30.11.
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Lezione 23:
Stazio, Tebaide 1, 123-136:
La scena successiva all’intervento della furia ci mostra gli effeB di questo intervento sui due fratelli,
e quasi razionalizza l’allegoria che c’è stata mostrata nella figura della stessa Tisifone. Poi abbiamo
un elenco delle cause della guerra, che si rivela come vedremo, un’indagine sulla psicologia del
potere, e il debito in questo caso di Stazio verso Lucano diventa effeBvamente importante.
Quindi teniamo presente, al di là di riprese specifiche da Lucano, che in realtà non sono così presenL,
è importante la funzione di questa parte iniziale nella Tebaide e prima nella Farsaglia.
E non appena la furia si fu precipitata sul teOo della reggia cadmea, lì si fermò, contaminando la
dimora con la sua consueta nube. Immediatamente varie passioni si impadronirono del peOo dei
due fratelli e si insinuò negli animi il furore della loro sLrpe e l’invidia che prova dolore per la felicità
e la paura, madre dell’odio, e poi la crudele passione per il potere e la violazione dei paB di
alternanza e l’ambizione che non tollera la seconda posizione e il faOo che più dolce che una sola
persona sLa nel luogo supremo e la discordia che si accompagna ai regni condivisi.
Come vedete un lungo periodo che è faOo di un elenco, un elenco di fenomeni che rientrano in
quella che abbiamo deOo la psicologia o la patologia del potere. Dunque atque ubi ea praeceps ubi
primum ea praeceps consLLt Cadmeo culmine: non appena lei, cioè Tisifone, praeceps, arrivata a
precipizio, consLLt si fermò, primum va con ubi, non appena. Quindi non appena lei arrivata a
precipizio si fermò sulla punta del teOo, sul teOo cadmeo, della dimora di Cadmo. Vedete si insiste
molto in questo caso sulla velocità della furia, quindi praeceps ubi primum consLLs, è un movimento
velocissimo, e d’altro canto abbiamo visto che la velocità della furia c’era già in Ovidio, era già messa
in evidenza in Ovidio.
Allora e infecit, e contaminò, inficio è proprio contaminare, come se si traOasse di un’epidemia,
infecit assueta nube, con la nube a lei consueta, penates la dimora.
Non è casuale il faOo che la dimora sia indicata con penates, cioè per metonimia con gli dei del
focolare, perché rappresenta in maniera più rilevata quella che è l’azione rovinosa della furia. Quindi
la furia contamina gli dei stessi della casa. Quindi una contaminazione che arriva proprio nel
profondo e tocca quanto vi è di più sacro.
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Allora subito motus sub pectore fratrum aOoniL, i moL nell’animo dei fratelli aOoniL, furono di
sgomento, furono sgomenL. Quindi loro rimasero completamente sconvolL.
E il furore Lpico della sLrpe, Lpico della gens, subiit animos, entrò nei loro animi, ed entrò nei loro
animi poi tuOo quello che viene deOo, quindi entrò nei loro animi furor genLlis, questo sembra
preferibile rispeOo a furor subiit genLlis animos, cioè genLlis va con furor, non con animos. Quindi il
furore Lpico della sLrpe, non gli animi propri di quella sLrpe. Torna meglio. Anche poi nel confronto
con le altre passioni che vengono evocate. E l’invidia ammalata, che si ammala, per la gioia. E la
paura madre dell’odio. In questo caso naturalmente si traOa della paura che ciascuno dei due fratelli
prova verso l’altro, non tanto della paura che il Lranno ha nei confronL del popolo. Viene
rappresentato il confliOo all’interno dei detentori del potere. Quindi un confliOo orizzontale, non
verLcale.
Quindi si traOa di quello che un fratello prova, l’invidia che è ammalata per ciò che vi è di gioioso,
quindi quando un fratello vede che all’altro le cose vanno bene allora prova l’invidia. Così prova una
paura che genera l’odio e poi c’è il saevus amor, l’amore crudele di governare.
Amore è interessante.
Ruptae vices qui abbiamo tradoOo in maniera abbondante, e l’alternanza nel comando che viene
violata, qui si mostra proprio lo sviluppo degli evenL, si implica qui che c’è stato un accordo e che
questo accordo viene violato. Vices è l’alternanza. Ruptae vices è l’alternanza violata, perché loro
avevano stabilito di alternarsi al potere, avevano faOo un accordo quanto mai insensato, infelice, di
stare al potere un anno a testa, quindi di subentrare l’uno all’altro.
E l’ambizione, l’ambitus, ambitus indica proprio il faOo di andare in giro a chiedere il voto a questo
e a quello. Quindi ambitus, l’ambiLo, il faOo proprio di andare in giro perché si aspira ad una carica,
quindi un traslato abbastanza chiaro per indicare l’ambizione. Che impaLens, non tollera, non riesce
a sopportare iuris secundi, il diriOo secondo, il diriOo in seconda posizione, quelle che sono le
prerogaLve della seconda posizione, perché si vuole la prima.
E il faOo che. Vedete abbiamo una sequenza di sostanLvi, una sequenza nominale, quindi genLlis
furor, poi abbiamo aegra invidia, metus, saevus amor, ruptae vices, l’ambitus, poi invece abbiamo
una frase con l’infinito. E il faOo che è più dolce, è più bello, piace di più che uno solo sLa nel luogo
supremo. Quindi abbiamo un’asimmetria sintaBca, perché ci aspeOeremmo una sequenza
nominale soltanto, invece abbiamo anche un elemento verbale.
Che poi viene seguito da un elemento nominale, è la discordia che si accompagna ai regni che sono
fruOo di una condivisione, che sono l’esito di una condivisione.
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Qui abbiamo psicologia e patologia del potere, in questo meBamo subito in evidenza, è stato visto
un parallelo con l’inizio del Tieste di Seneca, dove c’è la furia che si rivolge a Tantalo, Tantalo è il
progenitore della sLrpe dei Pelopidi, Tantalo è padre di Pelope, Pelope è antenato di Atreo e Tieste.
Allora Tantalo è nell’oltretomba dove viene punito, e viene inviato a suscitare il furor nei suoi
discendenL. Tantalo dice: no preferisco starmene nell’inferno dove vengo punito piuOosto che fare
queste cose, e la furia gli dice: no devi andare e devi realizzare quello che Stazio qui ci dice.
Qui noi abbiamo la rappresentazione, si realizza quello che in Seneca veniva presentato come il
compito di Tantalo, che doveva eseguire gli ordini della furia. Ha una valenza drammaLca questo che
sia Tantalo, perché Tantalo esegue quesL ordini controvoglia, addolorato, riLene preferibile stare
nell’oltretomba a subire la sua pena piuOosto che portare a termine questo compito quanto mai
sciagurato. Quindi c’è questo elemento e poi questo elemento si complica con l’introduzione di
alcuni traB, che sono quelli della libido Lrannica.
Il Lranno ha nei confronL del potere un aOeggiamento quasi eroLco, abbiamo questo saevus amor
regendi, saevus amor dove compare? Questo nesso compare nel prologo della Medea di Ennio,
Medea animo aegro amore saevo saucia, un amore crudele, quindi un amore che si caraOerizza in
senso propriamente eroLco, e questo viene qui riferito invece all’esercizio del potere. In questo
modo Stazio entra all’interno di una rappresentazione del Lranno, del potere del Lranno che è
caraOerizzato dalla libido, cioè nei confronL del potere, il Lranno, il sovrano assoluto etc. prova un
vero e proprio amore, un senLmento eroLco, che viene caraOerizzato appunto come amoroso in
senso proprio. E anche questo è senecano. Allora perché ha un senso soOolineare quesL paralleli
con Seneca? Perché la tragedia di Seneca rappresenta una grande indagine sul potere, il potere che
è un qualcosa che devasta gli uomini, è qualcosa di estremamente negaLvo, che però viene ricercato
da tuB, bramato da tuB e produce effeB singolarmente nefasL.
E questo è ripreso qui da Stazio, con l’inserzione dei moLvi lucanei della guerra più che civile, visto
che qui abbiamo a che fare proprio con una guerra tra fratelli. Però in questo in realtà Stazio si
inserisce in una linea molto solida all’interno della leOeratura sopraOuOo di età imperiale, che è
quella dell’indagine sul potere, la patologia del potere, come si manifesta, cosa comporta, che
modifiche introduce in chi lo esercita? E come poi ci insegnerà bene Tacito in chi lo subisce. Cioè
viBme del potere non sono solo i sovrani ma anche i suddiL, ai quali il potere dei sovrani provoca
una degenerazione morale, il potere determina, questa è un’idea ancora platonica, ma poi viene
sviluppata in questa leOeratura di età imperiale, il potere determina una degenerazione morale, si
viene meno agli standard di moralità usualmente riconosciuL. Ecco, la leOeratura di età imperiale è
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un po’ ossessionata, e questo si capisce nel senso che la leOeratura di età imperiale si trova a
confrontarsi con il potere di uno solo, che nella tradizione romana era qualcosa di assolutamente
nuovo. Quindi come la leOeratura augustea cerca di rapportarsi alla nuova figura di Augusto, e
questo provoca tanL aggiustamenL, provoca anche una sperimentazione leOeraria a tanL livelli, così
poi la leOeratura successiva e la poesia successiva deve rapportarsi a delle figure di sovrano sempre
più assoluto. Pensate qua Stazio aveva a che fare con Domiziano, quindi con una figura di sovrano
divinizzata, già durante la sua vita, quindi c’è una riflessione conLnua, ed è interessante il faOo che
il sovrano che viene celebrato, naturalmente il sovrano reale viene celebrato, ma il sovrano, il potere
e così via viene presentato nella crudezza degli effeB che provoca. Dunque abbiamo una discrasia
tra i due piani, noi celebriamo Domiziano, però diciamo che il potere è una cosa bruOa. È
interessante questo, di faOo è il prodoOo della cultura senatoria, la cultura rimane una cultura
senatoria, che vede quindi nel sovrano assoluto il male chiaramente, il senato viene svuotato di tuOe
le sue prerogaLve e quindi il potere di uno solo è un male. E provoca una degenerazione morale,
laddove invece il principe che governa, in quanto principe che governa deve essere celebrato, quindi
abbiamo questo doppio piano che sembra che funzioni abbastanza bene, se noi cerchiamo di
crederci, se entriamo nella dinamica di questa retorica, allora tuOo sembra che funzioni abbastanza
bene, se però ci poniamo il problema di ridurre tuOo ad un’unità abbiamo svariaL problemi.
Però sembra che Stazio riesca a gesLre bene i due piani. È interessante questa riflessione conLnua
sul potere che c’è in questa leOeratura, che è una riflessione abbastanza estranea a noi. La riflessione
sul potere, la patologia del potere e così via è un po’ lontana dal nostro orizzonte quoLdiano, e
questo potrebbe essere uno spunto a suo modo interessante, invece per loro era qualcosa di
centrale.
Dal vs 130 abbiamo un’ampia similitudine, avete avuto prima questo sviluppo, il periodo anche prima
era stato un periodo lungo, però faOo di elemenL singoli, alla fine di questo elenco abbiamo avuto
una sentenLa. Vedete l’elenco saevus amor, vices, ambitus… poi questa frase summo dulcius unum
stare loco, che si disLngue, è una riflessione in realtà, poi la riflessione finale che è sociisque comes
discordia regnis. E la discordia che si accompagna ai regni condivisi. E questo ha una puent, questa
affermazione rispeOo alle altre ha una sua puent, cioè la discordia dissolve la condivisione. Quindi
la discordia si accompagna per dividere i compagni, c’è questo conceBsmo minimo, e questo
conceBsmo minimo arriva alla fine di uno sviluppo, cioè la sentenLa conclude un’argomentazione,
e questo è Lpico per la poesia ma anche per la prosa di età imperiale. Una prosa e una poesia che
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vivono molto di sentenLae, allora gli autori migliori, più aOenL, cercano di far sì che queste
sentenLae abbiano un ruolo all’interno della costruzione, abbiano un ruolo all’interno di un
organismo, non siano semplicemente delle luci che brillano un po’ di qua e un po’ di là.
Ci sia una costruzione e alla fine abbiamo la sentenLa, e dopo abbiamo questa lunga similitudine,
perché insomma si traOa di 6 versi, una similitudine molto sviluppata.
Come quando un contadino si dà da fare per unire imponendo il giogo dell’aratro due giovenchi scelL
da un torvo armento, quelli insofferenL, dato che a loro non ancora l’alto collo è sceso fin sulle spalle
nodose per aver portato molte volte il vomere, Lrano in opposte direzioni e con pari forze allentano
i nodi e confondono i solchi con tracce irregolari.
Qual è l’immagine? Cosa dice questa similitudine? Il contadino prende due giovenchi, due animali
giovani, che non sono mai staL soOomessi all’aratro e impone loro il gioco. Allora cosa fanno quesL?
Trascinano l’uno ciascuno nella propria direzione, e in questo modo non riescono ad arare, a seconda
che l’uno o l’altro prevalga tracciano un solco del tuOo irregolare. Allora sic ubi, così quando agricola
affectat sociare delectos iuvencos per torva armenta. Così quando l’agricoltore si dà da fare, affectat,
a unire scelL giovenchi in mezzo ai torvi armenL. Torvus indica lo sguardo cupo che hanno i bovini,
i bovini un po’ colL nel loro aspeOo selvaggio, perché in fondo sono non ancora addomesLcaL. Lui
va nella mandria e prende due animali non ancora addomesLcaL, e di quesL si soOolinea il caraOere
un po’ selvaggio aOraverso questo torvus, torva armenta. Torvo è lo sguardo del toro ad es.
Quindi ci mostra una mandria, però una mandria ancora vivace, non del tuOo soOomessa.
Ecco quindi imposito aratro, avendo posto sopra di loro l’aratro, cioè avendo posto sopra di loro il
giogo unito all’aratro, quindi un’espressione parLcolarmente sinteLca. Così quando quelli
indignantes, rifiutandosi, insofferenL, ai quali quis è un daLvo plurale del pronome relaLvo, quibus
o quis. Quis è la forma arcaica del pronome. Voi vedete che nella Tebaide di Stazio praLcamente non
abbiamo nessun elemento arcaico, lessicale o sintaBco, ormai è una lingua poeLca post ovidiana e
post lucanea.
Questo rimane, è un traOo che rimane, questo quis come daLvo ablaLvo del pronome relaLvo.
Perché in realtà ha un’effeBva comodità metrica e questo contribuisce alla sua conservazione.
Ai quali nondum non ancora ardua cervix descendit nodosos in armos, il collo alto, cioè il collo che
è rivolto verso l’alto, perché naturalmente tengono il collo rivolto verso l’alto, non sono staL ancora
costreB ad abbassarlo, non è ancora disceso sulle loro spalle nodose, perché hanno i muscoli molo
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sviluppaL dopo aver tante volte Lrato l’aratro. Quindi ci mostra l’esito ulLmo, il loro desLno, però
questo non si è ancora verificato. Vomere multo, sarebbe con tanto vomere, dopo aver trascinato
per tante volte l’aratro, un’espressione estremamente sinteLca che fa il pari con imposito aratro,
vomere multo.
Allora che cosa fanno? Illi indignantes in diversa trahunt, trascinano, si spingono, fanno forza in
diversa, in direzioni diverse, e con pari forze allentano i legami. Quindi loro sembrano davvero
sciogliersi da questo giogo che li Lene insieme. Allentano i legami e con vario limite, con un percorso,
senLero irregolare, confondono i solchi.
Allora questa è la prima similitudine della Tebaide, che arriva al verso 131. La prima similitudine
dell’Eneide arrivava intorno al vs 140. Quindi la posizione è più o meno la stessa, ed era una
similitudine molto ampia. Cosa dice la prima similitudine dell’Eneide? La prima similitudine è quella
che serve a rappresentare l’intervento di NeOuno contro i venL. NeOuno placa il mare ed è
paragonato all’uomo poliLco che nel corso di una sedizione placa la plebe. Adesso magari poi vi
viene in mente, sapete Giunone ha scatenato la tempesta, i venL hanno travolto la forza di Enea, ci
sono le onde etc. però NeOuno non vuole che ciò accada. Cosa hanno voluto fare i venL nel suo
regno? Quindi la placa, ed è come l’uomo poliLco, che riporta l’ordine tra la plebe etc. è stato visto
come un simbolo, come un’allusione all’intervento di Augusto. È Augusto che riporta l’ordine contro
il caos, questo intervento dei venL è stato come la realizzazione del caos, il caos, le guerre civili, la
sovversione di tuOo. Arriva l’uomo poliLco e pone ordine. Questo in fondo è quello che ha faOo
Augusto. Ed è abbastanza interessante che una ripresa di questa similitudine ci sia più o meno alla
stessa altezza nelle Metamorfosi.
Anche nelle Metamorfosi abbiamo una similitudine chiaramente poliLca. Come in questo caso voi
avete una similitudine chiaramente poliLca. Allora vedete come si gioca con i vari tesL, con i vari
piani del testo. Quindi noi abbiamo una similitudine poliLca che certo non ripropone la similitudine
virgiliana, però in qualche modo è alla stessa altezza, ha la stessa ampiezza, quindi la evoca.
Evidentemente in un poema epico la prima similitudine deve riguardare la poliLca, deve essere una
riflessione sulla poliLca e sul potere.
L’epica è una grande riflessione sul potere e sui modi in cui si incarna.
È interessante questo, che illi indignantes, l’inizio di questo verso è la ripresa di un verso virgiliano
che si riferisce ai venL, sono i venL che si scatenano nel primo libro dell’Eneide, al vs 55, sono i venL
che si scontrano, perché poi i venL realizzano una sorta di guerra civile, scontrandosi tra di loro. C’è
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questo moLvo del confliOo dei venL, che noi non abbiamo, perché per noi soffia un vento e basta
ed è sufficiente.
Invece loro avevano l’idea del confliOo dei venL, quando c’era la tempesta i venL si scontravano e
viene deOo di questo scontro illi indignantes in inizio di verso. E direi che dato tuOo il contesto questa
poteva essere un’allusione che il leOore avrebbe potuto cogliere, per questa similitudine che
rovescia una similitudine omerica, nel senso che nell’Iliade, nel 13° libro si parla dei due Aiaci,
Telamonio e Oileo che resistono di comune accordo e sono come due bovini che arano. Quindi la
similitudine omerica viene rovesciata e viene resa complessa aOraverso l’allusione al primo libro di
Virgilio, ai venL e alla situazione poliLca che è rappresentata nell’intervento della persona dotata di
grande potere, di grande influenza che calma la plebe.
Et vario confundunt limite sulcos. I commentatori meOono in evidenza come qui possiamo avere un
riferimento in senso molto lato e metaleOerario perché al vs 16 del suo proemio Stazio diceva che
avrebbe realizzato un cammino, usava sempre limes all’interno della materia tebana. Qui sono i due
fratelli che confondono questa via, solco, quindi come vedete si traOa di una similitudine che lavora
su diversi piani.
Tebaide 1, 137-143:
Non diversamente la discordia impetuosa esacerbava i fratelli indomiL.
Haud secus non diversamente, quindi un nesso che è Lpico della poesia epica e che è sLlisLcamente
elevato, usaLssimo.
Praeceps discordia, vedete di nuovo praeceps, questa discordia che arriva così a precipizio, che
evidentemente la sua rapidità, la sua improvvisa rapidità viene messa di conLnuo in evidenza. Non
diversamente asperat, rende aspri indomitos fratres. Chiaramente indomitos collega la frase alla
similitudine che precede, i giovenchi che sono indomiL e i fratelli che lo sono lo stesso.
Asperat c’è questo uso dell’enjambement al quale fate sempre aOenzione. Noi ormai non lo
rileviamo di conLnuo, ma voi dovete aver interiorizzato questa aOenzione.
Si decise di cambiare il re aOraverso l’esilio secondo la regola dell’anno alterno, così con una legge
empia fanno passare oltre la fortuna affinché il nuovo erede tormenL sempre allo scadere del paOo
colui che stringe lo sceOro.
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Qui siamo in un ambito lucaneo, dove si dice di questa discordia tra i fratres, sembra davvero di
senLr riecheggiare il poema sulla guerra civile. Allora vedete placuit si decise sub legibus anni alterni,
secondo la legge dell’anno alterno, di cambiare il re aOraverso l’esilio. Cioè si decise di avere ad anni
alterni un re, mentre l’altro sarebbe andato in esilio. Come vedete abbiamo sempre a che fare con
queste espressioni molto sinteLche, chiaramente, di cambiare il re aOraverso l’esilio, secondo la
condizione dell’anno alterno. Quindi è un’espressione molto compressa, però in fondo noi sappiamo
bene che cosa deve succedere e conosciamo già dal mito le regole e la storia la dominiamo, quindi
riusciamo a ricavare. In fondo lui elabora questa formulazione in maniera elegante. L’obieBvo di
Stazio non è di informarci, è di esprimere in maniera elegante, sinteLca etc. un dato noto. E questo
è interessante. Asperat enjambement. Asperat alterni anni… una frase che ha una sua singolarità,
cambiare il comandante per mezzo dell’esilio.
Maligno non è il nostro maligno, è più che malvagio, è un’espressione molto forte, si trova ad es. in
Ovidio, nelle Metamorfosi, nell’episodio di Mirra, allora Mirra dice: ma tuOe le besLe praLcano
l’incesto, perché gli uomini non lo possono praLcare? Perché gli uomini si sono daL delle leggi. Ma
il suo ragionamento è sono delle leggi che quindi cosLtuiscono una pura convenzione, non sono
leggi di natura, non sono legate alla natura, perché se gli animali praLcano l’incesto vuol dire che la
natura non contempla una colpa legata, sono gli uomini che si sono daL queste leggi. Una concezione
sofisLca del diriOo, il diriOo come un accordo semplice tra gli uomini.
Dice humana malignas cura dedit leges: humana cura, quindi la preoccupazione in questo senso
deteriore dell’umanità dedit delle leggi malvagie. Delle leggi che stravolgono la natura. Quindi iure
maligno è un’espressione forte.
Naturalmente è interessante, le leggi maligne, queste leggi malvagie sono nell’oBca di Mirra le leggi
che proibiscono l’incesto che lei vorrebbe libero.
E così qua iure maligno, una legge innaturale.
Con questa legge innaturale loro fanno passare oltre la fortuna. Allora la fortuna è la condizione in
cui uno si trova. Cioè dicono alla condizione in cui uno si trova di passare oltre, quindi di passare
dall’uno all’altro in maniera tale che un erede nuovo angeret da ango, tormenL, angeret è il
congiunLvo imperfeOo, in maniera tale che un erede nuovo tormenL sempre con un paOo che è lì lì
sempre per realizzarsi, che incombe. Si riprende praeceps-praeceps… che è temaLco, ma finora era
stata la furia che era stata praeceps, adesso c’è questa idea del paOo sempre incombente, che è
sempre sul punto di realizzarsi, e questo novus heres che produce una conLnua angoscia perché è
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sempre lì che pare debba spodestare sceptra tenentem. Quindi è chiaro è un paOo che non può
durare e che produrrà la guerra che Stazio si avvia a descrivere.