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Kierkegaard

Il Diario di Kierkegaard esplora il significato dell'esistenza attraverso riflessioni personali e filosofiche, evidenziando il conflitto tra la vita estetica, etica e religiosa. La sua critica all'idealismo hegeliano sottolinea l'importanza dell'individuo e della scelta, mentre la fede cristiana emerge come unica via per superare angoscia e disperazione. Kierkegaard delinea un percorso esistenziale che culmina nella consapevolezza della propria dipendenza da Dio, affrontando le contraddizioni intrinseche della vita umana.

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Il Diario di Kierkegaard esplora il significato dell'esistenza attraverso riflessioni personali e filosofiche, evidenziando il conflitto tra la vita estetica, etica e religiosa. La sua critica all'idealismo hegeliano sottolinea l'importanza dell'individuo e della scelta, mentre la fede cristiana emerge come unica via per superare angoscia e disperazione. Kierkegaard delinea un percorso esistenziale che culmina nella consapevolezza della propria dipendenza da Dio, affrontando le contraddizioni intrinseche della vita umana.

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KIERKEGAARD

Nel Diario, un’opera imponente, Kierkegaard raccoglie le sue riflessioni di filosofo e le proprie emozioni di un
uomo. Da tali riflessioni si comprende come per Kierkegaard vivere significhi interrogarsi sul senso della
propria esistenza, e come questo sia riconducibile a schemi personali, individuali e diverso da quando tutti gli
altri. Vivere, per Kierkegaard, significa insomma chiedersi “che cosa significa per me esistere?”.

Quella di Kierkegaard è una vita povera di avvenimenti esterni, ma ricca di pensieri e autoanalisi. I pochi eventi
esteriori della sua vicenda biografica diventano il combustibile per idee, il materiale su cui sviluppa un’analisi
introspettiva. Le vicende esteriori su cui Kierkegaard costruisce il suo percorso filosofico, sono tre:

1. il difficile rapporto con il padre da cui eredita un oscuro senso di colpa: nel 1835 si verifica un evento
decisivo, che lo stesso Kierkegaard, pur senza chiarirlo del tutto definisce “il gran terremoto”
probabilmente si tratta della scoperta dell’episodio che aveva dato origine al senso di colpa paterno.
La scoperta della colpa paterna fa apprendere al filosofo il carattere tragico paradossale e inquietante
della fede, la quale non è mai certezza.
2. il fidanzamento con Regine Olsen: Kierkegaard si fidanza con lei in 1840, sperando di trovare nel
rapporto di coppia un aiuto per liberarsi dall’angoscia. Ma ben presto la possibilità di essere felice si
tramuta per lui nella paura di perdere questa felicità. Il rapporto con la fidanzata assume i tratti di un
tormento dell’animo. Inoltre, il filosofo avverte l’amore umano come povero e deludente di fronte a
una vocazione più alta, più spirituale. Egli decide così di interrompere il fidanzamento.
3. La polemica con il vescovo della Chiesa ufficiale di Copenhagen: questa era una Chiesa Stato, tale
per cui l’essere cittadino danese implicava automaticamente l’essere membro della comunità
ecclesiastica, indipendentemente da qualsiasi scelta intima e consapevole, così come dalla volontà
personale derivino o meno ai valori cristiani. Egli pubblica un periodico intitolato “L’ istante”, nel quale
accusa e denuncia gli aspetti mondiali della Chiesa ufficiale danese.

LA DISSERTAZIONE GIOVANILE SULL’IRONIA


Nella sua dissertazione “Sul concetto dell’ironia con particolare riguardo a Socrate” Kierkegaard riflette sui
temi che saranno centrali anche nelle sue opere successive.

Socrate viene visto come simbolo dell’ironia, intesa come ricerca incessante della verità e consapevolezza del
limite della conoscenza umana. Il filosofo usa Socrate anche per criticare Hegel: secondo lui, l’atteggiamento
ironico di Socrate, che non prende sul serio il mondo finito si oppone alla visione hegeliana. L’ironia socratica
è vista come una forma di distacco superiore delle cose montane, una consapevolezza del limite umano che
permette di smascherare ogni falsa certezza.

Kierkegaard confronta questa ironia con quella romantica, che esprime l’incapacità dell’artista di esprimere
l’infinito e finisce per rifugiarsi in un atteggiamento nichilistico e cristianamente inaccettabile.

In contrasto con l’ironia, Kierkegaard, introduce il concetto di umorismo (humor):

• accetta il vuoto e il dubbio


• ma riesce a superarli grazie alla fede religiosa, che dà una certezza superiore

LA CONCEZIONE DELL’ESISTENZA TRA POSSIBILITà E FEDE


Sebbene l’opera di Kierkegaard non possa essere ridotta alla sola polemica contro l’idealismo hegeliano e
romantico, in effetti molti temi da lui trattati si pongono in una posizione antitetica rispetto ai temi idealistici:
la difesa della singolarità dell’individuo (contro l’università dello spirito), la rivalutazione dell’esistenza
concreta (contro la ragione astratta), l’inconciliabilità delle alternative (contro la sintesi dialettica), l’idea di
libertà come possibilità, la teorizzazione della stessa categoria della possibilità.
La prima è fondamentale caratteristica dell’opera di Kierkegaard è la categoria della possibilità. Kierkegaard,
scopre metal in luce il carattere negativo di ogni possibile: qualunque possibilità, oltre ad essere “possibilità
che si” è sempre anche “possibilità che non” e quindi il nulla. Tutti i momenti salienti della vita appaiono
carichi di alternative terribili che finiscono per paralizzare. Egli stesso incarna la figura del “discepolo
dell’angoscia”. L’indecisione permanente è probabilmente il “pugnolo della carne” di cui Kierkegaard che fa
menzione nelle sue opere: l’impossibilità, o meglio l’incapacità, di ricondurre la propria vita a un compito o
ad un fine preciso e determinato.

Una seconda caratteristica del pensiero di Kierkegaard è nello sforzo di chiarire quali siano le possibilità
fondamentali o momenti della vita che costituiscono le alternative dell’esistenza, tra le quali l’individuo è
generalmente indotto a scegliere. Tra queste alternative il filosofo nella sua vita non sceglierà mai.

Il terzo elemento portante del pensiero di Kierkegaard è la fede cristiana, unica religione in cui il filosofo
intravede un’ancora di salvezza. Egli la vede come unica via per sottrarre l’essere umano all’angoscia e alla
disperazione che ne costituiscono l’esistenza.

LA CRITICA ALL’HEGELISMO
Si comprende, quindi, che la filosofia di Kierkegaard nasce come una forma di anti-hegelismo. In
contrapposizione alla ragione celebrata dall’idealismo hegeliano, il filosofo riafferma il primato del singolo,
cioè dell’esistente come tale. Egli accusa Hegel di aver trasformato il genere umano in un genere animale,
poiché negli animali il genere è superiore al singolo, mentre il genere umano presenta la caratteristica
opposta, per cui il singolo è superiore al genere. Alle pretese di oggettività de la filosofia hegeliana Kierkegaard
contrappone una riflessione soggettiva. Per Kierkegaard, infatti, uno dei compiti essenziali dei filosofi è quello
di inserire la persona singola nella ricerca filosofica: per questo motivo ha combattuto tutta la vita contro il
panteismo idealistico (cioè contro la pretesa di identificare l’uomo e Dio) affermando “l’infinita differenza
qualitativa” tra finito e l’infinito. Idealismo hegeliano abolisce l’individuo in quanto lo priva della capacità di
pensare, sostenendo piuttosto che è il pensiero a pensare se stesso attraverso l’individuo. E poiché soltanto
l’assoluto può pensare adeguatamente l’assoluto, quando l’essere umano lo pensa smarrisce la propria
identità e diventa egli stesso assoluto, perdendo la sua cifra singolare: per Kierkegaard questa idea è
inaccettabile, il soggetto che pensa non può mai venire meno.

L’esistenza dell’essere umano può essere ricondotta alla scelta: le questioni umane non si possono risolvere
con la filosofia astratta e la dialettica ma sono fatte di scelte concrete e del singolo. Questa dinamica è per
Kierkegaard dialettica. Secondo il filosofo resistenza umana si svolge attraverso stadi o momenti opposti che
l’individuo si trova di fronte come possibilità tra cui scegliere. Ma a differenza di Hegel, che tendeva a
conciliare gli opposti in una sintesi superiore, Kierkegaard pone l’uomo di fronte alla scelta di uno e
l’esclusione dell’altro. Per questo motivo si può affermare che la dialettica kierkegaardiana è “qualitativa”
perché si sviluppa a partire dalla concretezza della vita e si compie, non nella sintesi cioè dell’et-et, ma nella
drammaticità di un aut-aut.

GLI “STADI” ESISTENZIALI


Una prima alternativa tra due opposti di stadi esistenziali e quella realizzata nell’opera Aut-aut. L’opera
presenta l’alternativa tra la vita estetica e la vita etica e ciascuno di questi due stadi forma una vita a se e si
presenta all’essere umano come un’alternativa che esclude l’altra.
VITA ESTETICA La vita estetica è propria dell’uomo che vive nell’istante e nella ricerca continua del piacere.
L’esteta è per Kierkegaard colui che vive poeticamente, cioè nutrendosi di immaginazione e riflessione. Egli
vive la vita come un’opera d’arte dal quale è bandita la ripetizione. Per rappresentare lo stadio estetico,
Kierkegaard tratteggia la figura di Johannes (il protagonista del diario di un settore) e quella di Don Giovanni.

▪ Don Giovanni è colui che gode il piacere fisico, del possesso e della conquista materiale della donna
▪ Johannes è il seduttore intellettuale che vuole godere spiritualmente dei momenti in cui la sua
partner cede si abbandona all’amore

Al di là della sua apparenza la vita estetica è però condannata alla dispersione della propria identità, alla noia
e in ultimo alla disperazione. Il Don Giovanni, passando da una conquista ad un’altra, arriva a svuotare il suo
essere e a smarrire il significato della sua esistenza, non si definisce come una personalità stabile.

VITA ETICA La vita etica implica una stabilità che la vita estetica, in quanto ricerca della varietà, esclude.
Mentre la vita estetica non era frutto di una decisione, in essa l’individuo si lascia trascinare in balia del
piacere, è proprio dello stadio etico la scelta. L’individuo sceglie di assumere la responsabilità della propria
libertà e si impegna in un compito a cui rimane fedele. La vita etica è rappresentata dalla figura del marito.
Il matrimonio è visto come la realizzazione della vita etica, perché implica, sacrificio, fedeltà, dedizione
duratura. La persona etica inoltre vive del proprio lavoro. Esso costituisce la sua vocazione, e l’individuo che
sceglie la vita etica lavora con piacere, poiché il lavoro lo mette in relazione con altre persone e perché
adempie al proprio compito. Una volta effettuata questa scelta l’individuo scopre in sé una ricchezza infinita
poiché scopri di possedere una storia propria irripetibile in cui può davvero riconoscere la propria identità. In
virtù della ciotola vita etica l’individuo non può rinunciare neanche agli aspetti più dolorosi e crudeli della
vita. Nel riconoscersi in questi aspetti l’individuo si pente e da questo pentimento scaturisce l’insufficienza
dello stadio etico

VITA RELIGIOSA Pochi mesi dopo “Aut-aut” pubblica Timore e tremore in cui emerge la convinzione che il fine
ultimo dell’uomo consiste nella realizzazione della vita religiosa. Per raffigurare la vita religiosa Kierkegaard si
rifà al personaggio biblico di Abramo. Un giorno Abramo riceve da Dio l’ordine di uccidere il figlio Isacco
infrangendo così il più sacro tra i progetti morali. Il sacrificio di Isacco richiesto ad Abramo non deriva da una
esigenza morale, ma da un comando divino che contrasta con la legge morale. Scegliendo la fede in Dio e la
vita religiosa, l’essere umano sceglie di seguire comandi divini anche a costo di infrangere le norme morali e
giungere a una rottura totale con tutti gli altri uomini. Del resto, la fede non risponde a un principio generale
che possa avere per tutti, ma è un rapporto privato tra il singolo e Dio: essa è il dominio della solitudine. La
fede è inoltre incerta e rischiosa perché ci si affida a Qualcuno o a Qualcosa che non si può comprendere
(come si può essere sicuri di essere un “eletto”, colui al quale Dio ha dato il compito di sospendere la morale?).
La fede è appunto certezza angosciosa: l’angoscia dell’incertezza è la sola assicurazione possibile. Cè nella
fede una contraddizione insanabile. La fede è paradosso e scandalo: un paradosso e uno scandalo incarnati
nel Cristo che si deve riconoscere come Dio, mentre soffre e muore come un essere umano. Inoltre la fede
pone l’individuo di fronte a un bivio: credere o non credere. Se da un lato il singolo a dover scegliere, dall’altro
ogni iniziativa umana è esclusa perché Dio è tutto e da lui deriva anche la fede.

La vita religiosa rimane dunque caratterizzata da queste contraddizioni, che del resto costituiscono l’essenza
dell’esistenza umana: il dubbio, l’angoscia, la necessità e l’impossibilità di decidere.

Dal momento che esistere significa scegliere, per Kierkegaard significa che l’individuo ha infinite
possibilità
L’ANGOSCIA è la condizione generata nell’uomo dal possibile che lo costituisce. Essa è strettamente legata
con il peccato, ed è anzi a fondamento dello stesso peccato originale. Adamo resta “innocente” finchè resta
“ignorante” delle proprie infinite possibilità. A differenza del timore degli altri stati analoghi, l’angoscia non si
riferisce a nulla di preciso: essa è il puro sentimento della possibilità. Dal momento che l’angoscia è
strettamente connessa con il possibile, questa si rivela solo nel futuro. Il passato genera angoscia soltanto nel
caso in cui si ripresenti come possibilità futura, altrimenti genererebbe pentimento e non angoscia. L’angoscia
e strettamente legata alla condizione umana: se l’uomo avesse una natura animale o angelica non la
conoscerebbe. Non a caso l’angoscia è assente in quei momenti o in quelle forme di vita in cui l’essere umano
si rende simile agli animali: nelle condizioni di eccessiva felicità ad esempio. Essa è inoltre insuperabile perché
secondo Kierkegaard il possibile è infinto.

Se all’angoscia la condizione in cui è possibile opponi l’essere umano rispetto al mondo

LA DISPERAZIONE è la condizione in cui il possibile pone l’essere umano rispetto alla propria
interiorità, al proprio io. Se l’angoscia sorge dalla possibilità di fatti, circostanze, legami che
rapportano l’uomo al mondo, la disperazione è inerente al rapporto con cui l’io si pone con sé
medesimo. Perciò la disperazione è strettamente legata alla natura dell’io. L’uomo può essere
disperato in un duplice senso:

▪ Se vuole essere sé stesso, non giungerà mai all’equilibrio poiché finito e quindi insufficiente.
▪ Ma anche se non vuole essere sé stesso urta con un’impossibilità perché tale rapporto è
costitutivo.
La disperazione viene definita “malattia mortale” non perché conduce alla morte dell’io, ma perché consiste
nel vivere la morte dell’io: è il tentativo impossibile di negare la possibilità.

LA FEDE è la via per eliminare la disperazione: essa è la condizione in cui l’essere umano volendo essere se
stesso, non si illude di essere autosufficiente, ma riconosce la propria dipendenza da Dio. In questo rapporto
del singolo con l’assoluto risiede quello che Kierkegaard definisce lo “scandalo” del cristianesimo. L’uomo che
ha fede è un individuo completamente solo e impotente di fronte a Dio. La fede è, tuttavia, un aiuto che
non aiuta, poiché non è una precettistica che solleva l’essere umano dall’onere della scelta, non si sostituisce
a lui nel momento della decisione. La fede per Kierkegaard è assurdità, paradosso e scandalo che porta l’uomo
al di là di ogni possibile comprensione. Tutte le categorie religiose sono impensabili: impensabile è la
trascendenza di Dio, che implicando una distanza infinita tra l’essere umano nella divinità, esclude tra loro
qualunque familiarità; impensabile è l’idea di un Dio che si fa carne e muore per l’uomo.

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