3 dell’art. 10 viene inoltre chiarito che le banche, oltre all’attività bancaria, possono
svolgere ogni altra attività finanziaria e creditizia rispettando però la disciplina propria della materia
e le rispettive riserve di legge.
RACCOLTA DEL RISPARMIO
Per identificare la raccolta del risparmio ci dobbiamo riferire all’art. 11 comma 1 dello stesso TUB
che definisce:
“È raccolta del risparmio l’acquisizione di fondi con obbligo di rimborso, sia sotto forma di depositi,
sia sotto altra forma”
Ogni parola ha il suo senso e peso specifico:
-l’acquisto di fondi è collegato ad un obbligo di rimborso
-per la raccolta non è prevista una forma tecnica specifica (“depositi o altra forma”)
-la raccolta avviene “tra il pubblico” ed è perciò “diffusa”, ovvero rivolta ad un numero elevato di
potenziali investitori e deve essere quindi immaginata/concepita nei suoi strumenti come rivolta a un
pubblico vasto, non definito, con strumenti che risultino standardizzati e NON personalizzati
Altri chiarimenti sulla raccolta del risparmio vengono da:
-art. 11 comma 2 TUB che chiarisce che con l’attività di raccolta del risparmio tra il pubblico si entra
in un concetto che è riserva esclusiva delle banche ed è vietata ai soggetti diversi dalle stesse:
NESSUNO oltre le banche può raccogliere risparmio tra il pubblico (unica eccezione sono le Poste,
un ente pubblico che raccoglie per conto dello Stato)
-art. 11 comma 3 TUB che chiarisce che NON è risparmio tra il pubblico quella raccolta effettuata:
presso soci e dipendenti; presso società controllanti, controllate, collegate ecc.
-art. 11 comma 4 TUB che definisce che la riserva di legge in favore delle banche di cui al comma 2
non si applica ad alcuni casi (in cui rientrano le Poste): agli Stati, organismi internazionali ed enti
territoriali; enti sottoposti a vigilanza prudenziale; SPA e enti con titoli negoziabili su mercati
regolamentati; imprese la cui raccolta è effettuata tramite banche o enti sottoposti a vigilanza.
ALTRE NOZIONI
-art. 12 del TUB afferma che le banche hanno la facoltà di emettere obbligazioni, anche convertibili,
nominative o al portatore e di emettere pure, secondo la disciplina e con l’autorizzazione della BI,
prestiti subordinati.
Sulla base di quanto sopra esposto si può concludere che la normativa del TUB è sufficientemente
elastica per poter far emergere diversi modelli di banca, che sono molto differenti dal punto di vista
strategico e organizzativo (specializzazione contro diversificazione).
-deve essere verificata dalla BI, la “sana e prudente gestione”
-art. 19 del TUB prevede un regime di autorizzazione preventiva per l’acquisizione diretta o indiretta
di partecipazioni che comportino il controllo e la possibilità di esercitare influenza notevole sulla
banca o portino a detenere una quota pari o superiore al 10%. (si aggiungono casi di variazione delle
partecipazioni che comportino il superamento delle quote del 20, 30, e 50% e in ogni caso quando si
determini il controllo delle banche).
GRUPPO BANCARIO
Come sappiamo l’esercizio dell’attività bancaria è riservata alle banche, a volte il soggetto “banche”
può assumere diverse configurazioni istituzionali, possiamo infatti avere una banca costituita da
un’entità societaria unica e dedita, o il caso in cui la banca è parte di un’articolazione societaria più
ampia che chiamiamo gruppo bancario.
Secondo l’art. 60 del TUB il gruppo bancario è composto:
-dalla banca italiana capogruppo e dalle società bancarie, finanziarie e strumentali da questa
controllate
-dalle società finanziaria capogruppo e dalle società bancarie, finanziarie e strumentali da queste
controllate, quando nell’ambito del gruppo abbia rilevanza la componente bancaria e finanziaria.
Il soggetto capogruppo è quindi il soggetto cui fa capo il controllo delle entità che compongono il
gruppo bancario ed esercita poteri di coordinamento e direzione nei confronti delle componenti delle
controllate.
Nell’ordinamento vigente, le attività di intermediazione finanziaria possono essere esercitate secondo
due modelli istituzionali diversi:
-il modello della banca universale, il tipo di banca che esercita congiuntamente e direttamente
l’attività bancaria propria e le attività finanziarie ammesse, fino a un livello di diversificazione che
può definita universale
-il modello di gruppo bancario, che invece consiste nell’esercizio di attività bancarie e finanziarie da
parte di un unico soggetto economico mediante aziende giuridicamente separate, ma dirette e
coordinate secondo un disegno imprenditoriale unitario a direzione strategica accentrata.
Le banche risultano il soggetto di gran lunga più importante del settore bancario/creditizio; infatti, il
sistema bancario italiano è ancorato sui circuiti di intermediazione bancaria e perciò definito “banco
centrico”.
ESERCIZIO DEL CREDITO
Il TUB è meno preciso e non definisce la natura dell’attività di esercizio del credito.
Si è arrivato quindi dottrinalmente a delle conclusioni per cui dall’art. 1 comma 2 TUB si può
individuare una lista di attività che fanno riferimento al perimetro dell’esercizio del credito:
-tutte le operazioni di prestito (comprensive di factoring; crediti al consumo ecc.)
-leasing
-rilascio di garanzie e crediti di firma (in quanto per le funzionalità, pur non comportando un esborso
di denaro, realizza comunque un accrescimento temporaneo del patrimonio della società)
Gli altri soggetti qualificati come intermediari finanziari (anche se spesso fanno parte di gruppi
bancari), iscritti in un apposito albo della Banca d’Italia, possono svolgere:
-i servizi di investimento.
-la gestione collettiva del risparmio.
-le altre attività finanziarie (ad esclusione di quelle riservate alle banche).
Per definire cosa rientra nel perimetro delle altre attività finanziarie si fa riferimento alle attività
richiamate nel comma 1 dell’art.106 TUB che sono quindi la concessione dei finanziamenti sotto
qualsiasi forma e la negoziazione e gestione in valuta.
Oltre a queste attività di cui al comma 1, questi intermediari possono prestare servizi di pagamento
(se autorizzati dall’art. 18 TUF=[Link]. 58/98, ovvero la disciplina dei mercati di strumenti finanziari)
e anche le altre attività connesse e strumentali a quelle indicate, nel rispetto delle disposizioni dettate
da Banca d’Italia.
La riforma del TUB, che nasce a valle della crisi finanziaria del 2008, è volta a ricostruire la platea
degli intermediari finanziari e rendere più incisiva la vigilanza ed il controllo da parte delle autorità
di vigilanza, (resa oggi simile a quella delle banche), al fine di garantire maggiore garanzia al sistema.
Questa riforma in particolare ricompone lo spettro di tutti i soggetti classificabili come intermediari
finanziari:
-istituti di pagamento: istituti che operano offrendo strumenti e servizi di pagamento e possono
svolgere attività connesse come concessione di garanzie.
-istituti di moneta elettronica: istituti che, oltre ad offrire i servizi tipici degli istituti di pagamento
possono emettere moneta elettronica (es. carte di credito; portafogli virtuali ecc.) mediante la
trasformazione dei fondi ricevuti in strumenti o dispositivi di pagamento elettronici.
-agenti e mediatori creditizi: i primi concludono contratti di finanziamento/pagamento su mandato
diretto degli intermediari finanziari (di solito offrendo prodotti di quell’i.f.); i secondi sono invece
figure che mettono in relazione banche e altri intermediari finanziari (anche attraverso attività di
consulenza) con la potenziale clientela, facilitandone il rapporto (ci sono dei vincoli stringenti per
essere mediatori creditizi).
-confidi: sono soggetti che si specializzano nell’attività di garanzia sui fidi (patrimoni). Sono spesso
consorzi promossi da categorie o associazioni di categoria, rappresentandola e sviluppando un
patrimonio al fine di agevolare il rapporto di finanziamento tra banche e imprese (in part. quelle
medio-piccole) di quella categoria, mettendo a disposizione forme di garanzia facendo così ottenere
un prezzo migliore di quello di mercato, in quanto la banca è meno esposta al rischio. Dopo la riforma
del TUB i confidi sono divisi in maggiori e minori
-operatori di microcredito: che rientrano nell’albo dell’art. 106 TUB dopo la riforma del titolo V del
cc. Sono operatori che possono erogare finanziamenti SOLO attraverso il c.d. “microcredito, ovvero
un credito di massimo 25.000 euro per le microimprese e di 10.000 euro per prestiti sociali legati a
bisogni materiali.
Il microcredito erogato non deve per forza essere associato a forme di garanzia reale ma deve
necessariamente essere accompagnato da servizi ausiliari di assistenza/tutoraggio al fine di
monitorare e pianificare la restituzione del capitale erogato, così da assicurare un tasso di default
molto basso.
È IMPORTANTE RICORDARE CHE LE BANCHE POSSONO SVOLGERE TUTTE QUESTE
ATTIVITA’ NEI LIMITI DELLA DISCIPLINA PROPRIA DELLA MATERIA E DELLE
RISPETTIVE RISERVE DI LEGGE.
La Banca d’Italia inoltre vigila sulle Banche attraverso un albo.
Per gli altri intermediari vi è una suddivisione della vigilanza in albi: per alcuni è diretta (es. cambia-
valute) per altri è indiretta con albi autonomi tenuti o da soggetti di vigilanza privati o da enti pubblici
non economici.
MERCATI FINANZIARI (TUF 24)
La parte III del TUF, disciplina i mercati di strumenti finanziari, distinguendo tra mercati
regolamentati e altri sistemi di negoziazione.
I mercati regolamentati si oppongono a quelli non regolamentati, altrimenti definiti come mercati
OTC (over the counter).
Nel primo caso si fa riferimento a mercati di strumenti finanziari, gestiti da una società di gestione
dei mercati, e che operano sulla base di una apposita regolamentazione che ha per oggetto
organizzazione e funzionamento del mercato stesso.
Nel secondo caso, si considerano i mercati di strumenti finanziari che non sono sottoposti a una
specifica regolamentazione in materia di organizzazione e funzionamento e non sono soggetti ad
autorizzazione delle autorità di vigilanza.
Uno dei cambiamenti più importanti avvenuto nel corso degli anni 90 del secolo scorso nell’assetto
dei mercati di strumenti finanziari è stato quello dell’adozione sistematica di forme giuridiche,
proprietarie, e comportamentali di carattere privatistico (l’Italia arriva a questo passaggio nella
seconda metà degli anni 90).
Quali sono state le motivazioni di questa trasformazione?
In primo luogo, occorre osservare l’intensificazione della concorrenza nei sistemi finanziari a seguito
della fase di deregolamentazione di inizio decennio 90.
In Europa vi contribuisce lo sviluppo del mercato interno, anche attraverso le norme sul <mutuo
riconoscimento>.
La MFID opera una profonda evoluzione nella disciplina dei mercati regolamentati e applica anche a
essi il principio del mutuo riconoscimento.
La direttiva rappresenta altresì un punto di svolta sul piano delle regole concorrenziali, cade l’obbligo
della concentrazione degli scambi nei mercati regolamentati, a vantaggio delle alternative
rappresentate dai <sistemi multilaterali di negoziazione> e degli <internalizzatori sistematici>.
Termina l’era dei mercati pubblici, e il MiFID contribuisce a ridurre la separazione tra mercato e
intermediari, in quanto i sistemi multilaterali potevano essere gestiti da società di gestione di mercati,
sia da intermediari abilitati.
L’innovazione tecnologica porta al passaggio da mercati fisici a mercati telematici, e cade il vincolo
geografico.
SERVIZI DI INVESTIMENTO
Il TUF definisce gestione collettiva (o in monte) del risparmio l’attività che si realizza attraverso la
gestione del patrimonio di organismi di investimento collettivo del risparmio (OICR) e dei relativi
rischi.
Tale attività è oggetto di una riserva di legge, in quanto si stabilisce con il TUF, che l’esercizio in via
professionale del servizio di gestione collettiva è riservato alle:
-SGR: società che gestisce un Fondo Comune di Investimento (FCI), ovvero un patrimonio autonomo
suddiviso in quote uguali, di pertinenza pro-quota di una pluralità di partecipanti, gestito in monte
(collettivamente). I FCI possono essere chiusi o aperti (con la stessa differenza che intercorre fra
Sicav e Sicaf) e a differenza delle Sicav e Sicaf NON sono un soggetto giuridico
-SICAV: formula societaria che ha per oggetto esclusivo l’investimento collettivo del risparmio
raccolto mediante offerta al pubblico di proprie azioni; la particolarità è che la società emette nuove
azioni via via che gli investitori operano nuovi apporti di fondi al capitale sociale
-SICAF: formula societaria analoga alla Sicav che presenta però un numero di azioni da emettere
fissato prima della fase di collocamento
-FCI: è il patrimonio autonomo, suddiviso in quote, di pertinenza di una plurarità di partecipanti,
gestito a monte da parte di una SGR.
La gestione collettiva del risparmio si realizza attraverso:
-promozione, istituzione e organizzazione da parte delle SGR di FCI e l’amministrazione dei rapporti
con i partecipanti
-gestione (e attività strumentali e connesse) del patrimonio degli OICR (ovvero gestendo il patrimonio
di FCI, Sicav e Sicaf) e di Fondi Pensione di propria o altrui istituzione
Le società che operano la gestione collettiva, quali condizioni per l’autorizzazione, hanno: la forma
societaria di SPA e la sede in Italia.
Devono inoltre osservare alcuni principi e regole di comportamento che riguardano in particolare la
tutela degli investitori e l’integrità del mercato mediante il rispetto di condizioni di diligenza,
correttezza e trasparenza. A queste si affiancano vincoli sull’operatività e sulla politica di
investimento.
Riprendendo la definizione di GCR è utile sottolineare come essa comprenda tre aspetti fondamentali:
Gestione del patrimonio, cioè un processo gestionale costituito da un insieme organico di scelte di
investimento e disinvestimento che hanno per oggetto le diverse componenti del portafogli che sono
rivolte a valorizzare il patrimonio stesso.
Gestione dei rischi, cioè il processo gestionale svolto sulla base della valutazione degli obiettivi della
gestione e dei limiti prudenziali fissati.
Carattere collettivo dell’attività, cioè gli OICR costituiti da patrimoni risultanti dalla raccolta di fondi
da una pluralità di investitori e gestiti a monte dagli stessi.
Ricapitolando:
OICR (organismo di investimento collettivo di risparmio) si distinguono al loro interno in OICVM
(organismo di investimento collettivo in valori mobiliari) se rientrano nell’ambito di applicazione
della direttiva 2009/65/CE e FIA (fondi di investimento alternativi) se rientrano nell’ambito della
direttiva 2011/61/UE.
Gli OICVM possono essere FCI o SICAV, entrambi con forma contrattuale aperta.
I FIA possono essere FCI o SICAV se la c’è forma contrattuale aperta, o possono essere FCI o SICAF
se la forma contrattuale è chiusa.
In cui forma aperta significa che sono ammesse le sottoscrizioni di nuove quote o la richiesta di
rimborso di quelle esistenti in ogni momento, non vi è un numero definito di azioni ma varia in
funzione della domanda degli investitori; l’eventuale disinvestimento può essere chiesto senza
preavviso e il rimborso avviene ad un prezzo prefissato. (alta liquidabilità)
Mentre forma chiusa significa che sia previsto un patrimonio prefissato e che le quote possano essere
sottoscritte solo nella fase iniziale di offerta, i versamenti possono essere smobilizzati solo attraverso
la negoziazione in un mercato secondario, se il titolo è quotato. (lungo termine e bassa liquidabilità).
IL SETTORE ASSICURATIVO
Il settore assicurativo, insieme a quello bancario-creditizio e quello mobiliare, rappresenta una delle
tre principali articolazioni del sistema finanziario.
Ha una modalità di provvista di fondi basata sulla riscossione di premi per le polizze emesse.
I capitali raccolti con la riscossione dei premi hanno una disponibilità per la compagnia più o meno
lunga.
Durante questo periodo i capitali raccolti sono investiti per produrre redditi, e questo rappresenta
l’accumulo di attività.
Il Codice delle Assicurazioni Private (CAP), emanato nel 2005, rappresenta il risparmio gestito e i
mercati, l’integrazione e il coordinamento in un corpo normativa della disciplina vigente.
I rapporti assicurativi hanno natura fiduciaria, il contesto in cui si sviluppano è caratterizzato da
asimmetria informativa con i problemi di adverse selection e di moral hazard.
Esiste anche una caratteristica specifica che rafforza l’inversione del ciclo costi e dei ricavi.
Ciò comporta che le compagnie di assicurazione incassino i premi come fase iniziale di un ciclo del
capitale circolante e sostengano dei costi nelle fasi successive.
Così nel settore assicurativo vengono applicate regole di vigilanza prudenziale, incentrate su misure
di solvibilità, sui profili di corporate governance.
Il CAP definisce le imprese di assicurazione come imprese in cui riservato l’esercizio dell’attività
assicurativa, quest’ultima è sottoposta a una riserva di legge: può essere esercitata solo da imprese
assicurative.
L’attività assicurativa viene poi definita per i rami vita e i rami danni, con riferimento ad un altro
principio che è quello della specializzazione, la compagnia può essere autorizzata a esercitare le
attività dei rami vita o dei rami danni.
Si applica anche il principio dell’attività esclusiva, per cui le imprese di assicurazione limitano
l’oggetto sociale all’esercizio dell’attività assicurativa, riassicurativa, di capitalizzazione e delle
operazioni connesse, escludendo l’esercizio diretto e indiretto di attività industriali e commerciali.
CAPITOLO IV
ESIGENZE CONNESSE AL REGOLAMENTO DEGLI SCAMBI
L'attività di scambio è un’attività onerosa: infatti i soggetti devono sopportare i costi derivanti sia
dalla ricerca della controparte con cui effettuare lo scambio, sia dal trasferimento materiale dei beni
e dei servizi scambiati.
Questi costi possono essere ridotti in presenza di cinque condizioni che i sistemi economici hanno
continuamente sviluppato e perfezionato:
-l’organizzazione dei mercati, che consente la concentrazione delle contrattazioni nello spazio e nel
tempo
-l’esistenza e la progressiva specializzazione di operatori commerciali, soggetti economici che
svolgono attività di negoziazione e di scambio di beni e servizi.
-l’efficienza e il progresso della tecnologia dei trasporti e delle comunicazioni: la prima riguarda il
trasferimento di beni e servizi nello spazio; la seconda si riferisce alla diffusione di informazioni
rilevanti per lo scambio.
-la moneta, che svolge la funzione di corrispettivo di qualsiasi acquisizione di beni e servizi che viene
perciò definita mezzo di scambio o strumento di pagamento.
-il sistema giuridico, composto da norme codificate e da procedure/organizzazioni idonee a garantirne
l’applicazione e il rispetto, il quale svolge la fondamentale funzione di tutelare i diritti dei soggetti
che scambiano secondo date modalità contrattuali.
Le economie moderne utilizzano un sistema di pagamenti che si fonda su due generi di moneta:
-Moneta legale: emessa dalla Banca Centrale. -
Moneta bancaria: emessa dalle banche ordinarie.
La moneta viene accettata come mezzo di pagamento a due condizioni:
-Il valore legale: la legge rende obbligatoria l'accettazione della moneta come modalità di
estinzione dei debiti.
-La fiducia degli scambisti: mantenimento nel tempo del potere di acquisto che le viene attributo.
I soggetti emittenti moneta sono due:
la Banca centrale: emette moneta legale
la banca commerciale: emette moneta bancaria in via sostitutiva di quella legale, cioè il deposito in
conto corrente, in grado di ridurre costi e rischi connessi con il suo uso.
Nel corso di un certo periodo, i diversi soggetti che compongono il sistema economico trasformano,
mediante l'attività di scambio monetario, i propri redditi o ricavi monetari in beni di consumo, servizi
e investimenti reali, impiegando gli strumenti del trasferimento delle risorse finanziarie nello spazio.
La formazione di saldi finanziari positivi o negativi identifica un bisogno di trasferimento delle risorse
finanziarie nel tempo.
Il soggetto che ha un saldo finanziario positivo ha la necessità di investire il potere di acquisto
temporaneamente eccedente.
Il soggetto può mantenere questa eccedenza nella forma di moneta, oppure utilizzarla per acquistare
attività finanziarie diverse dalla moneta.
Il soggetto che produce saldi finanziari negativi deve procurarsi risorse finanziarie per soddisfare il
proprio fabbisogno.
Anche lui trasferisce risorse finanziarie nel tempo poiché chiede di anticipare una disponibilità futura
di potere di acquisto.
Il trasferimento delle risorse finanziarie nel tempo si integra con quello nello spazio.
Emissione, acquisto, vendita ed estinzione di attività finanziarie comportano trasferimento di potere
di acquisto nello spazio.
Investitori e prenditori di fondi hanno interessi idealmente complementari e convergenti e sono
potenziali scambisti: strumenti, mercati e intermediari definiscono e consentono modalità concrete
dello scambio finanziario.
La posizione di investitore in attività finanziarie è assunta dalle unità del “settore famiglie”.
I prenditori di fondi sono rappresentati dal “settore imprese non finanziarie” e dal “settore pubblico”.
Questi settori sono definiti finali poiché in essi si originano le risorse finanziarie e i luoghi dove esse
sono destinate: essi si distinguono dai “settori intermedi” che svolgono la funzione di veicolo e
trasferimento delle risorse finanziarie.
Gli strumenti offerti dagli intermediari finanziari possono essere classificati in base alla tipologia di
bisogno soddisfatto:
[Link] e servizi destinati a soddisfare bisogni di trasferimento del potere d'acquisto nello
spazio:
-ordini di pagamento: assegni ordinari e circolari, bonifici, carte di credito e di debito.
-ordini di incasso: riba, cambiali e altri titoli all'incasso.
-servizi diversi: servizi di gestione monetaria o cash management, servizi di cassa automatica,
servizi di erogazione automatica di contante.
Profili principali delle attività di incasso/pagamento:
Attività della banca consiste generalmente nelle regolari contrapposte ragioni di debito e di credito
mediante trasferimento di moneta dal soggetto titolare dell'obbligazione di pagamento a quello
titolare del diritto di incasso (estinzione debiti e crediti mediante scritture contabili).
La moneta oggetto di trasferimento viene definita scritturale, che è lo strumento portante del
sistema dei pagamenti bancari.
Data l'esistenza di relazioni contabili tra soggetti, sistema bancario e banche il trasferimento è
eseguito con compensazione tecnica.
Le banche eseguono attività di incasso/pagamento sulla base di ordini ricevuti, in forza del mandato
a eseguire determinate operazioni con effetto economico-giuridico in capo al soggetto ordinante.
Attività di incasso/pagamento derivano la loro efficienza tecnica e d economica dal fatto che i
soggetti esecutori (banche) mantengono relazioni contabili sistematiche, idonee a produrre e
canalizzare i trasferimenti.
Attività di incasso/pagamento hanno crescenti dimensioni internazionali, quindi sono
strutturalmente multi-valutarie.
[Link] e servizi destinati a soddisfare bisogni di investimento:
Passività nominali prodotte dagli intermediari finanziari: depositi in conto corrente, depositi a
risparmio, obbligazioni semplici, strutturare e garantite.
Sono dette “nominali” poiché debito dell’intermediario coincide con il credito del cliente;
Passività con valore variabili: obbligazioni strutturate senza garanzia di capitale il cui valore
dipende da modalità di indicizzazione e obbligazioni che derivano da cartolarizzazione con un
valore che dipende da quello dei crediti cartolarizzati;
Passività di mercato prodotte dagli intermediari: quote di fondi comuni mobiliari e azioni in società
di investimento a capitale variabile.
Il loro valore futuro è indeterminabile.;
Servizi di negoziazione di valori mobiliari su ordine del cliente: l’intermediario può svolgere il
ruolo di broker, cioè̀ di ricerca di contropartita e di esecuzione della transazione con un terzo, o
dealer (offerta di contropartita diretta all’acquisto/vendita del cliente).
Servizi di gestione patrimoniale individuale: intermediario, in forza del mandato conferito dal
cliente, gestisce il patrimonio di quest'ultimo investendolo in valori mobiliari secondo criteri definiti
dal contratto;
Polizze assicurative: offrire alla scadenza all’acquirente/ investitore la presentazione di un capitale o
rendita finanziaria.
3. Strumenti e servizi destinati a soddisfare bisogni di finanziamento:
Prestiti in moneta o in titoli: si distinguono in base alla scadenza (indeterminata, breve, media o
lunga), alle modalità di rimborso (a rate o in un’unica soluzione), al calcolo degli interessi e al tipo
di garanzia.
Prestiti di firma: avallo, fideiussione, lettera di credito.
Sono strumenti con cui la banca garantisce le obbligazioni che il soggetto assume verso clienti terzi.
Crediti speciali: leasing, factoring.
Prestiti al consumo: finalizzati al finanziamento di spese riferiti all’acquisto di beni e servizi
durevoli;
Assunzione di partecipazioni: l’intermediario eroga il finanziamento mediante acquisto titoli
rappresentativi di capitale proprio di nuova emissione a favore di una società di capitali.
Investments banking: consulenza alle imprese per l’acquisizione di risorse finanziarie.
Il servizio reso al cliente non ha contenuto di finanziamento, ma è strumentale l’acquisizione di
risorse finanziarie in diverse forme tecniche.
Strumenti e servizi destinati a rendere più efficiente gestione dei rischi e gestione finanziaria e
assicurativa del cliente: si distinguono i rischi speculativi, che hanno la possibilità di realizzarsi con
risultato positivo o negativo, e i rischi puri, la cui manifestazione ha esito sempre negativo.
Tipicamente le banche offrono strumenti sia per la copertura dai rischi speculativi (attività di
hedging) sia per il loro sfruttamento.
Rientrano in questa categoria i contratti a termine, gli swap.
Le società di assicurazione offrono strumenti per la copertura dei rischi puri: polizze vita
(pagamento di un capitale predeterminato), polizze danni (indennizzo).
CAPITOLO V
I MERCATI FINANZIARI
I mercati monetari e i mercati dei capitali: la classificazione fa riferimento alla durata degli
strumenti finanziari e alla funzione dei circuiti finanziari che il mercato alimenta.
MERCATO MONETARIO = il mercato monetario ha per oggetto strumenti finanziari a breve
termine (strumenti con termine entro 12 mesi,); prevale la funzione di gestione della liquidità degli
operatori: si impiegano temporanee eccedenze di fondi e si finanziano temporanei fabbisogni.
MERCATO DEI CAPITALI = ha per oggetto strumenti a medio e lungo termine.
Alimenta circuiti finanziari che, in rapporto alla durata della disponibilità dei fondi, sono
idealmente a fronte di fabbisogni per investimenti in capitale fisso, comunque a impieghi che hanno
un ciclo economico di rientro non breve.
I mercati cash e i mercati derivati: la distinzione si richiama alla natura degli strumenti finanziari e
allo svolgimento temporale dello scambio.
MERCATI CASH = oggetto di negoziazione sono gli strumenti base (azioni, obbligazioni, indici di
borsa, cambi) e in cui le transazioni prevedono uno scambio tra titolo e denaro con consegna e
pagamento immediato.
MERCATI DERIVATI = hanno per oggetto contratti che derivano dagli strumenti base
(presuppongono la circolazione e la negoziazione degli strumenti stessi).
L’oggetto di tali contratti può essere una delle componenti di uno strumento base, o diritto/obbligo a
vendere/acquistare a termine un determinato strumento, o la facoltà di vendere/acquistare a termine.
Rientrano nella categoria dei mercati a termine i mercati creditizi e i mercati mobiliari, si
distinguono dalla natura degli strumenti negoziati, in particolare, della presenza o meno dei requisiti
di trasferibilità/negoziabilità.
MERCATI CREDITIZI = Il rapporto tra le controparti è fortemente personalizzato trattandosi di
rapporti che vengono definiti su base bilaterale e destinati a prolungarsi su tutta la durata
contrattuale.
Anche i prezzi vengono negoziati bilateralmente (rapporto bilaterale tra le controparti con
negoziazione diretta del prezzo).
MERCATO MOBILIARE.
I mercati pubblici e i mercati privati: la classificazione si richiama al problema dell’assetto
istituzionale e proprietario del mercato.
MERCATO PRIVATO = il mercato è un’organizzazione del tipo mercato-impresa;
un’organizzazione che opera secondo una logica di stretta economicità deve ricercare un proprio
spazio di operatività in concorrenza con altri mercati e per fare questo deve offrire performance
competitive.
MERCATO PUBBLICO = nasce attraverso un processo istitutivo delle autorità pubbliche, rientra
nella proprietà pubblica, è sottoposto a organi del sistema di governo in cui è forte la presenza
pubblica.
I mercati domestici e i mercati internazionali: la distinzione fa riferimento alla dimensione
geografica del mercato:
MERCATO DOMESTICO = vi è una stretta relazione fra il mercato e il contesto del paese di
riferimento.
La relazione riguarda il sistema normativo e regolamentare, che è quello nazionale, e riguarda la
prevalenza dell’economia del paese nell’alimentare gli scambi.
MERCATO INTERNAZIONALE = assenza di relazione tra mercato e uno specifico contesto
paese…
I mercati al dettaglio e i mercati all’ingrosso: la classificazione fa riferimento al taglio delle
transazioni che avvengono sul mercato e quindi al tipo di operatori che le alimentano.
Si possono avere due soluzioni diverse:
1. un mercato nasce e si sviluppa con la finalità specifica ed esclusiva di dedicarsi ad uno dei due
segmenti (es. Mercato telematico dei titoli di Stato, MTS).
[Link]'interno del mercato unico sviluppano procedure diverse per i due segmenti (es. mercati
azionari: procedura negoziazioni al dettaglio + procedura speciale per i blocchi).
I mercati primari e i mercati secondari: la distinzione ha come riferimento l'attività del mercato
mobiliare.
MERCATO PRIMARIO = è costituito dall’insieme delle negoziazioni aventi ad oggetto titoli di
nuova emissione, vale a dire titoli che un soggetto emette al fine di finanziarsi attraverso le risorse
raccolte dalla vendita dei titoli stessi.
Le modalità di emissioni di nuovi titoli sul mercato sono:
collocamento privato, collocamento pubblico e asta;
MERCATO SECONDARIO =è l’insieme degli scambi aventi per oggetto titoli già in circolazione.
In questo mercato domanda e offerta sono espressione della volontà di negoziazione di due diverse
categorie di investitori.
le forme organizzative sono 3:
strutture impiegate per effettuare gli scambi, che comprendono:
-mercati fisici e i mercati telematici: il mercato è quella di un luogo fisico dove operatori e
intermediari si riuniscono.
Innovazioni nelle strutture informatiche e di telecomunicazione rendono possibile il funzionamento
di un sistema di scambio prescindendo dalla riunione fisica degli operatori.
Le informazioni sui titoli e gli emittenti, le quotazioni, gli ordini di acquisto e vendita, le
informazioni sui prezzi e le quantità scambiate tramite un circuito telematico.
sistemi di esecuzione degli ordini che comprendono:
-mercati “quote driven”: in cui un intermediario (dealer) espone su base continuativa o su richiesta,
quotazioni di denaro a cui è disposto ad acquistare e vendere titoli per cui “far mercato”.
Per ogni titolo esistono più dealers specializzati (market makers) che espongono continuamente
quotazioni di acquisto e vendita sui titoli quotati, a cui gli altri operatori devono fare ricorso quanto
intendono negoziare.
-mercati “order driven”: gli scambi si concludono attraverso l’interazione di ordini immessi da tutti
gli intermediari aderenti al mercato.
La liquidità può essere supportata dall’attività degli operatori che a seconda del mercato o delle
funzioni svolte possono avere diverse denominazioni, ma che non godono dei privilegi dei market
makers.
-mercati a ricerca autonoma: mercato semplice/elementare in cui venditori e acquirenti cercano una
controparte, senza ricorrere agli intermediari (non supportano costi di transazione e informazione).
Lo scambio avviene a prezzi non ottimali, poiché al processo di contrattazione bilaterale vengono
aggiunti oneri e costi per l’acquisizione delle informazioni.
Se l’accordo finisce, occorre ricominciare dall’inizio.
Il mercato è caratterizzato da bassa liquidità e bassi volumi di scambi (di attività reali e non
finanziarie).
-mercato dei broker: il broker è un mediatore puro che cerca la controparte per conto del cliente e
contratta il prezzo per conto del cliente.
L’obiettivo è quello di facilitare l’incontro tra domanda ed offerta, tra acquirente di un titolo e il
venditore.
La remunerazione coincide con le emissioni che il broker percepisce, devono esserci alti volumi
affinché ci sia convenienza.
L’investitore ha convenienza solo se il costo delle commissioni del broker è inferiore ai costi che
avrebbe sostenuto per la ricerca diretta.
-mercato dei dealer: Il dealer offre un servizio di liquidità, si pone come contropartita degli
investitori che voglio A o V un titolo, fornisce all’investitore certezza dell’esecuzione del suo
ordine.
Per svolgere le sue funzioni deve costituire un magazzino di titoli per: soddisfare le esigenze degli
investitori che vogliono A.
Per soddisfare gli investitori che vogliono V.
La remunerazione, big ask spread, è la differenza tra prezzo più alto a cui è disposto a vendere (Pv)
e prezzo più basso a cui è disposto ad acquistare (Pa).
All’aumentare del rischio di un titolo in magazzino, aumenta il big ask spread.
I mercati di dealer sono quote driven: l’esecuzione degli scambi basata sugli interventi degli
operatori in proprio;
-market makers: s e il dealer si impegna a stare sul mercato assume il ruolo di market makers e
aumenta il grado di liquidità del mercato.
L’immediatezza che il market makers offre può essere fornita a scapito della qualità dei prezzi;
il market maker, essendo un price setter può fissare i prezzi a livelli eccessivi: questo fenomeno può
essere limitato dalla concorrenza tra market makers che li porta a competere per prendere gli ordini
dei clienti;
-mercato ad asta: gli ordini di A e V confluiscono su mercato rendendo note a tutti gli operatori che
vi prendono parte le combinazioni di prezzo e quantità.
I mercati ad asta si caratterizzano per l’attitudine a concentrare, canalizzare tutti gli ordini in un
unico luogo fisico o virtuale.
Le negoziazioni ad asta possono avvenire secondo due modalità:
1. asta a chiamata = gli scambi avvengono solo durante la chiamata che viene effettuata ad
intervalli di tempo predefiniti.
La fissazione del prezzo avviene attraverso un banditore che, chiamando uno per volta secondo un
ordine stabilito i titoli da negoziare, raccoglie tutte le richieste di acquisto e vendita e fissa un unico
prezzo in grado di soddisfare domanda ed offerta.
Ma ci sono due limiti: non soddisfa gli ordini che provengono in via continuativa e si formano
negoziazioni fuori dal mercato; non rende possibile una relazione tra partecipanti all’asta e
operatori.
2. asta continua = i cui i negoziatori possono concludere transazioni durante l’intero periodo di
apertura del mercato.
Gli ordini affluiscono sul mercato durante la giornata di contrattazione, cosicché per ogni titolo si
arriva a tanti prezzi ufficiali, quante sono le operazioni concluse.
Il vantaggio è che non si formano prezzi e negoziazioni fuori dall’asta e c’è interazione tra
partecipanti al mercato e operatori.
Il limite è che non si può avere un unico prezzo, poiché si formano in via continuativa.
I mercati ad asta sono order driven, poiché guidati dagli ordini che confluiscono sul mercato.
Il problema è rappresentato dalla liquidità sul mercato:
- non c’è certezza che quantità offerta e domandata all’asta ed i prezzi si combinino reciprocamente
dando luogo allo scambio dei titoli;
- gli investitori finali, attraverso l’invio al mercato di ordini, forniscono la liquidità.
regole di negoziazione degli scambi (con riferimento alle venue di negoziazione dopo il MIFID
(II)):
Mercato regolamentato (MR): è un sistema multilaterale, amministrato e gestito da un gestore del
mercato che consente, al suo interno e in base a regole non discrezionali, l’incontro di interessi
multipli di acquisto e di vendita di terzi relativi a strumenti finanziari ammessi alla negoziazione, in
modo da dare luogo a contratti conformi al MIFID (II);
Sistemi multilaterali di negoziazione (SMN/MTF): è un sistema multilaterale gestito da
un’impresa di investimento o da un gestore del mercato che consente, al suo interno e in base a
regole non discrezionali, l’incontro di interessi multipli di acquisto e vendita di terzi relativi a
strumenti finanziari ammessi alla negoziazione, in modo da produrre contratti conformi al MIFID
(II);
Sistema organizzato di negoziazione (SON/OTF): è un sistema multilaterale che consente
l’incontro di acquisto o di vendita di terzi relativi ad obbligazioni, strumenti finanziari strutturati,
quote di emissioni e strumenti derivati, in modo da produrre contratti conformi al MIFID (II).
L’esecuzione degli ordini è realizzata su base discrezionale fatto salvo l’obbligo best execution;
internalizzatore sistematico: è l’impresa di investimento che in modo sistematico, organizzato e
frequente negozia per conto proprio eseguendo gli ordini del cliente al di fuori di un mercato
regolamentato o di un sistema multilaterale di negoziazione;
Mercati non regolamentati o over the counter (OTC): al contrario di quelli regolamentati, qui
non esistono regole fissate da autorità, ma le regole derivano dalla concorrenza tra operatori.
Si caratterizzano per un maggior grado di personalizzazione e di flessibilità nelle modalità di
conclusione delle negoziazioni.
Il mercato mobiliare è il luogo fisico o virtuale che consente l’insieme degli scambi di strumenti
finanziari, prima della loro scadenza naturale, che incorporano diritti economici e amministrativi.
Funzioni base dei mercati finanziari:
− mezzo di trasferimento delle risorse all'interno dell'economia tra unità in surplus e unità in deficit;
− mezzo per la redistribuzione dei rischi delle attività economiche e finanziarie.
Il mercato mobiliare stimola l’efficienza in termini di:
Efficienza allocativo-funzionale: trasferisce le risorse finanziarie da S a D;
Efficienza informativa: i prezzi riflettono tutte le informazioni disponibili: sono rilevanti intensità
e velocità con cui il mercato reagisce alle nuove informazioni, incorporandole nei prezzi.
Ci sono tre diversi livelli:
Debole: le attese di rendimento degli investitori e i prezzi incorporano tutte le informazioni
storiche;
Semi-forte: i rendimenti-prezzi riflettano l’informativa pubblica, per cui non è possibile conseguire
profitti basati su aspettative di variazione di prezzi;
Forte: porta a negare la possibilità di anticipare e negoziare valori mobiliari a condizioni
vantaggiose sul piano economico.
efficienza tecnico-operativa: l'allocazione delle informazioni avviene con il minore costo di
trasferimento.
Il mercato mobiliare stimola l’efficienza in termini di:
Spessore (prezzo): esistenza di ordini di acquisto e vendita a prezzi nell’intorno a quello corrente;
Ampiezza (volumi): consistenza del volume di ordini da eseguire per ogni possibile livello di
prezzo;
Elasticità (tempo): tempestività di reazione ai segnali impliciti di variazione dei prezzi.
(L’EFFICIENZA SI RIFERISCE ANCHE AI MERCATI FINANZIARI IN GENERALE)
La struttura di un mercato mobiliare si articola su tre componenti principali: i soggetti, gli strumenti
e le procedure.
I soggetti possono essere:
- interni al mercato: gli intermediari, i gestori dei circuiti di negoziazione, le autorità di controllo;
- esterni al mercato: emittenti ed investitori.
Vengono evidenziate delle fasi di funzionamento:
fasi e periodi di mercato: l a seduta di negoziazione è rappresentata dal succedersi di fasi tecniche e
operative.
Ogni fase si articola in una sequenza standard di periodi, a cui sono assegnati un orario di inizio e
un insieme di regole di funzionamento o di periodo;
fasi di asta: l e modalità tecniche dell’asta consentono di orientare tutto il flusso informativo che si
creato durante l’orario di chiusura del mercato sul book di negoziazione in una fase in cui non ci
sono scambi e di avere un prezzo iniziale che dipende dalla convergenza dei più ordini messi sul
book, che trovano esecuzione ad un unico prezzo.
fase di negoziazione continua (prevede tre fasi):
[Link] di apertura.
[Link] continua.
[Link] di chiusura.
Nella 2 gli operatori possono: immettere, modificare e cancellare ordini;
applicare ordini immessi da altri operatori; utilizzare le funzioni informative.
In questa fase ogni ordine immesso è confrontato con ordini già presenti sul book di negoziazione in
modo da verificare se ci sono le condizioni per l’esecuzione.
Con riferimento al prezzo, in questa fase di negoziazione, può esserci:
prezzo di apertura: è quello che consente la negoziazione della maggior parte dei titoli e il più
vicino al prezzo di riferimento dell’ultima seduta;
MIV – Mercato degli Investments Vehicles: Esso è il mercato creato con l’obiettivo di offrire
capitali, liquidità e visibilità ai veicoli di investimenti con una chiara visione strategica.
Esso è dedicato ai FIA (Fondi Alternativi di Investimento) chiusi, sia esteri che nazionali, aperti al
pubblico Retail, oppure agli investitori professionali.
L’IDEM è invece il mercato dei derivati di Borsa Italiana, uno dei più importanti a livello europeo
per volumi di scambio. Al suo interno è possibile fare una triplice segmentazione:
IDEM Equity: in questo segmento sono listati Futures ed Opzioni su singole azioni italiane e su
indici, tra i quali ad esempio il FTSE MIB, nonché contratti Futures su azioni europee
IDEX – (Italian Derivatives Energy Exchange): è il segmento dedicato agli scambi di derivati su
commodities, che ad oggi sono rappresentati dai Futures sull’energia elettrica italiana
AGREX – (Agricultural Derivatives Exchange): nato nel 2013, tale ramo dell’IDEM, permette di
scambiare derivati su prodotti agricoli, principalmente rappresentati dal grano.
Gli MTF di Borsa Italiana
AIM Italia – Mercato alternativo del capitale: è l’MTF (Multilateral Trading Facility) dedicato alle
PMI (Piccole e Medie Imprese) italiane le quali, tramite un canale privilegiato, vogliano investire
sulla loro crescita.
Esso è operativo dal 1° marzo 2012 e deriva dall’unione di AIM e MAC, i precedenti due mercati
dedicati alle PMI.
ExtraMot: è il sistema multilaterale di negoziazione (MTF) nato per ampliare la gamma di strumenti
finanziari su cui poter investire.
Ad esempio, vengono ammessi alle negoziazioni su iniziativa di Borsa Italiana, o su richiesta degli
operatori, altri titoli di debito già ammessi alle negoziazioni in un mercato regolamentato
dell’Unione Europea, obbligazioni bancarie non quotate e via dicendo.
SeDex: Nato nel 2004, è utilizzato per lo scambio di Certificates e Covered Warrant (Derivative
Securities), andando così a sostituire il MCW (Mercato telematico dei Covered Warrant)
Nella sezione precedente si è visto come i mercati ed i singoli segmenti siano suddivisi in base alla
tipologia di strumento finanziario negoziato.
Nell’ordinamento italiano non è rintracciabile una definizione puntuale di strumento finanziario ma
piuttosto quella di valore mobiliare in contrapposizione alla generica categoria dei prodotti
finanziari, i quali si distinguono per il loro rendimento, per il contenuto del diritto, per la scadenza e
per la loro utilizzabilità come mezzi di pagamento mentre i valori mobiliari si caratterizzano per la
loro negoziabilità.
L’art. 1 del Testo Unico della Finanza (TUF) definisce il “prodotto finanziario” e lo “strumento
finanziario”.
Procedendo con ordine rispetto alla configurazione dei mercati si trovano:
-Azioni: L’azione è un titolo rappresentativo di una quota della proprietà di una società.
Il possesso di (almeno) un’azione è la condizione necessaria per essere soci di una società per azioni
o in accomandita per azioni.
In generale gli azionisti sono i proprietari di un’impresa:
-hanno diritto a ricevere i profitti realizzati dopo il pagamento degli interessi agli obbligazionisti e
delle tasse;
-hanno diritto di voto;
-eleggono il Consiglio di Amministrazione (CdA) che sovrintende alla gestione della società.
In generale ad ogni azione spetta un voto, tuttavia, sebbene esista il divieto di emettere azioni a voto
plurimo, e quindi di assegnare più di un voto a ogni azione, esiste la possibilità di emettere
categorie speciali di azioni con differenti contenuti in termini di diritti amministrativi e patrimoniali.
Per esempio, la Riforma del Diritto Societario italiano del 2003, stabilisce che tutte le società
possono emettere azioni che prevedano l’esclusione del diritto di voto o una sua limitazione, mentre
in passato questa opzione era consentita alle sole società quotate, attraverso l’emissione di azioni di
risparmio.
Le Principali Categorie di azioni sono:
AZIONI ORDINARIE: Rappresentano la categoria più importante nella vita aziendale, in quanto
capaci di modificare l’assetto proprietario dell’impresa.
Assegnano all’intestatario un insieme di diritti di carattere patrimoniale (dividendi, liquidazione in
caso di scioglimento, opzione in caso di aumento di capitale) e amministrativo (voto, denuncia al
collegio sindacale e in tribunale, richiedere convocazione dell’assemblea).
AZIONI PRIVILEGIATE: Godono di un diritto di priorità nella ripartizione degli utili e nel
rimborso del capitale, in caso di scioglimento della società.
Comportano, tuttavia, una limitazione del diritto di voto alle sole assemblee straordinarie.
AZIONI di RISPARMIO: L’obiettivo perseguito dalle società che emettono azioni di risparmio è
quello di raccogliere risorse finanziarie da quei soggetti che non hanno alcun interesse alla
partecipazione attiva nella gestione della società, ma sono esclusivamente interessati al rendimento
offerto: Possiedono privilegi di tipo patrimoniale;
Sono prive dei diritti di voto.
AZIONI POSTERGATE: Le azioni postergate sono una particolare categoria di titoli azionari che
prevede delle limitazioni sia nei diritti patrimoniali, sia per ciò che concerne i diritti amministrativi.
Le azioni postergate non garantiscono in genere il diritto di voto, oppure prevedono limitazioni
particolari nell’esercizio dello stesso (salvo differenti indicazioni contenute nello statuto della
società).
Le azioni postergate non sono ammesse alle contrattazioni di Borsa.
Ai fini dell’ammissione alla quotazione le azioni rappresentative del capitale di emittenti che abbiano
pubblicato e depositato, i bilanci degli ultimi tre esercizi annuali, di cui almeno l’ultimo corredato di
un giudizio positivo della società di revisione.
L’emittente deve esercitare, direttamente o attraverso le proprie controllate e in condizioni di
autonomia gestionale, un'attività in grado di generare ricavi.
Inoltre, per poter accedere alla quotazione, le azioni devono possedere i seguenti requisiti:
-Capitalizzazione di mercato pari almeno a 20 milioni di euro.
-Sufficiente diffusione, che si suppone realizzata quando le azioni siano ripartite tra il pubblico per
almeno il 25% del capitale rappresentato dalla categoria di appartenenza.
-Obbligazioni e Titoli di Stato
L’obbligazione è un titolo di credito rappresentativo di una parte di debito acceso da una società o da
un ente pubblico per finanziarsi.
Tale strumento finanziario garantisce all'acquirente il rimborso del capitale più una remunerazione
sotto forma di tasso di interesse.
Le principali tipologie di obbligazioni sono le seguenti:
Obbligazioni semplici (a tasso fisso, a tasso variabile, zero coupon)
Obbligazioni convertibili
Obbligazioni strutturate
Obbligazioni ibride
Titoli di Stato (BOT, BTP, CTZ, CCT, CCTeu, BTP€i, BTP Italia)
Asset Backed Securities (ABS)
BOT - Buoni Ordinari del Tesoro
I BOT, Buoni Ordinari del Tesoro, sono titoli di credito emessi dal Tesoro al fine di finanziare il
debito pubblico nel breve termine.
Tali strumenti presentano quindi una vita di 3, 6 o 12 mesi.
Alla scadenza l’investitore riceverà una somma di denaro pari al valore nominale dei titoli posseduti.
I BOT rientrano nella tipologia di titoli “zero coupon” (senza cedola).
La remunerazione dell’investimento è data dalla differenza tra il valore nominale del titolo (il prezzo
di rimborso) ed il prezzo di acquisto: la somma che l’investitore paga in sede di sottoscrizione (o di
successivo acquisto sul mercato secondario) è, infatti, inferiore a quanto incasserà a scadenza.
CTZ - Certificati del Tesoro Zero Coupon
Con l’introduzione dei CTZ (Certificati del Tesoro Zero Coupon), nel 1995, il Tesoro ha uno
strumento zero-coupon di medio termine.
Si tratta, infatti, di un titolo, della durata di 24 mesi, che non prevede il pagamento di cedole
periodiche a favore dei sottoscrittori ed il cui rendimento viene determinato sulla base della differenza
tra valore nominale e prezzo di emissione (sotto la pari).
Dal rendimento lordo così determinato deve essere sottratta la ritenuta fiscale, attualmente pari al
12.5%.
CCT - Certificati di Credito del Tesoro
Una ulteriore tipologia di titoli emessi dallo Stato è rappresentata dai Certificati di Credito del Tesoro
(CCT).
Si tratta di titoli a tasso variabile della durata di sette anni.
Sono caratterizzati dal pagamento di cedole semestrali indicizzate al rendimento dei BOT a sei mesi,
maggiorato di uno spread.
BTP - Buoni del Tesoro Poliennali
I Buoni del Tesoro Poliennali (BTP) sono titoli di credito a medio-lungo termine emessi dal Tesoro
con scadenza pari a 3, 5, 7,10, 15 e 30 anni.
L’investitore riceve, durante la vita dell’obbligazione, un flusso cedolare periodico oltre al rimborso
a scadenza del valore nominale dei titoli posseduti.
Le cedole sono determinate applicando al valore nominale del titolo un tasso di interesse fisso,
predeterminato al momento dell’emissione del prestito.
Gli strumenti finanziari derivati
Il valore di tali strumenti finanziari deriva dall’andamento del valore di una attività ovvero dal
verificarsi nel futuro di un evento osservabile oggettivamente.
L’attività, ovvero l’evento, di qualsiasi natura o genere, costituiscono il “sottostante” del prodotto
derivato.
La relazione che lega il valore del derivato al sottostante costituisce il risultato finanziario dello
strumento, anche detto “pay-off”.
Le principali categorie di strumenti finanziari derivati sono le seguenti:
-Forward Rate Agreement
-Futures
-Swap
-Opzioni
- I Securitised Derivatives
• Covered Warrants: sono strumenti finanziari che attribuiscono il diritto di acquistare (call covered
warrants) e/o vendere (put covered warrants), alla scadenza o entro la data di scadenza, un’attività
sottostante a un prezzo prestabilito (strike price), oppure, nel caso in cui sia prevista la liquidazione
monetaria, di incassare una somma di denaro calcolata come differenza tra il prezzo di liquidazione
dell’attività sottostante e il prezzo di esercizio (nel caso dei call covered warrants), ovvero come
differenza tra il prezzo di esercizio e il prezzo di liquidazione dell’attività sottostante (nel caso dei
put covered warrants).
• Certificates: sono strumenti finanziari derivati cartolarizzati che replicano l’andamento dell’attività
sottostante. Si distinguono in: certificates con leva che consentono di partecipare alle performance di
un determinato sottostante facendo uso del ricorso all’indebitamento verso l’emittente; certificates
senza leva che semplicemente replicano l’andamento dell’attività sottostante oppure consentono,
tramite opzioni accessorie, di realizzare strategie più complesse in presenza di aspettative di mercato
particolari.
ETF rappresenta l’acronimo di Exchange Traded Fund, termine con il quale si identifica una
particolare tipologia di fondo d’investimento o Sicav con due caratteristiche principali:
-è negoziato in Borsa come un’azione;
-ha come unico obiettivo d’investimento quello di replicare l’indice al quale si riferisce (benchmark)
attraverso una gestione totalmente passiva.
Gli ETF strutturati sono anch’essi degli OICR (fondi di investimento o SICAV) aperti, ma sono gestiti
attraverso tecniche volte a perseguire rendimenti che non sono solo in funzione del mercato a cui
fanno riferimento, ma che possono essere volte:
alla protezione del valore del portafoglio pur partecipando agli eventuali rialzi dell’indice di
riferimento (ETF protective put);
a partecipare in maniera più che proporzionale all’andamento di un indice (ETF a leva);
-a partecipare inversamente ai movimenti del mercato di riferimento (ETF short con o senza leva);
-alla realizzazione di strategie d’investimento più complesse
Gli ETC (Exchange Traded Commodities) sono strumenti finanziari cartolarizzati, ovvero titoli senza
scadenza emessi da una società veicolo, a fronte dell’investimento diretto o in contratti derivati su
materie prime.
Una particolare categoria è rappresentata dagli ETN (Exchange Traded Notes), in cui oggetto
dell’investimento diretto o in contratti derivati è rappresentato da indici azionari, obbligazionari e di
valute.
VI. Il Mercato e le Emissioni: l’Asta Marginale
È il sistema di collocamento dei Titoli di Stato diversi dai BOT che vengono collocati tramite asta
competitiva.
L’asta marginale prevede che i richiedenti rimangano aggiudicatari tutti allo stesso prezzo, detto
prezzo marginale.
Ogni operatore può presentare al massimo tre richieste differenziate nel prezzo di almeno un
centesimo di punto.
La richiesta minima è di 500.000 euro, mentre l’importo massimo richiedibile è pari al quantitativo
offerto dal Tesoro in asta.
Il prezzo marginale viene determinato soddisfacendo le offerte partendo dal prezzo più alto fino a
quando la quantità domandata non è pari a quella offerta.
Il prezzo dell’ultima domanda che rimane aggiudicataria determina il prezzo marginale.
IL MERCATO MONETARIO
È l’insieme delle transazioni di attività e passività finanziarie che agevolano l’aggiustamento delle
posizioni di liquidità dei diversi operatori.
Gli operatori sono:
Tesoro dello Stato: lo stato è importante dal lato della domanda dei fondi;
Banca Centrale: effettua interventi di politica monetaria per immettere o prelevare liquidità dal
mercato delle riserve;
Banche e altri intermediari: le banche sono molto importanti nel mercato monetario attraverso
l’attività di mercato interbancario che è funzionale alla redistribuzione delle riserve di liquidità
all’interno del sistema bancario;
Imprese: l a gestione della tesoreria porta ad un aggiustamento dei surplus/deficit di liquidità che si
svolgono nel mercato monetario;
Investitori privati: componente importante dell’offerta di fondi sul mercato, soprattutto nella veste di
investitori di titoli di Stato a breve.
L’oggetto delle transazioni nel mercato dei cambi è rappresentato da disponibilità in valuta estera; sul
mercato dei cambi vengono definiti i prezzi della moneta nazionale in termini di monete estere. Il
trasferimento fisico della valuta è episodico: la norma è quella di trasferimenti contabili; le transazioni
avvengono via circuito telefonico o informatico.
Per la natura delle operazioni svolte è un mercato prevalentemente all’ingrosso.
Le operazioni svolte sono riconducibili ai contratti a pronti (liquidati entro 2 giorni) e a termine
(liquidati entro 12 mesi) e ai contratti derivati del tipo swap, future e option.
Le funzioni del mercato dei cambi:
Pagamenti correnti: rende possibile il reperimento delle valute necessarie per regolare gli scambi
commerciali tra operatori di paesi diversi e rappresenta un fattore di facilitazione dei flussi di import
ed export tra paesi;
Flussi finanziari internazionali: rende possibili investimenti in capitali nei mercati azionari e
obbligazionari esteri in qualunque altro strumento finanziario;
Speculazione: I movimenti delle valute creano la possibilità di generare profitti o perditi in base alle
previsioni sul loro andamento lasciando spazio ad azioni speculative.
Compratori ritengono un cambio sottovalutato, venditori ritengono un cambio sopravvalutato.
Gli operatori finali e gli intermediari:
Utilizzatori finali: operatori che utilizzano la valuta estere per concludere iniziative economiche o
finanziarie: es. importatori ed esportatori.;
Speculatori: operano per trarre profitto prevedendo l’andamento futuro dei cambi;
Arbitraggisti: si inseriscono nelle imperfezioni del mercato per ottenere profitti contenuti, ma certi
(es. diversa quotazione dello stesso tasso di cambio su piazze diverse);
Dealer e market maker: il contratto tra i diversi operatori richiede l’intervento di intermediari che, in
qualità di dealer e market maker agevolano l’incontro tra domanda ed offerta (definizione del prezzo
double way);
Banche Centrali: gestione delle riserve valutarie ed azioni di politica economica e di tutela della
moneta nazionale.
La conclusione del contratto avvenga nella forma verbale e venga solo successivamente trasferita
nella forma scritta:
− Mercato dei cambi assume natura globale
− Le negoziazioni hanno continuità nel tempo
Modelli strutturali del mercato dei cambi:
[Link] delle transazioni tra banche e operatori non bancari. Alle transazioni sono applicati tassi di
cambio rilevati sui mercati di borsa;
[Link] tra banche e istituzioni finanziarie in genere.
Questi rapporti portano a trasferimenti di valuta secondo logica del mercato di dealer.
Queste transazioni all'ingrosso vengono concluse con il sistema di definizione del prezzo double way:
per ogni tipologia di operazione, l'intermediario comunica due tassi di cambio per ogni valuta, al
primo prezzo l'intermediario è disposto ad acquistare valuta e al secondo prezzo l'intermediario è
disposto a venderla L'operatore deve decidere se concludere l'operazione, rispettando i prezzi
comunicati.
Il mercato dei cambi è l’insieme delle operazioni finalizzate a convertire la moneta di un paese in
quella di un altro paese.
differenziazioni:
1)Mercato monetario = l’oggetto delle transazioni è rappresentato da titoli a breve termine, può
essere un mercato a rilevanza solo domestica;
Mercato dei cambi = la disponibilità in valuta contro un’altra valuta, è per definizione un mercato a
carattere internazionale.
Le affinità sono invece:
1) su entrambi i mercati un ruolo centrale è ricoperto dalle banche; sul mercato monetario questi
ricoprono ruoli diversi.
Sul mercato dei cambi le banche possono agire come operatori in proprio o come intermediari per
conto della clientela;
2) entrambi i mercati sono oggetto dell’intervento della Banca centrale;
3) il collegamento logico e operativo tra valore del cambio a pronti e valore del cambio a termine
passa attraverso il livello differenziale dei tassi di interesse a breve prevalenti nei paesi di origine
delle valute scambiate.
Il mercato dei capitali è costituito dalla negoziazione degli strumenti finanziari con scadenza
superiore ai 12 mesi.
Si suddivide in due grandi settori: quello dei titoli azionari e quello dei titoli di debito, cioè
obbligazione emesse sia da autorità pubbliche, sia da soggetti privati come imprese e istituzioni
finanziarie.
Gli strumenti del mercato dei capitali rappresentano la fonte prioritaria per il funzionamento degli
investimenti in capitale fisso, cioè a ciclo di utilizzo pluriennale.
La combinazione è motivata con riferimento a:
Il prenditore di fondi ricerca risorse compatibili con il suo equilibrio finanziario;
Dal punto di vista del rischio di interesse, se il finanziamento fosse a 12 mesi e ammettendo di
poterlo rinnovare, resterebbe aperta la possibilità che i tassi di interesse siano in aumento.
Analogamente a quanto visto con riferimento al tempo 0, il prezzo dell’azione al tempo 1 sarà
espresso dalla somma del valore attuale dei frutti generati dal titolo nel periodo successivo.
𝑃0= 𝑃1+ 𝐷𝐼𝑉1= 1 [𝐷𝐼𝑉1+ 𝑃2+𝐷𝐼𝑉2] = 𝐷𝐼𝑉1 + 𝑃2+ 𝐷𝐼𝑉2 𝑃0= 𝐷𝐼𝑉1+ 𝐷𝐼𝑉2 +...+ 𝑃𝐾+ 𝐷𝐼𝑉𝐾
Procedendo nello stesso modo anche per i periodi successivi, fino al periodo k, sarà possibile
pervenire alla formulazione definitiva del prezzo.
In questo caso il TRAZ 2 sarà quel tasso che renderà possibile l’uguaglianza in un contesto multi
periodale.
⇒𝑃0 =∑= 𝐷𝐼𝑉𝑇 + 𝑃𝐾
MERCATO OBBLIGAZIONARIO
L’insieme delle transazioni su titoli di debito aventi scadenza nominale superiore ai 12 mesi.
Nel mercato obbligazionario italiano, la gran parte delle negoziazioni riguarda titoli con scadenze
comprese tra i 3 e 10 anni e con una prevalenza di emissioni del Tesoro dello Stato da un lato e delle
banche dall’altro.
-Mercato primario: Riguarda il collocamento iniziale delle obbligazioni che può avvenire attraverso
diverse modalità.
Private placement: i termini dell’operazione (quantità, durata…) sono concordate tra emittente e gli
investitori, in una trattativa privata guidata da un intermediario definito arra;
Collocamento a condizioni prestabilite: modalità tipica degli emittenti privati che definiscono le
condizioni dell’emissione;
Collocamento a rubinetto: si fissano le condizioni dell’offerta, in particolare il prezzo, ma non la
quantità;
Asta marginale: modalità di collocamento che prevede un’offerta di titoli a condizioni prestabilite e
l’apertura di una procedura di richieste di sottoscrizione da parte di intermediari che possono accedere
all’asta.
Queste richieste devono indicare quantità e prezzo e sono in competizione tra di loro e l’emittente le
soddisfa partendo da quella con prezzo più alto;
Asta competitiva: simile all’asta marginale, ma una volta definite le richieste assegnatarie di titoli,
ognuna di queste viene soddisfa al prezzo proposto.
Consorzio di collocamento: L’emittente affida al consorzio di banche il compito di organizzare
l’operazione, di curare la distribuzione dei titoli presso gli investitori e di assumere i rischi
dell’operazione.
Tipologie di consorzi:
Di semplice collocamento: le banche si impegnano a vendere presso gli investitori i titoli dell’offerta,
sulla base di ripartizione prestabilita;
Di garanzia: le banche svolgono la funzione di underwriting e si impegnano a sottoscrivere i titoli
che dovessero rimanere invenduti;
Di assunzione a fermo: le banche acquistano i titoli dall’emittente e li ricollocano presso investitori.
Il loro prezzo dipende dal valore dello strumento sottostante e dalle aspettative rispetto ad altre
variabili finanziarie e non finanziarie.
Gli strumenti derivati vengono scambiati sia in mercati regolamentati, che in mercati fuori borsa che
si caratterizzano per:
− Assenza di un luogo fisico;
− Assenza di prezzi ufficiali;
− Contrattazione non standardizzata;
− Mancanza di un organo di controllo centrale di compensazione.
I mercati organizzati di borsa presentano caratteristiche comuni:
− elevato grado di standardizzazione dei contratti;
− determinazione di precise regole di condotta;
− quotazione ufficiale dei prezzi (maggior grado di trasparenza del mercato);
− costituzione di un organismo centrale che garantisca il clearing centralizzato delle diverse
operazioni e annulli il rischio di insolvenza delle controparti.
La presenza di un’autorità di controllo centrale che opera in stanza di compensazione (clearing house)
sui mercati regolamentati consente:
il buon fine di tutti i contratti stipulati sul mercato; in caso contrario il rischio di insolvenza rimane a
carico della controparte;
Di ridurre la complessità dei rapporti negoziali che si formano sul mercato, riducendo gli oneri
amministrativi.
Il mercato dei future: Il contraente si obbliga ad acquistare (posizione lunga) o a vendere (posizione
corta) a un termine futuro prestabilito (data di regolamento) a un prezzo predeterminato (prezzo
future) un’attività finanziaria.
Nascono come evoluzione dei mercati a termine per le commodieties e si sviluppano prima con
riferimento alle valute.
Non sono mercati cash poiché l’assunzione di impegno è ad eseguire una transazione ad una data
futura.
I financial future si distinguono per la standardizzazione dei loro principali elementi contrattuali:
1) Esplicitazione delle caratteristiche delle attività finanziarie sottostanti allo strumento
2) l’importo fisso di ogni contratto;
3) date di scadenza dei contratti fissate per ogni trimestre;
4) le modalità di regolamento dei contratti; generalmente di tipo differenziale;
5) Modalità di negoziazione: scambiati su borse organizzate con sistema alle grida o con incrocio
automatizzato degli ordini
6) Presenza di una clearing house;
7) i costi di entrata e i margini di mantenimento delle posizioni. Presenza di un margine iniziale
(versamento iniziale che l’operatore deve fare in funzione del tipo di contratto e del valore
nominale) e di un margine di variazione (risultato del continuo adeguamento del deposito iniziale).
Tra i diversi elementi che rendono peculiari i mercati future assume una particolare rilevanza
l’istituto della clearing house, che garantisce il buon fine di tutti i contratti future stipulati sul
mercato e riduce la complessità dei rapporti negoziati che, giorno per giorno si sovrappongono.
Il mercato delle opzioni: Nel caso delle opzioni, gli elementi che caratterizzano il contratto sono i
seguenti: l’attività finanziaria sottostante, ovvero il titolo, il tasso di interesse, la valuta, la merce,
l’indice di borsa, che può essere acquistato (call) o venduto (put);
il prezzo di esercizio dell’opzione, la data di scadenza dell’opzione, ovvero l’ultimo giorno utile per
l’esercizio del diritto incorporato nell’opzione stessa e il prezzo dell’opzione.
La creazione di queste borse ufficiali ha portato inevitabilmente a una riduzione ulteriore del
volume delle contrattazioni effettuate sul mercato over-the-counter.
Il mercato degli swap sui tassi di interesse e sulle valute: Un contratto swap sui tassi di interesse è
basato sull’impegno delle due controparti al pagamento reciproco degli interessi su un capitale
nazionale, pagamento che era determinato, nel caso più semplice, per una parte sulla base di un
tasso fisso, per l’altra sulla base di un tasso variabile.
I contratti di swap non sono un atto di negoziazione su mercati organizzati.
Le origini dello swap vanno ricercate nel mercato monetario internazionale, quale alternativa più
efficace al già consolidato contratto di riporto in cambi.
Questi contratti si sono via via modificati, arrivando oggi ad abbracciare l’intero ambito della
gestione del rischio di interesse e di cambio non solo per le società industriali ma anche per le
diverse tipologie di intermediari finanziari.
La base del successo degli swap va sicuramente individuata nella flessibilità e nella duttilità dello
strumento.
Ciò ha consentito di superare la rigidità e la non economicità dei prodotti alternativi presenti sul
mercato.
Nella negoziazione è sempre risultato essenziale il ruolo svolto dagli intermediari, che svolgono le
seguenti funzioni:
Ricerca della controparte: i l broker percepisce un compenso pari a una commissione in
percentuale dell’importo facciale dei capitali sottostanti;
il lucro del dealer deriva dallo spread tra flussi incassati e pagamenti effettuati, a cui si può
aggiungere una commissione;
Gestione del mismatch: nel caso in cui le esigenze delle controparti, non sono contrapposte,
l’intermediario deve guidare il processo di contrattazione finalizzato a riconciliare le diverse
richieste;
Offerta della garanzia del buon fine dell’operazione: vale per il rischio di credito, nel caso in cui
una delle controparti non possa adempiere alle obbligazioni assunte;
Amministrazione del contratto: l’intermediario gestisce tutte le procedure contabili e amministrative
richieste dall’accordo contrattuale.
Gli intermediari:
-si limitano ad un servizio di ricerca e collegamento tra possibili utilizzatori finali di swap;
-intervengono sul mercato proponendosi come controparti dirette;
-danno vita ad un’attività di utilizzo degli swap a fini speculativi realizzando portafogli di swap.
Ampliamento delle scelte di investimento: option e future possono arricchire la gamma delle
alternative a disposizione degli operatori, accrescendo lo spessore del mercato e allargando le
combinazioni di rischio/rendimento del sistema;
migliore gestione dei rischi: gli elementi innovativi di option e dei future hanno portato ad una
rivoluzione nella funzione di tesoreria, consentendo ad alcuni operatori di coprirsi dai rischi finanziari
e ad altri di trarne vantaggio;
Completamento dei portafogli finanziari: stock index option e stock index future possono offrire
opportunità innovative nella gestione del rischio sistematico.
L’elemento più importante nello sviluppo dei mercati consiste nell’opportunità di ampliare il set di
combinazioni rischio/mercato offerte dagli operatori.
Ciò offre agli operatori probabilità di ottenere il mix desiderato di attività finanziarie e facilita il
trasferimento dei titoli più rischiosi dagli operatori avversi al rischio ad altri operatori propensi ad
affrontarlo.
CAPITOLO VI
I PROCESSI DI INTERMEDIAZIONE FINANZIARIA
Scambio diretto e autonomo: i datori ed i prenditori di risorsi finanziarie scambiano senza fare ricorso
ad alcun intermediario, se non per ragioni tecniche;
Scambio diretto e assistito: i datori ed i prenditori di fondi sono controparti dirette, ma sono assistiti
da un intermediario senza la cui presenza lo scambio non avrebbe luogo (intermediario ricerca e
seleziona controparte per uno degli scambisti);
Intermediazione mobiliare (in genere strumenti di mercato mobiliare) Scambio indiretto o
intermediato: il trasferimento delle risorse si realizza mediante un circuito che vede.
il coinvolgimento di uno o più intermediari finanziari.
Intermediario è debitore nei confronti del datore.
primario e creditore verso il prenditore finale di risorse.
L’intermediario interpone il proprio stato patrimoniale tra i due soggetti.
Intermediazione creditizia (l’intermediario assume il ruolo di debitore/creditore).
Lo scambio finanziario ha la funzione di trasferire risorse finanziarie tra le parti interessate. L’oggetto
dello scambio sono le risorse finanziarie e il suo strumento è il contratto.
− Lo scambio finanziario è costituito da prestazioni monetarie di segno opposto e distanziate nel
tempo: Il datore di risorse finanziarie effettua una prestazione attuale (trasferimento a titolo oneroso
di risorse finanziarie) in contropartita di una prestazione futura del prenditore (restituzione capitale
ricevuto e pagamento remunerazione pattuita);
− L’estensione temporale implica che le due prestazioni abbiano un diverso grado di incertezza:
Prestazione del datore, una volta effettuata, è certa, mentre quella del prenditore è incerta.
L’incertezza della prestazione differita è sia esterna (debitore) che interna al contratto (clausole
variabili/discrezionali);
− Il livello di incertezza dipende dalla qualità e quantità delle informazioni e dalle capacità
previsionali che il datore di fondi riesce ad ottenere sul profilo di rischio della controparte.
L’osservazione dei circuiti di scambio nei mercati finanziari rivela l’esistenza di fattori che limitano
o impediscono lo scambio diretto di risorse finanziarie tra datori e prenditori.
I seguenti fattori di incompletezza e imperfezione del mercato spiegano evoluzione dei mercati
mobiliari ed esistenza/funzionamento degli intermediari finanziari.
Presenza di asimmetrie informative: gli scambisti dispongono di informazioni limitate o incomplete.
Si ha un’asimmetria informativa soprattutto a sfavore del datore di fondi che subisce il rischio di
comportamento opportunistico della controparte; condizioni presenti sia ex-ante (prima della
decisione di scambio) che ex-post (durante decisioni che possono modificare il rapporto con la
controparte) che possono compromettere la realizzazione dello scambio.
Divergenza nelle preferenze: diversa propensione al rischio ed alla liquidità.
Lo scambio può realizzarsi solo se le preferenze sono convergenti.
Datori di fondi hanno minore propensione al rischio e maggiore propensione alla liquidità dei
prenditori:
offerta di fondi per tipi di investimenti a basso rischio e scadenza breve eccede la domanda; domanda
di fondi per progetti imprenditoriali ad alto rischio e a scadenza protratta eccede l'offerta.
Ne deriva che alcuni datori e prenditori di fondi non trovano una contropartita di scambio. Razionalità
limitata: il comportamento degli operatori può non essere razionale, poiché condizionato
dall’incompletezza dei modelli decisionali utilizzati.
Il processo decisionale non ha fondamento esclusivamente e totalmente razionale (dipende da
intelligenza, professionalità, informazioni, conoscenze, organizzazione, culture, ecc.).
Tutto ciò condiziona l’efficienza delle scelte di scambio e del funzionamento del mercato;
Costi di transazione: l’insieme di oneri che il soggetto sostiene per effettuare e gestire lo scambio.
I costi sostenuti principalmente dal datore di fondi:
- costi di ricerca opportunità di scambio;
- costi di ricerca/acquisto informazioni;
- costi di valutazione controparti potenziali;
- costi di selezione delle opportunità valutate;
- costi di esecuzione dello scambio;
- costi di valutazione dei rischi derivanti da possibili cambiamenti di mercato;
- costi di gestione dello scambio nel periodo compreso tra stipulazione e scadenza.
Tali costi possono determinare la non convenienza degli scambi.
CONCORRENZA O COMPLEMENTARITÀ?
L’analisi dei sistemi finanziari rivela che esiste un diverso grado di:
Sistemi orientati ai mercati, ruolo preponderante svolto dai circuiti diretti, autonomi o assistiti;
modello anglosassone.
Sistemi orientati agli intermediari, ruolo preponderante svolto dai circuiti indiretti; modello
dell’Europa continentale.
Possiamo dire che in conseguenza al perfezionamento dei mercati mobiliari, le funzioni degli
intermediari evolvono:
Da un lato, è corretto sostenere che fra mercati e intermediari esiste un rapporto di concorrenza;
Dall’altro, fra il funzionamento dei mercati mobiliari e attività degli intermediari si sviluppano
relazioni di complementarità sempre più intense.
Concorrenza: relazione competitiva poiché entrambi concorrono al trasferimento di risorse
finanziarie.
Complementarità: gli intermediari contribuisco allo sviluppo degli scambi sui mercati, i mercati
offrono agli intermediari maggiori opportunità di attività e di servizio.
Tale complementarità tra intermediari e mercati mobiliari si concretizza nelle seguenti situazioni:
l'intermediario creditizio (o banca tradizionale) si finanzia maggiormente con l'emissione di
obbligazioni, che sviluppano e diversificano i mercati mobiliari, grazie anche agli ABS (asset backed
security) della cartolarizzazione dei prestiti.
l'intermediario mobiliare sostiene e assiste le imprese che emettono strumenti di debito e di capitale,
e utilizza strumenti mobiliari per comporre portafogli di investimento per la propria clientela.
Bisogna ricordare che gli intermediari:
si pongono come prenditori e datori di fondi: intermediazione creditizia mediante produzione di
strumenti finanziari (depositi e prestiti).
offrono servizi di generazione, ricerca e selezione di contropartite di investimento e di finanziamento
mediante strumenti finanziari di mercato (valori mobiliari) determinando una relazione contrattuale
diretta tra prenditori e datori primari di fondi: intermediazione mobiliare;
utilizzano fonti di finanziamento dell'attività creditizia che fanno ricorso al mercato mobiliare
(emissione obbligazioni proprie o ottenute da cartolarizzazione).
La Banca (originator) produce i prestiti che vengono ceduti ad un altro soggetto (SPV).
Questa Banca seleziona e compone un pacchetto di prestiti e lo cede alla società-veicolo (che
acquista il portafoglio), negoziando un prezzo.
Questa società-veicolo è una struttura giuridica, contabile e finanziaria che attiva la
cartolarizzazione.
La cartolarizzazione è l’emissione di obbligazioni denominate ABS (asset-backed securities), il cui
collocamento genera flussi di cassa che servono per pagare il prezzo dovuto alla Banca originator.
Il processo di cartolarizzazione è caratterizzato dalle modalità del tranching delle ABS emesse che
consiste nella definizione di diverse classi di ABS ordinate a ricercare il cash-flow generato dai
prestiti cartolarizzati.
Le tranches possono essere:
-senior ha priorità massima.
-mezzanine subordinata a essa.
-junior subordinata alla precedente.
Il processo di cartolarizzazione prevede l’intervento di diversi soggetti:
-arranger (banca di investimento) svolge un’organizzazione, coordinamento e valutazione
dell’operazione; definisce la composizione del portafoglio prestiti destinato a cessione, di valutarlo e
coordinare gli altri soggetti;
-società di rating interviene per attribuire un rating alle tranches proposte per il collocamento;
rinforza il processo di valutazione.
-Possono intervenire anche soggetti garanti.
Si distinguono garanzie interne ed esterne:
-banca originator, predispone a favore della società-veicolo una garanzia a copertura parziale delle
insolvenze dei prestiti e linee di credito per liquidità fruibili per ritardo di pagamento dei debitori di
prestiti;
-si hanno quando un terzo soggetto garantisce i flussi del portafoglio cartolarizzato. (es: credit swap).
Questi sistemi di cartolarizzazione producono diversi effetti:
[Link] produzione di un nuovo credito bancario è finanziata dai flussi finanziari che provengono dalla
cessione di prestiti già fatti;
[Link] ciclo di produzione del credito è svolto in due fasi (origination e cartolarizzazione) e da due
diversi intermediari (banca e SPV);
[Link]-congiunzione fra circuiti di scambio intermediato e diretto;
4.i rischi del credito bancario sono ridistribuiti agli investitori di mercato mobiliare;
[Link] mercato mobiliare valuta le ABS sia in fase di collocamento che negli scambi successivi;
[Link]à finanziarie non liquide originano strumenti mobiliari che usano la funzione di liquidità dei
mercati mobiliari;
7.l’istituzionalizzazione delle filiere della cartolarizzazione ha creato una categoria di soggetti
emittenti di strumenti di debito nel mercato mobiliare.
Il risparmio accumulato è uguale ad una frazione del reddito corrispondente alla quota di vita passata
in pensione.
Le scelte sono influenzate da:
-vita attesa;
-orizzonte investimento;
-trade-off rischio-rendimento;
-aspettative economiche;
-cultura economica e educazione finanziaria.
La normale gestione finanziaria d’impresa prevede che i flussi di cassa in uscita precedono quelli in
entrata: impresa acquista (uscita) i fattori produttivi con cui organizza processi produttivi e distributivi
che conducono alla vendita (entrata) del prodotto.
Le scelte finanziarie delle imprese possono riguardare:
-decisioni di investimento: in attività reali o in attività finanziarie;
-decisioni di finanziamento: rapporti con gli intermediari, sono influenzate da schemi di governance
e impattano sul valore dell’impresa;
-politiche dei dividendi: politiche interne, max. utili reinvestiti, struttura finanziaria;
-decisioni di finanza straordinaria: rapporti con intermediari, struttura finanziaria, vantaggi e costi
di accesso al mercato.
Si definisce informazione ogni dato riferito alla singola attività finanziaria ed al suo emittente oppure
all’economia nel suo complesso.
Si distinguono:
- informazione specifica
- informazione generale
- informazione pubblica
- informazione privata
L’informazione sia un dato di input che di output del sistema.
Il sistema produce informazioni attraverso:
- gli emittenti;
- le società di rating e di certificazioni;
- le banche centrali;
- gli istituti di statistica;
- le reti di informazioni.
Il modello di Akerlov spiega l’impatto delle asimmetrie informative sul funzionamento del mercato.
Quando l’informazione non è distribuita in modo uniforme tra gli operatori si genera un grado di
asimmetria informative.
Le asimmetrie possono paralizzare gli scambi o produrre scambi in condizioni sub-ottimali.
Le asimmetrie informative possono generare:
selezione avversa: se non vengono applicati i prezzi adatti si avranno i peggiori clienti, per una
mancata informazione, una mancata conoscenza dei clienti.
Di conseguenza solo i clienti peggiori acquistano ad un prezzo più alto dei prodotti mediocri;
moral hazard: è l’azzardo morale del cliente o del venditore che nasconde l’informazione, lo
troviamo sia per le polizze assicurative che tra le Banche e Vigilanza (si ricollega all’asimmetria
informativa di prima).
LE TIPOLOGIE DI NEGOZIAZIONE
Negoziazione in proprio: tutte le attività in cui l’intermediario si pone come controparte diretta del
cliente nello scambio finanziario.
Esso negozia in proprio nome e conto e lo scambio ha per oggetto il trasferimento temporaneo o
definitivo della proprietà di un bene.
Crediti e debiti sono iscritti nell'attivo e nel passivo patrimoniale dell’intermediario.
Fanno parte di questa categoria tutte le attività di finanziamento e di raccolta.
Assunzione diretta di rischio da parte dell’intermediario:
- rischio di credito (solvibilità del cliente);
- rischio di liquidità e solvibilità (capacità di far fronte alla richiesta di rimborso dei creditori)
È tipica dell'intermediario creditizio e comporta gestione e trasformazione del credito
Negoziazione delegata: attività di scambio che l’intermediario svolge in nome e per conto del cliente,
cioè per sua delega o mandato (effetti economici e giuridici in capo al mandante).
Distinguiamo:
attività che consistono nell’ esecuzione di ordini conferiti dal cliente;
attività di custodia e di amministrazione che l’intermediario svolge per mandato dei clienti che gli
hanno conferito beni con quella finalità;
attività di gestione mobiliare, comprende quelle svolte in nome e per conto del cliente in cui
l’intermediario riceve un mandato con contenuto di delega decisionale il cui esercizio può modificare
il rendimento e il rischio in capo al cliente;
attività che l’intermediario svolge per mandato della clientela imprese alla gestione della loro struttura
finanziaria.
Servizi di consulenza e di assistenza alla decisione finanziaria: la decisione finale viene assunta dal
cliente (differenza rispetto alla negoziazione delegata), ma sulla base di informazioni e valutazioni
fornite dall’intermediario.
Questa attività consiste: nella fornitura di informazione utile o necessaria per il processo decisionale;
− nell'offerta di consulenza finanziaria allo stesso fine;
− nella ricerca di controparti idonee.
Le financial technology rappresentano iniziative che mirano a replicare le funzioni tradizionali degli
intermediari attraverso modalità organizzative, produttive ed operative esclusivamente digitali.
I soggetti imprenditoriali organizzano piattaforme online per offrire accesso a coloro che vogliono
usufruire di modalità di scambio diretto con le controparti.
Il gestore della piattaforma riscuote commissioni da entrambe le parti contraenti sia per remunerare i
servizi offerti.
Il gestore non assume decisioni in nome e per conto dei soggetti che accedono alla piattaforma, ma
si limita a prestare servizi per attivazione e funzionamento degli scambi.
CAPITOLO VII
LA BANCA e LE FUNZIONI DELLA BANCA
La definizione normativa di banca, ex art. 10 TUB, si basa sul criterio minimo dell’esercizio
sistematico e congiunto dell’attività di raccolta del risparmio tra il pubblico e di concessione del
credito nei confronti del pubblico.
Tuttavia, con la riforma operata dal TUB del 1993, ispirata ad un modello di “banca universale”, è
ammesso per le banche un campo di operatività molto ampio che ricomprende, ex art. 106 TUB tutti
gli altri servizi di investimento ed intermediazione NON coperti da riserve (es. NO assicurazioni)
Nell’ambito del sistema e dei mercati finanziari quindi, le funzioni della banca moderna sono
quattro:
-funzione di intermediazione creditizia
-funzione di erogazione dei servizi
-funzione monetaria
-funzione di trasmissione degli impulsi di politica monetaria
La banca con la sua attività fornisce anche servizi alla propria clientela:
-servizi di tipo strumentale all’attività principale: servizi di pagamento e di custodia
-servizi previsti dal TUB e dal TUF: servizi di consulenza e finanziari
𝑀
𝑚𝑜𝑙𝑡. 𝐷𝐸𝑃 = >1
𝑎+𝑏
Grazie al moltiplicatore dei depositi si può collegare l’ultima funzione della banca: essa è l’unico
intermediario capace della trasmissione degli impulsi di politica monetaria (e anche per questo è
sottoposta a maggiore vigilanza).
Immettendo infatti 1 euro di Base Monetaria (BM), grazie al moltiplicatore dei depositi delle banche
si ottiene 1 euro e qualcosa in più (in dipendenza del moltiplicatore).
Questo processo interessa le autorità di politica monetaria in quanto esse hanno l’obiettivo di avere
moneta all’interno del sistema per il controllo (diretto o indiretto) delle variabili nel sistema
economico e solo grazie alle banche (e grazie al processo di moltiplicazione dei depositi) hanno la
possibilità di controllare la quantità di moneta nel sistema.
Con la riforma del 1994 abbandona il modello di ’attività creditizia a breve termine.
Uno dei campi in cui diversifica la propria attività è il CIB (attività finanziarie che offrono strumenti
e servizi per la gestione finanziaria dell’impresa, della famiglia e della clientela).
Queste attività: da un lato, si manifestano con frequenze e modalità diverse; dall’altro, sono progettate
e realizzate con alto grado di personalizzazione.
Negli USA si fa una distinzione tra: Investment bank (IB), un intermediario finanziario con un’ampia
gamma di attività a elevato contenuto personalizzato, per conto di una clientela corporate attraverso
una struttura non dotata di una rete operativa territoriale e in condizioni di complementarità con i
mercati mobiliari; commercial bank (CB), un intermediario che svolge attività di intermediazione
creditizia, con passività con funzione monetaria, dotata di una capillare rete operativa.
In Italia il sistema finanziario che si ha con la legge bancaria del 1936, corrisponde a quella che negli
USA porta alla separazione tra IB e CB.
Le aree di attività (Aree Strategiche di Affari “ASA”) di una banca sono costituite da una o più
combinazioni prodotto-mercato-tecnologia e possono essere distinte in base a:
-segmenti della clientela: Retail, Corporate, Private Banking;
-relazione contrattuale dello scambio: negoziazione in proprio; negoziazione delegata
-tipo di processo produttivo: intermediazione creditizia, mobiliare, assicurativa
Nel momento in cui si individua un target di clientela viene individuato un modello di business
preferito che comporta una diversa ottica nella domanda e nell’offerta dei propri prodotti e una
specializzazione dal punto di vista organizzativo e societario. Si distinguono a tal proposito:
-Retail banking: la clientela, molto numerosa, è fondamentalmente costituita da famiglie e piccole
imprese.
La banca lavora su dimensioni singole di risparmio e di investimento ridotte, associate ad una
capillarità (anche territoriale e della raccolta del risparmio) e ad una standardizzazione dei prodotti e
dei processi, con la creazione di economie di scala e di scopo.
Le modalità di offerta si concentrano sull’efficienza (anche tecnologica) per importi di piccole
transazioni, piuttosto che sulle esigenze o sul servizio, in un’ottica appetibile per un portafoglio di
lungo periodo.
Nella dimensione totalitaria della banca questo tipo di raccolta è molto stabile (su cui banca può fare
affidamento per lunghi periodi) e poco costosa (forza contrattuale dei clienti è minima e l’unica
variabile è la competizione degli altri intermediari).
-corporate banking: la clientela è costituita dalle imprese, principalmente medio-grandi, e con gli
imprenditori. Questo modello si occupa dei fabbisogni ed esigenze delle imprese, anche in relazione
al settore in cui operano e alla fase del loro ciclo di vita con una articolazione dei prodotti e dei servizi
offerti variegata e relativa a esigenze specifiche (per consentire un’efficiente gestione della finanzia
ordinaria e straordinaria).
A questi prodotti è spesso associata l’offerta di servizi connessi (in part. consulenza).
Il corporate banking si pone sia dal lato “sell” che dal lato “buy” di un’impresa: garantisce l’accesso
al mercato dei capitali per reperire fondi per finanziare l’attività ma può anche acquisire pacchetti di
azioni delle imprese e gestire i rapporti con i grandi investitori istituzionali.
Il modello corporate è ulteriormente divisibile in tre aree, il che garantisce maggiore flessibilità:
commercial banking (in cui rientrano i servizi tradizionali di prestito), Investment banking e corporate
banking interbancario.
-private banking: si occupa della clientela privata più esigente che ha maggiori disponibilità (di solito
sopra i 500.000 euro) e quindi anche una pretesa di servizi personalizzati sofisticati (opposto della
clientela Retail; es. gestione di patrimoni; opere d’arte; investimenti filantropici).
L’esigenza dei soggetti è concentrata su: miglior rendimento possibile e migliore qualità del profilo
relazionale e l’approccio del private banking è quindi un approccio customizzato, attraverso un
modello di servizi ampio.
Questi sono generalmente distinguibili in: servizi di gestione dei patrimoni e consulenza di
investimento e servizi c.d. “accessori”.
La clientela può essere inoltre di due tipi: passiva, delegando il private banker, o attiva, conservando
il controllo sulle proprie attività.
Riguardano il brokerage e il dealing di valori mobiliari sui mercati secondari, le operazioni sul
mercato dei cambi e sui mercati derivati per la gestione dei rischi.
A questi ultimi si collegano i servizi di cash management che hanno l’obiettivo la gestione economica
dei saldi monetari giornalieri dell’impresa.
Costituita da servizi che le istituzioni del CIB offrono alla clientela per la gestione dei patrimoni,
svolta nei confronti di diversi segmenti di clientela.
Lo schema riclassificato del CE di una banca sintetizza le voci contabili e facilita l’individuazione
del contributo realizzato dalle singole aree di business, permettendo di capire da quali una banca trae
ricavo e da quali è impegnata per i costi.
Il CE è redatto in forma scalare per margini e fotografa quella che è la composizione delle fonti di
costo e di ricavo di una banca
Al primo posto fra le voci del CE troviamo il margine di interesse, ovvero la differenza fra gli interessi
attivi sui prestiti e gli interessi passivi sui depositi.
Questo poiché l’attività principale e la fonte principale di guadagno di una banca è la raccolta del
credito (è così per una commercial bank; per una Investment bank la fonte principale di ricavo sono
i margini di intermediazione)
Se a questa voce aggiungo altri ricavi netti (di solito ricavi da commissioni es. sui bonifici) ottengo il
margine di intermediazione.
Questo si pone ad un livello di informazione che comprende tutta l’attività classica della banca ma è
un margine lordo.
Per ottenere un margine netto devo scontarlo dei costi (la cui voce principale è quella dei costi
operativi, in part. costi del personale)
Ottengo così il risultato di gestione (lordo), ovvero il risultato/economicità della gestione
caratteristica, sul quale però intervengono altri fattori.
Questi sono rappresentati da fattori straordinari e operazioni contabili sulla base della situazione di
valorizzazione degli asset che vanno operate per ragioni prudenziali.
Si parla quindi di rettifiche e riprese di valore e accantonamenti.
2
NPL = non performing loans o crediti deteriorati, sono prestiti la cui riscossione da parte delle
banche è incerta.
Se al risultato di gestione lordo sottraiamo le imposte otteniamo il risultato o utile netto d’esercizio.
Il processo di fusione/acquisizione tra banche, iniziato negli anni ‘90 ha determinato una riduzione
del numero di banche. Dal 2007 al 2015 si passa da 800 banche a 643.
Tra le 643 la metà sono di credito cooperativo e 81 sono filiali di banche estere.
Dal 1885-2004 si ha un aumento del grado di concentrazione delle banche; mentre nel secondo
periodo (2007-2015) questa tendenza si arresta.
La composizione dell'attivo e del passivo del sistema bancario:
L'attivo è composto dagli investimenti dei fondi raccolti a titolo di capitale proprio e di debito, essi
comprendono:
I prestiti: componente caratteristica dell'intermediazione creditizia attuata dalle banche attraverso
contratti di credito (strumenti finanziari non trasferibili)
titoli: costituiscono l'evidenza delle relazioni strutturali esistenti tra la banca e il mercato mobiliare
(principalmente titoli di stato e obbligazioni, ma anche azioni e partecipazioni);
Le attività sull'estero, che sono quote di minoranza nel capitale proprio di altre imprese a scopo di
finanziamento.
Il passivo è formato dalle attività di acquisizione di fondi a titoli di indebitamento.
La raccolta bancaria comprende: i depositi e le obbligazioni.
Comprende inoltre:
-le operazioni pronti contro termine (vendita temporanea di titoli con previo accordo di riacquisto);
-i rapporti interbancari;
-la provvista sull'estero.
La banca svolge anche attività di negoziazione delegata in nome e per conto di terzi, di custodia e
amministrazione valori e di negoziazione in proprio di operazioni che avranno effetto patrimoniale
futuro.
Tali attività vengono rappresentate sotto la riga e contabilizzate fuori bilancio nella voce “garanzie e
impegni”.
È diversificata l’impresa che esercita aree di attività indipendenti tra di loro. •I prodotti sono diversi
quanto alla loro funzione d’uso;
I mercati sono del tutto indipendenti;
I processi produttivi/distributivi impiegano risorse specifiche.
Questo livello di diversificazione non si trova in natura e le condizioni imposte non possono essere
applicati alla diversificazione degli intermediari finanziari.
Quest’ultima è una diversificazione correlata in cui la correlazione fra prodotti, mercati e tecnologie
che motiva la convenienza economico-finanziaria della diversificazione.
Per modello istituzionale si intende una realtà semplificata, definita da tre dimensioni:
-Natura e integrazione dei processi produttivi: le diverse attività di intermediazione finanziaria sono
correlate e si prestano ad essere integrate in formule strategiche con direzione unitaria;
-Assetto organizzativo;
-Assetto giuridico: riguarda la possibilità alternativa dell’intermediario di configurarsi come
soggetto giuridico o come gruppo.
Nel primo caso, l’entità aziendale incorpora l’esercizio di tutte le attività delle scelte strategiche; nel
secondo caso, il gruppo bancario opera come una struttura societaria articolata, dove il capogruppo
svolge al proprio interno processi e affida ad altre società lo svolgimento di funzioni specifiche.
Tra i due modelli non esistono soluzioni di continuità; quindi, fra banca universale che internalizza
tutte le attività e gruppo bancario che le esternalizza esistono modelli intermedi.
CAPITOLO VIII
LE SOCIETÀ DI INTERMEDIAZIONE MOBILIARE
Le imprese di investimento sono imprese legate alle attività dei servizi di investimento previste in
ambito europeo e rappresentano la declinazione europea delle SIM italiane (in quanto aventi lo stesso
oggetto sociale).
Queste imprese fanno riferimento ai soggetti che vogliono collocare prodotti finanziari all’interno del
mercato degli investimenti
Le Società di Investimento Mobiliare (SIM) nascono in Italia prima delle imprese di investimento,
con la l.1/1991, e svolgono attività di intermediazione mobiliare (strumenti trasferibili).
Alle SIM, insieme alle imprese di investimento e alle banche, è riservato l’esercizio professionale dei
servizi di investimento nei confronti del pubblico (in cui le SIM sono specializzate).
Il TUF disciplina l’attività delle SIM e prevede, oltre alla vigilanza diretta della CONSOB (che
autorizza la loro esistenza e ne stabilisce i requisiti), l’iscrizione in un apposito albo delle imprese di
investimento
Il servizio di investimento svolto dalle SIM è in gran parte riconducibile alla negoziazione dei titoli
in conto proprio o “per proprio portafoglio” (attività di “dealing”) o alla “negoziazione in conto terzi”
(attività di “brokerage”) e riguarda:
-collocamento dei titoli con o senza garanzia, rispettivamente “selling” e “underwriting” nel cui caso
a SIM si impegna a sottoscrivere tutto o parte dell’investimento che il mercato non assorbe.
-gestione di portafogli finanziari.
-raccolta/trasferimento di ordini di acquisto e vendita (attività funzionale alla gestione dei portafogli)
Le SIM possono avere diversi modelli di business che si evincono dalla diversità della struttura dello
SP e dai diversi riflessi sul CE:
-SIM di investimento: l’operatività deriva dalle operazioni di investimento attraverso un portafoglio
titoli su cui la SIM si espone.
Questo divide lo SP in attività che consentono la presa in carico di posizioni ed esposizioni sul
mercato (es. titoli di proprietà; crediti per investimenti di liquidità; immobilizzazioni).
Questo comporta che nel passivo dello SP oltre al PN si trovino anche debiti finanziari (per via di
lavoro a leva e costruzione di un portafoglio titoli) così da generare costi e rischi maggiori rispetto ad
una SIM di servizi.
Per quanto riguarda il CE, nelle SIM di investimento il margine di intermediazione lavora sia sugli
interessi derivanti dal portafoglio titoli sia sui profitti e perdite per negoziazioni sullo stesso
portafoglio titoli.
Presenta elevati costi operativi
-SIM di servizi: l’operatività deriva dai servizi forniti ai clienti.
Nell’attivo dello SP vi sono attività tali per cui la SIM non assume posizioni in proprio ma per
conto di terzi.
Per questo motivo nella SP non si trovano titoli, poiché la SIM di servizi non investe per conto
proprio.
Le immobilizzazioni che si possono trovare fanno riferimento alle sole immobilizzazioni tecniche e
strumentali alla prestazione di servizi.
La struttura del passivo dello SP rispecchia queste caratteristiche, presentando una struttura più
agile e meno costosa che comprende i soli costi di mantenimento della struttura organizzativa.
Per quanto riguarda il CE la SIM di servizi guadagna principalmente sulle commissioni
Collegamento tra SIM e banche (sia da un punto di vista societario, che operativo): alcune SIM
sono espressione di grandi banche che hanno concentrato in società giuridicamente distinte l’attività
di investimento (giro d’affari certo, minori costi operativi, bassa autonomia strategica ed operativa).
Esistono SIM indipendenti che si pongono in diretta concorrenza con le banche, che a volta sono
loro clienti.
Hanno totale autonomia e sopportano maggiori rischi e costi operativi.
Tipo di clientela il riferimento può essere a:
−soggetti istituzionali (underwriting o selling): imprese emittenti, banche, compagnie assicurazioni;
−privati (dealing): relazioni di scambio con molti clienti che alimentano operazioni di basso
importo unitario; impegno e costi elevati, e quindi prezzi unitari più elevati rispetto clientela
istituzionale.
Specificità diverse in termine di numerosità e dimensione delle operazioni svolte.
Modalità di distribuzione:
−nel caso di servizi standardizzati e fondati su flussi informativi governabili anche in via telematica
la rete fisica non esiste. Ciò consente anche una velocizzazione dell’esecuzione delle operazioni.
−nel caso di servizi personalizzati, es. gestione portafoglio, il problema del canale distributivo è più
critico ed il contatto personale necessario.
Scelta del portafoglio di servizi offerti:
scelta tra un posizionamento focalizzato su un numero contenuto di servizi con forte
specializzazione o verso una maggiore diversificazione delle attività.
Rispetto alla specializzazione si evidenzia un maggiore potere di mercato e di redditività degli
intermediari polifunzionali: maggiori dimensioni con economie di scala, effetti positivi strutture di
costo.
Andremo ora ad analizzare le società che appartengono alla categoria di intermediari finanziari iscritti
nell’albo previsto dall’art. 106 TUB, ossia quello degli intermediari creditizi NON bancari. Le
condizioni necessarie per l’iscrizione all’albo sono:
-forma giuridica della SPA, SRL o Società Coop.;
-versamento del capitale non inferiore a cinque volte il valore minimo previsto per le SPA;
-possesso di requisiti di onorabilità dei partecipanti e professionalità degli esponenti della società.
queste società possono erogare credito ma NON fare raccolta del risparmio fra il pubblico (hanno
quindi una funzione creditizia e NON di intermediazione creditizia) e spesso sono ricomprese (o
addirittura emanate) in gruppi bancari o comunque hanno una forte dipendenza (dal lato del passivo)
dalle banche.
Questi altri intermediari sono stati previsti e regolamentati singolarmente in quanto garantiscono lo
sviluppo di una specializzazione (fattore positivo per il mercato) e consentono una razionalizzazione
dei servizi.
Non avrebbe infatti senso che queste società (che svolgono servizi specifici) debbano chiedere
autorizzazioni per fare attività che non svolgono e sottostare a regole e sistemi di vigilanza più ampi
e rigidi.
CONTRATTO DI LEASING
Con il contratto di leasing, che può essere leasing finanziario o leasing operativo, un soggetto
chiamato locatore o concedente, concede per un determinato periodo a un altro soggetto chiamato
utilizzatore, il diritto di utilizzare un determinato bene (che deve prestarsi ad essere locato) dietro il
pagamento di un canone periodico, rimanendo comunque proprietario del bene.
Alla scadenza del contratto è prevista per l’utilizzatore la facoltà di acquistare il bene stesso, previo
il pagamento dell’opzione di acquisto, comunemente chiamato riscatto, con il pagamento di un prezzo
che nel linguaggio comune prende il nome di prezzo di riscatto.
Il leasing permette in linea di principio di disporre di un bene strumentale all’esercizio di un’attività,
permettendo anche l’accesso a beni che con le proprie risorse non si sarebbe riusciti a permettersi.
Esistono 2 tipi di leasing:
-operativo: impostato su due attori: produttore del bene e l’utente utilizzatore.
Il primo produce un bene che dà in noleggio al secondo.
La durata del contratto è generalmente breve e minore rispetto alla vita economica del bene.
I beni oggetto del contratto sono beni strumentali all’attività con un vasto mercato e caratteristiche
standardizzate.
Il canone pagato comprende quote aggiuntive per servizi collaterali/accessori
-finanziario: impostato su tre attori: c’è la società di leasing che si interpone fra produttore e
utilizzatore.
Il contratto viene quindi stipulato fra la società di leasing e l’utilizzatore ed ha una durata
generalmente allineata alla vita economica del bene, nell’ottica di incentivare il riscatto.
La società di leasing fa operazioni di “fine tuning” riuscendo a finanziare prodotti più
specifici/personalizzati che risulteranno però più rischiosi in quanto per beni personalizzati sarà poi
difficile collocarli sul mercato.
Il canone pagato NON prevede quote aggiuntive per servizi accessori.
I vantaggi e gli svantaggi dell’uso di una o dell’altra tipologia di leasing sono gli stessi di quelli visti
per il ricorso al credito diretto e indiretto.
SOCIETA’ DI LEASING
Le società di leasing appartengono alla categoria di intermediari creditizi non bancari prevista ex art.
106 TUB e svolgono tipicamente attività di leasing (in part. finanziario).
Il bilancio di una società di leasing è cambiato radicalmente dopo l’introduzione del principio
contabile della “prevalenza della sostanza sulla forma”.
La sostanza è infatti che la società di leasing è un intermediario che acquista ma non utilizza il bene
e quindi il locatario risulta essere l’utente finale.
Per questo motivo la contabilizzazione del bene è fatta solo dal locatario che è l’utilizzatore e vero
titolare dei rischi collegati al bene.
L’intermediario, nella sostanza finanziaria di un contratto di leasing, riceve solamente dei canoni e
niente più e contabilizza perciò solo la dimensione finanziaria del contratto, ovvero il valore del diritto
a ricevere le rate del canone di leasing (quindi come un credito vantato verso il locatario sui canoni
futuri da riscuotere).
Nel passivo del suo SP riscontriamo principalmente il capitale e debiti (di solito bancari) richiesti per
il finanziamento dell’acquisto del bene dato in locazione.
La società di leasing non contabilizza quindi nell’attivo la dimensione formale dell’acquisto del bene.
Dove finisce?
-Con l’applicazione del metodo finanziario, se anche il locatario deve adattarsi agli IAS si trova
nell’attivo del suo SP (e nella Nota Integrativa della società di leasing); in caso contrario il bene sarà
iscritto nei prospetti della NI della società di leasing.
La società di leasing, per via della sua operatività, risulta così un intermediario tipicamente orientato
alla formazione di un margine di interesse (business model) da cui ricava economicità (nel gap fra
tassi attivi e tassi passivi).
Infatti, il guadagno deriva dalle quote d’interesse che la società incorpora nelle rate del canone, al
netto degli interessi che paga per il finanziamento per l’acquisto del bene dato in locazione.
Lo Stato Patrimoniale
Vi sono due categorie:
-leasing finanziario, in cui si trasferiscono al locatario tutti i rischi e benefici connessi alla proprietà
del bene;
-leasing operativo, in cui non è previsto il trasferimento di benefici e rischi.
Nel bilancio delle società di leasing che applicano il metodo finanziario, il bene è contabilizzato nel
bilancio del locatario anche se formalmente non ne è proprietario.
I canoni di locazione sono composti da una quota di rimborso del capitale per i debiti sostenuti e
una quota di provento finanziario per l'impiego del capitale e i servizi prestati.
Le società che applicano il metodo patrimoniale iscrivono nell’attivo i cespiti relativi ai beni dati in
leasing fino al momento dell’eventuale riscatto.
Il finanziamento delle società di leasing avviene prevalentemente attraverso prestiti concessi da
banche o, in misura minore, altri intermediari finanziari.
Il Conto Economico
Per le società di leasing le voci prevalenti del Conto Economico sono:
quelle che formano il margine di interesse;
quelle che formano il margine di intermediazione ( oneri e proventi da commissioni, saldo di attività
di negoziazione).
Si aggiungono quelle tipiche della gestione operativa (spese amministrative e rettifiche di valore su
attività finanziarie) Non sono presenti le rettifiche di valore sui beni dati in leasing che sono invece
iscritti nel bilancio del locatario.
CONTRATTO DI FACTORING
SOCIETA’ DI FACTORING
Le società di factoring appartengono alla categoria di intermediari creditizi NON bancari prevista ex
art. 106 TUB e hanno a che fare con le forme di cessione del credito con specifiche tecniche e
specifiche finalità.
Una pietra miliare nella disciplina del factoring è la legge 52/1992 (che riguarda anche la
cartolarizzazione dei crediti) che regola la cessione del credito, alla base del factoring.
Le società di factoring operano attraverso una forma di finanziamento che si basa sullo smobilizzo
dei crediti con una determinata scadenza (di solito di natura commerciale) vantati da imprese cedenti.
La possibilità di smobilitare questi crediti è una fonte di liquidità per le imprese e il factoring si
sostanzia come un’opportunità di ottimizzazione della gestione di un credito e quindi di gestione del
capitale circolante.
Il factoring unisce e garantisce diversi servizi al cliente: la gestione e l’incasso di un credito (di solito
pro solvendo), una maggiore protezione da inadempimento e finanziamento con anticipo (in tutto o
in parte) del controvalore del credito (di solito pro soluto).
Le società di factoring possono inoltre offrire servizi informativi o di consulenza rispetto al credito
Le società di factoring lavorano su base percentuale e statistica spuntando prezzi di cessione inferiori
al valore nominale del credito, in un’ottica di efficienza, economie di scala e pricing che fanno
riferimento a grandi volumi intermediati, guadagnando di più all’aumentare di tali volumi (ricavo
principale è il margine di intermediazione).
Le principali voci del bilancio di una società di factoring sono:
-dal lato dell’attivo dello SP: sono distinte in tre macrocategorie:
-crediti “pro solvendo” (o “crediti verso operazioni di factoring”);
-crediti pro soluto (o “crediti verso debitori ceduti”);
-crediti verso clienti per operazioni di cessione di crediti futuri, derivanti da contratti esistenti ma non
ancora maturati (possibili dopo la l. 52/92).
-dal lato del passivo dello SP: debiti per operazioni di factoring (le società di factoring si finanziano
spesso mediante debito bancario).
-CE: dai quali emerge che le voci principali sono interessi e commissioni, contrapposte però da elevati
costi (di cui in particolare costi di gestione e rettifiche di valore sui crediti).
Questo ci fa capire che queste società lavorano sul margine di intermediazione e sul margine di
interesse (interessi e commissioni) che sono le componenti più importanti dei loro ricavi.
Lo Stato Patrimoniale
I crediti acquistati sono iscritti nell’attivo dello Stato Patrimoniale in apposite poste “per operazioni
in factoring” al loro valore di acquisizione (tipicamente il valore nominale), il soggetto di
contropartita è rappresentato dal debitore ceduto.
Le scadenze sono normalmente a breve termine.
Il Conto Economico
Tra i ricavi si trovano le commissioni e gli interessi derivanti dall’attività di gestione e smobilizzo
anticipato dei crediti;
Tra i costi si trovano gli interessi passivi per la copertura del fabbisogno finanziario derivante
dall’anticipo dei crediti, i costi operativi e le perdite su crediti;
Le caratteristiche del processo produttivo dovrebbero generare basse perdite su crediti e alti costi di
gestione per lo svolgimento dell’attività di valutazione.
Le società di factoring gestiscono il passaggio da un orientamento al margine di interesse, a uno
fondato al margine da provvigioni.
CREDITO AL CONSUMO
Il credito al consumo si configura come una forma di finanziamento o dilazione di pagamento NON
legata ad un investimento.
Questo credito può essere o meno, finalizzato (se è destinato per determinati acquisti o indistinto,
es. scoperto di C/C).
Questo tipo di credito riguarda necessità di ordine quotidiano/familiare, offrendo liquidità/capitale
circolante e poggia su una forma di garanzia che è principalmente il reddito, rivolgendosi quindi
principalmente a dipendenti a tempo indeterminato.
società di credito al consumo possono essere:
− società indipendenti (minori quote di mercato);
− società facenti parte di gruppi industriali, bancari, assicurativi o di distribuzione commerciale.
Gli operatori principali sono riconducibili a gruppi operanti in campo industriale e bancario, mentre
rilevanza minore hanno le società di matrice assicurativa e quasi inesistenti sono quelle legate alla
distribuzione.
Particolare rilevanza hanno:
-società finanziarie di matrice industriale che svolgono la funzione captive di agevolare la vendita
del bene principale (appartenente alla casa madre).
-società finanziarie di matrice bancaria che offrono i loro di servizi di finanziamento, soprattutto
personale, attraverso una rete di commercianti convenzionati.
Le specificità:
Le valutazioni del merito creditizio della controparte, data la necessaria velocità di risposta, si
basano su metodi statistici standardizzati, spesso basati su serie storiche;
Si attribuisce un punteggio di merito calcolato in base a determinate caratteristiche economiche e
personali del soggetto richiedente, che confrontato con i dati storici determina le probabilità di esito
positivo dell'operazione di finanziamento.
Si creano dei database di informazioni che consentono di lavorare a distanza, senza essere a diretto
contatto col cliente, minimizzando i costi di valutazione e assicurando il monitoraggio puntuale di
ciascuna pratica; l’elevato numero di pratiche gestite necessita di essere supportato da una
procedura quanto più automatizzata.
I fondi comuni di investimento rientrano nella categoria degli Organismi di Investimento Collettivo
del Risparmio (OICR), ovvero intermediari finanziari con forma giuridica variabile che investono i
patrimoni in maniera standardizzata in strumenti finanziari o altre attività.
L’art. 1 del TUF definisce l’OICR come organismo istituito per la prestazione del servizio di gestione
collettiva del risparmio (che si sostanzia nella realizzazione di strumenti rappresentati da quote
omogenee e indistinte).
Appartengono a questa categoria i Fondi Comuni di Investimento (FCI), le SICAV e le SICAF.
I FCI sono OICR soggetti giuridici per i quali la normativa italiana stabilisce che devono essere
costituiti e gestiti da un gestore: Società di Gestione del Risparmio (SGR) della quale gli investitori
nel FCI NON sono soci.
La SGR distribuisce quote del fondo e mai azioni della società (a differenza delle SICAV e SICAF)
e può gestire più fondi e SICAV o SICAF (che possono però anche autogestirsi).
La SGR delibera e approva il regolamento del fondo permettendo di stabilire le caratteristiche del
fondo (es. stabilisce come e su cosa il FCI può investire).
È la SGR a fare le operazioni sul mercato mobiliare acquisendo e vendendo titoli (le SGR possono
anche gestire individualmente portafogli per conto di terzi).
I FCI rappresentano il veicolo di investimento più classico e appartengono ai c.d. “Investitori
Istituzionali”.
Questi fondi riuniscono in un unico patrimonio e gestiscono unitariamente le risorse finanziarie di
una pluralità di risparmiatori
Le quote del fondo sono rappresentate da certificati.
Queste quote sono una rappresentazione in percentuale del patrimonio e sono TUTTE di uguale
valore e con pari diritti.
L’investimento in un fondo comune rappresenta quindi una diversificazione di un portafoglio di
investimento abbassando di conseguenza il rischio legato all’investimento, affidandolo ad operatori
professionali ed esperti.
In base alla forma i FCI possono essere distinti in:
-FCI aperti: fondi in cui il capitale varia in base alle quote sottoscritte e riscattate (che hanno valore
fisso) ma anche in base a plusvalenze/minusvalenze (RN=sott. -risc.). Questo comporta esigenze di
liquidità per cui nei FCI aperti si investe in strumenti quotati sui mercati (mentre i FCI più speculativi
anche in strumenti nei mercati OTC).
Esistono diverse categorie di FCI aperti con diversi gradi di rischio in relazione agli investimenti.
In questo tipo di fondi i risparmiatori hanno la possibilità di disinvestire quando desiderano
riscattando le quote del fondo.
Sono fondi tendenzialmente rivolti alla clientela Retail.
-FCI chiusi: fondi in cui il numero delle quote e di conseguenza il capitale è fisso.
In questi fondi NON è dunque consentita la libertà in ogni momento del riscatto delle quote che, se
vogliono essere liquidate, l’investitore dovrà trovare un suo sostituto (per questo motivo il valore
delle quote non è fisso ma dipende dall’offerta).
La durata di questi fondi è generalmente di medio-lungo termine e di solito gli investimenti sono
incentrati su specifici settori/temi/progetti, rivolgendosi ad investitori istituzionali.
In base alla composizione del portafoglio di investimento, i FCI possono invece essere distinti in FCI
mobiliari o immobiliari.
In base alla destinazione dei proventi vengono invece distinti in FCI ad accumulazione (proventi
reinvestiti) o a distribuzione (proventi distribuiti).
Spesso i FCI investo in prodotti c.d. “socialmente responsabili” e, in base alla tipologia di prodotto
in cui si è investito, troviamo ad esempio i Fondi ESG o i Fondi ad Impatto Sociale e Ambientale
Rispetto al bilancio delle SGR (più semplice di quello di una banca), dallo SP possiamo evincere che
queste società sono “profit oriented” e dal CE capiamo che traggono il loro profitto dal netting fra
commissioni attive e passive (di entrata, di uscita, di gestione, di performance) che sono calcolate
rispetto al Patrimonio Netto del fondo.
Stato Patrimoniale
Lo Stato Patrimoniale della SGR evidenzia:
− al passivo le consistenze dei mezzi propri, che dipendono dai fondi gestiti, e componenti eventuali
di indebitamento;
− all’attivo gli investimenti reali per il funzionamento della società e le attività finanziarie di
proprietà.
Il Fondo Comune non presenta uno Stato Patrimoniale, ma un rendiconto annuale che contiene: − Il
prospetto di sintesi del patrimonio: movimenti, valore complessivo netto del fondo, quote in
circolazione, emesse e rimborsate nell’esercizio, gestione svolta e performance conseguita;
− Prospetto di ripartizione del portafoglio;
− Elenco dei primi 50 titolo posseduti, o di quelli che superano lo 0,5% del valore complessivo del
fondo.
La normativa vigente impone altri obblighi di trasparenza e informativa:
− Prospetto informativo: contiene le informazioni necessarie a conoscere nel dettaglio le
caratteristiche dell’investimento proposto ed il benchmark di riferimento, il regolamento del fondo,
la SGR, i collocatori, la banca depositaria e la società di revisione;
− Relazione semestrale: stessi contenuti del rendiconto annuale;
− Prospetto giornaliero: illustra la situazione del fondo alla data;
− Calcolo e pubblicazione giornaliera del valore della quota.
Il Conto Economico
Il conto economico della SGR evidenzia i proventi e gli oneri dell'attività di gestione nel suo
complesso.
I ricavi derivano dalle provvigioni di gestione pagate dal fondo e dalle commissioni per l’emissione
di certificati.
I costi derivano dalle commissioni passive per la negoziazione ed i costi di natura operativa;
Per il fondo le indicazioni sono contenute nella sezione reddituale del rendiconto annuale.
I ricavi della gestione patrimoniale (cedole, dividendi) ed i costi (minusvalenze, oneri di gestione)
sono direttamente imputati al fondo e vanno ad accrescere/diminuire il patrimonio del fondo.
ATTIVITA’ ASSICURATIVA e IMPRESE DI ASSICURAZIONE
L’attività assicurativa è una particolare attività su cui vi è una riserva di legge (TUB).
Infatti, può essere esercitata in via diretta solo dalle imprese costituite nelle forme stabilite dalla legge
(SPA, società cooperative e mutue assicuratrici, che assumono la forma di “società di assicurazione”)
con oggetto sociale limitato alla SOLA attività di assicurazione.
Una banca, dunque, NON può svolgere attività assicurativa ma può offrire/collocare un prodotto
assicurativo realizzato da una società di assicurazione (es. grazie ad accordi di partnership o
distribuzione all’interno di un gruppo).
L’impresa di assicurazione è quindi un intermediario finanziario che fornisce un prodotto attraverso
cui svolge un’attività di assunzione, copertura e gestione dei rischi subordinata al rilascio di
un’autorizzazione preventiva da parte dell’IVASS (Istituto di Vigilanza sulle Assicurazioni).
L’attività assicurativa viene svolta per mezzo del contratto di assicurazione, mediante il quale
l’assicurato versa all’assicuratore una somma (premio) ottenendo in cambio il diritto ad essere
risarcito in conseguenza di determinati eventi stabiliti preventivamente nel contratto.
L’impresa assicurativa, poggiando la propria attività su questo tipo di contratto, ha quindi un modello
di business che inverte il ciclo produttivo dell’intermediazione finanziaria.
Il primo passo è infatti l’ottenimento dei ricavi (derivanti dai premi pagati dagli assicurati) cui segue
la stipula di una polizza che prevede il pagamento (EVENTUALE) e quindi la formazione di costi.
L’inversione del ciclo risiede proprio nel fatto che i costi (che non sono nemmeno certi) si generano
in un momento successivo ai ricavi.
Esistono 2 tipologie di attività assicurativa che si distinguono per i prodotti offerti (che sono più
sviluppati là dove il sistema di welfare è più debole) e definiscono:
-ramo danni: le polizze stipulate prevedono l’offerta di un prodotto che tutela l’assicurato rispetto al
danneggiamento di singoli beni e ai frutti economici riconducibili a tali beni.
-ramo vita: le polizze stipulate prevedono l’offerta di un prodotto che assicura una rendita o un
capitale qualora si verifichi un evento sulla vita dell’assicurato o su chi da lui indicato.
Con i ricavi, che comunque l’impresa ottiene prima del sostenimento dei costi, la società assicuratrice
deve ha due tipi di attività che rappresentano le sue fasi di gestione (strettamente collegate):
-attività tecnica/assicurativa: la società si assume dei rischi e riscuote i premi ma deve mantenere un
atteggiamento prudenziale e accantonare delle somme a riserve (dette “riserve tecniche” che NON
sono riserve patrimoniali).
La società assicuratrice deve infatti avere una certa stabilità e soprattutto essere in grado onorare i
contratti stipulati rimborsando/pagando le somme previste.
-attività patrimoniale/finanziaria: la società deve gestire e far fruttare i ricavi.
Poiché la massa di ricavi acquisita è notevole, è importante che questi siano gestiti, investiti e fatti
fruttare compatibilmente con le stime di accadimento degli eventi stabiliti con i contratti e con i
vincoli posti dalle autorità di vigilanza
Le riserve tecniche sono agganciate al concetto di presenzialità e rappresentano un cuscinetto per
sopportare gli eventuali costi che, in caso si verifichino, fanno registrare un utilizzo delle riserve.
Come le tipologie di attività assicurativa, le riserve tecniche sono distinte in:
-ramo danni: distinte in “riserve premi” (riserve relative alla probabilità che si verifichi un sinistro
che prevedono l’accantonamento di parte dei premi incassati di competenza dell’esercizio) e “riserve
sinistri” (registrazione di un debito verso l’assicurato per sinistri già verificatisi)
-ramo vita: distinte in “riserve matematiche” (così chiamate perché calcolate con tecniche attuariali
per la gestione di necessità future) e “riserve per somme da pagare” (come sopra)
L’utilizzo dei premi per investimenti in attività reali e finanziarie ha impatto sulla gestione finanziaria
e sul CE della società assicurativa, comportando proventi e/o oneri da investimenti.
I ricavi vengono così distinti in:
-ricavi da gestione tecnica/assicurativa: sono rappresentati dai premi pagati dagli assicurati
-ricavi da gestione patrimoniale/finanziaria: sono rappresentati dai proventi degli investimenti
Per quanto riguarda il bilancio delle assicurazioni, il profitto dipende per ogni società di assicurazione
dall’anno in cui ci si trova ad analizzare il bilancio e da quali sono le proporzioni per le riserve e per
gli investimenti.
L’attivo dello SP è comunque principalmente costituito da attività immateriali, investimenti e crediti
(oltre che da riserve a carico di riassicuratori). Il passivo dello SP è invece costituito dal PN (CS+ris),
dalle riserve tecniche (FUORI dal PN), dai fondi per rischi ed oneri e depositi ricevuti da
riassicuratori, oltre che dai debiti.
Il CE, costituito con forma scalare (e leggermente differente per i 2 rami di attività), è costituito da
una parte tecnica suddivisa in “conto tecnico” e “conto non tecnico”
Oltre l’assicurazione ci sono altre 2 forme di assicurazione collaterali e collegate:
-coassicurazione: contratto con cui due o più società assicurative possono assicurare congiuntamente
lo stesso rischio
-riassicurazione: strumento di cui si servono le compagnie di assicurazione per assicurarsi a loro volta
La vigilanza sulle società di assicurazione è fatta principalmente dall’IVASS (che, come abbiamo
visto, autorizza anche ad operare tali società), dal Ministero dello Sviluppo Economico e, in ambito
internazionale, dall’EIOPA (che fa parte del sistema europeo di vigilanza finanziaria)
Lo stato patrimoniale
Le passività si caratterizzano per le riserve tecniche:
− riserva premi (sia ramo vita che danni risponde al disallineamento temporale): per rischi in corso
alla fine dell'esercizio;
− riserva sinistri (solo ramo danni, per sinistri già verificati e non ancora liquidati): valore stimato
delle spese previste soprattutto per i sinistri con danno ancora oggetto di valutazione o controversia;
− riserve aggiuntive (ramo danni es. senescenza per assicurazioni malattia, si compongono di valori
stimati).
− riserva matematica (ramo vita, tiene conto di tutti gli obblighi futuri assunti).
Le attività comprendono i beni mobili ed immobili, i titoli, le partecipazioni, i mutui e i prestiti, la
liquidità. Devono avere natura di solvibilità, liquidità e redditività coerenti con le peculiarità del
passivo.
Il Conto Economico
I ricavi tipici sono costituiti dai premi, il cui volume complessivo indica il fatturato, nello stesso
periodo si sommano i premi delle polizze emesse in anni passati e di quelle nuove (indicatore del
grado di sviluppo).
Maggiore è la durata dei contratti assicurativi, più il volume dei premi di una compagnia è in crescita,
se il tasso di abbandono delle polizze non sia > del tasso di sottoscrizione di nuovi contratti.
Viceversa, quanto più la compagnia vende polizze di durata annuale, tanto più il fatturato annuale
può essere incerto ed esposto a diminuzioni.
I costi tipici sono i risarcimenti per sinistri (danni) e l’erogazione dei capitali maturati (vita), a
questi devono essere aggiunte le provvigioni riconosciute agli intermediari.
Ai costi tipici vanno aggiunti anche quelli gestionali ed in particolare i costi derivanti dalla gestione
tecnico-assicurativa e da quella patrimoniale-finanziaria.
-previdenza pubblica di base: ispirazione solidaristica (i contributi versati dal singolo non sono
accantonati per la sua rendita futura, ma usati immediatamente per erogare le pensioni in essere),
non c’è accumulo, ma solo trasferimento di risparmio nello spazio, dai soggetti in attività a quelli in
pensione;
-Previdenza complementare collettiva: fondi pensione, gestione del contributo privato su base
collettiva ed in base al principio della capitalizzazione (trasferimento nel tempo). Contributi pagati
dal lavoratore vengono accantonati ed investiti senza che egli ne perda la titolarità, andando a
costituire l'importo delle future rendite pensionistiche;
-Previdenza complementare individuale: si fonda sempre sul principio della capitalizzazione, ma
risponde ad esigenze personalizzate (polizze vita, piani di accumulo dei fondi comuni, ecc.)
FONDI PENSIONE
I Fondi Pensione sono degli strumenti appartenenti al sistema pensionistico privato che
l’ordinamento giuridico italiano riconosce al fine di garantire ai lavoratori una pensione
complementare a quella erogata dagli Enti previdenziali del sistema pensionistico tradizionale.
I Fondi Pensione, diversamente dalla pensione obbligatoria, si basano sul sistema di
capitalizzazione, l’adesione è su base volontaria e la contribuzione avviene mediante TFR
maturando, versamenti effettuati dal lavoratore e dall’azienda durante l’attività lavorativa.
Con il D. Lgs. 252/2005 “disciplina delle forme pensionistiche complementari” si è profondamente
CAPITOLO IX
LA BANCA CENTRALE E LA POLITICA MONETARIA
Con la terza fase dell’Unione economica e monetaria (UEM), il 1° gennaio 1999 con il lancio
dell’euro, politica monetaria e politica del cambio sono unite a livello sovranazionale nell’euro
sistema e nella BCE.
Quindi gli stati membri rinunciano alla sovranità monetaria nazionale e la assegnano alle autorità
europee.
L’euro sistema è una forma istituzionale basata sul ruolo della BCE e completata con la presenza
delle banche centrali nazionali (BCN) dei 19 paesi dell’Eurozona.
Le funzioni fondamentali riguardano:
-definizione e attuazione della politica monetaria;
-detenzione e gestione delle riserve valutarie dell’Eurozona;
-effettuazione interventi sul mercato dei cambi;
-promozione del funzionamento dei sistemi di pagamento.
Le BCN hanno un ruolo nelle decisioni di politica monetaria tramite la partecipazione al consiglio
direttivo della BCE e una funzione operativa in sede di esecuzione decentrata delle decisioni.
La BCE ha personalità giuridica, strutture organizzative e risorse necessarie per la funzione di
central banking.
Le funzioni fondamentali sono quelle relative alla politica monetaria e che fanno capo
all’Eurosistema.
I suoi organi decisionali sono:
Comitato esecutivo: composto da Presidente e Vicepresidente, da altri 4 membri nominati dal
Consiglio Europeo (durata 8 anni e non rinnovabili).
Ha un ruolo nella preparazione del Consiglio direttivo e nell’attuazione delle sue decisioni;
Consiglio direttivo: definisce le scelte di politica monetaria. è composto da 6 membri del Comitato
esecutivo, a cui si aggiungono i 19 governatori delle BCN;
Consiglio generale: composizione simile al Consiglio direttivo, ma le BCN sono quelle di tutti i
paesi dell’UE (28).
Il Trattato sul funzionamento dell’UE (TFUE) stabilisce che l’obiettivo della politica monetaria è il
mantenimento della stabilità dei prezzi.
Nell’art.3 del TFUE la stabilità dei prezzi è richiamata con diversi obiettivi: sviluppo sostenibile,
piena occupazione, progresso sociale.
Questo per dire che la politica monetaria può contribuire alla crescita reale tramite benefici connessi
alla stabilità dei prezzi.
L’obiettivo è stato fissato dal Consiglio direttivo della BCE, prendendo i prezzi al consumo, con la
formula “inferiore, ma prossimo al 2%”.
La formula definisce un tasso di inflazione massimo (2%), ma al tempo stesso un tasso di inflazione
al di sotto del 2% non è coerente con la stabilità dei prezzi.
L’obiettivo è perseguito in un orizzonte di medio termine, in cui ci possono essere fattori non
controllabili che fanno divergere i prezzi dal livello desiderato.
Ogni Banca Centrale ha a disposizione degli strumenti operativi che possono essere: convenzionali
e non convenzionali.
Gli strumenti convenzionali comprendono:
-Tassi di interesse ufficiali che la BCE applica all’operazione attraverso cui entra in rapporto con le
banche per fornire o raccogliere liquidità:
-operazioni di rifinanziamento principale (ORP);
-operazioni di rifinanziamento marginale (ORM)
-operazioni di deposito (OD).
La variazione dei tassi rappresenta l’orientamento della politica monetaria della Banca Centrale.
le operazioni di mercato aperto (OMA): attraverso cui a BCE regola la liquidità del sistema
bancario e influenza i tassi di interesse.
La parte più importante delle OMA avviene con la formula del pronti-contro-termine, a iniziativa
della Banca Centrale, in contropartita con le banche.
Le OMA possono essere effettuate con modalità tecniche diverse:
-le operazioni di rifinanziamento principali (ORP) che si svolgono con frequenza settimanale e
scadenza due settimane;
-le operazioni di rifinanziamento a più lungo termine, con frequenza mensile e scadenza a tre mesi.
-le operazioni su iniziativa delle controparti (OIC): le banche operano in contropartita con la BCE
per procurarsi o impiegare la liquidità.
Abbiamo due casi di OIC:
operazioni di rifinanziamento marginale (ORM) con cui le banche ottengono finanziamenti a
scadenza overnight, garantiti da attività stanziabili;
operazioni di deposito ( OD) che sono una forma di impiego della liquidità in eccesso di cui
dispongono le banche.
riserve obbligatorie di liquidità ( ROL): la BCE può chiedere alle banche un deposito obbligatorio
pari ad una % delle passività detenute e che hanno natura monetaria.
Questo per rendere più stabile la struttura di bilancio delle banche.
Oggi l’obiettivo è quello di creare fabbisogno strutturale di liquidità delle banche e la liquidità da
parte delle BCE può raggiungere con maggiore efficacia gli obiettivi di controllo dei tassi di
interesse.
Gli strumenti non convenzionali comprendono:
programmi di acquisto di attività finanziarie: si tratta di acquisti su larga scala, definiti di
quantitative leasing.
Possono avere ad oggetto titoli pubblici, corporate bonds o covered bonds emessi da banche.
Gli effetti delle operazioni sono:
a) creazione di nuova liquidità nel sistema bancario e l’aumento dell’offerta di credito;
b) riduzione dei tassi di rendimento dei titoli oggetto degli acquisti e di quelli di duration simile;
c) abbassamento dei tassi di interesse può favorire il deprezzamento del cambio della valuta
nazionale e incentivare la competitività nel commercio internazionale.
linee di guida prospettiche: politica di interesse che la Banca Centrale mantiene per un arco di
tempo;
l’effetto può essere un ribasso sui tassi a lungo per ridurre l’incertezza sui futuri tassi a breve
giustificando un minore premio al rischio;
-rifinanziamento a lungo termine condizionato: le scadenze sono lungo e tasso molto basso.
Questo per migliorare la liquidità delle banche e riattivare l’offerta di credito verso aree del sistema
economico più svantaggiate.
tassi di interesse negativi: fino al 2009 era inapplicabile una politica di tassi negativi per evitare di
mettere in crisi il mercato monetario.
Successivamente si ritiene che il limite inferiore dei tassi non è il livello zero, poiché gli operatori
preferiscono rendimenti negativi su alcune attività finanziarie.
Questo perché la detenzione di moneta è costosa a causa della sicurezza e della conservazione.
Così anche le banche dell’Eurozona accettano tassi negativi sui depositi della BCE.
Prima della crisi il limite inferiore pari a 0 dei tassi di interesse è invalicabile.
Di conseguenza l’azione della Banca Centrale è limitata e per perseguire una politica accomodante
ha bisogno di questi strumenti non convenzionali.
CAPITOLO X
REGOLAMENTAZIONE E VIGILANZA SUL SISTEMA FINANZIARIO
BASILEA 1
Il primo passo del comitato fu compiuto nel 1988 con un accordo chiamato “Basilea 1”.
Lo scopo era quello di rafforzare la stabilità del sistema bancario internazionale e ridurre attraverso
regole standard gli spazi di gap competitivi, originati dalle differenze nelle differenti regole previste
nazionalmente.
L’approccio perseguito NON è più quello amministrativo ma quello prudenziale che faceva leva su
un concetto unico (ora importante ma non esclusivo), ovvero legare al livello di rischio assunto un
certo livello di patrimonio (“coefficiente di solvibilità”).
Viene così introdotto il c.d. Patrimonio Utile ai fini di Vigilanza (PUV) che è un concetto di
patrimonio NON contabile ma più ampio, non solo in senso estensivo (con elementi in più) ma
anche in senso restrittivo.
La ratio di questo patrimonio era appunto quella di fornire un’adeguata copertura al rischio
individuando questo elemento di copertura nel PUV.
Perché non era sufficiente il PN? Poiché la commissione ha voluto guardare in termini sostanziali (e
non solo contabili) su quali poste una banca poteva effettivamente fare conto nel momento in cui si
fosse verificato il rischio preventivato, inserendo o eliminando le voci che potevano o meno
realizzare una protezione effettiva da quel rischio (es. è eliminata dal PUV la Riserva Sovrapprezzo
Azioni)
Con Basilea 1 il PUV si costituisce su un doppio livello di patrimonio:
- “TIER 1” (patrimonio di base): patrimonio in senso tecnico assimilabile al patrimonio contabile
(CS+Ris)
- “TIER 2” (patrimonio supplementare): tutto ciò che può dare protezione effettiva e che
generalmente non è compreso nel patrimonio contabile, facendo così risaltare un patrimonio
effettivo che esprime un grado effettivo di protezione.
È composto ad esempio da riserve di rivalutazione e strumenti ibridi di capitale (ovvero passività
subordinate)
Con Basilea 1 sono solo 2 gli strumenti utilizzati per la vigilanza.
Questi sono rapporti che considerano il PUV e di cui il più famoso è rimasto da Basilea 1 in poi: è il
“coefficiente di solvibilità”.
Il coefficiente di solvibilità è uno strumento di vigilanza che serve a parametrare la solvibilità di una
banca per vedere se ha un patrimonio sufficiente a coprire i rischi.
Le banche devono avere un patrimonio pari almeno all’8% rispetto alle attività ponderate per il
rischio (ponderazione che ha subito varie modifiche e che sale muovendosi verso i clienti privati)
Questo coefficiente evidenzia una concezione di solvibilità parametrata in relazione al PUV rispetto
al rischio (in sede di Basilea 1 solo rispetto al rischio di credito) rispecchiando l’impostazione della
vigilanza prudenziale.
Le autorità, infatti lasciano ampia libertà alle banche ricordando loro però che se aumenta la
rischiosità si DEVE necessariamente aumentare il patrimonio per rispettare il vincolo imposto dal
coefficiente di solvibilità
Limiti di Basilea 1:
-approccio troppo standardizzato/approssimativo che non considerava la moltitudine di differenti
situazioni.
-inadeguata differenziazione del rischio (e conseguente incentivo al “moral hazard”).
-mancato riconoscimento della diversificazione del rischio di credito.
-mancata considerazione delle garanzie fornite dai clienti nella ponderazione sul rischio.
BASILEA 2
La mentalità con cui si approccia alla vigilanza con Basilea 2 (2006) è sempre più orientata verso
un approccio prudenziale. L’impostazione è di Basilea 2 è fatta sulla base di 3 blocchi o pilastri:
-I pilastro: rappresenta un’estensione dei rischi considerati in Basilea 1.
Sostanzialmente rimangono invariati i requisiti patrimoniali, ispirati sempre da una logica
prudenziale ma non ci si focalizza più solo sul rischio di credito ma anche su quello di mercato (in
part. sul rischio sui tassi di interesse) e su quello operativo ai quali si associa l’assorbimento
patrimoniale
-II pilastro: riguarda il controllo ed il processo prudenziale, non più basato esclusivamente sul
patrimonio e che comprende due processi di controllo.
È posta l’attenzione da parte dell’autorità di vigilanza sui processi interni oltre che sul rispetto delle
norme.
Le società devono infatti implementare processi di controllo interno per una manutenzione interna
ed una monitorazione ex ante dei rischi (ICAAP).
Le banche DEVONO inoltre devono fornire maggiori informazioni alle autorità di vigilanza che
valideranno il modello di controllo e valuteranno che i segnali ricevuti dalle banche siano corretti
(SREP).
L’altra grande novità introdotta con Basilea 2 è la possibilità di ricorrere a modelli di rating esterni
con cui si stabiliscono ponderazioni più precise in relazione alle diverse classi di rating date da
società esperte (es. non più ponderazione 0 assoluta per tutti gli stati)
-III pilastro: riguarda la disciplina di mercato e guarda agli obiettivi macroeconomici passando per
il tema delle informazioni e della trasparenza.
La pubblicazione delle informazioni consentirà anche ai mercati una corretta valutazione di solidità
e adeguatezza patrimoniale, della liquidità, dell’esposizione ai rischi e delle strategie per la loro
mitigazione
L’obiettivo di Basilea 2 è quindi quello di avere sensazioni più precise e puntuali sulla rischiosità di
una banca al fine di misurare più precisamente il patrimonio necessario alla copertura di tali rischi,
evitando dispersioni e sprechi di risorse per via di stime troppo ottimistiche o troppo prudenziali
(legate al tema dell’efficienza).
La possibilità data alle banche è quella, da un lato di seguire le indicazioni di Basilea 1 o dall’altro
seguire approcci interni con valutazioni proprie per i soggetti che ne sono in grado (con, comunque,
una verifica della correttezza del processo da parte delle autorità)
Limiti di Basilea 2:
-patrimoni insufficienti e presenza di un sistema pro-ciclico: in cui le cose andavano molto bene
quando il mercato andava bene e molto male quando il mercato andava male (1)
-utilizzo notevole della leva finanziaria: con ricorso al debito troppo importante.
Èstato così sottostimato e trascurato il tema dell’equilibrio finanziario e del rischio di liquidità
(ovvero il mismatching a medio-lungo periodo fra le poste dell’attivo e le poste del passivo)
-poca considerazione dell’interconnessione esistente fra le banche che favorisce il propagarsi degli
shock.
BASILEA 3
Visti i limiti presenti in Basilea 2 e la successiva crisi finanziaria del 2008 si è reso necessario un
deciso rafforzamento della disciplina che consentisse anche di ristabilire la fiducia del pubblico
verso le banche, anche attraverso regole più severe e credibili.
Nasce così nel 2010 l’accordo di Basilea 3.
Si è cercato di sopperire a (1) con una modifica della struttura patrimoniale; a (2) con l’introduzione
di alcuni parametri; e infine a (3) lavorando sull’ottica di vigilanza, distinguendo banche sistemiche
e non, che producono effetti diversi per dimensione e rilevanza sul sistema nel suo complesso
La composizione del PUV cambia notevolmente con Basilea 3: non c’è più la netta distinzione fra
TIER 1 (che è assimilabile al Capitale primario di Classe 1 e coincide con il core capital) e TIER 2
(assimilabile al Capitale di Classe 2).
Si ha invece una serie di stratificazioni la cui diversa composizione permette di raggiungere il
famoso limite dell’8%.
Questo limite non è più raggiungibile indiscriminatamente: almeno il 4,5% deve essere costituito
dal CET 1 (Capitale primario di Classe 1). Sono stati poi introdotti alcuni “buffer aggiuntivi di
capitale” che devono comporre il PUV e favorire la stabilità del sistema finanziario:
-riserve di conservazione: hanno un’azione anticiclica.
Quando le cose vanno bene per la banca, non ci si deve fermare al limite dell’8% ma si devono
accantonare scorte a CET 1 fino al 2,5%.
-riserve anticicliche: è una riserva aggiuntiva di CET 1 che varia tra lo 0 e il 2,5%, stabilita dalle
autorità di vigilanza che scatta quando si ha una crescita molto accentuata per calmierare un
possibile atteggiamento inflattivo.
Comporta per le autorità di vigilanza il doppio vantaggio di garantire un maggior patrimonio per la
copertura dei rischi ed avere effetto sedativo tramite il canale bancario a livello macroeconomico.
-elemento aggiuntivo patrimoniale: fra lo 0 e il 5% previsto per le sole banche sistemiche
-altre forme specifiche: previste per singole banche in relazione a situazioni specifiche
Per mitigare il notevole utilizzo della leva finanziaria e del ricorso al debito scatenatosi con Basilea
2, si è voluto introdurre con Basilea 3 uno strumento per calmierare ciò.
È stato previsto quindi un limite minimo del 3% al rapporto fra patrimonio di base (TIER 1) e totale
dell’attivo.
L’aver trascurato il rischio di liquidità ha portato, con Basilea 3, alla formazione di 2 indici per
tutelare la liquidabilità degli attivi bancari:
-LCR: indice di liquidità di breve periodo (simile a un indice di tesoreria) che impone alle banche di
detenere attività liquide di elevata qualità e non vincolate (HQLA), adeguate a coprire deflussi
monetari netti improvvisi e sostanziosi. Si calcola come HQLA/flussi di cassa previsti nei 30 giorni
successivi e deve essere maggiore del 100% (o maggiore di 1).
-NSFR: che incentiva il finanziamento delle banche attraverso fondi stabili al fine di rafforzare la
capacità a far fronte ad eventi traumatici su un orizzonte temporale di un anno.
Si calcola come l’ammontare disponibile di provvista stabile rapportato all’ammontare obbligatorio
di provvista stabile e deve essere maggiore del 100% (o maggiore di 1).
Le innovazioni previste da Basilea 3 trovano applicazione europea con il pacchetto CRD IV.
I punti di maggiore innovazione sono:
-Rafforzamento della qualità del capitale e di componenti aggiuntive di dotazione, rispetto al livello
di base dell’8%.
-Introduzione di un leverage ratio, rapporto tra capitale e attività di bilancio non ponderate per il
rischio, per impedire la dilatazione delle esposizioni a valore nominale.
-Previsione di parametri di adeguatezza del livello di liquidità (liquidity coverage ratio, LCR), cioè
la capacità di coprire le uscite monetarie in un orizzonte di 30 giorni e dell’equilibrio finanziario (net
funding stable ratio, NSFR), ovvero la limitazione delle divergenze di scadenze tra attivo e passivo.
Il pacchetto CRD IV e le regole sul capitale
-Le regole principali sul capitale contenute nel CRD IV prevedono principalmente due ambiti di
innovazione:
-Rafforzamento della qualità degli strumenti di capitalizzazione;
-Previsione di componenti aggiuntive di capitale rispetto al livello minimo dell’8%.
-L’aspetto più importante è relativo all’aumento del peso del capitale primario di classe 1, cioè la
dotazione rappresentata dalle azioni ordinarie (dal 2 al 4,5%), mentre la classe 2 viene dimezzata al
2%: ciò perché la crisi 2007-2009 aveva evidenziato non solo una carenza di capitalizzazione, ma
anche una debolezza nella sua composizione per il peso di componenti non pienamente utilizzabili in
prossimità d’insolvenza.
I requisiti dell8% delle APR vengono integrati con:
-Riserva di conservazione: corrispondente al 2,5% delle APR, ha funzione di cuscinetto di protezione
del capitale ed è collegata a misure compensative se il livello non viene mantenuto (ad esempio
vincolo di non distribuzione dei dividendi).
-Riserva anticiclica: fino al 2,5% delle APR, viene prevista per attenuare la ciclicità dell’offerta di
credito.
-Riserve aggiuntive per le istituzioni finanziarie sistemiche, cioè potenziali generatrici di instabilità
sistemica, con un peso che va fino al 5% delle APR.
-Riserva per il rischio sistemico: viene lasciata alla facoltà degli Stati membri, ed è finalizzata alla
mitigazione dei rischi macro-prudenziali diversi dalla ciclicità.
-Ulteriori dotazioni che possono essere richieste nell’ambito dell’applicazione del secondo pilastro,
riflettenti le eventuali debolezze qualitative della banca.
Il pacchetto CRD IV e il coefficiente di leva finanziaria (CLF)
Lo sviluppo dei modelli interni di ponderazione ha comportato la riduzione progressiva del rapporto
tra APR e attività a valore nominale: ne è derivato un ulteriore vincolo prudenziale, incentrato sul
capitale (classe 1 – Tier 1), ma riferito al totale delle attività non ponderate per il rischio:
CLF = Capitale Classe 1 / Totale attività ≥ 3%
Il pacchetto CRD IV e le regole sulla liquidità delle banche:
-Vengono definiti due vincoli prudenziali finalizzati a limitare il livello di rischio connesso alla
situazione della liquidità e della struttura di finanziamento a medio termine.
-Rapporto di copertura della liquidità (RCL), che misura la capacità delle banche di coprire con
proprie riserve il fabbisogno di liquidità in situazione di stress a brevissimo termine: bisogna garantire
la sopravvivenza della banca per almeno un mese, qualora si trovi in stress di liquidità. Il numeratore
comprende le attività convertibili in cassa immediatamente e con limitate perdite.
RCL = Attività liquide di alta qualità / Uscite monetarie previste entro 30 giorni ≥ 100%
Coefficiente netto di finanziamento stabile (CNFS), ancora da formulare nei dettagli applicativi,
esprime l’equilibrio finanziario della banca nell’orizzonte oltre i 12 mesi.
Lo scopo è quello di indirizzare le banche verso l’adozione di strutture di attivo/passivo equilibrate e
sostenibili, per contrastare l’eccessiva tendenza a finanziare gli attivi immobilizzati con
indebitamento a breve.
CNFS = Finanziamenti stabili oltre i 12 mesi / Fabbisogno di finanziamenti stabili ≥ 100%
L’Unione Bancaria Europea (UBE)
In tema di regolamentazione, l’Unione prevede tre principali finalità:
-Riduzione delle probabilità di crisi: attuazione delle direttive di Basilea 3, con riguardo a capitale,
liquidità e leverage ratio;
-Limitazione del costo delle crisi per il contribuente: strumentazione del bail-in e formazione di un
Fondo di risoluzione sovranazionale, con la direttiva Bank Recovery and Resolution (BRRD);
-tutela dei depositanti: direttiva Deposit Guarantee Scheemes (DGS).
-Gli interventi sulla regolamentazione si completano con il rafforzamento della vigilanza bancaria,
trasposta a livello sovranazionale attraverso i meccanismi previsti dall’UBE, ovvero il Meccanismo
Unico di Vigilanza (MUV) e il Meccanismo Unico di Risoluzione (MUR).
-L’UBE nasce nel 2012, sotto la pressione della crisi del debito sovrano, che evidenziò come l’alto
rischio del debito dei paesi vulnerabili tendesse a trasmettersi al settore bancario attraverso gli
investimenti in titoli pubblici che le banche detengono nell’attivo: a ogni perdita di valore dell’attivo,
corrisponde l’erosione della dotazione di capitale delle banche, con conseguente peggioramento della
solvibilità e necessità di salvataggio a carico dello Stato (con aumento del debito pubblico e
deterioramento del livello di rischio).
Tale condizione inoltre trovava un netto peggioramento nell’incertezza informativa, data dal fatto che
le autorità di controllo e vigilanza erano autorità nazionali, nella cui certificazione non si possedeva
alcuna fiducia.
Sulla base di questi presupposti la riforma del 2011 dà origine al SEVIF.
L’UBE è articolata in quattro componenti:
-Meccanismo di Vigilanza Unico (MVU). Rientra nell’ambito della vigilanza micro-prudenziale e
prevede tre finalità:
a) rafforzamento della solidità e della sicurezza del sistema bancario;
b) miglioramento dell’integrazione finanziaria e della stabilità;
c) attuazione di un sistema di vigilanza efficace e coerente.
Il ruolo chiave si attribuisce alla BCE, che attua il controllo su 130 banche maggiori, mentre le altre
banche sono sotto la vigilanza delle autorità nazionali (pur sotto la responsabilità della BCE).
-Meccanismo di Risoluzione Unico (MRU). Ha il compito di gestire in maniera accentrata i processi
di risoluzione delle banche in crisi, pur prevedendosi anche in questo caso un concorso tra strutture
accentrate, il CUR (Comitato Unico di Risoluzione), responsabile per la risoluzione delle banche
significative, in simmetria con il MVU, e strutture accentrate, ovvero le autorità di risoluzione
nazionali (Banca d’Italia).
L’impostazione generale è orientata a prevenire le crisi e, al massimo, a risolverle addossando il costo
del risanamento ai privati e non al bilancio dello Stato.
-Sistema di tutela dei depositi. In fase di elaborazione, prevede l’istituzione di uno Schema europeo
di assicurazione dei depositi.
Single Rulebook. Si tratta di un testo unico della regolamentazione bancaria di secondo livello, per la
gran parte direttamente applicabile in ogni paese dell’UE senza recepimento.
La gestione delle crisi bancarie:
La gestione delle crisi è uno dei tre pilastri dell’UBE, e ha previsto l’emanazione di un apposito corpo
normativo, la Direttiva sul risanamento e la risoluzione delle banche (BRRD), e la creazione di un
meccanismo istituzionale apposito per portare a livello unitario e sovranazionale la gestione delle
crisi.
Il MRU opera in maniera complementare con gli altri due pilastri dell’UBE al fine del rafforzamento
della stabilità, con interventi che si sviluppano in tre stadi:
-Prevenzione delle crisi (CRD IV e MVU);
-intervento pre-crisi (Direttiva BRRD e MRU);
-Gestione delle crisi (Direttiva BRRD e MRU, sistemi di garanzia dei depositi).
In sostanza si prevede di circoscrivere il più possibile l’incidenza delle crisi attraverso la prevenzione
(rafforzamento della vigilanza prudenziale e vigilanza unica), l’intervento pre-crisi (quando la
situazione delle banche è ancora risanabile attraverso piani di risanamento e risoluzione) e la gestione.
Intervento pre-crisi
L’intervento pre-crisi viene recepito nel Titolo IV del TUB.
Si prevede l’obbligo per le banche di predisporre misure preparatorie alla crisi, attraverso la
previsione di:
Piani di risanamento redatti dalle singole banche, da sottoporre a Banca d’Italia, l’autorità di
risoluzione (AR), che contengano le misure da attuare per il riequilibrio finanziario e patrimoniale.
-Piani di risoluzione redatti dall’AR, ovvero le linee strategiche e le azioni da attuare in caso di crisi,
affinché si minimizzi il tempo d’intervento, data la velocità di propagazione dei segnali di crisi al
mercato.
Accanto alle misure preparatorie si prevedono misure di intervento precoce che possono riguardare
l’attuazione di quanto previsto nel piano di risanamento, ma possono anche estendersi alla
ristrutturazione del debito o alla modifica della forma societaria, o, nei casi più gravi, alla rimozione
degli organi di amministrazione e controllo e alla procedura di amministrazione straordinaria (con
commissari nominati da Banca d’Italia).
La gestione della crisi bancaria
L’attivazione della procedura di gestione delle crisi presuppone due condizioni:
-Dissesto o rischio di dissesto per la banca, associato a più evidenze negative:
-Irregolarità amministrative o violazioni normative così gravi da giustificare la revoca
dell’autorizzazione all’esercizio;
-Perdite che abbattano una parte significativa del patrimonio;
-Stato di insolvenza nei confronti dei creditori;
-Utilizzo di un sostegno finanziario pubblico straordinario (salvo il caso di contrasto di una instabilità
economica).
-Mancanza di soluzioni alternative.
Qualora la AR accerti il dissesto, la procedura di risoluzione viene avviata solo se si manifesta
l’interesse pubblico, valutato in relazione alla possibilità di raggiungere la continuità delle funzioni
della banca, la tutela dei depositanti, la stabilità finanziaria, la limitazione dei costi a carico delle
finanze pubbliche.
L’applicazione della procedura di risoluzione prevede un’attività di ristrutturazione condotta dall’AR
attraverso le tecniche introdotte dalla BRRD, e si propone di mantenere la continuità dell’offerta dei
servizi essenziali (come quelli di pagamento) e ristabilire la sostenibilità economica della parte sana
della banca attraverso una liquidazione degli asset non più gestibili.
Gli strumenti di risoluzione comprendono, in maniera non necessariamente alternativa:
-Dismissione di parte degli asset a investitori privati;
-Costituzione di un veicolo societario apposito (banca ponte) per conferire il nucleo aziendale sano e
dare continuità all’offerta di servizi sotto la vigilanza dell’AR, per poi esser messo in vendita sul
mercato;
-Trasferimento degli asset non gestibili a un veicolo societario apposito (bad bank) che ha il compito
di gestire la liquidazione;
-Bail-in, ossia l’azzeramento o svalutazione delle azioni e dei crediti (esclusi quelli protetti da -
garanzia come i depositi) in essere per assorbire le perdite e ricostituire il capitale.
Si basa sull’assunto che un comportamento accettabile a livello micro non sia necessariamente buono
anche per il sistema, soprattutto per la presenza delle interconnessioni tra i rischi delle diverse attività
finanziarie al di fuori della gestione dei singoli intermediari, che potrebbero potenzialmente essere
fonte di instabilità sistemica.
La politica monetaria non si considera adatta allo scopo perché concentrata principalmente sulla
stabilità dei prezzi, dunque non idonea al controllo della totalità dei rischi sistemici, che talvolta
richiede interventi di taglio più settoriale e flessibile.
Le finalità principali oltre a quelle già illustrate sono il controllo dell’accumulo di rischi finanziari da
parte delle banche e il rafforzamento della resilienza del sistema.
La coesistenza tra funzioni di politica monetaria e vigilanza prudenziale possiede numerosi argomenti
a favore (vantaggi informativi reciproci, monitoraggio del rischio sistemico insito nella politica
monetaria, indipendenza e competenze tecniche e operative proprie della Banca Centrale), ma anche
dimensioni critiche (principalmente i possibili conflitti di interesse).
CAPITOLO XI
L’EQUILIBRIO REDDITUALE, PATRIMONIALE E FINANZIARIO DEGLI
INTERMEDIARI FINANZIARI
Il fine istituzionale dell'impresa e la produzione di reddito: tale affermazione si applica anche agli
intermediari finanziari, che sono finalizzati a produrre un margine economico.
Nel contesto dell'economia di mercato, la titolarità del margine economico (reddito o profitto)
compete giuridicamente a coloro che detengono i diritti proprietari dell’impresa e ne sopportano il
rischio economico.
In merito, il riferimento principale è al concetto di redditività per l'azionista, il quale, in un contesto
di grande frazionamento della proprietà, assume il comportamento tipico dell'investitore con finalità
esclusivamente economico-finanziarie: in quest’ottica, risulta essenziale l'equilibrio a lungo termine
dell'impresa, per l’azionista come per tutti gli altri stakeholders.
Tali considerazioni assumono maggior valore per l'intermediario, il quale ha contropartita di scambio
con un numero di creditori e debitori talmente elevato da assumere rilevanza sociale.
L'equilibrio di gestione fa riferimento a tre profili diversi:
-Equilibrio reddituale: Identifica, secondo la struttura di costi e ricavi, la capacità dell’intermediario
di conseguire risultati economici necessari per garantirne stabilità e sviluppo.
In sostanza, il valore della produzione deve essere in grado di remunerare a prezzi di mercato i fattori
produttivi impiegati, compreso il capitale conferito.
-Equilibrio finanziario: si riferisce alla capacità della gestione di mantenere con continuità l'equilibrio
fra flussi di cassa in entrata e flussi in uscita. In prima battuta, fa riferimento all'equilibrio monetario
in periodi di tempo brevi, mentre adottando una nozione più ampia, denota anche la capacità di
mantenere sotto controllo la corrispondenza tra la struttura dell'attivo e la struttura del passivo.
Questo tipo di equilibrio assume importanza tanto maggiore quanto maggiori sono l'intermediazione
creditizia e la trasformazione delle scadenze.
-Equilibrio patrimoniale: si riferisce alla capacità della gestione di mantenere un'adeguata eccedenza
del valore dell'attivo rispetto al passivo, ovvero un capitale netto positivo a un livello coerente con i
rischi assunti.
All' apparente semplicità concettuale si affianca la difficoltà di misurazione: infatti, mentre il valore
delle passività ha un elevato grado di certezza, quello delle attività subisce l'influenza dei criteri
valutativi adottati.
Vanno effettuate tre ulteriori considerazioni:
-I diversi tipi di equilibrio di gestione sono fisiologicamente interdipendenti; quindi, vanno intesi
come aspetti di un concetto unitario di equilibrio di gestione.
-L'asse portante dell’equilibrio di gestione è il risultato reddituale, in sintonia con l'obiettivo di
produzione di ricchezza.
Per questo motivo si attribuisce all'equilibrio finanziario e patrimoniale la natura di vincoli.
Con un riferimento specifico agli intermediari finanziari, essi si caratterizzano per una maggiore
importanza e criticità delle variabili finanziarie e patrimoniali: ciò perché l'intermediario si
caratterizza per una maggiore dimensione di indebitamento e per lo svolgimento di funzioni di
trasformazione delle scadenze e dei rischi, motivo per cui l'equilibrio finanziario e patrimoniale
costituiscono condizione imprescindibile di operatività.
Accanto alla nozione di equilibrio di gestione, si introduce quella di rischio di impresa, inteso come
probabilità che le diverse condizioni di equilibrio possano subire alterazioni quantitativamente
predefinite.
Anche il rischio di impresa viene scisso in componenti elementari:
-Componente economica: si tratta del rischio di perdita;
-Componente finanziaria: ovvero il rischio di liquidità;
-Componente patrimoniale: dunque il rischio di insolvenza.
L’EQUILIBRIO REDDITUALE E LE DIVERSE MODALITÀ DI FORMAZIONE DEL
REDDITO
Tra gli indicatori dell’equilibrio reddituale, il più utile e sintetico è la redditività del capitale proprio
dell'impresa (ROE), espresso dal rapporto tra risultato netto rilevato nel conto economico e capitale
netto determinato dallo stato patrimoniale.
Il ROE riassume tutti i riflessi reddituali di ogni politica aziendale e di ogni fenomeno di ambiente
che si riflette sull’impresa: infatti, avendo a numeratore il risultato netto, tiene conto delle componenti
positive e negative di reddito, mentre presentando a denominatore il capitale netto, riflette la
dimensione delle risorse messe a disposizione dagli azionisti.
La sua variabilità nel tempo è in grado di rappresentare il rischio complessivo di impresa.
Bisogna tenere presente che i quozienti di bilancio, come il ROE, vengono ricavati da quantità
reddituali, finanziarie e patrimoniali elaborate secondo criteri contabili.
La redditività contabile si differenzia da quella misurata con criteri economico finanziari, secondo
diversi aspetti:
-L’azionista misura la propria redditività tenendo conto dei dividendi e delle variazioni del valore
dell'azione, mentre il reddito netto comprende anche la parte di utile destinata ad autofinanziamento;
-Gli indicatori contabili di redditività non possono essere confrontati con i rendimenti di investimenti
alternativi, dal momento che i primi sono calcolati in base a ricavi e costi dell'esercizio, mentre i
secondi in base ai flussi di cassa in uscita e in entrata, tenendo conto dei rispettivi tempi di
accadimento.
-I dati e le informazioni contenuti nei bilanci spesso sono influenzati da norme civilistiche, norme
fiscali e principi contabili;
-Le rilevazioni contingenti che formano il bilancio riflettono talvolta fenomeni congiunturali (come,
ad esempio, le variazioni dei tassi di interesse).
Per modello di economicità si intende la modalità analitico interpretativa più corretta per mettere in
evidenza le specificità nella formazione dell’equilibrio reddituale dell'intermediario.
Tale modello può essere osservato:
-Ex post: in tal senso è espressione dell’impatto sugli indicatori prescelti degli assetti operativi
strutturali, delle strategie e delle politiche gestionali;
-Ex ante: in tal caso, si tratta di piani e programmi da realizzare.
I modelli di economicità elementari fanno riferimento a quattro nozioni di margine reddituale:
-Margine di interesse;
-Margine da commissioni;
-Margine da plusvalenze;
-Margine assicurativo.
La formazione del margine reddituale della banca si presta a una composizione in margini elementari:
-Mis o Margine di interesse: è costituito dalle differenze fra ricavi per interessi attivi e costi per
interessi passivi.
Esprime un valore assoluto che misura il valore lordo della produzione dell'intermediazione
creditizia, senza però tener conto del rischio di insolvenza.
-Rsn o Margine da commissione: costituito dai ricavi netti da servizi. Infatti, i servizi nei confronti
della clientela vengono remunerati da commissioni. Si parla di ricavi netti perché la banca, oltre ad
incassare commissioni, le paga (ad esempio, quando effettua operazioni sull’estero).
-Mplus o Margine da plusvalenze: costituisce il risultato netto dell’attività di negoziazione e utile o
perdita da cessione o riacquisto di crediti e attività/passività finanziarie.
La banca detiene valori mobiliari, la cui cessione o valutazione può, a seguito di uno scostamento del
prezzo di mercato, determinare una plusvalenza o una minusvalenza.
Nella prassi, si utilizza per identificare il risultato lordo dell’area finanza.
Rn/Rl (Reddito netto/Reddito lordo): misura l’incidenza dell’imposizione fiscale, sempre inferiore
all’unità;
Rl/Rgf (Reddito lordo/ Risultato della gestione finanziaria): misura l’incidenza dei costi operativi, o
meglio, quanta parte del risultato di gestione viene assorbita da tali costi.
Nella prassi bancaria, si utilizza il cost income ratio, espresso dal rapporto tra costi operativi e ricavi
totali della banca, soprattutto per confrontare, a parità di dimensione, struttura e composizione del
portafoglio, l’efficienza tra banche.
Rgf/MinT (Reddito della gestione finanziaria/ Margine di intermediazione totale): misura l’incidenza
dei rischi, in particolare del rischio di credito e di insolvenza.
MinT/Min1° (Margine di intermediazione totale/ Margine di intermediazione da interessi e
commissioni): misura il contributo di MPlus alla formazione del margine di intermediazione.
Min1°/Mis (Margine di intermediazione da interessi e commissioni/Margine di interesse): misura il
contributo del margine da commissioni (Rsn) al margine di interesse.
In genere si tratta di un valore superiore a uno: più elevato è il valore, tanto maggiore è l'importanza
dell'attività di servizio e intermediazione mobiliare.
Mis/TA (Margine di interesse/ Totale attività): pone in evidenza il margine di interesse unitario
riferito al totale delle attività della banca, cioè al capitale investito, comunemente indicato come ROA.
TA/Mp (Totale attività/Mezzi propri): esprime la misura della leva finanziaria della banca, che da un
lato funge da moltiplicatore e dall'altro è il fondamento dell’equilibrio patrimoniale.
La formazione del margine di interesse può essere scomposta:
Definizione e misurazione
La banca è caratterizzata principalmente da raccolta a vista, per larga parte depositi in conto corrente
e aperture di credito in conto corrente: dunque risulta intuitivo comprendere che la banca deve essere
costantemente liquida.
L'equilibrio finanziario della banca è sinteticamente espresso dal saldo dei flussi finanziari in entrata
e in uscita: è preferibile che esso si mantenga in prossimità di valori nulli e che la variabilità dei saldi
nel tempo sia contenuta.
È bene effettuare una classificazione dei flussi finanziari:
Flussi finanziari positivi:
-Variazioni positive di passività finanziarie;
-Variazioni negative di attività finanziarie;
-Variazioni negative di attività reali;
-Variazioni positive dei mezzi propri;
-Ricavi finanziari e non finanziari
Flussi finanziari negativi:
-Variazioni negative di passività finanziarie;
-Variazioni positive di attività finanziarie;
-Variazioni positive di attività reali;
-Costi finanziari e non finanziari;
-Imposte e tasse;
Dividendi.
I movimenti delle voci considerate producono variazioni monetarie soltanto se hanno contropartita
monetaria: ad esempio, la maturazione degli interessi passivi su depositi dovrebbe manifestarsi con
un’uscita di cassa (pagamento degli interessi), ma normalmente dà luogo a un accredito degli interessi
sui rispettivi depositi, trovando quindi contropartita in un aumento delle passività, che però non
corrisponde ad un’entrata di cassa.
In sostanza, nella maggior parte dei casi si realizza una compensazione fra potenziali uscite e
potenziali entrate.
-La gestione della liquidità si avvale e si giova di politiche e azioni volte a rendere più probabili e
frequenti le opportunità di compensazione.
-La rilevazione dei flussi finanziari, delle entrate, delle uscite ed i saldi di cassa aiuta definire
l'equilibrio finanziario aziendale: tuttavia, la mera osservazione della sequenza e della dinamica dei
saldi finanziari nel tempo dà un'informazione storica della tendenza in atto, e del conseguente impatto
sulla scorta di liquidità, ma non costituisce una previsione affidabile al fine di individuare condizioni
favorevoli alla formazione di un equilibrio finanziario stabile e ottimale.
Previsioni e simulazioni dell’equilibrio finanziario: metodi e tecniche di misurazione e di gestione
Con il termine previsione si fa riferimento alla proiezione della situazione aziendale esistente al fine
di quantificare la liquidità della banca e i flussi che saranno generati dalla situazione patrimoniale di
partenza.
Nella prassi bancaria vengono impiegati tre metodi per misurare l'equilibrio finanziario prospettico:
-Il metodo della riclassificazione delle quantità dello stato patrimoniale riclassificato per liquidità;
-Il metodo delle rilevazioni dei flussi di cassa generati dal normale svolgimento dell'attività della
banca secondo una scalettatura temporale predefinita (maturity ladder) e crescente;
-Metodi ibridi.
Il metodo delle quantità di stato patrimoniale riclassificate per liquidità
Il criterio fondamentale alla base consiste nella preventiva scelta di un orizzonte temporale
significativo per la gestione e nella successiva separata classificazione delle attività e delle passività
che entro l'orizzonte temporale si trasformeranno o potranno trasformarsi in flussi di cassa.
La cartolarizzazione dei prestiti consiste in una reingegnerizzazione del processo produttivo del
credito, il quale è scandito in due fasi successive: prima la produzione dei prestiti e poi la gestione e
il finanziamento nel tempo degli stessi.
La menzionata reingegnerizzazione fa riferimento alla attribuzione delle due fasi a due intermediari
distinti:
-La banca originator, che si limita alla produzione dei prestiti, alla loro concessione, e
successivamente li cede;
-Lo special purpose vehicle (SPV), che finanzia i prestiti fino a estinzione, provvedendosi di capitale
mediante le emissioni di titoli di debito particolari, gli asset backed securities (ABS).
La causa principale di questa innovazione è da rintracciarsi nel progressivo assottigliamento del
margine di interesse avutosi tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, che ha causato la
necessità di migliorare la redditività del processo di intermediazione.
Inoltre, va tenuta in conto l'innovazione regolamentare (Basilea 1), che ha previsto per il
mantenimento dei prestiti in bilancio margini lordi minori, scalati nel tempo per la durata dei contratti
di prestito, e un maggiore assorbimento di capitale proprio.
La cessione dei prestiti risolve il problema, a condizione che il prezzo di cessione sia conveniente:
quando la banca originator produce buoni prestiti, questi possono essere ceduti a un prezzo
conveniente, tesi a remunerare la professionalità distintiva di origination.
Questo processo consente alla banca di incassare subito il valore attuale dei margini di interesse futuri,
trasformando il flusso di margini di interesse futuri in un margine attuale da plusvalenza, soprattutto
nel caso di cessione sistematica dei prestiti.
Puntualizzando:
-Il trasferimento dei prestiti comporta l'incasso del prezzo di cessione, ovvero un flusso di liquidità
che può essere destinato a concedere ulteriore credito, accelerando la produzione dei prestiti e
aumentando il volume del credito producibile, chiaramente funzione della velocità delle operazioni
di cessione.
-Le minori dimensioni dell'attivo investito in prestiti e del corrispondente passivo consentono di
ridurre il volume sia del capitale proprio sia della riserva di liquidità, ottenendo un processo più
efficiente;
-Al miglioramento dell’equilibrio reddituale corrisponde una semplificazione dell’equilibrio
finanziario e patrimoniale;
-Bisogna inoltre considerare la possibilità di attuare economie di specializzazione.
La stabilità, la sostenibilità e la continuità del modello di business dipendono da tre condizioni:
-La possibilità e capacità di produrre buoni prestiti;
-La convenienza dei prezzi di cessione degli stessi;
-La stabile continuità delle operazioni di cessione.
Nel concreto, la banca continua a svolgere in modo integrato entrambi i processi di intermediazione,
sia quello tradizionale sia quello della cessione- cartolarizzazione.
Rispetto alle società veicolo, sono essenziali la condizione di separatezza e quella di immunizzazione
del patrimonio della stessa da qualsiasi rischio afferente al portafoglio di prestiti in essa collocato.
Il criterio fondamentale consiste nell’accertare ex ante la sostenibilità dell'operazione, in relazione ai
costi che essa comporta, alla necessità che il prezzo dei prestiti consenta di attribuire all'emissione
delle ABS profili di rischio-rendimento appetibili, e alla necessità di un equilibrio tra i flussi di cassa
attesi dai prestiti e quelli promessi ai sottoscrittori di ABS. Secondo quanto si è detto, la struttura
delle scadenze del passivo deve necessariamente coincidere con quella dell'attivo: ciò significa che
non sono concesse le trasformazioni delle scadenze.
Eventuali alterazioni rilevate ex post vanno direttamente a riduzione delle prestazioni effettive
riconosciute ai sottoscrittori delle ABS: i rischi di liquidità e di solvibilità sono dunque assorbiti da
questi ultimi, e il problema dell’equilibrio finanziario e patrimoniale della società veicolo non si pone.
In caso di timore crescente di crisi di solvibilità, i creditori sono indotti a sottrarsi ai rischi di perdita,
i depositanti prelevano i propri crediti, gli obbligazionisti cercano di liquidare e monetizzare i propri
investimenti: di conseguenza, la crisi di solvibilità della banca è causa diretta della sua crisi di
liquidità.
Alternativamente, il fattore primario di instabilità può essere una crisi di liquidità, che costringe la
banca a monetizzare rapidamente i titoli appartenenti alla riserva di seconda linea a prezzi decrescenti.
Le minusvalenze realizzate si riflettono in una diminuzione del valore del patrimonio netto contabile,
innescando una crisi di solvibilità.
Un esempio calzante è costituito dalla crisi di liquidità delle banche americane nel 2007- 2009: le
banche, già patrimonialmente indebolite dal deterioramento dei prestiti ipotecari in portafoglio, si
videro costrette a monetizzare rapidamente gli asset finanziari, subendo forti minusvalenze, e di
conseguenza un impatto diretto sia sull’equilibrio reddituale sia patrimoniale, con progressiva
erosione del patrimonio netto.
Le crisi bancarie devono essere prevenute, per diversi motivi:
-In primo luogo, è difficile che la banca in crisi riesca ad attuare operazioni di aumento di capitale a
pagamento facendo appello a investitori esterni;
-Inoltre, il reperimento di nuova liquidità viene ostacolato dall’assenza delle condizioni di stabilità
che il mercato e i potenziali creditori realisticamente richiedono.
La diretta conseguenza di quanto appena affermato è che nell’immediato la gestione della crisi non
può che contemplare l'intervento di attori esterni, agenti in una prospettiva di salvataggio.
L' approccio alternativo e prevalente è di tipo regolamentare, finalizzato appunto a prevenire le crisi
mediante l'imposizione di robusti requisiti di capitalizzazione di liquidità.
Non si pone particolare attenzione al profilo dell'equilibrio reddituale, dal momento che la redditività
della banca compete a chi la gestisce.
CAPITOLO XII
I RISCHI REDDITUALI CARATTERISTICI DELL’INTERMEDIAZIONE
CREDITIZIA E LA LORO GESTIONE
Affermare che la banca prende posizione significa sostanzialmente che essa assume il rischio che
l'attività oggetto di investimento abbia variazioni di valore positive e negative rilevanti ai fini della
formazione del risultato economico.
I rischi più importanti, dei quali è possibile stimare con buona approssimazione gli impatti reddituali,
sono:
-Il rischio di controparte o di insolvenza della controparte, riferito alla possibilità che la controparte
contrattuale si riveli insolvente, poiché non disposta a pagare o perché incapace di pagare;
-Il rischio di mercato, relativo alla possibilità che le variazioni dei prezzi di mercato influiscano sul
risultato reddituale della gestione;
-Il rischio operativo, che si riferisce prevalentemente all'eventualità che l'organizzazione aziendale
presenti delle disfunzioni.
Le regole stabilite dal Nuovo Accordo sul capitale, denominato Basilea 3, sottopongono queste prime
tre fattispecie a costante e stringente monitoraggio, poiché queste comportano un potenziale
assorbimento del capitale.
Il contratto da cui ha origine l'insolvenza della controparte può alternativamente essere un contratto
di credito oppure di compravendita di attività finanziarie: per questo motivo si suole distinguere tra
rischio di credito e rischio di regolamento.
Il rischio di credito consiste nell'eventualità che alle scadenze previste il cliente finanziato si riveli
insolvente in misura totale o parziale per quanto riguarda il rimborso del capitale e/o il pagamento
degli interessi.
Lo stato di insolvenza così definito non consente di determinare l'effettiva perdita per
l’intermediario: in tal senso occorre attendere il risultato delle azioni di recupero per una stima della
perdita definitiva, ottenuta dunque solo dopo tempi non brevi.
Bisogna tener presente che gli amministratori sono tenuti, al termine dell'esercizio, ad accertare il
presumibile valore di realizzo dei crediti in essere e a detrarre dal valore la perdita presunta,
inserendola nel conto economico sotto la voce rettifiche di valore.
Il mancato pagamento determina il venir meno di un'entrata di cassa attesa, e dunque l'esposizione a
un rischio finanziario di durata ed entità ignote.
Ai fini del controllo del suddetto rischio si attuano procedure sistemi di gestione particolari,
inquadrati nella politica dei prestiti, che riguarda tutti i profili della gestione del portafoglio prestiti,
determinandone la dimensione, la composizione e i criteri di valutazione dei singoli affidamenti.
Ai fini del controllo del rischio di credito i profili rilevanti sono:
-Il tasso di sviluppo desiderato dei prestiti. Se ad esempio la politica dei prestiti assume obiettivi di
sviluppo quantitativo del portafoglio aggressivi, superiori per ipotesi al tasso di crescita della
domanda globale, è probabile che stia progressivamente assumendo rischi maggiori.
-La composizione del portafoglio prestiti. Si tratta essenzialmente di diversificare le singole
posizioni di affidamento (e quindi il rischio) in funzione dei settori di appartenenza delle aziende
affidate, della loro localizzazione geografica e degli aspetti tecnico contrattuali relativi ai contratti
con esse stipulati.
-I criteri e i metodi di valutazione e selezione di singoli affidamenti. Il cambiamento del
portafoglio prestiti nel corso del tempo è comportato dall'estinzione naturale, dalla chiusura di
vecchie posizioni e dall'apertura di nuove.
Specialmente in quest’ultimo caso, si presuppone l'applicazione di criteri e metodi di valutazione
finalizzati a controllare la capacità di rimborso del cliente: in questo senso, maggiore è l'efficienza
delle attività di valutazione e selezione, tanto più controllato è il rischio di credito assunto;
-La determinazione del prezzo di credito. Fa riferimento al tasso di interesse applicato, che deve
remunerare sia le risorse finanziarie utilizzate, sia i costi operativi sia il rischio di perdita implicito.
Il processo produttivo della concessione di credito è costituito da fasi che possono avere esito
positivo o negativo: nel primo caso, la fase costituisce l'input della fase successiva, mentre nella
seconda ipotesi si determina la definitiva interruzione del processo, oppure si reinnesca il processo a
monte.
Si possono individuare nove fasi:
-Ricerca di nuovi clienti richiedenti;
-Raccolta e analisi dell'informazione;
-Valutazione dei risultati delle analisi;
-Attribuzione al cliente richiedente del rating in relazione alla classe di rischio cui viene iscritto;
-Selezione delle richieste sulla base dei criteri accettati;
-Definizione dei profili tecnici e contrattuali del finanziamento;
-Determinazione del prezzo e contrattualizzazione;
-Concessione e utilizzo;
-Monitoraggio ed eventuali interventi.
Le fasi di raccolta/analisi della informazione, valutazione, attribuzione del rating e selezione
vengono denominate istruttoria del fido.
La finalità conoscitiva ultima dell'istruttoria del fido è quella di determinare, riducendo l'incertezza
al minimo, la capacità di rimborso del capitale e di pagamento degli interessi rispetto alle scadenze:
tale capacità dipende sia dalla volontà soggettiva del soggetto (correttezza commerciale), sia dalla
sua oggettiva capacità di pagare.
Al fine della valutazione, l'intermediario si propone di conoscere anche variabili proxy ed elementi
indiziari della capacità di rimborso, come l'evoluzione della situazione economica e patrimoniale
della stessa, desunta dai piani strategici e finanziari dell'impresa e dai suoi bilanci.
Si prevede inoltre l'analisi delle competenze, delle risorse possedute dall'impresa e finanche delle
caratteristiche del mercato, quali la tendenza della domanda e le caratteristiche specifiche del
settore.
Ad ogni modo, in questo senso si fa riferimento ad un'analisi prioritariamente previsionale.
Considerando che le previsioni sono soggette ad incertezza, si attribuisce notevole rilevanza anche
alle analisi storiche, che analizzano la situazione economico finanziaria patrimoniale attuale
dell'impresa, le quote di mercato, l’organizzazione, la capacità manageriale e concorrenziale e il
livello tecnologico.
Nella fase conclusiva dell'istruttoria di fido si procede alla quantificazione del rischio di credito e
alla determinazione del prezzo, con diversi passaggi: in primo luogo, si classifica la clientela
secondo diverse classi di rischio crescente, e ad ogni classe si attribuisce un rating, che stima la
probabilità di insolvenza (PD o probability of default); in seguito, dal momento che la definizione
dei profili tecnico contrattuali può far emergere garanzie specifiche collaterali alla capacità di
rimborso, si determina la percentuale stimata di perdita in caso di insolvenza (LGD o loss given
default), tenendo conto appunto del valore recuperabile con l'escussione della garanzia;
quest'ultimo aspetto presuppone a sua volta la stima del livello di esposizione dell'impresa (EAD o
exposure at default). Pertanto, la perdita attesa (EL o expected loss) sarà calcolata in base alla
stima di tre rischi diversi: rischio di insolvenza, rischio di recupero il rischio di esposizione.
EL = PD x LGD x EAD
Le politiche di determinazione del prezzo devono tener conto della perdita attesa, e dunque
l'intermediario creditizio dovrebbe adottare due criteri:
-La differenziazione del pricing in funzione dell'incidenza della perdita attesa deve conseguire
l'obiettivo che ogni finanziamento generi un'uguale rendimento al netto del rischio (if o tasso di
interesse risk free).
-La differenza fra il tasso di interesse effettivo applicato al prestito (ip) deve consentire rispetto a if di
coprire le perdite attese, tenendo conto sia della PD sia della LGD.
La determinazione del premio al rischio consente un'analogia con l'attività assicurativa, dal momento
che anche l'impresa di assicurazioni quantifica i premi di polizza in modo da coprire i costi per sinistri:
tuttavia, mentre nel caso dell'attività assicurativa si tratta di rischi indipendenti e non correlati, il caso
dell'attività creditizia i rischi di credito sono tipicamente correlati.
Occorre qualche ulteriore considerazione:
-La migrazione del singolo cliente da una classe all'altra, in particolare in ipotesi di downgrading,
pone diversi problemi: l’applicazione di un tasso di interesse maggiore non è facilmente attuabile sia
per ragioni contrattuali sia perché un aumento del tasso provoca un ulteriore peggioramento del
rischio. In ogni caso, il downgrading aumenta la probabilità che la perdita effettiva sia superiore a
quella attesa, differenza che concorre a determinare il capitale a rischio.
-La banca non sempre è price setter, ovvero in grado di applicare il tasso che preferisce, anzi, nella
maggior parte dei casi è price taker, poiché opera in mercati competitivi ed è costretta dunque ad
applicare tassi di mercato: di conseguenza, la banca deve valutare se, dati il tasso attivo di mercato e
il premio al rischio, il rendimento netto di rischio sia sufficiente a remunerare correttamente il
patrimonio.
Il calcolo del premio al rischio avviene secondo il criterio del risk pooling: ogni classe di rischio deve
garantire al proprio interno la copertura delle perdite attese; dunque, fra i clienti finanziati di una certa
classe di rischio si realizza un sussidio incrociato, per effetto del quale le perdite effettive imputabili
ad alcuni vengono compensate dai premi pagati dagli altri.
Il rischio di regolamento si configura come il rischio di insolvenza della controparte contrattuale
obbligata a consegnare una certa somma di denaro in contropartita di predeterminati strumenti
finanziari.
Può essere visto da due punti di vista diversi:
-Nel caso di contestualità perfetta delle prestazioni nel contratto di compravendita a pronti il rischio
di regolamento può manifestarsi, ma le sue conseguenze sono limitate, poiché di fronte all'insolvenza
di una parte, l'altra si astiene dalla prestazione.
Diversa è l'ipotesi in cui la compravendita sia a termine, poiché in questo caso il soggetto che ha
acquistato o venduto a termine è esposto all' eventuale costo derivante dalla sostituzione della
controparte e alle nuove condizioni di prezzo, qualora l'altra parte si rivelasse insolvente.
-In molti casi, tuttavia, la contestualità non esiste per varie ragioni tecniche, che impediscono ai due
contraenti di trovarsi nello stesso istante e nello stesso luogo.
Pertanto, se tra le due prestazioni si interpone un intervallo di tempo, il rischio di regolamento si
manifesta anche in modo asimmetrico a carico della parte contrattuale che ha di fatto anticipato la
propria prestazione.
Inoltre, se la controparte si rivela insolvente, il rischio di regolamento si trasforma in rischio di credito
e la parte contrattuale solvente diventa creditrice nei confronti di quella insolvente, subendo così non
solo le conseguenze previste nell'ipotesi di contestualità delle prestazioni, ma anche la situazione
sfavorevole di dover agire per l'incerto recupero del credito.
I RISCHI DI MERCATO
Per rischio di mercato si intende il rischio che le variazioni dei prezzi tipici dei mercati finanziari
influiscono sul risultato economico della gestione. I prezzi cui si fa riferimento sono tipicamente i
tassi di interesse, i tassi di cambio e i prezzi dei valori mobiliari e di altre attività finanziarie
negoziabili.
I menzionati rischi riguardano solo gli intermediari che “prendono posizione”, ovvero quelli che
esercitano l’intermediazione creditizia e quelli che comunque detengono un portafoglio di attività
finanziarie negoziabili, mentre risultano esclusi gli intermediari che si limitano ad attività di
negoziazione delegata.
Esemplificando, si tratta di un rischio che può riguardare, ad esempio, la concessione di un mutuo
(non negoziabile) a tasso fisso: infatti un eventuale successivo aumento dei tassi comporterebbe
chiaramente un minor guadagno.
Si potrebbe essere portati a pensare che più posizioni prenda l’intermediario, tanto maggiori siano i
rischi cui si sottopone, ma in realtà si tratta di un’asserzione errata, per due principali motivi:
-Anzitutto, tra le diverse posizioni prese possono determinarsi effetti di compensazione dei rischi,
definite in termini tecnici matching: ad esempio nel caso del mutuo a tasso fisso, l'intermediario
può compensare il rischio di interesse mediante l'assunzione di un indebitamento a tasso fisso per
pari importo e durata. Considerando il gran numero di posizioni assunte dall'intermediario, le
opportunità di compensazione dei rischi sono sicuramente elevate, ma pur sempre condizionate
dalle situazioni di divergenza delle preferenze dei soggetti, per cui risulta naturale la presenza nello
stato patrimoniale degli intermediari di situazioni di mismatching.
-In secondo luogo, è possibile che all'interno dei portafogli possano prodursi compensazioni per
effetto non del matching, ma di correlazione.
Analizzando la dinamica, bisogna considerare che la graduale estinzione delle posizioni in essere e
la progressiva assunzione di posizioni nuove consentono di modificare continuamente la struttura
finanziaria, con un effetto complessivo di aumento/ diminuzione/ stabilizzazione della complessiva
esposizione ai rischi di mercato, fermo restando che l'esistenza di una componente fisiologica di
rischio di mercato non compensato chiama in causa la funzione fondamentale del capitale proprio.
La distinzione tra rischio di interesse e rischio di prezzo dipende anche formalmente dalla diversa
modalità di rappresentare il valore delle attività finanziarie in bilancio, in relazione alla circostanza
che esse siano o meno negoziabili. Si consideri infatti che:
Nella concessione di un finanziamento a tasso fisso (attività finanziaria non negoziabile), ci si
espone a un rischio di interesse, poiché l'intermediario incasserà un flusso predeterminato di
interessi potenzialmente inferiore a quello che avrebbe incassato nel caso di un rialzo del tasso di
interesse di mercato;
-Nell'acquisto di un titolo obbligazionario a tasso fisso (attività finanziaria negoziabile) con le
medesime caratteristiche, invece, si manifesta anche un rischio di prezzo, poiché il prezzo corrente
di mercato del titolo diminuirà per adeguare il suo rendimento effettivo ai tassi di mercato
(svalutazione).
RISCHIO OPERATIVO
il rischio operativo è una categoria assai più generale rispetto ai tipi di rischi incontrati finora, che
comprende tutti i rischi che la gestione subisce nello svolgimento della sua attività in quanto impresa.
Per definizione non fanno parte del rischio operativo né il rischio strategico né quello reputazionale;
dunque, il rischio operativo è una categoria ampia definita in modo residuale.
I documenti di Basilea 2 definiscono il rischio operativo come rischio di perdite derivanti
dall’inadeguatezza e dalla disfunzione di procedure, risorse umane e sistemi interni, oppure da eventi
esogeni, precisando che esso comprende il rischio legale configurato sia come rischio di spese legali
e di oneri per responsabilità civile connessi ad azioni legali intentate da clienti a scopo di risarcimento
sia come rischio di subire sanzioni amministrative conseguenti al mancato adempimento o rispetto
delle prescrizioni regolamentari.
La misura del rischio operativo è più complessa rispetto a quella dei rischi finanziari in quanto include
fattori causali molto diversi fra loro, che racchiudono una gamma di eventi più o meno ampia.
Il rischio strategico è il rischio di flessione degli utili derivante da cambiamenti dello scenario o da
decisioni aziendali errate, esso include il rischio di business ossia il rischio che una mutazione delle
preferenze del pubblico, nel quadro di mercato, nell’offerta dei concorrenti, o nella disponibilità dei
prodotti succedanei o alternativi riduca il volume di affari della banca in uno specifico comparto di
attività.
Finora questi rischi hanno ricevuto scarsa attenzione da parte delle banche poiche in primi c’è la
convinzione che essi si manifestano in maniera più graduale e perciò stesso maggiormente gestibile;
in secondo luogo, la convinzione che essi abbiano natura prevalentemente idiosincratica, cioè
riguardino singole banche e non presentino un livello di “contagio” paragonabile a quello del rischio
di credito o di mercato.
Il rischio di reputazione è il rischio di una flessione degli utili derivante da una percezione negativa
dell’immagine della banca da parte dei clienti, controparti, azionisti della banca, investitori o autorità
di vigilanza.
Entrambi i rischi considerati non si prestano facilmente, per loro stessa natura, a modellizzazioni
robuste che producano con rigore statistico stime attendibili di perdite attese.
Questa non è peraltro una considerazione sufficiente per attribuire loro importanza secondaria o
attenzione marginale.
IL VALUE AT RISK
La situazione per quanto riguarda la gestione dei rischi reddituali negli intermediari può essere
riassunta come segue:
-le banche percepiscono l’importanza del capitale come risorsa scarsa in grado di condizionare lo
sviluppo dell’attività, sia a fronte dei requisiti delle autorità di vigilanza sia in seguito di valutazioni
interne.
-Si amplia la gamma dei fattori di mercato da considerare nelle valutazioni di rischiosità.
-Di conseguenza cresce la necessità di una misura di sintesi in grado di fornire un comune
denominatore alle esposizioni.
ALTRE NOZIONI
NEGOZIAZIONE IN PROPRIO e DELEGATA
Possono distinguersi tre tipologie di vincoli classici della gestione che fanno riferimento anche
all’equilibrio della stessa gestione:
-vincolo monetario: riguarda il rapporto E/U e rappresenta la capacità di far fronte a richieste di
rimborso delle passività e agli impieghi assunti con le attività.
-vincolo economico: riguarda il rapporto R/C e rappresenta la capacità di fronteggiare le obbligazioni
di pagamento in condizioni di redditività.
Se non c’è redditività, infatti, non si ha equilibrio fra ricavi e costi nonostante magari si riesca a
coprire il vincolo monetario
-vincolo patrimoniale: riguarda il rapporto A/P e rappresenta la capacità di fronteggiare le
$%%
obbligazioni di pagamento mantenendo un rapporto &'""()& > 1, in modo tale da garantire lo
svolgimento dell’attività in modo prudente.
Questi tre piani di equilibrio presentano differenti temporalità di manifestazione ma sono strettamente
correlati fra loro.
L’intermediario può comportarsi in due modi rispetto a questi 3 vincoli:
-approccio statico: si vuole che ci sia almeno l’uguaglianza contabile fra le variabili dei tre vincoli. È
una visione difficilmente realizzabile e meno precisa.
-approccio dinamico: inserendo le variabili all’interno di un percorso gestionale le eguaglianze vanno
interpretate in termini di rapporti.
Si va quindi a ricercare il rapporto che consente di rispettare il vincolo ed essere più efficiente in
relazione ai vincoli e agli obiettivi che ci si pone.
È questo il presupposto per raggiungere ed avere un equilibrio che è inserito in una dimensione
dinamica.
Con il termine raccolta finanziaria si fa riferimento alle forme tecniche di provvista bancaria che
consentono alla banca di dotarsi di risorse finanziarie a titolo di debito.
Questa definisce una posizione della banca nei confronti dei clienti con l’emissione di passività (che
nel bilancio sono dal lato del passivo) che genera oneri passivi (che remunerano il cliente) che hanno
impatto sul conto economico della banca stessa.
È previsto per la banca un obbligo di rimborso (diritto del cliente) e quindi un’esposizione in termini
di liquidità per la banca che è declinato a seconda delle forme tecniche di raccolta
Le forme tecniche di raccolta sono 2:
-raccolta diretta: la banca, attraverso le proprie passività, rimborsa a scadenza il capitale ricevuto e
corrisponde al cliente la remunerazione (interessi) pattuita.
La raccolta diretta può avvenire all’ingrosso o al dettaglio.
-raccolta indiretta: forma di raccolta strumentale alla gestione del risparmio con cui la banca raccoglie
risorse finanziarie a titolo non oneroso che su istruzione della clientela vengono destinate a
investimenti intestati alla clientela stessa.
Nella raccolta diretta possiamo quindi distinguere:
-raccolta all’ingrosso: fa riferimento ai rapporti fra banca e clienti.
È la forma di raccolta principale e più classica e rappresenta il core-business della banca. Questa
forma di raccolta è più o meno standardizzata/indifferenziata in quanto i clienti (famiglie e imprese
clientela retail) sono potenzialmente infinti.
Le giacenze medie non sono elevate mentre lo è la durata.
Questo fa sì che le banche possano contare su questa raccolta, considerata stabile nell’aggregato e su
questa raccolta, poiché meno costosa (cliente ha poco potere contrattuale), la banca basa la propria
gestione creditizia.
Soddisfa bisogni di gestione dei pagamenti e investimento dei risparmi e genera costi per interessi
ma anche ricavi per commissione legati alla gestione di servizi
-raccolta al dettaglio: fa riferimento ai rapporti con il mercato interbancario.
È un tipo di raccolta caratterizzata da tagli unitari importanti ed è gestita all’interno della banca
prestando fondi fra le banche per esigenze di liquidità e tesoreria.
La raccolta della banca è riconducibile a diversi mercati: mercato del credito (rivolto a famiglie e
imprese); mercato interbancario; mercato dei capitali (sia azionario che obbligazionario).
È importante fare una premessa: perché esistono così tanti prodotti finanziari con cui la banca
raccoglie credito? Esistono diverse forme di prodotti finanziari poiché esistono diverse esigenze dei
risparmiatori, fra cui principalmente: la custodia/sicurezza del risparmio e la remunerazione/liquidità.
In base a questo binomio si hanno le principali differenze fra i vari prodotti finanziari: ci sono quindi
forme tecniche che assicurano maggiore libertà nell’utilizzo dei fondi ma minore remunerazione e
viceversa.
Questa relazione è data dal fatto che per prodotti da cui mi aspetto di dover rispondere (che è un
obbligo) in maniera più frequente e inaspettata offro una minore remunerazione poiché devo
sopportare maggiori costi operativi e di programmazione per via di mancanza di stabilità
Fra gli strumenti di raccolta DIRETTA al dettaglio della banca troviamo: depositi; depositi a
risparmio; certificati di deposito; P/T passivi; C/C passivi.
DEPOSITI
Il deposito bancario/postale è un contratto unilaterale oneroso che si perfeziona alla consegna del
denaro depositato e coinvolge un cliente, depositante, e la banca, depositaria.
L’utilizzo è di norma quello di custodia/sicurezza del risparmio e utilizzo dei servizi di pagamento.
Il deposito si costituisce con il versamento presso una banca di una somma di denaro, a fronte della
quale la banca acquista il denaro ma ha l’obbligo di restituire lo stesso importo (e non lo stesso
denaro) con forme e tempistiche che dipendono dal tipo di deposito
Il deposito può essere classificato in base a:
-modalità di restituzione del denaro: liberi o vincolati in base alla presenza o meno di restrizioni su
versamenti e prelievi per esigenze di stabilità
-modalità di attuazione del rapporto: semplici (ritiro in un’unica soluzione); a risparmio; C/C
(prelievi e/o versamenti per le ultime due categorie)
-durata del contratto: a scadenza; con preavviso; liberi
-tipologia di contratto sottostante.
DEPOSITI A RISPARMIO
Il deposito a risparmio bancario si costituisce attraverso il deposito di una somma di denaro presso
la banca a fronte di un particolare documento definito libretto di risparmio.
Sul libretto vengono annotate in ordine di data tutte le operazioni, spesso rare e unidirezionali.
Ad oggi il libretto può essere SOLO nominativo ma anche intestato a più soggetti con firme
congiunte, disgiunte e con o senza delega e con o senza vincoli.
Il deposito a risparmio è una forma tradizionale per destinare le proprie risorse al risparmio a
scapito della funzione di liquidità, in quanto al depositante è corrisposto un tasso di interesse.
CERTIFICATI DI DEPOSITO
Il certificato di deposito è un titolo vero e proprio, trasferibile, rilasciato dalla banca a fronte di una
somma di denaro depositata per un certo lasso di tempo (scadenza vincolata).
Possono essere emessi “a rubinetto” (quando la banca ha bisogno) e per questi titoli è resa non
conveniente la vendita prima della scadenza.
I certificati di deposito possono essere di vari tipi: con o senza cedola; a cedola fissa o variabile;
in valuta estera.
Questa forma di raccolta è esclusa dal calcolo della riserva obbligatoria
L’operazione di pronti contro termine, detta anche vendita con patto di riacquisto, consiste in una
vendita a pronti di una determinata quantità di titoli e del contestuale impegno, assunto dalla
medesima controparte, di riacquistare ad un termine convenuto, un pari quantitativo di titoli della
stessa specie e ad un prezzo prestabilito.
Questa operazione può essere attiva o passiva.
Nel caso in cui la banca faccia raccolta, avendo bisogno di fondi vende a pronti per poi, una volta
terminata l’esigenza, riacquistare a termine, riprendendo i titoli e restituendo la liquidità con degli
interessi.
La durata dell’operazione è all’interno di un anno, il sottostante è solitamente un titolo di Stato e il
rendimento per l’investitore è dato dallo spread fra prezzo di acquisto a pronti e prezzo di vendita a
termine.
Il conto corrente (c/c) è la forma più nota e più diffusa di raccolta e consiste in un deposito di una
somma di denaro presso la banca, a fronte del quale la banca si impegna ad eseguire pagamenti e
riscossioni per conto del depositante.
Vi sono varie forme di C/C con condizioni differenti, per soddisfare esigenze diverse e rendere più
appetibile questo strumento.
Sempre con maggiore frequenza recentemente la banca offre a condizioni più vantaggiose l’apertura
di conti online che garantiscono per la banca un risparmio sui costi operativi
Rispetto al deposito a risparmio, in cui la funzione di investimento prevale su quella di servizio, i
depositi in c/c nascono più propriamente per rendere possibili operazioni di incasso e pagamento ed
assolvere una funzione monetaria orientata verso esigenze di liquidità.
I C/C danno infatti vita alla moneta bancaria attraverso le varie operazioni di prelievo, ordine di
pagamento, assegno, giroconto, autorizzazioni di pagamento, addebito
La banca, secondo il TUB, deve inoltre garantire parità di trattamento ai contraenti rispetto agli
interessi e fornisce inoltre al correntista un documento periodico, l’estratto conto, per il riepilogo e
la contabilizzazione delle operazioni compiute, utile a definire l’interesse maturato.
STRUMENTI DI IMPIEGO
L’attività della banca si fonda sull’equilibrio esistente tra fonti di finanziamento (es. raccolta) e
fonti di impiego.
Il patrimonio deve essere quindi in grado di coprire le attività finanziarie, ossia gli investimenti.
L’attività della banca sfrutta inoltre il principio della leva finanziaria per impiegare le proprie
risorse.
La funzione creditizia è svolta attraverso l’utilizzo di alcune forme tecniche e tipologie di prodotti
(strumenti di impiego) che rappresentano le attività di investimento/impiego della banca.
PRESTITI
Fra le principali attività di impiego con cui viene svolta l’attività creditizia abbiamo i prestiti.
Esistono diversi modi per classificare i prestiti.
Una prima distinzione è fatta fra:
-prestiti per cassa (o monetari): comportano un esborso di cassa immediato e il rimborso graduale
con degli interessi. Si possono ulteriormente distinguere all’interno dei prestiti per cassa 2 tipologie
di strumenti, differenti rispetto alla finalità: quelli che guardano ai bisogni di finanziamento delle
spese correnti e che quindi finanziano il capitale circolante (1;2;3); quelli che guardano ad
operazioni di medio lungo periodo e quindi vanno a finanziare il capitale fisso (4)
-prestiti di firma (o non monetari): non comportano esborsi e rappresentano garanzie che la banca
dà ad un’impresa per avere un credito da un altro soggetto. Sono chiamati comunque prestiti in
quanto si tratta di componenti di accrescimento patrimoniale del beneficiario che potrebbero
risolversi in un esborso da parte della banca.
Questa forma di attività della banca è la forma tipica che risponde alle esigenze di capitale
circolante. Questa forma di attività può essere svolta SOLO dalle banche, in quanto solo loro
possono avere C/C (anche con le poste ma queste non fanno prestiti).
Con l’apertura in C/C si stabilisce un rapporto ampio con il prenditore di fondi che può utilizzare le
somme indifferentemente per diverse esigenze, ottenendo così notevole elasticità di utilizzo e anche
nel rimborso. Questa elasticità è importante in quanto consente maggiore serenità alle imprese che
possono disporre delle somme senza vincoli temporali anche in caso le esigenze della stessa
impresa cambino, rappresentando così un’importante leva per la gestione di un’impresa. Essendo
però un finanziamento e non un deposito l’impresa deve, oltre che rimborsare il capitale,
corrispondere alla banca degli interessi passivi ma solo per le somme utilizzate (contando anche i
versamenti ed i rimborsi pagati). Questo garantisce utilità, sicurezza e serenità alle imprese che
possono, in caso di necessità, utilizzare tutta la somma prestata e al contempo pagare soltanto per
quanto utilizzato. Essendo una fonte di finanziamento a breve termine DEVE essere utilizzata
SOLO per le spese correnti (e su questo la banca è molto attenta).
Infine, l’apertura in conto corrente varia da impresa a impresa e generalmente non è assistita da
garanzie
Lo sconto effetti o sconto cambiario rappresenta la possibilità per un’impresa di presentare alla
banca un certo numero di cambiali/effetti non ancora scaduti per chiederne l’anticipazione delle
rispettive somme. In questo modo la banca fornendo liquidità, concederà un credito all’impresa
applicando oneri e commissioni. Alla scadenza la banca riscuoterà il credito direttamente dal
soggetto emittente della cambiale con clausola “salvo buon fine”. Lo sconto cambiario è il principio
alla base del factoring ma è ad oggi poco diffuso.
L’ anticipazione garantita sui titoli è un contratto di prestito unito a un contratto di pegno il cui
sottostante è un bene o un titolo. In questa forma di attività la banca si impegna a mettere a
disposizione dell'affidato la somma richiesta dietro la garanzia costituita dal pegno di beni o di
titoli. Le banche sono più orientate a prendere in pegno beni e titoli che hanno un valore di mercato,
in quanto è più semplice una stima ex-ante e una vendita ex-post in caso di insolvenza.
MUTUO (4)
SOCIETA’ FIDUCIARIE
Le società fiduciarie sono imprese che si occupano della gestione/amministrazione dei portafogli di
persone fisiche e giuridiche secondo le indicazioni/prescrizioni impartite dal fiduciante alla società.
La titolarità dei beni è trasferita in favore della società fiduciaria. Questo assicura la NON
aggredibilità del patrimonio e un regime fiscale diverso (in part. spesso usato per le eredità) ed è
collegato ad una finalità che è spesso quella di schermatura del fiduciante. Per questo motivo le
società fiduciarie sono sottoposte a vigilanza della CONSOB e sono iscritte in un albo specifico,
nonostante siano società di investimento
Con le normative MiFID I e II è stato introdotto, su ispirazione di una maggiore tutela del cliente
investitore, il concetto di “product governance” che fa sì che vi sia una profilazione del cliente già
prevista nel momento in cui si va a realizzare un prodotto finanziario associandola al tipo di cliente
che si presenta. 3 sono i concetti fulcro della profilazione della clientela:
-idoneità: il prodotto deve corrispondere agli obiettivi di investimento del cliente e alla sua
tolleranza al rischio. Un indicatore di rischio è dato dal VAR (“Valure At Risck”) che suddivide la
clientela in 4 classi a seconda della loro attitudine al rischio
-adeguatezza: il prodotto deve essere realizzato in modo che il cliente, rispetto alla sua capacità
finanziaria, sia in grado di sopportare i rischi
-informativa: il prodotto deve essere realizzato sulla base di quanto il cliente sia in grado di capirlo
Nel caso in cui queste 3 caratteristiche non vengano rispettate la società è può essere sanzionata
dall’autorità di vigilanza competente ma anche dai clienti che possono rivalersi sulla stessa società
che gestisce i suoi investimenti
RISERVE OBBLIGATORIE
Le riserve obbligatorie sono in realtà riserve di liquidità (che per questo motivo si trovano
nell’attivo del bilancio e NON nel passivo del bilancio delle banche) imposte da parte del sistema di
vigilanza per regolare la liquidità delle banche. Queste riserve sono calcolate sul 2% dei depositi
raccolti mensilmente di durata inferiore a 2 anni e possono essere mobilitate/utilizzate per gestire
esigenze di liquidità inframensili, con il vincolo che il saldo medio di fine mese sia pari a quanto
stabilito dalle autorità di vigilanza
VIGILANZA
All’interno di un mercato unico (quello europeo) assemblato da diversi mercati nazionali, per avere
una vigilanza di tipo unitario che non comporti squilibri, c’è bisogno di alcuni principi che guidino
tale vigilanza. Questi principi in Europa sono:
-armonizzazione: consiste nell’equilibrare e rendere unitaria la regolamentazione e le tipologie di
controllo
- “mutuo riconoscimento”: data l’armonizzazione, consiste nel riconoscere e legittimare un altro
paese ed essere riconosciuti dallo stesso paese, anche nelle proprie istituzioni e sedi (es. una banca
italiana è riconosciuta in Francia e viceversa)
- “Home Country Control (HCC)”: correlato agli altri 2 principi, consiste nell’effettuazione e nella
condotta della vigilanza da parte dell’autorità nazione del paese in cui l’intermediario si trova.
Questo principio risulta però indebolito per la presenza di un supervisore centrale che è la BCE
Gli ambiti di intervento a cui si rivolge la vigilanza sono 3:
-vigilanza macro-prudenziale: sistema di interventi posti in essere dalle autorità di vigilanza al fine
di rafforzare la stabilità del sistema finanziario ed evitare crisi sistemiche
-vigilanza micro-prudenziale: sistema di norme e controlli finalizzati a promuovere la sana e
prudente gestione degli intermediari finanziari (regole di entrata nel mercato, governance,
comportamento, monitoraggio, gestione delle crisi)
-norme di condotta: sistema di norme che riguardano la protezione della clientela ed il
funzionamento del mercato
OBIETTIVI DELLA VIGILANZA
Il tema della vigilanza nasce da 3 variabili che rappresentano anche gli obiettivi stessi della
vigilanza:
-stabilità: intimamente collegata ed in rapporto di trade-off con l’efficienza (se l’obiettivo primario
è l’efficienza, la stabilità diventa un vincolo). È un tema di dimensioni sia micro che
macroeconomiche, in quanto sia il sistema finanziario che gli intermediari finanziari DEVONO
essere stabili, poiché il sistema è talmente complesso, interconnesso ed inter-correlato che la crisi di
un operatore non è quasi mai la crisi di uno solo.
Spesso, infatti, le crisi sono di tipo sistemico ed investono più soggetti, ponendosi anche a livello di
credibilità del sistema. Questo obiettivo è ispirato da esigenze di maggiore controllo del sistema,
all’interno di una visione di tipo “dirigistico”
-efficienza: intimamente collegata ed in rapporto di trade-off con la stabilità (se l’obiettivo primario
è la stabilità, l’efficienza diventa un vincolo). Il tema dell’efficienza riguarda per un intermediario
l’arrivare nella maniera più veloce, idonea, sicura e meno costosa alle esigenze del soggetto. Questo
obiettivo è ispirato da un’esigenza di lasciare maggiore libertà agli operatori di un mercato,
all’interno di una visione c.d. “di mercato”
-tutela del risparmio e degli investitori: riguarda il ruolo del sistema finanziario e della vigilanza
nell’importante funzione di trasferimento delle risorse da soggetti in surplus a soggetti in deficit.
Infatti tale trasferimento è inserito in un contesto di contratti a prestazioni distanziate nel tempo
inevitabilmente contraddistinti da incertezza e rischi. L’interesse è quindi quello di rafforzare la
fiducia degli investitori nei prenditori di fondi (in primis negli intermediari finanziari),
rafforzandone l’affidabilità e accrescendone la valutazione attraverso norme e regole specifiche
STILI DI VIGILANZA
Connessa agli obiettivi, la vigilanza può essere interpretata con diversi stili:
-amministrativo: è uno stile di vigilanza più invasivo che privilegia la stabilità (garantita attraverso
la tutela contrattuale) attraverso imposizioni che prescrivono cosa fare/non fare. La possibilità di
movimento per gli intermediari risulta ridotta. È uno stile che adotta strumenti “amministrativi” ed
era prima adottato in Italia (ora non più)
-prudenziale: è uno stile NON coercitivo che NON impone invasivamente di fare/non fare e tende a
lasciare maggiore autonomia agli operatori, applicando un controllo di tipo prudenziale. È uno stile
che adotta strumenti “di mercato” e ad oggi, ad esempio, è adottato in Italia con il metodo del
“silenzio assenso”
È invece concettualmente sbagliato contrapporre/mettere a confronto vigilanza strutturale e
prudenziale in quanto la vigilanza prudenziale è uno stile di vigilanza, che può essere applicato alla
vigilanza strutturale che è invece un tipo di vigilanza. È più corretto invece contrapporre la
vigilanza prudenziale a quella amministrativa e la vigilanza strutturale a quella operativa
TIPOLOGIE DI VIGILANZA
I diversi stili di vigilanza portano ad utilizzare strumenti diversi. La vigilanza può essere infatti
analizzata rispetto al concepimento di strumenti (regole) e sistemi di controllo che si focalizzano su:
soggetti, attività o finalità (stabilità, trasparenza, concorrenza), con l’applicazione della stessa
vigilanza agli operatori, aggregati in base a queste 3 categorie
In Italia e in Europa il mondo ed i modelli di vigilanza sono modelli ibridi che associano le diverse
prospettive e le cui decisioni sono prese più per garantire l’equilibrio fra i poteri e gli interessi di
diverse istituzioni, piuttosto che per finalità di efficienza. Esistono diverse tipologie di vigilanza su
diversi livelli:
-vigilanza strutturale: è la vigilanza che verifica il rispetto delle norme in tema di struttura e
governance dei mercati e degli intermediari finanziari (es. norme sugli sportelli bancari). NON va
contrapposta alla vigilanza prudenziale ma a quella operativa
-vigilanza operativa: è la vigilanza che verifica il rispetto delle norme che incidono sull’operatività
e sulla gestione degli intermediari finanziari (in part. banche)
-vigilanza protettiva: è la vigilanza che verifica il rispetto delle norme relative alla protezione
dell’investitore e del risparmio. Un esempio di un suo strumento di vigilanza è il fondo
interbancario di tutela dei depositi
-vigilanza informativa: è a livello di processo e consiste nella acquisizione e nell’analisi delle
segnalazioni statistiche e di tutti i documenti relativi ai soggetti vigilati. Questo tipo di vigilanza
ragiona in termini di trasparenza e opera in particolare nel mercato dei capitali
-vigilanza ispettiva: è a livello di processo ed è relativa alle verifiche documentali che le autorità di
vigilanza svolgono periodicamente presso le sedi dei soggetti vigilati, controllando che quanto
risulta dalla vigilanza informativa sia corrispondente al vero. Questo tipo di vigilanza può essere
periodica (ordinaria) o istantanea (straordinaria, in quanto qualcosa dalla vigilanza informativa ha
fatto scattare le autorità). In genere (in Europa) le autorità preposte al controllo sono “domestiche”
(relative al paese in cui si trova l’intermediario) ma per le banche sono anche miste. Ne sono un
esempio i c.d. “Joint Supervisory Teams”, composti da vigilanti di diverse banche centrali europee
Le diverse autorità di vigilanza in Italia hanno subito nel tempo una trasformazione, dovuta anche e
in particolare alla diversa impostazione della regolamentazione, basata sempre più su un controllo
di tipo prudenziale/indiretto. Le autorità che svolgono il ruolo di vigilanza in Italia sono numerose e
distinte anche in relazione al settore di cui si occupano. Abbiamo:
-Banca d’Italia (compito di esecuzione della politica monetaria, vigilanza creditizia e bancaria e
tutela della concorrenza bancaria)
-CONSOB (controllo e autorizzazione dei mercati mobiliari, definizione e verifica degli obblighi
informativi delle società quotate)
-IVASS (controllo del mercato delle imprese di assicurazione)
-COVIP (tutela e vigilanza delle funzionalità dei sistemi di previdenza complementare)
-AGCM (sorveglianza e repressione dei comportamenti lesivi della concorrenza)
È bene sottolineare che a seguito dell’entrata dell’Italia nell’Eurozona le competenze di questi
soggetti (in part. Banca d’Italia) si sono modificate nel tempo. Questo per via del bisogno di un
coordinamento che si pone di garantire maggiore efficienza, all’interno di un sistema europeo di
vigilanza (ESFS) che poggia su un’architettura composita fatta per soggetti e costituita da autorità
settoriali come EBA (regolamentazione mercato bancario), EIOPA (mercato assicurativo), ESMA
(mercato mobiliare) e ESRB (vigilanza sui rischi sistemici, collabora con le diverse autorità
nazionali)
ponderazione del rischio
PASSIVITA’ SUBORDINATE
L’Unione Bancaria Europea (UBE) rappresenta un passo importante verso un’autentica unione
economica e monetaria a livello europeo, consentendo un’applicazione coerente della normativa
bancaria dell’UE nei paesi partecipanti. Le procedure e gli strumenti decisionali di nuova
introduzione aiutano a creare un mercato bancario più trasparente, unificato e sicuro. La
configurazione della vigilanza di cui si caratterizza l’UBE è fondata su 3 prospettive/blocchi:
-meccanismo unico di vigilanza: controllo del rispetto delle regole che si sostanzia in standard di
vigilanza nell’area euro
-meccanismo unico di risoluzione delle crisi: quando il rispetto delle regole e le procedure ex ante
non riescono ad arginare una crisi si pone il tema della sua gestione e risoluzione. Si tratta quindi di
armonizzare il sistema di gestione delle crisi
-sistema unico di garanzia dei depositi: è una prospettiva collaterale/succedanea con cui si cerca di
armonizzare il sistema di garanzia dei depositi. Questa prospettiva è ancora definita in termini
operativi non essendo ancora conclusa la transizione dai vari sistemi nazionali ad un sistema unico
di protezione dei depositi. È prevista finora la garanzia sui depositi fino a 100.000 euro, finanziata
dalle banche con una percentuale pari allo 0,8% dei depositi
PACCHETTO NORMATIVO
L’UBE ha a che fare con fonti normative specifiche per la vigilanza. La direttiva CRD IV e il
regolamento CRR costituiscono il pacchetto normativo più attualizzato di tutte le norme di
vigilanza da prendere a riferimento per la compliance e la vigilanza prudenziale. La finalità,
attraverso requisiti prudenziali rafforzati, è quella di garantire stabilità al sistema nel suo complesso
e alle banche nello specifico con l’obiettivo di ridurre le probabilità di crisi seguendo i principi di
Basilea 3
Nel caso in cui dovessero comunque verificarsi le crisi, interviene la direttiva BRRD sulla
risoluzione delle crisi, con la quale è stato introdotto il concetto di “bail-in” e le indicazioni su come
gestire una crisi. Questa normativa si impegna anche nel fare tutti gli sforzi necessari (anche
precrisi) per evitare situazioni di dissesto (es. piani di risanamento)
È il sistema europeo di vigilanza bancaria che comprende la BCE e le autorità di vigilanza nazionali
dei paesi partecipanti. Questo sistema accentra, a livello di BCE, la vigilanza per tutte le banche
europee, anche se si pone un tema di compatibilità essendo la BCE anche un organo di politica
monetaria. 2 sono i modi in cui la BCE sorveglia e vigila sulle banche, grazie ad una distinzione
delle banche in “significative” e “non significative”:
-via diretta: è un tipo di sorveglianza adottato solo con quelle “significative” che si sostanzia
principalmente nel prevenire che le banche generino rischi sistemici. La BCE vigila su queste
banche “significative” allo stesso modo dal punto di vista sostanziale: adotta le stesse regole (anche
se con procedure diverse) e vigila attraverso i c.d. “Joint Supervisory Teams” che portano il
messaggio della vigilanza unica (anche se riscontrano difficile omogeneità nello stile di vigilanza
provenendo da paesi orientati diversamente)
-via indiretta: la BCE, attraverso la collaborazione con le singole banche centrali nazionali,
demanda a loro il compito di sorvegliare sulle banche “non significative” mantenendo comunque il
diritto di intervenire in modo diretto laddove vengano riscontrate irregolarità
Inoltre, nella fase preparatoria, la solidità delle banche è stata verificata mediante una valutazione
approfondita attraverso le c.d. “prove di stress”, destinate a verificare se le banche sono
sufficientemente capitalizzate e pronte a resistere alle crisi
Nel caso in cui le procedure di vigilanza attuate dalla BCE o dalle banche centrali nazionali non
risultino efficaci per evitare una crisi si pone il tema della gestione della crisi stessa.
Il legislatore comunitario ha pensato con una visione completa alla gestione della crisi, in cui la
prima arma per combatterle è il meccanismo unico di vigilanza.
È stato quindi proposto uno schema che si compone di tre momenti:
-prevenzione: attraverso l’applicazione della direttiva CRD IV e in particolare dei “piani di
risanamento” previsti dalla normativa BRRD.
Per evitare situazioni di crisi, quando si verifica la non compliance, si può procedere con queste
azioni preventive.
Questi piani sono attivati e disposti dalle banche in sintonia con quanto stabilito dall’autorità di
vigilanza che valuta ma NON struttura il piano.
I piani di risanamento vengono discussi ogni anno con l’autorità di vigilanza e hanno a che fare con
il risanamento in termini di gestione del patrimonio e della liquidità.
L’obiettivo è quello di ristabilire nella banca la capacità di essere funzionale nel lungo periodo
-intervento precoce: nel caso in cui i piani di risanamento non rispondano a dovere è data
all’autorità di vigilanza la possibilità di intervenire in via diretta.
Questo intervento si sostanzia in azioni invasive che partono dall’autorità di vigilanza e che
incidono su organizzazione e strategia della banca. Prima di passare a questi interventi possono
essere predisposte, assieme ai piani di risanamento, linee strategiche insieme alla banca per
“portarsi avanti con il lavoro” in caso di peggioramento della situazione
-gestione della crisi: nel caso in cui la situazione si aggravi, è necessario sottoporre la banca ad una
procedura di liquidazione.
La prospettiva prioritaria è stata quella di favorire l’”interesse pubblico”.
Si è immaginato che l’interesse pubblico consistesse nel NON mutualizzare su tutta la comunità una
crisi bancaria.
Si è reputato che l’onere delle perdite di un dissesto finanziario dovesse ricadere sugli
“stakeholders” diretti (portatori di interesse diretti) che sono coinvolti dentro la società (BAIL-IN).
Il legislatore ha chiarito che nel perimetro degli interessati ricadessero NON solo gli azionisti ma
anche i possessori di titoli e strumenti ibridi (passività subordinate), ampliando il perimetro degli
stakeholders (sono comunque esclusi i correntisti con forme di deposito standard fino a 100.000
euro)
Questo allargamento dei soggetti travolti dalla crisi bancaria ha generato alcune controversie in
quanto: andava contro una consapevolezza diffusa che i possessori dei titoli di debito non potessero
surrogare un socio (e perdere quindi il proprio capitale); non è stato comunicato/fatto conoscere a
dovere che questo allargamento avesse effetto retroattivo; in Italia questa modifica è stata adottata
anche prima dell’entrata in vigore della normativa, generando anche disinformazione fra le banche.
Le crisi comunque sono state spesso risolte con un intervento pubblico (essendo crisi che investono
tutto il sistema può essere giusto)
NORMATIVA BRRD
La normativa BRRD pone quattro opzioni di risoluzione specifica per le crisi bancarie (rispetto
anche alle specifiche posizioni) nel momento in cui la banca si trova in dissesto:
-dismissione di parte degli asset: nel caso in cui il dissesto sia meno importante, al fine di
ricomporre il bilancio, può essere prevista una dismissione di una parte degli asset a investitori
privati
- “bridge bank”: si crea una nuova banca “ponte” nella quale si separa il “nucleo sano” dal “nucleo
non sano” di una banca.
Questo garantisce la continuità aziendale e la gestione diversa dei due nuclei bancari per traghettare
(almeno la parte sana) fuori dal dissesto.
- “bad bank”: viene costituito un veicolo societario separato che si fa carico degli NPL e della parte
non sana dell’impresa (vengono ceduti) e prova a gestire il tutto.
L’obiettivo è quello di minimizzare l’impatto negativo della perdita sulla banca e trovare una
soluzione per valorizzare gli asset societari attraverso una successiva vendita o liquidazione.
- “bail-in”: in ultima istanza vado a stabilire sulle spalle di chi va a gravare il peso della crisi
secondo quanto visto sopra.