ARTE
Ercole Farnese:
Una delle opere più celebri della maturità artistica di Lisippo è l'Ercole in riposo, noto come
tipo Farnese ( Carlo III di Borbone voleva creare un museo per valorizzare la collezione
Farnese, ereditata dalla madre, Elisabetta Farnese, ultima discendente della dinastia. I Farnese
erano una potente famiglia italiana, nota per il loro mecenatismo e per la raccolta di opere
d’arte di grande valore, tra cui sculture, dipinti e antichità.)”, in quanto in passato faceva parte
della collezione della nobile famiglia Farnese a Roma. Questa imponente statua, una copia
in scala maggiore rispetto all'originale in bronzo risalente alla fine del IV secolo a.C., fu
realizzata dall'ateniese Glicone tra il 200 e il 220 d.C. e venne scoperta nelle Terme di
Caracalla a metà del Cinquecento. L'opera supera i tre metri di altezza e presenta una
composizione piramidale, con gli spigoli definiti dalle gambe e dalla clava inclinata.
Anche in questa rappresentazione, Ercole non appare in una posa eroica né mentre compie
una delle sue mitiche imprese che gli avrebbero permesso di ottenere l'immortalità.
Piuttosto, è ritratto nudo in un momento di riposo al termine dell'undicesima fatica: il furto
dei tre frutti d'oro dal giardino di Hera, custoditi dalle Esperidi, che stringe nella mano
destra nascosta dietro la schiena.
In questa scultura, l'azione è concentrata sulla metà destra del corpo, mentre il riposo è
affidato all'altra metà. Ercole si appoggia sulla gamba destra e sulla clava, su cui è adagiata
la pelle di leone (la leontèa, suo attributo iconografico); il braccio destro, portato
all'indietro, è sostenuto dai glutei. La gamba sinistra, in riposo, è avanzata e appare più
grossa della destra a causa del rilassamento muscolare, mentre i muscoli della gamba
destra sono tesi. Il braccio sinistro pende lungo la clava, abbandonato. La testa, piccola
rispetto alla struttura imponente del corpo, è inclinata verso il basso e rivolta a sinistra, dal
lato in riposo, secondo la consuetudine di Lisippo. Infine, il piede sinistro è posizionato
esattamente davanti a quello destro, con il bacino ruotato e spostato in avanti sul lato
sinistro, creando l'impressione che il busto possente stia cedendo lateralmente.
La meticolosa attenzione ai dettagli, come le vene in rilievo sul ventre e sulle braccia,
evidenzia un'altra delle caratteristiche distintive dell'artista, come riportato anche da Plinio
il Vecchio. La decisa caratterizzazione del personaggio, con il naso prominente e le rughe
sulla fronte, sottolinea che ciò che conta non è tanto la bellezza fisica, quanto la forza
interiore e la capacità di resistere alle sofferenze.
Atleta vittorioso:
La paternità di una statua in bronzo raffigurante un giovane nudo, recuperata nel 1964 al
largo della cittadina marchigiana di Fano, nel Mar Adriatico, è ancora incerta. Questa
opera, databile approssimativamente tra il IV e il II secolo a.C., potrebbe essere attribuita a
Lisippo o, più probabilmente, a un suo seguace.
La statua, priva delle caviglie e dei piedi, rappresenta un giovane atleta nudo. Il braccio
sinistro è disteso lungo il fianco, mentre il destro è sollevato, forse nell'atto di cingersi il
capo con una corona di ulivo. Il corpo del giovane, caratterizzato da una flessuosa
conformazione a "S", presenta una disposizione antitetica delle membra tipica di Lisippo: il
lato destro è in tensione e quello sinistro è rilassato. Gli occhi, originariamente in pasta di
vetro, i capezzoli in rame e la corona di ulivo, ormai perduti, contribuivano a creare
contrasti cromatici naturalistici.
Tra i pochi originali in bronzo sopravvissuti fino ai giorni nostri, l'origine della statua resta
sconosciuta. Si presume che fosse stata portata via da Olimpia, come suggerirebbe la
corona di ulivo, premio per i vincitori dei giochi olimpici, e che fosse finita in fondo al mare
tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C., in seguito al naufragio della nave commerciale che la
trasportava verso Roma.
Acquistata nel 1978 dal Getty Museum di Los Angeles, la statua è attualmente al centro di
una lunga e aspra contesa tra il museo statunitense, che ne rivendica la legittima proprietà,
e lo Stato italiano, che ne richiede la restituzione, sostenendo che il reperto è stato trovato
nelle sue acque territoriali.
Rodi: un importante centro culturale
Rodi, un’isola vicina alle coste dell’Asia Minore, fu un centro culturale molto
importante nell’epoca ellenistica. Dopo essere stata a lungo sotto il dominio
persiano, nel 332 a.C. si sottomise ad Alessandro Magno. Alla sua morte, Rodi
divenne indipendente e si affermò come una delle più grandi potenze navali del
mondo greco, nonché come un centro commerciale e culturale di grande rilevanza.
Laocoonte
Un’opera famosa che viene da Rodi è il gruppo scultoreo del “Laocoonte”, una copia
romana in marmo di un originale in bronzo, scoperta a Roma nel 1506 vicino alla
Domus Aurea. La scultura rappresenta un episodio emozionante della guerra di
Troia, raccontato nell’Ilioupersis e poi nell’Eneide di Virgilio. Laocoonte, sacerdote
troiano di Apollo, tentò di impedire che il cavallo di legno, costruito dai Greci,
entrasse a Troia. Ma Athena, che voleva distruggere la città, mandò due serpenti
marini che uccisero Laocoonte e i suoi figli.
Il confronto tra il corpo muscoloso del sacerdote e la statua di Zeus della
Gigantomachia, presente sull’Altare di Pergamo, mostra i legami tra lo stile di Rodi
e quello di Pergamo. L’opera è un esempio dell’arte ellenistica, caratterizzata dalla
fusione di stili provenienti da diverse città. La scultura cattura il momento di
massimo sforzo muscolare e sofferenza di Laocoonte mentre cerca di liberare se
stesso e i figli dai serpenti. I corpi dei tre personaggi sono uniti dalle spire dei
serpenti, un elemento che non solo li lega insieme ma dà unità all’intera
composizione, realizzata da tre diversi scultori: Agesandro, Atenodoro e Polidoro.
Toro Farnese
Un’altra opera famosa di Rodi è il gruppo scultoreo del “Toro Farnese”, che
rappresenta il supplizio della regina Dirce, punita dai gemelli Anfione e Zeto per
aver maltrattato la loro madre Antiope. Questo gruppo fu scolpito in un unico
blocco di marmo da Apollonio e Taurisco di Tralle, due scultori attivi tra il 170 e il
140 a.C. Sebbene restaurata, la scultura conserva ancora la sua drammaticità. È alta
quasi quattro metri e rappresenta Dirce legata a un toro dai gemelli, mentre un
ragazzo, simbolo del monte Citereo, osserva la scena. Il gruppo scultoreo segue un
andamento ascensionale a spirale e ha la forma di una piramide, con il toro al
vertice. Sebbene la scena sembri piena di movimento, il complesso è stabile e
statico. La visione più emozionante è quella frontale, che però esclude quasi del
tutto la presenza di Antiope, relegata nella parte posteriore della composizione.
La nascita della polis e l’urbanistica ellenistica
La polis greca, cioè la città-stato, iniziò a svilupparsi tra l’XI e il IX secolo a.C., ma
raggiunse la sua forma più completa nel V secolo a.C. Durante l’età classica, i Greci
portarono al massimo splendore la filosofia, l’arte, la politica e la letteratura. In
questo periodo nacquero anche importanti riflessioni sulla forma e l’organizzazione
delle città, soprattutto in risposta alle nuove esigenze di vita. L’artigianato e il
commercio divennero sempre più importanti rispetto all’agricoltura e
all’allevamento.
Ippodamo di Mileto: la città ideale
Uno dei pensatori più importanti sull’urbanistica fu Ippodamo di Mileto, che visse
tra la fine del VI e la metà del V secolo a.C. A lui è attribuita l’ideazione di una polis
ideale, con una popolazione divisa in tre classi: agricoltori, artigiani e soldati.
Questa tripartizione influenzava anche la struttura fisica della città, che era divisa
in tre aree: una per i templi e l’amministrazione religiosa, una per le attività
pubbliche e una per le residenze private. La città seguiva una pianta ortogonale, con
strade che si intersecavano ad angolo retto, formando isolati rettangolari. Questa
struttura modulare permetteva alla città di adattarsi facilmente al terreno
circostante.
Mileto: l’applicazione del modello di Ippodamo
Sebbene Mileto non sia stata progettata da Ippodamo, è la città che meglio riflette il
suo modello. Nel V secolo a.C., la città aveva un tessuto viario regolare, con tre
grandi strade principali e altre minori che creavano isolati di diverse dimensioni. La
città era divisa in tre quartieri residenziali e una grande area pubblica a forma di L,
dove si trovavano i principali edifici pubblici e commerciali.
Il Pireo
Ippodamo progettò anche la sistemazione del Pireo, il porto di Atene. Questo
insediamento portuale, collegato alla città con le Lunghe Mura, divenne una vera e
propria città satellite. Il Pireo era diviso in tre aree funzionali: commerciale,
pubblica e militare. L’area commerciale si affacciava sulla baia del Cantaro, mentre
quella pubblica comprendeva l’agorà e vari edifici sacri. L’area militare ospitava i
porti militari, con strutture per quasi duecento navi.
Le capitali ellenistiche
Nell’età ellenistica, le città crebbero di dimensioni e gli edifici divennero sempre più
monumentali. Le corti ellenistiche, influenzate dalla cultura orientale, costruirono
grandi città come Pergamo, Antiochia di Siria e Alessandria d’Egitto.
Alessandria d’Egitto
Alessandria fu fondata da Alessandro Magno nel 332 a.C. e doveva essere la capitale
del suo impero. La città aveva una pianta ortogonale ispirata a quella di Ippodamo e
copriva una superficie di quasi 900 ettari, con una struttura a scacchiera che
facilitava una gestione razionale del territorio. Il famoso Faro di Alessandria, una
delle Sette Meraviglie del mondo antico, illuminava la via per i marinai grazie a un
sistema di specchi. Alessandria ospitava anche la celebre Biblioteca, fondata da
Tolomeo I, che raccolse fino a 800.000 manoscritti prima di essere distrutta in un
incendio nel 48 a.C. Il Museo, non un museo come lo intendiamo oggi, era invece un
centro culturale dove scienziati e filosofi lavoravano sotto la protezione del faraone.
GLI ETRUSCHI
L’Italia entra in gioco
Durante l’età del bronzo, mentre in Oriente nascevano grandi civiltà, come quelle
dell’Egitto e della Mesopotamia, l’Occidente appariva meno sviluppato. Le terre dell’Europa
occidentale erano considerate selvagge e abitate da popolazioni che vivevano in piccole
comunità guidate da capi villaggio e che stavano cominciando a praticare agricoltura e
allevamento. Queste popolazioni attiravano l’attenzione dei mercanti greci e fenici, che
giungevano in Occidente in cerca di materie prime. La penisola italiana, con la sua
posizione strategica tra Oriente e Occidente, era un passaggio obbligato per le navi che
attraversavano il Mediterraneo. Nell’VIII secolo a.C., l’Italia meridionale fu coinvolta nel
processo di colonizzazione da parte dei Greci, che si insediarono insieme ai Fenici di
Cartagine, provenienti dalla Tunisia. Mentre i Cartaginesi si concentravano sulla Sicilia e
sulla Sardegna, i Greci colonizzavano le coste tirreniche, ma non si spingevano oltre il Golfo
di Napoli, probabilmente a causa della resistenza degli Etruschi, una popolazione italica che
stava crescendo rapidamente a partire dal IX secolo a.C.
Un mosaico di genti
L’origine degli Etruschi è ancora oggetto di dibattito. Secondo lo storico greco Erodoto (V
secolo a.C.), gli Etruschi sarebbero venuti dall’Asia Minore, mentre Dionigi di Alicarnasso (I
secolo a.C.) sostiene che fossero un popolo autoctono, cioè originario dell’Italia. L’Italia
antica era un mosaico di popoli, molti dei quali erano legati a migrazioni indoeuropee,
iniziate nel III millennio a.C. Alcuni gruppi, come i Liguri, erano presenti fin dalla fine del
Paleolitico, collegati a movimenti migratori tra Spagna e Francia meridionale. Tra le
popolazioni italiche, i Piceni, presenti lungo la costa adriatica tra Marche e Abruzzo dal IX
secolo a.C., raggiunsero il loro apice tra il VI e il V secolo a.C., per poi essere assorbiti dai
Romani agli inizi del III secolo a.C.
Gli Etruschi
La catena appenninica separava il territorio dei Piceni da quello degli Etruschi, che nel VII
secolo a.C. abitavano una vasta regione tra i fiumi Arno e Tevere, comprendente la Toscana,
l’Umbria occidentale e il Lazio settentrionale. Successivamente, gli Etruschi si espansero
verso sud, conquistando il Lazio e parte della Campania, e verso nord, colonizzando la
Pianura Padana e fondando insediamenti oltre il Po. Gli Etruschi furono i primi a sviluppare
una cultura urbana in Italia, con città-stato (lucumonie) governate da un re (lucumone) e da
una classe sacerdotale influente. La loro civiltà era avanzata e paragonabile a quelle della
Mesopotamia e dell’Oriente Mediterraneo per potenza militare, arte e organizzazione
sociale ed economica. Le città etrusche erano simili alle polis greche per la loro autonomia,
ma si differenziavano nel sistema politico, con un re al potere invece di una democrazia.
L’interpretazione dei segni
La religione etrusca, a differenza di molte altre antiche religioni, si basava sulla rivelazione
divina. Gli Etruschi credevano che la divinità si fosse manifestata attraverso Tagete, un
fanciullo saggio, nato miracolosamente da un solco di terreno, che insegnò agli uomini a
interpretare i segni divini. Per questo, i sacerdoti etruschi praticavano la divinazione,
cercando di prevedere il futuro attraverso l’osservazione dei fenomeni naturali (arte
fulgurale), degli organi interni degli animali sacrificati (aruspicina) e del volo degli uccelli
(auspicio). Gli Etruschi avevano una visione ciclica della vita, basata sull’eterno ritorno di
nascita, crescita e morte. Tuttavia, col passare del tempo, il loro rapporto con la morte
divenne più inquieto, come testimoniano le pitture nelle tombe. Tra il V e il IV secolo a.C.,
la crescente pressione dei Greci a sud e dei Celti a nord contribuì a creare un senso di
insicurezza. Le pitture tombali, che inizialmente raffiguravano banchetti e danze,
cominciarono a rappresentare demoni spaventosi pronti ad accompagnare i morti in un
aldilà oscuro e minaccioso.
Nel III secolo a.C., il principale nemico degli Etruschi divenne Roma, una città fondata da
Latini e poi conquistata dagli Etruschi. A partire dal IV secolo a.C., Roma intraprese una
lunga guerra contro gli Etruschi, che si concluse nel 265 a.C. con la caduta degli ultimi
centri etruschi indipendenti. Da quel momento, gli Etruschi furono assorbiti nella storia di
Roma, perdendo la loro indipendenza.
I Picenei
La civiltà dei Piceni non ha lasciato tracce architettoniche o sculture di grandi dimensioni,
ma abbiamo molti esempi di ceramiche lavorate al tornio, armi in bronzo e ferro, e oggetti
di uso quotidiano o decorativi in avorio, ambra e oro.
L’unica statua monumentale rimasta è il Guerriero di Capestrano, rinvenuto nel 1934 vicino
a Capestrano, L’Aquila, risalente al VI secolo a.C. Si tratta di una grande scultura in pietra
calcarea, con tracce di colore, che raffigura un guerriero in posizione rigida. La statua, con
due punti di vista (frontale e posteriore), appare molto piatta lateralmente, suggerendo che
potesse essere una stele funeraria posta sopra una tomba importante. Due pilastri
appuntiti la rendono più stabile, e su uno di essi è incisa una dedica a Nevio Pompullèdio, re
dei Vestini, un piccolo popolo osco-umbro.
Il guerriero ha un corpo robusto e sproporzionato, con braccia incrociate sul ventre, forse
come i defunti nelle tombe. L’equipaggiamento militare è descritto con cura: indossa
un’armatura di cuoio con una spada e un pugnale decorato sul petto, e un’ascia appoggiata
sulla spalla sinistra, a rappresentare sia il potere militare che quello giudiziario. Sulla
corazza ci sono protezioni circolari per il cuore e i polmoni.
La testa cilindrica ha un volto piatto con occhi ellittici e naso triangolare, forse una
maschera funeraria. Il copricapo è un grande disco di pietra con una cresta semicircolare,
probabilmente decorata e piumata, tipico di un elmo da parata.
Questo Guerriero rappresenta una cultura italica indipendente, non influenzata dai modelli
greci o orientali, che arriveranno solo verso la fine del VI secolo a.C.