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Rocce

Il documento tratta della giacitura e delle deformazioni delle rocce, analizzando la stratigrafia e la tettonica. La stratigrafia studia l'ordine di formazione delle rocce e le facies sedimentarie, mentre la tettonica esamina le deformazioni causate dai movimenti della crosta terrestre. Vengono descritti i principi stratigrafici, le trasgressioni e lacune, le faglie e le pieghe, evidenziando come le rocce rispondano a sforzi e condizioni ambientali.

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Il documento tratta della giacitura e delle deformazioni delle rocce, analizzando la stratigrafia e la tettonica. La stratigrafia studia l'ordine di formazione delle rocce e le facies sedimentarie, mentre la tettonica esamina le deformazioni causate dai movimenti della crosta terrestre. Vengono descritti i principi stratigrafici, le trasgressioni e lacune, le faglie e le pieghe, evidenziando come le rocce rispondano a sforzi e condizioni ambientali.

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LA GIACITURA E LE DEFORMAZIONI DELLE ROCCE

1. LA STRATIGRAFIA E LA TETTONICA
Lungo qualunque incisione naturale è facile riconoscere:
• Rocce sedimentarie: ci appaiono in strati regolarmente disposti l’uno sull’altro, distese anche per
km senza che cambi la loro natura.
• Rocce magmatiche intrusive: appaiono massicce e senza stratificazioni. Magmatiche perché si
formano dal magma che si trova in profondità. Nel loro affioramento potremmo riconoscere uno di
quegli ammassi a forma di cupola, chiamati BATOLITI, così grandi da formare un monte intero.
Le rocce sulla superficie terreste mostrano tra loro dei COMPLESSI RAPPORTI
GEOMETRICI che, per numerose applicazioni, è necessario conoscere e indagare.
• STRATIGRAFIA: fornisce gli strumenti per risalire alle GIACITURE ORIGINARIE delle
rocce e all’ORDINE con cui si sono formate
• TETTONICA: studia invece le DEFORMAZIONI che interessano le rocce dopo la loro
formazione, in conseguenza dei MOVIMENTI DELLA CROSTA TERRESTRE

2. ELEMENTI DI STRATIGRAFIA
La stratigrafia è quella parte delle scienze geologiche che ha come obiettivo la ricostruzione della storia
della terra attraverso la ricostruzione dell’ordine in cui si sono formate nel tempo le rocce.

CAMPI DI INTERESSE:
Studia le formazioni geologiche (corpi rocciosi consistenti in un certo numero di strati rocciosi, che proprio
grazie alle loro caratteristiche risultano ben distinti da altri corpi rocciosi con cui sono in contatto).
La formazione di rocce sedimentarie può essere compatta, cioè senza suddivisioni al suo interno o
stratificata, con suddivisioni al suo interno. A sua volta uno strato può avere spessore variabile (da
pochi ad alcuni cm). Questo è l’unità più piccola di una serie rocciosa ed è delimitato da superfici di
discontinuità parallele fra loro dette piani di stratificazione.

2.1 Le Facies Sedimentarie


Il termine FACIES, indica proprio l’insieme delle caratteristiche di una roccia (aspetto). La facies
dipende quindi, dalle caratteristiche dell’ambiente in un cui la roccia si è formata.
Le facies si suddividono in 3 gruppi:

1. Facies Continentali:
Sono rocce a diretto contatto con l’aria. Appartenenti a questa categoria troviamo:
• Facies fluviali, createsi da materiali deposti da un fiume sul “greto”, parte asciutta del letto di un
fiume. Esempio: il Po ha coperto (di ghiaia, sabbie e argille) la Pianura Padana.
• Facies moreniche, create da ammassi di residui abbandonati dai ghiacciai dove, con la fusione del
ghiaccio si accumulano ciottoli e polveri. Tali ammassi (le morene), si riconoscono per l’aspetto
caotico: ciottoli di ogni genere e dimensione, a volte anche incisi da sottili strie (Alpi).
• Facies desertiche, createsi da collinette sabbiose accumulate dal vento su aree a clima arido,
soggette a continui spostamenti per opera del vento, motivo per cui possono assumere forme e
dimensioni diverse.
2. Facies di Transizione:
Sono tipiche della fascia di passaggio dalle terre emerse al mare. Rientrano in questa categoria:
• Facies palustri. Si formano per la mescolanza dell’acqua marina con l’acqua dolce proveniente dai
rilievi montuosi.
• Facies lagunari. Tipiche dei bracci di mare rimasti isolati per lo sviluppo di barre sabbiose e collegati
con il mare aperto da alcuni canali naturali.
• Facies d’estuario e di delta. Si ritrovano dove un fiume sfocia in mare.
• Facies delle dune costiere. Formata da sabbia trasportata dal vento e deposta lungo la spiaggia,
perciò simile alla facies desertica.
3. Facies Marine:
Sono tra le più diffuse e possono essere schematicamente raggruppate in 3 grandi suddivisioni, così come si
incontrano procedendo dalla costa verso il mare. Ne fanno parte:
• Facies litorali. Tipiche della fascia costiera, con pochi decimetri o al massimo qualche metro d’acqua
e fondali sabbioso-argillosi, poveri di vita vegetale e animale.
• Facies neritiche. Vi si trovano fondi sabbiosi o fondi rocciosi, con scogli. Se non vi sono in prossimità
sbocchi di grandi fiumi e se le condizioni climatiche lo consentono, vi si sviluppano praterie di alghe
e coralli. Risultano essere, quindi, ambienti ricchi di organismi.
• Facies pelagiche. Caratterizzate dalla deposizione di argille e fanghi di vario tipo (calcarei, silicei,
ecc.) in cui si trovano resti di microorganismi.
I sedimenti delle facies marine, soprattutto quelle meno vicini alla costa, si accumulano strato su
strato per centinaia di metri nei cosiddetti torbiditi a causa di un meccanismo definito come corrente di
torbida (corrente sottomarina che trasporta i detriti lungo il pendio della scarpata continentale).
Il passaggio lungo la superficie terrestre, da un tipo di facies a un altro può avvenire bruscamente o
in modo graduale e sfumato, si parla quindi di eteropia di facies.

2.2 I Principi della Stratigrafia


Come si è formata una certa roccia? Dopo la sua formazione è rimasta intatta o ha subito qualche
trasformazione o spostamento? Di due rocce affiancate, ma diverse, quale si è formata prima e
quale dopo? O si sono formate contemporaneamente?
Per poter rispondere a tali domande bisogna conoscere i Principi della Stratigrafia

1. Principio di orizzontalità originaria:


Secondo tale principio i sedimenti si depositano, di regola, in strati pressoché orizzontali e, una
volta divenuti rocce, dovrebbero continuare ad apparire come strati più o meno orizzontali.
Tale principio fu messo in luce da Niccolò Stenone, anatomista e naturalista del Seicento che
studiò a lungo la geologia della Toscana, il quale riteneva che dalla storia geologica di un’area si
potesse risalire allo studio di come si presentano oggi le rocce che vi affiorano. L’applicazione di tale
principio è immediata: se gli strati che stiamo osservando ci appaiono inclinati o verticali o incurvati,
si deve concludere che essi hanno assunto la giacitura attuale come conseguenza di movimenti
della crosta avvenuti dopo la loro formazione.

2. Principio di sovrapposizione stratigrafica:


Tale principio spiega che in una successione di rocce sedimentarie lo strato più profondo è il più
antico. Se al di sopra di un certo spessore si trovano altri strati, diversi da quelli sottostanti per
natura, essi si sono formati in un ambiente diverso. Al momento della loro deposizione questi nuovi
strati hanno quindi ricoperto quelli depositatisi in precedenza.

3. Principio di intersezione:
Supponiamo che gli strati risultino attraversati da un filone magmatico, cioè da materiale risalito
allo stato fuso lungo una spaccatura della crosta terrestre e poi solidificatosi fino a formare una
roccia intrusiva. Il filone si è formato necessariamente dopo le rocce entro cui è penetrato.
Tale principio dice che intrusioni di magma che tagliano altre rocce sono più giovani di queste.
Questo si applica anche alle fratture o rotture che attraversano le rocce.

2.3 Il mare va e viene: trasgressioni e lacune


Osservando gli strati rocciosi di una montagna, capita molto spesso di riscontrare che l'area venne
sommersa una o più volte dal mare, e che altrettante volte rimase emersa per periodi più o meno lunghi.
Il ritiro del mare da un’area sommersa avviene per sollevamento della regione dovuto a movimento
della crosta, anche se talora può verificarsi per abbassamento del livello del mare. Tale fenomeno
prende il nome di regressione. Il processo inverso, nel quale il mare avanza ricoprendo un’area emersa,si
chiama trasgressione ed è anch’esso altrettanto variabile. Prendiamo in esempio Hutton, iniziatore della
Geologia moderna. Egli riconobbe che gli strati inferiori si erano formati in mare, dato che
contenevano dei fossili caratteristici. In accordo con il principio di orizzontalità originaria, essi
dovevano essersi formati come strati orizzontali. Per il principio di sovrapposizione, Hutton
concluse che quegli strati erano i più antichi della serie stratigrafica. Successivamente, gli stessi
strati erano stati sollevati e deformati fino ad emergere ed assumere la giacitura quasi verticale che
mostrano ancora oggi. In seguito l’area era stata quasi del tutto spianata dagli agenti erosivi (fiumi),
finché sulla superficie irregolare dovuta all’erosione si erano accumulati strati di nuove rocce
sedimentarie. Queste rocce appartenevano ad una facies continentale: un ambiente arido costellato
di laghi e lagune. Nel caso descritto, la successione di eventi ha fatto sì che gli strati più antichi e
quelli più recenti mostrino giaciture diverse. Questo aspetto è descritto come discordanza angolare.
Nella storia geologica di qualunque regione, essa mette in luce che nel passato quella regione è
stata sollevata e deformata fino a diventare una zona emersa, in genere sotto forma di catena
montuosa; è stata poi erosa fino ad essere quasi spianata: infine, dopo che qua e là si sono formati
nuovi depositi continentali, sull’antica superficie spianata è tornato il mare e si sono accumulati
nuovi sedimenti.
Possiamo quindi dedurre tali concetti:
Discordanza angolare: gli strati più antichi si sono formati in mare ma in seguito si sono sollevati
fino ad emergere e ad assumere la giacitura quasi verticale di adesso.
Discordanza semplice: gli strati rimangono tutti paralleli
Lacuna di sedimentazione: intervallo di tempo in cui si è avuta erosione e non si sono deposte
nuove rocce.
3. ELEMENTI DI TETTONICA
Un ammasso roccioso sottoposto a sforzo può subire un
trasporto, cioè una traslazione in blocco su una certa distanza, o
una deformazione interna, con cambiamenti di forma.

3.1 Come si deformano le rocce


Il tipo di deformazione e le strutture che derivano dalla deformazione sono legate al modo in cui si
comportano i corpi solidi sottoposti ad uno sforzo. La natura delle rocce influisce sul loro comportamento.
Troviamo:
- rocce che appaiono rigide, cioè si comportano in modo elastico, ma fragile: oltre un certo valore
dello sforzo, si rompono (basalti);
- altre che si comportano tipicamente in modo plastico o duttile: anche con un piccolo sforzo, si deformano
in modo permanente (argille).
Elementi che caratterizzano la deformazione:

1. Pressione litostatica: dovuta al carico delle rocce che la circondano, e tale pressione aumenta con la
profondità. Una roccia posta in profondità entro la crosta richiede una sollecitazione maggiore per
rompersi, mentre può, con maggiore facilità, deformarsi plasticamente.

2. Temperatura: all’aumentare della temperatura diminuisce l’intervallo di elasticità e risulta facilitato


un comportamento plastico.

3. Presenza di fluidi: può abbassare il limite di elasticità e facilita quindi la comparsa di deformazioni
plastiche.

4. Velocità di deformazione: materiali che si comportano in modo fragile (cioè si rompono) quando
vengono sollecitati bruscamente, si comportano in modo plastico se la sollecitazione agisce per
lunghi tempi. Possiamo quindi concludere che, in generale, le rocce manifestano un comportamento elastico
con temperature e pressioni di carico basse, quindi:
- le rocce sottoposte a sforzi a modeste profondità nella crosta tendono a rompersi o a fratturarsi;
- a profondità maggiori nella crosta, che comportano temperature e pressioni più elevate, le stesse
rocce sottoposte a sforzi tendono a piegarsi.

3.2 Quando le rocce si rompono: le faglie


Se lo sforzo applicato è abbastanza intenso, tra le due parti diversamente sollecitate si forma una
lunga e profonda lacerazione ed esse scivolano per decine o centinaia di metri l’una rispetto all’altra.
Se, esauritosi il fenomeno, le due parti risultano reciprocamente spostate, le frattura viene detta faglia. La
superficie lungo cui si è verificato il taglio si chiama piano di faglia, e a volte appare perfettamente levigata.
Le rocce ai lati della faglia, sgretolate dalla frizione vengono definite brecce di frizione. L’entità dello
spostamento di una parte rispetto all’altra si chiama rigetto e può variare da qualche
decina di centimetri fino a centinaia o migliaia di metri.
Le faglie vengono distinte in base a come è avvenuto il movimento reciproco delle due parti. La direzione
del movimento si capisce dalle strie, cioè dalle sottili incisioni che si producono sul piano di faglia per il
forte attrito fra i due blocchi in movimento. Si distinguono:

1. Faglie con piano di taglio inclinato, a loro volta divise in dirette o inverse.
Faglia diretta quando il blocco di rocce che si trova sopra il piano di taglio risulta spostato verso il basso
rispetto a quello contiguo (tettonica distensiva);
Si parla di faglia inversa quando il blocco di rocce che si trova sopra il piano di taglio risulta
spostato verso l’alto rispetto a quello contiguo (tettonica compressiva).

2. Faglie con piano di taglio verticale: il movimento può


avvenire lungo la verticale e questo si può dedurre dalla
direzione delle strie. Si parla di faglia trascorrente quando i
due settori sono scivolati l'uno accanto all’altro in direzioni
opposte, lungo un piano di taglio verticale. Le faglie sono raramente isolate e di regola sono associate in
sistemi.
Una tipica associazione di faglie dirette è quella che determina una fossa tettonica: in questo caso due
sistemi paralleli di faglie disposte a gradinata provocano l’abbassamento della striscia di crosta.
Se due o più fosse tettoniche si fiancheggiano, i settori che le separano, rimasti relativamente
sollevati, prendono il nome di pilastri.
3.3 Quando le rocce si flettono: le pieghe
Molte rocce, come le argille o il gesso, sono caratterizzate da ampi intervalli di plasticità. Possono
comportarsi in questo modo anche rocce più rigide (come i calcari) purché siano ben stratificate. I
numerosi piani di stratificazione facilitano infatti il piegamento. Molte altre rocce acquistano
invece un comportamento plastico se si trovano in profondità entro la crosta, sotto un notevole
carico e a temperature elevate. In ogni caso, se le sollecitazioni rimangono entro l’intervallo di
plasticità di una roccia, il risultato sarà una deformazione senza interruzione degli strati, che si
manifesta sotto forma di diversi tipi di pieghe, le più frequenti sono le successioni di anticlinali e sinclinali. Le
prime sono pieghe con la convessità rivolta verso l'alto, le ultime sono invece pieghe con convessità verso il
basso.
Ritroviamo altre tipologie, sempre importanti, di pieghe:

3.4 Quando le rocce si accavallano: sovrascorrimenti e falde


Nel caso di spinte che agiscano nella crosta con grande intensità o molto a lungo, può avvenire che
una grande piega si rovesci completamente sopra una piega contigua (vicina). In questo caso si parla di
sovrascorrimento.
Se il fenomeno è particolarmente ampio da assumere dimensioni di regione, allora si parla di falde e
ricoprimento. I terreni sovrascorsi, che possono perdere ogni collegamento con la zona in cui è iniziato il
movimento, vengono chiamati ALLOCTONI. I terreni su cui è avvenuto il sovrascorrimento, se non si sono
spostati dal luogo di origine, si definiscono AUTOCTONI.
L'incisione che permette di osservare la serie sottostante, coperta dai terreni sovrascorsi prende il nome di
finestra tettonica.
Amplissime coltri sovrascorse una sull’altra si osservano nelle Alpi e negli
Appennini, o anche in altre parti del mondo come Himalaya e Montagne Rocciose. Nelle Alpi si
estendono dalla Liguria fin oltre il confine con l’Austria, mentre per quanto riguarda gli Appennini,
si estendono dalla Liguria alla Sicilia.

4. CICLO GEOLOGICO
Attraverso l’analisi delle rocce è possibile ricomporre la successione delle formazioni, dalla più antica alla più
giovane, che quindi, rappresentano la storia geologica di quell’area. Tali successioni vengono chiamate serie
stratigrafiche e rappresentate graficamente sotto forma di colonna stratigrafica. Il principio di
sovrapposizione fornisce l'ordine cronologico degli eventi. L’analisi delle rocce quindi permette la
ricostruzione di diversi ambienti. Da questa ricostruzione possiamo dedurre che la storia del pianeta si può
scandire in “CAPITOLI”, o meglio in cicli: ogni ciclo geologico (Ciclo di Hutton) si sussegue in più fasi:
1. FORMAZIONE DI ROCCE soprattutto sedimentarie, in genere sul fondo del mare (litogenesi);
2. DEFORMAZIONE TETTONICA di quelle stesse rocce per movimenti della crosta con sviluppo dei magmi
e metamorfismo, con seguente sollevamento di catene montuose (tettogenesi);
3. DEMOLIZIONE ED EROSIONE delle strutture prodotte dalla deformazione tettonica, fino allo
spianamento della superficie. Dopo tempi lunghissimi il mare può ricoprire la superficie di erosione: inizia
così una nuova fase di accumulo di rocce, alla quale seguirà un’altra fase di deformazioni, e così via…
Hutton, verso la fine del ‘700, presentò questa sua scoperta come una storia senza fine, nella quale
non riusciva a riconoscere “tracce di un principio, né indizi di una fine”.

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