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Anatomia Modulo 2

Il sistema circolatorio linfatico drena fluidi interstiziali e partecipa alla risposta immunitaria, al metabolismo dei lipidi e all'omeostasi dei liquidi. Gli organi linfoidi ed emopoietici, come il timo e il midollo osseo, sono responsabili della produzione di linfociti e della maturazione delle risposte immunitarie. La milza, organo linfoide secondario, svolge funzioni di eritrocateresi e agisce come serbatoio per cellule del sangue.
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Anatomia Modulo 2

Il sistema circolatorio linfatico drena fluidi interstiziali e partecipa alla risposta immunitaria, al metabolismo dei lipidi e all'omeostasi dei liquidi. Gli organi linfoidi ed emopoietici, come il timo e il midollo osseo, sono responsabili della produzione di linfociti e della maturazione delle risposte immunitarie. La milza, organo linfoide secondario, svolge funzioni di eritrocateresi e agisce come serbatoio per cellule del sangue.
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SISTEMA CIRCOLATORIO LINFATICO

Il sistema circolatorio linfatico è il sistema che drena fluidi dallo spazio interstiziale
della maggior parte degli organi. Il fluido (linfa)n drenato dagli spazi interstiziali dei
tessuti del corpo contiene macromolecole antigieniche o agenti patogeni. I vasi
linfatici originano a fondo cieco a livello dei tessuti periferici e confluiscono in dotti
di calibro sempre maggiore. I dotti linfatici maggiori riversano il loro contenuto nel
torrente circolatorio, a livello delle due confluenze venose giugosucclavie.
Intercalati lungo il percorso dei vasi linfatici si trovano i linfonodi.
Tale sistema partecipa alla risposta immunitaria, al metabolismo dei lipidi e
all’omeostasi dei liquidi circolanti.
La circolazione linfatica inizia dai capillari linfatici. Questi vasi originano a fondo
cieco, in prossimità dei capillari del microcircolo, e drenano i fluidi interstiziali
dando origine alla linfa. Nei tessuti dove i capillari non sono presenti, il fluido
interstiziale viene convogliato verso i linfonodi zonali a opera di condotti
prelinfatici.
Tuttavia in condizioni infiammatorie o di danno, in questi tessuti si può assistere
alla neoformazione di vasi sanguigni e linfatici. La linfa, di conseguenza, passa da
vasi di minor a calibro a quelli di maggiore calibro, quali:
-vasi linfatici precollettori
-vasi linfatici afferenti
-linfonodo
-vasi linfatici efferenti
-tronchi linfatici maggiori
-dotti linfatici principali
Nell’uomo i dotti linfatici principali sono due: dotto toracico e dotto linfatico destro.
Il dotto toracico origina dalla cisterna del chilo nell’addome, trasporta la linfa
drenata dalla maggior parte delle regioni sottodiaframmatiche del corpo fino a
sboccare nella confluenza venosa giugosucclavia sinistra. Trattasi del maggior
tronco linfatico dell’organismo e rappresenta la via principale di scarico della linfa
del sistema venoso.
Il dotto linfatico destro trasporta la linfa proveniente dalla porzione destra del
cuore, dall’arto superiore destro, dalle metà destre di testa e collo, dal diaframma,
dal polmone destro e dalla maggior parte del polmone sinistro e sbocca alla
confluenza venosa giugosucclavia destra.

ORGANI LINFOIDI ED EMOPOIETICI


Gli organi linfoidi ed emopoietici sono deputati alla produzione degli elementi
figurati del sangue e della linfa e comprendono il timo, midollo osseo, milza,

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linfonodi e tessuto linfoide associato alle mucose. Le cellule che prendono parte
alle risposte immunitarie si organizzano in organi linfoidi anatomicamente distinti o
si disperdono nel connettivo interstiziale di organi non linfoidi. Responsabili della
specificità delle risposte immunitarie sono i linfociti. I linfociti derivano da
progenitori emopoietici presenti nel midollo osseo. I precursori dei linfociti B
completano la loro maturazione nel midollo osseo. I linfociti T migrano nel timo,
dove completano la maturazione. Pertanto, il midollo osseo e il timo vengono
definiti organi linfoidi primari. I linfociti maturi abbandonano gli organi centrali,
seguendo la via ematica o linfatica, per migrare negli organi linfoidi secondari o
periferici.
Il midollo osseo e il timo forniscono il microambiente per il differenziamento dei
linfociti B e dei linfociti T da progenitori a cellule mature responsabili delle riposte
immunitarie. La maturazione delle cellule B e T nel midollo osseo e nel timo,
rispettivamente, è caratterizzata dal riarrangiamento dei geni che codificano per i
recettori dell’antigene. Numerose molecole espresse sulla membrana cellulare
consentono di identificare una sequenza ordinata di stadi maturativi sia delle
cellule B che delle cellule T. Il timo fornisce successivamente il microambiente
dove precursori emopoietici T, originati nel midollo osseo o nel fegato fetale. Le
cellule T in via di maturazione interagiscono con cellule tipiche non linfoidi: cellule
epiteliali, macrofagi e cellule interdigitate. Queste interazioni cellulari e le varie
citochine prodotte sono responsabili dei fenomeni che determinano il
differenziamento intratimico dei linfociti T, cioè proliferazione, selezione positiva
e selezione negativa dei timociti. La selezione positiva favorisce l’espansione dei
timociti che esprimono recettori capaci di riconoscere con affinità ottimale le
molecole del complesso maggiore di istocompatibilità. La selezione negativa
implica l’eliminazione di cloni di cellule T autoreattive, in seguito all’incontro con
antigeni propri che può verificarsi durante la maturazione intratimica.
Gli organi linfoidi secondari, grazie a una precisa organizzazione vascolare e
cellulare, favoriscono l’incontro degli antigeni con i linfociti B e T maturi.
Oltre ai linfociti, che rappresentano il principale componente cellulare del tessuto
linfoide, anche i monociti-macrofagi e le altre cellule presentanti l’antigene che
appartengono alla stessa linea svolgono un ruolo essenziale per l’inizio e la
progressione delle risposte immunitarie. I linfociti B e T maturi migrano dagli organi
primari in aree distinte dei tessuti linfoidi secondari che vengono denominate zone
B-dipendenti e zone T-dipendenti. L’incontro con l’antigene dà inizio a fenomeni
di proliferazione, attivazione e differenziamento cellulare che portano alla
generazione di cellule effettrici e cellule della memoria. Le cellule effettrici delle
risposte immunitarie di tipo umorale sono le plasmacellule, che derivano da linfociti
B e hanno la capacità di secernere anticorpi. Le cellule T helper e cellule T

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citotossiche sono le cellule effettrici delle risposte immunitarie cellulo-mediate. Il
tipo di protezione fornita da linfonodi e milza rientra nell’immunità sistemica.
Una linea di difesa funzionalmente distinta è rappresentata dal MALT, questo è
costituito da aggregati di tessuto linfoide presenti nella lamina propria e nella
tonaca sottomucosa del canale alimentare, delle vie respiratorie, urinarie e genitali.
Un’altra caratteristica di rilievo del MALT è data dalla presenza di numerosi linfociti
nella compagine dell’epitelio, noti come linfociti intraepiteliali. La maggior parte
degli IEL è rappresentata da cellule T che esprimono recettori delle cellule T. Il
MALT potrebbe perciò configurarsi come un sistema, distinto da quello
responsabile dell’immunità sistemica, che garantisce un’immunità a livello delle
tonache mucose.

Il timo è un organo linfoepiteliale localizzato per la maggior parte nel mediastino


anteriore e, per una piccola parte, nel collo. È un organo che appare notevolmente
sviluppato nel feto e nei primi anni della vita postatale, mentre va incontro a
involuzione dopo la pubertà, peraltro con un notevole grado di variabilità
individuale. Il timo svolge la propria funzione fin dagli stadi precoci dello sviluppo
prenatale e la prosegue per tutta la vita, con un’efficienza progressivamente ridotta
dalla pubertà in avanti:
-promuove e sostiene la proliferazione di progenitori linfoidi T.
-fornisce il microambiente in cui progenitori linfoidi T sono indotti a maturare in
linfociti T helper, citotossici e regolatori.
-opera nella zona corticale con una selezione positiva.
-opera nella zona midollare con una selezione negativa.
-opera nella zona midollare una seconda selezione positiva.
Il timo è un organo impari e mediano che deriva dall’accostamento di due
formazioni pari e simmetriche, i lobi timici. Alla nascita, si presenta come una
massa piuttosto voluminosa, di colore variabile dal rosa al bianco grigiastro.
L’apice risulta talvolta diviso in due prolungamenti conoidi, più o meno
indipendenti, che prendono il nome di coni cervicali del timo.
La faccia anteriore del timo si rapporta col collo, fascia cervicale media e muscoli
sottoioidei.
La faccia posteriore del timo ricopre nel collo, la trachea, entrando in rapporto
anche con le arterie carotidi comuni; all’altezza dell’apertura superiore del torace
questa faccia è attraversata dalla vena brachicefalia.
I margini laterali del timo giungono nel collo in vicinanza delle vene giugulari
interne; nel mediastino sono in rapporto con la pleura mediastinica e i polmoni.
Il timo non presenta mezzi di fissità sviluppati.

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La fascia cervicale media, nel discendere dal collo nel mediastino anteriore dove
contrae aderenze con i vasi venosi della base del cuore, passa dietro il timo e
contribuisce a delimitare la loggia timica.

VASI E NERVI
Le arterie provengono dall’arteria toracica interna direttamente o tramite i rami
mediastini e l’arteria pericardiofrenica.
Le vene affluiscono alle vene toraciche interne, tiroidee, pericardite, freniche
superiori.
I nervi sono principalmente destinati al corredo vascolare, provengono dal nervo
vago e dal tronco simpatico tramite il plesso cardiaco e i vicini plessi perivascolari

Il timo è costituito da due lobi, ognuno dei due lobi è costituito da una zona
corticale e una midollare. I lobi sono rivestiti da una capsula connettivale che invia
in profondità setti interlobulari, che si estendono nello spessore della zona
corticale, suddividendola in lobuli. Un lobulo risulta formato dalla zona corticale
delimitata dai setti interlobulari e dalla zona midollare sottostante. Dai setti
interlobulari si distaccano dei sepimenti che vanno a formare i lobulini.
La vascolarizzazione del timo parte da rami timici dell’arteria toracica interna che,
penetrando nella capsula dell’organo, si dividono dando origine alle arterie
trabecolari. Queste raggiungono la giunzione corticomidollare dove danno
origine ad arteriole corticomidollari. I precursori emopoietici dei timociti entrano
nel parenchima tipico attraversando la parete delle venule. Intorno ai vasi che
attraversano la zona corticale si organizza una barriera cellulare definita barriera
ematotimica.
Il parenchima del timo è popolato da cellule di origine emopoietica (linfociti,
macrofagi) e da cellule di origine endodermica (cellule epiteliali timiche).
Le TEC hanno forma stellata con lunghi prolungamenti che si estendono da corpi
cellulari provvisti di grossi nuclei e citoplasma espanso. Tuttavia, a differenza dei
classici epiteli, le TEC non formano lamine cellulari delimitanti un lume, ma
organizzano una struttura reticolare tridimensionale nel parenchima del timo.
Poi vi sono altre linee cellulari come le cellule nutrici timiche, le epiteliali timiche
della zona corticale, le epiteliali timiche della zona midollare e corpuscoli timici.
I timociti sono accolti tra le maglie del reticolo cellulare formato dalle TEC. Per la
maggior parte si tratta di piccoli linfociti, più addensati nella zona corticale e meno
ravvicinati nella zona midollare; nella zona corticale sottocapsulare e nella zona
centrale della corticale mostrano un alo grado di proliferazione e un citoplasma più
ampio. La distribuzione dei timociti nel parenchima timico è regolata da un preciso
programma di selezione e maturazione che porta alcuni cloni di precursori

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emopoieitici, provenienti dal midollo rosso, a differenziarsi in linfociti T. Questo
processo prevede una migrazione regolata dei timociti, dalla CMJ (porta di entrata
dei precursori emopoietici) alla regione sottocapsulare.
La maturazione delle cellule T è caratterizzata da due aspetti: proliferazione
cellulare e concomitante riarrangiamento dei segmenti genici che codificano per i
TCR. Il programma di maturazione si accompagna a un programma di selezione
che porterà solo alcuni cloni di precursori emopoietici a differenziarsi in linfociti T.
I progenitori emopoietici dei timociti entrano nel timo attraverso le venule
postcapillari della CMJ. Tutto ciò è favorito dal recettore della P-selectina, la quale
riconosce specifici gruppi di carboidrati presenti sulla superficie delle cellule
endoteliali delle venule postcapillari. Una volta nel timo, i progenitori emopoietici
sono classificati come timociti doppio negativi 1, in quanto non esprimono due
importanti corecettori di superficie, CD4 e CD8.
I timociti doppio positivi migrano verso la zona midollare. Un gradiente di
chemochine prodotte dalle mTEC e riconosciute dal recettore CCR7 presente sui
DP guida il processo

La milza è l’organo linfoidie secondario più grande del corpo umano. Situata
nell’ipocondrio sx, in posizione sovramesocolica, è rivestita interamente dal
peritoneo. È un organo riccamente vascolarizzato. Riceve sangue dal tronco
celiaco attraverso l’arteria splenica o lineale ed è drenata nel circolo portale
attraverso la vena splenica. La vascolarizzazione s’irradia all’interno dell’organo a
partire dall’ilo splenico.
Provvede a importanti funzioni, quali:
-eritrocateresi e trombocateresi.
-agisce come organo linfoide secondario.
-nell’uomo svolge una funzione di serbatoio per granulociti e piastrine.
-nei primi cinque mesi di vita svolge la funzione di organo eritropoietico.
La milza ha la forma di un ovoide appiattito, con l’asse maggiore orientato
obliquamente, dall’alto in basso, dal dietro in avanti e dall’interno all’esterno.
Presenta due facce: una esterna, diaframmatica, e una interna, viscerale.
La faccia viscerale è suddivisa da un rilievo longitudinale in due parti, una
anteriore (faccia gastrica) e una posteriore (faccia renale). La faccia gastrica volge
in avanti e medialmente ed è in contatto con il fondo e con la faccia posteriore del
corpo dello stomaco. La faccia renale che si trova posteriormente e inferiormente
rispetto a quella gastrica, è in rapporto con la faccia anteriore del rene sinistro e
con la ghiandola surrenale sinistra.
La faccia diaframmatica, liscia e convessa, con l’interposizione del diaframma
mette in rapporto la milza con la pleura e il polmone sinistro e con la parete
costale.
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Il margine superiore separa la faccia gastrica da quella diaframmatica.
Il margine inferiore separa la faccia diaframmatica da quella renale.
Il margine interno divide la faccia renale da quella gastrica.
L’estremità posteriore si trova in vicinanza della colonna vertebrale a livello di
T10.
L’estremità anteriore viene accolto nella fossetta splenica, che si trova sulla
faccia superiore del legamento frenocolico sinistro.
La loggia splenica, che accoglie l’organo, si trova nel piano sovramesocolico della
cavità addominale e si proietta nella regione dell’ipocondrio sinistro. In basso la
loggia è chiusa dalla faccia anteriore e dal margine laterale del rene sinistro e dalla
ghiandola surrenale.
La milza è un organo piuttosto mobile, la sua posizione all’interno della loggia
splenica è mantenuta principalmente da legamenti peritoneali e dalla pressione
addominale positiva. In questo modo si costruiscono i tre legamenti,
gastrosplenico, pancreaticosplenico e frenicosplenico.
Il legamento gastrosplenico va dal labbro anteriore dell’ilo splenico al fondo dello
stomaco e si presenta come un setto verticale, diretto dal dietro in avanti e
dall’esterno all’interno, che contiene nel suo spessore i vasi gastrici brevi, rami
dell’arteria splenica e affluenti della vena splenica.
Il legamento pancreaticosplenico contiene nel suo spessore il peduncolo
vascolonervoso della milza e la coda del pancreas. Il foglietto anteriore di tale
legamento è teso tra ilo splenico e coda del pancreas. Il foglietto posteriore riveste
la faccia diaframmatica della milza e si riflette posteriormente andando a rivestire
la faccia anteriore del rene sinistro.
Il legamento frenicosplenico è una piega formata dalla parte superiore del
legamento pancreaticosplenico, che si porta dal polo superiore della milza e dal
tratto superiore dell’ilo splenico al diaframma.
Il legamento frenocolico costituisce anch’esso un mezzo di fissità dell’organo, al
quale offre sostegno, pur non contraendo con la milza connessione alcuna.

VASI E NERVI
La milza riceve sangue dall’arteria splenica, il maggiore dei rami del tronco celiaco
che partecipa anche alla vascolarizzazione dello stomaco, del pancreas e del
grande omento.
La vena splenica si costituisce nell’ileo splenico per la confluenza di 6-8 grossi
rami che emergono dal parenchima e che si trovano davanti o dietro le arterie.
I nervi derivano dal plesso celiaco e raggiungono l’organo seguendo i rami
dell’arteria splenica.

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La milza presenta una capsula fibrosa, rivestita esternamente da una tonaca
sierosa e un parenchima. La capsula fibrosa è particolarmente ispessita a livello
dell’ileo splenico, dal quale si dipartono setti connettivali. Le formazioni vascolari si
diramano nel parenchima seguendo le trabecole connettivali. Nei preparati a fresco
il parenchima presenta ampie aree di colorito rosso bruno (polpa rossa), dove si
svolgono le funzioni di emocateresi e di riciclo di ferro. Disperse nella polpa rossa
si osservano aree di colorito più chiaro (polpa bianca).

POLPA BIANCA
I rami dell’arteria splenica decorrono nelle trabecole che dall’ileo si approfondano
all’interno dell’organo. Dalle arterie trabecolari originano arteriose centrali che,
abbandonata la trabecola, si circondano di una particolare organizzazione di
tessuto linfoide, la polpa bianca. Dall’interno all’esterno troviamo un manicotto di
cellule linfoidi T (guaina linfoide periarteriolare); noduli linfoidi splenici primari
e secondari; una zona marginale.
Esternamente alla zona marginale si trova un’ampia zona perimarginale o zona
perinuodulare; nel suo contesto si osservano i classici elementi della polpa rossa.
In questa zona sono riscontrabili fibroblasti reticolari, macrofagi, linfociti e cellule
dendritiche della zona marginale. Inoltre, nella zona marginale, vi sono dei linfociti
B e cellule dendritiche.

POLPA ROSSA
La polpa rossa è caratterizzata da una particolare organizzazione del tessuto
connettivo formato da fibre reticolari e fibroblasti. L’arteriosa centrale, lasciata la
PALS, si sfiocca in numerosi rami cui seguono capillari circondati da guaine di
macrofagi. I capillari con guscio si aprono liberamente nei cordoni splenici,
scaricando sangue nel tessuto reticolare che li forma; questa organizzazione
vascolare viene detta circolo aperto e il 90% del sangue segue questo circolo. Nel
circolo aperto gli eritrociti sparsi nella trama reticolare dei cordoni splenici, per
rientrare in circolo, devono attraversare dall’esterno all’interno la parete dei seni
splenici della polpa rossa.

La milza è proposta alla risposta immunitaria e alla emocateresi.


Per quanto riguarda la risposta immunitaria, si possono identificare due
popolazioni, una posta nella zona marginale e l’altra nei noduli linfoidi splenici.
I linfociti B della zona marginale sono cellule della memoria a lunga vita ed
esprimono IgM. In seguito al riconoscimento di un antigene, le cellule B della zona
marginale si trasformano in plasmacellule secernenti IgM, o, in alternativa
acquisiscono la capacità di presentare l’antigene.

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I macrofagi della zona marginale sono responsabili della presentazione dei
frammenti di PAMP di linfociti B della zona marginale. Questi macrofagi catturano
patogeni e antigeni circolanti nel sangue utilizzano recettori che riconoscono i
PAMP nella loro conformazione nativa.
I linfociti T helper attivati si spostano nel mantello dei noduli linfoidi splenici,
all’interno delle PALS, e cooperano all’attivazione dei linfociti B. Il processo che
porta alla formazione di plasmacellule è dato dall’incontro dei linfociti B con
l’antigene all’altezza del nodulo linfoide splenico.
Per quanto riguarda l’emocateresi, il plasma presente nei cordoni splenici fluisce
liberamente attraverso gli spazi intercellulari disposti tra le cellule endoteliali dei
seni venosi e viene così rimosso per entrare nella circolazione sistemica.
L’eritrocito senescente è una cellula poco elastica a causa di un citoscheletro più
rigido. Inoltre, gli eritrociti invecchiati hanno perduto i residui di acido sialico più
esterni presenti sulle catene di carboidrati legate alle glicoproteine di membrana.
La rimozione dell’acido sialico espone i residui di mannosio sottostanti. Gli
eritrociti invecchiati che sfuggono a questo controllo, per esempio quelli che hanno
attraversato la mila seguendo il circolo chiuso, giungono al fegato attraverso il
circolo parietale e vengono eliminati nei sinusoidi epatici a opera di macrofagi
stellati.

I linfonodi sono organi pieni provvisti di capsula, di forma generalmente ovoidale,


con dimensioni variabili da pochi millimetri a più di 1cm. Sono situati sul decorso
dei collettori linfatici che drenano territori cutanei o viscerali. Le radici degli arti, il
collo, gli spazi retroperitoneali dell’addome e della pelvi e il mediastino sono
regioni particolarmente ricche di linfonodi.
I linfonodi sono organi linfoidi periferici colonizzati da linfociti B originati nel fegato
fetale e nel midollo osseo e da linfociti T di derivazione termica; queste cellule
giungono ai linfonodi per via ematica e migrano in territori distinti del parenchima
linfonodale. La struttura dei linfonodi:
-favorisce l’incontro fra antigeni e linfociti
-fornisce l’ambiente adatto alla maturazione T-dipendente di linfociti B
-offre l’ambiente necessario per montare risposte immunitarie
Il linfonodo interfaccia quindi la circolazione linfatica, sorgente di antigeni, con la
circolazione sanguigna, sorgente di linfociti.
Il linfonodo è caratterizzato da uno stroma e da un parenchima (tessuto linfoide).
Lo stroma è composto da tessuto connettivo denso (capsula, trabecole, ilo) e da
connettivo reticolare (stroma reticolare). Nel parenchima si distingue: al di sotto
della capsula al zona corticale o cortex, più profondamente la zona midollare in
continuità con l'ilo dell'organo e, tra corticale e midollare, una regione intermedia
(zona paracorticale o paracortex).
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La capsula circonda l’organo e si approfonda a un punto per costituire l’ilo. Un
numero variabile di vasi linfatici afferenti attraversa la superficie convessa della
capsula e sbocca in un seno linfatico sottocapsulare. Lungo le trabecole
decorrono diramazioni del seno linfatico sottocapsulare (seni linfatici trabecolari).
All’uscita dei seni trabecolari la linfa attraversa la zona midollare, per convergere
nel seno terminale che è situato nella regione dell’ilo. Tutti i seni linfatici sono
tappezzati da un endotelio discontinuo, che consente il passaggio di antigeni nello
stroma reticolare e nel parenchima circostante, e da macrofagi denominati
macrofagi dei seni, che sono attivati e aumentano di numero nel corso di
processi infiamattori. Nella regione intermedia del parenchima, la zona
paracorticale, le vene assumono la tipica morfologia delle venule a endotelio alto.
Lo spazio compreso tra le trabecole è occupato da un tessuto connettivo, stroma
reticolare, formato da fibre reticolari ricche di collagene di tipo 3 e 4, elastina e
laminina. Lo stroma reticolare è sintetizzato e organizzato da voluminosi fibroblasti
reticolari.
Il parenchima è suddiviso in 3 regioni, quali zona corticale - zona paracorticale -
zona midollare.
La zona corticale è un territorio B-dipendente occupato in gran parte da piccoli
linfociti che costituiscono noduli o follicoli linfoidi di forma sferica ovoidale. La sua
zona centrale prende il nome di centro germinativo e l’involucro di piccoli linfociti
B vergini che lo circonda costituisce la zona mantellare. I linfociti B vergini non
sono residenti stabili, ma ricircolano attivamente. Nei centri germinativi, dal polo
profondo verso quello superficiale, si distinguono una zona scura e una zona
chiara, a sua volta suddivida in un compartimento basale e uno apicale. Nella zona
scura sono frequenti figure mitotiche poiché vi sono centroblasti che proliferano
attivamente in centrociti. I territori linfoidi situati tra noduli linfoidi corticali adiacenti
costituiscono la zona corticale internodulare.
La zona paracorticale è una zona timodipendente che si trova profondamente alla
zona corticale, tra i noduli linfoidi e i cordoni midollari. Questa zona presenta una
struttura uniforme in quanto linfociti e linfoblasti vi sono fittamente stipati. Un’altra
caratteristica strutturale della zona paracorticale è la presenza delle venule a
endotelio alto.
La zona midollare dei linfonodi è organizzata in cordoni cellulari separati fra loro
da ampi seni linfatici midollari. I cordoni midollari accolgono numerose
plasmacellule, macrofagi e piccoli linfociti.

Una risposta umorale T-dipendente prevede la maturazione di linfociti B in


plasmacellule e in linfociti B della memoria, grazie alla collaborazione dei linfociti T
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helper. Durante la risposta morale T-dipendente, l’affinità degli anticorpi diretti
contro un determinato antigene cresce nel tempo. Questo fenomeno (maturazione
di affinità) è legato all’ipermutazione somatica dei geni che codificano per le
regioni variabili e ipervariabili delle immunoglobuline. Le plasmacellule a vita breve
non sono andate incontro a ipermutazione somatica a switch isotipico. Le
plasmacellule a vita più lunga, invece sono andate incontro a ipermutazione
somatica e, per la maggior parte, migrano nel midollo rosso, dove secernono
anticorpi.
La risposta umorale inizia quando, in seguito all’interazione con un determinato
antigene, i rari cloni di linfociti B e linfociti T al confine tra i territori B e T dipendenti
di un linfonodo. Con il progredire della risposta immunitaria, il numero di
plasmacellule extranodulari a vita breve si riduce progressivamente.
Nella zona chiara i centrociti vanno incontro a un processo di selezione, in seguito
al quale sopravvivono soltanto le cellule che mostrano un’elevata affinità per
l’antigene presentato dalle FDC sotto forma di icosomi.

Il tessuto linfoide associato alle mucose, MALT, è caratterizzato da diversi livelli di


organizzazione. È localizzato nella lamina propria delle tonache mucose e contrae
rapporti caratteristici con l’epitelio, ma può spingersi in profondità nella tonaca
sottomucosa.
Gli organi cavi sono, in via diretta o indiretta, in comunicazione con l’ambiente
esterno. La presenza di un’organizzazione di tessuto linfoide associato alle
mucose aiuta a prevenire questa fonte di infezioni. Il MALT è quindi responsabile
dell’immunità a livello delle tonache mucose, cioè delle risposte umorali e
cellulari che fanno seguito a stimolazioni antigieniche locali.
Il MALT tende inoltre a concentrarsi nelle tonache mucose di determinate regioni,
in particolare a livello dell’anello linfoide della faringe, costituito da tonsille
palatine, tubariche e linguali, e nell’albero tracheobronchiale per le vie respiratorie.
Media risposte immunitarie sia umorali sia cellulari. Le risposte umorali
comportano la produzione di immunoglobuline; le risposte cellulari possono
essere dirette contro cellule trasformate. I linfociti stimolati a livello del MALT
possono raggiungere un altro territorio mucoso dove svolgere le loro funzioni
effettrici. Questo traffico avviene per via linfatica e passa obbligatoriamente
attraverso i linfonodi regionali.
La struttura microscopica del MALT varia secondo il livello di complessità
dell’organizzazione del tessuto linfoide che lo compone e del tipo di tonaca
mucosa alla quale si associa. Scoperti nel 1677, questi noduli linfoidi aggregati
hanno rappresentato per lungo tempo un’incognita del sistema immunitario.
Raggiunto il massimo sviluppo, si presentano come oltre duecento noduli che
occupano la lamina propria e la tonaca sottomucosa dell’ileo.
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Nel MALT si possono distinguere due diversi siti o distretti: uno ricognitivo e uno
effettore. Il sito ricognitivo è organizzato in tonsille e noduli linfoidi solitari e
aggregati presenti nella parete degli organi cavi. I linfociti raggiungo il MALT
attraverso la circolazione sanguigna. Un sistema molecolare di riconoscimento
consente loro di individuare le HEV della sede di annidamento.
Il sito effettore del MALT è costituito essenzialmente da linfociti T. A livello della
lamina propria sono anche presenti linfociti B1. Questa osservazione suggerisce
che la maturazione dei linfociti B in plasmacellule potrebbe anche avvenire nei siti
effettori, grazie alla presenza di APC.
Il midollo osseo è l’organo più esteso del corpo umano, rappresentando circa il
5% del peso corporeo e occupano un volume di circa 1.7 litri.
Il midollo osseo svolge le proprie funzioni a iniziare dal quarto mese di vita
intrauterina:
-promuove e sostiene la proliferazione e la maturazione finale di eritrociti
-promuove e sostiene la proliferazione e la maturazione di linfociti
-rimuove cloni di linfociti B
-serbatoio di cellule staminali emopoietiche
-deposito di adipociti
Dopo la nascita è il principale organo emopoietico del corpo. L’emopoiesi è il
processo che dà origine a tutti gli elementi figurati del sangue. Il midollo osseo
occupa le cavità interne delle ossa dove riempie la dialisi delle ossa lunghe e le
cellette dell’osso spugnoso contenuto nelle epifisi delle ossa lunghe e nelle ossa
piatte e brevi. Alla nascita, queste cavità sono occupate da midollo emopoietico
o midollo rosso. Al midollo rosso si sostituiscono il midollo giallo e, in seguito,
midollo grigio gelatinoso. La regressione del midollo emopoietico inizia nelle
dialisi e si estende progressivamente ai territori spugnosi delle epifisi delle ossa
lunghe. Il midollo rosso è formato da un parenchima emopoietico organizzato da
uno stroma. Il parenchima emopoietico è composto da aggregati di cellule
emopoietiche in vari stadi di differenziamento, dotate di elevata capacità
proliferativa. Lo stroma, formato da fibre reticolari e da cellule reticolari, circonda
gli isolotti emopoietici e si dispone a formare una sorta di barriera esternamente ai
seni venosi. L'emopoiesi è un processo altamente compartimentalizzato. La
maturazione delle diverse linee cellulari ematiche avviene in distretti distinti.
L'eritropoiesi, a differenza della granulopoiesi, si svolge in distretti (isolotti
eritroblastici) ben definiti e identificabili. La piastrinopoiesi, invece, avviene ni
stretta vicinanza dei seni venosi, con singole cellule piastrinopoietiche
(megacariociti) che inviano prolungamenti citoplasmatici a interporsi tra una cellula
endoteliale e l’altra.
I vasi del midollo rosso provengono dalle arterie nutritive dell’osso. Nelle ossa
lunghe le arterie nutritive attraversano obliquamente l’osso compatto della dialisi e
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si portano al centro del canale midollare. Qui si dividono in rami associati e
discendenti (arterie midollari) che si avvolgono, con andamento a spirale, introno
alla vena che percorre longitudinalmente il canale midollare (vena longitudinale
centrale del midollo osseo). Le arterie midollari si ramificano in arterie che,
riportandosi nuovamente verso la periferia del canale osseo, danno origine a
capillari arteriosi. Da questi origina un plesso di seni midollari venosi che riporta il
sangue dalla periferia al centro del canale midollare scaricandolo in venule
collettrici, affluenti della vena longitudinale centrale del midollo.
L’innervazione segue la distribuzione dei vasi arteriosi. È formata da fibre
mieliniche e fibre non mielinizzate; alcune terminano direttamente nel tessuto
emopoietico.
Il processo emopoietico inizia a partire da cellule staminali totipotenti, aventi
funzione di autorinnovamento e differenziamento. Nel midollo rosso sono state
identificate tre popolazioni di cellule staminali: cellule staminali totipotenti,
cellule staminali mesenchimali totipotenti (THSC) e precursori delle cellule
endoteliali.
Dalle THSC hanno origine due linee di cellule staminali emopoietiche pluripotenti
tanto da formare un compartimento mieloide e un compartimento linfoide. Dalla
linea mieloide originano linee granulocitiche, eritrocitiche, monocitiche e
megacariocitiche.

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APPARATO RESPIRATORIO
La funzione principale del sistema respiratorio è di assicurare gli scambi gassosi tra
il corpo e l’ambiente esterno. Attraverso gli organi che lo compongono viene
assunto l’ossigeno contenuto nell’aria e liberata l’anidride carbonica prodotta dal
metabolismo cellulare. In esso si trovano, pertanto, vie di conduzione dell’aria e
superfici estese dove avvengono gli scambi gassosi. Il Sistema respiratorio è
costituito dalle vie aeree e dai polmoni. Le vie aeree sono rappresentate da
strutture che consentono all’aria di essere ritmicamente immessa o espulsa dai
polmoni.
I polmoni sono due organi parenchimatosi, ognuno rivestito da due foglietti di una
tonaca sierosa, la pleura, fondamentale per l'espansione polmonare durante
l'inspirazione. In essi sono presenti numerosissime cavità, gli alveoli polmonari,
nei quali giunge l'aria inspirata dopo il passaggio attraverso le vie aeree. La parete
degli alveoli è estremamente sottile e a diretto contatto con l'endotelio dei capillari
perialveolari che contengono sangue povero di ossigeno, proveniente dal ventricolo
destro del cuore attraverso il tronco polmonare. Da un punto di vista anatomico e
funzionale il sistema respiratorio pertanto risulta strettamente correlato con il
sistema cardiovascolare.
Le strutture anatomiche che separano il sangue contenuto nei capillari e i gas
contenuti negli alveoli costituiscono la cosiddetta barriera ematogassosa (o aria-
sangue), che consente il rapido scambio di ossigeno e anidride carbonica tra aria e
sangue. L’anidride carbonica diffonde dai globuli rossi agli alveoli, mentre l'ossigeno
presente nell'aria inspirata diffonde in senso contrario legandosi all'emoglobina.
Questo evento prende il nome di ematosi.
Il sistema respiratorio è costituito dai seguenti organi:
-naso esterno, cavità nasali e seni paranasali
-faringe
-laringe
-trachea
-bronchi
-polmoni
-pleure
Il naso esterno, le cavità nasali con i seni paranasali e la faringe costituiscono le
vie aeree superiori; la laringe, la trachea e i bronchi rappresentano le vie aeree
inferiori. Gli organi che costituiscono il sistema respiratorio sono posizionati in
diverse regioni del corpo:
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-testa -> naso esterno, cavità nasali, seni paranasali, rinofaringe e orofaringe.
-collo -> laringofaringe, laringe e trachea.
-torace -> trachea, bronchi, polmoni, pleure.
Gli organi del sistema respiratorio, in primo luogo, assicurano gli scambi gassosi
(funzione respiratoria); oltre a ciò provvedono al riscaldamento e
all'umidificazione dell'aria inspirata. La tonaca mucosa delle cavità nasali rende
possibile la percezione degli odori che si verifica in seguito al passaggio di
molecole odorose aerotrasportate. La laringe modula il flusso di aria espirata e
concorre alla fonazione, ossia alla formazione di suoni articolati. Il sistema
respiratorio partecipa, inoltre, alla regolazione della pressione sanguigna,
interagendo con il sistema renina-angiotensina, e modula il ritorno venoso al cuore
(che aumenta in inspirazione e si riduce in espirazione). Funge, infine, da serbatoio
di sangue.
La Funzione respiratoria Comprende due fasi:
-l'inspirazione, mediante la quale l'aria ricca di ossigeno giunge dall'ambiente
esterno ai polmoni attraverso le vie aeree.
-l'espirazione, con cui l'aria più ricca di anidride carbonica proveniente dai polmoni
ripercorre in senso inverso le vie aeree e viene emessa nell'ambiente esterno.

Il naso rappresenta la prima parte delle vie aree superiori, ed è responsabile del
riscaldamento, dell’umidificazione e, in parte, della filtrazione dell’aria inspirata.
Presenta inoltre la tonaca mucosa olfattiva che attraverso i recettori olfattivi è
responsabile della percezione degli stimoli odorosi. Il naso può essere suddiviso in
naso esterno e cavità nasali. Le cavità nasali si aprono posteriormente nella
rinofaringe attraverso le coane e sono delimitate da cartilagini fibroelastiche e ossa
rivestite dalla tonaca mucosa respiratoria, i seni paranasali, che sono in continuità
con le cavità nasali.

Detto anche piramide nasale, il naso esterno è un rilievo impari e mediano


formato da uno scheletro, in parte osseo (superiormente) e in parte cartilagineo
(anteriormente e lateralmente) rivestito da cute nel cui spessore si trovano fasci
muscolari che permettono la dilatazione o il restringimento delle narici. Posto al
centro della faccia, tra la fronte, il labbro superiore e le guance, e ha forma di
piramide triangolare. Presenta tre facce, tre margini e una base.
Facce - Si distinguono in posteriore e laterali (destra e sinistra). La faccia
posteriore ha forma triangolare e corrisponde, sullo scheletro osseo, al contorno
dell'apertura piriforme delimitata dalle ossa nasali e dalle mascelle. Le facce laterali
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presentano una parte superiore che risulta fissa, in quanto provvista di uno
scheletro formato dalle ossa nasali, e una parte inferiore, mobile, formata da tessuti
molli, che costituisce le ali del naso
Margini - Si distinguono in laterali e anteriore. I margini laterali delimitano, insieme
al piano facciale, un solco longitudinale che, dall'alto al basso, comprende i solchi
nasopalpebrale, nasogenieno e nasolabiale. Il margine anteriore prende anche il
nome di dorso del naso. Ha origine, superiormente, tra le arcate sopracciliari, in
corrispondenza della radice del naso, e prosegue inferiormente con vario profilo
(rettilineo, convesso o concavo, secondo la diversa tipologia nasale) fino a
terminare con una sporgenza arrotondata che prende il nome di apice del naso (o
lobulo nasale).
Base - Può trovarsi su un piano orizzontale o su un piano inclinato verso l’alto o
verso il basso e comunica con l’esterno attraverso due orifizi, le narici. Sulla linea
mediana della base si trova la parte mobile del setto nasale che separa le narici,
due aperture che hanno un contorno di forma variabile secondo il tipo di naso e che
immettono nel vestibolo del naso.
L’arteria oftalmica invia sulla faccia laterale del naso l’arteria dorsale del naso. Alla
base della piramide nasale giunge il ramo del setto nasale. Per quanto riguarda le
vene sono tributarie della vena facciale e comunicano con i grandi plessi venosi
situati all’interno delle cavità nasali. All’angolo laterale dell’occhio la vena facciale si
anastomizza con la vena oftalmica superiore che drena il sangue nel seno
cavernoso.
Il naso esterno è composto da uno scheletro, da uno strato muscolare ed,
esternamente, dalla cute.
Scheletro - È formato da ossa, cartilagini e da una membrana fibrosa. Le ossa che
entrano nella costituzione del naso sono le due ossa proprie del naso, le ossa
nasali, il processo frontale della mascella e il margine anteriore del processo
palatino della mascella. Le tre cartilagini principali che contribuiscono a formare lo
scheletro del naso sono la cartilagine del setto nasale, comprendente un processo
laterale (detto anche cartilagine laterale) e un processo posteriore, e la cartilagine
alare maggiore (o cartilagine della pinna o ala del naso).
La cartilagine del setto nasale riempie lo spazio angolare compreso tra la lamina
perpendicolare dell'osso etmoide e il vomere. È situata sulla linea mediana e
presenta due facce, ciascuna delle quali corrisponde alla cavità nasale dello stesso
lato.

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I processi laterali della cartilagine del setto nasale (o cartilagini laterali), destra e
sinistra, hanno la forma di una lamina triangolare la cui base si confonde in parte
con la cartilagine del setto nasale e il cui vertice, più o meno arrotondato, si dirige
in fuori verso il solco nasogenieno. Il margine superiore, irregolare e dentellato, si
unisce con il margine inferiore delle ossa nasali. Il margine inferiore è unito alla
cartilagine alare maggiore attraverso una membrana fibrosa.
Il processo posteriore della cartilagine del setto nasale è l'estensione affusolata
che si trova tra la lamina perpendicolare dell'osso etmoide e il vomere.
Le cartilagini alari maggiori sono poste sotto i processi laterali della cartilagine
del setto nasale. Ciascuna di esse si incurva in modo da formare una specie di
ferro di cavallo, la cui branca (o ramo) mediale corrisponde all'apice del naso e
costituisce la parte mobile del setto nasale, mentre la branca laterale circoscrive la
narice e l’ala del naso. Altre cartilagini del naso sono le cartilagini alari minori,
due quattro placche cartilaginee situate nell’ala del naso posteriormente alla
cartilagine alare maggiore; le cartilagini nasali accessorie, piccole placche
cartilaginee in numero variabile localizzate tra le cartilagini alari maggiori e i
processi laterali della cartilagine del setto nasale; la cartilagine vomeronasale,
una piccola striscia cartilaginea localizzata tra il margine inferiore della cartilagine
del setto nasale e il vomere.
Lo strato muscolare è costituito da muscoli costrittori delle ali del naso la parte
trasversa del muscolo nasale e il muscolo depressore del setto nasale; sono
muscoli dilatatori delle ali del naso la parte alare del muscolo nasale e il
muscolo elevatore del labbro superiore e dell’ala del naso.
Cute - È sottile e mobile sul piano osseo, dal quale è separata attraverso tessuto
connettivo lasso; è, invece, spessa sopra lo scheletro cartilagineo cui è congiunta
strettamente da tessuto connettivo denso ricco di fibre elastiche. In corrispondenza
delle narici, la cute si riflette per continuare con quella che tappezza il vestibolo del
naso. Presenta un ricco contenuto di ghiandole sebacee, in particolare sull'apice e
sulle ali del naso.

Le cavità nasali sono due condotti simmetrici, allungati sul piano sagittale e appiattiti su
quello trasversale, scavati nel naso esterno e nello scheletro della faccia. Ogni cavità
nasale è divisibile in una parte anteroinferiore, più piccola, il vestibolo del naso, e in una
parte più ampia, la cavità nasale propriamente detta.
Il vestibolo del naso fa seguito alla narice e ha uno scheletro interamente
cartilagineo, rivestito internamente dalla cute. Appare come una fessura allungata
sagittalmente che presenta un orifizio inferiore, la narice, un orifizio superiore, in
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continuità con la cavità nasale propriamente detta, e due pareti, laterale e mediale.
Lo scheletro cartilagineo è formato dalla cartilagine del setto e dalla cartilagine
alare maggiore.
La parete mediale è formata superiormente dalla cartilagine del setto e
inferiormente dalla branca o ramo mediale della cartilagine alare maggiore.
La parete laterale più estesa di quella mediale è formata dalla branca o ramo
laterale della cartilagine alare maggiore. Una particolare struttura che si osserva
dalla branca o ramo laterale della cartilagine, una sporgenza che prende il nome di
limen nasi.
Le cavità nasali propriamente dette presentano un pavimento pianeggiante, una
volta concava e ristretta in direzione sagittale; una parete mediale liscia, che
costituisce il setto nasale, una parete laterale irregolare e anfrattuosa con tre
sporgenze ossee, le conche (o cornetti) nasali superiore, media e inferiore. Nelle
concamerazioni tra le conche nasali, rappresentate dai meati nasali superiore,
medio e inferiore, si aprono i seni paranasali.
Complessivamente, la forma delle cavità nasali è quella di due fessure alquanto
ristrette, orientate sul piano sagittale, in cui si distinguono un pavimento più largo,
una volta piuttosto ristretta e due pareti, mediale e laterale.
La larghezza massima delle cavità nasali, fino a 1,5 cm, si osserva inferiormente,
quella minima, 2-3 mm, superiormente.
Volta - È formata, da dietro in avanti, dal corpo dell'osso sfenoide, dalla lamina
cribrosa dell'osso etmoide, dalle parti laterali della spina nasale dell'osso frontale,
dalla faccia profonda delle ossa nasali e dall'angolo diedro formato dalle cartilagini
alari maggiori con la cartilagine del setto nasale. In corrispondenza della parte
posteriore della volta si trova l'apertura del seno sfenoidale.
Pavimento - È formato dai processi palatini delle mascelle e dalle lamine
orizzontali delle ossa palatine.
Parete mediale - Appare liscia ed è rappresentata dal setto nasale che separa fra
loro le due cavità nasali. È costituita dalla lamina perpendicolare dell'osso etmoide,
dal vomere e, in avanti, dalla cartilagine del setto nasale. Spesso è asimmetrica,
perché il setto nasale può essere deviato verso uno dei due lati fino a mettersi in
contatto con la parete laterale della cavità nasale.
Parete laterale - Ha una superficie molto irregolare per la presenza di diversi rilievi
e depressioni. Presenta, dall'alto al basso, la sporgenza delle tre conche (o
cornetti) nasali superiore, media e inferiore, che costituiscono il tetto,
rispettivamente, dei meati nasali superiore, medio e inferiore. Al di sopra della

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conca nasale superiore si può talvolta notare il rilievo formato dalla conca nasale
suprema, che rappresenta il residuo di una primitiva conca nasale superiore. La
tonaca mucosa respiratoria riveste entrambe le facce delle conche nasali e,
attraverso gli orifizi di comunicazione, tappezza anche i seni paranasali, cavità
scavate nelle ossa craniofacciali e comunicanti con le cavità nasali.
Le cavità nasali comunicano anteriormente con il vestibolo del naso, mentre
posteriormente si aprono nella rinofaringe attraverso le coane, che mettono in
comunicazione le cavità nasali con la rinofaringe, due aperture con contorno
quadrangolare delimitate superiormente dal corpo dell’osso sfenoide, lateralmente
dalle lamine mediali dei processi pterigoidei dell’osso sfenoide, mediamente dal
margine posteriore del vomere e inferiormente dal margine posteriore dell’osso
palatino. Nella lamina propria della tonaca mucosa respiratoria e vasi sanguigni
sono un po' tantissimo, specialmente a livello della congrua sali media inferiore. In
quest'area si trovano grosse lacune venose che conferiscono alla lamina propria
aspetto di tessuto cavernoso. Le arterie che irrorano il sistema possono essere
suddivise in una rete profonda, media e superficiale. Tutte le reti sono alimentate
dalle arterie etmoidali anteriore e posteriore, arteria sfenopalatina; arterie nasali
posteriori laterali; i rami settali posteriori; arteria palatina maggiore, arteria
infraorbitaria; porzione pterigopalatina dell’arteria mascellare e dall’arteria facciale.
Le vene che originano dalla tonaca mucosa delle cavità nasali seguono andamento
differente: anteriore, posteriore e superiore. Quelle anteriori escono dalle cavità by
orifizi anteriori x confluire nella vena facciale; le posteriori by forame sfenopalatino
e confluiscono nelle vene mascellari; le superiori sono rappresentate dalle vene
etmoidali che si versano nella vena oftalmica. La tonaca mucosa riceve due tipi di
innervazione, una generale e una specifica. La sensibilità generale è raccolta dal
nervo del trigemino; la specifica è raccolta dalle fibre del nervo olfattivo che, dopo
essere uscite dal bulbo olfattivo, attraversano come filuzzi olfattivi i fori della lamina
cribrosa. La tonaca mucosa che riveste le pareti della cavità nasali propriamente
dette è costituita dalla tonaca mucosa respiratoria e dalla tonaca mucosa olfattiva.
La tonaca mucosa respiratoria si presenta di colorito roseo, lucente e alquanto
spessa. L’epitelio respiratorio è cilindrico pseudostratificato ciliato. Tra le cellule
ciliate si trovano cellule caliciformi che producono uno strato di muco che aderisce
alla superficie dell’epitelio e umidifica la tonaca mucosa sottoposta alla continua
ventilazione della colonna di aria inspirata ed espirata. La lamina propria,
fortemente aderente al periostio, è costituita da tessuto connettivo povero di fibre
elastiche, più lasso nella parte superficiale, con linfociti raccolti in noduli linfoidi

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aggregati, che secernono immunoglobuline. In essa sono presenti numerose
ghiandole tuboloacinose ramificate di tipo misto (ghiandole nasali).
La tonaca mucosa olfattiva è localizzata nella volta delle cavità nasali in
corrispondenza della lamina cribrosa dell’osso dell’etmoide. L’epitelio olfattivo è
cilindrico pseudostratificato ed è costituito da tre tipi di cellule: cellule olfattive -
cellule epiteliali - cellule basali. Le cellule olfattive sono molto allungate e in esse
si distinguono un corpo, un prolungamento esterno e un prolungamento interno. Le
cellule epiteliali di sostegno sono elementi sottili che si estendono per tutta
l’altezza dell’epitelio, intercalate fra le cellule olfattive. Abbracciano i prolungamenti
esterni delle cellule olfattive. Le cellule basali sono piccoli elementi applicati
direttamente sulla sottile membrana basale; contraggono stetti rapporti con gli
assoni delle cellule olfattive introno ai quali inviano prolungamenti che formano un
involucro neurilemmale simile alla guaina mielina delle cellule di Schwann.
I seni paranasali annessi alle cavità nasali sono quattro in ogni lato e sono scavati
nella macella, nell’osso frontale, nell’osso etmoide e nell’osso sfenoide. I seni
paranasali si formano durante lo sviluppo postnatale in seguito a un processo di
pneumatizzazione delle ossa del massiccio facciale. In questa categoria
appartengono il seno mascellare, il seno frontale, le cellule etmoidali e il seno
sfenoidale.
La faringe appartiene sia al sistema respiratorio che digerente. Viene suddiviso in
tee parti che si succedono in senso cranio-caudale: la parte nasale (rinofaringe), la
parte buccale (orofaringe), la parte laringea (laringofaringe). La rinofaringe
rappresenta il segmento della faringe connesso funzionalmente al solo sistema
respiratorio. Si estende dalla base del cranio, che ne forma la volta, al palato molle
e comunica anteriormente con le cavità nasali tramite le coane e lateralmente con
l’orecchio medio attraverso le tube uditive. Il tutto è rivestito da una tonaca mucosa
respiratoria nel cui spessore troviamo la tonsilla faringea e le tonsille tubariche. La
tonsilla faringea si trova nella volta della rinofaringe, si riduce dopo la pubertà. Le
tonsille tubariche si trovano sul contorno degli orifizi faringei delle tube uditive e
sono considerate estensioni delle tonsille faringee. Le due tonsille cooperano alla
formazione dell’anello linfoide della faringe.

La laringe è un condotto impari e mediano attraverso il quale avvengono sia il


passaggio dell’aria, consentendo la respirazione, sia la fonazione. L’emissione di
suoni è possibile per la presenza, all’interno della laringe, di due pieghe
muscololigamentose, le pieghe vocali. La laringe è situata nella parte anteriore e

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mediana del collo, al davanti della faringe, al di sopra della trachea, al di sotto
dell’osso ioide e della lingua, di cui segue tutti i movimenti. Un piano orizzontale
passante per l’insicura tiroidea superiore della cartilagine tiroidea incontra indietro
la parte superiore del corpo della 4C. Le dimensioni medie della laringe sono circa
4cm in altezza e 4cm in larghezza. Nell’infanzia la laringe è piccola e si accresce
rapidamente durante la pubertà, quando va incontro a modificazioni da cui
dipendono i cambiamenti del tono della voce che si verificano soprattutto nei
maschi, nei quali avviene un accrescimento notevole del diametro anteroposteriore.
La laringe ha forma di piramide triangolare con base diretta in alto e apice, tronco e
arrotondato, che continua con la trachea. Presenta, quindi, oltre alla base e
all’apice, tre facce e tre margini. Le tre facce sono distinte in una faccia posteriore e
due facce anterolaterali.
La faccia posteriore della faringe è ricoperta dalla tonaca mucosa della faringe,
alla quale è unita per mezzo di uno strato di tessuto connettivo lasso. A entrambi i
lati della laringe possiamo notare come vi sia una doccia longitudinale, detta
recesso piriforme che si dirige dalla bocca verso l’esofago dando passaggio,
durante la deglutizione, agli alimenti liquidi o semiliquidi. I recessi piriformi sono
rivestiti dalla tonaca mucosa della faringe, che continua in alto con la tonaca
mucosa della bocca e in basso con la tonaca mucosa dell’esofago.
Le facce anterolaterali, destra e sinistra, guardano verso l’avanti e l’esterno. Al di
sotto della cute e del tessuto sottocutaneo sono ricoperte da strati fasciali e
muscolari. Più profondamente, sotto tutti i muscoli sottoioidei, si trova la ghiandola
tiroide, i cui lobi si applicano sulla parte laterale delle facce anterolaterali della
laringe. L’istmo della ghiandola tiroide si estende tra i due lobi al davanti della latine
spingendosi per lo più a sinistra della linea mediana e prolungandosi in alto con il
lobo piramidale che continua con un tratto fibroso, residuo del dotto tireoglosso.
I margini sono distinti in margine anteriore e margini posteriore destro e sinistro. Il
margine anteriore, posto sulla linea mediana, superficiale, essendo separato dalla
cute solo dal tessuto connettivo fibroso che unisce i muscoli sottoioidei. I margini
posteriori guardano la colonna vertebrale, decorrono dal basso verso l’alto,
l’arteria carotide comune e, all’esterno di essa, il nervo vago e la vena giugulare
interna.
La base è posta sotto e dietro la radice della lingua e contiene l’adito laringeo.
Questa apertura permette la comunicazione della laringe con la faringe e ha una
forma ovoidale con asse maggiore diretto in senso anteroposteriore. Le dimensioni

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dell’adito laringeo variano anche in rapporto alle condizioni fisiologiche, durante la
deglutizione, la respirazione o la fonazione.
L’apice è rappresentato dall’orifizio anteriore arrotondato dalla laringe, che continua
con la trachea. È posta sullo stesso piano trasversale su cui sin trova l’orifizio
inferiore della faringe e corrisponde quindi all C7.
La zona sopraglottica è vascolarizzata dall’arteria laringea superiore, la zona
sottoglottica è vascolarizzata dall’arteria laringea inferiore che decorre nel socio
tra trachea ed esofago. Le vene si versano nella vena giugulare attraverso la vena
laringea superiore e nella vena brachicefalica attraverso la vena laringea
inferiore.
La laringe presenta una serie di cartilagini che ne costituiscono l'impalcatura o
scheletro, le articolazioni e i legamenti che uniscono tra di loro queste cartilagini, i
muscoli che muovono le cartilagini e un rivestimento, costituito dalla tonaca
mucosa, che tappezza tutta la cavità dell'organo. Subito sotto la tonaca mucosa si
trova la membrana fibroelastica della laringe, che continua in basso con la
trachea e risulta sottile in alcuni punti dell'organo, mentre si ispessisce a livello
delle pieghe vocali.
Le cartilagini che prendono parte alla costituzione della laringe sono nove: tre
impari e mediane che, andando dal basso verso l'alto, sono la cartilagine cricoidea,
al cartilagine tiroidea e l’epiglottide; sei pari, tre per lato, rappresentate dalle
cartilagini aritenoidee, dalle cartilagini corniculate (di Santorini) e dalle cartilagini
cuneiformi (di Morgagni).
La cartilagine cricoidea occupa la parte inferiore della laringe. Ha la forma di
anello (arco della cartilagine cricoidea) con castone (lamina della cartilagine
cricoidea). Presenta una superficie interna (ricoperta da tonaca mucosa), una
superficie esterna (caratterizzata dalla presenza di una piccola faccetta
articolare, detta faccetta articolare tiroidea); margine inferiore in rapporto con il
primo anello tracheale; margine superiore presenta una faccetta articolare
aritenoidea per la cartilagine omonima.
La cartilagine tiroidea è la cartilagine più grande della laringe. A una forma come
indicato dal nome a scudo composto da due lamine quadrangolari che unite sulla
linea mediana formano un angolo aperto posteriormente, retto dall'uomo è ottuso
della donna e del bambino. Si trova nella parte superiore della laringe,
anteriormente e lateralmente, ed è costituito da una faccia anteriore, una posteriore
e quattro margini, distinte in superiore, inferiore e posteriori. La faccia anteriore è
caratterizzata da una sporgenza, detta prominenza laringea, conosciuta come

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pomo d’Adamo. A lato della linea mediana, vi è una lamina; questa superficie è
divisa in due parti disuguali da una linea obliqua che presenta due piccoli
tubercoli, tubercolo tiroioideo superiore e inferiore. La faccia posteriore,
presenta sulla linea mediana un angolo rientrante che conferisce inserzione alla
cartilagine epiglottide e alle pieghe vestibolari. Il margine superiore presenta tre
incisure, quali l'incisura tiroidea superiore, sovrastante la prominenza laringea e
due incisure laterali. Il margine inferiore corrisponde alla circonferenza superiore
della cartilagine cricoidea, alla quale è unito dal legamento cricotiroideo mediano. I
margini posteriori, diretti verticalmente si prolungano in alto e in basso in due
formazioni conoidi, designata con il nome di corni superiori e inferiori. I corni
superiori sono connesse all'osso ioide tramite il legamento tiro ideo laterale; i corni
inferiori presentano faccette articolari che si uniscono le faccette articolari tiroidee.
La cartilagine epiglottide è posto sulla linea mediana al davanti dell'acido
laringeo, sul quale essa si abbassa durante la deglutizione. Ha una forma ovalare
simile a quello glielo foglio che è inferiormente si prolunga in un peduncolo che
continua con il picciolo dell’epiglottide. Presenta due estremità, due facce e due
margini. Avremo estremità superiore, inferiore, faccia anteriore caratterizzata da
una porzione libera dove inferiormente ad essa vi sarà il corpo adiposo
preepiglottico; faccia posteriore rivolta verso la faringe, ricoperta da tonaca
mucosa e presenta delle zone crivellate conosciute come ghiandole laringee. I
margini, destro e sinistro, danno origine alla piega glossoepiglottica laterale e
alla piega ariepiglottica.
Le cartilagini aritenoidee sono poste sulla parte superiore e posteriore della
cartilagine cricoidea. La base della cartilagine aritenoidea si articola con il
margine superiore della cricoidea; avanti e dietro, presenta un prolungamento che
va a formare il processo vocale e il processo muscolare. L’apice della
cartilagine omonima è sormontato dalla cartilagine corniculata. Presenta una
faccia mediale che limita la parte intercartilaginea della rima della glottide; la
faccia posteriore corrisponde ai muscoli aritenoideo trasverso e obliquo; la faccia
anterolaterale presenta due fossette dove si inseriscono la fossa triangolare e la
fossa oblunga. Inoltre presenta tre margini, anteriore-posteriore ed esterno.
Le cartilagini corniculate, note come quelle di Santorini sono dei piccoli coni
cartilaginei che vanno ad inserirsi attraverso le basi con gli apici tronchi delle
cartilagini aritenoidee.
Le cartilagini cuneiformi, note come quelle di Morgagni, destra e sinistra si
trovano situate nello spessore della piega ariepiglottica.

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Le articolazioni della laringe possono essere suddivise in articolazioni estrinseche,
in cui le cartilagini della laringe e sono unite tra loro attraverso faccette articolari o
articolazioni intrinseca, se è sprovvista di superficie articolare.
Le articolazioni intrinseche si suddividono in:
-articolazione cricotiroidea (articolazione pari, artrodia. La capsula
dell’articolazione è rinforzata anteriormente e posteriormente dai legamenti
ceratocricoidei anteriore e posteriore e inoltre vi è il legamento cricotiroideo
mediano)
-articolazioni cricoaritenoidee (articolazione piana, artrodia. Le superfici articolari
sono date da una faccetta ellittica posta superiormente alla cartilagine cricoidea,
nota come faccetta articolare aritenoidea; da una faccetta articolare posta sulla
cartilagine aritenoidea, nota come faccetta articolare cricoidea)
-articolazioni aricorniculate (articolazione pari, artrodia. Faccetta articolare
superiore occupa l’apice della cartilagine aritenoidea; faccetta articolare inferiore
occupa la base della cartilagine corniculata).

I legamenti intrinseci sono rappresentati dal legamento tiroepiglottico, dal


legamento cricofaringeo. Il legamento tiroepiglottico fissa il picciolo della
cartilagine epiglottide alla cartilagine tiroidea. Il legamento cricofaringeo, detto
legamento corniculato, ha origine nella lamina cricoidea, si estende fra le cartilagini
aritenoidee e biforca raggiungendo l’apice della cartilagine corniculata.
I legamenti estrinseci connettono la laringe all’osso ioide, al primo anello
tracheale, alla lingua e alla faringe. L’unione tra cartilagine tiroidea e ioide è dato
dal legamento tiroioideo mediano e dai legamenti tiroioidei laterali,
ispessimenti della membrana tiroioidea. L’unione della cartilagine cricoidea con la
trachea avviene attraverso il legamento cricotracheale. Il legamento
ioepiglottico è una lamina fibroelastica tra il corpo dell’osso ioide e la faccia
anteriore della cartilagine epiglottide. Il legamento glossoepiglottico si interpone
tra lingua ed epiglottide. Il legamento faringoepiglottico si interpone tra faringe ed
epiglottide.
Al di sotto della tonaca mucosa si estendono le membrane fibroelastiche della
laringe che comprendono la membrana quadrangolare e il cono elastico. La
membrana quadrangolare si estende dall’epiglottide fino alle cartilagini
aritenoidea e corniculata. Il margine superiore forma il legamento ariepiglottico
che solleva la piega omonima; il margine inferiore forma il legamento vestibolare
che solleva la piega omonima. Il corno elastico si trova nella parte inferiore della

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laringe. Si inserisce sulla circonferenza superiore dell’arco della cartilagine
cricoidea e risale verso l’alto dove vi è un margine libero. Tale margine prende il
nome di legamento vocale che assieme al muscolo vocale costituisce la piega
vocale.
I muscoli estrinseci della laringe si inseriscono alle cartilagini della laringe e alle
ossa od organi vicini. Si tratta di muscoli sternotiroideo (from sterno to linea
obliqua della cartilagine tiroidea) e tiroioideo (from ioide to linea obliqua della
cartilagine tiroidea), costrittore inferiore della faringe (from linea obliqua della
cartilagine tiroidea to faringe) e stilofaringeo (from osso temporale to faringe).

I muscoli intrinseci sono in totale 13: uno impari, il muscolo aritenoideo trasversio
e sei pari, i muscoli aritenoideo obliquo, cricotiroideo, cricoaritenoideo posteriore,
cricoaritenoideo laterale, tiroaritenoideo e ariepiglottico.
Il muscolo ariaritenoideo è suddivisibile in muscolo aritenoideo obliquo e
trasverso.
Il muscolo cricotiroideo è di forma triangolare e in esso si distinguono una parte
retta e una parte obliqua.
Il muscolo cricoaritenoideo posteriore è un muscolo pari, di forma triangolare, il
più massiccio tra gli altri.
Il muscolo cricoaritenoideo laterale è pari, forma quadrilatera, situato
lateralmente al cono elastico.
Il muscolo tiroaritenoideo ha una forma quadrilatera, pari, spessore sottilissimo.
È costituito da un piano interno, profondo, costituendo il muscolo vocale; piano
medio formato da fibre che si inseriscono sulla parte tiroepiglottica del
minuscolo tiroaritenoideo; piano esterno, poco sviluppato nell’uomo, si possono
osservare delle fibre che si inseriscono sul processo muscolare della cartilagine
aritenoidea, muscolo di Santorini.
Il muscolo ariepiglottico, spesso poco visibile, si estende sulla parte superiore
delle pieghe ariepiglottiche ed è considerato come la continuazione verso l’alto del
muscolo tiroaritenoideo o la parte ariepiglottica del muscolo aritenoideo
obliquo.

La laringe appare allargata nella sua parte superiore e in quella inferiore; nella
parte media presenta una porzione ristretta, glottide. Il tutto può essere suddiviso in
una zona glottica, sopraglottica e sottoglottica.

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Alla zona sopraglottica si perviene attraverso un orifizio ellittico, detto adito
laringeo, le cui dimensioni e forma variano con l’età e il genere. L’adito è delimitato
anteriormente dal margine libero della cartilagine epiglottide e lateralmente e
posteriormente dalle pieghe ariepiglottiche che sono sollevate posteriormente
dai tubercoli cuneiforme e corniculato. La zona sopraglottica, vestibolo
laringeo, è una cavità compresa fra l’adito laringeo e la rima del vestibolo che si
trova tra le pieghe vestibolari. È costituita da 4 pareti: anteriore, posteriore e
laterali. La parete anteriore è caratterizzata dall’epiglottide; la parete posteriore
presenta l’insicura interaritenoidea; le pareti laterali sono costituite in alto dalle
pieghe ariepiglotiche. L’adito laringeo viene mantenuto aperto dall’elasticità
dell’epiglottide.
La zona glottica è la porzione della laringe in cui si svolge la fonazione. Presenta
sulla linea mediana una fessura allungata in senso anteroposteriore, la glottide,
delimitata lateralmente da formazioni membranose, le pieghe. Esse sono quattro,
due in ogni lato: le superiori sono dette pieghe vestibolari o (ventricolari o corde
vocali false), le inferiori rappresentano le pieghe vocali o (corde vocali o corde
vocali vere). Inoltre, a destra e a sinistra, tra la piega vestibolare e la piega vocale,
si trova un diverticolo della cavità laringea, il ventricolo laringeo.
Le pieghe vestibolari presentano due facce e due margini. La faccia superiore
corrisponde alla zona sopraglottica della faringe. La faccia inferiore forma la
parete interna del ventricolo laringeo. Il margine interno, guarda la rima della
glottide. Il margine esterno continua con la piega arieepiglottica.
Le pieghe vocali hanno due facce e due margini. La faccia superiore costituisce il
pavimento del ventricolo laringeo. La faccia inferiore fa parte della zona
sottoglottica della laringe. Il margine interno, libero, va a formare un piccolo
triangolo. Il margine esterno, corrisponde alla lamina della cartilagine tiroidea e al
muscolo tiroaritenoideo.
Il glottide è uno spazio allungato in senso anteroposteriore, limitato lateralmente
dalle pieghe vocali e dalla faccia interna delle cartilagini aritenoidee. Costituito da
due parti, la parte intramembranosa della rima della glottide e la parte
intercartilaginea della rima della glottide.
La zona sottoglottica comprende tutta la parte della cavità laringea che si trova al
di sotto della glottide (cavità infraglottica). Questa zona della laringe si divide in
due porzioni: la superiore ha forma di imbuto, la inferiore ha la forma di un
cilindro.

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La tonaca mucosa della laringe è costituita da un epitelio di rivestimento e da una
lamina propria. L’epitelio è di tipo respiratorio, cilindrico. In prossimità dell’adito
laringeo la tonaca mucosa che riveste l’epitelio e le pieghe vocali è costituita da un
epitelio pavimentato composto. La lamina propria è sottile e ricca di fibre
elastiche che si portano in profondità nella membrana fibroelastica della laringe.
Nella parte inferiore della laringe, in vicinanza della trachea, dove la tonaca mucosa
della laringe trapassa nella mucosa della trachea, si osserva anche una tonaca
sottomucosa.

La trachea è un condotto impari e mediano che ha inizio nella parte inferiore del
collo e poi discende dietro lo sterno occupando la parte superiore del torace e
davanti del canale alimentare. La sua estremità superiore, nell’adulto, corrisponde
alla C6-C7, la inferiore corrisponde alla T4. La forma della trachea è quella di un
tubo cilindrico la cui parte posteriore è sostituita da una superficie piana. La trachea
si porta obliquamente dall’alto al basso e dall’avanti all’indietro, allontanandosi dalla
superficie cutanea e seguendo un tragitto abbastanza rettilineo. Nella trachea si
distinguono una parte cervicale e una parte toracica.
La parte cervicale della trachea comprende i primi cinque o sei anelli tracheali e il
suo limite inferiore è segnata dall’insicura giugulare dello sterno. Si rapporta
anteriormente con la fascia cervicale e con i muscoli sottoioidei; posteriormente, la
parte cervicale si rapporta con l’esofago che, deviando verso sinistra, forma con la
trachea un angolo diedro in cui decorre il nervo laringeo ricorrente sinistro.
Lateralmente, la parte cervicale della trachea è in rapporto con i lobi della
ghiandola tiroide e, più lateralmente, con il fascio vascolare del collo.
La parte toracica occupa in tutta la sua estensione il mediastino anteriore.
Superiormente, si rapporta anteriormente con la vena brachiocefalica e con il timo.
Inferiormente, si rapporta anteriormente con il tronco arterioso brachiocefalico, che
la incrocia obliquamente fino a raggiungere l’arteria carotide comune.
Posteriormente, la parte toracica fa riferimento all’esofago, che la separa dalla
colonna vertebrale, mentre lateralmente, sia a destra che a sinistra, con la pleura
mediastinica. A livello della sua biforcazione la trachea corrisponde al pericardio e
alle agricole destra e sinistra del cuore. Anteriormente a questa regione, troviamo
l’arteria polmonare destra; i rami del nervo vago e del tronco simpatico il cui
insieme formano il complesso polmonare.
Le arterie provengono dalle arterie tiroidee superiore e inferiore, dai rimi tipici
dell’arteria toracica interna e dai rami bronchiali destri dell’aorta toracica. Le vene

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originano dalla tonaca mucosa e decorrono in senso anteroposteriore negli
intervalli tra gli anelli cartilaginei raggiungendo la parete posterei della trachea.
I nervi provengono dal nervo vago e dal tronco simpatico e si distribuiscono con
rami sensitivi, motori e secretori alla tonaca mucosa, al muscolo tracheale e alle
ghiandole tracheali.
La trachea presenta due tonache, una esterna, fibromuscolocartilaginea, formata
dalla parete membranosa, dalle cartilagini tracheali e dal muscolo tracheale, che
nell’insieme forma l’impalcatura del condotto, e una interna, mucosa.
La parete membranosa è una membrana fibroelastica, occupa senza interruzione
tutta l’altezza della trachea. In alto continua con il pericondrio che riveste la
cartilagine cricoidea, mentre in basso continua con la tonaca esterna dei bronchi.
Le cartilagini tracheali sono disposte nello spessore della parete membranosa,
costituite da 15-20 anelli cartilaginei disposti uno sopra l’altro. Tali anelli non hanno
tutti la stessa altezza e non sono sempre paralleli gli uni agli altri. Il primo anello ha
un’altezza considerevole, rispetto agli altri, e non è raro che si trovi in continuità con
la cartilagine cricoidea. L’ultimo anello tracheale piega verso il basso nella sua
parte media, in modo da formare una specie di sprone, detto carena tracheale, il
cui apice dirige in basso e indietro biforcandosi nei due bronchi. Dal punto di vista
strutturale gli anelli cartilaginei sono costituito da cartilagine ialina con il progredire
dell’età va incontro a processi di calcificazione.
Il muscolo tracheale è presente nella parete posteriore della trachea, il cui
spessore varia da un individuo all’altro. Le fibrocellule del muscolo tracheale si
inseriscono mediante piccolissimi tendini elastici alle estremità della parete
membranosa che unisce gli anelli cartilaginei e, contraendosi, avvicinano l’una
all’altra le due estremità degli anelli cartilaginei diminuendo il diametro trasversale
della trachea e resistendo alla colonna d’aria espirata.
La tonaca mucosa respiratoria riveste tutta la superficie interna del condotto con i
suoi due strati costituitoi dall’epitelio e dalla lamina propria. L’epitelio respiratorio
della trachea è un epitelio cilindrico composto in cui sono presenti cinque isotipi: le
cellule basali (verso la base dell’epitelio), le cellule mucipare (secernono
mucinogeno andando a formare lo strato di muco), le cellule a spazzola (simile
alle mucipare però contengono una componente di mucinogeno inferiore), le
cellule appartenenti al sistema neuroendocrino diffuso (sono delle cellule
riscontrabili particolarmente a livello della biforcazione bronchiale, secernono di
fatto ormoni peptidici sottoforma di granulazioni che vengono rilasciate nella lamina
propria).

15
La lamina propria è costituitoa da tessuto connettivo piuttosto denso con un gran
numero di fibre elastiche, in cui si trovano, principalmente negli intervalli tra gli
anelli cartilaginei, numerose ghiandole acinose ramificate di tipo misto, identiche a
quelle della laringe, e noduli linfoidi.
La tonaca sottomucosa è sottile anteriormente e più spessa a livello della parete
membranosa, risulta formata da tessuto connettivo lasso con lobuli adiposi e
ghiandole tubuloacinose composte a secrezione sierosa, mucosa e mista.

La trachea si biforca a livello di T4-T5 nei due bronchi principali destro e sinistro,
che raggiungono l’alo del polmone dando luogo a un’arborizzazione all’interno
dell’organo. I due bronchi principali destro e sinistro vengono detti bronchi
extrapolmonari, mentre i bronchi che derivano dalla loro ramificazione vengono
chiamati bronchi intrapolmonari.
I due bronchi extrapolmonari si portano in basso e lateralmente rispetto alla
trachea. Il bronco principale destro ha un calibro maggiore rispetto a quello sinistro,
ma una lunghezza minore. Il punto di biforcazione tracheale corisponde alla carena
tracheale, che internamente nella trachea è segnata da una cresta sagittale. I
bronchi principali destro e sinistro, entrando nei polmoni attraverso l’ilo, sono in
rapporto con tutti i vasi e i nervi che entrano o escono dal polmone e cioè con i rami
delle arterie polmonari, con i rami bronchiali dell’aorta toracica.
Le arterie provengono dai rami bronchiali dell’aorta toracica. Le vene si versano
nelle vene bronchiali. I nervi provengono dai plessi polmonari antieroe e posteriore,
formati da rami del nervo vago e del tronco simpatico.
I bronchi principali destro e sinistro mostrano la stessa struttura della trachea,
presentando esternamente una tonaca fibromuscolocartilaginea e internamente
una tonaca mucosa respiratoria. Il loro scheletro è formato in avanti e sui lati
dalla cartilagine bronchiale, rappresentata da anelli cartilaginei contenuti nelle
tonaca fibromuscolocartilaginea. La parete dei bronchi è costituita dalla parete
muscolare. Internamente rispetto alla tonaca fibromuscolocartilaginea, si trovano
la tonaca sottomucosa e, più profondamente, la tonaca mucosa respiratoria,
come nella trachea.

I polmoni sono gli organi essenziali del sistema respiratorio, in cui si svolge il
fenomeno dell’ematosi, che è la trasformazione del sangue ridotto in sangue
ossigenato mediante l’assunzione di ossigeno e la cessione di anidride carbonica a
livello dei capillari. In numero di due, destro e sinistro, sono contenuti nelle logge

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pleuropolmonari delle cavità toracica, separati da uno spazio mediano compreso
tra la colonna vertebrale e lo sterno, il mediastino, che accoglie il sacco pericardico
con il cuore, il timo, i grossi vasi, l’esofago, la trachea e i bronchi. Le logge
pleuropolmonari sono delimitate lateralmente dalle coste e dai muscoli intercostali,
medialmente dal mediastino, inferiormente dal diaframma e superiormente dagli
organi che si trovano a livello dell’apertura superiore del torace. Nel mediastino si
trovano i bronchi, i vasi e i nervi che, insieme, costituiscono la radice del polmone,
che penetra nel polmone attraverso l’ilo. I polmoni sono avvolti da una tonaca
sierosa, la pleura, formata da due foglietti, uno viscerale e uno parietale, dei quali
il primo aderisce alla superficie dell’organo, mentre il secondo tappezza la
superficie delle logge pleuropolmonari. Tra i due foglietti, che continuano l’uno
nell’altro a livello dell’io del polmone, si delimita uno spazio, la cavità pleurica,
importante per l’espansione dei polmoni durante l’inspirazione.
La capacità polmonare è la quantità di aria che può essere contenuta nei polmoni
in relazione con la fase della respirazione. Il polmone ha la forma di un cono a cui
sia stata asportata la parte mediale per mezzo di un piano di taglio verticale. Si
distinguono la base del polmone, apice del polmone, faccia costale, faccia
mediastinica, tre margini (anteriore, inferiore e posteriore).
La base del polmone è di forma semilunare, inclinata in basso e indietro e
concava medialmente. Entra in rapporto a destra con il lobo destro del fegato e a
sinistra con il lobo sinistro del fegato. Posteriormente, scendendo in basso, entra in
rapporto con la ghiandola surrenale e il polo superiore del rene.
La faccia costale corrisponde alle coste e si estende indietro fino alla parte
vertebrale della faccia costale; in avanti arriva quasi alla linea mediana. Tra le
facce, è la più estesa.
La faccia mediastinica è concava, compresa tra i margini anteriore e posteriore
del polmone. Presenta l’ilo del polmone, sede di alcuni linfonodi broncopolmonari.
A destra ha una forma rettangolare, a sinistra ha forma di racchetta da tennis. Al di
sotto dell’ilo, i foglietti viscerale e parietale, si prolungano formando i legamenti
polmonari che individuano nella faccia mediastinica del polmone una zona
preilare e una retroilare. Al davanti e al di sotto dell’ilo del polmone si trova una
zona incavata, impronta cardiaca, che è più profonda a sinistra. La faccia
mediastinica presenta un solco per l’arco della vena azigos, punto di arrivo della
vena omonima, nella parte del polmone destro; il solco per l’arco dell’aorta, nella
parte sinistra del polmone. Al davanti del solco per l’arco della vena azigos si trova

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il solco per la vena cava superiore; al davanti del solco per l’arco dell’aorta si
trova il solco per la vena brachiocefalica sinistra.
L’apice del polmone si trova sopra il margine superiore della seconda costa e si
presenta come un cono arrotondato. La pleura separa l’apice del polmone da un
gran numero di organi vascolari e nervosi e non presenta in questo punto il
caratteristico aspetto di foglietto più o meno sottile. L’apice del polmone è incrociato
mediamente dall’arteria succlavia che vi lascia un’impronta (solco per l’arteria
succlavia).
Il margine anteriore è molto sottile, forma convessa a sinistra, continua con il
margine inferiore formando una piccola sporgenza detta lingula del polmone
sinistro che ricopre l’apice del cuore e che delimita un’insicura, dovuta alla
presenza del cuore, detta incisura cardiaca del polmone sinistro.
Il margine posteriore, arrotondato, sinuoso e separa posteriormente la faccia
costale dalla faccia mediastinica.
Il margine inferiore presenta un tratto laterale convesso e un tratto mediale
concavo. Lateralmente separa la base del polmone dalla faccia costale, mentre
mediamente segna il confine tra la base del polmone e la faccia mediastinica.
La superficie del polmone presenta scissure che si portano fino all’ilo del polmone,
dividendo così l’organo in lobi. La scissura obliqua origina nella parte superiore
dell’ilo del polmone, oltrepassa il margine posteriore del polmone e attraversa la
faccia costale portandosi obliquamente in basso e in avanti fino a raggiungere la
base del polmone. La scissura orizzontale del polmone destro si stacca da
quella obliqua, percorre la faccia mediastinica per terminare all’ilo del polmone. La
presenza di queste due scissure divide il polmone destro in 3 lobi: lobo superiore,
medio e inferiore del polmone. Il polmone sinistro, sulla cui superficie è presente
sola la scissura obliqua, è diviso in due lobi: lobo superiore e inferiore.
La pleura viscerale si insinua nelle scissure fino all’ilo del polmone separando i lobi
tra di loro. Nell’ambito di ciascun lobo è possibile distinguere i segmenti o zone
broncopolmonari.
I segmenti broncopolmonari rappresentano territori macroscopici fra loro
indipendenti, in presentano una ventilazione e un’irrorazione proprie. Il segmento
broncopolmonare è l’unità anatomica funzionale del polmone perché presenta un
proprio peduncolo broncoarterioso. Ciascun segmento broncopolmonare
comprende centinaia di entità indipendenti, i lobuli polmonari, ognuno dei quali è
formato da 10-15 unità elementari, gli acini polmonari.

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A livello dell’ilo del polmone, a destra e a sinistra, penetra un bronco
extrapolmonare, il bronco principale, che percorre l’ìlo dirigendosi obliquamente
dall’alto al basso e dall’avanti all’indietro. Dal bronco principale si ramificano i
bronchi lobari, che si portano ai lobi dei polmoni. Dalla ramificazione dei bronchi
lobari derivano i bronchi segmentali, che si portano ai segmenti broncopolmonari.
I bronchi segmentali si dividono ripetutamente dando origine a bronchi
intrasegmentali fino al bronco terminale che fa capo a un lobulo polmonare.
All’interno di ciascun lobulo polmonare il bronco terminale dà origine al bronchiolo
che, a sua volta, si divide nei bronchioli terminali che provvedono alla
ventilazione degli acini ramificandosi nei bronchioli respiratori. L’insieme delle
ramificazioni dei bronchi principali fino ai bronchi terminali costituisce la parte
intrapolmonare dell’albero bronchiale, mentre le ramificazioni all’interno del
lobulo costituiscono il parenchima polmonare.
L’albero bronchiale è formato dai rami bronchiali collaterali extralobulari nel
polmone destro (albero bronchiale destro) e in quello sinistro (albero bronchiale
sinistro).

L’albero bronchiale destro presenta un primo ramo collaterale, il bronco lobare


superiore destro, che si distacca dal lato esterno del bronco principale e si porta
all’esterno e verso l’alto rispetto al bronco principale. Dopo un breve tragitto si
divide in tre rami secondari: bronco segmentale apicale, diviso in ramo superiore
e posteriore; bronco segmentale posteriore, rappresenta il primo della serie dei
rami dorsali; bronco segmentale anteriore, diviso in ramo superiore e inferiore.
Il bronco lobare medio è il secondo ramo collaterale che fa seguito al punto di
origine del bronco lobare superiore destro e si divide nei due bronchi segmentali
laterale e mediale.
Il bronco lobare inferiore è costituito da un corto segmento da cui si dipartono tre
rami ventrali (bronchi segmentali basali anteriore e laterale); tre rami dorsali
corrispondenti ai bronchi segmentali superiore, basale mediale e basale
posteriore.
L’albero bronchiale sinistro ha come primo ramo collaterale il bronco lobare
superiore sinistro che, distaccandosi dal lato esterno del bronco principale, si
porta in avanti e poi piega verso l’alto, dividendosi in due rami: superiore e
inferiore. Il ramo superiore di divide in due o tre rami: bronchi segmentali
apicoposteriore e anteriore. Il ramo inferiore si distribuisce alla parte inferiore del
lobo superiore del polmone sinistro formando i bronchi linguali superiore e

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inferiore. Il secondo ramo collaterale è il bronco lobare inferiore sinistro, da cui
originano tre rami ventrali inferiori, che corrispondono ai bronchi segmentali basali
anrteriore e laterale. Anche nel polmone sinistro è presente, come nel destro, è
presente un bronco accessorio, chiamato bronco lobare infracardiaco.
Nel polmone ci sono due tipi di circolazione sanguigna, un circolo nutritizio e un
circolo funzionale. Il circolo nutritizio ha funzioni trofiche per i tessuti dell’albero
bronchiale. L’apporto ematico è fornito dai rami bronchiali dell’aorta toracica, le cui
ramificazioni formano due reti capillari intorno alla parete dei bronchi, una nella
tonaca muscolare, esterna, e una nella lamina propria, interna. Nei bronchi
intrapolmonari di piccolissimo calibro le vene che originano dalla rete capillare si
gettano nelle radici delle vene polmonari, mentre nei bronchi di medio e grosso
calibro sboccano sempre nelle vene bronchiali.
Attraverso il circolo funzionale, il sangue povero di ossigeno proveniente dal
cuore destro è ossigenato e riportato al cuore sinistro affinché possa raggiunge tutti
i tessuti; si sviluppa attraverso i peduncoli vascolobronchiali.
I nervi seguono le divisioni bronchiali e terminano sia strato muscolare (nervi
motori) sia in quello epiteliale (nervi sensitivi).
Subito dopo il loro ingresso nei polmoni, i bronchi modificano la loro struttura. A
livello dei bronchi interlobulari, i semianelli cartilaginei sono sostituti da placche
cartilaginee. Via via che si ramificano, la tonaca mucosa diventa più sottile e
l’altezza dell’epitelio tende a diminuire, al fine di nei bronchi si crea uno strato di
cellule cilindriche. Le modificazioni della tonaca muscolare nei bronchi
extralobulari sono notevoli.
Il parenchima polmonare è formato da un insieme di territori indipendenti
delimitati da setti connettivali, i lobuli polmonari. I lobuli superficiali hanno forma
di piramide con base rivolta verso la superficie del polmone, quelli profondi sono
invece poliedrici. Si possono distinguere nel lobulo polmonare due elementi: il
bronchiolo con le sue molteplici ramificazioni, seguite da quelle dell’arteria
lobulare, e la porzione respiratoria, che rappresenta il supporto dei capillari
polmonari.
Il bronchiolo si divide nel lobulo polmonare in rami, il cui numero è variabile da tre
a cinque, detti bronchioli terminali, ciascuno dei quali forma un acino
polmonare, che è la più piccola unità funzionale del polmone. È accompagnato
dall’arteria lobulare, ramo dell’arteria polmonare. I bronchioli terminali discendono
verso la base del lobulo dando un certo numero di rami collaterali e si dividono,
infine, in due ramuscoli terminali, i bronchioli respiratori. Ogni bronchiolo si

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suddivide infine nei dotti alveolari, che terminano con dilatazioni a fondo cieco
definite sacchi alveolari. Lungo il loro percorso, i bronchioli respiratori e i dotti
alveolari presentano estroflessioni emisferiche, gli alveoli polmonari.
I bronchioli e i loro rami rappresentati dai bronchi terminali hanno struttura
semplice; epitelio di rivestimento è cilindrico con cellule mucipare intercalate
che si fanno sempre più rare. Al di sotto dell’epitelio si trova una tonaca
fibromuscolare formata da tessuto connettivo denso che accoglie fasci di tessuto
muscolare liscio.
La parete dei bronchioli respiratori è formata da un epitelio di rivestimento privo
di cellule mucipare e di cellule ciliate che conferiscono una forma del tipo
pavimento semplice. Fascetti muscolari ed elastici circondano il punto d’attacco
dell’alveolo polmonare alla parete del bronchiolo respiraotieo formando una specie
di manicotto che regola il flusso dell’aria dentro gli alveoli polmonari. Hanno la
parete completamente formata dagli alveoli polmonari; il colletto degli alveoli è
rivestito da cellule cubiche prive di ciglia, sotto le quali sono presenti sottili fascetti
di tessuto muscolare liscio e fibre elastiche.
Gli alveoli polmonari rappresentano la porzione terminale dell’albero branchiale,
che risulta adibita agli scambi respiratori. Sono numerosissimi e presentano una
parete costituita da epitelio alveolare e strato connettivo vascolare. Nell’epitelio
alveolare sono presenti tre tipi cellulari, quali pneuomociti tipo 1, tipo 2 e macrofagi
alveolari.
I pneumociti di tipo 1 sono cellule appiattite il cui citoplasma si soleva nella
porzione che accoglie il nucleo verso la cavità dell’alveolo, tali cellule tendono a
rivestire gran parte della superficie dell’alveolo.
I pneumociti di tipo 2 sono cellule tondeggianti e sporgenti nel lume dell’alveolo.
All’interno del loro citoplasma sono presenti delle formazioni, comunemente definite
come corpi lamellari. Il surfattante prodotto in questa componente cellulare
permette il massimo utilizzo della superficie respiratoria della superficie alveolare
per gli scambi gassosi fra aria e sangue. Quando gli alveoli sono contigui, possono
osservare aperture nei setti interalveolari, rappresentate da pori alveolari (pori di
Kohn).
I macrofagi alveolari sono cellule di origine mesenchimale situate a livello dei setti
interalveolari, rotondeggianti e dotate di attività fagocitarla. Sono cellule mobili che
fagocitano le particelle del pulviscolo atmosferico.

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La barriera ematogassosa è una struttura della parete alveolare, con diametro
variabile ed è quindi costituita da: epitelio alveolare - membrana basale dell’epitelio
alveolare - membrana basale dell’endotelio capillare - endotelio capillare.
Le arterie che irrorano sia bronchioli che alveoli sono tutte fornite dall’arteria
polmonare. Ciascun lobulo polmonare riceve un ramo dall’arteria polmonare, arteria
lobulare, che penetra nel lobulo addossata al bronchiolo. A livello del punto di
sbocco nel dotto alveolare gli ultimi rami dell’arteria lobulare, arteriose brevissime,
si risolvono nella rette capillare alveolare.
Le vene hanno origine dalla rete capillare alveolare mediante venale brevissime
che, confluendo tra loro, formano nei setti interlobulari i rami delle vene polmonari.
Per quanto riguarda i bronchi, i nervi formano nella tonaca fibrosa un ricco plesso
costituito da fibre motrici che vanno a terminare nello strato muscolare e fibre
sensitive che costituiscono un secondo plesso al di sotto dell’epitelio, il plesso
sottoepiteliale.
Le pleure sono membrane sierose che avvolgono separatamente ciascun polmone,
come sacchi chiusi, destinate a facilitare lo scivolamento dei polmoni sulle pareti
della loggia che li contiene. Sono costituite da un foglietto viscerale, pleura
viscerale, che riveste la superficie dell’organo; da un foglietto parietale, pleura
parietale, che si distende sulle pareti delle logge pleuropolmonari. Tra questi due
foglietti si trova uno spazio, la cavità pleurica.
La pleura viscerale circonda il polmone in tutta la sua estensione, eccetto che a
livello dell’ilo del polmone, dove si riflette all’esterno per continuare con la pleura
parietale, che in questa sede è rappresentata dalla parte mediastinica. Il foglietto
viscerale, sottilissimo e perfettamente trasparente, aderisce interamente al
polmone, in modo che è impossibile separarlo con la dissezione. Questa particolare
aderenza è assicurata da un sottile strato di tessuto cellulare, il tessuto
sottopleurico, che continua negli spazi interlobulari.
La pleura parietale riveste in tutta la sua estensione la vasta cavità dove si trova
collocato il polmone. In basso si estende sulla parte laterale della cupola
diaframmatica (parte diaframmatica della pleura parietale). In alto avremo la
cupola pleurica; medialmente avremo la parte mediastinica della pleura
parietale; posteriormente avremo la parte costale della pleura parietale.

La pleura costale si estende dallo sterno alla faccia laterale dei corpi vertebrali.
Ricopre prima la faccia posteriore dello sterno, poi si estende sulle cartilagini costali
e sulle coste. Posteriormente, la pleura costale ricopre i muscoli intercostali interni,

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vasi e nervi intercostali. Superiormente, ricopre l’apice del polmone e prende
rapporto con organi che si trovano in corrispondenza dell’apertura superiore del
torace. La cupola pleurica risale al di sopra della prima costa, rinforzata e fissa
allo scheletro da fasci fibrosi e muscolari che formano l’apparato sospensore della
pleura, costituito da legamenti che vanno a formare la membrana soprapleurica.
Il legamento vertebropleurico va da C6-C7 alla parte mediale della cupola
pleurica; il legamento costopleurico va dalla prima costa alla cupola pleurica; il
legamento scalenopleurico è un’espansione fibrosa della fascia che riveste il
muscolo scaleno anteriore e raggiunge la parte anteriore della cupola pleurica e la
prima costa.
La pleura mediastinica forma la parete mediale della sacca che contiene il
polmone. A livello della radice del polmone la parete anteriore e posteriore della
pleura mediastinica si incontrano formando una piega, il legamento polmonare.
La parte destra si pone in rapporto con esofago, tronco brachiocefalico, vena
azigos e pericardio, dove si crea una interposizione tra le strutture per mezzo del
nervo frenico che forma il seno interazigosesofageo.
La parte sinistra si pone in rapporto con il lato sx dell’esofago e l’aorta discendente,
si rapporta con il pericardio dove tramite il nervo frenico si crea una interposizione
che forma il seno interaorticoesofageo.
La pleura diaframmatica riveste tutta la porzione del diaframma che nelle
inspirazioni forzate corrisponde alla base del polmone. Si estende sulla faccia
superiore della cupola diaframmatica. Medialmente continua con la pleura
mediastinica e lateralmente con la pleura costale.
I seni pleurali sono recessi all’interno della cavità pleurica contenenti liquido
pleurico e rappresentati lo spazio utile per consentire l’espansione dei polmoni. La
pleura diaframmatica, a livello dell’angolo compreso fra il diaframma e la parete
toracica, continua con la pleura costale dando origine al seno
costodiaframmatico. Si tratta di una cavità virtuale che viene occupata dal
polmone quando aumenta di volume durante l’inspirazione. La pleura mediastinica
continua anteriormente con la pleura costale dando origine al seno
costomediastinico, in cui è accolto il margine anteriore del polmone che lo riempie
quasi interamente. L’area priva di pleura di forma triangolare, con apice
sull’estremità esternale della quarta cartilagine costale sinistra e base che
corrisponde alla linea basisternale, viene chiamata triangolo extrapleurale.

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La pleura viscerale è irrorata da rami che originano dai rami bronchiali dell’aorta
toracica. Le arterie della pleura parietale provengono da rami delle arterie
intercostali che si distribuiscono alla pleura costale, da rami delle arterie freniche
superiori che irrorano la pleura diaframmatica e da rami provenienti dai rami
mediastini dell’aorta toracica che vascolarizzato la pleura mediastinica.
Le vene si riversano per la maggior parte nella vena azigos a destra e nelle vene
emiazigos a sinistra.
I nervi della pleura viscerale sono forniti dal plesso polmonare e provengono dal
tronco simpatico. I nervi della pleura parietale provengono dai nervi intercostali, dal
nervo vago, dal nervo frenico e dal tronco simpatico.
È formata la pleura viscerale da un mesotelio e da una tonaca
sottomesoteliale. Il mesotelio è un epitelio pavimentoso che riveste la superficie
dei foglietti pleurici rivolti verso la cavità pleurica. Al di sotto avremo una lamina
propria costituita da un sottile strato di fibre collagene e di fibre elastiche. Più
profondamente avremo la tela sottosierosa (tessuto connettivo lasso ricchissimo
di vasi sanguigni; uno strato fibroelastico profondo, di solito unito al sistema
elastico degli alveoli polmonari.
La pleura parietale ha la stessa struttura di quella viscerale. Epitelio e lamina
propria farebbero parte della pleura propriamente detta, mentre lo strato
connettivale e lo strato fibroelastico apparterebbero alla parte toracica.

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SISTEMA CARDIOVASCOLARE
Il sistema circolatorio è costituito da un insieme di condotti variamente ramificati,
vasi sanguigni (arterie, vene e vasi capillari) e linfatici, che si distribuiscono a tutto
l’organismo e nei quali scorrono il sangue e la linfa. Si distinguono un sistema
cardiovascolare, contenente il sangue, e un sistema circolatorio linfatico,
deputato al trasporto della linfa. Nel sistema cardiovascolare è inserito un organo
motore molto importante deputato a svolgere la funzione di pompa e circolazione
del sangue nei vasi. Nel linfatico, invece, troviamo organi come timo, midollo
osseo, milza e linfonodi. Il midollo osseo dà origine ad elementi come eritrociti,
granulociti, monociti e piastrine. Tale sistema svolge svariate funzioni, quali:
-trasporto di sostanze nutritizie e di ossigeno
-allontanamento dei prodotti del catabolismo cellulare
-termoregolazione
-regolazione dell’omeostasi
-intervento nei processi immunitari
Il cuore svolge una funzione di pompa ed è provvisto di un sistema di valvole atte
a indirizzare in una direzione il flusso sanguigno. Le arterie portano il sangue dal
cuore alla periferia del corpo. Dal segmento finale delle arteriole, si sviluppano i
vasi capillari, permeabili e permettono il passaggio di acqua e sostanze in essa
disciolte dal sangue ai tessuti circostanti e viceversa. I capillari formano reti dalle
quali, per confluenza, hanno origine le venule, che, riunendosi fra di loro,
costituiscono vene di piccolo e medio calibro.
Nell’uomo esiste una circolazione doppia e completa, grande circolo e piccolo
circolo. Il grande circolo, o circolazione generale, destinato all’irrorazione di tutti i
segmenti corporei; piccolo circolo, il cui compito è quello di ristabilire nel sangue
un adeguato contenuto di ossigeno e anidride carbonica. Il cuore è costituito da 4
cavità, due posterosuperiori, atrio dx e sx, separate dal setto interatriale, e due
anteroinferiori, ventricolo dx e sx, separate dal setto interventricolare. Ogni atrio è
collegato al suo ventricolo mediante l’orifizio detto anche ostio atrioventricolare,
provvisti di valvola mitrale a sinistra e di valvola tricuspide a destra. Negli atri
sboccano le vene, attraverso l’orifizio od ostio della vena cava superiore e
inferiore (atrio dx) e gli orifizi ed osti delle vene polmonari (atrio sx). Dai ventricoli
partono le arterie, alla cui origine ci sono le valvole aortica polmonare che
permettono il passaggio unidirezionale di sangue dai ventricoli sinistro e destro
all’aorta e al tronco polmonare.
Il grande circolo origina dal ventricolo sx mediante l’aorta che ramificandosi si
distribuisce in tutto l’organismo. Dalle reti capillari tramite il sistema venoso il
sangue ritorna all’atrio dx ove sboccano la vena cava superiore, inferiore e seno

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coronario; dall’atrio dx il sangue passa quindi nel sottostante ventricolo. Il piccolo
circolo inizia dal ventricolo dx con il tronco polmonare che si bipartisce in arteria
polmonare dx e sx, trasporta sangue venoso ai polmoni. Il sangue venoso tramite
un addossamento sulla parete degli alveoli, fa sì di assumere ossigeno e rilasciare
anidride carbonica. Una volta divenuto arterioso, ritorna al cuore by le 4 vene
polmonari, sup dx, sup sx, inf sx, inf dx che sboccano nell’atrio sx. Nel grande
circolo, le arterie contengono sangue arterioso e le vene sangue venoso, invece,
nel piccolo circolo, succede il contrario. Al fine che le due tipologia di sangue si
possano mescolare, la presenza dei setti interatriali impedisce tale mescolamento.
Nel feto, a causa della mancata funzionalità dei polmoni e della presenza della
placenta, il piccolo circolo riveste scarsa importanza e la sua circolazione, nel
complesso, prende il nome di circolazione fetale.
Il cuore è situato nella cavità toracica, nel mediastino, avvolto da un sacco
fibrosieroso costituito dal pericardio fibroso e sieroso, che lo fissa al diaframma
isolandolo nel contempo dagli altri organi circostanti. In basso riposa sulla cupola
diaframmatica; in avanti è protetto dallo sterno e dalle cartilagini costali dalla terza
alla sesta; posteriormente corrisponde alle vertebre toraciche dalla quinta
all’ottava (vertebre di Giacomini) e in alto si prolunga verso l’apertura superiore del
torace mediante il peduncolo vascolare. Ha una costituzione prevalentemente
muscolare (miocardio), di fatto a ogni battito corrisponde una fase di contrazione
(sistole) e una fase di rilassamento (diastole).
Il cuore ha una forma a cono appiattito in senso anteroposteriore con la base del
cuore rivolta in alto, a destra e all’indietro, e l’apice, costituito diretto in basso, a
sinistra e in avanti. Rispetto al piano sagittale, è posto 1/3 a dx e 2/3 a sx. Il suo
asse maggiore (diametro longitudinale), congiunge il centro della base con l’apice
misura circa 13 cm con un’angolazione di circa 45 gradi. Il diametro trasversale,
perpendicolare all’asse poc’anzi citato, calcolato in misura della base, misura circa
10cm. Rispetto all’asse longitudinale, il cuore risulta leggermente ruotato in senso
orario in modo tale che la porzione più posteriore della base del cuore risulta
essere la parte sx corrispondente all’atrio sx, che assume stretto rapporto con gli
organi situati nel mediastino posteriore. La grandezza del cuore varia in funzione
del sesso, dell’età e delle condizioni del soggetto ed è almeno pari alla grandezza
del pugno del soggetto cui appartiene. La superficie esterna del cuore, rivestita
dall’epicardio della sierosa cardiaca (pericardio sieroso), presenta una faccia
sternocostale, una faccia diaframmatica, una base, un apice, un margine dx acuto
e uno sx ottuso.
La faccia sternocostale è moderatamente convessa, rivolta in avanti in alto e a
sinistra. È percorsa dal solco interventricolare anteriore, che inizia in alto nei
pressi del margine sinistro e scende in basso con direzione quasi verticale
passando a destra dell’apice del cuore e intaccando il margine destro (incisura
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cardiaca) per congiungersi con il solco interventricolare posteriore presente nella
faccia diaframmatica. Tale solco, occupato da rami dei vasi coronari circondati da
accumuli di grasso, segna il limite sulla faccia sternocostale tra ventricolo destro e
sinistro. La porzione spettante al ventricolo destro è più ampia di quella
appartenente al ventricolo sinistro e in alto si solleva per formare una sporgenza
conica, cono arterioso che prosegue nel tronco polmonare. Il cono, portandosi in
alto e a sinistra, nasconde il tratto iniziale dell’aorta che, originata dalla base del
ventricolo sinistro, sale verso destra per poi curvarsi in alto, a sinistra e indietro al
fine di formare l’arco dell’aorta. Tronco polmonare e aorta costituiscono, insieme
alla vena cava superiore, il peduncolo vascolare del cuore e nascondono la parete
anteriore, concava, degli altri, dalla quale sono separati da un solco rivestito dal
pericardio sieroso (seno trasverso del pericardio). Lateralmente al complesso
aorticopolmonare compaiono i prolungamenti anteriori degli atri, auricola destra e
sinistra. Auricola destra ha forma conica con apice anteriore e circonda con il suo
margine sinistro, incavato, l’origine dell’aorta. L’auricola sinistra, più lunga e più
stretta, è incurvata a S e abbraccia con il suo margine destro l’origine del tronco
polmonare. Fra le auricole e la sottostante porzione ventricolare, sia a dx che a sx,
è presente il solco coronario.
La faccia diaframmatica o inferiore è rivolta verso il basso e risulta pianeggiante;
il solco coronario l’attraversa completamente dal margine destro a quello sinistro,
come prosecuzione dell’omonimo solco presente nella faccia sternocostale. Dal
solco coronario si distacca leggermente il solco interventricolare posteriore che
si porta con decorso rettilineo verso l’apice del cuore, intaccando il margine destro
in corrispondenza dell’incisura cardiaca. Il punto nel quale il solco interventricolare
posteriore lascia il solco coronario corrisponde al punto nel quale la linea di
divisione fra atrio destro e sinistro incrocia il solco coronario, tale punto di incrocio
prende il nome di crux cordis.
La base del cuore è a forma di cupola con la convessità rivolta in alto, a destra e
all’indietro, è caratterizzata dallo sbocco delle grandi vene ed è costituita dalla
parete posterosuperiore degli altri che prosegue in basso e in avanti senza un
limite netto con quella sottile striscia presente nella faccia diaframmatica fino al
solco coronario. La parete anteriore degli atri appartiene alla faccia sternocostale
del cuore, non particolarmente tangibile poiché vi è la presenza del complesso
aorticopolmonare caratterizzato da auricola destra e auricola sinistra che vanno ad
avvolgere i grossi vasi arteriosi. In superficie, il limite fra atrio destro e sinistro non
è costantemente visibile, poiché non è facile reperire un solco curvilineo (solco
interatriale), poco profondo e concavo verso destra, che partendo dal solco
coronario sale in alto, coperto per gran parte dal tratto terminale delle vene
polmonari superiore e inferiore destre, che segna il confine fra i due atri e
corrisponde in profondità al setto interatriale. Subito a destra del solco interatriale
3
noteremo superiormente e inferiormente lo sbocco della vena cava superiore e
inferiore. A destra dell’apertura della vena cava superiore è presente il solco
terminale del cuore, che prosegue in baso fino a raggiungere il contorno esterno
dello sbocco della vena cava inferiore, e che segna il limite nell’atrio destro fra due
porzioni: una mediale (seno delle vene cave o seno venoso) nella quale
sboccheranno le grandi vene, e una laterale (atrio propriamente detto) che si
estende in avanti per circondare il margine destro dell’aorta costituendo l’auricola
destra. Il solco terminale del cuore rappresenta il punto di repere per il nodo
senoatriale localizzato in questa sede nello spessore della parete atriale. Il territorio
dell’atrio compreso fra gli sbocchi delle vene polmonari destre e sinistre si
definisce vestibolo o tetto dell’atrio sinistro e ha lo stesso significato e i medesimi
caratteri morfologici del seno delle vene cave. Lateralmente, senza alcun limite,
l’atrio sinistro si spinge in avanti mediante l’auricola sinistra per abbracciare il
tronco polmonare. La presenza del vestibolo, determina un prevalente sviluppo
trasversale dell’atrio sinistro.
L’apice del cuore è formato esclusivamente dal ventricolo sinistro, rivolto in basso
in avanti e a sinistra; rappresenta la parte del cuore in più stretto rapporto con la
parte anteriore del torace.
I margini del cuore sono due, margine sinistro e margine destro. Il sinistro,
ottuso, è riscontrabile nel passaggio tra la faccia sternocostale e la faccia
diaframmatica; appartiene al ventricolo sinistro, superiormente con l’agricola
sinistra. Per la sua marcata ottusità e per gli stretti rapporti che contrae con la
faccia mediastinica del polmone sinistro è anche denominato faccia sinistra o
polmonare del cuore. A destra la faccia sternocostale è separata da quella
diaframmatica dal margine destro (acuto). Tale margine è diretto da dietro in avanti
e verso sinistra. Costituito dal ventricolo destro con superiormente l’auricola
destra, corrisponde alla maggior parte dell’aia cardiaca. In prossimità della punta
del cuore è solcato dall’incisura dell’apice del cuore ed è percorso in superficie per
tutta la sua estensione da un ramo dell’arteria coronaria destra.
I rapporti del cuore sono mediati dal pericardio fibroso, un sacco che avvolge il
cuore che si inserisce in basso sul diaframma, mentre in alto si estende sul
peduncolo vascolare al quale aderisce. La faccia sternocostale, corrispondente
alla superficie posteriore del corpo dello sterno e alle cartilagini costali dalla terza
alla quinta o alla sesta, è in buona parte coperta dai seni pleurali costomediastinici
destro e sinistro, nei quali si spingono, specialmente durante l’inspirazione, i
margini anteriori dei rispettivi polmoni. Solo una piccola zona triangolare spettante
al ventricolo destro è in stretto contatto con la parete sternocostale (aia di ottusità
assoluta). La faccia diaframmatica poggia sulla capsula diaframmatica attraverso
la quale contrae rapporto, da destra a sinistra, con il lobo sinistro del fegato e con
il fondo dello stomaco. Il rapporto con il fondo dello stomaco riveste particolare
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importanza pratica in quanto una sua eccessiva distensione, sollevando il
diaframma, determina uno spostamento del cuore (possibile causa di extrasistoli).
La base del cuore prosegue in alto con il peduncolo vascolare costituito, da
destra a sinistra, dalla vena cava superiore, dall’aorta ascendente e dal tronco
polmonare, che si spinge verso l’apertura superiore della cavità toracica,
occupando la porzione più alta del mediastino anteriore. A destra, è in rapporto
con la faccia mediale del polmone destro e con il nervo frenico destro e i vasi
satelliti, rapporti consentiti by pleura mediastinica; in dietro e a sinistra contrae
rapporti con i linfonodi mediastinici, esofago, nervi vaghi, particolarmente con il
nervo vago sinistro. Ha inoltre rapporti a distanza con la vena azigos, il dotto
toracico e l’aorta toracica, che occupano il mediastino posteriore. L’apice del
cuore è in rapporto con la parete anteriore del torace e appare quasi circondato
dall’incisura cardiaca del margine anteriore del polmone sinistro che termina con la
lingula. Dalla parete toracica è separato, oltre che dal pericardio, dal seno pleurale
costomediastinico sinistro. Il margine sinistro è in rapporto, attraverso la pleura
mediastinica, con la faccia mediale del polmone sinistro che lo accoglie in un
ampia depressione, l’impronta o fossa cardiaca, dove fra pericardio e pleura,
decorrono dall’alto verso il basso il nervo frenico e i vasi pericardiofrenici sinistri.

La superficie interna degli atri appare liscia e regolare a livello della porzione
compresa fra lo sbocco delle grosse vene, mentre lateralmente e anteriormente
assume un aspetto trabecolato che raggiunge la sua massima espressione nelle
auricole. Gli atri presentano nel pavimento un orifizio (orifizio od ostro
atrioventricolare) fornito da valvola, attraverso il quale ciascun atrio comunica
con il sottostante ventricolo. Gli atri sono separati dal setto interatriale che è
disposto su un piano obliquo da dietro in avanti e da destra a sinistra. Sulla faccia
destra il setto presenta una depressione allungata in senso verticale, la fossa
ovale, residuo del forame ovale, di Botallo, che nella vita fetale permette il
passaggio di sangue fortemente ossigenato dall’atrio destro a quello sinistro. La
fossa ovale superiormente è delimitata dal lembo della fossa ovale, derivato dal
margine libero del setto secondario.

ATRIO DESTRO: la cavità dell’atrio destro che ha uno sviluppo prevalentemente


verticale, presenta una parete posteriore, una parete anteriore, una parete settale e
un tetto; il pavimento corrisponde all’orifizio atrioventricolare destro, fornito dalla
valvola tricuspide; lateralmente si prolunga nell’auricola destra, che si spinge in
avanti. Nell’atrio destro la porzione che presenta superficie liscia è nettamente
separata dalla porzione trabecolata mediante una sporgenza conosciuta come
cresta terminale. La cresta terminale origina in alto al davanti dell’orifizio della
vena cava superiore, in vicinanza della parete settale, circonda lateralmente
5
l’orifizio della vena cava superiore e scende in basso verso il margine laterale
dell’orifizio della vena cava inferiore, giungendo così nei pressi dell’orifizio
atrioventricolare, al di sotto dell’orifizio del seno coronario. Dalla cresta terminale
originano ad angolo retto rilievi muscolari paralleli (muscoli pettinati) che si
spingono verso l’auricola destra, dove il loro decorso si fa più irregolare.
Mediamente alla cresta terminale, nel seno delle vene cave, si trovano gli sbocchi
delle grosse vene. La vena cava superiore, che scende verticalmente nella parte
superiore del mediastino anteriore, si apre nel tetto dell’atrio. L’orifizio della vena
cava inferiore è situato, in asse con il precedente, nella parete posteriore dell’atrio,
al limite con il pavimento. È circondato anteroinferiormente da una piega
semilunare variamente sviluppata, la valvola della vena cava inferiore, detta
anche di Eustachio. Questa valvola nella vita prenatale indirizza il sangue
fortemente ossigenato proveniente dalla vena cava inferiore verso il forame ovale.
A sinistra e un poco al davanti dell’orifizio della vena cava inferiore, in prossimità
dell’orifizio atrioventricolare e del setto interatriale, si trova l’orifizio del seno
coronario, che trasporta all’atrio destro la maggior parte del sangue refluo dalle
pareti del cuore. Quest’ultimo orifizio presenta la valvola del seno coronario o
valvola del seno venoso, valvola di Tebesio, che impedisce il reflusso di sangue nel
seno coronario durante la sistole atriale. Le valvole di Eustachio e di Tebesio,
avendo la stessa origine embriologica, sono vicine l’una all’altra; dalla
commessura esistente fra i due lembi valvolari origina un sottile cordoncino fibroso
(tendine di Todaro), il quale, decorrendo sotto l’endocardio, raggiunge la base del
setto interatriale dove forma, insieme alla linea di inserzione della cuspide settale
della valvola atrioventricolare destra o tricuspide, il vertice di un triangolo, detto
triangolo di Koch, che rappresenta un importante punto di repere per il nodo
atrioventricolare.

ATRIO SINISTRO: ha uno sviluppo prevalentemente trasversale e rappresenta la


cavità cardiaca più posteriore, in cui è possibile distinguere un tetto, un pavimento,
una parete posteriore, una parete anteriore e una parete settale. Il vestibolo o tetto
rappresenta la porzione di parere compresa fra gli orifizi delle vene polmonari e
continua con la parete posteriore. Il pavimento corrisponde all’orifizio
atrioventricolare sinistro provvisto della valvola atrioventricolare sinistra o mitrale.
La parete anteriore dell’atrio sinistro, che è in rapporto con l’aorta, prosegue
lateralmente con l’auricola destra. Nell’atrio sinistro la porzione non esiste un limite
netto fra la porzione a superficie liscia (vestibolo) e porzione trabecolata. Nelle
pareti dell’atrio sinistro, analogamente a quanto si riscontra nel destro, si possono
osservare minuscoli orifizi che rappresentano lo sbocco delle vene cardiache
minime (di Tebesio).

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VENTRICOLI: i ventricoli presentano un’organizzazione strutturale di base
comune. Hanno forma grossolanamente conica con base posterosuperiore, che
corrisponde in buona parte al pavimento degli altri, e apice anteroinferiore.
Presentano una superficie interna caratterizzata da rilievi variamente disposti,
denominati trabecole carnee, dovuti alla sporgenza di fasci di fibre miocardiche.
Si distinguono trabecole di terzo ordine, che aderiscono per tutta la loro
estensione alla parete del ventricolo; trabecole di secondo ordine, che sono
fissate alla parete soltanto con le loro estremità, mentre sono libere per il resto
della loro estensione; trabecole di primo ordine (muscoli papillari) che si
impiantano sulla parete ventricolare solo con un’estremità, mentre con la
rimanente parte si proiettano sulla cavità. Dalla loro estremità libera, spesso
ramificata, originano sottilissime tendini costituiti dal tessuto fibroso denso (corde
tendinee) che si inseriscono sul margine libero e sulla faccia parietale dei lembi o
cuspidi delle valvole atrioventricolari. Talvolta le corde tendine originano
direttamente dalla parete ventricolare. Ci sono anche corde tendinee false che
non si fissano alle cuspidi delle valvole atrioventricolari, ma connettono i muscoli
papillari solo con la parete ventricolare o il setto interventricolare. Muscoli papillari
e corde tendinee costituiscono l’apparato di tensione o ancoraggio valvolare,
impedendo il ribaltamento verso la cavità atriale delle cuspidi valvola durante la
sistole ventricolare (prolasso valvolare). La base di ciascun ventricolo presenta due
orifizi od osti forniti di valvole: uno posteriore, che comunica con il corrispondente
atrio (orifizi atrioventricolari destro e sinistro), e uno anteriore, che rappresenta
l’origine della relativa arteria (orifizio del tronco polmonare a destra e orifizio aortico
a sinistra). La porzione della cavità ventricolare prospiciente l'orifizio atrio
ventricolare rappresenta la porzione o tratto di afflusso, in quanto riceve il
sangue dall'atrio, mentre quella prospiciente l'orifizio arterioso costituisce la
porzione o tratto di efflusso, poiché ciò spinge il sangue nella rispettiva arteria,
ed è caratterizzato da una superficie liscia per l'assenza di trabecole carnee. Le
porzioni di afflusso ed efflusso, fra loro parzialmente separate da strutture diverse
nei due ventricoli, cominciano ampiamente l’una con l’altra a livello delle parti
centrale e apicale dei ventricoli. La parte apicale costituisce la porzione trasecolata
in quanto in essa le trabecole carnee hanno il loro massimo sviluppo. In ciascuna
cavità ventricolare il sangue scende dall’atrio accolto dalla porzione di afflusso,
riempie la parte centroapicale del ventricolo, quindi, compiendo una curva più o
meno ampia, risale verso la porzione di efflusso per abbandonare il ventricolo
tramite l’arteria da esso emergente. Gli orifizi atrioventricolari e quelli arteriosi sono
provvisti di valvole, le quali hanno il compito di indirizzare il flusso sanguigno in
una direzione.
Le valvole atrioventricolari sono delle valvole a cuspidi o a lembi, essendo
costituite da tre a destra e due a sinistra cuspidi laminari di forma pressoché
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triangolare che originano dal contorno dell’orifizio atrioventricolare e si proiettano
verso la cavità ventricolare. Ciascuna cuspide contiene nella porzione centrale una
lamina fibrosa, che continua con l’anello fibroso che circonda ciascun orifizio
atrioventricolare, rivestita da endocardio, e presenta una superficie assiale, o
atriale, liscia e orientata verso l’asse dell’orifizio cui appartiene, e una superficie
parietale, o ventricolare, rivolta verso la parete ventricolare. Su quest’ultima, come
pure sul margine libero, prendono saldamente attacco alle corde tendinee la cui
componente collagene continua quella della lamina fibrosa della cuspide. Quando
la pressione ventricolare aumenta per la contrazione del miocardio (sistole
ventricolare), le cuspidi si sollevano avvicinandosi l’una all’altra fino a determinare
la chiusura del rispettivo orifizio atrioventricolare. Un loro ulteriore sollevamento è
impedito dall'apparato di tensione costituito dal complesso muscoli papillari-corde
tendinee.
Le valvole aortica e polmonare sono delle valvole semilunari o a nido di rondine e
hanno un’organizzazione più semplice rispetto alle valvole atrioventricolari. Sono
costituite da tre pieghe membranose a tasca (semilune), ciascuna dalle quali è
definita valvola semilunare, situate in corrispondenza della giunzione fra porzione
di efflusso di ciascun ventricolo e origine della rispettiva arteria, dove esiste un
anello fibroso che circonda l’orifizio arterioso. Ogni valvola semilunare è costituita
da una lamina fibrosa rivestita sulle due facce da endocardio: quello che riveste la
faccia convessa prosegue nell’endocardio che tappezza la cavità ventricolare,
mentre quello che ricopre la faccia concava continua nella tonaca intima del vaso
di appartenenza. La lamina fibrosa presenta un ispessimento nodulare in
corrispondenza del punto di mezzo del margine libero (nodulo delle valvole
semilunari polmonari o di Morgagni per la valvola polmonare e nodulo delle
valvole semilunari aortiche o di Aranzio per la valvola aortica). Nelle valvole
aortica, polmonare e atrioventricolari, la linea di chiusura non corrisponde al
margine libero delle tre valvole semilunari, ma a una linea situata sulla faccia
convessa a pochi millimetri dal margine libero; fra quest’ultimo e la linea di
chiusura ciascuna valvola semilunare è detta lunula e può presentare fenestrature
senza che sia compromessa la funzionalità valvolare. Le quattro valvole del cuore,
atrioventricolari destra e sinistra, aortica e polmonare, sono situate all’incirca su di
uno stesso piano, obliquo da sinistra a destra e dall’alto in basso (piano valvolare),
che corrisponde alla giunzione atrioventricolare segnata sulla superficie esterna
del cuore dal solco coronario.
Il setto interventricolare è quella porzione che separa i due ventricoli, si estende
per tutta l’altezza dei ventricoli, dall’apice alla base, corrisponde sulla superficie
esterna del cuore ai solchi interventricolari anteriore e posteriore. A causa di una
modesta sfasatura della posizione del pavimento dei due atri, essendo quello
destro leggermente più basso del sinistro, una sottile striscia superiore del setto
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interventricolare viene a separare la cavità ventricolare sinistra dalla cavità atriale
destra (setto atrioventricolare). La faccia destra del setto interventricolare
superiormente si attacca alla cuspide settale o mediale della valvola
atrioventricolare destra, inferiormente c’è l’origine del muscolo papillare settale, di
solito poco rilevato e costituito da più fascette di fibre miocardiche. La faccia
sinistra del setto è concava, appare liscia per la maggior parte della sua
estensione; nella porzione più apicale mostra un aspetto trabecolato per la
presenza di trabecole carnee di terzo ordine variamente intrecciate. Il setto
interventricolare è in massima parte di natura muscolare (parte muscolare) con
uno spessore pari a quello della parete del ventricolo sinistro; nella parte superiore
è completato da una piccola porzione di forma triangolare a base inferiore di minor
spessore, costituita da tessuto fibroso denso (parte membranosa del setto
interventricolare).

VENTRICOLO DESTRO: la cavità del ventricolo destro ha una forma


grossolanamente a piramide triangolare con base (tetto) posterosuperiore e apice
anteroinferiore e una parete che ha uno spessore medio di circa 3nm, pari a un
terzo della parete del ventricolo sinistro. La sua facce anteriore corrisponde alla
maggior parte della faccia sternocostale del cuore, mentre la sua faccia
posteroinferiore appiattita costituisce la porzione destra, meno estesa, della faccia
diaframmatica; le due pareti si incontrano a livello del margine destro. A livello del
tetto della cavità ventricolare destra sono presenti l’orifizio atrioventricolare
destro con la valvola atrioventricolare destra e, al davanti e leggermente a sinistra,
l’orifizio del tronco polmonare con la valvola polmonare. Tra i due orifizi è
presente un rilievo muscolare che separa la porzione di afflusso da quella di
efflusso. La cresta sopraventricolare, di forma arcuata, si solleva dalla parete del
ventricolo e si porta mediamente verso il setto interventricolare per continuare
nella trabecola settomarginale (fascio moderato di Leonardo da Vinci). Trattasi di
una trabecola di secondo ordine che percorre tutta la superficie destra del setto
fino alla porzione apicale in corrispondenza dell’origine del muscolo papillare
anteriore. La valvola polmonare, situata in corrispondenza dell’orifizio del tronco
polmonare, presenta la caratteristica organizzazione delle valvole semilunari ed è
costituita da tre valvole semilunari o semilune o tasche di uguali dimensioni,
disposte una anteriormente e due posteriormente (destra e sinistra). La valvola
atrioventricolare destra prende il nome di valvola tricuspide in quanto è costituita
da tre cuspidi o lembi, parzialmente fusi l’uno con l’altro in corrispondenza della
loro base d’impianto. Rispetto all’orifizio atrioventricolare, le cuspidi sono situate
una anteriormente (cuspide anteriore), una posteroinferiormente (cuspide
posteriore) e una mediamente (cuspide settale o mediale). La cuspide anteriore è la
più grande, mentre quella settale è la meno sviluppata. Sul margine libero e sulla
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faccia parietale delle cuspidi prendono attacco le corde tendinee che originano dai
muscoli papillari o, più di rado, direttamente dalle pareti ventricolari, in particolare
da quella settale. Nel ventricolo destro si distinguono un muscolo papillare
anteriore, voluminoso e la cui presenza è costante, originato dall’estremità
inferiore della trabecola settomarginale e dalla porzione apicale del ventricolo e dal
quale si distaccano corde tendinee che si fissano sulle cuspidi antieroe e
posteriore; un muscolo papillare posteriore, presenta piccoli fasci che si
sollevano dalla parte posteroinferiore del setto interventricolare e inviano corde
tendinee alle cuspidi posteriore e mediale; un muscolo papillare settale o
mediale, originato dalla parete settale, di solito poco rilevato e spesso molteplice,
che fornisce corde tendinee prevalentemente alla cuspide mediale. Nel ventricolo
destro la porzione di afflusso e quella di efflusso sono separate da una sorta di
anello muscolare formato dalla cresta sopraventricolare, dalla trabecola
settomarginale e dal robusto muscolo papillare anteriore.

VENTRICOLO SINISTRO: forma di conoide a base posterosuperiore (tetto) e


apice anteroinferiore, corrispondente all’apice del cuore, ha una parete con
spessore medio di circa 9-10 mm che tende ad assottigliarsi in direzione apicale.
In sezione trasversale la cavità ha un contorno pressoché circolare. A livello del
tetto sono presenti due orifizi, dotati di valvole, in stretta contiguità l’uno con
l’altro. In avanti e leggermente a destra è situato l’orifizio aortico, che ha un
contorno circolare di circa 7 cm ed è provvisto della valvola aortica; subito dietro,
spostato a sinistra, è collocato l’orifizio atrioventricolare sinistro, che ha un
contorno ovale con circonferenza media di circa 10-12 cm ed è fornito della
valvola atrioventricolare sinistra o mitrale o bicuspide.
Nella cavità ventricolare sinistra si identificano, come in quella destra, tre porzioni:
quella di afflusso comprendente la valvola mitrale e il suo apparato di tensione,
quella centroapicale che presenta una superficie finemente trabecolata e quella di
efflusso sottostante la valvola aortica, definita vestibolo aortico. Per lo stretto
rapporto di vicinanza fra valvola atrioventricolare sinistra e valvola aortica, nel
ventricolo sinistro non esistono strutture anatomiche di delimitazione fra le porzioni
di afflusso e di efflusso paragonabili alla cresta sopraventricolare e alla trabecola
settomarginale, essendo la superficie del setto interventricolare quasi
completamente liscia; solamente la cuspide anteriore della valvola atrioventri-
colare sinistra costituisce una sorta di tendina membranosa interposta fra le due
porzioni. Nel ventricolo sinistro l'inversione subita dal flusso ematico presenta un
raggio di curvatura minore rispetto al ventricolo destro.
La valvola aortica presenta tre valvole o tasche semilunari: due anteriori (valvole
semilunari destra e sinistra) e una posteriore (valvola semilunare posteriore). Le
valvole semilunari destra e sinistra che si interfacciano con le omonime se-
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milune della valvola polmonare sono anche denominate valvole coronarie, in
quanto subito al di sopra di esse hanno origine, dai rispettivi seni aortici (di
Valsalva) dell'aorta ascendente, le arterie coronarie destra e sinistra; la valvola
semilunare posteriore prende anche il nome di valvola non coronaria. Nel punto
centrale del margine libero ciascuna valvola semilunare presenta un ispessimento
nodulare (nodulo delle valvole semilunari aortiche di Aranzio).
La valvola atrioventricolare sinistra (valvola mitrale o bicuspide) presenta due
cuspidi: la cuspide anteriore o aortica e la cuspide posteriore, collegate in
corrispondenza del loro margine aderente da commessure (cuspidi commessurali).
La cuspide anteriore si inserisce su meno della metà della circonferenza dell'anello
fibroso che circonda l'orifizio atrioventricolare sinistro, ma presenta una notevole
altezza; conseguentemente la cuspide posteriore, avendo una base di impianto più
ampia, appare più larga, ma di minore altezza. La cuspide posteriore ha un
margine molto frastagliato e può essere suddivisa in tre-quattro lembi separati da
fessure senza che questa particolare disposizione influenzi la funzionalità valvolare.
La cuspide anteriore assume stretti rapporti di contiguità con la valvola aortica, in
particolare con la valvola semilunare posteriore, per la saldatura esistente in questa
sede tra l'anello fibroso dell'orifizio atrioventricolare sinistro e quello dell'orifizio
aortico.
Sul margine libero di ambedue le cuspidi e sulla faccia parietale della cuspide
posteriore si inseriscono corde tendinee provenienti da due muscoli papillari che si
sollevano dalla parete ventricolare: uno anterolateralmente (muscolo papillare
anteriore) e uno posteromedialmente (muscolo papillare posteriore).
L’aia cardiaca è una zona che va a delimitare la superficie anteriore del torace.
L’aia presenta un contorno trapezoidale a base maggiore inferiore, base minore
superiore, un lato o margine destro e un lato o margine sinistro. La base maggiore
è rappresentata da una linea quasi orizzontale che si estende dal quinto spazio
intercostale sinistro alla sesta cartilagine costale; costituita in massima parte dal
margine auto del cuore appartenente al ventricolo destro, solo in prossimità della
sua estremità sinistra si affaccia il ventricolo sinistro che costituisce l’apice del
cuore. Il margine destro inizia dall’estremità destra della base maggiore e sale in
alto per raggiungere la terza terza cartilagine costale; corrisponde all’atrio destro,
l’estremità superiore è formata dall’orifizio della vena cava superiore e quella
inferiore dalla vena cava omonima. Il margine sinistro è rappresentato da una
linea obliqua leggermente convessa verso sinistra che dal punto di proiezione
dell’apice del cuore; costituito dal margine sinistro del ventricolo sinistro e in alto,
per un breve tratto, dall’auricola sinistra. La base minore congiunge le estremità
superiori dei margini destro e sinistro, in massima parte situata in corrispondenza
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del limite fra manubrio e corpo dello sterno; corrispondente al peduncolo vascolare,
formata da destra a sinistra, dalla vena cava superiore, dall’aorta e dal tronco
polmonare.
La proiezione delle singole valvole sulla parete anteriore del torace è rappresentata
dai cosiddetti focolai anatomici, così distinti:
-valvola polmonare. È quella che si proietta più in alto, sul margine superiore della
terza cartilagine costale sinistra vicino alla linea marginosternale.
-valvola aortica. Si proietta subito al di sotto e un poco a destra della valvola
polmonare, corrispondendo alla terza cartilagine costale sinistra e alla faccia
posteriore dello
sterno
-valvola atrioventricolare destra. Corrisponde a una linea obliqua che congiunge
il quinto spazio intercostale destro nei pressi della linea marginosternale al corpo
dello sterno all'altezza della quarta cartilagine costale, subito a sinistra della linea
mediana anteriore o mediosternale
-valvola atrioventricolare sinistra. Situata posteriormente rispetto alle altre
valvole, si proietta su un prolungamento della linea della valvola atrioventricolare
destra che, partendo dallo sterno a livello della quarta cartilagine costale, subito a
sinistra della linea mediosternale, raggiunge il margine inferiore della terza
cartilagine costale sinistra a circa 1 cm dalla linea marginosternale.
Il sistema di conduzione del cuore è costituito dal miocardio specifico che per la
sua caratteristica istologica può essere distinto dal miocardio comune che forma la
muscolatura cardiaca. Dal sistema di conduzione del cuore fanno parte: nodo
senoatriale, nodo atrio ventricolare, il fascio atrioventricolare e le sue diramazioni.
Nodo senoatriale e nodo del seno (di Keith-Flack)
Rappresenta il vero pacemaker (generatore di impulsi) del cuore, in quanto da esso
ha origine e si diffonde rimicamente in maniera autonoma. È situato nella parete
dell’atrio destro in corrispondenza del tratto del solco terminale del cuore, al lato
della vena cava superiore. Raramente il nodo senoatriale non si estende verso
l’orifizio della vena cava inferiore, bensì si dispone nel contorno inferiore
dell’orifizio della vena cava superiore. È costituito da piccoli elementi di miocardio
specifico (cellule nodali) fittamente stipati a formare uno stroma che in periferia va
a costituire una sottile guaina, attraversato da delle propaggini del nodo
senoatriale le quali entrano in contatto con la muscolatura atriale circostante
permettendone la propagazione dell’impulso. In queste propaggini troviamo
un’altra classe di cellule (cellule di transizione). Alla periferia del nodo senoatriale
esiste una zona di passaggio tra miocardio specifico e comune.

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Nodo atrioventricolare (di Ashoff-Tawara)
È situato sul lato destro della parete basale del setto interatriale, in vicinanza dello
sbocco del seno coronarico, la sua sede corrisponde all’apice del triangolo di
Koch. Il nodo atrioventricolare è costituito da cellule nodali strettamente addossate
l’una alle altre circondate da cellule di transizione. È irrorato dal ramo per il nodo
atrioventricolare, originato dall’arteria coronaria dominante a livello della crux
cordis presente sulla faccia diaframmatica del cuore.
Fascio atrioventricolare (fascio di His)
Origina dal nodo atrioventricolare, penetra nel trigono fibroso destro e raggiunge la
parte membranosa del setto interventricolare, occupando il margine
posteroinferiore. Raggiunto il margine superiore si divide in una branca di destra e
una branca di sinistra. Il fascio atrioventricolare è costituito da cellule nodali, che
progressivamente aumentano di volume fino a diventare quelli che vengono
definite cellule (giganti) di Purkinje. La branca di destra continua il decorso del
fascio atrioventricolare scendendo verso il setto interventricolare accolto nella
trabecola settomarginale raggiungendo l’apice del ventricolo. Qui si risolve in una
serie di ramuscoli che si distribuiscono in tutta la parete del ventricolo destro. La
branca sinistra, più voluminosa, supera il setto interventricolare e si divide in tre
fasci che si portano verso l’apice del ventricolo sinistro, le ramificazioni più sottili
invece si andranno ad estendere lungo la parete del ventricolo sx. Le due branchie
sono costituite principalmente da cellule del Purkinje; tuttavia poiché ricoperte da
tessuto connettivale vengono isolate dal miocardio circostante, per questo l’onda
si propaga dall’apice del cuore alla base.
Il nodo atrioventricolare, il fascio atrioventricolare, le due branche e le loro
ramificazioni formano il stistema atrioventricolare, che assicura la distribuzione
degli impulsi contrattili ai ventricoli originati dal nodo senoatriale.
Il cuore è irrorato dalle arterie coronarie destra e sinistra, che costituiscono il
circolo coronario, al quale, nella norma, è destinato circa il 5% della gittata
cardiaca. Le arterie coronarie e le loro ramificazioni principali decorrono sulla
superficie esterna del cuore, coperte dall'epicardio, accolte nel solco coronario e
nei solchi interventricolari anteriore e posteriore e, spesso, circondate da accumuli
di grasso. La circolazione coronarica si svolge prevalentemente durante la fase
diastolica del cuore, poiché durante la sistole i rami coronarici sono compressi
dall'aumentata tensione della muscolatura cardiaca. Le arterie coronarie
originano dall'aorta ascendente in corrispondenza dei seni aortici (di Valsalva)
subito al di sopra delle valvole semilunari destra e sinistra (valvole coronarie) della
valvola aortica. Il calibro delle arterie coronarie misura in media 3-4 mm e nell'80%
dei casi l'arteria coronaria sinistra ha un diametro leggermente superiore a quello
dell'arteria coronaria destra.
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Per convenzione si parla di arteria dominante in base all’origine dell’arteria
interventricolare posteriore. Nella maggior parte dei casi (90%) c'è una dominanza
destra (Fig. 4.37), poiché l'arteria interventricolare posteriore deriva dall'arteria
coronaria destra, mentre nel 10% dei casi è presente una dominanza sinistra,
essendo l'arteria interventricolare posteriore rifornita dall'arteria coronaria sinistra.
Nell'1% dei casi esiste una circolazione bilanciata, in quanto l'arteria
interventricolare posteriore è sostituita da due rami paralleli, l'uno originato
dall'arteria coronaria destra e l'altro dall'arteria coronaria sinistra.
Fra le arterie coronarie, come pure fra i rami di una stessa arteria coronaria, sono
presenti anastomosi, anche se spesso rappresentate da vasi molto sottili e perciò
insufficienti a stabilire un valido circolo collaterale.
Per questo motivo le arterie coronarie sono state definite arterie terminali, da un
punto di vista più funzionale che anatomico in senso stretto. I principali
collegamenti tra l'arteria coronaria destra e l'arteria coronaria sinistra sono
localizzati nel setto interventricolare e a livello della parete anteriore degli atri.

ARTERIA CORONARIA DESTRA


Dopo l’origine dal seno aortico destro si dirige lievemente in basso e a destra
collocandosi nella porzione anteriore del solco coronario, fra l’auricola destra e la
faccia sternocostale del ventricolo destro; successivamente continua il suo
percorso in direzione della crux cordis. Nella dominanza destra, si ha una
formazione di un’ansa ad U che si dirige nei pressi dell’apice del cuore. Nei casi di
dominanza sinistra l’arteria coronaria destra si esaurisce prima di raggiungere la
crux cordis. Durante il suo decorso fornisce numerosi rami collaterali, quali:
-ramo per il cono arterioso (o arteria infundibolare), che si distribuisce alla faccia
sternocostale del ventricolo destro e in particolare al cono arterioso o polmonare;
può anastomizzarsi con il ramo per il cono arterioso dell'arteria coronaria sinistra e
può originare autonomamente dal seno aortico destro
-rami atriali, che in numero di 2-3 si distribuiscono alla parete dell'atrio destro. Il
primo risale fino nei pressi dell'orifizio della vena cava superiore e come ramo per il
nodo senoatriale (o arteria del nodo senoatriale) nel 55% dei casi si distribuisce a
tale formazione
-rami ventricolari assai brevi e destinati alla faccia sternocostale del ventricolo
destro; di questi uno è più sviluppato e decorre lungo il margine acuto fino quasi
alla punta del cuore (ramo marginale destro o arteria del margine acuto)

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-rami atrioventricolari, originati durante il decorso posteriore dell'arteria coronaria
destra: sono piccoli e si distribuiscono a limitate porzioni della faccia diaframmatica
dell'atrio e del ventricolo destri
-ramo per il nodo atrioventricolare (o arteria del nodo atrioventricolare), che
origina, in caso di dominanza destra, dal punto più sporgente dell'ansa formata
dall'arteria coronaria destra in corrispondenza della crux cordis, si approfonda nel
trigono fibroso destro e raggiunge l'area nodale
-arteria interventricolare (o discendente) posteriore, che è la continuazione
dell'arteria coronaria destra; con notevoli variazioni individuali, nel suo decorso nel
solco interventricolare posteriore fornisce rami per le porzioni limitrofe dei ventricoli
destro e sinistro e rami settali inter-ventricolari (rami perforanti) che si
distribuiscono al terzo posteriore del setto interventricolare, anastomizzandosi
frequentemente con i rami settali interventricolari forniti dall'arteria interventricolare
(o discendente) anteriore, ramo dell'arteria coronaria sinistra. In corrispondenza
della sua origine a livello della crux cordis può essere presente un ramo arterioso
variamente sviluppato che, proseguendo nel solco coronario, si anastomizza con le
ramificazioni terminali del ramo (o arteria) circonflesso dell'arteria coronaria sinistra.

ARTERIA CORONARIA SINISTRA


Dopo l’origine dal seno aortico sinistro si dirige obliquamente in basso e a sinistra,
coperta dal tratto iniziale del tronco polmonare e immersa nel grasso che circonda
l’inizio dell’aorta. Appena raggiunge il solco coronario a livello del margine
dell’auricola sinistra, si divide nei rami terminali di calibro pressoché uguale, arteria
interventricolare anteriore e ramo circonflesso. In circa il 30% dei casi in
corrispondenza della biforcazione dell'arteria coronaria sinistra ha origine un terzo
ramo, arteria intermedia, che scende in basso obliquamente sulla faccia
sternocostale del ventricolo sinistro.
Arteria Interventricolare anteriore: Proseguendo il decorso dell'arteria coronaria
sinistra, discende, accolto nel solco interventricolare anteriore, fino all'incisura
cardiaca del margine destro del cuore, che oltrepassa per fornire brevi ramuscoli
alla superficie diaframmatica dell'apice del cuore; è accompagnato per quasi tutto il
suo decorso dalla vena cardiaca magna. Fornisce rami per la faccia sternocostale
dei ventricoli destro e sinistro e per il setto interventricolare (rami settali
interventricolari). Fra i rami di destra, il ramo superiore (ramo per il cono
arterioso), distribuendosi al cono arterioso, può anastomizzarsi con il ramo per il
cono arterioso dell'arteria coronaria destra. Il primo ramo di sinistra ha un calibro

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discreto e con il nome di ramo laterale (o prima arteria diagonale) dell'arteria
interventricolare anteriore si distribuisce a buona parte della faccia sternocostale
del ventricolo sinistro fino al margine sinistro. Gli altri rami di sinistra (arterie
diagonali) sono più piccoli e completano l’irrorazione del ventricolo sinistro. I rami
settali interventricolari (rami perforanti), si approfondano nel setto
interventricolare al quale si distribuiscono nei due terzi anteriori e si anastomizzano
con i rami settali interventricolari dell'arteria interventricolare posteriore proveniente
dall'arteria coronaria destra Il primo ramo perforante è il più voluminoso, nasce a
circa 1 cm dall'origine dall'arteria inter ventricolare anteriore e si distribuisce anche
alla componente ventricolare del sistema di conduzione.
Ramo circonflesso: abbandona quasi perpendicolarmente l’arteria coronaria
sinistra e decorre nel solco coronario; superato il margine sinistro e accolto nel
solco coronario insieme con il seno coronario, si porta sulla faccia diaframmatica
del cuore e si esaurisce prima di giungere alla crux cordis. Nei casi di dominanza
sinistra raggiunge la crux cordis e fornisce l'arteria interventricolare posteriore.
Emette vari rami collaterali che si distinguono in rami atriali e rami atrioventricolari.
Nel 45% dei casi, il primo ramo atrale, originato dal tratto iniziale del ramo
circonflesso, emette il ramo per il nodo senoatriale che si distribuisce a tale
struttura; inoltre, un ramo atriale anastomotico risalendo sulla faccia anteriore
dell'atrio sinistro può unirsi a un ramo atriale dell'arteria coronaria destra formando
un caratteristico circolo anastomotico (circolo arterioso di Kugel). Fra i rami
ventricolari il più voluminoso è il ramo marginale sinistro (o arteria del margine
ottuso), che seguendo il margine sinistro del cuore provvede alla sua irrorazione
fino alla porzione apicale.

Il sangue refluo della circolazione coronarica è raccolto dal seno coronario, dalle
vene cardiache anteriori e dalle vene minime.
Il seno coronario è un grosso e breve vaso venoso situato nella faccia
diaframmatica del cuore, accolgo nella parte sinistra del solco coronario insieme
con il ramo circonflesso dell’arteria coronaria sinistra. Ha una lunghezza di circa
3cm e si apre nell’atrio destro in vicinanza del setto interatriale e dell’’orifizio della
vena cava inferiore; il suo orifizio è fornito di una piega valvolare, la valvola del
seno coronario o valvola di Tebesio. Le vene che si raccolgono nel seno coronario
seguono a ritroso il decorso dei principali rami arteriosi e sono rappresentate da:

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-vena cardiaca magna, che risale nel solco interventricolare anteriore fino al solco
coronarico; superato il margine sinistro del cuore confluisce nel tratto iniziale del
seno coronario
-vena marginale sinistra (o vena del margine ottuso), che ripercorre il tragitto del
ramo marginale sinistro emesso dal ramo circonflesso dell'arteria coronaria sinistra
ed è affluente della vena cardiaca magna
-vena obliqua dell'atrio sinistro (o vena di Marshall), che scende dalla parete
posteriore dell'atrio sinistro dove origina fra gli orifizi delle vene polmonari
-vena posteriore del ventricolo sinistro, spesso molteplice, che proviene dalla
faccia diaframmatica del ventricolo sinistro
-vena cardiaca media (o vena interventricolare posteriore), che risale dal solco
interventricolare posteriore e confluisce nel seno coronario subito prima del suo
sbocco nell'atrio destro
-vena cardiaca parva, piccola e incostante, che nasce dal margine destro del
cuore e, seguendo la parte posteriore destra del solco coronario, sbocca nella parte
prossimale del seno coronario.
Le vene anteriori del ventricolo destro, o vene cardiache anteriori, in numero di 3-4
raccolgono il sangue dalla faccia sternocostale del ventricolo destro e, incrociando
l’arteria coronaria destra a livello del solco coronario, sboccano direttamente
nell’atrio destro.
Le vene cardiache minime sono delle venule comunemente conosciute come vene
di Tebesio che raccolgono il sangue da limitati distretti del miocardio e si aprono
senza un ordine preciso nella cavità cardiaca più vicina mediante piccoli orifizi.
Il cuore è innervato dal plesso cardiaco alla cui costituzione partecipano fibre para
simpatiche e simpatiche, sia efferenti sia afferenti. Le fibre nervose efferenti
parasimpatiche sono pregangliari, con origine nel midollo allungato dal nucleo
posteriore o dorsale del nervo vago. Le fibre nervose efferenti simpatiche sono
postgangliari, originate dai gangli cervicali e toracici superiori del tronco simpatico,
le loro cellule sono originari dai primi 4-5 nervi spinali toracici. Fra i gangli cardiaci
il più costante e voluminoso è il ganglio cardiaco (di Scarpa o di Wrisberg) fra la
biforcazione della trachea e quella del tronco polmonare. Al plesso cardiaco
giungono bilateralmente i rami cardiaci cervicali del nervo vago e i nervi cardiaci
cervicali dai gangli cervicali del tronco simpatico. I rami cardiaci cervicali del
nervo vago, pur presentando marcate variazioni individuali, possono essere così
suddivisi:

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-gruppo superiore (rami cardiaci cervicali superiori), formato da 2-3 rami che
originano dal nervo vago a livello cervicale e spesso si uniscono al nervo cardiaco
cervicale superiore proveniente dal ganglio cervicale superiore del tronco simpatico
insieme al quale raggiungono il plesso
cardiaco
-gruppo medio, costituito da 2-3 rami che si distaccano dal nervo laringeo ricorrente
-gruppo inferiore (rami cardiaci cervicali inferiori), che origina dal nervo vago al di
sotto del precedente.
Si distinguono anche rami cardiaci toracici del nervo vago, che originano a
destra dal tronco del nervo vago durante il suo decorso a lato della trachea e dal
nervo laringeo ricorrente e a sinistra solo dal nervo laringeo ricorrente.
I nervi cardiaci simpatici sono tre:
-nervo cardiaco cervicale superiore, che origina dal ganglio cervicale superiore
del tronco simpatico e raggiunge il cuore seguendo a ritroso i grossi vasi arteriosi
-nervo cardiaco cervicale medio, che deriva dal ganglio cervicale medio e
raggiunge il plesso cardiaco isolatamente o unendosi al precedente
-nervo cardiaco cervicale inferiore, che nasce dal ganglio cervicotoracico o
stellato e raggiunge direttamente il plesso cardiaco.
Ai nervi cardiaci cervicali provenienti dai gangli cervicali del tronco simpatico si
aggiungono i rami cardiaci toracici provenienti dai primi 4-5 gangli toracici del
tronco simpatico.
Se negli atri sono presenti sia terminazioni parasimpatiche (colinergiche) sia
simpatiche (noradrenergiche), nei ventricoli, specialmente in rapporto con i vasi
arteriosi, si trovano prevalentemente terminazioni simpatiche (noradrenergiche).
La stimolazione delle fibre parasimpatiche determina:
rallentamento della frequenza cardiaca (azione cronotropa negativa)
riduzione della forza contrattile (azione inotropa negativa)
diminuzione dell'eccitabilità miocardica (azione batmotropa negativa)
diminuzione della velocità di conduzione atrioventricolare (azione dromotropa
negativa).
La stimolazione delle fibre simpatiche ha invece un'azione opposta a quella delle
fibre parasimpatiche.

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EPICARDIO
Riveste tutta la superficie esterna del cuore rendendola liscia e traslucida e, in
corrispondenza della base del cuore, prosegue per un certo tratto sulla radice dei
grossi vasi.
Rappresenta il foglietto viscerale del pericardio sieroso e, a livello del peduncolo
vascolare, si riflette nel foglietto parietale del pericardio sieroso, che tappezza la
superficie interna del pericardio fibroso (o sacco fibroso pericardico). I due foglietti
sierosi, viscerale e parietale, delimitano la cavità pericardica.
In superficie l'epicardio è costituito da mesotelio coperto da un velo liquido e
provvisto di una sottile lamina propria ricca di fibre elastiche; profondamente è
congiunto al miocardio da uno strato connettivale, tela sottosierosa del
pericardio o strato sottoepicardico, che è in stretta connessione con il tessuto
connettivo interstiziale della mu-scolatura.
Nello strato sottoepicardico decorrono i rami principali dei vasi coronarici, spesso
circondati parzialmente da accumuli di grasso che si rendono visibili sulla superficie
del cuore come macchie giallastre.

MIOCARDIO
Rappresenta lo strato più spesso della parete cardiaca ed è costituito da una
particolare varietà di tessuto muscolare striato, il tessuto muscolare striato
cardiaco. Si distinguono il miocardio comune, che rappresenta circa il 90% di tutto
il miocardio e costituisce la muscolatura cardiaca, sia atriale sia ventricolare,
assicurando l'attività contrattile del cuore, e il miocardio specifico, che costituisce il
sistema di conduzione specializzato nello svolgere funzioni di pacemaker e di
trasmissione dell'impulso contrattile.

MIOCARDIO COMUNE
È costituito da elementi mononucleati (cardiomiociti), di forma cilindrica, presentano
estremità divise in due o più rami che prendono stretto rapporto con le ramificazioni
degli elementi adiacenti mediante i dischi intercalari. Si costituiscono così veri e
propri sincizi funzionali, quello degli atri e quello dei ventricoli, tra loro indipendenti.
Nella componente connettivale, ricca di fibre elastiche a livello atriale, decorrono i
rami dei vasi coronarici, accompagnati da vasi linfatici e sottili ramificazioni
nervose; i vasi arteriosi decorrono dagli strati più superficiale del miocardio a quelli
più profondi. Ogni cardiocito è rivestito dal sarcolemma, una membrana contenente
specifiche proteine di trasporto, che controllano gli scambi ionici nelle varie fasi del

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ciclo cardiaco e recettori beta adrenergici. I dischi intercalari rappresentano
complessi giunzionali specializzati fra le estremità dei cardiociti contigui, che
mostrano un andamento scalariforme con tratti traversali, perpendicolari rispetto
all’asse maggiore dei cardiociti. I cardiociti atriali mostrano un maggior sviluppo del
complesso di Golgi e del reticolo endoplasmatico rugoso.

MIOCARDIO SPECIFICO
Costituisce il sistema di conduzione e gli elementi cellulari che lo compongono
sono più orientati verso una funzione di trasmissione degli stimoli; ne consegue
che le proteine contrattili sono meno rappresentate, a differenza di quanto avviene
nei cardiociti comuni. Si distinguono tre citotipi: le cellule nodali, le cellule di
transizione e le cellule di Purkinje. Le cellule nodali (cellule pacemaker o P),
concentrate nei nodi senoatriale e atrioventricolare, sono elementi fusiformi, di
dimensioni inferiori rispetto ai cardiociti comuni; presentano scarsi fasci di
miofilamenti disposti irregolarmente e sono ricche di sarcoplasma contenente
numerosi mitocondri e accumuli di glicogeno. I tubuli T non risultano visibili e il
reticolo sarcoplasmatico è discretamente sviluppato. I dischi intercalari hanno un
aspetto più semplice, predominando le gap junction.
Le cellule di transizione, localizzate specialmente alla periferia dei nodi
senoatriale e atrioventricolare, presentano caratteristiche strutturali e ultrastrutturali
intermedie fra i cardiociti specifici e quelli comuni.
Le cellule di Purkinje, presenti anche nelle branche di divisione del fascio
atrioventricolare, costituiscono nelle pareti ventricolari le reti sottoendocardiche.
Possono essere distinte dai comuni cardiociti per la loro localizzazione. La
conduzione rapida nelle cellule di Purkinje dipende dalla bassa resistenza fornita
da cellule corte con un grande diametro, dallo sviluppo delle gap junction e
dall'assenza di tubuli T completamente sviluppati.

ENDOCARDIO
È una membrana biancastra, liscia e splendente che riveste le cavità cardiache
adattandosi a tutte le irregolarità della loro superficie. A livello degli orifizi
atrioventricolari, dell’orifizio aortico e dell’’orifizio del tronco polmonare forma pieghe
caratteristiche rappresentate dai lembi valvolari. E costituito, dalla superficie in
profondità, da uno strato di cellule endoteliali poligonali che continua direttamente
con l'endotelio dei grossi vasi che partono o sboccano nel cuore; l’endotelio poggia
sulla lamina propria, di spessore variabile secondo le sedi, ricca di fibre elastiche e

20
fascetti di miocellule ma priva di vasi sanguigni, che prosegue nella tela
sottoendocardica o strato sottoendocardico senza un limite preciso; quest’ultimo
continua a sua volta con il tessuto connettivo del miocardio. Lo strato
sottoendocardico, che manca in corrispondenza dei muscoli papillari, è costituito da
tessuto connettivo lasso, contiene vasi sanguigni e rami nervosi, ma sopratutto le
ramificazioni terminali del sistema di conduzione del cuore con le cellule di
Purkinje.

PERICARDIO
Il pericardio è un sacco fibrosieroso che accoglie il cuore e il suo peduncolo
vascolare, costituito da uno strato esterno di tessuto fibroso (pericardio fibroso o
sacco fibroso pericardico) rivestito sulla superficie interna dal foglietto parietale
del pericardio sieroso che, in corrispondenza della base del cuore, si riflette nel
foglietto viscerale (epicardio) aderente al miocardio. Il pericardio sieroso con i
suoi due foglietti, viscerale e parietale, delimita una cavità chiusa (cavità
pericardica) che, essendo circoscritta da una superficie lisca e coperta a cui va
incontro il cuore durante la sua attività contrattile. Nel sacco pericardico si
distinguono una base, una faccia anteriore, una faccia posteriore e un apice tronco.
La base del pericardio poggia sulla cupola diaframmatica, alla cui fascia
diaframmatica aderisce saldamente in corrispondenza del centro tendineo o frenico
e, a sinistra, di una sottile striscia muscolare a esso contigua. Per questo motivo il
pericardio segue il diaframma durante gli atti respiratori.
La faccia anteriore del pericardio è convessa, si prolunga in dietro su ogni lato,
fino all’ilo del polmone, essendo in rapporto con la pleura mediastinica e con la
faccia mediastinica dei polmoni. La pleura mediastinica si sovrappone al sacco
pericardico, gli aderisce e, in avanti, si estende fino a una linea lungo la quale si
riflette nella parte costale della pleura parietale (pleura costale), costituendo il
seno pleurale costomediastinico che accoglie il margine anteriore del polmone
durante le inspirazioni profonde. Tra pleura mediastinica e pericardio decorrono, da
ciascun lato, il nervo frenico e i vasi pericardiofrenici. Nella zona mediana, non
ricoperta dai seni pleurali costomediastinici, il pericardio è in rapporto diretto con lo
sterno mediante l'interposizione di una quantità variabile di tessuto adiposo (corpo
adiposo retrosternale) e, fino alla prima infanzia, dei lobi del timo.
Faccia posteriore del pericardio è rivolta verso la colonna vertebrale nel tratto
compreso fra la quinta e la nona vertebra toracica ed è in rapporto con gli organi
situati nel mediastino posteriore: l’esofago accompagnato dai nervi vaghi, l’’aorta
discendente, la vena azigos e il dotto toracico.
21
Apice tronco del pericardio, Abbraccia il peduncolo vascolare aderendo alla
tonaca avventizia dei vasi che lo compongono: anteriormente risale sul tronco
polmonare fino alla sua biforcazione nelle arterie polmonari e sull'aorta ascendente
fino quasi all'origine del tronco brachiocetalico; posteriormente si spinge fino
all'arteria polmonare destra e lateralmente si confonde con la parete della vena
cava superiore e, in parte, con quella delle vene polmonari.
Il sacco pericardico è mantenuto nella sua sede sia dall'adesione della base alla
cupola diaframmatica e dell’apice tronco al peduncolo vascolare, sia da tralci fibrosi
che lo uniscono agli organi vicini, che rappresentano i legamenti del pericardio.
Legamenti del pericardio: I legamenti sternopericardici si distinguono in superiore
e inferiore: il superiore si distacca dalla parte superiore del manubrio dello sterno e
dalla prima articolazione sternocostale e si perde sulla porzione superiore del
sacco pericardico; l'inferiore origina dalla base del processo xifoideo dello sterno e
si estende sulla parte inferiore del pericardio.
I legamenti vertebropericardici sono rappresentati da fascetti fibrosi che
decorrono, in direzione sagittale, dalla colonna vertebrale alla parete posteriore del
sacco pericar-dico: si distaccano dal prolungamento mediastinico della fascia
cervicale profonda, a un'altezza tra la quarta e la quinta vertebra toracica, e si
irradiano in alto sulle guaine fibrose dei grossi vasi del collo e, più in basso, sul
pericardio fibroso.
I legamenti frenopericardici si distinguono in anteriore e laterali, destro e sinistro.
Sono brevi tratti fibrosi che rinforzano l'attacco del pericardio fibroso alla fascia
diaframmatica.

Pericardio sieroso: rappresenta la sierosa cardiaca, attraverso il suo foglietto


parietale tappezza uniformemente la superficie interna del pericardio fibroso e in
basso riveste direttamente la fascia diaframmatica nell’area delimitata
dall’inserzione del sacco pericardico. In alto il foglietto parietale si riflette nel
foglietto viscerale che, come epicardio, costituisce lo strato più esterno del cuore.
Anteriormente il foglietto viscerale forma due guaine distinte, una anteriore che
avvolge l’aorta e il tronco polmonare e una posteriore che riveste gli atri e si
prolunga sulle radici delle rispettive vene; fra le due guaine si interpone una
fessura, il seno trasverso del pericardio, che separa, perciò, le grosse arterie
della parete anteriore degli atri. La guaina che avvolge le arterie si spinge sull’aorta
in alto, verso destra, fino all’origine del tronco brachiocefalico; a sinistra, invece, si
arresta più in basso, arrivando fino al punto dove il tronco polmonare si biforca
nelle arterie polmonari. Il foglietto viscerale si suddivide in due guaine, l’una che
riveste le vene cave superiore e inferiore e le vene polmonari superiore e inferiore
22
sinistre; le due guaine sono separate da un profondo recesso della cavità
peiricardica, il seno obliquo del pericardio (diverticolo di Haller).

Pericardio fibroso: costituito da tessuto fibroso denso a fasci intrecciati che


profondamente continua con la lamina propria del foglietto parietale del pericardio
sieroso, ricca di fibre elastiche. Sulla lamina propria poggia un mesotelio, le cui
cellule appiattite hanno la superficie libera coperta da un sottile velo liquido.
Vasi del pericardio: le arterie per il pericardio sono rappresentate da esili rami
provenienti direttamente dall’aorta toracica, dall’arteria toracica interna e dalle
arterie freniche superiori, rami dell’aorta toracica. Le vene, satelliti delle arterie,
confluiscono nella vena azigos e nelle vene freniche superiori, affluenti della vena
azigos; nelle vie brachiocefaliche, a cui affluiscono le vene pericardiche, nella vena
cava superiore, nelle vene toraciche interne, che affluiscono alle vene
brachiocefaliche. I vasi linfatici, poco numerosi, drenano nei linfonodi
tracheobronchiali superiori e in quelli situati nell’angolo di biforcazione tracheale.

Le arterie sono condotti muscolo membranosi che trasportano e distribuiscono il


sangue agli organi. Il sangue transita in arterie di calibro progressivamente
decrescente fino all'interno degli organi, dove l'arteriola immettono il sangue nella
rete capillare di scambio. Le arterie sono i vasi efferenti, dal cuore con valori
pressori al loro interno elevati che rappresentano la risultante delle forze contrarie
alla spinta sistolica alla progressione del sangue e delle resistenze vascolari
periferiche al [Link] pressione arteriosa è minore del piccolo circolo o
circolazione polmonare, essendo tale sistema circolatorio meno esteso rispetto a
quello sistemico, grande circolo, offrendo di fatto minore resistenza al flusso. Il
calibro dell'arteria si riduce verso la periferia del sistema cardiovascolare in modo
proporzionale al numero di ramificazioni; diminuisce subito dopo l'emergenza di un
ramo si mantiene costante nel tratto compreso tra l'emergenza di un ramo e di
quello successivo. Le arterie possono essere classificate in base al calibro e alle
caratteristiche strutturali in:
• Arterie di grosso calibro, dette anche elastiche o di conduzione
• Arterie di medio e piccolo calibro, dette anche arterie muscolari o di
distribuzione
• Arteriole
I rami delle arterie sono distinti in:
• Collaterali, originanti dal tronco principale destinati a un territorio vascolare
situato a valle del loro punto di origine.

23
• Ricorrenti, originanti dal tronco principale destinati a un territorio vascolare
situato a monte del punto di origine.
• Terminali, costituenti i due rami di dimensioni pressoché uguali con cui può
terminare, dividendosi, un’arteria, che altrimenti può continuare direttamente con
un’altra arteria destinata a territori più a valle del corpo.

Il territorio del corpo vascolarizzato dall'arteria con i suoi rami con laterali e terminali
viene definito territorio di distribuzione. La distribuzione periferica dei rami
arteriosi è soggetta a una certa variabilità individuale e perciò territori di
distribuzione non sono nettamente definiti. A livello di polmoni, reni, milza, corteccia
cerebrale è Alfio ci sono territori di distribuzione che sono irrorati dalle ramificazioni
Rotolo arteria e non esistono comunicazioni con la rete arteriose limitrofe,
nemmeno a livello arteriolare. Tale territorio sono chiamati segmenti e vengono
rotti le arterie terminali e dei loro rami segmentali.
Le connessioni tra arterie sono dette anastomosi e sono importanti sotto il profilo
funzionale clinico; i tratti arteriosi che le formano sono chiamati rami anastomotici.
Sono presenti quasi sempre a livello dell'arteriola e sono meno numerose quanto
maggiore il calibro dell’arteria. La presenza di un’anastomosi fra arterie di grosso
calibro rappresenta un’anomalia di tipo malformativo. Le anastomosi possono
mettere in comunicazione arterie di calibro uguale o diverso e con modalità
differenti e vengono classificate in:
• Anastomosi per inosculazione, ciò avviene quando le arterie continuano a
piano canale una nell’altra (arteria uterina e ovarica) o dando luogo alla
formazione di un'arcata o di arcate multiple (arcate di distribuzione nell’intestino)
• Anastomosi per convergenza, quando le arterie continuano ad angolo acuto
dando origine a un tronco unico (arterie vertebrali).
• Anastomosi mediante rami anastomotici trasversali o longitudinali, quando
due arterie parallele o quasi sono riunite dall'arteria trasversale (arterie cerebrali
anteriori).
• Anastomosi a rete, quando tra due o più arteriole si trovano numerosi ramuscoli
anastomotici, disposti dallo stesso piano in modo da formare una rete (rete
arteriosa).
Le arterie sono innervate da rami nervosi (vasa nervorum) le cui fibre controllano
la contrazione della muscolatura e il diametro è il tono della parete del vaso.
Decorrono nella tonaca esterna dell'arteria, dove si ramificano a formare rete.
Le fibre nervose efferenti o effettrici sono fasci di fibre amielinica che presentano
varicosità tipiche che agiscono a livello delle arterie muscolari e soprattutto delle
arteriole. Sono fibre poste gangliari provenienti da neuroni dei gangli del sistema
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simpatico. Le fibre nervose afferenti o sensitive conducono, con direzione
centripeta, gli stimoli di recettori periferici specializzati, come i barocettori localizzati
a livello dell’arco dell’aorta e del seno carotideo, che rilevano variazioni di
pressione arteriosa sistemica.
Si realizzano sia a livello precapillare o come comunicazione diretta, costituendo le
anastomosi arterovenose di primo tipo, sia mediante un vaso di collegamento con
caratteristiche peculiari, rappresentando le anastomosi arteroenose di secondo tipo
o vere. Il vaso di collegamento può assumere sembianze differenti, anche a
gomitolo (glomo vascolare), pertanto potremo suddividere il tutto in vaso
anastomotico, di collegamento, e una vena efferente. L’arteria efferente presenta
una struttura tipica tranne che per la presenza, in corrispondenza del suo aumento
di calibro, di cuscinetti endotelio-muscolari che sporgono nel lume. Il vaso
anastomotico a un rivestimento endoteliale che poggia sulla lamina di sottili fibre
collagene ed è privo di membrana elastica interna. Sono presenti due tonache
muscolari, una interna longitudinale è una esterna circolare. La vena efferente
presenta parete sottile, manca di muscolatura ed è ricca di fibre elastiche. In
corrispondenza dello strato di muscolatura circolare le cellule epitelioidi agiscono
come cuscinetti sporgenti nel lume vascolare e la chiusura del lume può essere
determinata da un aumento delle loro dimensioni.
La parete delle arterie è organizzata in tre tonache concentriche:
-tonaca intima, costituita dalle cellule endoteliali del rivestimento interno, con asse
orientato longitudinalmente.
-tonaca media, costituita da cellule muscolari lisce orientate trasversalmente.
-tonaca avventizia, rappresenta lo strato esterno della parete arteriosa ed è
costituita da fibroblasti e fibre collagene orientati longitudinalmente. Tra la tonaca
intima e avventizia si trovano le membrane elastiche, interna ed esterna.

ARTERIE DEL PICCOLO CIRCOLO


Il tronco polmonare è contenuto nel pericardio, all’origine e in entrambi i lati, si
rapporta con le arterie coronariche destra e sinistra; in basso, è ricoperto
dall’auricola sinistra: posteriormente è in rapporto con con l’aorta ascendente e più
in alto con l’atrio sinistro; a sinistra in rapporto con l’atrio e auricola sinistra; a
destra è in rapporto sia con l’auricola destra che con l’aorta ascendente. Il tronco
polmonare trasporta segue deossigenato dal ventricolo destro ai polmoni; origina
dal cono arterioso del ventricolo destro, sopra e a sinistra della cresta
sopraventricolare, si direziona verso l’aorta ascendente, con cui condivide la
guaina epicardica. In corrispondenza dell’arco dell’aorta, si divide in arterie
polmonari destra e sinistra.
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Le arterie polmonari si dirigono verso il polmone corrispondente e decorrono
insieme alle due vene polmonari, superiore e inferiore, destre o sinistre e al bronco
principale destro o sinistro, formando la radice (o peduncolo) del polmone.
L’arteria polmonare destra origina dal tronco polmonare e decorre
orizzontalmente verso destro; raggiunge l’ilo del polmone per dividersi in due rami:
inferiore, più grosso, verso lobi medio e inferiore, il superiore, invece, irrora il lobo
superiore (arterie lombari superiori). Si localizza dietro l’aorta ascendente, la vena
cava superiore e la vena polmonare superiore destra, al di sotto della vena azigos.
Posteriormente prima con la biforcazione tracheale e successivamente con
l’esofago; inferiormente con le vene polmonari superiore e infierire; superiormente
con i linfonodi tracheobronchiali.
L’arteria polmonare sinistra origina dal tronco polmonare e decorre su un piano
quasi orizzontale, dove, una volta raggiunto l’ilo del polmone si divide in arterie
lobari superiori e inferiori. Si localizza anteriormente all’aorta ascendente,
passando sopra l’atrio sinistro e le vene polmonari superiore e inferiore destre. Il
tratto iniziale è collegato all’arco dell’aorta mediante il legamento arterioso, residuo
del dotto di Botallo.

ARTERIE DEL GRANDE CIRCOLO


L’aorta nasce dal ventricolo sinistro dove presenta un diametro di circa 3cm. Si
porta in alto e a destra per circa 5-7cm (aorta ascendente), si incurva sopra l’ilo
del polmone sinistro formando un arco diretto indietro e verso sinistra (arco
dell’aorta), discende lungo la colonna vertebrale (aorta discendente) prima a
sinistra e poi portandosi progressivamente verso il piano sagittale mediano (aorta
toracica). Attraversato lo iato aortico del diaframma si porta a sinistra del piano
sagittale mediano fino alla quarta vertebra lombare come aorta addominale, dove
si divide nelle due arterie iliache comuni.
L’aorta ascendente origina dalla base del ventricolo sinistro all’altezza del
margine inferiore della terza cartilagine costale sinistra, dietro la metà sinistra dello
sterno. Decorre obliquamente, fino all’articolazione della seconda cartilagine
costale. Lungo il suo decorso, l’aorta ascendente si trova all’origine, al di sopra di
essa, vi sono 3 piccoli rigonfiamenti (seni aortici di Valsalva), in corrispondenza
dei quali si apprezza un aumento di calibro del vaso, che costituisce il bulbo
aortico. Un’altra dilazione si trova a livello della parte più alta dell’aorta
ascendente, il grande seno aortico. L’aorta ascendente è contenuta nel
pericardio fibroso, una guaina che avvolge il tronco polmonare, costituita dal
foglietto viscerale del pericardio sieroso. Anteriormente si rapporta con il cono
arterioso, superiormente con il margine anteriore del polmone destro,
26
posteriormente con l’atrio sinistro, arteria polmonare destra e il bronco principale
destro. In tutto ciò, presenta due rami collaterali che sono le arterie coronarie
destra e sinistra.
L’arco dell’aorta ha origine nei pressi dell’aorta ascendente in loco della seconda
articolazione sternocostale destra; decorre in direzione della radice del polmone
sinistro. Raggiunge il lato sinistro del corpo della 4T, in corrispondenza
dell’estremità sternale dove continua a livello del punto di inserzione del legamento
arterioso (di Botallo). Tale livello corrisponde a un restringimento del vaso, l’istmo
aortico, a cui fa seguito un tratto dilatato, il fuso aortico. L’arco dell’aorta a sinistra
e in avanti, è in rapporto con il pericardio fibroso, mentre nella sua porzione di
dietro è in rapporto con la parte mediastini della pleura parietale. A destra e
posteriormente, entra in rapporto con la trachea e la parte profonda del plesso
cardiaco. Inferiormente scavalca la biforcazione del tronco polmonare e del
legamento arterioso. Superiormente emergono tronco brachiocefalico e l’arteria
carotide comune sinistra. Dalla faccia convessa dell’arco dell’aorta nascono il
tronco brachiocefalico, arteria carotide comune sinistra e arteria succlavia sinistra.
L’aorta toracica è situata nel mediastino posteriore. Origina dal tratto di aorta
discendente che fa seguito all’arco dell’aorta in corrispondenza dell’istmo dell’aorta.
Decorre estendendosi dal margine inferiore della 4T fino allo iato aortico del
diaframma. Nel tratto iniziale del suo decorso l’aorta toracica resta a sinistra della
colonna e nella sua discesa si avvicina al piano sagittale mediano. Anteriormente si
rapporta con il polmone sinistro; posteriormente con la colonna vertebrale, vena
emiazigos; a destra con la vena azigos e il dotto toracico; a sinistra con la pleura e
il polmone sinistro.
L’aorta addominale origina dal tratto di aorta discendente che inizia a livello dello
iato artico del diaframma in corrispondenza della 12T. Decorre al davanti della
colonna vertebrale in direzione della 4L, dove si divide nelle due arterie iliache
comuni destra e sinistra e prosegue in basso con l’arteria sacrale mediana. Si
rapporta anteriormente con il tronco celiaco e i suoi rami; posteriormente con le
vertebre lombari dalla prima alla quarta, dischi intervertebrali compresi; a destra,
con la cisterna del chilo e il dotto toracico; a sinistra, con il pilastro mediale sinistro
del diaframma e il ganglio celiaco sinistro. L’aorta addominale emette rami viscerali
impari e pari che irrorano gli organi della cavità addominale e rami parietali che
vascolarizzano le pareti dell’addome, i muscoli del dorso, il canale vertebrale, le
meningi e il midollo spinale.

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Tronco brachiocefalico o arteria anonima ha origine dall’arco dell’aorta, dietro il
manubrio dello sterno e si dirige in direzione della trachea fino a raggiungere
l’articolazione sternoclavicolare destra, dove si divide nei suoi rami terminali, quali
arterie carotide comune destra e succlavia destra.
Arteria carotide comune origina a destra del tronco brachiocefalico, a sinistra
nasce direttamente dall’arco dell’aorta. Decorre la destra in zona cervicale, la
sinistra, invece, ha un tratto cervicale e un tratto toracico.

La vene sono condotti membranosi la riconducono al cuore il sangue refluo dal


distretto capillare. Si distinguono tre principali sistemi di vene:
• Vene del piccolo circolo, che versano nell’atrio sinistro del cuore il sangue
ossigenato refluo dai polmoni.
• Vene del grande circolo, che portano all’atrio destro del cuore il sangue refluo
dai vari organi e tessuti del corpo, e di cui si possono distinguere tre sottogruppi:
vene del cuore; vene sovradiaframmatiche (drenano nella vena cava superiore);
vene degli arti inferiori, dell’addome e della pelvi (confluiscono nella vena cava
inferiore).
• Vena porta, che drena il sangue da quasi tutto il canale intestinale.
Le vene vengono classificate in base al loro diametro in vene di grosso, medio e
piccolo calibro, ma te la distinzione risulta poco significativo in quanto manca una
corrispondenza fra calibro e caratteri strutturali. Un ulteriore classificazione delle
vene si basa sulla loro posizione rispetto alla fascia, distinguendo quindi tra vene
superficiali e vene profonde per esempio negli arti. Soprattutto nei soggetti magri,
le vene superficiali sono visibili attraverso la cute come cordoni bluastri,
presentando un'estrema variabilità nella loro disposizione anatomica. Le vene
profonde sono sotto fasciali, decorrono nell'interstizio muscolare, favorendo il
ritorno del sangue venoso, oppure appartengono ai distretti viscerali. La maggior
parte delle vene, specialmente quelle degli arti inferiori, presenta strutture peculiari
denominate valvole. Si tratta di tasche dell’endotelio con cavità rivolte verso il
cuore. Presentano un margine libero sottile e un margine aderente spesso, al di
sopra del quale la parete venosa si presenta assottigliata e alquanto dilatata a
costituire il seno valvolare. Il sistema venoso presenta rispetto a quello arterioso
un numero nettamente maggiore di anastomosi, che sono presenti a tutti livelli
dell'albero venoso, sia tra i principali sistemi venosi sia tra i rami venosi minori,
dove possono costituire disposizioni a rete particolarmente ricche: i plessi venosi.
Inoltre le vene profonde sono connesse a quelle superficiali mediante i rami
perforanti che attraversano le fasce.

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Le vene polmonari costituiscono le vene del piccolo circolo o circolazione
polmonare e sono così denominate: vena polmonare superiore destra e sinistra,
vena polmonare inferiore destra e sinistra. Le vene polmonari conducono il sangue
arterioso dai polmoni all’atrio sinistro del cuore. Sono quattro, due per ogni lato,
una superiore e una inferiore. Hanno una parete molto sottile, ricca di fibre
elastiche, con scarsi elementi muscolari, e non presentano valvole. Hanno origine
da una rete capillare sulla parete degli alveoli che è in continuità con le
ramificazioni capillari dell’arteria polmonare. Decorrono dal rispetto polmone
all’atrio sinistro, le superiori obliquamente, le inferiori trasversalmente. Le vene
polmonari destre sono in rapporto anteriormente con la vena cava superiore; le
vene polmonari sinistre sono in rapporto posteriormente con l’aorta toracica. Le
vene polmonari superiori si trovano anteriormente e inferiormente all’arteria
polmonare e al bronco principale, mentre le vene polmonari inferiori si trovano
inferiormente al bronco principale.

Le vene del grande circolo sono deputate all’immissione del sangue refluo del
grande circolo all’atrio destro. Sono tre, quali: seno coronario, vena cava superiore
e vena cava inferiore.
La vena cava superiore raccoglie il sangue venoso refluo dai territori della
porzione sopradiaframmatica del corpo ad eccezione del cuore. Ha origine
mediante la confluenza delle due vene brachiocefaliche destra e sinistra. Decorre
verso sinistra, quasi verticalmente in virtù del rapporto con l’arco dell’aorta. Nella
porzione libera si rapporta lateralmente con il nervo frenico; anterolateralmente con
il polmone destro; anteriormente con il timo; posteriormente con l’origine del
bronco principale destro. Nella porzione intrapericardica si rapporta lateralmente
con il nervo frenico destro; anteriormente con il secondo spazio intercostale;
mediamente con l’aorta ascendente e posteriormente con l’arteria polmonare
destra.
Nella vena cava superiore sbocca la vena azigos, una vena impari che drena il
sangue refluo dalle pareti del torace, dal midollo spinale e da alcune strutture del
mediastino posteriore. Origina sotto il diaframma come continuazione diretta della
vena lombare ascendente destra; decorre a livello della 4T, si dirige in avanti
descrivendo un arco con concavità rivolta verso in basso, detto arco della vena
azigos. I rami affluenti della vena azigos sono suddivisibili in parietali e viscerali, i
primi (vene intercostali posteriori, vena intercostale superiore destra, vena
emiazigos, vena emiazigos accessoria); secondi (vene bronchiali, esofagee,
mediastiniche e freniche superiori).

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La vena cava inferiore convoglia all’atrio destro del cuore il sangue proveniente da
tutte le regioni del corpo poste sotto il diaframma. Il territorio di sua competenza
corrisponde a quello di distribuzione dell’aorta addominale. Infatti, il sangue refluo
proveniente da tutti gli organi addominali del sistema digerente e dalla milza viene
convogliato in un unico tronco, la vena porta, che raggiunge il fegato, ramificandosi
al suo interno. Origina dall’unione delle due vene iliache comuni alla 5L; decorre
ascendendo verticalmente a destra della colonna vertebrale, incrociando dal
davanti l’arteria renale destra. Anteriormente è in rapporto con l’arteria iliaca
comune destra; posteriormente poggia sulla parte destra dei corpi delle ultime tre
vertebre lombari; lateralmente con la parete discendente del duodeno;
mediamente, in rapporto con l’aorta fino all’entrata nella cavità toracica. Anche qui,
avremo rami parietali e viscerali, i primi (vene lombari e freniche inferiori); i
secondi (vene renali, surrenale, testicolare ed epatiche).
La vena porta è il tronco venoso che conduce al fegato il sangue che proviene
dalla porzione sottodiaframmatica del canale digerente, dalla milza, dal pancreas e
dalla cistifellea. Si origina dietro la testa del pancreas a livello di 1-2L; decorre
obliquamente, verso l’alto, dietro la parte superiore del duodeno, il dotto coledoco e
l’arteria gastroduenale. Presenta rami affluenti, quali vena gastrica sinistra, vena
gastrica destra, vena pancreaticoduodenale superiore posteriore. Inoltre presenta
due radici, quali vene mesenterica superiore, splenica e mesenterica inferiore.

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SISTEMA ENDOCRINO
Il sistema endocrino è composto di vari organi distributivi in maniera non continua
e spesso anche non contiguamente in molteplici aree dell’organismo. Il sistema
endocrino comprende le ghiandole a secrezione interna che hanno la funzione di
mantenere l’omeostasi dell’ambiente interno attraverso la liberazione delle loro
secrezioni direttamente nel sangue. Oltre che in organi ben individuabili, le cellule
endocrine sono anche ampiamente diffuse nelle mucose di molti sistemi,
costituendo il cosiddetto sistema endocrino diffuso. In quest’ultimo caso si
descrivono anche effetti paracrini (sulle cellule vicine) o autocrini (sulla cellula che
ha liberato l’ormone). L’attività fondamentale e unificante del sistema endocrino
risiede, quindi, nella sua funzione che si identifica in una specifica modalità di
trasmettere segnali intercellulari diffusamente nell’organismo.
Possiamo distinguere gli elementi costitutivi del sistema endocrino in organi
secernenti specifici ormoni che rappresentano organi ghiandolari pluricellulari
oppure in singoli elelementi cellulari o gruppetti di cellule endocrine.
Le ghiandole endocrine possono a loro volta essere classificate in accordo a
criteri diversi, brevemente riportati di seguito:
-derivazione ectodermica (adenoipofisi)
-derivazione neuroectodermica (neuoroipofisi)
-derivazione da placodi (ghiandola pineale)
-derivazione mesodermica (ghiandola surrenale e gonadi)
-derivazione endodermica (isole pancreatiche)
Da un punto di vista microscopico, avremo ghiandole cordonali, follicolari,
interstiziali.
In base alla natura chimica del secreto, avremo delle ghiandole secernenti vari tipi
di molecole della serie proteica e ghiandole secernenti composti analoghi al
ciclopentanoperidrofenantrene.
La secrezione delle ghiandole avviene sempre a seguito di uno stimolo che è per lo
più specifico per ciascuna ghiandola. Infatti vi sono stimoli elettivi e stimoli
generalizzati. Vedasi la secrezione di insulina quando vi è un incremento di
glicemia. Si comprende quindi come il controllo endocrino avvenga in modo
articolato, tramite stimoli neurali, ormonali, immunitari, metabolici o ionici. Questi
stimoli possono variare in base al tipo di ghiandola e di ormone. Gli ormoni sono
caratterizzati da una permanenza nel mezzo interno variabile secondo la loro
struttura e il loro metabolismo extracellulare. Nella regolazione del trasporto
cellulare o del trasporto nel sistema circolatorio spesso gli ormoni vengono captati
da proteine trasportatrici. Una caratteristica fondamentale e variabile degli ormoni
è rappresentata dalla specificità e sensibilità degli organi che ne rappresentano il
bersaglio.
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La modalità che coinvolge la maggior parte delle ghiandole endocrine, cui prende
anche l’ipotalamo, riguarda la regolazione da parte degli ormoni di questo’ultiomo
al fine di secernere ormoni dell’adenoipofisi, favorendola (RH) o inibendola (IH). Gli
ormoni adenoipofisari, a loro volta, potranno stimolare la produzione di ormoni
da parte di altre ghiandole endocrine. La secrezione può essere regolata da due
tipi di feedback, positivo o negativo.
Un altro meccanismo è collegato dall’azione di una sostanza chimica, diversa da
un ormone, che regola direttamente la secrezione ghiandolare. Questa può essere
una molecola organica fondamentale nel metabolismo, vedasi il glucosio ematico
che regola la secrezione di glucagone (iperglicemizzante) e insulina
(ipoglicemizzante), prodotti dalle isole pancreatiche.
Moltissimi organi endocrini possiedono un controllo nervoso diretto. La secrezione
di adrenalina da parte della zona midollare della ghiandola surrenale o di
melatonina da parte della ghiandola pineale sono potentemente regolate dal
sistema nervoso simpatico.
Ormoni della serie proteica, al fine di interagire ed entrare in azione, necessitano
un’interazione tra proteine specifiche di membrana (recettori) con l’ormone
(ligando). La parte esterna corrisponde alla componente R, successivamente la
porzione transmembrana si modifica stericamente in seguito al legame
dell’ormone con la componente R e viene detta componente G, in quanto
associate a proteine G. Infine, la parte interna, sul versante citoplasmatico è
definita componente C, catalitica.
Gli ormoni steroidei sono in grado di attraversare la membrana plasmatica e
trovano i loro recettori all’interno del citoplasma; una volta legati a essi, gli ormoni
steroidei vengono trasportati nel nucleo dove vanno a svolgere la loro azione
direttamente sul DNA.
Gli ormoni tiroidei penetrano nella cellula e vengono trasportati direttamente nel
nucleo dove trovano i loro recettori cui si legano attivando la sintesi di nuovo
mRNA.
Gli assoni più lunghi provengono in particolare dai neuroni magnocellulari,
entrano nella costituzione del tratto ipotalamoipofisario e sono, infine, diretti alla
neuroipofisi dove liberano ossitona e vasopressina. Gli assono più brevi,
provengono dai neuroni parvocellulari di numerosi altri nuclei vegetativi
dell’ipotalamo. Il controllo di questi nuclei ipotalamici sull’adenoipofisi avviene
mediante il sistema portale ipotalamoipofisario ed è dunque in parte nervoso e
in parte umorale. Tali nuclei sono concentrati prevalentemente nelle regioni
tuberoinfundibolare, nucleo arcuato e nelle aree periventricolare.
L’eminenza mediana è una struttura nervosa molto importante. Come gli altri
organi vascolosi circumventricolari, presenta un rapporto fra l’ependima del

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pavimento del terzo ventricolo, i vasi del primo letto capillare e le terminazioni
nervose ipotamiche.
Altre cellule ependimali come i taniciti, presentano a questo livello particolari
prolungamenti basali che raggiungono l’interfaccia tra fibra nervosa e capillare. Più
frequentemente, i taniciti promuoverebbero il passaggio di soluti dal liquido
cerebrospinale al circolo sanguigno.
I fattori di rilascio da parte dell’ipotalamo sono:
-somatoliberina, prodotto dall’area ipotalamica intermedia e stimola la secrezione
dell’ormone della crescita. GHRH
-corticoliberina, prodotta dai neuroni parvocellulari del nucleo paraventricolare e
stimola la secrezione della corticotropina. CRH
-tireoliberina, prodotto dai neuroni dei nuclei periventricolari e stimola la
secrezione della tireotropina. TRH
-gonadoliberina, prodotto dai neuroni dell’area preottica e stimola la secrezione
delle gonadotropine. GnRH
I fattori di inibizione da parte dell’ipotalamo sono:
-somatostatina, prodotta nella zona preventricolare e nei nuclei soprachiasmatico
e arcuato, fondamentalmente inibisce il rilascio della fatto GH della crescita. GHIH
-prolattostatina, dopamina prodotta dai neuroni del nucleo tuberoinfundibulare,
inibisce, di fatto, la prolattina. PIH
-melanostatina, funzioni ancora non particolarmente note. MIF

L’ipofisi o ghiandola pituitaria è una delle principali ghiandole endocrine


dell’organismo. Situata all’interno del cranio, sotto il controllo di molti nuclei
neurovegetativi dell’ipotalamo e, a sua volta, controlla molte altre ghiandole
endocrine e funzioni periferiche. Infatti, si parla generalmente di asse ipotalamo-
ipofisi-organo periferico. L’ipofisi rappresenta una importante interfaccia tra SNC e
quello endocrino periferico.
Trattasi di una ghiandola impari, mediana, di forma sferoide posta nella fossa
cranica media, accolta in una loggia osteofibrosa. Infatti, è contenuta nella fossa
ipofisaria, posta sul fondo della sella turchina presente sulla superficie endocrina
dell’osso sfenoide. È una ghiandola doppia presentante una parte anteriore,
adenoipofisi, e una posteriore, neuroipofisi.
L’adenoipofisi, di origine ectodermica, deriva dalla volta della faringe, ha forma
ovoidale. Si può suddividere in una parte distale-intermedia-tuberale. La parte
distale è quella più voluminosa ed è posta anteriormente; la parte intermedia si
trova posteriormente alla parte distale e appare come una lamina sottile posta
verticalmente; la parte tuberale è posta superiormente alle altre due e abbraccia
anterolateralmente l’infundibolo della neuroipofisi.

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La neuroipofisi origina da un’estroflessione diencefali e appare come una
formazione sferoidale. Suddivisibile in 3 parti: lobo nervoso-infundibolo-
eminenza mediana. Infundibulo, eminenza mediana e parte puberale
dell’adenoipofisi formano il peduncolo ipofisario.
La loggia ipofisaria è circondata da rami arteriosi del circolo arterioso cerebrale
(poligono di Willis) e dal seno cavernoso ai lati, con i due seni intercavernosi
anteriore e posteriore. Inferiormente si rapporta con il pavimento della sella
turcica; superiormente con l’ipotalamo; anterosuperiormente con il chiasma ottico;
posteriormente con il dorso della sella.
Le arterie ipofisarie, superiori e inferiori, provengono dall’arteria carotide interna: le
arterie ipofisarie superiori, fino a un massimo di quattro, originano dalla porzione
intracranica dell’arteria carotide interna nel decorso sopracavernoso. Le due
arterie ipofisarie inferiori, derivano dalla parte cavernosa dell’arteria carotide
interna e provvedono a vascolarizzate la neuroipofisi.
Per quanto riguarda la vascolarizzazione dell’adenoipofisi: arterie ipofisarie
superiori si portano verso l’eminenza mediana del tuber cinereum e la base del
peduncolo ipofisario, dove si anastomizzano ampiamente tra loro, per poi
penetrare nella sostanza nervosa dell’eminenza mediana e dare origine a un ricco
gomitolo di capillari. In particolare avremo plessi capillari primari da cui originano
vene portali ipofisarie lunghe, da entrambi i plessi primari, e vene portali
ipofisarie brevi, dall’infundibolo. Le vene portali discendono lungo il peduncolo
ipofisario per raggiungere l’adenoipofisi, dove si capillarizzano formando una rete
sinusoidale nello stroma ghiandolare, plesso capillare secondario. Grazie a
questa particolare vascolarizzazione, che ricorda la rete mirabile venosa del
sistema porlale epatico, l’attività secernente dell’adenoipofisi è sotto il controllo
neuroendocrino dell’ipotalamo e, per questa ragione, si parla di sistema portale
ipotalamoipofisario.

La parte distale dell’adenoipofisi è quella più importante e interessante. La


popolazione cellulare presente in questi cordoni è eterogenea per morfologia e
produzione ormonale.
Le cellule che producono ormoni di natura proteica (PAS negative e acidofile) sono
circa un terzo dell’intera popolazione adenoipofisaria.
Le cellule somatotrope producono l’ormone della crescita (STH), trattasi di una
proteina di 191 amminoacidi che agisce multi oggi bersaglio stimolando la sintesi
proteica.
Le cellule mammotrope o lattotrope producono prolattina, scoperta da Riddle
nel 1930. Al termine del periodo di allattamento, le cellule lattotrope riacquistano le
caratteristiche del periodo di riposo, andando incontro a regressione e riduzione

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numerica. La prolattina è una proteina di 199 amminoacidi. Ha un’azione trofica
sulla ghiandola mammaria durante la gravidanza. Sono state descritte nel feto
umano e nell’adulto di cellule somatotrope, così definite in quanto dotate di
vescicole di secrezione che, alle indagini immunoistochimiche, risultano positive
sia per il GH che per la PRL.
Le cellule adrenocorticotrope sono piuttosto piccole, poco collocabili e sono
maggiormente presenti nella parte anteromediale della parte distale
dell’adenoipofisi. Queste cellule non producono direttamente ACTH, ma un
precursore di maggiori dimensioni, chiamato proopiomelanocortina (POMC).
L’ormone adrenocorticotropo è una proteina di 39 amminoacidi. L’organo
bersaglio principale di questo ormone è la zona fascicolata della zona corticale
della ghiandola surrenale dove l’ACTH stimola la sintesi di glucocorticoidi, in
particolare di cortisolo.
Le cellule che producono ormoni di natura glicoproteica (PAS-positive e basofile)
sono circa il 15% dell’intera popolazione della parte distale.
Le cellule tireotrope producono l’ormone tireotropo. Hanno forma irregolare per
la presenza di prolungamenti e sono concentrate soprattutto nella parte
anteromediale della ghiandola. L’ormone tireotropo ha come organo bersaglio la
ghiandola della tiroide. Le cellule follicolari sono così stimolate a produrre e a
secernere ormoni tiroidei T3, T4.
Le cellule gonadotrope producono ormone follicolostimolante (FSH) e ormone
luteinizzante (LH). Le cellule che producono follicolostimolante corrispondono a
uno dei due sottotipi di cellule beta, negative alla paraldeide fucsina, della vecchia
classificazione. Nella femmina, l’FSH agisce sull’ovaio, dove induce la ciclica
maturazione follicolare e stimola la secrezione estrogena da parte delle cellule
endocrine della teca interna. Le cellule che producono ormone luteinizzante hanno
forma sferoidale e sono un po’ più grandi di quelle che producono FSH. Con il
nome appropriato di LH, ormone prodotto da queste cellule gonadotrope svolge
un ruolo critico al momento dell’ovulazione e poi stimola la formazione del corpo
luteo e la secrezione di progesterone da parte delle cellule luteiniche derivate dalla
granulosa. Sono invece un vero e proprio citotipo le cellule follicolostellate, la cui
funzione non è ancora ben nota.
La parte intermedia dell’adenoipofisi è poco rappresentata ed è ciò che resta
della parte posteriore del sacco adenoipofisario (o tasca di Rathke). Le cellule che
ne fanno parte sono sovrapponibili a quelle adrenocorticotrope già descritte nella
parte distale, ma più voluminose. In questa parte si forma la CLIP e ormone
melanocito-stimolante (deputato in funzioni superiori cognitive e comportamentali,
tipo motivazione, capacità di apprendimento).
La parte tuberale dell’adenoipofisi è costituita da cellule poliedriche disposte a
cordoni irregolari. Indagini immunoistochimiche hanno individuato la presenza di
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cellule gonadotrope e tireotrope intercalate a cellule cromofobe e a piccole cellule
provviste di lunghi prolungamenti. Queste ultime riconosciute come cellule
specifiche della parte tuberale. La parte tuberale ha un ruolo ancora in gran parte
oscuro. Si ipotizza un suo intervento sulla regolazione omeostatica del liquidò
cerebrospinale e dell’attività della parte distale, ,a potrebbe avere anche influenza
su un non ancora ben noto organo bersaglio.

La componente nervosa della neuroipofisi è la parte specifica della ghiandola ed


è quella più importante della neuroipofisi. Nella neuroipofisi si possono distinguere
due tipi di proiezioni assoniche: primo riguarda fibre nervose del tratto
ipotalamoipofisario; il secondo da fibre nervose centrali come
neurotrasmettitori e neuropeptidi.
Le fibre del primo tipo sono assoni che provengono dai corpi cellulari dei neuroni
magnocellulari che costituiscono alcuni nuclei della parte anteriore dell’ipotalamo.
Il nucleo sopraottico è costituito quasi completamente da neuroni magnocellualri
i cui voluminosi corpi cellulari sono addensati tra loro e avvolti da una guaina di
cellule gliali. Il nucleo paraventricolare, invece, comprende sia una componente
magnocellulare sia una parvocellulare. Gli assoni dei neuroni magnocellulari
costituiscono, come detto il fascio ipotalmoipofisario, nel quale le due componenti
possono essere ben distinte sulla base della loro provenienza: tratto
sopraotticoipofisario e tratto paraventricoloipofisario. Queste due componenti
proiettano alla neuroipofisi: prima attraversano la zona profonda dell’eminenza
mediana e la parte infundibolare del peduncoli ipofisario e, infine, raggiungono il
lobo nervoso.
Le fibre del secondo tipo provengono da altri nuclei nervosi e svolgono
l’importante funzione di regolare la neuroipofisi. I corpi cellulari dei neuroni
magnocellulari dei nuclei sopraottico e paraventricolare che si trovano
nell’ipotalamo producono due neurormoni che, tramite il meccanismo del trasporto
assoni, raggiungono il lobo nervoso della neuroipofisi dove sono rilasciati nel
circolo ematico capillare: ADH E OXT. I due neuroormoni sono molto simili,
derivano dallo stesso peptide ancestrale, la vasotocina, che si trova anche nei
vertebrati non mammiferi. ADH agisce sul tubulo contorto distale e sul dotto
collettore del rene, dove induce un aumento della permeabilità all’acqua che, per
gradiente osmotico, passa negli spazi extratubulari adiacenti. Questo ormone è
così importante che una sua mancanza produce alterazioni drammatiche
dell’equilibrio idrico nota con il nome di diabete insipido, perché ricorda la poliuria
che nel diabete mellito è osmoticamente dovuta all’eliminazione patologica di
glucosio. Nella femmina, l’ossitocina agisce sul miometrio e sulla ghiandola
mammaria e la sua sintesi risulta particolarmente aumentata nell’ultimo periodo

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della gravidanza. La sua azione di stimolazione della muscolatura uterina è
fondamentale per l’espletamento del parto.
La componente vascolare della neuroipofisi è rappresentata da una classica
rete di capillari sinusoidali fenestrati, che deriva dalla ramificazione delle arterie
ipofisarie inferiori. L’endotelio finestrato poggia su una membrana basale ben
evidenziabile. Spesso i capillari si raggruppano a gomitolo, costituendo i cosiddetti
corpi di Grewing.
La componente gliale della neuroipofisi costituisce l’impalcatura connettivale
della neuroipofisi. Nel lobo nervoso, invece, sono presenti le cellule più
caratteristiche, i pituiciti, che rappresentano il citotipo non nervoso più
abbondante. I prolungamenti citoplasmatici dei pituiciti sono in rapporto con con la
parete dei capillari sinusoidali che decorrono fra le terminazioni nervose. Il ruolo di
queste cellule gliali nei confronti delle terminazioni nervose è importantissimo:
rappresentano elementi di sostegno, svolgono una funzione trofica e, sopratutto,
partecipano alla regolazione dei processi di neurosecrezione in maniera paracrina.
Quando non vi è neurosecrezione, i prolungamenti dei pituiciti circondano il
completamente l’assone contenente il neurosecreto, impedendone il contatto con i
capillari sinusoidali.
Inoltre, la produzione di taurina, un aminoacido inibitore, da parte dei pituiciti
induce un effetto iperpolarizzante che inibisce il rilascio.

La tiroide è una ghiandola endocrina di origine endodermica, situazione in


posizione supericiale nella loggia viscerale del collo, tra le due arterie carotidi
comuni e al davanti del dotto laringotracheale, a un livello compreso tra la 5C e la
1T. Tale ghiandola è impari, mediana, costituita due lobi laterali voluminosi, uniti in
basso e medialmente da una porzione ristretta, detta istmo, applicato al davanti
delle prime due cartilagini tracheali. La faccia anterolaterale della tiroide ha una
forma semilunare con concavità rivolta verso l’alto; per la presenza lateralmente di
espansioni, la sua forma viene comunemente indicata come a farfalla. Presenta
una superficie liscia che varia secondo il grado di vascolarizzazione. Le dimensioni
della ghiandola variano molto con età, sesso, ambiente e la loro valutazione
anatomica in vivo, riveste notevole importanza clinica nella gestione delle patologie
della ghiandola tiroide che può essere ipofunzionante e iperfunzionante.
I lobi della ghiandola tiroide presentano una forma piramidale con base inferiore
posta all’altezza della quinta cartilagine tracheale e l’apice che raggiunge in alto la
linea obliqua della cartilagine tiroidea. In ciascun lobo possiamo riscontrare una
faccia anterolaterale, una faccia mediale e una faccia posteriore. Dal margine
posterolaterale di ciascun lobo, a livello del suo terzo medio, sporge, in maniera
più o meno evidente, una protuberanza parenchimale detta corno posteriore della
ghiandola tiroide. Dal margine superiore dell’istmo, più in vicinanza del lobo
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sinistro, può originarsi un prolungamento conico detto lobo piramidale che si
porta in alto, potendo raggiungere anche l’osso ioide.
La faccia anterolaterale dei lobi si rapporta con i muscoli sottoioidei. Più
esternamente, la ghiandola tiroide, entra in rapporto con la fascia cervicale
superficiale e lateralmente con il muscolo sternocleidomastoideo. Data la
disposizione non perfettamente verticale dei muscoli sottoioidei, essendo il
muscolo sternoioideo superficiale e obliquo verso l’alto e medialmente e il
muscolo sternotiroideo più profondo e obliquo in alto e lateralmente, sul piano
mediano la faccia anteriore dell’istmo è in rapporto diretto con le due fasce del
collo, che la separano dai tegumenti.
La faccia mediale dei lobi appare concava e continua con la faccia posteriore
dell’istmo; complessivamente si adatta alle facce anterolaterali del dotto
laringotracheale, posteriormente al quale si trovano le superfici anteriore e laterale
dell’esofago. Nell’interstizio tra trachea ed esofago, posteriormente al lobo
tiroideo, decorrono, quasi verticalmente verso l’alto, il nervo laringeo ricorrente,
ramo del nervo vago e arteria tiroidea inferiore.
La faccia posteriore dell’istmo continua con la faccia mediale dei lobi,
rappresenta la porzione della ghiandola a più stretto contatto con la trachea.
La faccia posteriore dei lobi è in rapporto posterolaterale con il fascio
vascolonervoso del collo e, in particolare, con l’arteria carotide comune, che
spesso determina sulla ghiandola un piccolo solco. Accolte all’interno della guaina
che avvolge la ghiandola tiroide, si trovano le ghiandole paratiroidi.
La ghiandola è compresa all’interno della guaina peritiroidea. Tale guaina,
separata dalle fasce del collo poste più superficialmente, si trova al fondo di un
tessuto connettivale lasso che rappresenta un piano di clivaggio utile per
l’approccio chirurgico alla regione. L’interazione tra guaina viscerale peritiroidea
con la capsula tiroidea non è totale, di fatto si crea uno spazio pericoloso
peritiroideo.
L’arteria tiroidea superiore, dopo aver attraversato la guaina peritiroidea, si divide
in due rami ghiandolari, uno anteriore e uno posteriore, che vascolarizzato i due
terzi superiori del lobo. L’anteriore fornisce rami istmici formando l’arcata
sopraistmica; il posteriore decorre lungo la faccia posteriore e si anastomizza con
il ramo omonimo dell’arteria tiroidea inferiore.
L’arteria tiroidea inferiore fornisce un ramo ghiandolare mediale, che costeggia il
margine inferiore dell’istmo e si anastomizza con quello controlaterale, andando a
costituire la rete sottoistmica; un ramo ghiandolare posteriore che irrora le
ghiandole paratiroidi, un ramo ghiandolare inferiore che vascolarizza la base del
lobo e si anastomizza con il ramo anteriore dell’arteria tiroidea superiore.

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Le vene originano dalle reti perifollicolari, formano nello spazio pericoloso un ricco
plesso dal quale derivano le vene tiroidee superiori e medie, e le vene tiroidee
inferiori.
La ghiandola tiroide riceve fibre dai gangli simpatici cervicali superiore, medio e
inferiore e dal nervo laringeo ricorrente.
La ghiandola tiroide è rivestita da una capsula fibrosa dalla quale originano setti
connettivali che determinano una divisone irregolare del parenchima in lobuli
poco definiti. Il parenchima è costituito da caratteristiche vescicole di forma
variabile dette follicoli tiroidei. Il follicolo tiroideo presenta una parete costituita da
un epitelio cubico monostratificato, formato da cellule follicolari. Il parenchima
tiroideo è costituito anche da un altro tipo cellulare, le cellule parafollicolari,
situate nello stroma interstiziale, tra i follicoli, oppure nell’epitelio follicolare.
I follicoli tiroidei variano molto secondo lo stato funzionale della ghiandola tiroide,
che è controllato principalmente dall’TSH. Si possono distinguere quindi macro e
microfollicoli. I macro caratterizzano la ghiandola tiroide in condizione di
ipofunzionalità, presentano una cavità molto dilatata per l’accumulo di colloide.
Quando la ghiandola è stimolata dal TSH, le cellule follicolari dei macrofollicoli
aumentano di volume, assumono una forma colonnare e iniziano a riassorbire la
colloide: si formano così i microfollicoli, presentano un epitelio cilindrico o cubuico
e uno scarso contenuto di colloide. Le cellule follicolari sono dunque dotate di una
doppia polarità funzionale; nella fase di sintesi della colloide, queste operano verso
il versante luminale, mentre nella fase di immissione in circolo degli ormoni va nel
versante basale.
Nella prima fase, le cellule follicolari sintetizzano una glicoproteiona di grande peso
molecolare, la tireoglobulina, la cui sintesi avviene nel reticolo endoplasmatico
rugoso, per la componente proteica, e prosegue poi nel complesso di Golgi, per la
parte glucidica. Ogniqualvolta che vi sia disponibilità di iodio, lo ioduro viene
assunto dalle cellule follicolari per trasporto attivo dai capillari sanguigni attraverso
la membrana basale. Quindi, lo iodio molecolare viene coniugato con i residui
tirosinici della tireoglobulina: così avremo la monoiodotirosina (MIT) e la
diiodotirosina (DIT). Dalla combinazione di un MIT con un DIT otterremo la
triiodotironina (T3); da due DIT avremo la tetraiodotironina (T4). Rimangono nella
cellula vari residui aminoacidici della tireoglobulina, che vengono riciclati, e
numerose molecole di MIT e DIT, che vengono deiodate da una dealogenasi
(deiodasi).
Le cellule parafollicolari sono situate in piccoli gruppi nello stroma interfollicolare
oppure si trovano intercalate tra le cellule follicolari all’interno dell’epitelio
follicolare. Le cellule parafollicolari appartengono al sistema endocrino diffuso.
Originano dalle creste neurali e possiedono un’intensa affinità alle colorazioni
facenti uso di metalli pesanti come l’impregnazione argentica. L’elemento che
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contraddistingue le cellule parafollicolari dalle follicolari sta nella presenza di
numerosi granuli di secrezione che appaiono addensati soprattutto nel citoplasma
del versante basale della cellula. All’interno di tali granuli è possibile riscontrare la
presenza di calcitonina, che viene secreto nei capillari sinusoidali dello stroma
della ghiandola tiroide in risposta a un innalzamento dei livelli ditoni calcio nel
sangue.

Le ghiandole paratiroidi, in numero di quattro, due inferiori e due superiori, sono


adese alla capsula connettivale che ricopre la ghiandola tiroide, in stretto rapporto
con la faccia posteriore dei lobi tiroidei, in prossimità del loro margine
posteromediale. Le ghiandole paratiroidi si presentano come corpiccioli ovoidali o
lentiformi, di piccole dimensioni, disposti due per lato. Le ghiandole paratiroidi si
trovano all’interno della guaina peritiroidea, nella parte posteriore dello spazio
interposto tra la capsula della ghiandola e questa guaina fibrosa. La posizione
delle ghiandole paratiroidi è soggetta a variazioni che rivestono una certa
importanza in ambito chirurgico. Le superiori, aderiscono strettamente alla
capsula tiroidea, presentano una localizzazione maggiormente costante, essendo
stitate generalmente in corrispondenza del terzo medio del lobo tiroideo; le
inferiori, più vicine alla base della ghiandola, sono soggette a maggiore variabilità.
Qualunque sia la loro posizione, le ghiandole paratiroidi inferiori si trovano sempre
in vicinanza di un ramo terminale dell’arteria tiroidea inferiore e del nervo laringeo
ricorrente. Molto importante è il rapporto delle ghiandole paratiroidi con il corno
posteriore della ghiandola tiroide. In particolare, la ghiandola paratiroide superiore
è situata superiormente a tale corno ed esternamente rispetto al nervo laringeo
ricorrente e all’arteria tiroidea inferiore.
Sono vascolarizzate dalle arterie tiroidee inferiori e da rami anastomotici
derivanti delle arterie tiroidee inferiori e da quelle superiori.
Le vene sono tributarie del plesso venoso situato sulla faccia anteriore della
ghiandola tiroide.
I nervi derivano simpatico, sia direttamente dai gangli cervicali superiore, medio e
inferiore, sia indirettamente da un plesso situato all’interno della guaina
peritiroidea.
Ciascuna ghiandola è rivestita da una sottile capsula connettivale da cui si
dipartono dei sottili setti, percorsi da vasi e nervi, che penetrano nel parenchima. Il
tipo cellulare più diffuso è costituito da cellule principali, sono presenti per tutta la
vita e sono responsabili della produzione dell’ormone paratiroideo. Un altro tipo di
cellule fa riferimento a quelle ossifile.
Le cellule principali si differenziano in base alla propria attività funzionale.
Presentano un complesso di Golgi ampio e convoluto, associato a numerose
vescicole secretorie, a contenuto centrale elettrodenso. Le cellule chiare hanno
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dimensioni maggiori e sono quantitativamente più rappresentate rispetto alle
cellule attive nelle ghiandole paratiroidi umane. Infine, le cellule esaurite
presentano caratteristiche morfologiche simili alle cellule chiare, essendo povere di
organelli, ma rispetto a esse contengono ancora meno glicogeno e mostrano
evidenti aspetti ultrastrutturali di degenerazione, quali rigonfiamento dei mitocondri
e accumulo di materiale lipidico e lipofuscinico di significato autofagico.
Ormone paratiroideo (PTH) è una proteína di grosso peso molecolare, costituita da
una singola catena peptidica composta da 84 amminoacidi. Gli effetti del PTH sul
tessuto osseo sono di due tipi.
Infatti, il PTH inizialmente stimola il rapido trasferimento di calcio dalla superficie
dell’osso parzialmente mineralizzata ai fluidi extracellulari circostanti. Questo
effetto è immediato e porta a un rapido innalzamento della calcemia. Un altro
effetto è quello che il PTH esercita sul riassorbimento osseo da parte degli
osteoclasti. In questo processo, dunque, li PTH provoca un'erosione di tessuto
osseo che, se sostenuta nel tempo, può essere all'origine di una perdita patologica
di massa ossea (osteoporosi).
Le cellule ossofile sono meno numerose delle principali e si trovano isolate o in
piccoli gruppi. Accanto alle cellule ossifile tipiche, con i caratteri sopra riportati,
sono state descritte anche cellule ossifile di transizione, che presentano alcuni
caratteri morfologici propri delle cellule principali.

Le isole pancreatiche (di Langerhans) rappresentano la parte endocrina del


pancreas e nell’insieme costituiscono non più del 2% del volume dell’intero
organo. L’irrorazione arteriosa è fornita dai rami pancreatici dell’arteria splenica,
che si dispone sul margine superiore del corpo del pancreas, dai rami ventrali e
dorsali delle arterie pancreaticoduodenale superiore e inferiore, che si
anastomizzano tra loro e provvedono all’irrorazione della testa del pancreas. È
presente anche un’incostante arteria pancreatica inferiore che contribuisce alla
vascolarizzazione del margine inferiore del corpo del pancreas e termina
anastomizzandosi con l’arteria splenica. Per quanto riguarda le vene, potremo dire
che le estreme ramificazioni di questa ricca rete vascolare si risolvono in una fitta
rete di capillari e sono tributari attraverso la vena splenica, del sistema portale.
Le fibre nervose decorrono nello stroma delle isole pancreatiche e si portano in
corrispondenza dei vasi, con funzione vasomotoria, o del parenchima, funzione
eccitosecretrice. Alcuni gangli, localizzati nello stroma insulare, si trovano in stretta
vicinanza delle isole pancreatiche costituendo dei complessi neuroinsulari, in cui vi
è un’associazione tra cellule endocrine delle isole pancreatiche e i corpi cellulari
dei neuroni gangliari oppure le fibre postgangliari che originano dai gangli stessi.
Ciascuna isola pancreatica è delimitata dalla circostante componente esocrina per
mezzo di un'esile capsula connettivale ed è costituita da cordoni di cellule
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endocrine anastomizzati a rete tra cui si trovano intercalati capillari sinusoidali. Un
fine stroma reticolare, dipendenza del tessuto connettivo capsulare, è associato
alla parete dei capillari e si accompagna altresì a una ricca innervazione effettrice
viscerale di cui sono dotate tutte le cellule delle isole pancreatiche. La loro origine
deriva dalle creste neurali, appaiono debolmente colorate con i comuni metodi di
colorazione istologica e possono pertanto essere ben distinte dal restante
parenchima esocrino, che invece risulta basofilo.
Avremo i seguenti citotipi:
-alfa (glucagone); beta (insulina); delta (somatostatina)
-PP (polipeptide pancreatico); epsilon (grelina); G (gastrina); D (prodotto simile al
polipeptide intestinale vasoattivo).
Avremo di conseguenza due tipi di isole pancreatiche: il primo tipo riscontrabile
nella maggior parte dell’organo, corpo e coda; il secondo tipo, nella parte inferiore
della testa del pancreas.

Le cellule alfa costituiscono il 15/20% dell’intera popolazione insulare. Hanno


forma poliedrica e sono ricche di granuli citoplasmatici insolubili in alto. Tali cellule
producono il glucagone, ormone polipeptidico ad azione iperglicemizzante. Viene
secreto in risposta all’abbassamento della glicemia (ipoglicemia). Esercita
maggiormente la sua funzione sul fegato, dove stimola la glicogenolisi che la
gluconeogenesi.
Le cellule beta rappresentano il 75/80% della popolazione. Contengono numerosi
granuli solubili in alcol, non argirofili e collocabili con l’ematossilina. I granuli delle
cellule beta contengono insulina, ormone polipeptidico costituito da due catene
lineari legate tra di loro tra due ponti disolfuro. Successivamente si stabiliscono
ponti disolfuro tra residui di cisterna alfa e beta della proinsulina e si verifica in
questo modo il distacco di un peptide di connessione, il peptide C. Tale peptide a
livello del complesso di Gold viene immagazzinato nei granuli di secretori insieme
all’insulina neoformata. L’insulina è secreta per esocitosi dei suoi granuli, mediante
un processo che coinvolge i microtubuli in stretta associazione con una rete di
miofilamenti i quali, contraendosi, portano i granuli verso la membrana apicale.
Insulina, detto anche ormone ipoglicemizzante, in quanto favorisce la penetrazione
del glucosio nelle cellule. Iperglicemia rappresenta lo stimolo principale per la
secrezione di insulina, che viene comunque liberata anche in seguito a
stimolazione vagale. Un difetto di questo ormone provoca diabete mellito.
Le cellule delta, pur essendo presente in tutte le isole pancreatiche, sono molto
meno rappresentato rispetto ai due citati precedenti, costituendo non più del 5%
dell’intera popolazione. Le cellule delta secernono somatostatina, un polipeptide
costituito da 14 aminoacidi. In realtà, dall'uomo e anche in altri mammiferi, le
cellule delta sono più a stretto contatto con le cellule Alfa, con cui condividono la
12
localizzazione periferica dell'isola, che con le cellule beta, che si trovano
addensate nel cuore insulare.
Le cellule PP sono presenti nel lobo duodenale. La secrezione del polipeptide
pancreatico viene stimolato dall'assunzione di cibi ad alto contenuto proteico e
dall'attivazione del sistema parasimpatico. Il PP sembra esercitare un effetto
inibitorio sulla contrazione della cistifellea e sull'attività secretoria del pancreas
esocrino.
Le cellule epsilon producono grelina e insieme alle cellule PP sono importanti
nella regolazione dell’appetito.
Le cellule G producono gastrina, le quali sono in grado di incrementare la
secrezione delle ghiandole gastriche soprattutto agendo sulle cellule parietali,
incrementando la secrezione di HCl.
Le cellule D1, cellule contenenti granuli argirofili, contengono una sostanza
analoga al peptide intestinale vasoattivo.

Le ghiandole surrenali sono ghiandole endocrine a cordoni costituite da due


parti: la zona corticale, periferica (secerne ormoni steroidei), midollare
(catecolamine). Piccole ghiandole surrenali accessorie si possono trovare in
prosismtia delle stesse ghiandole surrenali principali, ma anche in sede ectopica,
come nel funicolo spermatico, nell’epididimo e nel legamento largo dell’utero.
La ghiandola surrenale è un organo pari, situato nella parte postero-superiore della
cavità addominale, a livello dei corpi delle prime vertebre lombari. Lateralmente si
rapporta con il rene; medialmente dalla colonna vertebrale e da grossi vasi;
inferiormente peduncolo renale; superiormente con il fegato.
Rene e ghiandola surrenale occupano la loggia renale e sono separati da un setto
connettivale, di dipendenza della fascia renale. La ghiandola surrenale varia in
volume, dimensioni e peso secondo il sesso, età e condizioni fisiopatologiche.
La zona corticale, parte esterna, molto voluminosa e di consistenza maggiore
rispetto alla zona midollare, interna, colorito bruno, consistenza molle.
Le due ghiandole, destra e sinistra, differiscono per la loro composizione, di fatti, la
destra ha forma di berretto frigio, la sinistra appare più inclinata rispetto alla destra
e ha forma semilunare.
La ghiandola ha una localizzazione profonda con la cavità addominale, pertanto i
rapporti con i visceri interessano quasi esclusivamente la faccia anteriore della
ghiandola. La faccia anteriore procede in senso mediolaterale, la parte destra è in
rapporto anteriormente con la vena cava inferiore, con la faccia posteriore del
duodeno; lateralmente si rapporta con il fegato e posteriormente entra in contatto
con l’area nuda del legamento coronario. (FACCIA ANTERIORE)
La ghiandola surrenale destra, prende rapporto con il pilastro laterale destro del
diaframma; superiormente con la dodicesima costa. Il margine mediale è sottile,
13
contrae rapporto con la vena cava inferiore, con il duodeno. La ghiandola surrenale
sinistra posteriormente si rapporta con il pilastro laterale sinistro del diaframma. Il
margine mediale è in rapporto con i rami del plesso celiaco, con il nervo grande
splancnico sinistro e con l’aorta. (FACCIA POSTERIORE).
Le ghiandole surrenali, pur essendo organi di piccole dimensioni, hanno una
vascolarizzazione ricchissima. Ciascuna ghiandola, infatti, è irrorata da tre arterie
principali, i cui rami possono essere doppi o multipli: le arterie surrenali
superiori, rami dell'arteria frenica inferiore, a sua volta ramo parietale dell'aorta
addominale, che penetrano nella ghiandola dall'apice e dal suo margine mediale;
l'arteria surrenale media, ramo viscerale pari dell'aorta addominale, che
raggiunge l'organo in corrispondenza del margine mediale e manda rami che
penetrano in corrispondenza delle due facce, anteriore e posteriore, alcuni dei
quali impegnandosi nell'ilo; l'arteria surrenale inferiore, che può nascere dal
tronco principale dell'arteria renale (ramo viscerale pari dell'aorta addominale) o da
un suo ramo (in genere l'arteria polare superiore) e si distribuisce principalmente a-
l al regione basale della ghiandola. I loro rami perforano la capsula formando un
plesso sottocapsulare dal quale poi originano due tipi di arterie: arterie brevi e
arterie lunghe.
Le arterie brevi sono destinate alla zona corticale, sono molto sottili e danno
luogo a capillari finestrati già visibili poco sotto l’involucro fibroso. Nella zona
glomerulare, i sinusoidi seguono l’andamento irregolare dei raggruppamenti
cellulari, per poi farsi pressoché rettilinei nella zona fascicolata.
Le arterie lunghe sono di calibro maggiore delle precedenti e si portano
direttamente dal plesso sottocapsulare verso la zona midollare, dando luogo a
capillari sinusoidi fenestrati.
La zona midollare, quindi, ha una vascolarizzazione doppia, riceve sangue sia dalle
arterie lunghe che dalle arterie corte.
Le vene superficiali originano dai capillari della zona glomerulare e della parte più
esterna della zona fascicolata. Queste vene portandosi verso l’involucro fibroso
danno luogo alle vene surrenali accessorie.
Le vene profonde originano dalle venule che nascono dai capillari della parte più
interna della zona fascicolata, che drenano una parte della rete capillare della zona
reticolare e tutta la rete capillare della zona midollare. Tutte le vene profonde
convergono in un’unica vena, la vena surrenale.
I nervi che arrivano alla ghiandola surrenale formano il plesso surrenale. Tale
plesso è caratterizzato da fibre mielinizzate pregangliari del simpatico.
La ghiandola surrenale è avvolta da una capsula di tessuto connettivo denso che
racchiude il parenchima e da cui si originano sottili setti connettivali che vanno a
costituire lo stroma dell’organo. La zona corticale è costituito da cordoni cellulari
separarti da sottili tralci connettivali orientati con andamento radiale verso il centro
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dell’organo. Qui avremo tre zone di particolare interesse, quali zona glomerulare,
fascicolata e reticolare.

La zona glomerulare si trova nella parte più periferica, corrisponde circa al 15%
dello spessore di tutta la zona corticale. Tali cellule sono piccole, di forma
poliedrica, unite l’una all’altra tramite complessi giunzionali. Gli ormoni prodotti
dalle cellule della zona glomerulare appartengono alla classe dei mineralcorticoidi,
comprendenti aldosterone e desossicorticosterone. L’azione biologica principale
dei mineralcorticoidi e, in particolare, dell’aldosterone, consiste nel mantenere
costante la concentrazione degli elettroliti del sangue e, di conseguenza, il volume
plasmatico. L’attività dell’aldosterone si espleta soprattutto a livello del tubulo
contorto distale e del dotto collettore del rene, dove tale ormone facilita il
riassorbimento passivo di acqua e la conseguente escrezione di ioni potassio o
idrogeno.
La zona fascicolata occupa il 78% della zona corticale. Le sue cellule
organizzano in cordoni paralleli tra di loro, ad andamento radiale, tangente alla
superficie. Le cellule della zona fascicolata sono più voluminose di quelle della
glomerulare, hanno una forma poliedrica e sono ricche di acido ascorbico
(vitamina C).
Le cellule chiare occupano la parte più periferica della zona fascicolata. L’analisi
ultrastrutturale evidenzia un reticolo endoplasmatico liscio molto esteso, le cui
cisterne appaiono in sezione trasversale come vescicole rotondeggianti, dette “a
nido d’ape”. Le cellule scure sono poste nella parte più profonda della zona
fascicolata e hanno granuli intracitoplasmatici che vengono indicati come corpi
siderofili.
La zona fascicolata produce i glucocorticoidi, il loro maggior rappresentante è il
cortisolo e, in minor misura, corticosterone, la cui funzione principale è quella di
regolare la produzione e il metabolismo dei carboidrati con effetto controinsulare.
La zona reticolare è la parte più profonda della zona corticale e ne occupa circa li
7% dello spessore. I cordoni cellulari che la costituiscono si organizzano a formare
una rete irregolare tra cui sono presenti i vasi sanguigni. Le cellule di questa zona
sono poliedriche, non presentano molte gocce lipidiche, ma contengono grossi
inclusi di pigmento lipofuscinico. I mtocondri hanno forma, taglia e conformazione
delle creste molto variabile, mentre il reticolo endoplasmatico liscio è simile a
quello della zona fascicolata. Negli strati più profondi, in prossimità della zona
midollare, si possono trovare cellule coartate o in degenerazione. Come le cellule
dela zona fascicolata, anche queste celule sono ricche di aci- do ascorbico
(vitamina C). Gli ormoni prodotti dalla zona reticolare sono gli ormoni androgeni, di
cui il deidroepiandrosterone, DHEA. Vengono inoltre prodotti progesterone ed
estrogeni. Le cellule della zona reticolare presentano recettori per ACTH e LH.
15
La zona midollare occupa la parte centrale della ghiandola surrenale, la porzione
più profonda della zona corticale. Le cellule che ne fanno parte sono voluminose e
si aggregano in cordoni di breve estensione. Alfred Kohn nel 1903 le denominò
cellule cromaffini. In queste cellule, si possono distinguere due tipi in base al loro
prodotto. Le cellule che contengono noradrenalina sono localizzate alla periferia
della zona midollare e rappresentano circa il 20% della popolazione. La
noradrenalina è la catecolamina tipicamente secreta come neurotrasmettiroe dalle
fibre simpatiche postgangliari. La sintesi di noradrenalina costituisce la produzione
di adrenalina, ormone principale della zona midollare. Le cellule che secernono
adrenalina costituiscono circa l’80% delle cellule della zona midollare.
Adrenalina e noradrenalina costituiscono solo il 20% del volume dei granuli, al cui
interno sono contenute anche altre molecole: proteine, come le cromogranine e al
calmodulina (proteina chelante gli ioni calcio), ioni calcio, peptidi, come le
encefaline e ATP, e adenosina. In particolare, le encefaline sono peptidi della
famiglia delle endorfine (oppioidi endogeni), che intervengono nella regolazione
della sensazione dolo- rifica; pertanto, con la secrezione di catecolamine, si ha
anche un rilascio di peptidi oppioidi nel torrente ematico e, quindi, un innalzamento
della soglia dolorifica.
La secrezione di catecolamine avviene per esocitosi dei granuli citoplasmatici.
La liberazione delle catecolamine in circolo avviene in maniera non continua, in
seguito a stimoli che, partendo dal sistema nervoso centrale, in particolare
dall'ipotalamo, vengono trasmessi alle cellule della zona midollare dalle fibre
pregangliari simpatiche, che, come già visto, si pongono in contatto con le cellule
cromaffini. Uno stato di ipoglicemia induce il rilascio di catecolamine da parte della
surrenale, in particolare, di adrenalina.
La via metabolica per la produzione di noradrenalina e adrenalina inizia
dall'aminoacido tirosina, che viene idrossiato a diidrossifenilalanina (DOPA) dalla
tirosina idrossilasi, l'enzima che catalizza la tappa limitante della biosintesi delle
catecolamine. Successivamente, l'enzima DOPA decarbossilasi converte al DOPA
in dopamina che, a sua volta, viene idrossilata dalla dopamina B-idrossilasi per
formare la noradrenalina.
La secrezione delle catecolamine viene stimolata in tutte le condizioni che
inducono uno stato di allerta. In particolare, l'adrenalina viene considerata
l'ormone dell'emergenza, poiché è in grado di sostenere le condizioni di stress e
aumenta le prestazioni dell'organismo rendendolo capace di mettere in atto
risposte di lotta e fuga. Infatti, stimola le funzioni cardiovascolari e induce
broncodilatazione e dilatazione pupillare, mentre inibisce le attività viscerali a livello
gastrointestinale e urogenitale. Le catecolamine producono anche effetti di tipo
metabolico. Infatti, sono potenti stimolatori del metabolismo di base, inducendo
al termogenesi facoltativa.
16
SISTEMA GENITALE FEMMINILE
Il sistema genitale femminile è localizzato all’interno della piccola pelvi e svolge,
analogamente a quello maschile, due funzioni strettamente interconnesse, quella
gametogenica e quella endocrina. Come per il maschile, l’incontro tra i due gameti
fa si che avvenga la fecondazione. È un sistema costituito dalle ovaie, dalle vie
genitali e dagli organi genitali esterni. Le ovaie sono gli organi in cui avviene la
maturazione di strutture complesse, i follicoli ovarici, che producono gli ormoni
sessuali femminili, principalmente estrogeni, che preparano la tonaca mucosa
dell’utero all’impianto embrionale e mantengono la gravidanza, se si verifica, ma
anche androgeni e numerose altre molecole che svolgono funzioni paracrine e di
controllo della maturazione dei follicoli stessi. Le vie genitali iniziano a livello delle
tube uterine nelle quali l’oocito, espulso dall’ovaio al momento dell’ovulazione, va
a localizzarsi e dove hanno luogo la fecondazione e le prime fasi di sviluppo dello
zigote. Le tube uterine, sboccano nell’utero, organo della gestazione, il quale, nel
corso della vita fertile della donna, modifica ciclicamente la struttura della sua
tonaca mucosa consentendo l’impianto dello zigote e la sua successiva evoluzione
in embrione e feto. La vagina rappresenta l’organo della copula e dà passaggio al
feto all’atto del parto. Gli organi genitali esterni sono costituito da una serie di
strutture cutanee modificate quali il monte del pube, le grandi labbra, piccole
labbra; organi erettili come clitoride e bulbi del vestibolo; strutture ghiandolari quali
ghiandole vestibolari.
Le ovaie originano ai lati della colonna vertebrale lombare, per migrare nella loro
sede definitiva, la piccola pelvi, durante lo sviluppo intrauterino e svolgono
funzione sia gametogenica sia endocrina. Sono organi pari e sono localizzate
all’interno della piccola pelvi, davanti al retto e dietro ai legamenti larghi dell’utero e
alle tube uterine in essi contenute. Ha una forma di una mandorla o di un ovoide
leggermente appiattito nel piano sagittale. Forma e dimensioni possono variare in
relazione all’età della donna. Presenta una faccia mediale che guarda verso la
cavità pelvica; una faccia laterale che è in contatto con la parete laterale della
piccola pelvi, corrisponde a una depressione che prende il nome di fossa ovarica;
un margine anteriore, ilo dell’ovaio, corrisponde alla pagina posteriore del
legamento largo dell’utero, a cui è unito tramite una piega peritoneale, il
mesovario; un margine posteriore, libero e appare spesso addossato al margine
libero del colon pelvico; polo superiore dà attacco al legamento sospensore
dell’ovaio ed è unito all’infundibolo della tuba uterina a opera della fimbria ovarica;
polo inferiore si collega all’utero grazie al legamento uterovarico.
I mezzi di fissità dell’ovaio sono costituiti da tre legamenti, quali legamento
sospensore dell’ovaio, legamento uterovarico, mesovario.

1
Gli organi genitali femminili ricevono la loro vascolarizzazione da numerose arterie
pari. L’ovaio ha una duplice irrorazione arteriosa: arteria ovarica e arteria uterina.
La prima origina dall’aorta addominale, a livello del polo superiore dell’ovaio essa
entra nel mesovario, ove si anastomizza a pieno canale con il ramo ovarico
dell’arteria uterina. Le vene si riuniscono a livello della zona midollare dell’ovaio,
dove sono numerose e avvolte a spirale. Esse fanno poi capo alla vena uterina
medialmente e alle vene ovariche lateralmente. I nervi giungono all’ovaio tramite i
vasi arteriosi attorno ai quali formano un ricco plesso. Il plesso ovarico,
emanazione del plesso celiaco, accompagna l’arteria ovarica; fibre nervose
provenienti dal plesso ipogastrico inferiore, seguono il ramo ovarico dell’arteria
uterina.
L’ovaio è costituito da uno strato di cellule che poggiano su una lamina basale.
Esso è in continuità con il mesotermo peritoneale nei pressi dell’ilo nella già citata
linea di Farre-Waldeyer; viene chiamato anche epitelio germinativo, ma tale
denominazione è impropria, in quanto legata a una concezione sorpassata
secondo al quale le cellule che lo costituiscono avrebbero dato origine ai gameti, i
quali derivano invece, nello sviluppo embrionale, dall'endoderma del sacco
vitellino. Il ruolo dell’epitelio superficiale nell’ovulazione, però, è ancora
controverso. L’epitelio superficiale e lo strato connettivale sottostante abbastanza
pronunciato (tonaca albuginea) fanno parte della porzione più esterna del
parenchima ovarico, zona corticale, che contiene organelli ovarici.
La zona midollare dell’ovaio è profonda rispetto alla zona corticale, si
superficializza solo a livello dell’ilo dell’ovaio. In corrispondenza dell’ilo dell’ovaio si
possono trovare gruppi di cellule interstiziali.
La zona corticale dell’ovaio è superficiale e ha uno spessore variabile. Nella
porzione più esterna della zona corticale sono molto abbondanti le fibre collagene.
Lo stroma ovarico svolge importanti funzioni, garantisce un’impalcatura di
sostegno strutturale e funzionale ai follicoli ovarici. È in grado di produrre ormoni
steroidei.
Ciascun follicolo ovarico è costituito da oocito e da un epitelio follicolare. Il
processo di sviluppo parte dagli oogoni, progressivamente in oociti primari
contenuti all’interno di follicoli ovarici primordiali.
Quando avremo fenomeni di involuzione follicolare, i follicoli ovarici possono
andare incontro ad atresia di tipo obliterante (invasione connettivale con
presenza di numerosi macrofagi) o atresia di tipo cistico (tessuto connettivo non
penetra nell’antro follicolare con conseguente di una cavità cistica). L’atresia
avviene in qualsiasi momento della vita ed è molto più frequente nell’embrione.
Le modificazioni strutturali maggiori riguardano le cellule della granulosa,
aumentano di volume al punto che si osservano scarse in mitosi. Esse
acquisiscono gli organelli tipici delle cellule steroidogeniche, quali il reticolo
2
endoplasmatico liscio, i mitocondri con creste tubulari e le gocce lipidiche, e
divengono cellule luteiniche di origine granulosa. Le cellule della teca interna
aumentano ugualmente il loro volume, accumulano gocce lipidiche nel citoplasma
e si trasformano in cellule luteiniche di origine tecale.
Se non si verifica la fecondazione, il corpo luteo, detto corpo luteo mestruale, va
incontro a un processo di regressione, denominato luteolisi, che inizia circa dieci-
undici giorni dopo l’ovulazione e che comporta la morte per apoptosi di buona
parte delle cellule luteiniche. In ogni caso, le cellule luteiniche di origine sia
granulosa sia tecale accumulano gocce lipidiche nel citoplasma, che si fa
vacuolizzato e schiumoso, e, contemporaneamente, i fibroblasti della teca esterna
e dei setti connettivali che sepimentano il corpo luteo producono notevoli quantità
di collagene, che va a sostituirsi alle cellule luteiniche in via di degenera- zione. In
questo modo, all'incirca dodici-tredici giorni dopo l'ovulazione, le cellule endocrine
del corpo luteo sono praticamente scomparse e quindi i livelli ematici di estrogeni
e progesterone notevolmente ridotti. Questo comporta, oltre alle marcate
modificazioni a carico dell'endometrio, anche li riavvio del ciclo ovarico con
aumento dei livelli di FSH e nuova fase di maturazione follicolare.
L’esito finale della luteolisi e quindi la formazione di una piccola massa sferoidale
fibrosa contenente pochi elementi cellulari, detta corpo albicante per il suo colorito
biancastro. Il corpo albicante rimane nell’ovaio e successivamente va incontro a
ulteriore sclerotizzazione diventando corpo fibroso.
Qualora si verifichino la fecondazione e il successivo impianto dell’embrione, il
corpo luteo, in questo caso corpo luteo gravidico, continua a funzionare e
raggiunge dimensioni anche di 30 mm.
Il ciclo ovarico deriva dalla cooperazione di ipotalamo, ipofisi e ovaio, organo
bersaglio (utero). Un ulteriore controllo è conferito da un ormone che stimola la
secrezione di gonadotropine, il quale, grazie al sistema portale ipofisario,
raggiunge il lobo anteriore dell’ipofisi dove provoca la secrezione di gonadotropine
FSH e LH.

Le tube uterine, di Falloppio, sono organi pari localizzati nella piccola pelvi tra le
ovaie. Sono organi in cui avvengono fecondazione e prima segmentazione
dell’embrione. Ogni tuba decore dal polo superiore dell’ovaio all’angolo superiore
dell’utero, accolta nel margine superiore del legamento largo dell’utero. Ogni tuba
uterina è costituita da un INFUNDIBOLO (porzione più vicina all’ovaio, forma di
imbuto, circondato da una serie di fimbrie della tuba uterina, una di queste, la
fimbria ovarica, fa sì di collegare infundibolo con ovaio); AMPOLLA (lunga e
tortuosa, inizialmente forma un’ansa che sormonta il polo superiore dell’ovaio);
ISTMO (porzione più ristretta dove si intubano gli spermatozoi che non vanno
incontro a fecondazione, porzione limite tra corpo e fondo); PARTE UTERINA
3
(attraversa la parete uterina, si apre tramite ostio uterino nella cavità dell’utero). La
tuba è rivestita generalmente da peritoneo, quest’ultimo costituisce l’ala superiore
o media del legamento largo dell’utero, il mesosalpinge, una piega peritoneale
all’interno della quale decorrono i vasi e i nervi che raggiungono la tuba stessa.
La tuba uterina è molto vascolarizzata. Il sangue proviene dai rami tubarici delle
arterie uterine e ovarica, che si anastomizzano tra loro a pieno canale, dando
origine a un arcata arteriosa che decorre all’interno del mesosalpinge.
Le vene costituiscono un arcata analogia a quella arteriosa e fanno capo alla vena
uterina e lateralmente alla vena ovarica.
I nervi pervengono alla tuba uterina dai plessi simpatici uterovaginale e ovarico.
La parete tubarica è costituita da una tonaca mucosa e da una muscolare.
La tonaca mucosa è costituita da epitelio di rivestimento, cilindrico semplice ed è
bersaglio degli ormoni prodotti dall’ovaio.
Le cellule ciliate sono più numerose nella fase preovulatoria del ciclo ovarico e
presentano numerose ciglia in posizione apicale.
Le cellule secernenti sono meno numerose di quelle ciliate, producono un secreto
che ha una funzione teorica e protettiva nei confronti del complesso oocito-cumulo
ooforo e dell’embrione durante lo spostamento verso l’utero ed è inoltre in grado di
promuovere la capacitazione degli spermatozoi.
La lamina propria della tonaca mucosa costituisce l’asse delle pieghe e connette le
tonache mucose e muscolare.

La tonaca muscolare ha un’architettura molto complessa, caratterizzata da una


muscolatura propria, costituita da due strati ad andamento spirale con ampiezza
diversa dalle spirali. Gli spermatozoi risalgono la tuba controcorrente e contro i
movimenti peristaltici della tonaca muscolare. Nel micro ambiente tubarico ha
luogo la fecondazione e il secreto delle cellule epiteliali della tuba uterina permette
il completamento del fenomeno della capacitazione, il quale, iniziato a livello della
cavità uterina, giunge qui al suo completamento, permettendo allo spermatozoo di
penetrare la matrice residua del cumulo ooforo.
Lo strato sottosieroso connette la muscolatura al rivestimento peritoneale.
La tonaca sierosa formata da peritoneo, costituita da mesotelio e da uno strato
sottomesoteliale, di natura connettivale.

L’utero è un organo muscolare cavo, impari e mediano, posto al centro della


piccola pelvi, posteriormente alla vescica urinaria e anteriormente al retto. Riceve
lo sbocco delle tube uterine ed è connesso all’esterno tramite la vagina. Ha una
forma piriforme, grossolanamente conica, appiattita in senso anteroposteriore, con
base superiore e un apice inferiore che si impianta nell’apertura superiore della

4
vagina. Tra corpo e cervice si nota un restringimento, denominato istmo, a livello
del quale si trova l’orifizio interno dell’utero.
Il corpo dell’utero presenta una faccia vescicale rivolta in basso e poggia sulla
vescica urinaria, rivestita da peritoneo. In corrispondenza della regione dell’istmo
della tuba uterina, risale e costituisce il cavo vescicouterino; la faccia intestinale è
rivolta indietro e in alto ed è coperta da peritoneo. Risalendo verso l’alto per
rivestire la superficie anteriore del retto, si viene cosi a creare un profondo scavo
peritoneale, cavo rettouterino (di Douglas).
Il margine superiore corrisponde al fondo dell’utero compreso tra gli sbocchi delle
due tube uterine; i margini laterali dell’utero sono arrotondati, le porzioni dei tratti
vescicale e intestinale, una volta incontrati, danno origine alle ali dei due
legamenti larghi dell’utero. Ciascun legamento largo dell’utero si estende fino al
pavimento e alla parete laterale della piccola pelvi.
Il collo dell’utero ha forma cilindrica, prima della pubertà è notevolmente
sviluppata rispetto al corpo e corrisponde a circa la metà della lunghezza totale
dell’utero. La porzione vaginale della cervice, con la sua parte inferiore diretta in
basso e indietro ed è rivolta verso la porzione superiore della parte posteriore del
fornice vaginale. Al centro di questa struttura troveremo un orifizio esterno
dell’utero dal quale sporge spesso un zaffo di muco. La porzione sopravaginale
della cervice rappresenta la porzione superiore della cervice stessa. La cervice va
a costituire il sistema di chiusura funzionale dell’utero impedendo, in condizioni
fisiologiche, sia la risalita di germi, quali batteri o protozoi, dalla vagina sia la
discesa precoce dell’embrione o del feto.
La posizione dell’utero fa si che si possa essere determinata tramite flessione,
versione e posizione.
Il termine flessione indica l’inclinazione esistente tra l’asse maggiore del corpo e
quello della cervice. Normalmente è posto anteriormente, in una forma definita
antiflessa. Avremo il corpo posto in modo orizzontale con la cervice posts verso il
basso in modo che si formi un angolo tra i 100/170 gradi.
Il termine di versione indica l’inclinazione dell’asse delle cervice dell’utero rispetto
a quello della vagina. Normalmente l’utero è antiaereo, l’asse del collo forma con la
vagina un angolo ottuso di circa 100 gradi. Il termine posizione indica la
localizzazione della porzione vaginale della cervice all’interno della cavità pelvica:
generalmente essa si trova tra le due spine ischiatiche, all’altezza della linea
bischiatica, al centro della piccola pelvi o leggermene spostata verso sinistra. Per
quanto riguarda la parte sopravaginale dell’utero, la faccia anteriore è in rapporto
con la vescica urinaria tramite il cavo vescicouterino che è normalmente virtuale; la
faccia posteriore è in rapporto con il retto mediante il cavo rettouterino (di
Douglas). Il fondo dell’utero è in rapporto con le anse dell’intestino tenue.

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Per quanto riguarda la parte vaginale dell’utero, la porzione vaginale della cervice
presenta un’obliquità diversa da quella della vagina ed entra quindi in contatto con
la sua faccia posteriore. In avanti, la vagina separa la porzione vaginale della
cervice rispetto agli ureteri e al trigono della vescica.
L’utero è quasi completamente rivestito dal peritoneo, qui è denominato
perimetrio. In dettaglio, il peritoneo proviene dalla parete addominale anteriore e,
rivestite la cupola e la faccia posteriore della vescia urinaria, si riflette sulla faccia
anteriore dell’utero, a livello dell’istmo, formando tra i due organi il cavo
vescicouterino. Lateralmente all’utero, il peritoneo ha una morfologia particolare
per la presenza delle tube uterine, dei legamenti rotondi e dei vasi che, in
profondità, dalla parete pelvica si portano verso l’utero e la vagina. I due foglietti
peritoneali che hanno rivestito la faccia anteriore e posteriore dell’utero si
riuniscono lungo i suoi margini laterali, formando il legamento largo dell’utero.
Inferiormente all’utero, le due lamine peritoneali che formano il legamento largo si
separano, in tal modo, se osservato in sezione sagittale, il legamento largo ha
forma triangolare con base in basso che riposa sul diaframma pelvico; il suo
foglietto anteriore continua con il peritoneo; il foglietto posteriore continua con il
peritoneo che ricopre il diaframma pelvico lateralmente e al di dietro dell’utero, per
poi risalire ai lati del retto sulla parete pelvica posterolaterale.
Attraverso la base, penetrano nel legamento largo, dal di dietro e lateralmente, i
vasi uterini e vaginali e inoltre l’uretere, accompagnati da robuste guaine fibrose.
Tutto ciò viene raccolto in un tessuto che con il connettivo che avvolge la porzione
sopravaginale della cervice, al di sotto del peritoneo, il cosiddetto parametrio. In
alto, dall’angolo superolaterale dell’utero al contorno dell’apertura superiore della
pelvi, i due foglietti peritoneali del legamento largo continuano l’uno con l’altro a
formare il suo margine superiore o libero, al di sotto del quale decorre la tuba
uterina, alla quale il legamento largo fornisce un meso, denominato
mesosalpinge. Dal legamento largo si evidenziano due rilievi o ali secondarie,
quali ala anteriore che emerge dal foglietto anteriore avvolgendo il legamento
rotondo; ala posteriore deriva dal foglietto posteriore ed è rappresentata da una
porzione mediale, comprendente il legamento uterovarico, una centrale,
maggiormente sviluppata, comprendente il mesovario, che si porta all’alo
dell’ovaio e che continua con l’epitelio superficiale dell’ovaio.
Il legamento rotondo dell’utero è un cordone fibroso che si sviluppa per ogni lato
davanti allo sbocco della tuba uterina. Il legamento percorre il canale inguinale
contornato da una guaina connettivale che deriva dalla fascia trasversale.
In corrispondenza della porzione sopravaginale della cervice, i legamenti larghi
dell’utero si fanno più ampi e il tessuto connettivo extraperitoneale, parametrio, ha
una struttura densa con la presenza di addensati trasversali. Queste formazioni
trasversali prendono il nome di legamenti cardinali. Dalla porzione sopravaginale
6
della cervice, inoltre avremo dei legamenti sacrouterini e rettouterini.
Anteriormente il collo uterino è connesso alla vescica urinaria per mezzo di fasci di
tessuto connettivo che costituiscono i legamenti vescicouterini, continuando in
avanti con i legamenti pubovescicali.
Come configurazione interna avremo la cavità uterina che ha una forma
triangolare, come una fessura stretta, con i margini che sporgono verso la cavità,
determinandone un leggero restringimento. Il canale cervicale è fusiforme, cioè
più ampio nella parte medi e maggiormente ristretto in corrispondenza dei due
orifizi, anatomico interno ed esterno. Le pareti anteriore e posteriore presentano
delle irregolarità poiché vi sono delle pieghe palmate, dovute alla presenza di fasci
di cellule muscolari lisce, disposte in un piano sottostante. Due pliche longitudinali,
le colonne principali delle pighe palmate, percorrono la faccia anteriore e
posteriore del canale cervicale, spostate rispettivamente un poco a destra e a
sinistra della linea mediana.
L’utero è vascolarizzato dall’arteria uterina, che origina dal tronco anteriore
dell’arteria iliaca interna. Raggiunta la cervice del’utero, l’arteria si divide in due
rami il cui ramo inferiore, più piccolo, si divide nei suoi rami terminali, questi sono il
ramo ovarico, che decorre al davanti del legamento uterovarico e termina a pieno
canale con l’arteria ovarica; ramo tubarico che irrora la porzione mediale della
tuba uterina e si anastomizza con il ramo tubarci dell’arteria ovarica.
Le vene hanno origine dalla parete uterina e formano una fitta rete a livello dello
strato vascolare del miometrio. Le vene si raccolgono successivamente lungo il
margine laterale dell’utero, al di sotto del peritoneo, formando una serie di plessi
venosi, uterino cervicale e vaginale che vanno a formare il plesso uterovaginale.
I nervi provengono essenzialmente dal plesso uterovaginale, emanazione del
plesso pelvico del simpatico toracolombare. Da tale plesso originano fibre dirette
all’utero, alla vagina, alla vescia urinaria e all’uretere. Le fibre destinate all’utero
formano un plesso alla superficie dell’organo da cui fibre sottili, in prevalenza non
mielinizzate, penetrano nel miometrio, decorrendo insieme ai vasi e distribuendosi
alla parete di questi e alla muscolatura. Filamenti nervosi raggiungono anche
l’endometrio.

La parete dell'utero è costituito, dall'interno verso l'esterno dalla tonaca mucosa o


endometrio dalla tonaca muscolare o miometrio, e dalla tonaca sierosa, dove è
presente, denominata perimetro. La tonaca mucosa dell'utero è un bersaglio
degli ormoni steroidei secreti dall'ovaio e nel periodo compreso tra la pubertà e la
menopausa va incontro a modificazioni cicliche. Lo spessore dell’endometrio varia
nelle diverse fasi del ciclo mestruale. La tonaca mucosa del corpo dell'utero è
costituita da un epitelio di rivestimento, cilindrico semplice, formato da due tipi
di cellule prevalenti, le cellule ciliate e cellule secernenti. Le cellule ciliate
7
presentano ciglia vibratili apicali, le secernenti, invece, possiedono un apice ricco
di microvilli e la presenza di granuli secretori dalla porzione apicale del citoplasma.
La lamina propria è formata da tessuto connettivo ricco di cellule e povero di fibre
collagene, e nel suo insieme, presenta le caratteristiche di un tessuto molto
giovane. Nella lamina propria sono presenti numerose ghiandole tubulari semplici,
le ghiandole uterine che ne occupano l'intero spessore raggiungendo il miometrio,
dove loro fondi possono essere osservati per un breve tratto tra i fasci muscolari.
La ghiandole hanno decorso rettilineo nella parte superficiale della tonaca mucosa,
lo strato funzionale, mentre sono più tortuosa reticolata della parte sottostante, lo
strato basale. La tonaca mucosa della cervice dell'utero presenta una porzione
endocervicale, costituita da epitelio cilindrico semplice in cui sono presenti cellule
secernenti muco e rare cellule ciliate e presenta la vita propria contenente
ghiandole tubulari ramificate (cripte cervicali) il cui secreto occupa il lume del
canale cervicale, evidenziandosi come un tappo a livello dell’orifizio esterno
dell’utero. Il muco cervicale, leggermente alcalino, lubrifica (logica) durante
rapporto sessuale costituisce la barriera chimica protettiva che impedisce
l'accesso di potere e di spermatozoi nella cavità uterina. La tonaca mucosa
esocervicale fa seguito a quella endocervicale a livello dell’orifizio esterno
dell’utero e riveste quindi la porzione vaginale. Caratterizzata dalla presenza di un
epitelio pavimentoso composto, ricco di glicogeno e in continuità con quello
vaginale, e da una lamina propria, che si solleva in papille molto vascolarizzate e
contenente numerosi leucociti. A livello dell’orifizio esterno dell’utero, si nota un
brusco passaggio tra l’epitelio cilindrico semplice dell’endocervice e quello
pavimentoso composto della dell’ectocervice, questo passaggio è denominato
giunzione squamo colonnare.
La tonaca muscolare, comunemente definita miometrio ha lo spessore di circa 1
cm, ed è costituito da fasce di cellule muscolari lisce, immerse all’interno di uno
stroma fibroso, che contribuisce ad accrescerne la consistenza. Dal miometrio si
distinguono tre strati, sottomucoso vascolare e sovra vascolare. Lo strato
sottomucoso è quello più interno costituito da cellule muscolari lisce, in stretto
rapporto con i fondi delle ghiandole dell’endometrio stesso. Lo strato vascolare
medio, particolarmente spesso, è costituito da fasci ad andamento circolare ed
obliquo che circondano numerosi vasi sanguigni. Viene definito come emostatico,
perché la sua contrazione porta a un’occlusione del nome dei vasi che lo
attraversano. Lo strato sopra vascolare o esterno è costituito da fasci circolari e
longitudinali, è la porzione più esterna ed è anche costituito da fascetti
longitudinali che continuano con lo strato muscolare sottosieroso della tuba
uterina, del legamento rotondo e del legamento largo dell’utero. Il miometrio è
riccamente vascolarizzato dai rami dell’arteria uterina che formano al suo interno
un plesso molto fitto, con la presenza di numerosi dispositivi regolatori del flusso,
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quali anastomosi arteriose e cuscinetti vascolari, soprattutto nell’ambito dello
strato medio. Da quest’ultimo partono le arterie che attraversano uno strato
profondo e raggiungono l’endometrio, dove danno origine alle arterie basali e a
quelle spirali.
La vagina è un condotto muscolomembranoso, impari e mediano situato
all’interno della piccola pelvi, che si trova posteriormente alla vescica urinaria e
all’uretra e anteriormente al retto e al canale anale. È l’organo della copula: infatti,
durante l’accoppiamento accoglie il pene, il quale immette nel suo interno, con
l’eiaculazione, lo sperma. La vagina ha la forma di un condotto cilindrico, appiattito
in senso antro posteriore, in quanto le sue pareti, anteriori e posteriore, in contatto
con l’altra. In sezione trasversale, il suo lume assume pertanto la forma di una
fessura trasversale che alle sue estremità si divide in due rami, risultandone una
forma ad H. Nella vagina si possono distinguere un’estremità uterina o fondo, il
fornice vaginale, una parte centrale, il corpo, e un’estremità inferiore, l’orifizio
vaginale.
Il fondo della vagina circonda, come un manicotto il collo dell’utero, inserendosi
saldamente sulla sua superficie esterna a una certa distanza dall’orifizio esterno
dell’utero. Fra la porzione vaginale della cervice e il fondo della vagina si evidenzia
una fessura circolare a fondo cieco, denominata fornice vaginale. La sua
profondità è diversa anteriormente è posteriormente, in quanto l’inserzione della
vagina al collo dell’utero avviene secondo il descritto angolo di antiversione. Il
corpo della vagina presenta, allo stato di vacuità, una faccia anteriore, una
posteriore e due margini laterali, destro e sinistro. L’estremità inferiore della vagina
è rappresentata dall’orifizio vaginale, situato dal vestibolo della vagina, fra le
piccole labbra e parzialmente chiuso da una piega cutaneomucosa, l’imene. Tra la
vescica urinaria e la vagina esiste un sottile strato di tessuto connettivo lasso
contenente numerose vene, il setto vescico vaginale, nel quale in alto si insinuano
le porzioni terminali degli ureteri. Al setto vescicovaginale fa seguito il setto
uretrovaginale, dallo spessore di 1 cm è costituito da tessuto connettivo che
diviene più denso in direzione cranio caudale, così da determinare quasi una
fusione fra la parete vaginale e quella uretrale. Posteriormente, nella zona che
corrisponde al fornice vaginale, la parete vaginale è coperta dal peritoneo
parietale, il quale, dopo aver rivestito la porzione vaginale della cervice dell’utero,
si riflette posteriormente sulla faccia anteriore del retto formando il cavo retto
uterino (di Douglas). Al di sotto del cavo retto uterino, la parete posteriore della
vagina si fa molto vicino al retto, dal quale risulta separata solo da un sottile strato
di tessuto connettivo denso e ricco di vasi, la fascia rettovaginale. In questa zona
la vagina si trova il rapporto con i fasci più mediali dei muscoli elevatore dell’ano,
caso di essa prendono attacco, e che costituiscono i muscoli pubovaginali.

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Pertanto, in questa regione la fascia rettovaginale si espande assumendo una
forma triangolare, costituendo il cosiddetto trigono rettovaginale.
La superficie interna della vagina presenta diverse pieghe trasversali denominate
rughe vaginali, più pronunciate dalla parte inferiore dell’organo. La rughe vaginale,
più sviluppata dalla neonata nella prima infanzia, divengono maggiormente piatte
con il progredire dell’età. Inoltre, sulla linea di mezzo della faccia anteriore di quella
posteriore sono presenti i due rilievi longitudinali, le cosiddette colonne delle
rughe. La colonna anteriore inizia superiormente metà della vagina inferiormente
termina in corrispondenza del vestibolo della della vagina, formando un rilievo
rotondeggiante posto al divieto dell’orifizio retro esterno, denominato carena
uretrale. Infine, dalla parte superiore della parete anteriore si riscontra una
superficie triangolare liscia ad apice inferiore, il trigono vaginale, che corrisponde
al trigono vescicale soprastante. La vascolarizzazione arterioso della vagina è
fornita da rami, diretti o indiretti, che provengono dalle arterie iliaca interna. In
particolare, vi sono le arterie cervicovaginali e le arterie vaginali.
Per quanto riguarda le vene, costituiscono il plesso venoso vaginale, situato sulla
superficie dell’organo e connesso con i plessi venosi dagli organi circostanti.
L’innervazione vegetativa è affidata al plesso utero vaginale che deriva dal plesso
ipogastrico inferiore, e a rami del parasimpatico sacrale.
La parete della vagina è formato da tre tonache che, dall’interno all’esterno, sono:
tonaca mucosa, tonaca muscolare e tonaca avventizia. L’epitelio che riveste la
tonaca mucosa e pavimentoso composto non che cheratinizzato, costituito
generalmente da quattro strati, basale, para basale, intermedio e superficiale. La
lamina propria della tonaca mucosa è infiltrata da neutrofili e linfociti ed è priva di
ghiandole; la secrezione vaginale pertanto dovuta al secreto delle ghiandole della
cervice uterina e al segreto delle ghiandole vestibolare maggiori, di Bartolino.
La tonaca muscolare è abbastanza ridotta, formata da fasce di cellule muscolari
lisce, a decorso sia circolare sia longitudinale, che si irradiano verso la
muscolatura della cervice dell’utero e in direzione dello strato più superficiale del
diaframma pelvico. La tonaca avventizia è sottile, connette la vagina alle
formazioni adiacenti ed è costituita da tessuto connettivo denso.
Gli organi genitali esterni femminili costituiscono nell’insieme la vulva e sono
rappresentati da un insieme di struttura anatomica situata nella regione
urogenitale. Gli organi genitali esterni comprendono: il monte del pub, le grandi e
piccole labbra, gli organi rettili e il vestibolo della vagina.
Il monte del pube, comunemente chiamato di Venere, è costituito da una
sporgenza cutanea che si trova al davanti dalla sinfisi pubica. Ha uno spessore
variabile in relazione alla diversa quantità di tessuto adiposo sottocutaneo, è
rivestito da cute provvista, dopo la pubertà, di lunghi peli ruvidi e crespi. Il mondo

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del pube è irrorato da rami delle arterie prudente esterne. Le vene sono tributarie
delle vene grandi safene o femorali. L’innervazione sensitiva è fornita da rami dei
nervi ileoinguinale e genitofemorale.

Le grandi labbra sono due grosse pieghe cutanee poste al di sotto del mondo del
pub e sono dirette dall’avanti all’indietro; sono separate l’una dall’altra da una
fessura mediana, la rima vulvare.
Ciascun grande labbro presenta una superficie esterna, la faccia laterale, una
superficie interna, la faccia mediale, un margine libero e due estremità, anteriore e
posteriore.
La faccia laterale è convessa ed è rivestita da cute pigmentata, provvista, dopo la
pubertà, di peli simili a quelli presenti sul monte del pube. La faccia mediale è
pianeggiante o leggermente concava in senso latero mediale ed è rivestita da cute
liscia. Quando la rima vulvare è chiusa, essa è il rapporto con la faccia mediale del
grande labbro controlaterale è più profondamente con il piccolo labbro. Il margine
libero è leggermente convesso in direzione antero-posteriore ed arrotondato e in
contatto con l’uomo margine del grande labbro dal lato opposto. Con questo
delimita la rima vulvare. L’estremità anteriore è rotonda e, curvando medialmente,
si unisce sulla linea mediana con l’estremità anteriore del grande labbro
controlaterale, formandola commessura anteriore della grande labbra, che
prosegue nel monte del pube. L’Estremità posteriore, analogamente a
quell’anteriore, si unisce con quella del lato opposto, formando la commessura
posteriore della grandi labbra.
Le grandi labbra sono irrorate dai rami delle arterie pudende esterne. Le vene
superficialmente si scaricano nelle vene grandi safene o femorali e profondamente
comunicano con i plessi vaginale rettale e con le vene del legamento rotondo.
L’innervazione assicurata dai nervi labiali anteriori del nervo inguinale e dei nervi
labiali posteriori del nervo pudendo.
Le grandi labbra sono costituite dalla cute e dal tessuto sottocutaneo. Per quanto
riguarda il tessuto sottocutaneo, lo strato superficiale del tessuto proviene dal
mondo del pube e dalla regione inguinale, tende ad assottigliarsi progressivamente
verso la metà posteriore del grande labbro, venendo così sostituito da uno strato
di cellula muscolare liscia andando a costituire il dartos. La membrana
fibroelastica, all’interno del grande labbro, si dispone a formare una specie di
allungato che in alto aderisce il contorno dell’anello inguinale superficiale del
canale inguinale e in basso termine a fondo cieco nei pressi dell’estremità inferiore
del grande labbro. Lo strato profondo del tessuto sottocutaneo è rappresentato
dal tessuto adiposo, che è contenuto nel sacco delimitato dalla membrana
fibroelastica.

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Le piccole labbra sono rappresentate da due pieghe cutanee, destra e sinistra,
decorrono nella stessa direzione delle grandi labbra e sono impiantate sulla faccia
mediale di queste ultime. Oltre alla base d’impianto continua con la faccia mediale
del grande labbro corrispondente, ciascun piccolo labbro offre a considerare una
faccia laterale, una faccia mediale, un margine libero e due estremità, anteriore e
posteriore. L’estremità anteriore si divide in due laminette superiore e inferiore a
ridosso del clitoride. La laminetta superiore, proseguendo nel suo decorso, passa
al di sopra del clitoride, va a formare un cappuccio semi cilindrico al clitoride, detto
prepuzio del clitoride. La laminetta inferiore, più breve, dirigendosi verso la
faccia posteriore del clitoride dove va a formare il frenulo del clitoride.
Le piccole labbra sono formate da una lamina di tessuto connettivo centrale,
rivestita sulle due facce da un sottile strato cutaneo pigmentato privo di peli e di
ghiandole sudoripare. La lamina connettivale centrale è costituita da tessuto
connettivo denso, senza cellule adipose, con un’abbondante componente elastica
e fascetti di cellule muscolari lisce.

Il clitoride è un organo impari e mediano, che è situato nella porzione più anteriore
e superiore della vulva, subito inferiormente alla commessura anteriore delle grandi
labbra. È caratterizzato dalla presenza di due corpi cavernosi del clitoride, strutture
che sono responsabili della potenzialità erettile.
Le radici sono situate nella regione urogenitale e sono accolte simmetricamente
all’interno del perineo. Le tali convergono finché si incontrano anteriormente alla
parte inferiore della sinfisi pubica, dirigendosi in alto, in avanti e medialmente
secondo la direzione dei rami ischiopubici, che prende il nome di corpo del
clitoride.
L’angolo del clitoride è mantenuto fermo nella sua sede da fascetti fibrosi che lo
collegano alla sinfisi pubica, legamento sospensore del clitoride, e in alto, alla
linea alba dell’addome, legamento fundiforme del clitoride.
Il corpo termina con un’estremità smussa, leggermente rigonfia, denominata
glande del clitoride. Sia il corpo sia il glande del clitoride sono ricoperti
superiormente e lateralmente da un cappuccio cutaneo, il prepuzio del clitoride.
La vascolarizzazione del clitoride è fornita dall’arteria del clitoride, come viene
definito il tratto di arteria pudendo tra l’origine dell’arteria perineale e la sua
divisione dei rami terminali, che sono arteria profonda del clitoride e arteria
dorsale del clitoride. Le vene, ampie numerose, si raccolgono superficialmente
nelle vere dorsale superficiale del clitoride, tributarie delle vene grandi safene o
femorali. L’innervazione sensitiva del clitoride, particolarmente abbondante, è
assicurata dai nervi dorsali provengono dai nervi prudenti interni e decorrono sulla
superficie del clitoride fino al glande. i corpi cavernosi, caratteristici delle radici del

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corpo del clitoride, sono rivestiti dalla tonaca albuginea, e contengono tessuto
cavernoso. Le tonache albuginee si fondono formando un sepimento mediano
denominato setto dei corpi cavernosi del clitoride.

I bulbi del vestibolo sono rappresentati da due organi erettili, destro e sinistro,
con la forma di una grossa mandorla. Hanno una lunghezza media di tre, 5,1 cm
spessore di circa 1 cm. I bulbi del vestibolo sono appiattiti in senso medio laterale
e presentano una faccia laterale coperta dal muscolo bulbospongioso; una faccia
mediale che indietro ha rapporti con la ghiandola vestibolare maggiore; un
margine superiore che aderisce al diaframma urogenitale e un margine inferiore
che corrisponde alla base del grandi e piccole labbra. Ciascun bulbo del vestibolo
è irrorato dalla relativa arteria omonima. Le vene molto bene sviluppate, sono
tributarie della vena potente interna, ma comunicano ampiamente con quelli degli
organi vicini, in particolare con quelle del clitoride. Le interrogazioni è
prevalentemente vasomotoria ed è costituita dai plessi per i vascolari che
raggiungono i bulbi, seguendo i rami arteriosi.
Il vestibolo della vagina è rivestito da un sottile strato cutaneo. Presenta due pareti
laterali, costituite dalla piccola labbra e una parete superiore o tetto, che inizia
anteriormente, subito al di sotto del clitoride, con una superficie liscia e
pianeggiante di colorito roseo e a contorno triangolare che si spinge indietro per
circa 2,5 cm sino all’orifizio uretrale esterno. Il tetto del vestibolo è occupato, più
indietro, dall’orifizio vaginale a contorno ellittico con asse maggiore antero-
[Link] donna vergine, tale orifizio è ristretto per la presenza di una piega
trasversale di dimensioni variabili denominata imene.
Una piccola depressione si nota posteriormente all’orifizio vaginale, la cosiddetta
fossa del vestibolo della vagina, che termina posteriormente con il frenulo delle
piccole labbra e con la commessura posteriore delle grandi labbra.

Al sistema genitale femminile sono annessi ad alcune ghiandole situate ai lati


dell’orifizio retro esterno o ai lati dell’orifizio vaginale.
Le ghiandole vestibolari maggiori, dette anche di Bartolino, sono situate nei due
lati all’interno dello spazio superficiale del perineo. La ghiandola vestibolari
maggiori sono organizzati lobuli e sono di tipo tubulo alveolare. Interposti tra lobuli
ghiandolari, avvisano alcuni setti connettivali in cui si trovano cellule muscolari
lisce e scarse fibre muscolari striate, provenienti dai muscoli bulbo spongiosi. La
cellula secernenti sono di tipo mucoso. l’epitelio che riveste condotti a escretori
minori al cilindrico semplice, mentre, nel dotto escretore principale l’epitelio da
semplice diviene stratificato e infine pavimentoso composto nei pressi del suo
sbocco. Le arterie dirette alle ghiandole vestibolari maggiori provengono dalle

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arterie esterne o dalle arterie dei bulbi del vestibolo. Le vene, presti formi, si
scaricano nelle vene pudende esterne prendendo connessione con i plessi venosi
degli organi vicini. L’innervazione è in comune con quella della formazioni
circostanti.
La ghiandole vestibolari minori sono molto piccole e di tipo mucoso, sono
disseminate nel fondo del solco ninfa mena Hall e anche in vicinanza del meato
uretrale. Le ghiandole parauretrali, sono poste nello spessore dell’acuta che
riveste il vestibolo della vagina in prossimità dell’orifizio tra l’esterno. Sono
ghiandole tubulo acinose che secernono muco in corrispondenza del vestibolo
della vagina.

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APPARATO GENITALE MASCHILE
Il sistema genitale maschile rappresenta, insieme a quello femminile, la base per la
funzione riproduttiva, mediante produzione di gameti e ormoni. Il sistema genitale
maschile è costituito dai testicoli o gonadi maschili.
I testicoli o (gonadi maschili o didimi), pari, svolgono, analogamente alle gonadi
femminili, una duplice funzione, gametogenica ed endocrina, e, al compimento
dello sviluppo fetale, sono localizzati all'esterno della cavità addominale, in una
sacca cutanea, lo scroto o (borsa scrotale). A livello del testicoli si trovano i tubuli
seminiferi, dove vengono prodotte le cellule germinali, cioè i precursori degli
spermatozoi, e le cellule interstiziali, responsabili della produzione degli ormoni
sessuali maschili, gli ormoni androgeni, i quali, sotto il controllo del sistema
ipotalamoipofisario, regolano la gametogenesi e condizionano lo sviluppo e la
funzionalità del sistema stesso.
Le vie spermatiche, contenute prevalentemente all'interno della piccola pelvi,
iniziano nel testicolo con i tubuli seminiferi retti e al rete testis, continuano con
l'epididimo, attraverso i condottini efferenti, il dotto deferente, il dotto eiaculatore e
infine con l'uretra, che rappresenta un dotto comune alle vie spermatiche e a
quelle urinarie ed è al via attraverso al quale gli spermatozoi vengono emessi
all'esterno. Le vie spermatiche, bersaglio degli ormoni androgeni, possono
modificare al composizione del contenuto luminale tramite pro- cessi di secrezione
e assorbimento e sono responsabili della maturazione degli spermatidi a
spermatozoi, i quali divengo- no mobili e atti alla fecondazione.
Durante il passaggio nelle ultime vie spermatiche le cellule germinali si uniscono al
liquido seminale prodotto dalle ghiandole annesse, cioè le vescicole seminali, la
prostata e le ghiandole bulbouretrali (di Cowper). Il prodotto finale è rap-
presentato dallo sperma o seme li quale viene emesso all'e- sterno con
l’eiaculazione.
I testicoli si sviluppano all’interno dell’addome in corrispondenza della regione
lombare per migrare nella loro sede definitiva (lo scroto). I testicoli, dx e sx, sono
contenuti in una borsa cutanea, scroto. Sono separati l’uno dall’altro da un setto
sagittale, il setto scrotale. Ciascun testicolo è appeso all’estremità inferiore del
rispettivo funicolo spermatico ed è pertanto dotato di notevole mobilità. Ha una
forma ellissoidale, leggermente appiattita in senso trasversale. Generalmente, il
testicolo sx ha una posizione più basse del deserto.
I testicoli, relativamente piccoli nel bambino, aumentano di dimensioni alla
pubertà, per diminuire di volume nell’anziano. Il testicolo presenta due facce,
mediale e laterale; due margini, anteriore e posteriore; due poli, superiore e
inferiore.
La faccia mediale è rivolta verso il setto scrotale; faccia laterale corrisponde alla
parete laterale della borsa scrotale, posteriormente coperta dall’epididimo dal
1
quale è separata dal seno omonimo; margine anteriore rivolto in avanti e in
basso; margine posteriore sormontato per tutta la sua estensione dall’epididimo
al quale interagisce by estremità superiore e inferiore; polo superiore è coperto
dalla testa dell’epididimo e una piccola sporgenza (appendice del testicolo); polo
inferiore dà attacco a una lamina fibromuscolare che lo collega al fondo della
borsa scrotale e rappresenta il residuo del gubernaculum testis.
La superficie esterna del testicolo è quasi completamente avvolta da un sacco
sieroso a doppia parete, la tonaca vaginale. La connessione con la cavità
peritoneale si perde in seguito all’obliterazione del tratto iniziale del dotto.
La tonaca vaginale è costituita da due foglietti, viscerale (epiorchio) e parietale
(periorchio), che continuano l’uno nell’altro in corrispondenza del margine
posteriore del testicolo e del sovrastante epididimo a costituire il mesorchio.
I due foglietti delimitano una cavità virtuale (cavità vaginale) contenente una
minima quantità di liquido sieroso; in condizioni patologiche al cavità vaginale può
divenire reale per aumento del liquido in essa contenuto (idrocele), come pure per
la presenza di essudato purulento (piocele) o per un accumulo di sangue in seguito
a traumi (ematocele). Il foglietto viscerale della tonaca vaginale aderisce intima-
mente alla superficie esterna del testicolo, rappresentata dalla tonaca albuginea,
mentre il foglietto parietale è applicato alla parete interna dello scroto, costituita
dalla fascia spermatica interna (o tonaca vaginale comune).
Il testicolo è irrorato dall’arteria testicolare, che origina dall’aorta addominale,
inferiormente alla corrispondente arteria renale. Al testicolo giungono anche alcuni
piccoli rami dell’arteria del dotto deferente e dell’arteria cremasterica.
Le vene testicolari, in parte superficiali e in parte profonde, si riuniscono a livello
del margine posteriore dell’organo in alcuni grossi tronchi i quali, dopo aver
raccolto le vene dell’epididimo, si portano in alto fino a far parte del funicolo
spermatico andando a formare il plesso pampiniforme.
I nervi derivando dal plesso celiaco del simpatico e giungono al testicolo
seguendo i vasi sanguini e formando un ricco plesso testicolare che riceve una
componente parasimpatica dal plesso deferenziale.
L’impalcatura esterna, denominata tonaca albuginea, è scarsamente estensibile,
costituita da tessuto connettivo fibroso denso contenente nello strato più
superficiale, numerose cellule muscolari lisce, mentre lo strato più profondo,
chiamato anche tonaca vascolosa, contiene numerosi vasi sanguigni e fibre
elastiche. Dalla sua superficie profonda vengono emanati una serie di sepimenti,
setti del testicolo, che convergono verso il margine posteriore del testicolo, ove
formano un corpo fibroso denominato mediastino del testicolo, che corrisponde
all’ilo del testicolo. Di fatto, l’interno del testicolo viene suddiviso in oltre 300

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compartimenti, le logge del testicolo. All’apice dei lobuli, i tubuli leminiferi danno
luogo a una serie di tubuli e cavità variamente anastomizzate, la rete testis.
Il parenchima e il tessuto connettivo interstiziale, che costituiscono i lobuli del
testicolo, hanno una consistenza molle e un colorito roseo giallastro. Ogni lobulo
è formato da 1-4 tubuli seminiferi contorti (o tubuli seminiferi), condottini che
hanno un andamento estremamente sinuoso e confluiscono con entrambe le
estremità nei tubuli seminiferi retti (o tubuli retti), i quali penetrano nel mediastino
del testicolo; in qualche caso, un tubulo seminifero contorto può presentare una
delle due estremità dilatata e a fondo cieco. I tubuli seminiferi contorti sono
delimitati da una lamina propria rappresentata da diversi strati di cellule appiattite
fusiformi e da componenti della matrice extracellulare. Le caratteristiche e la
natura degli elementi cellulari, cellule peritubulari, non sono state ancora ben
definite. Nelle porzioni più interne vi è una buona componente mioide, con
presenza di desmina e actina; nelle porzioni più esterne vi è la presenza di
vimentina, tipicamente connettivale.
All'interno dei tubuli seminiferi contorti, circondato da una membrana basale di
circa 80 mm, si trova un epitelio stratificato, l'epitelio germinativo (o
spermatogenico), che presenta un'altezza complessiva di 60-80 um, e nel quale
si possono distinguere due tipi di elementi: le cellule di sostegno e le celule
germinali.
Le cellule di sostegno dell’epitelio spermatogenico, di Sertoli, sono di
derivazione mesodermica e originano, come le cellule endocrine interstiziali, dalla
proliferazione dell’epitelio celomatico; la loro evoluzione prenatale è fondamentale
per determinare una corretta spermatogensi e quindi una normale fertilità adulta.
La presenza di giunzioni occludenti parabasali fra le celule di sostegno dell'epitelio
spermatogenico adiacenti determina la costituzione, nell'ambito dell'epitelio
germinativo, della barriera ematotesticolare, che prevede la presenza di due
compartimenti: uno basale, compreso fra la membrana basale e le giunzioni stesse
e contenente gli spermatogoni e gli spermatociti di 1° ordine nella fase di
preleptotene, e uno adluminale, che si estende fra le giunzioni e il lume e che
contiene gli spermatociti di 1 ordine in meiosi, spermatociti 2 ordine, spermatidi e
spermatozoi.
Le cellule della linea germinale, dopo la pubertà e per tutta la vita dell'individuo,
vanno incontro a un processo ciclico, continuo e ben organizzato di proliferazione
e differenziamento, al spermatogenesi, che genera circa 10 milioni di spermatozoi
al giorno in un maschio adulto. Le cellule germinali o (seminali) sono disposte in
più strati (da 4 a 8) fra le cellule di sostegno.
I principali fenomeni che avvengono durante la spermiogenesi sono rappresentati
dalla formazione dell’acrosoma e accumulo di enzimi idrolitici, fondamentali per la
fecondazione; condensazione del materiale nucleare, che si riduce a circa 1/10 del
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suo volume iniziale; formazione del flagello. Ogniqualvolta, le cellule germinali,
possono degenerare e andare incontro ad apoptosi, processo chiave legato a tutti
quegli eventi inerenti allo sviluppo.
I complessi meccanismi che regolano le varie fasi della spermatogenesi sono
prevalentemente di natura endocrina. Le gonadotropine ipofisarie, FSH e LH, la cui
secrezione è indotta da uno specifico fattore di rilascio ipotalamo, agiscono sul
testicolo determinando, da un lato (FSH) per lo sviluppo delle cellule germinali e
(LH) per produzione di ormoni androgeni da parte delle cellule interstiziali. Le
cellule germinali, come si è visto, sono disposte nei tubuli seminiferi contorti in
strati concentrici formati da popolazioni omogenee nei diversi stadi di
differenziamento, che divengono via via più avanzati procedendo verso il lume del
tubulo.
Le cellule endocrine interstiziali (o di Leydig) sono elementi voluminosi con un
diametro che raggiunge 20-25 um e possono trovarsi isolate o in piccoli gruppi: nel
primo caso hanno forma sferoidale, mentre nel secondo assumono forma
poliedrica per gli intimi rapporti che contraggono reciprocamente. lI nucleo è
voluminoso, con cromatina dispersa e contiene uno o più nucleoli. Il cito- plasma
appare vacuolizzato o, con metodiche istologiche ido- nee, ricco di goccioline
lipidiche.
La ghiandola interstiziale è la sede di produzione degli ormoni sessuali maschili
di tipo androgeno ed è regolata in questa sua attività endocrina dal sistema
ipotalamoipofisario per mezzo degli ormoni gonadotropi e particolarmente
dell’ormone stimolante le cellule interstiziali. Gli ormoni androgeni, dei quali il
testosterone rappresenta il prototipo, derivano dal colesterolo a opera di enzimi
localizzati prevalentemente del reticolo endoplasmatico liscio e nei mitocondri. La
loro azione sull’epitelio germinativo è mediata dalle cellule di sostegno.
La rete testis è costituita da una serie di lacune di forma
ovale o irregolare anastomizzate tra loro, con un diametro variabile tra 20 e 300
um. Tali lacune, insieme a numerosi vasi sanguigni e linfatici, sono contenute nel
mediastino del testicolo (corpo di Highmore), sono rivestite da un epitelio cubico
semplice provvisto di rari microvilli apicali, anche se possono riscontrarsi zone il
cui rivestimento è rappresentato da elementi cilindrici. I tubuli seminiferi retti
sono rappresentati da canalicoli del diametro di 20-90 um, che fanno seguito ai
tubuli seminiferi contorti e sono rivestiti da un epitelio cubico semplice. La rete
testis, con le sue lacune, si comporta come una spugna che, grazie alla
componente muscolare liscia del mediastino del testicolo e della tonaca albuginea,
regolamenta il flusso di liquidi all'interno dell’epididimo. A LA PACC D MAMMT
Ciascun epididimo ha una forma a virgola, presenta una testa, un corpo e una
coda che continua nel dotto deferente. Rivestito il tutto da una tonaca albuginea

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dell’epidimo assai sottile, la quale è fissata al testicolo, grazie a esili tralci
connettivali che costituiscono i legamenti dell’epidimo superiore e inferiore.
La testa dell’epididimo è la parte più voluminosa dell’organo. Costituita da
condomini efferenti che emergono dalla rete testis. Collegata al testicolo anche
grazie al foglietto viscerale della tonaca vaginale (epiorchio). Alla testa fa seguito il
corpo, a forma di cilindro. Costituisce una fessura tra testicolo ed epididimo,
rivestita dal foglietto viscerale della tonaca vaginale, seno dell’epididimo.
La coda, raggiunge il polo inferiore del testicolo dove, riflettendosi su se stessa,
prosegue come dotto deferente. La coda dell'epididimo rappresenta li principale
luogo di immagazzinamento degli spermatozoi, che possono mantenersi vitali e
atti alla fecondazione per periodi anche di qualche settimana.
Le arterie provengono dall’arteria testicolare e dall’arteria del dotto deferente. Le
vene della testa dell’epidimo si scaricano nella porzione anteriore del plesso
pampiniforme. I nervi sono dei satelliti dei vasi sanguigni, derivano dal plesso
testicolare e sono prevalentemente destinati all’innervazione della componente
muscolare.
L'epididimo è rivestito da un sottile involucro connettivale, la tonaca albuginea
dell'epididimo, su parte della quale aderisce li foglietto viscerale della tonaca
vaginale. In corrispondenza della testa dell'epididimo, la tonaca albuginea emette
una serie di sottili setti diretti verso l'ilo del testicolo, che vanno a definire da 10 a
15 compartimenti sovrapposti, a forma di cuneo, con apice verso il mediastino e
base rivolta in fuori, i lobuli o (coni) dell'epididimo o coni vascolosi.
Ciascun lobulo, contiene un condottino efferente, il quale presenta una lunghezza
di circa 10-12 cm e un calibro di 0,2-0,3 mm. Ogni condottino, appena fuoriuscito
dall’ilo del testicolo inizia ad assumere un andamento altamente spiralizzato e
avvolto su se stesso. Il condotti efferente contenuto dal lobulo più alto, una volta
raggiunta la base del lobulo stesso, piega verso il basso e riceve tutti gli sbocchi
dei condotti dei lobuli sottostanti. Si viene così a formare un unico dotto
dell’epididimo il quale, con una lunghezza da quattro 6 m è un diametro di circa
0,3 mm, va a costituire il corpo e la coda dell’epididimo.
La parete dei condotti efferenti, di forme irregolare per la presenza di creste
variamente anastomizzate, e rivestite internamente da un epitelio più fila di cellule
di diversa altezza che poggia su una lamina propria costituita da uno strato multi
laminare di cellule muscolari lisce scarsamente differenziate. L'epitelio è formato
da cellule cilindriche provviste di microvilli e cellule ciliate. Le cellule cilindriche
presentano numerosi lisosomi, in corrispondenza della base dei microvilli sono
presenti strutture canalicolari derivate dalla membrana plasmatica apicale, che
testimoniano un'attiva capacità assorbente. A questo livello viene riassorbito gran
parte del liquido nel quale sono contenuti gli spermatozoi. Le cellule ciliate hanno
un citoplasma più acidofilo e sono provviste di ciglia vibrati che battono in
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direzione del dotto del della epididimo, hanno una funzione di provvedere alla
progressione degli spermatozoi ancora immobili.
Trapassando nel dotto dell’epididimo, mentre scompaiono le cellule ciliate
dell’epitelio, aumenta considerevolmente la componente muscolare della parete. Si
distinguono le tonache mucosa, muscolare e avventizia.

La tonaca mucosa presenta un lume regolare ed è rivestita da un epitelio


cilindrico alto. Costituita da cellule basali poiché possono essere considerate
come elementi di sostegno o rimpiazzo; cellule principali presentano un'altezza
considerevole un citoplasma ricco di organelli rappresentati dal complesso. Dal
polo apicale delle cellule, estroflessioni citoplasma lunghe, sottili intrecciate si
protendono nel lume a costituire i caratteristici pennacchi: trattasi di stereo ciglia,
ossia microvilli modificati, contenenti sottili fascetti di microfilamenti. Oltre alle
stereo ciglia, vi possono essere altre componenti cellulari, di forma cilindrica, che
una volta unite tra loro, vanno a formare quella che è la barriera
ematoepididimale, necessaria per la protezione degli spermatozoi dal sistema
immunitario è responsabile della peculiarità del microambiente luminale di questo
tratto delle vie spermatiche.
La tonaca muscolare va aumentando di spessore dal corpo alla coda.a livello
della testa, all'esterno della membrana basale dell'epitelio si ritrovano solo
elementi muscolari lisci sottili e scarsamente differenziati, nel corpo è, ancor più,
nella coda fanno la loro comparsa cellule muscolari lisce più voluminose e
differenziate che si dispongono a rivestire esternamente il dotto e che
aumenteranno ulteriormente di numero orientamento del dotto deferente.
La tonaca avventizia sottile continua col con il tessuto connettivo della tonaca
albuginea dell’epididimo. Nel lume dell'epididimo oltre agli spermatozoi, si
ritrovano cellule germinali immature, cellule epiteliali e macrofagi. Questi ultimi
possono localizzarsi entro l'epitelio o migrare dall'uomo dell'organo; a seguito della
fagocitosi spermatozoi interi frammenti, vengono denominati spermatofagi.
Il funicolo spermatico è rappresentato dal complesso delle strutture vascolari,
nervose e duttali dirette al o provenienti dal testicolo. Tali strutture, immerse in uno
stroma connettivo lasso, sono avvolte da una serie di involucri muscolo
connettivali, anche con conferiscono al funicolo stesso un'autonomia morfologica.
Potremmo distinguere, di fatto, la radice dello scroto, parte scrotale, un canale
inguinale, parte inguinale, che percorre in tutta la sua lunghezza per risolversi, in
corrispondenza dell'anello inguinale profondo, nei suoi componenti. Dalla
superficie in profondità avremo: la faccia spermatica esterna che riveste
solamente la parte scrotale del funicolo; il muscolo cremastere, costituito da fasci
di muscolatura scheletrica provenienti dai muscoli obliquo interno e trasverso da
dell'addome che avvolgono il funicolo nel suo decorso all'interno del canale
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inguinale. La faccia spermatica interna, rappresentata da una sottile lamina
connettivale ricca di fibre elastica. Circonda il funicolo spermatico lungo tutto il suo
decorso continuando in basso con l'omonima fascia dello scroto.
Il contenuto dal funicolo spermatico, lo si può così suddividere:
dotto deferente, situato in profondità e leggermente posto posteriormente,
accompagnato dalle arterie e vene differenziali. Rappresenta la struttura di
maggior consistenza del funicolo.
arteria testicolare, posta profondamente ma spostato a più anteriormente.
arteria cremasterica, originaria dall'arteria epigastrica si distribuisce agli involucri
del funicolo.
vene testicolari, raggruppate anteriormente e posteriormente occupano una
posizione superficiale e costituiscono gruppi venosi anteriore e posteriore del
plesso pampiniforme.
nervi, rappresentati dal ramo genitale del nervo genitofemorale, dal ramo genitale
del nervo ileoinguinale.
Ciascun dotto deferente origina in corrispondenza della coda dell’epididimo, dopo
un lungo tragitto, confluisce con la rispettiva vescicola seminale e sbocca, tramite
il rispettivo dotto eiaculatore, nell’uretra prostatica. Il dotto deferente ha una forma
pari, forma cilindrica, notevole consistenza dovuta all’abbondante tonaca
muscolare e un calibro relativamente uniforme; nella sua parte terminale, avremo
un’espansione detta come ampolla del dotto deferente. Il tutto inizia con la parte
scrotale, origina dalla coda dell’epididimo, con un decorso inizialmente sinuoso e
poi rettilineo, addossata alla faccia posteriore del corpo dell’epididimo. È collocata
esternamente alla tonaca vaginale.
Dopo un decorso verticale abbandona l’epididimo ed andrà a far parte del funicolo
spermatico come parte funicolare, insieme ai vasi differenziali e al plesso nervoso
differenziale. La parte inguinale del dotto deferente percorre il canale inguinale,
dall'anello inguinale superficiale all'anello inguinale profondo. A livello dell'anello
inguinale profondo dal canale inguinale le diverse componenti dal funicolo
spermatico si separano e il dotto deferente descrivendo una curva a
concavitàmediale, decorre nello spazio sottoperitoneale, sulle pareti laterali della
piccola pelvi. Data il suo decorso delimita, insieme al dotto collaterale, una
superficie triangolare ad apice inferiore, il cosiddetto trigono interseminale. Nella
porzione terminale presenta la dilatazione corrispondente all'ampolla del dotto
deferente, e si unisce al dotto della rispettiva vescicola seminale a costituire il
dotto eiaculatore. Risulta separato dal retto grazie alla fascia retto prostatica.
Il dotto deferente riceve gran parte dell’irrorazione dall'arteria del dotto
deferente. Le vene sono tributarie del plesso piriforme, nel tratto terminale del
processo prostatico. La ricca innervazione, di tipo adrenergico, proviene dal

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plesso deferenziale, derivato dal plesso ipogastrico inferiore. Tale dotto è
costituito da tonaca mucosa, muscolare e avventizia. La mucosa è caratterizzata
da pieghe longitudinali scarsamente rilevate nelle parti testicolare e funicolare.
Epitelio di rivestimento è di tipo cilindrico non molto alto, con cellule basali di
rimpiazzo. La tonaca muscolare è spessa, appare costituita da tre strati:
longitudinale interno, circolare intermedio e longitudinale esterno. La tonaca
avventizia è costituita da tessuto connettivo denso, ricca di fibre elastiche, rami
vascolari e nervosi.
I dotti eiaculatori, destra e sinistro, sono due brevi condotti che derivano
dall'unione ad angolo acuto dell'ampolla del dotto deferente con il dotto della
corrispondente vescicola [Link] spermatozoi e il liquidò seminale
fino all’uretra. Tali dotti hanno la forma di un cono allungato, il loro diametro va
diminuendo in direzione distale e la porzione prossimale, più ampia, prende il
nome di seno eiaculatorio. Per il resto del loro tragitto, decorrono appaiati e
vicini, senza peraltro unirsi, in pieno parenchima [Link] parete dei dotti è
piuttosto sottile, formata dal lettone che mucosa (rivestita da un epitelio cilindrico
semplice. La lamina propria è sottile e ricca di fibre elastiche); muscolare (costituita
da fascette di cellule che contornano il lume assumendo decorso variabile) e
avventizia (solo tratto iniziale poiché nelle altre ci confonde con lo stroma
prostatico).
Per quanto riguarda le ghiandole annesse alle vie spermatiche, avremo vescicole
seminali, prostata e ghiandole bulbouretrali.

Le vescicole seminali situate nello spazio pelvico sottoperitoneale, sono applicate


alla porzione posteriore della base della vescicola urinaria, dalla quale sono
separate per l’interposizione della fascia vescicale. Sono costeggiate, lungo il
margine mediale, dal rispettivo dotto deferente, insieme al quale raggiungo la base
della prostata formando, su ogni lato, il dotto eiaculatore.
Le vescicole seminali sono riccamente vascolarizzate da rami delle arterie
vescicolodeferenziali; alla costituzione della rete arteriosa contirbuiscono anche
le arterie vescicali inferiori e rettali medie. Il ritorno venoso avviene tramite un
ricco plesso sulla facia posteriore dell’organo, che si scarica nel plesso
prostatico. Ai lati della prostata si costituiscono due plessi venosi prostatici, nei
quali confluiscono vene prostatiche e vescicali. La ricca innervazione deriva dal
plesso ipogastrico inferiore.
La vescicola seminale, un tempo considerato come un serbatoio per gli
spermatozoi, sono organi organi ghiandolari bersaglio degli androgeni, necessari
sia per lo sviluppo fetale sia per il mantenimento della caratteristica
morfofunzionali nel corso della vita adulta. Ogni scivolo seminale è costituito da un

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dotto di calibro irregolare, lungo da 10 a 15 cm. La parete dei dotti che
costituiscono le vescicole seminali consta di una tonaca mucosa, una tonaca
muscolare e una tonaca avventizia. La tonaca mucosa appare estremamente
regolare per la presenza di pieghe, creste che danno luogo a rilievi con lume di
ampiezza notevolmente variabile. L'epitelio di rivestimento è di tipo cilindrico. In
prossimità della superficie apicale sono presenti numerosi granuli di secreto e
spesso anche granuli tipicamente lipofuscinico a testimonianza di una notevole
attività metabolica delle cellule. La tonaca muscolare è inframmezzata da
abbondanti fibre elastiche, anche per la conformazione estremamente irregolare
del lume, non è sempre possibile identificare un orientamento delle cellule
muscolari in strati. La tonaca avventizia è formata da fibre collagene ed elastiche,
continua con il tessuto connettivo interstiziale.
La prostata è un organo ghiandolare androgeno dipendente con ricca
componente muscolare situato nella piccola pelvi, nello spazio compreso tra la
base della vescicola urinaria e il diaframma [Link] prostata la forma è la
dimensioni di una grossa castagna, con base superiore apice inferiore. Il suo asse
non è però verticale ma lievemente obliquo verso il basso e in avanti e incrocia la
prima parte dell’uretra. La prostata presenta una faccia anteriore, posteriore che si
riuniscono nei margini laterali arrotodnati, una base e un apice. La faccia
anteriore, guarda verso la sinfisi pubica, in buona parte ricoperta da fasci del
muscolo sfintere esterno dell’uretra; la faccia posteriore, più estesa di quella
anteriore, presenta una depressione mediana più accentuata superiormente. La
base presenta una forma triangolare con apice anteriore e lati arrotondati. Nella
porzione anteriore della base si trova l’ingresso dell’uretra, mentre più indietro si
nota l’ingresso dei due dotti eiaculatori uniti da un solco trasversale, ilo della
prostata. In corrispondenza dell’apice, tronco, si trova l’emergenza dell’uretra che
dalla parte prostatica trapassa in quella membranosa o trigonale.
La prostata è contenuta in un peculiare compartimento della piccola pelvi,
denominato loggia [Link] pareti della loggia, rivestite dalla fascia pelvica,
sono superate dalla superficie della prostata, costituite dalla capsula, tramite il
tessuto connettivo che occupa lo spazio periprostatico. La faccia anteriore,
costituita dal legamento pubo vescicale, piuttosto sottile contiene il ricco plesso
venoso pudendo, detto anche plesso venoso di Santorini. La fascia si collega
bilateralmente con la superficie interna del pube lateralmente alla sinfisi pubblica,
per mezzo di due fascetti fibre muscolari, i legamenti puboprostatici. Le pareti
laterali della loggia sono in rapporto con la superficie mediale del muscolo
elevatore dell'ano e sono rinforzati da fascetti fibrosi che, proseguendo il decorso
di legamenti puboprostatici, raggiungono la spine ischiatiche. La parete
posteriore della loggia è rappresentata dalla fascia rettoprostatica che è

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lateralmente indietro continua con i legamenti para rettali. Si viene così a creare
una struttura ad H che conferisce una valida struttura di sostegno dalla prostata,
dell'uretra e della vescica urinaria all'interno della piccola pelvi.
Il tessuto connettivo periprostatico contiene le formazioni vascolonervose
destinate alla prostata o provenienti da essa, che si spingono anche negli interstizi
adiposi della fascia periprostatica.
La prostata irrorata dorsalmente e lateralmente da rami delle arterie rettali medie
e vescicali inferiori, mentre ventralmente viene raggiunta da rami dell'arteria
pudenda interna. Le vene sboccano nell'ampio plesso prostatico, nel tessuto
connettivo peri prostatico, che si scaricano nelle vene vescicali e quindi nella via
deca interna. L'innervazione della prostata deriva dal terzo e quarto nervosa
sacrale attraverso il plesso ipogastrico [Link] prostata era un organo
ghiandolare sostenuto da uno stroma che origina dalla robusta capsula, in quella
componente connettivale e frammista numerose cellule muscolari. All'interno dello
stroma, il parenchima è costituito da 30/50 ghiandole otricolari tubulo alveolari.
Nella prostata si descrivono lobo anteriore o lobo medio e due lobi laterali.
inoltre, analizzando la distribuzione del tessuto ghiandolare all'interno dell'organo,
è possibile identificare tre zone: la zona periuretrale che circonda l'uretra; la zona
interna che abbraccia come un cercine la precedente fino al collicolo seminale; la
zona esterna in cui si trovano la maggior parte degli adenomeri. Ciascuna
ghiandola, immersa nello stroma fibro muscolare che ne definisce contorni,
costituisce un lobulo di forma pressoché conica con apice in corrispondenza dello
sbocco dell'ora nell’uretra. I dotti escretori appaiono notevolmente ramificati, con
l'uomo di varie ampiezza e contorni irregolari. Inizialmente l'epitelio dei dotti
mantiene caratteri dell'epitelio ghiandolare, mentre in vicinanza dello sbocco
diviene cilindrico composto, analogo a quello dell’uretra.
Il secreto della prostata costituisce circa il 15/30% del liquido seminale,
nell’intervallo fra le eiaculazioni, tende ad accumularsi nell’ampio lume degli
adenomeri. Nel succo prostatico è presente un antigene prostatico specifico, il cui
livello ematico ha un alto valore diagnostico nelle patologie prostatiche,
particolarmente di tipo oncologico.
Le ghiandole bulbouretrali (di Cowper) sono due corpi sferoidali a forma di
lenticchia, con diametro massimo di 1 cm e rappresentano le più piccole
formazioni ghiandolari annesse alle vie spermatiche. Sono localizzate
profondamente nella regione urogenitale posterolaterlamente all’uretra
membranosa e in prossimità del bulbo del pene. Il dotto escretore emerge dalla
faccia inferiore della rispettiva ghiandola, si dirige in avanti e mediamente,
penetrando nel bulbo del pene.

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La loro irrorazione è dovuta dall’arteria del bulbo del pene. Le vene delle
ghiandole bulbouretrali si scaricano nella vena pudenda interna. I nervi
provengono dal plesso ipogastrico inferiore.
Le ghiandole bulbouretrali sono avvolte da un’esile capsula fibro muscolare che
via setti in profondità con conferendo al parenchima un aspetto lobulare. Ciascun
lobulo è costituito da adenomeri tubuloalveolari, i cui dotti escretori confluiscono
nel dotto principale. L'epitelio ghiandolare è costituito da cellule cilindrica di
aspetto mucoide, con nucleo basale e il citoplasma occupato prevalentemente da
masserelle di muco. Il secreto delle ghiandole bulbouretrali è rappresentato da un
liquidò chiaro e vischioso contenente galattosio e acido sialico e viene immesso
nell'uretra in seguito eccitazione sessuale. Svolge un'azione lubrificante nella fase
che precede l’eiaculazione.

Per quanto riguarda gli organi genitali esterni parleremo di pene e scroto.
Il pene rappresenta l’organo maschile della minzione e della copulazione, legata
quest’ultima alle sue capacita erettili. Situato nella regione urogenitale, mostra la
suo apice l’orifizio uretrale esterno, comune alle vie urinarie e alle vie spermatiche.
Nel pene possono distinguersi una radice, accolta nello spazio superficiale del
perineo; una parte libera, corpo, e un’estremità arrotondata, glande del pene,
parzialmente coperta da una piega cutanea, prepuzio. Nel corpo del pene si
distinguono un dorso, una faccia ventrale, percorsa longitudinalmente dall’uretra,
contenuta nel corpo spongioso. Durante l’erezione, oltre ad aumentare le sue
dimensioni e la sua consistenza, si solleva avvicinandosi alla parete anteriore
dell’addome e assumendo la direzione della parte posteriore. L’estremità anteriore
del pene è rappresentata dal glande del pene, un’espansione conoide, in
continuità con il corpo spongioso del pene, del quale rappresenta
l’ingrossamento terminale. Avremo una struttura che formando un rilievo circolare,
la corona del glande, delimitato da un solco che lo separa dal corpo del pene, il
solco balanoprepuziale. Il pene è rivestito da un involucro cutaneo sottile e
mobile. In corrispondenza della porzione distale la cute forma una piega circolare,
il prepuzio che, riflettendosi su se stessa, va a terminare nel solco
balanoprepuziale. Sulla superficie ventrale del glande, il frenulo del prepuzio, di
forma triangolare, unisce il glande alla corrispondenza porzione del prepuzio
limitandone, durante l’eruzione, la retrazione.
Nel solco balanoprepuziale coperto dal prepuzio, si può accumulare un materiale
giallastro, caseoso, lo smegma, al quale il contenuto in poliamine conferisce un
caratteristico odore. Tale materiale deriva solo in minima parte dalla secrezione
delle scarse ghiandole sebacee, ma prevalentemente dall'attività di degradazione
delle cellule epiteliali desquamate da parte della flora batterica locale.

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Le arterie per le strutture erettili derivano dalle arterie pudende interne e sono
rappresentate dalle due arterie del pene, ciascuna delle quali invia l'arteria
profonda del pene, che scorre profondamente lungo ciascun corpo cavernoso,
l'arteria del bulbo del pene e l'arteria uretrale, che decorre lungo li corpo
spongioso del pene (o dell'uretra), ventralmente all'uretra stessa.
Gli involucri del pene sono raggiunti dalle arterie pudende esterne (rami delle
arterie femorali) e dalle arterie dorsali del pene, rami terminali delle arterie del
pene che decorrono nel solco della faccia dorsale, ai lati della vena dorsale
profonda impari, coperte dalla fascia del pene.
Sono rappresentate da un sistema di vene superficiali e uno di vene profonde. Le
prime confluiscono principalmente nella vena dorsale superficiale del pene, impari
e mediana, situata nello strato sottodartoico. Le vene profonde, che nascono nei
corpi cavernosi, possono così suddividersi: la vena dorsale profonda del pene,
impari e mediana che, dopo avere percorso il solco della faccia dorsale del pene,
coperta dalla fascia del pene, raggiunge il cosiddetto plesso pudendo insinuandosi
tra il margine inferiore della sinfisi pubica e il legamento trasverso del perineo;
vene profonde del pene che originano dalla parte posteriore dei corpi cavernosi e
si scaricano direttamente nelle vene pudende interne.
I nervi superficiali sono rappresentati dal ramo genitale del nervo genitofemorale,
dal ramo genitale del nervo perineale e dal nervo dorsale del pene, rami del nervo
pudendo. I nervi profondi destinati alle strutture erettili provengono dal nervo
pudendo tramite i nervi dorsali del pene, che decorrono insieme alle arterie
dorsali del pene e alla vena dorsale profonda del pene, e i rami profondi dei nervi
perineali. Le strutture erettili sono provviste di una ricca innervazione simpatica e
parasimpatica: plesso ipogastrico inferiore.
Le strutture erettili del pene fanno riferimento a corpi cavernosi e dal corpo
spongioso. I corpi cavernosi costituiscono la radice del pene, ciascuno a livello di
un ramo ischiopubico. Sono contenuti nello spazio superficiale del perineo, rivestiti
dal muscolo ischiocavernoso. Anteriormente i corpi cavernosi risultano fusi tra loro
by setto del pene. I due corpi sono rivestiti da tonaca albuginea, membrana
biancastra ricca di fibre collagene. Al di sotto della tonaca si trova il tessuto
cavernoso rappresentato da un sistema di trabecole che circoscrivono lacune
venose dette cavernule. Le cavernule sono rifornite da un sistema di piccole
arterie sinuose, le arterie elicine, che hanno un significato funzionale legato solo
all'erezione. Presentano, in posizione sottoendoteliale dei cuscinetti intimali
principalmente costituiti da cellule muscolari che sporgono nel lume e che, in
condizioni di riposo, limitano il riempimento delle cavernule stesse.
Il corpo spongioso del pene è impari, mediano, inizia in corrispondenza del perineo
con un’estremità ingrossata, il bulbo del corpo spongioso. In prossimità
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dell’estremità distale del pene il corpo spongioso del pene si espande a costituire il
glande del pene che va a incappucciare l’apice dei corpi cavernosi. Qui avremo
una tonaca albuginea più sottile, le trabecole connettivali povere di elementi
muscolari, sono più sottili delimitando cavernule di minori dimensioni rispetto a
quelle dei corpi cavernosi; alla periferia del corpo spongioso giungono rami
arteriosi provvisti di cuscinetti intimali.
Il tessuto sottocutaneo è rappresentato dalla tonaca dartos e dallo strato
sottodartoico, in continuità con i corrispondenti strati dello scroto. La tonaca
dartos (o fascia superficiale del pene o fascia di Colles), è ricca di cellule
muscolari con andamento prevalentemente longitudinale aderenti al derma
sovrastante; lo strato sottodartoico, formato da tessuto connettivo lasso e privo
di tessuto adiposo rappresenta li piano di scivolamento della cute.
La fascia del pene (o fascia di Buck), prevalentemente di natura elastica, poggia
direttamente sulle strutture erettili attorno alle quali costituisce una guaina
comune, aderente, che a livello del solco della faccia dorsale del pene si interpone
tra la vena dorsale profonda del pene e quella superficiale. A livello della zona di
passaggio tra parte fissa e parte libera il pene è fissato tramite un sistema di
sospensione alla sinfisi pubica e alla linea d’alba della parete anteriore
dell’addome. La parte più superficiale di questo sistema di sospensione è data dal
legamento fundiforme del pene. Il legamento sospensore del pene, più
profondo, è rappresentato da un robusto fascio fibroso a forma di triangolo che
origina dalla superficie anteriore della sinfisi pubica e si perde in basso sula fascia
del pene, nel punto dove i corpi cavernosi del pene si accollano l'uno all'altro.
I corpi cavernosi del pene si riempiono di sangue e il pene diviene eretto e turgido,
cambiando la sua direzione e ponendosi in asse con la parte posteriore del pene.
Con l’eccitazione sessuale aumenta anche la quantità di sangue che raggiunge la
prostata e le vescicole seminali, parallelamente viene stimolata la secrezione delle
ghiandole bulbouretrali. Lo stato di eccitazione sessuale permane per un tempo
variabile individualmente e si conclude con l’eiaculazione grazie alla stimolazione
dell’omonimo centro localizzato nel midollo spinale L2/L3.
Lo sperma emesso attraverso l'orifizio uretrale esterno all'atto dell'eiaculazione, è
costituito da due parti, corpuscolata e liquida. La parte corpuscolata è
rappresentata principalmente dagli spermatozoi, ma anche da celule germinali
immature, da spermatozoi alterati, da celule epiteliali desquamate dele vei
spermatiche, da spermatofagi e da rari leucociti. La componente liquida
costituisce il liquido seminale, che deriva dalla combinazione e dal rimescolamento
testicolare e dei prodotti di secrezione delle vie spermatiche e delle ghiandole
annesse.

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Lo scroto (o borsa scrotale) è un sacco, rivestito esternamente da cute, situato
sotto la sinfisi pubica, fra la radice delle cosce, dietro li corpo del pene. Un setto
mediano, setto scrotale, lo divide in una cavità destra e in una sinistra, contenenti
li rispettivo testicolo con l'epididimo e la prima porzione del funicolo spermatico.
Nello scroto si descrivono un'estremità inferiore (fondo) slargata e libera, che
sostiene i testicoli e in genere è più allungata nella metà sinistra, un'estremità
superiore (radice) più ristretta e aderente alla regione pubica, una faccia anteriore
sula quale è presente una doccia longitudinale dove poggia li corpo del pene alo
stato di flaccidità e una faccia posteriore uniformemente convessa che continua
posterosuperiormente con il perineo. Sulla superficie esterna, lungo la linea
mediana, è presente una sottile cresta longitudinale, il rafe dello scroto, che
anteriormente continua sulla faccia inferiore del pene e posteriormente prosegue
sul perineo fino all'ano. Il rafe rappresenta l'esito dela saldatura delle pieghe
genitali scrotali che ha luogo verso la fine del terzo mese di vita intrauterina.
Le arterie derivano dall’arteria pudenda esterna e perineale; agli strati più profondi
della parete si distribuiscono anche le ultime diramazioni delle arterie
cremasteriche. Le vene formano nella parte scrotale una retta abbondante dalla
quale originano tronchi che, seguendo a ritroso le arterie, si scaricano nelle vene
grandi safene o nelle vene femorali e nelle vene pudende interne. I nervi si dividono
in anteriori, che derivano dal ramo genitale del nervo genito femorale; inferiori che
nascono dai rami perineali del nervo cutaneo posteriore del femore; posteriori,
originati dai nervi perineali. La tonaca dartos è fornita di innervazione simpatica
parasimpatica con fibre che giungono seguenti sanguigni.
La parete dello scroto ha una disposizione complessa ed è costituita da una serie
di strati regolarmente sovrapposti, in parte comuni alle due cavità scrotali e in
parte pertinenti al rispettivo funicolo spermatico, che sono in continuità, ancorché
con una diversa nomenclatura, agli strati della parete addominale anteriore. La
cute dello scroto è sottile ed elastica, provvista di peli radi e lunghi, notevolmente
pigmentata. Presenta delle pliche trasversali che, dal rafe, si dirigono lateralmente.
Aderente alla superficie interna della cute si trova la tonaca dartos, dello spessore di
circa 2 mm, formata da cellule muscolari scarsamente differenziate e
miofibroblasti, che costituiscono una sorta di muscolo pellicciaio. La fascia
spermatica esterna riveste strettamente il muscolo cremastere, un muscolo
scheletrico che, derivando dai muscoli larghi dell’addome, costituisce una sorta di
canestro di fibre muscolari attorno al testicolo e che, con la sua contrazione
avvicina il testicolo al tronco. La stimolazione del lato interno della coscia provoca
la contrazione riflessa del muscolo cremastere. La fascia spermatica interna
rappresenta la continuazione dell’omonima fascia del funicolo spermatico.

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SISTEMA DIGERENTE
Assunzione del cibo, masticazione e digestione sono le tappe preliminari delle
trasformazioni degli alimenti che permettono a questi ultimi di fornire energia
all’organismo. Con l'assorbimento, una serie di composti relativamente semplici
viene immessa nella circolazione sanguigna e linfatica; il sistema digerente svolge
inoltre la funzione di escrezione, ossia eliminazione di cataboliti che, se immessi
nell’organismo, risulterebbero tossici. Nell’insieme il sistema digerente si configura
come un lungo tubo detto anche canale alimentare, nel quale il materiale assunto
viene preparato alla successiva digestione. Nei diversi tratti del canale alimentare
si stabiliscono condizioni ambientali che consentono un trattamento differente per
le varie componenti degli alimenti; queste condizioni sono determinate dalle attività
secretive degli epiteli della tonaca mucosa del canale. Allo stabilirsi di tali
condizioni partecipano anche i prodotti di secrezione di voluminosi organi
ghiandolari endocrini i quali, tramite i dotti escretori rimangono connessi al canale
e in esso riversano il loro secreto (es: ghiandole salivari maggiori, annessi della
bocca ecc.). Il sistema digerente comunica con l’esterno attraverso le sue due
estremità, cefalica e caudale, rispettivamente mediante la rima boccale e l’orifizio
anale. Il canale occupa la testa, il collo e tutte le porzioni del tronco, in particolare
nella testa troviamo la bocca, l’istmo delle fauci e parte della faringe, nel collo
parte di faringe ed esofago, nel torace parte dell’esofago, nell’addome parte
dell’esofago, stomaco, intestino tenue, parte del colon, nella pelvi parte del colon e
l’intestino retto. Gli organi del sistema digerente, ad eccezione di pancreas e
duodeno, sono rivestiti da una tonaca sierosa, il peritoneo.

BOCCA
Di questa fanno parte gli organi essenziali per la masticazione, i denti, per
l’articolazione del linguaggio, la lingua, per la produzione della saliva, le ghaiandole
salivari. La bocca è corredata da una tonaca mucosa ed è contraddistinta da
diversificazioni strutturali e da una ricca vascolarizzazione ed innervazione,
assicurata da cinque paia di nervi cranici. Essa è costituita da un’impalcatura
scheletrica formata dalle due mascelle dx e sn, dalla mandibola e da parti molli
(labbra, guance, palato molle). Le arcate alveolari, dentali mascellari e mandibolari
dividono la bocca in due compartimenti cavi: anteriormente ed esternamente il
vestibolo della bocca, internamente la cavità orale.

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VESTIBOLO DELLA BOCCA
Il vestibolo della bocca è una cavità delimitata da due pareti, una posteriore ed una
anteriore, è in rapporto con la cavità orale mediante il trigono retromolare.
Rispetto al vestibolo, le labbra sono poste anteriormente, l’arcata alveolodentale
posteriormente e le guance lateralmente. In condizioni standard il vestibolo asi
presenta come una fessura a forma di ferro di cavallo delimitata superiormente e
inferiormente da due solchi vestibolari sup e inf.

CAVITÀ’ ORALE PROPRIAMENTE DETTA


La cavità orale propriamente detta è delimitata anteriormente e lateralmente dalle
arcate alveolodentali, superiormente dal palato duro, posteriormente da palato
molle e dall’istmo delle fauci, inferiormente dal pavimento della bocca. L’istmo
delle fauci è lo spazio che mette in comunicazione la cavità orale con l’orofaringe,
delimitato dagli aghi palatoglossi. La cavità comunica col vestibolo mediante
numerosi interstizi che separano i denti tra di loro, gli spazi interdentali e il
trigono retromolare. Indipendentemente da ciò la cavità comunica con il
vestibolo quando la mandibola si abbassa, essa inoltre comunica con l’esterno
attraverso un orifizio, la rima boccale.

PARETE ANTERIORE DELLA BOCCA - LABBRA


Le labbra sono due formazioni muscolomembranose poste tra la piramide nasale e
il mento che delimitano la rima boccale, che termina in ambedue i lati nelle
commessure labiali. Esse presentano una superficie esterna , una interna e un
margine libero. La superficie esterna del labbro superiore è limitata in alto dalla
base della piramide nasale e ai lati da due solchi, i solchi nasolabiali, che si
portano obliquamente verso la commessura e segnano i confini con le guance;
essa è divisa in due triangoli da un solco sagittale mediano, il filtro, che va dal
setto nasale al margine libero del labbro superiore , determinando i un piccolo
rilievo, il tubercolo labiale.
La superficie esterna del labbro inferiore è delimitata inferiormente dal mento
attraverso un solco rivolto verso il basso, il solco mentolabiale.
Il margine libero è la zona in cui la cute si ripiega e diventa tonaca mucosa labiale,
costituendo il cosiddetto orletto. Qest’ultimo si presenta con superficie liscia di
colorito roseo variabile in base alla vascolarizzazione dello strato papillare del
derma sottostante.

VASI E NERVI
Arterie - labbro superiore ed inferiore sono vascolarizzati rispettivamente dalle
arterie labiali superiore e inferiore, due per labbro, che provengono dall’arteria
facciale. Ad esse giungono anche rami delle arterie infraorbitaria, sottomentoniera,
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buccale ecc.
Vene - abbiamo la vena labiale sup e le vene labiali inf, che derivano
rispettivamente dalla vena facciale e dalla vena sottomentoniera.
Linfatici - i vasi linfatici del labbro superiore seguono la vena facciale e
confluiscono nei linfonodi sottomandibolari e, in parte, nei linfonodi cervicali.
Nervi - l’innervazione motoria delle labbra è garantita dal nervo facciale, quella
sensitiva dal nervo trigemino attraverso i nervi infraorbitario e mentonieri.
Nel contesto dello spessore delle labbra distinguiamo un piano cutaneo, uno
sottocutaneo, uno muscolare, uno sottomucoso ed uno mucoso.
Cute - costituita dall’epidermide e dal derma. L’epidermide con i follicoli piliferi, le
ghiandole sebacee e sudoripare è formata da cheratinociti, melanociti e cellule
dendritiche .
Tessuto sottocutaneo - di spessore variabile, esso è sede di una ricca rete di vasi
di pertinenza delle arterie e delle vene labiali.
Piano muscolare - costituito dal muscolo orbicolare della bocca, formato da due
fasci che si incrociano nella commessura labiale.
Tonaca mucosa - costituita da un epitelio di rivestimento pavimentoso con uno
spessore maggiore di quello della cute e da una lamina propria costituita da
tessuto connettivo fibroso con abbondanti fibre elastiche.

PARETI LATERALI DELLA BOCCA - GUANCE


Esse costituiscono le pareti laterali della cavità orale e si estendono dal margine
inferiore dell’orbita al margine inferiore della mandibola e, in larghezza, dal margine
posteriore del muscolo massetere alla commessura labiale e alle pareti laterali del
naso. Solchi ben definiti separano le guance dal naso e dalle labbra e prendono
rispettivamente il nome di solco nasogenieno e solco nasolabiale. La porzione
media delle guance cambia forma a seconda dell’apertura della bocca e secondo
la pressione dell’aria contenuta nella bocca. La faccia esterna delle guance è
generalmente convessa, nei soggetti magri è lievemente depressa verso la cavità
orale. La faccia interna aderisce allo scheletro facciale ed è tappezzata dalla
tonaca mucosa che dal solco gengivale si riflette sui margini di mascella e
mandibola, indietro sull’arco palatoglosso e in avanti sulla faccia posteriore delle
labbra. Il margine superiore della porzione media della guancia si trova a livello
dell’apice degli alveoli dentali della mascella, il margine inferiore segue la linea
obliqua della mandibola, l’anteriore segna il confine con le labbra mentre il
posteriore corrisponde al ramo della mandibola.
VASI E NERVI
Arterie - provengono dall’arteria trasversa della faccia, ramo dell’arteria temporale
superficiale, dall’arteria alveolare inf e dall’arteria buccale, rami dell’arteria
mascellare.
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Vene - sboccano nella vena facciale, nelle vene temporali superficiali e nel plesso
pterigoideo.
Linfatici - formano due sottili reti, cutanea e mucosa. La cutanea sbocca nei
linfonodi sottomandibolari e nei linfonodi parotidei superficiali; la mucosa drena nei
linfonodi cervicali superficiali e sottomandibolari.
Nervi - comprendono rami motori e sensitivi: i motori provengono dai tronchi
temporofacciale e cervicofacciale; i sensitivi dal nervo buccale.
Cute - sottile e vascolarizzata, ricca di ghiandole sudoripare e sebacee.
Tessuto sottocutaneo - presenta ab- bondante tessuto adiposo che costituisce
una particolare formazione adiposa, li corpo adiposo della bocca. All'esterno del
corpo adipososi trovano fasci di muscoli cutanei della faccia come i muscoli
grande zigomatico e piccolo zigomatico, il muscolo elevatore dell'angolo della
bocca.
Strato fasciale - costituito dalla fascia di rivestimento del muscolo buccinatore
che, indietro, continua con il rafe pterigomandibolare.
Strato muscolare - formato dal muscolo buccinatore che si estende dalla
commessura al rafe pterigomandibolare, Questo muscolo conferisce alla guancia
tonicità ed è innervato dal nervo facciale.
Tonaca mucosa - costituita da un epitelio pavimentoso strati- ficato con una
lamina propria ricchissima di fibre elastiche.

PARETE SUPERIORE DELLA BOCCA - PALATO DURO


Esso è costituito anteriormente dalla volta del palato duro che forma la parete
superiore della cavità orale propriamente detta, posteriormente dal palato molle
che, insieme all’istmo delle fauci, forma la parete posteriore della cavità orale. Il
palato duro è una regione a forma di ferro di cavallo delimitata in avanti dai
processi alveolari della mascella, mediamente è presente un rafe fibroso, rafe
palatino, che divide la regione in due metà perfettamente simmetriche; a destra e
a sinistra di quest’ultimo il palato duro presenta anteriormente un sistema di creste
rugose, posteriormente è liscio e continua col palato molle. Il palato duro si
compone di due strati: uno osseo ed uno mucoso. L’impalcatura ossea è costituita
dai processi palatini delle mascelle, saldati alle ossa palatine mediante la sutura
palatina trasversa. La porzione del palato duro che corrisponde alla
suturapalatina mediana si solleva spesso in un cercine anteroposteriore, il torus
palatinus.

VASI E NERVI
Arterie - provengono dall’arteria sfenopalatina e dall’arteria palatina discendente.
L’arteria palatina discendente, arrivata nel palato duro si divide in due ordini di

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rami: uno si dirige posteriormente ed è meno voluminoso, l’altro, che lo è
maggiormente, si porta verso la faccia anteriore del palato duro;
Vene - seguono lo stesso tragitto delle arterie, ma in senso inverso;
Linfatici - formano nella tonaca mucosa una rete che si getta nei linfonodi cervicali
laterali profondi, situati sulla giugulare interna, poco al di sotto del m. Digastrico;
Nervi - l’innervazione proviene dal nervo palatino maggiore e dal nervo
nasopalatino, che si staccano dal ganglio pterigopalatino; i due nervi si
distribuiscono sia agli elementi propri della tonaca mucosa sia alle ghiandole
palatine. I calici gustativi presenti nell’epitelio sono innervati dal nervo intermedio.
La tonaca mucosa, molto spessa, è strettamente aderente al periostio e le due
membrane non possono separarsi tra loro; sulla superficie superiore del palato
duro, in corrispondenza delle cavità nasali, questa si presenta liscia, mentre, sul
versante che guarda la cavità orale si presenta rugosa. In quest’ultimo versante,
essa formerà il palato duro, e sarà composta da un epitelio pavimentoso
stratificato e da una lamina occupata da due ammassi ghiandolari: le ghiandole
palatine , che si aprono sulla superficie libera della tonaca mucosa. Esse, nella
parte superiore della volta si trovano sovrapposte in più strati, mentre tendono
quasi a scomparire in corrispondenza di uno spazio anteriore delimitato da una
linea orizzontale passante per i denti canini.

PARETE POSTERIORE DELLA BOCCA - PALATO MOLLE


Il palato duro si prolunga indietro in un setto muscolomembranoso chiamato
palato molle. Il suo margine anteriore si inserisce nel posteriore del palato duro; il
posteriore è fluttuante e si riflette verso la base della lingua; lateralmente si attacca
al massiccio sfenomascellare, continuando con la faringe. La sua faccia
anteroinferiore è la faccia buccale, che guarda verso la cavità orale e presenta
sulla sua linea mediana un rafe che fa seguito al rafe palatino; la faccia
posterosuperiore è la faccia nasale, che guarda verso le cavità nasali. I margini
laterali continuano, in senso anteroposteriore con le gengive superiori e con le
pareti laterali della faringe. Il margine inferiore, libero, guarda in basso ed è
costituito dall’ugola palatina, prolungamento verticale di forma cilindrica o
conicache si trova nel margine posteriore del palato duro. Dalla base dell’ugola
partono 4 pieghe mucose, 2 anteriori e 2 posteriori: i due archi anteriori, gli archi
palatoglossi, formano, uniti tra di loro, un’arcata che, unita alla base della lingua,
forma un’apertura detta istmo delle fauci, che mette in comunicazione bocca e
fringe. I due archi posteriori, o palatofaringei unendosi tra di loro circoscrivono un
orifizio che media la comunicazione tra la faringe e la parte posteriore delle cavità
nasali, motivo per cui viene chiamato meato nasofaringeo. Le due coppie di
archi, quando si allontanano tra di loro, delimitano una depressione profonda di

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forma triangolare detta fossa tonsillare, in cui ha sede la tonsilla palatina.

ARTERIE E VENE
Arterie - hanno origine dall’arteria palatina discendente, dall’arteria palatina
ascendente e dall’arteria faringea ascendente.
Vene - si dividono in vene sup e inf: le sup si uniscono alle vene posteriori della
tonaca mucosa delle cavità nasali; le inf, tra cui la palatina esterna, si uniscono
con quelle delle tonsille e della base della lingua per gettarsi nella giugulare interna
o nella vena facciale.
Linfatici - anch’essi distinti in sup e inf, si dirigono tutti posteriormente verso la
faringe, e dopo averne attraversato il muscolo costrittore terminano nei linfonodi
cervicali laterali profondi.
Nervi - sono sensitivi e motori. I sensitivi provengono dai tre nervi palatini; i motori
sarebbero rappresentati da un ramo motore del nervo palatino posteriore che
innerverebbe i muscoli del palato molle dividendosi in un ramo esterno e uno
interno destinati, rispettivamente, ai muscoli palatoglosso e palatofaringeo. (Vedi
pag 11 e decidi se mettere tutte le fonti).
Il palato molle si presenta come un ponte sospeso alla base cranica per mezzo di
una cinghia muscolare che dall’ugola palatina, con i 4 archi va ad adagiarsi su
lingua e faringe. Di questa cinghia muscolare fanno parte, oltre che il muscolo
dell’ugola, anche i muscoli estrinseci tensore del velo palatino ed elevatore del
velo palatino, e intrinseci palatoglosso e palatofaringeo, che vanno a formare gli
archi dell’istmo delle fauci. Quest’impalcatura è ricoperta dalle tonache mucose
sup e inf che si riuniscono nel margine libero del palato molle. La tonaca mucosa
superiore continua la tonaca mucosa delle cavità nasali presentando un tipico
epitelio respiratorio formato da cellule cilindriche con ciglia vibratili. La tonaca
mucosa inferiore continua quella della cavità orale mostrando un tipico epitelio
pavimentoso stratificato.

TONSILLA PALATINA
E’ un organo linfoide annesso alla tonaca mucosa del palato molle che ha sede a
livello dell’istmo delle fauci. Essa occupa la concavità descritta con il nome di
fossa tonsillare che risulta dal divaricamento tra gli archi palatoglosso e
palatofaringeo del palato molle. Ha forma di un ovoide appiattito. La tonsilla
palatina presenta due facce: laterale e mediale; due margini: anteriore e posteriore
e due estremità: sup e inf.
Faccia laterale - convessa e circondata da tessuto connettivo che costituisce la
capsula tonsillare. E’ costituita da elementi fibroelastici e fibre muscolari da cui
partono prolungamenti che penetrano nel tessuto proprio della tonsilla e affondano
nella tonaca mucosa. Essa è costituita da diversi piani che formano la parete
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laterale della faringe: il muscolo amigdaloglosso, che forma con il muscolo
controlaterale un’ansia che corrisponde con le sue estremità alle tonsille e con la
sua parte media alla base della lingua; la fascia faringobasilare, il muscolo
stiloglosso che va a formare uno iato muscolare nella parete faringea; il nervo
glossofaringeo che decorre verso la tonsilla palatina. L’arteria palatina
ascendente risale verticalmente all’esterno del nervo glossofaringeo, incrociando
ed emettendo l’arteria tonsillare, arteria propria della tonsilla. La tonsilla palatina
è situata poco al di sopra dell’angolo della mandibola ed è separata dal muscolo
pterigoideo da tessuto connettivo lasso che forma uno spazio noto come spazio
paratonsillare.
Faccia mediale - ricoperta interamente dalla tonaca mucosa della faringe e
presenta un gran numero di orifizi, le cripte tonsillari che si spingono fino al
centro dell’organo; la tonaca mucosa che riveste l’arco palatoglosso si prolunga
indietro formando una piega triangolare di His che ricopre una parte della tonsilla
palatina.
Margini - i due margini ant e post sono in contatto rispettivamente con l’arco
palatoglosso e palatofaringeo. Tra il margine anteriore della tonsilla palatina e
l’arco palatoglosso vi è un solco detto spazio pretonsillare, mentre tra il margine
posteriore e l’arco palatofaringeo è presente lo spazio retrotonsillare. In alto
ambedue gli spazi sboccano nella fossetta sopratonsillare.
Estremità - quella inf guarda la base della lingua, mentre la sup corrisponde
all’angolo formatosi all’avvicinarsi dei due archi palatoglosso e palatofaringeo. In
questo punto tra la fossetta palatina e la porzione alta dei due archi esiste una
piccola depressione triangolare chiamata fossetta sopratonsillare. Questo spazio
è invaso da tessuto linfoide e continua con un piccolo canalicolo cieco, la fessura
tonsillare, che si approfonda nel palato molle all’incrocio dei due archi.

VASI E NERVI
Arterie - la tonsilla palatina è irrorata dall’arteria tonsillare, talvolta è presente
anche un’arteria tonsillare superiore che deriva dall’arteria faringea ascendente o
dall’arteria facciale. Nell’interno dell’organo le arteriose penetrano nei setti
connettivali e si risolvono in una rete capillare che si irradia in tutti i sensi andando
a formare così, attorno ad ogni nodulo linfoide, un cerchio arterioso.
Vene - si formano sulla faccia esterna della tonsilla palatina due plessi, ant e post,
che sboccano nella vena palatina esterna.
Linfatici - originano dai plessi linfatici peri- e intrafollicolare e si dirigono verso i
setti interlobari raggiungendo la faccia laterale della tonsilla palatina, da dove si
portano all’esterno. Da qui, per mezzo della fascia faringobasilare terminano nei
linfonodi cervicali profondi.

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Nervi - provengono dl plesso tonsillare, costituito da nervi linguale, ramo del
nervo mandibolare e glossofaringeo.
La capsula tonsillare invia dalla sua faccia interna nello spessore dell’organo un
sistema di setti verticali connettivali che dividono la tonsilla palatina in lobi. Questi
setti decorrono tra due cripte tonsillari primarie. Da ognuno di questi possono
derivare diramazioni, le cripte tonsillari secondarie. Le pareti delle cripte sono
rivestite da epitelio pavimentoso stratificato al di sotto del quale vi è una lamina
ricca di tessuto linfoide. Intorno alla tonsilla palatina vi sono numerose piccole
ghiandole mucose di tipo salivare i cui dotti sboccano sulla superficie libera
dell’epitelio che la riveste. La tonsilla palatina, insieme alle altre tonsille dell’anello
linfoide della faringe rappresenta un organo di difesa contro batteri patogeni che
dall’ambiente esterno penetrano nel sistema digerente.

PAVIMENTO DELLA BOCCA


E’ costituito da tutta quella porzione della bocca che si trova tra il corpo della
mandibola e l’osso ioide. Inseriti in queste parti ossee vi sono i muscoli miloioidei. I
due muscoli miloioidei dx e sn, uniti sulla linea mediana da un rafe, che formano il
substrato del pavimento della bocca. Questi costituiscono una doccia contrattile
che segue i movimenti della mandibola e dell’osso ioide durante masticazione e
deglutizione. Posteriormente questa doccia è chiusa al centro dalla radice della
lingua. Al di sopra del piano dei muscoli miloioidei vi sono i muscoli genioioidei
dx e sn; infine, sul rafe mediano troviamo i muscoli genioglossi. La regione
sottolinguale definisce una zona triangolare del pavimento della bocca. Il cui apice
si trova dietro i denti incisivi, mentre la base corrisponde alla faccia inferiore della
lingua, dove vi è la radice della lingua che la mette in comunicazione con laregione
sopraioidea del collo. La tonaca mucosa che riveste la regione sottolinguale segue
la conformazione a doccia del piano muscolare sottostante e continua nell’ arcata
alveolodentale mandibolare. L’aspetto esteriore di questaregione è quello di un
solco a ferro di cavallo, solco sottolinguale. Essa appare rosea e vi si individuano
le vene profonde della lingua. Sulla linea mediana la tonaca mucosa forma una
piega che fissa la faccia inferiore della lingua al pavimento della bocca, chiamata
frenulo della lingua a lato del frenulo si individua un piccolo tubercolo, la
carrucola o papilla sottolinguale, sbocco del dotto sottomandibolare. Tra le
arcate dentali e questi orifizi, la tonaca mucosa del pavimento della bocca è
sollevata dai rilievi delle ghiandole sottolinguale in due protuberanze ovoidali.
L’arteria e la vena sottolinguali decorrono lungo la faccia delle ghiandole
omonime.
VASI E NERVI
Arterie - la vascolarizzazione arteriosa è assicurata principalmente dall’arteria

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sottolinguale che si anastomizza con l’arteria sottomentoniera.
Vene - si gettano nella vena sottolinguale.
Linfatici - confluiscono nei linfonodi cervicali anteriori e laterali profondi.
Nervi - si distinguono in: sensitivi e motori. La componente sensitiva è assicurata
dal nervo linguale, che veicola anche fibre eccitosecretrici parasimpatiche
pregangliari per la ghiandola sottolinguale si interrompono nel ganglio sottolinguale
da cui originano le fibre postgangliari. I nervi motori provengono dal nervo
trigemino, tranne che per i muscoli genioglosso, innervato dal nervo ipoglosso, e
genioioideo, innervato da fibre provenienti dal ramo anteriore del primo nervo
cervicale.
La tonaca mucosa è caratterizzata da un epitelio pavimentoso stratificato non
cheratinizzato, particolarmente sottile. La lamina propria è ricca di fibre elastiche
con poche papille linguali brevi e sottili.
La tonaca sottomucosa è costituita da uno strato di tessuto connettivo lasso che
consente un’ampia possibilità di scorrimento e favorisce la mobilità della lingua.
Profondamente essa poggia sul piano dei muscoli miloioidei e posteriormente si
porta oltre il margine libero di tali muscoli.

LINGUA
Organo muscolare impari e mediano situato nello spazio parabolico circoscritto
dalle arcate dentali mandibolare e mascellare. E’ disposta in direzione sagittale ed
il suo apice si inclina in basso ed in avanti. In essa si distinguono un corpo ed
unaradice. Nel corpo si descrivono una faccia superiore (che ha una faccia
anteriore ed una posteriore), una faccia inferiore, due margini laterali, una base ed
un apice.
Dorso della lingua: presenta le papille vallate, disposte sul solco terminale della
lingua, la lingua ha un aspetto alquanto uniforme ed è in rapporto con il palato
duro, talvolta il dorso è percorso dai solchi profondi che definiscono la cosiddetta
lingua o pieghe. Questi solchi, che si trovano ai margini laterali, sono spesso
disposti con regolarità. Altri solchi, detti tardivi, compaiono nel 60% degli adulti di
età superiore ai 40 anni. Aboralmente al solco terminale, la superficie della lingua è
alquanto irregolare, sollevata dai numerosi rilievi follicolari. In corrispondenza di
questa regione si notano tre pieghe mucose a direzione anteroposteriore: le
pieghe glossoepiglottiche.
Faccia inferiore della lingua: meno estesa rispetto al dorso, riposa sul pavimento
della bocca. Presenta sulla linea mediana un solco a cui fa seguito una piega della
tonaca mucosa, il frenulo della lingua, di forma semilunare, è resistentissimo e
limita i movimenti della lingua. Ai lati del frenulo si osservano le due vene profonde
della lingua. Nel neonato e nel bambino la faccia inferiore della lingua presenta una

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ripiegatura della tonaca mucosa, piega fimbriata, che si atrofizza man mano che
l’individuo cresce, ma ne rimane qualche traccia nell’adulto.
Margini della lingua: liberi e arrotondati, corrispondono alle arcate dentali.
Base della lingua: è larga e spessa ed è in rapporto, andando in senso
anteroposteriore, con i muscoli miloioidei e genioioidei, con l’osso ioide e con
l’epiglottide.
Apice della lingua: appiattito e mostra il punto di unione dei solchi superiore ed
inferiore della lingua che dividono l0organo in due metà simmetriche.
Radice della lingua: è la parte non visibile dell’organo, costituita esclusivamente
da tessuto connettivo con vasi e nervi, e da muscoli.
VASI E NERVI
Arterie - troviamo l’arteria linguale, l’arteria platina ascendente e l’arteria
faringea inferiore. Le arterie destinate alla tonaca mucosa hanno la stessa origine
e sono fornite principalmente dai rami linguali dorsali dell’arteria linguale,
dall’arteria profonda della lingua e dall’arteria [Link] - raggiungono
la faccia esterna del muscolo ioglosso e si riuniscono in un
tronco comune, la vena linguale, che si getta nella vena giugulare interna. Le
venute che provengono dalle papille linguali si riuniscono al di sotto della tonaca
mucosa della lingua con le vene provenienti dalle formazioni ghiandolari e
anch’esse sboccano nella vena giugulare interna.
Linfatici - i vasi del corpo muscolare si uniscono ai vasi efferenti della rete linfatica
della tonaca mucosa. Questa, si suddivide in una parte anteriore o buccale, una
posteriore o faringea e in una rete nella tonaca mucosa della faccia inferiore della
lingua. La prima è costituita da vasi estremamente sottili a livello dell’apice della
lingua. I capillari linfatici della faringe formano una rete parallela al solco obliquo
disegnato dalla serie di follicoli linguali. I linfonodi linguali ricevono la linfa dalla
porzione anteriore della lingua e drenano nei linfonodi sottomandibolari.
Nervi - si dividono in motori e sensitivi. I motori provengono dal nervo ipoglosso, il
muscolo palatoglosso, invece, è innervato dal plesso faringeo. La sensibilità
generale della porzione anteriore della lingua è raccolta dai rami linguali del nervo
linguale (terza branca del trigemino) questi raccolgono la sensibilità dei muscoli
della lingua. Il nervo linguale raccoglie raccoglie la sensibilità gustativa. Il sistema
simpatico innerva i vasi e le ghiandole linguali.
La lingua è costituita da un’impalcatura osteofibrosa, scheletro della lingua, da
numerose formazioni muscolari, muscoli della lingua, e da un rivestimento
mucoso, la tonaca mucosa della lingua.
Scheletro della lingua: è formato dall’osso ioide e da due lamine fibrose , la
membrana ioglossa e il setto linguale. L’osso ioide è situato al di sotto e dietro la
lingua e su di esso si inseriscono i fasci muscolari. La membrana ioglossa è una

10
lamina fibrosa situata nella parte aborale della lingua e diretta trasversalmente. Si
distacca dal margine superiore dell’osso ioide per portarsi in alto, verticalmente e
in avanti. Il suo margine inferiore corrisponde al superiore dello ioide. Il margine
superiore è convesso e si perde in mezzo alle fibre muscolari della lingua. La sua
faccia posteriore corrisponde alla porzione aborale della tonaca mucosa. La faccia
anteriore da inserzione a numerosi fasci del muscolo genioglosso e si confonde
sulla linea mediana col setto linguale. Il setto linguale è una lamina fibrosa situata
sulla linea mediana tra i due muscoli genioglossi.
Muscoli della lingua: si possono dividere in estrinseci ed intrinseci. Gli estrinseci
si possono dividere in due gruppi a seconda della loro origine: genioglosso,
ioglosso e stiloglosso che originano da ossa che si trovano vicino alla lingua;
alsecondo gruppo appartengono i muscolo palatoglosso, costrittore superiore
della
faringe e amigdaloglosso che originano da muscoli vicini alla lingua. I muscoli
intrinseci della lingua comprendono i muscoli longitudinali sup e inf della lingua, il
trasversa della lingua e il verticale della lingua.
ESTRINSECI:
Muscolo genioglosso: è il più voluminoso e ha forma di un ampio triangolo;
Muscolo ioglosso: è sottile, appiattito e quadrilatero, situato nella parte laterale
ed inferiore della lingua;
Muscolo stiloglosso: muscolo lungo e sottile che si inserisce sulle parti anteriore
e laterale del processo stiloideo dell’osso temporale e sulla parte più alta del
legamento stilomandibolare;
Muscolo palatoglosso: situato nello spessore dell’arco palatoglosso o pilastro
anteriore delle fauci;
Parte glossofaringea del muscolo costrittore sup della faringe: è un fascio di
fibre muscolari che il muscolo costrittore sup della faringe invia ai lati della lingua;
Muscolo amigdaloglosso: piccolo muscolo appiattito e sottile esteso dalla
tonsilla palatina alla lingua.
INTRINSECI:
Muscolo longitudinale sup della lingua: costituito da uno strato sottile di fibre
longitudinali e oblique poste sotto la tonaca mucosa del dorso della lingua che si
estendono dal tessuto fibroso sottomucoso vicino all’epiglottide in avanti e dal
setto linguale ai margini della lingua;
Muscolo linguale superiore: formato da fibre che vanno dalla base all’apice della
lingua, la sua porzione mediana si inserisce sulla piega glossoepiglottica mediana,
mentre le porzioni laterali, dx e sn, originano dai corni dell’osso ioide, le diverse
parti del muscolo si portano all’apice della lingua;
Muscolo longitudinale inferiore della lingua: lamina ristretta di tessuto

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muscolare che si trova vicino alla superficie inferiore della lingua tra i muscoli genio
e ioglosso e si estende dalla radice all’apice della lingua fondendosi anteriormente
col muscolo stiloglosso;
Muscolo linguale inferiore: origina dai corni minori dell’osso ioide e termina sulla
faccia profonda della tonaca mucosa dell’apice della lingua;
Muscolo trasverso della lingua: chiamato così per la direzione delle sue fibre,
costituito da un insieme di fasci che si portano trasversalmente dalla linea mediana
verso i margini della lingua. I suoi fasci si inseriscono sulle facce laterali del setto
linguale e terminano sulla tonaca mucosa dei margini della lingua;
Muscolo verticale della lingua: le sue fibre dal dorso si portano alla faccia
inferiore della lingua

TONACA MUCOSA DELLA LINGUA


copre tutte le regioni ad eccezione della base della lingua, sul contorno della quale
si riflette per continuare con la tonaca mucosa delle strutture vicine.
Posteriormente, la tonaca mucosa della lingua continua con la tonaca mucosa
della faringe e della laringe formando le tre pieghe glossoepiglottiche mediana e
laterali, sui lati con la tonaca mucosa del palato molle e della tonsilla, in avanti e in
basso con la tonaca mucosa del pavimento della bocca, formando sulla linea
mediana li frenulo della lingua. La tonaca mucosa della lingua è formata da un
epitelio di rivestimento pavimentoso stratificato, non cheratinizzato, e da una
lamina costituita da fasci di fibre collagene. L'aderenza della tonaca mucosa al
piano profondo fibromuscolare dipende dallo spessore e dalla consistenza della
tonaca sottomucosa che è costituita da tessuto connettivo più o meno denso o
lasso. Essa aderisce particolarmente al dorso della lingua, dov’è assente la tonaca
sottomucosa. Ai margini laterali del corpo della lingua si trova una tonaca
sottomucosa costituita da tessuto connettivo lasso. In corrispondenza della faccia
inferiore della lingua la tonaca mucosa è liscia e riccamente vascolarizzata,
permettendo l’assorbimento di farmaci. Sul dorso, invece, si ritrovano rilievi
papillari simili alle papille del derma ed è presente anche un ricco contingente
ghiandolare, costituito da ghiandole sierose e mucose, e i noduli linfoidi che
costituiscono la tonsilla linguale.

PAPILLE LINGUALI
Le papille linguali sono piccole sporgenze che si trovano su tutta la superficie
superiore della tonaca mucosa della lingua. Si possono distinguere diversi tipi di
papille: vallate, fungiformi, filiformi, foliate ed emisferiche.
Papille vallate: sono le più voluminose e risultano costituite da una sporgenza
centrale, la papilla propriamente detta con attorno una ripiegatura a forma di
orletto. La papilla centrale è delimitata da un rilievo, il vallo. Al fondo del vallo si
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aprono i dotti escretori di numerose ghiandole il cui secreto mantiene libero il vallo
in modo tale che i calici gustativi siano sempre in grado di ricevere gli stimoli
portati dal cibo.
Papille fungiformi: sono rigonfie alla loro estremità libera, la testa, e ristrette alla
loro estremità aderente, il peduncolo; sono localizzate sul dorso della lingua e
risultano più numerose in corrispondenza dell'apice.
Papille filiformi: Sono presenti su tutto il dorso della lingua e hanno due funzioni:
la prima è di trattenere gli alimenti impedendone lo scivolamento e mantenendo il
cibo tra i denti durante la masticazione; la seconda è tattile, in quanto sono
riccamente innervate da fibre nervose non mielinizzate e vengono considerate
meccanocettori. Difatti gli stimoli tattili vengono amplificati a livello delle
papillefiliformi e i corpi estranei sembrano assumere un volume maggiore di quello
reale.
Inoltre, essendo sottoposte a numerose sollecitazioni meccaniche, presentano al
loro apice un epitelio pavimentoso composto cheratinizzato. Nelle papille filiformi
mancano i calici gustativi.
Papille foliate: Sono costituite da una serie di pieghe verticali, addossate le une
alle altre con le loro facce adiacenti. Ognuna di queste pieghe è separata da
quella adiacente attraverso un piccolo solco. Sui versanti di ogni solco vi sono
numerosi calici gustativi e nel fondo dei solchi si aprono i dotti escretori di
numerose ghiandole gustative a secrezione sierosa.
Papille emisferiche: Occupano la faccia superficiale della lamina propria della
tonaca mucosa e presentano forma che può essere sia conica, sia emisferica.
CALICI GUSTATIVI: Tra le cellule dell'epitelio pavimentoso composto che riveste i
solchi delle papille vallate, delle papille foliate e delle papille fungiformi della lingua
si trovano organi di senso specializzati, chiamati calici gustativi, di forma ovoidale
sono stati descritti nel palato e sulla faccia anteriore dell’epiglottide. Essi sono
formati da cellule epiteliali chiare. All’apice del calice gustativo, le cellule
dell’epitelio delimitano un breve tragitto chiamato canale gustativo. Nei calici
gustativi si distinguono le cellule epiteliali gustative, le cellule epiteliali di sostegno
e le cellule epiteliali basali.
Cellule epiteliali gustative: sono elementi piuttosto allungati, che occupano una
posizione centrale nel calice gustativo e la cui estremità apicale è corredata di peli
gustativi nel canale gustativo.
Cellule epiteliali di sostegno: comprendono le cellule pilastro e le cellule
bastoncino. Le prime occupano prevalentemente la periferia del canale gustativo,
le seconde contraggono rapporti più diretti con le cellule gustative.
Cellule epiteliali basali: si trovano al polo profondo del canale gustativo e
rappresentano degli elementi di rimpiazzo o supporto per le cellule epiteliali di
sostegno. Esse giungono a diretto contatto con la lamina basale, dove le
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terminazioni nervose penetrano entro i calici gustativi e formano giunzioni
citoneurali.
TONSILLA LINGUALE
Sul dorso della lingua, la tonaca mucosa cambia la propria configurazione e
presenta sporgenze tondeggianti, mammellonate, che assumono dimensione e
rilievo vari, dovute all’accumulo , nella lamina, di tessuto linfoide con voluminosi
noduli e follicoli, detti follicoli linguali, che formano un insieme continuo
dall’epiglottide alle papille vallate, la tonsilla linguale. Al di sotto dell’epitelio,
nellatonaca, si trovano i noduli linfoidi, che rappresentano la parte essenziale dei
follicoli linguali e ne determinano la sporgenza sulla superficie della lingua. Le
cellule linfoidi, infiltrano l’epitelio di rivestimento della cavità follicolare e lo
attraversano raggiungendo la cavità follicolare. I follicoli linguali sono organi
linfoepiteliali che costituiscono la tonsilla linguale, che completa l’anello linfoide
della faringe. La tonsilla linguale appare simile alla tonsilla palatina presente nell’
istmo delle fauci, da essa si differenzia per le dimensioni e per essere meno
delimitata in profondità.
GHIANDOLE LINGUALI
Sono ghiandole salivari minori e appaiono distinte in 3 gruppi: posteriore, laterale e
anteroinferiore.
Il gruppo posteriore comprende tutte le ghiandole situate nel solco terminale della
lingua. Del gruppo posteriore si distinguono una parte profonda, le ghiandole
linguali posteriori profonde, e una parte superficiale, le ghiandole della radice della
lingua.
Il gruppo laterale, forma una catena che si estende dalle papille vallate all’apice
della lingua. Si tratta di ghiandole intramuscolari in quanto il loro corpo giace nello
spessore del muscolo longitudinale. A livello della regione posteriore del margine
della lingua, le ghiandole linguali costituiscono un piccolo gruppo definito
GHIANDOLA DI WEBER.
Il gruppo anteroinferiore è situato nella faccia inferiore della lingua, si tratta di un
piccolo gruppo di ghiandole linguali noto come ghiandola di Blandin, costituito
dall'unione in uno stesso punto di più ghiandole distinte situate nello spessore dei
muscoli stiloglosso e longitudinale inferiore della lingua. I dotti escretori di tali
ghiandole si aprono sulla faccia inferiore della lingua a ciascun lato del frenulo
della lingua.
ANNESSI DELLA BOCCA
Arcate alveolodentali, sono costituite dai processi alveolari di mascella e
mandibola, ricoperti dalle rispettive gengive e dai denti in essi articolati. Sono in
rapporto, anteriormente, con il vestibolo della bocca e, posteriormente e
lateralmente, con la cavità orale. La fissazione del dente all’alveolo dentale è
completata dalle gengive, che aderiscono al dente formando una specie di anello
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che mantiene il dente ancorato al processo alveolare. La lamina propria della
tonaca mucosa invia nell’ alveolo dentale un prolungamento fibroso che scende
nella cavità alveolare rendendo più saldo il legame tra radice del dente e alveolo
dentale, per questo motivo a tale lamina venne dato il nome di
legamentoparodontale, nell’ambito del quale si possono distinguere il legamento
gengivale
e il legamento dentoalveolare. L’unione dei denti con i loro alveoli dentali è
considerata un’articolazione fibrosa nell’ambito delle sinartrosi, chiamata
sindesmosi dentoalveolare (gonfosi).
Legamento parodontale: tessuto connettivo peculiare per la presenza di
numerose fibre collagene, le fibre perforanti (di Sharpey), nel tessuto osseo
alveolare e nel cemento della radice del dente.
Le fibre collagene sono organizzate in 4 o 5 gruppi:
- Gruppo I o fibre della cresta alveolare: dirette dal processo alveolare al
cemento;
- Gruppo II o fibre orizzontali: decorrono orizzontalmente nello spazio
parodontale;
- Gruppo III o fibre oblique: decorrono obliquamente dall’osso alveolare al
cemento;
- Gruppo IV o fibre apicali: dall’apice della radice del dente all’osso circostante;
- Gruppo V o fibre interradicolari: tra le radici dei denti pluriradicolari, vanno dai
setti interradicolari alle superfici radicolari. Il legamento parodontale, oltre ad
essere essenziale per il turnover dell’osso alveolare, coordina l’adeguamento
occlusale dell’entità dei carichi masticatori. E’ costituito da fasci fibrosi e
contiene vasi e nervi. Dalle arterie alveolari superiori anteriori e superiore po-
steriore e dall'arteria alveolare inferiore originano rami dentali e parodontali, che
comprendono rami pulpari per la vascolarizzazione della polpa dentale, rami
parodontali che irrorano li legamento parodontale e continuano con il plesso
gengivale, rami alveolari che decorrono all'interno dell'osso e che emettono rami
che, a loro volta, raggiungono lo spazio parodontale. L’innervazione è assicurata
da fibre del sistema simpatico.

ARCATE DENTALI
Esse sono formate da due file paraboliche e ininterrotte di denti. A dentizione
ultimata, i denti si allineano a formare le arcate dentali, ognuna delle quali è
divisibile dal piano sagittale mediano in due emiarcate.
In ciascun quadrante, procedendo dalla linea mediana in senso laterale, si
osservano i denti incisivo centrale o mediale, incisivo laterale, canino, primo
premolare, secondo premolare, primo molare, secondo molare e terzo molare. La
15
faccia anterolaterale delle due arcate è convessa e corrisponde alle labbra e alle
guance, la posteromediale è concava ed è in rapporto con la lingua. I rapporti tra
le due arcate sono fisiologici e seguono l’andamento della masticazione.
Inocclusione, l’arcata superiore deborda sull’arcata inferiore, per cui i denti incisivi
superiori si dispongono al davanti degli incisivi inferiori.
La corrispondenza delle arcate dentali si stabilisce solitamente nel seguente modo:
- il dente incisivo superiore centrale riposa sull’incisione inferiore centrale e su
metà dell’ incisivo inferiore laterale;
- L’incisione superiore laterale corrisponde all’altra metà dell’incisivo inferiore
laterale e metà del canino inferiore;
- Il canino superiore si porta tra la metà del canino inferiore e la metà del primo
dente premolare inferiore;
- Il primo dente premolare superiore riposa sull’altra metà del primo dente
premolare inferiore e così per tutti gli altri denti premolari e molari, in cui si
stabilisce un rapporto 1 dente superiore: 2 denti inferiori.
Tutti i denti mostrano, rispetto ad un piano orizzontale, diversi gradi di inclinazione,
in senso sia mesiale-laterale sia vestibolare-linguale. Tuttavia, l’inclinazione dei
denti permette di individuare due linee ricurve a concavità superiore, la curva di
Spee e la curva di Wilson.
La curva di Spee si ottiene congiungendo le cuspidi buccali dei denti posteriori. La
curva di Wilson si ottiene congiungendo le cuspidi buccali e linguali dei denti
molari. In occlusione centrica, in cui si stabilisce il massimo contatto fra le facce
occlusali dei denti antagonisti, l’arcata mascellare sporge in senso vestibolare,
questa sovrapposizione è detta overjet e rappresenta la distanza vestibolare-
linguale sul piano orizzontale tra i margini liberi dei denti. L’overbite è la distanza in
senso verticale tra i margini liberi dei denti. Il contatto fra le superfici occlusali dei
denti delle due arcate avviene all’atto della masticazione e della deglutizione. Con
mandibola ferma, i denti antagonisti sono in contatto fra di loro e stabiliscono i
rapporti di “occlusione centrica“ o di “posizione di riposo“.le variazioni della
normale morfologia occlusale possono farsi Che la mandibola, tramite il sistema
propriocettivo , ricerchi una nuova posizione [Link] chiama parodonto l’insieme
dei tessuti duri e molli che circondano il dente e che contribuiscono alla sua
stabilizzazione nell’arcata alveolo dentale.

DENTI
Nell’uomo si succedono due dentizioni dalle quali originano due serie di denti: i
denti decidui e i denti [Link] denti decidui, il primo erompe all’età di circa
sei mesi, questi denti si mantengono fino all’età di sei anni.i denti permanenti, il
primo erompe all’età di circa sei anni, l’ultimo ad un’età variabile da 18 a 25 [Link]

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dentatura decidua è caratterizzata da tre classi morfofunzionali di denti: incisivi,
canini molari; nella dentatura permanente si descrivono quattro classi: incisivi,
canini, premolari e molari. Ciascuna classe di denti è caratterizzata da un
numeroben definito di denti che costituiscono la formula [Link] dentatura
permanente vi sono due denti incisivi, un canino, due premolari e tre molari per
ogni quadrante, per cui la formula dentale è 2-1-2-3; nella dentatura decidua la
formula è 2-1-2. La formula dentale riferita alle due arcate dentali permanenti
complete è: 3-2-1-2 | 2-1-2-1
3-2-1-2 | 2-1-2-1
Ogni dente umano è formato da quattro tessuti, due superficiali, smalto e
cemento, e due profondi, dentina e polpa. Lo smalto e il cemento rivestono
rispettivamente la corona, e la radice. La dentina si trova sia sotto lo smalto sia
sotto il cemento. La polpa è l’unico tessuto molle, in cui decorrono i vasi e nervi
del dente, che occupa una cavità centrale, la cavità pulpare, che si estende dalla
corona a tutta la radice. Il limite tra corona e radice è detto colletto del dente. Nella
corona si riconoscono un margine in ci sale o libero nei denti anteriori, una faccia
occlusale o masticatoria nei denti posteriori, una faccia vestibolare rivolta verso il
vestibolo della bocca, di cui si distinguono una faccia buccale è una faccia labiale,
una faccia linguale è una faccia [Link] ultime vengono denominate faccia
mesiale e faccia distale per indicare, rispettivamente, quella più vicina al piano
sagittale mediano o piano di simmetria e quella che ne è più lontana.
DENTI INCISIVI: sono otto, erompono tra l’età di 6 e 9 anni, hanno una sola radice
e un margine libero alquanto appiattito [Link] e leggermente
convessa, la faccia linguale è leggermente concava, le facce mesiale e distale
sono triangolari.i denti incisivi superiori centrali sono più grandi di quelli laterali, gli
inferiori centrali sono invece più piccoli di quelli laterali.
DENTI CANINI: sono quattro, erompono tra l’età di 9 e 11 anni, hanno una sola
radice e un margine in ci sale che degrada verso le facce mesiale e distale. Sono i
denti di più lunghi dell’arcata dentale. La faccia vestibolare è convessa, la faccia
linguale è convessa e forma un tubercolo, [Link] facce mesiale e distale della
corona convergono al di sotto delle superfici di contatto in direzione del colletto
del dente. I canini sono più stabili dell’arcata dentale e la loro radice determina una
sporgenza detta “bozza canina”. I denti canini guidano la mandibola nei movimenti
di lateralità.
DENTI PREMOLARI: sono otto, erompono tra l’età di 10 e 12 anni e sono presenti
solo nella dentatura permanente, in quanto sostituiscono i denti molari decidui.
Hanno tutti una sola radice, tranne il primo dente premolare superiore che a due
[Link] faccia occlusale possiede due cuspidi, una boccale e una linguale, la
faccia vestibolare della corona è simile a quella del dente canino; la faccia linguale
è più stretta di quella vestibolare ed evidenzia una convessità tra il terzo cervicale
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del dente e il terzo medio; le facce mesiale e distale convergono verso la faccia
linguale e si presentano convesse. I denti premolari rappresentano i dentiposteriori
e la loro funzione è intermedia fra quella dei denti canini e quella dei
denti molari.
DENTI MOLARI: sono 12, il primo erompe all’età di sei anni, il secondo all’età di
12 anni, il terzo tra 18 e 25 anni. Sono denti monofisari, quindi non sostituiscono i
denti [Link] faccia vestibolare è convessa, la faccia linguale presenta un solco
obliquo che evidenzia la divisione tra le due cuspidi linguali, le facce mesiale e
distale sono convesse, la faccia occlusale è romboidale e presenta da tre a cinque
cuspidi. I denti molari presentano due o tre radici: quelli superiori ne hanno 3,2
vestibolari e una linguale, quelle inferiori due, una mesiale e una distale. I denti
molari sono particolarmente adatti alla triturazione del cibo.

I TESSUTI DEL DENTE


Lo smalto e il cemento rivestono la corona anatomica e la radice anatomica del
dente e si affrontano in corrispondenza di una zona detta giunzione
amelodentinale . La dentina sottende sia lo smalto che il cemento, dei quali è
separata tramite le giunzioni amelodentinale e cementodentinale. La polpa del
dente, unico tessuto molle del dente, occupa una cavità centrale che si estende
dalla cavità pulpare al canale radicolare.
SMALTO: è un tessuto di origine epiteliale non vascolarizzato con elevata
mineralizzazione. I prismi dello smalto sono separati da sostanza interprismatica
formata da cristalli di idrossiapatite. Essi evidenziano un corpo con profilo circolare
che si assottiglia in alto e in basso per terminare tra i corpi di due prismi
[Link] prisma appare delimitato da un’area, la guaina del prisma. Le
diverse proprietà strutturali che caratterizzano il prisma dello smalto si devono al
diverso assemblaggio dei cristalli di [Link] giunzione con la dentina
alla superficie del dente rispetto a questa, i prismi dello smalto hanno un decorso
sostanzialmente perpendicolare ma anche ondulato e flessuoso. Essi mostrano, al
microscopio ottico, delle striature trasversali dette strie trasversali. Le line
incrementali appaiono come linea di spessore e periodicità differenti che
decorrono obliquamente dalla giunzione amelodentinale alla superficie esterna
dello [Link] di esse lo smalto mostra rilievi che conferiscono alla superficie del
dente un aspetto ondulato. Nelle sezioni sagittali risultano evidenti aree chiare e e
scure che appaiono alternarsi in corrispondenza della giunzione amelodentinale, le
bande di Hunter-Schreger, dovute e al decorso ondulato dei prismi dello smalto.
Nello smalto maturo si possono osservare formazioni allungate formate
probabilmente da residui di processi odontoblastici, oppure i ciuffi dello smalto,
formazioni ramificate che costituiscono difetti dello smalto e possono interessare
l’intero spessore del tessuto dalla giunzione amelodentinale alla superficie esterna,
18
dovute probabilmente ad anomalie dell’amelogenesi.
DENTINA: è un tessuto connettivo non vascolarizzato, mineralizzato, che
circoscrive la cavità pulpare sia della corona, sia della radice, dove posta al di
sotto del cemento. Di origine mesenchimale deriva dalla papilla dentale ed è
costituita da un intreccio irregolare di fibrille collagene che ne sostanziano l’alta
mineralizzazione. È attraversata dai processi odontoblastici. Il decorso dei tubuli è
curvilineo, a S, con la prima convessità rivolta in direzione [Link] parete dei
tubuli è rivestita dalla guaina ipomineralizzata perché è sempre visibile come una
linea elettrondensa di demarcazione tra la dentina è lo spazio parodontoblastico,
che è uno spazio compreso tra la parete del tubulo dentinale e il processo
odontoblastico , contenente il fluido dentinale. La dentina è un tessuto formato da
sostanza fondamentale [Link] formazione della dentina viene preceduta
dalla deposizione e successiva mineralizzazione della predentina. Dal confine con
la polpa del dente alla giunzione con lo smalto, la dentina può essere divisa in tre
regioni: la predentina, la dentina mantellare e la dentina circumpulpare. La
predentina è uno strato non mineralizzato le cui fibre collagene di tipo I sono
disposte parallelamente alla linea di confine tra la polpa e la dentina, la predentina
quando si forma persiste durante tutta la vita del dente. Al di sopra della
predentina, il confine con la dentina circumpulpare è segnato dalla presenza di
strutture globulari, che rappresentano il fronte di [Link] dentina
mantellare è uno strato periferico posto tra la dentina circumpulpare e la giunzione
amelodentinale punto è il primo tipo di dentina ad essere formato e differisce dalla
dentina circumpulpare per una diversa disposizione è un maggior diametro delle
fibrille collagene, per una minore mineralizzazione e per un differente meccanismo
coinvolto in questo processo. La dentina circumpulpare, posta tra la presenti nella
dentina mantellare, costituisce la massa principale e calcificata della [Link] di
sotto della dentina mantellare si rendono evidenti aree di dentina circumpulpare di
variabile estensione con matrice ipo- e non mineralizzata, definita dentina
Interglobulare. In corrispondenza della radice del dente, piccolissime
numerosissime aree di dentina ipomineralizzata costituiscono un sottile strato di
aspetto granulare, lo strato granulare della radice. Si distinguono la dentina
peritubulare, la dentina Intertubulare, la dentina primaria e la dentina secondaria.
La dentina terziaria invece si produce in seguito a stimoli irritativi intensi. Sembra
che la quantità di dentina terziaria prodotta sia proporzionale alla quantità di
dentina primaria distrutta. I tratti morti sono aree di dentina che assumono un
colorito scuro nelle sezioni per usura dei denti, la dentina traslucida è quella che
appare trasparente al microscopio ottico.
POLPA DEL DENTE: la polpa del dente è costituita da un tessuto molle di colore
rossastro presente nella cavità centrale del dente. Il trofismo e la produzione della

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dentina sono sotto il controllo della polpa del [Link] polpa è accolta nella
cavitàpulpare, ha la stessa forma del dente che l’accoglie. È costituita da un
particolare
tipo di tessuto connettivo che somiglia a quello del cordone ombelicale. Al limite
tra la superficie della polpa e la dentina è presente uno strato abbastanza regolare
di cellule rappresentate da odontoblasti. A livello della corona questi elementi si
presentano [Link] polo degli odontoblasti parte un prolungamento cito
plasmatico che si impegna in un canalicolo della dentina costituendo la fibra
dentinale. Gli odontoblasti formano la dentina.
Arterie e vene: l’irrorazione sanguigna della polpa del dente è molto abbondante.
Le arterie si ramificano in una ricca rete capillare dalla quale hanno origine le vene.
Nervi: penetrano nel forame apicale e si portano nella porzione coronale della
polpa del dente formando fasci piccoli o fibre [Link] lo strato degli odontoblasti
le fibre nervose formano un complesso subodontoblastico, tra questi e la polpa del
dente, contenuto in un sottile strato di cellule, zona di Weil.
CEMENTO: è un tessuto connettivo calcificato che riveste le radici dei denti e
permette l’attacco delle fibre collagene del legamento parodontale, non è
vascolarizzato. È un tessuto dotato di elevata plasticità, permette alle fibre del
legamento parodontale di adeguarsi alle diverse esigenze o diversi momenti
funzionali, il cemento presenta fenomeni di riassorbimento molto lenti e la sua
attività metabolica viene garantita dalla vascolarizzazione del legamento
[Link] si forma e viene depositato in modo continuo durante la vita del
dente, quindi il suo spessore varia in funzione dell’età. Il materiale inorganico è
formato da cristalli di idrossiapatite, il materiale organico è rappresentato da fibre
[Link] distinguono due tipi di cemento, il cemento cellulare e il cemento
acellulare, che si differenziano tra di loro per sede, espressione, spessore, velocità
di mineralizzazione e rapporti con il legamento parodontale.
Cemento acellulare: è il primo a formarsi durante la morfogenesi della radice
ossidarsi sulla dentina [Link] cemento cellulare inizia a formarsi quando il
dente raggiunge la posizione occlusale funzionale nell’arcata dentale e continua ad
essere prodotto per tutto la vita dai cementoblasti presenti nel legamento
parodontale. Questi, a mano a mano che procede la deposizione di matrice
successiva calcificazione, restano intrappolati nel tessuto prodotto e si
trasformano in cementociti, i quali subiscono processi degenerativi che
trasformano le lacune e i canalicoli in spazi vuoti.
GENGIVA
La tonaca mucosa che riveste le arcate alveolodentali assume il nome di gengiva.
Si distinguono due gengive, una superiore e una inferiore: la gengiva superiore
separa il palato duro dalla guancia e dal labbro superiore; la gengiva
inferioresepara il pavimento o parete inferiore della bocca dalla guancia dal labbro
20
[Link] versante interno dall’arcata alveolare la tonaca mucosa dopo aver
rivestito la volta della cavità orale, si applica sulla faccia interna di questa arcata e
la riveste fino al suo margine libero per circondare la metà interna dei denti, dando
luogo alla gengiva [Link] versante interno, dopo aver rivestito il pavimento
della bocca, risale verso l’alto e forma la gengiva inferiore.i due foglietti della
tonaca mucosa che rivestono la faccia esterna e la faccia interna delle arcate
alveolari terminano sul margine libero delle arcate con una serie di festoni che si
guardano con le loro concavità e che aderiscono al colletto dei [Link] punte che
separano i festoni si impegnano negli spazi interdentali e si fondono tra di loro
stabilendo la continuità tra la tonaca mucosa gengivale interna e quella gengivale
esterna, formando le papille [Link] possono distinguere una gengiva libera è
una gengiva aderente: la gengiva libera circonda il dente e forma tra i denti
adiacenti la papilla [Link] gengiva fissa si estende dal solco gengivale in
direzione apicale fino alla linea mucogengivale. La tonaca mucosa gengivale si
differenzia dalla tonaca mucosa del resto della cavità orale per la sua
struttura.l’epitelio pavimentoso stratificato può presentare fenomeni di
cheratinizzazione, e la lamina propria presenta un gran numero di papille e di
inserzioni di fibre collagene che la collegano al periostio dei processi alveolari,
tenendo ben saldi i denti.
Arterie: sottilissime e provengono dall’arteria mascellare tramite l’arteria alveolare
superiore posteriore, l’arteria infraorbitaria, l’arteria sfenopalatina e l’arteria palatina
[Link] gengiva inferiore giungono rami dell’arteria linguale tramite
l’arteria sottolinguale.
Vene: le vene anteriori si gettano in parte nella vena linguale e in parte nella vena
facciale, quelle posteriori si portano al plesso alveolare.
Linfatici: formano un ricco plesso che va sbloccare nei linfonodi sottomandibolari
e nei linfonodi cervicali.
Nervi: originano dal nervo trigemino in particolare per la gengiva superiore dai
nervi alveolari superiori, e per quella inferiore dal nervo alveolare inferiore.

GHIANDOLE SALIVARI
Le ghiandole salivari, annesse alla cavità orale, sono di due [Link], molto
piccole, sono disseminate nella lamina propria della tonaca mucosa, come le
ghiandole labiali, le ghiandole buccali, le ghiandole Palatine e le molari. Queste
ghiandole insieme alle ghiandole linguali, costituiscono le ghiandole salivari
[Link] ghiandole labiali e buccali sono di tipo misto, a secrezione sia sierosa sia
mucosa; le ghiandole Palatine sono di tipo mucoso; le ghiandole linguali anteriori
eposteriori sono principalmente mucose. Le ghiandole linguali posteriori sono
localizzate nella radice della lingua, quelle profonde intorno alle papille [Link]
ghiandole salivari, si dispongono intorno alla cavità orale, da un’articolazione
21
temporomandibolare all’altra: sono le ghiandole salivari maggiori. Sono organi pari,
tre per ogni lato e, si distinguono in ghiandole parotide, sottomandibolare e
sottolinguale.
GHIANDOLA PAROTIDE
Prende rapporti con il meato acustico esterno ed è disposta in uno scavo
profondo, la loggia parotidea.
Loggia parotidea: è circondata per la maggior parte della sua estensione da uno
strato di tessuto cellulare che prende il nome di fascia parotidea. La loggia
parotidea appare come una fessura di forma irregolare, la sua faccia esterna
costituisce l’orifizio della loggia. La faccia anteriore è costituita dal ramo e dal collo
della mandibola, rivestiti dal muscolo massetere e dal muscolo pterigoideo
mediale all’interno. La faccia posteriore è costituita dal ventre posteriore del
muscolo digastrico, dal processo stiloideo del temporale e dai legamenti
stiloioideo e stilomandibolare. La base, si trova tra la parte posteriore
dell’articolazione temporomandibolare e il meato acustico esterno, lo spigolo
profondo è rivolto verso la faringe.
FORMA, POSIZIONE E RAPPORTI: ha forma di prisma triangolare con una delle
facce rivolte verso l’esterno, che corrisponde alla parte superficiale della
ghiandola, e le altre due rivolte una posteriormente ed una anteriormente che
costituiscono la parte profonda della ghiandola. I rapporti con la faccia esterna
della ghiandola parotide sono con la cute e con il tessuto sottocutaneo. Al di sotto
del tegumento si trova una fascia superficiale sulla quale scivola il tegumento;
sotto questa fascia si trova il foglietto fibroso che forma la capsula della ghiandola.
La faccia anteriore è in rapporto con il margine posteriore del ramo della
mandibola. Alcune volte si può osservare un prolungamento della ghiandola
parotide tra il muscolo pterigoideo mediale e il ramo della mandibola o un
prolungamento ghiandolare che si porta sulla faccia laterale del muscolo
massetere, il prolungamento genieno, che costituisce la ghiandola parotide
accessoria. Le facce esterna e anteriore sono quelle che il chirurgo scopre durante
gli interventi sulla regione parotidea. La faccia posteriore della ghiandola è in
rapporto con l’apice del processo mastoideo del temporale inguainato dal
muscolo sternocleidomastoideo, con il ventre del muscolo digastrico. Talvolta la
ghiandola parotide invia un prolungamento posteriore che si insinua tra i
muscolisternocleidomastoideo e digastrico. La faccia superiore della ghiandola è
in rapporto con l’articolazione temporomandibolare e con il menato acustico
esterno; ricopre la capsula dell’articolazione temporomandibolare e aderisce ad
essa, medialmente, invece corrisponde alla parte inferiore delle porzioni
cartilaginea e ossea del meato acustico esterno. L’estremità inferiore è in
rapporto con la loggia sottomandibolare e con la regione sternocleidomastoidea.

22
Profondamente la ghiandola parotide è rivolta verso la faringe. Frequentemente
essa invia un prolungamento che arriva quasi a contatto con la faringe, chiamato
prolungamento interno.
Strutture vascolari e nervose che attraversano il parenchima ghiandolare
I rapporti interni della ghiadola parotide sono con arterie, vene e nervi che
attraversano il parenchima ghiandolare. La principale struttura è l’arteria carotide
esterna, che decorre tra la fascia e la ghiandola per poi portarsi alla mandibola.
Durante il tragitto, quest’ultima emette l’arteria auricolare posteriore. Lateralmente
all’arteria carotide esterna decorre la vena retromandibolare, che nasce in seguito
all’unione delle vene temporale superficiale e mascellare e si dirige in basso fino
all’angolo della mandibola. Nel suo tragitto, questa vena riceve la vena trasversa
della faccia e spesso è collegata attraverso un’anastomosi con la vena giugulare
interna. I due nervi che attraversano la ghiandola parotide sono il nervo facciale e il
nervo auricolotemporale. Il nervo facciale si impegna nello spessore della
ghiandola parotide formando il plesso parotideo, alcune volte si divide nei rami
temporofacciale e cervicofacciale. Il nervo auricolotemporale. Nella parte profonda
della ghiandola si divide in parecchi tronchi, comprendenti rami parotidei, rami
anastomotici, un ramo che curva bruscamente verso l'alto e raggiunge l'arteria
temporale superficiale, dove fornisce rami temporali superficiali, un altro ramo, che
emette a sua volta un gran numero di rami che raggiungono il lobulo del padiglione
auricolare. La ghiandola contiene anche il plesso carotide o esterno. I linfonodi
parotidei superficiali si trovano sulla faccia esterna della ghiandola, sotto la fascia
parotidea, in essi confluiscono i vasi linfatici temporali. I linfonodi anteriori si
trovano davanti ai superiori e ricevono i vasi linfatici del sopracciglio e del
tegumento; i linfonodi posteriori sono disposti davanti al muscolo
sternocleidomastoideo ed in essi sboccano i vasi linfatici della metà posteriore del
padiglione auricolare. I linfonodi parotidei profondi, distinti in pre auricolari,
infrauricolari e intraghiandolari, sono addossati all’arteria carotide esterna e alla
vena giugulare esterna e ricevono i vasi linfatici provenienti dal meato acustico
esterno, dal palato molle e dalla parte posteriore delle cavità nasali.
Arterie - provengono dai rami auricolari anteriori dell’arteria temporale superficiale,
dall’arteria auricolare posteriore, dall’arteria trasversa della faccia e dall’arteria
carotide esterna; queste arterie formano una ricca rete capillare attorno agli acini.
Vene - decorrono nei setti connettivali e si uniscono a formare vasi che si aprono
nella vena giugulare esterna.
Linfatici - avvolgono i vasi sanguigni e i dotti escretori e sboccano nei linfonodi
parotidei superficiali e profondi che drenano nei linfonodi cervicali laterali
superficiali e profondi.

23
Nervi - la ghiandola parotide è innervata dai rami parotidei del nervo
auricolotemporale. Le fibre prasimpatiche pregangliari originano dal nucleo
salivatorio inferiore, passano nel nervo timpanico e giungono al ganglio ottico con
il nervo piccolo petroso. I nervi carotidei esterni circondano l’arteria carotide
esterna e i suoi rami e nella ghiandola parotide si ramificano formando una rete
peritubulare da cui partono rami che penetrano nello spessore dei lobuli. Alcuni rai
sono vasomotori e si portano ai vasi, altri sono secretori e si portano agli acini
della ghiandola formando una rete periacinosa.

ANATOMIA MICROSCOPICA
La ghiandola parotide è un ghiandola acinosa composta che presenta un aspetto
lobulare ed il cui secreto rappresenta la saliva. Dalla sua capsula, si dipartono setti
connettivali che dividono l'organo in lobi; Numerosi altri tralci di tessuto connettivo
più fini formano il tessuto trofoconnettivale intorno ai singoli acini, formando così
gli adenomeri. Gli acini parotidei sono costituiti da cellule di tipo sieroso, di forma
più o meno piramidale. La porzione basale di queste cellule possiede un notevole
reticolo endoplasmatico rugoso dovuto all’intensa attività di sintesi degli enzimi
che costituiscono il secreto parotideo. Il materiale proteico passa poi dal
complesso del Golgi dove viene trasformato in granuli di secreto. Il complesso di
Golgi e i granuli di secreto rappresentano le varie tappe di formazione degli enzimi
del secreto parotideo, attivati solo dopo l’espulsione dei granuli nel lume degli
adenomeri. Questi ultimi versano il loro secreto nei dotti o tratti intercalari, sottili
segmenti che drenano all’interno dei singoli lobuli attraverso i dotti intralobulari, i
quali si raccolgono nei dotti interlobulari e da qui nel dotto interlocale, che drena
ogni lobo ed è diramazione del dotto parotideo. I dotti intercalari hanno una
struttura semplice costituita da un epitelio cubico basso monostratificato. I dotti
intralobulari sono costituiti da un unico strato di cellule cubiche che presentano
una striatura dovuta ad introflessioni o in folding della porzione basale della
membrana plasmatica in cui si allineano i mitocondri. La presenza di tale struttura
è dovuta all’attività svolta dai dotti intralobulari e dai numerosi mitocondri
ècaratteristica degli epiteli dove avviene il passaggio di acqua ed elettroliti. I dotti
interlobulari e interlobari sono costituiti da cellule cilindriche, come le cellule basali,
che diventano sempre più abbondanti via via che aumenta il calibro del dotto.
DOTTO PAROTIDEO
Il dotto escretore principale, trasporta la secrezione parotidea nella cavità orale.
Nasce sulla faccia anterointerna della ghiandola e si dirige obliquamente in basso
e posteriormente verso la porzione posteroinferiore della ghiandola. Piegandosi in
avanti decorre orizzontalmente sulla faccia esterna del muscolo massetere, che è
situata al di sopra di esso. Arrivato al margine anteriore del muscolo massetere, lo
contorna aggirando anche il corpo adiposo della bocca, che si trova
24
profondamente e anteriormente al muscolo massetere. Dopo un decorso più o
meno lungo sulla faccia esterna del muscolo buccinatore, lo perfora obliqua-
mente e arriva a ridosso della tonaca mucosa della bocca. Il dotto parotideo ha la
stessa struttura dei dotti interlobari maggiori, ma vicino allo sbocco in cavità orale
il suo epitelio diventa pavimentoso stratificato.
GHIANDOLA SOTTOMANDIBOLARE
Occupa la regione sopraioidea. E’ posta in uno spazio angolare delimitato dai
ventri anteriore e posteriore del muscolo digastrico, è accolta in una loggia
osteofibrosa, la loggia sottomandibolare, ha la forma di un prisma triangolare con
una faccia inferiore esterna, una superiore esterna e una faccia interna.
Loggia sottomandibolare: La faccia inferiore esterna della loggia
sottomandibolare è formata dal segmento sopraioideo della fascia cervicale
superficiale, mentre quella superiore esterna è data dalla parte della faccia interna
del corpo della mandibola che si trova sotto la linea miloioidea. Il corpo della
mandibola presenta un leggero incavo nel punto di contatto con la ghiandola, la
fossetta sottomandibolare. La faccia interna della loggia sottomandibolare è
formata dai muscoli miloioideo e ioglosso. Il primo si porta con le sue fibre dall'alto
al basso, il secondo risale dall'osso ioide quasi verticalmente entrando a far parte
della lingua. Tra questi due muscoli, si trova una fessura o hiatus, determinata dalla
loro diversa direzione: difatti uno si dirige con le sue fibre verso al mandibola,
l'altro risale perpendicolarmente verso al lingua. Attraverso questo hiatus al
ghiandola sottomandibolare si insinua continuando in un prolungamento anteriore,
attraverso il quale la loggia sottomandibolare comunica con la loggia sottolinguale.

FORMA, POSIZIONE E RAPPORTI


Ha, quindi, una forma irregolarmente prismatica triangolare con asse maggiore
diretto in senso anteroposteriore e lateromedialmente, per cui si distinguono tre
facce, esterna, interna e inferiore, e due estremità, anteriore e posteriore. La faccia
esterna è in rapporto, nella sua porzione posteriore, con il muscolo pterigoideo
mediale. La sua porzione anteriore corrisponde invece alla faccia interna del corpo
della mandibola, dove si trova la fossetta omonima. La faccia interna della
ghiandola è in rapporto con gli strati profondi della regione sopraioidea laterale.
Posteriormente, corrisponde al triangolo di Béclard, delimitato in alto dal ventre
posteriore del muscolo digastrico, in basso dall'osso ioide e indietro dal margine
posteriore del muscolo ioglosso. Anteriormente, corrisponde al triangolo di
Pirogoff, compreso tra i due ventri, anteriore e posteriore, del muscolo digastrico,
che delimitano uno spazio curvilineo il cui fondo è occupato dal muscolo
miloioideo in avanti e dal muscolo ioglosso indietro. Dalla faccia interna si
staccano due prolungamenti, anteriore e posteriore. Il prolungamento anteriore si

25
porta dal basso all’alto e da dietro in avanti per insinuarsi, nello hiatus tra il
muscolo miloioideo e il muscolo ioglosso, estendendosi fino alla parte posteriore
della ghiandola. La faccia inferiore corrisponde ai piani cutanei che sono la fascia
cervicale superficiale, il platisma e uno strato di tessuto adiposo poco sviluppato
nei soggetti magri e molto spesso in quelli grassi. L’estremità posteriore si applica
contro il ventre posteriore del muscolo digastrico e stiloioideo e si trova molto
vicino alla ghiandola parotide, infatti le due ghiandole sono separate da un setto
fibroso, il setto intermaxilloparotideo o interghiandolare. In questo modo la loggia
sottomandibolare comunica con la regione tonsillare dello spazio maxillofaringeo.
In questa zona è anche in rapporto con l’arteria facciale. L’estremità anteriore
corrisponde alla faccia posteromediale della ghiandola sottolinguale ed è
accompagnata dal dotto sottomandibolare.
VASI E NERVI
Arterie - la ghiandola sottomandibolare è irrorata dall’arteria facciale e dall’arteria
sottolinguale. Sia l’arteria linguale sia l’arteria facciale sono rami dell’arteria
carotide esterna.
Vene - sono tributarie della vena facciale.
Linfatici - fanno capo ai linfonodi sottomandibolari.
Nervi - L'innervazione della ghiandola sottomandibolare è data da fibre nervose
simpatiche ad azione vasocostrittrice ed eccitosecretrice sui tubuli mucosi della
ghiandola, che provengono dal ganglio cervicale superiore del tronco simpatico
attraverso i nervi carotidei esterni e da fibre nervose parasimpatiche ad
azionevasodilatatrice ed eccitosecretrice sugli acini sierosi della ghiandola.
Attraverso la
corda del timpano, le fibre nervose parasimpatiche ad azione vasodilatatrice ed
eccitosecretrice sugli acini sierosi della ghiandola. Attraverso la corda del timpano,
le fibre nervose parasimpatiche pregangliari raggiungono il nervo linguale,
attraverso il quale raggiungono il ganglio sottomandibolare in cui si interrompono e
da cui originano le fibre postgangliari che attraverso il ganglio linguale raggiungono
la ghiandola sottomandibolare.

ANATOMIA MICROSCOPICA
La ghiandola sottomandibolare è una ghiandola mista con adenomeri costituiti da
acini sierosi e da tubuli mucosi. Gli elementi sierosi presentano caratteri strutturali
analoghi a quelli della ghiandola parotide e differiscono da questi solo per alcuni
caratteri ultrastrutturali; Gli elementi mucosi presentano forma piramidale e sono
caratterizzati da esteso reticolo endoplasmatico rugoso in sede sottonucleare, da
gocciole di muco in sede sopranucleare e da un esteso complesso di Golgi.
Accanto alle gocciole di muco sono presenti inclusioni a matrice filamentosa e
glicoproteine identiche a quelle presenti nelle emazie e caratterizzanti i gruppi
26
sanguigni. Il sistema escretore è costituito da dotti strutturalmente analoghi a quelli
della ghiandola parotide, ma con minore lunghezza dei dotti intercalari e minore
spessore della parete del dotto escretore principale. Le cellule mucose hanno un
citoplasma chiaro e vacuolizzato, contenente mucinogeno e mucina. Quest’ultima
assume tutte le sue caratteristiche all’interno della cellula, probabilmente perchè
non risulta nociva per le strutture cellulari.
DOTTO SOTTOMANDIBOLARE
Emerge dalla parte media della faccia interna della ghiandola, si porta
obliquamente in avanti e medialmente verso la parte inferiore del frenulo della
lingua e si piega per una lunghezza di qualche millimetro per portarsi direttamente
in avanti. Durante li suo tragitto, il dotto sottomandibolare decorre dapprima sulla
faccia esterna del muscolo ioglosso. Dopo aver lasciato il muscolo ioglosso, si
impegna tra il muscolo miloioideo e i muscoli longitudinale inferiore della lingua e
genioglosso, che sono posti medialmente a esso; raggiunge così la ghiandola
sottolinguale e passa sul suo lato mediale. Sotto il dotto sottomandibolare
decorrono le terminazioni del nervo ipoglosso. Il dotto sottomandibolare è
accompagnato da un plesso venoso. Il prolungamento anteriore della ghiandola
sottomandibolare accompagna la porzione iniziale del dotto sottomandibolare, che
si avvicina poi a quello controlaterale, aprendosi a lato del frenulo della lingua
sull’apice di un tubercolo, la carrucola sottolinguale.
GHIANDOLA SOTTOLINGUALE
La ghiandola sottolinguale è posta nel pavimento della bocca, contro la faccia
interna del corpo della mandibola, a ciascun lato della sinfisi mandibolare e del
frenulo della lingua, essa è immersa in un tessuto connettivo lasso che continua
con il tessuto connettivo circostante e si insinua all’interno della ghiandola.
FORMA, POSIZIONE E RAPPORTI
La ghiandola sottolinguale ha la forma di un’oliva ed il suo asse maggiore è posto
parallelamente al corpo della mandibola.
La faccia esterna della ghiandola sottolinguale è accolta in un leggero scavo, la
fossetta sottolinguale.
La faccia interna della ghiandola corrisponde ai muscoli longitudinale inferiore
della
lingua e genioglosso.
Il margine inferiore della ghiandola riposa nello spazio angolare che si forma tra i
muscoli miloioideo e genioglosso, mentre quello superiore corrisponde alla tonaca
mucosa del pavimento della bocca, che sollevandosi forma le due sporgenze
rappresentate dalle caruncole o papille sottolinguali.
L'estremità anteriore della ghiandola è in rapporto con le spine mentoniere e con
i quattro muscoli che si distaccano dalla faccia interna del corpo della mandibola.

27
L'estremità posteriore della ghiandola è in rapporto con il prolungamento
anteriore
della ghiandola sottomandibolare dello stesso lato.
VASI E NERVI
Arterie - provengono dall’arteria linguale e dall’arteria sottomentoniera;
Vene - si gettano nella vena sottolinguale che affluisce nella vena linguale che
drena nella vena giugulare interna;
Linfatici- tributari dei linfonodi sottomandibolari;
Nervi - l’innervazione parasimpatica giunge alla ghiandola sottolinguale attraverso
il nervo linguale, quella simpatica attraverso i rami perivascolari dei nervi carotidei
esterni che provengono dal ganglio cervicale superiore del tronco simpatico.
ANATOMIA MICROSCOPICA
La ghiandola sottolinguale ha una struttura simile aquella della ghiandola
sottomandibolare, a differenza della quale, però, la parte mucosa è preponderante.
E’ classificata come ghiandola prevalentemente mucosa. Il sistema escretore di
tale ghiandola presenta dotti intralobulari e interlobulari. All’esterno della ghiandola
sottolinguale si trovano i dotti sottolinguali minori e un dotto sottolinguale
maggiore che trasportano il secreto nella cavità orale. La parte ghiandolare più
voluminosa da origine ad un unico dotto, il dotto sottolinguale maggiore,
gliammassi ghiandolari più piccoli presentano ognuno un proprio dotto escretore,
dotto sottolinguale minore.

FARINGE
La faringe è un viscere cavo che rappresenta un tratto comune ai sistemi digerente
e respiratorio. Fa seguito alle coane e all’istmo delle fauci e prosegue nell’esofago
e nella laringe. Essa è accolta nella testa e nel collo e si presenta come un
condotto che decorre verticalmente nel collo e continua nell’esofago, essa da
passaggio al bolo che, formatosi nella bocca vi giunge attraverso l’istmo delle
fauci, con la deglutizione. La faringe riceve aria dalle cavità nasali attraverso le
coane, immettendola nella laringe tramite l’abito laringeo. La faringe viene divisa in
una parte rostrale, in una parte intermedia e in una parte caudale.
FORMA, POSIZIONE E RAPPORTI
La faringe si presenta come un viscere cavo, con una parte ristretta che volge in
basso e continua con l’esofago ed una parte slargata, a contatto con la base
cranica. Si descrivono una parete anteriore, una posteriore, due laterali,
un’estremità inferiore ed una superiore. La parete anteriore è completa solo in
corrispondenza della faccia posteriore della laringe, al di sopra di questa si trovano
l’abito faringeo, la faccia posteriore dell’epiglottide, l’istmo delle fauci, la faccia
posteriore del palato molle e le coane. La parte posta dietro la laringe presenta una
concavità volta anteriormente e si trova in rapporto con la faccia posteriore delle
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cartilagini aritenoidee, con i muscoli aritenoidei obliqui e trasverso, con il muscolo
cricoartitenoideo posteriore e con la faccia posteriore della lamina della cartilagine
cricoidea. La parete posteriore volge verso lo spazio retrofaringeo, occupato da
tessuto connettivo lasso, attraverso il quale la parete stessa si mette in rapporto
con la fascia cervicale profonda e lamina prevertebrale della fascia cervicale. Le
pareti laterali della faringe entrano in rapporto anche con l’arteria carotide esterna
e alcuni suoi rami collaterali, con le lamine destra e sinistra della cartilagine
tiroidea. L’estremità superiore è in rapporto con la base cranica a cui si unisce
seguendo una linea concava in avanti che passa per il tubercolo faringeo,
congiungendo le due spine dello sfenoide. L’estremità inferiore è segnata da un
piano che passa per il margine inferiore della cartilagine cricoidea; questo piano
interseca la 6 vertebra cervicale.
La rinofaringe è posta tra l’estremità superiore e la faccia superiore del palato
molle che durante la deglutizione si dispone orizzontalmente ed esclude la
rinofaringe dalla via che il bolo alimentare percorre. Qui si aprono le tube uditive
che stabiliscono una comunicazione con la cavità del timpano. L’orofaringe è
compresa tra la faccia inferiore del palato molle ed un piano orizzontale che
passaper il margine superiore dell’osso ioide. La laringofaringe è compresa tra
quest’ultimo piano e l’estremità superiore dell’esofago, che corrisponde al limite
indicato della sesta vertebra cervicale.

CONFIGURAZIONE INTERNA
La superficie interna della faringe si presenta irregolarmente pieghettata. Di lato ai
rilievi prodotti dalle cartilagini aritenoidee e dalla cartilagine cricoidea si trovano
due docce che si vanno restringendo verso il basso: i recessi piriformi. Nel fondo
di ciascun recesso si può vedere un rilievo della tonaca mucosa, la piega del nervo
laringeo superiore. La parete posteriore presenta piccoli rilievi dovuti alla presenza
delle ghiandole faringee. Sulle pareti laterali si trovano gli orifizi faringei delle tube
uditive. Ciascuno di questi ha forma triangolare ed è delimitato da un labbro
anteriore e da un labbro posteriore. Il labbro posteriore è anche denominato torus
tubarius. Il labbro anteriore prosegue in basso nella piega salpingopalatina che
raggiunge il palato molle; il labbro posteriore continua in basso nella piega
salpingofaringea che scende nella parete laterale della faringe. Sopra l’orifzio della
tuba uditiva si trova una depressione, la fossetta sovratubarica, e un’altra
infossatura, il recesso faringeo. Profondamente, nel contorno dell’ orifizio faringeo
della tuba uditiva, si trovano accumuli di tessuto linfoide che formano la tonsilla
ubarica. La volta della faringe presenta una superficie interna concava nella quale
sporge la tonsilla faringea, la quale è formata da un insieme di pieghe divise in
solchi. Uno di questi solchi può immettere entro una piccola tasca denominata
borsa faringea.

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VASI E NERVI
Arterie - la principale arteria che irrora la faringe è l’arteria faringea ascendente,
ramo dell’arteria carotide esterna.
Vene - organizzate in due plessi intramurali che sono drenati da numerose vene
faringee che affluiscono nella giugulare interna.
Linfatici - formano una rete nella lamina propria della tonaca mucosa e un’altra
rete nella tonaca muscolare. I vasi linfatici laterali vanno ai linfonodi cervicali
profondi; i vasi linfatici anteroinferiori risalgono in alto e in avanti e vanno ai
linfonodi cervicali anteriori superficiali.
Nervi - provengono dal plesso faringeo, il quale fornisce fibre motorie somatiche
per i muscoli striati e fibre effettrici viscerali per i vasi e le ghiandole faringee. Le
terminazioni sensitive della faringe sono in gran parte di pertinenza del nervo vago
e in piccola parte del nervo [Link] MICROSCOPICA
La parete della faringe è costituita, dall’esterno verso l’interno dai seguenti strati:
tonaca avventizia, tonaca muscolare, tonaca fibroelastica e tonaca mucosa.
Tonaca avventizia
Formata da tessuto connettivo lasso, avvolge esternamente i muscoli e si dispone
sulle parti della fascia faringobasilare, non ricoperte dallo strato muscolare.
Tonaca muscolare
E’ formata da una serie di muscoli striati che formano un involucro continuo. Nella
faringe si possono distinguere muscoli costrittori ed elevatori: m. Costrittore
superiore, medio ed inferiore della faringe; m. Elevatori: stilofaringeo,
salpingofaringeo e palatofaringeo.
Muscolo costrittore superiore
Origina con diversi fasci dal processo pterigoideo, dal rafe pterigomandibolare e
dall’estremità posteriore della linea miloioidea della mandibola. Alcuni fasci
decorrono trasversalmente in direzione laterale, questi ultimi costituiscono la parte
glossofaringea del m costrittore superiore della faringe. I diversi fasci si riuniscono
nel corpo che ha la forma di una lamina quadrilatera e si dirigono verso la parte di
mezzo della faccia posteriore della faringe. Questo muscolo costringe la
rinofaringe ed eleva la parete posteriore della faringe.
Muscolo costrittore medio della faringe
Ha forma triangolare con base rivolta verso li rafe faringeo e apice che raggiunge
l'osso ioide. Origina dai corni maggiore e minore del corpo dell’osso ioide e dal
legamento stiloioideo prendendo inserzione sul rafe faringeo; questo muscolo
costringe l’orofaringe.
Muscolo costrittore inferiore della faringe
È il più esteso dei muscoli costrittori della faringe e nell'insieme ha la forma di una
lamina trapezoidale. I suoi fasci originano dalla linea obliqua della cartilagine
tiroidea e da quella coracoidea e si portano verso la parete posteriore della faringe
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andando a fissarsi sul rafe faringeo; questo muscolo costringe la laringofaringe ed
eleva la laringe.
Muscolo stilofaringeo
Origina dalla faccia interna del processo stiloideo dell’osso temporale e si porta
obliquamente in basso, in dentro e in avanti, raggiungendo la parete laterale della
faringe. Alcuni fasci si inseriscono alla parte posteriore della fascia faringobasilare,
mentre altri si portano al margine laterale dell’epiglottide, al margine superiore
dell’arco della cartilagine cricoidea; innalza faringe e laringe.
Muscolo salpingofaringeo
Origina dalla parte cartilaginea della tuba uditiva, vicino all’orifizio faringeo e si
porta all’interno della piega salpingofaringea unendosi con il muscolo
glossofaringeo; questo muscolo contribuisce ad innalzare la faringe e facilita
l’apertura della tuba uditiva durante la deglutizione.
Muscolo palatofaringeo
Tale muscolo e al tonaca mucosa che si sovrappone alle sue fibre muscolari
costituiscono l'arco palatofaringeo o pilastro posteriore delle fauci. Nel palato
molle si distinguono un fascio anteriore, dove alcune fibre si incrociano sulla linea
mediana, e un fascio posteriore che si congiunge con quello controlaterale sulla
linea mediana. I due fasci anteriore e posteriore si uniscono in corrispondenza del
margine posterolaterale del palato molle e ad essi si unisce il m. Salpingofaringeo.
Quest’ultimo si inserisce al margine posteriore della cartilagine tiroidea della
laringe. Esso solleva la faringe, chiude la rinofaringe e restringe le fauci. I fasci
posteriori dei due muscoli palatofaringei concorrono, insieme con i muscoli
costrittori superiori della faringe, alla formazione del muscolo sfintere
palatofaringeo. Questo muscolo, origina dalle parti anteriore e laterale della
superficie superiore dell'aponeurosi palatina, decorre lateralmente al muscolo
elevatore del velo palatino e piega internamente circondando al faringe come un
muscolo sfintere. Contraendosi, quando il palato molle è sollevato, forma la cresta
o anello di Passavant.
Fascia faringobasilare
è uno strato fibroelastico della parete faringea posto internamente alla tonaca
muscolare. Tra la fascia faringobasilare e la tonaca muscolare si trovano lobuli di
ghiandole faringee, che sono ghiandole tubuloacinose ramificate a secrezione
mista. I dotti escretori di queste ghiandole attraversano la fascia faringobasilare e
la tonaca mucosa e versano li loro secreto nella cavità della faringe.
Tonaca mucosa
Presenta caratteristiche diverse nella rinofaringe, dove mostra i caratteri propri
della tonaca mucosa delle vie respiratorie.
Epitelio superficiale e la lamina propria della rinofaringe
L’epitelio è alto, prismatico e pluriseriato, in esso si trovano cellule caliciformi
31
mucipare. Nella lamina propria della tonaca rinofaringe a si trovano ghiandole
tubuloacinose ramificate a secrezione mista (ghiandole faringee).
A livello dell'orifizio faringeo della tuba uditiva e in corrispondenza della volta e di
una piccola parte della parete posteriore della faringe si trovano, rispettivamente,
la tonsilla tubarica e la tonsilla faringea. Queste tonsille sono costituite da
tessutolinfoide organizzandosi in voluminosi noduli o follicoli linfoide con ampi
centri germinativi.
Epitelio superficiale e la in propria dell’orofaringe e della laringofaringe
L’orofaringe e la laringofaringe sono rivestite da un epitelio pavimento so
stratificato non cheratinizzato che poggia su una lamina propria di tessuto
connettivo denso.
Anatomia funzionale
La faringe è un organo essenziale per il passaggio dell'aria e del bolo alimentare.
Queste due funzioni sono strettamente correlate e pertanto la faringe svolge un
ruolo fondamentale nella deglutizione, scatenata non solo dalla volontà ma anche
da un riflesso secondario al contatto con il palato molle o con l’ugola palatina che
possono essere considerati organi di senso.

ESOFAGO
Viscere cavo, impari, attraverso il quale avviene il passaggio del bolo alimentare
dalla faringe allo stomaco.
FORMA, POSIZIONE E RAPPORTI
Esso ha una lunghezza di circa 25 cm, vi si descrivono una parte cervicale, una
mediastinica, una diaframmatica ed una addominale. L’estremità superiore si trova
nel collo a livello della sesta vertebra cervicale, l’estremità inferiore è a livello della
decima toracica.
Curvature
Nel decorso dell’esofago si distinguono una curva a concavità anteriore nel piano
sagittale e due curve nel piano frontale, di cui la prima sopra l’arco dell’aorta. Al di
sotto dell’arco dell’aorta inizia la seconda curva nel piano frontale, convessa verso
destra.
Restringimenti
L’esofago presenta quattro restringimenti dovuti a conformazioni della parete o a
compressioni da parte di strutture esterne, denominati: cricoideo, aortico,
bronchiale e diaframmatico. Il restringimento cricoideo, corrisponde all'inizio
dell'esofago; quello aortico e quello bronchiale sono dati dal rapporto, ri-
spettivamente, con l'arco dell'aorta e con il bronco principale sinistro; il
restringimento diaframmatico si trova a livello dello iato esofageo del diaframma. In
corrispondenza di questi restringimenti possono verificarsi lesioni dovute al
passaggio di sostanze, queste dilatazioni prendono il nome di fuso cricoaortico,
32
fuso broncodiaframmatico e imbuto precardiale.
Parte cervicale
La parte cervicale dell'esofago, tra la sesta vertebra cervicale e la seconda
vertebra toracica, è in rapporto anteriormente con la parete membranosa della
trachea. Una parte della faccia anteriore dell’esofago resta libera dal rapporto con
la trachea e viene ricoperta dalla ghiandola tiroide e dai muscoli sternotiroideo e
sternoioideo, entrando in contatto col nervo laringeo ricorrente che passa
nell’angolo dietro formato da trachea ed esofago. Il nervo ricorrente destro è in
rapporto con la faccia laterale dell’esofago. La faccia posteriore della parte
cervicale dell'esofago è in contatto con la fascia cervicale profonda, attraverso
l'interposizione dello spazio retroesofageo, che prosegue in alto nello spazio
retrofaringeo. Le facce laterali dell'esofago entrano in rapporto con i lobi tiroidei, le
arterie tiroidee inferiori e le arterie carotidi comuni.
Parte toracica
Può essere suddivisa in una parte mediastinica ed una diaframmatica.
Parte mediastinica
Decorre nel mediastino posteriore e si può dividere in due tratti, denominati
epibronchiale e ipobronchiale, in quanto posti sopra e sotto dell’incrocio con il
bronco principale sinistro che passa davanti all’esofago. Anteriormente, l’esofago
corrisponde alla parete membranosa della trachea e alla parte iniziale del bronco
principale sinistro, ai linfonodi tracheobronchiali inferiori e alla faccia posteriore del
pericardio. Il rapporto tra trachea ed esofago è reso possibile grazie alle fibre del
muscolo tracheoesofageo, fascio di tessuto muscolare liscio che li unisce. Il
muscolo broncoesofageo unisce il bronco sinistro con l’esofago nel punto in cui i
due condotti si incrociano. Posteriormente, il tratto epibronchiale dell’esofago
decorre in stretto rapporto con la colonna vertebrale fino a livello della 5 vertebra
toracica. Lateralmente a destra, l’esofago è in rapporto con la pleura mediastinica
e con la vena azigos che, a livello della 4 vertebra toracica, descrive un arco
anteriore per sboccare nella vena cava superiore. Lateralmente a sinistra, l’esofago
si mette in rapporto con l’arco dell’aorta e con il tratto iniziale dell’aorta toracica. A
destra, la pleura mediastinica si estende tra esofago e vena azigos formando il
seno interazigoesofageo, un’analoga formazione si forma, a sinistra tra esofago ed
aorta discendente, il seno interaorticoesofageo. Al di sotto della biforcazione
tracheale i nervi vaghi si mettono in rapporto con le pareti laterali dell’esofago e si
dividono in un ramo anteriore ed uno posteriore.
Parte diaframmatica
Essa corrisponde al breve tratto che si impegna nello iato esofageo del diaframma.
A questo livello si può avere il distacco di un faccettò muscolare che termina sulla
parete dell’esofago e prende il nome di muscolo [Link] addominale
Si mette in rapporto anteriormente con la faccia inferiore del lobo sinistro del
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fegato, posteriormente con l’aorta addominale e i pilastri mediali del diaframma, a
destra col lobo caudato del fegato, a sinistra con il fondo dello stomaco. La parete
addominale dell’esofago è ricoperta dal peritoneo sulla sua faccia anteriore.
Inferiormente, il peritoneo prosegue rivestendo la parete anteriore dello stomaco,
in alto riveste la faccia inferiore del diaframma. A sinistra, il peritoneo prosegue
dall’esofago sul diaframma, a destra si porta verso il fegato, costituendo l’origine
del legamento epatogastrico. La faccia posteriore della parte addominale
dell’esofago è priva di rivestimento peritoneale perchè il peritoneo che riveste la
parete posteriore dello stomaco non risale al di sopra del cardia.
Sfinteri esofagei
L'esofago presenta due anelli muscolari, noti rispettivamente come sfintere
esofageo superiore e sfintere esofageo inferiore. Gli sfinteri esofagei non sono di
tipo anatomico, ma possono essere definite tali per motivi funzionali; mancano di
quella conformazione dello strato muscolare presente in altre parti del canale
digerente. Si tratta di zone della parete del condotto in cui il tono muscolare è
elevato.
Sfintere esofageo superiore
Lo sfintere esofageo superiore è presente all’inizio dell’organo ed è costituito da
muscolatura striata il cui movimento è attivato nel corso della deglutizione, nel
riflesso della deglutizione interviene la parte cricofaringea del muscolo costrittore
inferiore della faringe.
Sfintere esofageo inferiore
Esso circonda la parte inferiore dell’esofago, è posto in posizione più prossimale
rispetto allo stomaco. Quando la giunzione tra esofago e stomaco è osservata
all’endoscopia. A questo livello, l’esame istologico mostra la transizione tra epitelio
squamoso stratificato non cheratinizzato dell’esofago ed epitelio colonnare
semplice dello stomaco. Normalmente, il cardia dello stomaco è immediatamente
distale alla linea Z che coincide con il limite superiore delle pieghe gastriche del
cardia. La posizione funzionale dello sfintere esofageo inferiore si trova
generalmente a circa 3cm dalla linea Z.
VASI E NERVI
Arterie - l’organo presenta vari accessi vascolari. Nella sua porzione craniale è
vascolarizzato dall’arteria tiroidea inferiore attraverso rami esofagei; nelle pareti
successive è irrorato dai rami bronchiali ed esofagei dell’aorta toracica, dellearterie
intercostali e dall’arteria frenica inferiore. La parte addominale dell’esofago
riceve rami esofagei dall’arteria gastrica sinistra.
Vene - è importante distinguere la parte toracica da quella addominale. Nel tratto
più craniale si forma un plesso periesofageo, costituito dalle vene proprie della
parete, tributario della vena cava superiore attraverso le vene tiroidea inferiore,
freniche superiori, bronchiali, pericardiche e azigos. Nella parte addominale
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dell’esofago le vene esofagee drenano da rami esofagei della vena gastrica
sinistra, in tal modo si stabilisce, a livello del tratto inferiore dell’esofago,
un’anastomosi tra sistema della vena porta e vena cava superiore.
Linfatici - essi drenano nei linfonodi cervicali profondi, paratracheali, mediastinici
posteriori e gastrici sinistri.
Nervi - l’innervazione è fornita prevalentemente dal nervo vago, ma all’esofago
giungono rami esofagei anche dai gangli toracici del tronco simpatico, che,
insieme ai rami provenienti dal nervo vago, formano il plesso esofageo.

ANATOMIA MICROSCOPICA
Dall’interno all’esterno si descrivono una tonaca mucosa, una tonaca
sottomucosa, una muscolare e una avventizia.
TONACA MUCOSA
E’ sollevata in pieghe alla cui formazione prende parte anche la tonaca
sottomucosa, nell’organo infatti il lume appare stellato per la presenza di tali
pieghe. Essa è costituita da un epitelio pavimento so pluristratificato non
cheratinizzato, da una lamina propria di tessuto connettivo e da una muscularis
mucosae in cui sono presenti fascetta longitudinali che assumono notevole
spessore. L’epitelio superficiale della tonaca mucosa esofagea continua in alto con
quello della faringe. Alla superficie della tonaca mucosa si aprono i dotti escretori
di ghiandole a secrezione mucosa (ghiandole esofagee), localizzate nella tonaca
mucosa. Nella lamina propria della tonaca mucosa si trovano ghiandole esofagee
cardinali di struttura simile a quella delle ghiandole del cardia dello stomaco, e si
possono anche osservare isole di tonaca mucosa dello stomaco.
TONACA MUSCOLARE
Formata da fibre muscolari striate nel terzo craniale e da cellule muscolari lisce nei
due terzi restanti. La muscolatura striata è una continuazione di quella della faringe
e si tratta di muscolatura volontaria, essa, è organizzata in uno strato interno che
presenta una disposizione circolare dei fasci di fibre e uno strato esterno in cui i
fasci di fibre sono disposti [Link] AVVENTIZIA
E’ costituita da tessuto connettivo che presenta un ricco contingente di fibre
elastiche.
TONACA SIEROSA
Presente nella parte addominale dell’esofago.
ANATOMIA FUNZIONALE
Nella porzione craniale la muscolatura volontaria agisce insieme a quella faringea.
Nella porzione caudale la muscolatura involontaria è in grado di effettuare
un’attivazione peristalsi. L’azione muscolare è accompagnata dall’attività
secretoria delle ghiandole. Entrambe le funzioni sono controllate da un sistema
nervoso intrinseco organizzato in due plessi, uno localizzato nella tonaca
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sottomucosa ed uno nello strato muscolare.
STOMACO
E’ un viscere cavo, impari, del canale alimentare, situato nell’addome ed interposto
tra esofago ed intestino tenue.
FORMA, POSIZIONE E RAPPORTI
Esso presenta una forma allungata. L’organo appare come un sacco ricurvo con
concavità rivolta verso destra. La porzione inferiore si riflette verso destra con
decorso orizzontale. Le dimensioni dell’organo variano in base all’età, abitudini
alimentari, sesso ecc. la capacità media è di 1200mL nell’adulto. Esso presenta
una parete anteriore e una parete posteriore che hanno superficie liscia e
leggermente convessa. La parete anteriore guarda in avanti, leggermente in alto e
verso destra; la parete posteriore guardo indietro, leggermente in basso e verso
sinistra. Si distinguono due margini: destro, piccola curvatura, e uno sinistro,
grande curvatura. Entrambi i margini sono curvilinei.
Il margine destro, inizia dal cardia come prosecuzione del margine destro
dell’esofago, infine raggiunge la parte pilorica, dove continua con il margine
superiore del duodeno.
Il margine sinistro, inizia dal contorno superiore del cardia e si dirige in alto,
formando col margine sinistro dell’esofago un angolo acuto; discende in basso per
incurvarsi in alto e a destra fino a raggiungere la parte pilorica, dove continua con il
margine inferiore del duodeno. L’orifizio superiore (cardiale) è segnato sulla
superficie esterna dell’incisura cardiale. L’orifizio inferiore (pilorico) è segnato sulla
superficie esterna da un solco anulare, il solco pilorico, a cui corrisponde la
s p o rg e n z a d e l m u s c o l o s fi n t e r e p i l o r i c o . L o s t o m a c o è s i t u a t o
nell’ipocondriosinistro e nell’epigastrio. Lo spazio occupato dallo stomaco è una
porzione dello spazio sopramesocolico, una parte della cavità addominale situata
rostralmente al mesocolon trasverso. La posizione della porzione superiore dello
stomaco cambia in rapporto con i movimento del diaframma e corrisponde alle
coste dalla 5-9. In esso distinguiamo il cardia, il fondo dello stomaco, il corpo dello
stomaco e la parte pilorica, comprendente l’altro pilorico, il canale pilorico e il
piloro.
Cardia
Area che si estende intorno allo sbocco esofageo.
Fondo dello stomaco
E’ la parte più alta dello stomaco che si adatta alla concavità dello stomaco. Limite
convenzionale tra fondo e corpo dello stomaco.
Corpo dello stomaco
Porzione più estesa dell’organo e si dirige in basso restringendosi
progressivamente. Il limite con la parte pilorica è segnato da una linea obliqua che
dall’incisura angolare raggiunge la grande curvatura.
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Parte pilorica
Può essere divisa a sua volta in due porzioni separate da un solco. La porzione
prossimale è detta antro pilorico ed è lievemente dilatata, formando la piccola
tuberosità dello stomaco. La porzione distale è costituita termina con il piloro. Essa
è diretta a destra, in alto e indietro ed è separata dal duodeno attraverso il solco
pilorico.

RAPPORTI
Il fondo dello stomaco tocca la cupola diaframmatica. Nell’espirazione si porta in
alto e raggiunge la 5 costa sulla linea emiclaveare. Tramite il diaframma, entra in
rapporto con il pericardio e il cuore, con la pleura e la base del polmone sinistro. E’
coperto in avanti e medialmente dal lobo sinistro del fegato. Infatti, all’apertura
della cavità addominale è visibile solo una parte dello stomaco, essendo la
maggior parte dell’organo accolto nella concavità diaframmatica ed in avanti
coperta dall’arco costale e dal fegato.
La parete anteriore è in rapporto sia con la parete anteriore del torace che con la
parete anteriore dell’addome. E’ coperta a destra dal lobo sinistro del fegato e a
sinistra è in rapporto con il diaframma e con il muscolo trasverso dell’addome. La
parte toracica della parete anteriore dello stomaco corrisponde ad un’area
denominata spazio semilunare di Traube. Tale spazio è delimitato inferiormente
dall’arco costale sinistro tra 6 e 9 coste; superiormente corrisponde alla 6 costa;
lateralmente è limitato da una linea verticale che va dalla 6 costa alla 9. Lo spazio
di Traube corrisponde alla bolla [Link] porzione inferiore dello stomaco
comprende è coperta in alto ed in piccola
parte dal fegato, è in diretto contatto con la parete anteriore dell’addome
attraverso un’area di proiezione triangolare (triangolo di Labbé), l’estensione di tale
area varia con il riempimento dell’organo ed è in rapporto con il lobo inferiore del
fegato.
La parete posteriore è in rapporto con il diaframma, con la milza, con la ghiandola
surrenale, con il rene sinistro, il pancreas ed il colon trasverso. Con l’Inter
posizione del mesocolon trasverso, prende rapporti anche con la parte ascendente
del duodeno.
La piccola curvatura è coperta dal lobo sinistro del fegato. Con la sua concavità
abbraccia l’aorta, i pilastri mediali del diaframma e la colonna vertebrale. Da essa
si stacca il legamento epatogastrico o parte flaccida del piccolo omento. Su di
essa decorre l’arcata anastomotica formata dalle arterie gastriche destra e sinistra.
La grande curvatura è in rapporto con il diaframma, con il muscolo trasverso
dell’addome, con la flessura colica sinistra e con il colon trasverso. Da essa si
stacca il grande omento, su di essa decorre l’arcata anastomotica formata dalle
arterie gastroepiploiche dx e sn.
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Il cardia è in rapporto con il pilastro sinistro del diaframma, è coperto in avanti dal
lobo sinistro del fegato. Sul suo margine sinistro decorre il nervo vago sinistro; il
destro si trova sulla faccia posteriore.
Il piloro si trova a destra della linea mediana, a livello della prima vertebra lombare.
Posteriormente è a contatto con la testa del pancreas, anteriormente è coperto dal
fegato.
MEZZI DI FISSTA’ E COMPORTAMENTO DEL PERITONEO
Lo stomaco è localizzato all’interno della cavità peritoneale e ricoperto dalla
tonaca sierosa peritoneale. Il peritoneo viscerale ricopre sia la parete anteriore che
quella posteriore dello stomaco mediante due lamine, ant e post.
La lamina peritoneale anteriore riveste la parete anteriore dello stomaco,
proseguendo in alto sulla faccia anteriore dell’esofago e in basso sul duodeno.
La lamina peritoneale posteriore riveste la parete post dello stomaco e si arresta
in corrispondenza del corpo, in basso si prolunga brevemente sul duodeno.
Legamento gastrofrenico: nelle zone in prossimità del cardia le due lamine
peritoneali non giungono in contatto, bensì divergono dirigendosi l’anteriore sul
diaframma e la posteriore sulla parete posteriore dell’addome, entrambe
continuano col peritoneo parietale. Dunque, cardia, esofago e fondo dello stomaco
rimangono senza rivestimento peritoneale e sono in diretto rapporto col
diaframma, questo dispositivo viene chiamato legamento gastrofrenico.
Legamento gastrosplenico: dietro il fondo dello stomaco, le due lamine
peritoneali si avvicinano e si uniscono a formare il legamento gastrosplenico, tra la
parete posteriore dello stomaco all’ilo della milza.
Legamento gastrocolico: inferiormente al legamento gastrosplenico, le due
lamine costituiscono il legamento gastrocolico. Questo, si estende dalla grande
curvatura dello stomaco la fessura colica sinistra, al colon trasverso, alla fessura
colica destra e al duodeno costituendo la radice anteriore del grande omento.
Legamento epatogastrico: le due lamine continuano a formare questo legamento
che costituisce il piccolo omento e si fissa all’ilo e al solco per il legamento
venoso. La superficie dello stomaco guarda verso la grande cavità peritoneale,
mentre quella rivestita dalla lamina posteriore prospetta verso la borsa omentale.
Quest’ultima è un diverticolo della grande cavità peritoneale, situato dietro lo
stomaco che si apre nella grande cavità peritoneale mediante un orifizio.
Mesogastrio: nello stomaco del feto è come se fossero presenti due mesi, uno si
stacca dalla grande curvatura e l’altro dalla piccola curvatura: il mesogastrio
ventrale ed il mesogastrio dorsale. I due mesi dello stomaco sono disposti
dapprima su un piano sagittale, poi, cambiano decorso. Nel mesogastrio ventrale
si sviluppa il fegato e si determina la divisione del meso in due parti: il legamento
falciforme e il legamento gastroepatico. Nel mesogastrio dorsale invece si sviluppa
la milza e il meso di nuovo si divide in due parti: una prima parte tra stomaco e
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milza (legamento gastrosplenico), una seconda tra milza ed addome. Infine, nel
feto viene a formarsi la borsa omentale.
CONFIGURAZIONE INTERNA
La superficie interna dello stomaco ha un colore grigio roseo che diviene più rosso
durante la digestione a causa del maggiore afflusso di sangue.
Pieghe gastriche: sono determinate dal sollevamento delle tonache mucosa e
sottomucosa. Sulla piccola curvatura si trova si trova la via gastrica breve, solco
delimitato da due pieghe longitudinali che collega direttamente l’esofago alla parte
pilorica dello stomaco. Esse scompaiono con la dilatazione dell’organo.
Areole e fossette gastriche: solchi permanenti che formano un fine reticolo e
delimitano su tutta la superficie. La superficie di tali aree presenta numerosi minuti
infossamenti, le fossette gastriche nel cui fondo si aprono le ghiandole gastriche.
La tonaca mucosa che le separa si solleva in sottili sporgenze cilindriche o laminari
denominate creste gastriche.
Orifizio cardiale: in corrispondenza del cardia si osserva un orlo anulare che
segna il limite fra tonaca mucosa esofagea e tonaca mucosa gastrica, tale orifizio
ha forma ovalare, a grande asse [Link] pilorico: a livello del piloro la
superficie interna dello stomaco si solleva a formare una piega circolare, detta
“valvola pilorica” che circoscrive L’orifizio pilorico. Alla formazione della “valvola
pilorica” partecipano la tonaca mucosa, la sottomucosa e la muscolare, il cui
strato circolare forma il muscolo sfintere pilorico. La “valvola pilorica” ha forma
triangolare.
VASI E NERVI
Lo stomaco è vascolarizzato da 5 peduncoli vascolari principali: arteria e vena
gastriche destre, sinistre e brevi, arteria e vena gastroepiploiche destre e sinistre.
Arterie - le destre sono rami dell’arteria epatica comune, le sinistre e le brevi sono
rami dell’arteria splenica.
Le arterie gastriche brevi si portano al fondo dello stomaco decorrendo nello
spessore del legamento gastrosplenico.
Le arterie gastriche dx e sn decorrono l’una verso l’altra e si anastomizzano
formando un’arcata. Così come anche le arterie gastroepiploiche dx e sn formano
un’arcata lungo la grande curvatura.
Dalle arcate arteriose della piccola e della grande curvatura originano rami che
decorrono sulle pareti anteriori e posteriori dello stomaco, da tali rami originano
ramuscoli che attraversano la tonaca muscolare per portarsi nella tonaca
sottomucosa. Dalla rete sottomucosa originano arteriose dirette ala tonaca
muscolare ed alla tonaca mucosa. Queste ultime danno origine a reti capillari
attorno alle ghiandole portandosi sotto l’epitelio superficiale.
Vene - nascono dalla rete capillare sottoepiteliale e formano un plesso tra il

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fondo delle ghiandole gastriche e la muscularis mucosae. Quest’ultimo viene
drenato da un plesso sottomucoso a cui affluiscono anche le vene della tonaca
muscolare. Le vene efferenti del plesso sottomucoso si gettano nelle vene
gastriche dx e sn e gastroepiploiche dx e sn. Le regioni prossimali dello stomaco
sono drenate dalle vene gastriche brevi, tutte le vene dello stomaco sono tributarie
del circolo portale. Il sangue drenato dalle vene gastroepiploiche dx e sx passa
rispettivamente nelle vene mesenterica sup e splenica. Alcune vene della regione
cardiale dello stomaco defluiscono nelle vene esofagee, nelle diaframmatiche
inferiori e nelle surrenali.
Linfatici - si portano nella tonaca sottomucosa formando un ricco plesso da cui
emergono vasi referenti che si dirigono nel reticolo sottosieroso da dove
raggiungono i linfonodi gastrici. I vasi linfatici provenienti dalla piccola
curvatura raggiungono i linfonodi gastrici dx e sn o linfonodi gastrici superiori;
quelli provenienti dalla grande curvatura si portano ai linfonodi gastroepiploici
dx e sn o linfonodi gastrici inferiori e ai linfonodi pilorici. Alcuni vasi
linfaticiprovenienti dal fondo dello stomaco decorrono lungo le arterie gastriche
brevi e drenano nei linfonodi splenici o lienali.
Nervi - lo stomaco è innervato dai nervi vaghi dx e sn e da rami del sistema
simpatico. I nervi vaghi dx e sn attraversano il diaframma e raggiungono lo
stomaco, qui formano due plessi: il plesso gastrico anteriore dello stomaco e il
plesso gastrico posteriore, che ne innerva la parete omonima. Nella parete dello
stomaco, le fibre simpatiche e parasimpatiche formano plessi nervosi contenenti
piccoli gangli o neuroni isolati., queste formazioni costituiscono il sistema
nervoso enterico, presente in tutto il canale alimentare. Nel sistema nervoso
enterico si individua un plesso enterico, nel quale si distinguono poi un plesso
mienterico, che regola la peristalsi, un plesso sottomucoso che controlla
l’attività secretava, ed un plesso sottosieroso, che agisce come intermediario tra
il sistema nervoso enterico e l’innervazione simpatica e parasimpatica dello
stomaco. Il sistema parasimpatico stimola l’attività secretava e quella motoria,
quello simpatico invece le riduce.

ANATOMIA MICROSCOPICA
La parete dello stomaco è formata da 4 strati: tonaca mucosa, sottomucosa,
muscolare e sierosa.
Tonaca mucosa
E’ formata da tre strati: epitelio superficiale, lamina propria e muscularis mucosae
e si solleva in rilievi poligonali ravvicinati l’uno all’altro denominati areole gastriche,
sulla superficie delle quali vi è l’apertura di piccole cavità che affondano nella
tonaca mucosa: creste gastriche, le cavità invece sono denominate fossette o
foveole gastriche. Nel fondo di ciascuna fossetta si aprono le ghiandole gastriche.
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Epitelio superficiale
Riveste le creste gastriche fino alle fossette omonime, esso è costituito da cellule
prismatiche provviste di corti microvilli, con un nucleo nella parte basale. Rispetto
al nucleo troveremo, al di sotto, cisterne di RER, mentre al disopra il complesso
del Golgi. Il secreto di queste cellule è formato da un muco ricco di proteoglicani
neutri, e ricopre la superficie interna dello stomaco. La protezione operata dalle
cellule mucose non è solo meccanica ma anche chimica, infatti, il secreto di
queste cellule neutralizza l’acidità del contenuto gastrico innalzando il pH.
Lamina propria
E’ formata da tessuto connettivo lasso ben vascolarizzato e può essere divisa in
una parte superficiale che forma l’asse delle creste gastriche ed una profondache
accoglie i vari tipi di ghiandole omonime. Entrambe queste porzioni della
lamina propria sono ricche di elementi di difesa, es: linfociti, che possono
anche essere presenti nell’epitelio formando i noduli linfonodi solitari. Le
ghiandole gastriche, localizzate nella lamina propria e mai nella tonaca
sottomucosa, differiscono nelle diverse parti dello stomaco. Si possono
distinguere tre tipi di ghiandole: cardiali, del fondo e del corpo e ghiandole
piloriche.
Ghiandole cardiali
L’area occupata da tali ghiandole è relativamente ristretta e si estende nello
stomaco per pochi cm; esse possono trovarsi anche nella tonaca mucosa
dell’esofago, in alcuni casi possono essere presenti dalla nascita, in altri vi si
portano in seguito a reflusso di acido. Queste ghiandole secernono glicoproteine
neutre, gli elementi secernenti hanno le caratteristiche tipiche delle cellule
mucose, con un nucleo basale ed una parte apicale; queste ghiandole non
producono acido cloridrico o enzimi, bensì proteggono la giunzione
gastroesofagea dall’azione del succo gastrico.
Ghiandole del fondo e del corpo dello stomaco
Esse occupano la maggior parte della tonaca mucosa, sono di tipo tubulare
semplice. La parete del tubulo presenta vari tipi di cellule, tale complessità si
deve al fatto che esse producono succo gastrico, secreto ricco di enzimi e con
un pH basso che aiuta la demolizione di proteine e lipidi.
CELLULE INDIFFERENZIATE O STAMINALI
Occupano la parte della ghiandola tra i tubuli ghiandolari e l’epitelio del fondo
delle fossette gastriche, esse sono elementi spesso in mitosi che provvedono al
rimpiazzo sia delle cellule dell’epitelio superficiale sia degli elementi ghiandolari. Il
citoplasma delle cellule staminali è povero di organelli ed il nucleo è posto nella
parte media del corpo della cellula.
CELLULE DEL COLLETTO
Localizzate nella parte alta della ghiandola in prossimità dello sbocco dei tubuli
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ghiandolari; esse sono caratterizzate da numerosi granuli di muco nella parte
apicale della cellula, mentre il nucleo si trova nella parte basale. Questo muco è
composto da proteoglicani acidi e non neutri.
CELLULE PRINCIPALI O ADELOMORFE
Si trovano nella porzione intermedia e nel fondo delle ghiandole e sono
elementi a secrezione sierosa che producono proteine sotto forma di granuli
(granuli di zimogeno). Il nucleo di tali ghiandole è posto nella parte media del
corpo cellulare, mentre nella parte basale della cellula è presente un RER
moltoevidente. Il complesso del Golgi è molto sviluppato. Le cellule principali sono
unite a quelle vicine mediante complessi giunzionali e secernono il
pepsinogeno, precursore inattivo dell’enzima pepsina, per questo le ulcere che
si formano nello stomaco si chiamano ulcere peptiche; altro enzima proteolitico
prodotto è la rennina, proteasi che digerisce le proteine del latte e quindi secreta
maggiormente in periodo neonatale.
CELLULE PARIETALI O DELOMORFE
Sono le cellule più caratteristiche dello stomaco in quanto producono acido
cloridrico, tali cellule presentano un contorno citoplasmatico ben identificabile.
Queste cellule sono presenti solo nella tonaca mucosa di corpo e fondo dello
stomaco, essendo quindi assenti nel cardia e nel piloro, esse hanno un carattere
acidofilo e un profilo ovale. Sono in esse presenti canalicoli intracellulari che
vanno dal lume ghiandolare al corpo della cellula. Queste cellule riversano
l’acido cloridrico entro questi canalicoli che rappresentano un dispositivo che
facilita la secrezione di acido, portando un aumento della superficie secernente.
La membrana plasmatica continua direttamente nei canalicoli intracellulari, i
quali si portano nella cellula e presentano microvilli sulla superficie interna. Al
di sotto dei microvilli si trova il sistema tubulovescicolare. Quest’ultimo è un
insieme di tubuli avvolti su se stessi e vescicole in comunicazione con il lume
del canalicolo intracellulare attraverso il quale, in seguito a stimoli che
promuovono la secrezione acida , si produce un ampliamento della superficie di
secrezione. La membrana plasmatica continua nei canalicoli intracellulari, i
quali si portano all’interno della cellula e presentano sulla loro superficie
interna un gran numero di microvilli, al di sotto dei quali si trova il sistema
tubulovescicolare: esso è un insieme di tubuli avvolti su se stessi e di vescicole
in comunicazione con il lume del canalicolo intracellulare attraverso il quale si
produce ampliamento della superficie di secrezione maggiore rispetto a quello
dato dai microvilli. I mitocondri, presenti in gran numero, forniscono l'energia
per il trasporto attivo di ioni, necessaria ai fini della produzione di acido
cloridrico, che denatura le proteine e porta il pH del succo gastrico al valore
adatto perché dal pepsinogeno si formi pepsina e questa agisca a livello
ottimale. Le cellule parietali secernono anche il fattore intrinseco,

42
una glicoproteina capace di legare la vitamina B2 presente negli alimenti,
rendendola in tal modo assorbibile a livello dell'intestino tenue.
CELLULE ENDOCRINE
Secernono vari tipi di ormoni attivi su muscolatura e ghiandole gastriche ed
intestinali, spesso queste ultime al microscopio appaiono cromaffini. L’ormone
più conosciuto prodotto da tali cellule è la 5-idrossitriptamina o serotonina, la
cui azione è implicata nella contrazione della muscolatura [Link]
piloriche
Nella parte pilorica dello stomaco le fossette gastriche sono profonde e le creste
gastriche sono alte e sottili, al loro fondo si aprono tubuli ghiandolari ramificati
formati da cellule secernenti glicoproteine neutre; tra di esse si trovano cellule
parietali ed endocrine. Anche queste ghiandole non producono acido cloridrico
ma proteggono con la loro secrezione l’altro pilorico dall’acido prodotto dal
corpo e dal fondo dello stomaco, infatti è in questa posizione che il succo
gastrico tende a ristagnare ed è necessaria una protezione.
CELLULE ENDOCRINE
Comprendono quelle secernenti 5-idrossitriptamina. Le più tipiche sono le
cellule G secernenti gastrica, che stimolano la secrezione di acido cloridrico da
parte delle ghiandole di corpo e fondo dello stomaco. La produzione di gastrica
da parte di tali cellule è regolata da un meccanismo di feedback: essa viene
inibita da un eccesso di acido nell’altro pilorico e stimolata da una sua scarsità.
L’eccesso di gastrina determina un aumento della secrezione acida e può portare
alla formazione di ulcere.
MUSCOLARIS MUCOSAE
E’ ben sviluppata e vi si riconoscono due strati, interno ed esterno. Da essa
risalgono cellule muscolari lisce nel tessuto connettivo tra i tubuli ghiandolari e
tra le fossette gastriche.
TONACA SOTTOMUCOSA
Costituita da tessuto connettivo lasso con fibre elastiche e cellule adipose, essa
aderisce intimamente alla tonaca mucosa e alla tonaca muscolare, inoltre vi si
trova il plesso sottomucoso.
TONACA MUSCOLARE
E’ spessa in tutta la parete dello stomaco. Come nel resto del canale digerente,
sono presenti uno strato circolare ed uno longitudinale, rispettivamente interno
ed esterno. Nello stomaco, la muscolatura appare più spessa poichè
costantemente sottoposta ad un intenso sforzo peristaltico. Ai due strati si
aggiunge uno strato di fibre oblique situato internamente rispetto allo strato
interno. Queste fibre si aprono dall’incisura cardiale alla grande curvatura, non
si trovano nella piccola curvatura e nella parte pilorica dello stomaco, in

43
quest’ultima è sviluppato lo strato circolare interno che, al passaggio tra piloro e
duodeno forma il muscolo sfintere pilorico.
TONACA SIEROSA E TELA SOTTOSIEROSA
Essa è formata dal peritoneo costituito dal mesotelio e da uno strato
sottomesoteliale di tessuto connettivo denso, uniti alla tonaca muscolare da
unatela sottosierosa in corrispondenza delle due curvature gastriche, dove
accoglie nel suo spessore vasi, nervi e linfonodi.
ANATOMIA FUNZIONALE
La digestione inizia nella cavità orale: la saliva dell’uomo contiene l’amilasi
salivare, che, giunta nello stomaco, mantiene la propria attività per circa 30
minuti prima di essere inattivata dalle proteasi gastriche. In questo modo,
continua la demolizione dei polisaccaridi anche all’eterno dello stomaco. Il
succo gastrico elaborato dalla tonaca mucosa contiene enzimi capaci di
demolire le proteine e i lipidi. Tali enzimi hanno attività ottimale in ambiente
acido, ambiente consentito dalla tonaca mucosa gastrica che produce acido
cloridrico, la cui secrezione è mantenuta della gastrina. Questo ormone è
secreto da uno dei tipi di cellule endocrine presenti nella tonaca mucosa
dell’altro pilorico (cellule G). Altro prodotto di secrezione è il fattore intrinseco,
glicoproteina che si combina con la vitamina B12 degli alimenti permettendo o
l’assorbimento. Lo stomaco inoltre svolge altre funzioni quali quella assorbente
di piccole molecole come l’acqua; nello stomaco sono presenti anche elementi
sensoriali in grado di adoperare una selezione degli alimenti.
Intestino tenue
Si trova tra lo stomaco e l’intestino crasso, inizia dopo il piloro e termina con la
valvola ileocecale.
Viene suddiviso in due porzioni:
-retroperitoneale con il duodeno;
-intraperitoneale con l’intestino tenue mesenteriale.

DUODENO
E’ la porzione prossimale dell’intestino tenue, si interpone tra stomaco e
intestino tenue mesenteriale e termina con la flessura duodenodigiunale. Si
trova a livello delle prime due vertebre lombari e il suo nome allude alla sua
lunghezza di circa 30 cm (duodeni dal latino duodecim= dodici pollici).
Forma, posizione e rapporti
Ha forma di “C” rivolta a sinistra e abbraccia la testa del pancreas.
Nel bambino—> duodeno anulare
Nell’adulto—> duodeno a “U” o a “V”
Parte superiore
E’ costituita dal bulbo duodenale, breve, mobile e ricoperta dal peritoneo. E’
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diretta indietro, in alto e a destra e si estende dal solco pilorico al collo della
cistifellea. Piega poi in basso, formando la flessura duodenale superiore. Infine,
in basso, è in rapporto con la testa del [Link] discendente
Si dirige in basso, a destra della colonna vertebrale; a livello del polo inferiore
del rene destro volge a sinistra e termina co la fessura duodenale inferiore.
Prende rapporti:
-in avanti con la cistifellea, il colon trasverso e le anse del digiuno;
-indietro con il rene destro, i vasi renali, la pelvi renale e il tratto iniziale
dell’uretere destro;
-lateralmente con il lobo destro del fegato e la fessura colica epatica;
-medialmente con il pancreas (scavato a doccia per accogliere il duodeno).
L’organo viene diviso in duodeno sovramesocolico e duodeno sottomesocolico
dall’inserzione parietale del mesocolon trasverso che incrocia la parte
discendente del duodeno.
Parte orizzontale
Decorre trasversalmente al davanti della terza o quarta vertebra lombare,
incrociando la vena cava inferiore e l’aorta; piega poi in alto e a sinistra per
continuare con la parte ascendente.
Prende rapporti:
-in alto con la testa del pancreas;
-in avanti e superiormente con i vasi mesenterici superiori e il mesocolon
trasverso;
-in avanti e inferiormente con le anse dell’intestino tenue mesenteriale;
-indietro con la vena cava inferiore e con l’aorta.
Parte ascendente
Sale in obliquo a sinistra della colonna e dell’aorta e arriva sotto la radice del
mesocolon trasverso; compie poi un’inflessione in avanti e in basso, formando
la flessura duodenodigiunale.
Prende rapporti:
-in avanti con le anse intestinali e con il mesocolon trasverso;
-indietro con i vasi renali e con l’uretere sinistri;
-lateralmente con l’arteria colica sinistra e con il margine mediale del rene
sinistro;
-medialmente con il pancreas e con l’aorta.
Flessura duodenodigiunale o angolo di Treitz
Si trova a livello della parete posteriore dell’addome, è ricoperta dal peritoneo e
segna il punto di unione fra duodeno e intestino tenue mesenteriale; in
particolare si passa dalla sede retroperitoneale a quella intraperitoneale.

45
L’incrocio tra l’arteria colica sinistra e la vena mesenterica inferiore forma l’arco
vascolare di Treitz. Il muscolo sospensore del duodeno (legamento diTreitz),
invece, fissa in questo punto l’intestino al diaframma ed è formato da
una porzione tendinea che termina con due capi muscolari. Il peritoneo, a
questo livello, forma le fossette duodenali: piega duodenale superiore
(duodenodigiunale) e piega duodenale inferiore (duodenomesocolica) alle quali
corrispondono i recessi duodenali superiore ed inferiore.
MEZZI DI FISSITÀ E COMPORTAMENTO DEL PERITONEO
Per gran parte della sua estensione il duodeno viene rivestito dal peritoneo in
maniera incompleta il quale risulta direttamente applicato alla parete posteriore
dell’addome dal peritoneo parietale posteriore. Le due estremità, prossimale e
distale, sono in sede intraperitoneale mentre la porzione centrale in sede
retroperitoneale.
Parte superiore
È abbastanza mobile. Il rivestimento peritoneale è fornito dalle due lamine
peritoneali dello stomaco, anteriore e posteriore.
Caratterizzata da due legamenti:
-epatoduodenale—> costituisce la parte tensa del piccolo omento; la parte
flaccida invece rappresenta il legamento epatogastrico che consente i
movimenti dello stomaco. Nel suo spessore decorrono la vena porta, l’arteria
epatica e il dotto coledoco. Il margine destro, libero del piccolo omento può
permettere la formazione del legamento duodenorenale e delimita il forame
epiploico.
-duodenocolico—> non sempre presente, è la prosecuzione del legamento
gastrocolico.
Parte discendente
Ha un modesto grado di movimento. Rivestita dal peritoneo solo anteriormente,
si incrocia con la radice del mesocolon trasverso.
Parte orizzontale
Risulta fissa. Rivestita dal peritoneo solo anteriormente, si incrocia con
l’estremo superiore della radice del mesentere.
Parte ascendente
Ha un modesto grado di movimento. Rivestita dal peritoneo nei due terzi
anteriori della sua circonferenza.
CONFIGURAZIONE INTERNA
La parte superiore del duodeno (bulbo duodenale) presenta una superficie
interna priva di pieghe, a differenza delle restanti parti che presentano le pieghe
circolari di forma semilunare. Per questo motivo, durante l’esame radiologico,
il bulbo risulta opaco e riempito uniformemente dal mezzo di contrasto mentre
il resto risulta avere un aspetto fioccoso ed un riempimento irregolare da parte
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del mezzo di contrasto.
PIEGHE CIRCOLARI
Vengono chiamate valvole conniventi anche se non hanno una funzione
valvolare.
Piega longitudinale del duodeno
Si trova nel tratto medio della porzione discendente al limite fra la parete
posteriore e quella mediale ed è lunga circa 2 cm. Si tratta di un rilievo della
tonaca mucosa causato dal dotto coledoco. Termina inferiormente nella papilla
duodenale maggiore dove sbocca il dotto coledoco.
Papilla duodenale maggiore
È un rilievo conico della tonaca mucosa aperto in corrispondenza dell’apice, in
cui sboccano il dotto coledoco e il dotto pancreatico (o di Wirsung). Quando lo
sbocco dei due dotti non avviene separatamente, essi confluiscono alla base
della papilla nell’ampolla epatopancreatica o duodenale.
Papilla duodenale minore
Si trova più in avanti e in alto rispetto alla papilla maggiore e, al suo apice, vi
sbocca il dotto pancreatico accessorio (di Santorini).
INTESTINO TENUE MESENTERIALE
Per convenzione viene diviso in due porzioni che, in senso craniocaudale, sono
il digiuno e l’ileo. Continua con il duodeno attraverso la flessura
duodenodigiunale e termina nella fossa iliaca destra, sboccando nel cieco
attraverso la valvola ileocecale.
Questa parte dell’intestino è detta mesenteriale poiché compresa nello spessore
del mesentere (piega del peritoneo) che si stacca dalla parete posteriore
dell’addome e si unisce, con il suo margine anteriore, al canale intestinale.
E’ lungo circa sette metri (si dispone formando anse), prossimalmente largo
circa 4,7 cm e distalmente circa 2,7 cm. E’ un viscero cavo localizzato nello
spazio sottomesocolico della cavità addominale. Le prime anse digiunali sono
situate nella porzione addominale superiore sinistra, mentre le anse ileali in
basso a destra (fossa iliaca destra).
Forma, posizione e rapporti
Questa porzione dell’intestino tenue possiede grande mobilità e si dispone a
formare anse che, tutte insieme, formano la matassa intestinale nella
cavitàperitoneale (spazio sottomesocolico). In ogni ansa vi sono un margine libero
e uno mesenterico e, in generale, la loro disposizione risulta essere molto ordinata
poiché condizionata dalla presenza del mesentere la cui radice è obliqua
dall’alto in basso e da sinistra verso destra.
-Il primo gruppo di anse è posto nell’ipocondrio sinistro e raggiunge la flessura
colica sinistra;

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-Il secondo gruppo occupa la regione ombelicale o mesogastrica fino alla fessura
colica destra;
-Il terzo gruppo risiede nella fossa iliaca sinistra;
-Il quarto gruppo si trova tra il muscolo grande psoas destro e sinistro e scende
fino alla piccola pelvi.
Anteriormente, le anse sono ricoperte dal grande omento che le mette in
comunicazione con il peritoneo della parete anterolaterale dell’addome.
Posteriormente, invece, le anse entrano in rapporto con il duodeno, in pancreas,
l’aorta, la vena cava inferiore, i reni, gli ureteri, i muscoli grande psoas e quadrato
dei lombi.
Superiormente, il mesocolon trasverso e il colon trasverso separano le anse da
stomaco, fegato e milza.
Lateralmente, le anse sono in rapporto a destra con cieco e colon ascendente, a
sinistra con colon discendente e e sigmoideo.
Inferiormente, le anse scendono nelle fosse iliache destra e sinistra dove poi
contraggono rapporti con l’anello inguinale profondo e con le formazioni che lo
attraversano.
Centralmente, occupano il cavo rettovescicale del maschio e rettouterino della
femmina.
Possono, infine, formare ernie inguinali o aderenze con gli organi descritti in
caso di infiammazione.
MEZZI DI FISSITÀ E COMPORTAMENTO DEL PERITONEO
Le anse intestinali necessitano di un preciso equilibrio tra mobilità e fissazione
alla parete addominale, la prima per permettere il transito degli alimenti e la
seconda per ricevere vasi e nervi. Ad occuparsi di questo aspetto è il mesentere
(particolare differenziazione del peritoneo).
Mesentere
E’ una piega del peritoneo che collega ileo e digiuno ed è costituito da una
doppia lamina di tonaca sierosa peritoneale in cui decorrono vasi e nervi. La
sua altezza è maggiore nel tratto medio e minima alle sue estremità, ha forma di
ventaglio (se disteso) con un corto margine posteriore che forma la radice e un
lungo margine anteriore che si inserisce su digiuno e ileo. La radice del
mesentere corrisponde alla linea lungo il quale esso si inserisce sulla
pareteposteriore dell’addome (15-17 cm); ha come estremità la flessura
duodendigiunale e la giunzione ileocecale; si inserisce a livello della seconda
vertebra lombare e da qui discende in obliquo verso destra fino alla fossa iliaca
destra. All’inizio decorre sul duodeno, portandosi poi sull’aorta e sulla vena
cava inferiore; nella fossa iliaca destra supera il muscolo grande psoas
incrociando l’uretere destro, l’arteria iliaca comune destra e i vasi testicolari od
ovarici, e raggiungendo infine l’angolo ileocecale. Il su spessore dipende dalla

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quantità di tessuto adiposo che, se eccessiva, può causare lo sviluppo della
sindrome metabolica.
Anatomia Funzionale
Il mesentere ha un ruolo importante per la motilità dell’intestino tenue ed è
necessario un certo grado di libertà per le sue anse. Spesso, però, possono
formarsi dei valvoli che determinano un’occlusione e in certi casi anche un
infarto intestinale. La presenza di numerosi linfonodi nello spessore tra i due
foglietti della lamina del mesentere, caratterizza un importante presidio
immunitario contro antigeni presenti negli alimenti.
CONFIGURAZIONE INTERNA
Pieghe circolari
La superificie interna dell’intestino tenue mesenteriale presenta numerose
pieghe circolari o valvole conniventi (di Kerckring) disposte trasversalmente
all’asse maggiore dell’organo. Sono sporgenze permanenti della tonaca mucosa
distanti 6-8 cm l’una dall’altra e di pari altezza. A differenza delle pieghe
gastriche, quelle circolari non scompaiono quando l’intestino viene dilatato. Lo
spazio tra le pieghe, inoltre, è minore rispetto a quello tra gli haustra coli della
superficie interna del colon. Hanno un ruolo nella peristalsi, rallentano il
transito del contenuto intestinale, aumentano la superficie assorbente e sono
ricoperte da villi sui due versanti della piega.
Villi intestinali
Sono rilievi che sporgono di circa 0,4-0,6 mm dalla superficie e le conferiscono
un aspetto “vellutato”. A livello duodenale appaiono come rilievi lamellari,
distalmente invece sono più piccoli e digitiformi. La loro funzione oltre quella
di assorbire materiali nutritizi è, insieme alle pieghe circolari, di aumentare
notevolmente la superficie di contatto tra la parete dell’intestino e il suo
contenuto.
Noduli linfoidi
Nell’intestino tenue il tessuto linfoide è molto abbondante e aumenta
spostandosi verso l’ileo per contrastare contaminazioni da parte della flora
batterica di tipo fecale presente nel cieco. Possono essere visibili noduli
linfoidisolitari (piccole sporgenze rosse o biancastre di qualche millimetro) che, se
all’esame endoscopico risultano in numero tropo elevato, possono causare
impertrofia nodulare linfoide. Nel margine libero dell’ileo, invece, si osservano
i noduli linfoidi aggregati (o placche di Peyer) di forma cicrcolare o ellittica,
pianeggiante o leggermente infossata, con superficie liscia o lievemente
irregolare. In età giovanile sono circa 200 e vanno poi a diminuire con
l’aumento dell’età.

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VASI E NERVI
La linfa del duodeno viene drenata dai linfonodi pancreatici superiori e pancreatico
duodenali Digiuno e ileo presentano un elevato numero di linfonodi
nello spessore del mesentere, vi sono diversi linfonodi mesenterici superiori in
corrispondenza del margine concavo del digiun, esistono inoltre varie
connessioni tra i vasi linfatici dell’intestino tenue e quelli del fegato, dello
stomaco, del pancreas e del tratto iniziale dell’intestino crasso,tutto questo
distretto è tributario dei linfonodi preaortici. La linfa che si forma a livello di
questo sistema è ricca di particolari particelle di grasso dette chilomicroni.
Infatti i grassi assorbiti dai globuli rossi vengono depositati in forma di
chilomicroni nel vaso chilifero lungo l’asse del villo al fine di evitarne il
versamento all’interno del circolo sanguigno. Questa linfa viene poi depositata
nella cisterna del chilo da cui origina il dotto toracico. I vasi linfatici dunque
rappresentano la via preferenziale di assorbimento dei lipidi, in particolare dei
trigliceridi.
Nervi: l’intestino tenue riceve fibre nervose parasimpatiche effettrici viscerali
dal nervo vago e fibre simpatiche effettivi viscerali dai segmenti toracici del
midollo spinale dal 5 all’8. Questi fasci di fibre convergono dapprima in una
formazione prevertebrale formando il plesso celiaco ( tra tronco celiaco e
arteria mesenterica superiore). Le efferente di questo plesso seguono il decorso
delle arterie che originano dall’aorta addominale, formando così il plesso
mesenterico superiore. Alle fibre nervose sono inoltre associati un numero
notevole di neuroni, isolati come i gangli celiaci e il ganglio mesenterico
superiore. Le fibre che originano da questo plesso decorrono nello spazio
retroperitoneale e nel mesentere così da raggiungere l’intestino tenue, dove
formano: plesso sottosieroso , un plesso mienterico( di auerbach),un plesso
sottomucoso ( di Meissner). Il sistema parasimpatico sia nello stomaco che nell’
intestino stimola la motiltaà della tonaca muscolare e la secrezione da parte
delle ghiandole mentre il simpatico agisce in senso opposto, dunque inibendo
tali attività. Le fibre Sensitive viscerali provenienti dalle pareti dell’intestino
tenue si portano ai segmenti o neuromeri toracici del midollo spinale dal sesto
al decimo.
ANATOMIA MICROSCOPICA
L’intestino tenue è organizzato in 4 tonache, comuni a tutto il canale
esofagogastroenterico:
⁃ tonaca mucosa
⁃ tonaca sottomucosa
⁃ tonaca muscolare
⁃ tonaca sierosa

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Le prime due formano le pieghe circolari, presenti in gran numero nella parte
discendente del duodeno e nel digiuno rispetto all’ileo (dove si trovano più
distanziate). Prendono questo nome in quanto la tonaca sottomessa solleva la
tonaca mucosa formando dei rilievi circolari.
TONACA MUCOSA
La tonaca mucosa grazie alla sua organizzazione permette all’intestino tenue di
svolgere le due importanti funzioni di digestione e assorbimento. La prima è
mediata dagli enzimi pancreatici, dalla bile e, secondariamente, anche dalle
sostanze secrete dalla tonaca mucosa intestinale.
Per quanto riguarda l’assorbimento, questo è favorito dalla vasta superficie
epiteliale dovuta al gran numero di villi e microvilli intestinali e alle pieghe
circolari che ne aumentano notevolmente l’estensione.
Riguardo all’organizzazione della tonaca mucosa, come avviene nella parte
canalicolare del sistema digerente, possiamo distinguere un’epitelio
superficiale, una lamina propria e la muscolaris mucosae.
È nei villi intestinali che si aprono le ghiandole intestinali, che occupano la
lamina propria della tonaca mucosa, e le ghiandole duodenali, nella tonaca
sottomucosa.
EPITELIO SUPERFICIALE
È di tipo colonnare, cilindrico semplice o monostratificato ed è formato
principalmente da due tipi di cellule , enterociti e cellule caliciformi mucipare.
ENTEROCITI
Sono i più numerosi in quanto ricoprono i villi intestinali, sono cellule alte e di
forma prismatica che presentano degli orletti striati formati da microvilli. Il
nucleo ha una forma ovoidale e si trova nella parte basale della cellula ,al di
sopra del quale si trova il complesso di Golgi; Tra quest’ultimo e la superficie
libera della cellula è interposto un abbondante citoplasma ricco di cisterne del
reticolo endoplasmatico liscio e mitocondri. Negli enterociti il citoplasma è
caratterizzato da un citoscheletro altamente specializzato. La parte più
caratteristica della cellula è quella apicale in quanto ricca di microvilli; Questi,
situati nella superficie libera della cellula, appaiono al microscopioottico nel loro
insieme come una sottile banda finemente striata, interrotta solo a livello delle
cellule caliciformi mucipare. Questo strato, formato dall’iniseme dei microvilli,
viene chiamato orletto striato. Al microscopio elettronico i microvilli appaiono
invece come proiezioni digitiformi regolari. Ognuno di questi presenta una
membrana plasmatica che svolge una sottile colonna di citoplasma nella quale si
riscontrano fasci di microfilmanti di actina. Questo fascio arriva fino alla base del
microvillo formando la trama terminale, la quale si presenta come una lamina di
citoplasma ricca di filamenti intermedi di citocheratina che confluiscono nei
dispositivi giunzionali. La trama terminale contiene inoltre filamenti di miosina
51
ancorati alla parte più profonda dei filamenti di actina che formano l’asse dei
microvilli. Questi filamenti di miosina si portano fino alla superficie attraverso l’asse
dei microvilli e giunti all’apice si ancorano a complessi di a-actinina. Nei microvilli, i
filamenti di actina sono uniti da ponti trasversali formati dalle proteine villina e
fimbrina. Al di sotto della trama terminale si trovano solitamente vescicole o profili
di cisterne del reticolo endoplasmatico liscio. Le vescicole a parete liscia spesso
continuano con cisterne del reticolo endoplasmatico rugoso che si trovano in
tutto l’ambito citoplasmatico. Alla base dei microvilli si possono osservare
anche vescicole di micropinocitosi. La superficie libera degli enterociti è
rivestita dal glicocalice; Questa struttura al microscopio elettronico è ben
visibile in corrispondenza della superficie dei microvilli e tra i microvilli, dove
appare come un sottile strato di materiale finemente filamentoso. Nel glicocalice
sono presenti enzimi che completano i processi digestivi liberando aminoacidi e
monosaccaridi, per l’assorbimento. Lo spessore del glicocalice dipende anche
dalla dieta: ad esempio essendo importante per la digestione del latte, la presenza
di tale alimento nella dieta può indurne un ispessimento. Gli enterociti sono uniti
all’apice da complessi giunzioni costituiti da desmosomi, zonulae adherentes,
zonulae occludentes o tight junction. Profondamente al complesso giunzionale
apicale, le superfici laterali di enterociti contigui delimitano uno spazio
intracellulare che si estende fino alla alla membrana basale dell’epitelio,
ampliandosi nella fase di assorbimento, particolarmente dopo un pasto lipidico. Gli
enterociti non presentano in tutte le porzioni del villo la stessa morfologia. Infatti
queste cellule vengono prodotte nella parte prossimale dalle ghiandole intestinali
da precursori staminali comuni e si trovano inizialmente a contatto con la lamina
basale; Successivamente si spostano verso l’alto raggiungendo la zona di
estrusione, nell’apice del villo intestinale. Quindi alla base del villo, le cellule hanno
un aspetto immaturo con pochi organelli e un orletto microvillare poco sviluppato.
Gli enterociti presenteranno la loro forma tipica solo nella porzione media del villo.
Nella parte apicale tali cellule si presenteranno con un aspetto degenerativo,
costituiti cioè da vescicole rigonfie e un orletto microvillare disorganizzato. In
alcuni casiil rivestimento formato dagli enterociti può mancare sull’estremo apice
del villo.
CELLULE CALICIFORMI MUCIPARE
Sono irregolarmente interposte agli enterociti sui villi intestinali. Il loro secreto,
ovvero il muco, lubrifica la superficie interna dell’intestino proteggendola e
facilitando la progressione del contenuto intestinale. Queste cellule sono meno
numerose degli enterociti, ma si trovano in maggior numero nel tratto terminale
dell’ileo in quanto in questo tratto è richiesta una particolare protezione visto
l’elevato rischio di contaminazione da parte del materiale fecale. Come si può

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intuire dal nome le cellule mucipare hanno la forma di un calice con l’apice ripieno
di goccioline di muco che formano un ammasso ovoidale. La ricchezza di
mucopolissacaridi acidi determina la colorabilità con l’Acian Blu. Il citoplasma è
presente in un sottile strato periferico che forma la parete del calice, mentre il
nucleo è posizionato nella parte basale della cellula. Quando viene espulso il
muco, la cellula si assottiglia. Il secreto è formato da proteoglicani acidi che si
raccolgono in goccioline confluenti tra loro, mentre la parte proteica del muco
viene sintetizzata al livello dei ribosomi del reticolo endoplasmatico rugoso e
convogliato nel complesso del Golgi. In quest’ultimo avviene l’unione del
componente proteico con quello glucidico e con i gruppi solforici. Le cisterne del
reticolo endoplasmatico rugoso, al microscopio elettronico, appaiono ammassate
ai lati del nucleo, tra questo e la membrana plasmatica della cellula; Il complesso
del Golgi è molto esteso e si trova tra il nucleo e la massa del secreto.
Quest’ultimo è presente sotto forma di granuli e occupa tutta la parte media e
apicale della cellula. Anche nelle cellule mucipare sono presenti microvilli ma sono
limitati alla periferia e risultano molto corti.
CELLULE ENDOCRINE
Nell’epitelio dell’intestino tenue si possono trovare anche delle cellule
chemosensoriali solitarie, che presentano una sorta di pannello di lunghi
microvilli rigidi, dal quale prendono appunto il nome “brush cell”.
LAMINA PROPRIA
È abbastanza spessa ed è formata da tessuto connettivo lasso; Si possono
distinguere una parte superficiale, che forma l’asse dei microvilli, e una parte
profonda, che rappresenta invece il tessuto connettivo posto tra i tubuli
ghiandolari. La lamina propria è ricca di cellule che sono particolarmente
coinvolte nella produzione di un particolare tipo di anticorpi, le immunoglubine
A di [Link] inoltre presenti anche linfociti, granulociti eosinofili,
mastociti e macrofagi. Queste cellule possono formare accumuli di tessuto
linfoide, i noduli linfoidi, che arrivano fino alla tonaca sottomucosa. Nel tessuto
connettivo vi è una ricca rete di capillari sanguigni localizzata nelle vicinanze della
membrana basale dell’epitelio. Le cellule del’endotelio capillare hanno numerosi
pori, localizzati nella parte della parete volta verso l’epitelio assorbente. I capillari
confluiscono in una rete venosa posta nell’asse del villo; Tra i vasi sanguigni si
trovano numerosi capillari linfatici che risultano importanti nel riassorbimento di
grassi, in quanto pieni di chilomicroni. Nei villi, di forma conica, si trova un vaso
linfatico centrale, il vaso chilifero, che va dall’apice dei villi fino in profondità,
confluendo in una rete di collettori linfatici situati nella parte profonda della lamina
propria e nella tonaca sottomucosa. Nei villi laminari i capillari sono invece
organizzati in reti.

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GHIANDOLE INTESTINALI
Note come cripte intestinale, sono di tipo tubolare semplice e sono presenti in
tutta la lamina propria dell’intestino; Solitamente non raggiungono mai la tonaca
sottomucosa, ma si fermano in corrispondenza della muscolaris mucosae, le cui
cellule possono favorirne lo svuotamento. L’epitelio ghiandolare presenta una
struttura molto complessa ed è formato da diversi tipi di cellule: cellule immature
della linea assorbente, cellule caliciformi mucipare, cellule endocrine, cellule
chemosensoriali, cellule staminali e cellule a secrezione sierosa. Nella ghiandola
possiamo distinguere tre zone: quella più vicina alla superficie, dove si trovano
prevalentemente cellule immature della linea assorbente e cellule caliciformi
mucipare, una zona intermedia, costituita da cellule staminali, e una parte più
profonda, costituita da cellule a secrezione sierosa.
Utilizzo dei dispositivi di protezione individuale ospedalieri
Tutti i dipendenti sono responsabili dell'utilizzo dei dispositivi di protezione
individuale (DPI) forniti dall'ospedale (inclusi eventuali dispositivi di protezione
respiratoria (DPI)) nel modo in cui sono destinati a essere utilizzati, secondo le
istruzioni ricevute e in conformità con le istruzioni del produttore. Quando non
utilizzati, i DPI devono essere conservati nelle strutture predisposte.
Il personale è tenuto a praticare un elevato standard di igiene e a fare un uso
corretto delle strutture previste per lavarsi, fare la doccia o il bagno, pertanto
eventuali DPI che potrebbero causare contaminazione devono essere rimossi per
la pulizia/smaltimento prima di mangiare e bere. Difetti o potenziali rischi per la
salute e la sicurezza identificati in uno qualsiasi degli elementi sopra indicati,
inclusi metodi di lavoro definiti, dispositivi o strutture, o qualsiasi elemento di DPI
(compresi gli RPE) devono essere segnalati tempestivamente alla persona
responsabile designata (ad esempio responsabile di reparto o supervisore )
Presentano le stesse caratteristiche degli enterociti immaturi; Sono considerati
come elementi di transito e amplificazione, prodotte da cellule staminali, che
vanno a costituire la popolazione degli enterociti del villo intestinale.
CELLULE CALICIFORMI INTESTINALI
Hanno un ruolo di difesa della tonaca mucosa simile a quello delle cellule
caliciformi mucipare dell’epitelio dei villi intestinali.
CELLULE ENDOCRINE
Sono caratterizzate da granuli elletrondensi che presentano una morfologia
variabile dipendente dal tipo di sostanza prodotta (generalmente ormoni
polipeptidici o aminici).
CELLULE CHEMOSENSORIALI
Vengono definita anche Tuft cell o brush cell, come nell’epitelio superficiale;

54
Sono caratterizzate da un corpo a forma di pera e la presenza di un ciuffo
dimicrovilli lunghi e rigidi. Hanno la funzione di rilevare la composizione chimica del
materiale contenuto nel lume.
CELLULE STAMINALI
Provvedono al rinnovamento dell’epitelio intestinale, tramite la loro proliferazione e
differenziazione. Queste cellule salgono lentamente verso l’apice dei villi in modo
tale che si perdano e vengano sostituite dalle nuove cellule, rigenerando il tessuto.
Nell’uomo un completo rinnovamento del tessuto ha luogo ogni tre giorni circa.
Ogni giorno si ha la perdita di 50g di materiale all’incirca. Anche i fibrobalsti che
circondano la parte profonda dei tubuli ghiandolari hanno un’attività di
rigenerazione simile a quella delle cellule staminali. Quest’ultime hanno una doppia
differenziazione: infatti si differenziano verso l’alto formando enterociti e cellule
mucipare, mentre verso il basso formando le cellule di Paneth.
CELLULE DI PANETH
Si trovano nel fondo delle ghiandole intestinali sotto le cellule staminali ed hanno
una vita molto lunga. Sono numerose nel digiuno e nell’ileo. Questa localizzazione
è correlata alla loro funzione di difesa della tonaca mucosa: sono elementi che
elaborano sostanze coinvolte nel controllo della flora batterica. Dal punto di vista
morfologico hanno le tipiche caratteristiche delle cellule a secrezione sierosa;
Hanno un corpo triangolare con un’ampia base. Al microscopio ottico, si
riconoscono grazie ai loro voluminosi granuli di secrezione, rifrangenti e fortemente
acidofili, situati nella parte apicale del citoplasma; La parte basale della cellula è
invece basofila. Al microscopio elettronico, la base della cellula è occupata da
cisterne del reticolo endoplasmatico rugoso, miste a poliribosomi liberi e qualche
mitocondri. Il complesso di Golgi si trova invece sopra il nucleo e contiene granuli
immaturi che si portano verso la parte apicale della cellula. Questi granuli
contengono principalmente glicoproteine neutre e proteine, alcune delle quali con
attività enzimatica. Il componente principale dei granuli è il lisozima, una proteina a
elevato punto isoelettrico (ph 10), che svolge un azione antibatterica in quanto
digerisce alcune componenti della parete delle cellule batteriche determinandone
la distruzione. Svolgono inoltre un’attività regolativa della flora batterica intestinale.
L’alto punto isoelettrica inoltre determina la forte acidofilia del citoplasma apicale
di questi elementi. Le cellule di Paneth producono anche polipeptidi ad azione
antibiotica detti defensine.
NODULI LINFOIDI
Sono accumuli di tessuto linfoide presenti nella lamina propria di tutto l’intestino
tenue. Nel digiuno e nel duodeno sono invece isolati alla lamina propria della
tonaca mucosa. Dove sono presenti i noduli linfoidi sarannoassenti villi e ghiandole
intestinali. Nell’ileo i noduli formano degli ammassi che arrivano anche nella tonaca
sottomucosa, chiamati noduli linfoidi aggregati; Quest’ultimi assomigliano a dei

55
rilievi bassi di forma circolare che prendono il nome di placche di Peyer. In
corrispondenza dei noduli lipoidi, nell’epitelio superficiale della tonaca mucosa vi
saranno infiltrazioni di linfociti. Il tessuto linfoide della parete intestinale è formato
da linfociti T e B misti a macrofagi e presenta un’organizzazione in follicoli con
ampi centri germinativi. Questo è in grado di rispondere a stimolazioni
antigenetiche provenienti dal lume intestinale. La parete intestinale risulta ricca di
linfociti IgA di membrana e di plasmacellule scernenti IgA. Le IgA sono anticorpi
che hanno la caratteristica proprietà di essere trasportate attraverso gli epiteli,
essere cioè secrete.
MUSCOLARIS MUCOSAE
Segna il limite tra tonaca sottomucosa e lamina propria e, pur non partecipando
come strato alla formazione dei villi, invia nel loro contesto esili fascetti
muscolari che ne garantiscono la motilità. La lamina propria che si trova
all’interno della muscolaris mucosae si solleva in sottili lamine coperte dalle
cellule dell’epitelio superficiale. Ciascuna lamina rappresenta lo stroma di un
villo.
TONACA SOTTOMUCOSA
È costituita da tessuto connettivo lasso e si trova tra tra la tonaca mucosa e
quella muscolare; Questa favorisce i movimenti peristaltici e quindi la
progressione del contenuto intestinale. La tonaca sottomucosa ha uno
sviluppato plesso nervoso ed è ricca di formazioni vascolari ematiche e
linfatiche. Il tessuto linfoide è ben rappresentato e organizzato in noduli. La
sottomucosa dell’intestino tenue non contiene ghiandole nel digiuno e nell’ileo
in quanto, in queste porzioni, sono localizzate nella lamina propria della tonaca
mucosa. Nel duodeno vi sono ghiandole localizzate nella tonaca sottomucosa:
le ghiandole duodenali, numerose nella parte superiore del duodeno. Dal punto
di vista strutturali le ghiandole duodenali presenti nella tonaca sottomucosa
sono più complesse rispetto quelle della lamina propria, in quanto sono di tipo
tubulare composto. Presentano un citoplasma poco collocabile e producono un
secreto alcalino che blocca l’acidità del chimo proveniente dallo stomaco.
Quest’ultima funzione è di grande importanza in quanto tre quarti delle ulcere
peptiche si formano nel duodeno e solo un quarto nello stomaco.
TONACA MUSCOLARE
È formata da due strati di cellule muscolari lisce orientante circolarmente nello
strato interno e longitudinalmente in quello esterno. Tra i due strati si trova il
plesso mienterico, al quale sono associati molti [Link] SIEROSA
È formata dal mesotelio e da uno strato di tessuto connettivo sottomesoteliale,
per questo è rappresentata dal peritoneo.
ANATOMIA FUNZIONALE

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L’Intestino tenue è l’organo più importante nei processi digestivi, tramite i quali
vengono scomposti gli alimenti in composti atti ad essere assorbiti. Questi
processi avvengono tramite enzimi, nell’intestino, e secreti apatici e pancreatici.
L’ azione di quest’ultimi dev’essere coordinata con lo svuotamento gastrico, con la
secrezione del succo enterico e con la peristalsi nell’intestino tenue. La peristalsi
oltre che a determinare la progressione del contenuto intestinale ne opera un
continuo rimescolamento, svolgendo la duplice azione di progressione e
regressione del contenuto. Queste azioni avvengono grazie ad un complesso
dispositivo nervoso ed endocrino. L’intestino tenue è l’organo principale anche
dell’assorbimento, grazie alla sua grande superficie endoluminale. Seppur
l’assorbimento avviene soprattutto nel digiuno, il ferro viene assorbito nel duodeno
e la vitamina B12 e i sali biliari nell’ileo terminale. L’estesa superficie intestinale
determina un imponente contatto con le sostanze esterne, di conseguenza
l’intestino tenue è considerato un organo fondamentale anche nei processi di
difesa immunitaria. La funzione d’assorbimento di cui abbiamo parlato è pero
molto più complessa di un semplice trasporto attraverso la membrana; Le
sostanze vengono infatti portate all’interno dagli enterociti sotto forma di molecole
che attraverso micropinocitosi. Queste sostanze si accumulano poi nelle vescicole
poste nella parte apicale degli enterociti, dove hanno luogo le trasformazioni
metaboliche degli alimenti assorbite. In particolare avviene la sintesi dei trigliceridi
a partire dagli acidi grassi e dai monogliceridi assorbiti dal canale alimentare.
Queste vescicole si aprono successivamente nello spazio intracellulare dove i
trigliceridi vengono rilasciati sotto forma di goccioline lipidiche rivestite da un
involucro proteico , perdendo il nome di chilomicroni.
TONACA SIEROSA
È formata dal mesotelio e da uno strato di tessuto connettivo sottomesoteliale,
per questo è rappresentata dal peritoneo.
ANATOMIA FUNZIONALE
L’Intestino tenue è l’organo più importante nei processi digestivi, tramite i quali
vengono scomposti gli alimenti in composti atti ad essere assorbiti. Questi
processi avvengono tramite enzimi, nell’intestino, e secreti apatici e pancreatici.
L’ azione di quest’ultimi dev’essere coordinata con lo svuotamento gastrico,
con la secrezione del succo enterico e con la peristalsi nell’intestino tenue. La
peristalsi oltre che a determinare la progressione del contenuto intestinale ne
opera un continuo rimescolamento, svolgendo la duplice azione di progressione
e regressione del contenuto. Queste azioni avvengono grazie ad un complesso
dispositivo nervoso ed endocrino. L’intestino tenue è l’organo principale anche
dell’assorbimento, grazie alla sua grande superficie endoluminale. Seppur
l’assorbimento avviene soprattutto nel digiuno, il ferro viene assorbito nel duodeno
e la vitamina B12 e i sali biliari nell’ileo terminale. L’estesa superficie intestinale

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determina un imponente contatto con le sostanze esterne, di conseguenza
l’intestino tenue è considerato un organo fondamentale anche nei processi di
difesa immunitaria. La funzione d’assorbimento di cui abbiamo parlato è pero
molto più complessa di un semplice trasporto attraverso la membrana; Le
sostanze vengono infatti portate all’interno dagli enterociti si sotto forma di
molecole che attraverso micropinocitosi. Queste sostanze si accumulano poi nelle
vescicole poste nella parte apicale degli enterociti, dove hanno luogo le
trasformazioni metaboliche degli alimenti assorbite. In particolare avviene la sintesi
dei trigliceridi a partire dagli acidi grassi e dai monogliceridi assorbiti dal canale
alimentare. Queste vescicole si aprono successivamente nello spazio intracellulare
dove i trigliceridi vengono rilasciati sotto forma di goccioline lipidiche rivestite da
un involucro proteico , perdendo il nome di chilomicroni.

Intestino crasso:
È la porzione del canale digerente che fa seguito all’ileo e termina con l’ano.
Può essere diviso in tre porzioni che lo compongono: il cieco, il colon e il retto.
Il colon: è la prima porzione dell’intestino crasso e presenta un diverticolo lungo 7
cm,l’appendice vermiforme.
• forma,posizione e rapporti:
Ha una forma a cupola invertita la cui volta è detta fondo, è posta in basso e
possiede una concavità che volge verso l’alto. È situato generalmente nella fossa
Iliaca destra ma non è raro vedere varianti nella posizione, difatti può trovarsi più in
alto nella regione del fianco destro ( sottoepatico) o più in basso, nei pressi della
piccola pelvi o ancora, ma più di rado, nei pressi della regione ombelicale, e
questa localizzazione può essere associata a un’alterazione della posizione di altri
organi ( situs viscerum inversus).
Le diverse posizioni sono il risultato di una maggiore rotazione avvenuta durante il
processo tipico della vita fetale della rotazione dell’ansa intestinale. Durante lo
sviluppo prenatale infatti il cieco dapprima è situato nella fossa iliaca sinistra,risale
poi nell’ipocondrio sinistro,si sposta ancora in quello destro e discende nella fossa
iliaca destra.
Il cieco è separato ok dal colon ascendente tramite due solchi: quello anteriore che
si porta dall’estremità terminale anteriore dell’ ileo alla tenia libera è quello
posteriore che si porta dalla faccia posteriore terminale dell’ilei fino alla tenia
epiploica. Internamente invece sono separati tramite un piano passante per la
valvola ileocecale.
Le tenie dell’intestino crasso iniziano nel cieco e nei pressi dell’appendice
vermiforme si congiungono per poi divergere e decorrere sulle facce anteriore,

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mediale e posteriore del cieco. Le tenie del cieco sono tre: libera, mesocolica ed
epiploica.
I rapporti del cieco con il peritoneo sono variabili,il cieco infatti può essere
totalmente ricoperto, parzialmente ricoperto o non ricoperto dal peritoneo.
Il cieco presenta quattro facce:
-anteriore: a contatto con la parete dell’addome
-Posteriore e laterale: sono in rapporto con il peritoneo parietale che tappezza la
fossa iliaca
-Mediale: il rapporto con il muscolo grande psoas, i vasi iliaci esterni, le anse
dell’intestino
tenue mesenteriale.

Recessi peritoneali:
Dato che nella stragrande maggioranza dei casi il cieco è completamente ricoperto
dal peritoneo, possono formarsi nella sua porzione posteriore uno o due recessi
retrocecali i quali deriveranno da difetti di accollamento o riflessione del peritoneo
che raramente possono essere sede di ernia retrociecale. Altri recessi si formano
costantemente nella zona di passaggio del peritoneo viscerale dall’ileo al cieco e al
colon e prendono il nome di recessi ileocecali superiore ed inferiore.
Valvola ileocecale:
È costituita dalla papilla ileale e divide L’ileo terminale dal cieco impedendo il
reflusso del contenuto intestinale. È denominata anche valvola ileocecocolica
perché le tre parti dell’intestino contribuiscono alla sua costituzione. È formata da
due pieghe spesse, il labbro superiore e il labbro inferiore le quali sporgono nel
cieco e tramite i loro margini liberi delimitano l’orifizio ileale. Il labbro superiore è
orientato come una lamina trasversale mentre quello inferiore è più ampio e ha
orientamento obliquo.
Dal punto di vista strutturale non si tratta di un vero muscolo sfintere anatomico in
quanto è assente la compenetrazione tra fasci circolari e longitudinali, tuttavia a
livello di questa valvola è presente un ispessimento della tonaca muscolare e della
mescolarsi mucosae.
I labbri della valvola hanno una doppia tonaca che sul versante ileale ha caratteri
della tonaca mucosa dell’intestino tenue (con presenza di villi) su quello cecale
hanno la struttura della tonaca mucosa dell’intestino crasso (assenza di villi).
Appendice vermiforme: è un tratto del canale digerente che origina dal cieco
terminando con un’estremità libera. È un viscere cavo con un lume sottile, ha una
forma cilindroconica o tubulare sottile con lunghezza di 6-10ncm e diametro 5-8
mm.
Il lume è tendenzialmente molto sottile e l’appendicite è dovuta alla suo occasione

59
a causa di materiale mucopurulento all’interno del viscere, in questo ambito la
perforazione della parete è molto frequente e determina un quadro di peritonite
acuta.
Rapporti: presenta grande variabilità nella collocazione e di conseguenza nei
rapporti; la posizione più frequente è a partire dall’origine verso il basso e in
questo caso prende rapporti con il grande psoas per poi addentrarsi nella piccola
pelvi, se diretta posteriormente si rapporta con la faccia posteriore del cieco,
lateralmente con il muscolo iliaco e medialmente con le anse del tenue. Qualsiasi
sia la sua collocazione però resta invariata quella del suo orifizio, il quale si trova
proiettato sulla parete anteriore dell’addome.

Colon: si può dividere in 4 porzioni.


-ascendente: raggiunge la faccia viscerale del fegato in corrispondenza dell’
ipocondrio destro e quindi ripiega verso sinistra formando la fessura colica destra.
-Trasverso: dirigendosi verso sinistra si porta in basso e in avanti, disponendosi
innanzi alle anse del tenue si piega verso il basso al fine di formare la flessura
colica sinistra.
-Discendente: si dirige in basso rimanendo adeso alla parete addominale
posteriore e
raggiunge la fossa iliaca sinistra.
-Sigmoideo: si sposta verso la linea mediana per poi entrare nella cavità pelvica
fino alla
terza vertebra sacrale. Colon ascendente:
Esternamente è caratterizzato dalla presenza di tre tenie: libera, epiploica e
mesolica.
Ha una lunghezza di 12-15 cm, decorre nella regione laterale dell’addome , a
partire dal cieco, e si porta dalla fossa iliaca destra fino al fegato dove termina con
la flessura colica destra.
Possiamo descrive 4 facce in questa porzione, quella anteriore sarà ricoperta dalle
anse intestinali, quella posteriore è a contatto con i muscoli iliaco, quadrato dei
lombi, trasverso dell’addome e con il rene destro, la faccia laterale con la parete
addominale oltre che a rapportarsi costituisce il recesso parolico destro ed infine la
faccia mediale prende rapporti con:grande psoas, le anse dell’intestino tenue,
l’uretere, i vasi testicolari o ovarici ed infine chiude lo spazio mesenteriolico destro.
È avvolto dal peritoneo in tutte le sue facce ad esclusione di quella posteriore che
invece aderisce direttamente al tessuto connettivo che ricopre la parte posteriore
dell’addome.
FESSURA COLICA DESTRA ( O EPATICA) :
È un segmento del colon situato nell’ipocondrio destro , compreso tra il colon
ascendente e quello trasverso. Appare come un angolo acuto che si apre in avanti,
60
in basso e medialmente.
Anteriormente prende rapporti con la faccia inferiore del lobo destro del fegato,
sulla quale lascia anche l’impronta colica e con la cistifellea, posteriormente invece
si rapporta con il rene destro.
È completamente rivestito dal peritoneo e grazie ai legamenti:
epatcolico,colecistocolico e frenocolico destro risulta ben fissato alle strutture
vicine.

Colon trasverso:
Il tratto di intestino crasso compreso tra la flessura colica destra e la fessura colica
sinistra il prende il nome di colon trasverso. Il suo decorso non è rettilineo, ma
curvilineo. In alcuni casi può essere molto lungo e descrivere una curva molto
accentuata, spingendosi in basso, fino all’ipogastrio. Nel colon trasverso possiamo
distinguere tre tenie,la libera, la mesocolica e l’epiploica.
Rapporti: la parte anteriore è ricoperta del grande omento, posteriormente entra in
rapporto con la faccia anteriore del rene destro, con la porzione discendente del
duodeno, del pancreas e infine con la faccia anteriore del rene sinistro,
superiormente avrà rapporti con il lobo destro del fegato, con la cistifellea e con lo
stomaco.
Mesocolon trasverso: corrisponde ad un’ampia ripiegatura della tonaca sierosa,
che lo connette alla parete posteriore dell’addome. Il mesocolon trasverso della
parete posteriore del colon raggiunge la parete posteriore dell’addome secondo
una linea obliqua da sinistra a destra e dall’alto al basso. Questa linea presenta la
zona in cui le due lamine del mesocolon trasverso continuano nel peritoneo
parietale. Il mesocolon divide la cavità peritoneale in due spazi : lo spazio
sopramesocolico (più piccolo, ospita fegato stomaco e milza) e sottomesocolico
(più grande, ospita la restante parte dei visceri compresi nella cavità peritoneale.)
Flessura colica sinistra: è denominata anche flessura splenica, divide il colon
trasverso da quello discendente, appare come un tratto di colon incurvato ad
angolo acuto aperto in basso, in avanti e medialmente. Si rapporta principalmente
con lo stomaco, il rene e la ghiandola surrenale. È da questa porzione che si
origina, tramite l’angolo superiore, il legamento frenocolico sinistro.
Colon discendente: è posto tra la flessura colica sinistra e il colon sigmoideo.
origina dalla flessura colica sinistra per poi portarsi verso il basso e descrivere una
curva concava medialmente, infine di scende fino al livello della cresta iliaca
sinistra dove prosegue nel colon iliaco. Anteriormente si rapporta con le anse
intestinali, posteriormente con due muscoli del diaframma cioè il quadrato dei
lombi e il trasverso dell’addome, lateralmente prende rapporti con la parete
laterale dell’addome insieme alla quale delimita il recesso paracolico sinistro
61
mentre medialmente prende rapporti con il rene e delimita lo spazio
mesenterocolico sinistro.

Il colon discendente è rivestito dal peritoneo in tutte le sue facce ad esclusione


della faccia posteriore dove il viscere è aderente al piano retro peritoneale. Nel
colon discendente il peritoneo possiede disposizione analoga a quella che
caratterizza il colon ascendente.
Colon sigmoideo: detto anche sigma poiché deve il nome alla sua forma,
generalmente viene diviso in due porzioni. Il tratto iliaco, la prima porzione del
colon, e situato nella fossa iliaca sinistra e decorre dalla cresta iliaca sinistra fino al
margine mediale del grande psoas, formando una curva con concavità rivolta in
alto medialmente. Il tratto pelvico, la second porzione, fa seguito al tratto iliaco
decorrendo con direzione latero mediale addossandosi alla parete posteriore della
piccola pelvi. La superficie esterna del tratto bel più si presenta più liscia rispetto
quello del tratto Iliaco poiché la gibbosità e i solchi risultano meno accentuati. Le
Tanie si riducono a due, anteriore e posteriore, queste perdono progressivamente
la loro individualità poiché continuano tramite le fibre longitudinali nella tonaca
muscolare del retto.
I rapporti del colon sigma ideo sono diversi nei due sessi. Nel maschio il tratto
pelvico in rapporto anteriormente con la vescica ed inferiormente con il cavo retto
vescicale; nella femmina contrae rapporti con l’utero e i legamenti larghi dell’utero
e raggiunge il cavo retto- uterino. In entrambi i sessi sono molto ampi i rapporti
con l’intestino tenue
Il peritoneo avvolge in modo non completo il primo tratto del colon sigmoideo
fissandolo alla parete della fossa iliaca, invece nel tratto successivo il colon
sigmoideo presenta una maggiore mobilità dato che è presente un meso che
all’inizio è corto e che poi aumenta gradualmente in altezza del colon pelvico detto
mesocolon sigmoideo.
Mesocolon sigmoideo: è una doppia lamina peritoneale che avvolge il colon
sigmoideo e lo collega alla parete addominale posteriore, nel suo spessore decorre
un tratto dell’arteria mesenterica inferiore la quale provvede all’irrorazione.l’ultima
porzione del tratto iliaco dell’intero tratto pelvico sono completamente rivestito dal
peritoneo. Il mesocolon prima raggiunge la parete posteriore dell’addome della
pelvi per poi continuare nel peritoneo parietale, la sua inserzione avviene secondo
una linea a “V“ rovesciata nella quale distinguiamo un braccio sinistro ed uno
destro. Tra i due segmenti della linea di inserzione parietale del mesocolon
troviamo il recesso Inter sigmoideo, un recesso del peritoneo.
Flora batterica del colon:
Il colon, ospita alcune centinaia di specie batteriche che eseguono una varietà di
funzioni, in primo luogo la flora saprofitica opera una protezione nei confronti di
62
specie patogene. Successivamente annoveriamo anche la funzione di stimolo del
sistema immunitario, inoltre la flora batterica interviene nella degradazione delle
fibre ancora presenti nel materiale alimentare. I batteri si occupano anche di
produrre vitamine specialmente la vitamina K e varie vitamine del gruppo B come
la biotina (B7), la cobalmina (B 12) e la riboflavina (B2) queste vengono assorbite
nel colon.
Retto: il retto fa seguito al colon pelvico e si apre all’esterno con l’ano, con un
decorso di circa 15 cm. Questa parte dell’intestino crasso ha inizio nella piccola
pelvi e prosegue attraverso il perineo posteriore. Nel retto si distinguono: una parte
pelvica, più dilatata, che prende il nome di ampolla rettale ed una parte perineale,
più ristretta, denominata canale anale. Il limite tra le due porzioni è dovuto
all’inserzione sulla parete del retto del muscolo elevatore dell’ano poiché la parte
pelvica si trova al di sopra di quest’ultimo mentre la parte perineale è situata al di
sotto.
Forma e posizione: il retto inizia a livello della terza vertebra sacrale e discende
sulla faccia anteriore dell’osso sacro. Presenta un andamento serpeggiante
effettuando curve sia sul piano sagittale sia sul piano frontale.
Sul piano sagittale distinguono due flessure: la flessura sacrale, la quale presenta
una concavità anteriore e la flessura anorettale la quale inizia all’altezza dell’apice
della prostata nel maschio e della parete media della vagina nella femmina, in
entrambi casi mostra una convessità rivolta in avanti. Sul piano frontale descrive
altre due curve: la prima è convessa a destra mentre la seconda è convessa a
sinistra. Come queste curve sono meno accentuate di quelli sagittali e dunque
scompaiono quando il retto è disteso.
In condizioni di pienezza, presenta una parete anteriore e una parete posteriore e
due pareti laterali, quando invece è vuoto si appiattisce e le pareti anteriore e
posteriore tendono ad aderire tra di loro. La superficie esterna dell’ampolla rettale
presenta solchi trasversali ai quali corrispondono ripiegature interne, le pieghe
trasversali del retto, simili alle pieghe semilunari del colon.

Rapporti del retto:


È importante distinguere le differenze di genere che riguardano principalmente i
rapporti della parete anteriore del retto. Nel maschio la parte pelvica del retto è in
contatto anteriormente con le anse dell’intestino tenue e corrisponde al cavo
rettovescicale, la parte inferiore è ricoperta dalla fascia retropostatica, che è parte
della fascia pelvica viscerale. Tramite questa fascia il retto è in rapporto con il
trigono della vescica, con la faccia posteriore della prostata, con i dotti deferenti e
le vescicole seminali. Nella femmina la parte anteriore della parete peritoneale
volge verso il cavo retto-uterino dove sono accolte alcune anse dell’intestino
tenue. La parte extra peritoneale è in rapporto con la parete posteriore della vagina

63
dalla quale è separata attraverso la fascia retto-vaginale, anch’essa corrispondente
alla fascia pelvica viscerale. Lo spazio extra peritoneale rettale è suddiviso tramite
il legamento extra peritoneale in uno spazio per il rettale ed uno spazio pararettale.
La parete posteriore dell’ampolla rettale è il rapporto con gli ultimi tre segmenti
sacrali (S1- S3) e con il coccige, inoltre si rapporta con i muscoli: elevatore
dell’ano, piriforme ed ischio coccigeo, infine anche con il plesso sacrale. Tra
intestino e piano osseo si delimita uno spazio retro rettale ripieno di materiale
fibroadiposo, qui decorre l’arteria sacrale mediana che termina inferiormente nel
glomo coccigeo, questo corrisponde a una piccola massa di rami anastomizzati tra
loro, che si trova applicata all’estremità posteriore del corpo ano coccigeo, dunque
subito al di sotto dell’apice del coccige. Le pareti laterali del retto corrispondono
alle fosse pararettale, queste sono interposte tra le pareti laterali rivestita dal
peritoneo e le pareti laterali della piccola pelvi. Lateralmente e posteriormente al
retto si trovano anche le arterie sacrali laterali, rami dell’arteria iliaca interna, rami
del quarto del quinto nervo sacrale e la parte sacrale del tronco simpatico insieme
ai suoi gangli. I rapporti del canale anale differiscono nel maschio e nella femmina.
Nel maschio anteriormente si rapporta con l’apice della prostata, con la parte
membranosa dell’uretra e con il bulbo del pene e le ghiandole bulbouretrali. Nella
femmina con la parete posteriore della vagina. Tra il canale anale e gli organi che
gli stanno davanti si delimita nel maschio il trigono retto uretrale mentre nella
femmina il trigono retto vaginale, entrambi diventano costituenti della regione
urogenitale.

Mezzi di fissità:
Il peritoneo può essere considerato un importante mezzo di fissità del retto, altri
mezzi di fissità sono: la fascia pelvica, il muscolo elevatore dell’ano e i peduncoli
vascolari.
Il peritoneo riveste il retto solo in parte e possiamo distinguere in questo viscere
una parte peritoneale ed una sotto peritoneale. Il peritoneo è presente sulla parte
posteriore della faccia anteriore del retto mentre scendendo inferiormente si
comporta diversamente in relazione al genere poiché nella femmina si porta
sull’utero mentre nel maschio sulla vescica, per questa ragione vengono a formarsi
rispettivamente il cavo retto-uterino e il cavo retto vescicale. Il peritoneo è assente
sulla parte posteriore del retto.
Configurazione interna: all’esame interno del retto sono visibili sia pieghe
longitudinali sia pieghe trasversali. Alla costituzione di tali pieghe , prendono parte
la tonaca mucosa, la tonaca sottomucosa e la tonaca muscolare. Un importante
elemento dell’organo è costituito dalle colonne anali. Si tratta di 5-10 rilievi
longitudinali che si trovano al di sopra dell’ano. iniziano in basso con una base

64
slargata e termina in alto dopo un decorso di circa 1 cm, assottigliandosi e
formando quella che viene chiamata zona di transizione anale.
La linea pettinata (o dentata) invece è formata da pieghe trasversali che si trovano
tra le basi delle colonne anali e presentano un margine libero concavo.
I seni anali vengono delimitati dalle valvole anali, gli stessi appaiono come tasche
in cui sbloccano le ghiandole anali. Il terzo medio del canale anale è detto pettine
anale e si estende dalla linea pettinata al solco Inter sfinterico, il quale segna il
passaggio dal margine del muscolo sfintere interno a quello esterno, inoltre a
questo solco corrisponde la linea ano cutanea, in cui l’epitelio pavimentoso
prevede una transizione dall’ano derma, dunque privo di peli, a quello proprio della
cute, avente peli.
Le ghiandole anali possono infettarsi con facilità poiché ai loro dotti escretori si
aprono in una zona ricchissima di batteri, da tali infezioni possono originare
ascessi perianali.
In corrispondenza della linea pettinata si trova l’anello emorroidario, il quale appare
come una zona caratterizzata da rilievi arrotondati dati dalla presenza del plesso
venoso rettale situato nella tonaca sottomucosa. Lo sbocco esterno del canale
anale è chiamato ano, si trova nel perineo posteriore, circa 3 cm davanti al
coccige. Quando è dilatato ha un contorno circolare mentre in condizioni normali
presenta il labbro di destra e di sinistra, la cute che lo circonda forma delle pieghe
radiate che scompaiono con la dilatazione, vi si riscontrano formazioni pilifere e
sbocchi per le ghiandole della cute anale

Vasi e nervi:
Arterie: il colon è vascolarizzato dalle due arterie mesenteriche. L’arteria
mesenterica superiore vascolarizza il cieco, il colon ascendente e parte del colon
trasverso. Le restanti porzioni sono vascolarizzate dall’arteria mesenterica
inferiore. Queste arterie formano un dispositivo ad arcate anastomizzate
(mesenterica superiore, mesenterica inferiore, rami viscerali impari dell’aorta
addominale). L’arteria mesenterica superiore fornisce come rami collaterali:
ileocolica, colica destra e colica media. Il suo tronco terminale si anastomizza con
l’arteria ileocolica formando un’arcata nello spazio retro peritoneale. Da questa
arcata nascono le arterie cecali anteriore e posteriore, l’arteria appendicolare è il
ramo dell’arteria ileocolica. Il retto presenta una vascolarizzazione complessa,
caratterizzata dalla presenza di diversi peduncoli vascolari. Riceve infatti l’arteria
rettale superiore, ramo dell’arteria mesenterica inferiore, riceve l’arteria rettale
media, ramo dell’arteria iliaca interna ed infine riceve l’arteria rettale inferiore, ramo
dell’arteria pudenda interna la quale a sua volta origina dall’arteria iliaca interna.
Riceve inoltre rami dell’arteria sacrale mediana.

65
Vene: le vene del cieco e del colon fanno capo al distretto portale. Le vene
mesenteriche superiore inferiore ripercorrono tratti analoghi a quelli arteriosi ma
differiscono da queste poiché formano un reticolo plessiforme disordinato a livello
dello spazio retroperitoneale.
Il drenaggio venoso del retto si avvale principalmente del plesso venoso rettale
accolto nella tonaca sottomucosa del retto, questo plesso è drenato dalla vena
rettale superiore e dalle vene rettali medie e inferiori. A livello di questo plesso si
stabilisce un’anastomosi tra i sistemi della vena porta della vena cava inferiore, in
condizioni di ipertensione queste vene possono dilatarsi causando perdite
ematiche (emorroidi).
Linfatici: i vasi linfatici cecocolici vanno ai linfonodi mesococolici. I vasi linfatici del
retto presentano un decorso complesso poiché la parte pelvica è drenata linfonodi
parietali e linfonodi sigmoidei. I vasi linfatici del canale anale si portano anche ai
linfonodi anorettali e ai linfonodi inguinali.
Nervi: i nervi che si distribuiscono al cieco e al colon derivano dai plessi
mesenterici superiore e inferiore. I nervi per il retto provengono dei plessi
mesenterica inferiore, ipogastrico inferiore e dal nervo pudendo.

Anatomia microscopica:
In generale, la parete dell’intestino crasso a un’organizzazione simile nelle sue
diverse [Link] essere riscontrati però aspetti particolari a livello della
valvola ileocecale e dell’appendice vermiforme.
Appendice vermiforme: dal punto di vista strutturale alla stessa organizzazione
presente a livello dell’intestino crasso. Le principali differenze riguardano la tonaca
muscolare in cui lo strato longitudinale esterno appare continuo non essendo
organizzato a formare le tenie. Un ulteriore differenza è data da un maggiore
ispessimento della parete dell’appendice a causa di una notevole quantità di
tessuto linfoide.
Colon: presenta un’organizzazione in quattro tonache sovrapposte e comuni a
tutto il canale digerente (mucosa, sottomucosa, muscolare e avventizia)
-Tonaca mucosa: mostra notevoli differenze rispetto a quella dell’intestino tenue,
è liscia
poiché non presenta villi intestinali. L’epitelio superficiale di tipo colonnare
semplice ed è costituito da due tipi principali di cellule cioè le cellule caliciformi
Mucipare e le cellule assorbenti. Sono molto rare le cellule di Paneth e varie cellule
endocrine appaiono come elementi isolati mentre sono molto abbondanti gli
elementi linfoidi.
-Tonaca sottomucosa: presenta caratteri analoghi a quella dell’intestino tenue,
contiene il plesso sottomucoso (di Meissner).
-Tonaca muscolare: presenta uno strato interno avente fasci di fibre circolari ed
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uno esterno avente fasci di fibre longitudinali; questi si raggruppano in
corrispondenza delle tenie. La tonaca muscolare accoglie il plesso mienterico ( di
Auerbach).
-Tonaca sierosa: non è completa in tutte le parti del colon e nelle parti sprovviste
di rivestimento peritoneale è sostituita da una tonaca avventizia. Dipendono dalla
tonaca sierosa le appendici epiploiche, sdoppiamenti della lamina peritoneale
ripieni di tessuto adiposo.
-retto: a caratteristiche istologiche analoghe a quelle del colon con la differenza
che sono presenti maggiori cellule Mucipare poiché il contatto con il materiale
fecale determina la necessità di un’adeguata protezione. Si riscontra inoltre alcune
particolarità a livello del canale anale poiché nei pressi della regione dell’anello
emorroidario è necessario un epitelio pavimentoso stratificato. A livello dell’ano
l’epitelio superficiale mostra segni di caratterizzazione, la struttura microscopica in
generale e simile a quella presente nel colon sigmoideo ma più spesso.

Il muscolo sfintere interno dell’ano è un vero e proprio sfintere anatomico,


caratterizzato da un’intima compenetrazione di fasci muscolari dei due strati.
Inferiormente la tonaca muscolare si mette in rapporto con il muscolo sfintere
esterno dell’ano in cui si distinguono una parte superficiale, una parte profonda e
una parte sottocutanea.
Anatomia funzionale: la funzione principale dell’intestino crasso è il completamento
del processo digestivo e dell’assorbimento degli alimenti. Da un punto di vista
funzionale si può dividere l’organo in tre porzioni. La prima fino alla metà del colon
trasverso, svolge ancora una funzione di assorbimento delle sostanze nutritive
presenti nell’intestino tenue. La porzione che segue comprende fino alla porzione
prossimale del si occupa prevalentemente dell’assorbimento di acqua. L’ultima
parte funziona come serbatoio delle feci, di cui provvede all’eliminazione.
L’intestino crasso impiega circa 32 ore per terminare i processi rimanenti del
sistema digestivo; acqua e elettroliti vengono assorbiti in una quantità pari a circa
1,5 l al giorno. Nell’intestino crasso rispetto a quello tenue appaiono molto più
sviluppate le strutture di difesa che consistono in un imponente sistema linfoide,
sottoforma di cellule isolate o organizzate in noduli, e un grandissimo numero di
elementi mucosi disposti sia nell’epitelio superficiale che in quello ghiandolare.
Queste difese sono da considerarsi necessarie per le caratteristiche del contenuto
del viscere che presenta una flora di tipo fecale, ricchissima di microrganismi
potenzialmente patogeni. Il controllo della defecazione è dato dalla presenza del
doppio meccanismo sfinterico. nei primi anni di vita il muscolo sfintere esterno
dell’ano è ancora immaturo ed è attivo solo il muscolo sfintere interno. Durante la
permanenza delle feci nell’ampolla rettale viene riassorbita acqua per cui il

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materiale fecale aumenta progressivamente la propria consistenza,.. potendosi
così formare fecalomi, cioè masse dure e difficile espulsione.
Sistemi di controllo: la peristalsi, la secrezione e l’assorbimento devono avvenire in
fasi temporali scandite dall’assunzione di nuovi pasti. Il coordinamento è garantito
da alcuni sistemi considerati come formazioni intrinseche, possiamo quindi
distinguere un sistema nervoso enterico, un sistema endocrino è un sistema
chemo sensoriale.

Il fegato:
È la più voluminosa ghiandola extra parietale annessa al canale alimentare ed
anche il più grande organo pieno del corpo umano. Svolge funzioni sia di tipo
esocrino, principalmente legato alla produzione della bile, sia di tipo endocrino-
metabolico specie svolgendo un ruolo fondamentale nell’omeostasi metabolica
dato che partecipa attivamente a tutti i cicli metabolici che coinvolgono le proteine,
i lipidi e glucidi del circolo sanguigno.
Citotipi epatici:
-epatociti: costituiscono la maggior parte del parenchima epatico e svolgono le
funzioni più delicata e complesse.
-Colangiociti: cellule epiteliali che rivestono la parete delle vie biliari.
-Cellule endoteliali: costituiscono la parete dei sinusoidi, i caratteristici vasi capillari
sanguigni del fegato.
-Cellule di Kupfer (macrofagi stellati) e cellule di Ito (cellule perisinusoidali) con
funzioni rispettivamente tipo macrofagica e pericitico.
-Pit cell, un particolare tipo di linfociti natural killer in stretto rapporto con
l’endotelio dei sinusoidi
Forma, posizione e rapporti:
La forma del fegato può essere paragonata a quella di un ovoide a cui sia stata
asportata la porzione inferiore sinistra. Il fegato ha le seguenti dimensioni:
-diametro trasverso, circa 26 28 cm
-Diametro antero-posteriore, circa 16-17 cm
-Diametro verticale Massimo, circa 8 cm in corrispondenza del lobo destro
nell’individuo maschio il fegato pesa dai 1900-2300 g, nella femmina dai
1800-2100 g, di questi 400-800 g sono dovuti al sangue in circolo che perfonde
l’organo. Nell’uomo adulto normale appare di colorito rosso brunastro; la
consistenza dell’organo è classicamente descritta come parenchimatosa e
facilmente deprimibile alla pressione digitale.
Sul fegato, gli organi vicini lasciano la loro impronta nel corso dello sviluppo. Il
fegato è situato nello spazio peritoneale della cavità addominale, dove occupa la
parte destra dello spazio sopra il mesocolico, più precisamente nella loggia sotto
diaframmatica destra. Il diaframma lo separa dagli organi della cavità toracica,

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come le pleure, i polmoni e il cuore.
Nel fegato si distinguono due facce, la faccia diaframmatica e la faccia viscerale,
poi due margini, il margine inferiore, tagliente e libero e il margine posteriore,
arrotondato.
Faccia diaframmatica: è liscia e convessa, rivolta in alto e anteriormente, è
delimitata in avanti dal margine inferiore e indietro riflessione peritoneale del
foglietto superiore del legamento coronario. All’osservazione presenta un lungo
solco a decorso sagittale, il solco sagittale superiore; questo consente di
individuare sulla faccia diaframmatica il lobo destro ed il lobo sinistro del fegato.
Inoltre in corrispondenza del solco sagittale superiore avrà origine il legamento
falciforme, il quale deriva dall’unione dei foglietti del peritoneo viscerale che
rivestono il lobo sinistro e il lobo destro. La faccia diaframmatica del loro destro, la
più estesa tra le due, presenta alcuni solchi ovvero le impressioni
diaframmatiche,antero-inferiormente a queste vi sarà il margine libero dell’arco
costale. Sulla faccia diaframmatica del lobo sinistro sarà invece presente
l’impronta cardiaca, corrispondente all’importa lasciata dalla porzione apicale del
cuore. In generale la faccia diaframmatica del fegato è in rapporto con la cupola
diaframmatica; attraverso l’interposizione del diaframma entra in rapporto con:
pleura diaframmatica, la base del polmone destro, con il pericardio, con la faccia
diaframmatica e l’apice del cuore. A livello dell’epigastrio il fegato è a diretto
contatto con la parete addominale anteriore, la porzione corrispondente a una
zona di forma triangolare tra i due archi costali e una linea che unisce il punto più
declive dell’arco costale destro all’ottava costa di sinistra, in quest’aerea, il fegato
è direttamente apprezzabile alla palpazione manuale.
Faccia viscerale: è rivolta inferiormente, posteriormente e verso sinistra. La sua
superficie è irregolare e presenta tre solchi, due con direzione sagittale ed uno con
direzione trasversale, quest’ultimo rappresenta L’ilo o porta del fegato (porta
hepatis); inoltre la presenza di tre solchi permette una suddivisione in zone:destra
(situata a destra del primo seno sagittale, corrisponde alla faccia viscerale del lobo
destro) media(compresa tra i due seni sagittali, corrisponde a due lobi quadrato e
caudato) sinistra ( situata a sinistra del solco per il seno sagittale di sinistra,
corrisponde al lobo sinistro). Il solco sagittale destro è diviso in porzione anteriore
e posteriore, quella anteriore accoglie la cistifellea prendendo il nome di fossa
cistica mentre quella posteriore accoglie la vena cava inferiore nella fossa
omonima, queste due fosse sono separate dal parenchima epatico,il processo
caudato, denominato così poichè rappresenta un’estensione dell’omonimo lobo. Il
solco sagittale sinistro è profondo e più sottile, analogamente suddiviso a quello
destro e contenente nella parte anteriore il legamento.
Legamento rotondo del fegato, che rappresenta il residuo nell’adulto della vena
ombelicale mentre la porzione posteriore è occupata dal legamento venoso. Il

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solco trasverso corrisponde all’illusione del fegato ed è posto in prossimità del
margine posteriore e anteriore poichè misura 6-7 cm di lunghezza e 1 cm di
larghezza e accoglie le formazioni del peduncolo epatico. I tre solchi inoltre
permettono di individuare nel fegato 4 lobi complessivi: destro, sinistro, quadrato e
caudato.
-faccia viscerale del lobo destro: presenta numerose depressioni dovute al
rapirto con gli organi della cavità addominale sottostante: l’impronta colica è
dovuta al rapporto con la flessura colica destra; posteriormente vi sono le
impronte renale e surrenale; in posizione intermedia il duodeno lascia l’impronta
duodenale.
-faccia viscerale del lobo sinistro: presenta un’ampia impronta gastrica per lo
stretto rapporto con la curvatura dello stomaco, posteriormente vi è il tubercolo
omentale e l’impronta esofagea.
-lobo caudato: è situato posteriormente al solco trasverso in una zona definita
come borsa omentale ( oretrocavità degli epiplon), anteriormente presenta due
processi allungati, a sinistra il processo papillare e a destra il processo caudato.
-lobo quadrato: ha una superficie pianeggiante sulla quale sono riscontrabili
impronte dovute al rapporto con la parte pilorica dello stomaco e con la parte
superiore del duodeno.
-margine inferiore: si presenta sottile ed acuto, lungo tale margine sono presenti
delle incisure cioè quella cistica e quella del legamento rotondo.
-Margine posteriore: è slargato e convesso, in rapporto con il diaframma,
presenta un’incisura vertebrale corrispondente alla nona vertebra toracica, è
compreso tra le riflessioni dei due foglietti peritoneali (superiore e inferiore) che
costituiscono il legamento coronario, tali foglietti sono tra loro piuttosto distanziati
e per tale ragione il fegato in parte è privo di rivestimento ( AREA NUDA)
Mezzi di fissità: il fegato è ancorato al diaframma tramite due principali mezzi di
fissità.
La vena cava inferiore che aderisce al forma e della vena cava che si apre nel
diaframma ed è situata nei pressi della porzione posteriore del seno sagittale
destro dove riceve lo sbocco delle vene epatiche. Inoltre è ancorato al diaframma
tramite il tessuto connettivo ed invece è collegato agli organi contigui mediante
legamenti di derivazione peritoneale.

Infatti il peritoneo riveste gran parte dell’organo ad eccezione della sua area nuda
e in alcuni punti va a formare pieghe che vanno a costituire i legamenti peritoneali
del fegato, tra questi Legamenti minori sono il legamento epatorenale e
epatocolico, quelli di maggiore importanza li annoveriamo:

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-legamento falciforme: non è teso poichè in condizioni fisiologiche il fegato è
mantenuto applicato al diaframma da pressione addominale positiva e pertanto
non va considerato come un legamento sospensore. Ha forma triangolare e
presenta una concavità rivolta posteriormente tant’è che ricorda una falce. Si
diparte dal solco sagittale superiore fino alla porzione sopraombelicale della parete
anteriore dell’addome.
-Legamento rotondo del fegato: è un cordone fibroso che rappresenta il residuo
della vena ombelicale della circolazione fetale.
-Legamento coronario: è il vero e proprio legamento sospensorio del fegato,
disposto tra il margine poisteriore del fegato e la superficie inferiore del diaframma.

La vena cava inferiore e la regione circostante della superficie del fegato sono
connesse alla parete posteriore dell’addome tramite l’interposizione di tessuto
connettivo definito come legamento del legamento della vena cava inferiore.
-legamenti triangolari: sono formati dai foglietti provenienti dal legamento
coronario e si avvicinano progressivamente tra loro fino a incollarsi, il legamento
triangolare di sinistra. Più esteso rispetto a quello di destra e decorre dalla fossa
della vena cava fino a all’estremità sinistra del fegato, quello di destra invece a
vote può addirittura mancare.
-Piccolo omento: rappresenta il residuo dell’riginario mesogastrio ventrale e si
estende dal solco trasverso della faccia viscerale del fegato fino alla curvatura
dello stomaco e al margine superiore del duodeno. È distinto in due porzioni: il
legamento epatogastrico, tra il solco trasverso del fegato e la piccola curvatura
dello stomaco, formato da due foglietti peritoneali accollati tra loto e da cui
decorrono vasi linfatici, rami epatici ed il nervo gastroepatico,il legamento
epatoduodenale partecipa alla formazione della borsa omentale costituendone la
parete anteriore del vestibolo, può raggiunger persino cistifellea,duodeno e colon
formando il legamento coleicistiduodenocolico ed infine delimita anteriormente il
formare epiploico ,è disposto tra il solco trasverso del fegato e il margine superiore
del duodeno, anch’esso costituito da due foglietti peritoneali, contiene l’arteria
epatica propria, la vena porta, le vie biliari extraepatiche, vasi linfatici e nervi per il
fegato.

Vasi: il fegato riceve sangue da due vasi afferenti ( arteria porta ed epatica
propria,contenute nel peduncolo epatico) e possiede un unico sistema efferente
( vene epatiche) che riversa il sangue nella vena cava inferiore. L’ilo è la sede
attraverso cui vena porta e arteria epatica propria entrano nel fegato mentre le
vene epatiche lo abbandonano in corrispondenza di uno sbocco situato nel suo
margine posteriore al fine di seccare nella vena cava inferiore.

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-ARTERIA EPATICA PROPRIA: è la continuazione dell’arteria epatica comune
dopo che dalla stessa ha già avuto origine l’arteria gastroduodenale. Origina dal
tronco celiaco, fornisce un ramo collaterale, l’arteria gastrica destra, proseguendo
entra nella costituzione del peduncolo epatico. All’ilo del fegato si biforca in un
ramo di destra( Dà origine all’arteria cistica e si divide per i segmenti anteriore e
posteriore del fegato.) e di sinistra( fornisce i segmenti mediale e laterale)
anteriormente ai rami della vena porta.
Inizialmente la divisione terminale dei rami irrora le vie biliari, il connettiva
dell’organo e i vasi maggiori. Successivamente il flusso prosegue nei pressi delle
arterie interlobulari fino agli spazi portali dove i vasi riforniscono il plesso capillare
peribiliare.
-VENA PORTA: si forma dietro la testa o l’istmo del pancreas grazie alla
confluenza dell’arteria mesenterica superiore, inferiore e splenica. Data la sua
modalità di formazione può presentare variabili anatomiche. Solitamente però in
primo luogo confluisce con la vena splenica formando il tronco splenomesenterico,
questo stesso a sua volta confluisce con la vena mesenterica ultimando dunque la
formazione della vena porta. In una minoranza di casi invece i tre vasi originari
confluiscono insieme in un unico punto costituendo la vena porta. La vena porta,
qualsiasi sia la sua origine, si dirige in alto e in avanti, decorre nel legamento
epatoduodenale e partecipa alla formazione del peduncolo epatico. Una volta
raggiunto L’ilo del fegato si dirama in due rami, di questi è quello di destra ad
avere un calibro maggiore tanto da venire diviso all’interno del parenchima epatico
in due porzioni: anteriore e posteriore,il ramo sinistro sarà invece costituito da una
porzione trasversa ( originano da qui i rami per il lobo caudato) ed una
ombelicale(rami mediali e laterali),la sua successiva arborino azione comprende i
rami perilobulari, le vene interlobulari che si aprono nella rete capillare del fegato
(SINUSOIDI EPATICI).
-VENE PORTE ACCESSORIE: sono vene che portano sangue venoso al fegato
senza unirsi al tronco principale ma immettendosi direttamente nella circolazione
epatica intraparenchimale. Tra i principali gruppi di vene accessorie annoveriamo:
le vene del legamento falciforme,della cistifellea, paraombelicali e del piccolo
omento.

VENE EPATICHE: sono le vene emissarie della circolazione epatica e drenano il


sangue nella vena cava inferiore. Provengono da una prima confluenza dei
sinusoidi epatici nelle vene centrali/ centrolubulari alla quale segue un’ulteriore
confluenza alle vene sottolubulari e quindi via via stronchi dal calibro sempre
maggiore. Si vengono così a formare le vene epatiche di destra, intermedia e di
sinistra che sboccano in corrispondenza della fossa della vena cava. Presentano

72
un endotelio che poggia su di una lamina sottile e sono prive di dispositivi valvola
di data la loro estrema aderenza al parenchima epatico.
LINFATICI: i vasi linfatici sono individuabili solo a livello degli spazi portali mentre
non ci sono nei pressi dei lobuli epatici. I vasi linfatici più profondi possono seguire
il percorso delle vene epatiche per poi andare a scarica nei vasi linfonodi
diaframmatici superiori o sopradiaframmatici. I vasi più superficiali invece
decorrono subito al di sotto della tonaca sierosa e vengono scaricate nei linfonodi
epatici,paraortici,diaframmatici superiori.
NERVI: Sono costituiti da fibre simpatiche e parasimpatiche. Quelle simpatiche
provengono dal ganglio celiaco, quelle parasimpatiche dai nervi vaghi destro e
sinistro. Nel complesso i rami nervosi per il fegato formano i plessi epatici anteriore
e posteriore. Quello anteriore: è costituito dai rami nervosi che accompagnano
l’arteria epatica, dal plesso nervoso dell’arteria epatica comune e dal nervo
gastroepatico. Quello posteriore è costituito da 2-3 rami che derivano dal tronco
vagale posteriore, dal vago destro e da altri 3-4 tronchi nervosi che costituiscono il
plesso biliare e si portano alle vie biliari extraepatiche.
SEGMENTI EPATICI: l’organizzazione attraverso cui le principali formazioni
vascolari e biliari si ramificano all’interno del fegato è analoga a quella della gran
parte degli organi parenchima tosi come polmoni e reni, di conseguenza è
possibile individuare delle porzioni di parenchima aventi vascolarizzazione e vie
biliari indipendenti, questi sono definiti propriamente con il termine di segmenti
epatici,questa suddivisione è di grande rilevanza principalmente in ambito
anatomochirurgico poichè consente interventi come l’epatectomia parziale e la
resezione segmenti le del fegato. Alla base della suddivisione segmenti le epatica
vi è una prima divisione della vena porta che a livello dell’ilo si biforca andando
così ad irrorare in maniera distinta la porzione sinistra e quella destra del fegato, la
linea di demarcazione utile alla suddetta divisione della vena porta corrisponde alla
linea di Cantlie ed è tracciabile sulla faccia viscerale del fegato (unisce la fossa
cistica al margine inferiore della vena cava inferiore).

• il ramo sinistro della vena porta: può essere suddiviso in una porzione trasversa e
ombelicale. La parte trasversa fornisce rami per il lobo caudato, configurato come
un segmento epatico a se stante mentre la porzione laterale fornisce rami mediali e
laterali.
SEGMENTO I, posteriore o dorsale o lobo caudato; SEGMENTO II, posteriore
laterale sinistro; SEGMENTO III, anteriore laterale sinistro; SEGMENTO IV, mediale
sinistro.
• Ramo destro della vena porta: si biforca a sua volta in un ramo posteriore ed uno
anteriore. Ognuno di questi fornisce un ramo mediale e uno laterale, tramite

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queste ulteriori divisoni si distinguono 4 segmenti indipend enti della porzione
destra del fegato.
SEGMENTO V, anteriore mediale destro
SEGMENTO VI, anteriore laterale destro
SEGMENTO VII, posteriore laterale destro
SEGMENTO VIII, posteriore mediale destro
Un’ulteriore suddivisione del parenchima epatico può essere effettuata sulla base
del drenaggio nelle vene epatiche, individuando così tre principali settori drenati
dalle tre principali vene epatiche (destra,intermedia,sinistra). In conclusione
possiamo dedurre che ogni suddivisione epatica può subire Exeresi chirurgica
isolata nonostante quella dei segmenti V,VII e VIII.

ANATOMIA MICROSCOPICA: il fegato è quasi totalmente rivestito dalla tonaca


sierosa peritoneale, costituita da un monostrato di cellule mesoteliali disposte su
una lamina a stretto contatto con la capsula fibrosa percorsa da vasi
sanguigni,linfatici e nervi. Questa rappresenta la reale superficie
dell’organo,disposta al di sotto del peritoneo. La capsula fibrosa aderisce
intimamente al sottostante tessuto epatico, nel quale invia brevi e robusti tralci
connettivali che nella regione dell’ilo si ispessiscono. Il parenchima viene suddiviso
in lobuli, ovvero aree circoscritte identificate da setti connettivali. Dal punto di vista
strutturale il fegato appare organizzato in un parenchima ghiandolare costituito da
cordini ed è per questo considerato come una ghiandola labirintica; dal punto di
vista funzionale è invece considerato come una ghiandola anficrina, quindi
implicato in funzioni esocrine ma anche endocrinometaboliche.

Unita morfofunzionale epatica:


Dato che il fegato non presenta veri e propri setti di tessuto connettivo e
considerata la doppia vascolarizzazione afferente e la singola vascolarizzazione
efferente, fornire un’univoca definizione di unita morfofunzionale epatica è difficile
e di conseguenza possiamo menzionare quelle maggiormente accreditate.
-lobulo epatico classico: nelle sezioni istologiche il lobulo epatico presenta una
forma di poligono irregolare,presenta una morfologia simile a quella di una
piramide ad apice tronco. Per poter identificare i limiti territoriali del lobulo epatico,
si devono unire con linee virtuali gli spazi portali situati alla periferia e che
circondano una vena efferente in posizione centrale.
-Lamine epatocitiche: ciascun lobulo epatico è costituito da cellule epiteliali
organizzate in lamine, tra loro anastomizzati.
-Zone del lobulo epatico: le lamine epatocitiche e i sinusoidi sono disposti
radialmente dalla zona 1, convergono attraversando la zona 2, fino alla zona 3 che
è occupata dall vena centrale.

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-Vena centrale ( o centrolobulare): ha parete sottile e riceve lo sbocco dei sinusoidi
compresi nel lobulo epatico; è costituita da cellule edoteliali piatte disposte su un
esile strato di tessuto connettivo in stretto rapporto con lo stroma del lobulo. Tale
dispositivo conferisce una discreta robustezza alla parete del vaso e impedisce il
collasso della vena.
-Spazi portali: rappresentano il contatto tra tre o più lobuli adiacenti e mostrano un
irregolare aspetto stellato, forma un involucro per i rami interlobulari della vena
porta, dell’arteria epatica propria e dei dotti biliari.
-Rete capillare sinusoidale: è disposta tra le lamine epatocitiche, colleg le arterie e
le vene interlobulari alla vena centrale, costituendo una rete mirabile venosa,
poichè si interpone tra un sistema venoso afferente ( la vena porta) e un sistema
venoso efferente (le vene epatiche). All’interno del lobulo epatico la circolazione del
sangue è centripeta. Fino al livello della periferia del lobulo epatico le ramificazioni
perilobulari e interlobulari dell’arteria epatica e della vena porta
-Lobulo portale: identifica una porzione di parenchima con al centro lo spazio
portarle, contenente un dotto biliare che riceve la bile segreta dell’aria circostante
di parenchima epatico. Il sangue si porta con decorso centrifugo dello spazio
portale alle vene centrali; al contrario la bile presenta un decorso centripeto.
-acino epatico: è rappresentato a livello micro circolatorio da una porzione di
parenchima epatico di forma quadrangolare, irrorato da un ramo terminale della
vena porta e dell’arteria epatica e drenata dalla vena centrale. Le dimensioni
variano in relazione al calibro del ramo terminale della vena porta e pertanto l’acino
non è chiaramente distinguibile dal punto di vista microscopico. Si definiscono
acini semplici le aree di parenchima epatico irrorate dei rami terminali della vena
porta, mentre gli acini complessi rappresentano aree più estese scolarizzata dallo
stesso ramo preterminale della vena porta.
-Coleoepatone: il coleone la corrispondente subunità microcircolatoria epatica
formano la
più elementare unità morfofunzionale del fegato definito coleoepatone, che può
essere considerato come una subunità del lobulo epatico.
in conclusione il fegato umano non presenta evidenti setti di demarcazione
attraverso cui identificare unità strutturali: il parenchima epatico è un continuum
indivisibile microscopicamente. Tuttavia, l’angio architettura epatica è
determinante nell’organizzazione microscopica dell’organo. Attualmente il modello
del lobulo epatico classico permane il più utilizzabile in quanto esempio di unità
morfofunzionale epatica.

EPATOCITI: sono cellule epiteliali altamente specializzate che rappresentano


l’80% della popolazione cellulare del fegato, in una quantità corrispondente a circa
100 miliardi. Hanno un aspetto poliedrico con sei o più facce, risultando variabili

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per forma e dimensione e con diametro di 20 30 μm e un volume di circa 5000 μm.
Sin dall’età di cinque anni gli epatociti presentano una disposizione in lamine
epatocitiche tra loro anastomizzati e Interposti al decorso dei sinusoidi. Al livello
dello spazio portale e al i sotto della capsula fibrosa costituiscono una lamina
epatica limitante che si contrappone al tessuto connettivo circostante. Le facce
del’epatocito presentano tre poli corrispondenti a tre differenti domini: vascolare,
biliare e laterale.

Polo vascolare: costituisce dal 37% al 70% della superficie della cellula che
risulta specializzata per la presenza di 25-50 microvilli per micrometro. I microvilli
lunghi fino a 0,5 μm e con diametro di 0,1 micrometri si dispongono nello spazio
perisinusoidale verso le finestrature dell’ endotelio. Il polo vascolare mostra anche
gli aspetti caratteristici della pinoci tosi, con piccole vescicole caratteristiche
dell’esocitosi e dell’endocitosi selettiva.
Polo biliare: rappresenta il 13-15% della superficie epatocitaria. Le superfici
cellulari attraverso le quali si formano canalicoli biliari sono pianeggianti e aderenti,
tranne che in una piccola area che risulta incavata. I canalicoli biliari hanno un
diametro che varia da 0,5 μm dalla zona tre o centrale, a 2,5 μm nella zona uno o
periferica. A livello del polo biliare sono presenti meccanismi di trasporto degli
acidi biliari e sistemi MDR (multi drag resistance) appartenenti a famiglie di
proteine transmembrana implicate nel trasporto dipendente di molteplici composti
organici come sali biliari e farmaci. I canalicoli biliari hanno un decorso tortuoso
con estroflessioni provviste di microvilli che costituiscono le diramazioni del
canalicoli biliari. Normalmente non vi è comunicazione tra il polo biliare e il polo
vascolare, ma la superficie adiacenti della medesima cellula possono svolgere
contemporaneamente funzioni secretorie e di assorbimento.
Dominio laterale: è compreso tra il margine del canalicolo biliare e quello del polo
vascolare, da cui è separato attraverso l’interposizione di un complesso di
giunzione, costituisce il rimanente 15-50% della superficie dell’epatocito , che
svolge una funzione di interconnessione epatocitaria.
-citoscheletro: organizzati in una rete tridimensionale dinamica, sono
rappresentati dai microfilamenti, disposti in prossimità dei canalicoli biliari e la cui
funzione contrattile è indicata dalla positività alla reazione per l’actina. I filamenti
intermedi esprimono la citocheratina 18, la cui mutazione è associata alla cirrosi
epatica criptogenetica.
-nucleo: costituisce il 5-10% del volume degli epatociti e di norma presenta una
voluminosa forma sferica e uno o più nucleoli. In condizioni ormonali, il 20% degli
epatociti risulta binucleato.

76
-reticolo endoplasmatico e ribosomi: il RER, REL e i ribosomi liberi sono
abbondantemente rappresentati all’interno del [Link] base alle diverse
attività del fegato, la quantità di cisterne del reticolo endoplasmatico può subire
variazioni. Di norma quello rugoso e maggiormente rappresentato rispetto a quello
liscio e il loro rapporto varia in base alla zona del lobulo epatico e allo stato
funzionale dell’epatocito. Le membrane del reticolo endoplasmatico liscio, con il
loro corredo enzimatico contribuiscono alla glicogeno lisi, a cui segue la
liberazione di glucosio nel sangue. Presentano anche enzimi coinvolti nella sintesi
del colesterolo e nella degradazione di molti farmaci liposolubili come i barbiturici,
sono raggiunti da lipidi assorbiti a livello del polo vascolare dell’epatocito.
Albumina e fibrinogeno vengono sintetizzate dal reticolo endoplasmatico rugoso e
dai ribosomi liberi. Queste proteine plasmatiche raggiungono la circolazione
sanguigna attraverso il polo vascolare. Il reticolo endoplasmatico degli epatociti è
implicato nella formazione di molecole lipo proteiche che vengono rilasciate nello
spazio perisinusoidale, le VLDL, cioè complessi lipoproteici costituiti da un
involucro di apoproteina, colesterolo e fosfolipidi che riveste un nucleo di
trigliceridi. Nelle membrane del reticolo endoplasmatico, si realizzano anche
funzioni detossificanti nei riguardi di farmaci, attraverso processi di
Glucuronoconiugazione.
-complesso di Golgi : situato tra i canalicoli biliari e il nucleo, coinvolto nella
sintesi delle VLDL, nella glicosilazione terminale di varie proteine e nella secrezione
biliare.
-Mitocondri: il numero di circa 1000 per epatociti, rappresentano il 13-20% del
volume cellulare; presentano creste allungate è il loro numero nonché la loro forma
possono variare in base alle diverse richieste funzionali; nella zona tre o centrale
del lobulo epatico sono più piccoli e più numerosi che nella zona uno o periferica.
-Lisosomi e perossisomi: nell’epatocito sono presenti 300-600 lisosomi e
perossisomi, di forma sferica. I perossisomi, ricchi di perossidasi e caratterizzati
dalla presenza di incroci cristallini, sono situati perlopiù in prossimità del polo
biliare. Sono responsabili del metabolismo dell’alcol attraverso le catalasi
perossisomiali e svolgono un ruolo anche nella secrezione biliare. Il loro aumento è
correlato a varie patologie e alla rigenerazione dopo epatectomia parziale, mentre
l’assenza di perossisomi e dei loro enzimi è responsabile di vari disturbi metabolici.

Nel citoplasma dell’epatocito si possono ritrovare, in rapporto con l’attività


metaboliche o nel corso di patologie, pigmenti biliari, ferritina, lipofuscina e inclusi
di natura lipidica.
Attività metabolica: gli epatociti svolgono le complesse funzioni del fegato, ma la
loro attività metabolica più variare in base alla posizione che occupano nel
77
parenchima. Nel lobulo classico, gli epatociti della zona uno presenterebbe
un’elevata attività, mentre quelli della zona tre e della zona due avrebbero
rispettivamente una limitata è una variabile attività metabolica. Studi di citochimica
sull’attività metabolica del lobulo epatico hanno dimostrato che in condizioni
normali è presente una differente distribuzione zonale dell’attività enzimatica. Nella
zona uno del lobulo epatico si verificano principalmente il metabolismo del
glucosio, la formazione della bile è la sintesi di proteine plasmatiche, come
albumina e fibrinogeno, mentre nella zona 3 è particolarmente sviluppato il
catabolismo del glucosio, il metabolismo sostanze strane e la formazione di altre
proteine plasmatiche. Inoltre gli epatociti immediatamente adiacente alla vena
centrale sono implicati nel metabolismo dell’azoto e nel ciclo dell’urea. La
colorazione più scura livello della zona tre è dovuto il numerosi enzimi contenenti
ferro legati al citocromo P450.
Microcircolazione del fegato e sinusoidi: il grado di ramificazione dei grossi rami
intraepatici della vena porta varia in relazione alla posizione all’interno del
parenchima. I rami o vene pre terminal prendono origine secondo una successione
ben definita: da ciascun ramo preterminale originano ad angolo retto circa 11 rami
terminali con diametro di 45 μm, corrispondenti alle vene interlobulari degli spazi
portali. Da questi originano rami brevi che raggiungono i sinusoidi, le vene
presinusoidali, prive di tonaca avventizia. In prossimità dello spazio portale, dove
originano dalle venule presinusoidali, i sinusoidi periportali appaiono leggermente
più ristretti e tortuosi e con più frequenti anastomosi rispetto ai sinusoidi della zona
3. L’organizzazione delle ramificazioni dell’arteria epatica propria è in rapporto con
la vascolarizzazione delle vie biliari extra epatiche, che è fornita da una complessa
rete microcircolatoria costituita da vasi di differente calibro disposti in uno strato
esterno artero- venoso è uno strato interno in cui prevalgono i capillari. La ricca
rete microcircolatoria bilaminare dell’albero biliare extraepatico prosegue nei due
strati microvascolari dell’albero biliare intraepatico fino al livello degli spazi portali
più grandi. Negli spazi portali più piccoli questa rete è costituita da pochi capillari
interconnessi. Tutte le ramificazioni sono sostenute dal plesso capillare per i biliare
originante dall’arteria epatica propria e confluisce attraverso
venule post capillari

Attraverso venule post capillari nei sinusoidi epatici. L’arteria epatica propria
fornisce anche alcuni rami per lo stroma dello spazio portale.
Sinusoidi: sono particolare i capillari sanguigni modificati, riccamente
anastomizzati fra loro, che formano una complessa rete intralobulare che
coinvoglia il sangue dei rami terminali dell’arteria epatica propria e della vena
porta, situati alla periferia del lobulo epatico, alla vena centrale. Sono caratterizzati

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da quattro elementi strutturali di rilievo: parete endoteliale, lume, decorso molto
tortuoso (sinuoso), discontinuità della membrana basale.
Cellule endoteliali: di forma appiattita, costituiscono la parete dei sinusoidi e in
corrispondenza della loro porzione più dilatata contenente il nucleo, sporgono nel
lume. La parete endoteliale presenta numerosi pori e finestrature. I pori, possono
essere spesso riuniti in gruppi; il citoplasma presenta scarsi mitocondri, un piccolo
complesso di Golgi, è una certa quantità di membrana del reticolo endoplasmatico
liscio e di quello rugoso. La superficie endoteliale nel versante del lume presenta
pochi corti microvilli e piccole vescicole di pinocitosi.
Macrofagi stellati: sono situate all’interno del lume dei sinusoidi, caratterizzate da
una spiccata attiità fagocitaria, sono in grado di fagocitare elementi corpuscolari
come eritrociti e batteri. Svolgono una funzione di difesa e prendono pienamente
parte al sistema dei fagociti mononucleati, la loro appartenenza è dimostrata
tramite l’espressione di enzimi lisosomiali caratteristici dei monociti ( perossidasi e
idrolasi acide )
Cellule di Ito: situate nello spazio perisinusoidale, hanno forma grossolanamente
triangolare e non hanno attività fagocitaria ma all’evenienza sono in grado di
produrre notevoli quantità di sostanza intercellulare.
PIT cell: rappresentano il quarto cito tipo associato alla parete dei sinusoidi, sono
dotate di granuli elettrondensi intracitoplasmatici e appartengono al sistema dei
grandi linfociti granulari con funzione di tipo NK.

Vie biliari extraepatiche:


Emergono dal parenchima con i dotti epatici destro e sinistro che a livello dell’Lilo
del fegato si riuniscono andando a formare il dotto epatico comune. Questo, a sua
volta, si unisce al dotto cistico proveniente dalla cistifellea. Da questa confluenza
ha origine il dotto coledoco, il quale dopo un lungo decorso, sbocca nella porzione
discendente del duodeno. Principale è costituita dall’asse formato dei dotti epatici
destro e sinistro, dal Dotto epatico comune e dal dotto coledoco; la via biliare
accessoria , che può essere considerata come un diverticolo della via principale,
invece è rappresentata dalla cistifellea con il dotto cistico.
Dotti epatici: quello di destra e quello di sinistra, sono il risultato della fusione di
due o tre dotti biliari intraepatici maggiori , emergono dalla faccia viscerale del
fegato in corrispondenza del solco trasverso, situati anteriormente rispetto ai
corrispondenti rami di divisione della vena porta. Il dotto di destra incrocia
anteriormente il ramo destro dell’arteria epatica; il dotto epatico sinistro presenta
invece rapporti variabili con il corrispondente ramo di divisione dell’arteria epatica.
I due dotti formano il dotto epatico comune a una distanza variabile da 0,75 a 1,5
cm dal solco trasverso della faccia viscerale del fegato; la disposizione di tutti

79
epatici presenta notevoli variazioni, soltanto due dotti epatici sono presenti in poco
più della metà dei casi, è molto frequente la presenza di tre dotti epatici.
Dotto epatico comune: è compreso all’interno del legamento epato duodenale, a
una lunghezza di due-3 cm e un calibro medio di 5 mm; si costituisce dal punto di
confluenza dei dotti epatici destro sinistro e si estende fino al punto di unione con
il dotto cistico dal quale origina il coledoco. Nell’ilo del fegato è situato a destra
anteriormente rispetto all’arteria epatica propria. La sua origine è generalmente
incrociata posteriormente dal ramo destro dell’arteria epatica propria. Il dotto
epatico comune è in rapporto anteriormente con il lobo quadrato ed è spesso
circondato dai linfonodi satelliti.
Dotto coledoco: origina dalla confluenza dell’ epatico comune con il dotto cistico,
lungo da 6 a 8 cm, decorre dapprima dall’alto al basso e in senso latero mediale,
quindi giunto a livello della faccia posteriore della parte superiore del duodeno, si
dirige in avanti verso destra. All’origine è situato nel legamento epato duodenale,
unitamente agli altri elementi del peduncolo epatico; successivamente decorre
posteriormente la parte superiore del rene e la testa del pancreas sfociando nella
papilla duodenale maggiore dopo aver attraversato la parete mediale della parte
discendente del duodeno. Si possono individuare quattro segmenti in base ai
rapporti.

Rapporti del dotto coledoco:


-segmento sopra duodenale: si estende per circa uno-1,5 dall’origine del dotto
fino al margine superiore della parte superiore del duodeno. È situato in prossimità
del margine destro del legamento epato duodenale, dove si trova il rapporto a
sinistra con l’arteria epatica propria e posteriormente con la vena porta. In questo
tratto è circondato da una sviluppato plesso vascolare, importante in anatomia
chirurgica, costituito da: arteria retro duodenale, rami duodenale delle arterie
pancreatico duodenale, da uno o più rami dell’arteria cistica e infine dall’arteria
epatica comune per mezzo di un suo ramo collaterale incostante.
-Segmento retro duodenale: lungo in media 2,5 cm, si estende dal margine
superiore della parte superiore del duodeno fino al limite superiore della testa del
pancreas; decorre posteriormente alla parte superiore del duodeno e, dirigendosi
verso il basso, perde gradualmente il rapporto con la vena porta ed invece entra in
rapporto con la vena cava inferiore.
-Il segmento pancreatico: lungo anch’esso circa 2,5 cm, è situato in una doccia
scavata sulla faccia posteriore della testa del pancreas. In questo tratto il coledoco
costituisce una concavità postero mediale per raggiungere la parete mediale della
parte discendente del duodeno.

80
-Il segmento intramurale: lungo in media 1,5 cm, costituisce la porzione
terminale del dotto coledoco e generalmente si trova a circa due-4 cm dalla
flessura duodenale superiore. È situato nello spessore della parete duodenale in
corrispondenza della parte posteriore della faccia mediale della parte discendente
del giordano e decorre obliquamente dall’alto al basso in senso medio laterale e
dall’indietro in avanti, si trova in posizione più alta rispetto al dotto pancreatico
principale che lo affianca del basso ed entrambi sboccano nella papilla duodenale
maggiore.
-Ampolla epatopancreatica: i due grandi dotti in genere confluiscono formando
l’ampolla epatopancreatica ( o di Water). La regolazione del flusso bilipancreatico
all’interno del duodeno è dovuta alle porzioni terminali dei dotti coledoco e
pancrestico principale e all’mpolla epatopancreatica attraverso un complesso
costituito sostanzialmente da tre formazioni: muscolo sfintere del dotto coledoco,
muscolo sfintere del dotto pancreatico, muscolo sfintere dell’Ampolla.

Vasi e nervi:
Arterie: le arterie che irrorano il dotto coledoco e i dotti epatici destro, sinistro e
comune provengono dall’arteria epatica propria, in particolare dell’arteria cistica e
per la parte inferiore del dotto coledoco, dalle arterie pancreatico duodenale
superiori e retro duodenale.
Vene: sono affluenti della vena porta e quelle che drenano la parte dei dotti più
vicina all’ilo del fegato vanno sboccare direttamente nel circolo epatico.
Linfatici: sono tributari in alto dei linfonodi epatici in corrispondenza dell’ilo del
fegato, in basso dei linfonodi epatici scaglionati lungo il dotto coledoco; alcuni
rami inferiori e posteriori possono scaricarsi nei linfonodi pancreatico duodenale.
Nervi: sono i rami del simpatico e del parasimpatico e vanno a costituire
superiormente il plesso biliare e inferiormente il plesso coledocico con il nervo
posteriore del dotto coledoco.
Per quanto riguarda l’anatomia microscopica sappiamo che la struttura dei dotti
epatici destro e sinistro, è analoga a quella dei visceri cavi, dunque è costituita da
una tonaca muscolare e da una tonaca mucosa. Una caratteristica peculiare
riguarda le cripte mucose, cioè un infossatura in più punti tappezzzata da un
epotelio di rivestimento batiprismatico semplice e ricco di cellule assorbenti. Nella
lamina propria sono invece presenti le ghiandole del dotto del coledoco.

Cistifellea: è un serbatoio di accumulo, contenimento e concentrazione della bile


prima che questo venga immesso nel duodeno e con il suo dotto cistico
costituisce la via biliare accessorio. È situata nella concavità slargata
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corrispondente alla porzione anteriore del solco sagittale destro della faccia
viscerale del fegato, nella fossa cistica, con il suo fondo sorpassa il margine
inferiore del fegato determinandone un incisura, l’incisura cistica. Ha una forma
paragonabile a una pera, è lunga 8-10 cm e larga 3-4 cm e in condizioni
fisiologiche ha una capacità pari a 40-70 cm cubici di bile.
Nella cistifellea è possibile distinguere: fondo, corpo, infundibulo e collo.
• il fondo della cistifellea: deborda dal margine inferiore del fegato a livello
dell’incisura cistica ed è rivestito completamente dal peritoneo viscerale; è in
rapporto con il colon
traverso e con la faccia interna della della parete anteriore dell’addome e di una
linea verticale passante per il margine laterale del muscolo retto dell’addome e di
una linea orizzzontale passante per la decima costa. ( punto di Murphy, utilizzato
per la palpazione della cistifellea):
-corpo della cistifellea: è accolto nella fossa cistica, a cui aderisce tramite una
sottile falda di tessuto connettivo e a cui è fissato da una serie di vasi che dalla
parete della cistifellea si portano direttamente al fegato, costituendo il gruppo
cistico delle vene porte accessorie. Al livello del canale pilorico è possibile
riscontrare una plica peritoneale che collega la cistifellea al duodeno e alla flessura
colica destra ( LEGAMENTO COLECISTODUODENOCOLICO).
-Infundibolo della cistefellea: è la porzione affusolata del corpo che continua con il
collo della cistifellea.
-Il collo della cistifellea: presenta un decorso sinuoso che termina continuando con
il dotto cistico; è in rapporto medialmente a sinistra con gli elementi del peduncolo
epatico e inferoposteriormente con la parte superiore del duodeno, il collo form
con il corpo un angolo acuto aperto in avanti in corrispondenza del linfonodo
cistico.
Dotto cistico: ha una lunghezza variabile di 3-4 cm decorre all’interno del
legamento epatoduodenale e si estende dal collo della cistifellea sino alla
confluenza con il dotto epatico comune, dove prende origine il dotto coledoco.
Vasi e nervi:
-arterie: dall’arteria epatica propria origina l’arteria cistica disponendosi a destra o
a sinistra del dotto cistico, giunta sulla faccia inferiore dell’organo si divide in un
ramo destro e un ramo sinistro, i quali si ramificano nell’arborizzazione terminale
lateralmente e inferiormente al corpo della cistifellea. Il dotto riceve 2-3 rami
arteriosi dall’arteria cistica che vanno a formare una rete anastomotica con i rami
arteriosi che si portano al dotto coledoco.
-Vene: da 15 a 20, emergono dalla parete dell’organo e si immettono direttamente
nel parenchima e nel circolo vascolare epatico a livello della fossa cistica,
costituendo il gruppo cistico delle vene porte accessorie, possono anche confluire
in un tronco comune ovvero la vena cistica

82
-Linfatici: confluiscono in 3-4 rami principali e i vasi del dotto cistico sono tributari
dei linfonodi epatici.
-Nervi: dal plesso epatico originano i nervi della cistifellea e del dotto cistico
attraverso il plesso perirterioso e biliare.

Per quanto riguarda l’anatomia microscopica della cistifellea sappiamo che questa
è rivesistita in maniera incompleta dalla tonaca sierosa ed è costituita da una
tonaca muscolare intermedia e da una tonaca mucosa interna.
La tonaca mucosa è sollevata in pliche anastomizzate, le pieghe mucose, che
delimitano recessi irregolari, inoltre anch’essa presenta la cripte mucose. Il
rivestimento epiteliale è costituito da cellule cilindriche alte di forma esagonale,
ricche di microvilli e con uno sviluppato glicocalice. Tali cellule inoltre tramite una
specializzazione giunzioni le apicale realizzano una vera e propria barriera
impermeabile alla bile contenuta nella cistifellea.
La cistifellea infatti non è solo un serbatoio per la bile ma provvede anche alla su
concentrazione tramite un rivestimento parziale dell’acqua e dei soluti in essa
contenuti. Il riassorbimento inizia a livello apicale mediante la pinocitosi, le
sostanze riassorbite dopo aver attraversato il citoplasma passano negli spazi
canicolari Inter cellulari e da qui vengono coinvogliate verso la porzione basale,
dove vengono di nuovo immesse in circolo tramite vasi sanguigni. La tonaca
muscolare presenta cellule muscolari lisce non densamente stipate che si
alternano a fibre elastiche. La tonaca sierosa è formata da un sottile mostrato di
cellule mesoteliali che poggiano su un sottile strato sottosieroso di tessuto
connettivo lasso.
Il dotto cistico infine presenta un caratteristico rilievo della tonaca mucosa: la
piega o valvola spirale, implicata nella regolazione del flusso biliare.
Secrezione e trasporto della bile: la ile corrisponde la funzione endocrin del fegato;
è secreta dagli epatociti nei canalicoli biliari , nella cistifellea e nelle vie biliari viene
modificata attraverso processi di secrezione e assorbimento. A livello intestinale
facilita la secrezione dei lipidi e mantiene il trofismo della tonaca mucosa, inoltre
contribuisce alle funzioni difensive attraverso il contenuto di immunoglobuline. A
livello sistemico contribuisce all’eliminazione di cataboliti sia endogeni (bilirubina)
che esogeni (farmaci e tossine) ed è fondamentale per il. Metabolismo del
colesterolo. La bile è costituita da: acqua, acidi biliari, bilirubina, colesterolo,
fosfolipidi, elettroliti, proteine ed altri soluti organici; rispetto al plasma è
isosmotica.
Pancreas:
È una voluminosa ghiandola extraparietale annessa all’intestino tenue, localizzata
dietro lo stomaco. È costituita da una componente endocrina ed un’altra

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componente esocrina. Inoltre è costituita da due dotti escretori: il dotto
pancreatico principale ( di Wirsung) e il dotto pancreatico accessorio (Di Santorini),
che sboccano rispettivamente nell’ ampolla epatopancreatica (di Water) e nell’
ampolla minore, in corrispondenza della parte discendente del duodeno. Il
Pancreas, allungato trasversalmente, misura 17-20 cm, ha un altezza di 4-5 cm e
uno spessore di 2-3 cm. All’età di 40-45 anni pesa tra i 70 e gli 80 gr per poi
ridurmi progressivamente a causa di fenomeni atrofici a carico del tessuto
esocrino. Ha una consistenza friabile e alterabile e un colorito grigiastro in
condizioni di riposo e roseo durante la digestione a causa dell’ aumentata
vascolarizzazione.
Le funzioni del pancreas risultano essenziali per il completamento dei processi
digestivi intestinali.
FORMA, POSIZIONE E RAPPORTI: il pancreas presenta una forma irregolare,
allungata trasversalmente, con l’estremità destra più voluminosa di quella sinistra;
è situato nello spazio retropeitoneale della cavità addominale, anteriormente ai
corpi delle prime due vertebre lombari. Il rapporto con la colonna e i grossi vasi
determina una curvatura a concavità posteriore nella sua parte centrale.
Superiormente può raggiungere il corpo della dodicesima vertebra toracica,
inferiormente il corpo della terza lombare e lateralmente è delimitato dalla parte
discendente del duodeno a destra e dalla milza a sinistra. La faccia anteriore è
attraversata dalla radice del mesocolon trasverso che ne identifica una regione
sopramesocolica e una sottomesocolica. I rapporti che il pancreas contrae con le
strutture anatomiche limitrofe ne determinano la scarsa mobilità. La regione
pancreatica si proietta sulla parete anteriore dell’addome a livello dell’epigastrio e
dell’ ipocondrio sinistro.
Nel pancreas si possono distinguere 4 parti macroscopicamente identificabili:
testa, collo o istmo, corpo e coda.

• TESTA: è accolta tra le parti superiore, discendente, orizzontale e ascendente del


duodeno. Presenta una faccia anteriore, una posteriore, un margine. La faccia
anteriore, pianoconvessa, è completamente rivestita dal peritoneo ed è in rapporto
con la radice parietale del mesocolon trasverso. questa disposta trasversalmente
divide la faccia anteriore in una porzione sopramesocolica e una sottomesocolica.
La porzione sopramesocolica è incrociata anteriormente dall’arteria
gastroduodenale, che qui si divide nei suoi rami terminali. La porzione
sottomesocolica è in rapporto con le anse dell’intestino tenue e sia medialmente
che lateralmente presenta il processo uncinato.
La faccia posteriore presenta un solco profondo o un canale lungo 3 cm, che viene
occupato dal segmento pancreatico o infraduodenale del dotto coledoco. È in
rapporto con l’arteria retroduodenale e l’anastomosi formata dalle arterie

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pancreaticoduodenale superiore, posteriore e inferiore. È in rapporto con la fascia
fibrosa che deriva dall’alcol lamento primitivo mesoduodeno con il peritoneo
parietale posteriore, detta fascia retropancreatica ( di Treiz) . La testa del pancreas
è in rapporto con il pilastro destro del diaframma, il corpo della seconda e della
terza vertebra normale,infine posteriormente è in rapporto con un complesso piano
vascolare. In sede prefasciale, a sinistra del dotto coledoco, si osserva la
confluenza delle vene splenica e mesenterica superiore, dalla quale ha origine il
tronco della vena porta che risale verso il margine superiore del pancreas. In ed e
retro fasciale la testa del pancreas entra in rapporto con la vena cava inferiore, il
peduncolo renale e le arterie testicolare e ovarica di destra. La circonferenza è
contenuta all’interno dell’ansa duodenale, cui aderisce strettamente.
• COLLO: corrisponde alla regione tra testa e corpo che i restringe. Ha un’incisura
superiore ( duodenale) è dovuta alla compressione esercitata dalla parte superiore
del duodeno e presenta due rilievi denominati tubercolo pancreatico anteriore e e
tubercolo omentale; a tale livello decorre l’arteria gastroepiploica destra. Ha
un’ulteriore incisura inferiore o pancreatica dovuta al passaggio dell’arteria e della
vena mesenterica superiore. Anteriormente è in rapporto con la radice del
mesocolon trasverso; posteriormente si trovano la vena splenica e la mesenterica
superiore che, confluendo, danno origine alla vena porta.

• Corpo del pancreas: è compreso tra il collo e la coda, concavo posteriormente,


coincide con i corpi delle prime due vertebre lombari e con i grandi vasi
prevertebrali. La faccia anteriore vede una possibile divisione in faccia
anterosuperiore e faccia anteroinferiore, queste sono separate da un margine
anteriore, è convessa su un piano orizzontale ed è rivestita dal peritoneo parietale
posteriore che delimita la borsa omentale, attraverso la quale questa porzione
entra in rapporto con la parete posteriore dello stomaco che può, particolarmente
in posizione di decubito dorsale, lasciarvi la sua impronta.
la faccia posteriore si adatta alla convessità della regione prevertebrale per cui è
concava, è coperta dalla fascia retropancreatica ed è in rapporto, da destra a
sinistra con l’età dominale e l’arteria mesenterica superiore, tra le quali è interposta
la vena renale sinistra. Inoltre è in rapporto con il polo superiore del rene sinistro, la
ghiandola surrenale sinistra e la vena surrenale sinistra. Il margine superiore del
corpo presenta una profonda incisura in cui sono accolte la vena e l’arteria
splenica insieme a numerosi linfonodi satelliti. Il margine inferiore è in rapporto con
la radice del mesocolon trasverso. Al di sotto del foglietto inferiore del mesocolon,
una piccola porzione di parenchima ghiandolare presenta a destra un’impronta
determinata dal rapporto con la flessura duodenodigiunale, mentre a sinistra entra
in rapporto con la flessura colica di sinistra.

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• Coda del pancreas: ha forma variabile ed è in perfetta continuità con il
corpo,costituisce la porzione di estrema sinistra. È rivestita dal peritoneo ambo le
facce e questo spiega la sua grande motilità, il peritoneo inoltre qui si avvicina al
livello della punta al fine di formare due foglietti del legamento pancreatcosplenico
che collega il pancreas all’ilo splenico. All’inter no del legamento
pancreaticosplenico decorrono i vasi splenici e sono presenti gruppi di linfonodi
splenici.
DOTTI PANCREATICI: il succo pancreatico elaborato dal pancreas esocrino,
raggiunge la parte discendente del duodeno tramite due dotti escretori, il dotto
pancreatico principale e quello accessorio.
• dotto pancreatico principale: si forma in seguito alla confluenza successiva di
numerosi dotti affluenti; decorre all’interno del parenchima della coda e del corpo
del pancreas, a livello del collo volge in baso, arriva alla testa dove in un primo
momento entra in rapporto con il coledoco, poi raggiunge la papilla duodenale
maggiore, sia direttamente sia tramite l’ampolla epatopancreatica. L’apertura e la
chiusura degli orifizi dei dotti provengono dai muscoli: sfintere del dotto
pancreatico e del coledoco mentre lo sfintere dell’Ampolla epatopancreatica,
Epatopancreatica ( di Oddi) abbraccia gli altri due e regola il flusso bilipancreatico
del duodeno.
-Dotto pancreatico accessorio: origina dal dotto pancreatico principale dal punto
in quest’ultimo cambia direzione, a livello del collo del pancreas, continua il suo
decorso all’interno della parte superiore della testa per poi sboccare nella papilla
duodenale minore. Pur ricevendo alcuni rami affluenti propri, il dotto accessorio
può essere considerato un ramo collaterale del dotto pancreatico principale. Solo
raramente i due dotti pancreatici originano e decorrono in maniera completamente
indipendente l’uno dall’altro.

MEZZI DI FISSITÀ DEL PANCREAS:


-STRETTO RAPPORTO CON LA CONCAVITA DUODENALE,sia attraverso l’intimo
adesione a guisa di anello di gran parte della testa del pancreas, sia mediante il
diretto collegamento dovuto allo sbocco del dotto pancreatico principale e
accessorio nella parte discendente del duodeno.
-PERITONEO PARIETALE POSTERIORE, che ricopre la ghiandola anteriormente e
la fissa alla parete posteriore dell’addome dalla fascia retropancreatica.
-FASCIA RETROPANCREATICA: che collega il pancreas agli organi retrostanti.
L’apice della coda, a differenza delle altre porzioni del pancreas, grazie alla
connessione con L’ilo splenico tramite i vasi splenici posti all’interno del legamento
pancreaticosplenico, appare relativamente mobile.

86
VASI E NERVI:
-ARTERIE: è irrorato da tre diverse arterie: epatica comune, splenica e mesenterica
superiore. L’irrorazione della testa è assicurata dai rami pancreatici di due arcate
arteriose anastomotiche: anteriore e posteriore. Le due arcate sono costituite dalle
arterie pancreaticoduodenale superiore anteriore e posteriore, originanti dall’arteria
gastroduodenale a sua vola originante dall’ epatica, insieme ai rami anteriore e
posteriore dell’arteria pancreaticoduodenale inferiore, che invece è un ramo della
mesenterica superiore. L’arteria pancreatica inferiore invece è un ramo o
dell’arteria splenica o della pancreatica dorsale, a sua volta però originante
dall’arteria splenica. L’arteria splenica decorre sul margine superiore, fornisce
numerosi rami pancreatici che si scambiano numerose anastomosi, irrorano parte
del corpo e della coda.
-VENE: il drenaggio venoso del pancreas, è assicurato da arcate venose
corrispondenti a quelle arteriose ( VENE PANCREATICODUODENALI).
-LINFATICI: i linfonodi del pancreas sono in gran numero e possono essere divisi in
4 gruppi:
-gruppo superiore ( linfonodi pancreatici superiori) posto in rapporto con i vasi
splenici drena la metà superiore del corpo, parte della testa e della coda, è
tributario in gran parte dei linfonodi gastrici superiori.
-Gruppo inferiore ( linfonodi pancreatici inferiori) posti in prossimità dei vasi
mesenterici superiori drena la parte inferiore del corpo del pancreas.
-Gruppo destro ( linfonodi pancreaticoduodenali superiori e inferiori) posto in
prossimità della flessura duodenale superiore, intorno ai vasi pancreaticoduodenali
anteriori.
-Gruppo sinistro, costituito dall’estremità sinistra del linfonodi pancreatici, drena la
coda del pancreas ed è tributario dei linfonodi splenici.

• NERVI: il pancreas è innervato dai sistemi parasimpatico e simpatico. Le fibre


parasimpatiche pregangliari, provenienti dai rami terminali del nervo vago,
raggiungono i gangli viscerali pancreatici da cui originano le fibre postgangliari che
penetrano nel parenchima innervando sia la componente endocrina che quella
esocrina. Le fibre simpatiche pregangliari raggiungono tramite i nervi splancini, il
plesso celiaco, da cui, tramite il plesso periarterioso, le fibre postgangliari seguono
i rami arteriosi che irrorano il pacreas e con cui essi penetrano all’interno del
parenchima.

ANATOMIA MICROSCOPICA:
Il pancreas è una ghiandola formata da due componenti distinte in base a
morfologia e funzioni poichè presenta una parte esocrina costituita dagli acini

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pancreatici e una parte endocrina costituita dalle isole pancreatiche ( di
Langherans).
Una sottile capsula di rivestimento circonda il pancreas, da questa originano tralci
connettivali che si portano all’interno del parenchima delimitando numerosi lobuli
pancreatici. All’interno dei setti decorrono i vasi sanguigni e linfatici, i dotti
escretori e i rami nervosi che si distribuiscono al parenchima. All’interno dei lobuli
pancreatici si possono osservare numerosi adenomeri di forma acinosa ( acini
pancreatici), collegati tra loro mediante una complessa rete Tubulare
anastomotica. Risultano formati da una fila unica di cellule di forma piramidale la
cui porzione basale poggia su una sottile membrana basale che le pone in
rapporto con il tessuto connettivo interstiziale in cui decorrono numerosi vasi e
fibre nervoso postgangliari. Sono inoltre presenti gruppi cordoniformi di cellule
endocrine derivanti nella fase dell’organogenesi, dalla delaminazione delle cellule
progenitrici duttali nel tessuto stromale in seguito ad attivazione del fattore di
trascrizione neurogenina 3.
PANCREAS ESOCRINO: presenta la struttura tipica di una ghiandola
tubuloacinosa a secrezione sierosa, simile alla ghiandola parotide, una delle
salivari maggiori, da qui la denominazione di ghiandola salivare addominale ( di
Siebold). Ciascun acino secernente presenta al proprio interno un sottile dotto
intercalare.
-cellule centroacinose: costituiscono un rivestimento interno della rete
anastomotica formata dai dotti intercalari, la quale decorre sia all’interno degli acini
sia tra acini adiacenti. Queste cellule possono essere localizzate anche se in
numero ridotto anche nei dotti intercalari interposti tra acini adiacenti. Hanno la
funzione di secernere in condizioni basali una quantità di elettroliti, acqua e
bicarbonato pari a circa il 2% della loro potenzialità massimale, mentre
l’incremento secretorio viene indotto dai pasti.
-Cellule acinose: dette anche ziomogeniche, sono cellule Basofile con le comuni
colorazioni, possiedono una quantità di granuli che aumenta in condizione di
digiuno prolungato e che al contrario si riduce durante il transito alimentare in
seguito alla liberazione del loro contenuto nel canale alimentare. La porzione
apicale di tali cellule è caratterizzata dalla presenza di numerosi microvilli che
protrudono all’interno del lume. Il secreto di queste cellule è di natura
prevalentemente proteica. Le regioni apicali delle cellule acinose adiacenti
presentano connessioni tramite giunzioni strette che formano una barriera che
previene il passaggio di macromolecole, ma consente il passaggio di ioni e acqua;
vi è un ulteriore sistema di giunzioni intecellulari costituito dalle giunzioni gap, le
quali permettono una comunicazione selettiva relativa a piccole molecole ed anche
una comunicazione chimica ed elettrica di fondamentale importanza. Queste
cellule inoltre hanno la funzione di sintetizzare oltre 20 enzimi digestivi, alcuni dei

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quali si attivano solamente all’interno del duodeno per azione di specifi enzimi
come l’enteropeptidasi che ha la funzione di attivare il tripsinogeno in tripsina.

Dotti intercalari, intralobulari e interlobulari:


Di recente è stato dimostrato che i dotti intercalari emergono da entrambi i poli
degli acini pancreatici,successivamente si anastomizzano tra loro formando così
una rete nella quale viene riversato il secreto di alcune centinaia di acini,
determinando così un imponente flusso secretorio. I dotti intercalari sono rivestiti
da una serie di cellule cubiche, le loro pareti sono costituite quasi esclusivamente
dall’ epiteli o, così da rappresentare i semplici canali di conduzione del secreto. La
confluenza dei dotti intercalari in dotti di dimensioni maggiori è caratterizzata da un
rivestimento epiteliale che diventa progressivamente più alto. Nei dotti intralobulari
invece l’epitelio è più spesso ma non diventa comunque un epitelio bacillare
striato, i dotti intralobulari dunque confluiscono nei dotti interlobulari e questi,
riversano il loro contenuto nei due grandi dotti pancreatici, il dotto pancreatico
principale ( di Wirsung) e il dotto pancreatico accessorio ( di Santorini). La parete
dei dotti di maggiori dimensioni è caratterizzata da uno strato interno di cellule
cilindriche alle quali si possono intercalare cellule caliciformi Mucipare, che
poggiano su una membrana basale.
-cellule stellate del pancreas: nel pancreas esocrino risiedono anche le cosiddette
cellule stellate del pancreas che presentano una caratteristica forma a stella e
sono localizzate nello spazio circostante degli acini pancreatici, nelle regioni
perivascolari e periduttali e intorno alle isole di Langherans. In condizioni
fisiologiche hanno il ruolo di regolare attraverso segnali autocrini e paracrini,
l’organizzazione della membrana basale che concorre ad attività funzionali delle
cellule epiteliali. La loro attività è regolata da stimoli autocrini e paracrini e queste
cellule condividono molte qualità con le stellate epatiche.
-Succo pancreatico: è secreto dalla componente esocrina del pancreas, ne viene
prodotto circa un litro al giorno, il quale attraverso il sistema dei dotti pancreatici
viene riversato nella parte discendente del duodeno. Questo liquido incolore
contenente bicarbonati e proteine, è fondamentale per l’alcalinizzazione del
duodeno e per la digestione delle sostanze alimentari. Viene secreto a bassa
velocità in condizioni basali, mentre aumenta in maniera imponente in seguito a
stimolazione indotta dal pasto. Tale incremento si compone di tre fasi: 1 cefalica,
pari a circa il 10% delle secrezioni, 2 gastrica, un ulteriore 10%, 3 intestinale, il
restante 80%. A regolare l’aumento della secrezione intervengono stimoli di tipo
nervoso e umorale, specialmente tramite immissione in circolo di due ormoni:
coleicistochinina e secretino, la cui azione se combinata determina un importante

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aumento della secrezione pancreatica.

PERITONEO: Ha una superficie di 1,7 metri quadrati, il che lo rende la tonaca


sierosa più estesa del corpo umano. Riveste la parte interna di gran parte della
cavita addominale e si estende parzialmente anche nella cavita pelvica
propriamente detta. Avvolge, più o meno completamente, la superficie di molti
degli organi contenuti in queste cavità corporee e in genere si presenta liscio e
sottile. Ha una disposizione attorno ai visceri molto complessa, può essere
immaginato come un sacco chiuso nel quale i visceri nel corso dello sviluppo
penetrano e vengono rivestiti. La porzione che si dispone sulla parte di cavita
addominopelvica prende il nome di peritoneo parietale mentre la membrana che si
porta a rivestire gli organi contenuti nella cavita addominopelvica è denominata
peritoneo viscerale. Ha uno spessore variabile da 0,1-0,2 mm (parietale) a 0,05 mm
(viscerale) ma ciò dipende maggiormente dalla zona che va a ricoprire risultando
maggiore nella regione lombare e fossa iliaca e minore nella regione ombelicale e
della linea alba. Tra di loro le due formazioni del peritoneo sono in continuità
attraverso formazioni anatomiche denominate: mesi, legamenti e omenti o epiplon.
Tali formazioni sono costituite accollamento di due lamine peritoneali che si
separano per tappezzare le preti della cavità addomino pelvica ed avvolgere al
contempo gli organi in essa contenuti.
-mesi: corrispondono a formazioni costituite da due lamine peritoneali che si
dispongono tra un viscere cavo e il peritoneo parietale e contengono al loro interno
vasi e nervi.
-Legamenti: pliche peritoneali disposte tra un organo parenchimatoso e il
peritoneo parietale.
-omenti: sono costituiti da due lamine peritoneali tese tra due o più visceri.
Il peritoneo parietale delimità la cavità peritoneale all’interno della quale sono
contenuti gli organi rivestiti dal peritoneo viscerali e contine altresì una modesta
quantità di liquido peritoneale, un liquido sieroso. Quello viscerale delimita invece
tra i visceri addominali spazi o logge, in genere con il termine “ loggia” intendiamo
uno spazio nel quale sono accolti organi pieni.
Tra la fascia trasversale e il peritoneo parietale è presente uno spazio virtuale
denominato spazio preperitoneale mentre indietro dato che il peritoneo parietale
non aderisce completamente viene a formarsi uno spazio reale detto peritoneo
retroperitoneale. Al contempo si estende al di sotto del piano passante per la parte
superiore della pelvi formando lo spazio pelvico extraperitoneale.

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Divisione cavità addomino-pelvica:
-cavità peritoneale: compresa entro il rivestimento dato dal peritoneo parietale.
-Spazio retroperitoneale: posto tra il peritoneo parietale posteriore e la parete
posteriore della cavità addominopelvica
-Spazio pelvico extraperiotoneale: individuabile al di sotto del peritoneo
parietale, tra questo e il diaframma del pavimento pelvico.
-Spazio pelvico extraperitoneale: individuabile al di sotto del peritoneo parietale,
tra questo e il diaframma del pavimento pelvico.

CAVITA PERITONEALE: può essere distinta in una porzione anteriore,


previscerale ed una posteriore , viscerale, a sua volta divisa in spazi sulla base
degli organi che essa stessa contiene.
-cavita previscerale: è una cavita virtuale,si dispone tra il peritoneo parietale
anteriore e la
faccia anteriore dei visceri contenuti all’interno della cavità peritoneale, la
disposizione del peritoneo parietale anteriore appare differente sse lo si osserva al
di sopra o al di sotto di un piano orizzontale passante per la cicatrice ombelicale.
-peritoneo parietale sopraombelicale: lungo la linea mediana il peritoneo parietale
anteriore è progressivamente sollevato in una piega, il legamento falciforme, che
dall’ombelico si porta verso il fegato. Questa piega nel feto è determinata dal
decorso della vena ombelicale nel contesto del margine libero del legamento; tale
vena dopo la nascita si oblitera residuando come legamento rotondo del fegato.
-Peritoneo parietale sottombelicale: questa porzione si dirige verso il basso per
rivestire la faccia posteriore della parete anteriore dell’addome con un
comportamento diverso secondo che si considera la sua porzione mediana e le
sue parti laterali. In direzione mediolaterale vengono individuate delle pieghe:
ombelicale mediana, ombelicali mediali e ombelicali laterali. Osservando la
superficie interna della parete dell’addome si possono descrivere alcune
depressioni comprese tra le pieghe ombelicali: la fossa sopravescicale,la fossa
inguinale mediale e la fossa inguinale laterale, tra le fosse inguinali possono farsi
strada le anse intestinali, le cosiddette ernie inguinali.

CAVITÀ VISCERALE: è suddivisa da un vasto meso diretto trasversalmente, il


mesocolon trasverso, che può essere osservato osservando il grande omentoe
che corrisponde a una piega peritoneale a direzione trasversale tra il colon
trasverso e il peritoneo parietale posteriore. Questo permette di individuare due
compartimenti: sopra e sotto mesocolico.

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In quello sottomesolicolo si individua un ulteriore meso: il mesocolon sigmoideo.
Nei pressi dello spazio sopramesocolico i limiti sono individuati dalla cavita
previscerale in avanti, dal peritoneo parietale posteriore indietro,dal diaframma in
alto e dal colon trasverso e il mesocolon trasverso in basso.
Logge dello spazio sopramesocolico: si riconoscono le logge epatica, gastrica e
splenica. Loggia epatica: vi sono contenuti diversi mezzi di fissità del fegato che si
vengono a costituire in seguito alla riflessione del peritoneo viscerale che riveste il
fegato sulle strutture e i visceri con i quali entra in rapporto: legamento falciforme,
legamento coronario, legamenti triangolari e il piccolo omento.
Loggia gastrica: dal peritoneo della loggia gastrica dipendono i seguenti mezzi di
fissità: legamento epatogastrico,gastrofrenico,gastrosplenico, grande omento o
grande epiplon. Loggia splenica: dal peritoneo viscerale della loggia splenica
dipendono: legamento frenicosplenico, pancreaticosplenico,gastrosplenico.
Recessi dello spazio sopramesocolico: tra le logge dello spazio sopramesocolico
si trova un esteso recesso della cavita peritoneale, la borsa omentale o retrocavità
degli epiplon. BORSA OMENTALE: situata posteriormente allo stomaco poiche ne
facilità i movimenti. È in diretta comunicazione con la grande cavita peritoneale
attraverso un’apertura ristretta, il formare epiploico do omentale ( di Winslow), di
forma ovalare con un diametro di 2-3 cm, pur potendosi presentare anche come
una fessura ristretta.
Spazio sottomesocolico: disposto inferiormente al colon e al mesocolon trasverso.
Il grande omento anteriormente lo separa dalla cavità previscerale e dalla parete
dominale anteriore, posterolateralmente invece questo spazio corrisponde al
peritoneo parietale che riveste la parete anterolatere e la parete posteriore
dell’addome. In corrispondenza del colon ascendente il peritoneo va a delimitare il
recesso paracolico destro, compreso tra il colon ascendente e la parete laterale
dell’addome, più inferiormente invece andando a coprire il cieco con l’appendice
vermiforme va a costituire la piccola mesoappendice e lateralmente al cieco va a
formare la piega cercale, la piega che si forma a livello della giunzione ileocolica
costituisce l’ultima ansa dell’ilo nella piega ileocecale.

MESI DELLO SPAZIO SOTTOMESOCOLICO: sono strutture costituite da doppie


lamine peritoneali che l’investitore tenue ( digiuno e ileo), l’appendice vermiforme e
il colon sigmoideo e li fissano al peritoneo parietale posteriore.
Recessi dello spazio sottomesocolico: alcune pieghe peritoneali delimitano recessi
di rilievo chirurgico in relazione alla possibile formazione di ernie interne. Si
possono distinguere recessi duodenali( superiore e inferiore), ileocecali (superiore e
inferiore), il recesso retrocecale e il recesso intersigmoideo.
PIANO PELVICO: in corrispondenza dello stretto superiore della pelvi il peritoneo
parietale forma una vasta cavità a fondo cieco che si dispone a rivestire le pareti

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della piccola pelvie, per un’estensione variabile, i visceri in essa contenuti ,tramite
il peritoneo urogenitale il quale differisce nei due sessi.
Comportamento rispetto agli organi pelvici nel maschio: nella sua parte anteriore
incontra la vescica urinaria a livello dell’apice della vescica e ne riveste la cupola,
le facce laterali e la faccia ostriore al limite dei dotti deferenti. Il peritoneo viene
sollevato dalla distensione della vescica e di conseguenza si sposta dalla orazione
inferiore alla parete anteriore dell’addome. successivamente raggiunge la parete
del retto, e forma un profondo recesso detto cavo rettovescicale, sui lati è
contornato da pieghe rettovescicali. Questi recessi vengono riflessi sulle pareti
laterali della pelvi costituendo i recessi parietovescicali. Similmente, dalle pareti
laterali del retto il peritoneo si riflette sulla parete posteriore della pelvi costituendo
le fosse pararettali.
Comportamento rispetto agli organi pelvici nella femmina: anche qui il peritoneo
riveste quasi completamente la vescica, delimitando il cavo vescicouterino grazie
al rapporto con l’istomo uterino. Successivamente il peritoneo rsggiunge il fondo
dell’utero fino alla parte posteriore del fornice vaginale e rsi flette posteriormente
costituendo il cavo rettouterino ( di Douglas).
I legamenti larghi dell’utero,si accollano tra loro e si dirigono verso le pareti laterali
della cavità pelvica, accolgono il decorso tortuoso della porzione ascendente delle
arterie uterine. Giunti alle pareti laterali inoltre i legamenti larghi si sdoppiano in due
foglietti, anteriore e posteriore. Posteriormente alla riflessione del legamento largo
sulla parete laterale della pelvi si trova la fossa ovarica, detta cosi poiche nella
nullipara alloggia l’ovaio. Nel suo margine superiore inoltre il legamento largo
presenta vari rilievi causati dal rapporto di questo legamento con : legamento
rotondo dell’utero,tuba uterina e ovaio. ( rispettivamente avanti, superiormente e
indietro.) In corrispondenza ai suddetti rapporti dunque troviamo: il
mesovario,piega non coperta dal peritoneo, legamento uterovarico, contenente il
ramo ovarico dell’arteria uterina e invece il legamento ovarico, si porta fino alla
regione lombare.

Vasi e nervi:
-arterie: si dispongono a formare una rete superficiale, più fitta, nella lamina
propria e una rete profonda nella tela sottosierosa, che si scambiano numerose
anstomosi.
-Vene: analogamente alle arteri formano rete vascolari, una sierosa ed una
sottosierosa.
-Linfatici: organizzati in reti superficiali (sierose) e profonde ( sottosierosa), nella
rete sierosa sono costituiti da un rete di lacune e canalicoli provviste di un
rivestimento endoteliale e da tale rete si distaccano vasi linfatici e collettori che
scaricano nei linfonodi locoregionali.
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-Nervi: seguono corso e disposizione delle arterie arteriose , organizzandosi in
plessi dai quali hanno origine fibre maie Lini che con terminazioni libere, sono
anche presenti terminazioni capsulate, specie corpuscoli lamellari ( di Pacini).
Peritoneo parietale e viscerale avendo un origine embriologica ben diversa
possiedono di conseguenza un architettura dei vasi differente. Il parietale origina
dalla somatopleura e riceve irrorazione dai vasi della parete addominopelvica e
l’Inter azione dai nervi spinali distribuiti alla cute e ai muscoli della parete
addominopelvica, mentre il viscerale è considerato parte integrante dei visceri e ne
dipende sia per vascolarizzazione che per innervazione.

ANATOMIA MICROSCOPICA: Il peritoneo è costituito da una tonaca


sierosa ed una sottosierosa. La tonaca sierosa è formata da un epitelio di
rivestimento, il mesotelio,che poggia su una lamina propria. È un rivestimento che
possiede le cellule mesoteliali ed è un tipo di rivestimento di tipo pavimentoso
semplice. Nella maggior parte delle lamine peritoneali il mesotelio è un epitelio
continuo con complessi giunzionali tra le cellule mesoteliali. Al microscopio
elettronico le cellule mesoteliali presentano microvilli nella loro porzione apicale. Il
mesotelio poggia su una lamina propria costituita da tessuto connettivo lasso con
sostanza amorfa omogenea nella quale sono disposte fibre collagene, elastiche e
cellule mobili e fisse. La tela sottosierosa non è sempre presente e infatti viene a
mancare in: fegato, milza ed utero. È costituita in genere da tessuto connettivo
lasso e ricco di fibre elastiche, le cellule che prendono parte a questo tessuto
comprendono macrofagi e linfociti, che alle volte si aggregano formando strutture
macroscopicamente evidenti e definite macchie lattee.
Liquido peritoneale:costituito da proteine,acqua ed altre sostanze derivate sia dal
liquido interstiziale di altri organi in rapporto con il peritoneo sia dal plasma. Ha
attività lisozimica e complementare in grado di ibire lo sviluppo di batteri gram-
negativi.

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SISTEMA URINARIO:
Comprende un insieme di organi con funzione di filtrazione del sangue ed eliminazione
all’esterno dei cataboliti.
È costituito da: reni e vie urinarie, di cui dopo vedremo descrizione e collocazione.

Tra le principali funzioni del sistema urinario annoveriamo:


• funzione di emuntorio ( eliminazione dei materiali residui a partire da combustioni organiche
attraverso l’urina)
• Conservazione dell’omeostasi dei fluidi corporei ( tramite eliminazione di urea e altri ioni)
• Mantenimento dell’equilibrio idrosalino
• Controllo del ph ematico e della pressione arteriosa.

RENI:
In generale i reni sono organi pari deputati principalmente alla produzione di urina ma
esercitano anche varie attività endocrine ovvero la secrezione di : renina,eritroproietina,1,25
idrossicolecalciferolo e prostaglandine.

POSIZIONE E RAPPORTI ANATOMICI:


I reni occupano la loggia renale nello spazio retroperitoneale e si trovano ad un’altezza
compresa tra le ultime due vertebre toraciche e la terza lombare. I reni sono diretti
obliquamente e verso il basso e il rene destro è posto a circa 2 cm più in basso rispetto al
piano sinistro.
La faccia posteriore del rene guarda medialmente verso la parete addominale posteriore
mentre quella anteriore guarda presso la cavità viscerale.

I rapporti della faccia anteriore del rene destro differiscono da quelli del rene sinistro.
• faccia anteriore del rene destro: Superolateralmente il peritoneo parietale si riflettte sul
fegato, medialmente sul duodeno e inferiormente sul colon. Il fegato ricopre 3/4 superiori del
rene destro attraverso l’interposizione di un doppio foglietto peritoneale e tra i due organipuò
essere presente una piega cioè il legamento epatorenale. Il terzo inferiore della anteriore del
rene è in rapporto con la fessura colica destra. La parte mediale invece è ricoperta dalla
porzione discendente del duodeno che però è separata tramite la fascia retropancreatica ( o
di Treiz).
• faccia anteriore del rene sinistro: in alto e lateralmente è in rapporto con la faccia viscerale
• faccia anteriore del rene sinistro: in alto e lateralmente è in rapporto con la faccia viscerale
della milza attraverso il peritoneo parietale. Nella porzione interna media ha rapporti con la
coda del Pancreas e i vasi splenici mentre in basso e lateralmente con la fessura colica di
sinistra e la porzione iniziale del colon discendente.
• faccia posteriore del rene (uguale per il destro e il sinistro) : Posteriormente, i rapporti dei
due reni sono sovrapponibili, la faccia posteriore è incrociata dalla dodicesima costa metà
altezza del rene destro e circa i due terzi superiori di quello sinistro. Superiormente alla
dodicesima costa la faccia posteriore del rene è in rapporto con la base del torace 8 sul
pilastro laterale della porzione lombare e sufasci mediali della porzione diaframmatica). La
pleura diaframmatica si pone in rapporto con la fascia renale grazie al triangolo ( o trigono)
costodiaframmatico.
inoltre posteriormente prendono rapporti con: il nervo sottocostale, nervo ileoipogastrico e
nervo ileoinguinale.
NB:la dodicesima costa presenta notevoli variazioni di lunghezza da soggetto a soggetto,e
questo dato è rilevante al fine di effettuare la pratica chirurguca della nefrectomia per via
lombare.
• polo superiore del rene: è coperto dalla ghiandola surrenale che si spinge anvhe sulla faccia
anteriore e sul margine mediale.
• Polo inferiore del rene: dista dalla cresta iliaca 5 cm a sx e 3cm a dx.
• Margine laterale sx: in alto in rapporto con la milza e in basso con il colon discendente
• Margine laterale dx: è in rapporto con il fegato
• Margini mediali: nel tratto sottostante l’ilorenale il margine mediale è in rapporto con il tratto
iniziale degli ureteri, ne margine mediale destro prende rapporti con la vena cava inferiore
mentre nel margine mediale sinistro con l’altra addominale.
FORMA: Hanno la forma di fagiolo schiacciato e in senso anteroposteriore descriviamo:
• facccia anteriore leggermente convessa
• Faccia posteriore pianeggiante
• Margine laterale regolare
• Margine mediale incavato nella parte centrale nei pressi dell’ilo renale
• Il polo superiore più slargato
• Polo inferiore più appuntito

L’io renale è una fessura che conduce a una profonda cavità detto seno renale ( cavità di
L’ilo renale è una fessura che conduce a una profonda cavità detto seno renale ( cavità di
forma rettangolare che contiene numerose divisioni dei vasi renali e i primi canali del sistema
escretore), attraverso l’isotopo passano vasi sanguigni, linfatici e nervi, inoltre sappiamo che:
i vasi arteriosi si trovano in posizione intermedia, mentre quelli venosi sono disposti
anteriormente.
MEZZI DI FISSITÁ:
Il rene presenta una certa mobilità poiché si abbassa di 2-3cm nell’ispirazione e poi tornano
nella stessa posizione durante l’espirazione. La fissazione del rene nella sua sede anatomica
è data da diversi elementi: loggia renale,vasi renali, compartimentò del peritoneo e i vari
viscero addominali con i quali si rapporta.
La loggia renale è una capsula fibroadiposa formata da: fascia renale e capsula adiposa del
rene.
Fascia renale->
Contorna il rene senza toccarlo in modo da costituire in loggia formata da: un tessuto fibroso
diviso in due fogliettiuno anteriore detto fascia prerenale e uno posteriore detto fascia
retrorenale.
Il foglietto anteriore è più sottile ma rinforzato a livello del colon ascendente e discendente
dalla fascia di Toldt ( retricolica) che si forma durante lo sviluppo dell’intestino.
Il foglietto posteriore è più spesso ed è noto anche come fascia di Zuckerkandl.
Superiormente i due foglietti si uniscono al di sopra della ghiandola surrenale portandosi al
diaframma, la loggia renale dunque superiormente e lateralmente è chiusa mentre medialm
te e inferiormente è aperta e le logge renali sono comunicanti.
Capsula adiposa->
Ricopre i due poli del rene aderendo alla capsula fibrosa del rene ed anche la ghiandola
surreale ed un arco arterioso e uno venoso perineale, i quali costituiscono un importante
sistema di connessione con le reti venose vicine contigue.
Infine sappiamo che i reni sono mantenuti in sede che grazie alla pressione addominale Cui
sono sottoposti.
Configurazione interna:
Il rene è rivestito da un involucro connettivale, la capsula fibrosa dalla quale si dipartono bravi
tralci di tessuto connettivo fibroso contenenti fibre elastiche e qualche vaso che si addentra
nel parenchima. Al di sotto della capsula fibrosa si trova una sottile lamina di cellule muscolari
lisce che compongono la “tonaca muscolare del rene”,procedendo ancora più in profondità vi
è il tessuto connettivo che aderisce alla pareti dei vasi sanguigni,dei calici e della pelvi renale.
In seguito a una sezione frontale possiamo individuare nel parenchima renale
macroscopicamente due zone: una midollare (la più profonda) e una corticale (la più
superficiale).
ZONA MIDOLLARE:
Ne distinguiamo una zona esterna ove sono più presenti ed evidenti le striature è una
d’esterna nella quale le striature sono più scarse specie in prossimità della papilla.
Ha un aspetto striato ed è di colorito più o meno rossastro ed è avvolta dalla zona corticale I
renale. È costituita da formazioni coniche,le piramidi renali ( di Malpighi) il cui numero è
variabile da 8 a 18 la cui base è rivolta verso la superficie del rene.
Le piramidi renali sono raggruppate generalmente in tre file principali disposte verticalmente
secondo la lunghezza del rene. Le piramidi hanno un aspetto striato in senso longitudinale
dovuto alla costituzione fatta di due elementi: i tubuli renali - quali decorrono dalla base
verso
L'apice e le arteriole rette ( vasa recta) le quali hanno un decorso parallelo ai tubuli renali.
Alla base delle piramidi identifichiamo i raggi midollari (o di Ferrein) che si insinuano nella
zona corticale renale mentre all’apice delle piramidi incontriamo le papille renali che si
spingono nel seno renale ove sono avvolta da strutture concave dette calici renali distinti te
in :
• calici maggiori quando avvolgono più papille renali
• Calici minori quando avvolgono un’unica papilla renale
Ogni papilla sarà costituita da un’area cribrosa in corrispondenza al suo apice la quale
presenterà tra i 15 e i 30 forami papillari che corrispondono allo sbocco dei dotti papillari ( di
Bellini) attraverso i quali l’unica prodotta dal parenchima renale viene versata nei calici al fine
di raggiungere la pelvi.
ZONA CORTICALE:
Costituisce la regione posta attorno alla zona midollare ed occupa lo spazio compreso tra la
capsula fibrosa e le basi delle piramidi renali e si insinua tra queste a formare le colonne
renali (di Bertin).
La zona corticale renale può essere distinta in : raggi midollari (o parte radiata) e , in un
labirinto corticale (o parte convoluta).
Per raggi midollari intendiamo delle formazioni coniche che si dipartono dalla base di ogni
piramide renale.
Per labirinto Corticale invece intendiamo lo spazio compreso tra i raggi midollari e consta di:
colonne renali ed anche la parte della zona corticale renale che si trova tra l’apice dei raggi
midollari e la superficie renale (Cortex corticis). Inoltre prende il nome di parte convoluta
poiché è formato da un insieme di tubuli renali ad andamento tortuoso tra i quali possiamo
osservare dei corpuscoli rotondeggianti di colore rossastro detti corpuscoli renali o di Malpighi
che conferiscono a questa regione un aspetto finemente granuloso.

La disposizione della zona midollare e della zona corticale permette di distinguere in


ciascun rene lobi e lobuli.
il lobo renale corrisponde alla porzione di parenchima renale costituito da ogni piramide
renale con lo strato di zona corticale renale che la circonda, il numero di lobi renali è perciò
pari a quello delle piramidi renali e dunque va da otto a 18. Per lobulo corticale invece si
intende la porzione di parenchima renale corrispondente a un singolo raggio midollare con la
parte di labirinto corticale che lo circonda delimitato anche dai vasi sanguigni.
Vasi e nervi:
I reni sono disposti di una ricca e complessa vascolarizzazione che ne permette la loro
funzione emuntoria.
-Arterie:
ciascun rene riceve dall’aorta addominale l’arteria renale che origina dalla superficie laterale
dell’aorta all’altezza della prima vertebra lombare.
L’arteria renale destra decorre dietro la vena cava inferiore e viene coperta dalla testa del
pancreas e dalla porzione discendente del duodeno ed è lunga dai tre ai 5 cm.
L’arteria renale sinistra è coperta dal corpo del pancreas ed è lunga circa 3 cm.
In primo luogo le due arterie forniscono le arterie surrenali inferiori, i rami ureterici e qualche
piccolo vaso per la capsula adiposa. Successivamente si dirigono verso L’ilo renale
decorrendo dietro la vena omonima, a questo punto le due arterie renali si dividono in due
rami che penetrano nel seno renale e che sono situate rispettivamente davanti e dietro alla
pelvi renale e di conseguenza vengono denominate come: ramo anteriore o prepielico e ramo
posteriore o retropielico.
È possibile individuare nel rene cinque segmenti vascolari arteriosi, ogni segmento è irrorato
da un ramo arterioso proprio denominato arteria segmentale. dal ramo di divisione posteriore
si distribuisce il segmento posteriore del rene che corrisponde a gran parte della faccia
posteriore dello [Link] ramo di divisione anteriore invece originano le altre quattro arterie
segmentali che dall’alto verso il basso si identificano, come:
• segmento apicale corrispondente al polo superiore del rene
• Segmento superiore corrispondente alla porzione superiore della faccia anteriore del
margine laterale del rene
• Segmento medio corrispondente alla porzione media della faccia anteriore del margine
laterale
• Segmento inferiore corrispondente al polo inferiore
Le arterie segmentali nel seno renale si dividono ulteriormente e penetrano nelle colonne
renali diventando arterie interlobari che dopo essersi biforcate risalgono verso la base delle
piramidi renali dove si incurvano e si ramificano. Tali ramificazioni sono denominate arterie
arcuate e da queste originano due tipi di rami con laterali:
• Le arterie corticali radiali -> si distaccano dalla convessità dell’arteria Arcuata e e si
dirigono verso la periferia del rene decorrendo nel labirinto corticale, tra i raggi midollari e
nella Cortex corticis dove danno origine a rami destinati all’irrorazione della capsula
fibrosa e rami che raggiungono la capsula adiposa.
da queste inoltre originano come rami collaterali le arteriole glomerulari afferenti che daranno
origine a loro volta alla rete capillare o glomeruli dei corpuscoli renali ed anche le arteriole
glomerulari efferenti che fuoriescono dal corpuscolo renale e con decorso più o meno
tortuoso si risolvono nella rete capillare peritubulare, quelle che si trovano più vicino alla zona
midollare danno origine alle arteriole rette che contribuiscono all’irrorazione del parenchima
midollare.
Questa viene considerata come un’organizzazione vascolare costituita da un gomitolo di
capillari posto tra un arteriola afferente e un arteriola efferente che viene definito come rete
mirabile arteriosa.
• le arteriole rette vere-> le quali si distaccano dalla concavità delle arterie Arcuate e e si
portano nelle piramidi renali fino al loro apice dando luogo a una ricca rete di capillari
peritubulare e contribuendo alla formazione della caratteristica striatura della zona
midollare renale.
-Vene:
La circolazione venosa è sovrapponibile a quella arteriosa ma in senso centrifugo.
Dalla porzione superficiale della zona corticale renale la rete capillare sottocapsulare va a
confluire nelle vene stellate dalle quali originano le vene corticali radiali, che discendono nella
zona corticale fino alla base delle piramidi renali.
Le vene corticali radiali sboccano nelle vene Arcuate, nelle quali sboccano anche le corticali
profonde e le venule rette che raccolgono tutta la circolazione venosa proveniente dalla zona
midollare.
Le vene Acquate si anastomizzano tra loro,confluiscono nelle vene interlobari, le quali si
portano tra le papille renali e nel seno renale, andando a costituire al davanti della pelvi la
vena renale
Vena renale che esce dall’ilo renale e sbocca nella vena cava inferiore.
La vena renale, durante il suo tragitto nel seno renale riceve una o più Vene capsulari.
Sappiamo che la vena renale di sinistra è più lunga della destra poiché nel suo decorso
riceve la vena surrenale sinistra e la vena genitale sinistra.
inoltre le vene renali si anastomizzano con i circoli venosi vicini come: il sistema azigos, le
vene freniche inferiori e le vene dell’uretere attraverso la circolazione venosa della capsula
adiposa.
-Linfatici:
Formano due reti: una superficiale e una profonda .
La rete linfatica superficiale sottocapsulare confluisce nei linfonodi lomboaortici mentre la
rete linfatica profonda perivascolare confluisce nei linfonodi preaortici e aortici laterali.

-Nervi: '
sono disposti a formare un plesso renale il quale presenta lungo il suo decorso piccole
formazioni gangliari e raggiunge il rene seguendo l’arteria renale per poi distribuirsi ai nefroni
(plessi terminali peritubulari e peri r capsulari) e ai rami dei vasi renali (plessi terminali
perivascolari).
Le efferenze vasomotorie sono veicolate dalle cellule gangliari del sistema simpatico situate
nel midollo spinale da T12 a L 11, i cui assoni giungono ai gangli celiaco e renale come fibre
post gangliari arrivando a destinazione.
le vie sensitive dolorifiche seguono a ritroso la via efferente simpatica attraverso il plesso
celiaco e i nervi splancnici raggiungendo il midollo spinale con le radici posteriori dei nervi dal
12º toracico al primo lombare ,per questa ragione il dolore renale viene riferito come dolore
addominale che si ripercuote ai genitali esterni.
inoltre alcune afferenze sensitive decorrono con il nervo vago raggiungendo il tronco
encefalico e spiegano dunque la sensazione di nausea e vomito che si accompagna alla
sintomatologia dolorosa del rene.
Anatomia microscopica:
Il rene come tutti gli organi presenta uno stroma connettivale e un parenchima. Inoltre la sua
unità funzionale è costituita dal nefrone
-Stroma:
Lo stroma del rene non supera il 5% dell’intera massa renale, è più abbondante nella zona
midollare rispetto alla zona corticale e contiene i vasi sanguigni e linfatici, le terminazioni
nervose del plesso renale ed anche alcune cellule interstiziali.
Nel tessuto connettivale dello stroma disposto attorno i tubuli renali le fibrille collagene sono
orientate perpendicolarmente all’asse longitudinale dei tubuli stessi così da formare una serie
di anelli paralleli tra loro (membrana cerchi basali).
Nella zona midollare lo stroma connettivale è più abbondante in prossimità delle papille renali
ed è costituito da spazi connettivali in cui si riscontrano cellule interstiziali come: cellule simili
ai fibroblasti ed elementi simili ai periciti specie in ,rapporto con la parete dei vasi retti.
Gli interstizi della zona midollare renale sono fondamentali nei Meccanismi di scambio
controcorrente poiché questi si realizzano ad opera dei vasi retti e della porzione dell’Ansa
del nefrone che si trova nella zona midollare.
-Nefrone:
È costituito da una struttura complessa che consta in due parti principali: un corpuscolo
renale (o di Malpighi) e il tubulo renale.
Possiamo distinguere i nefroni in: nefroni corticali,caratterizzati da un corpuscolo più piccolo e
un tubulo più breve e nefroni iuxta midollari,forniti di un corpuscolo più e di un tubulo più
lungo.
Parti del corpuscolo renale ->
risulta essere costituito da un insieme di capillari arteriosi che formano il glomerulo originati
da un arteriola afferente e facenti capo a un arteriola efferente.
Il glomerulo è avvolto da una capsula glomerulare costituita da due foglietti: uno viscerale ed
uno parietale. La regione in cui arriva al corpuscolo renale l’arteria glomerulare afferente e
dalla quale origina l’arteria glomerulare efferente prende il nome di polo vascolare.
• glomerulo: è formato dall’insieme di anse capillari la cui parete è costituita da un
endotelio fenestrato cioè che presenta pori che favoriscono il passaggio di acqua e di
sostanze del torrente circolatorio verso lo spazio capsulare inoltre in corrispondenza dei
pori esiste un finissimo diaframma che ha alla funzione di condizionare il passaggio di
macro molecole

'
La parete endoteliale dei capillari glomerulari presenta all’esterno una membrana basale
finemente fibrillare e di fondamentale importanza per i processi di filtrazione, questa presenta
una zona centrale più opaca agli elettroni detta lamina densa interposta tra due strati più
chiari detti lamine rare esterna ed interna.
Tra le anse capillari del glomerulo e sono presenti le cellule del mesangio le quali sono
localizzate in ordine sparso intorno all’ endotelio e sono immerse in una matrice amorfa
chiamata matrice mesangiale così da costituire il Mesangio intra glomerulare.
Le cellule mesangiali hanno forma irregolare e si connettono tra loro mediante giunzioni
serrate ed esprimono recettori per l’angiotensina due.
il Mesangio svolge un ruolo di supporto meccanico e controllo del flusso sanguigno nei
capillari glomerulari e mantiene le caratteristiche fisiochimiche della membrana basale
attraverso la sua attività fagocitaria.
• Capsula Glomerulare:
è anche conosciuta come capsula di Baumann ed è costituita da due foglietti: uno parietale
ed uno viscerale.
Il foglietto parietale è costituito da un epitelio pavimentoso semplice separato dallo stroma
circostante tramite una lamina basale spessa, la superficie dell’epitelio del foglietto parietale
delimita lo spazio capsulare.
Il foglietto viscerale interno della capsula glomerulare si adagia su i capillari glomerulari ed è
costituito da un epitelio che presenta i podociti, cioè cellule altamente specializzate di forma
stellata la cui membrana plasmatica è rivestita da uno spesso glicocalice.

Il corpuscolo renale in tutte le sue parti funziona come una barriera di ultra filtrazione
costituita da: l’endotelio fenestrato dei capillari, dalla membrana basale priva di discontinuità,
e dai podociti che formano il foglietto viscerale della capsula glomerulare.
questa barriera permette il passaggio di acqua ioni e cristalloide mentre è impermeabile agli
elementi corpuscolati del sangue esclusa l’albumina.
M
Tubulo renale: è costituito è costituito da tre porzioni: il tubulo contorto prossimale e l’Ansa di
Henle è il tubulo contorto distale.
• tubulo contorto prossimale: segue il foglietto parietale della capsula glomerulare e
occupa il labirinto corticale. La parete di questo tratto del tubulo renale è costituita da
cellule a forma di piramide tronca con la base rivolta verso l’esterno e l’apice verso il
lume. L’estremità apicale presenta l’orletto a spazzola formato da microvilli che
aumentano enormemente la superficie cellulare in rapporto all’enorme potere assorbente
di questa porzione del tubulo, nella base sono presenti numerosi mitocondri a forma di
bastoncino posizionati tra invaginazioni della membrana plasmatica, da ciò deriva la
definizione di epitelio bacillare.
la presenza di numerosi mitocondri è dovuta al consistente passaggio di ioni sodio attraverso
la parete del tubulo per trasporto attivo.
• Ansa di Henle: la lunghezza può essere variabile in rapporto alla distanza dalla zona
midollare,: ascendente e discendente, le quali formano una “U”.
La porzione discendente dell’Ansa fa seguito al tubulo contorto prossimale e allontanandosi
dal corpuscolo di origine prende una forma rettilinea raggiungendo il raggio midollare per
portarsi nella zona midollare delle piramidi renali, inizialmente conserva le caratteristiche
della parete del tubulo contorto prossimale, dopo diventa molto sottile riducendo il calibro
generale mentre il lume rimane invariato, questa porzione più sottile prende il nome di
segmento sottile dell’Ansa del nefrone.
La porzione ascendente invece decorre rettilinea e parallela alla porzione discendente per
raggiungere il tubulo contorto distale nella zona corticale del parenchima [Link] il
tratto ascendente presenta la stessa struttura del segmento sottile poi diviene più ampio e la
parete si ispessisce assumendo le caratteristiche del tubulo contorto distale che prende il
nome di segmento spesso della porzione ascendente .
Le zone discendenti sono permeabili all’acqua mentre quelle discendenti sono parallele e
contigue.
• tubulo contorto distale: ha inizio della porzione ascendente dell’Ansa del nefrone e ha
un calibro inferiore rispetto al tubulo contorto prossimale poiché il suo epitelio è più sottile
e le cellule dell’epitelio sono prive di orletto a spazzola però presentano raggi irregolari.
Nella porzione iniziale vi è un lungo riassorbimento di ioni sodio cloro e calcio mentre il
riassorbimento dell’acqua e minimo ,
Nella porzione terminale invece vi è un significativo riassorbimento di sodio e secrezione di
potassio e di idrogenioni per azione dell’aldosterone.
• Complesso iuxtaglomerulare:
è un insieme di formazioni che svolgono una funzione regolatrice sulla filtrazione glomerulare
producendo un ormone, la renina, che ha un’azione sulla pressione sanguigna. è costituito da
tre elementi:

1. cellule iuxtaglomerulari: si dispongono in uno o più strati intorno all’endotelio dell’arteria


glomerulare afferente, sostituendo le cellule muscolari lisce della tonaca media, si
comportano come elementi di natura endocrina poiché sono in grado di rilasciare la
renina e agiscono come recettori poiché sono capaci di risentire delle modificazioni
emodinamiche avvengono a livello dell’arteriola glomerulare afferente.
2. Macula densa: corrisponde alla porzione della parete del tubulo contorto distale che entra
in rapporto con l’arteriola glomerulare afferente, possiede cellule cubiche ed ha la funzione di
chemo recettori dato che è in grado di valutare la concentrazione ionica della pre urina nella
quale una diminuzione di sodio e cloro induce la secrezione di renina.
3. Cellule del Mesangio extraglomerulare: si trovano raggruppate in quattro o cinque e fanno
da mediatori tra la macula che corrisponde al centro di reazione agli stimoli e le cellule
iuxtaglomerulare che corrispondono al centro di produzione della renina.
• Dotti escretori: il sistema è costituito da due tipologie di dotti: i dotti collettori e i dotti .
papillari (o di Bellini). I dotti collettori Possiedono un breve tratto reuniente nel quale
ricevono lo sbocco dei tubuli distali dei nefroni, decorrono rettilinei nei raggi midollari della
zona corticale e infine giungono nelle piramidi renali dove convergono in gruppi di due o
tre per formare dotti più grandi. Possiedono cellule chiare e cellule intercalate (o scure) le
quali hanno un ruolo importante nel mantenimento dell’equilibrio acido base dato che
secernono idrogenioni nel liquido tubulare. I dotti papillari si aprono in corrispondenza
dell’apice di ciascuna papilla renale ed il loro numero corrisponde al numero dei forami
papillari dell’apice della papilla, infatti ne abbiamo da 15:30, all’apice della papilla l’epitelio
te rivestimento diventa un epitelio di
I dotti collettori Possiedono un breve tratto reuniente nel quale ricevono lo sbocco dei tubuli
distali dei nefroni, decorrono rettilinei nei raggi midollari della zona corticale e infine giungono
nelle piramidi renali dove convergono in gruppi di due o tre per formare dotti più grandi.
Le vie urinarie:
Sono rappresentate da una serie di organi canicolare che trasportano all’esterno l’urina
prodotta dai reni.
• Calici e pelvi renale: rappresentano la parte delle vie urinarie e trasportano l’urina dalle
papille renali all’uretere. La pelvi renale è formata dalla riunione di grandi calici che
possono essere due o tre: il calice superiore ( lungo e sottile), il calice inferiore ( largo e
massiccio) il calice intermedio (non sempre presente). I calici maggiori ricevono l’urina dai
calici minori i quali si trovano all’uscita della papilla renale e si presentano come piccoli
condotti a forma di imbuto che si fissa alla base di una papilla renale. La riunione dei
calici renali porta alla formazione della pelvi renale la quale può essere definita come
ampollare o dendritica. La pelvi renale ha la forma di cono schiacciato in senso antero-
posteriore e ricurvo con concavità rivolta verso il basso. La pelvi con la sua estremità
ristretta sporge oltre L’ilo renale per continuare al di fuori del seno renale nell’uretere. Il
passaggio tra la pelvi e l’uretere viene definito colletto dell’uretere.
La pelvi ha rapporti intrinseci: riguardanti le ramificazioni del peduncolo renale (grossi vasi,
vena cava inferiore, aorta a destra e aorta sinistra, seno renale) che lo rendono estensibile è
capace di spostarsi date le caratteristiche fisiche dei vasi. E rapporti
estrinseci:posteriormente hanno rapporti con la regione lombare, anteriormente a destra è
ricoperto dal duodeno mentre medialmente si trova la vena cava inferiore.
a sinistra anteriormente è ricoperto dalla faccia posteriore del pancreas separata dal foglietto
anteriore della capsula renale.
• Vasi e nervi originano o terminano negli stessi del rene.
• Anatomia microscopica: la parete dei calici della pelvi è costituita da tre tonache.
1. Tonaca mucosa: è formata dall’epitelio di transizione e da una lamina propria. È molto
sottile e di color grigiastro, l’urotelio è estensibile ed impermeabile ed è costituito da una
fila di cellule basali, una di cellule clavate le quali possono modificarsi nella forma e
nell’assetto secondo il grado di distensione dell’epitelio,e una fila di cellule ombrello fra le
cui membrane è presente una zona occludente, una aderente e un desmosoma. Questo
dispositivo divisionale ha il compito di impedire il transito intercellulare di liquidi dal
sangue verso l’urina. La lamina propria si trasforma da epitelio cilindrico stratificato a
semplice.
2. Tonaca muscolare: è costituita da uno strato discontinuo di fascetti cellule muscolari
immerse in un abbondante matrice connettivale. In prossimità dell’attacco dei calici minori
alle papille, i fasci muscolari aumentano costituendo il muscolo sfintere della papilla renale,
mentre in corrispondenza dello sbocco dei calici maggiori nella pelvi costituisce il muscolo
sfintere dei calici.
3. Tonaca avventizia: è sottile è costituita da tessuto connettivo lasso che trapassa nella
capsula fibrosa del seno renale e della pelvi renale.
- ureteri:
Sono organi canicolare pari e simmetrici che collegano la pelvi dalla quale originano alla
vescica urinaria senza un limite netto. Sono connessi alla vescica tramite un orifizio ureterale.
Attraverso gli ureteri l’urina prima prodotta dai reni, poi raccolta delle prime vie urinarie, viene
convogliata nella vescica dove viene raccolta come in un serbatoio.
L’uretere è un canale di calibro uniforme con lunghezza che va dai 27cm ai 30 cm e quello di
destra è un po’ più corto di quello di sinistra.
Si possono distinguere tre porzioni: nel primo tratto decorre dietro il peritoneo parietale
posteriore delle fosse lombare e iliaca ed è considerata la parte addominale,
successivamente discende nella piccola pelvi decorrendo prima in posizione retro peritoneale
ed è considerata la porzione pelvica ed infine l’ultima porzione dell’uretere è compresa nello
spessore della parete vescicale Che l’uretere attraversa con decorso obliquo considerata
come la porzione intra murale o vescicale. Il decorso dell’uretere non è rettilineo di fatto
abbiamo curve sul piano frontale e sul piano sagittale, nel punto di passaggio tra la parte
addominale e quella pelvica si realizza il cambiamento di direzione a questo livello due tere
contorni basilici formando un distinto inginocchiamento (flessura marginale).il lume
dell’uretere è appiattito in senso antero-posteriore a causa della pressione esercitata su di
esso dei visceri addominali, il suo diametro va dai quattro ai 7 mm ma non è uniforme in tutta
la sua lunghezza poiché vi sono tratti più o meno dilatati in maniera alternata.
Rapporti: per quanto riguarda la parte addominale si rapporta posteriormente con la parete
muscolare formata dal grande psoas sia destra che a sinistra, anteriormente l’uretere destro
si rapporta con il duodeno e con il peritoneo parietale posteriore, medialmente è in rapporto
con i grossi vasi, lateralmente è in rapporto con il colon e con il polo inferiore del rene.
'
Per quanto riguarda la parte pelvica nel maschio l’uretere lungo la parete laterale ha rapporti
con i muscoli otturatore interno ed elevatore dell’ano, nella porzione terminale è separato
dalla vescicola seminale tramite l’unione dei due foglietti peritoneali, il punto di penetrazione
nella vescica urinaria maschile è di circa 2/3 cm al di sopra della prostata. Nella femmina
l’uretere presenta una porzione parietale e una viscerale, la porzione parietale si trova ad 1
cm di distanza dal collo dell’utero e si avvicina al fornice anteriore della vagina a formare il
triangolo vaginale, nella regione intramurale gli ureteri sono distanti tra loro di circa 4 [Link]
femmina il punto di penetrazione e di due o 3 cm sotto l’orifizio dell’utero.
Mezzi di fissità: l’uretere aderisce per tutta la sua lunghezza al peritoneo da cui non è
scollabile. Nella sua porzione superiore si trova un tralcio connettivale costituito da tessuto
connettivo molto lasso mentre inferiormente l’uretere è fissato alla parete posteriore
dell’addome solo grazie alla sua aderenza al peritoneo.
Vasi e nervi:
• arterie: sono vascolarizzati dall’arteria renale mediante i rami ureteri per la porzione
addominale e ramificazioni delle arterie: iliaca interna, genitale, iliaca comune, vescicale
inferiore, uterina (porzione pelvica).i rami arteriosi formano la rete sotto epiteliale che
penetra nella tonaca sottomucosa.
• Vene:quelle intermedie provengono dal plesso venoso genitale (testicolare nel maschio e
ovarico nella femmina), quelle superiori confluiscono nell’arco venoso per il renale, quelle
della porzione pelvica confluiscono nelle vene del plesso venoso ipogastrico.
• Linfatici: quelli che drenano la porzione superiore dell’uretere sboccano nei linfonodi
aortici laterali.
• Nervi: le fibre viscero effettrice e viscero sensitive simpatiche e parasimpatiche originano
dagli ultimi tre segmenti toracici e del primo lombare, quelle simpatiche decorrono nei
plessi aortico addominale e renale mentre quelle parasimpatica nei plessi ipogastrici
superiore e inferiore.

Anche gli ureteri possiedono tre tonache: quella mucosa è identica a quella dei calici, quella
muscolare si suddivide in tre strati non ben definiti, cioè uno strato circolare intermedio e due
strati longitudinali interno ed esterno, la tonaca avventizia è formata da sottili fibre elastiche.
• anatomia funzionale: nelle pareti dei calici sono presenti delle cellule muscolari atipiche
che agiscono come Pacemaker.
l’onda peristaltica origina nei calici minori e si propaga alla pelvi renale e all’uretere attraverso
la tonaca muscolare; le giunzioni comunicanti tra il miociti permette la trasmissione
dell’eccitazione Elettrotonica che determina l’onda di contrazione, le fibre nervose dunque
non sono necessarie per la genesi e la propagazione della peristalsi ma possono avere un
ruolo nella modulazione della contrazione della tonaca muscolare.
• vescica urinaria:
è un organo cavo impari che funziona come un serbatoio con il compito di raccogliere l’urina
che arriva dagli ureteri, conservarla, e poi espellerla sotto lo stimolo della minzione quando le
pareti si contraggono. Ha una capacità fisiologica di circa 250/ 350 ml ma è molto estensibile
e in condizioni patologiche può dilatarsi senza rottura fino a contenere dai 2 ai 3 l di urina.

Forma e posizione: nella vescica si possono distinguere un fondo inferoposteriormente, un


corpo a forma di cupola che presenta una faccia anteriore,una faccia superiore e due facce
laterali, le due facce laterali convergono anteriormente e formano l’apice che fornisce
l’attacco del legamento ombelicale mediano,cioè un residuo embrionale, infine le due facce
laterali e quella posteriore convergono inferiormente formando il collo della vescica dal quale
origina l’uretra. Durante la vita fetale l’apice della vescica si solleva al di sopra della sinfisi
pubica mentre la parte superiore dell’organo occupa la cavità addominale,successivamente
alla nascita si perde il contatto con la parete addominale poiché la porzione addominale della
vescica si riduce di dimensione e nell’adulto si colloca dietro la sinfisi pubblica. Nella femmina
la vescica urinaria si trova un po’ più in basso è un po’ più spostata in avanti rispetto a quella
del maschio poiché nel maschio la prostata solleva la vescica mentre nella femmina la
presenza dell’utero, tra il retto e la vescica urinaria, spinge quest’ultima in avanti, inoltre nella
femmina la grande pelvi possiede una maggiore obliquità che obbliga i visceri a spostarsi in
avanti.

Rapporti: i rapporti della vescica urinaria variano in rapporto allo Stato o meno di
riempimento.
Possiamo distinguere i rapporti della vescica in: rapporti del corpo, del collo e dell’apice.
Rapporti del corpo: se la vescica è vuota avremo una cupola vescicale concava mentre se
è piena avremo una cupola vescicale [Link] è vuota la concavità fa da supporto
alle Anse intestinali e il peritoneo presenta una piega ,ovvero la piega vescicale
trasversa ,mentre quando la vescica è piena la piega scompare.
La faccia anteriore della vescica vuota prende rapporti con lo spazio retropubico e con i suoi
vasi, la faccia superiore guarda verso la cavità addominale ed è ricoperta dal peritoneo, nel
maschio con le anse dell’intestino tenue che spingono nel cavo retto vescicale e con il colon
pelvico, nella femmina invece è il rapporto con la faccia anteriore dell’utero con
l’interposizione del cavo vescico uterino. le facce laterali sono separate dalla piccola pelvi
tramite la fossa paravescicale.

Rapporti del fondo: nel maschio è in rapporto con le vescicole seminali e si trova separato
da queste tramite la fascia vescicale, dietro questa fascia le due vescicole seminali divergono
l’una dall’altra portandosi in alto e lateralmente.i dotti deferenti terminano all’altezza
dell’angolo tra le vescicole e qui discende il cavo peritoneale rettovescicale, questi elementi si
riuniscono tra loro in corrispondenza del margine posteriore della prostata per costituire il
dotto [Link] i dotti deferenti destro e sinistro rimane uno spazio triangolare mediano
con apice inferiore corrispondente alla prostata, denominato trigono [Link] trigono,
le vescicole seminali, i dotti deferenti e la prostata sono rivestiti posteriormente dalla fascia
retro prostatica che separa queste strutture del [Link] femmina il fondo della vescica
corrisponde al terzo superiore della parete anteriore della vagina, alla parte anteriore del
fornice vaginale, e alla porzione sopra vaginale della cervice dell’[Link] il fondo e la vagina
si trova il setto vescico-vaginale nel quale si pone il tratto terminale degli [Link] trigono
della vescica attraverso il setto vescico-vaginale corrisponde a una porzione liscia della
mucosa vaginale (trigono vaginale).
Rapporti del collo: Nel maschio è il rapporto diretto con la prostata in modo da formare un
ovale trasversale, nella femmina prende rapporto con la fascia pelvica.
Rapporti dell’apice: dall’attacco al legamento ombelicale mediano e a vescica urinaria vuota
corrisponde alla sinfisi pubblica mentre a vescica piena prende rapporto con la parete
addominale formando un recesso peritoneale che contiene spesso anse dell’intestino.
Mezzi di fissità:
La vescica urinaria è mantenuta nella sua posizione, fra il peritoneo e il diaframma pelvico,
da formazioni peritoneali e da formazioni sotto peritoneali, muscolo connettivali e connettivali
come ad esempio guaine vasali.
È il tessuto connettivo che avvolge la vescica all’interno della cavità pelvica si organizza in
due legamenti: vescicali anteriori e [Link] regione antero superiore della vescica si
dipartono tre ulteriori legamenti cioè il legamento ombelicale mediano (residuo dell’uraco) e le
parti obliterate dell’arteria ombelicale (legamenti ombelicali mediali).lateralmente abbiamo un
ispessimento della lamina anteriore della fascia pelvica parietale la quale forme legamenti
laterali della vescica urinaria.
• configurazione interna della vescica: la cavità della vescica urinaria riproduce
nell’insieme la forma esterna dell’organo. La superficie interna è ricoperta dalla mucosa
vescicale, la quale in condizioni normali ha un colorito giallo roseo, a vescica vuota
presenta numerose pieghe anastomizzate tra loro, durante la distensione le pieghe si
riducono fino a scomparire nel giovane, nell’adulto anche in stato di distensione saranno
presenti delle sottili pieghe.
• La vescica ha un trigono: è osservabile sulla superficie interna in corrispondenza del
fondo ed è un’area di forma triangolare i cui angoli sono rappresentati da tre orifizi.
un orifizio uretrale interno cioè il punto più declive della vescica,di forma circolare nella
femmina e di fessura semilunare nel [Link] vi sono due orifizi ureterali
situate da ciascun lato sulla piega Interureterica.
• Arterie: provengono dall’arteria iliaCa’ interna, la parte superiore della vescica è irrorata
dalle arterie vescicali superiori, mentre la porzione inferiore dalle arterie vescicali inferiori,
in corrispondenza della superficie esterna le arterie si anastomizzano tra loro formando
una rete perivescicale.
• vene: provengono dalle reti capillari della lamina propria della tonaca mucosa e formano
nella tonaca sottomucosa una ricca rete vascolare, uscite dalla tonaca muscolare
formano una terza rete cioè il plesso vescicale che si scarica nel plesso pudendo
superiormente e inferiormente nel maschio,nei plessi vescicale e prostatico,mentre nella
femmina nei plessi vescicale uterino e vaginale.
• Nervi: le fibre nervose para simpatiche originano dai rami anteriori dei nervi sacrali
mentre quelle simpatiche si dipartono dal midollo [Link] informazioni
sensitive c
Anatomia microscopica della vescica:
la vescica urinaria è un organo cavo la cui parete è più consistente di quella dei precedenti
tratti delle vie urinarie e il suo spessore varia da 0,5 cm a 1,5 cm.
Avrete vescicale è formato dalle tonache: mucosa,sottomucosa, muscolare e avventizia.
1. tonaca mucosa: si solleva in pieghe quando è vuota, nella regione del trigono vescicale è
molto sottile e si mantiene fortemente adesa alla tonaca muscolare. è composta da una
parete interna, l’urotelio, che si comporta come un epitelio di transizione, ed anche
2. Tonaca muscolare: è formato da fasci variamente intrecciati a rete con cellule muscolari
circondate da abbondante stroma connettivale ricco di fibre elastiche, che costituisce il
muscolo detrusore della vescica, la cui contrazione determina la minzione. È costituita da
uno strato interno, uno strato intermedio formato da fascetti andamento circolare che si
ispessisce a livello dell’orifizio uretrale interno, ed infine uno strato esterno formato da
fascetti ad andamento longitudinale. Ai lati del trigono vescicale i fasci del muscolo
trigonale ripiegano insieme ai fasci e lo strato intermedio circolare per costituire il
muscolo sfintere interno dell’[Link] muscolo è più rappresentato nel maschio.
3. Tonaca avventizia: è costituita da tessuto connettivo fibroso ed è maggiormente stessa
sulla faccia anteriore del corpo e sul fondo.
4. Tonaca sierosa: è data dal rivestimento peritoneale, è limitata soltanto all’apice e a parte
del corpo e non è sempre presente.
Uretra:
È il canale muscolo-mucoso che origina dal collo della vescica con l’orifizio uretrale interno e
termina aprendosi all’esterno con il meato uretrale esterno. L’uretra presenta notevoli
differenze nel maschio e nella femmina.
• Uretra maschile: posizione e rapporti-> l’uretra maschile può essere suddivisa in vari
segmenti secondo criteri diversi . Distinguiamo una porzione pelvica compresa tra
l’origine e la regione urogenitale, una porzione perineale che si diparte dalla regione
vitale all’inizio della parte libera del pane, una porzione peniena situata nella parte libera
del pene. nella porzione pelvica e nella porzione perineale l’uretra è mantenuta fissa dai
rapporti con gli organi vicini (uretra fissa) nella porzione peniena risulta estremamente
mobile (uretra mobile).
Secondo i suoi rapporti con gli organi periferici si possono considerare: una breve uretra
prostatica, un uretra prostatica corrispondente al tratto che attraversa la prostata, un uretra
membranosa compresa nello spessore del diaframma urogenitale, è un’ora e tre spongiosa
avvolta da un manicotto di tessuto erettile, il corpo spongioso del pene.
• configurazione interna: è il lume dell’uretra in stato di riposo e virtuale e appare come
una fessura variabile per forma e direzione secondo le zone, in sezioni trasversali, nella
porzione prostatica è semilunare a convessità anteriore, nella porzione membranosa e
nella porzione Spongiosa è irregolare e a forma di T rovesciata a livello della base del
glande. L’aspetto interno dell’uretra è abbastanza regolare; presenta solo qualche piega
[Link]’uretra prostatica si trova una sporgenza allungata a contorno ellittico
ben visibile, il collicolo seminale. Le sue estremità continuano in una piega mediana della
mucosa, la cresta uretrale, la quale inferiormente si prolunga fino all’uretra membranosa
biforcandosi(frenuli della cresta uretrale). Sulla sommità del collicolo si apre mediante un
piccolo orifizio l’utricolo prostatico; circa a metà altezza, sulle pareti laterali del collicolo
seminale si osservano gli orifizi dei dotti eiaculatori, piccoli e [Link]’uretra
membranosa si trovano una serie di pieghe longitudinali in corrispondenza della parete
inferiore che si porta nel bulbo, si trovano inoltre una serie di orifizi di sbocco di
ghiandole, le ghiandole uretrali. Nell’uretra spongiosa invece si osservano due orifizi delle
ghiandole bulbouretrali uno per ciascuna ghiandola posti a destra e a sinistra della linea
mediale della parte inferiore del canale.
Vasi e nervi ( uretra maschile):
Arterie: si distribuiscono l’uretra prostatica e provengono dall’arteria rettale media e dai rami
prostatici dell’arteria vescicale inferiore, le arterie che si portano dall’uretra membranosa sono
i rami dell’arteria pudenda interna, dell’arteria rettale media e dell’arteria del bulbo del pene.
Le arterie che si portano dall’uretra spongiosa sono i rami dell’arteria pudenda interna come
l’arteria del bulbo del pene che si impegna nel corpo spongioso, l’arteria uretrale e rami
dell’arteria dorsale del pane .
Vene: originano come plesso dalla tonaca mucosa e si portano al plesso pudendo e ai plessi
vescicale e prostratico.
Linfatici: Originano da una ricca rete situata nella lamina propria e si portano ai linfonodi
iliaci interni nell’ uretra prostatica,ai linfonodi iliaci esterni nell’uretra membranosa e ai
linfonodi inguinali nell’arteria spongiosa.
Nervi: Quelli per il muscolo sfintere esterno provengono dai rami del nervo pudendo, mentre i
simpatici e parasimpatici provengono dal plesso ipogastrico inferiore.

ANATOMIA MICROSCOPICA: la porzione della parete è costituita da una duplice


componente .
1. Tonaca mucosa, è estensibile e a sua volta è formata da un epitelio di rivestimento ( di
transizione , simile a quello della vescica) e da una lamina propria che accoglie numerose
ghiandole ( uretrali o di Littrè, intramucose, extramucose, prostatiche)
2. Tonaca muscolare: la muscolatura liscia è formata da uno strato longitudinale interno ed
uno circolare esterno. Il primo si connette in alto alla muscolatura vescicale e man mano
va ad assottigliarsi rimanendo incompleto nei pressi dell’ uretra spongiosa. Lo strato
circolare esterno invece è particolarmente sviluppato nella porzione iniziale dove
costituisce il muscolo sfintere interno. La muscolatura striata invece è costituita dal
muscolo sfintere esterno che inizia dal tratto prostatico e prosegue fino al bulbo
dell’uretra per continuare con i muscoli cavernosi.
Nella porzione dell’uretra spongiosa invece ritroviamo un tessuto differente: il tessuto erettile ,
riccamente vascolarizzato che circonda il corpo spongioso del pene.
Uretra (femminile):
L’uretra femminile è più corta di quella femminile, è in comunicazione solo con la vescica
urinaria poichè è adibita solo alla funzione urinaria. Ha inizio nei pressi della vescica e si apre
nella parte anteriore del vestibolo della vagina; attraverso il diaframma e segue un tragitto
obliquo dall’alto in basso e da dietro in avanti, a partire dall’ orifizio uretra le interno sino a
quello esterno.
Ha l’aspetto di un cordone cilindrico di 3/5 cm, nel quale è possibile individuare un corpo e
due estremità ( orifizio uretale superiore/ interno e orifizio uretale inferiore/ esterno), è
facilmente dilatabile.
• l’orifizio uretale interno: circolare, imbutiforme, situato a un livello più basso rispetto a
quello maschile
• L’orifizio uretale esterno: appare per lo più come una fessura longitudinale, nei soggetti
più giovani è Tendenzialmente collegato al clitoride attraverso una piega della mucosa di
coloritopallido denominata brigliauretale. È circondato da fossette poste
posterolateralmente che corrispondono alle aperture dei dotti delle ghiandole parauretali
( di Skene o prostata femminile).
Inoltre l’uretra femminile presenta una porzione pelvica ed una perineale.
Posteriormente é in rapporto per tutta la sua Estensione con la vagina, alla quale é unita
parzialmente tramite uno strato di tessuto connettivo lasso mentre nella restante porzione
aderisce alla parete vaginale al punto tale da determinare una fusione tra parete uretale e
vaginale,così Adele da costituire il setto uretrovaginale.
Anterioremente contrae rapporti con il plesso pudendo mentre é separata tramite la lamina
preuretrale dal pube e dai legamenti pubovescicali. Lateralmente oltre che con il plesso
pudendo si rapporta anche con i margini mediali dei muscoli elevatori, la fascia perineale, il
muscolo pubovaginale e infine con i rami dei corpi cavernosi del clitoride.
Configurazione interna:
La superficie interna presenta delle sottili pieghe che scompaiono durante la distensione
mentre è permanente soltanto la cresta uretrale, il colorito è un bianco roseo. Presenta inoltre
le lacune uretrali cioè delle piccole depressioni a fondo cieco, queste sono più numerose in
corrispondenza del meato uretrale esterno.

• Arterie: provengono dalle arterie vescicali inferiori, vaginali e pudende interne.


• Vene: in alto provengono dai plessi pudendo, vescicale e vaginale mentre in basso dalle
vene degli organi erettili
• Linfatici: in alto si portano ai linfonodi ipogastrici e iliaci esterni mentre in basso a quelli
inguinali
• Nervi: sono somatici ( moti e sensitivi) e quindi dipendono dal nervo pudendo e viscerali
e dunque provengono dal plesso ipogastrico inferiore.
Anatomia microscopica: la parete dell’ uretra é spessa da 5-6 mm ed è doppiamente
stratificata.
1. Tonaca mucosa : nel suo tratto superiore è formata da uno strato di transizione e
inferiormente da un epitelio pavimentoso stratificato.
Inoltre questo strato è costituito anche da una lamina propria.
2. Tonaca muscolare: a sua volta è costituita da una duplice componente, una prima tonaca
muscolare liscia costituita da uno strato longitudinale interno ed uno a fasci circolari esterno
la tonaca muscolare liscia presenta abbondanti plessi venosi che la rendono analoga a un
tessuto cavernoso o spongioso.
Una seconda tonaca muscolare striata che considerata come la continuazione del muscolo
trascendo profondo del perineo insieme al quale forma la muscolatura del diaframma
urogenitale. I fasci di questa tonaca formeranno inizialmente un anello intorno al dotto
uretrale per poi disporsi intorno a uretra e vagina così da formare il muscolo sfintere esterno
dell’uretra.

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