Parini
iuseppe Parino (che più tardi preferì modificare il proprio cognome in Parini) nacque il 23 maggio
1729 a Bosisio, un piccolo comune oggi in provincia di Lecco, da un piccolo commerciante di
famiglia borghese di modeste condizioni (il padre era un settario). Dopo i primi studi, a dieci anni li
condusse a Milano presso una corte, che, più tardi nel marzo 1740, gli lasciò una piccola rendita
annuale, a condizione che si divenisse sacerdote: così il giovane, pur senza vocazione, intraprese la
carriera ecclesiastica (era in effetti questa l'unica via attraverso cui, allora, i ragazzi con poche
risorse economiche potevano accedere agli studi). Nel 1752 pubblicò una raccolta di liriche
intitolata Alcune poesie di Ripano Eupilino (Ripano era l'anagramma di Parino, Eupili il nome latino
del lago di Pusiano, presso cui il poeta era nato), che contribuirono a farlo conoscere negli
ambienti letterari e gli permisero di entrare a far parte dell'Accademia dei Trasformati. Era questo
uno dei centri più importanti della cultura milanese, in cui si incontrò la nobiltà più aperta alle
nuove istanze illuministiche, con posizioni però moderate, lontane dagli atteggiamenti polemici ed
eversivi dell'Accademia dei Pugni (p. 147) dei fratelli Verri e di Cesare Beccaria (A1, p. 195);
posizioni che si riflettevano anche in campo letterario, in quanto l'obiettivo fondamentale dei
Trasformati era quello di conciliare le esigenze di una cultura moderna, civilmente impegnata, con
la tradizione classica. Il giovane Parini incontrò così un ambiente culturale che rispondeva
perfettamente ai suoi orientamenti ideologici e letterari.
Nel 1754 fu ordinato sacerdote ed entrò al servizio del duca Gabrio Serbelloni, come precettore dei
figli (anche questa era una condizione tipica dei preti poveri del tempo, che non avevano altri
mezzi per vivere). In questo modo ebbe l'occasione di conoscere dall'interno il mondo
dell'aristocrazia milanese, che di li a poco avrebbe rap-presentato satiricamente nelle sue opere. In
seguito a una discussione con la duchessa Maria Vittoria, che a suo parere aveva trattato troppo
bruscamente la figlia del maestro di musica, nel 1762 Parini si laureò in casa Serbelloni, e l'anno
dopo divenne precettore di Carlo Imbonati, il giovane figlio del conte Giovanni Maria (colui che
aveva riportato in vita l'Accademia dei Trasformati), conservando l'incarico fino al 1768.
Nel frattempo, oltre ad alcune odi di argomento civile, aveva pubblicato due poeti satirici contro la
nobiltà oziosa e improduttiva, Il Mattino (1763) e Il Mezzogiorno (1765), che gli fecero ottenere
grande prestigio. Il governo austriaco della Lombardia, impegnato nelle riforme promosse
dall'imperatrice Maria Teresa (i quali, tra l'altro, tendevano a colpire i privilegi feudali della nobiltà,
p. 138), vedeva favorevoli gli intellettuali di orientamento avanzato e tendeva a offrire loro incarichi
di grande responsabilità. Così, nel 1768, Parini fu chiamato a dirigere la "Gazzetta di Milano", e
l'anno successivo divenne professore di "belle lettere" nelle Scuole Palatine (le scuole pubbliche
istituite dall'imperatrice).
Nel 1773 tali scuole si trasferirono nel palazzo di Brera e nel 1776 si aggregarono all'Accademia di
Belle Arti. Parini trovò così un contatto con artisti quali il pittore Andrea Appiani e l'architetto
Giuseppe Piermarini, che seguirono il nuovo orientamento neoclassico, ispirato a criteri di
armonia, perfetta proporzione, «nobile semplicità» e «calma grandezza», secondo i principi
enunciati dallo storico dell'arte antica Johann Joachim Winckelmann (p. 307). Questa vicinanza agli
artisti neoclassici fu decisiva per gli orientamenti poetici della sua ultima stagione, come meglio
vedremo più avanti. negli anni successivi, oltre all'insegnamento, svolse varie altre mansioni
importanti, Finché nel 1791 fu nominato sovrintendente nelle scuole di Brera, insieme a Piezo.
Negli anni successivi, oltre all'insegnamento, svolse varie altre mansioni importanti, Verti e Cesare
Beccaria, Parini incarnarono perciò la figura tipica dell'intellettuale illuminista milanese, che era
direttamente al servizio dello Stato riformatore e assumeva l'incarico di funzionari
nell'amministrazione.
Come gli altri intellettuali progressisti milanesi. Parini subì però il trauma delle riforme giuseppine
radicali del successore di Maria Teresa, l'imperatore Giuseppe II, che sconvolse tutta una serie di
istituzioni, imponendo direttive autoritarie sull'organizzazione della cultura (p. 306). Il poeta, ferito
e deluso nelle sue più profonde convinzioni, decise di allontanarsi dall'attività intellettuale
militante. Allo scoppio della Rivoluzione francese nel 1789, in un primo momento egli accolse con
favore e speranza l'avvenimento, come la realizzazione dei principi illuministici di libertà ed
eguaglianza, ma poi, dopo gli eccessi autoritari e sanguinari nati dal regime del Terrore (1793-94),
assunse posizioni sempre più negative. Con l'ingresso dei francesi a Milano nel 1796, fu chiamato a
far parte dell'amministrazione comunale, in una commissione che si occupava della religione e
dell'istruzione pubblica. Ben presto però nacquero dei contrasti tra la commissione e i responsabili
del governo, e Parini fu allontanato. Il poeta allora, ormai vecchio e di malferma salute, si ritirò
definitivamente dalla vita pubblica. Quando nel 1799 gli austriaci tornarono a Milano, scatenando
la repressione contro chi aveva collaborato con il governo rivoluzionario, Parini fu rispettato per la
sua fama e per il suo prestigio. Morì il 15 agosto, poche ore dopo aver composto un sonetto
intitolato Predaro i Filistei l'arca di Dio, in cui Dio lodò di aver restituito Milano all'Austria, ma
ammonì anche i vincitori a non compiere nuove rapine e nuovi scempi, dopo quelli commessi dai
francesi.
L'opera letteraria di Parini, per lo meno nella sua prima fase, negli anni Sessanta, appare in sintonia
con il programma di riforme introdotto dall'imperatrice Maria Teresa d'Austria. Come si è visto,
tutto il movimento illuministico lombardo risponde con favore alla politica del governo austriaco, e
gli intellettuali più innovatori e di maggior prestigio, come Pietro Verri e Cesare Beccaria, si
impegnano in prima persona, assumendo ricchi di grande responsabilità nell'amministrazione dello
Stato Parini, professore e poi sovrintendente nelle scuole pubbliche, membro di varie commissioni
governative, può a buon diritto essere collocato nell'ambito di questa intellettualità avanzata,
illuminista e riformatrice, che collabora con il potere per diffondere nuove idee che migliorino la
vita sociale e giovanile al bene comune. Tuttavia, i suoi rapporti con l'Illuminismo in generale e con
gli ambienti illuministici lombardi in particolare, se esaminati più da vicino, non appaiono così
lineari, e necessitano di un'analisi più dettagliata, che mette in luce le particolari posizioni del
poeta all'interno del più vasto movimento riformatore.
Problematico è innanzitutto l'atteggiamento di Parini verso l'Illuminismo francese e in particolare
nei confronti di Voltaire e Rousseau, di cui respinge con forza le posizioni antireligiose ed
edonistiche. È vero che, in obbedienza al clima culturale del secolo della ragione e dei Lumi, egli è
ostile a ogni forma di fanatismo religioso, giudica negativamente la Controriforma, ritiene
imminenti le guerre di religione, considera disumani i roghi di ebrei e di eretici, si scaglia contro
l'oscurantismo degli ecclesiastici che «si oppongono all'avanzamento delle cognizioni umane».
Tuttavia crede profondamente nella religione, sia come indispensabile freno allo scatenarsi delle
passioni umane e come principio di un'ordinata convivenza civile, sia come rivelazione del
significato ultimo dell'esistenza umana e come garanzia di salvezza. Non tollera però le ipocrite
pratiche esteriori, le cerimonie solenni e gli apparati celebrativi, ed esalta una religiosità intima,
avvicinandosi per certi aspetti al principio del deismo illuministico (Microsaggio, p. 179). Perciò
ritiene che le teorie libertine dei filosofi francesi siano estremamente pericolose per la convivenza
sociale degli uomini e per il benessere della loro anima, e pronuncia contro di essa un'aspra
condanna, giudicando sfavorevole l'atteggiamento di chi guarda la religione con sprezzante
superiorità dall'alto delle conoscenze scientifiche. Se da un lato Parini respinge le posizioni
antireligiose degli illuministi francesi, dall'altro però accoglie con favore i loro principi egualitari:
crede nell'eguaglianza originaria e naturale di tutti gli uomini, nella necessità di riconoscere ogni
individuo, a prescindere dalla classe sociale in cui è collocato, una pari dignità umana. A queste
idee egualitarie si collega un altro aspetto tipicamente illuministico, l'umanitarismo, l'amore per
l'umanità in quanto tale, lo sdegno per tutto ciò che offende l'uomo e provoca in lui umiliazione e
sofferenza, il credo fondamentale di ogni uomo è la solidarietà per i suoi simili, unita all'impegno
per alleviare miseria e sofferenza.
Basandosi proprio su queste idee e questi valori, Parini critica duramente la classe aristocratica,
giudicandola oziosa, vuota e improduttiva. Innanzitutto sul piano economico, poiché i nobili
sprecano le ricchezze che derivano dalle loro rendite, cioè dal lavoro altruistico, invece di
adoperarsi per accrescere la ricchezza comune; poi sul piano intellettuale, poiché essi non
dedicano il loro ozio a coltivare studi che servono al progresso della cultura e della scienza; infine
sul piano civile, poiché impiegano il loro tempo e le loro energie unicamente alla ricerca del
piacere e non aspirano a ritrovare cariche e magistrature che siano utili al bene pubblico Eloquente
è la lapidaria definizione del «giovin signore» data nel proemio del Vespro: colui «che da tutti
serviva a nulla», dove è fervente il sarcasmo implicito nel verbo "servire" che il nobile intenderà nel
senso di "essere servo", ma che il poeta intende chiaramente nel senso di "essere utile". A tutto ciò
si aggiunge anche l'immoralità dei costumi: Parini si scaglia soprattutto contro il fenomeno del
cicisbeismo, per cui ogni nobildonna sposata aveva il diritto di un "cavalier servente" (o cicisbeo)
che l'accompagnava costantemente nel luogo del marito, a sua volta impegnato in un uguale
compito con un'altra dama. In teoria, questo tipo di rapporto doveva essere casto e puro, secondo
una concezione che risaliva ancora all'amore cortese dell'età feudale, ma di fatto si risolveva in una
forma di adulterio, che veniva così socialmente legittimato, distruggendo uno dei valori
indispensabili alla convivenza civile e alla moralità pubblica: la famiglia. Nel Dialogo sopra la nobiltà
(1757) Parini afferma che l'aristocrazia ha avuto origine dalla violenza e dalla rapina;
successivamente però riconosce che nelle epoche passate la nobiltà aveva avuto un'importante
funzione sociale: difendere la patria in guerra, rivestire la magistratura e amministrare la cosa
pubblica, occuparsi di incrementare la proprietà e migliorare le colture, dedicarsi agli studi. Tali
funzioni servivano in certo qual modo a cancellarne il peccato d'origine e a legittimarne i privilegi.
Ciò che muove il suo sdegno è dunque la decadenza attuale della classe aristocratica, il fatto che
essa abbia abbandonato queste attività utili
Si può capire allora come Parini, anche nel momento della più fervida battaglia illuministica, non
sia ostile alla nobiltà in sé, ma solo alla sua degenerazione, e non favorisca affatto l'eliminazione di
quella classe, ma al contrario proponga una forma di rieducazione che lo riporti ad assumere il
ruolo sociale che gli compete e che un tempo possedeva. Socialmente e politicamente Parini è
quindi un moderato riformista, lontano dalle posizioni zioni ben più duramente critiche di Pietro
Verri (A2, p. 199); anzi, nella sua polemica antinobiliare si trova perfettamente allineato con la
politica del governo illuminato dell'imperatrice Maria Teresa, che combatte i privilegi feudali e
punta a una rigenerazione dell'aristocrazia, a un suo reinserimento produttivo nel corpo sociale.
Più tardi, nel corso degli anni Settanta, quando Parini abbandonerà la militanza illuministica, le sue
posizioni moderate si faranno ancora più evidenti. Nella revisione del Mattino inserirà così
l'episodio dei ritratti degli antenati, che mira proprio a sottolineare la funzione civilmente utile che
la nobiltà possedeva nelle epoche passate.
Parini aveva anche alcuni motivi di contrasto con il gruppo illuministico lombardo che si riuniva
attorno alla rivista "Il Caffè" e all'Accademia dei Pugni. Sul piano filosofico e culturale, innanzitutto,
egli non condivideva il cosmopolitismo di quegli intellettuali (p. 141), ferventi ammiratori degli
illuministi francesi; temeva, infatti, che l'assorbimento entusiastico e indiscriminato della cultura
francese potesse snaturare i caratteri originari della cultura italiana e compromettere la purezza
della lingua con l'introduzione massiccia del francesismo.
Sul piano letterario e linguistico, inoltre, gli illuministi lombardi respingevano il classicismo
tradizionale (Lessico, p. 758), accademico e retorico, in nome di una letteratura di cose, non di
parole, di una letteratura finalizzata esclusivamente all'utile, alla diffusione dei lumi, che pertanto
doveva bandire ogni purismo ancora ispirato ai principi della Crusca (T4, p. 208) ed essere
pienamente libera nello scegliere le parole che fossero più adatte ad esprimere i concetti, senza
curarsi se fossero toscane o straniere, consacrate o no dalla tradizione. Parini invece era
rigorosamente fedele a un'idea classica della letteratura ed era animato da un vero e proprio culto
dell'eleganza formale e dei modelli antichi, perciò le posizioni polemiche ed eversive del gruppo
dei Pugni apparivano assolutamente inaccettabili.
Un altro elemento che caratterizzava la visione degli illuministi lombardi era il culto della scienza:
essi ritenevano infatti che la diffusione delle conoscenze scientifiche moderne (la chimica, la
biologia, la fisica) avrebbe garantito il progresso, il miglioramento della vita sociale, il superamento
delle idee aberranti e oscurantiste ereditate dal passato e il raggiungimento della felicità pubblica.
Anche Parini apprezzava le scoperte scientifiche ed era convinto che fossero fonte di progresso e di
benessere per l'umanità (dedicata ad esempio a un'ode alla scoperta del vaccino contro la terribile
malattia del vaiolo), ma era convinto che la scienza fosse diventata una moda, una mania frivola
dei salotti aristocratici e delle dame oziose.
Inoltre egli si oppone alla concezione utilitaristica della letteratura: anch'egli è convinto che la
letteratura debba essere illuminata dallo spirito filosofico e debba essere utile, ma ritiene che non
possa avere fini esclusivamente pratici, che non si debba occupare soltanto di divulgare nuove
conoscenze. La sua affermazione più sintetica e incisiva si trova nell'ultima strofa della Salubrità
dell'aria (1759): «Va per negletta via / ognor l'utile cercando / la calda fantasia, / che solo felice è
quando / l'utile unir può al vanto / di lusinghevol canto» ("Lappassionata ispirazione poetica
percorre strade poco frequentate, sempre proponendo fini utili, ed è d'è felice soltanto quando
può unire l'utilità al pregio di un canto esteticamente piacevole", T1, vv. 127-132, p. 297). In tal
modo Parini riprende il classico precetto del poeta latino Orazio (I secolo a.C.), che invita a
mescolare l'utile al dolce, riempiendolo di un nuovo significato illuministico, in quanto intende
l'utile non solo in senso astrattamente morale, ma come diffusione dei "lumi", come battaglia per
risolvere problemi concreti della realtà contemporanea (nell'ode citata, ad esempio, il problema
dell'igiene cittadina). Tuttavia l'utile per lui non può mai essere separato dal lusinghevole canto,
cioè dall'eleganza e dalla ricercatezza formale che sono tipici dei modelli classici. La totale
riduzione utilitaristica della poesia, trasformata in semplice strumento di divulgazione scientifica a
fini pratici, incontra dunque la sua ferma ostilità. Parini resta fedele alla tradizionale concezione
umanistica, che vede nelle lettere il valore supremo, in cui risiedono l'essenza stessa dell'uomo e la
sua dignità, perciò è convinto che il bello poetico debba conservare la propria autonomia.
Un ultimo terreno di scontro con gli illuministi lombardi è quello economico. Il gruppo del "Caffe"
riteneva infatti che soltanto lo sviluppo del commercio e dell'industria potesse garantire il
progresso, la ricchezza e il benessere comuni. Parini invece era vicino alle teorie della scuola
fisiocratica, una corrente di pensiero che vedeva nell'agricoltura la vera fonte della ricchezza delle
nazioni (poiché è l'unica attività basata sulla produzione) e il fondamento della moralità pubblica
(in quanto permetteva di condurre una vita semplice, sana e felice, a contatto con la natura). Per
questo motivo il poeta guardava con preoccupazione e ostilità all'estensione incontrollata del
commercio, che poteva incrementare il lusso e quindi la corruzione dei costumi, provocando la
decadenza della civiltà.
È probabile che le posizioni di Parini esercitassero una certa influenza anche sui modelli letterari, in
quanto la letteratura latina era piena di critiche moralistiche contro l'avidità di guadagno dei
mercanti e amava esaltare la sanità morale della vita agricola, Si tratta però di un dettaglio
trascurabile. Ciò che conta davvero è che Parini anche in questo caso si schierò a favore delle
direttive del governo austriaco, che in Lombardia puntava a incentivare le colture agricole, più che
gli scambi commerciali, anche per impedire che la modernizzazione dell'economia potesse causare
una pericolosa trasformazione della società (e dunque la rivendicazione di riforme o di una
maggiore libertà). Come dimostrava l'esempio dell'Inghilterra contemporanea, a cui gli illuministi
lombardi guardavano con grande interesse, il commercio e l'industria portavano infatti alla ribalta
classi nuove, più dinamiche e intraprendenti, e creavano una nuova mentalità in ogni campo, nel
vivere sociale come nella cultura, mettendo in discussione gli equilibri di potere tradizionali. Poiché
in Lombardia, al contrario, la maggior parte delle proprietà agricole era nelle mani della non biltà e
della Chiesa, è evidente che i lodi dell'agricoltura innalzati da Parini si possano considerare come
un appoggio alle forze sociali più conservatrici. Lo scrittore non coglie forse l'importanza della
battaglia battuta da Verri e Beccaria a favore della nascita di una nuova società di cui la borghesia
fosse il centro propulsore e innovatore.
Tenendo conto di tutto ciò, si può concludere che Parini debba essere considerato uno degli
esponenti della cultura riformatrice lombarda, ma che le sue posizioni non possano essere confuse
con le tendenze più radicali e innovatrici dell'Illuminismo: egli si colloca nell'ala più moderata dello
schieramento progressista, cioè vicino al gruppo dell'Accademia dei Trasformati. Si può capire
allora come i rapporti poco cordiali con Pietro Verri e il gruppo del "Caffe" non si siano svolti solo
da fattori personali, ma abbiano rischiato di chiudere oggettive divergenze di orientamento
ideologico. Su numerose questioni Parini era in disaccordo con gli illuministi, ma anche questi
ultimi presero spesso le distanze dal potere, poiché lo ritenevano troppo moderato, troppo
"letterato" e tradizionalista nei gusti e nelle idee. Significativo è il commento che Pierro Verri
pubblicò sul "Caffe" a proposito del Mezzogiorno: secondo lui la descrizione pariniana del mondo
nobiliare, anziché suscitare riprovazione e sdegno, ispirò nel lettore una forma di consenso, il
desiderio di poter fare altrettanto. Questa osservazione dal tono fortemente critico fa
comprendere chiaramente il giudizio negativo degli illuministi milanesi nei confronti del
moderatismo di Parini. Solo negli ultimi anni le posizioni del poeta si avvicinarono a quelle degli
intellettuali del "Caffe" per portare avanti un'aspra critica nei confronti delle deludenti riforme
dell'imperatore Giuseppe II e della violenta degenerazione della Rivoluzione francese
La prima raccolta di versi, intitolata Alcune poesie di Ripano Eupilino (1752), ci rivela un Parini
ancora immerso nel clima dell'Arcadia primo-settecentesca (p. 160), isolato dalle correnti della
cultura contemporanea, rigorosamente fedele a un'idea tradizionale di letteratura e ai modelli
classici. Le prime manifestazioni della battaglia per il rinnovamento civile da essa condotta, che dà
origine anche a consistenti innovazioni formali, sono alcune odi risalenti agli anni Cinquanta-
Sessanta (oltre alle prime due parti del Giorno). L'ode è un componimento di intonazione lirica
(Glossario) che fu introdotto nella tradizione letteraria italiana dall'Arcadia, riprendendo modelli
della poesia greca e latina; è caratterizzato da contenuti elevati e toni solenni, ed è composto da
versi per i più brevi, in genere settenari, organizzati secondo varie combinazioni strofiche.
Nel corso della sua lunga carriera poetica, Parini scrisse parecchie odi, spesso leggendole nelle
sedute dell'Accademia dei Trasformati, e stampandone alcune separatamente in fogli volanti o
raccolte collettive (come il volume Rime degli Arcadi del 1780). Solo nel 1791 un fedele discepolo,
Agostino Gambarelli, pubblicò una prima raccolta di ventidue Odi, con del poeta. Più tardi, nel
1795, esce una nuova edizione che comprendeva, oltre a queste, altre tre odi composte dopo il
1791. Un'altra raccolta di odi è contenuta nella prima edizione delle Opere di Giuseppe Parini,
allestita nel 1802 da un ammiratore del poeta, Francesco Reina.
Le odi possono essere divise cronologicamente in tre gruppi, che presentano caratteristiche diverse
sia sotto l'aspetto tematico sia sul piano delle soluzioni espressive. Quello più popolare va dal 1756
al 1769, e comprende i testi maggiormente legati alla battaglia illuministica: La vita rustica (1756),
La salubrità dell'aria (1759), L'impostura (1760-64), L'educazione (1764), L'innesto del vaiuolo
(1765), Il bisogno (1766), La musica (1769). Dopo il 1769 si ha una lunga pausa: per trovare altre
odi bisogna arrivare al 1777, con La laurea e Le nozze. Dopo un'altra lunga interruzione si colloca
un ultimo gruppo di odi, composte tra il 1783 e il 1795, non più impegnate e battagliere ma ispirate
a un composto e armonico classicismo: La recita dei versi (1783), La caduta (1785), La tempesta
(1786), In morte del maestro Sacchini (1786), Il pericolo (1787), La magistratura (1788), Il dono
(1790), La gratitudine (1791), Il messaggio (1793), A Silvia, o del vestire alla ghigliottina (1795), Alla
Musa (1795).
Nelle odi che appartengono al primo gruppo emergono l'atteggiamento battagliero e il fervido
impegno civile che si ritrovano anche nelle prime due parti del Giornale (p. 302), risalenti agli stessi
anni. Gli argomenti sono costituiti da problemi di stretta attualità, spesso molto pratici e concreti,
vivi nel dibattito dei contemporanei. Tra gli stessi problemi che la cultura illuministica, tesa al
miglioramento della convivenza civile, pone al centro della propria attenzione; tanto è vero che
non di rado i temi delle odi pariniane vengono affrontati, nello stesso periodo, anche da articoli del
"Caffe" di altri scritti degli illuministi milanesi.
Le vite rustiche
Nella Vita rustica (1756), accanto alla tradizionale visione idilliaca (Glossario) della campagna come
sede di una vita quieta e serena e come garanzia di una perfetta tranquillità d'animo, che rimanda
ancora decisamente al clima arcaico, si coglie già una visione nuova del lavoro dei contadini, inteso
come attività produttiva e socialmente utile, da cui nascono benessere e prosperità, secondo le
teorie fisiocratiche. La stessa visione della campagna come mondo laborioso e sano, in
contrapposizione al mondo cittadino malsano e corrotto dall'avidità di lucro, torna nella Salubrità
dell'aria (1759, 11, p. 293). Al centro dell'ode vi è il problema ecologico, per usare un'espressione
moderna, cioè il problema dell'igiene e della salute pubblica, compromessi da chi, per ragioni
economiche, inonda i campi coltivabili con acque stagnanti che ammorbano l'aria della città,
oppure da chi, per pura noncuranza, lascia fermentare il latte per le strade.
Nell'Impostazione (1760-64) il poeta si scaglia contro ogni forma di ipocrisia e di finzione,
delineando una serie di macchiette e di figurine di impostori con un'ironia che è vicina a quella del
Giorno. Nell'Educazione (1764) viene affrontato un problema centrale della cultura illuministica,
quello dell'istruzione: il rinnovamento della società e del costume infati non poteva non passare in
primo luogo attraverso l'educazione, che doveva formare l'uomo nuovo, ispirare una nuova
mentalità e nuovi comportamenti. Più specificamente, Parini si dedica alla formazione del ceto
dirigente, offrendo i suoi precetti pedagogici alla nobiltà per rigenerarla e riportarla all'antica
funzione sociale ormai perduta. Al centro vi è un'idea di formazione ancora tutta umanistica,
fondata su un'armonia tra il fisico e lo spirituale, ma si colgono anche tre principi tipicamente
illuministici: la ragione che deve regolare e guidare i sentimenti piegandoli ai suoi fini, senza però
soffocarli; l'idea che la vera nobiltà non sia quella che si ottiene per diritto di nascita ma quella
interiore dell'individuo; la fiducia che il mondo possa essere cambiato con la diffusione dei precetti
illuminati. L'innesto del vaiuolo (1765), prendendo spunto dagli esperimenti per la creazione di un
vaccino contro la pericolosa malattia, esalta la scienza moderna contro ogni forma di pregiudizio e
di oscurantismo, come fattore essenziale non solo dell'incremento delle conoscenze teoriche, ma
anche del rinnovamento dell'umanità e del progresso delle sue condizioni di vita. Nel Bisogno
(1766), in accordo con i principi più illuminati della giurisprudenza contemporanea, quali quelli
proclamati da Cesare Beccaria in Dei delitti e delle pene, Parini afferma che sono il bisogno e la
miseria a determinare la maggior parte dei delitti, e quindi occorre non tanto punirli, quanto
prevenirli, lottando contro la povertà. Alla base dell'ode c'è un altro motivo tipico dell'Illuminismo,
il filantropismo (p. 141), un senso di pietà solidale per gli uomini e le loro sofferenze, l'affermazione
dei diritti naturali che ciascuno di essi possiede, anche il più misero e diseredato, e si coglie
l'aspirazione a una società solidamente umana, sorretta da un patto sociale universalmente
rispettato, che rimanda alle teorie contrattualistiche allora in voga sull'origine della società (si pensi
al Contratto sociale di Rousseau, 1762; p. 189).
Concessione
Infine L'evirazione o La musica (1769) si scontra con il costume di evirare i giovani cantori per
mantenere le loro voci di soprano. Anche lui lo detesta per una pratica barbara e incivile, il tutto
pervaso da quell'umanitarismo che si vede nel Bisogno. Ma Parini non si arresta alla denuncia
moralistica astratta, indaga le precise cause sociali del fenomeno per trovare il modo di eliminarlo;
e lo individua nel capriccioso egoismo dei potenti, pronto a mutilare l'uomo e a negare la sua
dignità pur di soddisfare la loro ricerca del piacere (i cantori evirati godevano di enorme successo
nella società elegante, e per la loro bravura erano ammirati come divi).
Avendo scelto di affrontare argomenti di così urgente attualità, così concreti e a volte così prosaici,
Parini si trovò di fronte all'esigenza di conciliarli con la dignità formale che, secondo il gusto
classico a cui il poeta era fedele, doveva caratterizzare la poesia. Per questo motivo egli aderì alla
poetica del sensismo. Tale teoria risaliva al filosofo inglese John Locke (1632-1704) e in Italia era
stata diffusa soprattutto dagli scritti di Étienne de Condillac (1714-80), venendo a costituire la base
della riflessione sull'arte degli illuministi del "Caffe". Secondo il sensismo, tutta la vita spirituale
dell'uomo ha origine dalle sensazioni fisiche attraverso cui egli entra in contatto con la realtà
esterna. I suoi sentimenti fondamentali sono perciò il piacere e il dolore. Il piacere nasce dalla
varietà e dalla vivacità delle sensazioni, che arricchiscono la vitalità della nostra anima Anche l'arte
contribuisce a stimolare tale vitalità interiore, distinguendo in noi forti sensazioni, attraverso le
idee e i sentimenti accessori che si accompagnano a quelli principali del discorso. Da qui deriva,
secondo la poetica del sensismo, la ricerca della parola precisa, icastica, cioè capace di suscitare
immagini e sensazioni molto vivide. In altri termini, per stimolare la sensibilità del lettore e
accrescere il movimento della sua vita interiore, la parola deve essere energica e realistica, cioè
suscitare chiara e netta l'immagine dell'oggetto materiale, sollevando intorno ad essa una folla di
sensazioni accessorie. Come si vede, è una poetica che va in direzione contraria a quella del
razionalismo arcaico, che puntava invece alla parola classicamente generica e vaga.
Per adeguare il linguaggio all'audace novità dei suoi argomenti di attualità, Parini utilizza dunque in
larga misura espressioni vivacemente realistiche, ricche di forza sensibile, capaci di suscitare
immagini intensamente visive, plastiche, tattili, foniche, olfattive La prima prova di questo
linguaggio innovativo si trova nella Salubrità dell'aria (T1, p. 293), che rappresenta il "manifesto"
della nuova poetica illuministica e sensistica di Parini: incontriamo così espressioni colme di
concretezza fisica, come polmon capa-ce», «dorsi molli», «triste, oziose / acque» e «fetido limo»,
«crescente pane», «baldanzosi fianchi / de le ardite villane a cui si vivo e schietto / aere fa
«ondeggiar» il petto, il volto fra il bruno e il rubicondo dei contadini, gli «atomi» sparsi tutt'intorno
dalle erbe aromatiche che «pungon le nari» con «soavi e cari / sensi», il «fimo» (il letame) che
«alto fermenta e ammorba l'aria lenta di «sali malvagi», gli «aliti corrotti delle carogne di animali,
le vaganti latrine, la città che «beve l'aura molesta». Bastano questi esempi per far capire come la
poesia pariniana, se accostata agli argomenti convenzionali e all'insipienza genericità del linguaggio
della poesia arcaica corrente, spicchi per la robusta concretezza dei temi trattati, ma anche per la
novità e la forza delle scelte espressive.
Parini non ha però il coraggio di condurre veramente fino in fondo una rivoluzione del linguaggio
poetico, pienamente commisurata alle novità dei contenuti: accanto alle espressioni di pungente
originalità suggerite dalla poetica sensistica, si trova sempre nelle impoetiche sublimandole
attraverso le sue odi la preoccupazione di legittimare le materie impoetiche così come il linguaggio
consacrato dalla tradizione classica Di conseguenza, per parlare di acque putride versate dalle
finestre delle case popolari, ricorre a espressioni elette e auliche come: «Quivi i lari plebei / da le
spregiate crete / d'umor fracidi e rei / versan fonti indiscrete» ("Qui le case dei poveri rovesciano
getti sgradevoli di liquidi fetidi e impuri dagli umili vasi da notte di terracotta", T1, vv. 97-100, p.
296), utilizzando procedimenti illustri come perifrasi e metonimie («spregiate crete») o aggettivi
esornativi con il compito di innalzare il tono e conferire dignità all'oggetto («fonti indiscrete»);
oppure, per alludere agli editti che minacciano pene a chi inquina, fa uso della personificazione
(Glossario) mitologica di «Temi», la divinità della giustizia.
La scelta di trattare una materia poco poetica in forme classiche composte e dignitose si rivela
anche nella sintassi, che mira alla complessità del periodo latino e presenta continuamente
quell'inversione dell'ordine abituale delle parole che è proprio dello stile degli antichi, in
particolare del poeta Orazio, che di Parini è il modello per eccellenza: ad esempio, alta di monti
schiena», con l'inserimento del complemento di specificazione tra aggettivo e sostantivo (in questo
caso si parla di iperbato, Glossario). Le scelte stilistiche del poeta corrispondono perfettamente alle
sue posizioni ideologiche: come in campo sociale e politico Parini si mostra moderatamente
riformatore, proponendosi di rinnovarsi gradualmente senza distruggere, così nella poesia
introduce importanti innovazioni, ma senza scardinare il sistema letterario tradizionale, avendo
cura di conservarne intatti gli elementi caratterizzanti