RIASSUNTO CANTI PRINCIPALI:
CANTO I
Dante inizia il suo viaggio la notte del giovedì santo del 7 aprile 1300 e a metà della sua vita
(all'epoca l'età media era circa di settant'anni), egli cade nel peccato (la selva oscura) e come lui
anche il mondo corrotto dell'attuale chiesa.
Dopo avervi trascorso la notte giunse nei pressi di un colle che viene considerato come la
salvezza, illuminato dai raggi del pianeta (sole) e quindi da Dio. Dante per definire il Sole utilizza
il termine "pianeta" in quanto secondo la concezione tolemaica dell'universo, la Terra era vista
come al centro del medesimo e il sole vi girava attorno e precisamente nella quarta orbita.
La visone di Dio tranquillizza il Poeta e offre lui una speranza di salvezza dopo esser caduto nel
peccato; ma la strada per il perdono gli viene sbarrata dalla figura di tre fiere: una lonza, un
leone e una lupa.
La lonza viene vista come il peccato di lussuria e quindi di incontinenza, è associata alla città di
Firenze; il leone è la violenza e la lupa le cupidigia e i desideri sfrenati.
A questo punto sopraggiunge un personaggio basilare per tutto il racconto: Virgilio. Dante lo
riconosce come maestro e usa la sua figura per associarla alla sapienza e quindi il lume della
ragione capace di salvare l'uomo dal peccato e ricondurlo sulla retta via.
Infine viene presentata la profezia del veltro che parla appunto di questo lupo capace di
combattere un suo simile. Il significato allegorico è quindi evidente: la lupa è il corrotto Stato
della Chiesa, mentre il veltro può apparire come un papa che combatte la mondanità
nell'ambiente ecclesiastico.
CANTO III
Dante e Virgilio sono, ormai, alle soglie dell'Inferno e notano, incisa sulla porta, una scritta dal
carattere minaccioso ("Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate").
Virgilio, accorto, nota subito il timore di Dante, lo invita a lasciare ogni sospetto, lo rinfranca
stringendogli la mano e, infine, lo introduce nell'inferno. Dal principio, il poeta nota una
tumultuosa confusione dovuta a sospiri, pianti e lamenti, risuonanti per l'aria buia.
Dinanzi a Dante, poi, passa una folla di anime, quelle degli ignavi (o negligenti), coloro che in
Terra si sono astenuti dalle scelte e sono respinti da Dio e dall'Inferno.
Tra questi, Dante riconosce "colui che per viltade fece il gran rifiuto" (interpretabile come
Celestino V, Papa che abdicò al ruolo di pontefice).
Queste anime vengono punite per contrappasso, per antitesi: in vita non sentirono alcuno
stimolo, ora, invece si: mosconi e vespe, rigano loro il volto, e il sangue, mischiato alle lacrime,
viene raccolto, ai piedi, da vermi.
Accorgendosi poi, che una schiera di anime si stava riunendo presso la riva del fiume Acheronte,
Dante e Virgilio riprendono il cammino e giungono lì anche loro. Qui arriva il nocchiero Caronte,
che con cenni fa salire le anime sulla barca e le traghetta fino all'altra sponda. Questo, giunto al
fiume, accortosi che Dante è ancora vivo e sapendo che il suo destino non sarebbe stato quello di
patire le pene infernali, tenta di allontanarlo, ma ecco che interviene Virgilio affermando che il
viaggio di Dante è voluto dall'alto dei cieli, dove “si puote ciò che si vuole”.
Il terzo canto si conclude con un terremoto e un vento forte che provoca lo svenimento di Dante,
che, quando si riprenderà, sarà aldilà del fiume.
CANTO V
Dante capisce di trovarsi tra coloro che hanno peccato di lussuria nel corso della loro esistenza.
Il suo maestro gli mostra diverse anime illustri che si aggirano intorno a loro, trascinate
continuamente qua e là da un vento incessante: è questa la pena che devono scontare.
L’attenzione del poeta si rivolge in particolare a Paolo e Francesca. La donna racconta, dietro
richiesta del poeta, la vicenda che toccò in sorte a lei e al suo amante, il loro peccaminoso amore
che è stato causa della loro morte.
Dante è particolarmente interessato a capire come questo amore è iniziato, e Francesca - mentre
Paolo non proferisce mai parola e piange silenziosamente - racconta che tutto nacque leggendo
dell’amore tra Lancillotto e Ginevra. Quest’ultimo passaggio ci indica come all'amore-virtù possa
spesso sostituirsi l'amore-passione, che contrasta con la legge di Dio.
Il poeta è dunque particolarmente toccato dalla confessione dei due lussuriosi e si commuove
alle parole di Francesca tanto da perdere i sensi.
CANTO XIX
Il canto si apre con una critica di Dante contro i simoniaci, colpevoli di aver fatto commercio
delle cose sacre. Dall’alto del ponte Dante vede il fondo della terza bolgia tutto coperto di buche,
nelle quali sono conficcati dei dannati a testa all’ingiù, con le gambe sporgenti fino ai polpacci e
le piante dei piedi lambite da una fiamma.
Dante viene attratto da un peccatore che, evidentemente sottoposto a una pena maggiore dato
che agita le gambe più velocemente degli altri.
Dante scopre che questo dannato è Niccolò III, Papa colpevole di simonia. Niccolò rivela a Dante
che nella buca, più a fondo, stanno tutti gli altri papi simoniaci della storia.
Dante coglie dunque l’occasione per inveire contro Niccolò III e contro l’avidità dei papi e la
corruzione della Chiesa, che ha avuto inizio con la «Donazione di Costantino».
La Donazione di Costantino è un documento (che si è poi scoperto essere un falso) con cui la
Chiesa legittimava il proprio possesso di terre nel centro-Italia.
CANTO XXVI
Tra i colpevoli di frode, Dante e Virgilio incontrano Ulisse, reo di aver trascinato nel suo "folle
volo" (aver attraversato le colonne d'Ercole, limite invalicabile dell'uomo che si pensava fosse
nello Stretto di Gibilterra) anche i suoi compagni di viaggio.
Ulisse racconta così la sua ultima avventura, che non è tramandata dalla tradizione classica
dell'Odissea (che Dante non conosceva direttamente), ma da una tradizione secondaria
medievale.
CANTO XXXIII
Dante si trova nella ghiaccia del Cocito, nel nono cerchio, dove sono puniti i traditori della
patria e degli ospiti. Già nella conclusione del canto precedente, egli aveva scorto due dannati
immersi in parte nel ghiaccio, uno dei quali addentava la nuca dell’altro. Sono il conte Ugolino
della Gherardesca e l’arcivescovo Ruggieri di Pisa.
Questi personaggi sono due figure storiche, legati alle vicende politiche di Pisa:
● Il conte di origine ghibellina, era alleato con i guelfi per interessi economici e di difesa
dei suoi territori - ed è qui probabilmente che bisogna rintracciare il suo tradimento;
● L’arcivescovo invece avrebbe tradito Ugolini, rinchiudendolo, dopo una rivolta popolare,
in una torre con figli e nipoti, dove il conte sarebbe morto di stenti.
La storia precedente la prigionia non viene raccontata da Dante, dal momento che si tratta di
una vicenda nota ai lettori dell’epoca. Il racconto, quindi, si concentra sulla lunga e atroce morte
del conte e dei figli nella torre.
Nel canto sono inoltre presenti due invettive di Dante: la prima contro Pisa, città colpevole di
essere costante teatro di lotte fratricide; la seconda contro Genova e i genovesi, che Dante
definisce malvagi.