Due Calcolo
Due Calcolo
Mariano Giaquinta
Mariano Giaquinta
Professore Emerito
Scuola Normale Superiore
Piazza dei Cavalieri, 7
I-56100 Pisa
[Link]@[Link]
Indice
Prefazione ix
Capitolo 1. Il calcolo infinitesimale 1
1.1. Il calcolo di Newton 2
1.1.1. Il metodo delle serie infinite 4
1.1.2. Il metodo delle flussioni 10
1.1.3. Il metodo delle prime e ultime ragioni 14
1.2. Il calcolo di Leibniz 18
1.2.1. Il calcolo: introduzione 18
1.2.2. Il calcolo: metafisica e tecniche 22
1.3. I Bernoulli 29
1.4. La visione di Eulero 30
1.4.1. Meccanica e calcolo 31
1.4.2. Il calcolo 33
1.4.3. La meccanica del punto materiale 36
Capitolo 2. Il calcolo all’opera: equazioni differenziali 43
2.1. Interpolazione 43
2.2. Esponenziale e logaritmo 47
2.3. Le funzioni circolari 52
2.3.1. Moto armonico semplice 53
2.3.2. Moto circolare uniforme 55
2.4. Nuove curve ed equazioni differenziali 57
2.5. Curve piane 60
2.5.1. Lunghezza e ascissa curvilinea 62
2.5.2. Curvatura 65
2.5.3. Inviluppi, evolute ed evolventi 69
Capitolo 3. Il calcolo delle variazioni 73
3.1. Il problema della brachistocrona e il problema isoperimetrico 73
3.2. La Methodus inveniendi di Eulero 78
3.2.1. Il problema più semplice 79
3.2.2. Il problema isoperimetrico. 81
3.2.3. Il principio di minima azione 84
viii INDICE
meno, e cosı̀ via. Esistono una vasta letteratura e una altrettanto vasta sperimen-
tazione (come sempre, più o meno interessanti e utili) connesse alle domande
poste; ma è sempre presente il rischio di trasformare esigenze giustissime in una
nuova disciplina accademica, magari dimenticandosi dell’oggetto principale in
questione, nel nostro caso la matematica. Comunque, non essendo purtroppo
l’autore un esperto in questi argomenti, in questi volumetti non ci sarà nessuna
proposta o suggerimento nelle direzioni indicate dalle questioni appena poste.
Tuttavia questo non ci esime dal ribadire alcune considerazioni ben note sulla
utilità dell’insegnamento della matematica.
Parafrasando dalla Prefazione di [43], la matematica con la sua storia di più di
2500 anni è sicuramente una delle componenti fondamentali della nostra civiltà
come la filosofia, la letteratura, le religioni, le arti, le scienze in generale, non
solo quelle naturali ma anche quelle sociali, e la tecnologia; si può anzi dire che
tutta la nostra vita in realtà, anche in modo nascosto, si fonda sui risultati di
questa scienza:
◦ è utile, anzi essenziale, a fini pratici; nel tempo e particolarmente oggi
buona parte della tecnologia che utilizziamo o vediamo utilizzata non
sarebbe stata possibile senza un’enorme e spesso raffinata quantità di
matematica;
◦ è la struttura portante e sostiene il carico principale del ragionamento
scientifico ed è al centro delle più importanti teorie scientifiche; si può
dire che molta parte della fisica o della chimica non ci sarebbero senza
matematica; ma ormai essa è rilevante anche nelle scienze sociali come
quelle comportamentali, l’economia, le scienze politico-sociologiche, o
quelle relative all’analisi delle situazioni di rischio;
◦ ha fortemente contribuito a determinare la direzione e il contenuto di buo-
na parte del pensiero filosofico; molti filosofi sono stati anche matemati-
ci o, comunque, fortemente interessati alla matematica; infatti, essendo
la matematica l’espressione fondamentale della razionalità, essa è an-
che espressione della filosofia, perlomeno se questa vuole essere filosofia
razionale;
◦ ha generato la nostra logica a partire dai greci, passando per le raffinatezze
medievali, alle riflessioni metodologiche rinascimentali, alle intuizioni
leibniziane fino a Bolzano e Cantor e ai grandi logici-matematici del XIX
e XX secolo Frege, Russell, Hilbert, Gödel solo per citare pochi nomi,
tanto da poter dire che oggi la logica è un ramo della matematica;
◦ infine, ha influenzato nel corso dei secoli stili pittorici, musicali, architet-
tonici e anche letterari.
Ma, come sempre, c’è di più. Nelle parole del platonico Proclo, cfr. [101],
Questa è quindi la matematica: essa suscita in voi le forme invisibili dell’anima, dà vita alle
proprie scoperte, sveglia la mente e purifica l’intelletto; essa porta alla luce le nostre idee
xii PREFAZIONE
intrinseche, essa elimina l’oblio e l’ignoranza che sono con noi fin dalla nascita.
In effetti per più di duemila anni una certa familiarità con la matematica è
stata considerata parte indispensabile del patrimonio intellettuale di ogni perso-
na colta, mentre oggi molte persone colte rifiutano la matematica anche come
oggetto di interesse culturale. Agli inizi del ventesimo secolo Henri Poincaré
già scriveva, cfr. [100]
Un fatto ci deve meravigliare o, meglio, ci dovrebbe meravigliare se non fossimo ormai abi-
tuati ad esso. Come può essere che ci siano persone che non capiscono la matematica? Se
la scienza invoca solo le regole della logica, quelle accettate dalle menti ben educate, come
è possibile che in cosı̀ tanti siano impervi ad essa come molti insegnanti di scuola media ci
testimoniano?
sono le equazioni differenziali come sintesi di una visione matematica del mon-
do, le equazioni differenziali in quanto equazioni che coinvolgono gli elementi
differenziali, cioè le variazioni delle funzioni, e l’integrazione, cioè il processo
inverso che in modo ‘naturale’ porta, dopo un lungo cammino, alla nuova teo-
ria della misura che idealmente ci riporta al problema iniziale dell’area per gli
antichi greci.
Il lettore troverà ulteriori informazioni, anche sulla letteratura primaria e se-
condaria, ad esempio in [43] [44] da cui è tratto molto materiale dei primi due
volumetti1. Per quanto riguarda il terzo volume, molto materiale è tratto da [58]
[59] [61] [63] [64] e più in generale dalle opere citate in Bibliografia. Una fonte
di informazioni è ovviamente la “rete” dove si possono trovano molte opere qui
citate e non, contributi di esperti e meno esperti su qualunque argomento qui
trattato (un esercizio utile potrebbe essere quello di separare contributi interes-
santi da contributi meno interessanti o non corretti). Ovviamente enorme è la
letteratura tecnica che presenta in modo formale e coerente, nel linguaggio ma-
tematico contemporaneo, quanto viene solitamente raggruppato e denominato
come Analisi Matematica; per ovvi motivi l’autore non può che “propagandare”
[47] [46] [48] [49] [50].
Mi piace concludere questa prefazione ringraziando Giuseppe Modica, a cui
sono legato da una lunga amicizia e collaborazione scientifica, per aver letto
varie stesure di questi volumetti, aver eliminato molti errori e aver contribuito ad
1 Qui mi sembra opportuno fare qualche osservazione. A mio parere – da una parte a soste-
gno della tesi che in vari problemi matematici importanti ci sia a posteriori una sorta di filo
conduttore attorno a cui tentativi, errori, sperimentazione, idee, concetti e presentazione for-
male si diramano in direzioni a volte non buone o non corrette e a volte prefigurando quelle
corrette, e questo fin dalla matematica ellenica, e dall’altra per una migliore comprensione
delle motivazioni che hanno portato agli argomenti discussi nel terzo volume – i primi due
volumetti [51] [53] sono da ritenere parte integrante e utili all’intera opera non solo dal punto
di vista degli argomenti discussi ma anche perché operativamente spesso cercano di instau-
rare un confronto-rapporto tra la rappresentazione informale e la presentazione formale su
questioni relativamente più semplici di quelle discusse nel terzo volume [52].
Avendo discusso in un contesto più ampio vari aspetti della matematica dal periodo ellenisti-
co fino alla fine del Settecento in [43] e [44], come detto, molto materiale è tratto appunto da
quei volumi, spesso letteralmente. Infatti, essendo questi volumi diretti soprattutto a studenti
ed insegnanti e non avendo pretese accademiche, se non la speranza che il lavoro fatto potesse
essere apprezzato anche da colleghi accademici, non mi sembrava opportuno riferirsi sempli-
cemente a [43] e [44], che assieme assommano a circa 950 pagine, e limitarsi ad aggiungere
quanto già non presente.
Ma, essendomi stato comunicato che erano state sollevate difficoltà relativamente alla pub-
blicazione dei primi due volumetti, ho accettato l’offerta di pubblicare a stampa solo il terzo
volume e ho deciso di mettere a disposizione dei lettori interessati i primi due volumetti
all’indirizzo [Link]/giaquinta/.
PREFAZIONE xv
una migliore selezione e presentazione di vari argomenti. Gli errori che ancora
restano sono ovviamente da imputare all’autore.
Un ringraziamento va alle Edizioni della Normale che hanno accettato di
pubblicare il terzo volume, mentre i primi due volumetti si possono trovare
all’indirizzo [Link]/giaquinta/.
Il calcolo infinitesimale
1 L’anno di nascita è in accordo con il calendario Gregoriano che però fu adottato in Inghilterra
solo nel 1752; per questo viene anche data come anno di nascita il 1642 in accordo con il
1.1. IL CALCOLO DI NEWTON 3
calendario giuliano al tempo in vigore: in questo modo l’anno di nascita di Newton coincide
con l’anno di morte di Galilei
4 1. IL CALCOLO INFINITESIMALE
◦ Ritornando sulle sue ricerche sulle tangenti e sulle quadrature, nel 1671
Newton scrive il lungo trattato De Methodis serierum et fluxionum, [95]
III, pp. 32-329. Il trattato sviluppa il metodo delle flussioni, in modo
fortemente correlato al metodo delle serie (all’inizio Newton include ed
espande il De Analysi), e le applicazioni di questa nuova arte analitica
allo studio della natura delle curve. Il trattato fu pubblicato solo nove
anni dopo la sua morte, a cura e nella traduzione inglese di John Colson
[92] nel 1736.
◦ Tra il 1691 e il 1692 Newton scrive il Tractatus de quadratura curvarum,
[95] VIII, pp. 92-167, ampliando un precedente De quadratura, in cui
riespone le sue idee sul calcolo. Spesso questo trattato è indicato come ri-
ferimento per il calcolo di Newton – una traduzione italiana si può trovare
in appendice al volume di Guido Castenuovo [16] che include anche una
traduzione del lavoro di Leibniz [73]. Parti furono inserite nel De Algebra
Tractatus historicus et practicus di John Wallis in [109]; successivamente
nel 1704, il trattato fu pubblicato come una delle appendici — l’altra è la
Enumeratio linearum tertii ordinis — dell’Opticks [87].
◦ A tutto questo andrebbe aggiunta parte della corrispondenza relativa alla
disputa sulla priorità con Leibniz e, in particolare, le due famose lettere
inviate da Newton a Oldenburg per Leibniz, note come Epistola Prior del
13 Giugno 1676 e Epistola Posterior del 24 Ottobre 1676, oltre al rappor-
to finale della Royal Society, noto come Commercium Epistolicum [90]
– una riproduzione si trova in [60], che può essere considerata l’ultima
opera matematica di Newton.
Newton ha tre redazioni principali del calcolo infinitesimale: la prima è quel-
la del De Analysis, composta nel 1669 ma pubblicata nel 1711; la seconda, in
cui compare la terminologia e la notazione delle flussioni, è contenuta nel De
Methodis serierum et fluxionum, redatto nel 1671 e pubblicato postumo; la terza,
in cui si trova il metodo delle prime e ultime ragioni, appare nel De quadratura;
quest’ultimo metodo è quello seguito nei Principia, pubblicati nel 1687.
deriva
√ x x2
1+x = 1+ − +....
2 8
1.3. Il metodo di quadratura. Rifacendosi a Wallis, Newton pone allora alla
base del suo metodo di quadratura le seguenti tre regole:
1. L’area sottesa dalla curva y = axm/n calcolata da 0 a x è n/(m+n)ax(m+n)/n .
2. Se y è somma (finita o infinita) di altre quantità y = y1 + y2 + . . ., l’area
sotto y è la somma delle aree di tutti i termini y1 , y2 , . . .
3. Se la curva ha equazione f (x, y) = 0 si svilupperà y nella forma y =
∑∞ αk
k=0 ak x , dove gli αk sono razionali, e si applicheranno le regole 1 e
2.
Relativamente alla terza regola osserviamo che questo è quanto di meglio si
possa sperare, anche se non è ovvio che si possa effettivamente fare: nel caso
dell’equazione polinomiale y2 − x3 = 0 abbiamo infatti o y = x3/2 o x = y2/3 .
1.4. Metodo della divisione. Cerchiamo lo sviluppo in serie di 1/(1 + x). Di-
videndo 1 per 1 + x, otteniamo come quoziente 1 e resto −x; dividendo il resto
−x per 1 + x otteniamo x come quoziente e x2 come resto; continuando cosı̀ si
otterrà quindi
1
= 1 − x + x2 − x3 + x4 − . . . ,
1+x
che, come dice Newton, è valida per x vicino a zero, per noi per |x| < 1. Per x
grande si potrebbe scrivere
(1.3)
1 1 1 1( 1 1 1 ) 1 1 1 1
= = 1 − + − + . . . = − 2 + 3 − 4 +...
1 + x x 1 + 1x x x x2 x3 x x x x
√
1.5. Metodo della radice. Consideriamo ancora una volta a2 + x2 , a > 0, x
vicino a 0. Scriviamo √
a2 + x2 = a + Γ0 ,
allora, elevando al quadrato,
a2 + x2 = a2 + 2aΓ0 + Γ20 .
Ignoriamo Γ0 2 — per x vicino a zero Γ0 è vicino a zero, quindi Γ0 2 è ancora più
vicino a zero — ottenendo
a2 + x2 ≃ a2 + 2aΓ0 ,
cioè
x2
Γ0 = .
2a
Scriviamo ora
√ x2
a2 + x2 = a + + Γ1
2a
1.1. IL CALCOLO DI NEWTON 7
non ne discuteremo qui, il metodo del poligono di Newton, come è noto oggi.
Esso appare sia nel De Analysi che nel De Methodis e fu pubblicato nel Capi-
tolo 94 dell’Algebra di Wallis. Si tratta di un algoritmo, che risulterà rilevante
in geometria algebrica – dove appare anche come teorema di Puiseux, dal mate-
matico francese Victor Puiseux (1820–1883) – che permette, data un’equazione
algebrica
n
f (x, y) := ∑ ai j xi y j = 0,
i, j=1
di esprimere y come una serie
∞
y= ∑ bk x α , k
k=1
momenti alle parti di ogni altra quantità generata in momenti di tempo. Descrivo il tempo
mediante una qualsiasi quantità che fluisca uniformemente.
A proposito dei momenti, scrive più in dettaglio nel De Methodis
I momenti delle quantità fluenti (cioè le loro parti indefinitamente piccole per addizione delle
quali esse crescono nei singoli spazi di tempo indefinitamente piccoli) stanno come le velo-
cità del fluire. Poiché se il momento di una quantità, come x, è espresso dal prodotto della
sua velocità m e della quantità infinitamente piccola o (cioè mo), i momenti delle altre v, y, z
saranno espressi da vo, yo, zo considerato che vo, xo, yo, zo, stiano tra loro come v, x, y, z.
Avverte infine Newton che non va identificato il tempo del calcolo flussionale
con il tempo reale: ogni quantità fluente la cui flussione è costante (ẋ = cost)
può essere usata come tempo flussionale.
Nel De Methodis Newton applica queste sue idee, in congiunzione con il
metodo delle serie, a vari problemi tipici — come, trovare massimi e minimi
di quantità, determinare le tangenti ad una curva, la curvatura e il raggio di
curvatura di una curva e calcolare le aree di figure curvilinee o le lunghezze di
curve, usando vari tipi di coordinate — riducendoli ai seguenti due problemi
generali:
◦ Problema 1. Data in modo continuo (cioè per ogni tempo) la lunghezza
dello spazio, trovare la velocità del moto in ogni tempo proposto.
◦ Problema 2. Data in modo continuo la velocità del moto, trovare la
lunghezza dello spazio descritto ad ogni tempo proposto.
Egli procede per esempi specifici, enunciando algoritmi di risoluzione e giu-
stificando questi algoritmi. Noi presenteremo solo alcuni esempi a scopo illu-
strativo, cominciando dal Problema 1 che Newton riformula come:
Data una relazione tra due quantità fluenti, determinare la relazione tra le flussioni.
Si noti che negli enunciati le formulazioni di Newton sono in accordo con
il metodo geometrico classico, sono le dimostrazioni ad usare gli ingredienti
infinitesimi dei momenti.
1.10. Il metodo diretto delle flussioni. Consideriamo con Newton l’equazione
polinomiale che lega le due quantità fluenti x e y
(1.5) x3 − ax2 + axy − y3 = 0.
La ricetta che Newton dà, cioè l’equazione che lega le due flussioni ẋ e ẏ, è
essenzialmente la stessa di quella proposta da Johann Hudde in una delle ap-
pendici dell’edizione latina della Geometria di Descartes a cura di De Beaune e
di Frans van Schooten e, nel caso che stiamo considerando, porta a
3ẋx2 − 2aẋx + aẋy + aẏx − 3ẏy2 = 0.
Questa equazione dà anche
ẏ 3x2 − 2ax + ay
= .
ẋ 3y2 − ax
12 1. IL CALCOLO INFINITESIMALE
F IGURA 4. Determinazione della tangente o, più esattamente, della sottotangente a una curva.
Newton ora afferma che la linea che prolunga D∂ dell’arco ED taglia l’asse del-
le ascisse in T e che questa linea tocca la curva in D e ∂ ed è la tangente. Quindi
osserva che, essendo i triangoli Dc∂ e T BD simili, si ha
T B Bb
= .
BD c∂
Ora, l’algoritmo delle flussioni applicato all’equazione che definisce la cur-
va permette di determinare il rapporto ẋ/ẏ che non è altro che il rapporto dei
momenti dell’ascissa e dell’ordinata, per cui conclude che
ẋ
TB = y .
ẏ
Newton applica questo argomento a varie curve.
1.12. Il problema inverso. Il problema inverso, consistente nel passare dalla
curva alle aree o dalla flussione alla fluente e, più in generale nella soluzione di
un’equazione differenziale, è molto più complesso. Newton sa bene che mentre
la flussione di una fluente razionale è ancora razionale l’inverso non è vero: la
quadratura di 1/(1 + x) porta al logaritmo. Il problema diventa allora, quali
curve sono quadrabili? Ovviamente, ogni tavola che per una fluente dà la sua
flussione letta all’inverso diventa una tavola per la quadratura. Newton sviluppa
vari artifici piuttosto raffinati (come, ad esempio, cambiamenti di variabile) per
lo studio della quadratura delle curve, e in specifici casi ricorre all’integrazione
di un’equazione differenziale. Ad esempio, se vale una relazione del tipo
f (x, ẏ/ẋ) = 0
con f polinomiale, sarà possibile scrivere ẏ/ẋ come serie di Puiseux di x e quindi
quadrare almeno localmente vicino a zero.
Nel De quadratura studierà in generale la possibilità di quadrare curve del
tipo y = xϑ Rλ Sµ T ν dove R, S, T sono espressioni della forma ∑∞ nk
k=0 ak x , ma
noi non entreremo in dettagli. Ricordiamo infine che intorno al 1690 Newton
formulò metodi per il calcolo approssimato delle aree nel contesto dei suoi studi
sull’interpolazione, cfr. ad esempio [88]. L’idea di fondo è che, fissati n + 1
valori yi della fluente y = f (x), possiamo costruire un polinomio p(x) = a0 +
14 1. IL CALCOLO INFINITESIMALE
di determinarlo è veramente geometrico. In quanto, tutto ciò che è geometrico può essere
assunto legittimamente per determinare e dimostrare gli altri problemi geometrici.
Si può anche obiettare che se vengono date le ultime ragioni delle quantità evanescenti, saran-
no date anche le ultime grandezze, e in tal modo ogni quantità sarà costituita da indivisibili,
contro quanto Euclide dimostrò circa gli incommensurabili nel decimo libro degli Elementi.
Questa obiezione, però, si basa su una falsa ipotesi. Le ultime ragioni con cui quelle quantità
si annullano non sono in realtà le ragioni delle ultime quantità, ma i limiti ai quali le ragioni
delle quantità decrescenti si avvicinano sempre, illimitatamente, e ai quali si possono avvici-
nare per più di qualunque differenza data, e che, però, non possono mai superare, né toccare
prima che le quantità siano diminuite all’infinito. La cosa si capisce più chiaramente nel-
l’infinitamente grande. Se due quantità, delle quali è data la differenza, vengono aumentate
all’infinito, sarà data la loro ultima ragione, soprattutto la ragione di uguaglianza, e, tuttavia,
non saranno date le quantità ultime o massime delle quali questa è la ragione [. . .]
In quest’ultimo passo, come in altri analoghi, spesso si è voluto vedere un’an-
ticipazione della moderna teoria dei limiti. C’è però da tener presente che qui il
contesto è geometrico e l’algoritmo di limite è solo intuitivamente delineato.
La Sezione I del Libro I dei Principia, dedicato al metodo delle prime e ul-
time ragioni che, sostituendo le quantità indivisibili con le quantità evanescenti
(grandezze che tendono a zero (?)) dà una fondazione geometrica del calcolo,
contiene undici lemmi e uno Scolio finale, di cui abbiamo riportato una buona
parte. L’approccio sembra essere archimedeo, nel senso che sembra di essere
in presenza del metodo di Archimede, almeno nella sua forma seicentesca, in
formulazione dinamica. L’intero metodo si basa infatti sul Lemma I, cfr. [94],
p. 141, dimostrato in modo classico per assurdo:
L EMMA I. Le quantità, come anche i rapporti fra quantità, che costantemente tendono all’u-
guaglianza in un qualsiasi tempo finito e prima della fine di quel tempo si accostano l’una
all’altra più di una qualsiasi differenza data, divengono infine uguali.
Dal Lemma II al Lemma V si discute della quadratura delle curve. Sulla base
del Lemma I, nel Lemma II, Newton stabilisce con riferimento alla Figura 5:
L EMMA II. Se in una figura qualsiasi, AacE, delimitata dalle rette Aa, AE e dalla curva,
acE, vengono inscritti un qualsiasi numero di parallelogrammi Ab, Bc,Cd, ecc. con le basi
AB, BC,CD, ecc. uguali, e con i lati Bb,Cc, Dd, ecc. paralleli al lato Aa della figura; e si
completano i parallelogrammi aKbl, bLcm, cMdn, ecc., allora, se la larghezza di questi pa-
rallelogrammi diminuirà e il loro numero aumenterà all’infinito, dico che le ultime ragioni
16 1. IL CALCOLO INFINITESIMALE
che hanno fra di loro la figura inscritta AKbLcMdD, quella circoscritta AalbmcndoE, e quella
curvilinea AabcdE, sono ragioni di uguaglianza.
I lemmi successivi stabiliscono che non è necessario che le larghezze dei pa-
rallelogrammi siano uguali e che, per l’uguaglianza di due figure, basta che i
rapporti delle somme dei parallelogrammi inscritti tendano a essere uguali.
I Lemmi finali, dal VI all’XI riguardano infine le ragioni fra le corde e gli
archi e tra triangoli evanescenti, da cui deduce
L EMMA X. Gli spazi descritti da un corpo spinto da una qualunque forza finita, tanto che
quella forza sia determinata e immutabile, quanto che la medesima sia di continuo aumentata
o diminuita, sono, al primo inizio del moto, proporzionali al quadrato dei tempi.
Facendo riferimento alla Figura 6, riportiamo solo i Lemmi VI e VII.
L EMMA VI. Se un arco qualsiasi ACB di posizione data è sotteso dalla corda AB e in qualun-
que punto A, al mezzo di una curvatura continua, viene toccato dalla retta AD, prolungata da
entrambe le parti, e se i punti A e B si accostano fra loro fino a congiungersi, dico che l’angolo
BAD, contenuto fra la corda e la tangente, verrà diminuito all’infinito e da ultimo diventerà
evanescente.
[Questa è la dimostrazione:] Se infatti quell’angolo non divenisse evanescente, l’arco ACB,
insieme alla tangente AD, conterrebbe un angolo uguale a quello rettilineo, e di conseguenza
la curvatura nel punto A, contro l’ipotesi, non sarebbe continua.
L EMMA VII. Ferme restando le medesime cose, dico che l’ultima ragione fra l’arco, la corda
e la tangente è, scambievolmente, una ragione di eguaglianza.
[Questa è la dimostrazione:] Infatti, mentre il punto B si accosta al punto A si supponga sempre
che AB e AD siano prolungati fino ai punti lontani b e d, e si tracci bd parallela alla secante
BD. Sia l’arco Acb sempre simile all’arco ACB; essendo stati congiunti i punti A e B, l’angolo
dAb, per il lemma precedente, diventerà evanescente: allora, le rette sempre finite Ab e Ad,
e l’arco intermedio Acb coincideranno, e per conseguenza saranno uguali. Per la qual cosa,
le rette AB e AD e l’arco intermedio ACB, sempre proporzionali ai precedenti, diventeranno
evanescenti e avranno per ultima ragione l’uguaglianza.
Nei Principia Newton ritornerà sul calcolo differenziale solo nel Lemma II
della Sezione II del Libro II, nel mezzo della discussione del moto dei corpi ai
quali viene opposta resistenza proporzionale alla velocità, quando dà le regole
per il calcolo dei momenti, cioè le regole di derivazione.
1.1. IL CALCOLO DI NEWTON 17
L EMMA II Il momento di una quantità generata è uguale ai [alla somma dei] momenti dei
singoli lati che la generano moltiplicati ogni volta per gli esponenti delle potenze dei medesimi
lati e per i coefficienti.
Ci sono due ragioni per soffermarsi su questo lemma. La prima è la dimo-
strazione che Newton ne dà, che ovviamente si basa su una compensazione di
errori. La dimostrazione inizia cosı̀:
Un qualsiasi rettangolo AB aumentato con un moto continuo quando si sottraggono dai lati A e
B la metà dei momenti 1/2a e 1/2b, diviene A − 1/2a per B − 1/2b, o AB − 1/2aB − 1/2bA +
1/4ab; ma non appena i lati A e B vengono aumentati con altre metà di momenti, il rettangolo
diventa A + 1/2a per b + 1/2b o AB + 1/2aB + 1/2bA + 1/4ab. Da questo rettangolo si sot-
tragga il primo rettangolo: rimarrà l’eccedenza aB + bA. Dunque con gli interi incrementi a e
b si genera l’incremento del rettangolo aB + bA.
Al punto X del suo The Analyst, 1734 [3], George Berkeley (1685-1753) criti-
cherà questa dimostrazione:
Ma è evidente che il Metodo diretto e vero per ottenere il Momento o Incremento del Rettan-
golo AB è di prendere i Lati incrementati per i loro interi Incrementi e moltiplicarli, A + a per
B + b, il Prodotto AB + aB + bA è il rettangolo incrementato; conseguentemente, se sottraiamo
AB, il resto aB + bA + ab sarà il vero Incremento del Rettangolo, esso eccede quello prece-
dentemente ottenuto [da Newton] con un metodo illegittimo e indiretto per la quantità ab. E
questo succede universalmente qualunque siano le Quantità a e b, grandi o piccole, Finite o
Infinitesime, Incrementi, Momenti o Velocità. Né vale dire che ab è una quantità piccola:
poiché ci è stato detto in rebus mathematicis errores quam minimi non sunt contemnendi2.
La seconda ragione è lo Scolio che segue il Lemma II. Nelle prime due edi-
zioni dei Principia Newton riconosceva esplicitamente i contributi di Leibniz
alla creazione del calcolo infinitesimale. Citava il suo carteggio con Leib-
niz del 1676, menzionava il crittogramma in cui aveva celato il suo metodo e
aggiungeva
Quell’uomo eccellentissimo rispose che aveva anche lui trovato un metodo analogo, e mi
comunicò il suo metodo, che poco differiva dal mio se non per le parole e per le notazione da
lui usata.
Nella terza edizione questo riconoscimento viene completamente soppresso e
sostituito con
In una mia lettera al Signor J. Collins, datata 10 dicembre 1672, in cui descrivevo il meto-
do delle tangenti che sospettavo identico a quello di Sluse, allora non ancora reso pubblico,
aggiunsi: Questo è una particolarità, o piuttosto un corollario del metodo generale che si
estende, senza alcuna difficoltà di calcolo non solo alle tangenti da condurre a curve qualsiasi,
sia geometriche sia meccaniche o comunque relative a linee rette o altre curve, ma anche alla
risoluzione di altri più astrusi generi di problemi intorno alle curvature, aree, lunghezze, centri
di gravità delle curve, ecc., né (come il metodo dei massimi e minimi di Hudde) è ristretto a
quelle sole equazioni che sono libere da quantità irrazionali. Intrecciai tale metodo con quello
mediante cui stabilisco di studiare le equazioni riducendole a serie infinite. Fin qui la lettera.
2
La citazione latina è dal De Quadratura di Newton.
18 1. IL CALCOLO INFINITESIMALE
E queste ultime parole riguardano il trattato che su queste cose ho scritto nell’anno 1671. Il
fondamento di questo metodo generale è contenuto nel lemma precedente.
3
Questo lavoro è stato ristampato più volte e tradotto i varie lingue; in appendice a [16] si
trova una traduzione in italiano a cura di Ettore Carruccio, un’altra traduzione si trova in [25],
essenzialmente riportata in [44].
1.2. IL CALCOLO DI LEIBNIZ 19
si arresta davanti alle quantità fratte o irrazionali, e per quelli un singolare genere
di calcolo] che segna la nascita del calcolo infinitesimale.
La Nova methodus è un articolo molto breve (solo sei pagine), con molti erro-
ri di stampa (successivamente corretti da Leibniz) che contribuirono a renderne
inizialmente difficile la comprensione; soprattutto ha una struttura algoritmica
che omette ogni spiegazione e che, come vedremo, operativamente usa nozio-
ni infinitesimali ma logicamente forse si spiega e motiva meglio, come lo stesso
Leibniz sembra suggerire nella Historia et origo calculi differentialis e vedremo
fra poco, in termini delle sue idee filosofiche di concetto completo e principio
di continuità. Come Leibniz sosteneva la sua metafisica è tutta matematica nel
senso che argomentazioni e concetti matematici spesso si estendono o si gene-
ralizzano ad argomentazioni metafisiche o forniscono illustrazioni metafisiche;
viceversa, anche se egli sostiene che bisogna evitare la metafisica nel fare mate-
matica, la sua metafisica e, soprattutto la sua logica, influenza come vedremo la
sua matematica.
La Nova Methodus comincia cosı̀:
Siano dati, cfr. Figura 7, l’asse AX e più curve come VV , WW , YY , ZZ, le cui ordinate V X,
W X, Y X, ZX, normali all’asse, siano chiamate rispettivamente v, w, y, z. Il segmento AX,
tagliato sull’asse, sia chiamato z.
Le tangenti siano V B, WC, Y D, ZE, le quali incontrano l’asse rispettivamente nei punti B, C,
D, E.
Ora si indichi con dx un certo segmento preso arbitrariamente, e si indichi con dv (o dw, o dy,
o dz) il segmento che sta a dx, come v (o w, o y, o z) sta a XB (o XC, o XD, o XE), cioè dv (o
dw, o dy, o dz) è la differenza delle v (o delle w, o delle y, o delle z).
Fatte queste premesse, le regole del calcolo saranno le seguenti:
Sia a una quantità costante, sarà da = 0 e d(ax) = adx.
Se y = v (ossia se un’ordinata qualsiasi della curva YY è uguale ad una qualsiasi ordinata
simmetrica della curva VV ) sarà dy = dv.
Ora l’Addizione e la Sottrazione: se
z−y+w+x = v
risulterà
d(z − y + w + x) = dz − dy + dw + dx.,
La Moltiplicazione,
d(xv) = xdv + vdx,
ovvero, posto y = xv, sarà
dy = xdv + vdx,
poiché è ad arbitrio usare la forma xv oppure, al posto di questa, abbreviando, la lettera y.
Si deve osservare che, in questo calcolo, x e dx sono trattati come y e dy o qualsiasi altra
variabile e il suo differenziale.
Segue la regola della divisione
v ydv − vdy
d( ) = ,
y y2
20 1. IL CALCOLO INFINITESIMALE
DX, o un altro analogo, ma non il segmento dy, che è il quarto proporzionale dopo DX, XY,
dx, e in questo modo scompigliano tutto. Quindi [quei metodi] prescrivono di fare sparire per
prima cosa le quantità frazionarie e irrazionali (nelle quali entrano le variabili). È pure eviden-
te che il nostro calcolo si estende alle curve trascendenti [cioè] che non si possono ricondurre
al calcolo algebrico, o che non sono di grado determinato. E ciò in modo generalissimo, senza
ricorrere ad alcuna particolare ipotesi, che non sempre si verifica, purché si ritenga in genere
che trovare la tangente è condurre una retta che congiunga due punti aventi una distanza infi-
nitamente piccola, ossia tracciare il lato prolungato di un poligono infinitangolo, che per noi
equivale alla curva.
Quella distanza infinitamente piccola, poi, può sempre essere espressa mediante un certo dif-
ferenziale noto, ad esempio dv, o mediante una relazione con questo, cioè per mezzo di una
certa tangente nota.
In particolare, se y fosse una quantità trascendente, ad esempio un’ordinata di una cicloide,
ed essa entrasse in un calcolo per mezzo del quale fosse determinata proprio l’ordinata z di
un’altra curva e fosse richiesto dz, o, per mezzo di questo, la tangente di quest’ultima curva,
in ogni caso bisognerebbe determinare dz per mezzo di dy e si avrebbe dy, poiché si ha la
tangente della cicloide.
Proprio la tangente della cicloide, inoltre, se si immaginasse di non averla ancora, potrebbe in
modo simile esser ricavata col calcolo da una proprietà data dalle tangenti del cerchio.
In altre parole gli infinitesimi, nascosti nelle dimostrazioni diventano i para-
metri fondamentali per descrivere le curve tramite i differenziali dx e dy. Ad
ogni curva F(x, y) = 0 possiamo associare la sua equazione differenziale che
avrà una forma del tipo
A(x, y)dx + B(x, y)dy = 0.
Risolto il problema della tangente, il problema fondamentale diventa ora quel-
lo inverso delle tangenti: da quest’ultima equazione risalire alla forma chiusa
F(x, y) = 0 della curva, quando questo non sarà possibile è l’equazione diffe-
renziale che definisce la curva. Ripetiamo, questioni esistenziali sono in linea di
principio ignorate nel Seicento. Questo sarà il problema fondamentale attorno
a cui ruoteranno la geometria delle curve e delle superfici, la meccanica, l’idro-
dinamica, l’astronomia, in breve, l’intero universo delle scienze fisiche e questo
sarà l’approccio preso fin da subito dai matematici continentali e, soprattutto, da
Jakob e Johann Bernoulli e da Eulero (assieme a molti altri) che cambieranno il
corso della matematica e della fisica. Anche Newton aveva introdotto un meto-
do che unito al metodo degli sviluppi in serie portava alla risoluzione in linea di
principio di tutte le equzioni differenziali polinomiali anche se queste soluzioni
avevano carattere locale. Questo assieme alla disputa sulla priorità e superio-
rità del metodo di Newton rispetto a quello di Leibniz (finita con una sentenza
della Royal Society emessa con Newton presidente) a favore di Newton, convin-
se i newtoniani (forse non Newton, che suggeriva di usare gli sviluppi in serie
quando non era possibile trovare la soluzione in forma chiusa) che, il problema
inverso essendo in linea di principio risolto in termini di sviluppi in serie, la
questione vera fosse dare certezza al metodo stesso. Non rinunciando al metodo
22 1. IL CALCOLO INFINITESIMALE
Ciò in accordo con il saggio Historia et origo calculi differentialis che Leib-
niz scrisse durante il periodo della disputa e non pubblicò (si veda [17] per una
1.2. IL CALCOLO DI LEIBNIZ 23
del resto invocato in qualche modo se non per produrre i dx almeno per dedurne
le proprietà, i rapporti tra le nuove quantità variabili dx, dy, ds, o dQ inerisco-
no alle quantità variabili della curva x, y, s, o Q, tramite la suddivisione e, in
ultima analisi ineriscono, alla curva: se non un ricorso al principio di ineren-
za del predicato al soggetto, si evidenzia, in queste argomentazioni, attribuibili
sostanzialmente a Leibniz, un riferimento alla nozione di concetto completo.
Come vedremo fra poco, i rapporti di differenziali secondi dipendono dalle
suddivisioni. Quando i Bernoulli iniziarono lo studio analitico della curvatura di
una curva — la questione era affrontata geometricamente da Newton e Huygens
—, Leibniz si preoccupò di esprimere la curvatura come rapporto di differenziali
primi di rapporti di diffferenziali, mostrando che la curvatura è indipendente
dalle suddivisioni e inerente alla curva.
Un’ultima osservazione. Insistiamo sul fatto che a essere introdotti sono i
differenziali dx e dy e cosı̀ via e non, come pure potrebbe sembrare, soprattutto
a chi conosce gli sviluppi successivi, la derivata, o semplicemente il rapporto
dx
dy che semplificherebbe molto le questioni. Per questo punto di vista biso-
gnerà aspettare ancora molto, in particolare l’affermarsi del concetto di fun-
zione, concetto alla cui affermazione contribuirà appunto questa esigenza di
semplificazione.
L’integrale. Più complesso sarà il processo di formazione dell’idea moderna di
integrazione. Noi siamo abituati a definire l’integrale come un’operazione sul-
le funzioni e dedurre che questa operazione è l’inverso della derivazione. Ciò
presuppone la nozione di funzione e una buona definizione dell’area del sotto-
grafico delle figure (o di almeno alcune figure che consideriamo buone), nozioni
che sarano chiare solo nell’Ottocento, sotto la spinta di varie esigenze che si ori-
ginano nel Settecento e si consolidano nell’Ottocento e che per il momento non
discutiamo. Per Leibniz l’integrale è la somma di quantità infinitamente piccole,
mentre dai Bernoulli in poi l’integrale è l’inverso del differenziale, si veda [4]:
l’integrale di un differenziale è quella quantità da cui questo differenziale si ori-
gina per differenziazione. Il problema della quadratura appare, conformemente
alla tradizione, come problema e non come operazione. L’integrale come ope-
razione inversa è utile per risolverlo: una figura viene immaginata suddivisa in
parti piccole (strisce o triangoli o anche trapezoidi, ad esempio), pensati come
differenziali dell’area; si tratta allora di esprimerli tramite una indeterminata,
un’espressione∫ del tipo f (u)du per qualche variabile u : l’area viene quindi data
dall’integrale f (u)du inteso come somma infinita di elementi infinitesi, ma di
dimensione lineare.
Il teorema di trasmutazione Ad esempio, con riferimento alla Figura 9, consi-
deriamo la curva Occ′C, in notazione moderna y = y(x), con triangolo carat-
teristico cdc′ in c. La sua quadratura è data dalla somma delle strisce bcc′ b′ ,
ma può anche essere ottenuta come somma dei triangoli Occ′ più l’area del
1.2. IL CALCOLO DI LEIBNIZ 25
e x0 = 1, y0 = 1, z0 = 1, per cui
∫ 1 ∫ 1 ∫ 1
π 1 z2
= ydx = − xdz + 1 = 1 − .
4 0 2 0 0 1 + z2
Da
z2
= z2 (1 − z2 + z6 − z8 + . . . ) = z2 − z4 + z8 − z10 + . . .
1 + z2
ricaviamo quindi
∫ 1
z2 1 1 1 1
2
= − + − +...
0 1+z 3 5 7 9
e, in definitiva, la serie di Leibniz per π
π 1 1 1 1
= 1− + − + +....
4 3 5 7 9
Per le serie di segno alterno Leibniz argomenterà anche sulla convergenza, cri-
terio di Leibniz.
Differenziali di ordine superiore. I differenziali come gli integrali sono quantità
variabili di cui possiamo a loro volta considerare differenziali e integrali. Più
precisamente, gli operatori ∆ e Σ possono essere iterati:
∆ ∆ {yi } := ∆i2 y,
dove
∆i2 y := ∆i+1 − ∆i = yi+2 − 2yi+1 + yi
e
i j
Σ Σ {yi } = { ∑ ∑ yk }.
j=1 k=1
Ma le cose ora si complicano. Ci sono molti modi di approssimare una curva
con poligoni; ad esempio, possiamo approssimarla con
(a) poligoni con lati uguali,
(b) poligoni che hanno uguali le proiezioni dei lati sull’asse x,
(c) poligoni che hanno uguali le proiezioni dei lati sull’asse y.
Questa indeterminazione si preserva nell’estrapolazione all’infinito come pos-
sibilità di scelte da specificare sui differenziali primi; ad esempio, ai casi (a), (b)
e (c) precedenti corrispondono le scelte
(a) ds costante,
(b) dx costante,
(c) dy costante.
Ovviamente, le regole di calcolo dei differenziali non risentono delle suddi-
visioni che si scelgono, come pure i rapporti fra i differenziali primi associati ad
una curva, infatti, con riferimento alla Figura 1, sappiamo che
dx : dy : ds = t : y : τ ,
1.2. IL CALCOLO DI LEIBNIZ 27
conseguentemente, se dx, dy, ds e dx∗ , dy∗ , ds∗ sono indotti da due differenti
progressioni delle variabili, abbiamo
dx : dx∗ = dy : dy∗ = ds : ds∗ .
Ne risentono invece i differenziali di ordine superiore e di conseguenza le equa-
zioni differenziali associate ad una curva. Ad esempio per la curva y = x2
troviamo, per una qualunque suddivisione
dy = 2xdx, ddy = 2(dx)2 + 2xddx, d 3 y = 6dxddx + 2xd 3 x;
se dy è costante cioè ddy = 0
dy = 2xdx, 0 = 2(dx)2 + 2xddx, 0 = 6dxddx + 2xd 3 x;
mentre, se dx è costante cioè ddx = 0,
dy = 2xdx ddy = 2(dx)2 d 3 y = 0.
Gli esempi mostrano chiaramente che scelte opportune delle suddivisioni
possono semplificare le equazioni differenziali corrispondenti ad una curva;
d’altro canto la stessa equazione, se specificata con differenti suddivisioni, defi-
nisce curve diverse. Si pone quindi il problema di come passare da un’equazione
all’altra.
A noi oggi appare chiaro come la scelta di una suddivisione corrisponde alla
scelta di una variabile indipendente da cui le altre dipendono — questo sarà
in effetti uno degli elementi che spingerà verso l’introduzione della nozione di
funzione —, cosı̀ la scelta dy costante corrisponde a
1 = 2xx′ 0 = 2(x′ )2 + 2xx′′ 0 = 6x′ x′′ + 2xx′′′
√
in cui x′ , x′′ ecc. sono le derivate di x come funxione di y cioè di x = y.
Similmente la scelta dx costante corrisponde a considerare y come funzione di
x, y = x2
y′ = 2x y′′ = 2 y′′′ = 0.
Il confronto con la definizione oggi comune di derivata permette di render-
si conto delle difficoltà ad operare con i differenziali di ordine superiore. La
derivata di una funzione y = f (x) è oggi definita come
dy f (x + h) − f (x)
:= lim ,
dx h→0 h
mentre la derivata seconda è introdotta come derivata della derivata; ma può
anche essere introdotta equivalentemente come
d2y [ f (x + 2h) − f (x + h)] − [ f (x + h) − f (x)]
2
:= lim .
dx h→0 h2
Se si sostituisse il numeratore a destra con l’espressione più generale
[ f (x + h1 + h2 ) − f (x + h1 )] − [ f (x + h1 ) − f (x)]
28 1. IL CALCOLO INFINITESIMALE
Il continuo Come per i differenziali, anche per il continuo Leibniz presenta im-
magini diverse in connessione con istanze diverse ma in qualche modo correlate,
senza però mai presentare una teoria unificatrice o teorie definitive nei contesti
relativi. Possiamo identificare almeno quattro contesti diversi: il continuo in
matematica, in fisica, nella realtà e nell’ambito dei principi dell’ordine generale
o, in definitiva, nell’analisi metafisica. Il problema del continuo è fortemen-
te legato a quello dell’infinito e risposte ingenue producono immediatamente
contraddizioni; il costante appello di Leibniz ad indagare la composizione del
labirinto del continuo è appunto collegato all’esigenza di risolvere questa serie
di contraddizioni, si veda, oltre alle opere generali su Leibniz già citate, [21]
[54].
Leibniz ripropone i classici e noti argomenti che mostrano, in base al princi-
pio che la parte è minore del tutto, che l’assunzione di un continuo di indivisibili
porta a conclusioni assurde — un cateto e l’ipotenusa di un triangolo rettangolo
hanno lo stesso numero di punti, a cui Leibniz risponde dicendo che infinito non
è un numero —, cercando di caratterizzare il continuo in termini di infinitesimi
o sostanzialmente in modo simile ad Aristotele, cfr. [51]; per Leibniz le parti
del continuo debbono essere cointegrate. La caratterizzazione del punto avvie-
ne in termini di concetto completo: il punto è quello che è ‘comune’ a tutti gli
intervalli che gli sono intorno.
1.3. I Bernoulli
Come detto, i matematici furono subito interessati al nuovo calcolo e gli svi-
luppi, quasi sempre legati allo studio di problemi geometrici o meccanici che
trovarono la loro formulazione in termini di equazioni differenziali, furono sor-
prendenti. Raffinati fatti vengono però usati come chiari (modulo ripensamenti e
successivi approfondimenti); procedure non sufficientemente motivate e spesso
sbagliate nella loro generalità portano ad affermazioni non solo vere ma impor-
tanti, e spesso in contesti diversi. Ad essere coinvolti furono molti matematici,
solo per citare alcuni di quelli più importati, ma va sottolineato che il processo
coinvolse molte più persone, citiamo in Inghilterra, oltre a Newton, Taylor e Ma-
claurin, nel Continente europeo i fratelli Jakob e Johann Bernoulli, il marchese
de l’Hôpital, che scrisse il primo trattato sul calcolo Analyse des infiniment pe-
tits pour l’intelligence des lignes curves, Hermann, i figli e il nipote Nikolaus
di Jakob Bernoulli, i figli Nikolaus e Daniel di Johann; la presenza per un certo
periodo di questi ultimi a Padova e Venezia contribiuı̀, ad esempio, a svecchia-
re l’insegnamento, sonnolento e rivolto al passato, nelle università e nei collegi
religiosi, favorendo un timido riformismo ad esempio con Manfredi e Malfatti,
ma alla condanna di Pio VI delle riforme delle Assemblee francesi i matematici
30 1. IL CALCOLO INFINITESIMALE
In questa sezione illustriamo la visione del calcolo di Eulero, visione che per-
meerà la ricerca per tutto il Settecento e oltre.
Eulero (1707-1783) è unanimemente riconosciuto come il più importante ma-
tematico e fisico matematico del Settecento e uno dei più grandi di tutti i tempi.
Nasce a Basilea, studia con Jakob Bernoulli (assieme a Johann Bernoulli), nel
1727 accetta di spostarsi presso l’Accademia di Pietroburgo, dove già operava-
no Jakob Hermann e Daniel Bernoulli, e ci resta per quattordici anni. Nel 1741
decide di accettare l’offerta di Federico II, che voleva rilanciare l’Accademia
di Berlino, e si sposta a Berlino. Nel 1766 ritorna a Pietroburgo dove resterà
fino alla sua morte. Eulero lavorò in tutti i rami della matematica conosciuti al
tempo, contribuı̀ a crearne di nuovi (Calcolo delle variazioni, Topologia combi-
natoria e Teoria dei grafi) e alla fondazione del moderno calcolo differenziale e
integrale e della moderna meccanica; iniziò assieme a Lagrange e Legendre il
processo che portò a porre la teoria dei numeri come una delle importanti disci-
pline della matematica. Molti dei temi di Eulero sono vivi ancora oggi e, cosa
ancora più sorprendente, alcuni hanno suscitato nuova attenzione e interesse.
Sicuramente Eulero è il più prolifico matematico di tutti i tempi. Il cata-
logo di Paul Heinrich Fuss (1797-1855) del 1843 elencava circa 750 opere di
Eulero, il catalogo definitivo di Gustav Eneström (1852-1923) del 1913 elenca
868 opere (memorie e libri) a cui vanno aggiunti 12 quaderni di appunti e vari
1.4. LA VISIONE DI EULERO 31
frammenti scoperti più recentemente che portano il totale a 886, più le lette-
re (ed è da considerare che nel 1766 sei casse di manoscritti e lavori andarono
perdute nel viaggio per nave verso Pietroburgo). La pubblicazione delle opere
complete di Eulero, divisa in quattro serie, è iniziata nel 1911, sotto gli auspici
dell’Accademia delle Scienze della Svizzera, ed è ancora in corso. La prima
serie, Opera mathematica, 29 volumi, contiene le opere di ‘matematica pura’;
la seconda serie, Opera mechanica et astronomica, 31 volumi, è dedicata alla
meccanica e all’astronomia; la terza serie, Opera physica, Miscellanea, 12 volu-
mi, è dedicata a vari argomenti di carattere fisico; la serie quarta è divisa in due
parti, Commercium epistolicum, prevista in 9 volumi, a cui sono da aggiungere
i due volumi di lettere raccolte da P.H. Fuss [40], e Manuscripta, prevista in 7
volumi.4
Risulta evidente che una biografia scientifica di Eulero sarebbe cosı̀ comples-
sa e lunga da eccedere ogni ragionevole limite. Per cui, anche la letteratura su
Eulero è allo stesso tempo ampia, esistono molti saggi che illustrano accurata-
mente aspetti della sua vita e delle sue opere; primi fra tutti i saggi introduttivi
ai volumi dell’Opera Omnia, esistono poi vari memorial in occasione di an-
niversari della nascita e della morte o opere collettive come [12] o anche di
autore singolo come [22]. Per ulteriori riferimenti sulla vita e le opere di Eulero
rimandiamo il lettore a [44].
4 Molte delle opere di Eulero, anche in traduzione inglese, si trovano nel sito The Euler Archive
[Link] .
32 1. IL CALCOLO INFINITESIMALE
Dopo aver identificato la meccanica come la scienza del moto, Eulero scrive
nella prefazione – i passi che seguono sono riportati nella traduzione di [81] p.
58 e seguenti – quanto segue:
In tempi recenti, dopo l’invenzione dell’analisi infinitesimale, entrambe le scienze (statica e
dinamica) hanno fatto cosı̀ grandi progressi che le scoperte di una volta . . . quasi scompaiono
di fronte ad essi. Tuttavia, queste molteplici scoperte, per mezzo delle quali queste discipli-
ne sono state finora accresciute e innalzate, sono disseminate in cosı̀ tante opere che risulta
difficilissimo raccoglierle e leggerle per lo studioso di queste cose. Inoltre, cosa che genera
grandissimo fastidio, alcune cose vengono proposte senza alcun ricorso all’analisi e alle di-
mostrazioni, altre sono celate dietro dimostrazioni fin troppo intricate e preparate secondo la
maniera degli antichi, altre ancora, per la verità, vengono derivate da principi non appropriati
e poco genuini in modo che non possano essere esaminate e interpretate che con grande fatica
e dispendio di tempo.
1.4.2. Il calcolo
Per quanto riguarda il calcolo, Eulero sembra riferirsi direttamente a Leibniz
di cui riprende il calcolo delle differenze e delle somme, ma con importanti
varianti:
◦ il dato di partenza non sono più le curve ma le funzioni, questo fa sı̀ che
il calcolo sia svincolato dalla geometria o dal moto e, nello stesso tempo,
motiva l’insistere di Eulero, e poi di Lagrange, nel rifiuto di ogni ricorso
alle figure;
◦ parallelamente i differenziali non sono più oggetti inerenti alle curve, ma
costruzioni matematiche che, caratterizzate operativamente, permettono,
come dice Eulero, di vedere il calcolo differenziale come un caso speciale
del calcolo delle differenze con una sorta di aritmetizzazione del calcolo5.
L’Introductio, che, come scritto nella prefazione, sviluppa temi che sono as-
solutamente richiesti per l’analisi rendendo il lettore conscio in modo quasi im-
percettibile dell’idea dell’infinito, pone alla base dell’approccio di Eulero la
nozione di funzione:
Una funzione di una quantità variabile è un’espressione analitica composta in un modo qua-
lunque dalla quantità variabile e da quantità costanti.
Di fatto, il significato del termine funzione cambierà nel tempo e si adatterà
in termini di generalità alle esigenze specifiche, cosı̀ nelle Istitutiones Eulero
chiamerà funzioni
quelle quantità che dipendono da altre in modo da cambiare quando queste cambiano,
specificando che questa definizione include tutti i possibili modi in cui una
quantità possa essere determinata da altre.
Nel primo volume dell’Introductio, Eulero distingue le funzioni in funzioni
algebriche e trascendenti: le prime sono formate a partire da variabili e costanti
tramite le quattro operazioni elementari (somma, sottrazione, prodotto e divi-
sione), elevazione ad una potenza e estrazione di radice o, infine, tramite la
soluzione di una equazione polinomiale; le seconde sono quelle definite tramite
esponenziali, logaritmi, funzioni trigonometriche e, in generale, tramite inte-
grali. Discute le funzioni a più valori anche se prevalentemente tratterà funzioni
a un valore. Dedica vari capitoli alle funzioni polinomiali e, soprattutto alla
rappresentazione di funzioni in serie,
poiché la natura delle funzioni polinomiali è ben compresa, se altre funzioni possono essere
espresse nella forma A + Bz + Cz2 + . . . , esse sembrano porsi nella forma migliore perché la
nostra mente possa afferrarne la loro natura, anche se il numero dei termini è infinito.
Egli sembra convinto, anzi afferma, che ogni funzione può essere espressa come
serie infinita (per noi serie di potenze) e, fra i capitoli più interessanti del primo
volume, ci sono sicuramente quelli dedicati agli sviluppi infiniti delle funzioni
esponenziali, logaritmiche e trigonometriche, su cui ritorneremo. Una conse-
guenza è che, quando si specifica un valore dell’indeterminata, una serie infinita
identifica un ‘numero’.
Il secondo volume dell’Introductio è dedicato alla geometria analitica, cioè
alle applicazioni dell’analisi alla geometria, allo studio delle curve e delle su-
perficie.
È nelle Institutiones che Eulero discute il calcolo differenziale come opera di
pura analisi, cioè senza nessun riferimento alle curve o alla meccanica, basan-
dolo, come dice egli stesso, sui veri principi. Per Eulero il calcolo differenziale
studia gli incrementi evanescenti o, come apparirà presto chiaro, rapporti di in-
crementi evanescenti, che ancora identificano ‘numeri’ nella visione di Eulero.
Scrive Eulero nella prefazione alle Institutiones:
Se x designa la quantità variabile, tutte le altre quantità che in qualunque modo dipendono
da o sono determinate da x si chiamano funzioni. Esempi sono x2 , il quadrato di x, o ogni
altra potenza di x, e, in effetti, ogni quantità composta con queste potenze in qualunque modo,
anche in modo trascendente, composta di modo che, quando x cresce o decresce, la funzione
cambia. Una domanda sorge naturalmente: se la quantità x cresce o decresce di quanto cam-
bierà la funzione, sia che cresca o decresca? Per i casi più semplici la risposta è semplice. Se
la quantità x è aumentata della quantità ω , il suo quadrato x2 aumenterà di 2xω + ω 2 . Quindi
la crescita di x sta alla crescita di x2 come ω sta a 2xω + ω 2 , cioè come 1 sta a 2x + ω . In modo
simile, consideriamo il rapporto di crescita di x con la crescita o decrescita di una qualunque
funzione di x, infatti l’indagine su questo tipo di rapporti di incrementi è non solo importante
ma è il fondamento di tutta l’analisi. Ritorniamo all’esempio x2 , con incremento 2xω + ω 2
quando x cresce di ω per cui il rapporto è 2x + ω a 1. Da questo dovrebbe esser chiaro che
più piccolo prendiamo l’incremento ω di x più il rapporto si avvicina a 2x su 1, senza, però,
mai arrivare ad esso se non quando ω si annulla completamente. Da questo capiamo che, se
l’incremento della variabile x va a zero, allora l’incremento di x2 si annulla, ma il rapporto
resta 2x a 1. Quello che abbiamo detto per la funzione x2 vale per qualunque funzione di x;
cioè, quando gli incrementi si annullano all’annullarsi dell’incremento di x, questi hanno un
rapporto certo e determinabile. In questo modo siamo portati alla definizione di calcolo dif-
ferenziale: è un metodo per determinare il rapporto degli incrementi evanescenti che una
funzione assume quando alla variabile, di cui lei è funzione, viene dato un incremento eva-
nescente. È manifesto a quelli che non sono estranei a questo argomento che il vero carattere
del calcolo differenziale è contenuto in questa definizione e può essere dedotto da essa.
Quindi il calcolo differenziale tratta non tanto gli incrementi evanescenti, che sono semplice-
mente zero, ma rapporti e proporzioni mutui. . . .
Perché questi rapporti possano meglio essere tenuti assieme e rappresentati nei calcoli, gli
stessi incrementi evanescenti, sebbene siano nulli, sono rappresentati da certi simboli, e as-
sieme a questi simboli non c’è nessuna ragione di non dargli un nome. Sono chiamati dif-
ferenziali e, siccome sono senza quantità sono anche detti infinitesimi. . . . [Con riferimento
alle notazioni precedenti] se scriviamo dx per ω , il differenziale di x2 diventa 2x dx. In modo
simile si vede che il differenziale di x3 è uguale a 3x2 dx e in generale per xn è nxn−1 dx. Per
qualunque altra funzione di x possa esser prodotta il calcolo differenziale dà regole per trovare
1.4. LA VISIONE DI EULERO 35
il differenziale.
Nei primi due capitoli delle Institutiones, Eulero discute il calcolo degli in-
crementi, o se si vuole l’operatore differenza ∆ applicato alle funzioni sulla base
della decomposizione equidistribuita
x, x + ω , x + 2ω , x + 3ω , . . . ,
pervenendo alle formule
∆ f (x, ω ) := f (x + ω ) − f (x) = P(x)ω + Q(x)ω 2 + R(x)ω 3 + · · ·
∆∆ f (x, ω ) = Q(x)ω 2 + R(x)ω 3 + · · ·
∆3 f (x, ω ) = R(x)ω 3 + · · · .
A questo punto Eulero opera una sorta di transizione, passando dalle diffe-
renze ai differenziali, e trova quindi
df
= P(x) + Q(x)dx + R(x)dx2 + · · · ,
dx
cioè, in accordo con il calcolo dei dx (dx = 0 e P(x) + dx = P(x)),
df d2 f d3 f
= P(x), = Q(x), = R(x)
dx dx2 dx3
o, equivalentemente,
d f = P(x) dx, d 2 f = Q(x) dx2 , d 3 f = R(x) dx3 .
Nei capitoli 4, 5, 6 Eulero sviluppa, sulla base del calcolo delle differenze, un
calcolo dei differenziali, che guarderà come un caso speciale del calcolo delle
differenze6. In questo senso al calcolo sono attribuibili le connotazione di chiaro
e, soprattutto, di necessariamente vero e riterrà corretto pensare e lavorare con
i dx, in questo in accordo con Leibniz, come se fossero differenze finite, tranne
che per alcuni fatti specifici.
Concludiamo con alcuni passi delle Istituzioni [33], Capitolo 4, 132-134
dell’edizione inglese, in cui Eulero espone il modo di operare con i differenziali:
Dalla definizione di y, una funzione di x, noi determiniamo il valore della funzione p che
moltiplicata per dx dà il differenziale primo dy. [. . .] Dato dy = pdx, il differenziale di pdx dà
il differenziale secondo d 2 y. Quindi, se d p = qdx, poiché dx è costante, abbiamo d 2 y = qdx2
6 Nel capitolo 7 tratta funzioni di più variabili e il calcolo per esse, mentre nel capitolo 8 tratta
dei differenziali di ordine superiore, anche nel caso di suddivisioni non uniformi
x, x + ω , x + ω + η , x + ω + η + µ , · · · .
Infine, i capitoli 3 e 9 sono dedicati rispettivamente al problema del continuo, dell’infinito e
dell’infinitamente piccolo e alle equazioni differenziali.
36 1. IL CALCOLO INFINITESIMALE
[Eulero scrive qui e nel seguito dx2 per dxdx e similmente per dxn ] [. . .], se dq = rdx, allora
d 3 y = rdx3 . [. . .]
2
[Queste sono le notazioni attuali, ad esempio per la derivata seconda ddx2f , ma qui si faccia
attenzione a non confondere dx2 cioè (dx)2 con 2xdx.]
È quindi chiaro che le espressioni Pd 2 y2 e Qdyd 3 y sono omogenee. Infatti d 2 y2 è il quadrato
di d 2 y, d 2 y è omogenea a dx2 , quindi d 2 y2 è omogenea a dx4 ; poiché dy è omogenea a dx e d 3 y
è omogenea a dx3 , abbiamo che il prodotto dydy3 è omogeneo a dx4 . Similmente possiamo
affermare che
Pd 3 y2 Qd 5 y
2
e
dxd y dy2
sono omogenee. [. . .]
Se in qualche calcolo interviene la somma dei seguenti due termini
Pd 3 y Qd 2 y2
+ ,
dx2 dy
il secondo termine, confrontato al primo, può essere eliminato, e solo il primo termine Pdy2 /dx2
conservato nella computazione. Infatti c’è un rapporto di eguaglianza tra le espressioni
Pd 3 y Qd 2 y2 Pd 3 y
+ e ,
dx2 dy dx2
poiché, quando esprimiamo il rapporto, abbiamo
Qdx2 d 2 y2 Qdx2 d 2 y2
1+ = 1, poiché = 0.
Pdyd 3 y Pdyd 3 y
I nuovi concetti della meccanica trovano ora la loro formulazione nel nuovo
contesto: il movimento come una funzione che lega spazio e tempo, la velo-
cità come differenziale della spazio rispetto allo scorrere continuo e uniforme
del tempo (o come coefficiente di proporzionalità tra dx e dt) e l’accelerazio-
ne, in modo simile, come differenziale della velocità rispetto al tempo. Ma per
Eulero vale di più: c’è una relazione di compatibilità tra le varie nozioni mecca-
niche solo se c’è una qualche rappresentazione analitica, di conseguenza ogni
affermazioni meccanica sarà necessariamente vera, essendo basata su principi
necessariamente veri.
Moto è la traslazione di un corpo dalla posizione che occupa ad un’altra. Il corpo è in quiete
se rimane nella stessa posizione.
La nozione fondamentale è quella di corpo. Commenta Eulero, la posizione
che un corpo occupa è una proprietà specifica di quel corpo, come pure il mo-
to o la quiete; infatti nessun corpo può esserci che non si muova o non sia in
quiete. Continua, quindi, dicendo che la posizione occupata dal corpo è parte
dello spazio senza limiti che costituisce l’intero universo, che appare come una
sorta di nozione ideale di spazio assoluto immobile o, piuttosto, di riferimento
assoluto, utile nella discussione del moto e della quiete; ma subito passa a con-
siderare riferimenti relativi in quiete o in movimento tra loro, preoccupandosi
di puntualizzare, per tutto il capitolo, che riferimenti in moto uniforme l’uno ri-
spetto all’altro sono indistinguibili. Osserva quindi, usando lo stesso argomento
di Leibniz, che il moto non può che essere continuo:
Ogni corpo che si sposta da un posto ad un’altro con moto assoluto o relativo, deve occupare
tutte le posizioni intermedie e non può immediatamente arrivare alla posizione finale.
Infatti, perché un corpo possa arrivare immediatamente alla posizione finale,
necessariamente dovrebbe annientarsi nella posizione iniziale e riprodursi in
quella finale: questo è contrario alle leggi di natura, tranne che si convenga su
un miracolo. Una conseguenza è che per passare da una posizione ad un’altra
serve del tempo e per specificare l’intero movimento serve anche conoscere il
cammino di ogni parte del corpo (si pensi ad una sfera che ruoti attorno ad un
suo asse o ai corpi deformabili) quindi una legge di moto s = s(t) o t = t(s).
Eulero discute quindi il moto uniforme (spazi uguali percorsi in tempi uguali)
e conclude affermando che
In un moto con non importa quale non-uniformità, i più piccoli elementi di distanza sono
considerati attraversati da moti uniformi. Infatti, come in geometria gli elementi delle linee
curve sono considerati essere elementi di linee rette, cosı̀ in meccanica il moto non uniforme
si risolve in infiniti moti uniformi7.
Come abbiamo visto questo si esprime come
ds = vdt
ed Eulero discute, infatti, varie occorrenze di questa relazione.
Il resto del capitolo è dedicato a provare e commentare quello che noi oggi
chiamiamo il principio di inerzia:
Un corpo rimane nel suo stato di quiete assoluto, tranne che sia disturbato da cause esterne.
Un corpo che si muove di moto uniforme assoluto continuerà a muoversi con la stessa velocità
e direzione, tranne che sia disturbato da cause esterne.
7 Ricordiamo, come più volte osservato, che lo sviluppo di un calcolo differenziale puro va di
pari passo con gli sviluppi della meccanica e rappresenta una sorta di sintesi o di astrazione
di elementi comuni alla geometria e alla meccanica.
38 1. IL CALCOLO INFINITESIMALE
Lo stesso vale per i moti relativi sempre che il sistema relativo sia in quiete o si muova di
moto rettilineo uniforme.
Questa proprietà dei corpi di mantenere il loro stato di quiete o di moto uniforme
è chamata da Eulero l’inerzia del corpo, precisando che non si tratta di una
forza.
Non discuteremo queste dimostrazioni che vengono basate sul principio di
ragion sufficiente. Più che dimostrazioni, esse appaiono come argomentazioni
in favore dell’affermazione che non possiamo non assumere che [. . .]. Per una
presentazione affascinante di questi concetti il lettore è fortemente invitato a
leggere le lettere 69-79 del primo volume di [37] pp. 225-265.
Appare chiaro da quanto appena esposto che il movimento è (anzi deve es-
sere) descritto in termini di incrementi finiti e infinitesimi dello spazio e che la
relazione meccanica assunta è la stessa
∆s ds
v= o v= .
∆t dt
L’analisi porta quindi a distinguere tre possibili tipi di moto e, conseguentemen-
te, tre possibili stati di un corpo:
◦ quiete, corrispondente a v = 0, in particolare, dv = 0,
◦ moto uniforme, corrispondente a v = costante ̸= 0, in particolare, ancora
dv = 0,
◦ moto non uniforme, corrispondente a dv ̸= 0, indipendentemente dall’an-
nullarsi o meno di v.
Tutto questo è indipendentente da qualunque teoria delle forze, contrariamente
a quanto accadeva per Newton e per Leibniz. Eulero conserva la distinzione tra
principi interni al corpo ed esterni, ma le forze sono escluse dall’insieme delle
proprietà interne dei corpi. Le proprietà interne sono descritte in termini di
relazioni tra le parti del corpo e le proprietà esterne in termini di relazione con
gli altri corpi, escludendo ogni motivazione metafisica. Cosı̀ un corpo unico
nello spazio non può che essere in quiete o muoversi di moto uniforme e solo
un mondo con più corpi può mostrare la presenza di forze8.
Il primo capitolo, che sviluppa quella che oggi chiamiamo cinematica, in
contrapposizione con la dinamica, che dipende da una teoria delle forze o delle
8 Infatti un moto non uniforme richiederebbe una ragione sufficiente che può consistere o nella
presenza di un altro corpo o nello spazio stesso, ma quest’ultima situazione è esclusa da Eule-
ro: come riferimento lo spazio è neutrale. Inoltre, Eulero ammetterà solo forze di interazione
ed escluderà interazioni istantanee (per Eulero non esistono corpi duri o anelastici) e intera-
zioni a distanza: la gravità non è dovuta alla mutua attrazione dei corpi, ma alla pressione
dell’etere che riempie lo spazio.
1.4. LA VISIONE DI EULERO 39
interazioni, si conclude con uno Scolio generale che può essere letto come il
programma di Eulero per la meccanica9
Queste leggi del moto, che un corpo osserva quando viene lasciato a se stesso nel perseverare
nella quiete o nel moto sono propriamente attinenti ai corpi infinitamente piccoli, che possono
essere considerati puntiformi. Infatti, in corpi di dimensione finita, in cui le singole particelle
sono animate da vari moti, una data particella cercherà di obbedire alle leggi del moto, cosa
che però non è sempre possibile a causa dello stato del corpo. Perciò il corpo seguirà quel
moto che risulta dai tentativi delle varie parti che lo compongono e, a causa dell’insufficienza
dei principi, quel moto non può ancora essere determinato e la sua trattazione va rimandata al
seguito. La diversità dei corpi ci fornirà pertanto la suddivisione primaria del lavoro. Infatti
per primi considereremo i corpi infinitamente piccoli, che possono essere considerati come
punti. Affronteremo poi i corpi di dimensione finita che sono rigidi e non subiscono deforma-
zioni della loro figura. In terzo luogo tratteremo dei corpi flessibili. In quarto luogo, dei corpi
che possono estendersi e contrarsi [i corpi elastici]. Come sesta parte, invero, tratteremo del
moto dei fluidi.
Come già detto, Eulero ritiene i principi disponibili al momento utili solo alla
trattazione del moto dei punti materiali e prosegue:
È dunque chiaro di quali argomenti ci si debba occupare in meccanica e come siano molte le
cose che ancora ora non sono state neppure sfiorate. Infatti, oltre al moto dei punti, le cose
finora trattate sono cosı̀ poche che di certo quasi tutte debbono (ancora) essere scoperte e fatte
derivare da principi.
Il secondo capitolo della Mechanica, Sugli effetti delle forze su un punto
libero, si apre con la definizione di forza,
la forza è ciò che mette in moto un corpo in quiete o ne altera il moto
e discute i principi del moto che userà nel corso dell’opera. Nell’esporli terre-
mo conto anche di formulazioni successive di Eulero, ad esempio [34], avendo
modo, cosı̀, di semplificare la presentazione senza alterarne lo spirito.
Per un corpo che si muove lungo una linea retta la condizione
dds
=0
dt 2
2
(o meglio dtdds d s
dt e per noi oggi dt 2 ) è equivalente, come abbiamo visto, al moto
per inerzia, mentre, sempre per un moto lungo una retta, se vale la condizione
alternativa
dds
̸= 0,
dt 2
il corpo non può muoversi solo sotto l’influenza dell’inerzia e la grandezza
dds/dt 2 deve essere determinata da una causa esterna. Osserviamo che vi è
una necessaria logica opposizione tra principi interni e principi esterni. Ora
per opportune f (t), g(t), . . . che non dipendono dall’incremento ∆t. La formula
precedente, troncata al finito, dà solo un’approssimazione della variazione di
velocità, ma nella sua espressione differenziale diventa la formula esatta
dds
dv(t) = f (t)dt o (t) = f (t).
dt 2
In particolare, risulta chiaro secondo Eulero che il principio galileiano o new-
toniano, che mette in relazione la variazione del moto con la forza, non è un
principio sperimentale ma necessario.
Nessun problema se ci riferiamo a un corpo specifico. Come confrontiamo,
però, le variazioni di velocità corrispondenti a corpi diversi nello stesso inter-
vallo di tempo e sottoposti alla stessa forza? Eulero argomenta che corpi diversi
hanno bisogno di forze differenti, proporzionali alla quantità di materia o massa
per ottenere lo stesso effetto. Se facciamo agire la stessa forza su corpi diversi
A e B, allora il rapporto delle due masse mA e mB è dato da dvA : dvB = mA : mB .
Questo essenzialmente definisce la massa e trasforma dv = f dt in
F 2
dds = dt .
m
Oltre ai primi due capitoli, il primo volume della Mechanica contiene al-
tri quattro capitoli e quattro sono i capitoli che costituiscono il secondo volume.
Per essi ci limitiamo pertanto a brevi annotazioni. Il terzo capitolo del primo vo-
lume I.3, Sul moto rettilineo di un punto libero sotto l’azione di forze assolute,
riguarda le equazioni del moto di caduta di un punto materiale sotto l’azione di
varie forze gravitazionali e il moto centrale. Il capitolo I.4, Sul moto di un punto
libero in un mezzo con resistenza, è dedicato al moto armonico con smorzamen-
to. I.5, Sul moto curvilineo di un punto sotto l’azione di forze di qualunque tipo,
contiene una descrizione in termini di componenti angolari e radiali del moto
per forze generiche e, in particolare, per i moti centrali di Keplero, ritrovando
in modo analitico molti dei risultati di Newton, e presenta materiale utile alla
discussione del moto della Luna, in particolare, la decomposizione dell’accele-
razione di un punto che si muove su orbite nello spazio a tre dimensioni. Infine,
il capitolo I.6 riguarda Il moto curvilineo di un punto in un mezzo con resistenza.
Il secondo volume tratta del moto vincolato di un punto materiale su una curva o
su una superficie, e sviluppa aspetti del calcolo multidimensionale come anche
del calcolo differenziale delle superfici.
Due osservazioni generali sono opportune. Più che integrare l’equazione del
moto, nella Mechanica c’è una generica tendenza a ricondursi a integrali primi,
1.4. LA VISIONE DI EULERO 41
In questa sezione illustriamo alcuni dei risultati ottenuti tra la fine del Seicento e
l’inizio del Settecento con il nuovo calcolo. Pur cercando di mantenere lo spirito
e il senso delle argomentazioni del tempo useremo spesso notazioni moderne e
cercheremo di mettere in evidenza gli aspetti delicati che hanno bisogno, col
senso del poi, di ulteriore supporto o di argomentazioni diverse per ritenere
corretto il risultato che ne consegue.
2.1. Interpolazione
Come abbiamo già detto, a partire da Wallis, con Gregory, con Newton e con
Taylor vengono stabilite delle formule di interpolazione che portano in partico-
lare alla serie binomiale di Newton e alle formule di Taylor. Ne illustriamo qui
alcuni aspetti rilevanti.
2.1. Polinomio interpolatorio di Newton. Cominciamo con un esempio. Si
voglia trovare un polinomio di terzo grado che prenda quattro valori assegnati,
nell’ordine, y0 , y1 , y2 , e y3 , nei quattro punti x0 := 0, x1 := 1, x2 := 2 e x3 := 3.
Tale polinomio avrà la forma
y = A + Bx +Cx2 + Dx3
di cui sono da determinare appunto i 4 coefficienti A, B, C e D dalle condizioni
A = y0
A + B +C + D = y1
A + 2B + 4C + 8D = y2
A + 3B + 9C + 27D = y3 .
Sottraendo la prima equazione dalla seconda, la seconda dalla terza e la terza
dalla quarta troviamo
B +C + D = y1 − y0 =: ∆y0
B + 3C + 7D = y2 − y1 =: ∆y1
B + 5C + 19D = y3 − y2 =: ∆y2 .
44 2. IL CALCOLO ALL’OPERA: EQUAZIONI DIFFERENZIALI
dove, ricordiamo
( ) 1 se n = m = 0
n
:= 0 se n < m
m
n(n−1)···[n−(m−1)]
m! se n ≥ m > 0
è il generico coefficiente binomiale, cioè il numero di combinazioni di n ele-
menti presi m a m.
La formula precedente esprime i valori della funzione al passo n della fun-
zione f (x) in termini delle differenze di vari ordini. In modo reciproco si trova
anche
n ( )
i n
(2.2) ∆ f (x) = ∑ (−1)
n
f (x + i∆x).
i=1 i
2.3. La formula di Gregory-Newton. Fissiamo ora un punto x0 , e sia x un qua-
lunque altro punto (che per semplicità supponiamo a destra di x0 .) Dividiamo
l’intervalo [x0 , x] in n parti uguali, di modo che il passo ∆x0 sia ora dato da
x − x0
∆x0 = ,
n
e poniamo
xi := x0 + i∆x0 , i = 0, 1, 2, . . . , n
cosicché x = x0 + n∆x0 . Allora la (2.1) si trasforma in
∆ f (x0 ) (x − x0 )(x − x1 ) ∆2 f (x0 )
f (x) =∆0 f (x0 ) + (x − x0 ) + +···
∆x0 2! ∆x02
(2.3)
(x − x0 )(x − x1 ) · · · (x − xn ) ∆n f (x0 )
+ =: Pn (x).
n! ∆x0n
Si verifica facilmente che il polinomio Pn (x), chiamato spesso polinomio inter-
polatorio di Newton, verifica per ogni k = 0, 1, . . . , n
Pn (xk ) = yk = f (xk ),
dato che
k(k − 1) 2 k(k − 1) · · · 1 k
Pn (xk ) = y0 + k∆y0 + ∆ y0 + · · · ∆ y0 = (1 + ∆)k y0 = yk .
2 k!
In altre parole, Pn (x) è il polinomio di grado minore o uguale ad n che prende
nei punti xi i valori Pn (xi ) = yi , dove yi := f (xi ).
2.4. Formula di Taylor. Ripartendo da (2.3), Taylor afferma che, quando il
numero di suddivisioni dell’intervallo [x0 , x] diventa infinito, cioè n → ∞, per
ogni k si ha
∆k y0 dk f
→ (x0 ) = f (k) (x0 )
∆x0k dxk
46 2. IL CALCOLO ALL’OPERA: EQUAZIONI DIFFERENZIALI
e
(x − x0 )(x − x1 ) · · · (x − xk ) → (x − x0 )k ,
quindi
∞ (k)
1 ′′ f (x0 )
f (x) = f (x0 ) + f ′ (x0 )(x − x0 ) + f (x0 )(x − x0 )2 + . . . = ∑ (x − x0 )k .
2 0 k!
Osserviamo che, non solo il ‘quindi’ non sembra giustificarsi ovviamente, ma
che questo tipo di argomentazione potrebbbe portare, in generale, ad assurdi: ad
esempio, potremmo scrivere
1 1 1 1 1 1 1 1
1= + = + + = + + . . . + = 0 + 0 + . . . = 0.
2 2 3 3 3 n n n
In termini moderni, formule del tipo
∞ ∞ ∞ ∞ ∞ ∞
lim
n→∞
∑ ak,n = ∑ n→∞ lim ak,n , ∑ ∑ ak,n = ∑ ∑ ak,n
k=0 k=0 n=0 k=0 k=0 n=0
o
lim lim f (x, y) = lim lim f (x, y),
x→x0 y→y0 y→y0 x→x0
che scambiano l’ordine dei limiti, non sono vere, servono delle ipotesi perché
lo diventino, cfr. ad esempio [46] [49].
2.5. Formula di Maclaurin. Maclaurin procede in modo diverso. Intanto egli è
interessato alla formula di Taylor quando x0 = 0
∞
f (k) (0) k
f (x) = ∑ x,
0 k!
cosa che non è una vera restrizione. Scrive (ma noi leggiamo: parte dall’assun-
zione che)
f (x) = a0 + a1 x + a2 x2 + . . .
e, calcolando in x = 0, trova a0 = f (0). Derivando e calcolando in zero (si noti:
si sta operando ancora uno scambio di limiti), trova quindi a1 = f ′ (0) e, in
generale
f (n) (0)
an = .
n!
Quindi (noi leggiamo: se f (x) ha uno sviluppo in serie di potenze centrato in
zero, allora) il suo sviluppo è quello di Taylor (centrato in zero); la domanda
è: tutte le f (x) sono sviluppabili? Si scoprirà che la risposta è negativa. Non
solo perché ci sono funzioni che hanno k derivate, e la k-sima derivata non
ha derivata, ma perché ci sono funzioni non nulle che ammettono derivate di
qualunque ordine con f (k) (0) = 0 per ogni k.
2.2. ESPONENZIALE E LOGARITMO 47
l’espressione
n
1
∑ k!
k=0
è limitata indipendentemente da n (ad esempio per confronto con la serie di
Mengoli) ed è crescente, quindi definisce un numero (ma questo potrebbe non
farci desistere e farci continuare a chiedere in che senso, ed Eulero,
√ forse, ri-
sponderebbe che la serie è il numero). Si osservi come i ‘numeri’ 2 e e, come
pure π , appaiono come l’oggettivazione di una procedura.
Tornando alla funzione esponenziale, Eulero con lo stesso argomento mostra
che
( ∞ k
x )N x
1+ →∑ .
N k=0 k!
D’altra parte, se x è razionale e N è tale che M:=N/x è intero, si ha
( x )N ( 1 )Mx (( 1 )M )x
(2.4) 1+ = 1+ = 1+ → ex .
N M M
E la conclusione di Eulero, è che
∞
xk
ex = ∑ k! .
k=0
Osserviamo che la (2.4) dimostra che ex è positivo per ogni intero x perché
per N grande 1 + x/N > 0.
Da questo sviluppo in serie è possibile dedurre tutte le proprietà dell’espo-
nenziale che conosciamo, in particolare
e0 = 1 e ex+y = ex ey , per ogni coppia x, y,
e anche che
∞ ∞ ∞ ∞
xk xk−1 d xk d xk d
ex = ∑ k! = ∑ (k − 1)! = ∑ dx k! = dx ∑ k! == dx ex .
k=0 k=1 k=1 k=1
cioè ex risolve l’equazione differenziale
y′ = y.
Osserviamo che l’equazione differenziale y′ = y ha infinite soluzioni. Tutte
le funzioni del tipo y(x) = λ ex sono soluzioni e non ve ne sono altre. Se infatti
y(x) è una qualunque soluzione di y′ = y, allora
y(x) ′ y′ ex − yex
) =
( =0
ex e2x
quindi y(x)/ex non dipende da x, più precisamente, y(x)/ex = 1 perché y(0)/e0 =
1 – almeno se accettiamo che f ′ = 0 implichi f = const. Osserviamo però che
per arrivare in modo certo a questa affermazione, che è una conseguenza del
50 2. IL CALCOLO ALL’OPERA: EQUAZIONI DIFFERENZIALI
P α
tan x r t
tan α s
sin x x
sin α cos β
β u
α α
O cos x t = sin β u = cos β sin α
cos α r = sin β cos α
s = sin β sin α
si può dedurre (la cosa era stata già osservata da Abraham de Moivre (1667-
1754) intorno al 1730) che
n(n − 1) 2
cos nx = cosn x − sin x cosn−2 x
1·2
n(n − 1)(n − 2)(n − 3) 4
+ sin x cosn−4 x − . . .
1·2·3·4
n(n − 1)(n − 2) 3
sin nx =n sin x cosn−1 x − sin x cosn−3 x
1·2·3
n(n − 1)(n − 2)(n − 3)(n − 4) 5
+ sin x cosn−5 x − . . .
1·2·3·4·5
con 1, ottenendo
∞
x2 x4 x6 x2k
cos x = 1 − + − − . . . = ∑ (−1)k
2! 4! 6! k=0 (2k)!
∞
x3 x5 x7 x2k+1
sin x = x − + − − . . . = ∑ (−1)k+1
3! 5! 7! k=0 (2k + 1)!
che non sono altro che le serie di Taylor delle funzioni cos x e sin x. In partico-
lare,
d sin x = cos xdx, d cos x = − sin xdx, d tan x = 1 + tan2 x
È possibile definire le funzioni circolari o trigonometriche come soluzioni di
equazioni differenziali e più precisamente tramite il processo di integrazione o
calcolo delle areee, cfr. 7.9 e 7.10 Capitolo 7
La Proposizione 2.8 ci dice che il moto circolare uniforme x sul cerchio con
velocità di modulo costante v soddisfa l’equazione
v2
x′′ + x = 0,
R2
cioè, le componenti x(t), y(t) di x(t) sono soluzioni dell’equazione dell’oscilla-
tore armonico x′′ + ω 2 x = 0, dove ω = Rv è la velocitá angolare del moto.
Abbiamo quindi anche una caratterizzazione cinematica delle funzioni seno
e coseno.
Come abbiamo detto, gli anni iniziali dopo l’introduzione del calcolo si ca-
ratterizzano per lo studio di vari problemi, e quindi di varie curve, di difficile
trattazione geometrica, via equazioni differenziali. Qui illustriamo tre esempi
significativi e rilevanti storicamente.
2.9. Isocrona di Leibniz. Nel numero di settembre del 1687 delle Nouvelles de
la République des lettres, Leibniz pone il seguente problema: trovare una curva
y(x) lungo la quale un corpo cade con velocità verticale costante, cioè per noi,
dy/dt = −b, essendo sottointesa verso l’alto la direzione dell’asse delle y. Al
problema fu data una risposta da Huygens, senza dimostrazione e spiegazione,
e dallo stesso Leibniz nel 1689, ma in modo insoddisfacente, in quanto veniva
congetturata la curva e poi verificato che in effetti aveva le proprietà richieste.
In una formulazione più generale il problema fu risolto da Jakob Bernoulli nel
1690. In termini moderni la sua soluzione suona cosı̀: in accordo con le leggi di
Galilei (estrapolate dal finito all’infinitamente piccolo,√ cfr. [51]) la velocità del
corpo, che a quota zero è in quiete, a quota −y, è v = −2gy, e, se x = x(y) è
la traiettoria e s(t) = (x(y(t)), y(t)) la legge del moto, si ha
( ds )2 [( dx ) ]( dy ) [( dx ) ]
2 2 2
−2gy = = +1 = + 1 b2 .
dt dy dt dy
b2
In particolare y ≤ − 2g e si ha l’equazione a variabili separabili
√
2gy
dx = − −1 − 2 dy
b
che si integra producendo una parabola di Neile.
b2 ( 2gy )3/2 b2
x= −1− 2 , y≤− .
3g b 2g
58 2. IL CALCOLO ALL’OPERA: EQUAZIONI DIFFERENZIALI
Una trattazione più generale delle curve di tipo Leibniz (velocità verticale non
costante) venne proposta da Jakob Benoulli negli Acta Eruditorum del 1694.
Usando coordinate polari, Jakob Bernoulli riconduce il suo studio alla studio
delle curve elastiche, si veda Sezione 2.5.2.
a
P
F IGURA 4. La trattrice.
2.4. NUOVE CURVE ED EQUAZIONI DIFFERENZIALI 59
2.11. La catenaria. Quale è la forma che prende una catena appesa a due suoi
estremi? Il problema ha origine nei Discorsi di Galilei, si veda ad esempio [43],
il quale sembrava esser convinto che la forma fosse circa parabolica. Huygens,
giovanissimo, mostra però che non può essere parabolica, lasciando aperta la
questione. Intorno al 1690 il problema della catenaria diventa una sorta di pro-
blema test per il nuovo calcolo; ad esso tornarono ad interessarsi Jakob e Johann
Bernoulli, Huygens e Leibniz. Nel 1691 Leibniz [74] e Johann Bernoulli [5] ne
diedero la soluzione come applicazione del nuovo calcolo: Leibniz suggerisce
60 2. IL CALCOLO ALL’OPERA: EQUAZIONI DIFFERENZIALI
Facendo un salto nel futuro, conviene qui fissare alcuni fatti che abbiamo già
usato e altri nuovi relativi alle curve piane, si veda ad esempio [46] [48] [49].
Abbiamo visto varie immagini matematiche di una curva:
◦ Come luogo gemetrico, cioè identificate da una relazione
F(x, y) = 0
tra le coordinate dei punti della curva; la cosa risulta particolarmente utile
quando si specifica la forma di F; ad esempio, quando F è un polinomio
si parla di curve algebriche e si cerca di classificarle in base al grado del
2.5. CURVE PIANE 61
F IGURA 6. Alcune traiettorie: da sinistra, (a) curva semplice, (b) curva semplice chiusa, (c), (d),
(f) curve non semplici.
danno moti diversi lungo l’asse delle x. In modo simile, le curve σ1 (t) = (t 3 ,t 2 )
√ 2
e σ2 (t) = (t, (t 2 )1/3 ), t ∈ R, sono parametrizzazioni diverse del grafico di 3 x .
Si noti che σ1 è una parametrizzazione che possiede infinite derivate, mentre σ2
è solo continua, non ha derivata in tutti i punti: il fatto che la parametrizzazione
abbia derivata in tutti i punti non implica che la traccia abbia tangente in tutti
i punti. Questo non succede se la curva γ è regolare intendendo con questo
che γ̇ (t) ̸= 0 per ogni t, sempre come conseguenza del teorema delle funzioni
implicite.
Infine osserviamo che molte proprietà delle curve, in particolare quelle geo-
metriche, sono indipendenti dalla parametrizzazione. Per questo si introdu-
ce la seguente definizione: siano I, J due intervalli e siano γ ∈ C0 (I, Rn ) e
δ ∈ C0 (J, Rn ) due curve,
◦ Siano δ e γ continue; diciamo che δ e γ sono C0 −equivalent se c’è una
mappa uno-a-uno continua h : J → I tale che
δ (s) = γ (h(s)) ∀ s ∈ J.
◦ Siano δ e γ di classe C1 , cioè abbiano derivate continue; diciamo che δ
e γ sono C -equivalent se esiste una mappa uno-a-uno h : J → I di classe
1
e si dice che γ è rettificabile o che γ ha variazione totale finita se L(γ ) < +∞.
In altre parole la lunghezza di una curva è l’estremo superiore delle lunghezze
delle poligonali inscritte. Si vede facilmente che, se γ e δ sono equivalenti,
allora L(γ ) = L(δ ). In particolare, γ e δ sono o entrambe rettificabili o no e la
lunghezza di una curva semplice dipende solo dalla sua traccia.
Le curve continue non sono necessariamente rettificabili. Ad esempio, la
curva grafico di f , γ (x) = (x, f (x)) dove
{
x sin(1/x) if x ∈]0, 1],
f (x) :=
0 if x = 0
ha lunghezza infinita. Infatti, se
1
xn := , n ∈ N,
nπ + π /2
la lunghezza di γ|[xn−1 ,xn ] è più grande di xn | sin 1/xn | = xn , quindi per ogni n
n−1 n−1
1
L(γ ) ≥ L(γ|[xn ,1] ) ≥ ∑ xk = ∑ kπ + π /2 ,
k=1 k=1
Osserviamo che le curve lipscitziane, cioè le curve γ : [a, b] → Rn per le quali esiste L > 0 tale
che
|γ (t) − γ (s)| ≤ L|t − s| ∀ t, s ∈ [a, b],
sono rettificabili. Infatti, per ogni partizione γ , con a = t0 < t1 < . . . < tN = b abbiamo
N
P(σ ) = ∑ |γ (ti−1 ) − γ (ti )| ≤ L(b − a).
i=1
Ma, molto più complesso è il problema di trovare una formula esplicita per la lunghezza di
una curva lipschitziana e, più in generale (infatti non tutte le curve rettificabili risultano essere
lipschitziane), di una curva rettificabile. Per questo bisognerà aspettare gli inizi del ventesimo
secolo.
Concludiamo, con la formula per l’area di un grafico. Sia f ∈ C1 ([a, b], R). Il
grafico di f , G f : [a, b] → R2 , G f (t) = (t, f (t)), è regolare e G′f (t) = (1, f ′ (t)).
Quindi la lunghezza di G f è
∫ b√
L(G f ) = 1 + | f ′ (x)|2 dx.
a
2.5.2. Curvatura
Elemento caratteristico2 di una curva piana è il suo raggio di curvatura e il
suo inverso, la curvatura, che misura in ogni punto quanto una curva curvi.
La curvatura, in quanto essenzialmente misura della variazione della tangente,
coinvolge differenziali del secondo ordine e, come sappiamo, le espressioni che
coinvolgono differenziali di ordine superiore dipendono dalla suddivisioni del-
le variabili. Per questa ragione fin da quando Johann Bernoulli arrivò a Parigi
nel 1691 con una formula per il raggio di curvatura si aprı̀ un’ampia discussio-
ne che coinvolse Leibniz, Jakob Bernoulli e de l’Hôpital. Non entreremo nei
dettagli, limitandoci ad illustrare le formule di Johann Bernoulli e di Leibniz e
rimandando a [11] (pp. 35-53) per maggiori informazioni.
2 Si dimostra ad esempio che, a meno di moti rigidi del piano, una curva è completamente
determinata dalla sua curvatura, corrispondente all’idea ‘intuitiva’ che, fissato un punto di
partenza e una direzione iniziale di moto, se conosciamo quanto in ogni istante curveremo
allora conosciamo l’intero percorso.
66 2. IL CALCOLO ALL’OPERA: EQUAZIONI DIFFERENZIALI
Questo è quello che Jakob Bernoulli chiamerà il suo teorema aureo e che
deriverà usando essenzialmente coordinate polari: si ha infatti, sempre con
riferimento alla Figura 7,
1 dϕ dy
= e tan ϕ = ,
r ds dx
per cui
d ϕ ds d 2 y
(1 + tan ϕ ) = ,
ds dx dx2
quindi
1√
(1 + ẏ2 ) 1 + ẏ2 = ÿ,
r
che è appunto la formula già trovata.
Jakob Bernoulli diede varie altre formule per il raggio di curvatura e stu-
diò il problema delle trasformazioni di una formula nell’altra. Non discute-
remo questo aspetto. Accenniamo solo brevemente alle formule di Leibniz
che sono indipendenti dalle suddivisioni delle variabili e conseguentemente più
complesse.
Con riferimento alla Figura 7 a destra, poiché CG è ortogonale alla curva
ACC′ abbiamo
dy
r : ( f − x) = ds : dy o r = f − x.
ds
Differenziando quest’ultima equazione, tenendo fissi r e f , si trova quindi
dy dy
rd = −dx o r = −dx/d( ).
ds ds
In modo simile si ha anche
dx
r = dy/d( ).
ds
Poiché i rappori di differenziali primi sono indipendenti dalle suddivisioni, ab-
biamo trovato due formule per il raggio di curvatura che sono indipendenti dalla
decomposizione delle variabili.
2.14. La linea elastica. Con il breve lavoro Solutio problematis curvaturae
laminae elasticae a pondere appenso curvatae di Johann Bernoulli, cfr. [103]
pp. 621-622, comincia lo studio di problemi di elasticità, in cui sono rilevanti
le relazioni tra tensione ed elongazione, anche se Johann sembra oscillare tra
un modello unidimensionale e il modello tridimensionale della trave. Malgrado
questo Bernoulli enuncia le sue assunzioni in modo esplicito e preciso.
L’asse di una trave elastica inizialmente occupa un segmento orizzontale AB.
La trave è incastrata in A ed è caricata con un peso verticale P in B di modo
che si possa curvare come in Figura 8. Per ipotesi (a) il peso del materiale è
trascurabile rispetto alla forza P, (b) la sezione normale resta costante lungo
l’asse della trave, (c) il materiale è egualmente resistente in ogni suo punto, (d)
68 2. IL CALCOLO ALL’OPERA: EQUAZIONI DIFFERENZIALI
F IGURA 11. L’inviluppo dei cerchi che hanno centri sull’iperbole y2 − x2 = 1 e passano per
l’origine è la lemniscata di Bernoulli.
2.16. Evoluta e evolvente. Data una curva γ con curvatura k ̸= 0, il luogo dei
suoi centri di curvatura (centri dei cerchi osculatori) si chiama evoluta di γ . Se γ
è descritta in termine del parametro lunghezza d’arco s, l’equazione dell’evoluta
è data allora da (stiamo qui usando le notazioni standard t per versore tangente
e n per versore normale)
n(s)
ε (s) = γ (s) + .
k(s)
Derivando si ha
n′ k − n k′ k2t − k2t − nk′ k′
ε′ = γ′ + = = −n
k2 k2 k2
che ci dice che la normale alla curva γ è tangente all’evoluta. Il punto di tan-
genza è precisamente il centro di curvatura. Si può vedere, infatti, che l’evoluta
è l’inviluppo delle rette normali alla curva, come del resto risulta chiaro dalla
definizione di curvatura. Questa è infatti l’idea di Newton: identificare il luogo
dei centri di curvatura con l’inviluppo delle normali alla curva.
Se denotiamo con σ la lunghezza dell’arco di evoluta, misurata da un punto
arbitrario, cioè
∫ s
σ (s) = |ε ′ (τ )| d τ ,
s0
abbiamo
( d σ )2 ( k′ )2
= |ε ′ |2 =
= (ρ ′ )2 ,
ds k2
dove ρ = 1/k. Ne deduciamo σ ′ = ρ ′ e integrando
σ1 − σ0 = ρ1 − ρ0 ,
72 2. IL CALCOLO ALL’OPERA: EQUAZIONI DIFFERENZIALI
vale a dire, la lunghezza di un arco di evoluta fra due punti è uguale alla dif-
ferenza fra i due corrispondenti raggi di curvatura. La curva γ si chiama anche
l’involuta o l’evolvente della sua evoluta. Abbiamo cosı̀ ritrovato le nozioni di
evoluta e involuta di Huygens (cfr. [43] [51]).
CAPITOLO 3
Uno dei paradigmi più eleganti e più diffusi della filosofia, della scienza e, in
particolare, della matematica è quello dei principi di minimo. Esso è saldamen-
te collegato al quotidiano principio dell’economia dei mezzi e alla ricerca di
strategie ottimali per raggiungere uno scopo. Non è quindi sorprendente che fin
dall’antichità i principi di minimo siano stati individuati per la loro bellezza —
i teoremi di Zenodoro sulla proprietà isoperimetrica dei poligoni regolari e del
cerchio — e usati per formulare leggi di natura — principio del cammino mini-
mo di Erone, il principio di tempo minimo di Fermat — o visioni metafisiche —
la natura ama la semplicità che ritroviamo tra gli altri in Newton o il migliore
dei mondi possibili di Leibniz. Max Born (1882-1970), fisico, osservava che
non è la natura ad essere economica, ma la scienza.
Alla fine del Seicento nascono nuovi metodi che permettono di trattare ma-
tematicamente problemi di minimo in cui non si cerca un punto in cui una cer-
ta quantità (funzione) abbia un valore minimo, ma una curva che minimizzi
un’azione o un’energia: è l’inizio di quello che fu ritenuto un nuovo calcolo
di tipo superiore, che diventa una teoria efficiente nella seconda metà del Set-
tecento, si consolida nell’Ottocento, si rivitalizza nel Novecento ed è ancora
viva e fruttuosa oggi, il calcolo delle variazioni. La letteratura sul calcolo delle
variazioni è enorme. Per maggiori informazioni, sia storiche che tecniche, ci li-
mitiamo a citare [56] [112] [45] [62] [26] e [44] [50], si veda anche [15], [106],
[39] e [45].
Nel giugno 1696, come appendice al lavoro [6], appare la sfida di Johann Ber-
noulli Problema novum ad cujus solutionem invitantur (si veda [57] p. 212)
sulla curva di minima discesa o brachistocrona:
Dati due punti A e B su un piano verticale, trovare la curva che un corpo che si muove per
gravità da A deve percorrere per raggiunger B nel tempo più breve.
Egli annuncia anche che la curva a tutti ben nota sarà da lui svelata se non rice-
verà risposte prima della fine dell’anno. Leibniz risolve il problema — risponde
74 3. IL CALCOLO DELLE VARIAZIONI
maggiori informazioni, utili alla lettura di quanto segue si veda 7.15 Capitolo 7
e [39]. Cosı̀ commenta Johann Bernoulli
In un sol colpo ho risolto due problemi fondamentali, l’uno ottico e l’altro meccanico realiz-
zando più di quello che ho chiesto agli altri: ho mostrato che due problemi, che provengono
da due campi diversi della matematica, ciò nonostante sono della stessa natura.
Riscriviamo l’equazione della brachistocrona nelle nostre coordinate, cioè
scambiando x con y in modo che sia
√
y
dx = dy ,
a−y
e cambiamo variabile ponendo
√
y
tan φ = ,
a−y
di modo che φ = 0 quando y = 0. Calcoliamo allora successivamente
y sin2 φ
= ,
a − y cos2 φ
y = a sin2 φ .
Differenziando l’ultima eguaglianza rispetto a φ troviamo
dy
= 2a sin φ cos φ ,
dφ
quindi
dy = 2a sin φ cos φ d φ ,
da cui si calcola
dx = 2a sin φ cos φ tan φ d φ ,
cioè, tenendo conto della formula di duplicazione,
dx = 2a sin2 φ d φ = a(1 + 1 − 2 cos2 φ ) d φ = a(1 − cos 2φ ) d φ .
Questa espressione può essere integrata e si ottiene
sin 2φ
x = a (φ − )+b
2
dove la costante b è determinata dal fatto che x = y = 0, equivalentemente x =
φ = 0 nella posizione iniziale, quindi b = 0 e
a
x = (2φ − sin 2φ ).
2
Infine, da y = a sin2 φ = a2 (1 + 1 − 2 cos2 φ ), deduciamo
a
y = (1 − cos 2φ ).
2
3.1. IL PROBLEMA DELLA BRACHISTOCRONA E IL PROBLEMA ISOPERIMETRICO 77
Questa nuova sfida va avanti fino (e oltre) la morte di Jakob nel 1705. Noi
non entreremo in dettagli qui, cfr. [39]. Ci limitiamo a dire che i primi 40 anni
del 1700 furono anni ricchi di contributi allo studio di problemi variazionali, ad
esempio vengono studiati problemi come
◦ il problema della discesa in tempo minimo in un fluido resistente,
◦ problemi isoperimetrici con vincoli integrali o differenziali, in termini
moderni, problemi in cui si chiede di trovare una curva (un grafico) che
78 3. IL CALCOLO DELLE VARIAZIONI
F IGURA 4. Due punti P1 e P2 possono essere congiunti con una, due o nessuna catenaria. In
corrispondenza i due cerchi Γ1 e Γ2 generati da P1 e P2 generano una, due o nessuna catenoide.
1 Ricordiamo che la legge della leva di Archimede, cfr. [51], fornisce il baricentro ξ di due
masse m1 e m2 poste in x1 e x2 è dato da
(m1 + m2 )ξ = m1 x1 + m2 x2
e che, nel caso di masse distribuite, il baricentro ξ è dato da
∫ b ∫ b
m(x) dx ξ = xm(x) dx.
a a
84 3. IL CALCOLO DELLE VARIAZIONI
una relazione di massimo e di minimo. Pertanto non vi è assolutamente alcun dubbio che
ogni effetto nell’universo si può spiegare in modo soddisfacente a partire dalle cause finali,
tramite il metodo dei massimi e minimi, come è possibile dalle stesse cause effettive [. . .]
esempi simili sono stati portati in gran numero dai più eminenti Bernoulli e da altri, che
hanno dato contributi di grande importanza sia al metodo della soluzione a priori, sia alle
cause effettive [. . . ]. Perciò, vedendo che l’uomo più illustre e perspicace in questo sublime
modo di studiare la natura, Daniel Bernoulli, mi ha fatto notare che egli poteva esprimere in
una singola formula 2, che egli chiama forza potenziale, l’intera forza che è insita in un strato
elastico curvo, e che questa espressione deve essere un minimo nella curva elastica, e poiché
grazie a questa scoperta il mio metodo dei massimi e dei minimi esposto in questo libro
ha ricevuto nuovi lumi in modo meraviglioso e la sua applicazione più ampia è finalmente
stabilita, non posso lasciar passare questa occasione a lungo sperata, senza evidenziare allo
stesso tempo sia l’applicazione del mio metodo sia la pubblicazione dell’importante proprietà
caratteristica della curva elastica scoperta dal celebre Bernoulli. Infatti questa caratteristica
contiene in sé differenziali del secondo ordine, in modo cosı̀ pregnante che i metodi finora
pubblicati per risolvere problemi isoperimetrici non sono in grado di scioglierli.
La seconda appendice comincia cosı̀:
Poiché tutti gli effetti della Natura seguono una legge di massimo o di minimo, non c’è nessun
dubbio che, su un cammino curvo descritto da un corpo sotto l’azione di forze, una qualche
quantità deve essere massima o minima. Non sembra però esser facile determinare a priori
quale debba essere questa proprietà partendo da principi metafisici.
Eulero vede una possibilità nel fatto che la stessa curva può essere determinata
in altro modo, ad esempio usando le leggi dell’equilibrio, e quindi un’ispezione
accurata possa portare alla formula corretta da minimizzare e conclude nel modo
seguente:
Sebbene questa conclusione non sembra sufficientemente confermata, nel caso che si riesca a
dimostrarla ne risulterà che ogni dubbio che poteva originarsi nel soggetto svanirà. Ancor più
quando la sua verità sarà provata, sarà possibile intraprendere studi sulle profonde leggi della
Natura e sulle loro cause finali, e corroborare questo con argomenti certi.
Ritornerà a riflettere su ciò anche dopo la Methodus inveniendi. Ad esempio,
in [31] scrive quanto segue:
2
Eulero si riferisce ad una lettera di Daniel Bernoulli del 20 ottobre 1742:
Mi viene in mente che voi come io avevamo messo in dubbio la generalità dell’equazione
ordinaria dell’elastica. Potreste riflettere alla cosa seguente: si potrebbe dedurre la curva-
tura ABC dai principi della meccanica senza far uso della leva? Io esprimerei la forza viva
della lamina naturalmente rettilinea e incurvata con
∫
ds
,
R2
assumendo che l’elemento ds sia costante e indicando con R il raggio osculatore. Sicco-
me nessuno ha esteso il metodo
∫
degli isoperimentri al pare di voi, voi risolverete questo
problema, che richiede che ds/R2 sia minimo.
86 3. IL CALCOLO DELLE VARIAZIONI
Vediamo che ci deve essere un doppio metodo per risolvere i problemi della Meccanica: uno
è il metodo diretto, fondato sulle leggi di equilibrio o del movimento, l’altro è quello di cui ho
appena parlato, dove, conoscendo la formula che deve essere massima o minima, la soluzione
si trova con il metodo dei massimi e minimi. La prima fornisce la soluzione determinando
l’effetto dalle cause efficienti, mentre la seconda prende in considerazioni le cause finali e ne
deduce l’effetto. L’una e l’altra debbono condurre alla stesa soluzione ed è questa armonia
che ci convince della verità della soluzione, sebbene ciascun metodo debba essere fondato
su dei principi indubitabili. Ma spesso è molto difficile scoprire la formula che rappresenta
la quantità di azione che deve essere massima o minima. È una ricerca che non appartiene
tanto alla Matematica quanto alla Metafisica perché si tratta di conoscere il fine che la natu-
ra si propone nelle sue operazioni; e sarebbe portare questa scienza al suo più alto grado di
perfezione se si fosse nella situazione di assegnare, per ogni effetto che la natura produce,
questa quantità d’azione, che è la più piccola e che si è potuta dedurre dai principi primi della
nostra conoscenza. Ma credo che noi siamo ben lontani da questo grado di perfezione e che
sarà quasi impossibile arrivarci, a meno che non scopriamo le formule che diventano massi-
me o minime per un gran numero di casi differenti. Conoscendo le soluzioni che il metodo
diretto fornisce, non sarà difficile indovinare queste formule che massimizzate o minimizzate
portano alle stesse soluzioni. In questo modo noi conosceremo a posteriori queste formule
che esprimono la quantità d’azione e allora non sarà difficile dimostrare la verità attraverso i
principi conosciuti della Metafisica.
In realtà, alla fine della seconda appendice del Methodus inveniendi, Eulero
riflette sulla generalità del principio di minima azione, osservando che il prin-
cipio sembra non funzionare quando si considerano moti in mezzi resistenti,
e trova difficile darne una spiegazione. Sarà Lagrange, nella sua Méchanique
analytique, 1788, a mostrare che il principio è valido per forze conservative e
per vincoli indipendenti dal tempo.
Ma veniamo al principio di minima azione come formulato da Eulero nel-
la seconda appendice della Methodus inveniendi. Sia m la massa di un pun-
to materiale, supposta costante, sia v la metà del quadrato della velocità e ds
l’elemento di lunghezza del cammino che la particella percorre, di modo che
ds = (2v)1/2 dt. Allora, tra tutte le curve con gli stessi punti iniziali e finali, la
curva effettivamente percorsa minimizza l’integrale
∫ ∫ ∫
√ √
m v ds o, essendo la massa costante, v ds o v dt.
Eulero osserva quindi che, se non agiscono forze∫ esterne, cioè se la velocità è
costante, allora il principio implica, essendo s = ds, che il moto avviene lungo
la linea retta congiungente il punto iniziale e quello finale, o, in altre parole, la
prima legge di Newton.
Quindi passa a considerare il caso in cui la sola forza esterna che agisce sia la
gravità. Con riferimento alla Figura 5, scrive AP = x, scegliendo in A l’origine,
e PM = y. Afferma che per la natura della sollecitazione costante g lungo l’asse
3.2. LA METHODUS INVENIENDI DI EULERO 87
verticale3 vale dv = gdx per cui v = a+gx. In accordo con il principio di minima
azione è quindi da rendere minimo l’integrale
∫ ∫ √
√
a + gx ds = (a + gx)(1 + p2 ) dx,
dove dy = p dx.
Ricordando quanto dimostrato da Eulero nel corpo principale del Methodus
inveniendi e cioè che condizione necessaria perché
∫
Z dx,
3 Notiamo che per Eulero il principio base non è la legge di Newton, che in questo caso di-
rebbe V̇ = g, avendo indicato con V la velocità, ma quella che noi vediamo oggi come una
g
conseguenza: dV dV dt dt dv
dx = dt dx = g dx = V da cui dx = g.
88 3. IL CALCOLO DELLE VARIAZIONI
Eulero mostra che l’equazione precedente è equivalente alla (3.1). Per far
questo la moltiplica per q dx = d p ottenendo
α p dp
√ + β d p = P d p − q dQ;
1 + p2
osserva poi che P d p = dZ − Q dq, quindi
α p dp
√ + β d p = dZ − Q dq − q dQ,
1 + p2
che può essere di nuovo integrata, ottenendo
√ q2
α 1 + p2 + β p + γ = Z − Q q = .
(1 + p2 )5/2
√
A questo punto Eulero divide questa equazione per 1 + p2 e differenzia, quin-
di moltiplica per (1 + p2 )3/2 /(2q), ottenendo
β dp γ p dp dq 3pq d p
− + 3/2
− = 0,
2q 2q 2
(1 + p ) (1 + p2 )5/2
che, osservando che d p = qdx e dy = pdx, può essere integrata producendo
1 1 q
α + β x− γ y+
2 2 (1 + p2 )3/2
che non è altro che la (3.1).
azione che egli “vede come la chiave per tutti i problemi di statica e dinamica”.
Eulero elogia il δ -calcolo, ma tende a ignorare ogni riferimento al principio di
minima azione: per lui la chiave ai problemi di meccanica sono ormai le leggi
di equilibrio.
Nel 1762 assistiamo ad un cambiamento nella visione di Lagrange: egli ri-
nuncia all’idea di un trattato e pubblica due lavori nella Miscellanea Taurinien-
sis: Essai d’une nouvelle méthode pour déterminer les maxima et les minima des
formules indefinies [67] e Application des differentes problèmes de dynamique,
[66].
Nel 1764 Lagrange pubblica Recherches sur la libration de la Lune [68]:
egli ora vede il principio degli spostamenti virtuali come la vera chiave alla
meccanica — in questo vicino a d’Alembert — e sembra già avere in mente la
struttura della Méchanique analytique che pubblicherà solo nel 1788.
Nel 1771 Eulero pubblica Methodus nova et facilis calculum variationum
tractandi [36] dove presenta il metodo che oggi usiamo per derivare le equazioni
di Eulero-Lagrange.
Successivamente Lagrange cercherà di fondare il calcolo delle variazioni sul
suo calcolo (differenziale) delle funzioni. Inoltre, con l’introduzione delle co-
siddette parentesi di Lagrange comincerà a delineare una nuova visione del cal-
colo delle variazioni che, con i contributi di Poisson e, soprattutto, di Hamil-
ton e di Jacobi, porterà ad una nuova visione, detta simplettica (in particolare,
geometrica), della meccanica, ma questo ci porterebbe troppo in là.
3.3.1. Il δ -calcolo
Lagrange introduce un operatore di variazione δ che cambia contemporanea-
mente i valori di una function y(x) e soddisfa le seguenti condizioni
◦ δ opera con le stesse regole di d. Se
Z = Z(x, y, p) e dV = Mdx + Ndy + Pd p
allora
δ V = M δ x + N δ y + Pδ p.
◦ δ e d commutano: δ d = d δ . Infatti
d δ y = δ (y + dy) − δ y = δ y + δ dy − δ y = δ dy.
∫ ∫ ∫
◦ δ e∫ commutano. ∫Infatti, ∫poiché ∫ V = d∫ V, abbiamo δ V = δ d V =
d δ V ; integrando, δ V = d δ V = δ V.
Con questo nuovo calcolo Lagrange tratta problemi di minimo per curve e
superfici sia non parametriche (grafici) sia parametriche, con vincoli olonomi e
non-olonomi, in coordinate generalizzate discutendo condizioni al bordo natu-
rali e integrali invarianti. Noi ci limitiamo a illustrare l’uso del suo metodo nei
casi più semplici.
92 3. IL CALCOLO DELLE VARIAZIONI
concludiamo ∫ ∫
δ Zdx = [Pδ y]ba + (Ndx − dP)δ y.
∫
Cioè: Se y minimizza Zdx tra le curve con lo stesso valore al bordo, allora
∫
δ Zdx = 0
In un lavoro del 1771 Eulero [36] stabilisce la via, che ancora usiamo, per
derivare le equazioni che oggi chiamiamo equazioni di Eulero-Lagrange:
Data y(x) possiamo pensare ad una sua variazione come ad una immersione
di y(x) in una famiglia ad un parametro Φ(x,t), Φ(x, 0) = y. Al primo ordine,
abbiamo Φ(x,t) := y(x) + t ϕ (x) con ϕ a supporto compatto se non vogliamo
che i valori al bordo di y varino. Possiamo allora considerare la funzione della
variabile t
∫ b∫
Φ(t) := Z(x, y(x) + t ϕ (x), y′ (x) + t ϕ ′ (x))dx.
a
Chiaramente, se y(x) è un punto di minimo (o di massimo) per l’integrale
∫ b
Z(x, u, u′ )dx
a
tra tutte le funzioni con gli stessi valori al bordo di y, u(a) = y(a), u(b) = y(b),
si avrà ∫
d
Z(x, y(x) + t ϕ (x), y′ (x) + t ϕ ′ (x))dx|t=0 = 0.
dt
Derivando sotto il segno di integrale e procedendo come abbiamo visto prece-
dentemente si arriva a
∫ (
d )
Zu − Z p ϕ = 0 ∀ϕ
dx
da cui segue
d
Zu (x, y, y′ ) − Z p (x, y, y′ ) = 0.
dx
In realtà giustificare quest’ultima inferenza ha occupato per molto tempo i ma-
tematici e una dimostrazione completa richiede una riflessione sulla nozione di
continuità. Il lemma che stabilisce che se per una funzione continua f si ha
∫
f ϕ dx = 0 ∀ϕ nulla fuori un intervallo limitato,
diversi generi di corpi attrattivi. Allora soltanto sarà lecito discutere più sicuramente intorno
alle specie, alle cause e alle ragioni fisiche delle forze.
Un terzo aspetto è riassumibile nell’espressione di Newton hypotheses non fin-
go, che rivendica alla scienza una precisa autonomia da ogni causa esplicativa
che risieda fuori dai fenomeni da spiegare, e contemporaneamente dota la scien-
za di una metodologia per cui il suo fine diventa non il perché dei fenomeni ma
il come, ossia il comportamento osservabile di essi. Questo aspetto diviene
esplicito nello Scolio Generale che Newton aggiunse nella seconda edizione al-
la fine del terzo libro, a seguito delle critiche sull’azione a distanza, cfr. [94] p.
795-796:
Fin qui ho spiegato i fenomeni del cielo e del nostro mare mediante la forza di gravità, ma
non ho mai fissato la causa della gravità. [. . . ] In realtà non sono ancora riuscito a dedurre dai
fenomeni la ragione di queste proprietà della gravità, e non invento ipotesi. Qualunque cosa,
infatti, non deducibile dai fenomeni va chiamata ipotesi; e nella filosofia sperimentale non
trovano posto le ipotesi sia metafisiche, sia fisiche, sia delle qualità occulte, sia meccaniche.
In questa filosofia le proposizioni vengono dedotte dai fenomeni, e sono rese generali per
induzione. In tal modo divennero note l’impenetrabilità, la mobilità e l’impulso dei corpi, le
leggi del moto e la gravità. Ed è sufficiente che la gravità esista di fatto, agisca secondo le
leggi da noi esposte, e spieghi tutti i movimenti dei corpi celesti e del nostro mare1.
Una nuova scienza stava emergendo; essa superava ogni forma di pensiero
scientifico precedente e assumeva su di sé il compito di determinare i limiti di
validità delle conoscenze acquisite, per questo criticabile e migliorabile.
Risultò subito chiaro ai lettori, e anche allo stesso Newton, che varie que-
stioni erano irrisolte: la teoria lunare era particolarmente imprecisa, le orbite
dei pianeti erano perturbate dalla presenza degli altri pianeti, ma non c’erano
stime precise delle perturbazioni, lo studio della forma della Terra e della va-
riazione rispetto alla latitudine della gravità sulla superficie della Terra e della
precessione dell’asse di rotazione della Terra restava aperto.
Tra il 1730 e il 1750 i principi fisici newtoniani vengono parzialmente risco-
perti e messi in equazione. Nuovi principi, quali quelli relativi al moto dei corpi
rigidi e dei fluidi, o i principi di conservazione e quelli variazionali, vengono
aggiunti dai matematici di stampo leibniziano tra i quali spiccano i Bernoulli,
d’Alembert e, soprattutto, Eulero, fino alla sistemazione di Eulero e Lagrange.
Da questo processo emerge e si consolida quella che noi oggi chiamiamo la
meccanica newtoniana e la meccanica celeste.
1
La prima generazione dei suoi discepoli (Cotes, Keill, Pemberton) però non seguı̀ Newton
in questo rispetto (l’unico fu forse Maclaurin), cfr. [65] e vide la forza di gravità come una
proprietà reale, fisica e anche primaria della materia: fu questa dottrina a diffondersi e esser
ricevuta con ostilità dai contemporanei nel continente. Per Newton non c’erano giustificazioni
per una distinzione ontologica tra l’attrazione e le proprietà dei corpi. Essa è un dato di fatto
che dobbiamo accettare proprio come accettiamo gli altri fatti e le proprietà dei corpi.
4.1. LE LEGGI DI NEWTON 97
Passiamo ora a discutere in modo più specifico alcuni aspetti dei Principia. Il
lettore interessato a maggiori dettagli può ovviamente intraprendere il difficile
studio dell’opera e/o rivolgersi alla sterminata letteratura. Noi ci limitiamo a
menzionare alcuni titoli, dove il lettore troverà altri riferimenti: [19] [44].
I Principia si aprono con due sezioni, le Definizioni e le Leggi del moto,
continuano con il Libro Primo, Moto dei corpi (senza resistenza) in 14 Sezioni,
con il Libro Secondo, Moto dei corpi (con resistenza) in 9 Sezioni, con il Libro
Terzo, Sistema del Mondo, e si chiudono con uno Scolio Generale.
Definizioni
Nelle Definizioni Newton spiega in che modo userà vari termini che ancor oggi
fanno parte del linguaggio della fisica come massa, inerzia, forza centripeta.
Per comodità del lettore riportiamo sei delle otto definizioni.
DEFINIZIONE I. La quantità di materia è la misura della medesima ricavata dal prodotto
della sua densità per il volume
[La quantità di materia è anche chiamata massa. Come riteneva Mach [80], c’è un circolo
vizioso: la densità è la massa divisa per il volume; il commento di Newton che segue la
definizione sembra però alludere ad una visione atomistica. In ogni caso, per calcolare la
massa Newton non ricorre mai a volumi e densità, ma a considerazioni dinamiche, inerziali e
gravitazionali.]
DEFINIZIONE II. La quantità di moto [a volte abbreviata in moto] è la misura del medesimo
ricavata dal prodotto della velocità per la quantità di materia.
DEFINIZIONE III. La forza insita [o, come dirà dopo, forza di inerzia che viene esercitata
solo nel caso di mutamento dello stato di un corpo per effetto di una forza esterna] della
materia è la sua disposizione a resistere; per ciascun corpo, per quanto sta in esso, persevera
nel suo stato di quiete o di moto rettilineo uniforme.
[Nelle fasi successive della meccanica, la continuazione del movimento rettilineo uniforme
non richiederà nessuna causa; sembra che Newton resti qui legato alla visione antica, se c’è
un movimento c’è una causa. Ma l’introduzione della forza insita non ha un effetto sostanziale
nei Principia.]
DEFINIZIONE IV. Una forza impressa è un’azione esercitata sul corpo al fine di mutare il
suo stato di quiete o di moto rettilineo uniforme.
[Con l’introduzione del concetto di forza come causa della variazione del vettore velocità
Newton rompe i legami con la meccanica seicentesca, secondo cui il mutamento nel moto di
un corpo poteva venire provocato soltanto da un altro corpo in moto.]
[A questo punto Newton commenta che la forza impressa ha varie origini: l’urto, la pressione
e la forza centripeta, cioè le forze si dividono a seconda della loro azione, impulsiva o continua
come la gravità.]
DEFINIZIONE V. La forza centripeta è la forza per effetto della quale i corpi sono attratti, o
sono spinti, o comunque tendono verso un qualche punto come verso un centro.
[Dopo aver illustrato questa nozione con esempi, conclude dicendo che la quantità della forza
centripeta è di tre generi: assoluta, acceleratrice, motrice. Questo complica la visione, ma
delle tre definizioni che seguono solo la terza sarà rilevante.]
98 4. IL SISTEMA DEL MONDO
DEFINIZIONE VIII. La quantità motrice di una forza centripeta è la misura della medesima
ed è proporzionale al moto che, in un dato tempo genera.
Segue quindi uno Scolio sul tempo e lo spazio assoluto. Più avanti mostrerà
che i moti in spazi che sono in quiete o si muovono di moto rettilineo uniforme
tra loro sono indistinguibili. Mentre in sistemi accelerati si potrebbero misurare
forze non vere. In termini moderni, le leggi meccaniche sono invarianti rispetto
a sistemi di riferimento inerziali o, in altre parole, esperimenti meccanici non ci
permettono di distinguere tra due sistemi di riferimento inerziali e, se non vo-
gliamo incorrere in forze non vere, è necessario lavorare in un sistema inerziale:
postulare uno spazio-tempo assoluto è un po’ la stessa cosa che assumere l’e-
sistenza di un sistema inerziale. Ma, forse, c’è un’altra ragione, motivata dagli
interessi teologici di Newton e in generale dal clima filosofico neo-platonico di
Cambridge: il Dio di Newton interviene in ogni istante e in ogni punto dello
spazio come mezzo o come un agente spirituale per garantire la stabilità del si-
stema, da qui la necessità di attribuire assolutezza allo spazio-tempo. Osservia-
mo infine che, al di là delle motivazioni per introdurlo, lo spazio tempo assoluto
sembra essere semplicemente un contenitore in cui le cose accadono e ha una
struttura di spazio euclideo.
2
Quest’opera, considerata il punto di riferimento per qualsiasi analisi storiografica della mec-
canica, è sicuramente istruttiva e piena di profondi commenti; ma, come scrive Louis de
Broglie (1892–1987) nella prefazione a [24]:
In effetti, l’attitudine di Mach è stata dominata da idee generali che si riferiscono in fisica
alla scuola energetista e in filosofia alla dottrina positivista: egli ha spesso cercato di
trovare nella storia della meccanica un’illustrazione della sua propria concezione e ciò ha
spesso conferito alla sua esposizione un aspetto un po’ troppo sistematico, quello d’una
tesi in cui vengono sviluppati degli argomenti in favore di idee preconcette.
4.1. LE LEGGI DI NEWTON 99
Dopo di lui [Newton] non è stato formulato alcun principio meccanico sostanzialmente nuovo.
Il lavoro compiuto è stato infatti quello di uno sviluppo deduttivo, formale e matematico,
condotto sul fondamento dei principi newtoniani.
e a p. 291 ritorna sulla questione:
I principi newtoniani bastano da soli, senza l’aggiunta di alcuna nuova legge, a esplorare com-
piutamente qualsiasi fenomeno meccanico, statico o dinamico che possa presentarsi. Le diffi-
coltà che si incontrano sono solo di natura matematica (formale) e in nessun caso concernono
i principi.
Eppure, Newton non scrisse mai la seconda legge nella forma F = ma e non
trattò mai sistemi con molti gradi di libertà (essenzialmente trattò sistemi con un
grado di libertà o con pochi gradi di libertà ma in presenza di simmetrie); inol-
tre, restano essenzialmente estranei ai Principia sistemi meccanici quali corpi
rigidi, flessibili, elastici e fluidi (cioè sistemi con infiniti gradi di libertà). Nei
Principia convivono due concezioni diverse di forza e i rapporti tra moti e forze
si riferiscono a due fenomeni diversi: l’urto, visto come fenomeno disconti-
nuo, corrispondente all’idea di corpo indeformabile, tipica dei newtoniani ma,
in parte, anche di Newton stesso, e contrapposta all’idea di continuità di Leibniz
(la natura non fa salti), urto regolato da F = ∆(mv), e fenomeni in cui le forze
agiscono con continuità, come la gravità, regolati da
F v2 F
dv = dt oppure d = dx,
m 2 m
relazioni a cui gli autori del Settecento si riferivano come agli ordinari principi
della meccanica. Essi venivano fatti risalire, come del resto lo stesso Newton
aveva affermato, a Galilei. Erano intesi come versione infinitesimale della legge
di caduta, o, successivamente, del principio dell’equivalenza tra causa ed effetto:
forza interna equilibrata da una forza esterna.
Inoltre, per tutto il Settecento, vari altri principi vennero usati come base per
lo sviluppo della mecanica, spesso in combinazione tra loro: le leggi di moto
di Decartes, le leggi di caduta di Galilei, le leggi di impatto di Huygens, la
legge della forza centrifuga, la legge della leva, la legge del pendolo, la legge di
conservazione della forza viva, il principio di minima azione, il principio delle
velocità virtuali.
In effetti, a partire dalla metà del secolo scorso, gli studi dettagliati e pro-
fondi fatti soprattutto da Clifford Ambrose Truesdell, Thomas Hankins, Johan
Cannon e Sigalia Dostrovsky, [13] [23] e Giulio Maltese (per i riferimenti alle
loro opere si veda [81] e [44]) hanno fortemente ridimensionato la tesi di Mach,
rivalutando il lavoro fatto nel Settecento da parte, tra gli altri, dei Bernoulli, di
Clairaut, di d’Alembert e di Eulero mostrando, soprattutto, che questo lavoro
si configura come un’evoluzione non solo di tipo formale ma di tipo sostan-
ziale che si sviluppa tramite una determinazione matematico-concettuale degli
elementi in gioco.
100 4. IL SISTEMA DEL MONDO
√
F IGURA 1. Elementi geometrici relativi all’equazione differenziale dy = β c2 − y2 dt.
Ovviamente non ci sarà possibile seguire nei dettagli il lento processo della
costruzione della meccanica newtoniana nel Settecento. Il lettore interessato
può riferirsi alle opere appena citate.
Ci limiteremo a riportare da [44] due considerazioni relative alla meccani-
ca di Newton ed alla meccanica newtoniana di oggi. L’approccio di Newton
alla meccanica era geometrico e, con disappunto di Eulero, lontano dalla visio-
ne analitico-funzionale che è quella dei giorni nostri. Tranne che la Sezione I
del Libro I nei Principia non c’è nessun riferimento al nuovo calcolo, l’approc-
cio è puramente geometrico. Visto che non avremo modo di entrare nei detta-
gli, conviene qui riprenderlo tramite un esempio tratto da [13]. Consideriamo
l’equazione differenziale
√
(4.1) dy = β c2 − y2 dt.
In forma geometrica essa può essere interpretata, e cosı̀ veniva intesa, in termini
degli elementi geometrici in Figura 1 ed i contemporanei di Newton poteva-
no quindi dire che “la sua integrazione è usuale geometria”, mentre, intesa in
termini funzionali, la sua soluzione è
y = c sin(β t + γ ).
Questa mancanza di una visione funzionale portava anche a vedere la seconda
legge di Newton più come una condizione su un particolare moto del sistema
— massa per accelerazione eguaglia la forza a cui è sottoposto il punto mate-
riale durante quel moto — che come un principio. Essa appariva più come una
condizione di compatibilità del moto quasi sempre usata, trattando sistemi con
un grado di libertà, per dedurre una equazione di conservazione da integrare.
La concettualizzazione in termini di principio richiede, in qualche modo, una
visione funzionale: la conoscenza della forza in un dato tempo e in una data
4.1. LE LEGGI DI NEWTON 101
sviluppo della meccanica va di pari passo con lo sviluppo del calcolo e, anzi,
meccanica e calcolo si integrano profondamente.
Le Sezioni 2 e 3 dei Principia sono dedicate allo studio dei cosiddetti problema
diretto e problema inverso delle forze centrali, cioè delle forze dipendenti in
grandezza dalla distanza da un punto S, il centro della forza, e dirette nella
direzione di S, cosistenti, rispettivamente, nel determinare la forza quando sia
data la traiettoria (piana) e il centro e nel determinare la traiettoria del moto,
data la posizione e la velocità iniziale.
Il modello che Newton sta considerando è quella di un corpo P, un pianeta,
accelerato da una forza con centro S, il Sole. Il corpo ha massa ma è supposto
essere puntiforme. Ovviamente, Newton ha ben chiaro che il modello è irreali-
stico — Libro Terzo: il Sistema del mondo —, ma ritiene anche che possa essere
applicato al sistema planetario come prima approssimazione, quando il pianeta
è molto lontano dal Sole e ha massa relativamente piccola rispetto a quella del
Sole, in modo da poter considerare il Sole come il centro di massa del sistema,
e quando si ignori l’effetto degli altri pianeti.
Ricordiamo che agli inizi del 1600 Keplero aveva enunciato le sue tre leg-
gi: a seguito di varie approssimazioni, molti calcoli, elaborati ragionamenti e
costanti verifiche, nell’Astronomia nova, 1609, le prime due e nell’Harmonices
mundi, 1619, dove tenta di spiegare le proporzioni del mondo reale in termini
di proporzioni o armonie musicali (rifacendosi alle teorie pitagoriche) tramite la
matematica, la terza.
P RIMA LEGGE DI K EPLERO : L’orbita di un pianeta è un’elisse, di cui il Sole
occupa uno dei fuochi.
S ECONDA LEGGE DI K EPLERO : Il raggio vettore dal Sole al pianeta percorre
aree uguali in tempi uguali.
T ERZA LEGGE DI K EPLERO : Il quadrato del periodo di rivoluzione di ogni
pianeta è uguale al cubo della sua distanza media dal Sole, purché si prendano
rispettivamente come unitá di tempo e di distanza il periodo di rivoluzione della
Terra e la sua distanza media dal Sole.
Dopo aver esposto nella Sezione I Libro I il Metodo delle prime e ultime
ragioni, nelle prime due proposizioni della Sezione 2 Newton considera in un
piano un corpo (un punto materiale) la cui posizione è indicata con P ed un punto
S e dimostra che la legge delle aree (il raggio vettore SP spazza aree uguali in
tempi uguali) vale se e solo se la forza che accelera il corpo è centrale (attrattiva
o repulsiva) con centro di forza S. Questo gli permette di rappresentare il tempo
4.2. LE LEGGI DI KEPLERO E LA GRAVITAZIONE UNIVERSALE 103
sfera è la stessa di quella esercitata da una massa M concentrata nel centro della
sfera.
Resta il fatto che la Terra non è sferica ma appiattita sui poli, come lo stesso
Newton mostra, e che, in realtà, come sempre Newton dimostra, assumendo la
legge di attrazione universale, segue che la terza legge di Keplero va sostituita
da
T 2 4π 2 1
= .
a3 G M+m
Malgrado questo Newton nel terzo libro sostiene che la costante G nella legge
di attrazione è universale e delinea la sua visione del mondo. Si chiedeva Pierre
Duhem: come una deduzione può procedere da una premessa a una conclusione,
la legge di gravità, che poi implica che le premesse sono false? La risposta
si trova in una semplice analisi della metodologia dei Principia che è poi la
metodologia delle scienze naturali: i fenomeni permettono di dedurre una teoria
che, quando si assume che valga esattamente, permette di identificare situazioni
nelle quali pure i fenomeni accadrebbero esattamente e ancora, e in modo più
preciso, l’iniziale idealizzazione serve come punto di partenza di un processo di
succesive approssimazioni che dovrebbero portare ad un crescente accordo con
l’accadere dei fenomeni.
L’applicazione della legge di gravità a fenomeni sempre più complessi relati-
vi ai moti celesti (di n corpi o anche di soli tre corpi, il Sole, la Terra e la Luna)
e alle anomalie osservate (come la nutazione dell’asse terrestre, la perturbazioni
delle orbite causate dai pianeti vicini o dalla loro forma, il moto delle come-
te e, soprattutto il moto della Luna) fu un tema estremamente importante per
tutto il diciottesimo secolo. Furono sviluppati metodi perturbativi, cercando di
dimostrare che almeno al primo o al secondo ordine le anomalie sono periodi-
che (cosa che garantirebbe la stabilità del del sistema solare per tempi lunghi).
Tutti i grandi (e meno grandi) matematici del Settecento (Clairaut, Eulero, d’A-
lembert, Lagrange, Laplace) furono coinvolti e questi sforsi furono presentati
nei cinque volumi del Traité de mécanique céleste di Piere Simon Laplace [72].
Alla fine dell’Ottocento inizi del Novecento un nuovo e per molti versi rivolu-
zionario approccio alla meccanica celeste venne presentato da Henri Poincaré.
Contributi importantissimi vennero dati da Kolmogorov intorno agli anni 1950
e da Arnold e da Moser intorno agli anni 1960, noti come teoria KAM. Tutto
questo rientra oggi in un’area di intenso interesse nota come sistemi dinamici.
GMm1
forza gravitazionale = r2
, quindi
GMm1 GM
m1 a = 2
, cioè a = 2 .
r r
L’accelerazione di caduta di masse piccole su una massa grande M dovuta alla
forza di gravità si indica con g
GM
g= 2
r
Assumendo la Terra sferica e a distanze piccole rispetto al raggio della Terra,
possiamo pensare che g sia costante: in questo situazione, la gravitazione di
Newton si riduce alla gravitazione di Galilei.
In realtà, la Terra non è sferica e g dipende dalla posizione e dall’altezza e
queste differenze sono oggi verificabili, con strumenti raffinatissimi, anche a
distanze di pochi centimetri in altezza.
Concludiamo precisando la terminologia relativa all’uso del termine peso. Il
peso di un oggetto di massa m relativamente ad una massa M è la forza di gravità
che si esercita tra le due massse o, in termini di seconda legge di Newton,
GMm
peso = 2 = m g
r
CAPITOLO 5
Una soluzione di (5.3) è una funzione y(x) di classe Cn (]a, b[) che soddi-
sfa l’uguaglianza (5.3). La famiglia di tutte le soluzioni di (5.3) si chiama
l’integrale generale o completo di (5.3).
La separazione dei termini dell’equazione (5.3) in due parti f (x) e Pn (x, D)y(x)
è motivata dal seguente
P RINCIPIO DI SOVRAPPOSIZIONE DEGLI EFFETTI ESTERNI . Se y1 e y2 risol-
vono rispettivamente
Pn (·, D)y1 = f1 , Pn (·, D)y2 = f2 ,
in un intervallo I , allora per per ogni c1 , c2 ∈ R la funzione y(x) := c1 y1 (x) +
c2 y2 (x) risolve l’equazione
Pn (·, D)y = c1 f1 + c2 f2 in I.
Se richiediamo
c′1 (t)y1 (t) + c′2 (t)y2 (t) = 0,
e notiamo che, in questo caso,
0 = (c′1 y1 + c′2 y2 )′ = c′′1 y1 + c′′2 y2 + c′1 y′1 + c′2 y′2 ,
troviamo ( )
a c′1 (t)y′1 (t) + c′2 (t)y′2 (t) = f (t).
In conclusione: se y1 , y2 sono due soluzioni dell’equazione omogenea associata
a (5.12), allora y f in (5.13) è una soluzione di (5.12) se c1 (t), c2 (t) risolvono il
sistema di equazioni lineari del primo ordine
c′1 (t)y1 (t) + c′2 (t)y2 (t) = 0,
(5.14)
c′1 (t)y′1 (t) + c′2 (t)y′2 (t) = f (t) .
a
Non è difficile vedere che se y1 , y2 sono le funzioni in (5.10), il sistema (5.14)
è risolubile in c′1 e c′2 , trovando in questo modo una soluzione particolare y f di
(5.12).
La stessa idea (ed è il modo con cui fu usata da Eulero) si applica per ridurre l’or-
dine di integrazione di una equazione, anche a coefficienti variabili (si confronti con la
dimostrazione del Teorema 5.2). Ad esempio, supponiamo di conoscere una soluzione
u(t) dell’equazione
a(t)y′′ (t) + b(t)y′ (t) + c(t)y = 0,
vorremmo trovare una seconda soluzione che possa darci, assieme alla prima, l’integrale
generale. Cerchiamola del tipo y(t) = λ (t)u(t). Sostituendo sopra troviamo
auλ ′′ (t) + (2au′ + bu)λ ′ (t) = 0
che ci permette di trovare λ ′ e quindi λ .
π /2
0.1
µ =2 µ =2
µ =1 µ =1
µ = .5 µ = .5
µ = .2 0 µ = .2
0.01
0.1 1 10 0.1 1 10
F IGURA 1. A sinistra, A(η ) in coordinate logaritmiche mostra che A(η ) ∼ 1/η 2 per η → ∞. A
destra, φ (η ) in coordinate logaritmiche.
con
k − mη 2 µη
(5.20) c1 = c1 (η ) := , c2 = c2 (η ) :=
(k − mη 2 )2 + µ 2 η 2 (k − mη 2 )2 + µ 2 η 2
è soluzione della (5.18). Evidentemente si può riscrivere x f (t) nella forma
x f (t) = A(η ) cos(η t + φ (η ))
e le funzioni
√ ( c (η ) )
1
(5.21) A(η ) := c21 (η ) + c22 (η ), φ (η ) := π /2 + arctan .
c2 (η )
si chiamano rispettivamente spettro di ampiezza e spettro di fase dell’equazione (5.18).
Si noti che tutte le soluzioni dell’equazione sono asintotiche a x f (t) per t → +∞ perché
le soluzioni della omogenea decadono a zero all’infinito.
Il caso a smorzamento nullo, µ = 0. Le formule (5.19) e (5.20) danno una soluzione
particolare dell’equazione
mx′′ + kx = cos η t
√
quando η ̸= ω = k/m. Nel caso η = ω , le (5.19) perdono di significato. Si vede però
subito che quando η = ω , una soluzione particolare è data da
1
x f (t) = t sin ω t
2mω
e l’integrale generale è
1
x(t) = A cos(ω t + φ ) + t sin ω t.
2mω
Siamo in presenza di un moto secolare, come viene chiamato in astronomia. Si vede che
a partire da qualunque condizione iniziale sulla posizione e sulla velocità, l’ampiezza
delle oscillazioni del sistema cresce al crescere di t: piccole forze possono produrre
5.1. EQUAZIONI DIFFERENZIALI LINEARI 115
è
( ) ( )
1 −2 ω +η ω −η
x(t) = 2 (cos η t − cos ω t) = 2 sin t sin t
ω − η2 ω − η2 2 2
e la corrente elettrica circolante nel circuito I(t) è la stessa per tutti i componenti. Poiché
le relazioni tra corrente e potenziale per i tre componenti sono
∫ t
1
VL (t) = I ′ (t), VR (t) = RI(t), VC (t) −VC (t0 ) = I(s) ds,
C t0
vale l’equazione
∫ t
1
LI ′ (t) + RI(t) + I(s) ds +VC (t0 ) = V (t);
C t0
e, integrando in un intervallo di tempo ]t0 ,t[ in cui la velocità non cambia segno
∫ x(t)
1
√ dx = ±(t − t0 )
m (E0 −V (x))
x(t0 ) 2
118 5. EQUAZIONI DIFFERENZIALI E MECCANICA DEL PUNTO MATERIALE
5.2.1. Il pendolo
Un tipico moto unidimensionale è quello del pendolo con variabile caratteristica
del moto l’angolo θ (t) formato dall’asta del pendolo con la verticale. Decom-
ponendo la forza peso nella sua componente lungo l’asta, che non ha effetti
essendo l’asta rigida, e nella componente tangenziale, che è responsabile del
movimento del pendolo, troviamo
m l θ ′′ + mg sin θ = 0 1
come equazione del pendolo. Un potenziale della forza è −mg cos θ , θ ∈ R,
′
quindi la conservazione dell’energia si esprime come 2l θ 2 − g cos θ = −g cos θ0
o √
l |θ ′ |
√ = 1,
2g cos θ − cos θ0
dove θ0 è l’angolo di deviazione massima. In particolare, il moto è dato dall’in-
versa di un integrale ellittico
√
∫ θ [t]
l dθ
t= √
2g 0 cos θ − cos θ0
Il periodo di oscillazione è quattro volte il tempo t0 necessario a muoversi
dalla verticale alla posizione di massima deviazione, θ0 := θ (t0 ), cioè
√ √
∫ ∫ θ0
l t0 θ′ l dθ
T = 4t0 = 4 √ dt = 4 √
2g 0 cos θ − cos θ0 2g 0 cos θ − cos θ0
√
∫
l θ0 dθ
=2 √ ,
g 0
sin (θ0 /2) − sin (θ /2)
2 2
1 Alla stessa equazione si arriva usando il principio di conservazione dell’energia che prima
abbiamo stabilito come conseguenza.
5.2. MOTI UNO-DIMENSIONALI 119
5.5. Il pendolo isocrono. Come modificare l’arco di cerchio percorso dal pen-
dolo standard in modo che il periodo diventi indipendente dalle ampiezze. L’i-
dea di Huygens, nella sua formulazione analitica, fu quella di fare in modo che
lungo la nuova curva la forza acceleratrice fosse proporzionale alla lungrezza
d’arco s, cioè che la lunghezza d’arco verifichi l’equazione
(5.25) s′′ + Ks = 0,
che ha soluzioni con oscillazioni indipendenti dall’ampiezza.
Se y è la direzione verticale, la forza acceleratrice è data lungo la curva
cercata da −dy/ds (supponendo la gravità unitaria); dovrà quindi essere
(5.26) dy = K · sds.
Se s = 0 per y = 0 (cioè l’origine è nel punto più basso) si ottiene allora per
integrazione
√
K 2 2y
(5.27) y= s o s= .
2 K
120 5. EQUAZIONI DIFFERENZIALI E MECCANICA DEL PUNTO MATERIALE
Quindi per la nostra curva l’altezza è proporzionale alla radice quadrata della
lunghezze d’arco ([4] pp. 489-490). Sostituendo s da (5.27) in (5.26), troviamo
dy √ √
√ = 2K dx2 + dy2
y
da cui √
c−y
dx = dy,
y
dove c = 1/(2K), che, come abbiamo visto, ci dice che la curva cercata è una
cicloide o una brachistocrona, si veda anche 7.15 Capitolo 7.
x×y
θ
y
x
(4) infine,
|x × y|2 = |x|2 |y|2 − (x|y)2 = |x|2 |y|2 sin2 θ
dove θ è l’angolo tra x e y; in particolare, |x × y| = |x| |y| se e solo se x e
y sono perpendicolari, (x|y) = 0.
e osservando che
r = rer ,
(5.29) r′ = r′ er + rθ ′ eθ ,
′′ ′
r = (r′′ − rθ 2 )er + (2r′ θ ′ + rθ ′′ )eθ ,
troviamo che l’equazione del moto mr′′ = f er si scrive come
′ ′ 1d 2 ′
2r θ + rθ ′′ = (r θ ) = 0,
(5.30) r dt
m(r′′ − rθ ′ 2 ) = f (r).
Conservazione dell’energia
Ritornando all’integrazione delle equazioni di moto (5.31), osserviamo che la
seconda è un’equazione del secondo ordine in r(t) che può essere integrata
usando la conservazione dell’energia. Infatti, se V (r) è un potenziale per f (r),
cioè
V ′ (r) = − f (r),
e introduciamo il cosiddetto potenziale efficace
Ω20
Ve (r) := V (r) + ,
2mr2
la seconda equazione di (5.31) si trasforma in
(5.33) mr′′ +Ve′ (r) = 0.
Multiplicando per r′ e integrando, otteniamo l’equazione di conservazione del-
l’energia
√
m ′2 ′ 2
(5.34) r +Ve (r) = E, cioè r =± (E −Ve (r)).
2 m
Un’ulteriore integrazione ci dà quindi r(t). Ovviamente una volta risolta l’equa-
zione per la componente radiale r(t), possiamo calcolare θ (t) dalla prima delle
equazioni (5.31)
Ω0
θ ′ (t) = 2 .
mr (t)
Y y
ξ θ
C H F X
F IGURA 3
Di fatto, l’orbita della Terra è quasi circolare, cioè la sua eccentricità è piccola.
5.3. LAGRANGIANE, INVARIANZE E LEGGI DI CONSERVAZIONE 129
esistenza per tempi positivi dipende dal valore iniziale; infatti per λ > 0, la
funczione xλ (t) = λ /(1 − λ t), t ∈] − ∞, 1/λ [, è la soluzione (massimale) del
problema di Cauchy {
x′ = x2 ,
x(0) = λ .
Questo in contrasto con il caso di equazioni differenziali lineari che sono riso-
lubili nell’intero intervallo di tempi per cui sono definite.
6.2. E SEMPIO (Non unicità). Per tutti gli a < 0 < b ∈ R, le funzioni
− 4 (t − a) se t < a,
1 2
x(t) = 0 se a ≤ t ≤ b,
1
4 (t − b)2 se t > b,
sono di classe C1 (R) e risolvono il problema di Cauchy
{ √
x′ = |x|,
x(0) = 0,
questo in contrasto ancora con il caso lineare in cui la soluzione del problema
di Cauchy è univocamente determinata dalla condizione iniziale.
Concludiamo questa introduzione con una osservazione particolarmente uti-
le per il seguito. Infatti ci permette di richiedere per l’eventuale soluzione
condizioni meno stringenti.
6.3. P ROPOSIZIONE . Sia Ω un dominio in R × R e sia f (t, x) : Ω → R una fun-
zione continua. Allora x(t) ∈ C1 ([t0 − r,t0 + r], R) risolve il problema di Cauchy
(6.2) se e solo se x(t) appartiene a C0 ([t0 − r,t0 + r], R) e soddisfa l’equazione
integrale
∫t
(6.4) x(t) = x0 + f (τ , x(τ )) d τ ∀t ∈ [t0 − r,t0 + r].
t0
D IMOSTRAZIONE . Set I := [t0 −r,t0 +r]. Se x ∈ C1 (I, RN ) è soluzione del problema (6.2), allora
integrando x soddisfa (6.4). Viceversa, se x ∈ C0 (I, R) e soddisfa l’equazione (6.4), allora, per
il teorema fondamnetale del calcolo, x(t) è differenziabile e x′ (t) = f (t, x(t)) in I, in particolare
x(t) ha derivate continue; inoltre da (6.4) segue anche x(t0 ) = x0 . □
problema che stiamo considerando: c’è una funzione continua che risolve l’e-
quazione integrale (6.4)? Come abbiamo visto, per molto tempo la questione
esistenza non è stata, diciamo, centrale e, ancor oggi, molti probabilmente la
trovano un po’ strana. Se le equazioni differenziali rappresentano o modellano
processi concreti è chiaro che hanno soluzioni. Ma forse la considerazione an-
drebbe rovesciata, se l’equazione non ha soluzione forse non siamo in presenza
di un buon modello di quello che vorremmo descrivere.
In ogni caso, vedremo che è molto pericoloso operare con cose che ‘non esi-
stono’ anche se a volte, conveniamo, possa essere piacevole e addirittura ‘utile’.
E questo sia che si intenda l’esistere nel senso ordinario sia che si intenda nel
senso delle astrazioni o dei concetti (qualunque cosa immaginiamo esiste men-
talmente), almeno se prima non ci assicuriamo che la loro assunta esistenza
non contraddice altro della nostra conoscenza. L’implicazione logica o mate-
matica “P ⇒ Q” equivalentemente “(non P) o Q” risulta falsa solo nel caso che
la premessa sia vera e la conclusione falsa. In particolare ci dice che da una
contraddizione è possibile dedurre sia il vero sia il falso1.
Il problema dell’esistenza diventa rilevante in matematica alla metà dell’Ot-
tocento quando Weierstrass osserva che le dimostrazioni di Steiner relative al
problema isoperimetrico non sono corrette/complete. Steiner aveva dimostrato
(con procedimenti di simmetrizzazione) che, se una figura geometrica ha area
massima tra tutte quelle di perimetro dato, allora questa deve essere il cerchio —
un po’ come abbiamo già visto nel Capitolo 3: se una curva minimizza l’area tra
tutte quelle con perimetro assegnato, allora è un punto stazionario del funzionale
area, e allora è un cerchio. L’obiezione è che perché questo sia un ragionamento
conclusivo bisogna prima provare che ci sia una tale figura minimizzante. Pa-
rafrasando [62], il maggiordomo, unico possibile indiziato dell’assassinio del
conte, è l’assassino sempre che ci sia stato effettivamente un assassinio, cioè
che di assassinio e non di suicidio o di morte naturale si tratti.
x0 + b
(t0 , x0 ) t0 + α
t1 t2 t3 t0 + r
F IGURA 1
e quindi
( ) ( )
| φ1 (t) − φ2 (t) − φ1 (t0 ) − φ2 (t0 )
∫ t( )
− f (s, φ1 (s)) − f (s, φ2 (s) ds| ≤ ε (t − t0 ).
t0
Per ϕ (t) := |φ1 (t) − φ2 (t)| deduciamo quindi
∫ t
ϕ (t) ≤ ϕ (t0 ) + | f (s, φ1 (s)) − f (s, φ2 (s))| ds + ε (t − t0 )
t0
e usando la lipschitzianità di f
∫ t
(6.15) ϕ (t) ≤ ϕ (t0 ) + L ϕ (s) ds + ε (t − t0 ).
t0
∫t
Definiamo Φ (t) := t0 ϕ (s) ds allora la (6.15) diventa
′
Φ (t) − LΦ (s) ≤ δ + ε (t − t0 )
poiché per la (6.13) ϕ (t0 ) ≤ δ . Moltiplicando per e−L(t−t0 ) e integrando da t0 a t
otteniamo
δ( ) ε ( ) ε
e−L(t−t0 ) Φ ((t) ≤ 1 − e−L(t−t0 ) − 2 e−L(t−t0 ) 1 + L(t − t0 ) + 2
L L L
o
δ( ) ε ( ) ε
Φ (t) ≤ eL(t−t0 ) − 1 − 2 1 + L(t − t0 ) + 2 eL(t−t0 )
L L L
che combinata con la (6.15) dà
ε( )
(6.16) ϕ (t) ≤ δ eL(t−t0 ) + eL(t−t0 ) − 1
L
e quindi la (6.14). 2
□
La (6.14) dice che due soluzioni ε −approssimate in un intorno di t0 di-
stano poco se δ e ε sono piccoli; in particolare, due soluzioni (ε = 0) coin-
cidono se partono dallo stesso punto (δ = 0). Ma si ha di più: le soluzio-
ni ε −approssimate, in particolare le approssimanti di Eulero, convergono alla
soluzione del problema di Cauchy (6.2) in un intorno di t0 quando ε → 0.
6.6. T EOREMA (di esistenza). Sia f (t, x) una funzione continua in R = {(t, x) ∈
R × R | |t − t0 | ≤ a, |x − x0 | ≤ b} e lipschitziana in x uniformemente rispetto a t
con costante L. Se
( b)
M := max | f (t, x)| e r = min a, ,
R M
2 Il fatto che da (6.15) segua (6.16) appare in letteratura come lemma o diseguaglianza di
Grönwall da Thomas Hakon Grönwall (1877–1932).
144 6. IL PROBLEMA DI CAUCHY: ESISTENZA E UNICITÀ
allora esiste unica soluzione x(t) del problema di Cauchy (6.2) nell’intervallo
|t − t0 | ≤ r e dato inziale x(t0 ) = x0 .
D IMOSTRAZIONE . Sia {εn } una successione decrescente a 0 per n → ∞ e per
ogni n sia φn una soluzione εn −approssimata. Allora
∫ t( )
(6.17) φn (t) = t0 + f (s, φn (s)) + ∆n (s) ds
t0
dove ∆n (t) = φn′ (t) − f (t, φn (t)) nei punti in cui φn′ esiste e ∆n (t) = 0 altrimenti.
Ora ∆n (t) → 0 per n → ∞ uniformemente in |t −t0 | ≤ r. Dalla (6.14) segue allora
(εn + εm )(eLr − 1)
(6.18) |φn (t) − φm (t)| ≤ ∀|t − t0 | ≤ r.
L
Cioè, per ogni fissato t la successione {φn (t) è di Cauchy in R, quindi ha limite
φ (t), l’uniformità della convergenza φn → φ permette ora di provare facilmente
che il limite è continuo (infatti
|φ (t) − φ (τ )| ≤ |φ (t) − φn (t)| + |φn (t) − φn (τ )|
+ |φn (τ ) − φm (τ )| + |φm (τ ) − φ (τ )|
e fissati n, m grandi il primo e l’ultimo termine a destra sono piccoli, mentre
il secondo e il terzo sono piccoli per la continuità di φn e φm se |t − τ | è pic-
colo). Ancora, l’uniforme continuità di f (la lipschitzianità) in R dà anche la
convergenza uniforme di f (t, φn (t)) a f (t, φ (t)) in |t − t0 | ≤ r, quindi
∫ t( ) ∫ t
lim f (s, φn (s)) + ∆n (s) ds = f (s, φ (s)) ds
n→∞ t0 t0
e da (6.17)
∫ t
φ (t) = t0 + f (s, φ (s)) ds
t0
che prova l’esistenza di una soluzione per via della Proposizione 6.3. □
Osserviamo infine che dalla (6.18) vale la seguente stima dell’errore tra la
soluzione e le approssimanti
( )
εn eL|t−t0 | − 1
(6.19) |φ (t) − φn (t)| ≤
L
per n, p → ∞. Segue che {xn } è di Cauchy e converge. Il limite è necessariamente un punto fisso,
come si vede passando al limite per n → ∞ nella relazione xn+1 = T (xn ). Lasciamo al lettore la
facile dimostrazione delle stime di convergenza. □
Osserviamo che la prima stima nella tesi del teorema in Teorema 6.7 permette di stimare il
numero delle iterazioni sufficiente a raggiungere una fissata approssimazione. La seconda stima
invece permette di valutare l’accuratezza di xn+1 come valore approssimato di x in termini di
d(xn+1 , xn ).
Con le notazioni del Teorema 6.6 consideriamo ancora lo spazio metrico
completo (con metrica indotta dalla norma infinito)
X := {x ∈ C0 ([t0 − r,t0 + r]) | ||x − x0 ||∞ ≤ r}
e la trasformazione
∫ t
F : X → C ([t0 − r,t0 + r]),
0
F[x](t) = x0 + f (s, x(s)) ds.
t0
F manda X in X e, se inoltre rL < 1, F è una c-contrazione con c := rL. Infatti,
se x, y ∈ X allora
∫ t
|F[x](t) − F[y](t)| ≤ | f (s, x(s)) − f (s, y(s))| ds
t0
∫ t
≤L |x(s) − y(s)| ds
t0
≤ Lr ||x − y||∞
Ne deduciamo che F ha unico punto fisso in X e possiamo concludere
6.8. T EOREMA (Esistenza locale). Sia f (t, x) una funzione continua in R =
{(t, x) ∈ R × R | |t − t0 | ≤ a, |x − x0 | ≤ b} e lipschitziana in x uniformemente
rispetto a t con costante L. Se
( b 1)
M := max | f (t, x)| e r < min a, , ,
R M L
allora esiste unica soluzione x(t) ∈ X del problema di Cauchy (6.2) nell’inter-
vallo |t − t0 | ≤ r e dato inziale x(t0 ) = x0 .
Supponiamo ora che f : I × R → R, dove I è un intervallo chiuso e limitato
di R, sia continua e lipschitziana in x ∈ R uniformemente rispetto a t ∈ I con
costante L. Comunque si prenda t0 ∈ I e x0 ∈ R,∫ se rL < 1 la mappa F da C0 ([t0 −
r,t0 + r]) in C0 ([t0 − r,t0 + r]), F[x](t) = x0 + tt0 f (s, x(s)) ds, è una contrazione
e quindi ha un unico punto unito. Esiste quindi unica soluzione del problema
di Cauchy in [t0 − r,t0 + r] con valore iniziale in t0 uguale a x0 . Iniziamo da
un intervallo chiuso I0 centrato in t0 e raggio r, e sia x : I0 → R la soluzione
del problema di Cauchy x(t0 ) = x0 ; sia I1 un intervallo centrato nell’estremo
destro t1 di I0 e raggio minore o uguale di r, anche in I1 c’è unica soluzione del
problema di Cauchy con dato iniziale in t1 uguale a x(t1 ) e questa coincide con
6.3. IL CASO CONTINUO: ESISTENZA 149
sono uguali in I ∩ J.
Del Teorema 6.11 è possibile dare una dimostrazione diciamo più funzionale
in termini di teorema di punto fisso, cfr. [48]. Un famoso teorema di punto fisso
di Brouwer assicura che una funzione continua da un compatto convesso non
vuoto di Rn in sé ha almeno un punto fisso. Questo teorema si estende a spazi
funzionali e a operatori compatti in spazi di Banach. Ricordiamo che uno spazio
di Banach X è uno spazio normato completo, ad esempio X := C0 ([c, d]) con la
6.3. IL CASO CONTINUO: ESISTENZA 151
norma infinito, e un operatore A tra due spazi normati X,Y si dice compatto
se è continuo e da ogni successione limitata {xk } in X è possibile estrarre una
sottosuccessione {xnk } per cui {Axnk } è convergente. Vale allora
6.13. T EOREMA (Caccioppoli-Schauder). Sia M un sottoinsieme chiuso, limi-
tato, convesso e non vuoto di uno spazio di Banach. Ogni operatore compatto
A : M → M da M in sé ha almeno un punto fisso.
Non è ora difficile rileggere quanto sopra come segue. Se R := {(t, x) ∈
R × Rn | |t − t0 | ≤, |x − x0 | ≤ b} e | f (t, x)| ≤ M e se r < min{a, b/M} allora
l’operatore
∫t
F[x](t) := x0 + f (τ , x(τ )) d τ
t0
Presentiamo qui una serie di temi complementari al testo che invitiamo il lettore
ad affrontare autonomamente in termini moderni, cioè non necessariamente nel
contesto storico, o analizzando fonti che possono essere reperiti in rete o nelle
opere già citate.
7.1. Serie binomiale. Newton trovò per esponenti α razionali, α = p/q
∞ ( )
α
(1 + x)α = ∑ k xk , |x| < 1
k=0
dove
( ) {
α 1 se k = 0,
:= α (α −1)(α −2)...(α −k+1)
k k! se k ≥ 1.
Come sappiamo oggi, l’uguaglianza è valida per ogni α reale e per |x| < 1 e può essere
verificata come segue. Per il criterio di d’Alembert, la serie a destra converge per |x| < 1 e, se
poniamo
∞ ( )
α k
S(x) := ∑ x ,
k=0 k
le semplici regole di derivazione danno
(1 + x)S′ (x) = α S(x),
quindi
( S(x) )′ (1 + x)S′ (x) − α S(x)
= = 0,
(1 + x)α (1 + x)α +1
da cui S(x) = S(0)(1 + x)α .
7.2. Legge esponenziale e legge a potenza. La funzione esponenziale può essere carat-
terizzata come l’unica funzione y(t) per cui il rapporto di due suoi valori è funzione del tempo
trascorso
y(t)
= ϕ (t − s).
y(s)
Infatti, assumendo y e ϕ regolari e differenziando rispetto a t, s fisso, e valutando per t = s
troviamo
y′ (s)
= ϕ ′ (0),
y(s)
quindi
y(t) = cekt c ̸= 0, k = ϕ ′ (0), ϕ t = ekt .
154 7. COMPLEMENTI E TEMI DA SVILUPPARE
Si può argomentare provando che non ci sono altre soluzioni, cfr. [47], e che la crescita
corrisponde alle aspettative del modello.
Modelli per simulare l’interazione tra due o più popolazioni furono sviluppati (e continuano
ad essere studiati ed estesi) a partire dal 1925 indipendentemente da Alfred J. Lotka (1880–
1949) e Vito Volterra (1860–1940), [79] [108] e vanno sotto il nome di modelli di Lotka-Volterra.
Nel caso di due popolazioni è ragionevole assumere che il tasso di crescita relativo della prima
popolazione sia proporzionale all’alto numero di individui come nel caso logistico corretto da un
termine che tenga conto del numero di individui dell’altra specie. Abbiamo quindi
x′
= A(E − x) − By
x
e un’equazione simile per y, cioè
{
x′ = Ax(E − x) − Bxy,
y′ = Cy(F − y) − Dxy.
Un caso speciale è il cosiddetto modello preda-predatore
{
x′ = ax − bxy,
y′ = −cy + dxy
che, nella versione discreta, diventa
{
xk+1 = (1 + a)xk − bxk yk ,
yk+1 = (1 − c)yk + dxk yk .
7.5. Modelli di evoluzione delle epidemie. Il modello di Lotka-Volterra può anche es-
ser letto come modello che rappresenta l’evoluzione di una epidemia. Supponiamo di essere in
presenza di una malattia, come l’influenza, che non è letale e non porta all’immunità. In una
popolazione di N individui sia i(t) il numero degli individui infetti e N − i(t) il numero degli
individui soggetti all’infezione. Supponiamo che la probabilità di essere infettati sia proporzio-
nale al numero dei contatti tra individui sani e infetti e che questi contatti siano proporzionali a
i(t)(N − i(t)), mentre il numero dei guariti per unità di tempo sia proporzionale al numero degli
infetti. Allora abbiamo
i′ (t) = a i(t) (N − i(t)) − bi(t).
Si può ora argomentare o provare
(1) se aN − b > 0, allora il numero degli individui infetti tende a N − b/a: la malattia è
endemica,
(2) se aN − b < 0, il numero degli individui infetti decresce esponenzialmente a zero: in altre
parole la malattia non si diffonde.
Ovviamente tutto dipende dalla contagiosità della malattia, il parametro a, e dal tasso di guari-
gione b.
Supponiamo ora che la malattia sia contagiosa ma immunizzante, come il morbillo o la peste:
gli individui colpiti dalla malattia non sono più soggetti alla malattia. Se s(t), i(t) e r(t) indicano
rispettivamente il numero di individui suscettibili di infezione, di individui infettati e di individui
guariti o morti, allora
′
i (t) = a i(t) s(t) − b i(t),
s′ (t) = −a i(t) s(t),
′
r (t) = b i(t).
In questo caso si vede che
156 7. COMPLEMENTI E TEMI DA SVILUPPARE
(1) se i(0) > 0 e s(0) > 0, allora i(t) > 0 e s(t) > 0 per ogni t, di conseguenza s(t) decresce
e r(t) cresce; in particolare ci sono i limiti
s(t) → s∞ , r(t) → r∞ , m(t) := N − s(t) − r(t) → m∞ as t → ∞,
(2) m(t) è sommabile in [0, ∞[, quindi m∞ = 0, cioè, l’epidemia si esaurisce (eventualmente
eliminando la maggior parte degli individui) [Per vedere questo, sommare le prime due
∫
equazioni ottenendo i′ (t) + s′ (t) = −bi(t) da cui b 0T i(t) dt ≤ N],
(3) s(t) ≥ s(0)exp (−aN/b), cioè, la malattia si esaurisce prima di infettare l’intera popola-
zione; la percentuale di individui immuni s(t)/N è almeno e−aN/b ,
(4) infine, se a s(0) − b < 0, allora il numero degli individui infetti decresce esponenzialmen-
te; se, al contrario, a s(0) − b > 0, allora il contagio inizialmente si diffonde e comincia a
recedere nel momento in cui as(t) − b = 0.
7.6. Serie doppie. La seguente proposizione dà una condizione perché si possano scambiare
l’ordine di due limiti.
7.7. P ROPOSIZIONE . Sia {an,k } una succesione a doppio indice di numeri nonnegativi. Suppo-
niamo che per ogni k, an,k tende per n → ∞ a ak crescendo. Allora
∞ ∞ ∞
n→∞ ∑
lim an,k = ∑ lim an,k = ∑ ak .
n→∞
k=0 k=0 k=0
D IMOSTRAZIONE . Sia An := ∑∞ ∞
k=0 an,k e A = ∑k=0 ak . Vogliamo provare che limn→∞ An = A.
Poiché an,k ↑ ak , si ottiene sommando su k gli an,k che An cresce e che An ≤ A per ogni intero n.
Quindi limn→∞ An ≤ A.
Per provare la diseguaglianza opposta, osserviamo che per ogni ε > 0 e ogni k esiste nk tale che
an,k ≥ ak − ε 2−k e dunque per ogni intero k scegliendo n := max(n1 , . . . , nk ) si ha an,k ≥ ak − ε 2−k
per ogni k ≤ k e n ≥ n. Sommando su k da 0 a k si ha dunque
k k k
∑ an,k ≥ ∑ ak − ε ∑ 2−k ≥ A − 2ε
k=0 k=0 k=0
per x > 1, quindi ℓ(x) più grande di quanto si vuole per x grande e ‘dedurre’ che esiste a > 1,
dipendente da ℓ tale che ℓ(a) = 1. Concludiamo quindi che
n n
ℓ(a m ) = ℓ(a) m ,
7.9. Funzioni trigonometriche. È possibile definire le funzioni circolare con il solo stru-
mento dell’integrale per il calcolo delle aree.
Consideriamo il cerchio unitario x2 + y2 = 1. Per ogni t ∈ R, la retta di equazione y = tx
passante per (1,t) incontra il cerchio nel punto
√ √
P = (1/ 1 + t 2 ,t/ 1 + t 2 ).
Richiamandoci ad Archimede, la lunghezza della corda da (1, 0) a P è proporzionale al settore
circolare sotteso. Poiché l’area del cerchio è π ,
∫ 1√
π := 4 1 − x2 dx,
0
È subito visto che arctant è una funzione dispari, arctan(−t) = arctant, arctan 0 = 0, che
{
π se t → +∞,
arctant → 2 π
− 2 se t → −∞.
d
Ancora, si calcola facilmente dt arctant = 1/(1 + t 2 ), conseguentemente arctant è strettamente
crescente e
∫ t
1
arctant = ds, ∀t ∈ R.
0 1 + s2
Definiamo ora la funzione tangente sull’intervallo ] − π /2, π /2[ come l’inversa della funzione
arcotangente
tan x := arctan−1 (x), x ∈] − π /2, π /2[,
che estendiamo periodicamente in R \ {π /2 + kπ , k ∈ Z}. La sua derivata si calcola ora come
1
D tan x = = 1 + tan2 x
D arctan(tan x)
in ogni punto x ∈] − π /2, π /2[ e per periodicità per ogni punto in x ̸= π + kπ , k ∈ Z.
2
Poiché 1/(1 + t 2 ) < 1 per t ̸= 0, deduciamo ancora
arctant ≤ t per ogni t ≥ 0,
equivalentemente
π
tan x ≥ x per ogni 0 ≤ x < .
2
7. COMPLEMENTI E TEMI DA SVILUPPARE 159
Ora possiamo definire le funzioni seno and coseno in termini della tangente via le formule in
tan(x/2). Poniamo
0 se x = (2k + 1)π , k ∈ Z,
sin x := 2 tan(x/2)
altrimenti,
1 + tan2 (x/2)
−1 se x = (2k + 1)π , k ∈ Z,
cos x := 1 − tan2 (x/2)
altrimenti;
1 + tan2 (x/2)
π /2
se x ̸= + kπ ,
sin x
ed è facile provare, usando ad esempio le formule di duplicazione, tan x = cos x
sin2 x + cos2 x = 1. Pertanto
{
√ 1 se x ∈] − π /2, π /2[,
cos x = 1+tan2 x
− √ 1
2
se x ∈]π /2, 3π /2[,
1+tan x
e
tan x π
sin x = √ ∀x ̸= + kπ .
1 + tan2 x 2
Le regole di derivazione dànno inoltre
D(sin x) = cos x, D(cos x) = − sin x, sin2 x + cos2 x = 1
Restano infine da provare poche formule per poter dedurre semplicemente le altre prorietà. Si
ritrova facilmente che
(1) Formule di addizione per il seno e il coseno. Procediamo come in (i). Per ogni y ∈ R
definiamo ϕ (x) := cos(x + y) − cos x cos y + sin x sin y e proviamo che ϕ (x) = 0 ∀x ∈ R.
Infatti, come in (i) risulta ϕ (0) = 0, ϕ ′ (0) = 0 e D(ϕ 2 + (ϕ ′ )2 )(x) = 0 ∀x ∈ R.
(2) sin x = cos(x − π /2), ∀x ∈ R. Poniamo ϕ (x) := sin x − cos(x − π /2), e osserviamo che
ϕ 2 (x) + (ϕ ′ )2 (x)) = 0 ∀x ∈ R, in particolare ϕ (x) = 0 ∀x ∈ R.
Infine, osserviamo che valogono le seguenti stime tra seno e coseno e lunghezza d’arco.
(1) Per ogni x ≥ 0 abbiamo sin x ≤ x. Infatti,
∫ x ∫ x
sin x = sin x − sin 0 = cost dt ≤ 1 dt = x.
0 0
(2) Per ogni x ≥ 0 abbiamo 1 − cos x ≤ x2 /2. Infatti,
∫ x ∫ x
1 − cos x = sin sds ≤ s ds = x2 /2.
0 0
1/y
y
sinh x
x/2
cosh x
Conseguentemente
Tutto quanto detto sopra risulta essere corretto, ma dipende dal fatto che per le serie che so-
no state usate sopra è possibile operare nel modo in cui abbiamo fatto, ma questo in genera-
le non è corretto, è invece corretto nel caso in considerazione, quindi richiede degli argomenti
supplementari.
7. COMPLEMENTI E TEMI DA SVILUPPARE 163
Gli esponenziali complessi sono utili per la discussione dei fenomeni oscillatori. Ad esempio
la formula
eix · eiy = ei(x+y)
è equivalente alle formule di addizzione e sottrazione, mentre la formula
( z−w ) z−w
ez − ew = e 2 e 2 − e− 2 = e 2 2i sinh(
z+w z−w z+w
)
2
dà per z = i α e w = i β le formmule di prostaferesi.
√
7.13. Catenaria. Integrare l’equazione differenziale u̇ = 1 + u2 in termini di funzioni
iperboliche.
7.14. Le curve di von Koch e di Peano. Diamo due classici esempi di curve non
rettificabili.
La curva di von Koch. Partendo da un triangolo equilatero si divida in tre parti uguali ciascun lato
e si sostituisca la parte mediana con gli altri due lati del triangolo equilatero il cui terzo lato è il
pezzo rimosso. Si ripeta quindi il procedimento su ciascun lato delle figura ottenuta. Iterando in-
definitamente il procedimento, poiché le iterate convergono uniformemente, l’iterazione produce
la curva di von Koch; questa
(1) è una curva semplice continua,
(2) la sua lunghezza aumenta ad ogni passo con un fattore 4/3, quindi ha lunghezza infinita,
anzi è infinita la lunghezza tra due qualunque suoi punti, mentre delimita un’area finita
pari ai 5/8 dell’area del triangolo iniziale,
(3) non è derivabile (non ha tangente) in nessun suo punto.
La curva di Peano. Le curve continue possono essere assai più ”patologiche” se si toglie la
condizione di semplicità. A Giuseppe Peano (1858–1932) si deve l’esempio di una curva γ :
[0, 1] → [0, 1] × [0, 1] continua che ha come immagine tutto il quadrato [0, 1] × [0, 1]: una tale
curva γ si chiama curva di Peano.
Una curva di Peano, seguendo David Hilbert (1862–1943), può essere costruita nel seguente
modo. Si consideri la successione di curve continue γi : [0, 1] → R2 come in Figura 2. Al passo i,
si ha una curva continua ottenuta modificando la curva del passo i−1 in un intervallo di lunghezza
2−i nel dominio e in un quadrato di lato 2−i sull’immagine. La successione di queste curve
converge quindi uniformemente ad una curva continua che ha come immagine tutto il quadrato.
Ovviamente γ non può essere iniettiva essendo l’intervallo [0, 1] non omeomorfo al quadrato
[0, 1] × [0, 1]. Per convenienza del lettore ripetiamo l’argomentazione: se γ fosse 1-a-1, γ darebbe
un omeomorfismo da [0, 1] \ {1/2} su ([0, 1] × [0, 1]) \ {γ (1/2)}, ma mentre ([0, 1] × [0, 1]) \
{γ (1/2)} è connesso [0, 1] \ {1/2} non è connesso: assurdo.
164 7. COMPLEMENTI E TEMI DA SVILUPPARE
Un altro modo di costruire una curva di Peano è la seguente. Rappresentiamo ogni x ∈ [0, 1]
con un allineamento binario x = ∑∞ i=1 bi /2 , bi ∈ {0, 1} (si sceglie ad esempio di eliminare le
i
rappresentazioni che finiscono con un 1 periodico). Per ogni x = ∑∞ i=1 bi /2 ∈ [0, 1] si pone
i
( ∞ b ∞
b2i )
γ (x) := ∑ 2i+1 i+1
,∑ i
i=0 2 i=1 2
Usando il fatto che se x cambia di poco, le cifre dell’allineamento decimale cambiano di poco, è
facile provare che γ è continua. D’altra parte γ è surgettiva. Si noti che γ non è iniettiva. Se una
delle coordinate di (x, y) ha due rappresentazioni decimali, vi saranno due punti distinti di [0, 1]
con immagine (x, y).
I B
G C
D
A L M
F IGURA 3. La cicloide
√
Mentre il tempo di discesa lungo un quarto di cerchio di raggio 1, u(x) = 2rx − x2 , 0 ≤ x ≤ 1 è
per la (7.8)
∫ 1
1
T=√ (2x − x2 )−3/4 dx
2g 0
il cui valore approssimato è T = 1.85407..., tempo più breve di circa il 7.5% del tempo di discesa
lungo la diagonale.
Calcoliamo ora il tempo di discesa minimo (che sappiamo si realizza) lungo la cicloide da
(0, 0) a (−1, −1) che per la (7.8) si calcola prendendo u come la cicloide che inizia in 0 e passa per
(1, 1). Le costanti c e t in (7.6) sono allora determinate da x(τ ) = y(τ ) = 1 e si trova c = 0.57291...
e τ = 2.41201.. Se y = u(x) è allora la rappresentazione cartesiana della curva, y(t) = u(x(t)),
quindi y′ (t) = du ′ du ′ ′
dx (x(t))x (t), cioè dx (x(t)) = y (t)/x (t), il tempo di discesa è
√
∫ τ
1 x′ (t)2 + y′ (t)2 ′
T=√ x (t) dt
2g 0 y(t)x′ (t)2
√ √
∫ τ ∫ τ
1 x′ (t)2 + y′ (t)2 1 2c2 (1 − cost)
=√ dt = √ dt
2g 0 y(t) 2g 0 c(1 − cost)
√
c
= τ = 1.8256...
g
circa l’1.6% meno che del tempo di discesa lungo il quarto di cerchio.
Isocronia della cicloide. Consideriamo la cicloide
{
x(t) = c(t − sint),
(7.11)
y(t) = c(cost − 1);
vogliamo calcolare il tempo necessario per scendere da un punto al centro della cicloide, t = π .
Abbiamo √
∫ π
1 x′ (t)2 + y′ (t)2
T=√ dt
2g τ y(τ ) − y(t)
√ ∫ π√
c 2(1 − cost)
= dt.
2g τ cos τ − cost
Poiche’ 1 − cost = 2 sin2 (t/2), cos τ − cost = (1 + cos τ − (1 + cost)) = 2 cos2 (τ /2) − cos2 (t/2),
√ ∫ π√ ∫ π
c sin(t/2)
T= 2 √ dt
2g τ τ cos (τ /2) − cos2 (t/2)
2
cos(t/2)
e con la sostituzione u = cos(τ /2) , si ha 0 ≤ u ≤ 1 e
√ ∫0 √ √
c 1 c 1 c
T= 2 √ (−du) = 2 arcsin u = π.
g 1 1 − u2 g 0 g
Scopriamo quindi che il tempo di discesa lungo la cicloide fino al centro della stessa è indipenden-
te dalla posizione inziale: abbiamo ritrovato
√ che un pendolo cicloidale ha periodo indipendente
dall’ampiezza dell’oscillazione pari gc π o, in altre parole, che due punti materiali, che cado-
no lungo una cicloide partendo contemporaneamente da altezze diverse ma con velocità iniziali
entrambi nulle, arrivano nel punto più basso della cicloide contemporaneamente.
Il problema della tautocrona. Supponiamo ora che il tempo di caduta di un punto materiale,
sotto l’azione della gravità con velocità iniziale nulla, lungo una curva che decresce arrivando
nell’origine sia indipendente dall’altezza della partenza, possiamo dire che la curva è un ramo
7. COMPLEMENTI E TEMI DA SVILUPPARE 167
di cicloide (con concavità verso l’alto) e punto più basso nell’origine degli assi? Questo è noto
come problema della tautocrona (nel senso di trovare la curva tale che . . .) o problema di Abel
che appunto lo risolse negli anni 1823-26, [1], in particolare vol. I pp. 27-30, Résolution d’un
problème mécanique.
Parametrizzando la curva di caduta rispetto all’ordinate y, x = x(y), e tenuto conto che y
decresce quando il tempo cresce, (7.7) ci dice che il tempo di caduta dall’altezza Y cioè dal punto
(x(Y ),Y ) è
∫Y √ ∫ y√
1 1 + x′ (y)2
(7.12) T (Y ) = √ √ dy, s(y) = 1 + x′ (t)2 dt,
2g 0 Y −y 0
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