ATENEO REGINA APOSTOLORUM
L'AUTOTESTIMONIANZA DI PLATONE:
"Il discorso scritto è soltanto 'immagine' -una presentazione perziale del discorso orale"
Tendo come punto di partenza il dialogo Fedro e l'excursus della Lettera VII vediammo di maniera
esplicita che per Platone il discorso nella forma scritta è come un 'farmaco della memoria e della sapienza' il quale
produrre la dimenticanza nell'anima di coloro che l'imparerano, perchè ricorderano dal di fuori e non dal di dentro e
dal sè medessimi, perciò la scrittura è un richiamare alla memoria.
La scrittura favorece smemoratezza nella memoria, perchè c'è aiuto esterno, bisogna del suo padre per
difender del discredito, poiche esso non è altro che l'immagine dell'oralità, che è piena di vita, è chiara e salda,
mentre il discorso scritto è inerte e non porta con sè l'animazione e giacchè nessuno scrive con serietà la scrittura non
è che mera copia male fatta del prototipo.
Il discorso orale, per Platone, è l'originale e lo scitto come immagine è di grado inferiore a esse, non nè
possiede la stessa verità e la stessa forza, o meglio, non può realizzare quello che fà l'oralità.
Dicendo per scritto il che pensa dello scritto, Platone nega l'autarchia degli scritti, negli scritti non si può
insegnare né imparare di maniera adeguata, ma solo richiamare alla memoria quello che già sano, dunque, lo scritto
è l'immagine, copia, perciò inerte, non communica la verità perchè è 'artificiale'.
Come già abbiamo detto, lo scritto è immagine del discorso orale, non è una riproduzione, pertanto,
l'immagine in quanto sensibile sono piene di cose contrarie all'intelligibilità e non trarre nessun benefici, giacchè
inganna che lo possiede, faccendo pensar di essere veramente conoscente, appunto perciò è una ombra dell'originale
ma che non è capace di aiutarsi a se stesso né di camminare da solo, ripete sempre la stessa cosa.
Nell'allegorese della caverna l'immagine prodotta della luce non svella totalmente la cosa in sè, cioè è una
faceta dell'idea della cosa, così è anche lo scritto, è una elaborazione dell'originale, ma che mai sarà come questa,
esso sarà sempre superiore e da sé stesso può scrivere nell'anima, un insegnamento vero, per sempre, alcunchè lo
srcitto è solo apparenza.
Nello scrito stà la sapienza ma di maniera inerte, que necessita del padre per farla viva e verace, così la
natura per Schelling, essa c'è in sè tutti i principi di vita, tutti queli che sia necessari per svilupparsi, ma bisogna dello
Spirito per farla svegliare. Per analogia si può dire che lo scritto non né del tutto negattivo, come lo stesso Platone
chiarisce, ma una forma di dormente (come la natura per Schelling), una prima fase, voglio dire una fase anteriore o
inferiore alla seguente, che sarebbe lo Spirito per la natura e l'oralità dialettica per lo scritto.
Si può dire anche che lo scritto è la face visibile dell'oralità, come occorre alla natura schellinguiana, perciò
per meglio che sia, per più importante e necessario che sia il discorso scritto, come anche la natura di Schelling, mai
arriverà per sè e da sé al grado supremo di suo prototipo. La natura per Schelling e lo scritto per Platone sono infatti
uno 'stato' per colui che ancora non è arrivati al grado supremo, ossia un richiamo alla memoria, un aiuto per
ricordare coloro che non è in posse della conoscenza dell'anima.
BIBLIOGRAFIA
KRAMER, H., Platone e i fondamenti della metafisica. Vita e Pensiero, Milano, 1994. 5ª edizione. pp. 337-357.
REALE, G., Per una nuova interpretazione di Platone. Vita e Pensiero, Milano, 1993. 11ª edizione. cap. III.
SZLEZÁK. T., Platone e la scittura della filosofia. Vita e pensiero, Milano, 1992. 3ª edizione.
Nome- Jorge Ribeiro de Sousa
Profº- Marco Arosio
Seminario 2º ciclo
Roma, 31 ottobre, 1994