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Due Calcolo

Il documento presenta una nuova filosofia della natura attraverso l'analisi del calcolo infinitesimale, delle equazioni differenziali e delle variazioni. Scritto da Mariano Giaquinta, il testo esplora la storia della matematica e il suo sviluppo, evidenziando l'importanza della matematica nella società e nella scienza. Inoltre, si discute l'insegnamento della matematica e le sue implicazioni pedagogiche.

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Due Calcolo

Il documento presenta una nuova filosofia della natura attraverso l'analisi del calcolo infinitesimale, delle equazioni differenziali e delle variazioni. Scritto da Mariano Giaquinta, il testo esplora la storia della matematica e il suo sviluppo, evidenziando l'importanza della matematica nella società e nella scienza. Inoltre, si discute l'insegnamento della matematica e le sue implicazioni pedagogiche.

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iii

La nuova filosofia della natura


Misure, variazioni ed equazioni differenziali

Mariano Giaquinta
Mariano Giaquinta
Professore Emerito
Scuola Normale Superiore
Piazza dei Cavalieri, 7
I-56100 Pisa
[Link]@[Link]
Indice

Prefazione ix
Capitolo 1. Il calcolo infinitesimale 1
1.1. Il calcolo di Newton 2
1.1.1. Il metodo delle serie infinite 4
1.1.2. Il metodo delle flussioni 10
1.1.3. Il metodo delle prime e ultime ragioni 14
1.2. Il calcolo di Leibniz 18
1.2.1. Il calcolo: introduzione 18
1.2.2. Il calcolo: metafisica e tecniche 22
1.3. I Bernoulli 29
1.4. La visione di Eulero 30
1.4.1. Meccanica e calcolo 31
1.4.2. Il calcolo 33
1.4.3. La meccanica del punto materiale 36
Capitolo 2. Il calcolo all’opera: equazioni differenziali 43
2.1. Interpolazione 43
2.2. Esponenziale e logaritmo 47
2.3. Le funzioni circolari 52
2.3.1. Moto armonico semplice 53
2.3.2. Moto circolare uniforme 55
2.4. Nuove curve ed equazioni differenziali 57
2.5. Curve piane 60
2.5.1. Lunghezza e ascissa curvilinea 62
2.5.2. Curvatura 65
2.5.3. Inviluppi, evolute ed evolventi 69
Capitolo 3. Il calcolo delle variazioni 73
3.1. Il problema della brachistocrona e il problema isoperimetrico 73
3.2. La Methodus inveniendi di Eulero 78
3.2.1. Il problema più semplice 79
3.2.2. Il problema isoperimetrico. 81
3.2.3. Il principio di minima azione 84
viii INDICE

3.2.4. Linea elastica 88


3.3. Il metodo delle variazioni di Lagrange 90
3.3.1. Il δ -calcolo 91
3.3.2. Il problema più semplice 92
3.3.3. Il problema isoperimetrico 92
3.4. Eulero rilegge Lagrange 93
Capitolo 4. Il sistema del mondo 95
4.1. Le leggi di Newton 97
4.2. Le leggi di Keplero e la gravitazione universale 102
Capitolo 5. Equazioni differenziali e meccanica del punto materiale 107
5.1. Equazioni differenziali lineari 107
5.1.1. Equazioni lineari del primo ordine 109
5.1.2. Equazioni lineari del secondo ordine a coefficienti costanti 110
5.1.3. Vibrazioni lineari 112
5.2. Moti uno-dimensionali 116
5.2.1. Il pendolo 118
5.2.2. Moti centrali 120
5.3. Lagrangiane, invarianze e leggi di conservazione 129
Capitolo 6. Il problema di Cauchy: esistenza e unicità 135
6.1. Perché un teorema di esistenza 137
6.2. Il caso lipschitziano: esistenza e unicità 139
6.2.1. Le approssimanti di Eulero 139
6.2.2. Lo spazio delle funzioni continue e limitate 144
6.2.3. Approssimazioni successive 145
6.2.4. Esistenza via punto fisso 147
6.3. Il caso continuo: esistenza 149
6.3.1. Teorema di esistenza 149
6.3.2. Prolungamento delle soluzioni 151
Capitolo 7. Complementi e temi da sviluppare 153
Bibliografia 169
Indice dei nomi 175
Indice analitico 177
Prefazione

Questo volume fa parte di tre volumetti — indipendenti ma con un filo condut-


tare comune — che intendono presentare alcuni temi di storia della matematica
e alcuni temi di matematica nel contesto storico, dagli antichi greci agli inizi
del 1900; quindi, storia e soprattutto matematica con le sue argomentazioni e
deduzioni che utilizzano soltanto metodi del puro ragionamento logico, senza
l’uso di evidenze geometriche o numeriche o retoriche, dimostrazioni, anche se
non sempre nel senso in cui lo intendiamo oggi.
Alla base di questi tre volumetti c’è anche il desiderio di presentare questi
temi alla riflessione soprattutto degli insegnanti e degli studenti di matematica
e, auspicabilmente, dei colleghi, con la speranza che il distacco storico e il senso
del poi rendano i fatti esposti fruibili e di aiuto alla riflessione.
Ma c’è di più. Come ogni attività umana, la matematica è una attività che
si svolge all’interno di una società che evolve storicamente, e fatti come quel-
li relativi alla sua o alle sue verità, al senso da attribuire al dimostrare sono
condizionati dal tempo e dalle conoscenze già acquisite. Ci sono però delle
caratteristiche specifiche della matematica:
◦ Si tratta di una scienza cumulativa: non ci sono rivoluzioni che cancellano
una teoria in favore di un’altra, come nelle scienze sperimentali (sempre
che si concordi che vi siano rivoluzioni nelle scienze sperimentali). Ci
possono invece essere, e ci sono stati, cambiamenti di prospettiva.
◦ Il processo storico consiste nel selezionare e nell’inglobare in un contesto
più ampio e astratto le conoscenze note, magari alla fine di lunghi periodi
di sperimentazione.
◦ I matematici, o almeno alcuni di essi per primi, sanno anche capire quan-
do il processo localmente è arrivato alla fine con delle “verità” condivise
unanimemente dall’intera comunità.
Se guardiamo alla storia della matematica, ma anche all’apprendimento ele-
mentare, vediamo infatti due aspetti che si susseguono e, spesso, coesistono
e che possiamo identificare, con il senno di poi e con i limiti connaturati al-
le schematizzazioni, come una fase sperimentale o procedurale e una fase di
astrazione o di concettualizzazione o di oggettivazione: una sorta di dualità
operazionale/strutturale che si manifesta anche nel dibattito se la matematica
x PREFAZIONE

si inventi o si scopra, riconducibile alle visioni epistemologica e ontologica di


Aristotele e di Platone. Nella prima fase si sperimentano e ci si abitua a proce-
dure e dimostrazioni che permettono di ottenere risultati, che poi diventeranno
casi particolari, utilizzando ipotesi al momento evidenti e che in un periodo suc-
cessivo non lo saranno più e suggeriranno la necessità di ulteriori motivazioni.
Successivamente, la maturazione delle idee porta ad una fase di astrazione o
concettualizzazione o oggettivazione. Nel seguito vedremo vari esempi. Ovvia-
mente il processo non è lineare nel tempo né nella esplicita comprensione delle
vari fasi e spesso ha richiesto molto tempo. Ad esempio, gli Elementi di Euclide
presentano la matematica (elementare) che probabilmente si è sviluppata nel-
l’arco di due o tre secoli. Il Calcolo infinitesimale introdotto alla fine del 1600
trova una sua presentazione ragionevole e coerente alla fine del 1800, dopo due
secoli di intenso uso.
Nella maturazione delle tecniche e delle idee, spesso quel che era evidente lo
è sempre meno. Intervengono spesso nuove scoperte, che, quando rilevanti, si
trasformano in nuovi oggetti matematici. Si ha allora un passaggio ad un grado
di maggiore astrazione, che permette di inglobare lo sviluppo precedente, senza
più preoccuparsi esplicitamente di tutti i dettagli raccolti nel corso dello svilup-
po; e poi si ricomincia ad un livello di astrazione superiore. Questo processo di
selezione e chiarificazione di fatti e concetti spesso riduce migliaia di pagine a
poche pagine, tramite la formazione di un linguaggio essenziale, preciso e sin-
tetico. Di conseguenza, per avere speranza di capire occorre spesso studiare e
digerire una lunga sequela di concetti di livello inferiore. Tuttavia, questo è uno
svantaggio con cui si deve convivere: rende più difficile la gestione dei concetti
che ne derivano e rende necessaria, di volta in volta, la costruzione di nuove
visioni che per buona parte non possono che essere personali. Da qui derivano
sicuramente parte delle difficoltà a capire gli scritti di matematica, anche da par-
te degli addetti ai lavori, e le difficoltà a ripercorrere lo sviluppo storico in tempi
e spazi ragionevoli e, ancor più, a dare una presentazione storica delle verità ac-
quisite. Ciononostante una presentazione storica ha il vantaggio di essere utile
alla comprensione e alla riflessione sul senso e, ovviamente, sulle motivazioni e
l’origine di molti concetti e metodi della matematica.
Quanto detto offre indubbiamente spunti di riflessione e, soprattutto, questio-
ni che impongono risposte che potremmo definire pedagogiche. Innanzi tutto
che cosa è elementare e cosa non lo è; cosa quindi sia opportuno insegnare in un
primo momento e cosa sia opportuno rimandare, e quali siano i modi più efficaci
e magari divertenti per insegnare questi fatti elementari e non; servirà poi una
riflessione sulla natura, ad esempio psicologica, dell’apprendimento matemati-
co; servirà definire le finalità e gli obiettivi da raggiungere; serviranno anche
dei metodi di valutazione atti a verificare se gli obiettivi siano stati raggiunti o
PREFAZIONE xi

meno, e cosı̀ via. Esistono una vasta letteratura e una altrettanto vasta sperimen-
tazione (come sempre, più o meno interessanti e utili) connesse alle domande
poste; ma è sempre presente il rischio di trasformare esigenze giustissime in una
nuova disciplina accademica, magari dimenticandosi dell’oggetto principale in
questione, nel nostro caso la matematica. Comunque, non essendo purtroppo
l’autore un esperto in questi argomenti, in questi volumetti non ci sarà nessuna
proposta o suggerimento nelle direzioni indicate dalle questioni appena poste.
Tuttavia questo non ci esime dal ribadire alcune considerazioni ben note sulla
utilità dell’insegnamento della matematica.
Parafrasando dalla Prefazione di [43], la matematica con la sua storia di più di
2500 anni è sicuramente una delle componenti fondamentali della nostra civiltà
come la filosofia, la letteratura, le religioni, le arti, le scienze in generale, non
solo quelle naturali ma anche quelle sociali, e la tecnologia; si può anzi dire che
tutta la nostra vita in realtà, anche in modo nascosto, si fonda sui risultati di
questa scienza:
◦ è utile, anzi essenziale, a fini pratici; nel tempo e particolarmente oggi
buona parte della tecnologia che utilizziamo o vediamo utilizzata non
sarebbe stata possibile senza un’enorme e spesso raffinata quantità di
matematica;
◦ è la struttura portante e sostiene il carico principale del ragionamento
scientifico ed è al centro delle più importanti teorie scientifiche; si può
dire che molta parte della fisica o della chimica non ci sarebbero senza
matematica; ma ormai essa è rilevante anche nelle scienze sociali come
quelle comportamentali, l’economia, le scienze politico-sociologiche, o
quelle relative all’analisi delle situazioni di rischio;
◦ ha fortemente contribuito a determinare la direzione e il contenuto di buo-
na parte del pensiero filosofico; molti filosofi sono stati anche matemati-
ci o, comunque, fortemente interessati alla matematica; infatti, essendo
la matematica l’espressione fondamentale della razionalità, essa è an-
che espressione della filosofia, perlomeno se questa vuole essere filosofia
razionale;
◦ ha generato la nostra logica a partire dai greci, passando per le raffinatezze
medievali, alle riflessioni metodologiche rinascimentali, alle intuizioni
leibniziane fino a Bolzano e Cantor e ai grandi logici-matematici del XIX
e XX secolo Frege, Russell, Hilbert, Gödel solo per citare pochi nomi,
tanto da poter dire che oggi la logica è un ramo della matematica;
◦ infine, ha influenzato nel corso dei secoli stili pittorici, musicali, architet-
tonici e anche letterari.
Ma, come sempre, c’è di più. Nelle parole del platonico Proclo, cfr. [101],
Questa è quindi la matematica: essa suscita in voi le forme invisibili dell’anima, dà vita alle
proprie scoperte, sveglia la mente e purifica l’intelletto; essa porta alla luce le nostre idee
xii PREFAZIONE

intrinseche, essa elimina l’oblio e l’ignoranza che sono con noi fin dalla nascita.

e in quelle di Robert Musil, cfr. [85],


Tutto il nostro progresso civile è nato con il suo [della matematica] aiuto [. . . ]. Ma soltanto
se, invece di guardare all’utilità esterna, consideriamo nella matematica stessa la proporzione
fra le parti utilizzate e le parti non utilizzate scorgeremo l’altro volto, il volto autentico, di
questa scienza. Il volto non finalizzato, ma antieconomico e passionale [. . . ]. La matematica
è un’ostentazione di audacia della pura ratio; uno dei pochi lussi oggi ancora possibili. [. . . ]
Alleghiamo un piccolo esempio [. . . ]. I pionieri della matematica ricavarono da certi principi
delle idee utilizzabili. Da quelle idee nacquero induzioni, tipi di calcolo, risultati. I fisici ci
misero su le mani e ne ricavarono nuovi risultati. Alla fine arrivarono i tecnici, accontentan-
dosi spesso di questi risultati, ci fecero su dei nuovi calcoli e crearono le macchine. Ma ad
un tratto, quando ogni cosa era stata realizzata per il meglio, saltan su i matematici [. . . ] e
si accorgono che nelle basi di tutta la faccenda c’è qualcosa che non torna. Proprio cosı̀, i
matematici guardarono giù al fondo e videro che tutto l’edificio è sospeso in aria [. . . ]. A
questo scandalo intellettuale il matematico reagisce in modo esemplare: lo sopporta con or-
gogliosa fiducia nella pericolosità del proprio intelletto [. . . ]. Noialtri dopo l’Illuminismo ci
siamo persi di coraggio. È bastato un piccolo fallimento per farci voltare le spalle all’intel-
letto, e permettiamo a ogni esaltato zuccone di tacciare di vano razionalismo le aspirazioni di
D’Alembert e Diderot. Andiamo in visibilio per il sentimento e diamo addosso all’intelletto.

In effetti per più di duemila anni una certa familiarità con la matematica è
stata considerata parte indispensabile del patrimonio intellettuale di ogni perso-
na colta, mentre oggi molte persone colte rifiutano la matematica anche come
oggetto di interesse culturale. Agli inizi del ventesimo secolo Henri Poincaré
già scriveva, cfr. [100]
Un fatto ci deve meravigliare o, meglio, ci dovrebbe meravigliare se non fossimo ormai abi-
tuati ad esso. Come può essere che ci siano persone che non capiscono la matematica? Se
la scienza invoca solo le regole della logica, quelle accettate dalle menti ben educate, come
è possibile che in cosı̀ tanti siano impervi ad essa come molti insegnanti di scuola media ci
testimoniano?

Nell’ambito di una scuola più formativa che informativa, l’esposizione alla


matematica e al suo sviluppo con il fluire di ragionamenti logici, la necessità
continua di un esame critico e del controllo del contesto e delle ipotesi nelle
quali si produce una tesi, l’attenzione nell’evitare tautologie e ragionamenti cir-
colari ecc., è un formidabile strumento per lo sviluppo delle competenze per
comprendere la realtà. A questo fine basterebbe forse esporre gli studenti ad
alcune delle problematiche già note che si sono imposte nei secoli, piuttosto che
costringere i più a risolvere spesso problemi dove lo studente è ridotto a sem-
plice esecutore se non altro perché i dati forniti sono sempre quelli necessari e
sufficienti per la conclusione. Volendo proseguire con l’insegnamento per pro-
blemi, sarebbe di gran lunga più utile fornire più dati o anche, perché no, meno
dati del necessario, in modo da lasciare spazio alla sperimentazione e all’inven-
zione. E comunque perché non dedicare un po’ di tempo ad illustrare il ruolo
della matematica nello sviluppo culturale complessivo? In fondo non tutti sono
PREFAZIONE xiii

particolarmente vogliosi di esercitarsi per acquisire gli aspetti più tecnici e di


questo bisognerà pur tener parzialmente conto.
In questi volumetti, come già detto, si parlerà di matematica o, meglio, di al-
cuni problemi specifici, con particolare riferimento a come sono stati affrontati
nei vari periodi storici, con errori e argomentazioni non necessariamente ‘mate-
matiche’ nel senso in cui lo intendiamo oggi, analizzando le ragioni sia interne
alla matematica sia esterne che hanno motivato l’introduzione di nuove idee e
tecniche. Come detto, l’idea guida è stata quella di fornire momenti di riflessio-
ne all’insegnante che vorrà dedicare del tempo alla loro lettura e trarre magari
stimoli di lavoro — in fondo, alla fine le responsabilità delle scelte restano del-
l’insegnante, ed è giusto che sia cosı̀ — e, più in generale, a quanti hanno voglia
di riflettere su queste cose. .
Veniamo ora al contenuto dei tre volumi. Aspetti della matematica prima del
Calcolo [51] comincia col discutere il problema dell’area per le figure geome-
triche nella matematica greca, la soluzione geometrica trovata dai Greci con la
teoria delle proporzioni e, soprattutto, il metodo di esaustione nei contributi di
Archimede. Prosegue col discutere la rinascita della matematica in Europa a
partire dal dodicesimo secolo, l’uso di metodi infinitesimali, l’evoluzione della
nozione di curva, l’introduzione del concetto di variazione, . . . , fatti che delinea-
no un cambiamento verso una visione sempre più analitica della matematica, e
ancora una serie di questioni che, viste a posteriori, sembrano delineare l’esi-
genza di un calcolo differenziale e integrale. La nuova filosofia della natura.
Misure, variazioni ed equazioni differenziali [53] riguarda la nascita del Cal-
colo con Newton e Leibniz e quindi la sintesi di variazione e integrazione che
si realizza con le equazioni differenziali, che portano alla nuova visione mate-
matica del mondo: la meccanica razionale e la gravitazione universale. Infine,
Funzioni e numeri [52], partendo dai grandi successi del Settecento, soprattut-
to nella descrizione del mondo reale, le equazioni differenziali delle vibrazioni,
delle onde, del calore e del potenziale gravitazionale, analizza la nuova visione
delle funzioni in termini di frequenze che, oltre a richiedere risposte a molte
questioni, impone un ripensamento, in termini di rigore e non solo, delle nozio-
ni di continuità, differenziabilità e integrazione, che troveranno un riequilibrio
nella nuova e più astratta teoria della misura a fine Ottocento e inizio Novecen-
to. Parte di questo sviluppo si ricollega alla fondazione delle nuove università
nello spirico humboldtiano, che si prefiggono di educare e avviare alla ricerca
e quindi richiedono una presentazione organica del materiale da presentare agli
studenti. Il volume si chiude con un piccolissimo sguardo su una piccolissi-
ma parte di un nuovo mondo che si sta aprendo, la matematica del ventesimo e
ventunesimo secolo.
Come detto fin dall’inizio, i tre volumetti possono essere letti e utilizzati se-
paratamente, ma il tema guida e allo stesso tempo unificante che ci ha guidato
xiv PREFAZIONE

sono le equazioni differenziali come sintesi di una visione matematica del mon-
do, le equazioni differenziali in quanto equazioni che coinvolgono gli elementi
differenziali, cioè le variazioni delle funzioni, e l’integrazione, cioè il processo
inverso che in modo ‘naturale’ porta, dopo un lungo cammino, alla nuova teo-
ria della misura che idealmente ci riporta al problema iniziale dell’area per gli
antichi greci.
Il lettore troverà ulteriori informazioni, anche sulla letteratura primaria e se-
condaria, ad esempio in [43] [44] da cui è tratto molto materiale dei primi due
volumetti1. Per quanto riguarda il terzo volume, molto materiale è tratto da [58]
[59] [61] [63] [64] e più in generale dalle opere citate in Bibliografia. Una fonte
di informazioni è ovviamente la “rete” dove si possono trovano molte opere qui
citate e non, contributi di esperti e meno esperti su qualunque argomento qui
trattato (un esercizio utile potrebbe essere quello di separare contributi interes-
santi da contributi meno interessanti o non corretti). Ovviamente enorme è la
letteratura tecnica che presenta in modo formale e coerente, nel linguaggio ma-
tematico contemporaneo, quanto viene solitamente raggruppato e denominato
come Analisi Matematica; per ovvi motivi l’autore non può che “propagandare”
[47] [46] [48] [49] [50].
Mi piace concludere questa prefazione ringraziando Giuseppe Modica, a cui
sono legato da una lunga amicizia e collaborazione scientifica, per aver letto
varie stesure di questi volumetti, aver eliminato molti errori e aver contribuito ad

1 Qui mi sembra opportuno fare qualche osservazione. A mio parere – da una parte a soste-
gno della tesi che in vari problemi matematici importanti ci sia a posteriori una sorta di filo
conduttore attorno a cui tentativi, errori, sperimentazione, idee, concetti e presentazione for-
male si diramano in direzioni a volte non buone o non corrette e a volte prefigurando quelle
corrette, e questo fin dalla matematica ellenica, e dall’altra per una migliore comprensione
delle motivazioni che hanno portato agli argomenti discussi nel terzo volume – i primi due
volumetti [51] [53] sono da ritenere parte integrante e utili all’intera opera non solo dal punto
di vista degli argomenti discussi ma anche perché operativamente spesso cercano di instau-
rare un confronto-rapporto tra la rappresentazione informale e la presentazione formale su
questioni relativamente più semplici di quelle discusse nel terzo volume [52].
Avendo discusso in un contesto più ampio vari aspetti della matematica dal periodo ellenisti-
co fino alla fine del Settecento in [43] e [44], come detto, molto materiale è tratto appunto da
quei volumi, spesso letteralmente. Infatti, essendo questi volumi diretti soprattutto a studenti
ed insegnanti e non avendo pretese accademiche, se non la speranza che il lavoro fatto potesse
essere apprezzato anche da colleghi accademici, non mi sembrava opportuno riferirsi sempli-
cemente a [43] e [44], che assieme assommano a circa 950 pagine, e limitarsi ad aggiungere
quanto già non presente.
Ma, essendomi stato comunicato che erano state sollevate difficoltà relativamente alla pub-
blicazione dei primi due volumetti, ho accettato l’offerta di pubblicare a stampa solo il terzo
volume e ho deciso di mettere a disposizione dei lettori interessati i primi due volumetti
all’indirizzo [Link]/giaquinta/.
PREFAZIONE xv

una migliore selezione e presentazione di vari argomenti. Gli errori che ancora
restano sono ovviamente da imputare all’autore.
Un ringraziamento va alle Edizioni della Normale che hanno accettato di
pubblicare il terzo volume, mentre i primi due volumetti si possono trovare
all’indirizzo [Link]/giaquinta/.

Firenze, Dicembre 2018


CAPITOLO 1

Il calcolo infinitesimale

L’invenzione – o, come pensano alcuni, la scoperta – del nuovo calcolo è una


delle componenti fondamentali che caratterizzano la rivoluzione scientifica del
Seicento. Il calcolo fu creato da Newton e da Leibniz in maniera indipendente
l’uno dall’altro e è possibile vedere, nelle due formulazioni, differenze concet-
tuali e formali tanto da far parlare di due invenzioni diverse. Il consolidamente
e gli sviluppi del secolo XVIII e XIX permettono comunque di riconoscere lo
stesso calcolo che, nel tempo e a seconda dei sostenitori, prende nomi diversi:
calcolo delle differenze o calcolo differenziale, calcolo infinitesimale, calcolo
differenziale e integrale o, semplicemente, calcolo.
Molti matematici, grandi e meno grandi, furono coinvolti nello sviluppo di
idee, di problematiche e di tecniche rilevanti nell’invenzione del calcolo, e molti
altri saranno coinvolti per quel che riguarda il suo consolidamento e per una
sua ragionevole fondazione concettuale che, possiamo dire, si realizza alla fine
del XIX secolo. Per comodità del lettore riassumiamo brevemente il contesto
culturale (matematico) in cui nasce il calcolo, cfr. [43] [51].
◦ Nel Seicento la nozione di curva subisce cambiamenti notevoli e una sem-
pre maggiore algebrizzazione; con motivazioni puramente matematiche o
meccanico-cinematiche vengono introdotte molte nuove curve e classi di
curve; vengono introdotti metodi di rettificazione e quadratura sempre più
generali, metodi per lo studio delle tangenti e delle normali e, infine, ci si
chiede anche di determinare curve per cui siano note relazioni sulle loro
tangenti. In conclusione, si può dire, si è alla ricerca di metodi generali e
unificanti per lo studio di questi problemi.
◦ Vengono introdotte quantità evanescenti, e quantità finite sono rappresen-
tate come somme infinite; si opera con quantità evanescenti la cui somma
infinita è finita.
◦ Diventa sempre più centrale l’esigenza di comprendere e definire nei lo-
ro aspetti sia teorici che sperimentali nozioni quali quelle di forza, di
velocità e di movimento.
Senza esagerare, possiamo dire che la svolta operata da Newton e da Leibniz
nelle direzioni appena indicate, come pure le implicazioni filosofiche e politico-
sociali – più in generale culturali – che derivano dalle loro azioni e dalle loro
2 1. IL CALCOLO INFINITESIMALE

opere sono di enorme importanza.


Dal punto di vista tecnico il calcolo di Newton e Leibniz è una specie di appa-
rato analitico per lo studio delle curve e delle variabili definite sulle curve. Per
noi oggi il calcolo riguarda le funzioni: è il calcolo della derivata o dell’integrale
di una funzione. Ma, per quanto possa sembrare strano, il concetto di funzione
appare solo dopo Leibniz e Newton. Anche successivamente, con Johann Ber-
noulli e Leonhard Euler, le funzioni sono solo una sorta di componente di una
formula, cioè espressioni che dipendono da costanti e da una quantità variabile.
Scrive Bernoulli, cfr. [8], [9] II, p. 241:
Qui chiamiamo funzione di una quantità variabile una quantità composta in un modo qualun-
que da questa quantità variabile e da costanti.
Sostiene Eulero, cfr. [30]:
Una funzione di una quantità variabile è un’espressione analitica composta in un modo qua-
lunque dalla quantità variabile e da quantità costanti.
Ancora, in [33]:
Se una quantità dipende da altre in modo che se queste cambiano essa cambia, la prima si dice
funzione delle altre. Questa termiologia è generale e include tutti i modi in cui una quantità
può essere determinata da altre.
Ma per avere una definizione moderna di ‘funzione’ bisognerà aspettare il
XIX secolo con Lejeune Dirichlet, Augustin-Louis Cauchy e Bernhard Bolzano,
e, soprattutto, il dibattito che coinvolge matematici come Emile Borel, René
Baire e Henri Lebesgue negli anni attorno al 1900.
In realtà è Leibniz a introdurre il termine matematico funzione [75], ma sem-
bra che le funzioni di Leibniz siano le funzioni di una curva, cioè indichino le
quantità definite da una curva. C’è da dire che anche il concetto di curva non
è ben definito nel Seicento ed in parte nel Settecento. È una sorta di concet-
to primitivo geometrico, a volte descritto appunto in modo geometrico, a volte
in modo cinematico, a volte come luogo di zeri o come categoria di oggetti,
come le curve geometriche e le curve trascendenti. Oggetto del calcolo erano
comunque le curve e le quantità variabili definite su una curva, come l’ascissa
x, l’ordinata y, la sottotangente t, la tangente τ , la lunghezza d’arco s, l’area Q,
la normale n e cosı̀ via, cfr. Figura 1.

1.1. Il calcolo di Newton

I SAAC N EWTON (1643-1727)1 è oggi noto per la formulazione della meccanica

1 L’anno di nascita è in accordo con il calendario Gregoriano che però fu adottato in Inghilterra
solo nel 1752; per questo viene anche data come anno di nascita il 1642 in accordo con il
1.1. IL CALCOLO DI NEWTON 3

F IGURA 1. Una curva e le sue variabili.

e della teoria della gravitazione universale e per l’invenzione del calcolo, da


cui le prime due dipendono fortemente. Pubblicò relativamente poco durante
la vita, ma tenne note di tutte le sue riflessioni. Questi manoscritti, prevalen-
temente ordinati da Newton stesso a vantaggio dei posteri, sono giunti a noi;
è stato quindi possibile per gli studiosi seguire, quasi mese per mese, l’evolu-
zione delle sue idee, ovviamente con interpretazioni spesso contrastanti, anche
in dipendenza del successivo studio dei singoli manoscritti. Il risultato è che
oggi abbiamo a disposizione un’enorme quantità di scritti di Newton e un’ancor
più enorme quantità di libri e lavori dedicati allo studio di questo materiale, cfr.
[110] [111] e per un breve resoconto [44]. In questo capitolo illustreremo il
calcolo di Newton, rimandando a più avanti per la meccanica e la gravitazione.
Rinunceremo a scrivere sulla vita di Newton, anche se la sua biografia, si veda
[111] [44], ci aiuterebbe a capire meglio la sua opera scientifica e, soprattutto,
il suo carattere, i legami con l’ambiente culturale e sociale che lo circonda e la
disputa con Leibniz.
Newton comincia a scrivere di matematica intorno al 1664 sotto l’influenza
di Wallis, ma la prima presentazione del calcolo che Newton abbia pubblicato
si trova nei Principia 1687 [86], Libro I Sezione I. Gli scritti newtoniani di
maggiore interesse sul calcolo, già terminati all’inizio degli anni 1670, furono
invece pubblicati solo successivamente. Per comodità del lettore ricordiamo le
opere principali.
◦ Nel 1669 Newton scrive il trattato De analysi per aequationes numero
terminorum infinitas [95] II, pp. 206-247, che fu pubblicato solo nel 1711
[88].

calendario giuliano al tempo in vigore: in questo modo l’anno di nascita di Newton coincide
con l’anno di morte di Galilei
4 1. IL CALCOLO INFINITESIMALE

◦ Ritornando sulle sue ricerche sulle tangenti e sulle quadrature, nel 1671
Newton scrive il lungo trattato De Methodis serierum et fluxionum, [95]
III, pp. 32-329. Il trattato sviluppa il metodo delle flussioni, in modo
fortemente correlato al metodo delle serie (all’inizio Newton include ed
espande il De Analysi), e le applicazioni di questa nuova arte analitica
allo studio della natura delle curve. Il trattato fu pubblicato solo nove
anni dopo la sua morte, a cura e nella traduzione inglese di John Colson
[92] nel 1736.
◦ Tra il 1691 e il 1692 Newton scrive il Tractatus de quadratura curvarum,
[95] VIII, pp. 92-167, ampliando un precedente De quadratura, in cui
riespone le sue idee sul calcolo. Spesso questo trattato è indicato come ri-
ferimento per il calcolo di Newton – una traduzione italiana si può trovare
in appendice al volume di Guido Castenuovo [16] che include anche una
traduzione del lavoro di Leibniz [73]. Parti furono inserite nel De Algebra
Tractatus historicus et practicus di John Wallis in [109]; successivamente
nel 1704, il trattato fu pubblicato come una delle appendici — l’altra è la
Enumeratio linearum tertii ordinis — dell’Opticks [87].
◦ A tutto questo andrebbe aggiunta parte della corrispondenza relativa alla
disputa sulla priorità con Leibniz e, in particolare, le due famose lettere
inviate da Newton a Oldenburg per Leibniz, note come Epistola Prior del
13 Giugno 1676 e Epistola Posterior del 24 Ottobre 1676, oltre al rappor-
to finale della Royal Society, noto come Commercium Epistolicum [90]
– una riproduzione si trova in [60], che può essere considerata l’ultima
opera matematica di Newton.
Newton ha tre redazioni principali del calcolo infinitesimale: la prima è quel-
la del De Analysis, composta nel 1669 ma pubblicata nel 1711; la seconda, in
cui compare la terminologia e la notazione delle flussioni, è contenuta nel De
Methodis serierum et fluxionum, redatto nel 1671 e pubblicato postumo; la terza,
in cui si trova il metodo delle prime e ultime ragioni, appare nel De quadratura;
quest’ultimo metodo è quello seguito nei Principia, pubblicati nel 1687.

1.1.1. Il metodo delle serie infinite


L’uso delle serie è piuttosto antico, Archimede usa la serie geometrica per la
quadratura della parabola, nel Seicento Mengoli calcola la somma di molte se-
rie telescopiche. Sulla base di specifici esempi (trattati più o meno nello stesso
tempo, ad esempio, da James Gregory, da Gregorio di San Vincenzo, da Merca-
tor e da Leibniz) Newton sviluppa metodi generali – metodo di interpolazione,
di divisione, di estrazione della radice, dei coefficienti indeterminati, di integra-
zione termine a termine – trovando gli sviluppi in serie di potenze praticamente
di tutte le funzioni conosciute (le potenze, le radici, le funzioni circolari e le
loro inverse, i logaritmi e gli esponenziali) e li mette alla base della sua teoria
1.1. IL CALCOLO DI NEWTON 5

delle quadrature. Non solo, essendo la quadratura l’inverso della derivazione, li


mette alla base della risoluzione del problema inverso del calcolo: determinare
la fluente dalla flussione. Vediamo ora alcune esemplificazioni; su alcune e su
altre torneremo in seguito in modo un po’ più sistematico.
1.1. La serie binomiale. Partendo dalla formula del binomio, che possiamo far
risalire a Pascal 1654
n ( )
n k
(1.1) (1 + x) = ∑
n
x,
k=0 k
dove, ricordiamo,
( )
n n! n(n − 1)(n − 2) . . . (n − k + 1)
:= = , ∀k, 0 ≤ k ≤ n,
k k!(n − k)! k!
Newton, usando metodi di interpolazione, di induzione e di analogia alla manie-

√ di Wallis, trova uno sviluppo in serie infinita del tipo ∑k=0 ak x della funzione
ra k

1 − x2 , il cui grafico è il semicerchio superiore di centro l’origine e raggio 1,


1 1
(1 − x2 )1/2 = 1 − x2 + x4 − . . .
2 8
In realtà, giustamente non soddisfatto della procedura di interpolazione, Newton
verificò la formula in due modi diversi: mostrando che il prodotto del termine a
destra per se stesso dà 1 − x2 e applicando il metodo dell’estrazione della radice
a 1 − x2 , si veda più avanti.
Più in generale, egli trovò (vedi 7.1 Capitolo 7) quella che oggi chiamiamo
la formula della serie binomiale
∞ ( )
α k
(1.2) (1 + x) = ∑
α
x, α ∈ R, |x| < 1.
k=0 k
per esponenti α razionali, α = p/q, dove
( ) {
α 1 se k = 0,
:= α (α −1)(α −2)...(α −k+1)
k k! se k ≥ 1.

1.2. Il metodo dei coefficienti indeterminati. Volendo sviluppare 1 + x New-
ton pone √
1 + x = 1 + ax + bx2 + cx3 + dx4 + · · ·
Elevando al quadrato e ordinando il secondo membro secondo le potenze cre-
scenti della x, si ottiene
1 + x = 1 + 2ax + (a2 + 2b)x2 + (2c + 2ab)x3 + (2d + 2ac + b2 )x4 + · · ·
da cui, uguagliando i coefficienti delle varie potenze
2a = 1, a2 + 2b = 0, c + ab = 0, 2d + 2ac + b2 = 0, . . . ,
6 1. IL CALCOLO INFINITESIMALE

deriva
√ x x2
1+x = 1+ − +....
2 8
1.3. Il metodo di quadratura. Rifacendosi a Wallis, Newton pone allora alla
base del suo metodo di quadratura le seguenti tre regole:
1. L’area sottesa dalla curva y = axm/n calcolata da 0 a x è n/(m+n)ax(m+n)/n .
2. Se y è somma (finita o infinita) di altre quantità y = y1 + y2 + . . ., l’area
sotto y è la somma delle aree di tutti i termini y1 , y2 , . . .
3. Se la curva ha equazione f (x, y) = 0 si svilupperà y nella forma y =
∑∞ αk
k=0 ak x , dove gli αk sono razionali, e si applicheranno le regole 1 e
2.
Relativamente alla terza regola osserviamo che questo è quanto di meglio si
possa sperare, anche se non è ovvio che si possa effettivamente fare: nel caso
dell’equazione polinomiale y2 − x3 = 0 abbiamo infatti o y = x3/2 o x = y2/3 .
1.4. Metodo della divisione. Cerchiamo lo sviluppo in serie di 1/(1 + x). Di-
videndo 1 per 1 + x, otteniamo come quoziente 1 e resto −x; dividendo il resto
−x per 1 + x otteniamo x come quoziente e x2 come resto; continuando cosı̀ si
otterrà quindi
1
= 1 − x + x2 − x3 + x4 − . . . ,
1+x
che, come dice Newton, è valida per x vicino a zero, per noi per |x| < 1. Per x
grande si potrebbe scrivere
(1.3)
1 1 1 1( 1 1 1 ) 1 1 1 1
= = 1 − + − + . . . = − 2 + 3 − 4 +...
1 + x x 1 + 1x x x x2 x3 x x x x

1.5. Metodo della radice. Consideriamo ancora una volta a2 + x2 , a > 0, x
vicino a 0. Scriviamo √
a2 + x2 = a + Γ0 ,
allora, elevando al quadrato,
a2 + x2 = a2 + 2aΓ0 + Γ20 .
Ignoriamo Γ0 2 — per x vicino a zero Γ0 è vicino a zero, quindi Γ0 2 è ancora più
vicino a zero — ottenendo
a2 + x2 ≃ a2 + 2aΓ0 ,
cioè
x2
Γ0 = .
2a
Scriviamo ora
√ x2
a2 + x2 = a + + Γ1
2a
1.1. IL CALCOLO DI NEWTON 7

per cui, elevando ancora al quadrato,


x4 x2
a2 + x2 = a2 + x2 + + 2(a + )Γ1 + Γ21 ;
4a2 2a
ignorando i termini Γ21 e x2 /(2a)Γ1 (più vicini a zero di quanto non lo sia x4 ),
troviamo allora
x4
Γ1 = − 3 .
8a
Ripetendo l’argomento, cioè scrivendo
√ x2 x4
a2 + x2 = a + − 3 + Γ2
2a 8a
e ignorando, come si direbbe oggi, gli infinitesimi di ordine superiore, si trova
x6
Γ2 = ,
16a5
cioè
√ x2 x4 x6
a2 + x2 ≃ a + − 3 + .
2a 8a 16a5

Continuando cosı̀ si ritrova lo sviluppo in serie di a2 + x2 .
Diamo ora qualche applicazione che Newton fa delle sue regole.
1.6. Sviluppo del logaritmo. Consideriamo l’iperbole
1
y= .
1+x
1
Come ben noto al tempo di Newton, l’area sotto l’iperbole y = 1+x nell’inter-
vallo [0, x] è il logaritmo di x + 1. Poiché
1
= 1 − x + x2 − x3 + x4 − . . . ,
1+x
applicando le Regole 1 e 2 troviamo
x2 x3 x4
ln(1 + x) = x − + − +...
2 3 4
1.7. Area del cerchio. Abbiamo
√ ∞ ( )
1/2
1 − x2 = ∑ (−1) k x2k
k
k=0
per cui
∞ ( )
π (−1)k 1/2
4 ∑
= .
0 2k k
8 1. IL CALCOLO INFINITESIMALE

F IGURA 2. Lunghezza dell’arco di circonferenza.

1.8. Lunghezza dell’arco di circonferenza. Con riferimento alla Figura 2 si


voglia calcolare la lunghezza dell’arco LD della semicirconferenza ADLE. In
termini moderni, posto CB =: x, vogliamo determinare lo sviluppo in serie di
potenze di x dell’arco il cui seno è x, cioè di arcsin x. Newton essenzialmen-
te — quanto presentiamo qui, tranne che per varianti irrilevanti, è quello che
fa Newton — considera il “momento della base” GH e il “momento dell’arco”
DH, cioè GH e DH infinitamente piccoli e identifica DH con il segmento cor-
rispondente sulla tangente, e dalla similitudine dei triangoli DGH, DBT e CBD
ricava √
HD : GH = DT : DB = DC : BD = 1 : 1 − x2 .
Dalla serie binomiale
∞ ( )
1 −1/2
√ =∑ (−1)n x2n , |x| < 1
1 − x2 n=0 n
ricava per somma o integrazione (l’arco come somma di infinitesimi d’arco)
∫ x ∫ x ∞ ( )
1 n −1/2 2n
arcsin x =
0

1 − t2
dt = ∑
0 n=0
(−1)
n
t dt
∞ ( ) 2n+1
n −1/2 x
(1.4) = ∑ (−1)
n=0 n 2n + 1
per |x| < 1. Con il metodo della inversione delle serie, cioè da

y= ∑ ak x k
k=0
trovando per gli opportuni bk

x= ∑ bk yk ,
k=0
egli determina quindi lo sviluppo in serie di sin x

x2n+1
sin x = ∑ (−1)n (2n + 1)!
.
n=0
1.1. IL CALCOLO DI NEWTON 9

F IGURA 3. Giustificazione della Regola 1.

Newton applicò il metodo delle serie a molti esempi proponendo algorit-


mi per la quadratura, il calcolo delle tangenti e della curvatura di varie curve,
in termini moderni, sviluppando cosı̀ gli algoritmi di derivazione per le curve
algebriche.
1.9. Sulle regole. La Regola 1, al di là della apparente presentazione algebrica
del calcolo fa uso, come da aspettarsi, degli infinitesimi.
Con riferimento alla Figura 3, AB = x, BD = y, Area ABD = z, siano Bβ = o
e Area BkHb = ov in modo che Area BDδ β = Area BkHb = ov. Egli considera,
ad esempio, una curva per cui
2 4
z = x3/2 equivalentemente z2 = x3 .
3 9
Allora si ha anche
4
(z + ov)2 = (x + o)3
9
da cui, semplificando e dividendo per o si ottiene 2zv + ov2 = 94 (3x2 + 3xo + o2 ).
Prendendo Bβ infinitamente piccolo per cui v = y e o nullo, concludiamo 2zy =
4/3x2 , cioè
y = x1/2 .
Nell’argomento precedente si può leggere tra le righe il teorema fondamen-
tale del calcolo ∫
d x
f (t)dt = f (x).
dx 0
In realtà è stata usata l’osservazione piuttosto evidente che, se A f (x) indica l’a-
rea sotto il grafico di f nell’intervallo [0, x], che per altro non è mai stata definita,
allora
d
A f (x) = f (x)
dx
e questo diventerà un teorema quando si definirà l’integrale e l’area e, soprat-
tutto, si introdurranno le funzioni. Nella Regola 2, apparentemente innoqua,
vediamo quella che per noi è il teorema di integrazione termine a termine per le
serie di potenze. Infine, in relazione alla Regola 3, è da menzionare, anche se noi
10 1. IL CALCOLO INFINITESIMALE

non ne discuteremo qui, il metodo del poligono di Newton, come è noto oggi.
Esso appare sia nel De Analysi che nel De Methodis e fu pubblicato nel Capi-
tolo 94 dell’Algebra di Wallis. Si tratta di un algoritmo, che risulterà rilevante
in geometria algebrica – dove appare anche come teorema di Puiseux, dal mate-
matico francese Victor Puiseux (1820–1883) – che permette, data un’equazione
algebrica
n
f (x, y) := ∑ ai j xi y j = 0,
i, j=1
di esprimere y come una serie

y= ∑ bk x α , k

k=1

dove gli αk sono numeri razionali.

1.1.2. Il metodo delle flussioni


Tra il 1670 e il 1671 Newton scrive un lungo trattato, il De Methodis Serierum et
Fluxinum, che nella parte iniziale include il De Analysi e quindi passa a illustrare
la sua arte analitica per discutere problemi tipici relativi allo studio delle curve.
Alla base del nuovo approccio, che Newton sviluppa tra il 1670 e il 1671,
c’è il fluire del tempo e la descrizione cinematica delle curve: le curve e più in
generale le quantità matematiche sono generate dal fluire continuo del tempo.
Come poi scriverà all’inizio del De quadratura curvarum nel 1704
Considero in questo lavoro le grandezze matematiche non come costituite di parti piccole a
piacere ma come generate da un moto continuo. Le linee vengono descritte non mediante
addizione di parti, ma per moto continuo di punti; le superfici per moto di linee; i solidi per
moto di superfici, gli angoli per rotazione dei loro lati; i tempi per flusso continuo e cosı̀ in
altri casi analoghi. Queste generazioni hanno veramente luogo in natura, e si osservano ogni
giorno nel movimento dei corpi.
In questo approccio cinematico, come pure nella sua formulazione geometrica
già presente nel De Methodis ma prevalente nei Principia e nel De quadratura,
appare evidente un tentativo da parte di Newton di dare un appropriato fonda-
mento alla sua arte analitica che elimini il ricorso agli infinitesimi che saranno
sostituiti dalle quantità evanescenti.
Tre sono gli elementi costitutivi della teoria: le quantità generate tramite un
flusso, chiamate fluenti ad esempio x = x(t), le velocità chiamate flussioni deno-
tate ẋ, i momenti delle quantità fluenti, quelli che per Leibniz sono ẋ dt e New-
ton indica con ẋo, gli addendi infinitamente piccoli tramite cui quelle quantità
crescono durante ciascun intervallo infinitamente piccolo di tempo:
Considero che il tempo fluisca o cresca per flusso continuo e che le altre quantità crescano
continuamente nel tempo e da questa flussione del tempo do il nome di flussioni alle velocità
con cui tutte le altre quatità crescono. Ed è anche dai momenti di tempo che do il nome di
1.1. IL CALCOLO DI NEWTON 11

momenti alle parti di ogni altra quantità generata in momenti di tempo. Descrivo il tempo
mediante una qualsiasi quantità che fluisca uniformemente.
A proposito dei momenti, scrive più in dettaglio nel De Methodis
I momenti delle quantità fluenti (cioè le loro parti indefinitamente piccole per addizione delle
quali esse crescono nei singoli spazi di tempo indefinitamente piccoli) stanno come le velo-
cità del fluire. Poiché se il momento di una quantità, come x, è espresso dal prodotto della
sua velocità m e della quantità infinitamente piccola o (cioè mo), i momenti delle altre v, y, z
saranno espressi da vo, yo, zo considerato che vo, xo, yo, zo, stiano tra loro come v, x, y, z.
Avverte infine Newton che non va identificato il tempo del calcolo flussionale
con il tempo reale: ogni quantità fluente la cui flussione è costante (ẋ = cost)
può essere usata come tempo flussionale.
Nel De Methodis Newton applica queste sue idee, in congiunzione con il
metodo delle serie, a vari problemi tipici — come, trovare massimi e minimi
di quantità, determinare le tangenti ad una curva, la curvatura e il raggio di
curvatura di una curva e calcolare le aree di figure curvilinee o le lunghezze di
curve, usando vari tipi di coordinate — riducendoli ai seguenti due problemi
generali:
◦ Problema 1. Data in modo continuo (cioè per ogni tempo) la lunghezza
dello spazio, trovare la velocità del moto in ogni tempo proposto.
◦ Problema 2. Data in modo continuo la velocità del moto, trovare la
lunghezza dello spazio descritto ad ogni tempo proposto.
Egli procede per esempi specifici, enunciando algoritmi di risoluzione e giu-
stificando questi algoritmi. Noi presenteremo solo alcuni esempi a scopo illu-
strativo, cominciando dal Problema 1 che Newton riformula come:
Data una relazione tra due quantità fluenti, determinare la relazione tra le flussioni.
Si noti che negli enunciati le formulazioni di Newton sono in accordo con
il metodo geometrico classico, sono le dimostrazioni ad usare gli ingredienti
infinitesimi dei momenti.
1.10. Il metodo diretto delle flussioni. Consideriamo con Newton l’equazione
polinomiale che lega le due quantità fluenti x e y
(1.5) x3 − ax2 + axy − y3 = 0.
La ricetta che Newton dà, cioè l’equazione che lega le due flussioni ẋ e ẏ, è
essenzialmente la stessa di quella proposta da Johann Hudde in una delle ap-
pendici dell’edizione latina della Geometria di Descartes a cura di De Beaune e
di Frans van Schooten e, nel caso che stiamo considerando, porta a
3ẋx2 − 2aẋx + aẋy + aẏx − 3ẏy2 = 0.
Questa equazione dà anche
ẏ 3x2 − 2ax + ay
= .
ẋ 3y2 − ax
12 1. IL CALCOLO INFINITESIMALE

E se l’equazione contiene radici? Come, ad esempio, nel caso dell’equazione



y2 − a2 − x a2 − x2 = 0.
Newton scrive √
z := x a2 − x 2
ottenendo
y2 − a2 − z = 0 e a2 x2 − x4 − z2 = 0.
Applicando l’algoritmo a queste equazioni polinomiali trova
2ẏy − ż = 0 e 2a2 ẋx − 4ẋx3 − 2żz = 0;
eliminando ż e sostituendo il valore di z, ottiene quindi

2ẏy + (−a2 ẋ + 2ẋx2 )/ a2 − x2 = 0,
che è l’equazione cercata.
Ovviamente il metodo funziona in presenza di più di un radicale, anche se
diventa più lungo in funzione di quanti radicali compaiono (bisognerà risolvere
un sistema di equazioni pari al numero dei radicali presenti per ricondursi a
equazioni polinomiali). Osserviamo che nel metodo descritto sono implicite le
regole per il calcolo delle flussioni per la somma (x +˙ y) = ẋ + ẏ, per il prodotto
˙ α
˙
(xy) = ẋy + xẏ, e per le potenze (x ) = α x α −1 ẋ.
Newton dà anche una dimostrazione della regola precedente affermando:
Un’equazione che esprime una relazione tra due quantità fluenti x e y esprimerà la stessa
relazione tra x + ẋo e y + ẏo, cosicché x e y potranno essere sostituite con x + ẋo e y + ẏo
nell’equazione in considerazione.
Nel caso dell’equazione (1.5), dopo aver sostituito x e y con x + ẋo e y + ẏo,
annullato il termine x3 − ax2 + axy − y3 , diviso per o e eliminati i termini nei
quali compare ancora o, si ottiene facilmente
3ẋx2 − 2aẋx + aẋy + aẏx − 3ẏy2 = 0
che è appunto l’equazione per le flussioni.
Pur non avendo dubbi sulla certezza del risultato, la dimostrazione precedente
agli occhi di Newton ha il difetto di usare gli infinitesimi, probabilmente per
questo egli cercò un fondamento più valido alla sua arte nel metodo delle prime
e ultime ragioni e in un approccio più geometrico. Ma prima di passare a questo
diamo ancora un esempio e facciamo qualche commento sul Problema 2.
1.11. Le tangenti. Vediamo come il metodo delle flussioni permette di deter-
minare la tangente ad una curva in un punto (meglio la sottotangente). Con
riferimento alla Figura 4 sia ED una curva la cui equazione è data in termini
dell’ascissa x = AB e dell’ordinata obliqua y = BD. Se l’ordinata si muove di
uno spazio infinitamente piccolo nella posizione b∂ (parallela a BD) di modo
che aumenta del momento c∂ , AB cresce del momento Bb che è uguale a Dc.
1.1. IL CALCOLO DI NEWTON 13

F IGURA 4. Determinazione della tangente o, più esattamente, della sottotangente a una curva.

Newton ora afferma che la linea che prolunga D∂ dell’arco ED taglia l’asse del-
le ascisse in T e che questa linea tocca la curva in D e ∂ ed è la tangente. Quindi
osserva che, essendo i triangoli Dc∂ e T BD simili, si ha
T B Bb
= .
BD c∂
Ora, l’algoritmo delle flussioni applicato all’equazione che definisce la cur-
va permette di determinare il rapporto ẋ/ẏ che non è altro che il rapporto dei
momenti dell’ascissa e dell’ordinata, per cui conclude che

TB = y .

Newton applica questo argomento a varie curve.
1.12. Il problema inverso. Il problema inverso, consistente nel passare dalla
curva alle aree o dalla flussione alla fluente e, più in generale nella soluzione di
un’equazione differenziale, è molto più complesso. Newton sa bene che mentre
la flussione di una fluente razionale è ancora razionale l’inverso non è vero: la
quadratura di 1/(1 + x) porta al logaritmo. Il problema diventa allora, quali
curve sono quadrabili? Ovviamente, ogni tavola che per una fluente dà la sua
flussione letta all’inverso diventa una tavola per la quadratura. Newton sviluppa
vari artifici piuttosto raffinati (come, ad esempio, cambiamenti di variabile) per
lo studio della quadratura delle curve, e in specifici casi ricorre all’integrazione
di un’equazione differenziale. Ad esempio, se vale una relazione del tipo
f (x, ẏ/ẋ) = 0
con f polinomiale, sarà possibile scrivere ẏ/ẋ come serie di Puiseux di x e quindi
quadrare almeno localmente vicino a zero.
Nel De quadratura studierà in generale la possibilità di quadrare curve del
tipo y = xϑ Rλ Sµ T ν dove R, S, T sono espressioni della forma ∑∞ nk
k=0 ak x , ma
noi non entreremo in dettagli. Ricordiamo infine che intorno al 1690 Newton
formulò metodi per il calcolo approssimato delle aree nel contesto dei suoi studi
sull’interpolazione, cfr. ad esempio [88]. L’idea di fondo è che, fissati n + 1
valori yi della fluente y = f (x), possiamo costruire un polinomio p(x) = a0 +
14 1. IL CALCOLO INFINITESIMALE

a1 x + a2 x2 + · · · + an xn che interpola la funzione y = f (x), cioè che sia tale che


yi = y(xi ) = p(xi ). L’area delimitata da p(x), che possiamo facilmente calcolare,
approssima allora l’area di f (x), almeno se n è grande.

1.1.3. Il metodo delle prime e ultime ragioni


La matematica del movimento, in qualche modo giustificata dall’effettivo verifi-
carsi dei fenomeni, espressa dalla fluente u, dalla flussione u̇ e dai momenti, che
moltiplicati per gli infinitesimi temporali u̇o e sommati, danno lo spazio o l’a-
rea sottesa dalla curva, non sembrano soddisfare Newton. Nei Principia infatti,
riferendosi al De Quadratura, riformula il suo calcolo in termini di rapporto
delle prime e ultime ragioni e, in definitiva, in termini geometrici, con il chia-
ro intento di fondare la sua nuova arte sulla geometria, quasi con un ritorno a
Barrow e, a suo dire, agli Antichi. Il metodo delle prime e ultime ragioni viene
presentato da Newton nella Sezione I del primo Libro dei Principia, ma pri-
ma di illustrarne qualche dettaglio conviene rileggere il commento dello stesso
Newton nello Scolio alla fine della prima sezione del primo libro dei Principia,
[94], pp. 152-154:
[. . . ] In verità ho premesso questi lemmi per sfuggire alla noia di dedurre, secondo l’usanza
dei vecchi geometri, lunghe dimostrazioni per assurdo. Col metodo degli indivisibili le dimo-
strazioni sono rese più brevi. Ma poiché l’ipotesi degli indivisibili è piuttosto ardua, e poiché
quel metodo è stimato meno geometrico, ho preferito ridurre le dimostrazioni delle cose se-
guenti alle prime e ultime somme e ragioni di quantità evanescenti e nascenti, ossia ai limiti
delle somme e ragioni, e premettere, perciò, il più brevemente possibile, le dimostrazioni di
quei limiti. Questo stesso, infatti, viene fatto anche col metodo degli indivisibili; ed essendo
stati dimostrati i principi, li possiamo già usare in modo più sicuro. Perciò se nel seguito mi
capiterà di considerare le quantità come costituite da particelle determinate, o mi capiterà di
prendere segmenti curvilinei come retti, vorrò significare non particelle indivisibili ma divi-
sibili evanescenti, non somme e ragioni di parti determinate, ma sempre limiti di somme e
ragioni; e la forza di tali dimostrazioni si richiamerà sempre al metodo dei lemmi precedenti.
Si obietta che non esiste l’ultimo rapporto di quantità evanescenti, in quanto esso, prima che
le quantità siano svanite non è l’ultimo, e allorché sono svanite non c’è affatto. Ma con
lo stesso ragionamento si può giustamente sostenere che non esiste la velocità ultima di un
corpo che giunga in un certo luogo, dove il moto finisce. La velocità, infatti, prima che un
corpo giunga nel luogo non è l’ultima, e quando vi giunge non c’è. La risposta è facile: per
velocità ultima si intende quella con la quale il corpo si muove, non prima di giungere al
luogo ultimo nel quale il moto cessa, né dopo, ma proprio nel momento in cui vi giunge:
ossia, quella stessa velocità con la quale il corpo giunge al luogo ultimo e con la quale il moto
cessa. Similmente, per ultime ragioni delle quantità evanescenti si deve intendere il rapporto
delle quantità non prima di diventare nulle e non dopo, ma quello col quale si annullano.
Parimenti, anche la prima ragione delle quantità nascenti è il rapporto col quale nascono. E la
prima e ultima somma è quella con cui iniziano e cessano di essere (ossia di essere aumentate
o di essere diminuite). Esiste un limite che la velocità alla fine del moto può raggiungere ma
non superare. Questa è l’ultima velocità. E un identico limite è il rapporto di tutte le quantità
e proporzioni incipienti ed evanescenti. E poiché questo limite è certo e definito, il problema
1.1. IL CALCOLO DI NEWTON 15

F IGURA 5. Lemma II, Sezione I Libro I dei Principia.

di determinarlo è veramente geometrico. In quanto, tutto ciò che è geometrico può essere
assunto legittimamente per determinare e dimostrare gli altri problemi geometrici.
Si può anche obiettare che se vengono date le ultime ragioni delle quantità evanescenti, saran-
no date anche le ultime grandezze, e in tal modo ogni quantità sarà costituita da indivisibili,
contro quanto Euclide dimostrò circa gli incommensurabili nel decimo libro degli Elementi.
Questa obiezione, però, si basa su una falsa ipotesi. Le ultime ragioni con cui quelle quantità
si annullano non sono in realtà le ragioni delle ultime quantità, ma i limiti ai quali le ragioni
delle quantità decrescenti si avvicinano sempre, illimitatamente, e ai quali si possono avvici-
nare per più di qualunque differenza data, e che, però, non possono mai superare, né toccare
prima che le quantità siano diminuite all’infinito. La cosa si capisce più chiaramente nel-
l’infinitamente grande. Se due quantità, delle quali è data la differenza, vengono aumentate
all’infinito, sarà data la loro ultima ragione, soprattutto la ragione di uguaglianza, e, tuttavia,
non saranno date le quantità ultime o massime delle quali questa è la ragione [. . .]
In quest’ultimo passo, come in altri analoghi, spesso si è voluto vedere un’an-
ticipazione della moderna teoria dei limiti. C’è però da tener presente che qui il
contesto è geometrico e l’algoritmo di limite è solo intuitivamente delineato.
La Sezione I del Libro I dei Principia, dedicato al metodo delle prime e ul-
time ragioni che, sostituendo le quantità indivisibili con le quantità evanescenti
(grandezze che tendono a zero (?)) dà una fondazione geometrica del calcolo,
contiene undici lemmi e uno Scolio finale, di cui abbiamo riportato una buona
parte. L’approccio sembra essere archimedeo, nel senso che sembra di essere
in presenza del metodo di Archimede, almeno nella sua forma seicentesca, in
formulazione dinamica. L’intero metodo si basa infatti sul Lemma I, cfr. [94],
p. 141, dimostrato in modo classico per assurdo:
L EMMA I. Le quantità, come anche i rapporti fra quantità, che costantemente tendono all’u-
guaglianza in un qualsiasi tempo finito e prima della fine di quel tempo si accostano l’una
all’altra più di una qualsiasi differenza data, divengono infine uguali.
Dal Lemma II al Lemma V si discute della quadratura delle curve. Sulla base
del Lemma I, nel Lemma II, Newton stabilisce con riferimento alla Figura 5:
L EMMA II. Se in una figura qualsiasi, AacE, delimitata dalle rette Aa, AE e dalla curva,
acE, vengono inscritti un qualsiasi numero di parallelogrammi Ab, Bc,Cd, ecc. con le basi
AB, BC,CD, ecc. uguali, e con i lati Bb,Cc, Dd, ecc. paralleli al lato Aa della figura; e si
completano i parallelogrammi aKbl, bLcm, cMdn, ecc., allora, se la larghezza di questi pa-
rallelogrammi diminuirà e il loro numero aumenterà all’infinito, dico che le ultime ragioni
16 1. IL CALCOLO INFINITESIMALE

F IGURA 6. Lemma VII, Sezione I Libro I dei Principia.

che hanno fra di loro la figura inscritta AKbLcMdD, quella circoscritta AalbmcndoE, e quella
curvilinea AabcdE, sono ragioni di uguaglianza.
I lemmi successivi stabiliscono che non è necessario che le larghezze dei pa-
rallelogrammi siano uguali e che, per l’uguaglianza di due figure, basta che i
rapporti delle somme dei parallelogrammi inscritti tendano a essere uguali.
I Lemmi finali, dal VI all’XI riguardano infine le ragioni fra le corde e gli
archi e tra triangoli evanescenti, da cui deduce
L EMMA X. Gli spazi descritti da un corpo spinto da una qualunque forza finita, tanto che
quella forza sia determinata e immutabile, quanto che la medesima sia di continuo aumentata
o diminuita, sono, al primo inizio del moto, proporzionali al quadrato dei tempi.
Facendo riferimento alla Figura 6, riportiamo solo i Lemmi VI e VII.
L EMMA VI. Se un arco qualsiasi ACB di posizione data è sotteso dalla corda AB e in qualun-
que punto A, al mezzo di una curvatura continua, viene toccato dalla retta AD, prolungata da
entrambe le parti, e se i punti A e B si accostano fra loro fino a congiungersi, dico che l’angolo
BAD, contenuto fra la corda e la tangente, verrà diminuito all’infinito e da ultimo diventerà
evanescente.
[Questa è la dimostrazione:] Se infatti quell’angolo non divenisse evanescente, l’arco ACB,
insieme alla tangente AD, conterrebbe un angolo uguale a quello rettilineo, e di conseguenza
la curvatura nel punto A, contro l’ipotesi, non sarebbe continua.

L EMMA VII. Ferme restando le medesime cose, dico che l’ultima ragione fra l’arco, la corda
e la tangente è, scambievolmente, una ragione di eguaglianza.
[Questa è la dimostrazione:] Infatti, mentre il punto B si accosta al punto A si supponga sempre
che AB e AD siano prolungati fino ai punti lontani b e d, e si tracci bd parallela alla secante
BD. Sia l’arco Acb sempre simile all’arco ACB; essendo stati congiunti i punti A e B, l’angolo
dAb, per il lemma precedente, diventerà evanescente: allora, le rette sempre finite Ab e Ad,
e l’arco intermedio Acb coincideranno, e per conseguenza saranno uguali. Per la qual cosa,
le rette AB e AD e l’arco intermedio ACB, sempre proporzionali ai precedenti, diventeranno
evanescenti e avranno per ultima ragione l’uguaglianza.
Nei Principia Newton ritornerà sul calcolo differenziale solo nel Lemma II
della Sezione II del Libro II, nel mezzo della discussione del moto dei corpi ai
quali viene opposta resistenza proporzionale alla velocità, quando dà le regole
per il calcolo dei momenti, cioè le regole di derivazione.
1.1. IL CALCOLO DI NEWTON 17

L EMMA II Il momento di una quantità generata è uguale ai [alla somma dei] momenti dei
singoli lati che la generano moltiplicati ogni volta per gli esponenti delle potenze dei medesimi
lati e per i coefficienti.
Ci sono due ragioni per soffermarsi su questo lemma. La prima è la dimo-
strazione che Newton ne dà, che ovviamente si basa su una compensazione di
errori. La dimostrazione inizia cosı̀:
Un qualsiasi rettangolo AB aumentato con un moto continuo quando si sottraggono dai lati A e
B la metà dei momenti 1/2a e 1/2b, diviene A − 1/2a per B − 1/2b, o AB − 1/2aB − 1/2bA +
1/4ab; ma non appena i lati A e B vengono aumentati con altre metà di momenti, il rettangolo
diventa A + 1/2a per b + 1/2b o AB + 1/2aB + 1/2bA + 1/4ab. Da questo rettangolo si sot-
tragga il primo rettangolo: rimarrà l’eccedenza aB + bA. Dunque con gli interi incrementi a e
b si genera l’incremento del rettangolo aB + bA.
Al punto X del suo The Analyst, 1734 [3], George Berkeley (1685-1753) criti-
cherà questa dimostrazione:
Ma è evidente che il Metodo diretto e vero per ottenere il Momento o Incremento del Rettan-
golo AB è di prendere i Lati incrementati per i loro interi Incrementi e moltiplicarli, A + a per
B + b, il Prodotto AB + aB + bA è il rettangolo incrementato; conseguentemente, se sottraiamo
AB, il resto aB + bA + ab sarà il vero Incremento del Rettangolo, esso eccede quello prece-
dentemente ottenuto [da Newton] con un metodo illegittimo e indiretto per la quantità ab. E
questo succede universalmente qualunque siano le Quantità a e b, grandi o piccole, Finite o
Infinitesime, Incrementi, Momenti o Velocità. Né vale dire che ab è una quantità piccola:
poiché ci è stato detto in rebus mathematicis errores quam minimi non sunt contemnendi2.
La seconda ragione è lo Scolio che segue il Lemma II. Nelle prime due edi-
zioni dei Principia Newton riconosceva esplicitamente i contributi di Leibniz
alla creazione del calcolo infinitesimale. Citava il suo carteggio con Leib-
niz del 1676, menzionava il crittogramma in cui aveva celato il suo metodo e
aggiungeva
Quell’uomo eccellentissimo rispose che aveva anche lui trovato un metodo analogo, e mi
comunicò il suo metodo, che poco differiva dal mio se non per le parole e per le notazione da
lui usata.
Nella terza edizione questo riconoscimento viene completamente soppresso e
sostituito con
In una mia lettera al Signor J. Collins, datata 10 dicembre 1672, in cui descrivevo il meto-
do delle tangenti che sospettavo identico a quello di Sluse, allora non ancora reso pubblico,
aggiunsi: Questo è una particolarità, o piuttosto un corollario del metodo generale che si
estende, senza alcuna difficoltà di calcolo non solo alle tangenti da condurre a curve qualsiasi,
sia geometriche sia meccaniche o comunque relative a linee rette o altre curve, ma anche alla
risoluzione di altri più astrusi generi di problemi intorno alle curvature, aree, lunghezze, centri
di gravità delle curve, ecc., né (come il metodo dei massimi e minimi di Hudde) è ristretto a
quelle sole equazioni che sono libere da quantità irrazionali. Intrecciai tale metodo con quello
mediante cui stabilisco di studiare le equazioni riducendole a serie infinite. Fin qui la lettera.

2
La citazione latina è dal De Quadratura di Newton.
18 1. IL CALCOLO INFINITESIMALE

E queste ultime parole riguardano il trattato che su queste cose ho scritto nell’anno 1671. Il
fondamento di questo metodo generale è contenuto nel lemma precedente.

1.2. Il calcolo di Leibniz

G OTTFRIED W ILHELM L EIBNIZ è forse l’ultimo pensatore universale. Si oc-


cupò di logica — anticipando di circa due secoli aspetti degli sviluppi logico-
matematici della seconda metà dell’Ottocento; questi contributi cominciarono
però a essere divulgati soltanto agli inizi del Novecento [20] quando era ormai
tardi perché potessero esercitare ogni influenza, ma risultarono importantissimi
per la comprensione della filosofia leibniziana, cfr. [104] —, di matematica —
fu con Newton l’inventore del calcolo infinitesimale —, di filosofia naturale —
a Leibniz può esser fatto risalire il concetto fisico di azione e il principio di mi-
nima azione — e, soprattutto di metafisica — a volte ci si riferisce a Leibniz
come all’ultimo grande metafisico. Egli si occupò anche di astronomia, di chi-
mica e di geologia; di botanica, di psicologia, di medicina e di storia naturale;
di giurisprudenza, di etica e di filosofia politica; di storia, di lingue europee e
di cinese, di linguistica, di etimologia e di filologia; di teologia. Dedicò mol-
to tempo ad un’ampio spettro di attività pratiche: dalla riforma del diritto alla
riunificazione delle chiese, dalla diplomazia alle riforme istituzionali, dalla pro-
gettazione di nuovi tipi di carrozze e di sistemi di drenaggio dell’acqua nelle
miniere dello Harz, alla costruzione di una macchina calcolatrice più raffinata
di quella di Pascal, all’organizzazione di società scientifiche e accademie, alla
vendita di calendari e alla coltivazione dei bachi da seta utili per finanziarle.
Leibniz non pubblicò molto durante la sua vita e le sue opere sono state edite
soprattutto dopo la sua morte. A partire dal 1923 l’Accademia delle Scienze
a Berlino sta pubblicando le opere complete di Leibniz, previste in circa 120
volumi [78]. Relativamente alle opere matematiche menzioniamo [77] [17] [11]
[55]. Per ulteriori informazioni rimandiamo, ad esempio, a [83] [84] e [44]

1.2.1. Il calcolo: introduzione


Nel mese di ottobre del 1684 Leibniz pubblica sugli Acta Eroditorum di Lipsia
il lavoro Nova methodus pro maximis et minimis, itemque tangentibus, quae
nec fractas nec irrationales quantitates moratur, et singulare pro illis calculi
genus3 [Nuovo metodo per i massimi e minimi, nonché per le tangenti, che non

3
Questo lavoro è stato ristampato più volte e tradotto i varie lingue; in appendice a [16] si
trova una traduzione in italiano a cura di Ettore Carruccio, un’altra traduzione si trova in [25],
essenzialmente riportata in [44].
1.2. IL CALCOLO DI LEIBNIZ 19

si arresta davanti alle quantità fratte o irrazionali, e per quelli un singolare genere
di calcolo] che segna la nascita del calcolo infinitesimale.
La Nova methodus è un articolo molto breve (solo sei pagine), con molti erro-
ri di stampa (successivamente corretti da Leibniz) che contribuirono a renderne
inizialmente difficile la comprensione; soprattutto ha una struttura algoritmica
che omette ogni spiegazione e che, come vedremo, operativamente usa nozio-
ni infinitesimali ma logicamente forse si spiega e motiva meglio, come lo stesso
Leibniz sembra suggerire nella Historia et origo calculi differentialis e vedremo
fra poco, in termini delle sue idee filosofiche di concetto completo e principio
di continuità. Come Leibniz sosteneva la sua metafisica è tutta matematica nel
senso che argomentazioni e concetti matematici spesso si estendono o si gene-
ralizzano ad argomentazioni metafisiche o forniscono illustrazioni metafisiche;
viceversa, anche se egli sostiene che bisogna evitare la metafisica nel fare mate-
matica, la sua metafisica e, soprattutto la sua logica, influenza come vedremo la
sua matematica.
La Nova Methodus comincia cosı̀:
Siano dati, cfr. Figura 7, l’asse AX e più curve come VV , WW , YY , ZZ, le cui ordinate V X,
W X, Y X, ZX, normali all’asse, siano chiamate rispettivamente v, w, y, z. Il segmento AX,
tagliato sull’asse, sia chiamato z.
Le tangenti siano V B, WC, Y D, ZE, le quali incontrano l’asse rispettivamente nei punti B, C,
D, E.
Ora si indichi con dx un certo segmento preso arbitrariamente, e si indichi con dv (o dw, o dy,
o dz) il segmento che sta a dx, come v (o w, o y, o z) sta a XB (o XC, o XD, o XE), cioè dv (o
dw, o dy, o dz) è la differenza delle v (o delle w, o delle y, o delle z).
Fatte queste premesse, le regole del calcolo saranno le seguenti:
Sia a una quantità costante, sarà da = 0 e d(ax) = adx.
Se y = v (ossia se un’ordinata qualsiasi della curva YY è uguale ad una qualsiasi ordinata
simmetrica della curva VV ) sarà dy = dv.
Ora l’Addizione e la Sottrazione: se
z−y+w+x = v
risulterà
d(z − y + w + x) = dz − dy + dw + dx.,
La Moltiplicazione,
d(xv) = xdv + vdx,
ovvero, posto y = xv, sarà
dy = xdv + vdx,
poiché è ad arbitrio usare la forma xv oppure, al posto di questa, abbreviando, la lettera y.
Si deve osservare che, in questo calcolo, x e dx sono trattati come y e dy o qualsiasi altra
variabile e il suo differenziale.
Segue la regola della divisione
v ydv − vdy
d( ) = ,
y y2
20 1. IL CALCOLO INFINITESIMALE

F IGURA 7. Tavola dalla Nova methodus.

e, come conseguenza, la regola della differenziazione delle potenze: se y = xn , n


intero
dy = nxn−1 dx,
più in generale, se y = xn/m cioè ym = xn , allora mym−1 dy = nxn−1 dx cioè ancora
n n
dy = x m −1 .
m
Questo permette di differenziare espressioni che contengono somme, prodotti e
radici. Il lavoro si conclude derivando con il nuovo calcolo la legge di rifrazione
dal principio di tempo minimo di Fermat e risolvendo il cosiddetto problema di
de Beaune su cui ritorneremo più avanti, avendo però prima fatto le seguenti
osservazioni sul suo metodo:
La dimostrazione di tutte le regole esposte sarà facile per chi è versato in questi studi [nei
quali] finora la seguente unica cosa non è stata sufficientemente ponderata: che si posso-
no riguardare dx, dy, dv, dz, come proporzionali alle differenze, ossia agli aumenti o alle
diminuzioni istantanee di x, y, v, z (rispettivamente).
Ne risulta che, data una qualsiasi equazione, si può scrivere subito la sua equazione differen-
ziale. Ciò avviene sostituendo ad ogni termine (cioè ad ogni parte che concorra a formare
l’equazione soltanto con addizioni e sottrazioni) semplicemente la quantità differenziale del
termine. Invece per un’altra quantità (che non sia essa stessa un termine, ma concorra a forma-
re un termine) si deve usare la sua quantità differenziale, per formare la quantità differenziale
del termine stesso; non però semplicemente, ma con l’algoritmo fin qui esposto. Invero i meto-
di finora pubblicati non presentano tale passaggio; per lo più infatti usano un segmento, come
1.2. IL CALCOLO DI LEIBNIZ 21

DX, o un altro analogo, ma non il segmento dy, che è il quarto proporzionale dopo DX, XY,
dx, e in questo modo scompigliano tutto. Quindi [quei metodi] prescrivono di fare sparire per
prima cosa le quantità frazionarie e irrazionali (nelle quali entrano le variabili). È pure eviden-
te che il nostro calcolo si estende alle curve trascendenti [cioè] che non si possono ricondurre
al calcolo algebrico, o che non sono di grado determinato. E ciò in modo generalissimo, senza
ricorrere ad alcuna particolare ipotesi, che non sempre si verifica, purché si ritenga in genere
che trovare la tangente è condurre una retta che congiunga due punti aventi una distanza infi-
nitamente piccola, ossia tracciare il lato prolungato di un poligono infinitangolo, che per noi
equivale alla curva.
Quella distanza infinitamente piccola, poi, può sempre essere espressa mediante un certo dif-
ferenziale noto, ad esempio dv, o mediante una relazione con questo, cioè per mezzo di una
certa tangente nota.
In particolare, se y fosse una quantità trascendente, ad esempio un’ordinata di una cicloide,
ed essa entrasse in un calcolo per mezzo del quale fosse determinata proprio l’ordinata z di
un’altra curva e fosse richiesto dz, o, per mezzo di questo, la tangente di quest’ultima curva,
in ogni caso bisognerebbe determinare dz per mezzo di dy e si avrebbe dy, poiché si ha la
tangente della cicloide.
Proprio la tangente della cicloide, inoltre, se si immaginasse di non averla ancora, potrebbe in
modo simile esser ricavata col calcolo da una proprietà data dalle tangenti del cerchio.
In altre parole gli infinitesimi, nascosti nelle dimostrazioni diventano i para-
metri fondamentali per descrivere le curve tramite i differenziali dx e dy. Ad
ogni curva F(x, y) = 0 possiamo associare la sua equazione differenziale che
avrà una forma del tipo
A(x, y)dx + B(x, y)dy = 0.
Risolto il problema della tangente, il problema fondamentale diventa ora quel-
lo inverso delle tangenti: da quest’ultima equazione risalire alla forma chiusa
F(x, y) = 0 della curva, quando questo non sarà possibile è l’equazione diffe-
renziale che definisce la curva. Ripetiamo, questioni esistenziali sono in linea di
principio ignorate nel Seicento. Questo sarà il problema fondamentale attorno
a cui ruoteranno la geometria delle curve e delle superfici, la meccanica, l’idro-
dinamica, l’astronomia, in breve, l’intero universo delle scienze fisiche e questo
sarà l’approccio preso fin da subito dai matematici continentali e, soprattutto, da
Jakob e Johann Bernoulli e da Eulero (assieme a molti altri) che cambieranno il
corso della matematica e della fisica. Anche Newton aveva introdotto un meto-
do che unito al metodo degli sviluppi in serie portava alla risoluzione in linea di
principio di tutte le equzioni differenziali polinomiali anche se queste soluzioni
avevano carattere locale. Questo assieme alla disputa sulla priorità e superio-
rità del metodo di Newton rispetto a quello di Leibniz (finita con una sentenza
della Royal Society emessa con Newton presidente) a favore di Newton, convin-
se i newtoniani (forse non Newton, che suggeriva di usare gli sviluppi in serie
quando non era possibile trovare la soluzione in forma chiusa) che, il problema
inverso essendo in linea di principio risolto in termini di sviluppi in serie, la
questione vera fosse dare certezza al metodo stesso. Non rinunciando al metodo
22 1. IL CALCOLO INFINITESIMALE

universale degli sviluppi in serie e isolandosi, i matematici britannici si preclu-


sero la via verso i nuovi sviluppi del calcolo. Cosı̀ scrive Johannes Bernoulli a
Leibniz il 29 luglio 1713, cfr. [14] pp. XXI-XXII:
Ora un certo Cheyne [nel Methodus fluxionum inversa] se ne va in giro a dire che negli ultimi
venti o trenta anni non abbiamo pubblicato nulla, che non sia un’ennesima ripetizione o al
più un corollario di poco peso di ciò che Newton aveva trovato prima; quasi che per noi non
fosse rimasto nulla da fare e che non siano di nessun pregio le cose che abbiamo pubblicato,
e delle quali in Newton non si trova la minima traccia, come le catenarie, le velarie, le iso-
crone paracentriche, le brachistocrone, le nuove proprietà della cicloide e i suoi innumerevoli
segmenti quadrabili, il calcolo degli esponenziali e il metodo di differenziarli, la misura delle
coevolute, il moto trattorio e reptorio, la riduzione delle curve alle circolari, e innumerevoli
altre questioni che gli inglesi in parte tentarono, ma con tutto il loro calcolo delle flussioni
hanno lasciato irrisolte, come si vede dal solo problema della catenaria e della trasformazione
delle curve, al quale hanno sudato per lungo tempo senza produrre altro che turpi paralogismi.

1.2.2. Il calcolo: metafisica e tecniche


Le quantità infinitamente piccole del calcolo furono criticate anche nel Conti-
nente e lo stesso Leibniz presentò di volta in volta immagini diverse: infinita-
mente piccole come le grandezze fisiche trascurabili, come riconducibili all’e-
saustione archimedea, come nozioni ideali, come finzioni; ma probabilmente
i differenziali di Leibniz hanno la loro origine, oltre che nell’uso matematico,
nella sua filosofia e, più precisamente, nei seguenti tre elementi chiave di natura
logico-metafisico:
◦ Per tutta la vita Leibniz aspirò ad una characteristica universalis, cioè ad
un linguaggio con una struttura che permettesse di ridurre i pensieri in
forma matematico-combinatorica e le operazioni mentali in un calculus
ratiocinator capace di verificare la correttezza dei ragionamenti e, allo
stesso tempo, di funzionare come ars inveniendi.
◦ Tutte le proposizioni sono riducibili alla forma soggetto-predicato, una
proposizione soggetto-predicato è vera se e solo se il predicato è incluso
o inerisce nel soggetto: predicato inest subjecto. Ogni ente è essenzial-
mente la sua descrizione ed è caratterizzato in modo funzionale, è quello
che fa: l’ente è il suo concetto completo. Una curva è tutto quello che
inerisce in essa, posizione, lunghezza, tangenti, normali, . . .: è il suo con-
cetto completo; una curva specifica viene identifica da (e si identifica con)
relazioni tra i suoi elementi.
◦ Il terzo elemento è il principio di continuità che Leibniz formula come:
Io prendo per certo il seguente postulato: in ogni transizione con finale è permesso
istituire un ragionamento generale in cui il termine finale sia incluso.

Ciò in accordo con il saggio Historia et origo calculi differentialis che Leib-
niz scrisse durante il periodo della disputa e non pubblicò (si veda [17] per una
1.2. IL CALCOLO DI LEIBNIZ 23

F IGURA 8. Curve e suddivisioni.

edizione inglese) in cui descrive l’origine metafisica dei differenziali, le tecniche


d’uso e i problemi connessi, si veda [11], cfr. anche [10] in [59], e [44].
Origine. Consideriamo due successioni di numeri {xi |i = 0, 1, . . .} e {yi |i =
0, 1, . . .}. Possiamo produrre la successione delle differenze tramite un operatore
differenza ∆
∆ {xi } := {∆i x} dove ∆i x := xi − xi−1
e la successione delle somme tramite l’operatore somma Σ
i
Σ {yi } := { ∑ y j }.
j=1

Se assumiamo, cosa sempre possibile x0 = 0, allora Σ ∆ {xi } = {xi }.


Consideriamo ora una curva, cfr. Figura 8. Possiamo applicare la costruzio-
ne precedente ad una suddivisione delle ascisse {xi }, delle ordinate {yi }, ma, di
fatto, ad ogni quantità variabile della curva, come la lunghezza si o un’area Qi
associata alla curva. L’idea di Leibniz è di trasporre questa costruzione discre-
ta alle quantità variabili continue x, y, s, o Q, — ad esempio immaginando la
curva come poligono con infiniti lati — producendo tramite differenze ‘momen-
tanee’ nuove quantità variabili ‘infinitesime’ ma della stessa dimensione della
linea dx, dy, ds, o dQ e, tramite somma, nuove quantità variabili continue —
nell’integrazione si sommano infiniti termini, tutti infinitesimi —: l’operatore

∆ si trasforma nell’operatore d e l’operatore Σ nell’operatore integrale , per
cui ∫ ∫
dx = x e d ydx = y.
In linea di principio le quantità variabili dx, dy, ds, o dQ dipendono dalla
curva e dalle suddivisioni scelte, ma conservano gli ‘stessi rapporti’ indipen-
dentemente dalla suddivisione, per cui, in base al principio di continuità, già
24 1. IL CALCOLO INFINITESIMALE

del resto invocato in qualche modo se non per produrre i dx almeno per dedurne
le proprietà, i rapporti tra le nuove quantità variabili dx, dy, ds, o dQ inerisco-
no alle quantità variabili della curva x, y, s, o Q, tramite la suddivisione e, in
ultima analisi ineriscono, alla curva: se non un ricorso al principio di ineren-
za del predicato al soggetto, si evidenzia, in queste argomentazioni, attribuibili
sostanzialmente a Leibniz, un riferimento alla nozione di concetto completo.
Come vedremo fra poco, i rapporti di differenziali secondi dipendono dalle
suddivisioni. Quando i Bernoulli iniziarono lo studio analitico della curvatura di
una curva — la questione era affrontata geometricamente da Newton e Huygens
—, Leibniz si preoccupò di esprimere la curvatura come rapporto di differenziali
primi di rapporti di diffferenziali, mostrando che la curvatura è indipendente
dalle suddivisioni e inerente alla curva.
Un’ultima osservazione. Insistiamo sul fatto che a essere introdotti sono i
differenziali dx e dy e cosı̀ via e non, come pure potrebbe sembrare, soprattutto
a chi conosce gli sviluppi successivi, la derivata, o semplicemente il rapporto
dx
dy che semplificherebbe molto le questioni. Per questo punto di vista biso-
gnerà aspettare ancora molto, in particolare l’affermarsi del concetto di fun-
zione, concetto alla cui affermazione contribuirà appunto questa esigenza di
semplificazione.
L’integrale. Più complesso sarà il processo di formazione dell’idea moderna di
integrazione. Noi siamo abituati a definire l’integrale come un’operazione sul-
le funzioni e dedurre che questa operazione è l’inverso della derivazione. Ciò
presuppone la nozione di funzione e una buona definizione dell’area del sotto-
grafico delle figure (o di almeno alcune figure che consideriamo buone), nozioni
che sarano chiare solo nell’Ottocento, sotto la spinta di varie esigenze che si ori-
ginano nel Settecento e si consolidano nell’Ottocento e che per il momento non
discutiamo. Per Leibniz l’integrale è la somma di quantità infinitamente piccole,
mentre dai Bernoulli in poi l’integrale è l’inverso del differenziale, si veda [4]:
l’integrale di un differenziale è quella quantità da cui questo differenziale si ori-
gina per differenziazione. Il problema della quadratura appare, conformemente
alla tradizione, come problema e non come operazione. L’integrale come ope-
razione inversa è utile per risolverlo: una figura viene immaginata suddivisa in
parti piccole (strisce o triangoli o anche trapezoidi, ad esempio), pensati come
differenziali dell’area; si tratta allora di esprimerli tramite una indeterminata,
un’espressione∫ del tipo f (u)du per qualche variabile u : l’area viene quindi data
dall’integrale f (u)du inteso come somma infinita di elementi infinitesi, ma di
dimensione lineare.
Il teorema di trasmutazione Ad esempio, con riferimento alla Figura 9, consi-
deriamo la curva Occ′C, in notazione moderna y = y(x), con triangolo carat-
teristico cdc′ in c. La sua quadratura è data dalla somma delle strisce bcc′ b′ ,
ma può anche essere ottenuta come somma dei triangoli Occ′ più l’area del
1.2. IL CALCOLO DI LEIBNIZ 25

F IGURA 9. Metodo delle trasmutazioni.

triangolo OBC (che, se indichiamo OB con x0 e BC con y0 , è semplicemente


data da 21 x0 y0 ). Poiché il triangolo caratteristico cdc′ è simile al triangolo Osp,
deduciamo
1 1 1
Area(Occ′ ) = cc′ × Op = cd × Os = bqq′ b′ ,
2 2 2

dove Oqq Q è il luogo degli q, quindi
1
Quadratura(Occ′C) = Quadratura(Oqq′ Q) + Area(OCB).
2
Questa è la regola di trasmutazione di Leibniz, che possiamo anche scrivere
come ∫ x0 ∫
1 x0 1
ydx = zdx + x0 y0
0 2 0 2
o, tenendo conto che
d(xz) = zdx + xdz,
come ∫ x0 ∫ x0
1 1 1
ydx = − xdz + x0 z0 + x0 y0 .
0 2 0 2 2
dy
Facendo il percorso inverso sarebbe facile vedere che, poiché z = y − x dx , la
regola di trasmutazione non è altro che una semplice applicazione della formula
di integrazione per parti o di differenziazione del prodotto. Ma quello che qui
interessa, e interessava soprattutto Leibniz, è che in questo modo la quadratura
del cerchio viene ricondotta
√ a una integrazione razionale. Infatti, se la curva y è
un quarto di cerchio y = 2x − x2 x ∈ [0, 1] troviamo
dy x 2z2
z = y−x =√ cioè x= ,
dx 2x − x2 1 + z2
26 1. IL CALCOLO INFINITESIMALE

e x0 = 1, y0 = 1, z0 = 1, per cui
∫ 1 ∫ 1 ∫ 1
π 1 z2
= ydx = − xdz + 1 = 1 − .
4 0 2 0 0 1 + z2
Da
z2
= z2 (1 − z2 + z6 − z8 + . . . ) = z2 − z4 + z8 − z10 + . . .
1 + z2
ricaviamo quindi
∫ 1
z2 1 1 1 1
2
= − + − +...
0 1+z 3 5 7 9
e, in definitiva, la serie di Leibniz per π
π 1 1 1 1
= 1− + − + +....
4 3 5 7 9
Per le serie di segno alterno Leibniz argomenterà anche sulla convergenza, cri-
terio di Leibniz.
Differenziali di ordine superiore. I differenziali come gli integrali sono quantità
variabili di cui possiamo a loro volta considerare differenziali e integrali. Più
precisamente, gli operatori ∆ e Σ possono essere iterati:
∆ ∆ {yi } := ∆i2 y,
dove
∆i2 y := ∆i+1 − ∆i = yi+2 − 2yi+1 + yi
e
i j
Σ Σ {yi } = { ∑ ∑ yk }.
j=1 k=1
Ma le cose ora si complicano. Ci sono molti modi di approssimare una curva
con poligoni; ad esempio, possiamo approssimarla con
(a) poligoni con lati uguali,
(b) poligoni che hanno uguali le proiezioni dei lati sull’asse x,
(c) poligoni che hanno uguali le proiezioni dei lati sull’asse y.
Questa indeterminazione si preserva nell’estrapolazione all’infinito come pos-
sibilità di scelte da specificare sui differenziali primi; ad esempio, ai casi (a), (b)
e (c) precedenti corrispondono le scelte
(a) ds costante,
(b) dx costante,
(c) dy costante.
Ovviamente, le regole di calcolo dei differenziali non risentono delle suddi-
visioni che si scelgono, come pure i rapporti fra i differenziali primi associati ad
una curva, infatti, con riferimento alla Figura 1, sappiamo che
dx : dy : ds = t : y : τ ,
1.2. IL CALCOLO DI LEIBNIZ 27

conseguentemente, se dx, dy, ds e dx∗ , dy∗ , ds∗ sono indotti da due differenti
progressioni delle variabili, abbiamo
dx : dx∗ = dy : dy∗ = ds : ds∗ .
Ne risentono invece i differenziali di ordine superiore e di conseguenza le equa-
zioni differenziali associate ad una curva. Ad esempio per la curva y = x2
troviamo, per una qualunque suddivisione
dy = 2xdx, ddy = 2(dx)2 + 2xddx, d 3 y = 6dxddx + 2xd 3 x;
se dy è costante cioè ddy = 0
dy = 2xdx, 0 = 2(dx)2 + 2xddx, 0 = 6dxddx + 2xd 3 x;
mentre, se dx è costante cioè ddx = 0,
dy = 2xdx ddy = 2(dx)2 d 3 y = 0.
Gli esempi mostrano chiaramente che scelte opportune delle suddivisioni
possono semplificare le equazioni differenziali corrispondenti ad una curva;
d’altro canto la stessa equazione, se specificata con differenti suddivisioni, defi-
nisce curve diverse. Si pone quindi il problema di come passare da un’equazione
all’altra.
A noi oggi appare chiaro come la scelta di una suddivisione corrisponde alla
scelta di una variabile indipendente da cui le altre dipendono — questo sarà
in effetti uno degli elementi che spingerà verso l’introduzione della nozione di
funzione —, cosı̀ la scelta dy costante corrisponde a
1 = 2xx′ 0 = 2(x′ )2 + 2xx′′ 0 = 6x′ x′′ + 2xx′′′

in cui x′ , x′′ ecc. sono le derivate di x come funxione di y cioè di x = y.
Similmente la scelta dx costante corrisponde a considerare y come funzione di
x, y = x2
y′ = 2x y′′ = 2 y′′′ = 0.
Il confronto con la definizione oggi comune di derivata permette di render-
si conto delle difficoltà ad operare con i differenziali di ordine superiore. La
derivata di una funzione y = f (x) è oggi definita come
dy f (x + h) − f (x)
:= lim ,
dx h→0 h
mentre la derivata seconda è introdotta come derivata della derivata; ma può
anche essere introdotta equivalentemente come
d2y [ f (x + 2h) − f (x + h)] − [ f (x + h) − f (x)]
2
:= lim .
dx h→0 h2
Se si sostituisse il numeratore a destra con l’espressione più generale
[ f (x + h1 + h2 ) − f (x + h1 )] − [ f (x + h1 ) − f (x)]
28 1. IL CALCOLO INFINITESIMALE

ci sarebbe il problema della scelta del denominatore, si potrebbe scegliere h21 o


h22 o ancora h1 h2 . Ma nessuna scelta condurrebbe all’esistenza del limite quando
h1 → 0 e h2 → 0 (si provi ad esempio con f (x) = x) tranne nel caso h1 = h2 ,
equivalente nel linguaggio leibniziano, a dx costante. Conseguentemente, solo
in questo caso c’è una relazione tra il differenziale secondo ddy e la derivata
seconda di y come funzione di x.
Ancora la suggestiva regola di semplificazione della derivata di funzione
composta, y = y(x(t)),
dy dy dx
=
dt dx dt
valida per le derivate prime, non vale per le derivate seconde. Infatti una regola
simile per le derivate seconde dovrebbe essere
d 2 y d 2 y dx2 d 2 y ( dx )2
= 2 2 = 2 ;
dt 2 dx dt dx dt
ma questa equazione è interpretabile come relazione tra derivate seconde solo
se entrambi dx e dt sono costanti, cioè solo se la trasformazione x(t) è lineare
affine x = at + b. La formula corretta è invece:
d 2 y d 2 y ( dx )2 dy d 2 x
= 2 +
dt 2 dx dt dx dt 2
il cui ultimo termine appunto si annulla se x = at + b.
Ancora, avendo tacitamente assunto che la funzione y fosse ‘continua’, risul-
tava naturale che
∆ y = y(a + h) − y(a)
fosse un infinitesimo al più della stesso ordine di h, in termini moderni
∆ y = y(a + h) − y(a) = O(h).
Similmente si tendeva ad assumere che
∆ 2 y = y(a + 2h) − 2y(a + h) + y(a) = O(h2 ).
Ma chi garantisce la condizione di ‘continuità’ del differenziale primo? Risul-
tava quindi necessario assumere una certa regolarità sulle suddivisioni, perché
il calcolo funzionasse. Ad esempio, approssimando una curva con un poligo-
no di lati alternativamente h e 2h, la successione delle differenze seconde sa-
rebbe {h, −h, h, −h, . . . }, estrapolando all’infinito il differenziale secondo dds
risulterebbe dello stesso ordine del differenziale primo ds.
Dovrebbe risultare chiaro che operare con il nuovo calcolo e particolarmente
con i differenziali di ordine superiore fu per molto tempo, diciamo, almeno
problematico, fino all’introduzione delle derivate.
Ritorneremo nel seguito sul calcolo differenziale leibniziano; per il momento
ci fermiamo qui.
1.3. I BERNOULLI 29

Il continuo Come per i differenziali, anche per il continuo Leibniz presenta im-
magini diverse in connessione con istanze diverse ma in qualche modo correlate,
senza però mai presentare una teoria unificatrice o teorie definitive nei contesti
relativi. Possiamo identificare almeno quattro contesti diversi: il continuo in
matematica, in fisica, nella realtà e nell’ambito dei principi dell’ordine generale
o, in definitiva, nell’analisi metafisica. Il problema del continuo è fortemen-
te legato a quello dell’infinito e risposte ingenue producono immediatamente
contraddizioni; il costante appello di Leibniz ad indagare la composizione del
labirinto del continuo è appunto collegato all’esigenza di risolvere questa serie
di contraddizioni, si veda, oltre alle opere generali su Leibniz già citate, [21]
[54].
Leibniz ripropone i classici e noti argomenti che mostrano, in base al princi-
pio che la parte è minore del tutto, che l’assunzione di un continuo di indivisibili
porta a conclusioni assurde — un cateto e l’ipotenusa di un triangolo rettangolo
hanno lo stesso numero di punti, a cui Leibniz risponde dicendo che infinito non
è un numero —, cercando di caratterizzare il continuo in termini di infinitesimi
o sostanzialmente in modo simile ad Aristotele, cfr. [51]; per Leibniz le parti
del continuo debbono essere cointegrate. La caratterizzazione del punto avvie-
ne in termini di concetto completo: il punto è quello che è ‘comune’ a tutti gli
intervalli che gli sono intorno.

1.3. I Bernoulli

Come detto, i matematici furono subito interessati al nuovo calcolo e gli svi-
luppi, quasi sempre legati allo studio di problemi geometrici o meccanici che
trovarono la loro formulazione in termini di equazioni differenziali, furono sor-
prendenti. Raffinati fatti vengono però usati come chiari (modulo ripensamenti e
successivi approfondimenti); procedure non sufficientemente motivate e spesso
sbagliate nella loro generalità portano ad affermazioni non solo vere ma impor-
tanti, e spesso in contesti diversi. Ad essere coinvolti furono molti matematici,
solo per citare alcuni di quelli più importati, ma va sottolineato che il processo
coinvolse molte più persone, citiamo in Inghilterra, oltre a Newton, Taylor e Ma-
claurin, nel Continente europeo i fratelli Jakob e Johann Bernoulli, il marchese
de l’Hôpital, che scrisse il primo trattato sul calcolo Analyse des infiniment pe-
tits pour l’intelligence des lignes curves, Hermann, i figli e il nipote Nikolaus
di Jakob Bernoulli, i figli Nikolaus e Daniel di Johann; la presenza per un certo
periodo di questi ultimi a Padova e Venezia contribiuı̀, ad esempio, a svecchia-
re l’insegnamento, sonnolento e rivolto al passato, nelle università e nei collegi
religiosi, favorendo un timido riformismo ad esempio con Manfredi e Malfatti,
ma alla condanna di Pio VI delle riforme delle Assemblee francesi i matematici
30 1. IL CALCOLO INFINITESIMALE

italiani ritratteranno ogni apertura riformista. Ma, soprattutto, va citato Leon-


hard Euler studente di Jakob e Johann Benoulli. A cui seguiranno d’Alembert,
Lagrange e Laplace, per citare solo alcuni dei matematici con un ruolo rilevan-
te prima e durante la rivoluzione francese. La riflessione critica dell’Ottocento
porterà a identificare i fatti fondamentali del calcolo e a darne una presentazio-
ne logico-deduttiva che costituisce la presentazione attuale del primo e parte del
secondo corso di Analisi matematica.
Risulta allora evidente come non sia possibile qui seguire questo sviluppo
storico un po’ in avanti e un po’ indietro, per un tentativo in questo senso, teso
soprattuto a mostrare la complessità degli sviluppi del calcolo si può, ad esem-
pio, vedere [44]. Pur non analizzando con sufficiente dettagli gli sviluppi iniziali
del calcolo nel continente e, in particolare, i contributi dei fratelli Jakob e Johann
Bernoulli, come pure quelli dei figli e nipoti (la famiglia Bernoulli occuperà la
scena scientifica fino alla seconda metà dell’Ottocento) esemplificheremo alcu-
ni risultati nel seguito, si veda il Capitolo 2, in particolare la Sezione 2.4 e la
Sezione 2.5.2, e il Capitolo 3.

1.4. La visione di Eulero

In questa sezione illustriamo la visione del calcolo di Eulero, visione che per-
meerà la ricerca per tutto il Settecento e oltre.
Eulero (1707-1783) è unanimemente riconosciuto come il più importante ma-
tematico e fisico matematico del Settecento e uno dei più grandi di tutti i tempi.
Nasce a Basilea, studia con Jakob Bernoulli (assieme a Johann Bernoulli), nel
1727 accetta di spostarsi presso l’Accademia di Pietroburgo, dove già operava-
no Jakob Hermann e Daniel Bernoulli, e ci resta per quattordici anni. Nel 1741
decide di accettare l’offerta di Federico II, che voleva rilanciare l’Accademia
di Berlino, e si sposta a Berlino. Nel 1766 ritorna a Pietroburgo dove resterà
fino alla sua morte. Eulero lavorò in tutti i rami della matematica conosciuti al
tempo, contribuı̀ a crearne di nuovi (Calcolo delle variazioni, Topologia combi-
natoria e Teoria dei grafi) e alla fondazione del moderno calcolo differenziale e
integrale e della moderna meccanica; iniziò assieme a Lagrange e Legendre il
processo che portò a porre la teoria dei numeri come una delle importanti disci-
pline della matematica. Molti dei temi di Eulero sono vivi ancora oggi e, cosa
ancora più sorprendente, alcuni hanno suscitato nuova attenzione e interesse.
Sicuramente Eulero è il più prolifico matematico di tutti i tempi. Il cata-
logo di Paul Heinrich Fuss (1797-1855) del 1843 elencava circa 750 opere di
Eulero, il catalogo definitivo di Gustav Eneström (1852-1923) del 1913 elenca
868 opere (memorie e libri) a cui vanno aggiunti 12 quaderni di appunti e vari
1.4. LA VISIONE DI EULERO 31

frammenti scoperti più recentemente che portano il totale a 886, più le lette-
re (ed è da considerare che nel 1766 sei casse di manoscritti e lavori andarono
perdute nel viaggio per nave verso Pietroburgo). La pubblicazione delle opere
complete di Eulero, divisa in quattro serie, è iniziata nel 1911, sotto gli auspici
dell’Accademia delle Scienze della Svizzera, ed è ancora in corso. La prima
serie, Opera mathematica, 29 volumi, contiene le opere di ‘matematica pura’;
la seconda serie, Opera mechanica et astronomica, 31 volumi, è dedicata alla
meccanica e all’astronomia; la terza serie, Opera physica, Miscellanea, 12 volu-
mi, è dedicata a vari argomenti di carattere fisico; la serie quarta è divisa in due
parti, Commercium epistolicum, prevista in 9 volumi, a cui sono da aggiungere
i due volumi di lettere raccolte da P.H. Fuss [40], e Manuscripta, prevista in 7
volumi.4
Risulta evidente che una biografia scientifica di Eulero sarebbe cosı̀ comples-
sa e lunga da eccedere ogni ragionevole limite. Per cui, anche la letteratura su
Eulero è allo stesso tempo ampia, esistono molti saggi che illustrano accurata-
mente aspetti della sua vita e delle sue opere; primi fra tutti i saggi introduttivi
ai volumi dell’Opera Omnia, esistono poi vari memorial in occasione di an-
niversari della nascita e della morte o opere collettive come [12] o anche di
autore singolo come [22]. Per ulteriori riferimenti sulla vita e le opere di Eulero
rimandiamo il lettore a [44].

1.4.1. Meccanica e calcolo


Nel 1736, viene pubblicata la Mechanica, sive motus scientia analytice exposi-
ta, Meccanica o scienza del moto esposta analiticamente, [28], che Eulero aveva
completato, ventisettenne, nel 1734, durante il suo primo periodo a Pietroburgo.
È la prima opera in cui si tratta la meccanica del punto materiale in forma anali-
tica e in cui viene formulato un intero programma per lo studio della meccanica
dei corpi rigidi e dei corpi continui che Eulero perseguirà per larga parte della
sua vita. Assieme al precedente Calculus differentialis [27] del 1727 e ai succes-
sivi Methodus inveniendi lineas curvas maximi minimive proprietate gaudentes
sive solutio problematis isoperimetrici latissimo sensu accepti [29] del 1744 con
applicazioni del calcolo alla ricerca di curve che godano di proprietà di minimo,
alle Introductio in analysim infinitorum [30] del 1748 e Institutiones calculi dif-
ferentialis [33] del 1755, la Mechanica segna l’inizio di una riflessione unitaria
sul calcolo e sulla meccanica.

4 Molte delle opere di Eulero, anche in traduzione inglese, si trovano nel sito The Euler Archive
[Link] .
32 1. IL CALCOLO INFINITESIMALE

Dopo aver identificato la meccanica come la scienza del moto, Eulero scrive
nella prefazione – i passi che seguono sono riportati nella traduzione di [81] p.
58 e seguenti – quanto segue:
In tempi recenti, dopo l’invenzione dell’analisi infinitesimale, entrambe le scienze (statica e
dinamica) hanno fatto cosı̀ grandi progressi che le scoperte di una volta . . . quasi scompaiono
di fronte ad essi. Tuttavia, queste molteplici scoperte, per mezzo delle quali queste discipli-
ne sono state finora accresciute e innalzate, sono disseminate in cosı̀ tante opere che risulta
difficilissimo raccoglierle e leggerle per lo studioso di queste cose. Inoltre, cosa che genera
grandissimo fastidio, alcune cose vengono proposte senza alcun ricorso all’analisi e alle di-
mostrazioni, altre sono celate dietro dimostrazioni fin troppo intricate e preparate secondo la
maniera degli antichi, altre ancora, per la verità, vengono derivate da principi non appropriati
e poco genuini in modo che non possano essere esaminate e interpretate che con grande fatica
e dispendio di tempo.

Eulero ricorda quindi le opere di Varignon e di Wolff, e ancora di Hermann


della cui opera, Phoronomia, pur apprezzando l’ampiezza, lamenta il ricorso a
dimostrazioni geometriche. Continua:
in modo non molto diverso sono scritti anche i Principia di Newton, per mezzo dei quali la
scienza del moto ha compiuto grandissimi progressi. Ma in tutte le opere composte senza far
uso dell’analisi, e specialmente in quelle di meccanica, capita che il lettore, nonostante sia
convinto della verità delle cose che vengono esposte, purtuttavia non può comprenderne l’es-
senza in maniera sufficientemente chiara e distinta, cosicché le stesse questioni, se pur mutano
di pochissimo . . . possono a fatica essere da lui risolte, a meno che egli non si serva dell’a-
nalisi e non dimostri le stesse proposizioni con metodo analitico. La stessa cosa, senz’altro,
mi capitò di osservare avendo intrapreso lo studio dei Principia di Newton e della Phorono-
mia di Hermann in modo tale che, sebbene mi sembrasse di aver compreso abbastanza bene
la soluzione di moltissimi problemi, pure non avrei potuto risolvere problemi anche di poco
diversi.

Prosegue quindi affermando che, da tempo, ha lavorato per reinterpretare anali-


ticamente quanto fatto da altri in modo sintetico. Ciò gli ha anche permesso di
accrescere la conoscenza sia della meccanica sia dell’analisi e, in questo modo,
è pervenuto a porre un ordine e una suddivisione, che distingue corpi liberi di
muoversi da corpi che non sono liberi, ma soprattutto in accordo con la natura
dei corpi. Nei primi due volumi della Mechanica studierà il moto di corpi in-
finitamente piccoli come se fossero punti, procederà quindi a studiare corpi di
grandezza finita, sia rigidi che flessibili e, infine, corpi estesi completamente li-
beri. I due volumi della Mechanica sono appunto dedicati al moto dei punti ma-
teriali. Come metterà bene in evidenza nello Scolio generale del primo capitolo
i principi disponibili sono utili alla trattazione del moto dei punti materiali:
è dunque chiaro di quali argomenti ci si debba occupare in meccanica e come siano molte le
cose che ancor ora sono state neppure sfiorate. Infatti, oltre al moto dei punti, le cose finora
trattate sono cosı̀ poche che di certo quasi tutte debbono ancora essere scoperte e fatte derivare
dai principi.
1.4. LA VISIONE DI EULERO 33

1.4.2. Il calcolo
Per quanto riguarda il calcolo, Eulero sembra riferirsi direttamente a Leibniz
di cui riprende il calcolo delle differenze e delle somme, ma con importanti
varianti:
◦ il dato di partenza non sono più le curve ma le funzioni, questo fa sı̀ che
il calcolo sia svincolato dalla geometria o dal moto e, nello stesso tempo,
motiva l’insistere di Eulero, e poi di Lagrange, nel rifiuto di ogni ricorso
alle figure;
◦ parallelamente i differenziali non sono più oggetti inerenti alle curve, ma
costruzioni matematiche che, caratterizzate operativamente, permettono,
come dice Eulero, di vedere il calcolo differenziale come un caso speciale
del calcolo delle differenze con una sorta di aritmetizzazione del calcolo5.
L’Introductio, che, come scritto nella prefazione, sviluppa temi che sono as-
solutamente richiesti per l’analisi rendendo il lettore conscio in modo quasi im-
percettibile dell’idea dell’infinito, pone alla base dell’approccio di Eulero la
nozione di funzione:
Una funzione di una quantità variabile è un’espressione analitica composta in un modo qua-
lunque dalla quantità variabile e da quantità costanti.
Di fatto, il significato del termine funzione cambierà nel tempo e si adatterà
in termini di generalità alle esigenze specifiche, cosı̀ nelle Istitutiones Eulero
chiamerà funzioni
quelle quantità che dipendono da altre in modo da cambiare quando queste cambiano,
specificando che questa definizione include tutti i possibili modi in cui una
quantità possa essere determinata da altre.
Nel primo volume dell’Introductio, Eulero distingue le funzioni in funzioni
algebriche e trascendenti: le prime sono formate a partire da variabili e costanti
tramite le quattro operazioni elementari (somma, sottrazione, prodotto e divi-
sione), elevazione ad una potenza e estrazione di radice o, infine, tramite la
soluzione di una equazione polinomiale; le seconde sono quelle definite tramite
esponenziali, logaritmi, funzioni trigonometriche e, in generale, tramite inte-
grali. Discute le funzioni a più valori anche se prevalentemente tratterà funzioni
a un valore. Dedica vari capitoli alle funzioni polinomiali e, soprattutto alla
rappresentazione di funzioni in serie,
poiché la natura delle funzioni polinomiali è ben compresa, se altre funzioni possono essere
espresse nella forma A + Bz + Cz2 + . . . , esse sembrano porsi nella forma migliore perché la
nostra mente possa afferrarne la loro natura, anche se il numero dei termini è infinito.

5 La terminologia, presa in prestito dal processo di fondazione del calcolo dell’Ottocento, in


questo contesto è mutuata da [105].
34 1. IL CALCOLO INFINITESIMALE

Egli sembra convinto, anzi afferma, che ogni funzione può essere espressa come
serie infinita (per noi serie di potenze) e, fra i capitoli più interessanti del primo
volume, ci sono sicuramente quelli dedicati agli sviluppi infiniti delle funzioni
esponenziali, logaritmiche e trigonometriche, su cui ritorneremo. Una conse-
guenza è che, quando si specifica un valore dell’indeterminata, una serie infinita
identifica un ‘numero’.
Il secondo volume dell’Introductio è dedicato alla geometria analitica, cioè
alle applicazioni dell’analisi alla geometria, allo studio delle curve e delle su-
perficie.
È nelle Institutiones che Eulero discute il calcolo differenziale come opera di
pura analisi, cioè senza nessun riferimento alle curve o alla meccanica, basan-
dolo, come dice egli stesso, sui veri principi. Per Eulero il calcolo differenziale
studia gli incrementi evanescenti o, come apparirà presto chiaro, rapporti di in-
crementi evanescenti, che ancora identificano ‘numeri’ nella visione di Eulero.
Scrive Eulero nella prefazione alle Institutiones:
Se x designa la quantità variabile, tutte le altre quantità che in qualunque modo dipendono
da o sono determinate da x si chiamano funzioni. Esempi sono x2 , il quadrato di x, o ogni
altra potenza di x, e, in effetti, ogni quantità composta con queste potenze in qualunque modo,
anche in modo trascendente, composta di modo che, quando x cresce o decresce, la funzione
cambia. Una domanda sorge naturalmente: se la quantità x cresce o decresce di quanto cam-
bierà la funzione, sia che cresca o decresca? Per i casi più semplici la risposta è semplice. Se
la quantità x è aumentata della quantità ω , il suo quadrato x2 aumenterà di 2xω + ω 2 . Quindi
la crescita di x sta alla crescita di x2 come ω sta a 2xω + ω 2 , cioè come 1 sta a 2x + ω . In modo
simile, consideriamo il rapporto di crescita di x con la crescita o decrescita di una qualunque
funzione di x, infatti l’indagine su questo tipo di rapporti di incrementi è non solo importante
ma è il fondamento di tutta l’analisi. Ritorniamo all’esempio x2 , con incremento 2xω + ω 2
quando x cresce di ω per cui il rapporto è 2x + ω a 1. Da questo dovrebbe esser chiaro che
più piccolo prendiamo l’incremento ω di x più il rapporto si avvicina a 2x su 1, senza, però,
mai arrivare ad esso se non quando ω si annulla completamente. Da questo capiamo che, se
l’incremento della variabile x va a zero, allora l’incremento di x2 si annulla, ma il rapporto
resta 2x a 1. Quello che abbiamo detto per la funzione x2 vale per qualunque funzione di x;
cioè, quando gli incrementi si annullano all’annullarsi dell’incremento di x, questi hanno un
rapporto certo e determinabile. In questo modo siamo portati alla definizione di calcolo dif-
ferenziale: è un metodo per determinare il rapporto degli incrementi evanescenti che una
funzione assume quando alla variabile, di cui lei è funzione, viene dato un incremento eva-
nescente. È manifesto a quelli che non sono estranei a questo argomento che il vero carattere
del calcolo differenziale è contenuto in questa definizione e può essere dedotto da essa.
Quindi il calcolo differenziale tratta non tanto gli incrementi evanescenti, che sono semplice-
mente zero, ma rapporti e proporzioni mutui. . . .
Perché questi rapporti possano meglio essere tenuti assieme e rappresentati nei calcoli, gli
stessi incrementi evanescenti, sebbene siano nulli, sono rappresentati da certi simboli, e as-
sieme a questi simboli non c’è nessuna ragione di non dargli un nome. Sono chiamati dif-
ferenziali e, siccome sono senza quantità sono anche detti infinitesimi. . . . [Con riferimento
alle notazioni precedenti] se scriviamo dx per ω , il differenziale di x2 diventa 2x dx. In modo
simile si vede che il differenziale di x3 è uguale a 3x2 dx e in generale per xn è nxn−1 dx. Per
qualunque altra funzione di x possa esser prodotta il calcolo differenziale dà regole per trovare
1.4. LA VISIONE DI EULERO 35

il differenziale.
Nei primi due capitoli delle Institutiones, Eulero discute il calcolo degli in-
crementi, o se si vuole l’operatore differenza ∆ applicato alle funzioni sulla base
della decomposizione equidistribuita
x, x + ω , x + 2ω , x + 3ω , . . . ,
pervenendo alle formule
∆ f (x, ω ) := f (x + ω ) − f (x) = P(x)ω + Q(x)ω 2 + R(x)ω 3 + · · ·
∆∆ f (x, ω ) = Q(x)ω 2 + R(x)ω 3 + · · ·
∆3 f (x, ω ) = R(x)ω 3 + · · · .
A questo punto Eulero opera una sorta di transizione, passando dalle diffe-
renze ai differenziali, e trova quindi
df
= P(x) + Q(x)dx + R(x)dx2 + · · · ,
dx
cioè, in accordo con il calcolo dei dx (dx = 0 e P(x) + dx = P(x)),
df d2 f d3 f
= P(x), = Q(x), = R(x)
dx dx2 dx3
o, equivalentemente,
d f = P(x) dx, d 2 f = Q(x) dx2 , d 3 f = R(x) dx3 .
Nei capitoli 4, 5, 6 Eulero sviluppa, sulla base del calcolo delle differenze, un
calcolo dei differenziali, che guarderà come un caso speciale del calcolo delle
differenze6. In questo senso al calcolo sono attribuibili le connotazione di chiaro
e, soprattutto, di necessariamente vero e riterrà corretto pensare e lavorare con
i dx, in questo in accordo con Leibniz, come se fossero differenze finite, tranne
che per alcuni fatti specifici.
Concludiamo con alcuni passi delle Istituzioni [33], Capitolo 4, 132-134
dell’edizione inglese, in cui Eulero espone il modo di operare con i differenziali:
Dalla definizione di y, una funzione di x, noi determiniamo il valore della funzione p che
moltiplicata per dx dà il differenziale primo dy. [. . .] Dato dy = pdx, il differenziale di pdx dà
il differenziale secondo d 2 y. Quindi, se d p = qdx, poiché dx è costante, abbiamo d 2 y = qdx2

6 Nel capitolo 7 tratta funzioni di più variabili e il calcolo per esse, mentre nel capitolo 8 tratta
dei differenziali di ordine superiore, anche nel caso di suddivisioni non uniformi
x, x + ω , x + ω + η , x + ω + η + µ , · · · .
Infine, i capitoli 3 e 9 sono dedicati rispettivamente al problema del continuo, dell’infinito e
dell’infinitamente piccolo e alle equazioni differenziali.
36 1. IL CALCOLO INFINITESIMALE

[Eulero scrive qui e nel seguito dx2 per dxdx e similmente per dxn ] [. . .], se dq = rdx, allora
d 3 y = rdx3 . [. . .]
2
[Queste sono le notazioni attuali, ad esempio per la derivata seconda ddx2f , ma qui si faccia
attenzione a non confondere dx2 cioè (dx)2 con 2xdx.]
È quindi chiaro che le espressioni Pd 2 y2 e Qdyd 3 y sono omogenee. Infatti d 2 y2 è il quadrato
di d 2 y, d 2 y è omogenea a dx2 , quindi d 2 y2 è omogenea a dx4 ; poiché dy è omogenea a dx e d 3 y
è omogenea a dx3 , abbiamo che il prodotto dydy3 è omogeneo a dx4 . Similmente possiamo
affermare che
Pd 3 y2 Qd 5 y
2
e
dxd y dy2
sono omogenee. [. . .]
Se in qualche calcolo interviene la somma dei seguenti due termini
Pd 3 y Qd 2 y2
+ ,
dx2 dy
il secondo termine, confrontato al primo, può essere eliminato, e solo il primo termine Pdy2 /dx2
conservato nella computazione. Infatti c’è un rapporto di eguaglianza tra le espressioni
Pd 3 y Qd 2 y2 Pd 3 y
+ e ,
dx2 dy dx2
poiché, quando esprimiamo il rapporto, abbiamo
Qdx2 d 2 y2 Qdx2 d 2 y2
1+ = 1, poiché = 0.
Pdyd 3 y Pdyd 3 y

I nuovi concetti della meccanica trovano ora la loro formulazione nel nuovo
contesto: il movimento come una funzione che lega spazio e tempo, la velo-
cità come differenziale della spazio rispetto allo scorrere continuo e uniforme
del tempo (o come coefficiente di proporzionalità tra dx e dt) e l’accelerazio-
ne, in modo simile, come differenziale della velocità rispetto al tempo. Ma per
Eulero vale di più: c’è una relazione di compatibilità tra le varie nozioni mecca-
niche solo se c’è una qualche rappresentazione analitica, di conseguenza ogni
affermazioni meccanica sarà necessariamente vera, essendo basata su principi
necessariamente veri.

1.4.3. La meccanica del punto materiale


La Mechanica di Eulero si apre con due capitoli, Sul moto in generale e Sugli
effetti delle forze su un punto libero, in cui vengono stabiliti gli elementi di base
che resteranno invariati nei successivi sviluppi della teoria. Il trattato è orga-
nizzato in Definizioni dei concetti di base, corrispondenti in qualche modo agli
assiomi euclidei; Proposizioni divisi in Teoremi, che introducono nuove idee,
o Problemi, che trattano specifiche situazioni; Corollari che aggiungono com-
menti alle affermazioni e alle dimostrazioni o trattano casi speciali ed, infine,
Scolia che sono note di carattere più generale. Il primo capitolo inizia con la
definizione di moto:
1.4. LA VISIONE DI EULERO 37

Moto è la traslazione di un corpo dalla posizione che occupa ad un’altra. Il corpo è in quiete
se rimane nella stessa posizione.
La nozione fondamentale è quella di corpo. Commenta Eulero, la posizione
che un corpo occupa è una proprietà specifica di quel corpo, come pure il mo-
to o la quiete; infatti nessun corpo può esserci che non si muova o non sia in
quiete. Continua, quindi, dicendo che la posizione occupata dal corpo è parte
dello spazio senza limiti che costituisce l’intero universo, che appare come una
sorta di nozione ideale di spazio assoluto immobile o, piuttosto, di riferimento
assoluto, utile nella discussione del moto e della quiete; ma subito passa a con-
siderare riferimenti relativi in quiete o in movimento tra loro, preoccupandosi
di puntualizzare, per tutto il capitolo, che riferimenti in moto uniforme l’uno ri-
spetto all’altro sono indistinguibili. Osserva quindi, usando lo stesso argomento
di Leibniz, che il moto non può che essere continuo:
Ogni corpo che si sposta da un posto ad un’altro con moto assoluto o relativo, deve occupare
tutte le posizioni intermedie e non può immediatamente arrivare alla posizione finale.
Infatti, perché un corpo possa arrivare immediatamente alla posizione finale,
necessariamente dovrebbe annientarsi nella posizione iniziale e riprodursi in
quella finale: questo è contrario alle leggi di natura, tranne che si convenga su
un miracolo. Una conseguenza è che per passare da una posizione ad un’altra
serve del tempo e per specificare l’intero movimento serve anche conoscere il
cammino di ogni parte del corpo (si pensi ad una sfera che ruoti attorno ad un
suo asse o ai corpi deformabili) quindi una legge di moto s = s(t) o t = t(s).
Eulero discute quindi il moto uniforme (spazi uguali percorsi in tempi uguali)
e conclude affermando che
In un moto con non importa quale non-uniformità, i più piccoli elementi di distanza sono
considerati attraversati da moti uniformi. Infatti, come in geometria gli elementi delle linee
curve sono considerati essere elementi di linee rette, cosı̀ in meccanica il moto non uniforme
si risolve in infiniti moti uniformi7.
Come abbiamo visto questo si esprime come
ds = vdt
ed Eulero discute, infatti, varie occorrenze di questa relazione.
Il resto del capitolo è dedicato a provare e commentare quello che noi oggi
chiamiamo il principio di inerzia:
Un corpo rimane nel suo stato di quiete assoluto, tranne che sia disturbato da cause esterne.
Un corpo che si muove di moto uniforme assoluto continuerà a muoversi con la stessa velocità
e direzione, tranne che sia disturbato da cause esterne.

7 Ricordiamo, come più volte osservato, che lo sviluppo di un calcolo differenziale puro va di
pari passo con gli sviluppi della meccanica e rappresenta una sorta di sintesi o di astrazione
di elementi comuni alla geometria e alla meccanica.
38 1. IL CALCOLO INFINITESIMALE

Lo stesso vale per i moti relativi sempre che il sistema relativo sia in quiete o si muova di
moto rettilineo uniforme.
Questa proprietà dei corpi di mantenere il loro stato di quiete o di moto uniforme
è chamata da Eulero l’inerzia del corpo, precisando che non si tratta di una
forza.
Non discuteremo queste dimostrazioni che vengono basate sul principio di
ragion sufficiente. Più che dimostrazioni, esse appaiono come argomentazioni
in favore dell’affermazione che non possiamo non assumere che [. . .]. Per una
presentazione affascinante di questi concetti il lettore è fortemente invitato a
leggere le lettere 69-79 del primo volume di [37] pp. 225-265.
Appare chiaro da quanto appena esposto che il movimento è (anzi deve es-
sere) descritto in termini di incrementi finiti e infinitesimi dello spazio e che la
relazione meccanica assunta è la stessa
∆s ds
v= o v= .
∆t dt
L’analisi porta quindi a distinguere tre possibili tipi di moto e, conseguentemen-
te, tre possibili stati di un corpo:
◦ quiete, corrispondente a v = 0, in particolare, dv = 0,
◦ moto uniforme, corrispondente a v = costante ̸= 0, in particolare, ancora
dv = 0,
◦ moto non uniforme, corrispondente a dv ̸= 0, indipendentemente dall’an-
nullarsi o meno di v.
Tutto questo è indipendentente da qualunque teoria delle forze, contrariamente
a quanto accadeva per Newton e per Leibniz. Eulero conserva la distinzione tra
principi interni al corpo ed esterni, ma le forze sono escluse dall’insieme delle
proprietà interne dei corpi. Le proprietà interne sono descritte in termini di
relazioni tra le parti del corpo e le proprietà esterne in termini di relazione con
gli altri corpi, escludendo ogni motivazione metafisica. Cosı̀ un corpo unico
nello spazio non può che essere in quiete o muoversi di moto uniforme e solo
un mondo con più corpi può mostrare la presenza di forze8.
Il primo capitolo, che sviluppa quella che oggi chiamiamo cinematica, in
contrapposizione con la dinamica, che dipende da una teoria delle forze o delle

8 Infatti un moto non uniforme richiederebbe una ragione sufficiente che può consistere o nella
presenza di un altro corpo o nello spazio stesso, ma quest’ultima situazione è esclusa da Eule-
ro: come riferimento lo spazio è neutrale. Inoltre, Eulero ammetterà solo forze di interazione
ed escluderà interazioni istantanee (per Eulero non esistono corpi duri o anelastici) e intera-
zioni a distanza: la gravità non è dovuta alla mutua attrazione dei corpi, ma alla pressione
dell’etere che riempie lo spazio.
1.4. LA VISIONE DI EULERO 39

interazioni, si conclude con uno Scolio generale che può essere letto come il
programma di Eulero per la meccanica9
Queste leggi del moto, che un corpo osserva quando viene lasciato a se stesso nel perseverare
nella quiete o nel moto sono propriamente attinenti ai corpi infinitamente piccoli, che possono
essere considerati puntiformi. Infatti, in corpi di dimensione finita, in cui le singole particelle
sono animate da vari moti, una data particella cercherà di obbedire alle leggi del moto, cosa
che però non è sempre possibile a causa dello stato del corpo. Perciò il corpo seguirà quel
moto che risulta dai tentativi delle varie parti che lo compongono e, a causa dell’insufficienza
dei principi, quel moto non può ancora essere determinato e la sua trattazione va rimandata al
seguito. La diversità dei corpi ci fornirà pertanto la suddivisione primaria del lavoro. Infatti
per primi considereremo i corpi infinitamente piccoli, che possono essere considerati come
punti. Affronteremo poi i corpi di dimensione finita che sono rigidi e non subiscono deforma-
zioni della loro figura. In terzo luogo tratteremo dei corpi flessibili. In quarto luogo, dei corpi
che possono estendersi e contrarsi [i corpi elastici]. Come sesta parte, invero, tratteremo del
moto dei fluidi.
Come già detto, Eulero ritiene i principi disponibili al momento utili solo alla
trattazione del moto dei punti materiali e prosegue:
È dunque chiaro di quali argomenti ci si debba occupare in meccanica e come siano molte le
cose che ancora ora non sono state neppure sfiorate. Infatti, oltre al moto dei punti, le cose
finora trattate sono cosı̀ poche che di certo quasi tutte debbono (ancora) essere scoperte e fatte
derivare da principi.
Il secondo capitolo della Mechanica, Sugli effetti delle forze su un punto
libero, si apre con la definizione di forza,
la forza è ciò che mette in moto un corpo in quiete o ne altera il moto
e discute i principi del moto che userà nel corso dell’opera. Nell’esporli terre-
mo conto anche di formulazioni successive di Eulero, ad esempio [34], avendo
modo, cosı̀, di semplificare la presentazione senza alterarne lo spirito.
Per un corpo che si muove lungo una linea retta la condizione
dds
=0
dt 2
2
(o meglio dtdds d s
dt e per noi oggi dt 2 ) è equivalente, come abbiamo visto, al moto
per inerzia, mentre, sempre per un moto lungo una retta, se vale la condizione
alternativa
dds
̸= 0,
dt 2
il corpo non può muoversi solo sotto l’influenza dell’inerzia e la grandezza
dds/dt 2 deve essere determinata da una causa esterna. Osserviamo che vi è
una necessaria logica opposizione tra principi interni e principi esterni. Ora

9 La traduzione è quella di [81] p. 60-61


40 1. IL CALCOLO INFINITESIMALE

Eulero sa che gli incrementi finiti di velocità hanno la forma

∆v(t) = f (t)∆t + g(t)∆t 2 + . . .

per opportune f (t), g(t), . . . che non dipendono dall’incremento ∆t. La formula
precedente, troncata al finito, dà solo un’approssimazione della variazione di
velocità, ma nella sua espressione differenziale diventa la formula esatta
dds
dv(t) = f (t)dt o (t) = f (t).
dt 2
In particolare, risulta chiaro secondo Eulero che il principio galileiano o new-
toniano, che mette in relazione la variazione del moto con la forza, non è un
principio sperimentale ma necessario.
Nessun problema se ci riferiamo a un corpo specifico. Come confrontiamo,
però, le variazioni di velocità corrispondenti a corpi diversi nello stesso inter-
vallo di tempo e sottoposti alla stessa forza? Eulero argomenta che corpi diversi
hanno bisogno di forze differenti, proporzionali alla quantità di materia o massa
per ottenere lo stesso effetto. Se facciamo agire la stessa forza su corpi diversi
A e B, allora il rapporto delle due masse mA e mB è dato da dvA : dvB = mA : mB .
Questo essenzialmente definisce la massa e trasforma dv = f dt in
F 2
dds = dt .
m
Oltre ai primi due capitoli, il primo volume della Mechanica contiene al-
tri quattro capitoli e quattro sono i capitoli che costituiscono il secondo volume.
Per essi ci limitiamo pertanto a brevi annotazioni. Il terzo capitolo del primo vo-
lume I.3, Sul moto rettilineo di un punto libero sotto l’azione di forze assolute,
riguarda le equazioni del moto di caduta di un punto materiale sotto l’azione di
varie forze gravitazionali e il moto centrale. Il capitolo I.4, Sul moto di un punto
libero in un mezzo con resistenza, è dedicato al moto armonico con smorzamen-
to. I.5, Sul moto curvilineo di un punto sotto l’azione di forze di qualunque tipo,
contiene una descrizione in termini di componenti angolari e radiali del moto
per forze generiche e, in particolare, per i moti centrali di Keplero, ritrovando
in modo analitico molti dei risultati di Newton, e presenta materiale utile alla
discussione del moto della Luna, in particolare, la decomposizione dell’accele-
razione di un punto che si muove su orbite nello spazio a tre dimensioni. Infine,
il capitolo I.6 riguarda Il moto curvilineo di un punto in un mezzo con resistenza.
Il secondo volume tratta del moto vincolato di un punto materiale su una curva o
su una superficie, e sviluppa aspetti del calcolo multidimensionale come anche
del calcolo differenziale delle superfici.
Due osservazioni generali sono opportune. Più che integrare l’equazione del
moto, nella Mechanica c’è una generica tendenza a ricondursi a integrali primi,
1.4. LA VISIONE DI EULERO 41

conservazione del momento e dell’energia, da integrare. Inoltre, più che ricon-


ducendosi ad un riferimento cartesiano ortogonale, il moto è descritto in rife-
rimenti che si ritengono più adatti alla situazione trattata e, in generale, ad un
riferimento mobile, cioè in termini di tangente, normale e binormale e, quindi,
di curvature.
Ritornando ancora una volta sulla nozione di corpo, per Eulero un corpo (ter-
mine che, a volte, usa come sinonimo di ente materiale) si distingue da qualun-
que altra cosa, anima o fantasma, tramite le seguenti proprietà: (i) l’estensione
che implica continuità, (ii) la mobilità, ma ci sono enti estesi e mobili che non
sono corpi, come l’ombra o l’immagine in uno specchio, (iii) l’impenetrabilità
e (iv) l’inerzia10. Con questa nozione quindi, secondo Eulero, la meccanica
assume un carattere di necessità.

10 Eulero tenderà a caratterizzare i corpi in termine di impenetrabilità, includendo in questa


nozione estensione e inerzia, e anzi identificando l’origine delle forze nell’inerzia o impe-
netrabilità, come del resto abbiamo sostanzialmente visto in termini matematici. Scrive in
[32]:
8. Ogni causa che è capace di cambiare lo stato di un corpo si chiama forza e quindi,
quando lo stato di un corpo cambia, dal riposo al movimento o, se già in movimento,
cambia la velocità o la direzione, questo cambiamento deriva da una forza che si trova
fuori dal corpo in un qualche altro soggetto.
32. Vediamo quindi che la sola impenetrabilità dei corpi è capace di fornire delle forze,
tramite le quali lo stato del corpo può cambiare; e se questo succede, se ci domandia-
mo, da dove vengono le forze che determinano questi cambiamenti, si potrà rispondere
arditamente che l’impenetrabilità dei corpi ne è la vera origine.
CAPITOLO 2

Il calcolo all’opera: equazioni differenziali

In questa sezione illustriamo alcuni dei risultati ottenuti tra la fine del Seicento e
l’inizio del Settecento con il nuovo calcolo. Pur cercando di mantenere lo spirito
e il senso delle argomentazioni del tempo useremo spesso notazioni moderne e
cercheremo di mettere in evidenza gli aspetti delicati che hanno bisogno, col
senso del poi, di ulteriore supporto o di argomentazioni diverse per ritenere
corretto il risultato che ne consegue.

2.1. Interpolazione

Come abbiamo già detto, a partire da Wallis, con Gregory, con Newton e con
Taylor vengono stabilite delle formule di interpolazione che portano in partico-
lare alla serie binomiale di Newton e alle formule di Taylor. Ne illustriamo qui
alcuni aspetti rilevanti.
2.1. Polinomio interpolatorio di Newton. Cominciamo con un esempio. Si
voglia trovare un polinomio di terzo grado che prenda quattro valori assegnati,
nell’ordine, y0 , y1 , y2 , e y3 , nei quattro punti x0 := 0, x1 := 1, x2 := 2 e x3 := 3.
Tale polinomio avrà la forma
y = A + Bx +Cx2 + Dx3
di cui sono da determinare appunto i 4 coefficienti A, B, C e D dalle condizioni
A = y0
A + B +C + D = y1
A + 2B + 4C + 8D = y2
A + 3B + 9C + 27D = y3 .
Sottraendo la prima equazione dalla seconda, la seconda dalla terza e la terza
dalla quarta troviamo
B +C + D = y1 − y0 =: ∆y0
B + 3C + 7D = y2 − y1 =: ∆y1
B + 5C + 19D = y3 − y2 =: ∆y2 .
44 2. IL CALCOLO ALL’OPERA: EQUAZIONI DIFFERENZIALI

Iterando la procedura, cioè sottraendo la prima equazione di questo gruppo dalla


seconda e la seconda dalla terza, troviamo
2C + 6D = ∆y1 − ∆y0 =: ∆2 y0
2C + 12D = ∆y2 − ∆y1 =: ∆2 y1 .
Infine, con un’altra iterazione, sottraendo la seconda equazione dalla prima,
troviamo
6D = ∆2 y1 − ∆2 y0 =: ∆3 y0 ,
che ci dà il valore di D, mentre le prime equazioni di ogni gruppo ci permettono
di ritrovare a ritroso C e B, di modo che il polinomio cercato, dopo qualche
calcolo elementare, si trova essere
x x(x − 1) 2 x(x − 1)(x − 2) 3
y = y0 + ∆y0 + ∆ y0 + ∆ y0 .
1 1·2 1·2·3
Non è difficile convincersi, ma lo vedremo fra poco, che in effetti il polinomio
di grado n che prende i valori y0 per x = 0, y1 per x = 1, y2 = 2, . . . e yn per
x = n è dato da
x x(x − 1) 2 x(x − 1)(x − 2) · · · (x − n + 1) n
y = y0 + ∆y0 + ∆ y0 + · + ∆ yn .
1 1·2 1·2···n
2.2. Differenze finite. Sia y = f (x) una funzione data e indichiamo con ∆x
un incremento, o meglio il passo di incremento, della variabile x. Definiamo
differenza prima la quantità
∆y = ∆ f (x) := f (x + ∆x) − f (x).
In modo simile definiamo le differenze di ordine superiore
∆n y := ∆(∆n−1 y), n = 1, 2, . . .
e, per convenienza, poniamo
∆0 y := y.
Considerando ∆ come un operatore che alla funzione y associa la funzione
∆y, è facile verificare che ∆ è lineare, cioè ∆(u + v) = ∆u + ∆v e per ogni co-
stante λ vale ∆(λ u) = λ ∆u; inoltre, per n e m interi vale ∆m (∆n y) = ∆m+n y.
Immediatamente dalla definizione si ha anche
f (x + ∆x) = f (x) + ∆ f (x) = (1 + ∆) f (x);
iterando si ottiene quindi
f (x + n∆x) = (1 + ∆)n f (x)
e, usando la formula del binomio di Newton
n ( )
n m
(2.1) f (x + n∆x) = ∑ ∆ f (x),
m=0 m
2.1. INTERPOLAZIONE 45

dove, ricordiamo

( ) 1 se n = m = 0
n
:= 0 se n < m
m 
 n(n−1)···[n−(m−1)]
m! se n ≥ m > 0
è il generico coefficiente binomiale, cioè il numero di combinazioni di n ele-
menti presi m a m.
La formula precedente esprime i valori della funzione al passo n della fun-
zione f (x) in termini delle differenze di vari ordini. In modo reciproco si trova
anche
n ( )
i n
(2.2) ∆ f (x) = ∑ (−1)
n
f (x + i∆x).
i=1 i
2.3. La formula di Gregory-Newton. Fissiamo ora un punto x0 , e sia x un qua-
lunque altro punto (che per semplicità supponiamo a destra di x0 .) Dividiamo
l’intervalo [x0 , x] in n parti uguali, di modo che il passo ∆x0 sia ora dato da
x − x0
∆x0 = ,
n
e poniamo
xi := x0 + i∆x0 , i = 0, 1, 2, . . . , n
cosicché x = x0 + n∆x0 . Allora la (2.1) si trasforma in
∆ f (x0 ) (x − x0 )(x − x1 ) ∆2 f (x0 )
f (x) =∆0 f (x0 ) + (x − x0 ) + +···
∆x0 2! ∆x02
(2.3)
(x − x0 )(x − x1 ) · · · (x − xn ) ∆n f (x0 )
+ =: Pn (x).
n! ∆x0n
Si verifica facilmente che il polinomio Pn (x), chiamato spesso polinomio inter-
polatorio di Newton, verifica per ogni k = 0, 1, . . . , n
Pn (xk ) = yk = f (xk ),
dato che
k(k − 1) 2 k(k − 1) · · · 1 k
Pn (xk ) = y0 + k∆y0 + ∆ y0 + · · · ∆ y0 = (1 + ∆)k y0 = yk .
2 k!
In altre parole, Pn (x) è il polinomio di grado minore o uguale ad n che prende
nei punti xi i valori Pn (xi ) = yi , dove yi := f (xi ).
2.4. Formula di Taylor. Ripartendo da (2.3), Taylor afferma che, quando il
numero di suddivisioni dell’intervallo [x0 , x] diventa infinito, cioè n → ∞, per
ogni k si ha
∆k y0 dk f
→ (x0 ) = f (k) (x0 )
∆x0k dxk
46 2. IL CALCOLO ALL’OPERA: EQUAZIONI DIFFERENZIALI

e
(x − x0 )(x − x1 ) · · · (x − xk ) → (x − x0 )k ,
quindi
∞ (k)
1 ′′ f (x0 )
f (x) = f (x0 ) + f ′ (x0 )(x − x0 ) + f (x0 )(x − x0 )2 + . . . = ∑ (x − x0 )k .
2 0 k!
Osserviamo che, non solo il ‘quindi’ non sembra giustificarsi ovviamente, ma
che questo tipo di argomentazione potrebbbe portare, in generale, ad assurdi: ad
esempio, potremmo scrivere
1 1 1 1 1 1 1 1
1= + = + + = + + . . . + = 0 + 0 + . . . = 0.
2 2 3 3 3 n n n
In termini moderni, formule del tipo
∞ ∞ ∞ ∞ ∞ ∞
lim
n→∞
∑ ak,n = ∑ n→∞ lim ak,n , ∑ ∑ ak,n = ∑ ∑ ak,n
k=0 k=0 n=0 k=0 k=0 n=0
o
lim lim f (x, y) = lim lim f (x, y),
x→x0 y→y0 y→y0 x→x0
che scambiano l’ordine dei limiti, non sono vere, servono delle ipotesi perché
lo diventino, cfr. ad esempio [46] [49].
2.5. Formula di Maclaurin. Maclaurin procede in modo diverso. Intanto egli è
interessato alla formula di Taylor quando x0 = 0

f (k) (0) k
f (x) = ∑ x,
0 k!
cosa che non è una vera restrizione. Scrive (ma noi leggiamo: parte dall’assun-
zione che)
f (x) = a0 + a1 x + a2 x2 + . . .
e, calcolando in x = 0, trova a0 = f (0). Derivando e calcolando in zero (si noti:
si sta operando ancora uno scambio di limiti), trova quindi a1 = f ′ (0) e, in
generale
f (n) (0)
an = .
n!
Quindi (noi leggiamo: se f (x) ha uno sviluppo in serie di potenze centrato in
zero, allora) il suo sviluppo è quello di Taylor (centrato in zero); la domanda
è: tutte le f (x) sono sviluppabili? Si scoprirà che la risposta è negativa. Non
solo perché ci sono funzioni che hanno k derivate, e la k-sima derivata non
ha derivata, ma perché ci sono funzioni non nulle che ammettono derivate di
qualunque ordine con f (k) (0) = 0 per ogni k.
2.2. ESPONENZIALE E LOGARITMO 47

F IGURA 1. Il problema di de Beaune: esponenziale e logaritmo.

2.2. Esponenziale e logaritmo

Subito dopo la pubblicazione della Geometrie, nel 1638, Florimond de Beaune


pone a Descartes il problema di determinare una curva la cui sottotangente sia
una data costante a, cioè analiticamente trovare la curva y tale che
dx dy y
y =a o =
dy dx a
che come sappiamo è la curva esponenziale1 ex/a .
Questa è la soluzione che Leibniz ne dà alla fine della sua Methodus:
Come appendice mi piace aggiungere la soluzione del problema proposto da F. de Beaune a
Descartes e che egli affrontò nel Tom. 3 delle Epistole, ma non risolse. Trovare la curva WW
di natura tale che, condotta all’asse una tangente WC, sia XC sempre uguale ad un segmento
costante a.
Ora XW, ossia w, sta a XC, ossia ad a, come dw sta a dx. Dunque, se dx (che si può prendere
ad arbitrio) si assume costante, precisamente sempre uguale a b, cioè se le x o le AX crescono
uniformemente, sarà w = ba dw. Queste saranno proprio le ordinate w, proporzionali agli stessi
dw, loro incrementi o differenze, cioè se le x sono in progressione aritmetica, le w saranno in
progressione geometrica, oppure se le w sono numeri, le x saranno logaritmi: dunque la curva
WW [in Figura 7] è la curva logaritmica.
Con Eulero [30] per risolvere il problema di de Beaune sostituiamo l’infini-
tesimo dx con una variazione finita δ piccola. Se y = y(x) è la soluzione (ci sarà

1 In realtà il problema originale portava all’equazione differenziale


dy α
= ,
dx y − x
che, con un cambiamento di variabile, Descartes aveva ricondotto all’equazione
‘sottotangente uguale costante’ nelle nuove variabili.
Diverse varianti di questo problema furono considerate da Jakob Bernoulli intorno agli anni
1695 con a non costante.
48 2. IL CALCOLO ALL’OPERA: EQUAZIONI DIFFERENZIALI

una soluzione?), con riferimento alla Figura 1 avremo


δ ( δ)
y(x + δ ) ≈ y(x) + y(x) = y(x) 1 + .
a a
Consideriamo ora due punti generici x0 e x e, fissato N grande, dividiamo l’in-
tervallo [x0 , x] in N intervallini uguali [xk , xk+1 ], k = 0, 1, . . . , N − 1, di modo che
δ = xk+1 − xk = 1/N. Avremo allora
( δ) ( δ )N
y0 = y(x0 ), y(x0 + δ /N) ≈ y0 1 + , . . . y(x) ≈ y0 1 + .
a a
Semplificando – a posteriori si potrà recuperare il caso precedente – scegliamo
a = 1 e x0 = 0, siamo allora ricondotti a calcolare
( 1 )N
1+ .
N
Saremmo ricondotti alla stessa situazione se ci chiedessimo “se una popola-
zione, con tasso di nascita meno tasso di mortalità costante, inizialmente conta
y0 abitanti, quanti abitanti avrà dopo x anni?” o “se si prendono in prestito dei
soldi ad un certo tasso di interesse, quanto si dovrà restituire successivamente?”.
Eulero comincia col considerare il caso x = 1. Dalla formula del binomio
allora
( 1 )N N N(N − 1) 1 N(N − 1)(N − 2) 1
1+ = 1+ + + +...
N N 1·2 N 2 1·2·3 N3
1 1 1 2 1
= 1 + 1 + (1 − ) + (1 − )(1 − ) + · · ·
N 2! N N 3!
1 k−1 1
+ (1 − ) · · · (1 − ) +···
N N k!
A questo punto Eulero osserva che per N infinito (per trasposizione?) N−1
N è
uguale a 1 e conclude che la somma a secondo membro è (noi diremmo, per
N → ∞, (1 + 1/N)N tende al) numero di Eulero
∞ ∞
1 1
e = 1+ ∑ =∑ .
k=1 k! k=0 k!

Come abbiamo già osservato l’argomento (di passaggio al limite) è pericoloso.


Infatti la motivazione di Eulero è quanto meno oscura. Quel che conta infatti è
che per ogni k
( 1 )( 2) ( k)
1− 1− ··· 1−
N N N
tende a 1 crescendo, vedi 7.6 in Capitolo 7.
Non è chiaro in che senso e√sia un numero; Eulero probabilmente risponde-
rebbe nello stesso senso in cui 2 è un numero, infatti, come si vede facilmente,
2.2. ESPONENZIALE E LOGARITMO 49

l’espressione
n
1
∑ k!
k=0
è limitata indipendentemente da n (ad esempio per confronto con la serie di
Mengoli) ed è crescente, quindi definisce un numero (ma questo potrebbe non
farci desistere e farci continuare a chiedere in che senso, ed Eulero,
√ forse, ri-
sponderebbe che la serie è il numero). Si osservi come i ‘numeri’ 2 e e, come
pure π , appaiono come l’oggettivazione di una procedura.
Tornando alla funzione esponenziale, Eulero con lo stesso argomento mostra
che
( ∞ k
x )N x
1+ →∑ .
N k=0 k!
D’altra parte, se x è razionale e N è tale che M:=N/x è intero, si ha
( x )N ( 1 )Mx (( 1 )M )x
(2.4) 1+ = 1+ = 1+ → ex .
N M M
E la conclusione di Eulero, è che

xk
ex = ∑ k! .
k=0
Osserviamo che la (2.4) dimostra che ex è positivo per ogni intero x perché
per N grande 1 + x/N > 0.
Da questo sviluppo in serie è possibile dedurre tutte le proprietà dell’espo-
nenziale che conosciamo, in particolare
e0 = 1 e ex+y = ex ey , per ogni coppia x, y,
e anche che
∞ ∞ ∞ ∞
xk xk−1 d xk d xk d
ex = ∑ k! = ∑ (k − 1)! = ∑ dx k! = dx ∑ k! == dx ex .
k=0 k=1 k=1 k=1
cioè ex risolve l’equazione differenziale
y′ = y.
Osserviamo che l’equazione differenziale y′ = y ha infinite soluzioni. Tutte
le funzioni del tipo y(x) = λ ex sono soluzioni e non ve ne sono altre. Se infatti
y(x) è una qualunque soluzione di y′ = y, allora
y(x) ′ y′ ex − yex
) =
( =0
ex e2x
quindi y(x)/ex non dipende da x, più precisamente, y(x)/ex = 1 perché y(0)/e0 =
1 – almeno se accettiamo che f ′ = 0 implichi f = const. Osserviamo però che
per arrivare in modo certo a questa affermazione, che è una conseguenza del
50 2. IL CALCOLO ALL’OPERA: EQUAZIONI DIFFERENZIALI

teorema di Lagrange ‘provato’ appunto da Lagrange in [69], serve fare un lun-


go cammino, nel tempo (fine Ottocento) e anche nello spazio (pagine richieste
per una esauriente spiegazione). Pertanto il problema
{
y′ = y,
(2.5)
y(0) = 1,

ha soluzione unica che è la soluzione trovata prima ex .


Per definire la funzione esponenziale, possiamo procedere di converso, par-
tendo direttamente dall’equazione differenziale y′ = y, in fondo essa “è la curva
soluzione”, nel senso del tipo di curva. Voremmo ritrovare la funzione espo-
nenziale a partire dall’equazione differenziale senza utilizzare il fatto che ne
conosciamo la soluzione. La cosa è possibile ma un po’ più complicata. In
Sezione 6.2.4 proveremo che esiste una soluzione in R del problema (2.5) e
anzi che questa soluzione è unica e positiva. Chiamiamo questa soluzione
e(x). Si verifica ora che per e(x) valgono tutte le proprietà che caratterizzano
l’esponenziale
(2.6) e(x + z) = e(x) · e(z) per ogni x, z.
Per questo, per ogni fissato z poniamo fz (x) := e(x + z)/e(x) e osserviamo che
fz (0) = e(z) e fz′ = (e′ (x + z)e(x) − e′ (x)e(x + z))/e2 (x) = 0, da cui fz (x) = e(z).
Per n, m interi si deduce ancora dalla (2.6):

e(xn/m ) = en/m (x) e e(n/m) = en/m (1),


concludendo, almeno per gli x razionali
e(x) = (e(1))x .
Estendendo la funzione e(x) dai razionali a tutti i numeri (a quali? Si potrà fare?
E come? Siamo nel pieno della continuità dei reali e delle funzioni) ed usando
la formula di Taylor non è difficile concludere che posto

xk
e(1) =: e si ha e(x) = ∑ .
k=0 k!

Ulteriori proprietà ben note dell’esponenziale si possono ora dedurre ‘facilmen-


te’, modulo le varie osservazioni fatte; ad esempio si deduce che la funzione
ex è strettamente crescente, in particolare per ogni y è possibile trovare unica x
tale che y = ex , la funzione che a y associa x tale che y = ex si chiama funzione
logaritmo che indichiamo con log y. Essendo ex > 0 ∀x, il logaritmo è definito
per ogni y > 0 e si ha:
log ex = x ∀x, elog y = y ∀y > 0.
2.2. ESPONENZIALE E LOGARITMO 51

P α

tan x r t
tan α s
sin x x
sin α cos β
β u
α α
O cos x t = sin β u = cos β sin α
cos α r = sin β cos α
s = sin β sin α

F IGURA 2. Definizione geometrica delle funzioni trigonometriche e dimostrazione della formula


del seno della somma di due angoli.

Inoltre, derivando, ex (d log)(ex ) = 1, e scrivendo y al posto di ex ,


1
d log y = ,
y
ritornando cosı̀ alle origini storiche.
Osserviamo che le funzioni λ eax , a costante, sono tutte e sole le soluzioni di

y = ay, cfr. anche Sezione 5.1.
Ricordiamo che Nicolas Chuquet (1445-1488) e Michael Stiffel (1487-1567),
rispettivamente in Le triparty en la science des nombres (1484) e in Arithmeti-
ca integra (1544), sono accreditati di essere stati i primi ad aver considerato
trasformazioni di progessioni geometriche, 1, r, r2 , r3 , . . . nella progressione
aritmetica, 0, 1, 2, 3, . . . , mentre per primo John Napier 1550-1617), in Mirifici
logarithmorum canonis descriptio (1664), introdusse i logaritmi e illustrò il loro
uso per facilitare i calcoli astronomici. Henry Briggs considerò e costruı̀ tavole
dei logaritmi in base 10 – il logaritmo di un numero è l’esponente da dare a
10 per ottenere il numero stesso –; infine, agli inizi del 1600 anche Joost Bürgi
(1522-1632), indipendentemente, inventò e sviluppò i logaritmi; si veda [64]
pp.298-301. Nel 1647 nella sua Opus geometricum Gregoire de Saint-Vincent
osserva che, se le aree sotto l’iperbole negli intervalli [x0 , x1 ], [x1 , x2 ], [x2 , x3 ],
. . . , [xi−1 , xi ], sono uguali, allora 1/x0 , 1/x1 , 1/x2 , 1/x3 , . . . , 1/xi sono in pro-
gressione geometrica; sulla base di questa osservazione il suo allievo Alfons A.
de Sarasa (1618-1667) osserva allora che le aree sotto l’iperbole possono essere
interpretate come logaritmi, Niccoló Mercator e Newton, come abbiamo visto,
ottennero quindi lo sviluppo in serie di log(1 + x), cfr. [64] p. 413.
Il modo più semplice per introdurre la funzione esponenziale è forse defini-
re prima la sua funzione inversa, il logaritmo come soluzione della più sem-
plice equazione differenziale, y′ (x) = 1x , vale a dire partendo dal processo di
integrazione, cfr. 7.8 Capitolo 7.
52 2. IL CALCOLO ALL’OPERA: EQUAZIONI DIFFERENZIALI

2.3. Le funzioni circolari

Le funzioni circolari o trigonometriche coseno, cos x, e seno, sin x, sono definite


geometricamente come le coordinate del punto P estremo dell’arco di lunghezza
x a partire dal punto (1, 0) sulla circonferenza, prolungate per gli x < 0 e per gli
x > 2π periodicamente. Per gli x per cui cos x ̸= 0, cioè per x ̸= kπ , k = . . . , −2,
−1, 0, π , 2π , . . . si definisce poi la funzione tangente come tan x = sin x/ cos x,
si veda Figura 2. Trovare relazioni fra queste funzioni, le ben note formule tri-
gonometriche, diventa un problema di triangoli rettangoli o di calcoli algebrici,
si veda sempre la Figura 2 per la dimostrazione delle formule di somma
sin(x + y) = sin x cos y + cos x sin y
cos(x + y) = cos x cos y − sin x sin y
sin x cos y + cos x sin y tan x + tan y
tan(x + y) = = .
cos x cos y − sin x sin y 1 − tan x tan y
Eulero [30] nota che per iterazione da
sin(n + 1)x = sin x cos nx + cos x sin nx
cos(n + 1)x = cos x cos nx − sin x sin nx.

si può dedurre (la cosa era stata già osservata da Abraham de Moivre (1667-
1754) intorno al 1730) che
n(n − 1) 2
cos nx = cosn x − sin x cosn−2 x
1·2
n(n − 1)(n − 2)(n − 3) 4
+ sin x cosn−4 x − . . .
1·2·3·4
n(n − 1)(n − 2) 3
sin nx =n sin x cosn−1 x − sin x cosn−3 x
1·2·3
n(n − 1)(n − 2)(n − 3)(n − 4) 5
+ sin x cosn−5 x − . . .
1·2·3·4·5

Come per l’esponenziale, Eulero scrive x/N al posto di x e sceglie n = N; per N


grande sostituisce 1 − k/N con 1, e poiché
sin x ≈ 0 per x → 0,
sostituisce sin(x/N) con 0 e
( )N/2 1 x2
cosN (x/N) = 1 − sin2 (x/N) ≈ 1−
2N
2.3. LE FUNZIONI CIRCOLARI 53

con 1, ottenendo

x2 x4 x6 x2k
cos x = 1 − + − − . . . = ∑ (−1)k
2! 4! 6! k=0 (2k)!

x3 x5 x7 x2k+1
sin x = x − + − − . . . = ∑ (−1)k+1
3! 5! 7! k=0 (2k + 1)!

che non sono altro che le serie di Taylor delle funzioni cos x e sin x. In partico-
lare,
d sin x = cos xdx, d cos x = − sin xdx, d tan x = 1 + tan2 x
È possibile definire le funzioni circolari o trigonometriche come soluzioni di
equazioni differenziali e più precisamente tramite il processo di integrazione o
calcolo delle areee, cfr. 7.9 e 7.10 Capitolo 7

2.3.1. Moto armonico semplice


Le funzioni trigonometriche sono fortemente legate ai fenomeni periodici. Una
tipica situazione è quella di una massa, che spostata da una posizione di equi-
librio, subisce una forza che tende a restaurare la situazione iniziale. Possiamo
pensare ad una forza elastica, ma lo stesso modello appare in sistemi di varia
natura, biologici, economici, elettronici e, ovviamente, meccanici. Nel caso
più semplice consideriamo un moto lineare (cioè in cui l’effetto di più forze si
somma) in cui la forza di ripristino è proporzionale allo spostamento: si tratta
della legge di Hooke e il moto risultante si chiama moto armonico semplice. Un
modello specifico è quello di una massa m tenuta da una coppia di molle in equi-
librio; se scegliamo l’origine come posizione di equilibrio, la legge di Hooke ci
dice che la forza elastica di ripristino, se la massa si trova in y, è proporzionale
a |y| e più precisamente, essendo una forza di richiamo, è −k y, k > 0. In accor-
do con la legge di Newton, cfr. Sezione 4.1, il moto è descritto dall’equazione
m y′′ (t) = −k y(t) che è più comodo scrivere come

′′ k
(2.7) y + ω y = 0,
2
dove ω= .
m
Questa è l’equazione dell’oscillatore armonico.
Si verifica immediatamente che le funzioni cos ω t, sin ω t, t ∈ R, e più in
generale tutte le funzioni
(2.8) y(t) = c1 cos ω t + c2 sin ω t,
sono soluzioni dell’equazione dell’oscillatore
√ armonico qualunque siano le co-
stanti c1 e c2 . Osserviamo che, posto A := c21 + c22 , il punto (c1 /A, c2 /A) sta
54 2. IL CALCOLO ALL’OPERA: EQUAZIONI DIFFERENZIALI

sul cerchio unitario, quindi esiste t0 ∈ [0, 2π [ tale che



c1 = A cos ω t0 , c2 = A sin ω t0 , A= c21 + c22 ,
quindi
(2.9) y(t) = c1 cos ω t + c2 sin ω t = A cos(ω (t − t0 )).
In effetti le funzioni in (2.8) sono tutte e sole le soluzioni dell’equazione del-
l’oscillatore armonico. Inoltre, le costant c1 , c2 in (2.8), equivalentemente le
costanti A e t0 in (2.9), che individuano una particolare soluzione nella famiglia
delle soluzioni, sono determinate dalla posizione e dalla velocità del sistema in
un dato tempo. Quindi la posizione e la velocità della massa in un dato tempo
fissano l’evoluzione del sistema per tutti i tempi nel futuro come nel passato.
Infatti, sia y(t) una soluzione dell’equazione (2.7). Possiamo trovare una
soluzione z(t) di (2.7) del tipo (2.8) tale che
z(0) = y(0), z′ (0) = y′ (0),
scegliendo
y′ (0)
z(t) = y(0) cos ω t + sin ω t.
ω
Se ora proviamo che y(t) = z(t) ∀t, abbiamo finito cioè y(t) è del tipo (2.8).
Poiché l’equazione (2.7) è lineare in y, cioè, se y1 (t) e y2 (t) sono soluzioni di
(2.7), allora ogni loro combinazione lineare c1 y1 (t) + c2 y2 (t), c1 e c2 numeri
qualunque, è ancora soluzione della stessa equazione, ritornando a y(t) e z(t),
la loro differenza w(t) := z(t) − y(t) è soluzione dell’equazione ed, infatti, del
problema {
w′′ (t) + ω 2 w(t) = 0,
w(0) = 0, w′ (0) = 0.
Moltiplicando l’equazione per w′ si vede che l’energia
1
((w′ )2 (t) + ω 2 w2 (t)),
2
è costante in t, perché
d
((y′ )2 (t) + ω 2 y2 (t)) = 2y′ (t)y′′ (t) + 2ω 2 y(t)y′ (t)
dt ( )
= 2y′ (t) y′′ (t) + ω 2 y(t) = 0.
Se ora utilizziamo le condizioni iniziali abbiamo
(w′ )2 (t) + ω 2 w2 (t) = (w′ )2 (0) + ω 2 w2 (0) = 0 + 0 = 0 ∀t,
cioè, y(t) − z(t) = w(t) = 0 ∀t.
In conclusione abbiamo provato
2.3. LE FUNZIONI CIRCOLARI 55

2.6. P ROPOSIZIONE . Le uniche soluzioni dell’equazione dell’oscillatore armo-


nico
y′′ (t) + ω 2 y(t) = 0 ∀t ∈ R,
sono le funzioni
y(t) = c1 cos ω t + c2 sin ω t, c1 , c2 ∈ R.
Inoltre, dati comunque a, b ∈ R, esiste un’unica funzione derivabile due volte
y : R → R che risolve il problema
{
y′′ (t) + ω 2 y(t) = 0 ∀t ∈ I
y(0) = a, y′ (0) = b.
Più precisamente, y(t) = a cos ω t + (b/ω ) sin ω t, t ∈ R.
2.7. O SSERVAZIONE . In questo modo cost e sint sono caratterizzate dall’essere
le uniche soluzioni rispettivamente dei problemi di Cauchy
{ {
y′′ (t) + y(t) = 0, y′′ (t) + y(t) = 0,
(2.10)
y(0) = 1, y′ (0) = 0, y(0) = 0, y′ (0) = 1.
Potremmo quindi definire cost e sint in questo modo, modulo provare esistenza
(e unicità, che abbiamo in effetti già provata) per il problema in (2.10).
Infine si noti che le oscillazione armoniche hanno periodo indipendente dal-
l’ampiezza e pari a T = 2ωπ .

2.3.2. Moto circolare uniforme


Probabilmente il più semplice e più noto moto periodico – modello di regolarità
fin dal tempo degli antichi greci: eternamente uguale a se stesso – è il moto ar-
monico o moto circolare uniforme, cioè, il moto di un punto materiale vincolato
a muoversi su un cerchio con velocità di modulo costante. Rappresentiamo il
cerchio come {(x, y) ∈ R2 | x2 + y2 = 1} e la posizione del punto al tempo t come
il vettore x(t) = (x(t), y(t)) ∈ R2 ; allora il moto sul cerchio è descritto da una
funzione x : R → R2 con
|x(t)| = 1, |x′ (t)| = c ∈ R,
dove x′ := (x′ (t), y′ (t)) è la velocità.
2.8. P ROPOSIZIONE . Sia x : R → R2 un moto sul cerchio |x| = R. Allora la ve-
locità x′ (t) è tangente al cerchio e ortogonale al vettore posizione x(t). Inoltre,
le seguenti affermazioni sono equivalenti:
(1) |x′ (t)| è costante lungo il moto, |x′ | = c ∈ R, cioè il moto è un moto
circolare uniforme,
(2) in ogni istante l’accelerazione x′′ è ortogonale alla velocità x′ (t),
56 2. IL CALCOLO ALL’OPERA: EQUAZIONI DIFFERENZIALI

(3) x è una mappa armonica sul cerchio, cioè,


|x′ |2
−x′′ = x.
R2
D IMOSTRAZIONE . Ricordiamo che il prodotto scalare tra due vettori u = (x1 , y1 )
e v = (x2 , y2 ) si definisce come (u|v) := x1 x2 + y1 y2 e che (u|u) = |u|2 = x12 + y21
non è altro che la lunghezza, chiamata anche norma al quadrato di u, (u|u) =
|u|2 = x12 + y21 . Si verifica facilmente che
(u|v) = |u| |v| cos θ ,
dove θ è l’angolo tra i due vettori. Segue che u e v sono perpendicolari se e
solo se (u|v) = 0. Assumendo le componenti di u, v : R → R2 differentiabili, si
ha
d
(u(t)|v(t)) = (x1 (t)x2 (t) + y1 (t)y2 (t))′ = (u′ |v) + (u|v′ ).
dt
Differentiando l’identità |x(t)|2 = R2 , troviamo
2(x(t)|x′ (t)) = 2x(t)x′ (t) + 2y(t)y′ (t) = 0,
quindi x′ e x sono perpendicolari.
(i) ⇒ (ii) Se x′ ha modulo costante lungo il moto, differenziando (stiamo assu-
mendo che x sia differenziabile due volte) |x′ (t)|2 = x′ 2 (t)+y′ 2 (t) = c2 troviamo
(x′′ (t)|x′ (t)) = 2x′ (t)x′′ (t) + 2y′ (t)y′′ (t) = 0,
cioè l’accelerazione x′′ è perpendicolare alla velocità.
(ii) ⇒ (iii) Poiché x e x′ sono perpendicolari deduciamo che x′′ e x sono paralleli
(siamo nel piano), quindi
x′′ (t) = λ (t)x(t).
Per calcolare il multiplicatore λ (t) moltiplichiamo l’equazione per x(t) trovan-
do
R2 λ (t) = λ (t)(x(t)|x(t)) = (λ (t)x(t)|x(t)) = (x′′ (t)|x(t));
differenziando due volte l’identità |x(t)|2 = R2 , troviamo anche (x′′ (t)|x(t)) +

|x′ (t)|2 = 0, che, confrontata con l’uguaglianza precedente, dà λ (t) = − |x R(t)|
2
2 ;
in conclusione
|x′ (t)|2
x′′ (t) + x(t) = 0.
R2
′ 2
(iii) ⇒ (i). Moltiplicando per x′ l’equazione x′′ + |xR2| x = 0, troviamo (x′ |x′′ ) =
′ 2
− |xR2| (x′ |x), cioè,
1 d|x′ |2 1 |x′ |2 (t) d|x|2
(t) = − (t) = 0.
2 dt 2 R2 dt
Conseguentemente, |x′ | è costante. □
2.4. NUOVE CURVE ED EQUAZIONI DIFFERENZIALI 57

La Proposizione 2.8 ci dice che il moto circolare uniforme x sul cerchio con
velocità di modulo costante v soddisfa l’equazione
v2
x′′ + x = 0,
R2
cioè, le componenti x(t), y(t) di x(t) sono soluzioni dell’equazione dell’oscilla-
tore armonico x′′ + ω 2 x = 0, dove ω = Rv è la velocitá angolare del moto.
Abbiamo quindi anche una caratterizzazione cinematica delle funzioni seno
e coseno.

2.4. Nuove curve ed equazioni differenziali

Come abbiamo detto, gli anni iniziali dopo l’introduzione del calcolo si ca-
ratterizzano per lo studio di vari problemi, e quindi di varie curve, di difficile
trattazione geometrica, via equazioni differenziali. Qui illustriamo tre esempi
significativi e rilevanti storicamente.
2.9. Isocrona di Leibniz. Nel numero di settembre del 1687 delle Nouvelles de
la République des lettres, Leibniz pone il seguente problema: trovare una curva
y(x) lungo la quale un corpo cade con velocità verticale costante, cioè per noi,
dy/dt = −b, essendo sottointesa verso l’alto la direzione dell’asse delle y. Al
problema fu data una risposta da Huygens, senza dimostrazione e spiegazione,
e dallo stesso Leibniz nel 1689, ma in modo insoddisfacente, in quanto veniva
congetturata la curva e poi verificato che in effetti aveva le proprietà richieste.
In una formulazione più generale il problema fu risolto da Jakob Bernoulli nel
1690. In termini moderni la sua soluzione suona cosı̀: in accordo con le leggi di
Galilei (estrapolate dal finito all’infinitamente piccolo,√ cfr. [51]) la velocità del
corpo, che a quota zero è in quiete, a quota −y, è v = −2gy, e, se x = x(y) è
la traiettoria e s(t) = (x(y(t)), y(t)) la legge del moto, si ha
( ds )2 [( dx ) ]( dy ) [( dx ) ]
2 2 2
−2gy = = +1 = + 1 b2 .
dt dy dt dy
b2
In particolare y ≤ − 2g e si ha l’equazione a variabili separabili

2gy
dx = − −1 − 2 dy
b
che si integra producendo una parabola di Neile.
b2 ( 2gy )3/2 b2
x= −1− 2 , y≤− .
3g b 2g
58 2. IL CALCOLO ALL’OPERA: EQUAZIONI DIFFERENZIALI

F IGURA 3. Illustrazione di Eulero per l’isocrona di Leibniz.

Riportiamo anche la soluzione di Eulero ([28] II, Proposizione 28, 1736),


dove gli assi x e y sono scambiati e l’asse x (quello che indichiamo corrente-
mente con y) è rivolto verso il basso. Eulero osserva che se b1/2 è la velo-
cità all’inizio della√ discesa il tempo in cui l’elemento √ Mm (cfr.
√ Figura 3) è
attraversato
√ è ds/ b + 2gx : si dovrà quindi avere dx/ b = ds/ b + 2gx, cioè

bdy = 2gxdx, da cui ricava, per integrazione, β y = x , dove β = 9b/(8g).
2 3

Una trattazione più generale delle curve di tipo Leibniz (velocità verticale non
costante) venne proposta da Jakob Benoulli negli Acta Eruditorum del 1694.
Usando coordinate polari, Jakob Bernoulli riconduce il suo studio alla studio
delle curve elastiche, si veda Sezione 2.5.2.

2.10. La trattrice. Racconta Leibniz che, durante il suo soggiorno a Parigi,


Claude Perrault (1613-1688) — famoso per le sue opere in meccanica, anatomia
e architettura, per la sua edizione di Vitruvio, per aver progettato il colonnato del
Louvre, fratello del favolista Charles Perrault (1628-1703), uno dei protagonisti
della querelle des Aciens et des Modernes in difesa dei moderni — propose il
seguente problema: determinare la curva caratterizzata dalla proprietà che la
sua tangente in ogni suo punto P interseca una retta data a distanza data a, vedi

a
P

F IGURA 4. La trattrice.
2.4. NUOVE CURVE ED EQUAZIONI DIFFERENZIALI 59

F IGURA 5. Catenaria: equilibrio delle


forze e illustrazione da Leibniz.

Figura 4. Per illustrare la questione estrasse il suo orologio da tasca lo depose


sul tavolo e cominciò a tirarlo con la catena lungo il bordo del tavolo.
Leibniz pubblica la sua soluzione del problema di Perrault nel 1693 ([76]),
affermando che la conosceva già da tanto:

dy y a2 − y2
= −√ cioè − dy = dx.
dx a2 − y2 y
Per quadratura la curva
√ si scrive in termini della curva logaritmica. Infatti,
usando la sostituzione a2 − y2 = v, cioè −ydy = vdv, si calcola
∫ a√ 2 √
a −ξ2 √ a − a2 − y2
x= d ξ = − a2 − y2 − a log .
y ξ y
Osserviamo che Leibniz cercò di utilizzare la trattrice come macchina per l’in-
tegrazione meccanica di integrali simili e, inoltre, che la superficie di rotazio-
ne della trattrice è la pseudo-sfera di Beltrami (1836-1900) che è localmente
isometrica al semi-piano di Poincaré (1854-1912) e fu il primo modello della
geometria iperbolica o di Lobachevski (1792-1856).

2.11. La catenaria. Quale è la forma che prende una catena appesa a due suoi
estremi? Il problema ha origine nei Discorsi di Galilei, si veda ad esempio [43],
il quale sembrava esser convinto che la forma fosse circa parabolica. Huygens,
giovanissimo, mostra però che non può essere parabolica, lasciando aperta la
questione. Intorno al 1690 il problema della catenaria diventa una sorta di pro-
blema test per il nuovo calcolo; ad esso tornarono ad interessarsi Jakob e Johann
Bernoulli, Huygens e Leibniz. Nel 1691 Leibniz [74] e Johann Bernoulli [5] ne
diedero la soluzione come applicazione del nuovo calcolo: Leibniz suggerisce
60 2. IL CALCOLO ALL’OPERA: EQUAZIONI DIFFERENZIALI

una formula, un coseno iperbolico,


y 1 x/a
= (b + b−x/a )
a 2
con a = e, mentre Johann Bernoulli fornisce due costruzioni della catenaria e ne
enumera varie proprietà.
Un’osservazione dovuta al gesuita Ignace Garston Pardies (1636-1673), pub-
blicata nel 1673 in [97] e probabilmente nota negli ambienti di leibniziani sta-
biliva che il punto E di intersezione tra due tangenti per due punti qualunque
A e B della catenaria giace sulla verticale passante per il centro di gravità della
parte di fune sottostante la corda AB. Con riferimento alla Figura 5, poiché la
massa in E è proporzionale ad s, il parallelogramma delle forze in E mostra che
la pendenza in A è proporzionale alla lunghezza d’arco, cioè
c ẏ = s.
Il problema si riconduce quindi a quello di ‘integrare’ quest’ultima equazione
differenziale. La cosa non è banale, trattandosi di una curva trascendente. Non
seguiremo qui né Leibniz né Bernoulli: nello spirito di metodi successivi, ad
esempio quelli di Riccati, sostituiamo la derivata ẏ con una nuova funzione p, e
trasformiamo l’equazione precedente, in termini differenziali, in un’equazione
differenziale per p e x √
c d p = ds = 1 + p2 dx.
Integrando otteniamo ∫ ∫
dp
c √ = dx
1 + p2
cioè in termini di funzioni iperboliche, cfr. 7.11 Capitolo 7:
x − x0 x − x0 x − x0
arcsinh p = o p = sinh e y = k + c cosh ,
c c c
in accordo con Leibniz.

2.5. Curve piane

Facendo un salto nel futuro, conviene qui fissare alcuni fatti che abbiamo già
usato e altri nuovi relativi alle curve piane, si veda ad esempio [46] [48] [49].
Abbiamo visto varie immagini matematiche di una curva:
◦ Come luogo gemetrico, cioè identificate da una relazione
F(x, y) = 0
tra le coordinate dei punti della curva; la cosa risulta particolarmente utile
quando si specifica la forma di F; ad esempio, quando F è un polinomio
si parla di curve algebriche e si cerca di classificarle in base al grado del
2.5. CURVE PIANE 61

F IGURA 6. Alcune traiettorie: da sinistra, (a) curva semplice, (b) curva semplice chiusa, (c), (d),
(f) curve non semplici.

polinomio: si scopre che polinomi di primo grado corrispondono a rette,


di secondo grado alle coniche (incluse quelle degeneri, come ad esempio
x2 + y2 = 0 o x2 − y2 = 0 o (x − y)(x − y − 1) = 0), quelle di grado 3
furono classificate da Newton, poi le cose si complicano leggermente e
noi ci fermiamo.
◦ Come deformazione continue di un segmento, o di un segmento in cui
identifichiamo gli estremi — osserviamo che senza l’ipotesi di continuità
potremmo sparpagliare i sottoinsiemi del segmento e addirittura i punti
un po’ ovunque.
◦ Come insieme delle posizioni di un punto che si muove sul piano di un
moto generico: in questo modo ci sono due informazioni che concorrono
la traiettoria che il punto percorre e il modo in cui questa traiettoria è
percorsa.
Si dimostra che, se F ha gradiente non nullo nei punti in cui F = 0 allora
localmente esso è il grafico di una funzione, più precisamente in un intorno
di ogni (x0 , y0 ) in cui F(x0 , y0 ) = 0 e, ad esempio, Fy (x0 , y0 ) ̸= 0, possiamo
esplicitare y come funzione di x, cioè scrivere y = ϕ (x) e F(x, ϕ (x)) = 0 — si
tratta di una versione molto semplificata del teorema delle funzioni implicite a
volte chiamato anche teorema del Dini. Chiaramente il grafico di una funzione
f : D f → R si può vedere come la deformazione del dominio D f ; si può anche
vedere come la traiettoria di un punto che si muove con legge oraria
{
x = t, t ∈ D f
(2.11) γ (t) =
y = γ (t).
Risulta allora conveniente pensare ad una curva come ad una applicazione
continua γ da un intervallo I di R in R o, più in generale in Rn ; l’immagine si
chiamerà la traccia o la traiettoria e si parlerà di γ come della parametrizzazione
di Γ := γ (I) : in questa situazione si parlerà quindi di curva parametrizzata o di
legge oraria del moto.
Vale la pena fare alcune osservazioni. Curve diverse possono avere la stessa
traccia, ad esempio le curve γ1 (t) := (t, 0), γ2 (t) := (t 3 , 0) e γ3 (t) := (t(t 2 −
1), 0), t ∈ R sono parametrizzazioni diverse dell’asse delle ascisse in R2 che
62 2. IL CALCOLO ALL’OPERA: EQUAZIONI DIFFERENZIALI

danno moti diversi lungo l’asse delle x. In modo simile, le curve σ1 (t) = (t 3 ,t 2 )
√ 2
e σ2 (t) = (t, (t 2 )1/3 ), t ∈ R, sono parametrizzazioni diverse del grafico di 3 x .
Si noti che σ1 è una parametrizzazione che possiede infinite derivate, mentre σ2
è solo continua, non ha derivata in tutti i punti: il fatto che la parametrizzazione
abbia derivata in tutti i punti non implica che la traccia abbia tangente in tutti
i punti. Questo non succede se la curva γ è regolare intendendo con questo
che γ̇ (t) ̸= 0 per ogni t, sempre come conseguenza del teorema delle funzioni
implicite.
Infine osserviamo che molte proprietà delle curve, in particolare quelle geo-
metriche, sono indipendenti dalla parametrizzazione. Per questo si introdu-
ce la seguente definizione: siano I, J due intervalli e siano γ ∈ C0 (I, Rn ) e
δ ∈ C0 (J, Rn ) due curve,
◦ Siano δ e γ continue; diciamo che δ e γ sono C0 −equivalent se c’è una
mappa uno-a-uno continua h : J → I tale che
δ (s) = γ (h(s)) ∀ s ∈ J.
◦ Siano δ e γ di classe C1 , cioè abbiano derivate continue; diciamo che δ
e γ sono C -equivalent se esiste una mappa uno-a-uno h : J → I di classe
1

C1 con h′ (t) ̸= 0 ∀t ∈ J tale che γ (s) = γ (h(s)) ∀s ∈ J.


Si dimostra allora:
◦ Due curve semplici con la stessa traccia sono C0 −equivalenti.
◦ Due curve di classe C1 regolari sono C1 −equivalenti se e solo se sono
C0 −equivalenti.
ed ancora
◦ Sia γ : I → Rn una curva semplice regolare di classe C1 , sia Γ := γ (I) la
sua traccia, sia x ∈ Γ e t ∈ I tale che γ (t) = x; il vettore tangente unitario
a γ in x := γ (t) è definito come la velocità normalizzata in t
γ ′ (t)
τγ (x) := , γ (t) = x.
|γ ′ (t)|
e tutti e soli i vettori tangenti in x sono dati dai multipli di τγ (x).

2.5.1. Lunghezza e ascissa curvilinea


Si chiama partizione σ di un intervallo [a, b] la scelta di un numero finito di
punti t0 , . . . ,tN con a = t0 < t1 < · · · < tN = b. Denotiamo con S la famiglia
delle partizioni di [a, b]. Per ogni partizione σ = {t0 ,t1 , . . . ,tN } ∈ S possia-
mo calcolare la lunghezza della linea poligonale, P(σ ) che congiunge i punti
γ (t0 ), γ (t1 ), . . . , γ (tN ) nell’ordine elencato,
N
P(σ ) := ∑ |γ (ti ) − γ (ti−1 )|.
i=1
2.5. CURVE PIANE 63

Sia γ ∈ C0 ([a, b]; Rn ). Si chiama lunghezza di γ , si confronti con la lunghezza


definita da Fermat, cfr. [51],
{ }
L(γ ) := sup P(σ ) σ ∈ S

e si dice che γ è rettificabile o che γ ha variazione totale finita se L(γ ) < +∞.
In altre parole la lunghezza di una curva è l’estremo superiore delle lunghezze
delle poligonali inscritte. Si vede facilmente che, se γ e δ sono equivalenti,
allora L(γ ) = L(δ ). In particolare, γ e δ sono o entrambe rettificabili o no e la
lunghezza di una curva semplice dipende solo dalla sua traccia.
Le curve continue non sono necessariamente rettificabili. Ad esempio, la
curva grafico di f , γ (x) = (x, f (x)) dove
{
x sin(1/x) if x ∈]0, 1],
f (x) :=
0 if x = 0
ha lunghezza infinita. Infatti, se
1
xn := , n ∈ N,
nπ + π /2
la lunghezza di γ|[xn−1 ,xn ] è più grande di xn | sin 1/xn | = xn , quindi per ogni n
n−1 n−1
1
L(γ ) ≥ L(γ|[xn ,1] ) ≥ ∑ xk = ∑ kπ + π /2 ,
k=1 k=1

cioè, L(γ ) = ∞. Si noti che γ è continua ma γ̇ non è limitata nell’intorno di 0.


2.12. T EOREMA . Sia γ ∈ C1 ([a, b]; Rn ). Allora γ è rettificabile e
∫ b
L(γ ) = |γ ′ (s)| ds.
a
D IMOSTRAZIONE . Sia σ ∈ S una partizione di [a, b] e P(σ ) la lunghezza della linea poligonale
corrispondente ad σ . Allora
∫ ti
γ (ti ) − γ (ti−1 ) = γ ′ (s) ds,
ti−1
quindi
∫ ti
|γ (ti ) − γ (ti−1 )| ≤ |γ ′ (s)| ds.
ti−1
Sommando su i, concludiamo
N ∫ b
P(σ ) = ∑ |γ (ti ) − γ (ti−1 )| ≤ a
|γ ′ (s)| dx
i=1
∫b
per σ arbitraria, cioè, L(γ ) = supσ P(σ ) ≤ a |γ ′ (s)| ds < ∞. Questo mostra che γ è rettificabile.
Resta da dimostrare che
∫ b
(2.12) |γ ′ (s)| dx ≤ L(γ )
a
64 2. IL CALCOLO ALL’OPERA: EQUAZIONI DIFFERENZIALI

o, equivalentemente, per ogni ε > 0, esiste una partizione σε tale che


∫ b
|γ ′ (s)| ds ≤ P(σε ) + ε .
a
Osserviamo che per per ogni s ∈ [ti−1 ,ti ] abbiamo
∫ ti ∫ ti
γ (ti ) − γ (ti−1 ) = γ ′ (t) dt = (γ ′ (t) − γ ′ (s)) dt + γ ′ (s)(ti − ti−1 ),
ti−1 ti−1
di conseguenza
1
(2.13) |γ ′ (s)| ≤ |γ (ti ) − γ (ti−1 )| + ε
ti − ti−1
purché si scelga la partizione σε := (t0 ,t1 , . . . ,tN ) in modo che
|γ ′ (t) − γ ′ (s)| ≤ ε if s,t ∈ [ti−1 ,ti ].
Ora, questa scelta è possibile poiché γ ′ : [a, b] → Rn
è uniformemente continua in [a, b] per via del
teorema di Heine–Cantor. Si conclude quindi integrando in s su [ti−1 ,ti ] e sommando su i. □

Osserviamo che le curve lipscitziane, cioè le curve γ : [a, b] → Rn per le quali esiste L > 0 tale
che
|γ (t) − γ (s)| ≤ L|t − s| ∀ t, s ∈ [a, b],
sono rettificabili. Infatti, per ogni partizione γ , con a = t0 < t1 < . . . < tN = b abbiamo
N
P(σ ) = ∑ |γ (ti−1 ) − γ (ti )| ≤ L(b − a).
i=1
Ma, molto più complesso è il problema di trovare una formula esplicita per la lunghezza di
una curva lipschitziana e, più in generale (infatti non tutte le curve rettificabili risultano essere
lipschitziane), di una curva rettificabile. Per questo bisognerà aspettare gli inizi del ventesimo
secolo.
Concludiamo, con la formula per l’area di un grafico. Sia f ∈ C1 ([a, b], R). Il
grafico di f , G f : [a, b] → R2 , G f (t) = (t, f (t)), è regolare e G′f (t) = (1, f ′ (t)).
Quindi la lunghezza di G f è
∫ b√
L(G f ) = 1 + | f ′ (x)|2 dx.
a

Ascissa curvilinea ed equivalenza


Sia γ ∈ C1 ([a, b]; Rn ) una curva C1 , regolare, γ ′ (t) ̸= 0 ∀ t ∈ [a, b]. La funzione
sγ : [a, b] → R che dà la lunghezza del tratto di cammino γ : [a,t] → Rn ,
∫ t
sγ (t) := L(γ ; [a,t]) = |γ ′ (t)| dt,
a
si chiama ascissa curvilinea o elemento d’arco di γ . Si verifica che
(1) sγ (t) è una funzione definita in [a, b] a valori in [0, L] essendo L la lun-
ghezza di γ , e che sγ è non decrescente e derivabile in ogni punto con
s′ (t) = |γ ′ (t)|,
2.5. CURVE PIANE 65

(2) se γ è regolare, γ ′ (t) ̸= 0 ∀ t ∈ [a, b], allora sγ (t) è strettamente crescente;


l’inversa tγ (s), tγ : [0, L(γ )] → [a, b] è dunque strettamente crescente, tγ è
di classe C1 e
1
(2.14) tγ′ (s) = ′ ∀ s ∈ [0, L(γ )].
|γ (tγ (s))|

Consideriamo una curva regolare γ ∈ C1 ([a, b]; Rn ) di lunghezza L > 0 con


ascissa curvilinea sγ : [a, b] → [0, L]. Detta tγ : [0, L] → [a, b] l’inversa di sγ
si chiama riparametrizzazione di γ mediante l’ascissa curvilinea la curva δγ :
[0, L] → Rn data da
δγ (s) := γ (tγ (s)) s ∈ [0, L].
Si può vedere che δγ è l’unica curva equivalente a γ , con lo stesso verso di γ ,
e con |δγ′ (s)| = 1 per ogni s ∈ [0, L]. Più precisamente se φ : [a, b] → Rn , ψ :
[c, d] → Rn sono due curve C1 equivalenti e con lo stesso verso e di lunghezza
L, ψ (s) = φ (h(s)) ∀s ∈ [c, d], allora
sψ (s) = sφ (h(s)), s ∈ [c, d], e γψ (x) = γφ (x) ∀x ∈ [0, L].
Quindi in una classe di equivalenza di curve regolari con lo stesso verso esi-
ste un unico rappresentante che è dato dalla legge di percorrenza uniforme del
cammino individuato dalla curva: questa legge è data dalla parametrizzazione
mediante l’ascissa curvilinea.

2.5.2. Curvatura
Elemento caratteristico2 di una curva piana è il suo raggio di curvatura e il
suo inverso, la curvatura, che misura in ogni punto quanto una curva curvi.
La curvatura, in quanto essenzialmente misura della variazione della tangente,
coinvolge differenziali del secondo ordine e, come sappiamo, le espressioni che
coinvolgono differenziali di ordine superiore dipendono dalla suddivisioni del-
le variabili. Per questa ragione fin da quando Johann Bernoulli arrivò a Parigi
nel 1691 con una formula per il raggio di curvatura si aprı̀ un’ampia discussio-
ne che coinvolse Leibniz, Jakob Bernoulli e de l’Hôpital. Non entreremo nei
dettagli, limitandoci ad illustrare le formule di Johann Bernoulli e di Leibniz e
rimandando a [11] (pp. 35-53) per maggiori informazioni.

2 Si dimostra ad esempio che, a meno di moti rigidi del piano, una curva è completamente
determinata dalla sua curvatura, corrispondente all’idea ‘intuitiva’ che, fissato un punto di
partenza e una direzione iniziale di moto, se conosciamo quanto in ogni istante curveremo
allora conosciamo l’intero percorso.
66 2. IL CALCOLO ALL’OPERA: EQUAZIONI DIFFERENZIALI

F IGURA 7. Il raggio di curvatura secondo Johann Bernoulli e secondo Leibniz

2.13. Raggio di curvatura e curvatura. Con riferimento alla Figura 7 a sinistra,


Johann Bernoulli considera due semirette normali OD e BD uscenti da due punti
infinitamente vicini O e B di una curva piana. Queste si incontrano nel centro di
curvatura D. Si ha ora
dy
AH = x + y .
dx
Se scegliamo dx costante, cioè ddx = 0,
dy dy2 + yddy
HG = d(AH) = d(x + y ) = dx + ,
dx dx
infine, posto BD = r, poiché (si noti BC = dx + dydxdy )

dx2 + dy2 y dx2 + dy2
BC = , HD = r −BH = r − e BC : HG = BD : HD,
dx dx
si ricava la formula aurea per il raggio di curvatura

(dx2 + dy2 ) dx2 + dy2 ds3
r=± =± ,
dx ddy dx ddy
che possiamo anche scrivere, ma Bernoulli non fa, come
ds 3 d2y (1 + ẏ2 )3/2
r = ±( ) / ( 2) = ,
dx dx ÿ
avendo indicato con ẏ la derivata dy/dx.
In corrispondenza di questa formula per il raggio di curvatura abbiamo la
seguente formula per la curvatura stessa

k= ,
(1 + ẏ2 )3/2
avendo scelto come variabile indipendente la x.
2.5. CURVE PIANE 67

Questo è quello che Jakob Bernoulli chiamerà il suo teorema aureo e che
deriverà usando essenzialmente coordinate polari: si ha infatti, sempre con
riferimento alla Figura 7,
1 dϕ dy
= e tan ϕ = ,
r ds dx
per cui
d ϕ ds d 2 y
(1 + tan ϕ ) = ,
ds dx dx2
quindi
1√
(1 + ẏ2 ) 1 + ẏ2 = ÿ,
r
che è appunto la formula già trovata.
Jakob Bernoulli diede varie altre formule per il raggio di curvatura e stu-
diò il problema delle trasformazioni di una formula nell’altra. Non discute-
remo questo aspetto. Accenniamo solo brevemente alle formule di Leibniz
che sono indipendenti dalle suddivisioni delle variabili e conseguentemente più
complesse.
Con riferimento alla Figura 7 a destra, poiché CG è ortogonale alla curva
ACC′ abbiamo
dy
r : ( f − x) = ds : dy o r = f − x.
ds
Differenziando quest’ultima equazione, tenendo fissi r e f , si trova quindi
dy dy
rd = −dx o r = −dx/d( ).
ds ds
In modo simile si ha anche
dx
r = dy/d( ).
ds
Poiché i rappori di differenziali primi sono indipendenti dalle suddivisioni, ab-
biamo trovato due formule per il raggio di curvatura che sono indipendenti dalla
decomposizione delle variabili.
2.14. La linea elastica. Con il breve lavoro Solutio problematis curvaturae
laminae elasticae a pondere appenso curvatae di Johann Bernoulli, cfr. [103]
pp. 621-622, comincia lo studio di problemi di elasticità, in cui sono rilevanti
le relazioni tra tensione ed elongazione, anche se Johann sembra oscillare tra
un modello unidimensionale e il modello tridimensionale della trave. Malgrado
questo Bernoulli enuncia le sue assunzioni in modo esplicito e preciso.
L’asse di una trave elastica inizialmente occupa un segmento orizzontale AB.
La trave è incastrata in A ed è caricata con un peso verticale P in B di modo
che si possa curvare come in Figura 8. Per ipotesi (a) il peso del materiale è
trascurabile rispetto alla forza P, (b) la sezione normale resta costante lungo
l’asse della trave, (c) il materiale è egualmente resistente in ogni suo punto, (d)
68 2. IL CALCOLO ALL’OPERA: EQUAZIONI DIFFERENZIALI

F IGURA 8. Trave incastrata.

l’estensione è proporzionale alle forze applicate. Bernoulli divide quindi l’arco


AC in archi infinitesimi Aa, Rr . . . uguali; naturalmente questi sono deformati in
modo differente perché gli effetti della forza P decrescono quando ci si sposta
verso A. Come misura della deformazione di ciascun elemento considera quindi
la sua curvatura, rappresentata dagli angoli AFa, RXr, . . . o, equivalentemente,
dagli spostamenti normali ab, rs, . . . Questi spostamenti debbono essere propor-
zionali alle distanze CG, CL dei punti G, L dalla linea di azione della forza P,
quindi
CL : CG = rs : ab
e, essendo Aa = Rr,
rs ab
CL : CG = : .
Rr Aa
D’altra parte, dalla similitudine dei triangoli rRS, RXr e aAb, AFa, abbiamo
rs Rr ab Aa
= e =
Rr RX Aa FA
per cui ricaviamo
CL : CG = FA : RX o CL · RX = CG · FA = costante = a2 .
Usando coordinate cartesiane e la formula aurea per il raggio di curvatura
(dx2 + dy2 )3/2
RX = − ,
dx d 2 y
concludiamo quindi con
(dx2 + dy2 )3/2
−x = a2
dx d 2 y
che è equivalente all’equazione
d y 2
a2 dx2 d 2 y a2 dx
( ) dx.
2
xdx = − 2 2 3/2
=−
(dx + dy ) dy
1 + ( )3/2 dx
2.5. CURVE PIANE 69

F IGURA 9. La parabola di sicurezza di Torricelli.

Questa equazione, integrata, dà


1 2 a2 y′
x = −√
2 1 + y′2
che può essere esplicitata rispetto a y′ , ottenendo
x2
y′ = ± √ ,
4a4 − x4
cioè la soluzione si esprime in termini di un integrale ellittico. La teoria degli
integrali ellittici a partire da Eulero sarà un’importante area di ricerca per tutto
l’Ottocento e oltre, ovviamente subendo molti cambiamenti di prospettive.
Prima di chiudere vale la pena osservare che per un’esplicita derivazione del-
l’equazione della trave da considerazioni di equilibrio tra tensioni e momento
flettente bisognerà aspettare Eulero, si veda Sezione 3.2.4.

2.5.3. Inviluppi, evolute ed evolventi


Il calcolo porta anche ad una nuova visione delle nozioni di curva evoluta e
evolvente o involuta discusse da Huygens e altri, cfr. [43], riconducendola e

F IGURA 10. Uno schizzo di Dürer.


70 2. IL CALCOLO ALL’OPERA: EQUAZIONI DIFFERENZIALI

subordinandola a quella di inviluppo di una famiglia di curve. Di questo discu-


tono alla fine del Seicento e agli inizi del Settecento Leibniz, i Bernoulli, de
l’Hôpital, Newton e Hermann, tra gli altri. Osserviamo che la nozione di invi-
luppo di una famiglia di rette appare già in Dürer e in Torricelli come inviluppo
delle traiettorie dei proiettili sparati da un cannone a diversi alzi, la parabola di
sicurezza di Torricelli, cfr. [51].
Cominciamo con due esempi. Sul piano cartesiano si considerino le rette
passanti per i punti (a, 0) e (0, a0 − a) al variare di a. Queste creano una nuova
curva, chiamata l’inviluppo, tangente in ogni punto ad una di queste rette, come
illustrato dallo schizzo di Albrecht Dürer riportato in Figura 10.
Consideriamo dei raggi di luce provenienti dall’infinito, quindi verticali e
paralleli, che si riflettono su di un semicerchio. Riflettendosi, questi ultimi pro-
ducono un’interessante curva inviluppo, chiamata caustica. Come applicazio-
ne del calcolo le caustiche, sia di riflessione che di rifrazione, furono studiate
sistematicamente fin dagli anni 90 del Seicento.
2.15. Inviluppo di una famiglia di curve piane. Sia data una famiglia di curve
piane descritte implicitamente dall’equazione
F(x, y, a) = 0
di modo che ad ogni valore a si associ una curva Γa che, avendo scelto le coordi-
nate oppurtunamente, possa esser vista almeno localmente come grafico di una
funzione y = f (x). Consideriamo le curve Γa e Γa+h . I punti comuni risolvono
ovviamente le equazioni
F(x, y, a) = 0, F(x, y, a + h) = 0
e, al variare di h, variano sulla curva Γa . I punti di Γa a cui tendono per h → 0
si chiamano punti caratterisitici di Γa e sono caratterizzati dalle equazioni

(2.15) F(x, y, a) = 0 F(x, y, a) = 0
∂a
Sotto opportune ipotesi, su cui non ci soffermeremo, il luogo dei punti ca-
ratterisitici al variare di a è costituito da una curva I che in ogni suo punto è
tangente a una curva Γa della famiglia ed è chiamata l’inviluppo della famiglia
F(x, y, a) = 0.
Diamo una giustificazione dell’ultima affermazione. Mettendoci nella situa-
zione in cui le (2.15) possano essere esplicitate come
x = ϕ (a) y = ψ (a),
differenziando F(ϕ (a), ψ (a), a) = 0 otteniamo
Fa + Fx ϕ ′ + Fy ψ ′ = 0 cioè Fx ϕ ′ + Fy ψ ′ = 0,
che appunto dice che le rette tangenti a I e a Γa0 in P0 coincidono.
2.5. CURVE PIANE 71

F IGURA 11. L’inviluppo dei cerchi che hanno centri sull’iperbole y2 − x2 = 1 e passano per
l’origine è la lemniscata di Bernoulli.

2.16. Evoluta e evolvente. Data una curva γ con curvatura k ̸= 0, il luogo dei
suoi centri di curvatura (centri dei cerchi osculatori) si chiama evoluta di γ . Se γ
è descritta in termine del parametro lunghezza d’arco s, l’equazione dell’evoluta
è data allora da (stiamo qui usando le notazioni standard t per versore tangente
e n per versore normale)
n(s)
ε (s) = γ (s) + .
k(s)
Derivando si ha
n′ k − n k′ k2t − k2t − nk′ k′
ε′ = γ′ + = = −n
k2 k2 k2
che ci dice che la normale alla curva γ è tangente all’evoluta. Il punto di tan-
genza è precisamente il centro di curvatura. Si può vedere, infatti, che l’evoluta
è l’inviluppo delle rette normali alla curva, come del resto risulta chiaro dalla
definizione di curvatura. Questa è infatti l’idea di Newton: identificare il luogo
dei centri di curvatura con l’inviluppo delle normali alla curva.
Se denotiamo con σ la lunghezza dell’arco di evoluta, misurata da un punto
arbitrario, cioè
∫ s
σ (s) = |ε ′ (τ )| d τ ,
s0
abbiamo
( d σ )2 ( k′ )2
= |ε ′ |2 =
= (ρ ′ )2 ,
ds k2
dove ρ = 1/k. Ne deduciamo σ ′ = ρ ′ e integrando
σ1 − σ0 = ρ1 − ρ0 ,
72 2. IL CALCOLO ALL’OPERA: EQUAZIONI DIFFERENZIALI

F IGURA 12. L’evoluta di una cicloide è una cicloide.

vale a dire, la lunghezza di un arco di evoluta fra due punti è uguale alla dif-
ferenza fra i due corrispondenti raggi di curvatura. La curva γ si chiama anche
l’involuta o l’evolvente della sua evoluta. Abbiamo cosı̀ ritrovato le nozioni di
evoluta e involuta di Huygens (cfr. [43] [51]).
CAPITOLO 3

Il calcolo delle variazioni

Uno dei paradigmi più eleganti e più diffusi della filosofia, della scienza e, in
particolare, della matematica è quello dei principi di minimo. Esso è saldamen-
te collegato al quotidiano principio dell’economia dei mezzi e alla ricerca di
strategie ottimali per raggiungere uno scopo. Non è quindi sorprendente che fin
dall’antichità i principi di minimo siano stati individuati per la loro bellezza —
i teoremi di Zenodoro sulla proprietà isoperimetrica dei poligoni regolari e del
cerchio — e usati per formulare leggi di natura — principio del cammino mini-
mo di Erone, il principio di tempo minimo di Fermat — o visioni metafisiche —
la natura ama la semplicità che ritroviamo tra gli altri in Newton o il migliore
dei mondi possibili di Leibniz. Max Born (1882-1970), fisico, osservava che
non è la natura ad essere economica, ma la scienza.
Alla fine del Seicento nascono nuovi metodi che permettono di trattare ma-
tematicamente problemi di minimo in cui non si cerca un punto in cui una cer-
ta quantità (funzione) abbia un valore minimo, ma una curva che minimizzi
un’azione o un’energia: è l’inizio di quello che fu ritenuto un nuovo calcolo
di tipo superiore, che diventa una teoria efficiente nella seconda metà del Set-
tecento, si consolida nell’Ottocento, si rivitalizza nel Novecento ed è ancora
viva e fruttuosa oggi, il calcolo delle variazioni. La letteratura sul calcolo delle
variazioni è enorme. Per maggiori informazioni, sia storiche che tecniche, ci li-
mitiamo a citare [56] [112] [45] [62] [26] e [44] [50], si veda anche [15], [106],
[39] e [45].

3.1. Il problema della brachistocrona e il problema isoperimetrico

Nel giugno 1696, come appendice al lavoro [6], appare la sfida di Johann Ber-
noulli Problema novum ad cujus solutionem invitantur (si veda [57] p. 212)
sulla curva di minima discesa o brachistocrona:
Dati due punti A e B su un piano verticale, trovare la curva che un corpo che si muove per
gravità da A deve percorrere per raggiunger B nel tempo più breve.
Egli annuncia anche che la curva a tutti ben nota sarà da lui svelata se non rice-
verà risposte prima della fine dell’anno. Leibniz risolve il problema — risponde
74 3. IL CALCOLO DELLE VARIAZIONI

il 16 giugno 1696, lo stesso giorno in cui riceve la nota di Johann Bernoulli,


spedita il 9 giugno — e convince Bernoulli a posporre il termine della sfida
fino alla Pasqua dell’anno successivo, cosı̀ Johann Bernoulli, nel lavoro Lecto-
ri benevolo, . . ., [57] p. 258, annuncia che, se entro Pasqua non riceverà altre
risposte, pubblicherà la soluzione di Leibniz e la sua. L’intera vicenda della
brachistocrona è raccontata da Johann Bernoulli in una lettera a Henri Basnage
(1657-1710), Sieur de Beauval, editore a Rotterdam del periodico Histoire des
Ouvrages des Savants, una sorta di seguito delle Nouvelles de la République des
Lettres di Pierre Bayle (1647-1706), dal 1687 al 1709, [7], [57] pp. 283-290.
Il numero di maggio 1697 degli Acta Eruditorum contiene le soluzioni di
Johann e di Jakob Bernoulli, una nota di Leibniz, in cui Leibniz dice di non
pubblicare la sua soluzione perché simile a quella di Johann e Jakob e aggiunge
che Huygens fosse stato vivo, Hudde se non avesse smesso di occuparsi di que-
ste cose, e Newton se si fosse preso il disturbo, potevano risolvere il problema.
Newton infatti aveva già risolto il problema, pubblicando la soluzione in forma
anonima e senza dimostrazione sulle Philosophical Transactions. Il lavoro fu ri-
pubblicato nello stesso numero degli Acta dove, oltre ai lavori di Johann e Jakob
Bernoulli, appare anche una discussione del problema da parte di de l’Hôpital e
di Tschirnhaus.
Prima di presentare la soluzione di Johann Bernoulli conviene fare qualche
osservazione.
Il problema della brachistochrona non è il primo problema di minimo (equi-
vamentemante di massimo) che compare nella letteratura matematica. Ad esem-
pio, si veda [51]:
◦ Euclide, Libro VI Proposizione 27, mostra che tra tutti i parallelogrammi
di fissato perimeto, il quadrato è quello di area massima.
◦ Archimede, nella seconda parte di Sulla sfera e il cilindro prova che la
semisfera ha volume più grande fra tutti i segmenti di sfera che hanno
superfici uguali.
◦ Apollonio studia i punti P di una conica di minima distanza da un punto
dato A, mostrando che la linea per A e P è normale alla conica.
◦ Il trattato sugli isoperimetri di Zenodoro (200-140 a.C.) discute della
proprietà isoperimetrica del cerchio e della sfera.
◦ Erone (100 a.C.-100 d.C.) deduce la legge di riflessione della luce da un
principio di cammino minimo.
◦ Fermat (1601–1665) deduce la legge di rifrazione della luce da un prin-
cipio di tempo minimo.
Ma c’è di più
◦ Galilei nei Discorsi e dimostrazioni, 1638 [41] argomenta, sbagliando,
che la soluzione del problema della brachistochrona potrebbe essere il
cerchio.
3.1. IL PROBLEMA DELLA BRACHISTOCRONA E IL PROBLEMA ISOPERIMETRICO 75

Da Fermat, Newton e Leibniz sappiamo che in un punto di massimo o di


minimo di una quantità che dipende da un numero finito di parametri (di una
funzione di più variabili) la variazione o il differenziale si annulla. Ma ora stia-
mo cercando un cammino o una curva, che ha infiniti gradi di libertà. Abbiamo
bisogno di un nuovo calcolo? Come trovare una curva minimizzante? L’osser-
vazione fondamentale comune a tutti (Johann e Jakob Bernoulli, Leibniz, . . .),
anche se si scoprirà che non sempre corrisponde al vero, è che ogni sottoarco
di una curva minimizzante è ancora minimizzante. Conseguentemente, la pro-
prietà di minimo deve implicare una relazione tra gli elementi infinitesimali della
curva, cioè una equazione differenziale che caratterizzerà la curva minimale.
Veniamo alla soluzione di Johann Bernoulli a cui premettiamo due fatti ben
noti al tempo:
◦ Se due mezzi sono separati da un piano, se ν1 e ν2 sono le velocità della
luce nei due mezzi e se θ1 e θ2 sono gli angoli formati dal raggio inci-
dente e dal raggio riflesso con la verticale, il principio di tempo minimo
di Fermat implica:
sin θ2 sin θ1
= .
ν2 ν1
◦ La legge di caduta di Galilei ci dice che, partendo con velocità iniziale
nulla, la velocità acquisita a seguito di una caduta lungo un piano inclinato
di altezza x è √
2gx.
Ecco allora la soluzione di Johann Bernoulli:
Considereremo un mezzo che non sia omogeneamente denso, ma composto di strati orizzon-
tali con densità crescente o decrescente secondo una certa legge. È allora evidente che un
raggio che noi consideriamo come una particella non si propagherà lungo una linea retta, ma
una curva [. . .]. Noi sappiamo che i seni degli angoli di rifrazione nei punti di separazione
sono tra loro in rapporto inverso con le densità o diretto con le velocità delle particelle, co-
sicché la brachistochrona ha la proprietà che i seni degli angoli di inclinazione rispetto alla
verticale sono ovunque proporzionali alla velocità. Ma ora noi vediamo immediatamente che
la brachistochrona è il cammino che un raggio di luce seguirebbe attraverso un mezzo la cui
densità sia inversamente proporzionale alla velocità che un corpo pesante acquisisce durante
la caduta [. . .]. Chi ci proibisce di sostituire l’una con l’altra?
Se quindi x è l’asse verticale, y l’asse orizzontale e dz l’elemento di lunghezza
Bernoulli conclude: √
dy 2gx
=
dz a
ed essendo dz2 = dx2 + dy2 ,

dy x
= ,
dx a−x
dove a è una costante diversa da quella di prima. Integrando (analiticamente o
geometricamente) segue allora che la brachistochrona è un ramo di cicloide; per
76 3. IL CALCOLO DELLE VARIAZIONI

maggiori informazioni, utili alla lettura di quanto segue si veda 7.15 Capitolo 7
e [39]. Cosı̀ commenta Johann Bernoulli
In un sol colpo ho risolto due problemi fondamentali, l’uno ottico e l’altro meccanico realiz-
zando più di quello che ho chiesto agli altri: ho mostrato che due problemi, che provengono
da due campi diversi della matematica, ciò nonostante sono della stessa natura.
Riscriviamo l’equazione della brachistocrona nelle nostre coordinate, cioè
scambiando x con y in modo che sia

y
dx = dy ,
a−y
e cambiamo variabile ponendo

y
tan φ = ,
a−y
di modo che φ = 0 quando y = 0. Calcoliamo allora successivamente
y sin2 φ
= ,
a − y cos2 φ
y = a sin2 φ .
Differenziando l’ultima eguaglianza rispetto a φ troviamo
dy
= 2a sin φ cos φ ,

quindi
dy = 2a sin φ cos φ d φ ,
da cui si calcola
dx = 2a sin φ cos φ tan φ d φ ,
cioè, tenendo conto della formula di duplicazione,
dx = 2a sin2 φ d φ = a(1 + 1 − 2 cos2 φ ) d φ = a(1 − cos 2φ ) d φ .
Questa espressione può essere integrata e si ottiene
sin 2φ
x = a (φ − )+b
2
dove la costante b è determinata dal fatto che x = y = 0, equivalentemente x =
φ = 0 nella posizione iniziale, quindi b = 0 e
a
x = (2φ − sin 2φ ).
2
Infine, da y = a sin2 φ = a2 (1 + 1 − 2 cos2 φ ), deduciamo
a
y = (1 − cos 2φ ).
2
3.1. IL PROBLEMA DELLA BRACHISTOCRONA E IL PROBLEMA ISOPERIMETRICO 77

F IGURA 1. Illustrazioni per il problema isoperimetrico.

Chiaramente a è un fattore di scala: possiamo, quindi, partendo dall’origi-


ne, raggiungere un qualunque altro punto nel quarto quadrante; inoltre appare
evidente la presenza di un unico valore a per cui tutto ciò accade.
Nel lavoro in cui rivolve il problema della brachistocrona Jakob Bernoulli
rilancia la sfida al fratello con il problema isoperimetrico che chiede di trovare
tra tutte le curve isoperimetriche, cioè con la stessa lunghezza (data) e di base
BN, (cfr. Figura 1 a sinistra), quella BFN che, pur non includendo area massima,
è tale che, scelto PZ proporzionale alla radice o a una potenza del segmento PF
o alla lunghezza dell’arco FB, la correlata curva BZN abbia area massima. In
termini moderni, nel caso che la curva BFN sia il grafico di una funzione y(x),
si chiede di massimizzare l’integrale
∫ N
f (y(x)) dx,
B

f essendo, nel caso specifico, una radice o una potenza, o l’integrale


∫ N (∫ x √ )
f 1 + ṡ2 (s) ds dx
B 0

fra tutte le curve tali che


∫ N√
1 + ẏ2 (x) dx = cost.
B

Questa nuova sfida va avanti fino (e oltre) la morte di Jakob nel 1705. Noi
non entreremo in dettagli qui, cfr. [39]. Ci limitiamo a dire che i primi 40 anni
del 1700 furono anni ricchi di contributi allo studio di problemi variazionali, ad
esempio vengono studiati problemi come
◦ il problema della discesa in tempo minimo in un fluido resistente,
◦ problemi isoperimetrici con vincoli integrali o differenziali, in termini
moderni, problemi in cui si chiede di trovare una curva (un grafico) che
78 3. IL CALCOLO DELLE VARIAZIONI

congiunge due punti dati e che minimizza un integrale del tipo


∫ 1
F(t, u(t), u′ (t))dt
0
tra tutte quelle per cui è anche dato
∫ 1 ∫ 1
G(t, u)dt = k o G(t, u, u′ )dt = k,
0 0

come ad esempio l’area delimitata dal grafico, 01 udt, o la lunghezza del
∫1√
grafico, 0 1 + u̇2 dt, o anche problemi che oggi si chiamano di controllo
minimo come minimizzare un integrale ad esempio del tipo
∫ 1
F(t, u(t), p(t))dt
0
dove, ancora ad esempio,
∫ t√ √
p(t) = 1 + u̇2 (τ )d τ o, equivalentemente p′ = 1 + u̇2 (τ ).
0
◦ trovare la curva di lunghezza minima che congiunge due punti in una una
superficie o studiare le geodetiche di una superficie.
Molti matematici furono coinvolti, tra cui, solo per citare alcuni nome: Jo-
hann e Jakob Bernoulli, Alexis Clairaut, Leonhard Euler, Jakob Hermann, Brook
Taylor . . . Tipicamente la derivazione dell’equazione che ‘caratterizza’ la solu-
zione dipenderà dal significato geometrico o meccanico dell’integrando: uno
strumento importante e, in qualche modo decisivo, sarà sempre il principio di
rifrazione di Fermat. Ma, la speranza è quella di sviluppare un calcolo capace di
produrre tale equazione differenziale senza un riferimento specifico alle geome-
tria o alla fisica. Si viene cosı̀ a delineare una caratteristica tipica di quello che
sarà chiamato il calcolo delle variazioni: studiare problemi di minimo rilevanti
e individuare metodi generali per questo studio.

3.2. La Methodus inveniendi di Eulero

Va ad Eulero il merito di aver perseguito e stabilito un primo metodo generale


che permetta di risolvere problemi di minimo per le curve, alla fine, usando il
calcolo elementare. In questo egli risulta favorito dalla sua visione del calcolo:
i differenziali sono nulli, ma con essi si può operare come se fossero differenze
finite. Oggi noi tendiamo a leggere questo (e la cosa sarebbe possibile) come
(1) un procedimento di discretizzazione con un passo finito e (2) un passaggio
al limite quando il passo tende a zero. Nel 1744 Eulero pubblica Methodus inve-
niendi lineas curvas maximi minimive proprietate gaudentes sive solutio proble-
matis isoperimetrici latissimo sensu accepti, [29], il primo trattato sul calcolo
3.2. LA METHODUS INVENIENDI DI EULERO 79

F IGURA 2. Dal Methodus inveniendi di Eulero.

delle variazioni. La Methodus discute più di 100 problemi, che Carathéodory


classifica in 11 diverse categorie. Eulero tratta integrali con integrandi dipen-
denti da derivate di qualunque ordine, e anche, ad esempio dall’elemento di
lunghezza, con vincoli sia integrali sia differenziali, prefigurando i futuri pro-
blemi di controllo ottimo. Il trattato si chiude con due Supplementi: nel primo
vengono discusse le linee elastiche, minimi dell’integrale della curvatura, che
si esprimono tramite integrali ellittici e di cui Eulero dà uno sviluppo in serie e
una rappresentazione grafica; nel secondo viene presentata la prima trattazione
matematica del principio di minima azione, discutendone la rilevanza e il suo
ruolo nella meccanica.
Ovviamente non possiamo entrare in dettagli; oltre alle opere già citate il
lettore può vedere in particolare [39], ci limiteremo quindi a presentare il caso
più semplice e alcuni esempi trattati da Eulero.

3.2.1. Il problema più semplice


Consideriamo la situazione più semplice in cui l’integrale è dato da

Z(x, y, p)dx dZ = Mdx + Ndy + Pd p

dove p sta per la derivata di y rispetto a x. Eulero considera una suddivisione


dx = xi+1 − xi , yi = y(xi ), pi = yi+1dx−yi e riscrive l’integrale come somma

Z(x, y, p)dx = (. . . + Z−i + . . . + Z−1 + Z0 + Z1 + . . .)dx
′ ′ y(x′ ) e sia u un punto di
∫ la scrittura come x0 = x, x1 = x , y =
Semplifichiamo
minimo per Z(x, y, p)dx. Variamo il suo valore in x′ come in Figura 2. Questa
variazione coinvolge solo i termini
Z(x, y, p)dx + Z(x′ , y′ , p′ )dx.
80 3. IL CALCOLO DELLE VARIAZIONI

In Z(x, y, p)dx varia solo p, e quindi la variazione è data da


variazione = Pd p′ dx = Pdy′ ,
mentre, in Z(x′ , y′ , p′ )dx, variano sia y sia p, e la variazione è data da
variazione = N ′ dy′ dx − P′ d p′ dx = N ′ dy′ dx − P′ dy′ .
La condizione di annullamento della variazione prima in un punto di minimo ci
dice allora
P′ − P
P + N ′ dx − P′ = 0 o N ′ − =0
dx
cioè
dP
N− = 0.
dx
che si chiama equazione di Eulero o di Eulero-Lagrange. In termini moderni
possiamo riscrivere il risultato ottenuto come: Condizione necessaria perché la
curva u(t) sia di minimo per
∫ b
F(t, u(t), u̇(t))dt
a
tra tutte le curve con u(a) e u(b) assegnati è che u verifichi l’equazione di Eulero
∂F d ∂F
− =0
∂ y dt ∂ p
dove (t, y, p) indicano le variabili di F.
Il problema della brachistocrona. Per la legge di Galilei il tempo di caduta
lungo la curva y(x), cfr. anche 7.15 Capitolo 7, è proporzionale a
∫ √
1 + p2 dx
√ ,
x
ed è facile calcolare

1 + p2 p
M=− √ , N = 0, P= √ .
2x x x(1 + p2 )
L’equazione di Eulero diventa quindi dP/dx = 0, che si integra dando luogo a
p 1
√ = cost = √
2
x(1 + p ) a
che, a sua volta, dà √
dy x
p= = ,
dx a−x
che conduce, per integrazione, alla cicloide.
3.2. LA METHODUS INVENIENDI DI EULERO 81

F IGURA 3. Dal Methodus inveniendi di Eulero.

3.2.2. Il problema isoperimetrico.


Nel caso del problema isoperimetrico Eulero prova che: Condizione necessaria
perché la curva u(t) sia di minimo per
∫ b
F(t, u(t), u̇(t))dt
a
tra tutte le curve con u(a) e u(b) assegnati soddisfacenti il vincolo
∫ b
G(t, u, u̇)dt = k,
a
dove k è una costante assegnata, è che u verifichi l’equazione di Eulero
∂F d ∂F (∂G d ∂G)
− +λ − =0
∂ y dt ∂ p ∂ y dt ∂ p
dove (t, y, p) indicano le variabili di F e di G, per qualche costante λ ; sem-
pre che la classe delle funzioni in competizione sia non vuota. Equivalente-
mente, possiamo dire che u è un estremale di o verifica l’equazione di Eulero
corrispondente a
∫ b( )
F(t, u, u̇) + λ G(t, u, u̇) dt.
a
Aggiungiamo per il lettore più curioso l’argomento di Eulero. Seguendo Ja-
kob Bernoulli, Eulero varia la curva in due punti consecutivi, con riferimen-
to alla Figura 3 nei punti N e O e osserva che la variazione corrispondente
dell’integrale è lineare rispetto alle variabili nν e oω
nν · I + oω · K,
dove I è l’espressione che sarebbe presente se solo Nn fosse stata variata e K
l’espressione che sarebbe presente se solo Oo fosse stata variata che è il valore
I ′ di I nel punto successivo, I ′ = I + dI; infatti, come dice Eulero, nν e oω non
82 3. IL CALCOLO DELLE VARIAZIONI

si mischiano mai nei conti. Se indichiamo con A l’integrale zdx, la variazione
è quindi data da
dA · nν + dA′ · oω .
Questa variazione deve essere nulla quando le variazioni nν e oω sono com-
patibili con il vincolo B. Concludiamo quindi che condizione necessaria per il
problema di massimo (minimo) di A in presenza del vincolo B si esprime come
nν · dA + oω · dA′ = 0
nν · dB + oω · dB′ = 0
da cui
nν dA′ dB′
= =
oω dA dB
e, essendo dA′ = dA + d 2 A e dB′ = dB + d 2 B,
d2A d2B
= .
dA dB
Integrando troviamo
log dA − log dB = logC
con C costante, quindi
dA = CdB.
Il problema isoperimetrico classico. In particolare le estremali dei problemi iso-
perimetrici classici consistenti nel minimizzare il perimetro con area assegnata,
∫ b√ ∫ b
1 + u̇ dt −→ min,
2 udt = cost,
a a
o massimizzare l’area con perimetro assegnato,
∫ b ∫ b√
u(t)dt −→ max, 1 + u̇2 dt = cost,
a a
sono le stesse e si verifica facilmente che le estremali sono le soluzioni di
d( u̇ )
√ = λ,
dt 1 + u̇2

che si integra dando archi di cerchi.


Catenatia e catenoide. Il problema di determinare la forma della catena appesa
agli estremi si riconduce ad un problema variazionale con vincolo integrale.
Supponiamo che la catena sia fissata ai punti P1 = (a1 , b1 ) e P2 = (a2 , b2 ) nel
semipiano superiore xz. Se la posizione della catena è descritta da z = u(x),
a1 ≤ x ≤ a2 , valgono le condizioni al bordo u(a1 ) = b1 e u(a2 ) = b2 , il vincolo
∫ a2 √
1 + u̇2 dx = c,
a1
3.2. LA METHODUS INVENIENDI DI EULERO 83

F IGURA 4. Due punti P1 e P2 possono essere congiunti con una, due o nessuna catenaria. In
corrispondenza i due cerchi Γ1 e Γ2 generati da P1 e P2 generano una, due o nessuna catenoide.

essendo la catena inestensibile, e, assumendo che la gravità agisce nella dire-


zione negativa dell’asse z, si avrà equilibrio quando il baricentro1 è più basso
possibile, cioè quando il quoziente
∫ a2 √ ∫ a2 √
u 1 + u̇2 dx / 1 + u̇2 dx
a1 a1

è minimo. Essendo il denominatore costante, dovrà esser minimo l’integrale


∫ a2 √
u 1 + u̇2 dx
a1

1 Ricordiamo che la legge della leva di Archimede, cfr. [51], fornisce il baricentro ξ di due
masse m1 e m2 poste in x1 e x2 è dato da
(m1 + m2 )ξ = m1 x1 + m2 x2
e che, nel caso di masse distribuite, il baricentro ξ è dato da
∫ b ∫ b
m(x) dx ξ = xm(x) dx.
a a
84 3. IL CALCOLO DELLE VARIAZIONI

le curve che competono essendo sottoposte al vincolo


∫ a2 √
1 + u̇2 dx
a1
e alle condizioni al bordo u(a1 ) = b1 , u(a2 ) = b2 .
Come abbiamo visto, le condizioni di equilibrio della catena sono quindi da
cercare tra le estremali del problema variazionale
∫ a2 √
(u + λ ) 1 + u̇2 dx
a1
per un’appropriata costante λ . Introducendo
v(x) = u(x) + λ ,
queste sono le estremali dell’integrale
∫ a2 √
v 1 + v̇2 dx
a1
che, come si può verificare, sono catenarie e, come sappiamo, hanno equazioni
x − x0
z = k + a cosh .
a
Osserviamo che l’ultimo integrale rappresenta l’area della superficie — chia-
mata catenoide nel caso v sia la catenaria — ottenuta facendo ruotare la cate-
naria z = v(x) attorno all’asse x, a parte per un fattore 2 π . Possiamo quindi
concludere che le superfici di rotazione di area minima sono delle catenoidi,
caratterizzate dall’avere come meridiani delle catenarie.

3.2.3. Il principio di minima azione


La storia iniziale del principio di minima azione è piuttosto affascinante perché
coinvolge aspetti filosofico-metafisici con Leibniz e Maupertuis, contrasti tra
una visione della natura diciamo leibniziana e newtoniana con Samuel König,
Emilie du Châtelet e Voltaire, aspetti matematici con Daniel Bernoulli e Leon-
hard Euler, questioni di potere accademico, con Clairaut, Maupertuis, Voltaire,
d’Alembert e Federico II di Prussia, e più in generale politico sociale, che ri-
chiederebbero uno spazio che qui non abbiamo, il lettore interessato troverà una
esposizione introduttoria e ulteriori riferimenti in [44]. Ci limitiamo pertanto a
riportare alcuni passi di Eulero e la formulazione del principio di minima azione
sempre di Eulero.
La prima appendice alla Methodus comincia cosı̀ (la traduzione è tratta da
[102]):
Tutti i migliori matematici hanno da tempo riconosciuto che il metodo presentato in questo
libro è non solo estremamente utile in analisi, ma che esso contribuisce anche alla soluzione
di problemi fisici. Infatti, poiché la fabbrica dell’universo è la più perfetta, ed è opera di un
Creatore di saggezza massima, non vi è nulla che avviene nell’Universo in cui non appaia
3.2. LA METHODUS INVENIENDI DI EULERO 85

una relazione di massimo e di minimo. Pertanto non vi è assolutamente alcun dubbio che
ogni effetto nell’universo si può spiegare in modo soddisfacente a partire dalle cause finali,
tramite il metodo dei massimi e minimi, come è possibile dalle stesse cause effettive [. . .]
esempi simili sono stati portati in gran numero dai più eminenti Bernoulli e da altri, che
hanno dato contributi di grande importanza sia al metodo della soluzione a priori, sia alle
cause effettive [. . . ]. Perciò, vedendo che l’uomo più illustre e perspicace in questo sublime
modo di studiare la natura, Daniel Bernoulli, mi ha fatto notare che egli poteva esprimere in
una singola formula 2, che egli chiama forza potenziale, l’intera forza che è insita in un strato
elastico curvo, e che questa espressione deve essere un minimo nella curva elastica, e poiché
grazie a questa scoperta il mio metodo dei massimi e dei minimi esposto in questo libro
ha ricevuto nuovi lumi in modo meraviglioso e la sua applicazione più ampia è finalmente
stabilita, non posso lasciar passare questa occasione a lungo sperata, senza evidenziare allo
stesso tempo sia l’applicazione del mio metodo sia la pubblicazione dell’importante proprietà
caratteristica della curva elastica scoperta dal celebre Bernoulli. Infatti questa caratteristica
contiene in sé differenziali del secondo ordine, in modo cosı̀ pregnante che i metodi finora
pubblicati per risolvere problemi isoperimetrici non sono in grado di scioglierli.
La seconda appendice comincia cosı̀:
Poiché tutti gli effetti della Natura seguono una legge di massimo o di minimo, non c’è nessun
dubbio che, su un cammino curvo descritto da un corpo sotto l’azione di forze, una qualche
quantità deve essere massima o minima. Non sembra però esser facile determinare a priori
quale debba essere questa proprietà partendo da principi metafisici.
Eulero vede una possibilità nel fatto che la stessa curva può essere determinata
in altro modo, ad esempio usando le leggi dell’equilibrio, e quindi un’ispezione
accurata possa portare alla formula corretta da minimizzare e conclude nel modo
seguente:
Sebbene questa conclusione non sembra sufficientemente confermata, nel caso che si riesca a
dimostrarla ne risulterà che ogni dubbio che poteva originarsi nel soggetto svanirà. Ancor più
quando la sua verità sarà provata, sarà possibile intraprendere studi sulle profonde leggi della
Natura e sulle loro cause finali, e corroborare questo con argomenti certi.
Ritornerà a riflettere su ciò anche dopo la Methodus inveniendi. Ad esempio,
in [31] scrive quanto segue:

2
Eulero si riferisce ad una lettera di Daniel Bernoulli del 20 ottobre 1742:
Mi viene in mente che voi come io avevamo messo in dubbio la generalità dell’equazione
ordinaria dell’elastica. Potreste riflettere alla cosa seguente: si potrebbe dedurre la curva-
tura ABC dai principi della meccanica senza far uso della leva? Io esprimerei la forza viva
della lamina naturalmente rettilinea e incurvata con

ds
,
R2
assumendo che l’elemento ds sia costante e indicando con R il raggio osculatore. Sicco-
me nessuno ha esteso il metodo

degli isoperimentri al pare di voi, voi risolverete questo
problema, che richiede che ds/R2 sia minimo.
86 3. IL CALCOLO DELLE VARIAZIONI

Vediamo che ci deve essere un doppio metodo per risolvere i problemi della Meccanica: uno
è il metodo diretto, fondato sulle leggi di equilibrio o del movimento, l’altro è quello di cui ho
appena parlato, dove, conoscendo la formula che deve essere massima o minima, la soluzione
si trova con il metodo dei massimi e minimi. La prima fornisce la soluzione determinando
l’effetto dalle cause efficienti, mentre la seconda prende in considerazioni le cause finali e ne
deduce l’effetto. L’una e l’altra debbono condurre alla stesa soluzione ed è questa armonia
che ci convince della verità della soluzione, sebbene ciascun metodo debba essere fondato
su dei principi indubitabili. Ma spesso è molto difficile scoprire la formula che rappresenta
la quantità di azione che deve essere massima o minima. È una ricerca che non appartiene
tanto alla Matematica quanto alla Metafisica perché si tratta di conoscere il fine che la natu-
ra si propone nelle sue operazioni; e sarebbe portare questa scienza al suo più alto grado di
perfezione se si fosse nella situazione di assegnare, per ogni effetto che la natura produce,
questa quantità d’azione, che è la più piccola e che si è potuta dedurre dai principi primi della
nostra conoscenza. Ma credo che noi siamo ben lontani da questo grado di perfezione e che
sarà quasi impossibile arrivarci, a meno che non scopriamo le formule che diventano massi-
me o minime per un gran numero di casi differenti. Conoscendo le soluzioni che il metodo
diretto fornisce, non sarà difficile indovinare queste formule che massimizzate o minimizzate
portano alle stesse soluzioni. In questo modo noi conosceremo a posteriori queste formule
che esprimono la quantità d’azione e allora non sarà difficile dimostrare la verità attraverso i
principi conosciuti della Metafisica.

In realtà, alla fine della seconda appendice del Methodus inveniendi, Eulero
riflette sulla generalità del principio di minima azione, osservando che il prin-
cipio sembra non funzionare quando si considerano moti in mezzi resistenti,
e trova difficile darne una spiegazione. Sarà Lagrange, nella sua Méchanique
analytique, 1788, a mostrare che il principio è valido per forze conservative e
per vincoli indipendenti dal tempo.
Ma veniamo al principio di minima azione come formulato da Eulero nel-
la seconda appendice della Methodus inveniendi. Sia m la massa di un pun-
to materiale, supposta costante, sia v la metà del quadrato della velocità e ds
l’elemento di lunghezza del cammino che la particella percorre, di modo che
ds = (2v)1/2 dt. Allora, tra tutte le curve con gli stessi punti iniziali e finali, la
curva effettivamente percorsa minimizza l’integrale

∫ ∫ ∫
√ √
m v ds o, essendo la massa costante, v ds o v dt.

Eulero osserva quindi che, se non agiscono forze∫ esterne, cioè se la velocità è
costante, allora il principio implica, essendo s = ds, che il moto avviene lungo
la linea retta congiungente il punto iniziale e quello finale, o, in altre parole, la
prima legge di Newton.
Quindi passa a considerare il caso in cui la sola forza esterna che agisce sia la
gravità. Con riferimento alla Figura 5, scrive AP = x, scegliendo in A l’origine,
e PM = y. Afferma che per la natura della sollecitazione costante g lungo l’asse
3.2. LA METHODUS INVENIENDI DI EULERO 87

F IGURA 5. Illustrazione per il calcolo dell’azione nel caso della gravità.

verticale3 vale dv = gdx per cui v = a+gx. In accordo con il principio di minima
azione è quindi da rendere minimo l’integrale
∫ ∫ √

a + gx ds = (a + gx)(1 + p2 ) dx,

dove dy = p dx.
Ricordando quanto dimostrato da Eulero nel corpo principale del Methodus
inveniendi e cioè che condizione necessaria perché

Z dx,

Z = Z(x, y, p), sia minimo è che, scritta dZ come


dZ = M dx + N dy + P dP,
valga l’equazione di Eulero
dP
N−
= 0,
dx
poiché nel caso specifico che stiamo considerando si ha

p a + gx
N=0 P= √ ,
1 + p2
deduciamo P = cost = C1/2 , e cioè, con pochi sviluppi algebrici,
2√
dy = C1/2 /(a −C + gx)1/2 e y = C(a −C + gx).
g

3 Notiamo che per Eulero il principio base non è la legge di Newton, che in questo caso di-
rebbe V̇ = g, avendo indicato con V la velocità, ma quella che noi vediamo oggi come una
g
conseguenza: dV dV dt dt dv
dx = dt dx = g dx = V da cui dx = g.
88 3. IL CALCOLO DELLE VARIAZIONI

F IGURA 6. La trave incastrata.

y è quindi una parabola; più precisamente, essendo A l’origine, y = 0 per x = a,


si ha C = a e y = 2(ax/g)2 .
Eulero passa quindi a discutere il caso di forze sempre verticali ma dipendenti
da x e, quindi, il caso di forze centrali, ma noi ci fermiamo qui.

3.2.4. Linea elastica


Concludiamo questa sezione con un breve cenno ai contributi di Eulero al pro-
blema della trave, anche se la trattazione necessita dell’equazione di Eulero-
Lagrange per integrandi dipendenti da derivate di ordine superiore che noi non
abbiamo trattato.
La rilettura euleriana della teoria di Johann Bernoulli può essere riassunta, se-
guendo la variante datane da Benvenuto, [2] pp. 2008-209, del giovanile lavoro
di Eulero De oscillationibus annulorum elasticorum come segue.
In una trave di sezione qualunque, ma costante, soggetta a un momento flet-
tente Mx , l’elemento infinitesimo ABCD (si veda la Figura 6) è definito da due
sezioni AC e BD infinitamente prossime che si mantengono piane e normali alla
linea d’asse. La fibra longitudinale EF, che passa per i baricentri delle sezioni
tra E e F, conserva la sua lunghezza iniziale ds, invece la fibra HI distante y da
EF si allunga della quantità ε (y) ds. I triangoli I ′ FI e EOF sono simili, per cui
y
ε (y) ds : y = ds : r quindi ε (y) =
r
dove r è il raggio di curvatura. Per la legge di Hooke (assumendo il comporta-
mento della trave elastico-lineare) la tensione è proporzionale allo spostamento,
quindi
y
σ (y) = E
r
dove il modulo E sarà poi chiamato modulo di Young.
3.2. LA METHODUS INVENIENDI DI EULERO 89

A questo punto Eulero introduce la seguente condizione di equilibrio globale


sulla sezione trasversale A : deve aversi uguaglianza tra il momento flettente
Mx e il momento risultante delle σ , che è una versione di quello che spesso è
chiamato principio di Eulero: se un corpo è in equilibrio lo è ogni sua parte4.
Pertanto ∫ ∫
y2
Mx = σ (y) y dA = E dA.
A A r
Assumendo il modulo E costante nella sezione, l’ultimo integrale conduce a
quello che si chiama il momento di inerzia Jx , dando la relazione
E Jx
Mx = ,
r
che, tralasciando le dimensioni fisiche possiamo scrivere, in accordo con Eulero
nella prima appendice della Methodus inveniendi, come
1
(3.1) = α + β x − γ y.
r
Il problema della determinazione della configurazione di equilibrio di una
linea elastica, di cui si è appena discusso, ammette, come abbiamo già visto,
una formulazione variazionale che si scrive come
∫ ∫
Z dx = stazionario con [Z] dx = cost
dove
q2 √
Z= e [Z] = 1 + p2 .
(1 + p2 )5/2
Per cui, con le notazioni di Eulero,
dZ = M dx + N dy + P d p + Q dq
dove
−5pq2 2q
M = 0, N = 0, P= 7/2
, Q= ,
2
(1 + p ) (1 + p2 )5/2
e la condizione di stazionarietà si scrive come
d p dP ddQ
α √ = − 2,
dx 1+ p 2 dx dx
che, moltiplicata per dx e integrata, dà
α p dQ
√ +β = P− .
1+ p 2 dx

4 Osserviamo che questo è sostanzialmente il principio su cui si basa, ad esempio, la derivazio-


ne dell’equazione della catenaria o il calcolo della variazione per gli integrali variazionali da
parte, tra altri, dei Bernoulli.
90 3. IL CALCOLO DELLE VARIAZIONI

Eulero mostra che l’equazione precedente è equivalente alla (3.1). Per far
questo la moltiplica per q dx = d p ottenendo
α p dp
√ + β d p = P d p − q dQ;
1 + p2
osserva poi che P d p = dZ − Q dq, quindi
α p dp
√ + β d p = dZ − Q dq − q dQ,
1 + p2
che può essere di nuovo integrata, ottenendo
√ q2
α 1 + p2 + β p + γ = Z − Q q = .
(1 + p2 )5/2

A questo punto Eulero divide questa equazione per 1 + p2 e differenzia, quin-
di moltiplica per (1 + p2 )3/2 /(2q), ottenendo
β dp γ p dp dq 3pq d p
− + 3/2
− = 0,
2q 2q 2
(1 + p ) (1 + p2 )5/2
che, osservando che d p = qdx e dy = pdx, può essere integrata producendo
1 1 q
α + β x− γ y+
2 2 (1 + p2 )3/2
che non è altro che la (3.1).

3.3. Il metodo delle variazioni di Lagrange

In varie occasioni Eulero manifestò un certo disappunto relativamente al suo


metodo che riteneva troppo geometrico e auspicava un metodo libero da consi-
derazioni geometriche.
Il 12 agosto 1755 Joseph Louis Lagrange (1736–1813), appena diciannoven-
ne, informa Eulero di un suo nuovo calcolo per trattare i problemi di minimo;
continuerà ad informarlo sugli sviluppi fino al 1762, tramite un intenso scambio
di lettere interrotto soltanto dalle difficoltà a comunicare in periodi di guerra —
Eulero e Lagrange restarono in contatto fino alla morte di Eulero, ma non si
incontrarono mai. Il 9 e il 16 settembre 1755 Eulero presenta all’Accademia di
Berlino due memorie sul calcolo di Lagrange che ora egli chiama calcolo delle
variazioni, ma le memorie saranno pubblicate (a San Pietroburgo) solo nel 1762
perché, come dice Eulero, egli voleva rispettare la priorità di Lagrange.
Nella corrispondenza tra il 1755 e il 1762 Lagrange illustra il suo metodo,
aggiunge nuovi elementi, come la derivazione dell’equazione delle superfici mi-
nime per grafici 2-dimensionali e la trattazione di problemi parametrici e insiste
su un nuovo trattato che sta preparando sul δ -calcolo e il principio di minima
3.3. IL METODO DELLE VARIAZIONI DI LAGRANGE 91

azione che egli “vede come la chiave per tutti i problemi di statica e dinamica”.
Eulero elogia il δ -calcolo, ma tende a ignorare ogni riferimento al principio di
minima azione: per lui la chiave ai problemi di meccanica sono ormai le leggi
di equilibrio.
Nel 1762 assistiamo ad un cambiamento nella visione di Lagrange: egli ri-
nuncia all’idea di un trattato e pubblica due lavori nella Miscellanea Taurinien-
sis: Essai d’une nouvelle méthode pour déterminer les maxima et les minima des
formules indefinies [67] e Application des differentes problèmes de dynamique,
[66].
Nel 1764 Lagrange pubblica Recherches sur la libration de la Lune [68]:
egli ora vede il principio degli spostamenti virtuali come la vera chiave alla
meccanica — in questo vicino a d’Alembert — e sembra già avere in mente la
struttura della Méchanique analytique che pubblicherà solo nel 1788.
Nel 1771 Eulero pubblica Methodus nova et facilis calculum variationum
tractandi [36] dove presenta il metodo che oggi usiamo per derivare le equazioni
di Eulero-Lagrange.
Successivamente Lagrange cercherà di fondare il calcolo delle variazioni sul
suo calcolo (differenziale) delle funzioni. Inoltre, con l’introduzione delle co-
siddette parentesi di Lagrange comincerà a delineare una nuova visione del cal-
colo delle variazioni che, con i contributi di Poisson e, soprattutto, di Hamil-
ton e di Jacobi, porterà ad una nuova visione, detta simplettica (in particolare,
geometrica), della meccanica, ma questo ci porterebbe troppo in là.

3.3.1. Il δ -calcolo
Lagrange introduce un operatore di variazione δ che cambia contemporanea-
mente i valori di una function y(x) e soddisfa le seguenti condizioni
◦ δ opera con le stesse regole di d. Se
Z = Z(x, y, p) e dV = Mdx + Ndy + Pd p
allora
δ V = M δ x + N δ y + Pδ p.
◦ δ e d commutano: δ d = d δ . Infatti
d δ y = δ (y + dy) − δ y = δ y + δ dy − δ y = δ dy.
∫ ∫ ∫
◦ δ e∫ commutano. ∫Infatti, ∫poiché ∫ V = d∫ V, abbiamo δ V = δ d V =
d δ V ; integrando, δ V = d δ V = δ V.
Con questo nuovo calcolo Lagrange tratta problemi di minimo per curve e
superfici sia non parametriche (grafici) sia parametriche, con vincoli olonomi e
non-olonomi, in coordinate generalizzate discutendo condizioni al bordo natu-
rali e integrali invarianti. Noi ci limitiamo a illustrare l’uso del suo metodo nei
casi più semplici.
92 3. IL CALCOLO DELLE VARIAZIONI

3.3.2. Il problema più semplice


Consideriamo l’integrale

Z(x, y, p)dx con dZ = Mdx + Ndy + Pd p

e assumiamo che δ x = 0 (Lagrange tratta il caso generale) di modo che


δ dy
δ Z = Nδ y + P .
dx
Allora
∫ ∫ ∫ ∫ ∫ ∫
δ Zdx = δ Zdx = N δ ydx + Pδ dy = Ndxδ y + Pd δ y

e, integrando per parti l’ultimo integrale


∫ ∫
Pd δ y = [Pδ y]ba − dPδ y,

concludiamo ∫ ∫
δ Zdx = [Pδ y]ba + (Ndx − dP)δ y.

Cioè: Se y minimizza Zdx tra le curve con lo stesso valore al bordo, allora

δ Zdx = 0

and, essendo δ y arbitrario,


dP
N− = 0.
dx

3.3.3. Il problema isoperimetrico


Come prima consideriamo di minimizzare l’integrale

Z(x, y, p)dx con dZ = Mdx + Ndy + Pd p

ma questa volta solo tra le curve per cui



G(y)dx = k

dove k è una costante data. L’equazione



(Ndx − dP)δ y = 0

vale ora per tutte e sole le varizaioni δ y per cui



Gy dx δ y = 0.
3.4. EULERO RILEGGE LAGRANGE 93

Lagrange deduce da questo che Ndx − dP deve eseere un multiplo di Gy , quindi


dP
N− = λ Gy .
dx

3.4. Eulero rilegge Lagrange

In un lavoro del 1771 Eulero [36] stabilisce la via, che ancora usiamo, per
derivare le equazioni che oggi chiamiamo equazioni di Eulero-Lagrange:
Data y(x) possiamo pensare ad una sua variazione come ad una immersione
di y(x) in una famiglia ad un parametro Φ(x,t), Φ(x, 0) = y. Al primo ordine,
abbiamo Φ(x,t) := y(x) + t ϕ (x) con ϕ a supporto compatto se non vogliamo
che i valori al bordo di y varino. Possiamo allora considerare la funzione della
variabile t
∫ b∫
Φ(t) := Z(x, y(x) + t ϕ (x), y′ (x) + t ϕ ′ (x))dx.
a
Chiaramente, se y(x) è un punto di minimo (o di massimo) per l’integrale
∫ b
Z(x, u, u′ )dx
a
tra tutte le funzioni con gli stessi valori al bordo di y, u(a) = y(a), u(b) = y(b),
si avrà ∫
d
Z(x, y(x) + t ϕ (x), y′ (x) + t ϕ ′ (x))dx|t=0 = 0.
dt
Derivando sotto il segno di integrale e procedendo come abbiamo visto prece-
dentemente si arriva a
∫ (
d )
Zu − Z p ϕ = 0 ∀ϕ
dx
da cui segue
d
Zu (x, y, y′ ) − Z p (x, y, y′ ) = 0.
dx
In realtà giustificare quest’ultima inferenza ha occupato per molto tempo i ma-
tematici e una dimostrazione completa richiede una riflessione sulla nozione di
continuità. Il lemma che stabilisce che se per una funzione continua f si ha

f ϕ dx = 0 ∀ϕ nulla fuori un intervallo limitato,

allora f è identicamente nulla si chiama infatti lemma fondamentale del calcolo


delle variazioni.
Le soluzioni dell’equazione di Eulero-Lagrange di un integrale variazionale
F si chiamo un punti stazionari. Per definizioni i punti di minimo di F sono
94 3. IL CALCOLO DELLE VARIAZIONI

punti stazionari, ma i punti stazionari non sono necessariamente di minimo o di


massimo.
CAPITOLO 4

Il sistema del mondo

In questo capitolo illustriamo alcuni aspetti dei Principia Mathematica di New-


ton, mentre rimandiamo al prossimo capitolo una breve presentazione di alcuni
aspetti della teoria del moto di sistemi di punti materiali cosı̀ come viene vista
oggi dopo i contributi di Newton, Eulero e Lagrange.
I Philosophiae Naturalis Principia Mathematica di Newton sono giustamen-
te uno dei simboli della rivoluzione scientifica del Seicento e sono un’opera
rivoluzionaria nella storia della filosofia naturale per vari motivi. Essi si con-
trappongono al mondo cartesiano, che aveva sostituito la scolastica, e in qual-
che modo ne sviluppano alcuni elementi; già nel titolo si contrappongono ai
Principia Philosophiae di Descartes, che era l’opera preminente al tempo. Essi
mostrano per la prima volta realizzata un’unione fra le esigenze di predizione
matematica e quelle di spiegazione causale o, piuttosto, come osserva Koyré
[65], i Principia di Newton possono esser visti come la sintesi di due indirizzi:
quello di Boyle, secondo il quale il libro della natura è scritto in caratteri e ter-
mini corpuscolari, e quello di Galilei e Decartes, secondo i quali il mondo è una
sintassi puramente matematica che lega i termini insieme dando un significato
al testo del libro. Confrontato con il mondo di Descartes il mondo di Newton
risulta composto, non di due (estensione e movimento), ma di tre elementi: la
materia, infinite particelle, separate, distinte, impenetrabili, immodificabili, non
identiche, il movimento, che trasporta le particelle in un vuoto infinito e omoge-
neo, lo spazio. Nel mondo newtoniano vi è poi un quarto elemento: l’attrazione,
che ne assicura l’unità e la coesione. Ma l’attrazione non sembra essere un ele-
mento costitutivo di questo mondo: o si tratta di un’azione divina o di una legge
matematica che stabilisce le regole sintattiche del divino libro della natura.
Fin dalla Prefazione Newton vede i Principia come un nuovo modo di fare
filosofia naturale in cui è centrale la nozione di forza. Un secondo aspetto del
nuovo metodo riguarda l’uso della matematica non solo per derivare conclusioni
da ipotesi, come era per Galilei e Huygens, ma per discutere un’ampia gamma
di possibili alternative, lasciando al mondo empirico la scelta fra queste. Nello
Scolio alla fine del Libro 1, Sezione 11, cosı̀ scrive Newton, cfr. [94] p. 339:
In matematica vanno investigate quelle quantità e quei rapporti delle forze che discendono
dalle qualsiasi condizioni poste; ma quando si passa alla fisica, questi rapporti si devono
confrontare con i fenomeni, affinché si sappia quali condizioni delle forze convengano ai
96 4. IL SISTEMA DEL MONDO

diversi generi di corpi attrattivi. Allora soltanto sarà lecito discutere più sicuramente intorno
alle specie, alle cause e alle ragioni fisiche delle forze.
Un terzo aspetto è riassumibile nell’espressione di Newton hypotheses non fin-
go, che rivendica alla scienza una precisa autonomia da ogni causa esplicativa
che risieda fuori dai fenomeni da spiegare, e contemporaneamente dota la scien-
za di una metodologia per cui il suo fine diventa non il perché dei fenomeni ma
il come, ossia il comportamento osservabile di essi. Questo aspetto diviene
esplicito nello Scolio Generale che Newton aggiunse nella seconda edizione al-
la fine del terzo libro, a seguito delle critiche sull’azione a distanza, cfr. [94] p.
795-796:
Fin qui ho spiegato i fenomeni del cielo e del nostro mare mediante la forza di gravità, ma
non ho mai fissato la causa della gravità. [. . . ] In realtà non sono ancora riuscito a dedurre dai
fenomeni la ragione di queste proprietà della gravità, e non invento ipotesi. Qualunque cosa,
infatti, non deducibile dai fenomeni va chiamata ipotesi; e nella filosofia sperimentale non
trovano posto le ipotesi sia metafisiche, sia fisiche, sia delle qualità occulte, sia meccaniche.
In questa filosofia le proposizioni vengono dedotte dai fenomeni, e sono rese generali per
induzione. In tal modo divennero note l’impenetrabilità, la mobilità e l’impulso dei corpi, le
leggi del moto e la gravità. Ed è sufficiente che la gravità esista di fatto, agisca secondo le
leggi da noi esposte, e spieghi tutti i movimenti dei corpi celesti e del nostro mare1.
Una nuova scienza stava emergendo; essa superava ogni forma di pensiero
scientifico precedente e assumeva su di sé il compito di determinare i limiti di
validità delle conoscenze acquisite, per questo criticabile e migliorabile.
Risultò subito chiaro ai lettori, e anche allo stesso Newton, che varie que-
stioni erano irrisolte: la teoria lunare era particolarmente imprecisa, le orbite
dei pianeti erano perturbate dalla presenza degli altri pianeti, ma non c’erano
stime precise delle perturbazioni, lo studio della forma della Terra e della va-
riazione rispetto alla latitudine della gravità sulla superficie della Terra e della
precessione dell’asse di rotazione della Terra restava aperto.
Tra il 1730 e il 1750 i principi fisici newtoniani vengono parzialmente risco-
perti e messi in equazione. Nuovi principi, quali quelli relativi al moto dei corpi
rigidi e dei fluidi, o i principi di conservazione e quelli variazionali, vengono
aggiunti dai matematici di stampo leibniziano tra i quali spiccano i Bernoulli,
d’Alembert e, soprattutto, Eulero, fino alla sistemazione di Eulero e Lagrange.
Da questo processo emerge e si consolida quella che noi oggi chiamiamo la
meccanica newtoniana e la meccanica celeste.

1
La prima generazione dei suoi discepoli (Cotes, Keill, Pemberton) però non seguı̀ Newton
in questo rispetto (l’unico fu forse Maclaurin), cfr. [65] e vide la forza di gravità come una
proprietà reale, fisica e anche primaria della materia: fu questa dottrina a diffondersi e esser
ricevuta con ostilità dai contemporanei nel continente. Per Newton non c’erano giustificazioni
per una distinzione ontologica tra l’attrazione e le proprietà dei corpi. Essa è un dato di fatto
che dobbiamo accettare proprio come accettiamo gli altri fatti e le proprietà dei corpi.
4.1. LE LEGGI DI NEWTON 97

4.1. Le leggi di Newton

Passiamo ora a discutere in modo più specifico alcuni aspetti dei Principia. Il
lettore interessato a maggiori dettagli può ovviamente intraprendere il difficile
studio dell’opera e/o rivolgersi alla sterminata letteratura. Noi ci limitiamo a
menzionare alcuni titoli, dove il lettore troverà altri riferimenti: [19] [44].
I Principia si aprono con due sezioni, le Definizioni e le Leggi del moto,
continuano con il Libro Primo, Moto dei corpi (senza resistenza) in 14 Sezioni,
con il Libro Secondo, Moto dei corpi (con resistenza) in 9 Sezioni, con il Libro
Terzo, Sistema del Mondo, e si chiudono con uno Scolio Generale.

Definizioni
Nelle Definizioni Newton spiega in che modo userà vari termini che ancor oggi
fanno parte del linguaggio della fisica come massa, inerzia, forza centripeta.
Per comodità del lettore riportiamo sei delle otto definizioni.
DEFINIZIONE I. La quantità di materia è la misura della medesima ricavata dal prodotto
della sua densità per il volume
[La quantità di materia è anche chiamata massa. Come riteneva Mach [80], c’è un circolo
vizioso: la densità è la massa divisa per il volume; il commento di Newton che segue la
definizione sembra però alludere ad una visione atomistica. In ogni caso, per calcolare la
massa Newton non ricorre mai a volumi e densità, ma a considerazioni dinamiche, inerziali e
gravitazionali.]
DEFINIZIONE II. La quantità di moto [a volte abbreviata in moto] è la misura del medesimo
ricavata dal prodotto della velocità per la quantità di materia.
DEFINIZIONE III. La forza insita [o, come dirà dopo, forza di inerzia che viene esercitata
solo nel caso di mutamento dello stato di un corpo per effetto di una forza esterna] della
materia è la sua disposizione a resistere; per ciascun corpo, per quanto sta in esso, persevera
nel suo stato di quiete o di moto rettilineo uniforme.
[Nelle fasi successive della meccanica, la continuazione del movimento rettilineo uniforme
non richiederà nessuna causa; sembra che Newton resti qui legato alla visione antica, se c’è
un movimento c’è una causa. Ma l’introduzione della forza insita non ha un effetto sostanziale
nei Principia.]
DEFINIZIONE IV. Una forza impressa è un’azione esercitata sul corpo al fine di mutare il
suo stato di quiete o di moto rettilineo uniforme.
[Con l’introduzione del concetto di forza come causa della variazione del vettore velocità
Newton rompe i legami con la meccanica seicentesca, secondo cui il mutamento nel moto di
un corpo poteva venire provocato soltanto da un altro corpo in moto.]
[A questo punto Newton commenta che la forza impressa ha varie origini: l’urto, la pressione
e la forza centripeta, cioè le forze si dividono a seconda della loro azione, impulsiva o continua
come la gravità.]
DEFINIZIONE V. La forza centripeta è la forza per effetto della quale i corpi sono attratti, o
sono spinti, o comunque tendono verso un qualche punto come verso un centro.
[Dopo aver illustrato questa nozione con esempi, conclude dicendo che la quantità della forza
centripeta è di tre generi: assoluta, acceleratrice, motrice. Questo complica la visione, ma
delle tre definizioni che seguono solo la terza sarà rilevante.]
98 4. IL SISTEMA DEL MONDO

DEFINIZIONE VIII. La quantità motrice di una forza centripeta è la misura della medesima
ed è proporzionale al moto che, in un dato tempo genera.
Segue quindi uno Scolio sul tempo e lo spazio assoluto. Più avanti mostrerà
che i moti in spazi che sono in quiete o si muovono di moto rettilineo uniforme
tra loro sono indistinguibili. Mentre in sistemi accelerati si potrebbero misurare
forze non vere. In termini moderni, le leggi meccaniche sono invarianti rispetto
a sistemi di riferimento inerziali o, in altre parole, esperimenti meccanici non ci
permettono di distinguere tra due sistemi di riferimento inerziali e, se non vo-
gliamo incorrere in forze non vere, è necessario lavorare in un sistema inerziale:
postulare uno spazio-tempo assoluto è un po’ la stessa cosa che assumere l’e-
sistenza di un sistema inerziale. Ma, forse, c’è un’altra ragione, motivata dagli
interessi teologici di Newton e in generale dal clima filosofico neo-platonico di
Cambridge: il Dio di Newton interviene in ogni istante e in ogni punto dello
spazio come mezzo o come un agente spirituale per garantire la stabilità del si-
stema, da qui la necessità di attribuire assolutezza allo spazio-tempo. Osservia-
mo infine che, al di là delle motivazioni per introdurlo, lo spazio tempo assoluto
sembra essere semplicemente un contenitore in cui le cose accadono e ha una
struttura di spazio euclideo.

Assiomi o leggi del movimento


In questa sezione vengono enunciate le tre celebri leggi di Newton:
LEGGE I. Ciascun corpo persevera nel proprio stato di quiete o di moto rettilineo uniforme,
eccetto che sia costretto a mutare quello stato da forze impresse.
LEGGE II. Il cambiamento di moto [cioè della quantità di moto] è proporzionale alla forza
motrice impressa, e avviene lungo la linea retta secondo la quale la forza è stata impressa.
LEGGE III. Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria: ossia, le azioni di
due corpi sono sempre uguali fra loro e dirette verso parti opposte.
La tradizione, a partire dalla Méchanique analitique, 1778, di Joseph Louis
Lagrange e soprattutto da La meccanica nel suo sviluppo storico2, [80] 1883, di
Ernst Mach, vede queste leggi come il fondamento completo della meccanica
newtoniana. Scrive Mach in [80] p. 206:

2
Quest’opera, considerata il punto di riferimento per qualsiasi analisi storiografica della mec-
canica, è sicuramente istruttiva e piena di profondi commenti; ma, come scrive Louis de
Broglie (1892–1987) nella prefazione a [24]:
In effetti, l’attitudine di Mach è stata dominata da idee generali che si riferiscono in fisica
alla scuola energetista e in filosofia alla dottrina positivista: egli ha spesso cercato di
trovare nella storia della meccanica un’illustrazione della sua propria concezione e ciò ha
spesso conferito alla sua esposizione un aspetto un po’ troppo sistematico, quello d’una
tesi in cui vengono sviluppati degli argomenti in favore di idee preconcette.
4.1. LE LEGGI DI NEWTON 99

Dopo di lui [Newton] non è stato formulato alcun principio meccanico sostanzialmente nuovo.
Il lavoro compiuto è stato infatti quello di uno sviluppo deduttivo, formale e matematico,
condotto sul fondamento dei principi newtoniani.
e a p. 291 ritorna sulla questione:
I principi newtoniani bastano da soli, senza l’aggiunta di alcuna nuova legge, a esplorare com-
piutamente qualsiasi fenomeno meccanico, statico o dinamico che possa presentarsi. Le diffi-
coltà che si incontrano sono solo di natura matematica (formale) e in nessun caso concernono
i principi.
Eppure, Newton non scrisse mai la seconda legge nella forma F = ma e non
trattò mai sistemi con molti gradi di libertà (essenzialmente trattò sistemi con un
grado di libertà o con pochi gradi di libertà ma in presenza di simmetrie); inol-
tre, restano essenzialmente estranei ai Principia sistemi meccanici quali corpi
rigidi, flessibili, elastici e fluidi (cioè sistemi con infiniti gradi di libertà). Nei
Principia convivono due concezioni diverse di forza e i rapporti tra moti e forze
si riferiscono a due fenomeni diversi: l’urto, visto come fenomeno disconti-
nuo, corrispondente all’idea di corpo indeformabile, tipica dei newtoniani ma,
in parte, anche di Newton stesso, e contrapposta all’idea di continuità di Leibniz
(la natura non fa salti), urto regolato da F = ∆(mv), e fenomeni in cui le forze
agiscono con continuità, come la gravità, regolati da
F v2 F
dv = dt oppure d = dx,
m 2 m
relazioni a cui gli autori del Settecento si riferivano come agli ordinari principi
della meccanica. Essi venivano fatti risalire, come del resto lo stesso Newton
aveva affermato, a Galilei. Erano intesi come versione infinitesimale della legge
di caduta, o, successivamente, del principio dell’equivalenza tra causa ed effetto:
forza interna equilibrata da una forza esterna.
Inoltre, per tutto il Settecento, vari altri principi vennero usati come base per
lo sviluppo della mecanica, spesso in combinazione tra loro: le leggi di moto
di Decartes, le leggi di caduta di Galilei, le leggi di impatto di Huygens, la
legge della forza centrifuga, la legge della leva, la legge del pendolo, la legge di
conservazione della forza viva, il principio di minima azione, il principio delle
velocità virtuali.
In effetti, a partire dalla metà del secolo scorso, gli studi dettagliati e pro-
fondi fatti soprattutto da Clifford Ambrose Truesdell, Thomas Hankins, Johan
Cannon e Sigalia Dostrovsky, [13] [23] e Giulio Maltese (per i riferimenti alle
loro opere si veda [81] e [44]) hanno fortemente ridimensionato la tesi di Mach,
rivalutando il lavoro fatto nel Settecento da parte, tra gli altri, dei Bernoulli, di
Clairaut, di d’Alembert e di Eulero mostrando, soprattutto, che questo lavoro
si configura come un’evoluzione non solo di tipo formale ma di tipo sostan-
ziale che si sviluppa tramite una determinazione matematico-concettuale degli
elementi in gioco.
100 4. IL SISTEMA DEL MONDO


F IGURA 1. Elementi geometrici relativi all’equazione differenziale dy = β c2 − y2 dt.

Ovviamente non ci sarà possibile seguire nei dettagli il lento processo della
costruzione della meccanica newtoniana nel Settecento. Il lettore interessato
può riferirsi alle opere appena citate.
Ci limiteremo a riportare da [44] due considerazioni relative alla meccani-
ca di Newton ed alla meccanica newtoniana di oggi. L’approccio di Newton
alla meccanica era geometrico e, con disappunto di Eulero, lontano dalla visio-
ne analitico-funzionale che è quella dei giorni nostri. Tranne che la Sezione I
del Libro I nei Principia non c’è nessun riferimento al nuovo calcolo, l’approc-
cio è puramente geometrico. Visto che non avremo modo di entrare nei detta-
gli, conviene qui riprenderlo tramite un esempio tratto da [13]. Consideriamo
l’equazione differenziale

(4.1) dy = β c2 − y2 dt.
In forma geometrica essa può essere interpretata, e cosı̀ veniva intesa, in termini
degli elementi geometrici in Figura 1 ed i contemporanei di Newton poteva-
no quindi dire che “la sua integrazione è usuale geometria”, mentre, intesa in
termini funzionali, la sua soluzione è
y = c sin(β t + γ ).
Questa mancanza di una visione funzionale portava anche a vedere la seconda
legge di Newton più come una condizione su un particolare moto del sistema
— massa per accelerazione eguaglia la forza a cui è sottoposto il punto mate-
riale durante quel moto — che come un principio. Essa appariva più come una
condizione di compatibilità del moto quasi sempre usata, trattando sistemi con
un grado di libertà, per dedurre una equazione di conservazione da integrare.
La concettualizzazione in termini di principio richiede, in qualche modo, una
visione funzionale: la conoscenza della forza in un dato tempo e in una data
4.1. LE LEGGI DI NEWTON 101

posizione permette di determinare la traiettoria del moto:

(4.2) m ẍ(t) = F(t, x(t)).

Può esser utile chiedersi quali motivazioni abbiano determinato il formarsi e


il persistere della tesi di Mach. Fare una lista esaustiva è arduo e forse impossi-
bile. In merito Truesdell riteneva che la storia degli sviluppi della meccanica nel
Settecento fosse stata per lungo tempo ignorata (troppo spesso si è pensato al
Settecento come secolo di passaggio tra il Seicento e l’Ottocento). Si può anche
pensare che, una volta acquisita la consapevolezza della generalità dell’equa-
zione F = ma e conseguentemente, la semplicità e la naturalezza nel passare da
questa, ad esempio, alla ⃗F = m⃗a, o, più precisamente alla m ẍ(t) = F(t, x(t)),
dove x(t) = (x1 (t), x2 (t), x3 (t)), può sembrare naturale attribuire, per lo me-
no implicitamente, questa consapevolezza a Newton. Va però detto che que-
sto semplice passaggio ha richiesto più di ottanta anni e ha coinvolto l’analisi
di problemi complessi ed una difficile riflessione sulla formalizzazione di vari
concetti, in particolare del concetto di forza.
Probabilmente, vi è una seconda ragione, che è di tipo ideologico. Abbiamo
sempre evitato affermazioni che suggeriscano o siano interpretabili come “in
nuce i numeri reali e la continuità, se non il calcolo, si possono ritrovare nelle
opere di Eudosso e Archimede”. Questo tipo di opinioni sottintendono che la
matematica sia un oggetto che viene svelato nel tempo, mostrando aspetti par-
ziali che a poco a poco ci permettono di riconoscere l’oggetto preesistente. Que-
sta posizione, per quanto affascinante e forse parzialmente sostenibile, a nostro
parere presenta appunto elementi ideologici estranei al carattere della scienza ed
andrebbe quindi evitata, o, per lo meno, tenuta distinta nell’analisi scientifica e
storico-scientifica. Per lo studio della realtà, o meglio dei fenomeni fisici, le co-
se sono ancora più complesse, interferiscono almeno quattro elementi: la realtà,
i fenomeni, la fisica e la matematica con cui si descrivono i fenomeni o la realtà.
La riflessione filosofica nei secoli mostra come sia difficile distinguere, in linea
di principio, tra realtà e fenomeni e tra fenomeni e loro descrizione o, meglio,
loro concettualizzazione, ma c’è di più. Per quel che ci riguarda qui, c’è spesso
la convinzione che ci sia una fisica e una descrizione matematica della fisica,
si veda ad esempio [42]. In questo contesto ideologico può diventare natura-
le pensare che nei Principia c’è la fisica della meccanica newtoniana descritta
in termini geometrici e che gli sviluppi analitico-formali sono semplicemente
l’interpretazione matematica moderna della fisica del moto. In realtà l’analisi
storica mostra che non sembra esserci invece nessuna meccanica (nei suoi diver-
si stadi di sviluppo) senza l’apparato matematico che la incarna (se non l’idea
del moto come cambiamento di posto, ma anche questa è una scelta a priori
che identifica l’oggetto di studio) ed è solo a posteriori che, eventualmente, si
può costruire una fisica ‘senza matematica’. In questo senso nel Settecento lo
102 4. IL SISTEMA DEL MONDO

sviluppo della meccanica va di pari passo con lo sviluppo del calcolo e, anzi,
meccanica e calcolo si integrano profondamente.

4.2. Le leggi di Keplero e la gravitazione universale

Le Sezioni 2 e 3 dei Principia sono dedicate allo studio dei cosiddetti problema
diretto e problema inverso delle forze centrali, cioè delle forze dipendenti in
grandezza dalla distanza da un punto S, il centro della forza, e dirette nella
direzione di S, cosistenti, rispettivamente, nel determinare la forza quando sia
data la traiettoria (piana) e il centro e nel determinare la traiettoria del moto,
data la posizione e la velocità iniziale.
Il modello che Newton sta considerando è quella di un corpo P, un pianeta,
accelerato da una forza con centro S, il Sole. Il corpo ha massa ma è supposto
essere puntiforme. Ovviamente, Newton ha ben chiaro che il modello è irreali-
stico — Libro Terzo: il Sistema del mondo —, ma ritiene anche che possa essere
applicato al sistema planetario come prima approssimazione, quando il pianeta
è molto lontano dal Sole e ha massa relativamente piccola rispetto a quella del
Sole, in modo da poter considerare il Sole come il centro di massa del sistema,
e quando si ignori l’effetto degli altri pianeti.
Ricordiamo che agli inizi del 1600 Keplero aveva enunciato le sue tre leg-
gi: a seguito di varie approssimazioni, molti calcoli, elaborati ragionamenti e
costanti verifiche, nell’Astronomia nova, 1609, le prime due e nell’Harmonices
mundi, 1619, dove tenta di spiegare le proporzioni del mondo reale in termini
di proporzioni o armonie musicali (rifacendosi alle teorie pitagoriche) tramite la
matematica, la terza.
P RIMA LEGGE DI K EPLERO : L’orbita di un pianeta è un’elisse, di cui il Sole
occupa uno dei fuochi.
S ECONDA LEGGE DI K EPLERO : Il raggio vettore dal Sole al pianeta percorre
aree uguali in tempi uguali.
T ERZA LEGGE DI K EPLERO : Il quadrato del periodo di rivoluzione di ogni
pianeta è uguale al cubo della sua distanza media dal Sole, purché si prendano
rispettivamente come unitá di tempo e di distanza il periodo di rivoluzione della
Terra e la sua distanza media dal Sole.
Dopo aver esposto nella Sezione I Libro I il Metodo delle prime e ultime
ragioni, nelle prime due proposizioni della Sezione 2 Newton considera in un
piano un corpo (un punto materiale) la cui posizione è indicata con P ed un punto
S e dimostra che la legge delle aree (il raggio vettore SP spazza aree uguali in
tempi uguali) vale se e solo se la forza che accelera il corpo è centrale (attrattiva
o repulsiva) con centro di forza S. Questo gli permette di rappresentare il tempo
4.2. LE LEGGI DI KEPLERO E LA GRAVITAZIONE UNIVERSALE 103

F IGURA 2. Alcuni elementi dell’ellisse.

e le quantità dinamiche in termini geometrici. Nella Sezione 3, Proposizioni 11-


16, determina quindi le (leggi delle) forze nel caso che l’orbita sia una sezione
conica e S uno dei fuochi, stabilendo, in particolare nel caso di orbite ellittiche,
che la forza centripeta è proporzionale all’inverso della distanza al quadrato. I
metodi di Newton sono geometrici e utilizzano proprietà delle coniche discusse
da Apollonio.
Per enunciare precisamente la conclusione di Newton ricordiamo, cfr. ad
esempio [47], che l’equazione dell’ellisse si scrive normalmente in coordinate
cartesiane come
x2 y2
+ = 1,
a2 b2
dove a è il semiasse maggiore e b il semiasse minore. Gli astronomi, per ovvie
ragioni, preferiscono scrivere l’equazione in coordinate polari con centro un
fuoco S
p
r= ,
1 + e cos φ
dove e è l’eccentricità di modo che OS = ae, si veda la Figura 2.
Poichè per ogni punto P dell’ellisse si ha
PS + PS′ = AS + AS′ = 2a
e
a2 = b2 + a2 e2 o b2 = a2 (1 − e2 ),
dall’equazione polare dell’ellisse, per φ = 0, troviamo
p
SA = a − ae = cioè p = a(1 − e2 ),
1+e
mentre, geometricamente, per φ = π /2,
SC = p,
concludendo che il parametro p è la metà della corda per il fuoco S perpendico-
lare al semiasse principale maggiore, il latus rectum principale.
104 4. IL SISTEMA DEL MONDO

Se ora indichiamo con c la variazione dell’area descritta dal raggio vettore


dal Sole al pianeta, Newton trova che l’accelerazione radiale del pianeta che si
muove su un’orbita ellittica è data da
4c2 1
aρ = .
p r2
Viceversa, considerando un punto materiale in un campo di forze centrali inver-
samente proporzionale al quadrato delle distanze e supponendo di conoscere ad
un dato istante posizione e velocità del corpo, Newton, nella famosa Proposi-
zione 17 della terza sezione, fa vedere che esiste un’unica conica compatibile
con questa posizione e velocità, deducendone che questa conica è la traiettoria
del corpo.
Quindi ciascun pianeta è attratto dal Sole con una forza inversamente propor-
zionale al quadrato della distanza, data da
4c2 1
m .
p r2
La costante c2 /p potrebbe, però, dipendere dal pianeta, perché p e c dipendono
dall’orbita del pianeta: a priori non è escluso quindi che ciascun pianeta sia at-
tratto da una forza che produce un’accelerazione del tipo k/r2 con costante k non
universale, ma dipendente dal pianeta stesso. Se T è il periodo di rivoluzione
del pianeta, poiché l’area dell’ellisse è π ab, deduciamo che
π ab
c=
T
per cui
4c2 4π 2 a3
= .
p T2
Ma, per la terza legge di Keplero, a3 /T 2 è una costante che non dipende dal
pianeta, concludiamo che l’accelerazione aρ causata dal Sole dipende solo dalla
distanza. Come l’accelerazione di gravità sulla Terra non dipende dalla massa
dell’oggetto che cade, cosı̀ l’accelerazione di attrazione nel sistema planeta-
rio non dipende dalla massa del pianeta: questo è un primo segnale in favore
della gravitazione universale, cioè la forza di attrazione tra due masse m e M
concentrate nei loro baricentri è data da
mM
G 2
r
dove r è la distanza tra i baricentri.
Un secondo punto in favore della gravitazione universale è il fatto, dimostrato
da Newton nella Sezione 13, che l’attrazione gravitazionale esercitata da una
sfera uniforme di massa M su una massa concentrata in un punto P fuori dalla
4.2. LE LEGGI DI KEPLERO E LA GRAVITAZIONE UNIVERSALE 105

sfera è la stessa di quella esercitata da una massa M concentrata nel centro della
sfera.
Resta il fatto che la Terra non è sferica ma appiattita sui poli, come lo stesso
Newton mostra, e che, in realtà, come sempre Newton dimostra, assumendo la
legge di attrazione universale, segue che la terza legge di Keplero va sostituita
da
T 2 4π 2 1
= .
a3 G M+m
Malgrado questo Newton nel terzo libro sostiene che la costante G nella legge
di attrazione è universale e delinea la sua visione del mondo. Si chiedeva Pierre
Duhem: come una deduzione può procedere da una premessa a una conclusione,
la legge di gravità, che poi implica che le premesse sono false? La risposta
si trova in una semplice analisi della metodologia dei Principia che è poi la
metodologia delle scienze naturali: i fenomeni permettono di dedurre una teoria
che, quando si assume che valga esattamente, permette di identificare situazioni
nelle quali pure i fenomeni accadrebbero esattamente e ancora, e in modo più
preciso, l’iniziale idealizzazione serve come punto di partenza di un processo di
succesive approssimazioni che dovrebbero portare ad un crescente accordo con
l’accadere dei fenomeni.
L’applicazione della legge di gravità a fenomeni sempre più complessi relati-
vi ai moti celesti (di n corpi o anche di soli tre corpi, il Sole, la Terra e la Luna)
e alle anomalie osservate (come la nutazione dell’asse terrestre, la perturbazioni
delle orbite causate dai pianeti vicini o dalla loro forma, il moto delle come-
te e, soprattutto il moto della Luna) fu un tema estremamente importante per
tutto il diciottesimo secolo. Furono sviluppati metodi perturbativi, cercando di
dimostrare che almeno al primo o al secondo ordine le anomalie sono periodi-
che (cosa che garantirebbe la stabilità del del sistema solare per tempi lunghi).
Tutti i grandi (e meno grandi) matematici del Settecento (Clairaut, Eulero, d’A-
lembert, Lagrange, Laplace) furono coinvolti e questi sforsi furono presentati
nei cinque volumi del Traité de mécanique céleste di Piere Simon Laplace [72].
Alla fine dell’Ottocento inizi del Novecento un nuovo e per molti versi rivolu-
zionario approccio alla meccanica celeste venne presentato da Henri Poincaré.
Contributi importantissimi vennero dati da Kolmogorov intorno agli anni 1950
e da Arnold e da Moser intorno agli anni 1960, noti come teoria KAM. Tutto
questo rientra oggi in un’area di intenso interesse nota come sistemi dinamici.

La gravità di Newton e di Galilei


Come abbiamo già osservato, come conseguenza della gravità universale e del-
la legge di Newton, masse diverse m1 , m2 attratti da una massa M, la Terra,
con m1 , m2 << M cadono su M con la stessa accelerazione se lasciati cade-
re dalla stessa altezza e non c’è resistenza dell’aria. Infatti forza = m1 a e
106 4. IL SISTEMA DEL MONDO

GMm1
forza gravitazionale = r2
, quindi
GMm1 GM
m1 a = 2
, cioè a = 2 .
r r
L’accelerazione di caduta di masse piccole su una massa grande M dovuta alla
forza di gravità si indica con g
GM
g= 2
r
Assumendo la Terra sferica e a distanze piccole rispetto al raggio della Terra,
possiamo pensare che g sia costante: in questo situazione, la gravitazione di
Newton si riduce alla gravitazione di Galilei.
In realtà, la Terra non è sferica e g dipende dalla posizione e dall’altezza e
queste differenze sono oggi verificabili, con strumenti raffinatissimi, anche a
distanze di pochi centimetri in altezza.
Concludiamo precisando la terminologia relativa all’uso del termine peso. Il
peso di un oggetto di massa m relativamente ad una massa M è la forza di gravità
che si esercita tra le due massse o, in termini di seconda legge di Newton,
GMm
peso = 2 = m g
r
CAPITOLO 5

Equazioni differenziali e meccanica del punto materiale

Aggiungiamo in questo capitolo una presentazione, nel linguaggio di oggi e te-


nendo conto di contributi successivi a quelli di Newton, dei primi elementi di
meccanica newtoniana. Nella prima sezione ricordiamo alcuni semplici fatti
relativi alle equazioni differenziali lineari (che si possono far risalire a Eule-
ro e Lagrange) e alle vibrazioni lineari, cfr. [47]; nella seconda sezione illu-
striamo alcuni fatti sui moti uno-dimensionali e, in particolare, sul pendolo e
sui moti centrali, e chiudiamo con un breve cenno introduttivo alla meccanica
lagrangiana nella terza sezione.

5.1. Equazioni differenziali lineari

Una equazione differenziale di ordine n nell’incognita y(x), dove x ∈]a, b[, è


un’equazione del tipo
(5.1) F(x, y(x), y′ (x), y′′ (x), . . . , y(n) (x)) = 0, x ∈]a, b[.
Essa si dice posta in forma normale se si può scrivere come
y(n) (x) = f (x, y(x), y′′ (x), . . . , y(n−1) (x)), x ∈]a, b[;
lineare se è della forma
(5.2) an (x)y(n) (x) + an−1 (x)y(n−1) (x) + · · · + a0 (x)y(x) = f (x),
dove i coefficienti an (x), . . . , a0 (x) e f (x) sono funzioni definite in ]a, b[, e li-
neare in forma normale se in (5.2) si ha an (x) = 1. In termini del polinomio con
coefficienti variabili nell’indeterminata D, dove D è l’operatore di derivazione,
n
Pn (x, D) := ∑ ak (x)Dk , D0 := id,
k=0
possiamo scrivere l’equazione (5.2) come
(5.3) Pn (x, D)y(x) = f (x), x ∈]a, b[.
Se f (x) = 0, l’equazione si dice omogenea, mentre se f non è identicamente
nulla l’equazione (5.3) si dice non omogenea.
108 5. EQUAZIONI DIFFERENZIALI E MECCANICA DEL PUNTO MATERIALE

Una soluzione di (5.3) è una funzione y(x) di classe Cn (]a, b[) che soddi-
sfa l’uguaglianza (5.3). La famiglia di tutte le soluzioni di (5.3) si chiama
l’integrale generale o completo di (5.3).
La separazione dei termini dell’equazione (5.3) in due parti f (x) e Pn (x, D)y(x)
è motivata dal seguente
P RINCIPIO DI SOVRAPPOSIZIONE DEGLI EFFETTI ESTERNI . Se y1 e y2 risol-
vono rispettivamente
Pn (·, D)y1 = f1 , Pn (·, D)y2 = f2 ,
in un intervallo I , allora per per ogni c1 , c2 ∈ R la funzione y(x) := c1 y1 (x) +
c2 y2 (x) risolve l’equazione
Pn (·, D)y = c1 f1 + c2 f2 in I.

Semplici ma inportanti conseguenze sono: Se y1 e y2 sono soluzioni di una


equazione differenziale lineare e omogenea,
Pn (·, D)y1 = 0, Pn (·, D)y2 = 0,
allora c1 y1 + c2 y2 è ancora soluzione della stessa equazione per tutte le costanti
c1 , c2 ∈ R. In altre parole, l’integrale completo è un sottospazio vettoriale dello
spazio vettoriale Cn (I).
Se y1 , y2 sono soluzioni della stessa equazione lineare
Pn (x, D)y1 (x) = f (x), Pn (x, D)y2 (x) = f (x), x ∈ I,
allora y1 − y2 è soluzione della corrispondente equazione lineare omogenea
Pn (x, D)(y1 − y2 ) = 0.
In particolare, se y è una soluzione data di una equazione differenziale linea-
re, Pn (·, D)y = f , l’integrale completo dell’equazione non omogenea si ottiene
aggiungendo y a ciascuna soluzione della corrispondente equazione omogenea,
Pn (·, D)y = 0.
Ricordiamo infine che ogni equazione in forma normale è riconducibile ad un
sistema di equazioni differenziali del primo ordine. Consideriamo, ad esempio,
l’equazione
y′′′ = F(x, y′ , y′′ ),
introducendo le nuove funzioni incognite p e q possiamo scrivere equivalente-
mente nelle incognite (y, p, q)

 ′
y = p
p′ = q

 ′
q = F(x, p, q).
5.1. EQUAZIONI DIFFERENZIALI LINEARI 109

5.1.1. Equazioni lineari del primo ordine


Abbiamo già sostanzialmente discusso le equazioni differenziali lineari del pri-
mo ordine in forma normale
(5.4) y′ (x) + k(x)y = f (x) x ∈]α , β [, k, f ∈ C0 (]α , β [)
Per comodità del lettore ripetiamo in questo contesto. Cominciamo col consi-
derare l’equazione differenziale omogenea associata,
(5.5) y′ (x) + k(x)y(x) = 0, x ∈]α , β [.
Formalmente, dividendo per y otteniamo
y′ d
0= + k(x) = log y(x) + k(x),
y dx
cioè, se K(x) è un integrale di k(x), log y(x) = −K(x). Questo suggerisce che la
funzione strettamente positiva di classe C1 (]α , β [)
( ∫x )
(5.6) y0 (x) := exp − k(s) ds ,
a

dove a è un punto arbitrario in ]α , β [, è una soluzione di (5.5). In effetti y0 (x)


è una soluzione per cui y0 (a) = 1. Inoltre, l’integrale completo di (5.5) è dato
dalla famiglia ad un parametro
(5.7) y(x) = c y0 (x), c ∈ R,
dei multipli di y0 . Infatti, tutti i multipli di y0 risolvono ovviamente (5.16) e,
come abbiamo già visto, per ogni altra soluzione y(x) abbiamo
( y )′ y′ y − y′ y −ayy + ay y
0 0 0 0
= = =0
y0 y20 y20
da cui y(x)/y0 (x) è costante, cioè y è un multiplo di y0 .
Per trovare l’integrale completo basterà quindi trovare una soluzione partico-
lare di (5.4). A tal fine possiamo procedere per tentativi ad esempio chiaramente
(ex /2 risolve y′ + y = ex . Ma c’è un metodo generale, il metodo della variazione
delle costanti di Lagrange. Esso consiste nel far variare la costante in (5.7) e
cercare una soluzione di (5.4) del tipo
y f (x) = λ (x)y0 (x)
dove è da trovare λ (x). Sostituendo y f (x) in (5.4), abbiamo
λ ′ (x)y0 (x) + λ (x)(y′0 (x) + k(x)y0 (x)) = f (x),
quindi y f risolve (5.4) se e solo se λ risolve la semplice equazione
λ ′ (x) = f (x)/y0 (x).
In conclusione, abbiamo
110 5. EQUAZIONI DIFFERENZIALI E MECCANICA DEL PUNTO MATERIALE

5.1. T EOREMA . L’integrale completo dell’equazione (5.4) è dato dalla famiglia


ad un parametro delle
( ∫x )
f (s)
y(x) = y0 (x) c + ds , c ∈ R,
a y0 (s)

dove a è un punto arbitrario fissato in ]α , β [ e


( ∫x )
y0 (x) := exp − k(s) ds .
a

5.1.2. Equazioni lineari del secondo ordine a coefficienti costanti


Già in una lettera del 1739 a Johann Bernoulli, Eulero presenta una trattazio-
ne delle equazioni lineari omogenee di ordine n a coefficienti costanti. Noi ci
limitiamo ad accennare qui al caso di equazioni del secondo ordine.
Una generica equazione lineare omogenea del secondo ordine a coefficienti
costanti ha la forma
(5.8) ay′′ + by′ + cy = 0
dove a, b e c sono costanti e a ̸= 0. L’idea è di provare a trovare soluzioni u con
la proprietà che u, u′ e u′′ sono multipli della stessa funzione cioè soluzioni del
tipo u(x) = erx . Sostituendo in (5.8) otteniamo
erx (ar2 + br + c) = 0
e, poiché erx è sempre diversa da zero, concludiamo che erx è soluzione se e solo
se r è soluzione dell’equazione
(5.9) ar2 + br + c = 0,
chiamata l’equazione caratteristica di (5.8).
Siano r1 , r2 le radici dell’equazione caratteristica di (5.8). In corrisponden-
za dei tre casi di radici reali e distinte, reali doppie e complesse coniugate,
definiamo y1 (x), y2 (x), x ∈ R, come
(5.10)
y1 (x) = er1 x , y2 (x) = er2 x se r1 , r2 ∈ R, r1 ̸= r2 ,
y1 (x) = er1 x , y2 (x) = xer1 x se r1 = r2 ,
−α x αx
y1 (x) = e cos(ω x), y2 (x) = e sin(ω x) altrimenti;
l’ultimo caso corrisponde a radici r1 , r2 complesse coniugate con r1,2 = α ± iω ,
cioè √
b 4ac − b2
α := − , ω := > 0.
2a 2a
Vale allora
5.1. EQUAZIONI DIFFERENZIALI LINEARI 111

5.2. T EOREMA . L’integrale generale dell’equazione differenziale (5.8) è data


dalla famiglia a due parametri di funzioni
(5.11) c1 y1 (x) + c2 y2 (x), c1 , c2 ∈ R
dove y1 , y2 sono dati in (5.10).
D IMOSTRAZIONE . Supponiamo che le radici siano distinte. Le due funzioni in (5.11) sono
soluzioni. Affermiamo che l’integrale completo di (5.8) è dato da (5.11). Se infatti y(x) è una
qualunque soluzione di (5.8), noi possiamo scrivere y(x) come er1 x u(x) e sostituendo in (5.8),
troviamo ( )
0 = er1 x (ar12 + br1 + c)u + (au′′ + (2ar1 + b)u′ ) .
Poiché r1 + r2 = −b/a e r1 r2 = c/a, u′ è soluzione della semplice equazione
b
0 = u′′ + (2r1 + )u′ = u′′ − (r2 − r1 )u′ = 0.
a
Deduciamo allora che necessariamente u(x) = c1 + c2 e(r2 −r1 )x per qualche c1 , c2 ∈ R, cosicché
y(x) = er1 x u(x) = c1 er1 x + c2 er2 x
è una funzione della famiglia in (5.10).
In modo analogo si procede negli altri casi. Osserviamo solo che nel caso di radici complesse
coniugate l’integrale completo (5.11) si può anche scrivere come
A e−α x cos(ω x + φ ),
dove A ≥ 0 e φ ∈ [−π /2, π /2[. □

Come abbiamo già visto, in accordo con il principio di sovrapposisizione,


l’integrale generale dell’equazione non omogenea
(5.12) ay′′ (t) + by′ (t) + cy(t) = f (t), t ∈]a, b[,
è dato dalla famiglia a due parametri
y(t) = c1 y1 (t) + c2 y2 (t) + y f (t), c1 , c2 ∈ R
dove y1 (t), y2 (t) sono definiti in (5.10) e y f è una qualunque soluzione fissata
di (5.12).
Per trovare una soluzione particolare y f di (5.12), si può procedere per ten-
tativi; ad esempio, se f è un polinomio di grado n, possiamo cercare una so-
luzione particolare come polinomio di grado n + 2, se f è un esponenziale o
una funzione trigonometrica possiamo provare con combinazioni lineari di fun-
zioni esponenziali o trigonometriche. È un metodo che funziona in molti casi.
Ma continua a funzionare il metodo della variazione delle costanti di Lagran-
ge. Facciamo variare le costanti in (5.11) e cerchiamo una soluzione particolare
della (5.12) della forma
(5.13) y f (t) = c1 (t)y1 (t) + c2 (t)y2 (t), t ∈]a, b[.
Sostituendo y f in (5.12), troviamo
2a(c′1 y′1 + c′2 y′2 ) + a(c′′1 y1 + c′′2 y2 ) + b(c′1 y1 + c′2 y2 ) = f .
112 5. EQUAZIONI DIFFERENZIALI E MECCANICA DEL PUNTO MATERIALE

Se richiediamo
c′1 (t)y1 (t) + c′2 (t)y2 (t) = 0,
e notiamo che, in questo caso,
0 = (c′1 y1 + c′2 y2 )′ = c′′1 y1 + c′′2 y2 + c′1 y′1 + c′2 y′2 ,
troviamo ( )
a c′1 (t)y′1 (t) + c′2 (t)y′2 (t) = f (t).
In conclusione: se y1 , y2 sono due soluzioni dell’equazione omogenea associata
a (5.12), allora y f in (5.13) è una soluzione di (5.12) se c1 (t), c2 (t) risolvono il
sistema di equazioni lineari del primo ordine

c′1 (t)y1 (t) + c′2 (t)y2 (t) = 0,
(5.14)
c′1 (t)y′1 (t) + c′2 (t)y′2 (t) = f (t) .
a
Non è difficile vedere che se y1 , y2 sono le funzioni in (5.10), il sistema (5.14)
è risolubile in c′1 e c′2 , trovando in questo modo una soluzione particolare y f di
(5.12).
La stessa idea (ed è il modo con cui fu usata da Eulero) si applica per ridurre l’or-
dine di integrazione di una equazione, anche a coefficienti variabili (si confronti con la
dimostrazione del Teorema 5.2). Ad esempio, supponiamo di conoscere una soluzione
u(t) dell’equazione
a(t)y′′ (t) + b(t)y′ (t) + c(t)y = 0,
vorremmo trovare una seconda soluzione che possa darci, assieme alla prima, l’integrale
generale. Cerchiamola del tipo y(t) = λ (t)u(t). Sostituendo sopra troviamo
auλ ′′ (t) + (2au′ + bu)λ ′ (t) = 0
che ci permette di trovare λ ′ e quindi λ .

5.1.3. Vibrazioni lineari


Chiudiamo questa sezione con alcune osservazioni sulle piccole oscillazioni
libere e smorzate, le risonanze e i battimenti, cfr. [47].
I metodi illustrati ci permettono di studiare la seguente equazione del secondo
ordine con coefficienti positivi, che scriviamo come
(5.15) m x′′ (t) = −µ x′ (t) − k x(t) + f (t) m > 0, µ , k ≥ 0.
In base alla legge di Newton questa può esser vista come l’equazione del moto di
una particella di massa m sottoposta ad una forza elastica (con costante elastica
k) che tende a riportare la particella nella posizione iniziale, ad una resistenza
viscosa (con costante di smorzamento µ ) e ad una forza esterna f .
O SCILLAZIONI LIBERE. Cominciamo con le piccole oscillazioni libere, cioè f (t) ≡ 0,
(5.16) m x′′ (t) = −µ x′ (t) − k x(t) m > 0, µ , k ≥ 0.
5.1. EQUAZIONI DIFFERENZIALI LINEARI 113

Resistenza viscosa nulla, µ = 0. In questo caso l’equazione (5.16) si riduce all’equa-


zione del moto armonico semplice,

′′ k
x + ω x = 0,
2
ω := ,
m
il cui integrale generale è dato dale funzioni sinusoidali di periodo 2π /ω ,
(5.17) x(t) = A cos(ω t + φ ), A ≥ 0, φ ∈ [−π , π [.
La particella si muove di moto armonico, con ampiezza A, periodo 2π /ω e spostamento
di fase φ , A e φ costanti. Osserviamo che il periodo è indipendente dalle condizioni
iniziali. Inoltre la traiettoria è univocamente caratterizzata ad esempio dalla posizione
e dalla velocità in un punto assegnato.

Oscillazioni con smorzamento piccolo, 0 < µ < 2 mk. Le radici dell’equazione carat-
teristica sono complesse e coniugate

µ 4mk − µ 2
r1,2 = −α ± iω , α := , ω := .
2m 2m
L’integrale generale è dato da
x(t) = A e−α t cos(ω t + φ )
con A ≥ 0, φ ∈ [−π , π [.
Le soluzioni anche in questo caso hanno un andamento oscillatorio con periodo più
lungo che nel caso a resistenza viscosa nulla e con ampiezza delle oscillazioni tendente
esponenzialmente a zero al crescere di t: le soluzioni sono delle oscillazioni smorzate.
La costante di smorzamento α è direttamente proporzionale alla resistenza viscosa µ .

Smorzamento critico µ = 2 mk. L’equazione caratteristica ha due radici reali coinci-
denti, −α = −µ /2m, e l’integrale generale è l’insieme delle funzioni
x(t) = e−α t (c1 + c2t), c1 , c2 ∈ R.
Il moto non ha più carattere oscillatorio: si parla di smorzamento critico. La particella
può attraversare la posizione di equilibrio, x(t) = 0, al più una volta.

Smorzamento supercritico µ > 2 km. L’equazione caratteristica ha due radici reali r1
e r2 di segno negativo, l’integrale generale è dunque dato da
x(t) = c1 er1 t + c2 er2 t , c1 , c2 ∈ R.
Non ci sono più oscillazioni e si parla di smorzamento supercritico.
O SCILLAZIONI FORZATE Consideriamo ore il caso di un sistema soggetto a forze ester-
ne e limitiamoci ad uno dei casi più importanti, quello di forze esterne periodiche. Per
semplicità, studiamo l’equazione
(5.18) m x′′ (t) + µ x′ (t) + k x(t) = cos η t, µ ≥ 0.

Il caso con resistenza viscosa, µ > 0. Se µ > 0, la funzione


(5.19) x f (t) = c1 cos η t + c2 sin η t
114 5. EQUAZIONI DIFFERENZIALI E MECCANICA DEL PUNTO MATERIALE

π /2
0.1
µ =2 µ =2
µ =1 µ =1
µ = .5 µ = .5
µ = .2 0 µ = .2
0.01
0.1 1 10 0.1 1 10

F IGURA 1. A sinistra, A(η ) in coordinate logaritmiche mostra che A(η ) ∼ 1/η 2 per η → ∞. A
destra, φ (η ) in coordinate logaritmiche.

con
k − mη 2 µη
(5.20) c1 = c1 (η ) := , c2 = c2 (η ) :=
(k − mη 2 )2 + µ 2 η 2 (k − mη 2 )2 + µ 2 η 2
è soluzione della (5.18). Evidentemente si può riscrivere x f (t) nella forma
x f (t) = A(η ) cos(η t + φ (η ))
e le funzioni
√ ( c (η ) )
1
(5.21) A(η ) := c21 (η ) + c22 (η ), φ (η ) := π /2 + arctan .
c2 (η )
si chiamano rispettivamente spettro di ampiezza e spettro di fase dell’equazione (5.18).
Si noti che tutte le soluzioni dell’equazione sono asintotiche a x f (t) per t → +∞ perché
le soluzioni della omogenea decadono a zero all’infinito.
Il caso a smorzamento nullo, µ = 0. Le formule (5.19) e (5.20) danno una soluzione
particolare dell’equazione
mx′′ + kx = cos η t

quando η ̸= ω = k/m. Nel caso η = ω , le (5.19) perdono di significato. Si vede però
subito che quando η = ω , una soluzione particolare è data da
1
x f (t) = t sin ω t
2mω
e l’integrale generale è
1
x(t) = A cos(ω t + φ ) + t sin ω t.
2mω
Siamo in presenza di un moto secolare, come viene chiamato in astronomia. Si vede che
a partire da qualunque condizione iniziale sulla posizione e sulla velocità, l’ampiezza
delle oscillazioni del sistema cresce al crescere di t: piccole forze possono produrre
5.1. EQUAZIONI DIFFERENZIALI LINEARI 115

forti oscillazioni dell’ampiezza. È il fenomeno della risonanza fra forza applicata e


sistema libero; in situazione più complessa è il problema dei piccoli divisori e, in un
contesto diverso, ricorda il fenomeno del crollo di un ponte quando entra in risonanza,
ad esempio, con la marcia di un plotone che lo attraversa.
Per η ̸= ω la soluzione individuata dalle (5.19) e (5.20) è somma di due funzioni
periodiche di pulsazione η e ω . Quando η e ω sono vicini si evidenzia il fenomeno
dei battimenti, formalizzato nelle formule di prostaferesi. Ad esempio la soluzione del
problema
{
x′′ + ω 2 x = cos(η t),
x(0) = ẋ(0) = 0


( ) ( )
1 −2 ω +η ω −η
x(t) = 2 (cos η t − cos ω t) = 2 sin t sin t
ω − η2 ω − η2 2 2

per le formule di prostaferesi. Quando ω e η sono vicini, la soluzione sembra una


funzione sinusoidale di pulsazione (ω + η )/2 ≃ η la cui ampiezza varia periodicamente
con una pulsazione (ω − η )/2. È il fenomeno dei battimenti.
C IRCUITO RLC Consideriamo un circuito elettrico composto da una resistenza R,
un’induttanza L e un condensatore C collegati in serie fra loro e collegati a un generatore
di tensione V (t).
In base alle leggi di Kirkhoff , la somma delle cadute di potenziale VR (t), VL (t), VC (t)
sui tre componenti è uguale alla tensione applicata

VL (t) +VR (t) +VC (t) = V (t)

e la corrente elettrica circolante nel circuito I(t) è la stessa per tutti i componenti. Poiché
le relazioni tra corrente e potenziale per i tre componenti sono
∫ t
1
VL (t) = I ′ (t), VR (t) = RI(t), VC (t) −VC (t0 ) = I(s) ds,
C t0

vale l’equazione
∫ t
1
LI ′ (t) + RI(t) + I(s) ds +VC (t0 ) = V (t);
C t0

derivando in t si ottiene quindi l’equazione differenziale per la corrente


1
LI ′′ (t) + RI ′ (t) + I(t) = V ′ (t).
C
Si noti come l’analogia con le piccole vibrazioni meccaniche sia totale identificando
massa con induttanza, resistenza viscosa con resistenza, modulo di elasticità con l’in-
verso della capacità, le forze con la derivata della tensione applicata e il moto con la
corrente elettrica.
116 5. EQUAZIONI DIFFERENZIALI E MECCANICA DEL PUNTO MATERIALE

5.2. Moti uno-dimensionali

Una generica equazione differenziale ordinaria del secondo ordine in forma


normale è del tipo
(5.22) mx′′ (t) = F(t, x(t), x′ (t)).
Questa è interpretabile come l’equazione del moto uno-dimensionale di un pun-
to x di massa m soggetto alla forza F (qui dipendente dal tempo, dalla posizione
e dalla velocità) in accordo con la seconda legge di Newton.
In modo equivalente essa può essere scritta come un sistema di due equazioni
in due incognite, introducendo il piano posizione-velocità (x, v) chiamato piano
delle fasi. In altre parole, se v(t) indica la velocità di x(t), risolvere (5.22) è
ovviamente equivalente a risolvere

x′ = v,
F
v′ =
m
nelle incognite (x(t), v(t)): la soluzione è ora una curva t → (x(t), v(t)) ∈ R2
nel piano delle fasi.
È comunque molto raro che in generale si possa risolvere l’equazione (5.22)
in forma chiusa o ‘esplicita’; ma ci sono eccezioni rilevanti, ad esempio se
F = F(x′ (t)) l’equazione è essenzialmente a variabili separabili nella velocità e
abbiamo più volte visto come procedere in questo caso.
5.3. Traiettoria e moto. Supponiamo che la forza applicata dipenda solo dal-
la posizione e dalla velocità della particella, il sistema si dice in questo caso
autonomo,
(5.23) F = f (x, x′ ).
Seguendo l’idea di Jacopo Riccati possiamo assumere (o cercare soluzioni per
cui) la velocità sia univocamente determinata dalla posizione, cioè
v(t) = φ (t, x(t)).
Da 

 dx = v,
dt
 dv
m = f (x, v),
dt
deduciamo allora
dv dφ dx dφ
f (x(t), φ (x(t))) = m (t) = m (x(t)) = mv(x(t)) (x(t))
dt dx dt dx
5.2. MOTI UNO-DIMENSIONALI 117

e, ignorando la dipendenza temporale,


f (x, φ (x))
φ ′ (x) =
mφ (x)
che ci dà la dipendenza funzionale velocità-posizione. L’equazione del moto si
disaccoppia nel sistema in φ e x

φ ′ (x) = f (x, φ (x)) ,
mφ (x)
 ′
x (t) = φ (x(t)),
che può essere risolto, risolvendo la prima equazione per φ , quindi inserendo φ
nella seconda e trovando cosı̀ x(t).
5.4. Conservazione dell’energia. Supponiamo che la forza esterna dipenda
solamente dalla posizione
mx′′ (t) = f (x(t)),
e che V :]a, b[→ R, sia un potenziale per f (x) : ]a, b[→ R cioè
−V ′ = f in ]a, b[.
Moltiplicando l’equazione per x′ troviamo
0 = mx′ (t)x′′ (t) − x′ (t) f (x(t)) = mx′ (t)x′′ (t) +V ′ (x(t))x′ (t)
d ( m ′2 )
= x (t) +V (x(t)) .
dt 2
Questo ci dice che l’energia definita da
m 2
(5.24) E(t) := x′ (t) +V (x(t)),
2
è costante lungo il moto
E(t) = E0 ∀t
dove E0 può essere calcolato dalla posizione e velocità in un dato istante, dicia-
mo quello iniziale, da (5.24).
Dalla conservazione dell’energia deduciamo
|x′ (t)|
√ = 1.
m (E0 −V (x(t)))
2

e, integrando in un intervallo di tempo ]t0 ,t[ in cui la velocità non cambia segno
∫ x(t)
1
√ dx = ±(t − t0 )
m (E0 −V (x))
x(t0 ) 2
118 5. EQUAZIONI DIFFERENZIALI E MECCANICA DEL PUNTO MATERIALE

dove + o − è il segno della velocità x′ . L’ultima formula è una relazione


implicita del tipo
H(x(t)) − H(x(t0 )) = ±(t − t0 )
che una volta invertita dà l’integrale del moto.

5.2.1. Il pendolo
Un tipico moto unidimensionale è quello del pendolo con variabile caratteristica
del moto l’angolo θ (t) formato dall’asta del pendolo con la verticale. Decom-
ponendo la forza peso nella sua componente lungo l’asta, che non ha effetti
essendo l’asta rigida, e nella componente tangenziale, che è responsabile del
movimento del pendolo, troviamo
m l θ ′′ + mg sin θ = 0 1
come equazione del pendolo. Un potenziale della forza è −mg cos θ , θ ∈ R,

quindi la conservazione dell’energia si esprime come 2l θ 2 − g cos θ = −g cos θ0
o √
l |θ ′ |
√ = 1,
2g cos θ − cos θ0
dove θ0 è l’angolo di deviazione massima. In particolare, il moto è dato dall’in-
versa di un integrale ellittico

∫ θ [t]
l dθ
t= √
2g 0 cos θ − cos θ0
Il periodo di oscillazione è quattro volte il tempo t0 necessario a muoversi
dalla verticale alla posizione di massima deviazione, θ0 := θ (t0 ), cioè
√ √
∫ ∫ θ0
l t0 θ′ l dθ
T = 4t0 = 4 √ dt = 4 √
2g 0 cos θ − cos θ0 2g 0 cos θ − cos θ0


l θ0 dθ
=2 √ ,
g 0
sin (θ0 /2) − sin (θ /2)
2 2

che, con la sostituzione


sin(θ /2)
t := , t ∈ (0, 1),
sin(θ0 /2)

1 Alla stessa equazione si arriva usando il principio di conservazione dell’energia che prima
abbiamo stabilito come conseguenza.
5.2. MOTI UNO-DIMENSIONALI 119

possiamo anche scrivere come



∫ 1
l 1
T =4 √ √ dt
g 0 1−t 2 1 − k2t 2
dove k := sin(θ0 /2). In particolare, il periodo dipende dall’ampiezza dell’oscil-
lazione θ0 : il pendolo non è isocrono.
Si dimostra che non possiamo calcolare l’integrale che dà il periodo in termini di fun-
zioni elementari, ma possiamo trovare uno sviluppo asintotico per piccole oscillazioni.
Da
1
(1 − s)−1/2 = 1 + s + O(s2 ) per s → 0,
2
deduciamo
1 1
√ = 1 + k2t 2 + O(k4 ) t ∈ (0, 1), k → 0,
1 − k2 t 2 2
quindi
∫ 1 ∫ 1 ∫ 1
dt dt 1 t 2 dt
√ √ = √ + k2 √ + O(k4 )
0 1−t 2 1 − k2 t 2 0 1−t 2 2 0 1 − t2
π π 2
= + k + O(k4 ).
2 8
In conclusione, poiché k = sin(θ0 /2) = θ0 /2 + O(θ03 ), troviamo
√ ( 1 )
T = 2π l/g 1 + θ02 + O(θ04 ) per θ0 → 0.
16

5.5. Il pendolo isocrono. Come modificare l’arco di cerchio percorso dal pen-
dolo standard in modo che il periodo diventi indipendente dalle ampiezze. L’i-
dea di Huygens, nella sua formulazione analitica, fu quella di fare in modo che
lungo la nuova curva la forza acceleratrice fosse proporzionale alla lungrezza
d’arco s, cioè che la lunghezza d’arco verifichi l’equazione
(5.25) s′′ + Ks = 0,
che ha soluzioni con oscillazioni indipendenti dall’ampiezza.
Se y è la direzione verticale, la forza acceleratrice è data lungo la curva
cercata da −dy/ds (supponendo la gravità unitaria); dovrà quindi essere
(5.26) dy = K · sds.
Se s = 0 per y = 0 (cioè l’origine è nel punto più basso) si ottiene allora per
integrazione

K 2 2y
(5.27) y= s o s= .
2 K
120 5. EQUAZIONI DIFFERENZIALI E MECCANICA DEL PUNTO MATERIALE

Quindi per la nostra curva l’altezza è proporzionale alla radice quadrata della
lunghezze d’arco ([4] pp. 489-490). Sostituendo s da (5.27) in (5.26), troviamo
dy √ √
√ = 2K dx2 + dy2
y
da cui √
c−y
dx = dy,
y
dove c = 1/(2K), che, come abbiamo visto, ci dice che la curva cercata è una
cicloide o una brachistocrona, si veda anche 7.15 Capitolo 7.

5.2.2. Moti centrali


Sia 0 = (0, 0, 0) ∈ R3 l’origine in R3 e r = (x, y, z) il vettore posizione di un punto
in R3 . Un campo di forze F(r) si dice centrale se in ogni punto la forza è diretta
radialmente e ha modulo dipendente solo dalla distanza del punto dall’origine,
r
F(r) = f (|r|)
|r|
dove f è il modulo della forza. Una tipica situazione è quella di un pianeta di
massa m nel campo di gravità del Sole di massa M >> m. Fissato un riferimento
in cui il Sole occupa l’origine e il pianeta è in r, la forza di gravità è data da
mM r
F(r) = −g 2 , r := |r|,
r r
dove g è la costante di gravità universale che precedentemente avevamo indi-
cato con G. In accordo con la seconda legge di Newton il moto del pianeta è
regolato da
(5.28) ma = F
e, in particolare, l’accelerazione è radiale se F è centrale.
5.6. P ROPOSIZIONE . In un campo di forze centrale il moto è piano, più preci-
samente avviene sul piano determinato dai vettori posizione r e velocità v in un
dato istante t.
Per provare ciò conviene introdurre il prodotto vettore tra due vettori di R3 :
se x = (x1 , x2 , x3 ) e y = (y1 , y2 , y3 ), il prodotto x × y è il “vettore”, a volte si dice
pseudovettore, di componenti
(x2 y3 − x3 y2 , −(x1 y3 − x3 y1 ), x1 y2 − x2 y3 ).
Si vede facilmente che
(1) x × y è antisimmetrico in x e y, cioè, x × y = −y × x,
(2) x × y = 0 se e solo se x e y sono paralleli,
(3) x × y è perpendicolare sia a x sia a y, quindi al piano generato da x e y,
5.2. MOTI UNO-DIMENSIONALI 121

x×y

θ
y
x

F IGURA 2. Il prodotto vettore x × y è perpendicolare al piano generato dai vettori x e y.

(4) infine,
|x × y|2 = |x|2 |y|2 − (x|y)2 = |x|2 |y|2 sin2 θ
dove θ è l’angolo tra x e y; in particolare, |x × y| = |x| |y| se e solo se x e
y sono perpendicolari, (x|y) = 0.

D IMOSTRAZIONE DELLA P ROPOSIZIONE 5.6. Poiché r e a sono paralleli, r ×


a = 0. Quindi
dv dv dv dr d
0 = r×a = r× = r× +v×v = r× + × v = (r × v),
dt dt dt dt dt
cioè r × v è costante; l’orientazione del piano generato da r(t) e v(t) è quindi
indipendente dal tempo e, contenendo per ogni tempo l’origine, è costante. □

Se r × v = 0 inizialmente, cioè la velocità iniziale è radiale, allora il moto


rimane radiale. Se r × v ̸= 0 in un qualche istante t0 , il moto avviene comunque
nel piano contenente r0 := r(t0 ) e v0 := v(t0 ).

Equazioni di moto per il raggio vettore e l’angolo di rotazione


Discutiamo ora il moto nel caso più interessante in cui r(t0 ) × v(t0 ) ̸= 0. Sce-
gliamo le coordinate cartesiane in modo che le prime due (x, y) descrivano il
piano del moto e descriviamo il moto tramite le funzioni r(t) e θ (t) che rap-
presentano l’evoluzione rispettivamente del vettore distanza r(t) dall’origine e
dell’angolo tra il vettore r(t) e l’asse delle ascisse misurato in modo antiorario.
Allora
{
x(t) = r(t) cos θ (t),
y(t) = r(t) sin θ (t).
Introducendo i versori radiale e tangenziale

er := (cos θ , sin θ ), eθ := (− sin θ , cos θ )


122 5. EQUAZIONI DIFFERENZIALI E MECCANICA DEL PUNTO MATERIALE

e osservando che


r = rer ,
(5.29) r′ = r′ er + rθ ′ eθ ,

 ′′ ′
r = (r′′ − rθ 2 )er + (2r′ θ ′ + rθ ′′ )eθ ,
troviamo che l’equazione del moto mr′′ = f er si scrive come

 ′ ′ 1d 2 ′
2r θ + rθ ′′ = (r θ ) = 0,
(5.30) r dt
m(r′′ − rθ ′ 2 ) = f (r).

Osserviamo che nel caso speciale di un moto di un corpo su un cerchio di


raggio r con centro l’origine e con velocità v abbiamo r′ = r′′ = 0 e rθ ′ = v per
l’equazione(5.29), quindi la seconda equazione in (5.30) mv2 /r = − f (r) ci dice
che sul corpo si esercita una forza centripeta.
Tornando alla (5.30), integrando la prima equazione in (5.30) le due equazio-
ni si disaccoppiano
{
mr2 θ ′ = Ω0 ,
(5.31) Ω2
mr′′ = f (r) + rm3 (r2 θ ′ )2 = f (r) + mr03 .

Seconda legge di Keplero


La prima esprime la conservazione del momento angolare
(5.32) Ω(t) := mr2 (t)θ ′ (t) = Ω(0) =: Ω0
o
1
r×v = Ω0 ez .
m
Questa equatione esprime la seconda legge di Keplero: Sia A(t) è l’area spazzata
dal raggio vettore al tempo t, dA = 12 r2 d θ ; poiché l’area spazzata da r quando
l’angolo varia da θ0 a θ è data da
∫ θ
1
r2 (s) ds,
2 θ0
si ha ∫ θ (t)
1
A(t) = r2 (s) ds
2 θ (t0 )
e quindi
1
A′ (t) = r2 θ ′ = Ω0 /(2m);
2
Cambiando variabile, s = θ (τ ), abbiamo
∫ t
1 Ω0
A(t) = r2 (θ (τ ))θ ′ (τ ) d τ = (t − t0 ),
2 t0 2m
5.2. MOTI UNO-DIMENSIONALI 123

se teniamo conto della conservazione del momento angolare in (5.32).


Le formule precedenti ci dicono anche che infatti un moto piano è radiale se
e solo se dA
dt =const.

Conservazione dell’energia
Ritornando all’integrazione delle equazioni di moto (5.31), osserviamo che la
seconda è un’equazione del secondo ordine in r(t) che può essere integrata
usando la conservazione dell’energia. Infatti, se V (r) è un potenziale per f (r),
cioè
V ′ (r) = − f (r),
e introduciamo il cosiddetto potenziale efficace
Ω20
Ve (r) := V (r) + ,
2mr2
la seconda equazione di (5.31) si trasforma in
(5.33) mr′′ +Ve′ (r) = 0.
Multiplicando per r′ e integrando, otteniamo l’equazione di conservazione del-
l’energia

m ′2 ′ 2
(5.34) r +Ve (r) = E, cioè r =± (E −Ve (r)).
2 m
Un’ulteriore integrazione ci dà quindi r(t). Ovviamente una volta risolta l’equa-
zione per la componente radiale r(t), possiamo calcolare θ (t) dalla prima delle
equazioni (5.31)
Ω0
θ ′ (t) = 2 .
mr (t)

Orbite del moto


Come abbiamo già osservato, se Ω0 = 0 il moto avviene lungo una retta pas-
sante per l’origine. Se Ω0 ̸= 0 il moto non avviene più lungo una retta e
θ (t) è invertibile, eventualmente su un periodo se il moto è periodico. Pos-
siamo allora riparametrizzare il moto come funzione dell’angolo θ , r = r(θ );
conseguentemente
r(t) = r(θ (t))er ,
e siamo ricondotti a cercare r = r(θ ). Poiché
dr dr d θ Ω0 dr
= = 2 ,
dt d θ dt mr d θ
124 5. EQUAZIONI DIFFERENZIALI E MECCANICA DEL PUNTO MATERIALE

la conservazione dell’energia (5.34) dà l’equazione differenziale a variabili se-


parabili

Ω20 ( dr )2 dr mr2 2
(5.35) +Ve (r(θ )) = E, i.e., =± (E −Ve (r)),
2mr4 d θ dθ Ω0 m
che si integra
√ ∫ r
Ω0 m dρ
(5.36) θ − θ0 = ± √ ,
m 2 r0 ρ 2 E −Ve (ρ )
dove r0 = r(θ0 ). Invertendo la (5.36) troviamo r = r(θ ).
L’equazione (5.35) mostra che la traiettoria r(θ ) soddisfa Ve (r(θ )) ≤ E ∀θ ,
e che negli eventuali punti θ in cui Ve (r)(θ ) = E si ha ddrθ = 0. In generale però
non è detto che la traiettoria sia limitata né che resti lontana dall’origine.
Supponiamo che la traiettoria r(θ ) resti limitata e lontana da zero e oscilli tra
due valori rmin , rmax , con 0 < rmin < rmax < ∞. L’angolo tra l’apocentro (punto
in cui r = rmax ) e il successivo (o precedente) pericentro (punto in cui r = rmin )
è dato dalla (5.36)
√ ∫
Ω0 m rmax dρ
ϕ := √
m 2 rmin ρ E −Ve (ρ )
2

e l’angolo tra due pericentri successivi è 2ϕ . Condizione necessaria e sufficiente


perché l’orbita sia chiusa è quindi che ϕ /2π sia razionale. Si dimostra che, se
ϕ /2π , è irrazionale l’orbita è densa nella corona di raggi ρmin and ρmax .
Il caso di orbite chiuse è piuttosto raro. Infatti nell’Ottocento il matemati-
co Joseph Bertrand dimostra che in un campo di forze centrali tutte le orbi-
te limitate sono chiuse se e solo se il campo è elastico, V (r) = kr2 k > 0, o
gravitazionale, e in entrambi i casi ϕ = 2π .

Orbite in un campo elastico


Nel caso elastico, V (r) := kr2 /2 r > 0, oscillazioni piane, le equazioni del moto
(5.28) nel piano (x, y) si
√disaccoppiano in due moti armonici semplici con la
stessa pulsazione ω := k/m
{
x′′ = −ω 2 x,
y′′ = −ω 2 y
Quindi
x(t) = a cos(ω t + α ), y(t) = b cos(ω t + β )
o
x = a cos φ , y = b cos(φ + δ ) = b cos δ cos φ − b sin δ sin φ
5.2. MOTI UNO-DIMENSIONALI 125

dove φ = ω t + α , δ := β − α . Risolvendo in cos φ e sin φ , quadrando e som-


mando si ottiene
x2 y2 xy
2
+ 2 − 2 cos δ = sin2 δ .
a b ab
In altre parole, le orbite del moto sono ellissi con centro l’origine. Queste ellissi
degenerano in un segmento se δ = 0 o δ = π .

Equazione di moto per l’inverso del raggio vettore


Per il seguito sarà utile scrivere le relazioni in (5.35) per u := 1/r. Abbiamo
du 1 dr
=− 2 ,
dθ r dθ
quindi
Ω0 dr Ω0 du Ω0 d 2 u ′ Ω20 2 d 2 u
r′ = =− , r′′ = − θ = − u .
mr d θ
2 m dθ m dθ 2 m2 d θ 2
e, se Vee (u) := Ve (1/u),
dVee dVe 1
(u) = − (1/u) 2 .
du dr u
Quindi l’equazione del moto (5.31) dà l’equazione per u,
Ω20 d 2 u dVee
(5.37) = − (u)
m dθ 2 du
e la legge di conservazione dell’energia si scrive come
Ω20 ( du )2 e Ω20 ( dr )2
(5.38) + Ve (u) = +Ve (r) = E.
2m d θ 2mr4 d θ

Orbite nel campo gravitazionale, prima e terza legge di Keplero


Cominciamo con osservare che l’unico moto centrale possibile su un ellisse con
un fuoco nel centro di forza è quello dovuto ad un campo gravitazionale. Dalle
equazioni di moto (5.31) sappiamo
Ω0 mk2
(5.39) r2 θ ′ = =: k, e mr′′ − 3 = f (r).
m r
Essendo l’orbita ellittica ,
r(1 + e cos θ ) = c, 0 ≤ e < 1;
differenziando e usando la prima equazione in (5.39) deduciamo
ce sin θ ce sin θ k ke
r′ = θ ′ = 2 −2 2 = sin θ .
(1 + e cos θ )2 c r r c
126 5. EQUAZIONI DIFFERENZIALI E MECCANICA DEL PUNTO MATERIALE

Differenziando ancora una volta


ke ke c − r k k2 k2
r′′ = cos θ θ ′ = 2
= 3− 2
c c re r r cr
e usando la seconda equazione in (5.39) concludiamo
k2
f (r) = − .
mcr2
Proviamo ora che le orbite in un campo gravitazionale sono ellissi, cioè la
prima legge di Keplero.
Per il potenziale newtoniano V (r) = − kr , k > 0, abbiamo
Ω20 k
Ve (r) = 2
− ,
2mr r
e, sostituendo in (5.37), troviamo per u = 1/r
Ω2 d2u km
Vee (u) = 0 u2 − ku, and = −u + 2 .
2m dθ 2 Ω0
Questa è un’equazione differenziale del secondo ordine a coefficienti costanti il
cui integrale completo è
km
u(θ ) = (1 + e cos(θ − θ0 )), e ≥ 0,
Ω20
cioè,
Ω20 1
(5.40) r(θ ) = ,
km 1 + e cos θ
se scegliamo gli assi in modo che r sia minimo quando θ = 0.
L’equazione (5.40) rappresenta una conica con un fuoco nell’origine: è un’el-
lisse se e < 1, una parabola se e = 1, e un’iperbole se e > 1. L’eccentricità è
determinata dall’energia, infatti, sostituendo u in (5.38)

2Ω2
(5.41) e = 1 + 2 0 E,
k m
quindi
◦ se E > 0, la traiettoria è un ramo di iperbole,
◦ se E = 0, la traiettoria è una parabola,
◦ se E < 0, la traiettoria è un’ellisse con semiassi dati da
Ω2 1 k √ |Ω0 |
a := 0 = , b := a 1 − e2 = √ .
km 1 − e 2 2|E| 2m|E|
5.2. MOTI UNO-DIMENSIONALI 127

Y y

ξ θ
C H F X

F IGURA 3

In particolare, se E ≥ 0, la traiettoria sfugge il campo gravitazionale, mentre


se E < 0 abbiamo dimostrato la prima legge di Keplero: Un’orbita planetaria è
un’ellisse con il Sole come fuoco.
Proviamo infine la terza legge di Keplero.
Se E < 0, cioè se l’orbita è ellittica, deduciamo dalla seconda legge di Ke-
plero, che l’area dell’ellisse π ab è proporzionale al periodo orbitale T :
|Ω0 |
π ab = T.
2m
D’altra parte, per la (5.41)
√ √
|Ω0 | = akm(1 − e2 ), b=a 1 − e2 ,
quindi
√ √
√ 1 k
π a 1 − e2 =
2
a(1 − e2 ) T;
2 m
concludiamo pertanto con la terza legge di Keplero
a3 /T 2 = k/(4π 2 m)

La legge del moto planetario


Sempre nel caso del campo gravitazionale vogliamo trovare la legge di moto
r = r(t), che ci darà anche θ = θ (t) per via della (5.36).
Dalla conservazione dell’energia

mr 2 Ω2 k
E= + 02 −
2 2mr r
segue
√ ∫ r(t)
m dρ
t= √ ,
2 Ω20
r(0) k
ρ − 2mr2
+E
128 5. EQUAZIONI DIFFERENZIALI E MECCANICA DEL PUNTO MATERIALE

che in linea di principio ci permette di trovare r(t) per inversione di t = t(r).


Osserviamo che l’integrale sopra non è esprimibile in termini di funzioni ele-
mentari.
Una soluzione diversa fu proposta da Keplero. Si consideri un riferimento
(X,Y ) nel quale l’orbita del moto di un punto P = P(t) è descritta dall’equazione
X2 Y 2
+ = 1, a > b.
a2 b2
Con riferimento alla Figura 3, dove F indica un fuoco dell’orbita, introdu-
ciamo la cosiddetta anomalia eccentrica ξ in modo che l’orbita si parametrizza
come
X = a cos ξ = r cos θ + a e, Y = b sin ξ = r sin θ .
Allora abbiamo
∫ a √
FH · HP b
area AFP = − + a2 − X 2 dX,
2 xH a
∫ a√
FH · HQ
area AFQ = − + a2 − X 2 dX,
2 xH
b
HP = HQ,
a
conseguentemente
b
area AFP = area AFQ.
a
La seconda legge di Keplero, area AFP = Ω2m0t , ci dà allora
Ω0t b b( )
= area AFQ = area ACQ − area QFC
2m a a
b a ξ CF · QF ) ab
( 2
= − = (ξ − e sin ξ ),
a 2 2 2
cioè l’equazione di Keplero
Ω0
ξ − e sin ξ = ℓ; ℓ = ℓ(t) := t.
mab
Per |ℓ| < 1 questa equazione ci permette di trovare ξ = ξ (ℓ). ℓ si chiama
l’anomalia media.
Si verifica che

ξ (e, ℓ) − (ℓ + sin ℓ + e2 sin ℓ cos ℓ) = O(e3 ) per e → 0.

Di fatto, l’orbita della Terra è quasi circolare, cioè la sua eccentricità è piccola.
5.3. LAGRANGIANE, INVARIANZE E LEGGI DI CONSERVAZIONE 129

5.3. Lagrangiane, invarianze e leggi di conservazione

Nello spazio consideriamo un punto ( materiale P di) massa m la cui posizione al


tempo t è data dal vettore X(t) := x(t), y(t), z(t) in un sistema di riferimento
cartesiano. Supponiamo
( che P si muova
) sotto l’azione di un campo di forze F :=
F(X), F(X) := f1 (X), f2 (X), f3 (X) , conservativo, cioè che F sia il gradiente
di una funzione scalare chiamata potenziale
( ∂U ∂U ∂U )
F(X) = −∇U(X) = − (X), (X), (X) .
∂x ∂y ∂z
In accordo con la legge di Newton il moto attuale X(t) di P verifica
(5.42) mẌ(t) = F(X(t)) equivalentemente mẌ(t) = −∇U(X(t)).
Si verifica ora facilmente, cfr. Capitolo 3, che (5.42) è l’equazione di Eulero-
Lagrange del funzionale
∫ [ ]
1
m |Ẋ(t)|2 −U(X(t)) ,
2
cioè ogni soluzione di (5.42) è un punto stazionario per l’integrale precedente.
Assumendo sempre il campo conservativo, dall’equazione di Newton si rica-
va anche la legge di conservazione dell’energia. Infatti, procedendo come nel
caso di moti uno-dimensionali — caso in cui le forze F(x), x ∈ R, sono sem-
pre la derivata di un potenziale, U ′ (x) = −F(x), quindi conservative — e cioè,
moltiplicando scalarmente per Ẋ, deduciamo
(mẌ | Ẋ) + (∇U | Ẋ) = 0
cioè
d (1 )
m |Ẋ(t)|2 +U(X(t)) = 0
dt 2
o
1
m |Ẋ(t)|2 +U(X(t)) = E0 E0 = cost.
2
5.7. Campi conservativi e lavoro. Apriamo una breve parentesi. Ricordiamo
che si definisce integrale del campo di vettori F(X) lungo la curva γ : [a, b] → R3
che congiunge due punti P1 = γ (a) e P2 = γ (b) in R3 come
∫ ∫ b( )
F := F(γ (t)|γ̇ (t) dt.
γ a

Si vede facilmente che, se F è conservativo, allora γ F dipende solo dai punti

P1 e P2 ma non dalla curva γ che li congiunge. Interpretando γ F come il lavoro
per andare da γ (a) a γ (b) nel campo di forze F, possiamo allora rileggere quanto
visto come: in un campo conservativo il lavoro lungo una curva dipende solo
dagli estremi della curva e non dalla curva; equivalentemente, il lavoro lungo
una curva chiusa è nullo. Si dimostra anche che in R3 (su domini Ω generici
130 5. EQUAZIONI DIFFERENZIALI E MECCANICA DEL PUNTO MATERIALE

servono condizioni topologiche su Ω su cui non entriamo) il viceversa: se il


lavoro lungo tutti i cammini chiusi è nullo, allora il campo è conservativo.
A partire da Eulero e proseguendo con Lagrange i principi variazionali tro-
vano un sempre maggior ruolo nella formulazione delle teorie fisiche, partico-
larmente nell’Ottocento e fino ai giorni nostri. Probabilmente il primo di tali
principi, cfr. Sezione 3.2.3, è il cosiddetto
P RINCIPIO DI MINIMA AZIONE DI L AGRANGE : Il moto attuale del sistema è
tale da minimizzare (anzi, da render nulla la variazione del) l’azione (in senso
Leibniziano)

mv2 dt
tra tutti i moti con energia E = E0 , dove E0 è l’energia iniziale.
Più precisamente, fissati la posizione X0 := X(t0 ), la velocità V0 := Ẋ(t0 ) e
l’energia E0 := 12 mV02 +U(X0 ) iniziali, il moto attuale rende stazionaria l’azione.
Una delle difficoltà con questo principio è che non è possibile assegnare la
posizione iniziale e finale del sistema a tempi fissati t1 e t2 e, allo stesso tempo
l’energia E. Per rimediare a questo Jacobi separò il percorso, traccia geometrica
della curva di moto c, dal moto lungo la curva, mostrando, si veda ad esempio
[45], il seguente
P RINCIPIO DI MINIMA AZIONE DI JACOBI -L AGRANGE : Si minimizzi
∫ √
ω (c)ċ dt dove ω (X) := 2(E0 −U(X)

partendo da un punto del moto attuale. Si rappresenti l’estremale cosı̀ trovato


in termini del parametro lunghezza d’arco come γ (s). Allora il moto attuale è
dato da
c(t) := γ (s(t))
dove l’inversa t(s) di s(t) è determinata da

dt m
= .
ds ω (γ )

Ma si può fare di più. Se introduciamo la lagrangiana L del sistema come


L = T −U
abbiamo 2T = L + E = L + E0 , conseguentemente
∫ t2 ∫ t2
Ldt = 2T dt + E0 (t2 − t1 ).
t1 t1

Possiamo allora enunciare


5.3. LAGRANGIANE, INVARIANZE E LEGGI DI CONSERVAZIONE 131

P RINCIPIO DI H AMILTON -L AGRANGE : Il moto attuale è un punto stazionario


della lagrangiana
∫ t2
Ldt.
t1
Vediamo allora che un sistema meccanico (di una particella) è caratterizzato
dalla sua lagrangiana e il suo moto attuale, dal punto P1 al punto P2 nel tempo
[t1 ,t2 ], è un minimo o un punto stazionario per
∫ t2
L(t, γ , γ̇ ) dt γ (t1 ) = P1 , γ (t2 ) = P2 .
t1
In realtà il tutto vale per un sistema di n masse in un generico campo di forze
conservativo. Esemplifichiamo la cosa nel caso del problema degli n corpi.
Consideriamo n punti materiali di masse m1 , . . . , mn le cui posizioni al tempo t
sono date da X1 (t), . . . , Xn (t), Xi = (xi (t), yi (t), zi (t)), e introduciamo il vettore
di R3n definito come X(t) := (X1 (t), . . . , Xn (t)). Supponiamo che le masse si
attraggano in accordo con la legge di gravitaziione universale di Newton, cioè
che la forza esercitata da mk su mi sia data da
Gmi mk
Fik := 3
(Xk − Xi )
rik
dove rik := |Xi − Xk |.
Il principio di Hamilton-Lagrange ci dice allora che il moto X(t) degli n corpi
è un punto stazionario dell’integrale azione
∫ t2
L (X) = L(X(t), Ẋ(t)) dt,
t1

in cui lagrangiana L(X,Y ) è data da


L(X,Y ) = T (Y ) −U(X),
dove
n
1
T (Y ) :=
2 ∑ m j |Y j |2 , Y = (Y1 , . . . ,Yn ),
j=1

che per Y = Ẋ(t) dà l’energia cinetica degli n corpi, e


mi mk
U(X) := − ∑ G
i<k rik
è l’energia potenziale del sistema, poiché
∂ ( mi mk )
Fik = G
∂ Xi ri k
e quindi la forza totale Fi = ∑i̸=k Fik che agisce su mi è data da
Fi = −∇Xi U.
132 5. EQUAZIONI DIFFERENZIALI E MECCANICA DEL PUNTO MATERIALE

Vi è un’importante relazione tra simmetrie o invarianze di una lagrangiana


e leggi di conservazione, messa in evidenza da Emmy Noether [96] e che qui
vogliamo illustrare senza dimostrazioni (rinviamo a [45] per maggiori informa-
zioni).
Cominciamo con il considerare una famiglia di trasformazioni (x, z) 7→ (x∗, z∗),
x, x∗ ∈ R, z, z∗ ∈ Rn ,
(5.43) x∗ = Y (x, z, ε ) z∗ = W (x, z, ε )
che per ε = 0 si riducono all’identità, x = Y (x, z, 0) z = W (x, z, 0), assieme a
quelli che si chiamano i generatori infinitesimali (µ , ω ) della trasformazione in
(5.43)
∂Y ∂W
(5.44) µ (x, z) = (x, z, 0) ω (x, z) = (x, z, 0).
∂ε ∂ε
Per ogni curva u : I = [x1 , x2 ] → Rn consideriamo ora
(5.45) η (x, ε ) := Y (x, u(x), ε ) w(x, ε ) := W (x, u(x), ε ),
x ∈ I e ε vicino a 0, con generatori infinitesimali
∂η ∂w
(5.46) µ (x) := (x, 0) = µ (x, u(x)) ω (x) := (x, 0).
∂ε ∂ε
Poiché η (x, 0) = x e η (x, ε ) = x + ε µ (x) + o(ε ) quando ε → 0, η (ε ) := η (·, ε )
è un diffeomorfismo dall’intervallo I sull’intervallo Iε∗ = η (I, ε ) almeno per |ε |
piccolo. Denotiamo con ξ (y, ε ) la sua inversa, x = ξ (y, ε ) e consideriamo quindi
v(y, ε ) := w(ξ (y, ε ), ε ), y ∈ Iε∗
Poiché I0∗ = I e v(y, 0) = w(ξ (y, 0), 0), abbiamo u = v(·, 0), cioè v(·, ε ) è una
variazione di u per ε piccolo.
Se ora ∫
F (u, I) := F(x, u, u′ ) dx,
I
si dice che F (u, I) è invariante rispetto alle trasformazioni (5.43) se
F (v(ε , Iε∗ ) = F (u, I).
Vale allora
5.8. T EOREMA (Noether). Supponiamo che F (u, I) sia invariante rispetto al-
le trasformazioni (5.43) con generatori infinitesimali µ e ω = (ω 1 , . . . , ω n ) in
(5.44), allora l’espressione
dui
F µ + Fpi · (ω i −
µ)
dx
è costante lungo ogni punto stazionario z = u(x), x ∈ I, di (F).
5.3. LAGRANGIANE, INVARIANZE E LEGGI DI CONSERVAZIONE 133

Vediamo ora come le leggi di conservazione seguano dal teorema di Noether.


Conservazione dell’energia. Se F non dipende esplicitamente da x, allora F è
invariante rispetto alla famiglia di traslazioni
η (x, ε ) = x + ε , w(x, ε ) = u(x),
che hanno generatori infinitesimali
µ (x) = 1, ω (x) = 0.
Segue dal teorema di Noether che
F − u′ · Fp = cost
lungo ogni punto stazionario di F .
In particolare, nel caso in cui F sia la lagrangiana L del problema degli n
corpi otteniamo che l’energia T + U resta costante lungo la traiettoria di ogni
moto.
Limitandoci ora al problema degli n corpi, è chiaro che L(X) non cambia il
suo valore se sottoponiamo l’R3 di riferimento a traslazioni o rotazioni, perché
queste trasformazioni non cambiano né le distanze ri j di due punti né l’energia
cinetica.
Conservazione del momento totale. Consideriamo il gruppo di traslazioni
t∗ = t, x∗j = x j + ε , y∗j = y j , z∗j = z j , j = 1, . . . , n.
Allora abbiamo
µ = 0, ω = (e1 , e1 , . . . , e1 ), dove e1 = (1, 0, . . . , 0).
Il teorema di Noether ci dà allora
m1 ẋ1 + m2 ẋ2 + · · · + mn ẋn = cost.
Poiché relazioni simili valgono per y j e z j concludiamo
n
∑ m j Ẋ j = A,
j=1

dove A è un vettore costante in R3 .


Conservazione del momento angolare totale. Consideriamo il gruppo di rota-
zioni
t∗ = t, xi∗ = xi cos ε + yi sin ε , y∗i = −xi sin ε + yi cos ε , z∗j = z j ,
con generatori infinitesimali
µ = 0, ω = (Z1 , Z2 , . . . , Zn ) dove Z j = (y j , x j , 0).
Troviamo quindi
m1 (y1 ẋ1 − x1 ẏ1 ) + · · · + mn (yl ẋn − xn ẏn ) = cost.
134 5. EQUAZIONI DIFFERENZIALI E MECCANICA DEL PUNTO MATERIALE

Ruotando ora attorno agli assi y e z si trova infine


n
∑ m j X j × Ẋ j = C,
j=1

dove C è un vettore costante in R3 .


CAPITOLO 6

Il problema di Cauchy: esistenza e unicità

In questo capitolo discutiamo il problema della risolubilità delle equazioni diffe-


renziali non lineari, confrontando metodi per la risolubilità del problema di Cau-
chy che sono stati introdotti nel corso dell’Ottocento e agli inizi del Novecento.
I nomi rilevanti, tra altri, sono quelli di Augustin-Louis Cauchy (1789–1857),
che per primo affrontò il problema in vari lavori tra il 1820 e il 1830, di Rudolf
Lipschitz (1832–1903), che indebolı̀ le ipotesi di Cauchy, di Joseph Liouville
(1809–1882), che per primo pubblicò nel 1838 il metodo delle approssimazioni
successive a cui Emile Picard (1856–1941) diede una forma generale, di Giu-
seppe Peano (1858–1932) che dimostrò un teorema generale di esistenza tra la
fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, e infine, con gli sviluppi dell’anali-
si funzionale, di Stefan Banach (1892-1945), a cui si deve il teorema del punto
fisso negli anni venti del Novecento, di Juliusz Pawel Schauder (1899-1943) e
di Renato Caccioppoli(1904-1959). Per ulteriori informazioni, soprattutto sugli
aspetti tecnici, si può consultare la vasta letteratura esistente e, ad esempio, [18]
[47] [46] [48] [49].
Risulta evidente il salto temporale e ancor più risulterà notevole il salto in
termini di astrazione tra questo capitolo e i precedenti. Infatti, in considera-
zione del tema e del periodo in cui questo si è sviluppato, saremo costretti ad
usare in questo capitolo un linguaggio preciso e per vari aspetti più formale e
astratto, lontano da quello usato prima e che noi abbiamo usato fino ad ora. Ciò
permetterà al lettore di constatare, da una parte, come le richieste di rigore siano
collegate a questioni, che potrebbero esser tacciate di dettaglio, ma che sono
essenziali a una più completa gestione e comprensione delle situazioni discusse
e, dall’altra, come sia necessario passare a un grado di astrazione maggiore che,
a sua volta, impone maggiore difficoltà a seguire i dettagli.
Consideriamo un’equazione differenziale non lineare del primo ordine
(6.1) x′ = f (t, x)
dove f (t, x) è una funzione continua data nelle due variabili (t, x). In realtà tutto
quello che diremo vale anche per sistemi di equazioni differenziali del primo
ordine a cui si riducono, come abbiamo visto, anche le equazioni differenziali
di ordine superiore; ma noi ci limiteremo a parlare dell’equazione (6.1) per non
appesantire le notazioni. Una soluzione è una funzione di classe C1 , cioè con
136 6. IL PROBLEMA DI CAUCHY: ESISTENZA E UNICITÀ

derivate continue, in un opportuno intervallo ]α , β [, α < β , tale che x′ (t) =


f (t, x(t)) per ogni t ∈]α , β [. In relazione all’indeterminatezza dell’intervallo
]α , β [, se x1 ∈ C1 (]α1 , β1 [) and x2 ∈ C1 (]α2 , β2 [) sono due soluzioni, diciamo
che x2 è una continuazione di x1 se ]α1 , β1 [⊂]α2 , β2 [ e x1 (t) = x2 (t) per ogni
t ∈]α1 , β1 [. Diciamo che una soluzione è una soluzione massimale se non ha
nessuna continuazione. Le soluzioni si chiamano anche orbite o traiettorie o
curve integrali dell’equazione differenziale.
Il problema di trovare una soluzione (una soluzione massimale) dell’equazio-
ne (6.1) che soddisfi la condizione iniziale x(t0 ) = x0 , dove (t0 , x0 ) è un punto
del dominio Ω di f , si chiama problema di Cauchy; in modo più preciso, esso
consiste in: data una funzione continua f : Ω ⊂ R2 → R e (t0 , x0 ) ∈ Ω, trovare
un intervallo ]α , β [ contenente t0 e una funzione x(t) di classe C1 (]α , β [) tale
che
{
x′ (t) = f (t, x(t)) ∀t ∈]α , β [,
(6.2)
x(t0 ) = x0 .
Geometricamente questo significa trovare una funzione x(t) su un opportuno
intervalla ]α , β [ il cui grafico ha in ogni suo punto (t, x(t)) pendenza f (t, x(t)).
Tranne che per le equazioni lineari e pochi altri casi, in generale le equazio-
ni differenziali non sono risolubili in forma chiusa, cioè in termini di funzioni
elementari e loro primitive. Si pongono allora naturalmente alcuni problemi:
Esiste sempre una soluzione del problema di Cauchy? Questa eventuale so-
luzione è unica? È definita per tutti i tempi? È possibile approssimarla con
funzioni elementari con un grado di accuratezza assegnato? Si pongono anche
altre questioni relative al comportamento qualitativo delle soluzioni, ad esem-
pio, supponiamo che la soluzione esista unica per tutti i tempi, quale è il suo
comportamento all’infinito? Diverge? Converge? Oscilla? E, se cambiamo di
poco i dati iniziali la soluzione cambierà di poco? O invece due soluzioni con
dati iniziali vicini possono differire molto? In quest’ultimo caso si dice che il
sistema ha un comportamento caotico.
Noi ci limiteremo a discutere la questione dell’esistenza e dell’unicità. Co-
minciamo con due semplici ma illuminanti esempi.
6.1. E SEMPIO (Blow-up in tempo finito). La funzione reale x(t) = 1/(1 − t),
t ∈] − ∞, 1[, risolve il problema
{
x′ (t) = x2 (t),
(6.3)
x(0) = 1.
Malgrado l’equazione sia ben definita per ogni (t, x) ∈ R2 , la soluzione x(t)
(si prova infatti che la soluzione del problema (6.3) è unica), esiste solo per
un intervallo finito di tempi positivi. Inoltre, quanto lungo sia l’intervallo di
6.1. PERCHÉ UN TEOREMA DI ESISTENZA 137

esistenza per tempi positivi dipende dal valore iniziale; infatti per λ > 0, la
funczione xλ (t) = λ /(1 − λ t), t ∈] − ∞, 1/λ [, è la soluzione (massimale) del
problema di Cauchy {
x′ = x2 ,
x(0) = λ .
Questo in contrasto con il caso di equazioni differenziali lineari che sono riso-
lubili nell’intero intervallo di tempi per cui sono definite.
6.2. E SEMPIO (Non unicità). Per tutti gli a < 0 < b ∈ R, le funzioni


− 4 (t − a) se t < a,
1 2

x(t) = 0 se a ≤ t ≤ b,

1
4 (t − b)2 se t > b,
sono di classe C1 (R) e risolvono il problema di Cauchy
{ √
x′ = |x|,
x(0) = 0,
questo in contrasto ancora con il caso lineare in cui la soluzione del problema
di Cauchy è univocamente determinata dalla condizione iniziale.
Concludiamo questa introduzione con una osservazione particolarmente uti-
le per il seguito. Infatti ci permette di richiedere per l’eventuale soluzione
condizioni meno stringenti.
6.3. P ROPOSIZIONE . Sia Ω un dominio in R × R e sia f (t, x) : Ω → R una fun-
zione continua. Allora x(t) ∈ C1 ([t0 − r,t0 + r], R) risolve il problema di Cauchy
(6.2) se e solo se x(t) appartiene a C0 ([t0 − r,t0 + r], R) e soddisfa l’equazione
integrale
∫t
(6.4) x(t) = x0 + f (τ , x(τ )) d τ ∀t ∈ [t0 − r,t0 + r].
t0

D IMOSTRAZIONE . Set I := [t0 −r,t0 +r]. Se x ∈ C1 (I, RN ) è soluzione del problema (6.2), allora
integrando x soddisfa (6.4). Viceversa, se x ∈ C0 (I, R) e soddisfa l’equazione (6.4), allora, per
il teorema fondamnetale del calcolo, x(t) è differenziabile e x′ (t) = f (t, x(t)) in I, in particolare
x(t) ha derivate continue; inoltre da (6.4) segue anche x(t0 ) = x0 . □

6.1. Perché un teorema di esistenza

Forse bisognerebbe cominciare con il discutere il significato del termine piut-


tosto problematico ‘esistenza’, cosa che però non faremo preferendo restare sul
138 6. IL PROBLEMA DI CAUCHY: ESISTENZA E UNICITÀ

problema che stiamo considerando: c’è una funzione continua che risolve l’e-
quazione integrale (6.4)? Come abbiamo visto, per molto tempo la questione
esistenza non è stata, diciamo, centrale e, ancor oggi, molti probabilmente la
trovano un po’ strana. Se le equazioni differenziali rappresentano o modellano
processi concreti è chiaro che hanno soluzioni. Ma forse la considerazione an-
drebbe rovesciata, se l’equazione non ha soluzione forse non siamo in presenza
di un buon modello di quello che vorremmo descrivere.
In ogni caso, vedremo che è molto pericoloso operare con cose che ‘non esi-
stono’ anche se a volte, conveniamo, possa essere piacevole e addirittura ‘utile’.
E questo sia che si intenda l’esistere nel senso ordinario sia che si intenda nel
senso delle astrazioni o dei concetti (qualunque cosa immaginiamo esiste men-
talmente), almeno se prima non ci assicuriamo che la loro assunta esistenza
non contraddice altro della nostra conoscenza. L’implicazione logica o mate-
matica “P ⇒ Q” equivalentemente “(non P) o Q” risulta falsa solo nel caso che
la premessa sia vera e la conclusione falsa. In particolare ci dice che da una
contraddizione è possibile dedurre sia il vero sia il falso1.
Il problema dell’esistenza diventa rilevante in matematica alla metà dell’Ot-
tocento quando Weierstrass osserva che le dimostrazioni di Steiner relative al
problema isoperimetrico non sono corrette/complete. Steiner aveva dimostrato
(con procedimenti di simmetrizzazione) che, se una figura geometrica ha area
massima tra tutte quelle di perimetro dato, allora questa deve essere il cerchio —
un po’ come abbiamo già visto nel Capitolo 3: se una curva minimizza l’area tra
tutte quelle con perimetro assegnato, allora è un punto stazionario del funzionale
area, e allora è un cerchio. L’obiezione è che perché questo sia un ragionamento
conclusivo bisogna prima provare che ci sia una tale figura minimizzante. Pa-
rafrasando [62], il maggiordomo, unico possibile indiziato dell’assassinio del
conte, è l’assassino sempre che ci sia stato effettivamente un assassinio, cioè
che di assassinio e non di suicidio o di morte naturale si tratti.

1 O perlomeno questo è il senso in cui l’implicazione viene usata in matematica. In realtà le


discussioni sul valore di verità da attribuire all’implicazione risalgono, secondo Sesto Empi-
rico (II-III sec. d.C.), alla scuola megarico-stoica e coinvolgono i filosofi del IV secolo a.C.
Diodoro Crono, Filone di Megara e Crisippo (280-206 a.C.). Ancora agli inizi del 1900 le
discussioni continuavano; ad esempio, Henri Poincaré in [99] cosı̀ commenta:
Russell arriva a concludere che una qualunque proposizione falsa implica tutte le altre pro-
posizioni, vere o false che siano. Couturat afferma che una tale conclusione può sembrare,
a prima vista, paradossale. Eppure, basta aver corretto un cattivo compito di matematica
per rendersi subito conto che Russell ha perfettamente ragione. Il candidato, spesso, deve
penare molto per dedurre la prima equazione, falsa: ma una volta che ha ricavato que-
sta, gli diventa facilissimo accumulare i risultati più stupefacenti, alcuni dei quali possono
anche essere esatti.
6.2. IL CASO LIPSCHITZIANO: ESISTENZA E UNICITÀ 139

Per tutto l’Ottocento fu in qualche modo costante l’uso di argomentazioni


del tipo di quelle di Steiner, con tentativi di rimediare con argomenti che a loro
volta nascondevano lo stesso errore — un racconto di ciò si trova in [82]. La
questione fu definitivamente chiusa quando Perron [98] mostrò che con lo stesso
argomento con cui si dimostra che tra tutte le curve con dato perimetro il cerchio
racchiude area più grande — cioè, per ogni curva che non sia un cerchio c’è
un metodo (quello di Steiner) per cui si trova una curva che racchiude un’area
più grande — è possibile dimostrare che fra tutti gli interi positivi l’intero più
grande è 1, infatti per ogni altro intero positivo che non sia 1 c’è un metodo
— che consiste semplicemente nel prendere il quadrato — con il quale si trova
un intero positivo più grande: il punto è che non c’è nessun intero positivo
massimo.

6.2. Il caso lipschitziano: esistenza e unicità

In considerazione dei due esempi, Esempio 6.1 e Esempio 6.2, distinguiamo


il caso in cui f (t, x) sia regolare (lipschitziana) dal caso in cui f (t, x) sia solo
continua.

6.2.1. Le approssimanti di Eulero


Cominciamo con una rilettura del metodo di discretizzazione presentato da Eu-
lero in [35], Vol. I, Parte I, Sezione 2, Capitolo 7, Problema 85. Per semplicità,
consideriamo il problema di Cauchy
{
x(0) = x0 ,
(6.5)
x′ (t) = f (x(t))
dove f : R → R è una funzione regolare e sia x(t) una soluzione nell’inter-
vallo [0, T ]. Se h piccolo è il passo di discretizzazione, sostituiamo nell’equa-
zione differenziale la derivata con il quoziente differeniale (x(t + h) − x(t))/h,
trovando
x(t + h) − x(t)
≃ f (x(t)).
h
Questo suggerisce di di approssimare la soluzione di x′ (t) = f (x(t)) con la
spezzata
x(h) (t) := xk + (ht − k)xk+1 t ∈ [k/h, (k + 1)/h), k = 0, 1, 2, . . .
dove
{
x0 = x0 ,
(6.6)
xk+1 = xk + h f (xk ).
140 6. IL PROBLEMA DI CAUCHY: ESISTENZA E UNICITÀ

In altre parole xk+1 è il punto di arrivo dopo un tempo h se partiamo da xk e


ci muoviamo con velocità costante f (xk ), mentre x(h) (t) è l’interpolata lineare.
Abbiamo allora
6.4. P ROPOSIZIONE . La successione di funzioni {x(h) (t)} converge uniforme-
mente alla soluzione x(t) di (6.5) in [0, T ]. Inoltre, se M := sup]0,T [ | f (x(t))|,
L := sup]0,T [) | f ′ (x(t))| e h := T /N, allora
M LT
(6.7) |xN − x(T )| ≤ (e − 1)h.
2
D IMOSTRAZIONE . Cominciamo col dimostrare la (6.7). Dall’equazione x′ (t) = f (x(t)) abbia-
mo
∫ t
(6.8) |x(t) − x(s)| ≤ | f (x(τ ))| d τ = M|s − t|,
s
∫ (k+1)h
x((k + 1)h) = x(kh) + f (x(s)) ds, k = 0, 1, . . . , N − 1.
kh
Se x0 := x(0), xk+1 := xk + h f (xk ) e δk := |xk − x(kh)|, deduciamo
∫ (k+1)h ( )
δk+1 ≤ δk + h| f (x(kh)) − f (xk )| + f (x(s)) − f (x(kh)) ds
kh
∫ (k+1)h
LM 2
≤ (1 + Lh)δk + L |x(s) − x(kh)| ds ≤ (1 + Lh)δk + h .
kh 2
Iterando, otteniamo allora per k = N, poiché δ0 = 0,
LMh2 k−1 LMh2 (1 + Lh)k − 1 M [( LT )N/T ]
δk ≤ (1 + Lh)k δ0 + ∑
2 j=0
(1 + Lh) j =
2 Lh
=
2
1+
N
− 1 h.

Ora per s ∈ [kh, (k + 1)h], abbiamo


|x(h) (s) − x(s)| ≤ |x(h) (s) − xk | + |xk − x(kh)| + |x(kh) − x(s)| ≤ 3MeLT h,
poiché |x(h) (s) − xk | ≤ |xk+1 − xk | ≤ Mh per definizione, |x(kh) − x(s)| < Mh per (6.8) e |xk −
x(kh)| ≤ M 2 (e − 1)h per (6.7).
LT □

Si noti che l’approssimante di Eulero è definita in modo costruttivo e utiliz-


zabile su un computer. La (6.7) dice che l’errore decresce proporzionalmen-
te rispetto al passo; tuttavia, la costante di proporzionalità dipende in maniera
esponenziale dall’ampiezza dell’intervallo: se ε0 è l’errore ammissibile allora il
passo T /N deve verificare M2 (eLT − 1) < ε0 .
Possiamo usare le stesse approssimazioni per trovare la soluzione? La que-
stione è un po’ più delicata a causa dell’Esempio 6.1 che mostra che l’even-
tuale dominio di esistenza della/e soluzioni dipende dal dato iniziale. Intanto,
bisognerà che le approssimanti di Eulero vivano tutte in un dominio comune.
Le approssimanti di Eulero. Sia f (t, x) : D ⊂ R × R → R una funzione continua
nel rettangolo chiuso
R := {(t, x) ∈ R × R | |t − t0 | ≤ a, |x − x0 | ≤ b}
6.2. IL CASO LIPSCHITZIANO: ESISTENZA E UNICITÀ 141

x0 + b

(t0 , x0 ) t0 + α
t1 t2 t3 t0 + r

F IGURA 1

attorno al punto (t0 , x0 ), quindi limitata | f (t, x)| ≤ M in R, e sia


( )
b
r ≤ min a, .
M

Essendo R chiuso e limitato, la funzione f è uniformemente continua in R,


teorema di Heine-Borel, in particolare per ogni ε esiste δε tale che
(6.9) | f (t, x) − f (t, x)| ≤ ε
per tutti i punti (t, x), (t, x) in R con |t − t| ≤ δε e |x − x| ≤ δε . Dividiamo l’in-
tervallo [t0 ,t0 + r] in n parti (si opererà in modo simile sull’intervallo [t0 ,t0 −
r])
t0 < t1 < · · · < tn = t0 + r
in modo che si abbia
( )
δε
(6.10) |tk − tk−1 | ≤ min δε , ∀k = 1, . . . , n,
M
si noti che questa volta la scelta è solo esistenziale. Passiamo ora a definire
l’approssimante di Eulero. Partendo da (t0 , x0 ) costruiamo la linea retta con
pendenza f (t0 , x0 ) procedendo fino a quando questa interseca la linea t = t1 in
un qualche punto (t1 , x1 ). Dal fatto che | f (t, x)| ≤ M e dalla scelta di r segue che
questo segmento sta nella regione triangolare T limitata dalle linee uscenti da
(t0 , x0 ) con pendenze M e −M e dalla linea t = t0 + r, in particolare (t1 , x1 ) ∈ T.
Ripartendo da (t1 , x1 ) con pendenza f (t1 , x1 ) fino a t = t2 e proseguendo fino a
tn si costruisce una funzione lineare a tratti φ con grafico nella regione T che
analiticamente è data da
(6.11)
{
φ (t0 ) = x0 ,
φ (t) := φ (tk−1 ) + f (tk−1 , φ (tk−1 )(t − tk−1 ), tk−1 < t ≤ tk , k = 1, . . . , n.
142 6. IL PROBLEMA DI CAUCHY: ESISTENZA E UNICITÀ

Dalla costruzione di φ è chiaro che φ è continua e derivabile tranne che in un


numero finito di punti (i punti tk ) in [t0 ,t0 + r] (estendendo la costruzione in
[t0 − r,t0 + r]) e che
(6.12) |φ (t) − φ (t)| ≤ M|t − t| per t,t ∈ [t0 − r,t0 + r].
Infine, se tk−1 < t < tk , allora (6.12) e (6.10) implicano che |φ (t) − φ (tk−1 | ≤ δε ;
quindi da (6.11) e (6.9)
|φ ′ (t) − f (t, φ (t))| = | f (tk−1 , φ (tk−1 )) − f (t, φ (t))| ≤ ε .
Abbiamo quindi costruito quella che si chiama una soluzione ε −approssimata
del problema (6.2) in [t0 − r,t0 + r] se definiamo soluzione ε −approssimata di
(6.2) nell’intervallo I ⊂ R ogni funzione φ continua in I, di classe C1 tranne
che in un numero finito di punti dove φ ′ ha limiti destro e sinistro finiti e, infine,
|φ ′ (t) − f (t, φ (t))| ≤ ε .
Restringiamo ora la classe delle nonlinearità in considerazione richiedendo
che f sia lipschitziana in x uniformemente rispetto a t con costante L
| f (t, x) − f (t, y)| ≤ L|x − y| ∀(t, x), (t, y) ∈ R
dove {(t, x) ∈ R × R | |t − t0 | ≤ a, |x − x0 | ≤ b} e sia sempre | f (x,t)| ≤ M in R.
In questo caso vedremo come sia possibile stimare la differenza di due solu-
zioni ε −approssimate dell’equazione x′ = f (t, x); cosa che, da una parte, im-
plica in particolare unicità dell’eventuale soluzione e, dall’altra, la convergenza
delle soluzioni ε −approssimate (delle approssimanti di Eulero) ad una solu-
zione e quindi alla soluzione del problema di Cauchy (6.2) in [t0 − r,t0 + r],
r ≤ min(a, b/M).
6.5. P ROPOSIZIONE . Sia f (t, x) una funzione continua e lipschitziana in x uni-
formemente rispetto a t con costante L in R. Siano φ1 e φ2 due soluzioni ri-
spetivamente ε1 − e ε2 −approssimate di x′ = f (t, x) in un qualche intervallo I
contenente t0 e supponiamo che
(6.13) |φ1 (t0 ) − φ2 (t0 )| ≤ δ
dove δ è una costante non negativa. Se ε := ε1 + ε2 , allora per ogni t ∈ I
ε(
(6.14) |φ1 (t) − φ2 (t)| ≤ δ eL|t−t0 | + eL|t−t0 | − 1)
L
D IMOSTRAZIONE . Operando a destra di t0 (ma lo stesso vale a sinistra), da
|φi′ (s) − f (s, φi (s)| ≤ εi , i = 1, 2
integrando da t0 a t troviamo
∫ t
|φi (t) − φi (t0 ) − f (s, φ (s)) ds| ≤ εi (t − t0 ), i = 1, 2
t0
6.2. IL CASO LIPSCHITZIANO: ESISTENZA E UNICITÀ 143

e quindi
( ) ( )
| φ1 (t) − φ2 (t) − φ1 (t0 ) − φ2 (t0 )
∫ t( )
− f (s, φ1 (s)) − f (s, φ2 (s) ds| ≤ ε (t − t0 ).
t0
Per ϕ (t) := |φ1 (t) − φ2 (t)| deduciamo quindi
∫ t
ϕ (t) ≤ ϕ (t0 ) + | f (s, φ1 (s)) − f (s, φ2 (s))| ds + ε (t − t0 )
t0
e usando la lipschitzianità di f
∫ t
(6.15) ϕ (t) ≤ ϕ (t0 ) + L ϕ (s) ds + ε (t − t0 ).
t0
∫t
Definiamo Φ (t) := t0 ϕ (s) ds allora la (6.15) diventa

Φ (t) − LΦ (s) ≤ δ + ε (t − t0 )
poiché per la (6.13) ϕ (t0 ) ≤ δ . Moltiplicando per e−L(t−t0 ) e integrando da t0 a t
otteniamo
δ( ) ε ( ) ε
e−L(t−t0 ) Φ ((t) ≤ 1 − e−L(t−t0 ) − 2 e−L(t−t0 ) 1 + L(t − t0 ) + 2
L L L
o
δ( ) ε ( ) ε
Φ (t) ≤ eL(t−t0 ) − 1 − 2 1 + L(t − t0 ) + 2 eL(t−t0 )
L L L
che combinata con la (6.15) dà
ε( )
(6.16) ϕ (t) ≤ δ eL(t−t0 ) + eL(t−t0 ) − 1
L
e quindi la (6.14). 2

La (6.14) dice che due soluzioni ε −approssimate in un intorno di t0 di-
stano poco se δ e ε sono piccoli; in particolare, due soluzioni (ε = 0) coin-
cidono se partono dallo stesso punto (δ = 0). Ma si ha di più: le soluzio-
ni ε −approssimate, in particolare le approssimanti di Eulero, convergono alla
soluzione del problema di Cauchy (6.2) in un intorno di t0 quando ε → 0.
6.6. T EOREMA (di esistenza). Sia f (t, x) una funzione continua in R = {(t, x) ∈
R × R | |t − t0 | ≤ a, |x − x0 | ≤ b} e lipschitziana in x uniformemente rispetto a t
con costante L. Se
( b)
M := max | f (t, x)| e r = min a, ,
R M

2 Il fatto che da (6.15) segua (6.16) appare in letteratura come lemma o diseguaglianza di
Grönwall da Thomas Hakon Grönwall (1877–1932).
144 6. IL PROBLEMA DI CAUCHY: ESISTENZA E UNICITÀ

allora esiste unica soluzione x(t) del problema di Cauchy (6.2) nell’intervallo
|t − t0 | ≤ r e dato inziale x(t0 ) = x0 .
D IMOSTRAZIONE . Sia {εn } una successione decrescente a 0 per n → ∞ e per
ogni n sia φn una soluzione εn −approssimata. Allora
∫ t( )
(6.17) φn (t) = t0 + f (s, φn (s)) + ∆n (s) ds
t0

dove ∆n (t) = φn′ (t) − f (t, φn (t)) nei punti in cui φn′ esiste e ∆n (t) = 0 altrimenti.
Ora ∆n (t) → 0 per n → ∞ uniformemente in |t −t0 | ≤ r. Dalla (6.14) segue allora
(εn + εm )(eLr − 1)
(6.18) |φn (t) − φm (t)| ≤ ∀|t − t0 | ≤ r.
L
Cioè, per ogni fissato t la successione {φn (t) è di Cauchy in R, quindi ha limite
φ (t), l’uniformità della convergenza φn → φ permette ora di provare facilmente
che il limite è continuo (infatti
|φ (t) − φ (τ )| ≤ |φ (t) − φn (t)| + |φn (t) − φn (τ )|
+ |φn (τ ) − φm (τ )| + |φm (τ ) − φ (τ )|
e fissati n, m grandi il primo e l’ultimo termine a destra sono piccoli, mentre
il secondo e il terzo sono piccoli per la continuità di φn e φm se |t − τ | è pic-
colo). Ancora, l’uniforme continuità di f (la lipschitzianità) in R dà anche la
convergenza uniforme di f (t, φn (t)) a f (t, φ (t)) in |t − t0 | ≤ r, quindi
∫ t( ) ∫ t
lim f (s, φn (s)) + ∆n (s) ds = f (s, φ (s)) ds
n→∞ t0 t0
e da (6.17)
∫ t
φ (t) = t0 + f (s, φ (s)) ds
t0
che prova l’esistenza di una soluzione per via della Proposizione 6.3. □
Osserviamo infine che dalla (6.18) vale la seguente stima dell’errore tra la
soluzione e le approssimanti
( )
εn eL|t−t0 | − 1
(6.19) |φ (t) − φn (t)| ≤
L

6.2.2. Lo spazio delle funzioni continue e limitate


Prendendo spunto dalla dimostrazione del Teorema 6.6 conviene passare ad un
grado di astrazione maggiore muovendoci verso una visione funzionale. Questo
ci permetterà di scrivere in modo più sintetico (richiedendo a volte uno sforzo
maggiore per la comprensione) e d’altra parte di trasportare fatti che conosciamo
in R in un contesto più ampio.
6.2. IL CASO LIPSCHITZIANO: ESISTENZA E UNICITÀ 145

Sia I un intervallo limitato di R; indichiamo con Cb (I, R) lo spazio delle


funzioni continue e limitate da I in R. Si definisce la norma, a volte si specifica
norma infinito, di f ∈ Cb (I, R) come
|| f ||∞,I := sup | f (t)|.
t∈I

È chiaro allora che


d( f , g) := || f − g||∞,I
definisce una distanza in Cb (I, R). Si vede quindi che || · ||∞,I si comporta un
po’ come | · | in R, in particolare possiamo parlare di successioni di Cauchy in
Cb (I, R). Quanto visto nella dimostrazione del Teorema 6.6 si legge allora: le
successioni di Cauchy in Cb (I, R) sono convergenti, cioè Cb (I, R) è uno spazio
completo [si noti che questo dipende dalla completezza dello spazio di arri-
vo R in Cb (I, R)]. Ma possiamo fare di più, come in R possiamo ovviamente
considerare serie di funzioni continue e limitate ∑∞ 0 f n (x), parlare di conver-
genza di queste serie e di convergenza totale intendendo che la serie numerica
∑∞0 || f n (x)||∞ converge. Esattamente come in R e utilizzando la completezza di
R, si vede allora che se una serie di funzioni totalmente convergente converge
in Cb (I, R) e converge ad (ha come somma) una funzione continua.
Infine osserviamo che ora possiamo considerare funzioni da Cb (I, R) in R
o anche trasformazioni da Cb (I, R) a Cb (I, R) e parlare di continuità di queste
trasformazioni.

6.2.3. Approssimazioni successive


Ritorniamo al problema di Cauchy (6.2). Nelle ipotesi e con le notazioni del
Teorema 6.6 è subito visto che la successione
{
x0 (t) := x0

xk+1 (t) := x0 + tt0 f (s, xk (s)) ds per k = 0, 1, 2, . . . ,
chiamata la successione delle approssimazioni successive (di Picard), è ben
definita, cioè per ogni k xk (t) definisce una funzione nello spazio
X := {x ∈ C0 ([t0 − r,t0 + r]) | ||x − x0 ||∞ ≤ r}
Infatti la trasformazione
∫ t
F : X → C0 ([t0 − r,t0 + r]), F[x](t) = x0 + f (s, x(s)) ds
t0
è una trasformazione continua che manda X in X.
Proveremo ora che la successione {xk } converge in X (che è uno spazio
metrico completo) a una funzione continua x∞ ∈ X. Passando poi al limite in
xk+1 = F[xk ], x∞ ∈ X risulta essere un punto fisso per F, cioè una soluzione di
x = F[x] e quindi del problema di Cauchy (6.2), anzi l’unica soluzione, come in
precedenza, per via della Proposizione 6.5; cioè diamo una nuova dimostrazione
146 6. IL PROBLEMA DI CAUCHY: ESISTENZA E UNICITÀ

del Teorema 6.6 in termini di successioni approssimanti. Per questo il teorema


si chiama spesso teorema di Picard o teorema di Picard-Lindelöf .
Poniamo
M0 := max | f (t.x0 | I := [t0 − r,t0 + r].
I
Allora per t ∈ I (per semplicità prendiamo t ∈ [t0 ,t0 + r]) abbiamo
∫ t
|x1 (t) − x0 | ≤ | f (s, x0 )| ds ≤ M0 (t − t0 )
t0
∫ t
|x2 (t) − x1 (t)| ≤ | f (s, x1 (s)) − f (s, x0 (s))| ds
t0
∫ t
≤L |x1 (s) − x0 (s)| ds
t0
∫ t
M0 L(t − t0 )2
≤ M0 L (s − t0 ) ds = .
t0 2!
k
Supponiamo ora per induzione |xk (t) − xk−1 (t)| ≤ M0 Lk−1 (t−tk!0 ) ; allora
∫ t
|xk+1 (t) − xk (t)| ≤ | f (s, xk (s)) − f (s, xk−1 (s))| ds
t0
∫ t
≤L |xk (s) − xk−1 (s)| ds
t0
∫ t
(s − t0 )k (t − t0 )k+1
≤ M0 Lk ds = M0 Lk .
t0 k! (k + 1)!
e

M0 L|t−t0 |
∑ |xk+1 (t) − xk (t)| ≤ L
(e − 1).
k=0
Da queste diseguaglianze si deduce facilmente che {xk (t)} è una successione di
Cauchy in X quindi convergente (uniformemente) in X o che
k
xk = x0 + ∑(xk − xk−1 )
0

converge in X a una funzione x∞ ∈ X.


Osserviamo che per la soluzione del problema di Cauchy x∞ vale la seguente
stima
M0 L|t−t0 |
|x∞ (t) − x0 | ≤ (e − 1)
L
e la stima di convergenza
( )k+1
M0 |t−t0 | L|t − t0 |
|x∞ (t) − xk (t)| ≤ (e − 1) .
L (k + 1)!
6.2. IL CASO LIPSCHITZIANO: ESISTENZA E UNICITÀ 147

In particolare, per l’equazione y′ = y, con condizione iniziale y(0) = 1, le


approssimazioni di Cauchy sono
n
xk
yn (x) = ∑
0 k!

e il teorema garantisce che l’unica soluzione è ∑∞ x k


0 k! . Inoltre essa è unica e
positiva.

6.2.4. Esistenza via punto fisso


Osserviamo che tutte le dimostrazioni di esistenza (e unicità) date fino ad ora
utilizzano la conoscenza della funzione esponenziale ex . Vorremmo, cfr. Sezio-
ne 2.2, una dimostrazione di esistenza locale (e unicità) che non faccia riferi-
mento alla funzione esponenziale e ci permetta di concludere invece che esiste
(unica) soluzione del problema di Cauchy con dato iniziale 1 in 0 dell’equazione
x′ = x. È in effetti possibile far questo (e con dimostrazione più ‘semplice’ delle
precedenti) via un famoso teorema di punto fisso (provato da Stefan Banach nel
1922).
Sia X uno spazio metrico con metrica d. Una mappa T : X → X si dice una
contrazione se esiste k, 0 ≤ k < 1, tale che d(T (x), T (y)) ≤ kd(x, y) ∀x, y ∈
X. Una contrazione è una funzione lipschitziana con costante di Lipschitz
strettamente minore di 1, in particolare è una funzione continua su X.
6.7. T EOREMA (del punto fisso di Banach). Sia X uno spazio metrico completo
e T : X → X una contrazione, cioè esiste k, 0 ≤ k < 1, tale che
d(T x, Ty) ≤ kd(x, y) ∀ x, y ∈ X.
Allora T ha un unico punto fisso. Inoltre per ogni x0 ∈ X, la successione
{xn } definita per n = 1, 2 . . . da xn+1 := T (xn ) converge geometricamente a x
e valgono le stime
kn
d(xn , x) ≤ d(x1 , x0 ),
1−k
e
k
d(xn+1 , x) ≤ d(xn+1 , xn ), d(xn+1 , x) ≤ kd(xn , x).
1−k
D IMOSTRAZIONE . Ovviamente al più esiste un unico punto fisso; infatti se x e y sono due punti
fissi, da d(x, y) = d(T x, Ty) ≤ kd(x, y), 0 ≤ k < 1 segue d(x, y) = 0, cioè x = y.
Sia ora x0 un qualunque elemento in X e per n ≥ 1 sia xn+1 := T (xn ). Si ha
d(xn+1 , xn ) ≤ kd(xn , xn−1 ) ≤ kn d(x1 , x0 ) = kn d(T (x0 ), x0 ),
dunque per la disuguaglianza triangolare, per p > n
p−1 p−1
kn
d(x p , xn ) ≤ ∑ d(x j+1 , x j ) ≤ ∑ k j d(x1 , x0 ) ≤ 1 − k d(x1 , x0 ) → 0
j=n j=n
148 6. IL PROBLEMA DI CAUCHY: ESISTENZA E UNICITÀ

per n, p → ∞. Segue che {xn } è di Cauchy e converge. Il limite è necessariamente un punto fisso,
come si vede passando al limite per n → ∞ nella relazione xn+1 = T (xn ). Lasciamo al lettore la
facile dimostrazione delle stime di convergenza. □

Osserviamo che la prima stima nella tesi del teorema in Teorema 6.7 permette di stimare il
numero delle iterazioni sufficiente a raggiungere una fissata approssimazione. La seconda stima
invece permette di valutare l’accuratezza di xn+1 come valore approssimato di x in termini di
d(xn+1 , xn ).
Con le notazioni del Teorema 6.6 consideriamo ancora lo spazio metrico
completo (con metrica indotta dalla norma infinito)
X := {x ∈ C0 ([t0 − r,t0 + r]) | ||x − x0 ||∞ ≤ r}
e la trasformazione
∫ t
F : X → C ([t0 − r,t0 + r]),
0
F[x](t) = x0 + f (s, x(s)) ds.
t0
F manda X in X e, se inoltre rL < 1, F è una c-contrazione con c := rL. Infatti,
se x, y ∈ X allora
∫ t
|F[x](t) − F[y](t)| ≤ | f (s, x(s)) − f (s, y(s))| ds
t0
∫ t
≤L |x(s) − y(s)| ds
t0
≤ Lr ||x − y||∞
Ne deduciamo che F ha unico punto fisso in X e possiamo concludere
6.8. T EOREMA (Esistenza locale). Sia f (t, x) una funzione continua in R =
{(t, x) ∈ R × R | |t − t0 | ≤ a, |x − x0 | ≤ b} e lipschitziana in x uniformemente
rispetto a t con costante L. Se
( b 1)
M := max | f (t, x)| e r < min a, , ,
R M L
allora esiste unica soluzione x(t) ∈ X del problema di Cauchy (6.2) nell’inter-
vallo |t − t0 | ≤ r e dato inziale x(t0 ) = x0 .
Supponiamo ora che f : I × R → R, dove I è un intervallo chiuso e limitato
di R, sia continua e lipschitziana in x ∈ R uniformemente rispetto a t ∈ I con
costante L. Comunque si prenda t0 ∈ I e x0 ∈ R,∫ se rL < 1 la mappa F da C0 ([t0 −
r,t0 + r]) in C0 ([t0 − r,t0 + r]), F[x](t) = x0 + tt0 f (s, x(s)) ds, è una contrazione
e quindi ha un unico punto unito. Esiste quindi unica soluzione del problema
di Cauchy in [t0 − r,t0 + r] con valore iniziale in t0 uguale a x0 . Iniziamo da
un intervallo chiuso I0 centrato in t0 e raggio r, e sia x : I0 → R la soluzione
del problema di Cauchy x(t0 ) = x0 ; sia I1 un intervallo centrato nell’estremo
destro t1 di I0 e raggio minore o uguale di r, anche in I1 c’è unica soluzione del
problema di Cauchy con dato iniziale in t1 uguale a x(t1 ) e questa coincide con
6.3. IL CASO CONTINUO: ESISTENZA 149

x in I0 ∩ I1 per via del teorema di esistenza locale. In altre parole, la soluzione di


x′ = f (t, x), x(t0 ) = x0 su I0 si prolunga ad una soluzione dello stesso problema
iniziale in I0 ∪ I1 . Poiché con un numero finito di intervalli chiusi di raggio
minore di r (fisso) ricopriamo l’intervallo iniziale e poiché da nessun punto di
questa soluzione si può diramare un’altra soluzione, concludiamo
6.9. T EOREMA (Esistenza globale). Sia I un intervallo (non necessariamente
limitato) in R e sia f : I × R → R una funzione continua e lipschitziana in x
uniformemente rispetto a t, allora esiste unica soluzione in I del problema di
Cauchy (6.2).
Ovviamente il teorema precedente si applica al caso f (t, x) := x, x(0) = 1; os-
serviamo anche che la soluzione è chiaramente positiva per t > 0 e che non può
annullarsi per nessun tempo negativo, perché localmente non possono diramarsi
due soluzioni.
Anche nel caso del Teorema 6.8 possiamo sempre prolungare una soluzione,
ma i tempi per cui si prolunga possono diminuire e non andare oltre un tempo
t, si veda l’Esempio 6.1, vale comunque un teorema di unicità locale su cui noi
non insistiamo.
6.10. T EOREMA (Unicità). Sia D ⊂ R×R un dominio limitato e f (t, x) : D → R
una funzione continua che sia anche localmente lipschitziana in x uniformemen-
te rispetto a t e sia (t0 , x0 ) ∈ D. Allora due soluzioni x1 : I → R e x2 : J → R,
definite rispettivamente in intervalli aperti I e J contenenti t0 , del problema
{
x′ (t) = f (t, x(t)),
x(t0 ) = x0 ,

sono uguali in I ∩ J.

6.3. Il caso continuo: esistenza

In quest’ultima sezione proviamo esistenza locale per il problema di Cauchy


(6.2) assumendo solo continuità sul campo delle velocità f (t, x) e discutia-
mo il problema della prolungabilità delle soluzioni e l’esistenza di soluzioni
massimali.

6.3.1. Teorema di esistenza


Vale il seguente teorema chiamato spesso teorema di Peano o teorema di Peano-
Cauchy
150 6. IL PROBLEMA DI CAUCHY: ESISTENZA E UNICITÀ

6.11. T EOREMA (Peano). Sia f (t, x) una funzione continua in un dominio D e


sia (t0 , x0 ) un punto in D. Allora esiste almeno una soluzione di
{
x′ = f (t, x),
x(t0 ) = x0 .
Nel Teorema 6.6 la lipschitzianità di f in x uniformemente rispetto a t permet-
te di concludere via Proposizione 6.5 che una qualunque successione di soluzio-
ni εi -approssimate, i → ∞, in particolare le approssimanti di Eulero, convergono
uniformemente, segue poi che il limite è soluzione. Il Teorema 6.11 sarebbe
quindi dimostrato nel momento in cui potessimo scegliere una successione di
soluzioni εi -approssimate. La difficoltà è che nel nostro caso le approssimanti
di Eulero non sono in generale convergenti, ma possono avere più sottosucces-
sioni convergenti a limiti diversi, si veda il Problema 12 Capitolo 1 di [18].
Come scegliere una tale sottosuccessione?
Le approssimanti di Eulero in realtà oltre che equilimitate sono anche equi-
continue, (6.12), e la risposta alla nostra domanda segue dal seguente noto
teorema, dimostrato negli anni 1880-90,
6.12. T EOREMA (Ascoli-Arzelà). Ogni successione {uk } in C0 ([c, d]) che sia
equilimitata e equicontinua ha una sottosuccessione che è convergente unifor-
memente.
D IMOSTRAZIONE . Fissiamo un ordinamento dei numeri razionali {qi } dell’intervallo [c, d]. La
successione {uk (q1 )} è limitata, ammetterà quindi una sottosuccessione convergente (per via del
teorema di Bolzano-Weierstrass) che indichiamo con {u1,k }. La sottosuccessione {u1,k } è li-
mitata quando valutata sul secondo razionale q2 e ammette dunque una sottosottosuccessione
convergente in q2 (e, ovviamente, in q1 ), che indichiamo {u2,n }. Questa a sua volta sarà limitata
valutata in q3 , e cos via. Procedento in questo modo si costruisce una successione di sottosucces-
sioni {um,k } convergeti per qi , con i minore o uguale a m. La successione diagonale {un,n } (che
è una sottosuccessione di {uk }) converge ora su ogni razionale contenuto in [c, d].
Dimostriamo che un,n è di Cauchy in C0 ([c, d]) e quindi convergente, essendo C0 ([c, d]) com-
pleto. Per l’equicontinuità della successione {uk }, fissato ε > 0 sia δ tale che |uk (x) − uk (y)| < ε
per x, y ∈ [c, d] con |x − y| < δ . Ricoprendo [c, d] con un numero finito di intervallini In , di
ampiezza minore di δ , ogni x dell’intervallo [c, d] appartiene a un In . Quindi si ha:
|un,n (x) − um,m (x)| < |un,n (x) − un,n (qi )| + |un,n (qi ) − um,m (qi )| + |um,m (qi ) − um,m (x)|
Il primo e il terzo termine a secondo membro sono minori di ε se scegliamo qi in I j dove I j è
tale tale che x ∈ I j , in virtù dell’equi uniforme continuità, mentre il termine centrale (a secondo
membro) è minore di ε per m, n sufficientemente grandi. □

Del Teorema 6.11 è possibile dare una dimostrazione diciamo più funzionale
in termini di teorema di punto fisso, cfr. [48]. Un famoso teorema di punto fisso
di Brouwer assicura che una funzione continua da un compatto convesso non
vuoto di Rn in sé ha almeno un punto fisso. Questo teorema si estende a spazi
funzionali e a operatori compatti in spazi di Banach. Ricordiamo che uno spazio
di Banach X è uno spazio normato completo, ad esempio X := C0 ([c, d]) con la
6.3. IL CASO CONTINUO: ESISTENZA 151

norma infinito, e un operatore A tra due spazi normati X,Y si dice compatto
se è continuo e da ogni successione limitata {xk } in X è possibile estrarre una
sottosuccessione {xnk } per cui {Axnk } è convergente. Vale allora
6.13. T EOREMA (Caccioppoli-Schauder). Sia M un sottoinsieme chiuso, limi-
tato, convesso e non vuoto di uno spazio di Banach. Ogni operatore compatto
A : M → M da M in sé ha almeno un punto fisso.
Non è ora difficile rileggere quanto sopra come segue. Se R := {(t, x) ∈
R × Rn | |t − t0 | ≤, |x − x0 | ≤ b} e | f (t, x)| ≤ M e se r < min{a, b/M} allora
l’operatore
∫t
F[x](t) := x0 + f (τ , x(τ )) d τ
t0

manda l’insieme chiuso e convesso (dello spazio di Banach C0 ([x0 − r, x0 + r]))


{ }
X := x ∈ C0 ([x0 − r, x0 + r], R) x(t0 ) = x0 , |x − x0 | ≤ b

in sé ed è un operatore compatto, quindi ha almeno un punto fisso.

6.3.2. Prolungamento delle soluzioni


Sia f : D ⊂ R × R → R continua in D e sia x(t) una soluzione per problema
{
x′ (t) = F(t, x(t)),
x(t0 ) = x0
nell’intervallo limitato γ < t < δ ; in particolare (t, x(t)) ∈ D ∀t ∈]γ , δ [. Se f
limitata nell’intorno di (δ , x(δ )), allora x(t) si può estendere in δ , per via della
sua rappresentazione integrale. Inoltre, se (δ , x(δ )) ∈ D, allora l’estensione è
C1 fino a δ (e similmente in (γ , x(γ ))).
Se ora ad esempio (δ , x(δ )) non è sul bordo di D e è possibile risolvere il
problema con dato iniziale x(δ ) in t0 = δ , possiamo prolungare la soluzione nel
senso C1 oltre il tempo δ , concludendo
6.14. T EOREMA (di prolungamento delle soluzioni). Sia f (t, x) continua in un
aperto D ⊂ R×R e localmente lipschitziana in x uniformemente rispetto a t. Al-
lora l’unica soluzione (massimale) di x′ (t) = f (t, x(t)) con x(t0 ) = x0 si estende
per il futuro e per il passato fino a quando la chiusura del suo grafico incontra
il bordo di D. Più precisamente, ogni soluzione massimale x(t) è definita in un
intervallo aperto ]α , β [ che ha la seguente proprietà: per ogni compatto K ⊂ D
esiste δ = δ (K) > 0 tale che (t, x(t)) ̸∈ K per t ∈
/ [α + δ , β − δ ].
Segue in particolare
152 6. IL PROBLEMA DI CAUCHY: ESISTENZA E UNICITÀ

6.15. C OROLLARIO . Sia D un dominio in R × R, e f ∈ C1 (D). Allora ogni


soluzione massimale di x′ (t) = F(t, x(t)) è tale che la chiusura del suo grafico
raggiunge ∂ D.
6.16. C OROLLARIO . Sia D :=]a, b[×R (a e b possono essere rispettivamente
+∞ and −∞) e sia f (t, x) : D → Rn continua e localmente lipschitziana in x
uniformemente rispetto a t. Allora ogni soluzione massimale di x′ = f (t, x)
limitata in ogni intervallo strettamente contenuto in ]a, b[ è definita sull’intero
intervallo ]a, b[.
Osserviamo che, se f è limitata in D :=]a, b[×R, tutte le soluzioni di x′ =
f (t, x) sono automaticamente limitate poiché le velocità sono limitate. Ed anco-
ra
6.17. C OROLLARIO . Sia f (t, x) da R × R in R continua e localmente lipschi-
tziana in x uniformemente rispetto a t. Supponiamo che esistano funzioni conti-
nue e non negative a(t) e b(t) tali che
| f (t, x)| ≤ a(t)|x| + b(t).
Allora la soluzione massimale è definita su tutto R.
Infine, menzioniamo il seguente fenomeno a cui ci si riferisce come il pen-
nello di Peano: Si consideri il problema
(6.20) x′ (t) = f (t, x(t)), x(t0 ) = x0 in [a, b],
dove f (t, x) è una funzione continua. Allora
(1) allora esistono una soluzione minimale e una massimale, cioè x(t) and
x(t) solutioni di (6.20) tali che per ogni altra soluzione x(t) di (6.20)
abbiamo x(t) ≤ x(t) ≤ x(t),
(2) se le soluzioni minimale e massimale di (6.20) esistono in [t0 ,t0 + δ ],
allora in ogni punto (e t0 , xe0 ) con e
t ∈ [t0 ,t0 + δ ] e xe ∈ [x(e
t ), x(e
t )] passa una
soluzione di (6.20).
CAPITOLO 7

Complementi e temi da sviluppare

Presentiamo qui una serie di temi complementari al testo che invitiamo il lettore
ad affrontare autonomamente in termini moderni, cioè non necessariamente nel
contesto storico, o analizzando fonti che possono essere reperiti in rete o nelle
opere già citate.
7.1. Serie binomiale. Newton trovò per esponenti α razionali, α = p/q
∞ ( )
α
(1 + x)α = ∑ k xk , |x| < 1
k=0

dove
( ) {
α 1 se k = 0,
:= α (α −1)(α −2)...(α −k+1)
k k! se k ≥ 1.
Come sappiamo oggi, l’uguaglianza è valida per ogni α reale e per |x| < 1 e può essere
verificata come segue. Per il criterio di d’Alembert, la serie a destra converge per |x| < 1 e, se
poniamo
∞ ( )
α k
S(x) := ∑ x ,
k=0 k
le semplici regole di derivazione danno
(1 + x)S′ (x) = α S(x),
quindi
( S(x) )′ (1 + x)S′ (x) − α S(x)
= = 0,
(1 + x)α (1 + x)α +1
da cui S(x) = S(0)(1 + x)α .

7.2. Legge esponenziale e legge a potenza. La funzione esponenziale può essere carat-
terizzata come l’unica funzione y(t) per cui il rapporto di due suoi valori è funzione del tempo
trascorso
y(t)
= ϕ (t − s).
y(s)
Infatti, assumendo y e ϕ regolari e differenziando rispetto a t, s fisso, e valutando per t = s
troviamo
y′ (s)
= ϕ ′ (0),
y(s)
quindi
y(t) = cekt c ̸= 0, k = ϕ ′ (0), ϕ t = ekt .
154 7. COMPLEMENTI E TEMI DA SVILUPPARE

Ci chiediamo per quali y(t), t > 0, y > 0 vale per qualche ϕ


y(t) (t )
=ϕ ∀t, τ > 0.
y(τ ) τ
Come prima, assumendo y e τ regolari, differenziando in t e calcolando per t = τ , troviamo
l’equazione differenziale per la legge a potenza
ty′ (t)
= ϕ ′ (1) =: α , t > 0.
y(t)
Si verifica che per ogni c ∈ R le y(t) := ct α ,t > 0 sono soluzioni, anzi sono tutte e sole le
soluzioni. Infatti, posto z(t) := t −α y(t), abbiamo
( ty′ (t) )
z′ (t) = t −α −1 y(t) − α + = 0.
y(t)
7.3. Datazione al carbonio. Sperimentalmente la quantità non ancora decaduta di una
sostanza radioattiva diminuisce con un tasso proporzionale alla stessa. Si chiama vita media il
tempo necessario perché la radiazione sia ridotta alla metà.
Raggi cosmici, particelle ad alta energia, bombardano gli strati superiori dell’atmosfera pro-
ducendo un gran numero di neutroni. Questi a loro volta collidono con l’azoto dell’alta atmosfera
e lo cambiano in parte in carbonio 14, C-14, sostanza radioattiva con una vita media di 5570 anni,
chimicamente simile al carbonio. C-14 e ossigeno si uniscono e formano diossido di carbonio,
che scende a terra e viene assorbito da tutti gli organismi viventi, piante e animali. Quando muo-
iono smettono di assorbire C-14 e confrontando con la radiazione emessa da un organismo simile
morto di recente, si può datare i reperti fossili.
7.4. Modelli di crescita delle popolazioni. Probabilmente il più semplice e, in qualche
modo, irrealistico modello di crescita di una popolazione è quello di Malthus (1766–1834) — il
tasso di crescita p̀roporzionale al numero degli individui o il tasso di crescita relativo è costante —
che porta ad una legge di crescita esponenziale. Un modello più ragionevole è quello di Verhulst
(1804-1848) dato dalla cosiddetta equazione logistica , [107].
La crescita di una popolazione (ad esempio di batteri) dipende anche da fattori esterni, come
ad esempio la disponibilità di cibo. Se teniamo la quantità di cibo costante, diciamo sufficiente
per L individui, è ragionevole pensare che il tasso di crescita relativo R tenderà a zero quando la
popolazione si avvicina al valore L. Un semplice modello di questa situazione è assumere che
R(y) = k(1 − y/L). Indicando con y(t) la popolazione al tempo t, siamo condotti all’equazione
differenziale
( y)
(7.1) y′ = ky 1 − ,
L
chiamata equazione logistica.
Assumendo L > 0, riscriviamo formalmente la (7.1) come
( 1 1) ′ d y
(7.2) k= + y = log ;
L−y y dt L−y
possiamo allora ipotizzare che
y(t) cL
(7.3) log = kt + c1 , cioè, y(t) = ,
L − y(t) c + e−kt
dove c ∈ R, sono soluzioni dell’equazione logistica. In effetti è facile verificare che tutte le
funzioni in (7.3) sono soluzioni. Osserviamo ancora che le funzioni y(t) = 0 e y(t) = L sono pure
soluzioni di (7.1), ma non contenute nella famiglia (7.3).
7. COMPLEMENTI E TEMI DA SVILUPPARE 155

Si può argomentare provando che non ci sono altre soluzioni, cfr. [47], e che la crescita
corrisponde alle aspettative del modello.
Modelli per simulare l’interazione tra due o più popolazioni furono sviluppati (e continuano
ad essere studiati ed estesi) a partire dal 1925 indipendentemente da Alfred J. Lotka (1880–
1949) e Vito Volterra (1860–1940), [79] [108] e vanno sotto il nome di modelli di Lotka-Volterra.
Nel caso di due popolazioni è ragionevole assumere che il tasso di crescita relativo della prima
popolazione sia proporzionale all’alto numero di individui come nel caso logistico corretto da un
termine che tenga conto del numero di individui dell’altra specie. Abbiamo quindi
x′
= A(E − x) − By
x
e un’equazione simile per y, cioè
{
x′ = Ax(E − x) − Bxy,
y′ = Cy(F − y) − Dxy.
Un caso speciale è il cosiddetto modello preda-predatore
{
x′ = ax − bxy,
y′ = −cy + dxy
che, nella versione discreta, diventa
{
xk+1 = (1 + a)xk − bxk yk ,
yk+1 = (1 − c)yk + dxk yk .

7.5. Modelli di evoluzione delle epidemie. Il modello di Lotka-Volterra può anche es-
ser letto come modello che rappresenta l’evoluzione di una epidemia. Supponiamo di essere in
presenza di una malattia, come l’influenza, che non è letale e non porta all’immunità. In una
popolazione di N individui sia i(t) il numero degli individui infetti e N − i(t) il numero degli
individui soggetti all’infezione. Supponiamo che la probabilità di essere infettati sia proporzio-
nale al numero dei contatti tra individui sani e infetti e che questi contatti siano proporzionali a
i(t)(N − i(t)), mentre il numero dei guariti per unità di tempo sia proporzionale al numero degli
infetti. Allora abbiamo
i′ (t) = a i(t) (N − i(t)) − bi(t).
Si può ora argomentare o provare
(1) se aN − b > 0, allora il numero degli individui infetti tende a N − b/a: la malattia è
endemica,
(2) se aN − b < 0, il numero degli individui infetti decresce esponenzialmente a zero: in altre
parole la malattia non si diffonde.
Ovviamente tutto dipende dalla contagiosità della malattia, il parametro a, e dal tasso di guari-
gione b.
Supponiamo ora che la malattia sia contagiosa ma immunizzante, come il morbillo o la peste:
gli individui colpiti dalla malattia non sono più soggetti alla malattia. Se s(t), i(t) e r(t) indicano
rispettivamente il numero di individui suscettibili di infezione, di individui infettati e di individui
guariti o morti, allora

 ′
i (t) = a i(t) s(t) − b i(t),
s′ (t) = −a i(t) s(t),

 ′
r (t) = b i(t).
In questo caso si vede che
156 7. COMPLEMENTI E TEMI DA SVILUPPARE

(1) se i(0) > 0 e s(0) > 0, allora i(t) > 0 e s(t) > 0 per ogni t, di conseguenza s(t) decresce
e r(t) cresce; in particolare ci sono i limiti
s(t) → s∞ , r(t) → r∞ , m(t) := N − s(t) − r(t) → m∞ as t → ∞,
(2) m(t) è sommabile in [0, ∞[, quindi m∞ = 0, cioè, l’epidemia si esaurisce (eventualmente
eliminando la maggior parte degli individui) [Per vedere questo, sommare le prime due

equazioni ottenendo i′ (t) + s′ (t) = −bi(t) da cui b 0T i(t) dt ≤ N],
(3) s(t) ≥ s(0)exp (−aN/b), cioè, la malattia si esaurisce prima di infettare l’intera popola-
zione; la percentuale di individui immuni s(t)/N è almeno e−aN/b ,
(4) infine, se a s(0) − b < 0, allora il numero degli individui infetti decresce esponenzialmen-
te; se, al contrario, a s(0) − b > 0, allora il contagio inizialmente si diffonde e comincia a
recedere nel momento in cui as(t) − b = 0.
7.6. Serie doppie. La seguente proposizione dà una condizione perché si possano scambiare
l’ordine di due limiti.
7.7. P ROPOSIZIONE . Sia {an,k } una succesione a doppio indice di numeri nonnegativi. Suppo-
niamo che per ogni k, an,k tende per n → ∞ a ak crescendo. Allora
∞ ∞ ∞

n→∞ ∑
lim an,k = ∑ lim an,k = ∑ ak .
n→∞
k=0 k=0 k=0

D IMOSTRAZIONE . Sia An := ∑∞ ∞
k=0 an,k e A = ∑k=0 ak . Vogliamo provare che limn→∞ An = A.
Poiché an,k ↑ ak , si ottiene sommando su k gli an,k che An cresce e che An ≤ A per ogni intero n.
Quindi limn→∞ An ≤ A.
Per provare la diseguaglianza opposta, osserviamo che per ogni ε > 0 e ogni k esiste nk tale che
an,k ≥ ak − ε 2−k e dunque per ogni intero k scegliendo n := max(n1 , . . . , nk ) si ha an,k ≥ ak − ε 2−k
per ogni k ≤ k e n ≥ n. Sommando su k da 0 a k si ha dunque
k k k
∑ an,k ≥ ∑ ak − ε ∑ 2−k ≥ A − 2ε
k=0 k=0 k=0

qualunque sia k. Pertanto



An = ∑ an,k ≥ A − 2ε
k=0
e la tesi segue per l’arbitrarietà di ε . □
L’ipotesi di crescenza nella proposizione precedente non può essere eliminata. Ad esempio se
{
k
se k = n,
an,k = n
0 altrimenti,
Si ha An = 1 per ogni intero n e A = 0.
La proposizione precedente è essenzialmente quello che nella teoria dell’integrazione di Le-
besgue si chiama il teorema di Beppo Levi, lo stesso risultato si può ottenere, come fatto da
Weierstrass, o in termini di convergenza dominata o assumendo che la serie doppia sia normal-
mente convergente, intendendo con questo che (i) |ak,n | ≤ Mk e (ii) la serie ∑ Mk sia convergente,
cfr. [52]
7.8. Logaritmi. Definiamo la funzione logaritmo ponendo per y > 0
∫ y
1
log y := dt.
1 t
7. COMPLEMENTI E TEMI DA SVILUPPARE 157

Ovviamente log 1 = 0, log 2 > 0,


log(1 + y)
→1 per y → 0
y
d log y
e dy = 1/y. Segue che il logaritmo è una funzione crescente. Inoltre per ogni x, y > 0
d y 1 d
log(xy) = = = log x
dx xy x dx
e quindi log(xy) − log(x) è una funzione costante, log(xy) − log(x) = c. Per x = 1 si ottiene che
log(y) = c e quindi la formula
log(xy) = log x + log y ∀x, y > 0.
In particolare log = − log x e per ogni intero k log 2k = k log 2. Pertanto log x → +∞ per x → +∞
1
x
e log x → −∞ per x → 0+ .
Scegliamo e in modo che log e = 1 (questo numero ci dovrebbe essere perché log 1 = 0 mentre
per x grande log x è grande, maggiore di e; ma perché questo basta? Geometricamente questo
sembra evidente, ma è quello che si chiama il teorema degli zeri o dei valori intermedi).
Sia ora ℓ(x) la funzione inversa di log y. ℓ(x) è definita per ogni x, ℓ(0) = 1, ℓ è derivabile e
1
ℓ′ (x) = (ℓ(x)) = ℓ(x).
((log y)′
In definitiva, ℓ(x) altro non è che la funzione esponenziale ex . Incidentalmente, si noti che si ha
in particolare
ex − 1 dex
→ (0) = 1 per x → 0.
x dx
Ritorviamo le ben note formule di inversione
log(ex ) = x ∀x, elog y = y ∀y > 0.
Per ogni a > 0, a ̸= 1, il logaritmo in base a è definito come
log y
loga (y) = .
log a
Ovviamente loga a = 1 loge y = log y e loga e = 1
log a e se b > 0, b ̸= 1,
logb y = logb a loga y.
Osserviamo che tutti i logaritmi sono allora multipli uno dell’altro. Cambiare base è sem-
plicemente un cambiamento lineare sulla scala dei logaritmi. Un fatto che spiega perché esista
un solo tipo di carta logaritmica. Osserviamo che loga (x) è crescente se a > 1 e decrescente se
a < 1.
L’inversa di loga y è denotata con ax . Si ha ax = y se e solo se x = loga y se e solo se x log a =
log y se e solo se y = ex log a e dunque
ax = ex log a ∀x.
In generale possiamo chiamare logaritmo ogni funzione (continua?) ℓ(x), x > 0, tale che
ℓ(xy) = ℓ(x) + ℓ(y).
Da questo segue che
n n
ℓ(x m ) =
ℓ(x),
m
che implica che ℓ(x) ̸= 0 ∀x ̸= 1, a meno che ℓ sia identicamente nulla e, se ℓ è un logaritmo,
anche −ℓ è un logaritmo. In particolare, senza perdere in generalità possiamo supporre ℓ > 0
158 7. COMPLEMENTI E TEMI DA SVILUPPARE

per x > 1, quindi ℓ(x) più grande di quanto si vuole per x grande e ‘dedurre’ che esiste a > 1,
dipendente da ℓ tale che ℓ(a) = 1. Concludiamo quindi che
n n
ℓ(a m ) = ℓ(a) m ,

‘quindi’ ℓ(ax ) = x ∀x, cioè ℓ(y) = loga y.

7.9. Funzioni trigonometriche. È possibile definire le funzioni circolare con il solo stru-
mento dell’integrale per il calcolo delle aree.
Consideriamo il cerchio unitario x2 + y2 = 1. Per ogni t ∈ R, la retta di equazione y = tx
passante per (1,t) incontra il cerchio nel punto
√ √
P = (1/ 1 + t 2 ,t/ 1 + t 2 ).
Richiamandoci ad Archimede, la lunghezza della corda da (1, 0) a P è proporzionale al settore
circolare sotteso. Poiché l’area del cerchio è π ,
∫ 1√
π := 4 1 − x2 dx,
0

e la lunghezza della circonferenza è 2π , la lunghezza dell’arco di estremi (1, 0) e P è allora due


volte l’area del settore circolare sotteso.
Supportati da queste considerazioni, definiamo la funzione “arco la cui tangente è t, t ∈ R”
come
(∫ √ t √ )
t
(7.4) arctant := 2 1+t 2
1 − s ds −
2 .
0 2(1 + t 2 )

È subito visto che arctant è una funzione dispari, arctan(−t) = arctant, arctan 0 = 0, che
{
π se t → +∞,
arctant → 2 π
− 2 se t → −∞.
d
Ancora, si calcola facilmente dt arctant = 1/(1 + t 2 ), conseguentemente arctant è strettamente
crescente e
∫ t
1
arctant = ds, ∀t ∈ R.
0 1 + s2
Definiamo ora la funzione tangente sull’intervallo ] − π /2, π /2[ come l’inversa della funzione
arcotangente
tan x := arctan−1 (x), x ∈] − π /2, π /2[,
che estendiamo periodicamente in R \ {π /2 + kπ , k ∈ Z}. La sua derivata si calcola ora come
1
D tan x = = 1 + tan2 x
D arctan(tan x)
in ogni punto x ∈] − π /2, π /2[ e per periodicità per ogni punto in x ̸= π + kπ , k ∈ Z.
2
Poiché 1/(1 + t 2 ) < 1 per t ̸= 0, deduciamo ancora
arctant ≤ t per ogni t ≥ 0,
equivalentemente
π
tan x ≥ x per ogni 0 ≤ x < .
2
7. COMPLEMENTI E TEMI DA SVILUPPARE 159

Ora possiamo definire le funzioni seno and coseno in termini della tangente via le formule in
tan(x/2). Poniamo

0 se x = (2k + 1)π , k ∈ Z,
sin x := 2 tan(x/2)
 altrimenti,
1 + tan2 (x/2)

−1 se x = (2k + 1)π , k ∈ Z,
cos x := 1 − tan2 (x/2)
 altrimenti;
1 + tan2 (x/2)
π /2
se x ̸= + kπ ,
sin x
ed è facile provare, usando ad esempio le formule di duplicazione, tan x = cos x
sin2 x + cos2 x = 1. Pertanto
{
√ 1 se x ∈] − π /2, π /2[,
cos x = 1+tan2 x
− √ 1
2
se x ∈]π /2, 3π /2[,
1+tan x
e
tan x π
sin x = √ ∀x ̸= + kπ .
1 + tan2 x 2
Le regole di derivazione dànno inoltre
D(sin x) = cos x, D(cos x) = − sin x, sin2 x + cos2 x = 1
Restano infine da provare poche formule per poter dedurre semplicemente le altre prorietà. Si
ritrova facilmente che
(1) Formule di addizione per il seno e il coseno. Procediamo come in (i). Per ogni y ∈ R
definiamo ϕ (x) := cos(x + y) − cos x cos y + sin x sin y e proviamo che ϕ (x) = 0 ∀x ∈ R.
Infatti, come in (i) risulta ϕ (0) = 0, ϕ ′ (0) = 0 e D(ϕ 2 + (ϕ ′ )2 )(x) = 0 ∀x ∈ R.
(2) sin x = cos(x − π /2), ∀x ∈ R. Poniamo ϕ (x) := sin x − cos(x − π /2), e osserviamo che
ϕ 2 (x) + (ϕ ′ )2 (x)) = 0 ∀x ∈ R, in particolare ϕ (x) = 0 ∀x ∈ R.
Infine, osserviamo che valogono le seguenti stime tra seno e coseno e lunghezza d’arco.
(1) Per ogni x ≥ 0 abbiamo sin x ≤ x. Infatti,
∫ x ∫ x
sin x = sin x − sin 0 = cost dt ≤ 1 dt = x.
0 0
(2) Per ogni x ≥ 0 abbiamo 1 − cos x ≤ x2 /2. Infatti,
∫ x ∫ x
1 − cos x = sin sds ≤ s ds = x2 /2.
0 0

7.10. Funzioni circolari inverse. La funzione sin x, x ∈ [− π2 , π2 ] è strettamente crescente


e dunque invertibile. La sua inversa, che restituisce l’arco in [−π /2, π /2] dato il seno, si denota
con arcsin :] − 1, 1[→ [−π /2, π /2]. Dalla regola di derivazione dell’inversa segue che
1 1 1
D arcsin y = =√ =√
cos arcsin y 1 − sin arcsin y
2 1 − y2
per ogni y ∈] − 1, 1[.
Analogamente, la funzione cos x, x ∈ [0, π ], è strettamente decrescente e dunque invertibile. La
sua inversa, che restituisce l’arco in [0, π ] a partire dal coseno dell’angolo si denota con arccos :
] − 1, 1[→ [0, π ]. Dalla regola di derivazione dell’inversa segue che
1 1 1
D arccos y = − = −√ = −√
sin arccos y 1 − cos arccos y
2 1 − y2
160 7. COMPLEMENTI E TEMI DA SVILUPPARE

per ogni y ∈] − 1, 1[.


Notiamo infine alcune uguaglianze
(1) Da cos x = sin(x + π /2), passando alle inverse, si ottiene
π
arccos y = − arcsin y + .
2
√ √
(2) Per x ∈ [0, π /2[ tan x = sin(x)/ 1 − sin2 x = 1 − cos2 x/ cos x. Passando alle inverse,
( y )
arcsin y = arctan √
1 − y2
( √1 − y2
arccos y = arctan ).
y
(3) Si ha {
(π ) −1 se − π /2 < x < 0,
tan − x tan x =
2 1 se 0 < x < π /2.
In termini di funzioni inverse,
{
1 −1 se y < 0,
arctan y + arctan =
y 1 se y > 0.

1/y

y
sinh x
x/2
cosh x

F IGURA 1. Le funzioni iperboliche.

7.11. Funzioni iperboliche. Le funzioni iperboliche furono discusse da Daviet de Fonce-


nec (1734–1799), allievo di Lagrange a Torino, in [38] e da Johann Heinrich Lambert (1728-
1777) in connessione con i suoi studi di geometria iperbolica [71]. Le funzioni iperboliche
si definiscono in modo simile alle funzioni trigonometriche partendo dall’iperbole equilatera
u2 − v2 = 1 invece che dal cerchio unitario. Con riferimento alla Figura 1 per ogni x sia P il
punto sull’iperbole tale che l’area delimitata dal ramo di iperbole, dall’asse delle ascisse e dal
segmento che congiunge l’origine con P sia x/2. Allora le coordinate del punto P sono denotate
come (cosh x, sinh x). Si dimostra allora
◦ Vale
ex + e−x ex − e−x
cosh x = sinh x =
2 2
cosh2 x − sinh2 x = 1
sinh(x + y) = sinh x cosh y + cosh x sinh y
cosh(x + y) = cosh x cosh y + sinh x sinh y
7. COMPLEMENTI E TEMI DA SVILUPPARE 161

◦ Le funzioni inverse sono definite da


y = arcsinhx ⇔ x = sinh y per − ∞ < x < ∞, −∞ < y < ∞
y = arccoshx ⇔ x = cosh y per 1 ≤ x < ∞, o ≤ y < ∞
e vale
√ √
arcsinhx = log(x + x2 + 1), arcoshx = log(x + x2 − 1)
Per derivazione si verifica facilmente che le funzioni
1 1
y(t) = c1 cosh ω t + c2 sinh ω t = (c1 + c2 )eω t + (c1 − c2 )e−ω t ,
2 2
dove c1 e c2 sono costanti, sono soluzioni dell’equazione
(7.5) y′′ − ω 2 y = 0.
In realtà sono tutte e sole le possibili soluzioni. per vedere questo scriviamo la (7.5) come
0 = (D2 − ω 2 )y = (D − ω )(D + ω )y;
cosicché, se poniamo u := (D + ω )y, si deduce u′ = ω u e, se y(0) = y′ (0) = 0, anche
u(0) = 0;
da cui deduciamo u(x) = 0 ∀ x, e conseguentemente
{
y′ + ω y = u = 0,
y(0) = 0,
che dà y = 0.
7.12. Esponenziale complesso e funzioni trigonometriche. Usando la serie espo-
nenziale reale e le relazioni i2 = −1, i3 = −i, i4 = 1, i5 = i per l’unità immaginaria, Eulero
calcola
(iy)2 (iy)3 (iy)4 (iy)5
eiy = 1 + iy + + + + +...
2! 3! 4! 5!
y2 y3 y4 y5
= 1 + iy − + i + + i + . . .
2! 3! 4! 5!
( y2 y4 ) ( y3 y5 )
= 1 − + + . . . + i y − + + . . . = cos x + i sin x
2! 4! 3! 5!
e conclude con le formule:
eix = cos x + i sin x, eiπ /2 = i, eiπ = −1,
e
eix + e−ix eix − e−ix
cos x = , sin x = .
2 2i
Più in generale, abbiamo

xn ∞ (iy)n ∞
ex+iy = ex eiy = ∑ ∑ = ∑ cn
n=0 n! n=0 n! n=0
dove ( )
n
xk (iy)n−k 1 n n k 1 zn
cn := ∑ = ∑ x (iy)n−k = (x + iy)n = .
k=0 k! (n − k)! n! k=0 k n! n!
Possiamo quindi scrivere per un qualunque numero complesso z = x + iy

zn
ez := ∑ n!
n=0
162 7. COMPLEMENTI E TEMI DA SVILUPPARE

Partendo dall’esponenziale complesso possiamo estendere le funzioni trigonometriche e iper-


boliche al campo complesso
eiz − e−iz eiz + e−iz
sin z = , cos z = ,
2i 2
e −e
z −z z
e +e −z
sinh z = , cosh z =
2 2
il cui vero senso è dato da
∞ ∞
z2n z2n+1
cos z = ∑ (−1)n (2n)! , sin z = ∑ (−1)n (2n + 1)! ,
n=0 n=0
∞ ∞
z2n z2n+1
cosh z = ∑ , sin z = ∑ (2n + 1)! .
n=0 (2n)! n=0

Ovviamente le restrizioni delle funzioni trigonometriche e iperboliche all’asse reale coincidono


con le corrispondenti funzioni reali e le restrizioni all’asse immaginario con le corrispondenti
funzioni iperboliche o trigonometriche, si confronti con le formule in fondo al primo gruppo.
Inoltre è possibile derivare varie identità che estendono le corrispondenti identità reali:

sin2 z + cos2 z = 1, eiz = cos z + i sin z,


sin(−z) = − sin z, cos(−z) = cos z,
cosh − sinh = 1,
2 2
ez = cosh z + sinh z,
sinh(−z) = − sinh z, cosh(−z) = cosh z,
cosh(iz) = cos z, sinh(iz) = i sin z.

cos(z + w) = cos z cos w − sin z sin w,


sin(z + w) = cos z sin w + cos w sin z,
cosh(z + w) = cosh z cosh w + sinh z sinh w,
sinh(z + w) = cosh z sinh w + cosh w sinh z.

Conseguentemente

sin z = 2 sin(z/2) cos(z/2),


cos2 (z/2) = (1 + cos z)/2,
w+z w−z
sin w − sin z = 2 cos( ) sin( ),
2 2
w+z w−z
cos w − cos z = −2 sin( ) sin( ),
2 2
....

Tutto quanto detto sopra risulta essere corretto, ma dipende dal fatto che per le serie che so-
no state usate sopra è possibile operare nel modo in cui abbiamo fatto, ma questo in genera-
le non è corretto, è invece corretto nel caso in considerazione, quindi richiede degli argomenti
supplementari.
7. COMPLEMENTI E TEMI DA SVILUPPARE 163

Gli esponenziali complessi sono utili per la discussione dei fenomeni oscillatori. Ad esempio
la formula
eix · eiy = ei(x+y)
è equivalente alle formule di addizzione e sottrazione, mentre la formula
( z−w ) z−w
ez − ew = e 2 e 2 − e− 2 = e 2 2i sinh(
z+w z−w z+w
)
2
dà per z = i α e w = i β le formmule di prostaferesi.

7.13. Catenaria. Integrare l’equazione differenziale u̇ = 1 + u2 in termini di funzioni
iperboliche.

F IGURA 2. Costruzione di una curva di Peano seguendo Hilbert.

7.14. Le curve di von Koch e di Peano. Diamo due classici esempi di curve non
rettificabili.
La curva di von Koch. Partendo da un triangolo equilatero si divida in tre parti uguali ciascun lato
e si sostituisca la parte mediana con gli altri due lati del triangolo equilatero il cui terzo lato è il
pezzo rimosso. Si ripeta quindi il procedimento su ciascun lato delle figura ottenuta. Iterando in-
definitamente il procedimento, poiché le iterate convergono uniformemente, l’iterazione produce
la curva di von Koch; questa
(1) è una curva semplice continua,
(2) la sua lunghezza aumenta ad ogni passo con un fattore 4/3, quindi ha lunghezza infinita,
anzi è infinita la lunghezza tra due qualunque suoi punti, mentre delimita un’area finita
pari ai 5/8 dell’area del triangolo iniziale,
(3) non è derivabile (non ha tangente) in nessun suo punto.
La curva di Peano. Le curve continue possono essere assai più ”patologiche” se si toglie la
condizione di semplicità. A Giuseppe Peano (1858–1932) si deve l’esempio di una curva γ :
[0, 1] → [0, 1] × [0, 1] continua che ha come immagine tutto il quadrato [0, 1] × [0, 1]: una tale
curva γ si chiama curva di Peano.
Una curva di Peano, seguendo David Hilbert (1862–1943), può essere costruita nel seguente
modo. Si consideri la successione di curve continue γi : [0, 1] → R2 come in Figura 2. Al passo i,
si ha una curva continua ottenuta modificando la curva del passo i−1 in un intervallo di lunghezza
2−i nel dominio e in un quadrato di lato 2−i sull’immagine. La successione di queste curve
converge quindi uniformemente ad una curva continua che ha come immagine tutto il quadrato.
Ovviamente γ non può essere iniettiva essendo l’intervallo [0, 1] non omeomorfo al quadrato
[0, 1] × [0, 1]. Per convenienza del lettore ripetiamo l’argomentazione: se γ fosse 1-a-1, γ darebbe
un omeomorfismo da [0, 1] \ {1/2} su ([0, 1] × [0, 1]) \ {γ (1/2)}, ma mentre ([0, 1] × [0, 1]) \
{γ (1/2)} è connesso [0, 1] \ {1/2} non è connesso: assurdo.
164 7. COMPLEMENTI E TEMI DA SVILUPPARE

Un altro modo di costruire una curva di Peano è la seguente. Rappresentiamo ogni x ∈ [0, 1]
con un allineamento binario x = ∑∞ i=1 bi /2 , bi ∈ {0, 1} (si sceglie ad esempio di eliminare le
i

rappresentazioni che finiscono con un 1 periodico). Per ogni x = ∑∞ i=1 bi /2 ∈ [0, 1] si pone
i

( ∞ b ∞
b2i )
γ (x) := ∑ 2i+1 i+1
,∑ i
i=0 2 i=1 2
Usando il fatto che se x cambia di poco, le cifre dell’allineamento decimale cambiano di poco, è
facile provare che γ è continua. D’altra parte γ è surgettiva. Si noti che γ non è iniettiva. Se una
delle coordinate di (x, y) ha due rappresentazioni decimali, vi saranno due punti distinti di [0, 1]
con immagine (x, y).

I B

G C
D

A L M

F IGURA 3. La cicloide

7.15. Cicloide e isocronia. La cicloide è la curva descritta da un punto su una circonferenza


di un cerchio, cerchio generatore, che ruota su una retta, chiamata base, senza frizione. Rispetto
al sistema di coordinate cartesiane standard (x, y) una cicloide generata da un cerchio di raggio c
che inizia nell’origine ha equazioni parametriche
{
x = r(t − sint)
(7.6)
y = r(1 − cost).
Oltre questa, va anche considerata la cicloide simmetrica rispetto all’asse delle x, con concavità
rivolta verso l’alto, e osservato che per ogni punto (x, y) nel quarto quadrante esiste unico ramo
discendente di cicloide che iniziando nell’origine unisce l’origine al punto (x, y). Questo ramo si
ottiene risolvendo in (c,t) il sistema x(t) = x) y(t) = y in (7.6). Questo ramo di cicloide è anche
l’unico punto stazionario del funzionale tempo di caduta sotto l’azione della gravità lungo una
curva (decrescente) dall’origine al punto (x, y).
Aggiungiamo qualche considerazione a quanto già visto nei capitoli precedenti. Sia CP1 P2 una
curva decrescente che congiunge i punti P1 = (x1 , y1 ) e P2 = (x2 , y2 ), con x1 < x2 e y1 > y2 ,
e consideriamo un punto materiale che, partendo con velocità nulla in P1 , cade sotto l’azione
della gravità da P1 a P2 lungo CP1 P2 . Pensiamo CP1 P2 parametrizzata da (x(τ ), y(τ )) τ ∈ [τ1 , τ2 ],
Pi = (x(τi ), y(τi )) i = 1, 2. Indichiamo con τ (t) l’evoluzione del parametro τ al variare del tem-
po e siano t1 ,t2 tali che ti = τi i = 1, 2. Allora il punto P al tempo t è nella posizione P(t) =
(x(τ (t)), y(τ (t)) e il modulo della velocità al tempo t vale
√( ) ( )
dx 2 dy 2 ′
v(t) = + |τ (t)|.
dτ dτ
7. COMPLEMENTI E TEMI DA SVILUPPARE 165

D’altra parte dalla conservazione dell’energia (legge di Galilei)



v(t) = 2g(Y − y(τ (t)), Y = y(τ (t1 ))
e quindi il tempo T (P1 , P2 ) per andare da P1 a P2 è dato da

∫ t2 ∫ t2
1 x′2 (τ (t)) + y′ (τ (t)) ′
T (P1 , P2 ) = t2 − t1 = dt = √ |τ (t)| dt,
t1 2g t1 Y − y(τ (t))
Usando la formula di cambiamento di variabile troviamo allora
∫ τ2 √ ′
1 x (τ )2 + y′ (τ )2
(7.7) T (P1 , P2 ) = ± √ √ dt
2g τ1 y(τ1 ) − y(τ )
dove il segno è + quando τ cresce al passare del tempo e − in caso contrario.
Se rappresentiamo la curva CP1 P2 come grafico in x, cioè y = y(x), x1 < x < x2 Pi = (xi , yi )
i = 1, 2, troviamo quindi
∫ x2 √
1 1 + y′2
T (P1 , P2 ) = √ √ dx.
2g x1 y(x1 ) − y(x)
Trasliamo l’intervallo di definizione della curva in [0, r], r = x2 − x1 , e cambiamo variabile con
u(x) = y(x1 ) − y(x), si ha u(0) = 0, u ≥ 0, u crescente; allora il tempo di discesa è dato da
∫ r√
1 1 + u′2
(7.8) T=√ dx.
2g 0 u
Come abbiamo visto in Sezione 3.1 i punti critici di questo funzionale sono cicloidi con la
concavità rivolta verso l’alto. Questo è un funzionale del tipo
∫ b
F(u, u′ )dx
a
la cui equazione di Eulero-Lagrange è
d
Fp (u, u′ ) − Fu = 0
dx
che è equivalente (almeno nella situazione in cui tutte le funzioni sono regolari) alla legge di
conservazione
F(u, u′ ) − u′ Fp (u, u′ ) = cost.
Quindi i punti stazionari del funzionale tempo di caduta in (7.8) sono caratterizzati dall’equazione
(7.9) u (1 + u′2 ) = 2c, c = cost > 0
e sono (sottoarchi) di tutti e soli i rami crescenti di cicloidi che in forma parametrica si scrivono
come in (7.6) con t ∈ [0, π ]. Questi rami crescenti di cicloide si possono scrivere anche come
x = x(y). Dalla (7.9) si trova subito che si caratterizzano, in questo caso, come le soluzioni di
y
(7.10) w′2 (y) = .
2c − y

Caduta lungo il cerchio e lungo la cicloide. Se u(x) = x, 0 ≤ x ≤ 1, si ritrova facilmente che il


tempo di caduta con velocità iniziale nulla lungo un piano inclinato di altezza 1 e lunghezza 1 è
2
T=√ .
g
166 7. COMPLEMENTI E TEMI DA SVILUPPARE


Mentre il tempo di discesa lungo un quarto di cerchio di raggio 1, u(x) = 2rx − x2 , 0 ≤ x ≤ 1 è
per la (7.8)
∫ 1
1
T=√ (2x − x2 )−3/4 dx
2g 0
il cui valore approssimato è T = 1.85407..., tempo più breve di circa il 7.5% del tempo di discesa
lungo la diagonale.
Calcoliamo ora il tempo di discesa minimo (che sappiamo si realizza) lungo la cicloide da
(0, 0) a (−1, −1) che per la (7.8) si calcola prendendo u come la cicloide che inizia in 0 e passa per
(1, 1). Le costanti c e t in (7.6) sono allora determinate da x(τ ) = y(τ ) = 1 e si trova c = 0.57291...
e τ = 2.41201.. Se y = u(x) è allora la rappresentazione cartesiana della curva, y(t) = u(x(t)),
quindi y′ (t) = du ′ du ′ ′
dx (x(t))x (t), cioè dx (x(t)) = y (t)/x (t), il tempo di discesa è

∫ τ
1 x′ (t)2 + y′ (t)2 ′
T=√ x (t) dt
2g 0 y(t)x′ (t)2
√ √
∫ τ ∫ τ
1 x′ (t)2 + y′ (t)2 1 2c2 (1 − cost)
=√ dt = √ dt
2g 0 y(t) 2g 0 c(1 − cost)

c
= τ = 1.8256...
g
circa l’1.6% meno che del tempo di discesa lungo il quarto di cerchio.
Isocronia della cicloide. Consideriamo la cicloide
{
x(t) = c(t − sint),
(7.11)
y(t) = c(cost − 1);
vogliamo calcolare il tempo necessario per scendere da un punto al centro della cicloide, t = π .
Abbiamo √
∫ π
1 x′ (t)2 + y′ (t)2
T=√ dt
2g τ y(τ ) − y(t)
√ ∫ π√
c 2(1 − cost)
= dt.
2g τ cos τ − cost
Poiche’ 1 − cost = 2 sin2 (t/2), cos τ − cost = (1 + cos τ − (1 + cost)) = 2 cos2 (τ /2) − cos2 (t/2),
√ ∫ π√ ∫ π
c sin(t/2)
T= 2 √ dt
2g τ τ cos (τ /2) − cos2 (t/2)
2

cos(t/2)
e con la sostituzione u = cos(τ /2) , si ha 0 ≤ u ≤ 1 e
√ ∫0 √ √
c 1 c 1 c
T= 2 √ (−du) = 2 arcsin u = π.
g 1 1 − u2 g 0 g
Scopriamo quindi che il tempo di discesa lungo la cicloide fino al centro della stessa è indipenden-
te dalla posizione inziale: abbiamo ritrovato
√ che un pendolo cicloidale ha periodo indipendente
dall’ampiezza dell’oscillazione pari gc π o, in altre parole, che due punti materiali, che cado-
no lungo una cicloide partendo contemporaneamente da altezze diverse ma con velocità iniziali
entrambi nulle, arrivano nel punto più basso della cicloide contemporaneamente.
Il problema della tautocrona. Supponiamo ora che il tempo di caduta di un punto materiale,
sotto l’azione della gravità con velocità iniziale nulla, lungo una curva che decresce arrivando
nell’origine sia indipendente dall’altezza della partenza, possiamo dire che la curva è un ramo
7. COMPLEMENTI E TEMI DA SVILUPPARE 167

di cicloide (con concavità verso l’alto) e punto più basso nell’origine degli assi? Questo è noto
come problema della tautocrona (nel senso di trovare la curva tale che . . .) o problema di Abel
che appunto lo risolse negli anni 1823-26, [1], in particolare vol. I pp. 27-30, Résolution d’un
problème mécanique.
Parametrizzando la curva di caduta rispetto all’ordinate y, x = x(y), e tenuto conto che y
decresce quando il tempo cresce, (7.7) ci dice che il tempo di caduta dall’altezza Y cioè dal punto
(x(Y ),Y ) è
∫Y √ ∫ y√
1 1 + x′ (y)2
(7.12) T (Y ) = √ √ dy, s(y) = 1 + x′ (t)2 dt,
2g 0 Y −y 0

che oggi si legge come equazione integrale di Volterra


∫ t
K(t, τ )φ (τ ) d τ = f (t)
0
con un nucleo frazionario, chiamato anche di Riesz,
1 1
K(t,t) = , α= .
|t − τ |α 2
È probabilmente con Abel che inizia la studio di queste equazioni, studio che proseguirà soprat-
tutto alla fine dell’Ottocento e inizi del Novecento con Fredholm, Volterra e Hilbert, e che nel
caso che ci interessa riguarda l’equazione in φ
∫ x
φ (y)
(7.13) √ dy = f (x).
0 x−y
Con riferimento all’equazione (7.13) Abel dimostra che la soluzione è
∫ y
1 d f (σ )
(7.14) φ (y) := √ dσ ,
π dy 0 y−σ
equivalentemente, per ogni f vale
∫ x ∫ y
1 d f (σ )
(7.15) π f (x) = √ √ dσ .
0 x − y dy 0 y−σ
Per verificarlo cominciamo con il calcolare il rapporto incrementale della funzione da derivare
∫ ∫ y
1 [ y+h f (σ ) f (σ ) ]
√ dσ − √
h 0 y+h−σ 0 y−σ
∫ ∫ y
1 [ 0 f (ξ + h) f (σ + h) − f (σ ) ]
= √ dξ + √ dσ ,
h −h y−ξ 0 y−σ
quindi, passando al limite per h → 0, troviamo
∫ y ∫ y ′
d f (σ ) f (0) f (σ )
√ dσ = √ + √ dσ
dy 0 y−σ y 0 y−σ
Segue allora che il secondo membro dell’equazione (7.15) vale
∫ x ∫ x ∫ y
1 f ′ (σ )
f (0) √ √ dy − dy √ √ dσ .
0 y x−y 0 0 x−y y−σ
Cambiando l’ordine di integrazione e poiché, si veda ad esempio [46],
∫ x ∫ x
dy dy
√ = √ = π,
0 (x − y)y σ (x − y)(y − σ )
168 7. COMPLEMENTI E TEMI DA SVILUPPARE

concludiamo che il secondo membro della (7.15) vale


( ∫ y )
π f (0) + f ′ (σ )dy = π f (y)
0
e cioè che (7.15) è vera per ogni f .
Ritornando al problema della tautocrona possiamo allora concludere che
√ ∫
1 1 d Y T (y))
√ 1 + x′ (Y )2 = √ dy
2g π dY 0 Y −y
e, poiché T (Y ) = T indipendentemente da Y, che una curva tautocrona verifica l’equazione
√ √ ∫ √
2g d Y 1 2gT 1
1 + x′ (Y )2 = T √ = √ .
π dY 0 Y −y π Y
gT 2
Se quindi poniamo 2a := π2
troviamo

′ 2a − y
(7.16) x (y) =
y
che ha come soluzione la cicloide
{
x(t) = 2a − a(t − sint),
(7.17)
y(t) = a(cost − 1);

come si può verificare ponendo 2a−y 2


y = tan t cioè y =
2a
1+tan2 t
differenziando la y rispetto al
parametro t e procedendo come in Sezione 3.1.
Bibliografia

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Indice dei nomi

Abel, Niels Henrik, 167 Dürer, Albrecht, 70


Alembert, Jean Le Rond d’, 30, 84, 96
Archimede, 15 Eneström, Gustav, 30
Euclide, x
Baire, René, 2 Euler, Leonhard, 2, 21, 30–40, 52, 69, 78,
Banach, Stefan, 135, 147 84, 86–90, 96, 100, 110, 130
Barrow, Isaac, 14
Basnage, Henri, 74 Federico II, 84
Bayle, Pierre, 74 Fermat, Pierre de, 20
Beaune, Florimond de, 11, 47 Filone di Megara, 138
Beltrami, Eugenio, 59 Foncenec, François Daviet de, 160
Berkeley, George, 17 Frege, Gottlob, xi
Bernoulli, Daniel, 29, 84 Fuss, Paul Heirich, 30
Bernoulli, Jakob, 21, 29, 47, 58, 65, 67, 70, Galilei, Galileo, 3, 57, 59, 80, 95, 99
74 Gödel, Kurt, xi
Bernoulli, Johann, 2, 21, 29, 65, 67, 70, Grönwall, Thomas Hakon, 143
73–75, 110 Gregorio di San Vincenzo, 4
Bernoulli, Nikolaus, 29 Gregory, James, 4, 43
Bertrand, Joseph, 124
Bolzano, Bernard, xi Hermann, Jakob, 29, 32, 70
Bolzano, Bernhard, 2 Hilbert, David, xi
Borel, Emile, 2 Hospital, Guillaume François Antoine de
Boyle, Robert, 95 l’, 29, 65, 70, 74
Briggs, Henry, 51 Hudde, Jan, 11, 74
Bürgi, Joost, 51 Huygens, Christiaan, 57, 69, 72, 74, 95,
119
Caccioppoli, Renato, 135, 151
Cantor, Georg, xi Jacobi, Karl Gustav, 130
Cauchy, Augustin-Louis, 2, 135
Châtelet, Emilie Marquise du, 84 Keill, John, 96
Cheyne, George, 22 Keplero, Johannes, 40, 128
Chuquet, Nicolas, 51 Koch, Helge von, 163
Clairaut, Alexis Claude, 84 König, Samuel, 84
Cotes, Roger, 96 Koyré, Alexandre, 95
Couturat, Louis, 18, 138
Lagrange, Joseph Louis, 30, 33, 90, 96,
Crisippo, 138
130
Descartes, René, 11, 47, 95 Laplace, Pierre Simone de, 30
Diadoro Crono, 138 Lebesgue, Henri, 2
Dirichlet, Lejeune, 2 Legendre, Adrien-Marie, 30
176 INDICE DEI NOMI

Leibniz, Gottfried Wilhelm, 1, 2, 4, 10, 17, Picard, Emile, 135


18, 22–26, 29, 33, 37, 38, 57–59, 65, Poincaré, Henri, 59, 138
70, 73, 74, 84, 99 Puiseux, Victor, 10
Liouville, Joseph, 135
Lipschitz, Rudolf, 135 Riccati, Jacopo, 60, 116
Lobachevski, Nikolai, 59 Russell, Bertrand, xi, 18, 138
Lotka, Alfred J., 155 Saint-Vincent, Gregoire de, 51
Mach, Ernst, 99 Sarasa, Alfons A. de, 51
Maclaurin, Colin, 29, 96 Schauder, Juliusz Pawel, 135, 151
Malfatti, Gianfranco, 29 Schooten, Frans van, 11
Malthus, Thomas Robert, 154 Sesto Empirico, 138
Manfredi, Gabriele, 29 Steiner, Jakob, 138
Maupertuis, Pierre-Louis Moreau de, 84 Stiffel, Michael, 51
Mercator o Niklaus Kauffman, 4 Taylor, Brook, 29, 43
Moivre, Abraham de, 52 Torricelli, Evangelista, 70
Napier, John, 51 Truesdell, Clifford Ambrose, 99, 101
Neile, William, 57 Tschirnhaus, Ehrenfried Walter von, 74
Newton, Isaac, 1–6, 9–14, 17, 18, 22, 29, Varignon, Pierre, 32
38, 40, 43, 70, 71, 73, 74, 86, 95–102, Verhulst, Pierre François, 154
104 Voltaire, 84
Volterra, Vito, 155
Oldenburg, Henry, 4
Wallis, John, 3, 5, 6, 10, 43
Pardies, Ignace Garston, 60
Weierstrass, Karl, 138
Pascal, Blaise, 5, 18
Wolff, Christian, 32
Peano, Giuseppe, 135
Pemberton, Henry, 96 Zenodoro, 73
Perrault, Claude, 58
Indice analitico

arcos, 159 lunghezza, 63


arcsin, 159 raggio di curvatura, 65, 66
azione, 18 rettificabile, 63
trattrice, 58
battimenti, 115 curvatura, 65, 66
brachistocrona, 73, 120 centro di, 66
calcolo delle differenze finite, 44 raggio di, 65, 66
calcolo delle variazioni, 73 derivata, 27, 28
campo di forze dell’arccos, 159
lavoro, 129 dell’arcsin, 159
potenziale di, 129 seconda, 27
catenaria, 82, 84 differenziale, 34
catenoide, 82, 84 dinamica, 38
centro di curvatura, 66 diseguaglianza di Grönwall, 143
cicloide, 75, 120, 164 disputa sulla priorità, 4
base, 164
cerchio generatore, 164 elasticità, 67
cinematica, 38 ellisse
concetto completo, 19, 24 in coordinate cartesiane, 103
continuo, 29 in coordinate polari, 103
corpo, 41 latus rectum principale, 103
criterio energia, 117
di d’Alembert, 153 equazione di Keplero, 128
di Leibniz, 26 equazione differenziale, 27, 107, 108
curva, 1, 2, 61 del pendolo, 118
ascissa curvilinea, 64 del primo ordine non lineare
catenaria, 59 approssimanti di Eulero, 139
caustica, 70 approssimazioni successive, 145
centro di curvatura, 66 blowup in tempo finito, 136
curvatura, 65, 66 curve integrali, 136
di minima discesa, 73 non unicità, 137
di Peano, 163 orbite, 136
di von Koch, 163 problema di Cauchy, 136
elastica, 58, 67 prolungamento delle soluzioni, 151
evoluta, 69, 71 soluzione ε −approssimata, 142
evolvente, 69 traiettorie, 136
involuta, 69 dell’oscillatore armonico, 53
isocrona di Leibniz, 57 di Eulero, 80, 87
lipschitiana, 64 di Eulero-Lagrange, 80, 93
178 INDICE ANALITICO

forma normale, 107 integrale, 24


integrale generale o completo, 108 integrali ellittici, 69
lineare, 107 inviluppo, 70
non omogenea, 107
omogenea, 107 labirinto del continuo, 29
lineare a coefficienti costanti lagrangiana, 130
equazione caratteristica, 110 legge
lineare del primo ordine delle aree, 102
integrale completo, 110 di conservazione dell’energia, 129
logistica, 154 di Hooke, 53, 88
metodo della variazione delle costanti, di Kirkhoff, 115
109, 111 di moto, 37
non lineare del primo ordine, 135 di natura, 73
approssimazione di Eulero, 139 leggi
soluzione, 136 di Keplero, 102, 127
soluzione massimale, 136 di Newton, 53, 98, 100, 129
piccole oscillazioni lemma
forzate, 113 di Grönwall, 143
libere, 112 fondamentale del calcolo delle
solutione, 108 variazioni, 93
esponenziale logaritmo, 7
definizione per serie, 48 come inversa dell’esponenziale, 51
via equazione differenziale, 50 in base a, 158
via equazione differenziale, 156
fenomeno di Peano, 152
fluenti, 10 mappa armonica, 56
flussioni, 10 massa, 97
formula meccanica
aurea per il raggio di curvatura, 66 celeste, 96
del binomio, 5 newtoniana, 96
della serie binomiale, 5 metodo
di Gregory-Newton, 45 dell’inversione delle serie, 8
di integrazione per parti, 25 della divisione, 6
di interpolazione, 43 della radice, 6
di Maclaurin, 46 della variazione delle costanti, 111
di prostaferesi, 163 delle flussioni, 10
di Taylor, 43, 45 delle prime e ultime ragioni, 14
forza, 95 delle serie infinite, 4
centrale, 102 modello
conservativa, 129 di Lotka-Volterra, 155
funzione, 2, 24, 27, 33 preda-predatore, 155
lagrangiana, 130 moto, 36
funzioni armonico, 53, 55
iperboliche, 160 circolare uniforme, 55
trigonometriche uniforme, 37
definizione geometrica, 52 numero
inverse, 159 di Eulero, 48
inerzia, 38 parabola di Neile, 57
infinitesimi, 19
INDICE ANALITICO 179

pendolo, 118 del cerchio, 25


isocrono, 119
periodo di oscillazione, 118 raggio di curvatura, 65, 66
piano delle fasi, 116 risonanza, 115
poligono di Newton, 10 serie
polinomio binomiale, 43
interpolatorio di Newton, 45 del logaritmo, 7
potenziale, 129 del seno, 8
principio dell’arcoseno, 8
della conservazione dell’energia, 117 di Leibniz, 26
di continuità, 19, 23 di segno alterno, 26
di Erone, 73 sistemi inerziali, 98
di Eulero, 89 spazio di Banach, 150
di Fermat, 73 operatore compatto, 151
di Hamilton-Lagrange, 131 spettro
di inerenza del predicato al soggetto, 24 ampiezza, 114
di inerzia, 37 fase, 114
di minima azione, 18, 86
di Jacobi-Lagrange, 130 tangenti, 12
di Lagrange, 130 teorema
di minimo, 73 aureo di Bernoulli, 67
di ragion sufficiente, 38 degli zeri, 157
di rifrazione, 20 dei valori intermedi, 157
di sovrapposizione degli effetti esterni, del Dini, 61
108 delle funzioni implicite, 61
di tempo minimo, 20 di Bertrand, 124
problema di Heine-Borel, 141
degli n corpi, 131 di Lagrange, 50
dell’isocrona di Leibniz, 57 di Noether, 132
della brachistocrona, 80 di Peano, 149
della catenaria, 59 di Peano-Cauchy, 149
della tautocrona, 167 di Picard, 146
della trave, 67, 88 di Picard-Lindelöf, 146
di Abel, 167 di punto fisso
di de Beaune, 20, 47 di Banach, 147
isoperimetrico, 77, 82 di Brouwer, 150
prodotto scalare, 56 di Schauder-Caccioppoli, 151
prodotto vettore, 120 di trasmutazione, 25
punto stazionario, 93 di Zenodoro, 73
fondamentale del calcolo, 9
quadratura trasformazione lineare affine, 28

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