Schopenhauer
↪ LA VITA
Nacque nel 1788 a Danzica, in Polonia. Viveva in una famiglia agiata: il padre, infatti, era un banchiere,
mentre la madre una scrittrice di romanzi, e desideravano che il figlio si dedicasse al commercio. Alla morte
del padre, frequentò l’Università di Gottinga. Si laureò a Jena con una tesi Sulla quadruplice radice del
principio di ragion sufficiente. Negli anni successivi visse a Dresda, dove lavorò alle sue prime opere, tra cui Il
mondo come volontà e rappresentazione.
Dopo un viaggio in Italia, tornò a Berlino dove fu abilitato come docente presso l’Università di Berlino, senza
avere però una vera passione per il suo lavoro. Per un breve periodo tornò in Italia, ma qualche anno dopo
rientrò nuovamente a Berlino, che però fu costretta a lasciare a causa di un epidemia di colera. Si trasferì a
Francoforte sul Meno, dove rimase fino alla morte nel 1860.
↪ LE OPERE
Tra le sue opere ricordiamo:
✿ Il mondo come volontà e rappresentazione
✿ Sulla volontà nella natura
✿ Parerga e Paralipomena, l’ultima opera.
Le sue opere non ebbero successo immediato a causa del pensiero pessimista e anti – idealistico (teoria
filosofica fondamentale in quel periodo): tuttavia, furono rivalutate dopo il 1848 quando l’Europa fu colpita da
un’ondata di pessimismo.
↪ LE RADICI CULTURALI
Il pensiero di S. si pone come punto d’incontro tra diverse esperienze filosofiche:
- da Platone lo attrae la teoria delle idee
- da Kant, che considera come il filosofo più grande e originale della storia, deriva l’impostazione
soggettivistica della gnoseologia
- dall’Illuminismo prende il filone materialistico e dell’ideologia
- dal Romanticismo trae l’irrazionalismo, l’importanza dell’arte e della musica, il tema dell’infinito e il
dolore. Tuttavia, mentre il Romanticismo mantiene una visione ottimistica della realtà, S. è orientato a una
visione pessimistica della realtà, di cui diventa uno dei maggiori teorici.
IL RIFIUTO DELL’IDEALISMO
Schopenhauer definisce il pensiero idealistico come una “bestia nera”, poiché ritiene che questo pensiero
non sia al servizio della verità, bensì di interessi volgari come successo e potere, e si propone di giustificare
soltanto le credenze che tornano utili alla Chiesa e allo Stato. In particolare, tra i portatori del pensiero
idealistico, S. criticò Hegel che descrisse come “sicario della verità” e “ciarlatano pesante e stucchevole”.
L’INTERESSE PER IL PENSIERO ORIENTALE
Il filosofo fu avviato alla sapienza dell’antico Oriente dal maestro Friedrich Majer: infatti, Schopenhauer fu il
primo filosofo occidentale a tentare il recupero di alcuni motivi dell’estremo Oriente.
Tuttavia, alcuni studiosi hanno provato come il pensiero di Schopenhauer non sia stato condizionato dal
pensiero orientale, ma si sviluppò prima e indipendentemente dal suo incontro con esso: si parla quindi di una
sintonia con esso.
↪ IL VELO INGANNATORE DEL FENOMENO
Per sviluppare il suo pensiero filosofico, Schopenhauer parte dalla distinzione tra “fenomeno”, ossia “ciò che
appare”, e “noumeno”, “ciò che è”.
Mentre per Kant il fenomeno era l’unica realtà accessibile all’uomo e il noumeno rappresentava un concetto –
limite della coscienza umana; per Schopenhauer, il fenomeno è ILLUSIONE e SOGNO, ossia il “velo
ingannatore” di cui parla la filosofia orientale (velo di Maya), mentre il noumeno è la realtà che si “nasconde”
dietro il velo ingannatore del fenomeno e che il filosofo ha il compito di scoprire.
Inoltre, mentre per Kant il fenomeno è oggetto della rappresentazione, in quanto si manifesta anche al di fuori
della coscienza; per Schopenhauer, il fenomeno è la rappresentazione soggettiva, cioè esiste solo dentro la
coscienza.
Quindi, se il fenomeno costituisce “ciò che appare a me” è indispensabile che vi sia pure io: difatti, la
rappresentazione presenta 2 aspetti essenziali e inseparabili: il soggetto rappresentante (io) e l’oggetto
rappresentato (ciò che appare a me), che vengono considerate come due facce della stessa medaglia.
LE FORME A PRIORI DELLA CONOSCENZA
Così come Kant, anche Schopenhauer ritiene che la nostra mente si basi su delle forme a priori e ne riconosce
3: spazio, tempo e causalità. Quest’ultima è considerata anche come l’unica categoria, in quanto secondo
Schopenhauer tutte le altre sono riconducibili ad essa.
La causalità, inoltre, assume forme diverse a seconda degli ambiti in cui opera: può manifestarsi come
principio del divenire, del conoscere, dell’essere e dell’agire.
Quando l’uomo conosce tramite le forme a priori, non conosce la realtà in sé, poiché secondo Schopenhauer
le forme a priori sono come dei vetri sfaccettati attraverso cui l’uomo vede la realtà deformata, quindi “la vita
è un sogno”, cioè un tessuto di apparenze.
L’uomo, però, ha una tendenza innata ad interrogarsi sulla realtà in sé, mentre gli altri esseri viventi non si
pongono queste domande metafisiche → per questo, S. considera l’uomo un “animale metafisico”.
↪ TUTTO E’ VOLONTÀ (NOUMENO)
A differenza di Kant, che pensava non esistesse un modo per accedere al noumeno, Schopenhauer afferma di
aver individuato una via d’accesso. Secondo Schopenhauer, abbiamo la possibilità di raggiungere il noumeno
andando aldilà della rappresentazione fenomenica della realtà grazie alla corporeità e alla volontà di vivere.
→ Il corpo diventa un mezzo attraverso il quale l’uomo squarcia il velo di Maya e raggiunge il noumeno, ma
anche la rappresentazione esteriore dell’insieme delle nostre brame interiori, che ci spingono ad esistere e ad
agire. Da tale osservazione, darà il titolo alla sua opera più famosa Il mondo come volontà e rappresentazione.
Inoltre, egli afferma che la volontà di vivere non è soltanto il mondo in cui l’uomo raggiunge il noumeno, ma è
anche l’essenza segreta di tutte le cose, ossia la cosa in sé dell’universo che viene svelata.
Infatti, tutti gli esseri viventi sono pervasi dalla volontà di vivere, ma in forme diverse e secondo gradi di
consapevolezza diversa: dalla materia organica, in cui si manifesta in modo inconscio, all’uomo, in cui è
pienamente consapevole.
DALL’ESSENZA DEL MIO CORPO ALL’ESSENZA DEL MONDO
Ciò che rende possibile l’estensione della mia essenza a quella del mondo, e quindi alla volontà di vivere,
consiste nel fatto che nel momento in cui io vivo il mio corpo, mi sottraggo alle forme a priori di spazio,
tempo e causalità, poiché mi impediscono di conoscere il noumeno. Quindi, mi privo degli strumenti che
distinguono i fenomeni. Parliamo di “fenomeni” al plurale, in quanto spazio e tempo distinguono cose
molteplici, mentre di “noumeno” al singolare, in quanto non sono più presenti spazio e tempo. Quindi, nel
momento in cui individuo la volontà come mezzo per conoscere il noumeno, non considero più soltanto la mia
realtà, bensì quella dell’universo.
Inoltre, il filosofo considera l’io come l’unione di coscienza, volontà e corpo. Mentre alcuni critici ritengono
che S. abbia fuso coscienza e corpo senza adeguata mediazione, altri considerano il filosofo come colui che ha
rivalutato l’individuo nella sua interezza e non come parti singole e divise tra loro.
I CARATTERI E LE MANIFESTAZIONI DELLA VOLONTÀ’ DI VIVERE
La volontà di vivere presenta caratteri contrapposti alla rappresentazione, in quanto è priva delle forme a
priori:
- è inconscia, poiché è intesa non come “volontà cosciente”, ma si riferisce al concetto generale di “energia,
impulso” (→ forza di vivere).
- è unica, poiché è al di fuori dello spazio e del tempo, che hanno la prerogativa di dividere e di moltiplicare gli
enti, quindi si sottrae a ciò che i filosofi del Medioevo chiamano “principio di individuazione”. Ossia, come
afferma Schopenhauer, la volontà di vivere è in una quercia così come in un milione di querce.
- è eterna ed indistruttibile, in quanto non ha né inizio né fine.
- è incausata e senza scopo, in quanto va al di là della causalità e consiste in una forza libera e cieca.
Pertanto, milioni di esseri (vegetali, animali, umani) vivono solo per vivere e continuare a vivere. Secondo S.,
questa è la crudele verità sul mondo, in quanto gli uomini hanno inventato la concezione di “Dio” per dare
uno scopo alla loro vita, ma nella visione di Schopenhauer Dio non può esistere e l’unico assoluto è la volontà
stessa, i cui caratteri sono gli stessi conferiti a Dio.
Schopenhauer ritiene che la volontà di vivere si manifesti attraverso 2 fasi:
1) consiste in una manifestazione platonica, in quanto la volontà di vivere si manifesta nelle “idee”, le quali
sono immutabili, a – spaziali, a – temporali.
2) si manifesta negli individui del mondo naturale che rappresentano la moltiplicazione delle idee.
Tra gli individui e le idee esiste un rapporto di copia-modello, per cui i singoli esseri risultano semplici
riproduzioni di un prototipo originario che è l’idea.
A sua volta, il mondo delle realtà naturali è suddiviso in gradi in ordine ascendente in una piramide cosmica:
alla base, ossia nel grado più basso, vi sono le forza generali della natura, mentre alla punta vi è l’uomo, nel
quale la volontà di vivere diviene pienamente consapevole.
In un certo senso, però, Schopenhauer considera l’uomo come un “animale malaticcio”, in quanto nell’uomo
prevale la ragione, che però è meno efficace dell’istinto.
(- le idee; - la gerarchia degli enti naturali; - la volontà auto-consapevole dell’uomo).
↪ IL PESSIMISMO
Secondo il filosofo, < la vita è dolore > in quanto volere significa desiderare e desiderare significa trovarsi in
uno stato di tensione per la mancanza di qualcosa. Poiché nell’uomo la volontà è cosciente, e quindi più
“affamata”, l’uomo è l’essere più bisognoso, che non potrà mai essere appagato.
Dunque, ciò che gli uomini chiamano “godimento” o “gioia”, in realtà, è una cessazione del dolore, in quanto,
secondo S. per provare piacere è necessario che prima vi sia uno stato di tensione. Al contrario, un uomo può
sperimentare una catena di dolori senza esser seguiti da piacere. Quindi, vi può essere il dolore senza piacere,
ma non il piacere senza dolore. Per questo motivo, il dolore viene considerato come una realtà durevole, al
quale subentra il piacere, che è momentaneo. Nel momento in cui non vi è né uno stato di tensione, né di
piacere, subentra la noia.
La vita umana, per S., è come un pendolo che oscilla incessantemente tra dolore e noia, passando per
l’intervallo fugace e illusorio del piacere.
Il pessimismo di Schopenhauer è definito “pessimismo cosmico”, in quanto il dolore non riguarda solo
l’essere umano, ma investe ogni creatura. Ma l’uomo soffre più intensamente in quanto è più consapevole, e
quindi sarà destinato a sentire di più la tensione e a patire di più l’insoddisfazione e il dolore dei suoi desideri.
Infatti, Schopenhauer afferma che “più intelligenza avrai, più soffrirai”.
L’ILLUSIONE DELL’AMORE
L’amore, inteso come amore generativo o éros, per S. non è altro che il mezzo attraverso cui la natura induce
gli individui a perpetuare la vita, in quanto è uno degli stimoli più forti dell’esistenza. Dunque, il fine
dell’amore è solo quello dell’accoppiamento, ed è per questo che è accompagnato da piacere che fa credere
all’uomo di realizzare il suo godimento, ma in realtà è soltanto lo zimbello della natura, in quanto procreando
porta avanti la vita e quindi il dolore. Secondo tale concezione, tuttavia, non c’è amore senza sessualità, ed è
per questo che viene considerato come “peccato” o “vergogna”, poiché è il maggiore dei delitti (procreare
creature destinate alla sofferenza), e quindi l’unico amore da elogiare è la pietà.
↪ LA CRITICA ALLE VARIE FORME DI OTTIMISMO
Per smascherare le menzogne con cui gli uomini tentano di celare la realtà crudele del mondo, utilizza la
“tecnica dello smascheramento”, infatti egli è considerato uno dei “maestri del sospetto”, come Marx,
Nietzsche e Freud.
IL RIFIUTO DELL’OTTIMISMO COSMICO
Uno degli oggetti delle sue critiche fu l’ottimismo cosmico, un concetto filosofico che era diffuso nel periodo
in cui visse Schopenhauer, e consisteva nell’interpretare il mondo come un organismo perfetto, governato da
Dio o da una Ragione immanente. Questa visione, pur essendo “consolatrice”, risulta falsa poiché la vita è
un’insieme di forze irrazionali e il mondo è il teatro dell’illogicità e della sopraffazione.
Dunque, criticando questa visione provvidenziale, anticipa l’ateismo filosofico che verrà poi approfondito da
Nietzsche.
IL RIFIUTO DELL’OTTIMISMO SOCIALE
Un’altra critica che fa Schopenhauer è quella nei confronti della bontà e socievolezza dell’uomo. Secondo il
filosofo, infatti, gli uomini non vivono insieme non per simpatia o innata socievolezza, ma soprattutto per
bisogno. E se esiste uno Stato con delle leggi è soltanto per garantire all’uomo la possibilità di proteggersi
dall’aggressività degli altri individui,
IL RIFIUTO DELL’OTTIMISMO STORICO
Critica anche ogni forma di storicismo: ossia tutte quelle visioni che vedono la storia come una scienza da cui
l’uomo può trarre insegnamento. Secondo Schopenhauer, in realtà, la storia è soltanto un susseguirsi di uno
stesso dramma che accomuna tutti gli uomini, motivo per cui il vero ruolo della storia è quello di offrire
all’uomo la coscienza di sé e del proprio destino.
↪ LE VIE DELLA LIBERAZIONE DAL DOLORE
Schopenhauer afferma che l’esistenza, poiché costituita sostanzialmente da dolore, è una cosa che si impara
poco per volta a non volerla. Nonostante ciò, S. rifiuta e condanna il suicidio, per 2 motivi:
1. perché, secondo il filosofo, il suicidio rappresenta un atto di forte affermazione della volontà di vivere, in
quanto il suicida vuole vivere, solo che non è soddisfatto della situazione in cui si trova , quindi piuttosto che
rifiutare la volontà, rifiuta la vita.
2. perché il suicidio non uccide la cosa in sé che fa soffrire l’individuo, ma soltanto l’individuo stesso. Quindi
quella cosa avrà modo di manifestarsi in qualcun altro recando sofferenza e dolore; come il sole, che
tramontato da un lato, sorge da un altro.
Pertanto, secondo Schopenhauer, l’unico modo per liberarsi dal dolore è quella di liberarsi dalla stessa
volontà di vivere. Nel momento in cui, nell’uomo avviene la “coscienza di sé” la voluntas, ossia la volontà di
vivere, diventa noluntas, cioè la negazione di sé stessa.
→ Le vie della liberazione dal dolore sono 3: l’arte, la morale e l’ascesi.
↪ L’ARTE
Per Schopenhauer costituisce una via di liberazione dal dolore in quanto essa rappresenta la contemplazione
delle idee, ossia la conoscenza libera, disinteressata e illimitata.
Proprio per questo, l’arte viene considerata catartica, poiché riesce a sottrarre l’individuo alla catena infinita
di bisogni e desideri quotidiani e gli permette di contemplare la vita, piuttosto che viverla, andando oltre il
dolore, lo spazio e il tempo.
Le varie arti corrispondono alle diverse manifestazioni della volontà, dunque le possiamo ordinare
gerarchicamente: nel livello più basso, vi è l’architettura (che si manifesta nella materia organica), fino ad
arrivare alla scultura, alla pittura e alla poesia.
Tra le arti spiccano:
→ la tragedia, che costituisce l’auto – rappresentazione del dramma della vita.
→ la musica, che rappresenta l’arte più profonda e universale, e che S. definisce come “la metafisica in suoni”,
in quanto è capace di metterci in contatto con le radici della vita e dell’essere.
Ma la funzione liberatrice dell’arte è temporanea e parziale, come un breve incantesimo, quindi costituisce un
semplice conforto alla vita.
↪ LA MORALE
Poiché l’arte è temporanea, la liberazione dal dolore necessita di un altro passaggio, costituito dalla morale,
che consiste in un sentimento di pietà o compassione nei confronti del prossimo e si concretizza in 2 virtù
cardinali: - la giustizia, che è la volontà di non fare del male al prossimo e – la carità, che è la volontà di fare
bene. La morale, tuttavia, libera dall’egoismo da non dal dolore, quindi serve un ulteriore passaggio, l’ascesi.
↪ L’ASCESI
Essa consiste nel cessare di volere la vita e il volere stesso, , cioè si propone di estirpare il proprio desiderio di
esistere, di godere e di volere. L’individuo deve raggiungere la “castità perfetta”, costituita dalla rinuncia ai
piaceri, con l’umiltà, il digiuno, la povertà, il sacrificio, le quali hanno lo scopo di sciogliere la volontà di vivere
dalle proprie catene. Queste pratiche consentono di raggiungere quello che è il nirvana buddista, ovvero
l’esperienza del “nulla” : ma il nulla, secondo il punto di vista Orientale, non si riferisce a un niente, bensì un
nulla relativo al mondo, ossia la negazione del mondo stesso.