'Chi mai sarò?
Ah eccolo il grande punto interrogativo.'
da Alice nel Paese delle Meraviglie
di Lewis Carroll
Cambridge, 17 Febbraio 1937
'Non ci credo.'
'E invece è vero.'
'Ma sei sicuro.
Proprio quello?'
'Si, estate 1934.
E' allora che mi sono innamorato.'
'Di chi?'
Mi resi subito conto di quanto la mia domanda fosse assurda.
Di quanto in certi momenti sembrassi lo psicopatico che ero.
Ma mi era scappata, alla parola innamorato era partita come se fosse stata lì da
sempre.
Mi chiedevo a volte, quanti uomini avesse avuto.
Se Harry si fosse mai davvero innamorato.
Era giovane, aveva solo diciannove anni.
Eppure, a giudicare da come faceva –come dire- certe cose, dalla sfacciataggine che
mostrava, sembrava avesse molta più esperienza di me.
E poi mi tornava in mente quella frase.
Quella che io e lui quel giorno avevamo lasciato scivolare tra noi, come se lui non
l'avesse pronunciata e io no n l'avessi ascoltata.
Non so amare.
Non mi sono mai chiesto se io ne fossi capace.
Ho sempre pensato che per me l'amore, sarebbe stato sempre un'utopia.
Non sarei mai riuscito a innamorarmi di una donna e non credevo che avrei avuto mai
la possibilità di legarmi a un uomo.
E io l'amore non l'avrei saputo neanche riconoscere.
Poi, è arrivato lui.
Ed è lui che ho riconosciuto.
Amore non era una parola.
Amore era la sua sagoma.
La sua altezza che sfilava lontano da me e mi raggiungeva dall'altro lato del corridoio
e poi diventava i suoi capelli e i contorni della luce che li accarezzava.
L'amore erano i suoi occhi che cercavano la mia bocca e i suoi denti a mordergli le
labbra.
Era la sua voce che mi salutava distratta mentre nella gola sentiva ancora la mia
saliva.
L'amore per me era lui.
E il desiderio incessante e tormentato che l'amore, per lui, fossi io.
Per questo mentre andavamo verso la biblioteca, quella parola mi inchiodò alle mie
domande ricorrenti.
'Non ci credo.'
'E invece è vero.'
'Ma sei sicuro.
Proprio quello?'
'Si, estate 1934'
'Davvero non posso credere che eravamo allo stesso concerto.
Non riesco neanche a credere che tu fossi a Londra'
'Accompagnavo mia nonna in Europa quando lei aveva dei concerti a Parigi.
E quando ho visto il manifesto della Yudina a Londra non ho potuto rinunciare.'(1)
'E dov'eri?'
'In platea.'
'Io su uno dei palchi.
E' così strano immaginare che fossimo nello stesso posto la stessa sera.'
'Ed è allora che mi sono innamorato.'
'Di chi?'
'Ma di chi imbecille,
di Igor Stravinskj.'
'Lo trovo grandioso anche io.'
'E suonato da lei è divino.'
'Ehi, come fa a piacerti Stravinkji se ti piace Wagner?'
'Che vuoi che ti dica,
sono uno versatile.'
Quando arrivammo in biblioteca –dove il professor Styles avrebbe iniziato ad
aiutarmi per l'esame- lo vidi guardarsi intorno con aria attenta ma non volevo che ci
sedessimo a un tavolo troppo affollato.
'Cerchiamo un tavolo vuoto se possibile, così evitiamo che ci disturbino.'
'In realtà credo che Stan sia già arrivato e abbia preso posto per tutti e tre.'
'Stan?'
'Si, Stanley Lucas.
Lo conosci di certo.
E' in classe con noi.'
'So chi è Stan, Harry.
Solo non capisco cosa c'entri.'
'Aveva bisogno di aiuto e allora ho pensato che studiare in tre sarebbe stato più
interessante.'
'Ah si?
Potevi chiedermelo almeno.
E hai pensato decisamente male.'
Girarmi e andarmene fu quasi troppo ovvio.
Camminavo a passo sostenuto verso il cortile perché non volevo tornare in camera e
spiegare a Liam il mio improvviso cambio di programma e di umore e volevo solo
trovare un angolo in cui stare per i fatti miei e pensare a dove potessi andare a
studiare.
Mi accontentai di una delle panchine di marmo , e inizia nervosamente a rullarmi la
sigaretta, cosa che tra l'altro dovetti fare tre volte, una volta feci cadere il tabacco e
poi tirai troppo la cartina strappandola.
Odiavo quando faceva così.
Niente era importante per lui.
Tranne quello che voleva Harry.
Doveva andare come diceva lui, si doveva fare quello che diceva lui, con i suoi tempi e
i suoi modi.
Quando toccarci, quando baciarci, quando –e come- farci un pompino, e chissà se e
quando avremmo rifatto sesso, e certamente sarebbe stata una sua scelta e una sua
decisione.
Lui poteva toccarmi, provocarmi, sedurmi, baciarmi, quando ne aveva voglia, io non
potevo allungare una mano sotto il tavolo o essere geloso altrimenti ero un ragazzino
stupido e insensato.
Tutto era una sua scelta e una sua decisione.
Io non decidevo mai nulla.
Neanche su chi avere allo stesso tavolo quando studiavo.
Vaffanculo Styles, a te e al tuo egoismo mascherato da intelligenza.
E vaffanculo anche perché su quella panchina di marmo iniziavo a sentire il freddo
bucare i pantaloni e chiazzarmi il culo.
Si vaffanculo Styles.
Perché anche quando avevo freddo mi tornava in mente lui.
Anzi, soprattutto, quando avevo freddo mi tornava in mente.
Quel giorno a Dover.
Quel freddo a Dover.
Le labbra violacee e la pelle ancora più pallida, gli occhi che mi imploravano una via
di fuga e la mia paura di avere un'unica soluzione, la più dolorosa.
Eppure, quando mi tornava in mente il viaggio a Dover, non potevo evitare di
sorridere come un idiota.
Non per il tempo trascorso insieme, per la complicità che si era creata o per quello
che avevamo chiarito.
E neanche per quello che era successo sul divano di Simon o quello che mi aveva
detto con tanta intensità.
Riguardava qualcosa che era accaduta la mattina dopo.
Qualcosa di intimo, spontaneo e assolutamente tenero.
Qualcosa che nel tempo non sarebbe mai sbiadita e avrebbe avuto sempre il potere
di farmi tornare da lui.
Come cura, antidoto, pretesto, appiglio, perché ci sono momenti che rendiamo così
nostri da riempirli di così tanto potere da incrinare certezze e persino evidenze.
(Dover, 11 Gennaio 1937)
Sentii il solletico del freddo sulla schiena scoperta.
Non bastava più la spalliera del divano a scaldarmi.
Dall'altro lato sentivo tutto il calore del corpo di Harry.
Appena ripresi confidenza con lo spazio intorno, capii che dovevamo alzarci e vestirci e
andar via da lì.
Simon non voleva -e non doveva- trovarci ancora sul suo divano e io volevo solo uscire
da quella casa.
Solo che non riuscivo a trovare le mie mani.
Poi ripresi confidenza col mio corpo.
Una la sentii intorno al suo torace.
Era stretta alla sua, intrecciata alla sua.
Ma ciò che mi stupì fu dove fosse l'altra.
Era sotto di lui, tra il cuscino e la sua testa.
La teneva a sé trattenendola dal mignolo, con l'altra sua mano.
Ed era lì che dormiva, sul mio palmo respirando il mio odore.
Sembrava un bambino.
Lo vidi così incredibilmente piccolo.
Così, nell'incoscienza del sonno, ad abbandonarsi tra le mie braccia, addormentandosi
tra le mie mani.
Quando lo chiamai, con un filo di voce, come se non volessi svegliarlo davvero, mi sentì
ma non rispose.
Ma si spostò.
Ancora più indietro,
a cercarmi la pelle,
a incastrarmisi addosso,
e nell'anima.
Era irresistibile.
Indimenticabile.
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Pensavo a questo e al fatto che se quel momento fosse arrivato quando lo desideravo
io, sotto il portico per esempio, o anche solo in sala musica, prima che ci
raccontassimo una parte delle nostre vite, forse non sarebbe stata la stessa cosa.
Se non avessi sentito l'istinto forte di proteggerlo dal freddo, accettando anche il
sarcasmo di Simon, se non avessi avuto così tanta paura per lui, così tanto imbarazzo
per la storia di suo padre, quel momento non avrebbe avuto lo stesso significato.
E mi tornò in mente anche che se quella notte, a Dover, si fosse lasciato baciare,
sarebbe stato un bacio diverso.
Sarebbe stato un bacio fatto di gioco, provocazione, desiderio.
Magari frainteso come gratitudine, eccitazione, divertimento.
Non ci sarebbero stati posti in prima fila per Dio, barbe tagliate e luce del sole.
E sarei stato felice sì, ma avrei confuso quella felicità con quella del suo respiro e delle
sue parole e non sarebbe stato mai lo stesso bacio.
Mi stava lentamente scrivendo addosso una felicità che non poteva confondere
un'emozione con un'altra.
Respirava dalla mia mano e sfidava Dio e io facevo il coglione per Stanley Lucas.
'Non sono abituato a rincorrere la gente Tomlinson'
'Cristo santo.'
(era spuntato dietro di me all'improvviso)
'Sto cominciando a spazientirmi Louis.'
'Per la bestemmia che non mi si addice,
o per il fatto di dovermi rincorrere?'
'Rincorrerti mi infastidisce di più ma la bestemmia non aiuta.
Se non fossi sempre preso dal tuo paese delle meraviglie....'
Si sedette accanto a me.
Ma fui io che mi alzai.
'Volevo fumare.
Andiamo, Stan ci sta aspettando già da un po'.'
Non mi chiese neanche perché avessi cambiato idea.
E forse, dopo tutto quel pensare, mi sarei alzato e sarei tornato da solo in biblioteca
facendo finta di nulla, ma il fatto che fosse venuto a cercarmi, nonostante io avessi
torto marcio, mi sembrava un'altra debolezza che mi concedeva, che per me era folle
e tenera insieme, come speravo lui leggesse i miei attacchi di gelosia.
Quando arrivammo in biblioteca Stanley ci aveva tenuto il posto come previsto.
E sembrava che Harry non volesse proprio più perdere tempo.
'Dunque, esattamente che problemi avete con il programma?'
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'Non è questione di pigrizia è che mi annoio.
Anche il Diritto è una questione di memoria ma ha uno scopo finale.
Nella Matematica ci sono i numeri ma trasformandosi hanno senso.
La Storia no, sono date, posti e fatti ma cosa compongono alla fine?'
Non ce la facevo, dopo quasi un'ora a studiare fatti degli ultimi 400 anni ero arrivato.
Avevo sviluppato questa teoria in anni e anni di lezioni barbose e insegnanti pedanti.
Louis Tomlinson e la sua teoria dell'inutilità della Storia come materia di studio nelle
scuole del regno.
Sarebbe stata la mia prima proposta di legge alla Camera dei Lord, eliminare la Storia
dai programmi.
Un genio.
Ovviamente tutto questo prima di incontrare Harry Styles.
'Sono d'accordo con Tomlinson sinceramente.
Anche io non ci trovo nulla di così affascinante.'
Aveva timidamente affermato Stanley.
'Perché siete sempre tutti così ossessionati dalle date e dai fatti?'
'Perché la storia è fatta principalmente di quelli Harold, se non conosci quelli addio
esame.'
'La Storia è fatta di uomini.
Uomini che fanno scelte guidati dalle proprie passioni.
E non è questione di scelte giuste o sbagliate, ma di momenti.
Le date sono solo tappe che servono a incastrare il flusso degli eventi.
E i fatti sono solo la conseguenza delle reazioni degli uomini ad altri fatti.
E si, è vero, molti dicono che certi eventi sarebbero accaduti ugualmente.
Ma provate a ripercorrere la Storia all'indietro senza il fattore umanità dei principali
protagonisti e arrivereste anche voi alla conclusione che noi siamo solo il risultato
ultimo delle follie di altri uomini.'
Ero follemente innamorato della sua voce, delle sue labbra e della sua espressione.
Ed ero anche sorpreso dal fatto di aver seguito –e capito- tutto il suo discorso.
E non avevo il coraggio di girarmi per guardare la faccia di Stanley Lucas perché ero
sicuro che anche lui fosse completamente innamorato di Harry a questo punto e che
mi sarebbe toccato trovare una scusa qualsiasi per picchiarlo in bagno.
Prima che trovassi il coraggio di girarmi lo sentii intervenire.
'Bel discorso Harry, davvero, estremamente interessante.
Ma se devo dire la verità, non mi hai convinto.
Questa roba continua a interessarmi poco.
La studio solo perché voglio liberarmene.'
Stupido coglione ritardato.
Come poteva non essere completamente asservito all'intelligenza di Harry dopo quel
discorso?
E perché mi toccava dividere l'aria, il tavolo e l'attenzione di Harry con questo essere
inetto?
'Ok Stan, apprezzo la sincerità.'
E poi scoppiò a ridere, lasciando andare così il pomeriggio.
Cambridge, 19 Febbraio 1937
Mi ero abituato a Harry che schizzava via dalla classe come un indemoniato, dopo la
lezione di Spencer e ormai non cercavo più di raggiungerlo, soprattutto quando
sapevo che l'avrei visto di lì a un'ora per il nostro piccolo gruppo di studio.
Proprio mentre mi cullavo in questo pensiero sentii qualcuno che mi chiamava.
'Louis.
Scusa.'
Stanley.
'Ciao.
Dimmi.'
'Non ho fatto in tempo a chiamare Harry, esce sempre di fretta.
Puoi dirgli che oggi non vengo a studiare in biblioteca per favore?'
Mai gioito tanto per una defezione in vita mia.
'Si certo Stan, tranquillo lo avviso io.'
'Lui è davvero bravo ma io non sono molto a mio agio con il suo metodo.
E se devo dirti la verità mi ha sempre messo anche un po' soggezione.'
(bè no, sai Stan, a me questa cosa della soggezione non è mai successa. forse dipende
dal fatto che mezz'ora dopo averlo visto la prima volta me lo stavo scopando in un
cesso pubblico e non conoscevo neanche il suo nome o forse perché gli ho fatto un
pompino a pochi metri da dove sei seduto, non so ma potrebbero esserci parecchi
motivi effettivamente)
Non osavo immaginare cosa avrebbe pensato se avesse scoperto come io avessi
conosciuto Harry o che tipo di rapporto ci fosse ora tra noi due.
'Ehi Stan, ti piace Jane Austen?'
'Si ma non capisco cosa c'entri.'
'No, era solo una domanda.'
'Tornando a Styles , è stato davvero gentile a proporsi di aiutarmi ma davvero non
credo che continuerò.
Magari nei prossimi giorni gli scriverò un bigliettino per ringraziarlo, mi sembra molto
più opportuno.'
Mentre lui parlava la mia mente era ancora ferma alla frase precedente.
Proporsi di aiutarmi.
Ma stava scherzando?
Mi prendeva per il culo?
'E' stato Harry a proporsi di aiutarti in Storia?
Non gli hai chiesto tu una mano per l'esame?'
'No, è stato lui a chiedermelo, due giorni fa.'
'Grazie Stan.
Addio Stan.'
Un bugiardo.
Ecco cos'era.
E comunque che motivo c'era di mentirmi su Stan.
Perché diavolo sentiva la necessità di mentirmi?
E comunque niente sembrava avere senso.
Bussai forte alla sua porta, e mi tornò in mente che già un'altra volta ero arrivato qui
con la stessa ansia ma che questa volta un pugno gliel'avrei dato volentieri io.
Mi aprì lui.
'Louis?'
Era sorpreso.
Io estasiato.
Era ancora vestito aveva la camicia completamente sbottonata.
Nella classifica dei miei sogni erotici ricorrenti, lui in quelle condizioni era tra i primi
tre posti.
Riuscii a mantenere la calma.
'Harry posso parlarti per favore.'
'Si certo entra.'
'In privato.'
'Immaginavo.
Niall non c'è.'
(almeno non era in quelle condizioni davanti al suo coinquilino, era già qualcosa)
Iniziò a ricomporsi.
'Scusami, il clima inglese mi sta uccidendo.
Ho caldo per la maggior parte del tempo.'
'Harry siamo in Febbraio, fa un freddo cane.
Ma fa davvero così freddo in Massachussets?'
Lo vidi sorpreso, stranamente.
'Abbastanza ma non è questo il problema.
E' che qui è più umido, non sono abituato.
Dimmi Louis, come mai tanta urgenza?'
Vedendolo, la rabbia si era leggermente placata.
Ma ero ancora irritato e volevo una spiegazione.
'Ho parlato con Stan poco fa e mi ha detto che ti ringrazia ma non riesce a studiare con
te, con noi.'
'Oh.
(sembrava infastidito)
E ha sentito la necessità di mandare te?
Non potevi aspettare dopo per dirmelo?'
'No perché in realtà vorrei una spiegazione.'
'Su cosa?'
'Perché mi hai detto che Stan ti aveva chiesto aiuto,
quando invece sei stato chiaramente tu a offrirlo a lui?'
'Cosa cambia?'
'Che mi hai mentito.
E non so perché.'
'Non ti ho mentito Louis.'
'Si che l'hai fatto.'
'Ho detto che aveva bisogno di aiuto,
non che fosse stato lui a chiedermelo.'
'A giusto.
Dovevi aiutare questo povero idiota e hai pensato di aiutarne un altro.
Cos'è, hai un numero di buone azioni mensili, collezioni punti paradiso?'
'Ti sopravvaluti Louis, pensi di essere un povero idiota invece, credimi, sei un ricco
coglione.
E difficilmente troverai qualcuno capace di dividere il titolo di campione in questa
specialità.'
'Fottiti Harry'
'Maledizione Louis, ma proprio non lo capisci qual è il problema?'
Non mi lasciò neanche il tempo di capire quale fosse il problema che ne sentivo la
durezza addosso, insieme alle sue mani sulla schiena.
E le sue labbra a raccontarmi la verità senza usare parole.
Non smetteva mai Harry, di sorprendermi.
Non era lo stesso bacio di qualche giorno prima.
Questo era parole e virgole e pensieri e sintassi.
Dentro c'era la volontà di spiegare, di farsi capire.
Persino nell'irruenza di dire troppo, tutto insieme.
Quando lui riprendeva fiato io sentivo la vita sfuggirmi.
'Non sono molto bravo a concentrarmi quando ci sei solo tu.'
E avrei tanto voluto rispondere ma non ero in grado di dire nulla.
Respiravo ancora perché il corpo umano non riesce a impedirselo.
'E lo so che in biblioteca ci sono altre cento persone ma se non ho necessità di parlarci
non posso distrarmi e allora ricomincio a fissare i tuoi occhi e penso a quando ridi e il
blu si mischia col colore delle ciglia e perdo la concentrazione e tu non hai idea di
quanta fatica io faccia a staccarti gli occhi di dosso.
Cosa devo fare Tomlinson perché tu lo capisca?'
Non mi diede neanche il tempo di rispondere.
E in ogni caso non ci sarei comunque riuscito.
Mi baciò ancora, e ancora.
'E ti voglio.
Tu non sai quanto ti voglio.
Ti voglio troppo per consumarmi in una sveltina contro la porta.
Perché Niall potrebbe tornare da un momento all'altro.
Quindi appena riuscirò a lasciarti andare tu andrai via.
Io proverò a ricompormi e tra mezz'ora ti raggiungerò in biblioteca e studieremo per
l'esame.
Ma tu devi promettermi di smettere di fraintendermi.
Perché non ho più toccato nessun altro da quella notte al pub e sto esplodendo e
impazzendo.
E almeno tu Louis,
devi darmi tregua.
Perché doverti convincere di quanto io ti voglia,
sta diventando una tortura peggiore del volerti'
Feci solamente si con la testa e gli bastò.
Sentivo la sua fatica come sentivo la mia.
Ci mettemmo un po' a staccarci.
E io non dissi più una parola.
Quando stavo per andar via mi fermò.
'Louis aspetta.
Metti questa.
(mi lanciò una sciarpa)
Ti ho lasciato un segno sul collo.
Non è il caso che tu ci vada in giro.
Scusa, non l'ho fatto di proposito.'
Stavo di nuovo per uscire e mi chiamò ancora.
'Louis.'
Mi girai soltanto.
'Nulla.
Scusa.'
Gli feci un cenno e andai via.
Mi sedetti per terra , appena svoltato l'angolo, presi la testa tra le ginocchia e iniziai a
tremare e piangere.
Non so perché.
Non so cosa volesse dire.
Ogni sua parola, era quello che pensavo anche io.
Eppure c'era qualcos'altro che si mischiava al mio tremore.
Ed erano tante sensazioni insieme, forse addirittura troppe.
Ma tra queste ce n'era una che distinguevo ma non capivo.
La paura.
Sentivo le stesse cose che sentiva lui ma non riuscivo a esprimerle in modo così fisico
e per quanto fosse quasi sempre chiaro cosa volessi, non riuscivo a spogliarmi della
mia età, della mia scelleratezza, delle mie inibizioni, della mia istintività con lui.
Non riuscivo ad essere razionale.
Era lui quello più razionale tra noi.
Eppure pelle contro pelle, io quasi mi inibivo, mentre lui perdeva totalmente il
controllo.
Era come uno scambio di ruoli a cui prima o poi, avrei dovuto cominciare a reagire.
E questo mi faceva paura, perché l'unica parola che mi veniva in mente ogni volta che
pensavo a Harry Styles, era troppo.
Che lui fosse troppo.
Che non sarei stato capace di non perdere completamente la testa.
E che quella rimaneva comunque una situazione per noi, senza scampo.
Eppure, nonostante questo, non riuscivo a immaginare la possibilità di non viverla.
Dal suo odore in quella sciarpa mi sembrava di respirare una vita che pochi mesi
prima non immaginavo neanche esistesse.
Nelle due settimane successive cercai di trattenermi in tutti i modi.
C'era sempre un tavolo tra di noi e per quanto i nostri sguardi fossero macchie di
colore incapaci di rimanere all'interno di un qualsiasi confine di castità, riuscimmo a
studiare, parlare, discutere, senza implodere.
Cambridge, 2 Marzo 1937
'Non ci credo.'
'Infatti è incredibile.'
'Cos'hai sbagliato?'
Davanti alla bacheca di Spencer, io e Harry guardavamo increduli i risultati
dell'esame.
O almeno, io ero incredulo, lui a dire la verità era deluso.
'Lo scorso semestre ero ventesimo.
Sai chi c'era sotto di me?'
'Lasciami indovinare.
Lucas e Cavendich?'
'Almeno Stan ce l'ha fatta.
Per poco ma ce l'ha fatta'
'Almeno.'
'Dai non puoi essere davvero deluso.'
'Louis, non hai lontanamente idea di quanto mi stiano infastidendo i due nomi tra noi.'
'Non avrai sperato davvero che mi classificassi secondo?'
'Certo.'
'Harry sono quarto.
Non ero quarto in un corso dalla seconda media.'
'Come sei entrato a Cambridge?'
Ignorai la domanda ovviamente.
'Sai, in questi casi,
le persone normali..'
'Noi siamo normali'
'Si d'accordo, in questi casi due semplici colleghi si darebbero pacche sulla spalla e si
abbraccerebbero.'
'Ma noi non siamo normali colleghi e se ti abbracciassi adesso finiremmo per pomiciare
contro il muro e sono abbastanza sicuro che le regole di Cambridge non ce lo
consentano.'
'Mr. Styles congratulazioni.
(la voce del professor Spencer dietro di noi fu formale ma non acuta e stranamente
non mi spaventai)
Speravo che avrebbe smesso di lasciarmi imbarazzanti commenti sui test, ma se devo
essere onesto,
il prossimo semestre la sua sfacciataggine mi mancherà.'
'Era ovvio che chiudessi in bellezza.'
'Speri sempre che la sua intelligenza sia più evidente della sua arroganza.
E speri sempre di incontrare persone abbastanza capaci da saper distinguere l'una e
l'altra.'
'Cercherò, per quanto posso, di evitare gli stronzi.'
'Ecco, ha afferrato il senso del discorso.
Arrivederci Styles, buon proseguimento.'
'Arrivederci professore.'
Io guardavo ancora incredulo i risultati.
'A furia di guardare quel quarto posto consumerai la carta.'
'Non guardavo il mio nome, guardavo il tuo.'
'Volevi scambiarli con la forza del pensiero?'
Ignorai il tono canzonatorio e l'imbarazzo nella sua voce.
'Tu non riesci a immaginare quanto io sia orgoglioso di te'
'E' bello che tu lo dica, io non riesco ad apprezzarlo mai abbastanza.'
'Perché?'
'Prima perché vedevo solo la parte mancante, mi concentravo sugli errori.
Poi perché mi sono assuefatto, mi sono abituato ad ottenere il massimo.'
'Penso che mio padre impazzirebbe se avessi i tuoi risultati.'
'Immagino.'
Mi morsi la lingua e se avessi potuto me la sarei anche strappata.
Stupido coglione impulsivo, dovevo smettere di scegliere parole a coso solo per
riempire i silenzi.
'Scusa.'
'Non importa.
Non scusarti.'
'Sono il solito coglione.'
'Lo sei,
è vero.
Ma non per questo.'
'Non ti va di parlarne,
insomma, di raccont..
'Non oggi.'
'Ok.'
Ebbi il forte istinto di toccarlo, accarezzarlo, o stringerlo.
Prima che potessi fermarla, vidi la mia mano andargli incontro e dovetti costringermi
a fermarla a metà strada, con un gesto innaturale, accompagnato da una smorfia di
frustrazione.
E lui mi vide e lo capì.
'Caffè?'
'Certo.'
Non sapevo se fossi io a scegliere sempre il giorno sbagliato o lui a non volerne
parlare mai.
E non era un'ossessione la mia, è solo che avevo l'impressione che il fatto che non
volesse parlare della morte di suo padre significasse già tanto e che il modo in cui era
successo mi avrebbe raccontato di Harry molto più di quanto non avesse fatto lui fino
ad ora.
Ma non volevo forzarlo in alcun modo.
Per una volta volevo tenere a bada irruenza e curiosità.
Volevo che fosse lui a venire da me, ad aprirsi con me.
Naturalmente nel frattempo avrei trovato un altro modo di fare cazzate.
Perché potevo impegnarmi ad essere delicato e rispettoso con lui, ma col resto del
mondo continuavo ad essere il solito coglione testa di cazzo.
Cambridge, 3 Marzo 1937
'Non ci credo.'
Non dimenticherò mai il suo sguardo in quel momento.
Eppure, malgrado lo fosse chiaro e nitidissimo, non riuscivo a capirne il significato.
Quando quel pomeriggio vidi Cavendich in biblioteca, sentii immediatamente il
ghigno colorarmi glli occhi e le labbra.
Un giorno dopo la sua disfatta, sullo stesso campo di battaglia in cui aveva provato a
umiliare Harry dandogli del frocio e del plebeo, potevo godermi una rivincita storica.
Potevo fargli ingoiare tutto quello che gli aveva sputato addosso mentre nel cortile gli
aveva intimato di chiamarlo 'signor marchese', lui che del signore non aveva nulla.
E potevo fargli pagare senza alzare un dito, la violenza che aveva usato spingendo
Harry contro quel muro.
'Peter.'
'Louis.'
'Come stai?'
'Sto bene.'
'Neanche un po' deluso?'
'Cosa vuoi Tomlinson?'
'No scusa è che ho visto com'è andata nel corso di Spencer e volevo dirti che mi
dispiace.'
'Che problemi hai?'
'Io nessuno.
Sono quarto.'
'E quindi?'
'No,
nulla.
E' che spero che questo bagno di umiltà ti serva per il futuro.'
'Fottiti Tomlinson.
Fattelo te un bagno.
Ultimamente vai troppo in giro con i plebei e cominci anche un po' a puzzare come
loro.'
'E tu che ne sai?
Direi che certi plebei sono un po' troppo lontani da te perché tu possa davvero sentirne
l'odore.'
Arrivò dalla porta,
alla mie spalle.
Ma lo riconobbi senza difficoltà.
Nonostante il tono molto strano.
'Non ci credo.'
'Harry,
che coincidenza.
Proprio ora con Peter parlav....'
'Prima che tu dica altro,
posso parlarti per favore?'
'Dimmi.'
'Non qui.'
Era strano.
Parlava come se la sua voce fosse svuotata da se stesso.
Sembrava lui quello che si vedeva dall'esterno adesso.
Lo seguì per un tragitto che mi sembrò infinito, per due rampe di scale, fino al
terrazzo sopra la biblioteca.
Quando si girò a guardarmi aveva un'espressione che non gli avevo mai visto.
Non come in cortile, dopo che avevo provato a baciarlo.
Non come quando a Dover aveva capito di Simon.
Era come svuotata da qualsiasi emozione.
'Cosa stavi facendo?'
'In biblioteca?
Niente di che.
Una chiacchierata con Cavendich.
Solo per dirgli che mi è dispiaciuto del risultato dell'esame di Storia.
Bè, in effetti stavo un po' gongolando, ma è stato un incontro casuale.'
'E perché senti la necessità di infierire su di lui dopo un suo fallimento?'
Ora la situazione cominciava ad apparirmi molto più chiara.
Mi stava rimproverando per il mio atteggiamento con Peter.
'Perché è uno stronzo Harry.
Non mi piace come ti parla.
Non mi piace come parla di te.
E che abbia provato a picchiarti.
E davvero devo giustificarmi con te perché non sopporto Cavendich?'
'Una cosa è non sopportare qualcuno Louis, altra è infierire gratuitamente.'
'Stai scherzando?
Devo ricordarti che poche settimane fa l'hai quasi insultato in classe e poi mi hai detto
di detestarlo?'
'E questo pensi ti dia il diritto di fare certe scene davanti a tutti aggredendolo con tanta
vigliaccheria?'
Mi stavo innervosendo.
'Voleva picchiarti.
Continua a chiamarti nei modi più offensivi e parlare di te con un tono di una tale
tracotanza che solo per quello gli spaccherei la faccia.'
'Se vuoi fare l'eroe Louis dovresti evitare di offendere qualcuno quando è a terra, così è
troppo semplice'
'Harry, ti vuoi riprendere, quello è Cavendich, ha cercato di picchiarti qualche
settimana fa.'
'Si Louis, ma è anche quello che saresti tu adesso, se non mi avessi chiesto aiuto dieci
giorni fa.'
'Me lo stai rinfacciando?'
'No, ma non puoi fare così con qualcuno solo perché non è riuscito, solo perché tu sei
stato più fortunato.'
'Giusto.
E' merito tuo, quindi tu decidi cosa posso dire e non dire.
Allora fammi sapere con chi posso o non posso parlare.'
Andai a passo deciso verso le scale.
Ma poi lui cambiò tono.
E urlò.
'Sei migliore di così.'
'E' questo il tuo problema Harry, continui a volermi migliore di quello che sono.'
'Io non ti voglio migliore di quello che sei.
Non ho mai avuto l'ambizione di cambiare nessuno.
Ma non capisco perché tu ti ostini a sembrare peggiore di quello che sei davvero.'
'Ma che cazzo ne sai di come sono davvero?'
'So che non sei Peter Cavendich.
Ma prima, in biblioteca, stavi facendo di tutto per sembrarlo.'
'E invece sono sempre stato quello io, uno stronzo arrogante.'
'Non è vero.'
'Maledizione.
Si che è vero.
Perché non puoi fartelo bastare?'
'Perché non ho l'abitudine di farmi bastare niente.
Perché so come sei, ho visto come te ne sei fottuto del tuo orgoglio a Dover pur di non
lasciarmi a morire di freddo per strada.'
'E' diverso.
Quello eri tu.'
'E' vero.
Ma non è solo quello.
Hai detto che Simon aveva il diritto di parlarti in quel modo.
Ed è per questo che non volevi andare da lui quella notte.
E se non ci fossi stato io, non ci saresti andato davvero.
E quello Louis, si chiama senso di colpa.
Quello è sapere quando si sbaglia.
E pagarne le conseguenze.
E se puoi essere quel Louis,
perché vuoi essere questo?'
'Non puoi cambiarmi Harry.'
'Non voglio farlo.
Vorrei solo diventassi ciò che sei,
invece di voler sembrare ciò che non sei.'
'Perché così non sono abbastanza.'
'Perché così non sei davvero tu.'
'Adesso hai anche la presunzione di conoscermi meglio di me'
'Si.'
'Forse mi hai idealizzato Harry.'
'Forse.'
Non so se in quel momento si arrese.
O se avesse capito quanto fosse inutile insistere.
Ma quel forse era il suo modo di lasciarmi andare.
Finì lì.
La conversazione.
Pensavo la mia intera vita.
Ero il solito coglione impulsivo.
Quello che aveva talmente tanta paura di se stesso che era disposto a rinunciare a
qualcosa solo per non doversi mettere in gioco.
Forse avevo ceduto alla paura che mi aveva lasciato tremante nel corridoio, pochi
giorni prima, quasi dietro la sua porta.
Forse odiavo il modo in cui leggeva nitidamente tutto quello che io mi costringevo a
non vedere.
Eppure, quel suo modo di trattarmi, di guardarmi, di credere a ciò che ero nonostante
i miei tentativi di tenerlo nascosto, o la mia incapacità di vedermi, mi erano entrati
dentro.
E lo capivo solo in quel momento.
Mentre sentivo che quel forse mi stava lasciando orfano di qualcosa che non sapevo
di avere.
Qualcuno che mi facesse sentire desiderato davvero.
Perché nei sottintesi della sua arroganza, della sua sfacciataggine, del suo essere
tremendamente ambiguo, dai primi momenti insieme in quel bagno, mi aveva dato
qualcosa di diverso da tutto ciò che avessi avuto in vent'anni di rapporti umani, e
forse per questo avevo fatto così tanta fatica a riconoscerlo.
Rispetto.
E non per Louis William Tomlinson, marchese di Buccleuch e Queensberry, visconte di
Doncaster, figlio dei uno dei Pari di Inghilterra e Irlanda.
Ma per me.
Me in tutto quello che significava.
Con i miei limiti e la mia volgarità.
E non mi permetteva di definirmi anormale e voleva baciarmi alla luce del sole.
Mi costringeva a non credere a una legge che voleva mi odiassi e una società che
pretendeva che mi nascondessi.
E lo sentivo ogni volta che le sue mani o il suo sguardo mi scivolavano addosso che
non c'era volgarità nel suo modo di volermi, di accettarmi.
E quel forse rischiava di lasciarmi nudo di tutto questo ma senza la corazza di
rassegnazione e arroganza che mi ero costruito prima.
E allora dovetti scegliere.
Tornare su e credergli e lasciarmi amare.
O scendere e tornare ad essere ciò che ero prima.
Ricostruendomi pezzo per pezzo.
'Perché sei ancora qui?'
L'urgenza scelse per me.
'Perché sono un coglione.
Però torniamo di sopra.
Ho bisogno di parlarti.'
'Non adesso Louis.'
'Perché no?'
'Perché sono deluso e non voglio dire ciò che non penso.'
'Pensi che ti passerà?'
'Non lo so.'
Trascorsi la settimana successiva a torturarmi cercando di capire se non lo so fosse
meglio o peggio di forse.
Lui mi evitava, non mi parlava, mi ignorava e quando entravo in una stanza, usciva.
Eppure, quando mi credeva distratto, mi poggiava lo sguardo addosso e io ne sentivo
peso e calore.
E ogni volta che lo faceva, io tiravo un sospiro di sollievo, perché finché era incazzato,
deluso e offeso, io ero ancora un dubbio, una possibilità, e significava che non mi
aveva lasciato davvero andare.
Poi arrivò Liam Payne a salvarmi il culo.
O bè, effettivamente, fece l'esatto contrario ma è questione di relatività.
Cambridge, 9 Marzo 1937
Li avevo visti da lontano.
Harry e Niall che parlavano percorrendo il corridoio verso la sala da tè.
Questa volta non gli avrei permesso di sfuggirmi, doveva ascoltarmi.
Mi avvicinai di soppiatto e mi misi tra di loro, arpionandoli entrambi.
Mi misi sottobraccio e iniziai lo show, cercando di chiarire il punto.
'Ciao ragazzi.
Andate a prendere il tè.
Posso farvi compagnia?'
'Ma certo Louis.
Come mai sei di buon umore oggi?
A Horan non sfuggiva proprio nulla.
'Non più del solito.'
'Sei strano.'
'Mah, forse perché Liam è andato a casa per un paio di giorni e posso godermi la
stanza.'
Sottolineai ogni parola, scandendola chiaramente e lentamente.
Non mi lasciai sfuggire la possibilità di ribadirlo un altro paio di volte nell'ora
successiva.
Usciti da lì, mentre ci incamminavamo verso la biblioteca, pensai di ripetere il
concetto.
Poi, mentre Niall era distratto da un'altra persona, mi sentii trattenere da un braccio.
'Louis abbiamo capito che Liam è fuori e che tu sei solo questa notte ma se lo dici
un'altra volta Niall finirà per pensare chissà cosa, quindi per favore smetti di dirlo.'
'Harry mi fai male.'
La voce gli si addolcì di colpo.
'Scusami.
Hai chiarito il concetto.
E so cosa vuoi dire.
Ma non credo che..'
'Non capita mai.
Che se ne vada.
So che sei incazzato.
E so che hai ragione.
E mi perdonerai, lo so.
Prima o poi lo farai.
Solo che questa notte sarà passata.'
'Louis...'
'No.
Niente Louis.
Solo, ti prego.
Vieni da me.'
Mi giocai tutto.
Anche il filo di voce bastardo della supplica.
Qualsiasi cosa pur di convincerlo e uscire da quella situazione.
E sì, naturalmente non solo per quello, anche per l'altra cosa.
Ma volevo che venisse da me.
'Non lo so.'
Era il miglior compromesso ma il no che mi aspettavo e il si che desideravo
disperatamente.
Lo lasciai andare e non rimase che aspettare.
Fu il giorno più lungo della mia esistenza.
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Non ci credo.
Questo pensai.
Erano da poco passate le nove e mezza e sentii bussare.
A momenti glielo vomitavo addosso dopo avergli aperto.
Invece riuscii miracolosamente a trattenermi e dissi solo
'Niall, cosa fai qui?'
'Scusami, Harry stasera è isterico e se non uscivo gli mettevo le mani addosso.
Simpatico, intelligente, gli voglio anche bene ma quando sta così non si tollera.
Ho portato il fumo,
rulli tu o lo faccio io?'
Non sapevo se ridere all'idea di Harry nervoso e isterico in camera,
piangere per la delusione seguita all'illusione di Niall fuori dalla porta,
o disperarmi rumorosamente perché non sapevo come liberarmi di lui.
Un'ora e mezza, tre canne, una sequela infinita di chiacchiere dopo,
ero a un punto di non ritorno, o andava via lui, o me ne andavo io.
'Horan adesso scusami ma ho davvero bisogno di dormire.'
'E se dormissi qui?
Payne non c'è.'
'No.
Non puoi.
Io, insomma, mi piace dormire nudo quando lui non c'è.'
'Ah non preoccuparti, anche Harry dorme nudo, ormai mi ci sono abituato.'
Raccolsi tutto il mio coraggio e la mia tolleranza per accettare che esistesse qualcuno
capace di abituarsi ad avere Harry Styles nudo nel letto accanto e mi concentrai
cercando di trovare una scusa plausibile per mandarlo via all'istante.
Ero terrorizzato all'idea che Harry arrivasse e cambiasse idea sentendo un'altra voce,
o che non la riconoscesse ed equivocasse la situazione.
O che bussasse e dovesse poi giustificare la sua presenza a Horan.
Poi provai ad essere onesto.
O quasi.
'Niall non prendertela, ma a volte ho proprio voglia di stare da solo, fare in libertà cose
che quando c'è Liam non posso fare e insomma, hai capito.'
'Oh.
Oh.
Scusami, hai ragione.
Hai bisogno di privacy.
Ti lascio subito da solo.
Tanto penso che Harry ormai dorma.
O almeno adesso è quello che spero.'
(ma speriamo proprio di no invece)
'Ci vediamo Niall.'
'Notte Tomlinson.'
Neanche il tempo di appoggiarmi alla porta e sospirare che sentii un tocco leggero.
Neanche il tempo di aprire la porta che ce l'eravamo già chiusa alle spalle e ci
stavamo baciando e spogliando.
E ridendo.
E parlando.
O tutte le cose insieme.
Non se ne andava più
Dov'eri?
Fuori, ma parliamo di questa cosa che fai quando sei solo
No parliamo di te che dormi nudo
Si bè vecchie abitudini
Harry mi dispiace
Shhh zitto ora,
alza le braccia
Perché?
Odio i bottoni
te la sfilo
Sei incazzato?
Più o meno
Ahi
Che c'è
I capelli nel tuo orologio
Scusa
Nulla
Stai ballando?
No mi tolgo i calzini con i piedi faccio prima
Se l'uomo più sexy del mondo Tomlinson
Mi prendi per il culo
Un po' si e un po' no
Te lo faccio vedere io se sono sexy o no
Ecco bravo, mi chiedevo se volessi scoparmi contro la porta
Oh vuoi stare zitto Styles
Si ok adesso sto zitto giuro
Magari ci riuscissi davvero
E adesso baciami stupido
12
Ho progetti più ambiziosi
E lo spinsi sul letto.
Nudo era inaspettato.
Persino per me che l'avevo immaginato e disegnato sotto i vestiti per mesi.
Persino per me che l'avevo esplorato al tatto in ogni modo possibile.
Persino io riuscii a sorprendermi di quanto fosse bello.
Per la prima volta non dovevo fermarmi.
E non dovevo soffrire la sua presenza.
Per la prima volta ero libero di amarlo.
'Aspetto solo te my lord.'
Glielo avevo giurato.
Che avrebbe dimenticato quel bagno.
Che avrebbe dimenticato il suo nome.
E non volevo altro.
Davvero solo quello.
Ma.
'Louis.
Louis.
Cosa?
Ma stai?
Oh ma non ci credo.'