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Seneca

Seneca, filosofo e politico romano, è noto per la sua vita di grandezza e per le sue riflessioni stoiche, che collegano filosofia e vita pubblica. Nato a Cordova, la sua carriera politica fu segnata da esilio e conflitti con imperatori, culminando in un suicidio drammatico nel 65 d.C. Le sue opere, tra cui i Dialoghi e le Consolationes, trattano temi di moralità, virtù e la gestione delle passioni, sostenendo che la saggezza si ottiene attraverso la ragione e l'impegno sociale.
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Seneca, filosofo e politico romano, è noto per la sua vita di grandezza e per le sue riflessioni stoiche, che collegano filosofia e vita pubblica. Nato a Cordova, la sua carriera politica fu segnata da esilio e conflitti con imperatori, culminando in un suicidio drammatico nel 65 d.C. Le sue opere, tra cui i Dialoghi e le Consolationes, trattano temi di moralità, virtù e la gestione delle passioni, sostenendo che la saggezza si ottiene attraverso la ragione e l'impegno sociale.
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SENECA

Quando diciamo che Seneca ha condotto una vita all'insegna della grandezza ci riferiamo alla
fama che Seneca ha in tutta la letteratura e alla dignità con la quale ha deciso di morire, ma
ancora oggi è importante per via delle sue riflessioni molto attuali. Egli, infatti, non fu un uomo
dedito all'otium letterario, ma ha utilizzato la letteratura per calarsi nella realtà pubblica; infatti, il
pensiero filosofico di quel periodo era legato alla vita politica, dato che si era diffusa la filosofia
stoica, che si opponeva a quella Epicurea, a cui aderirono Orazio e Virgilio, secondo cui
bisognava isolarsi e non partecipare alla vita politica.

LA VITA
Lucio Anneo Seneca nacque a Cordova nel 4 a.C. da una famiglia culturalmente elevata, durante
l'età Augustea (durante la sua vita vede tutta la dinastia Giulio-Claudia, solo che muore prima di
Nerone). Fin da quando era giovane, la sua salute non era delle migliori; infatti, spesso gli
sembrava di morire soffocato a causa dell'asma, ma si sentiva peggio all'idea che suo padre
avrebbe dovuto piangere la sua morte. La sua carriera politica iniziò quando vi era Tiberio,
diventando questore; infatti, le sue qualità fecero in modo che entrasse in senato, ma queste non
furono particolarmente gradite a Caligola, il quale voleva farlo uccidere; fu un'amica
dell'imperatore a dissuaderlo, data la salute già cagionevole di Seneca. Se una donna lo aveva
salvato, un'altra tentò di rovinario: Messalina, convinse il marito Claudio a esiliare Seneca, il quale
fu esiliato in Corsica per otto anni, e così come fece Ovidio con Augusto, anche lui tentò di
riconciliarsi con Claudio, anche se, per via della sua filosofia stoica, egli non visse l'esilio in
maniera negativa, ma lo vide come una opportunità per relazionare con sé stesso e trovare qui
valori che risiedono nella virtù. A risollevarlo fu Agrippina, una donna energica e intelligente, che
convinse Claudio a graziare Seneca; questa non lo fece per amore della filosofia, ma era convinta
che le qualità di quest'ultimo la avrebbero aiutata per la conquista del potere. In questo modo
Seneca fu nominato precettore di Nerone, figlio di Agrippina. Il potere, dopo la morte di Claudio,
passò a Nerone e Seneca, per il suo allievo, scrisse una "laudatio funebre", l'apokolokyntosis,
che declamò in senato (letteralmente significa "divinizzazione di una zucca", proprio a
sottolineare il tono ironico dell'opera). In questo modo iniziò per Seneca il periodo più alto della
sua vita politica, diventando per cinque anni uno tra gli uomini plú influenti dell'impero; tra i due
si andò a creare un rapporto dicotomico, nel senso che si completavano. Il giovane Nerone, però,
manifestava sempre di più il desiderio di governare da solo, tanto da uccidere Britannico e subito
dopo sua madre Agrippina; Seneca non istigo Nerone a commettere l'omicidio di quest'ultima,
ma probabilmente lo giustificava con la ragion di stato, poiché ella stava diventando sempre più
un pericolo. Dopo l'omicidio di Agrippina, Seneca era sgradito dall'imperatore e dai suoi
consiglieri, perciò, decise di allontanarsi dalla corte e dedicarsi agli studi, ma Nerone non smise
mai di essere sospettoso. Nel 65, quando fu scoperta la congiura del Pisoni contro Nerone, in cui
Seneca era coinvolto, anche se non era tra i congiuranti ma sicuramente ne era al corrente,
Nerone gli invió un centurione a ordinargli il suicidio e qui ebbe inizio il suicidio di Seneca che noi
ricordiamo essere particolarmente teatrale: egli si taglio le vene ma poiché il sangue scorreva
lentamente a causa dell'età, se le fece ricucire e bevve la cicuta che non ebbe alcun effetto e
allora si fece immergere in una vasca d'acqua calda dopo aver scucito le vene, in modo da
favorire l'emorragia e infine si fece chiudere in un bagno a vapore dove mori soffocato.

PENSIERO
Seneca non può essere propriamente considerato un filosofo, così come sosteneva anche
Quintiliano, secondo cui in filosofia non è stato molto accurato; tuttavia, i suoi testi hanno come
argomento principale la dottrina morale, in quanto lui si pone l'obbiettivo di contribuire al
miglioramento di sé stesso e dell'umanità (anche Tacito si porrà lo stesso obbiettivo, ma il suo
mezzo sarà la storiografia). Infatti, egli aderi alla filosofia stoica, la quale permetteva la
conciliazione tra otium letterario e vita politica; quando fu il precettore di Nerone, egli cercò di
portare avanti un principato Illuminato, con la finalità di avere gli intellettuali dalla propria parte,
infatti, questi ultimi fino ad ora non si erano posti né a favore né contro il principato. Tuttavia,
conciliare il lavoro da intellettuale con quello politico non fu molto facile, soprattutto dopo che
Nerone volle attuare un regime assolutistico (non a caso partecipò, o almeno era a conoscenza,
alla Congiura dei Pisoni). Quindi, per questi motivi possiamo capire perché Seneca aderi allo
Stoicismo e non all'Epicureismo, il cui motto era λάθε βιώσας, ovvero "vivi nascosto", in quanto
gli epicurei erano contro la vita sociale e politica (aderirono all'Epicureismo Virgilio e Orazio).

Il fine della filosofia di Seneca e della filosofia stoica in generale è quella di essere un sapiens,
ovvero colui che ha imparato a essere un vir bonus. Questo sapiens è calato nella realtà politica,
ma allo stesso tempo deve seguire gli insegnamenti di chi è migliore di lui e non di chi è
peggiore; un uomo si può considerare un sapiens, quando raggiunge la serenità d'animo, ovvero
quando sa affrontare i problemi della vita, intendendo il concetto in maniera diversa rispetto
all'Epicureismo, secondo cui la serenità si ottiene solo attraverso l'imperturbabilità dell'animo;
quindi, per gli Stoici, il sapiens non si deve isolare, ma al contrario deve essere attivo
socialmente e politicamente. C'è da dire, però, che la figura del sapiens non è stata inventata da
Seneca, ma esisteva già in tutte le filosofie ellenistiche.

Inoltre, Seneca ritiene che la natura sia governata dal Logos, ovvero dalla Ragione, e non da una
legge meccanica e materiale come riteneva Epicuro; la ragione, quindi, governa sia la Natura che
l'animo umano. Inoltre, secondo gli Stoici la saggezza consiste nel mobilitare la ragione, fino a
fare in modo che il comportamento razionale diventi istintivo.

OPERE
Le opere filosofiche di Seneca furono raccolte sotto il titolo di Dialogi, 1 quali in realtà non sono
dei dialoghi veri e propri ma sono atti destinati alla divulgazione del pensiero stoico; in totale ci
sono giunte dieci opere, nove delle quali sono composte da un solo libro, e una, il De ira, da tre.
Oltre a queste opere filosofiche, ci sono giunti il De beneficis, in sette libri, il De Clementia,
dedicato a Nerone, e 124 Epistulae morales ad Lucilium, divise in venti libri, opera che si può
considerare la sintesi del pensiero morale di Seneca. Scrisse, inoltre, nove tragedie di argomento
mitico, prendendo come punto di riferimento i modelli greci. Sotto il suo nome ci è giunta anche
l'Octavia, che parla della morte dell'omonima donna, che era la prima moglie di Nerone; in
quest'opera si fa riferimento anche alla morte di Nerone che fu posteriore a quella del filosofo e
quindi non è autentica; nella tragedia compare anche Seneca. Ci è giunto anche
l'apokolokyntosis, un opuscolo satirico, composto in occasione della morte di Claudio,
probabilmente voleva mettere in scena una parodia della divinizzazione per Claudio disposta dal
senato (letteralmente significa "divinizzazione di una zucca", proprio a sottolineare il tono ironico
dell'opera); questa è una satira menippea, in quanto unisce prosa e versi e viene utilizzato un
tono molto acceso. Vi sono tra le opere anche le lettere tra Seneca e San Paolo che sono, in
effetti, contemporanei, anche se si trattano di opere spurie, in quanto vi era la volontà di trovare
un collegamento tra Seneca, che era pagano, e il mondo cristiano.

I DIALOGI
I Dialogi, a differenza di quello che si potrebbe pensare dal nome, non sono dei dialoghi veri e
propri, ma sono trattati destinati alla divulgazione del pensiero stoico. Si dividono in 10 opere,
nove delle quali sono composte da un solo libro, e una, il De ira, da tre. In questi trattati, viene
affrontata una serie di argomenti che servono al sapiens per poter vivere secondo natura e
quindi secondo ragione.

Nel corpus del Dialogi abbiamo tre Cosolationes, due delle quali (Consolatio ad Helviam matrem
e la Consolatio ad Polybium) risalgono al periodo in cui Seneca era in esilio in Corsica, l'altra (la
Consolatio ad Marciam) appartiene al periodo immediatamente precedente; da questo
deduciamo che sono opere delle quali il pensiero di Seneca non è ancora sviluppato; infatti, sono
testi che sono a metà strada tra la retorica e la morale. Le Consolationes sono opere che trattano
delle sventure che possono capitare a tutti; infatti, il tema principale, che Seneca approfonderà
successivamente, è il dolore, il quale appartiene di natura all'uomo e quindi non può essere
evitato, ma la ragione ed il giudizio possono aiutarci, perché un'anima pronta a soffrire
paradossalmente soffre di meno. Seneca, inoltre, essendo uno Stoico, considera la morte un
bene, in quanto il suicidio viene visto come un mezzo per essere liberi.
- La Consolatio ad Marciam è l'opera più antica di Seneca che conosciamo ed è stata scritta per
un'aristocratica di nome Marcia in occasione della perdita di suo figlio; Marcia era figlia dello
storico Cremuzio Cordo, che aveva esaltato i cesaricidi Bruto e Cassio e quindi fu accusato di
lesa maestà. Quest'opera è caratterizzata da uno spirito anti-tirannico e dall'idea che la morte è
pietosa se impedisce ad un uomo di vivere tempi terribili e che il ricordo del bene passato deve
essere utile per fermare il male del presente.
- Nella Consolatio ad Helviam matrem, egli vuole consolare sua madre a seguito del suo esilio; in
quest'opera, Seneca dice che l'esilio è solo un cambiamento di luogo, ma ciò non turba la sua
serenità, perché il suo animo è sempre il medesimo; infatti, dice che se una persona sta male
starebbe male ovunque, indipendentemente dal luogo in cui si trova e quindi non è il cambio di
luogo a risollevare il sapiens, ma un cambiamento interiore può salvario dal dolore (il tema
dell'esilio verrà ripreso nelle Epistulae ad Lucilium).
- La Consolatio ad Polybium è indirizzata a Polibio, perché Seneca sperava che in lui avrebbe
trovato un appoggio per tornare Roma; l'opera, quindi, è piena di adulazioni nei confronti di un
uomo che non era famoso per la sua cultura e quindi molto probabilmente non avrebbe manco
capito cosa stesse scrivendo. Infatti, non è considerata tra le migliori opere di Seneca, ma è
comprensibile che egli abbia fatto il possibile per tornare a Roma.

All'interno dei Dialogi, possiamo trovare una sottocategoria, formata da opere che trattano il
dominio delle passioni, che è l'unico modo per essere beatus:

- Il De Ira è l'unico trattato di Seneca presente nei Dialoghi che è formato da 3 libri. In
quest'opera, dedicata al fratello, Novato, analizza come un uomo si lascia trasportare dalla
collera fino al diventare un animale feroce. Secondo la filosofia stoica, tutte le passioni, infatti,
ostacolano l'imperturbabilità del sapiens. L'ira è definita da Seneca brevem insaniam, ovvero una
"pazzia momentanea", ma è anche considerata ex omnibus taetrum ac rabidum, ovvero "tra tutte
la più turpe e rabbioso". L'ira è causata dall'iniuria, ovvero l'offesa, che però non è propriamente
ira, perché per ira intende quel sentimento che fa scatenare in noi la volontà di nuocere a
qualcuno. Seneca passa poi alla descrizione di un uomo preso dall'ira, sostenendo che è difficile
dire se quest'ultimo diventi più detestabile o più brutto (nescias utrum magis detestabile vitium
sit on deforme).

Nel 3 Libro, invece, sostiene che l'ira non è un sentimento che appartiene al sapiens, perché
quest'ultimo deve essere imperturbabile e quindi le iniuriae non lo devono toccare nell'anima.

Il De constantia sapientis è un trattato dedicato ad Anneo Sereno, un suo amico che era il
prefetto dei vigili ed era anche un epicureo, che Seneca voleva convertire. In quest'opera,
Seneca continua quello che è il discorso sull'ira e sostiene che il sapiens, per rimanere
imperturbato dalle iniuriae, deve avere un dialogo con sé stesso, in modo da riprendere la calma
e tenere a freno le emozioni.

Nel De tranquillitate animi, sempre dedicato a Sereno, Seneca continua quello che è il discorso
intrapreso nel De constantia sapientis, in quanto sostiene che il sapiens deve mantenere il
proprio animo imperturbabile, perché un uomo felice non può avere un animo inquieto e quindi se
un uomo si lascia trasportare dall'ira non potrà mai essere felice. A questo proposito, fa un
elenco di "Esercizi Spirituali, che possono servire all'uomo, quali: frequentare uomini buoni e
quindi allontanarsi da quelli "cattivi" (nefasti), impegnarsi nella vita al servizio del bene comune,
essere moderati, non abbandonarsi ai piaceri e allenarsi ad attendere in modo sereno la marte.
Questo trattato è particolare, perché in parte è scritto in forma dialogica.

Nel trattato De vita beata, (dedicato al fratello) sostiene che non devono appartenere al sopiens
l'ignoranza il cedimento agli impulsi e alle passioni, anzi deve allenarsi ad affrontarli per essere
facilitato quando poi sarà in difficoltà. Quest'opera viene utilizzata da Seneca anche per
difendersi dalle accuse, che gli rimproveravano che lui non seguisse quello che predicava, anzi
era diventato molto ricco e aveva un tenore di vita molto alto; egli, infatti, scrive che lui parla dei
sapientes, ma lui stesso non è un sapiens, ma tende ad esserio e ciò fa di lui essere migliore dei
cattivi, ma comunque non pari ai migliori; quindi, i vizi che vengono trattati nelle sue opere
affliggono anche lui. Questa quindi è una delle contraddizioni presenti nella vita di Seneca
(un'altra è nella sua politica).

Nel De Providentia (dedicato a Lucilio), Seneca affronta uno dei temi principali della filosofia
stoica: se esiste la provvidenza, perché ai buoni capitano le sventure? Gli stoici rispondono a
questa domanda, sostenendo che le sventure non sono altro che prove della loro virtù e proprio
questo dimostra l'esistenza della provvidenza. C'è da dire, però, che se le sventure sono
insormontabili, l'uomo può scegliere di suicidarsi; egli, infatti, a questo proposito, fa l'esempio di
Catone l'Uticense, che si suicidò, perché voleva difendere la sua libertà dalla tirannia di Cesare.
Questo argomento trattato nell'opera sarà poi ripreso da Plutarco in "sui ritardi della punizione
divina".

Tra i vari argomenti, si affronta anche il tema del tempo nel "De brevitate Vitae", in cui affronta
la questione del tempo in maniera abbastanza moderna; in quest'opera, dedicata a Paolino,
prefetto dell'annona nonché suo amico (suocero, padre della seconda moglie), sostiene che noi
non abbiamo poco tempo e quindi nessuna vita è breve, ma diventa breve se noi lo sprechiamo in
attività inutili, al posto di sfruttario per attività che ci portano alla sapienza e alla Bona Mens e
quindi la nostra vita diventa piena se noi ci poniamo uno scopo e sfruttiamo in modo giusto il
nostro tempo; quindi, sostiene che il senso della vita non sta nella sua durata, ma nel modo in cui
sfruttiamo il nostro tempo, e quindi nella sua qualità; perciò, la popolazione si divide in occupati,
che sono gli sfaccendati, ovvero coloro che sprecano il loro tempo in cose futili, e in sapientes,
che sono coloro che sfruttano in modo adeguato e giusto il loro tempo e quindi sono in grado di
sconfiggere la precarietà della vita umana; Seneca si pone l'obbiettivo di formare questo sapiens,
che non è altro che l'obbiettivo che si era posto con Nerone. Il tema del tempo verrà poi ripreso
nelle Epistulae ad Lucilium, che è il suo capolavoro, in cui sostiene che il tempo è un dono della
natura e quindi è l'unico vero bene e non va assolutamente sprecato.

ALTRE OPERE
Le Naturales Quaestiones sono un'opera divisa in 7 libri, scritta nell'ultimo periodo della vita di
Seneca. In quest'opera affronta vari problemi naturali, come lo studio dei fulmini, dei terremoti o
delle sorgenti del Nilo, perché sostiene che lo studio della natura combatte l'ignoranza e libera
l'uomo dalle superstizioni e quindi serve al miglioramento dell'anima. Quest'opera, che può
essere vista come una sintesi delle letture di fisici Greci, tra cui Posidonio, sarà molto studiata ed
utilizzata nel Medioevo.

Tra le varie opere scritte da Seneca, ve ne sono anche 3 che parlano delle virtù politiche, in cui
sostiene che il sovrano deve fondare il proprio potere nella clemenza; si può notare che ha preso
come riferimento la Repubblica di Platone, anche se la virtù fondamentale secondo quest'ultimo
non è la clemenza, ma la giustizia. Le tre opere sono:

• Il De Clementia, pubblicato nel periodo del dispotismo illuminato, in cui esprime la sua dottrina
stoica riguardo il potere, finalizzata a instaurare un "buon governo", ben diverso da quello di
Caligola o di Claudio, anche se poi Nerone da li a poco si dimostrò essere ben peggiore dei suoi
predecessori. Seneca sosteneva che, come l'universo è governato dal Logos, il monarca deve
garantire la pace e la prosperità ispirandosi alla Ragione, che è la stessa che il Logos utilizza per
gestire l'universo; infatti, sostiene che questo è l'unico modo affinché gli uomini, che sono
"animali ribelli", possano sottostare al sovrano.

Nel periodo in cui si stava ritirando dalla vita politica, Seneca scrisse il De Otio, in cui però
possiamo notare come lui si voglia discostare dalla vita politica, in quanto sostiene che, nel
momento in cui lo Stato è troppo corrotto, è inutile che il sapiens si dedichi alla politica, ma è
preferibile dedicarsi all'otium, in modo tale da avere dei benefici, dato che non può essere utile
alla società, anche se migliorandosi ci saranno dei benefici per i posteri i quali studieranno le sue
meditazioni. Quindi, identifica due res publicae: la minor, che è quella in cui il sapiens si trova a
vivere materialmente, e la maior, che è il mondo intero, e quindi se il saggio non può vivere nella
minor, si dedicherà alla maior.
Un'altra opera in cui tratta i valori politici, anche se non direttamente come le altre due opere, è il
De Beneficiis, in cui si può notare una critica nei confronti di Nerone; infatti, in quest'opera,
Seneca si chiede in che modo bisogna comportarsi verso chi fa un beneficio e se è giusto essere
grati di un beneficio se fatto da un malvagio. Quindi, in quest'opera, così come nelle Epistulae ad
Lucilium, si può notare la filantropia di Seneca.

I TRATTATI
In essi, come nei "Dialogi", l'autore parla in prima persona rivolgendosi a un dedicatario con cui
immagina di dialogare e di discutere, vi è un impianto argomentativo e dialettico energico e
impegnato, l'uso di procedimenti diatribici come la polemica con interlocutori fittizi e il frequente
ricorso ad aneddoti e ad esempi tratti dalla storia greca e romana.

1) De Clementia: scritto in tre libri, trattato di filosofia politica dove Seneca esalta la monarchia
illuminata. Rivolgendosi a Nerone da poco imperatore, Seneca gli descrive la virtù più grande del
sovrano: la clemenza (il re buono instaura con i sudditi un rapporto paterno)
–Il principato è una monarchia assoluta (la clemenza implica un rapporto di
dipendenza)
– elogio al princeps: proietta un modello ideale in Nerone, lo esorta in modo implicito
a realizzare un programma politico attribuendogli comportamenti esemplari.
2) De beneficiis: diviso in 7 libri, dedicato all'amico Ebuzio Liberale. Seneca descrive il giusto
modo di fare e ricevere benefici, da lui presentati come il fondamento della convivenza civile.
3) De naturales quaestiones: trattato sul fenomeni atmosferici e naturali in 7 libri, dedicato a
Lucilio.
>>> La filosofia si divideva in fisica, morale e logica (obiettivo: liberare l'uomo dalla paura che
nasce dall'ignoranza dei fenomeni naturali). Esalta la ricerca scientifica.

EPISTULAE MORALES AD LUCILIUM


Il genere epistolario è un genere da sempre molto diffuso nella letteratura, ricordiamo Platone,
Epicuro, Cicerone, Ovidio, Plinio il Giovane, Dante, Foscolo... (Cicerone scrisse sia lettere private,
in cui espone un nuovo lato di sé, che lettere pubbliche, che avevano una finalità politica).
L'epistolario di Seneca non è però una conversazione privata, ma utilizza questa modalità per
rendere più immediato il messaggio. Le Epistulae morales ad Lucilium sono una raccolta di 124
lettere riunite in venti libri (anche se si pensa che ci sia stato un ventunesimo libro, andando
perduto), scritte tra il 62 e il 65, ovvero quando Nerone era al massimo del suo splendore.
Vengono definite un vero e proprio testamento spirituale, poiché Seneca racchiude in esse tutta
la sua dottrina; quest'opera ha permesso ai critici di vederlo in una maniera più ampia e
moraleggiante. Il destinatario delle lettere è appunto Lucilio, che era suo amico, nonché poeta e
politico, ma in realtà Seneca si rivolge all'umanità intera e in particolar modo egli le scrive per se
stesso, essendosi ritirato a vita privata, e quindi in un certo senso consiglia di vivere l'otium
studiando la filosofia, cosi come ha fatto lui, perché era l'unico modo per raggiungere la felicità e
quindi in un certo senso le Epistulae servono più a Seneca che al suo interlocutore (infatti, sono
poche le lettere di risposta da parte di Lucilio e sono quasi irrilevanti); Seneca scrive queste
epistole alla luce del suo fallimento politico e da precettore, tanto è vero che lui sente la
necessità di mandare un messaggio di speranza e di forza morale, vista la criticità della
situazione politica, dato che per lui il principato illuminato poteva essere un riscatto per l'umanità
(si pensa che le lettere siano da sempre stata finalizzata alla pubblicazione per una stretta
cerchia di intellettuali). Nelle Epistulae vi sono elementi della vita quotidiana, ma anche temi
morali particolarmente elevati; infatti, approfondisce temi che aveva già trattato
precedentemente: tempo e morte. Egli torna su questi temi perché è come se si stesse
preparando al passo estremo a cui era vicino; per Seneca era fondamentale dare un senso alla
morte, perché è come se avesse dato un senso alla morte (Cotidie morimur: moriamo ogni
giorno). Un altro tema che Seneca affronta è quello della filantropia, che possiamo collegare al
commediografo Menandro, in quanto con Seneca nasce un nuovo concetto di solidarietà, così
come era successo con Menandro; egli, infatti, in una lettera fal riferimento alla schiavitù e
sostiene che, seppur fosse una pratica normale, essa dovesse essere abolita, perché non vede
gli schiavi come delle "res" (cose), ma come degli esseri umani e quindi non bisogna vergognarsi
di trattarli con umanità, perché gli uomini sono anime tutte uguali e l'unica differenza tra questi è
tra chi è buono e chi è malvagio; infatti, la sua è quasi una visione cristiana e il suo sguardo si
proietta verso un nuovo sistema di vita e di valori. Lo stile degli epistolari è lineare e immediato,
con l'utilizzo di una lingua duttile e varia, questo per rendere più chiari e immediati concetti di
grande spessore morale.

IL TEATRO TRAGICO
Seneca ha prodotto 10 tragedie, anche se una, "Hercules Oetaeus", è di dubbia paternità e
un'altra, "Octavia", sicuramente non è senecana, ma ci è giunta sotto il suo nome. Queste
tragedie sono le uniche della letteratura latina ad esserci giunte per intero e nove di queste sono
cothurnatae, ovvero di argomentazione mitica, mentre l'Octavia è una praetexta, in quanto tratta
la morte dell'omonima donna, prima moglie di Nerone, che è stata ripudiata per sposare Poppea,
ma il popolo non è d'accordo con questa decisione, ma alla fine Octavia viene allontanata da
Roma e poi assassinata;

Non si sa in che periodo siano state composte queste tragedie e quindi ci sono due opinioni a
riguardo: secondo una prima interpretazione, le tragedie sono state composte per Nerone, per
ammonirlo dal diventare un tiranno, dato che il personaggio principale è proprio questo, mentre,
secondo altri, queste tragedie sono delle critiche sociali al dispotismo di Nerone e quindi in un
certo senso completano il suo pensiero stoico. Inoltre, queste tragedie non sono fatte per essere
rappresentate, dato che sono poco dinamiche e molto critiche e quindi sono state scritte per
essere declamate e lette (infatti, non si hanno notizie che sono state rappresentate, anche se nel
corso dei secoli ci sono state delle interpretazioni). Non a caso queste tragedie possono essere
definite dei drammi mancati, in quanto manca il dramma in sé, per dare spazio a lunghi
monologhi o descrizioni, confermando sempre di più la tesi che non sono state scritte per essere
rappresentate; d'altro canto, però, stilisticamente sono dei capolavori. Quindi, si può pensare che
queste tragedie al massimo venissero recitate, dato che era una pratica abbastanza comune al
tempo (Nerone stesso amava esibirsi in canti e declamazioni tragiche).

Al centro delle tragedie vi sono le passioni e in modo particolare il furor, che spingono l'uomo alla
pazzia, così come accade a Medea. Quindi, questi personaggi sono l'opposto di quel sapiens che
viene descritto nei testi filosofici senecani, il quale riesce a dominare le passioni giungendo ad
una condizione di απαθεια; per questo motivo, si può pensare che Seneca abbia voluto
rappresentare quelle passioni e quei vizi che ha criticato nelle sue opere, in un certo senso per
rendere più chiaro e immediato il suo messaggio. Dato che Seneca incupisce le trame, i
personaggi diventano conseguentemente più crudeli di quello che erano nelle tragedie greche;
quindi, si può notare la bravura di Seneca nel delineare perfettamente la psicologia dei
personaggi, mostrando la sua bravura nello studio dell'animo umano a cui Seneca si dedicò nelle
opere filosofiche. Inoltre, essendo estremizzate le trame e i personaggi, il linguaggio è
necessariamente molto cupo, violento e a tratti macabro: infatti, spesso compaiono spettri e
vengono utilizzati incantesimi.

STILE DI SENECA
Lo stile di Seneca può essere definito "post-classico" e a tratti "moderno", per via della sintassi
irregolare caratterizzata da frasi brevi che rappresentano il flusso movimentato dei pensieri
dell'autore; inoltre, egli tende a non ripetere termini, concetti o addirittura strutture, se non
quando vuole enfatizzare un certo concetto che sta esprimendo, utilizzando quindi un
andamento teatrale ricco di antitesi e figure retoriche. Infatti, il suo stile si allontana dai canoni
classici, per via del suo timbro declamatorio, con cui vuole affascinare i lettori, prima seducendoli
e poi convincendoli. Inoltre, spesso utilizzata le cosiddette "clausole rimiche", ovvero sequenze
metriche che sono un misto tra verso e prosa, in quanto sono formate da una sequenza di frasi
brevi e lunghe.

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