Diritto
Diritto
Ciascun ordinamento ha una propria regola fondamentale: nel nostro ordinamento statale, la regola
fondamentale è la Costituzione (fonte atto che contiene altre regole che danno la possibilità di
svolgere molte alte attività) che ha come effetto ultimo quello di disciplinare l’organizzazione.
La costituzione è sovraordinata, e le altre regole sono subordinate ad essa. Sta quindi alla base di tutte
le altre regole. Una legge non può modificare la costituzione, poiché la legge sta al di sotto di essa di
un gradino. Tutte le norme devono rispettare la costituzione, definita come il parametro guida di
funzionamento dell’istituzione.
Ogni ordinamento possiede un sistema delle fonti del diritto.
Gli articoli sono le disposizioni (disporre = comandare), cioè il dato letterario da cui estrapoliamo
la norma giuridica. Il testo di una legge è diviso di regola in ARTICOLI. Ogni Articolo è composto
da COMMI che corrispondono in genere ai capoversi di cui è composto un articolo.
Una legge è costituita da: principi, corpo centrale, norme finali o transitorie.
• Disposizione costituzionale
La disposizione è un dato letterale vero e proprio, che poi attraverso un processo
interpretativo (mediante il quale si capisce il contenuto) porta alla norma giuridica che va oltre
la disposizione perché si manifesta dinanzi al caso concreto in cui il contenuto della
disposizione va applicato.
Per comprendere il significato di una disposizione quello che si va a prendere in considerazione è il
significato primo e letterario delle parole. In alcuni casi non è utile un’interpretazione solo letterale,
ma va contemperata all’interno del sistema e quindi l’interpretazione oltre ad essere letterale sarà
sistematica (contenuta in un insieme di altre regole). La regola può variare a seconda del caso
concreto.
- FONTE FATTO: A determinati fatti viene riconosciuto il potere di divenire regola, a tal
proposito esiste una differenza sostanziale tra il mondo anglosassone e il nostro: nel mondo
anglosassone la regola prevalente si fonda sulla fonte consuetudine (fonte fatto), che non
sono regole scritte ma derivano da un fatto che si è ripetuto nel tempo e viene osservato dalla
persona come regola a tutti gli effetti. Per quanto riguarda l’Italia invece, tutto è riportato in
formula scritta. Quando i fatti si ripetono nel tempo e sono accettati dalla comunità, diventano
vere e proprie norme giuridiche. Le Fonti fatto quindi, sono comportamenti oggettivi
(consuetudini) o atti di produzione giuridica esterna al nostro ordinamento.
Gli usi e i costumi di una determinata provincia sono depositati presso la Camera di commericio.
Ogni ordinamento che si basa sulle fonti atto ha un giornale ufficiale sulla quale vengono pubblicate
le leggi. Fin quando le norme non vengono pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale (italiana, europea o
il bollettino regionale) non hanno vigore né vigenza. Esiste un periodo di vigenza tra la
pubblicazione della legge e la sua entrata in vigore e può cambiare.
Quando una legge entra in vigore, la regola si dice efficace.
INTERPRETAZIONE
Interpretare vuol dire estrapolare un significato. Legge e norma giuridica sono due cose differenti, la
legge è costituita da un dato letterario (disposizione) che viene interpretato rispetto al caso concreto da
cui si ottiene la norma giuridica.
Le disposizioni giuridiche devono essere interpretate per trarre la norma giuridica in essa contenuta.
- Interpretazione letterale e logica: l’interpretazione non può prescindere dal dato letterario che
deve essere inequivocabile, bisogna sempre partire dal significato vero e proprio delle parole;
- Ratio legis: (ragione o spirito della legge) è una locuzione latina utilizzata nel linguaggio giuridico
per indicare l'elemento logico della legge, ovvero il fine che ha animato il legislatore
nell'emanazione della legge. Rappresenta un criterio fondamentale nell'interpretazione della
legge, al quale si deve ricorrere per supplire alla sterilità del dato testuale.
Il sistema delle fonti è ordinato gerarchicamente, gerarchia delle fonti, che assumiamo come primo
criterio di risoluzione di antinomia tra fonti.
Nel criterio gerarchico, nel caso dell'Italia al vertice c'è la Costituzione, che costituisce la fonte
sovraordinata che condiziona quella sottordinata.
Possiamo distinguere tra fonti di produzione del diritto (atti e fatti) e fonti sulla produzione del
diritto (implica che una fonte disciplina la produzione di un'altra fonte, l'esempio tipico è l'articolo
70).
Quindi abbiamo: fonte costituzione
fonte legge (fonte primaria) Gerarchia (la norma subordinata perisce rispetto
alla sovraordinata)
Costituzione: è la legge fondamentale dello Stato, entrata in vigore il 1° gennaio 1948, emanata
dall’Assemblea Costituente. È rigida, cioè non può essere modificata da norme di grado inferiore ma
solo con leggi di revisione costituzionale.
È composta da 139 articoli, divisa in tre parti: Artt.1-12 Principi fondamentali, Artt. 13-54 parte
prima: diritti e doveri dei cittadini, Artt. 55-139 parte seconda: ordinamento della Repubblica e in più
disposizioni transitorie e finali.
- Leggi costituzionali: sono adottate dalle Camere, possono modificare o integrare il testo
della Costituzione e richiedono un procedimento cosiddetto aggravato (art.138 cost.).
Fonti primarie: sono a carattere “chiuso” e hanno forza di legge, la caratteristica principale è la
tipicità
- Leggi ordinarie: derivano dalla funzione legislativa delle camere, seguono un
procedimento per l’approvazione detto “iter legislativo”, dopo essere state approvate vengono
pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale. La legge entra in vigore (diventa obbligatoria per tutti, cioè
produce effetti giuridici) dopo 15 giorni dalla pubblicazione, se non diversamente disposto,
questi 15 giorni sono detti “vacatio legis” (momento della vigenza) e servono affinché tutti
possano venire a conoscenza della nuova disposizione;
- Leggi regionali: vengono emanate dal Consiglio Regionale. Possono riguardare tutte le
materie tranne quelle riservate in via esclusiva allo Stato (si veda art. 117 Cost.) e valgono solo
sul territorio della Regione.
[Titolo V, art. 117 Cost.: Questo articolo è stato modificato dall'art. 3 L. Cost. 18 ottobre 2001,
n°3.
Prima della riforma, essa indicava quali fossero le materie in cui le Regioni potevano
legiferare, comunque nel rispetto sia dei principi di cui alla legge nazionale sia dell'interesse
statale e delle altre Regioni. Ad oggi sono tassativamente indicate quelle di competenza
esclusiva statale e concorrente mentre ognuna che non vi rientri spetta alla potestà regionale.
Viene qui ripartita la potestà regolamentare tra i vari livelli di governo. In particolare, le
Regioni ne sono titolari nelle materie di loro competenza e possono divenirne tali su delega
statale.
- Atti equiparati aventi forza di legge: sono emessi dal Governo anche se non ha il potere
legislativo, tuttavia in casi previsti dalla Costituzione può emettere questi atti che sono di due
tipi:
1. Decreto-legge: può essere emanato volontariamente dal Governo solo nei «casi
straordinari di necessità e di urgenza», viene pubblicato su Gazzetta ufficiale ed entra
in vigore immediatamente. Entro 60 giorni deve essere convertito in legge dal
Parlamento altrimenti perde efficacia fin dall’inizio ed è come se non fosse mai esistito.
2. Decreto legislativo: deliberati dal Governo su delega del Parlamento che ne precisa i
contenuti, i limiti e i tempi di emanazione. Risulta utile quando le materie da
disciplinare sono complesse. Il procedimento si articola in due fasi nettamente
distinte: 1) Adozione di una legge-delega da parte delle Camere del Parlamento, 2)
Adozione del decreto legislativo da parte del Governo.
I regolamenti governativi sono emanati con Decreto del Presidente della Repubblica, previa
deliberazione del Consiglio dei Ministri, sentito il parere del Consiglio di Stato e dopo essere stati
sottoposti al visto alla registrazione della Corte dei Conti: sono pubblicati sulla gazzetta Ufficiale.
Vi sono inoltre i Regolamenti ministeriali adottati per regolare materie di competenza del Ministro
competente. Vengono adottati con Decreto Ministeriale sentito il parere del Consiglio di Stato. Essi
possono avere ad oggetto solo le materie del Ministro interessato.
Fonti terziarie: sono le consuetudini. Costituisce la fonte del diritto non scritta per eccellenza. La
caratteristica peculiare della consuetudine consiste nel fatto che essa non è il prodotto della volontà
di un determinato organo dotato di potestà normativa, ma una regola che viene a formarsi a seguito
del costante ripetersi di un dato comportamento nell’ambito di una determinata collettività. La
consuetudine consta dei seguenti elementi: elemento oggettivo (diuturnitas), derivante dal ripetersi
per un periodo indeterminato di un comportamento costante ed uniforme da parte della collettività;
elemento soggettivo (opinio iuris ac necessitatis), cioè convinzione diffusa che quel comportamento
sia non solo moralmente o socialmente, ma anche giuridicamente obbligatorio e giusto e che
corrisponda all’osservanza del diritto.
Gli atti normativi richiamano talvolta le consuetudini.
Distinguiamo una sfera giuridica personale (singolo individuo), e una sfera giuridica
patrimoniale (ciò che sta intorno all'individuo, incide soprattutto sulle libertà economiche).
• Criteri di risoluzione delle antonomie
Criterio gerarchico
Il criterio gerarchico ci consente di inquadrare il sistema delle fonti secondo una costruzione a gradi.
Ci consente di risolvere le controversie tra le fonti poste su un piano diverso. A partire dalla
Costituzione (che ha la valenza assoluta) si crea un rapporto di sovraordinazione e sottordinazione;
nel caso in cui vengono a crearsi dei contrasti tra la legge e la Costituzione, la legge perisce perché
subordinata alla Costituzione. Attraverso il criterio gerarchico definiamo la validità o l’invalidità delle
fonti.
COSTITUZIONE
LEGGE e
ATTI EQUIPARATI
CON FORZA DI
LEGGE
REGOLAMENTI
Criterio cronologico
Il criterio cronologico è basato sul susseguirsi nel tempo delle leggi, pertanto possono essere
modificate, integrate o essere abrogate. Se due leggi che si susseguono nel tempo si occupano della
medesima materia e sono entrambe valide, ma adottate semplicemente in tempi diversi, una delle
due deve andare incontro ad abrogazione; quella che va incontro ad abrogazione è quella che viene
prima. La legge non è retroattiva, in quanto prima della sua entrata invigore non ha efficacia.
Nel caso dell’abrogazione, se compio un atto con la vecchia legge anche se questa decade sarà
comunque tenuta in considerazione nel caso del singolo, salvo alcune eccezioni in materia penale, in
cui entra in gioco la libertà personale, per cui se esiste una regola successiva che alleggerisce la
precedente questa dovrà essere comunque presa in considerazione.
L’annullamento ha efficacia retroattiva, cioè la norma antecedente viene completamente cestinata.
• Fonti esterne
Sono fonti cosiddette che appartengono ad altri ordinamenti. Quelli più rilevanti sono:
1. Ordinamenti internazionali - (art.10) (es. Convenzione di Parigi e di Vienna) - può essere
statuario, che gli Stati devono mantenere nel rapporto con gli altri Stati; si occupa anche del
diritto tra i privati che disciplinano i rapporti internazionali, in particolare quelli
commerciali.
2. Ordinamenti sovranazionali - riguardano i rapporti con l’Unione Europea e consiste in un
trattato; l’Unione Europea ha dei propri poteri normativi quindi è titolare di proprie fonti del
diritto. Al vertice dell’ordinamento sovranazionale ci sono i così detti trattati (es. Trattato
sull’Unione Europea) cui tutti gli stati aderiscono e deve essere vincolante per tutti gli stati
membri. I trattati hanno la stessa valenza della Costituzione ma a livello europeo, cioè
costituisce la fonte sovraordinata.
• Provvedimenti amministrativi
L’atto tipico dell’attività amministrativa, della pubblica amministrazione, si chiama
provvedimento amministrativo, (hanno quindi il dovere di provvedere) e altro non sono che
l’atto finale di un procedimento amministrativo.
I provvedimenti amministrativi, a differenza delle disposizioni che sono a contenuto generale e
astratto, sono invece a contenuto PARTICOLARE e CONCRETO. Ciò si coglie anche nel significato
proprio del termine: con le disposizioni impongo a tutti un comando, mentre con un provvedimento
faccio un riferimento concreto, ovvero un provvedimento diretto ad un soggetto ben determinato.
La costituzione si occupa di materia amministrativa nell’art.97 ( e art.98), attraverso quest’articolo
viene definito le modalità con agisce la pubblica amministrazione.
Si può provvedere in via amministrativa: è particolare e concreta (si riferisce ad una precisa
situazione), ha natura interlocutoria e produce un’ordinanza, non è definitiva; oppure in via
giurisdizionale: è definitiva e produce una sentenza.
L’atto finale del processo ad esempio è la sentenza, quindi tutte le funzioni pubbliche sono
procedimentalizzate (perno del processo democratico) alla finalità di valutare i differenti interessi.
Nel linguaggio comune parliamo di atti amministrativi.
Nel 1990 è stata poi introdotta la legge 241 del 1990 - diritto di accesso ai documenti
amministrativi – cha democratizzato il procedimento amministrativo, e cioè i nostri rapporti con la
P.A. (cittadini non sudditi). Essa disciplina i provvedimenti amministrativi e i procedimenti
amministrativi.
In taluni casi può esserci una fase integrativa di efficacia, per cui deve intervenire un soggetto terzo
che verifichi (ad esempio: art.1 della legge 241, art.3 bis, art. dal 2 al 10).
Siccome sono tutti organizzati in questo modo, verranno definiti procedimenti tipici.
• Riserva di legge
La riserva di legge è un principio previsto dalla Costituzione, il quale richiede che una determinata
materia sia disciplinata da una disposizione legislativa di rango primario, dalla legge o dall’atto
equiparato, dunque escludendo o limitando l’intervento di atti di livello gerarchico inferiore, quali
i regolamenti amministrativi. A seconda dei rapporti tra legge e regolamento si distinguono due
tipi di riserva di legge:
1. riserva assoluta di legge: esclude qualsiasi intervento di fonti sub-legislative alla disciplina della
materia, che, pertanto, dovrà essere integralmente regolata dalla legge formale ordinaria o da atti
ad essa equiparati. Riserve di questo tipo si trovano soprattutto nella parte della costituzione
dedicata alle libertà fondamentali: l’esempio più tipico è dato dall’art. 13, che consente che la
libertà personale sia limitata (tramite arresto, perquisizioni, ecc.) “nei soli casi è modi previsti
dalla legge”.
2. riserva relativa di legge: non esclude che alla disciplina della materia concorra anche il
regolamento amministrativo, ma richiede che la legge disciplini preventivamente almeno i
principi a cui il regolamento deve attenersi. Quando sono presenti terminologie del tipo “in base”,
“secondo”.
La differenza tra le due viene scandita dal linguaggio utilizzato dal costituente, cioè si enuclea dal dato
letterario costituzionale.
Articolo 1
Sono inseriti i criteri dell’attività amministrativa:
- Principio di efficacia: rapporto tra obiettivi stabiliti e obiettivi conseguiti. Questo principio
esprime la necessità che la PA, oltre al rispetto formale della legge, miri anche e soprattutto al
perseguimento delle finalità ad essa affidate, nel miglior modo possibile;
- Principio di legalità: Tutta l’azione amministrativa deve essere conforme alle prescrizioni
normative espresse nonché ai valori di efficacia, efficienza ed adeguatezza che promanano
dall’intero corpus normativo. Quindi non solo corrispondenza dei
provvedimenti amministrativi al dato normativo formale ma conformità dell’esercizio della
potestà ai canoni di legittimità sostanziale;
- Pubblicità: l’azione della PA deve essere TRASPARENTE e conoscibile da parte dei cittadini
interessati nell’attività amministrativa. L’applicazione concreta del principio della pubblicità è
costituita dal “diritto di accesso ai documenti amministrativi”;
Nell’amministrazione dice che il principio di efficacia è uguale al buon andamento, alla buona
amministrazione che va contro l’imparzialità che è la legalità. A questi due criteri si aggiunge
l’economicità cioè i costi delle funzioniamministrative, la pubblicità e la trasparenza.
Articolo 2
Sancisce che il procedimento deve sempre concludersi mediante un provvedimento detto
“obbligo di provvedere alle richieste. Si ha l’obbligo per le pubbliche amministrazioni di darsi
dei regolamenti di disciplina dei singoli procedimenti, che devono essere pubblici:
- Criterio residuale: Ove non sia disciplinato a tempo entro i 30 giorni, il cittadino può
denunciare l’amministrazione e il giudice risponderà per quest’ultima. Si parla in questo caso
di OMISSIONE DI ATTI DI UFFICIO. Dall’istanza ricominciano i tempi della procedura, che
di conseguenza deve essere conclusa entro un limite di 180 giorni (prima del 1990 non vi
erano regole).
Articolo 2, comma 8
Viene definito il silenzio dell’amministrazione:
- Silenzio assenzo: il silenzio rappresenta un SI. È un’eccezione perché il provvedimento
dovrebbe essere esplicito;
- Silenzio in adempimento: grazie a cui puoi far valere la risposta di altre amministrazioni.
Comportamento inadempiente delle pubbliche amministrazioni (se non si rispettano i 30 gg).
L’eventuale silenzio, anni fa, corrispondevaad un diniego, cioè un rifiuto.
Articolo 3
Si parla di obbligo di motivazione dei provvedimenti amministrativi. Prima della riforma l’obbligo
di motivazione riguardava solo casi specifici, come nell’espropriazione: l’amministrazione doveva
specificare il perché dell’espropriazione di quel terreno. Ora quest’obbligo viene esteso A TUTTI i
provvedimenti amministrativi.
A livello costituzionale l’obbligo non è stabilito esiste solo nella funzione giurisdizionale con la
sentenza che è l’atto tipico, lo ha fatto la legge ex novo nel 1990.
Questa legge democratizza quindi il rapporto tra i cittadini e la pubblica amministrazione.
Articoli successivi
La legge va a rendere l’organizzazione TRASPARENTE e PUBBLICA: per procedimenti complessi
ogni ufficio deve avere un responsabile del provvedimento finale (nome e cognome) e un
responsabile del procedimento (bisogna sapere con chi abbiamo dialogato). Per i piccoli
procedimenti, solitamente, il responsabile è un’unica persona. In materia sanitaria le unità
organizzative sono complesse.
Articolo 8
Riguarda la comunicazione. Tutte le amministrazioni pubbliche devono comunicare al diretto
interessato l’avvio di un procedimento che condurrà poi a un provvedimento finale. Inoltre
deve essere comunicato loro il responsabile del procedimento perché bisogna sapere a chi
rivolgersi.
Articolo 9
Partecipazione al procedimento amministrativo (deve essere fatto prima dell’atto finale).
Volta a limitare una potenziale conflittualità tra il diretto interessato e l’amministrazione, quindi
serve a dare trasparenza. → PRINCIPIO DEL GIUSTO PROVVEDIMENTO
L’articolo 9 in campo ambientale ha introdotto le nozioni di ecosistema e ambiente.
DISCIPLINA AMBIENTALE
L’introduzione in Costituzione della materia ambientale viene sancita nell’articolo 9, nell’articolo
117 e nell’articolo 41, dove l’attività di impresa è subordinata alla tutela dell’ambiente e della salute
umana.
1. Nell’art.1 viene data una definizione di ambiente: l’ambiente sono tutti i luoghi naturali e
artificiali che circondano l’uomo, stabilendo quindi anche una correlazione con l’art. 9 della
Costituzione, perché la tutela del paesaggio viene intesa come tutela dell’ambiente. L’ambiente è
tutto ciò che ci circonda e che condiziona la nostra vita. I soggetti direttamente responsabili
nella tutela sono lo Stato e gli enti locali;
2. Viene dato atto, cioè riconosciuto, che l’ambiente non appartiene ad un singolo soggetto ma è un
bene comune (anche se viene inquinata una proprietà privata riguarda la collettività perché può
modificare un ecosistema).
Vengono riconosciute tutte le associazioni ambientali e gli è concesso porre problematiche
ambientali davanti ad un giudice, questo vuol dire che gli viene riconosciuto il titolo. Le
associazioni sono titolari dell’interesse comune ambientale;
L’ambiente ormai non è più considerato come una porzione di territorio, ma è l’ambiente stesso ad
influenzare le nostre attività. L’ambiente naturale deve essere tutelato e quello artificiale deve essere
conforme alla vita umana. Si cerca di creare una consapevolezza e coscienza collettiva sull’ambiente
perché la legge è la cultura per antonomasia.
Legge 394 del 1991 - legge quadro sulle aree naturali protette
Questo periodo si conclude con la 394/91: interviene uno strumento di programmazione per non
discriminare alcune aree a favore di altre. Prima di questa fase vi erano i parchi storici disciplinati da
leggi speciali.
Nel 1997, il decreto Ronchi in materia di rifiuti modifica il dpr 915 e anticipa il modello europeo: si
parla non più di smaltimento ma di gestione, collaborazione e sussidiarietà. La materia diviene
totalmente europea, quindi verranno messe in atto le varie direttive che si susseguiranno nel
tempo.
Articolo 117: Introduce un modello, quasi federale, tripartito in 3 commi (II, III, IV):
*N.B. Ciascuna legge è solitamente formata da due parti: la prima sancisce gli obbiettivi dellalegge, contiene dei principi; la
seconda parte contiene le norme di dettaglio (conseguenza del principio).
Ricordiamo che in materia ambientale è fondamentale una responsabilità comune e diffusa che
vede su un piano di partecipazione tutti i soggetti pubblici e i cittadini, in alcuni casi come soggetti
responsabili, in altri casi come soggetti partecipi che godano del diritto di informazione, declinati
sotto il profilo di accessodi informazioni in materia ambientale.
TESTO UNICO AMBIENTALE
Non è un vero e proprio testo unico, ma una sistematizzazione della materia ambientale.
Le direttive europee sono delle fonti appartenenti ad un altro ordinamento, alle quali però noi
dobbiamo dare attuazione: in genere si dà attuazione alle direttive europee mediante la legge
comunitaria (atto normativo primario) che è il risultato finale della sessione comunitaria, che si
conclude con l’adozione di una legge comunitaria. Ciò deriva da una riforma del 1989 che consiste
nell’adottare e disciplinare le direttive europee che arrivano di anno in anno.
La legge delega (legge 308 del 2004) è una legge formale approvata dal Parlamento, che delega il
Governo a esercitare la funzione legislativa su un determinato oggetto: questa è disciplinata
nell’articolo 76, (le camere rimandano al governo la disciplina di una determinata materia).
Nel preambolo del Testo unico troviamo le singole direttive esplicitate materia per materia.
L’atto normativo è il decreto legislativo 152 del 2006 (Testo unico ambientale) ha subito
un’ultima modifica il 28 marzo. Come tutti i decreti legislativi vengono emanati dal Capo dello Stato,
che mentre promulga le leggi, emana i decreti e i regolamenti. Nel preambolo si trova anche il tipo
di fonte: primaria, atto equiparato alla legge. Il decreto:
2. La seconda parte attiene alla valutazione di tipo ambientale strategica (VAS) che
rappresenta lo strumento di pianificazione; e la VIA (valutazione di impatto
ambientale), che cammina in modo assimilato o parallelo con la VAS. Infine AIA è
l’autorizzazione integrata ambientale;
3. La terza parte riguarda la difesa del suolo che si unisce alla lotta alla desertificazione, la
tutela delle acque dall’inquinamento, e la gestione delle risorse idriche onnicomprensiva
(che va dalle acque potabili, a quelle non potabili destinate ad altri usi - alla depurazione);
Richiama un po’ la vecchia connotazione della legge urbanistica, ma sarebbe meglio denominarla
USO SOSTENIBILE DELLE RISORSE NATURALI.
In ogni singolo ambito (bonifica, tutela del suolo, dell’aria ecc.) vengono richiamate le competenze tra
Stato, Regione ed enti locali.
Principi in materia ambientale
Questi principi sono formulati in ambito europeo, sono i principi generali che ci guidano nella lettura
di tutte le regole:
La norma dice che in caso di conflitto tra interesse pubblico e interesse privato, in materia ambientale
deve sempre prevalere l’interesse pubblico su quello privato.
- Il Ministero della transizione ecologica ha tutte le competenze dell’ex ministero dell’ambiente e della
tutela del territorio del mare, in materia di ambiente, ecosistema, tutela del patrimonio marino,
atmosferico, valutazione di impatto ambientale (VIA), valutazione ambientale strategica (VAS)
autorizzazione ambientale integrata, tutela del suolo, della desertificazione, patrimonio
idrogeologico, coordinamento e controllo delle funzioni del cosiddetto codice dell’ambiente.
- L’Apat viene meno come istituto denominato, ma diviene ISPRA (Istituto superiore per la protezione
e ricerca ambientale).
• Testo Unico - VAS e VIA
Il Testo Unico recupera le informazioni contenute nelle direttive traducendole, ma il problema
della traduzione è che potrebbe comportare comportamenti differenziati se non è corretta. Per
questo ogni direttiva europea contiene un titolo sulle definizioni, per far si che le regole
assumano lo stesso significato nei vari paesi.
L’articolo 5 del Testo Unico contiene queste definizioni:
- VIA (valutazione di impatto ambientale): fa riferimento a singole opere. Oggi è molto estesa,
prevede l’elaborazione e la presentazione dello studio di impatto ambientale, e riguarda tutta
una serie di categorie di opere a partire da quelle pubbliche; le opere che ricadono nella VIA sono
indicate negli allegati tecnici dove si può prendere visone delle opere che devono essere
sottoposte a VIA.
Sia la VAS che la VIA sotto il profilo dei principi, appartengono entrambe alla via preventiva.
- VIS (valutazione di impatto sanitario): è stata introdotta appositamente per la valutazione degli
effetti diretti e indiretti sulla salute (es. effetto pandemico);
- Impatti ambientali significativi, diretti o indiretti sull’ambiente, sono una fattispecie degli IPPC
(prevenzione e riduzione integrata dell’inquinamento): quest’ultimo è molto legato alla VIS, con la
differenza che tratta la popolazione umana e la biodiversità (è una definizione, ancora mancano gli
argomenti);
Esistono d’altro canto svariati “strumenti” non ancora in uso, privi di piano. In ambito europeo
quando si parla di piani e programmi, in Italia si parla di procedimenti amministrativi.
1. Avvio procedimento;
2. Istanza;
3. Autorizzazione (autorizzazione amministrativa, ambiente);
4. Emissioni limite;
5. Istruttoria;
6. Provvedimento obbligato;
7. Allegati;
8. Autorità competente;
9. Autorità procedente;
10. Responsabile procedimento;
• Questione rifiuti
Il DPR 915/82 è il primo modello di normativa sui rifiuti in Italia, prima di questo non c’era una
normativa organica. Il problema che sorse era principalmente nozionistico: mentre la direttiva
europea dava una precisa definizione di rifiuti come “una qualsiasi sostanza di cui un soggetto si
disfi o abbia l’obbligo di disfarsene”,* nella normativa Italiana il termine “disfarsene” fu sostituito
col termine “abbandono”, il che determinava una sottrazione in termini di pagamenti delle imposte (
una forma di raggiro del DPR): es. gli inerti originati da costruzioni venivano lasciati nei pressi del
cantiere così da sembrare depositati e non disfatti, così facendo si raggirava il problema del
pagamento dell’imposta.
*Focus - NOZIONE DI RIFUTO IN ITALIA (DPR 915/82): in tale decreto si definisce rifiuto qualsiasi
oggetto o sostanza derivante da attività umane o da cicli naturali, abbandonato o destinato
all’abbandono. Il termine “abbandonare” implica quindi il disinteresse per la sostanza o l’oggetto ma
non ne esclude la reversibilità.
NOZIONE DI RIFIUTO NELLA DIRETTIVA COMUNITARIA (75/442/CEE): si definisce rifiuto
qualsiasi sostanza o oggetto di cui il detentore si disfi o abbia l’obbligo di disfarsi secondo le
disposizioni nazionali vigenti.
Con il termine “disfarsi” ci si riferisce al concetto di liberarsi definitivamente dell’oggetto o
della sostanza.
Alcune regioni si dotate di un piano regionale di gestione dei rifiuti, altre regioni non lo hanno
mai fatto, in particolare le meridionali, per cui furono commissariate: la Calabria ha introdotto
una direttiva sui rifiuti nel 2017.
Quando costruirono le varie discariche, lo strumento di valutazione di impatto ambientale
entrò in vigore nel 1988, per cui in molti casi di quest’ultimo non se ne tenne conto. Non si
tenne in conto neanche del principio del miglioramento delle tecnologie disponibili.
Le discariche erano costruite nel seguente modo: si scavava una fossa, la si ricopriva di PVC, si
depositavano i rifiuti ed infine veniva coperta.
Prima ancora che venisse modificato il modello europeo, al punto di parlare di azione preventiva e
circolarità nella gestione dei rifiuti, l’Italia con il decreto Ronchi (decreto legislativo 22 del 1997) si
focalizza sulla gestione integrata dei rifiuti: di gestione dei rifiuti che va dalla produzione
iniziale all’eventuale smaltimento finale, tramite strumenti quali collaborazione tra enti,
educazione ambientale ecc. Vede partecipe tutti i soggetti, poiché tutti sono responsabili in materia
di rifiuti, poiché tutti producono rifiuti (non è un problema solo dellepubbliche amministrazioni che
gestiscono i rifiuti, ma è responsabilità della singola persona come essere sociale): si passa a una
responsabilità diffusa.
Il problema dei rifiuti non è un problema di smaltimento, che è solo la fase residuale, da effettuare
in discarica o in inceneritori quando non ci sono alternative, ma vi sono fasi a monte da considerare
che consentono di ridurre i rifiuti da smaltire. Si inizia a ragionare sulla base del principio
dell’azione preventiva.
Elementi cardine: RESPONSABILITA’ e COLLABORAZIONE.
Il decreto 915 quindi non funzionò a dovere poiché raggirava quello europeo allo scopo di sfuggire al
principio di “chi inquina paga”. Col decreto Ronchi si stabilisce una gerarchia di priorità, dando più
spazio al principio dell’azione preventiva e non a quello del “chi inquina paga” , ma si ebbe comunque
la problematica relativa all’applicazione delle regole. Ad esempio in Calabria si ebbe l’assenza di una
normativa regionale in materia.
[Link] 152/06 parte IV - Rifiuti
La gestione integrata dei rifiuti è disciplinata come attività di pubblico interesse. La responsabilità in
primis è delle istituzioni pubbliche. L’attività che riguarda l’ambito dei beni, della produzione dei
rifiuti e della loro gestione deve osservare e rispettare tutti i principi visti in precedenza (prevenzione
e principio di chi inquina paga). Il modello che introduce la gestione dei rifiuti mira alla prevenzione
sull’impatto di quest’ultimi sull’ambiente e sulla salute dell’uomo, ma permane comunque una
visione antropocentrica e non ecologica, cioè si focalizza principalmente sula salute dell’uomo.
In uno dei comma si fa riferimento alla questione relativa all’analisi del rischio dell’aria, dell’acqua,
del suolo, della flora e della fauna: essi hanno importanza marginale, cioè rappresentano la minima
parte in cui viene presa in considerazione la questione ecologica.
Il principio della responsabilità estesa del produttore (articolo 178 bis - che rinvia all’utilizzo dei
regolamenti: le fonti secondarie devono disciplinare e stabilire un modello di economia circolare)
viene esteso a tutte le categorie di prodotti: consiste in una logica di cooperazione a monte sul
bene.
Il modello di collaborazione deve tenere conto delle imprese, e ciò causa un problema di fondo
perché queste possono abbracciare questo modello solo nel momento in cui lo Stato dà incentivi
per affrontare la ricerca. In tale ambito andranno determinate le misure specifiche per le tipologie
produttive, ad esempio facendo ricorso a materiali potenzialmente a basso impatto, oppure
facendo in modo che il produttore riprenda indietro il prodotto senza smaltirlo, ma riciclandolo.
Il problema è che le industrie però non hanno i denari per affrontare la transizione, che di
conseguenza non può essere imposta, altrimenti si rischierebbe di ucciderle.
Nel 178 ter viene fatto riferimento ai regimi di responsabilità: fondamentale è il rapporto tra Ministero
della transizione Ecologica, tra il Ministero dello Sviluppo Sostenibile e le amministrazioni.
Il criterio di priorità della gestione dei rifiuti/ordine di priorità: presume che la gestione dei rifiuti
avvenga nel rispetto di una gerarchia.
5. Smaltimento: ultima possibilità, se non se ne può fare a meno. Si può effettuare tramite
inertizzazione (tipico delle discariche) o polverizzazione (da cui pure si potrebbe avere il
recupero energetico)
Sintomatico di una buona gestione è la progressiva riduzione della quantità di rifiuti da avviare
allo smaltimento.
Sul discorso dello smaltimento devono essere presi in considerazione:
- principio di prossimità: i rifiuti devono essere gestiti nei luoghi più vicini a dove vengono
consumati. Comunque bisogna considerare ogni caso a sé, ad esempio non avrebbe senso
smaltire i rifiuti radioattivi in ogni regione, sarebbe antieconomico e pericoloso, il
principio di prossimità qui viene meno;
Tutto ciò si fonda sulla raccolta differenziata senza la quale non vi sarebbe né riciclo né riutilizzo.
Ruolo dello Stato: la materia ambientale è di competenza statale esclusiva, sebbene la materia
non sia circoscrivibile e riguardi più ambiti. Altri soggetti concorrono quasi a pieno titolo nella
disciplina della materia stessa (Regioni, enti locali). Spettano allo stato la definizione delle modalità
della prevenzione nella produzione dei rifiuti (riguarderebbe ad esempio il problema della riduzione
delle plastiche); i criteri generali per la predisposizione dei piani di settore, ciò a partire dal piano
regionale che dovrebbe fare piano non solo di smaltimento, ma di recupero, prevenzione e di
riutilizzo. Gli impianti di termovalorizzazione sono di competenza statale, ma vanno ad incidere sui
territori quindi ci deve essere cooperazione con le regioni.
Ruolo delle Regioni: queste svolgono soprattutto una funzione di pianificazione, rispetto alla
quale l’attività più importante consiste nella definizione dei piani regionali di gestione dei
rifiuti, un piano regionale che coinvolga gli enti locali e talvolta anche la provincia, che tenga conto
delle diversità territoriali, quindi la qualità e la quantità di rifiuti che vengono prodotti in un’area
piuttosto che in un’altra.
Quindi un ruolo importante è svolto dagli ATO (ambiti territoriali ottimali), che vanno a delimitare
aree territoriali in funzione del singolo segmento di gestione integrata dei rifiuti. Lo strumento in uso
agli enti locali sono strumenti di pianificazione, che permettono di conformare il territorio alle loro
necessità, nei limiti del principio di legalità.
Per pianificare bisogna avere dati. Il primo è quantità e qualità dei rifiuti, e sulla base di ciò si
suddivide il territorio: sulla base del costo dei rifiuti si tariffa l’area. Col piano strutturale comunale il
territorio viene suddiviso in aree: area industriale, area commerciale.
Quando si va a costruire questo modello bisogna tener conto delle tecnologie disponibili per
termovalorizzare, per smaltire ecc.. Vi è quindi il problema dei costi: talvolta vi è la necessità di
aumentare la tecnologia disponibile per affrontare lo smaltimento di determinati rifiuti, percui per
far fronte a queste problematiche è necessario che l’ATO sia flessibile.
Si evince che il conflitto è proprio tra economia e ambiente. In questo contesto si deve ragionare in
termini di pianificazione locale e gestione: una soluzione vedrebbe il comune dare concessione ai
supermercati, vincolandoli a non vendere prodotti in plastica facendo pagar meno la concessione o la
tassa sullo smaltimento dei rifiuti.
• Piano regionale di gestione dei rifiuti – PRGR
Il PRGR va sviluppato attraverso l’istituto della conferenza dei servizi (241/90), che è uno
strumento efficiente sotto il livello tempistico e mette sullo stesso piano tutti i soggetti che insieme
decidono (principiodi collaborazione). Ne esce un provvedimento a tutti gli effetti.
La tariffazione dei rifiuti è strettamente legata alla gestione, per cui vi sono delle sanzioni pecuniarie
e penali
• Aree naturali protette
Le aree naturali protette sono tutelate da una vasta normativa. La normativa chiave nel nostro
ordinamento è la legge quadro 394 del 1991 sulle aree naturali protette; quindi, si parla di una
legge organica, una legge quadro. Essa detta i principi fondamentali; è una legge di principio che
stabilisce l’istituzione, il momento costitutivo che riguarda il profilo di partenza delle aree naturali
protette e la gestione, momento organizzativo, che riguarda il mantenimento in vita delle aree naturali
protette. Questa legge dà un modello unico a cui le aree/parchi naturali devono far fronte.
Il primo parco nazionale ad essere riconosciuto come tale fu il Parco Nazionale dello Yellowstone
(1872). Prima della legge quadro, le aree naturali protette venivano determinate attraverso delle
leggi speciali, in cui non vi era una programmazione (nella creazione di questi ambiti) ad es. il
Parco nazionale della Sila, istituito con una legge speciale, era indicato come Parco nazionale della
Calabria.
Andando sul sito del ministero si riesce a ritrovare l’elenco dei cosiddetti parchi storici istituiti con
singole normative. I parchi più emblematici e più antichi sono 4:
- Parco nazionale del Gran Paradiso (1922);
- Parco nazionale dell’Abruzzo (1923);
- Parco nazionale del Circeo (1934);
- Parco nazionale dello Stelvio.
Fino al 1991, i parchi venivano istituiti sulla base di alcune convenzioni internazionali, come anche le
zone umide e le zone di protezione speciale (ZPS); la determinazione delle aree naturali da protegger
era lasciata “all’improvvisazione” della classe politica, poiché la creazione di questi poli garantiva di
ricevere dei finanziamenti. Dal 2001, nel momento in cui sono stati definiti e differenziati i ruoli tra
Stato e regione, si fece riferimento alla legge quadro in virtù alla garanzia del ruolo delle regioni.
Nell’articolo 1 della legge quadro viene enunciato che: “la presente legge in attuazione all’articolo 9
(tutela del paesaggio) e all’articolo 32 (tutela della salute) della Costituzione e nel rispetto degli
accordi internazionali detta principi fondamentali per l’istituzione (creazione) di un’area naturale
protetta che la gestione dell’area naturale protetta”, pertanto la legge disciplina sia la fase
istitutiva delle aree naturali protette e la fase di amministrazione attiva dell’area; ha come
obbiettivi la GARANZIA e la PROMOZIONE volti alla conservazione e alla valorizzazione del
patrimonio naturale.
Patrimonio naturale
La legge sul patrimonio naturale tutela le formazioni fisiche, geologiche, geomorfologiche, biologiche,o
gruppi di esse che hanno rilevante valore naturalistico e ambientale. Se sono particolarmente
vulnerabili occorre stabilire un regime particolare di tutela e di gestione (ordinamento speciale): ad es.
se il patrimonio naturale risulta essere potenzialmente aggredibile e/o vulnerabile occorre intervenire
con una speciale forma di tutela e di gestione.
La legge parla in modo esplicito di: conservazione di specie animali e vegetali, di singolarità geologica,
di formazione paleontologica, di biotopi, di comunità biologiche, di profilo sia naturalistico che
ambientale, di equilibri ecologici in generale.
I metodi di gestione, devono conformarsi verso la realizzazione di un’interazione tra uomo e ambiente
naturale mediante, anche, il ricorso alla salvaguardia dei valori antropologici e culturali. La legge parla
anche di attività di promozione, di educazione e di pianificazione.
Nelle aree naturali lo strumento di pianificazione utilizzato è uno strumento detto zonizzazione.
L’istituzione di un’area naturale dovrebbe transitare attraverso una programmazione triennale che
attualmente non è molto in uso (prevalentemente la regione è di natura politica).
L’area naturale per eccellenza è rappresentata dai parchi nazionali che vengono indicati come “quelle
aree che presentano determinate caratteristiche di interesse non solo nazionale ma anche
internazionale soprattutto sotto il profilo degli ecosistemi, che vanno conservati e preservati perché
caratteristici di un’area”.
Lo strumento tecnico utilizzato nella comunicazione tra Stato e regione prende il nome di intesa fra
stato e regione nell’individuazione e nell’istituzione di un’area, questo vale per le tre tipologie più
importanti:
1. parchi nazionali che presentano delle caratteristiche tali per cui sono fondamentali anche a
livello internazionale;
2. parchi regionali che si distinguono per il livello variabile di interesse poiché spesso tutelano
qualcosa in particolare. Rispetto al parco nazionale hanno interesse di livello inferiore, locale e,
inoltre, ciò che spinge il legislatore a istituire tali parchi è l’omogeneità del sistema sotto il
profilo naturalistico. Sono luoghi che vale la pena conservare pur non presentando particolari
condizioni di ecosistema.;
3. aree naturali - possono essere statali o regionali in base agli interessi che in esse sono tutelati
e rappresentati.;
La tutela di un’area impedisce che, in primis, venga avviata una qualsiasi forma di antropizzazione, e
lo strumento tecnico utilizzato sono le misure di salvaguardia, strumento di natura preventiva
che viene messo in atto al fine di bloccare tutte le potenziali attività che potrebbero comportare una
modifica dell’area. È uno strumento conformativo che pone tutta una serie di divieti, tra cui il più
importante è quello di limitare al minimo l’antropizzazione nell’area di interesse.
Il secondo passaggio è quello della perimetrazione dell’area in cui si individuano quali territori
ricadranno nell’area parco. Questo passaggio viene fatto con la collaborazione degli enti locali, e il
ministero dell’ambiente può, mediante il potere sostitutivo, perimetrare da se un’area senza che vi
sia l’intervento dell’ente locale. L’ente parco come ente pubblico si sovraordina agli enti locali.
L’ente parco è un ente strumentale, cioè è un ente dotato di personalità giuridica attraverso un legale
(presidente del parco), e si dà uno statuto (strumento di autorganizzazione dell’ente, cioè atto di
autonomia), ma deve sempre rispondere al ministero dell’ambiente
Adottadegli strumenti di gestione che sono fondamentalmente tre:
1. Regolamento del parco: è un atto normativo, nonché uno strumento vincolante per tutta la
comunità, ed è quello più limitativo in quanto contiene tutti i divieti relativi alle misure di
salvaguardia (divieto di caccia, divieto di costruzione, ecc.);
• area A: (riserva integrale) non è possibile accedervi, se non per studi scientifici
autorizzati come ricerca e educazione ambientale;
• area B: può essere utilizzata da un punto di vista turistico ma garantendo l’integrità
dell’ambiente, a patto che l’antropizzazione sia limitata allo stretto necessario;
• area C: zona aperta all’attività turistica e promossa allo sviluppo sostenibile;
• area D: vengono preservate le attività e le tradizioni locali, sempre con il limite
dell’impatto sull’ambiente;
3. Piano pluriennale: dovrebbe operare per più anni e regolare preventivamente gli sviluppi
futuri del parco stesso. Prevede la promozione di iniziative volte a favorire lo sviluppo del
turismo e delle attività locali per favorire l’occupazione giovanile ed il volontariato. A tal
proposito l’ente parco organizza con la regione dei corsi di formazione nei diversi ambiti
di interesse.
Il parco gode di una serie di poteri incluso quello espropriativo (può acquisire terreno o trasferire
proprietà, ma non può farlo in modo arbitrario, deve sempre motivarlo), sanzionatorio.
Tutto ciò viene monitorato da alcuni organi di gestione che governano l’ente parco. Sono tutti, salvo
uno, nominati dal Ministero dell’Ambiente dal Ministero delle Finanze:
2. Consiglio direttivo: è l’organo con più potere ed è formato dal Presidente e da altri otto
componenti nominati dal Ministro dell'ambiente; i componenti del Consiglio Direttivo sono
individuati tra esperti particolarmentequalificati in materia di biodiversità, nel seguente modo:
4. Revisori dei conti: nominati dal Ministero delle Finanze, esercita il riscontro contabile sugli atti
dell'Ente parco secondo le norme di contabilità dello Stato e sulla base dei regolamenti di
contabilità dell'Ente parco, approvati dal Ministro delle finanze con il Ministro dell'ambiente;
5. Comunità del parco: non di nomina ministeriale, ma di derivazione politica. In essa sono
rappresentate la regione o le regioni, la provincia, e i comuni che ricadono nell’area
naturale;
L’organo di governo vero e proprio è il consiglio direttivo (quello con più potere, cioè prende le
decisioni), perché la comunità del parco essenzialmente dà dei pareri, in alcuni casi nemmeno
rilevanti, tuttavia svolge una funzione importante: stabilire il piano pluriennale (di competenza della
comunità del parco sempre assumendo il parere del consiglio direttivo).
Ma ancora più importante di tutti è il Direttore Generale del parco, che sebbene non sia
menzionato come organo, è disciplinato dalla legge e svolge attività amministrativa. È nominato dal
Ministero dell’Ambiente tra 3 candidati, previo concorso pubblico, per una durata massima di 5
anni.
Tutti gli organi di gestione, il metodo con cui vengono scelti e i ruoli a cui devono assolvere è sancito
nell’art.9 della legge 349.
• Limiti generali delle funzioni pubbliche
Questi limiti generali sono stati indicati dalla giurisprudenza costituzionale, quindi per loro natura
sono inderogabili, hanno cioè un valore supremo.
Alcuni si possono trovare nella prima parte della costituzione, nei principi fondamentali: uno in
particolare è trattato nell’articolo 2, l’inviolabilità dei diritti umani (sia per soggetti pubblici,
sia per soggetti privati). Tali diritti però non vengono espressamente citati, per questo si parla di
clausola aperta. Ad esempio devono essere presi in considerazione anche i diritti citati
nell’articolo 21, come la libertà di manifestazione del pensiero (quindi non solo quelli dell’articolo
2). A questi esplicitamente dichiarati inviolabili, se ne aggiungono degli altri non espressi
esplicitamente come tali (inviolabili).
Questi 4 diritti sono assistiti introducendo una serie di istituti che riguardano proprio questi
diritti. Infatti nei primi 3 viene citata una riserva di giurisdizione.
Nel caso della libertà personale (articolo 13) c’è una regola puntuale e dettagliata: “non è necessario
l’intervento della legge in casi eccezionali, in cui l’autorità di pubblica sicurezza può adottare
provvedimenti provvisori, che devono essere comunicati al giudice entro 48h”, in questo modo viene
garantita una garanzia alla legge per cui non può essere fraintesa, essendo la libertà personale
inviolabile. Gli articoli 13, 14 e 15 rinviano tutte all’inviolabilità della libertà personale.
La garanzia per eccellenza è la garanzia costituzionale all’azione, tutti i cittadini possono promuovere
l’intervento di un giudice e viceversa, il diritto di difesa nell’articolo 24 dichiarato inviolabile deve
essere interpretato sia come autodifesa sia come difesa in senso tecnico che presuppone l’assistenza
di un avvocato; la riserva di giurisdizione consiste nel principio secondo il quale per determinate
materie (specialmente quelle riguardanti le restrizioni della libertà) debba intervenire l’autorità
giudiziaria o qualsiasi altra autorità.
Le libertà personali, inviolabili, sono osservata dalla riserva di legge e dalla riserva giurisdizionale.
27/29 Aprile, 2022
La VIA in Italia viene introdotta con la legge 349/1986 che rinvia al DPCM del 1985, e deriva dalla
direttiva UE 1985/337. Le fonti UE (riguardanti la VIA) oltre alla 1985/337 sono:
- direttiva di modifica ampliata 1997/11
- direttiva 2001/42 che modifica integralmente
- direttiva 2003/35 -direttiva 2011/92 UE
- direttiva 2014/52
Le fonti UE principali in Italia sono:
- 349/1986
- DPCM 1988-> unificato in DPR 12/04/96
- 152/2006 TUA.
Il modello della prima direttiva rimane in vita, e il discorso viene esteso alle direttive delle altre
discipline tecnico scientifiche. Questo modello è formato dalla norma e dagli allegati, l'allegato 1
(diceva quale fosse l'opera che doveva essere sottoposta a VIA), 2 e 3 sono i più importanti.
Poi ci sono gli allegati tecnici (sono nella 2003/35 e nella 2014/52), che spiegano come si fa la
valutazione, lo studio e tutta la documentazione.
Il modello italiano è il TUA, che diviene fonte primaria e non DPR.
VIA - fasi
La VIA è un procedimento complesso, formato da fasi che si legano tra loro, ma che si svolgono anche
in modo autonomo. In questa serie di fasi trovano applicazione i 5 principi più importanti contenuti
nella 241: 1) obbligo di motivazione -> è compito delle autorità competenti, cioè il ministero
dell'ambiente (ora detto ministero della transizione ecologica), la commissione tecnica a livello
nazionale, e a livello regionale la competenza è dell'assessorato dell'ambiente. (gli altri 4 non li ha
detti).
Per completare la Le fasi della VIA sono 7:
VIAci vogliono 1. verifica di assoggettabilità
complessivamente 2. definizione dei contenuti del SIA
dai180 giorni a salire. 3. istanza (ha natura amministrativa)
4. consultazioni - sono pubbliche
5. fase valutativa - si valutano SIA e ciò che è derivato dalle consultazioni
6. decisione
7. monitoraggio - osservazione dell'opera a partire dall'esecuzione fino alle modifiche; è fatto
dall'impresa stessa
1. Verifica di assoggettabilità - cioè se l'opera va sottoposta a VIA. É allegata alla VAS, la quale da
l'esatta mappatura del territorio sotto tutti i profili (In Calabria non c'è la VAS).
E’ una fase preliminare, possiamo denominarla anche screening. All'autorità competente vanno
sottoposti il progetto preliminare e uno studio preliminare ambientale (che non è il SIA).
Questa fase ha durata massima di 90 giorni. Anche un cittadino può accedere alle informazioni
già da questa fase. In caso di conflitti non si può andare oltre 120 giorni.
2. Definizione dei contenuti del SIA - ci deve essere dialogo tra impresa e pubblica amministrazione
(modello collaborativo). L'impresa poi deve sottoporre all’autorità il progetto preliminare vero e
proprio (non una bozza), lo studio preliminare arricchito e l'indicazione del piano di lavoro del
SIA. Ciò deve avvenire in 60 giorni. Se l'autorità da l’ok si procede con il SIA.
La norma che richiama l'articolo 22 (come va fatto il SIA) rimanda all'allegato 7-> contenuti
nello studio dell'impatto ambientale; l'allegato 7 chiede di descrivere l'ubicazione dell'oggetto
indicando vincoli e tutele dell'area, di descrivere le caratteristiche fisiche dell'oggetto, chiede
l'eventuale processo produttivo (va indicato il potenziale consumo di energia, la tipologia dei
materiali utilizzati e le eventuali risorse naturali che si presume verranno impiegate), chiede
inoltre di indicare i residui o rifiuti prodotti, di indicare l'eventuale inquinamento delle matrici
naturali, di indicare il potenziale inquinamento acustico. Dalle normative comunitarie
discendono le tecnologie impiegate (devono essere usate le migliori tecnologie disponibili),
vanno dichiarate le tecniche per la produzione di un bene, e ciò si lega anche alla quantità di
emissioni (va ridotto l'impatto che hanno sull'ambiente).
Nel SIA vanno indicate le potenziali alternative progettuali riguardanti i punti scritti su.
Il proponente deve descrivere lo scenario di base, facendo uno studio delle condizioni fisiche di
quel territorio. Va tenuto conto anche dell'impatto ambientale, dell'impatto sulla salute umana, e
dal 2020 anche dell'impatto sulla biodiversità (valutazione preventiva).
Nell'articolo 4 dell'allegato 7 c'è una norma che parla di erosione, suolo, sottosuolo ecc.
Vanno visti sia gli impatti diretti che quelli indiretti.
3. Istanza - entriamo nella vera e propria procedura di impatto ambientale. L'istanza sarebbe la
richiesta che il proponente fa la pubblica amministrazione per la VIA.
Quando viene presentata l'istanza vengono presentati dei documenti, decorrono i termini
procedimentali.
I termini procedimentali all'interno hanno le consultazioni, la valutazione del SIA e delle
osservazioni pervenute, l'adozione del provvedimento finale (da 150 giorni i tempi possono
dilatarsi fino a un massimo di 60 giorni in più, quindi in totale 210 giorni).
Quando viene depositata l'istanza si danno 30 giorni.
L’istanza deve contenere:
-progetto definitivo
-SIA
-bisogna fare una pubblicazione sui quotidiani nazionali
-presentare la sintesi non tecnica del SIA e del progetto
-autorizzazioni, pareri, concessioni, nullaosta.
L’autorità competente ha 30 giorni per verificare, può anche chiedere delle integrazioni, se le
chiede poi il proponente ha altri 30 giorni per integrarle. Dopo il deposito definitivo delle
documentazioni scattano le consultazioni.
5. Fase valutativa - in sede nazionale se ne occupa l’ISPRA, in sede regionale la regione, la finalità è
dare un giudizio (quindi una “decisione” riportata nella f ase 6) di compatibilità o incompatibilità
del progetto sull'impatto ambientale.
Il provvedimento, sia positivo che negativo, viene poi pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, nel caso
di sede nazionale, o sul bollettino regionale, nel caso di sede regionale.
Per pubblicarlo si fa uno schema di sintesi.
Il progetto di regola deve essere realizzato entro 5 anni dalla pubblicazione del provvedimento
positivo di compatibilità.
Tutte queste fasi si trovano negli articoli 19 e 23 del TUA, in particolare nell'allegato 7.
Gli idrocarburi
Il 63% della nostra energia deriva dagli idrocarburi. Gli idrocarburi si collegano a tanti ambiti:
- Ambiente (antropizzazione);
- governo del territorio (sfruttamento delle risorse naturali);
- mercato;
- servizi pubblici essenziali;
Nella materia idrocarburi concorrono il diritto minerario (risalente agli anni ’40), la Costituzione, il
diritto comunitario, le fonti primarie in materia energetica, e le fonti secondarie.
C'è un problema tra stato e regione, perché l'articolo 117 (comma 3) dice che la produzione, il
trasporto e la distribuzione è posto nell’ambito di disciplina concorrente tra Stato/regione, quindi la
competenza è di entrambi: questi problemi di natura interpretativa sono risolti in favore dello Stato.
Se tripartiamo il concetto di energia, si sopiscono i conflitti stato-regione, anche alla luce della legge
quadro: indica una competenza quantitativa alle regioni, oltre subentra lo Stato (l’elemento
quantitativo è il vero discriminante tra le competenze).
Il problema energetico crea interessi trasversali che fa sì che vengano coinvolte terze parti, perciò si
fa riferimento:
1. concetto giuridico;
2. sistematizzazione del materiale normativo (che comunque non è esaustivo data la vastità e la
complessità della materia);
l’unica differenza netta presente viene fatta tra energia rinnovabile e non rinnovabile.
Tutta la disciplina giuridica degli idrocarburi all’origine è coincisa con la disciplina giuridica
mineraria, di demanio statale. I titoli minerari erano:
- Prospezione: si studia se un territorio è adatto a ospitare idrocarburi;
- Ricerca: individuazione del giacimento;
- Coltivazione: estrazione vera e proprio degli idrocarburi;
4. Legge 613/1967 – Ricerca e coltivazione […] nel mare territoriale e nella piattaforma
continentale: modifica la 6/1957 ed è la legge che per la prima volta ha declinato i contenuti
sostanziali e il significato delle attività relative agli idrocarburi, rendendo evidenti le funzioni
amministrative. Questa legge trovava applicazione in tutto il territorio dello Stato ad eccezione
delle aree territoriali riservate all’ENI.
Prevedeva che dell’intero ricavato sulla produzione giornaliera del pozzo, un'aliquota pari a
2,5% ÷ 22 % dovesse essere data allo Stato, in natura o in denaro;
7. Legge quadro 239/2004 – riordino del settore energetico: la Costituzione riformata obbligò a
disciplinare bene la materia energetica, per cui si attuò un riordino tra l’art. 42 e il 117, 3° comma,
con le vecchie norme. Si inquadrarono bene le competenze statali e regionali, soprattutto a seguito
di una sentenza giuridica che ebbe come obiettivo proprio quello di risolvere questa controversia.
Si deduce, avendo nozioni scientifiche, che gli idrocarburi rappresentano un genus di fronte
al quale gas, petrolio, oli minerali e i derivati rappresentano una serie di species; quindi
mette insieme le fonti di energia, la produzione, il trasporto e la distribuzione dell’energia.
Bisogna precisare che gli idrocarburi, a livello scientifico, sono sostanze organiche fossili e
combustibili, costituite da atomi di carbonio e idrogeno combinati tra loro nelle più diverse
proporzioni e quantità. La tendenza degli atomi di carbonio a legarsi tra loro formando catene
aperte, più o meno lunghe, ramificate o no, oppure anelli con o senza catene laterali, rende
possibile l'esistenza di un numero elevatissimo di idrocarburi.
La distinzione tra i vari idrocarburi si riferisce al loro stato fisico nelle condizioni di pressione
e di temperatura ambientale determinando idrocarburi solidi o semisolidi (costituenti
dell'asfalto, del bitume ecc.), idrocarburi liquidi (costituenti del petrolio, benzene ecc.), e
idrocarburi gassosi (metano,etano ecc.).
Ci troviamo con un quadro ampio e frammentato di cui paghiamo le conseguenze ancora oggi: non
abbiamo ancora una disciplina energetica comune.
Nel momento in cui l’UE introduceva delle altre regole che riguardavano le risorse rinnovabili,
è risultato necessario che la legge 239 andasse a disciplinare le risorse rinnovabili, omogenizzando
il sistema delle regole.
Nell’articolo 77 della legge 239 in materia di idrocarburi viene meno la prospezione, poiché si parla
di permesso di ricerca e concessione.
Segue:
-art. 78 per cui “il permesso e la concessione di cui al comma 77 sono rilasciati a seguito di un
procedimento unico, al quale partecipano le amministrazioni statali, regionali e locali interessate,
svolto nel rispetto dei principi di semplificazione e con le modalità di cui alla legge 7 agosto 1990,
n.241”
-art.79 per cui “la procedura di valutazione di impatto ambientale, ove richiesta dalle norme
vigenti, si conclude entro il termine di 3 mesi per le attività su terra ferma, ed entro il termine di 4
mesi per le attività in mare, e costituisce parte integrante e condizione necessaria del procedimento
autorizzativo. Decorso tale termine, l’amministrazione competente in materia di valutazione di
impatto ambientale si esprime nell’ambito della conferenza di servizi convocata ai sensi della legge
7 Agosto 1990 n. 241”
Prima si dovevano avere delle specifiche concessioni, come succedeva ad esempio per lo
smaltimento; si è andati incontro quindi a una semplificazione. Si ricorre alla formula “pubblica
utilità”, per cui la semplificazione avviene anche grazie all’esproprio: l’ente concessionario (es.
l’enel) può espropriare i suoli necessari allo svolgimento delle proprie attività al posto dello Stato.
Da questi anni in poi il proprietario è stato ristorato con un quantitativo quantomeno pari al valore
minimo del terreno, mentre in passato questo veniva risarcito solo dell’1/5 del valore totale.
Si parla ora di procedimento unico, e si introduce la concessione unica tra ricerca e coltivazione.
Viene meno la prospezione perché si ha avuto un’evoluzione in campo tecnologico grazie alla quale
siamo ora in grado di attuare delle procedure meno invasive.
Ottenuta la concessione, si ha l’obbligo di valutazione di impatto ambientale: quando la verifica di
assoggettabilità conduce alla VIA, da 180 giorni si scende a 90 giorni nel caso di terraferma.
Decorso tale termine si ricorre alla Conferenza dei servizi, per abbattere i tempi.
Bonifica dei siti contaminati
Nella normativa troveremo in modo errato la “bonifica dei siti inquinati”, ma la bonifica per sua
natura è riferita ai siti contaminati, che tecnicamente sono due cose completamente diverse.
Quando depositiamo i rifiuti sotto casa, stiamo inquinando l’atrio di casa, ma non lo stiamo
contaminando; la contaminazione implica una modificazione strutturale delle matrici naturali.
Bonificare: significa ripulire; sotto il profilo giuridico, delle scienze, ingegneristico e sociale
significa restituire il sito alle sue condizioni originarie d’uso e di utilizzo, nella disponibilità della
collettività.
Nell’ambito delle bonifiche trova piena applicazione l’analisi del rischio per sito specifica,
strumento tipico delle bonifiche. Vi è una tecnica definita e disciplinata da questa normativa, volta a
determinare prima le condizioni del sito e poi gli eventuali interventi.
Abbiamo una combinazione di profili amministrativi e tecnico-scientifiche: Definisce le procedure
(di natura amministrativa), i criteri e le modalità per lo svolgimento delle operazioni necessarie
all’eliminazione/riduzione della sorgente dell’inquinamento.
Eliminazione: BONIFICA vera e propria;
Riduzione: MESSA IN SICUREZZA;
Non si applica alla questione dei rifiuti (fermo restando che se l’abbandono dei rifiuti provoca
contaminazione, trova applicazione la bonifica) e non si applica alle bonifiche disciplinate da leggi
speciali (criterio di specialità).
L’Italia è l’unico paese in Europa che ha una disciplina completa e autonoma in tema di bonifica. È
una dei pochi casi in cui l’UE non ha messo voce, cioè non vi sono direttive europee all’origine. Il
titolo V della parte IV è costruito in Italia. Questa specificità ci deriva dal fatto che noi non abbiamo
bonificato un granché, mentre gli altri paesi (Germania) hanno fatto degli interventi colossali
riequilibrando quel territorio con l’assetto originario, tuttavia con discipline specifiche.
La normativa italiana ha preso, sotto il profilo metodologico, spunto dal diritto dell’unione: di fianco
a queste nozioni sono riportate le relative definizioni (artt. 239- 253). Si potrebbe pensare che
sarebbe stato meglio collocare la bonifica nella parte successiva, cioè quella relativa all’impatto
ambientale; invece la parte IV comprende anche la gestione integrata dei rifiuti: la sistematizzazione
poteva essere gestita meglio.
- Analisi di rischio sanitario e ambientale in sito specifico: analisi specifica degli effetti sulla
salute umana derivante dall’esposizione prolungata all’azione delle sostanze contaminanti le
matrici ambientali, come indicato nell’allegato 1 (per sommi capi sono indicati i valori tipici
delle matrici ambientali). Ogni sito però può cambiare, quindi in linea teorica vengono
onnicomprese, però poi va fatta un’analisi specifica attraverso il piano di caratterizzazione;
- Messa in sicurezza operativa: insieme di interventi per fare in modo che, coloro che
intervengono per la bonifica, possano operare in sicurezza. Prolungamento della messa in
sicurezza d’emergenza;
- Messa in sicurezza permanente: il sito non contamina più, ma non può essere utilizzato
perché non viene restituito alla collettività;
- Sito con attività in esercizio: sito in cui risultano ancora attività in itinere. Nell’ambito di un
sito si produce una contaminazione, e nella parte più allargata vi sono delle attività in itinere.
Tipico delle zone industriali;
- Sito dismesso: quando l’attività industriale che ha prodotto la contaminazione, cessa. Un caso
tipico sono i pozzi petroliferi, (che dovrebbero essere monitorati) e la bonifica dei pozzi è
costosissima;
- Sito contaminato: sito nel quale i valori di CSR, determinati con l’analisi del rischio del sito
specifico, sono oltre il limite;
- Sito non contaminato: sito nel quale la contaminazione rilevata sulle matrici ambientali è
inferiore ai CSC – concentrazione soglia di contaminazione;
Problema della responsabilità
Qui trova a pieno titolo applicazione il principio di “chi contamina paga”. Le contaminazioni e le
relative bonifiche dovrebbero essere imputabili sia penalmente che economicamente al responsabile:
questo è un problema molto italiano, perché noi tutt’oggi abbiamo almeno 46 siti di interesse
nazionale da bonificare (in cui rientrava anche l’area del crotonese che ora è stata demandata alla
competenza regionale), visto il grande livello di contaminazione prodotto. Oggi è calcolato che per
bonificare solo i siti di interesse nazionale, ci vorrebbe almeno un capitale di almeno 80miliardi di
euro, che noi materialmente non abbiamo (1/3 del PNRR). Gran parte dei siti contaminati hanno
visto fuggire il responsabile, con conseguente assenza di imputabilità. A pagare è la collettività.
Procedura
Procedura ordinaria e semplificata variano nel punto di partenza, cioè sotto il profilo della
responsabilità.
Se i VSC non sono superati, il responsabile ripristina la zona contaminata con autocertificazione, e
lo comunica all’autorità.
In caso di superamento di VSC, il responsabile dovrà effettuare immediatamente una nuova
comunicazione all’autorità entro i successivi 30 giorni presenterà un progetto per la caratterizzazione
dell’area, detto piano di caratterizzazione.
Esso deve svolgersi entro 6 mesi, deve contenere l’analisi del rischio del sito specifica, con
indicazione di superamento o meno dei valori di soglia di rischio
L’ideale è che tale procedimento venga attivato dal responsabile della contaminazione, che se ne
assume gli oneri sulla base del principio di “chi inquina paga”. Se ciò non accade, interviene una
pubblica autorità: in questo caso la procedura semplificata non è utilizzabile.
Può capitare che, qualora un proprietario del suolo che non sia direttamente responsabile (affitto),
egli diviene comunque responsabile della bonifica, in caso di omessa bonifica da parte del
responsabile. Se per es. si dovesse creare una discarica abusiva in una mia proprietà, la responsabilità
ricade comunque su di me, perché l’ambiente riguarda tutti: responsabilità penale di omesso
controllo. (245 comma 2)
In genere occorre sempre e comunque intervenire con delle bonifiche con siti industriali dismessi,
specie industriale chimico e metallurgico, siti in cui vi era il rischio di incidenti, discariche
incontrollate, aree minerarie dismessa (quindi pozzi petroliferi), distributori di carburante
smantellati.
Nell’allegato V ci sono due tabelle di CSC, una relativa al suolo e una al sottosuolo. Un’altra poi è
relativa alle acque.
I valori di CSR invece vanno valutati caso per caso col piano di caratterizzazione.
Due approcci per determinare quando occorreva bonificare o meno:
1. Si fondava sui cosiddetti limite comune (?) (approccio antiscientifico): una volta misurate le
soglie di concentrazione dei contaminanti, e una volta superate queste soglie standard (negli
allegati) scattava l’obbligo di bonifica;
2. La 152 invece introduce proprio l’analisi di rischio specifica, quindi il concetto di rischio
associato al sito. Un sito è contaminato se, per le sue condizioni, può rappresentare un rischio
potenziale per la salute umana: introduce la CSR.
Si svolgono preventivamente delle indagini preliminari volte a stabilire le concentrazioni di
inquinanti, secondo una modellistica consolidata. Quando si nota che sono oltre i valori
soglia, per capire se il sito è potenzialmente contaminato, si esegue un’analisi tecnico-
scientifica a partire dalle attività che sono state storicamente svolte sul sito: si recuperano
tutte le informazioni storiche, attraverso camere di commercio o agenzia del territorio, per
capire potenzialmente quali contaminanti potrebbero essersi sedimentati in quell’area.
Consiste quindi nella determinazione delle caratteristiche idrogeologiche dell’area, e bisogna
soprattutto capire i percorsi di migrazione delle sorgenti di contaminazione, e i
bersagli (cosa ha colpito la contaminazione). L’acqua è un bersaglio, quindi le falde; le
matrici sono gli elementi che la costituiscono.
Importante è quindi la definizione del piano di indagine: una volta ricostruito il piano storico,
una volta intuito scientificamente i potenziali bersagli, posso determinare il tipo di ricerca da
svolgere. Definisco metodologia, strumenti, e ciò che voglio ricercare (piezometri, sondaggi,
campionamenti, analisi chimico-fisiche, metodologie di interpretazione dei risultati in base
ai VFN).
Se però non ho i valori del fondo naturale VFN, cerco un sito analogo: cerco un posto in cui
si presume che i VFN non siano stati contaminati → metodo comparativo. Oppure mi attengo
ai CSC.
Il problema è che ci vogliono molti soldi: ciò si traduce prevalentemente in messe in sicurezza. Tutti
i SIN in Italia sono messi in sicurezza, ma non sono bonificati. La scelta quindi tra i 3 diversi tipi di
messa in sicurezza è di tipo economica. Quando ci determiniamo per la bonifica, ed essa non è
plausibile perché non si dispone di sufficiente denaro, sicuramente occorre adoperare una messa in
sicurezza permanente.
Vi deve sempre essere sempre un’attività di monitoraggio (controllo costante), per cui la normativa
da tutta una serie di indicazioni tecnologiche, secondo il principio di utilizzo delle migliori tecnologie
disponibili.
Certificazione
Certificazione di avvenuta bonifica, di competenza provinciale. Si certifica che l’area è stata
bonificata. Comprende monitoraggio e analisi di procedure di bonifica, che vengono previamente
concordate con l’ente con l’ente titolare del monitoraggio.
Per quanto riguarda i tempi del procedimento, entro 18 mesi dovrebbe concludersi tutto, però
dipende sempre dalle risultanze dell’indagine.
Il piano di caratterizzazione va presentato all’ARPA (agenzia regionale per la protezione ambientale)