5.
L’altrove è già qui: comunicare il cambiamento
climatico al tempo presente
Viviamo in una fascia ambientale-culturale-economica che ci fa guar-
dare lo stato delle cose da così lontano da credere che non ci tocche-
ranno mai. I mari che si innalzano, l’Antartide che si spezza, gli in-
cendi in Australia sono favole dell’altrove.
Matteo Meschiari 2021, p. 45
5.1. La storia più grande del mondo
Nell’ottobre del 2022, l’ottobre più caldo in Europa (e il quarto a livello
mondiale) degli ultimi 140 anni, trova pubblicazione The Climate Book, il
volume curato da Greta Thunberg, a cui hanno collaborato oltre cento
esperti/e in diversi campi disciplinari, con l’obiettivo di sistematizzare le co-
noscenze e le azioni necessarie a contrastare la crisi climatica ed ecologica
in corso. Scrive Greta Thunberg che questa «è la storia più grande del mondo,
e bisogna raccontarla ovunque, fin dove arriverà la nostra voce e ancora più
lontano. Bisogna parlarne in libri e articoli, in film e canzoni, a colazione, ai
pranzi di lavoro e alle riunioni di famiglia, in ascensore, alla fermata dell’au-
tobus e nei negozietti […] Su Instagram, TikTok e nei notiziari della sera. Su
polverosi viottoli di campagna e nelle strade e nei viali delle nostre città.
Dappertutto, di continuo. […] È arrivato il momento che raccontiamo questa
storia, e forse addirittura che ne cambiamo il finale» (2022, pp. 42-43).
L’invocazione di Thunberg offre delle indicazioni importanti su quali
siano alcune delle questioni che attengono alla comunicazione del cambia-
mento climatico e ai canali percorribili per divulgarla. Queste questioni sono
fortemente collegate al fatto che, per ragioni che affronterò nel corso del ca-
pitolo, tendiamo a distanziare la preoccupazione e a situare i cambiamenti
climatici in un altrove che ci impedisce di percepire l’urgenza di agire, e così
fa il racconto mediatico mainstream: «il cambiamento climatico viene co-
stantemente inquadrato come un problema distante che colpirà gli animali o
altre persone in paesi lontani in un futuro remoto» (Marshall 2014, p. 96).
Il cambiamento climatico, ovvero la variazione del clima persistente per
un periodo di tempo prolungato, causata da alterazioni nella composizione
chimica dell’atmosfera terrestre e da variazioni dell’utilizzo del suolo (La-
tini, Orusa, Bagliani 2019) è oggi «uno dei fenomeni meglio referenziati
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nella storia della scienza» (Danowski, Viveiros de Castro 2017, p. 194). Esso
può essere dovuto a processi interni o a forzanti esterne, di origine naturale
(eruzioni vulcaniche, variazioni dell’orbita terrestre, ecc.), o antropica. Pas-
sando al vaglio migliaia di studi accumulati nei decenni passati, il Panel In-
tergovernativo sui Cambiamenti Climatici (IPCC), il principale organismo
per la valutazione scientifica delle conoscenze nel campo del clima e dei
cambiamenti climatici, fondato nel 1988 dalle Nazioni Uniti e dall’Organiz-
zazione Meteorologica Mondiale, ha dichiarato inequivocabile la natura an-
tropogenica del fenomeno cui stiamo assistendo, ovvero l’aumento di tem-
peratura globale del pianeta di 1,2°C rispetto all’età preindustriale. I princi-
pali driver del cambiamento climatico sono infatti riconosciuti nel rilascio in
atmosfera di enormi quantità di anidride carbonica (CO2), metano e altri gas
ad effetto serra legati all’utilizzo dei combustibili fossili – carbone, petrolio
e gas naturale - e nel cambio d’uso del suolo (es: deforestazioni) (Latini,
Orusa, Bagliani 2019).
Tra il 1750 e il 2019, a produrre la più grande quota di emissioni globali
cumulative di CO2 sono stati, nell’ordine, gli Stati Uniti, l’Europa, la Cina,
la Russia e il Regno Unito e la maggior parte di queste emissioni è stata
prodotta dal settore energetico industriale (75%) e dell’utilizzo del suolo per
l’agricoltura (20%) (ISPI 2020). Al 2021, il cambiamento climatico è, nella
percezione di un europeo/a su cinque, il più grande problema che il mondo
si trovi ad affrontare attualmente (in Italia lo è per una persona su dieci) e la
gravità di questo problema, per tre quarti della popolazione europea, viene
definita “molto seria” (Eurobarometro 2021)1. A percepire la stessa gravità
sono anche le popolazioni dell’America Latina, del continente africano (fatto
salvo per il Nord Africa) e dell’Australia, mentre in Nord America e in tutta
l’Asia la preoccupazione è minore (Lloyd’s Register Foundation, Gallup
2019)2.
A subire già oggi, in maniera più pesante, gli effetti dei cambiamenti cli-
matici sono i Paesi del Sud Globale, che hanno contribuito meno alle emis-
sioni3 e che per le loro economie - e sistemi politici e condizioni sociali -
fragili sono più esposti alla vulnerabilità climatica (IDMC 2021) e alle sue
implicazioni, come povertà, conflitti per l’accaparramento di risorse, emi-
grazioni (Mastrojeni, Pasini 2017). Per la prima volta, nel corso della
27esima Conferenza delle Parti delle Nazioni Unite (COP27) del 2022, è
stato istituito un Fondo per la compensazione economica di questi Paesi per
1 [Link] (10 dicembre 2022).
2 [Link] (10 dicembre 2022).
3 Basti pensare che l’intero continente africano è responsabile solo del 3% di tutte le emis-
sioni prodotte globalmente.
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le perdite e i danni collegati al cambiamento climatico. Un primo passo verso
la lenta presa in carico dei diritti di giustizia climatica e un riequilibrio degli
oneri della transizione, così difficile da raggiungere per il fatto che «se le
emissioni di alcuni paesi venissero drasticamente ridotte mentre ad altri fosse
concesso di incrementarle, ne deriverebbe una ridistribuzione del potere glo-
bale. Non è certo un caso se l’aumento del consumo di combustibili fossili
in Cina e in India ha già prodotto un enorme incremento del loro peso sul
piano internazionale» (Ghosh 2017, p. 173).
Tra le conseguenze che il cambiamento climatico comporta si annoverano
la fusione dei ghiacciai e delle calotte glaciali, l’acidificazione degli oceani,
l’innalzamento del livello di mari, l’erosione della biodiversità, l’aumento di
eventi metereologici estremi, ondate di calore, nuove carestie e malattie, mi-
grazioni e, in generale, l’amplificazione delle vulnerabilità e delle disugua-
glianze sociali esistenti. La crisi non è esclusivamente climatica, poiché ad
essa si sommano e si combinano gli effetti dell’inquinamento ambientale,
dello sfruttamento intensivo delle risorse minerarie, le estinzioni di massa e
una serie di altri processi che impongono di parlare anche di una crisi ecolo-
gica. L’unico modo per contenere l’innalzamento della temperatura media
del pianeta e scongiurarne tutte le infauste conseguenze è ridurre drastica-
mente e rapidamente le emissioni di gas serra. A questo scopo, dopo vari
tentativi iniziati negli anni ’90, nel 2015, 195 nazioni hanno ratificato l’Ac-
cordo di Parigi impegnandosi a ridurre le emissioni per tentare di mantenere
l’innalzamento di temperatura entro i 2°C, obiettivo aggiornato a 1,5°C du-
rante la COP26 del 2021.
Le opzioni che abbiamo per far fronte al cambiamento climatico sono
principalmente due: le già menzionate politiche e pratiche di mitigazione,
che mirano a ridurre ed eliminare le cause del cambiamento climatico, ov-
vero le emissioni di gas serra; e le strategie di adattamento a un clima modi-
ficato, e dunque pratiche di convivenza con un clima instabile e minimizza-
zione dei danni.
L’orizzonte temporale per intraprendere azioni efficaci è sempre più ri-
stretto: le condizioni di stabilità climatica che hanno permesso lo sviluppo e
una permanenza dignitosa della vita umana e di molte altre specie sulla Terra
nell’epoca recente dell’Olocene sono già mutate. La Terra è già altro rispetto
al pianeta in cui abbiamo vissuto fino ad ora e gli sconvolgimenti che si in-
nescherebbero in alcuni ecosistemi se oltrepassassimo altre soglie critiche
«non sono reversibili in tempi umani, cioè sostanzialmente – dal punto di
vista di un essere umano – diventano cambiamenti permanenti» (Sotgiu
2022, p. 89).
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Non solo le centinaia di miliardi di tonnellate di gas serra emesse sin qui
nell’atmosfera sono potenzialmente eliminabili solo grazie a un processo
molto lento (Oppenheimer 2022), ma i meccanismi di retroazione del sistema
Terra – inarrestabili reazioni a catena che si auto-alimentano - fanno sì che,
raggiunti determinati confini planetari, «il sistema rimarrà “sovvertito” an-
che se lo scenario climatico sullo sfondo tonerà a calare al di sotto della so-
glia» (Rockström 2022, p. 36). Si ipotizza che alcuni punti di non ritorno
rispetto alla capacità della Terra di autoregolarsi, come il cambiamento cli-
matico, la perdita di biodiversità e l’alterazione del ciclo dell’azoto, siano già
stati raggiunti e altri non debbano essere superati pena la sopravvivenza della
specie umana.
Se la scienza dei sistemi complessi non è ancora in grado di descrivere
con certezza in che modo il superamento di un confine può interagire con gli
altri e compromettere il grado di abitabilità del pianeta, la realtà del cambia-
mento climatico e la necessità di un’azione tempestiva erano chiarissime già
più di trent’anni fa (Oppenheimer 2022). Sono state l’indifferenza e l’indo-
lenza iniziali e poi una lunga storia di negazione e occultamento da parte
dell’industria dei combustibili fossili (Oreskes 2022), quindi la procrastina-
zione per la salvaguardia di interessi economici e il benessere dei Paesi del
Nord globale a impedire o rallentare gli interventi di mitigazione e l’applica-
zione di politiche rivolte all’emancipazione dal carbonio.
Secondo Naomi Klein, «una crisi così grande e onnicomprensiva cambia
tutto» (2015, p. 46): la crisi climatica può essere catalizzatrice di trasforma-
zioni sociali positive a patto di una trasformazione radicale del sistema eco-
nomico attuale, basato sul capitalismo fossile. Una trasformazione non fa-
cile, dal momento che mette in discussione quel modello di qualità della vita,
di sviluppo economico e di consumo che ha permesso (ad alcuni più che ad
altri) di diventare più sani/e, più longevi/e, più benestanti. Ma che oggi non
è più sostenibile e mette a rischio la stessa sopravvivenza della specie.
Per mettere in moto questa trasformazione c’è bisogno di un’azione col-
lettiva: l’inserimento nell’agenda politica e il radicamento della questione
nelle istituzioni, la conversione delle corporazioni che producono combusti-
bili fossili e delle aziende che ne fanno uso a energie e tecnologie rinnovabili,
il supporto dei media e la partecipazione della società civile (Giddens 2015;
Whitmarsh, O’Neill, Lorenzoni 2013). Questi ultimi due attori, estrema-
mente interrelati, appaiono di cruciale importanza dal momento che il modo
in cui, come individui e come comunità, ci poniamo di fronte al cambiamento
climatico dipende anche da quanto siamo in grado di comprenderne le cause
antropogeniche e la pericolosità degli effetti, di valutare l’urgenza della que-
stione, di individuare chi ha la responsabilità di trovare soluzioni, di valutare
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l’adeguatezza delle politiche e delle misure proposte sino ad ora per contra-
starlo (Capstick et al. 2015; Tobler, Visschers, Siegris 2012; Bord, O’Con-
nor, Fisher 2000). Le rappresentazioni mediatiche «hanno un grande poten-
ziale per influenzare le percezioni e le preoccupazioni dei fruitori. A loro
volta, queste possono influenzare la consapevolezza e l’impegno dell’opi-
nione pubblica, nonché la politica» (Boykoff 2011, p. 11). La comunicazione
che passa attraverso i media è importante dunque non solo perché favorisce
la circolazione di informazioni ma perché è in grado di costruire e restituire
un “clima di opinione”, almeno per quanto riguarda i legacy media. Consi-
derando le dinamiche di interazione nei social media, a partire da questi ul-
timi si possono evidenziare diversi “micro-clima” di opinione, favoriti
dall’esposizione selettiva degli utenti a contenuti coerenti con i propri valori
e interessi e sempre più polarizzati da filter bubbles ed eco chambers (Ben-
tivegna, Boccia Artieri 2019).
Tendenzialmente, è soprattutto attraverso i media che la nostra percezione
dei cambiamenti climatici prende forma, a vari livelli e con i dovuti distin-
guo. In Italia, secondo una ricerca condotta nel 2019 su un campione rappre-
sentativo di popolazione, la fonte più utilizzata per informarsi sul cambia-
mento climatico risulta essere la televisione (65,3%), seguita dai quotidiani
cartacei o online (33,7%), dai social network (28,4%), quindi da libri, riviste,
report scientifici (19,7%) e altre fonti (Observa 2019). Ovviamente l’utilizzo
di ciascuna fonte di informazione cambia a seconda di alcune variabili so-
ciodemografiche, per cui televisione e quotidiani sono più utilizzati dagli
over 55, mentre i social media risultano più comuni tra i giovani tra i 15 e i
29 anni.
Secondo George Monbiot (2022), sono però proprio i legacy media ad
essere l’industria «maggiore responsabile della distruzione della vita sulla
Terra», perché nessuna delle industrie maggiormente impattanti «potrebbe
continuare a operare come sta facendo senza il sostegno di quotidiani, riviste,
radio e televisione» (p. 369). Dai media, secondo Monbiot, dipende il con-
senso sociale di cui hanno bisogno queste industrie per continuare a esistere
nella loro forma attuale. Dai cittadini dipende, invece, il consenso a governi
che si preoccupino o meno della crisi climatica e, in generale, «la grande
riduzione di emissioni necessaria, lo sviluppo e l’utilizzo di tecnologie ad
energia low-carbon e l’implementazione delle misure di adattamento richie-
dono tutte qualche grado di coinvolgimento dei cittadini, dal garantire il
mandato politico all’effettivo cambiamento comportamentale» (Capstick et
al. 2015, p. 36). Tuttavia, secondo Rowson e Corner (2015) «il clima sta
cambiando, ma non sta ancora cambiando noi» (p. 8), infatti, «nonostante
nessun aspetto del nostro funzionamento sociale non sia influenzato da un
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clima che cambia» (ivi), secondo i due autori, il cambiamento climatico non
è ancora pienamente diventato un “fatto sociale” e ciò è attribuibile soprat-
tutto a quanto e come esso è stato comunicato fino ad ora.
Una lettura complementare è quella di Gottschall che, in una sentenza
concisa, sostiene che: «una delle principali teorie che spiegano la lenta rispo-
sta dell’umanità al riscaldamento globale è che si tratta di una storia davvero
pessima» (2022, p. 117). È una storia “pessima”, perché innanzitutto non
viene raccontata come storia, ma prevalentemente attraverso dati e statistiche
di difficile comprensione e interiorizzazione nella vita quotidiana di cia-
scuno. Ed è “pessima” perché «non contiene eroi, né nemici, né vittime, né
moventi, né un inizio e una fine chiari, né un evento centrale, né un culmine,
né una catarsi, né un epilogo» (Marshall 2014, p. 96). Questo può però es-
sere, secondo Marshall, un punto di forza: il cambiamento climatico è quel
tipo di storia che si presta ad accogliere i significati che scegliamo di proiet-
tare su di essa, nel bene, ovvero nelle sue potenzialità di dare forma a una
storia socialmente negoziata ed ampiamente condivisa, e anche nel male,
perché si presta ad essere raccontata tramite complottismi e omissioni.
Va detto, preliminarmente, che tutti questi autori parlano di “storie” uti-
lizzando il termine come sinonimo di “narrazioni”. Nonostante il cambia-
mento climatico, come vedremo nei prossimi paragrafi, sia stato a lungo rac-
contato attraverso gli strumenti delle scienze dure, un linguaggio speciali-
stico, statistiche, numeri e dati, è ormai ampiamente condiviso il fatto che gli
esseri umani organizzano le loro esperienze e la loro memoria in forma nar-
rativa (Bruner 1991) e che sia proprio quest’ultima a permettere alle persone
di comprendere situazioni, eventi o concetti più o meno astratti e di connet-
terli fra loro e alla propria esperienza individuale (Arnold 2018). Anche dal
punto di vista sociologico, ha dunque senso guardare alle narrazioni come
«discorsi con un chiaro ordine sequenziale che collegano gli eventi in modo
significativo per un pubblico definito e che quindi offrono indicazioni sul
mondo e/o sull'esperienza che le persone hanno di esso» (Hinchman, Hinch-
man 1997, p. XVI).
Il cambiamento climatico è stato a lungo assente dal discorso pubblico,
tanto che si è parlato di “silenzio climatico”. Quando la sua storia ha iniziato
ad essere raccontata dai media internazionali, è stata probabilmente raccon-
tata nel modo sbagliato. E ciò ha contribuito a generare un rumore di fondo,
e un “affaticamento climatico” ad esso connesso, per cui in qualche modo
siamo saturi di sentir parlare del cambiamento climatico prima di essercene
occupati veramente.
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Conoscere, raccontare questa storia e individuare che ruolo ciascuno di
noi ha o può avere in essa è tuttavia uno dei prerequisiti per favorire la com-
prensione e l’impegno di individui, istituzioni, governi e industrie nella que-
stione climatica. Secondo Gottschall (2022), giornalisti e accademici sono i
primi ad avere la responsabilità di raccontare bene questa storia, attraverso
la ricerca e l’informazione. Secondo Ghosh (2017), al cuore della crisi cli-
matica risiede un fallimento immaginativo e culturale, e l’arte e la letteratura
contemporanee sarebbero le principali indiziate di questo “occultamento”, o
di un “rimosso”, che ci rende oggi privi/e degli strumenti immaginativi ne-
cessari per pensare e reagire ai cambiamenti climatici. A mediare tra le due
posizioni è Monbiot (2017), che sostiene che si dovrebbero assoldare poeti e
linguisti per farsi aiutare a trovare parole più adatte per raccontare la crisi
climatica.
Tra gli anni ’80 e gli anni ’90 sono stati soprattutto scienziati, imprese e
gruppi ambientalisti a parlare di cambiamento climatico, prima in circuiti
specialistici e ristretti, poi nei media di massa; negli anni successivi, a diven-
tare claim-makers della questione climatica sono state istituzioni internazio-
nali, organizzazioni governative e non-governative, attori, cantanti, artisti,
politici, atleti, intellettuali e attivisti (Boykoff 2011), ma la strada affinché la
questione climatica irrompesse con forza nello spazio pubblico è stata lunga
e accidentata.
5.2. Il cambiamento climatico come oggetto culturale
Il grado zero della costruzione di un oggetto culturale, e di conseguenza
di un problema sociale, è il fatto che lo si comunichi. Come giustamente evi-
denzia Luhmann, «i pesci o gli uomini potrebbero morire, fare il bagno in
mare o nei fiumi potrebbe provocare delle malattie, dalle pompe può anche
non fuoriuscire più petrolio, e le temperature medie possono scendere o sa-
lire. Ma finché su questo non si comunica, tutto ciò non ha alcun effetto so-
ciale» (2021, p. 52)4. Ecco perché rompere il silenzio climatico è il primo
passo affinché si possa definire una “questione climatica”.
4 È interessante notare che, secondo la teoria dei sistemi di Luhmann «la società è senza
dubbio un sistema sensibile all’ambiente, ma pur sempre un sistema operativamente chiuso.
Esso osserva soltanto attraverso la comunicazione» (2021, p. 51). Per Luhmann quindi, anche
rispetto alla questione ambientale, la società «può minacciarsi soltanto da sé» (ibidem, p. 52).
Certamente non nel senso che il sociologo gli avrebbe attribuito, e lontana dalle teorie “con-
nettiviste” più spesso mobilitate in questo ambito, come il pensiero di Latour, è però una let-
tura interessante, e in linea con la riflessione su Antropocene/Capitalocene, che sia la società
stessa a rappresentare (qui rappresentarsi) la minaccia e non il cambiamento climatico.
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L’emergere del cambiamento climatico come problema sociale avviene
inizialmente all’interno della definizione di una più ampia “questione am-
bientale” che si va delineando dopo la seconda guerra mondiale e, in parti-
colar modo, dopo l’esplosione della centrale nucleare di Chernobyl nel 1987
(Sturloni 2018): «i problemi ambientali salgono alla ribalta del grande pub-
blico, gradualmente ma rapidamente, grazie a una varietà di fonti: eventi
eclatanti (incidenti, esperimenti nucleari, etc.), libri scientifico-divulgativi
(come il celebre Primavera silenziosa) […], le campagne promosse da un
ecologismo che da istanza elitaria si trasforma in movimento di massa» (Pel-
lizzoni 2007, p. 1). Secondo alcuni osservatori la spiegazione è anche più
ovvia: «l’espansione economica minacciava le condizioni ambientali in
molti luoghi e questo ha portato a reagire coloro che temevano per la propria
vita, per la salute e per il proprio nutrimento» (McNeill, Engelke 2014, p.
173). Se i dibattiti sull’inquinamento industriale e il corretto uso delle foreste
avevano attraversato la seconda metà del Novecento, «l’ambientalismo di
massa nei paesi ricchi emerse da questo contesto e in relazione ai “nuovi
movimenti sociali” (pacifista, studentesco, femminista, hippie) di fine anni
sessanta» (ibidem, p. 174). La protesta ambientalista e la sua risonanza ov-
viamente non assumeva la stessa forma ovunque e traeva motivazione da
problemi diversi, spesso situati a livello locale. Nei primi anni Settanta una
serie di nuove pubblicazioni, tra le quali il Rapporto sui limiti dello sviluppo,
pubblicato nel 1972 dal Club di Roma, contribuì a portare il dibattito a livello
di circoli intellettuali e politici e il decennio diede inizio a un aumento delle
attività governative e intergovernative in fatto di ambiente, oltre che la crea-
zione di organizzazioni internazionali, convegni e conferenze in cui si stabi-
livano accordi internazionali che diventarono da lì in avanti di routine. Un
anno dopo il Protocollo di Montréal del 1987, che pose le basi per la ridu-
zione delle emissioni dei clorofluorocarburi responsabili della riduzione
dello strato d’ozono nell’atmosfera, nasce l’IPCC sotto gli auspici dell’ONU,
dedicato appositamente al cambiamento climatico. Anche i movimenti am-
bientalisti ed ecologisti locali iniziarono a formare una rete globale di attivisti
per l’ambiente dopo la Conferenza globale sull’ambiente tenuta a Rio de Ja-
neiro nel 1992, che trovò nuovo slancio, nuove configurazioni e un’atten-
zione specifica al cambiamento climatico dal 2018, quando ebbero origine
nuovi movimenti per il clima, come i Fridays for Future, i Gilet gialli, Exc-
tintion Rebellion e molti altri (Pellizzoni 2019).
L’aumentare della rilevanza del cambiamento climatico nella percezione
pubblica dalla fine degli anni ’80 in poi è confermata da diversi studi (Cap-
sick et al. 2015), che mettono anche in evidenza che se l’incremento di preoc-
cupazione nei confronti della materia rispecchia l’attenzione che le dedicano
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i media, l’aumento dell’evidenza scientifica e dell’attenzione politica, le ra-
gioni delle variazioni nella percezione del cambiamento climatico sono do-
vute a diverse variabili (Carvalho, Burgess 2005; Brossard, Shanahan,
McComas 2004; Liu, Lindquist, Vedlitz 2011; Schmidt, Ivanova, Schafer
2013; Boykoff, Yulsman 2013). Tra queste, i livelli di esposizione al rischio
climatico, i valori culturali, il contesto politico ed economico del momento
(Pidgeon 2012), la tipologia di copertura mediatica, l’essere testimoni di
eventi metereologici estremi (Capstick et al., 2015; Brulle, Carmichael, Jen-
kins 2012) e l’instaurarsi dell’affaticamento climatico (Kerr 2009; Nordhaus,
Shellenberger 2009; Kloor 2011). Alcune ricerche mostrano che il posizio-
namento individuale rispetto al problema del cambiamento climatico è meno
influenzato dalla conoscenza delle evidenze scientifiche di quanto non lo sia
da valori, credenze personali e visioni del mondo (Poortinga et al. 2011). In
tutti i casi, l’affiliazione politica, considerata singolarmente, sembra essere
il più forte predittore demografico di come le persone si rapportano alla que-
stione (McCright, Dunlap 2009; Borick, Rabe 2010).
Ciò che interessa qui è che, da un lato, «i disastri ambientali sono diventati
sempre più rilevanti sul piano culturale e politico anche perché la televisione
poteva trasmettere immagini di grande impatto emotivo a tutto il mondo»
(McNeill, Engelke 2014, p. 190) e il web e i social media hanno contribuito
a radicare ulteriormente l’ambientalismo nella cultura e nella società di
massa e favorire l’attivismo su questi temi; dall’altro lato, che le stesse mul-
tinazionali interessate a vendersi nel modo più “verde” possibile a causa di
un’aumentata sensibilità ecologica dei consumatori e di incentivi economici
o politiche inaggirabili in questa direzione, hanno contribuito – per profitto -
a portare un tema che fino agli anni ’70 era una causa della sinistra politica
e della controcultura (almeno in Europa e in America del Nord) nel main-
stream della società. Se secondo alcuni l’ambientalismo moderno, nato come
antitesi a una tesi economica globale, rappresenta ora uno degli stadi di svi-
luppo dell’Antropocene (McNeil, Engelke 2014), ci sono voluti decenni af-
finché tutti questi attori, e molti altri, costruissero l’oggetto culturale “cam-
biamento climatico”, che questo scampasse la competizione come “problema
sociale” nell’arena pubblica (Hilgartner, Bosk 1988), che la politica e il pub-
blico ne accettassero la rilevanza, e che qualcuno iniziasse a cercare delle
soluzioni o a mobilitarsi.
La lentezza dell’emergere del cambiamento climatico come problema so-
ciale è attribuibile a una serie di fattori: la già citata competizione con situa-
zioni coeve, l’influenza di alcune lobby nell’insabbiare o mettere a tacere
ripetutamente la questione, gli interessi divergenti o contrastanti di potenti
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gruppi di interesse, l’aumentata controversia politica e, fino a un certo pe-
riodo almeno, l’incertezza scientifica sul cambiamento climatico, frutto
dell’incremento e della diversificazione dei saperi, connaturata all’evolvere
dell’impresa scientifica, che ha portato con sé erosione nella credibilità del
sapere tecnico-scientifico, ma anche ovviamente le tendenze individualiste
che rendono più difficile individuare un “noi” di riferimento per la questione
e che minano la solidarietà sociale rendendo meno scontata la messa in moto
di processi di tipo cooperativo (Pellizzoni 2007; Jasanoff 2010; Donner
2011; Giddens 2015; Beck 2017).
Fra tutte le situazioni in competizione nell’arena sociale, il cambiamento
climatico presenta delle caratteristiche strutturali, e altre culturali, che rallen-
tano la sua candidatura a problema sociale e lo rendono un “wicked problem”
(Chakrabarty 2021; Brown et al. 2010), un problema contorto, che chiama in
causa troppe questioni che andrebbero risolte o esaminate allo stesso tempo
e che è caratterizzato da una dose di indeterminazione sulle conseguenze, da
molteplici interessi e conoscenze in conflitto. Come regola pratica, scrive
Griswold, «l’oggetto culturale che meglio incorpora un problema sociale è
quello che: 1) identifica senza ambiguità i fatti e li traduce in eventi rilevanti
per l’oggetto culturale; 2) cattura l’attenzione del più grande e potente in-
sieme di destinatari; 3) suggerisce soluzioni che sono nei limiti delle capacità
delle istituzioni rilevanti» (2005, p. 164). Se anche ammettiamo, fra le altre
caratteristiche “elettive”, che il cambiamento climatico sia un fenomeno che
può essere drammatizzato e che tratta temi mitici profondamente radicati
nella cultura (come possiamo supporre sia il rapporto con l’ambiente), esso
si è scontrato con due macigni: non è stato, fino ad un certo punto, politica-
mente vitale perché collegato a gruppi di interesse di direzione contraria, ma
soprattutto perché nonostante si ancori ad un “mondo sociale” - ovvero i mo-
delli e i bisogni economici, politici, sociali e culturali che caratterizzano un
particolare punto nel tempo - progressivamente più sensibile alla questione,
questo mondo sociale fa parte di quella cultura dell’Antropocene, che ab-
biamo introdotto nel primo capitolo, che non ha come mito fondativo l’am-
biente, o la natura, ma lo sviluppo, la crescita indefinita. È Marco Aime a
richiamare l’idea dell’antropologo Gilbert Rist secondo il quale «il concetto
di sviluppo svolge per la società occidentale (e non solo, vedi la Cina e altri
paesi asiatici) la stessa funzione dei miti nelle società cosiddette primitive.
Lo sviluppo è il mito fondante della società capitalistica di mercato» (Aime,
Favole, Remotti 2020, p. 122). La cultura dell’Antropocene, che ha come
mito fondante lo sviluppo, è competitiva e dunque rivolta, come abbiamo
visto nei capitoli precedenti, a tracciare confini tra un “noi” e un “loro” più
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di quanto non sia collaborativa e motivata a coalizzare un “noi” di fronte a
una sfida comune.
Vi sono, poi, delle caratteristiche strutturali del cambiamento climatico,
che lo rendono talmente complesso per cui esso è stato definito un “iperog-
getto”, ovvero «entità diffusamente distribuite nello spazio e nel tempo»
(Morton 2018, p. 11). Tra le proprietà degli iperoggetti, Morton identifica il
loro essere viscosi, ovvero attaccarsi alle entità con le quali sono in rela-
zione5, il loro essere non-locali, ovvero essere rappresentati da manifesta-
zioni locali che però non sono l’iperoggetto stesso; sono invisibili in deter-
minati lassi temporali, perché vivono nel “non più” e “non ancora”, in fasi di
intersezione temporale, e ciò rende impossibile vederli nella loro interezza6;
esprimono i loro effetti in maniera interoggettiva, ovvero non direttamente
ma solo attraverso altre entità. Ecco perché «la crisi del clima è anche una
crisi della conoscenza e della comprensione; è una delle crisi della comuni-
cazione e del sapere che si estende nel passato, nel presente e nel futuro»
(Bridle 2019, p. 68). In altre parole, «è come se la conoscenza sulla crisi
climatica fosse troppa per la sua comprensione» (Pacini 2022, p. 68).
Anche per queste ragioni, la crisi climatica ha fatto e tuttora fa fatica a
popolare lo spazio discorsivo della nostra quotidianità: «troppo planetaria
per essere locale, troppo distante per essere prossima, troppo tecnica per es-
sere culturale, troppo angosciosa per diventare uno strumento generativo,
troppo invisibile per essere tangibile nella vita quotidiana» (Van Aken 2020,
p. 7). Il problema, oggi, non è più il “silenzio climatico”, ma è capire chi
gode di maggiore fiducia e influenza per farsi narratore o narratrice di questa
storia, che tipo di storie sarebbe bene raccontare e come farlo per riuscire ad
avvicinare la questione a determinati pubblici.
Fare in modo che un pubblico riconosca un problema come tale e riesca
a coglierne la posta in gioco è, in ambito comunicativo, una questione di
framing, ovvero della cornice interpretativa che permette alle persone di dare
un senso a ciò che esperiscono (Griswold 2005; Entman 1993; Goffman
1974). Tutto ciò ci fa tornare a tematizzare il ruolo dei media nella narrazione
(e nel distanziamento) del cambiamento climatico, i limiti e le proposte per
superarli.
5 Anche per il suo essere “viscoso” rivedo un’affinità con il concepire l’Antropocene come
cultura in senso antropologico, oltre che con l’ambiente naturale che abbiamo modificato e
che ci modifica.
6 Così come, secondo Morton, «lo spazio delle fasi è l’insieme di tutti i possibili stati di
un sistema» (2018, p. 97), allo stesso modo non sappiamo se le nostre azioni modificheranno
il futuro in modo tale che l’Antropocene non lasci effettivamente una traccia come epoca (o
la Terra la ripulisca).
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5.2.1. Distanziamento di (in)sicurezza
La comunicazione del cambiamento climatico è stata definita «la sfida
comunicativa del nostro secolo» (Priest 2016). Indubbiamente lo è, per tante
ragioni: per la posta in gioco, che riguarda la sopravvivenza e la qualità della
vita umana e non-umana sul Pianeta, per la complessità e l’ampiezza del
tema, per il suo grado di politicizzazione e dunque di polarizzazione sociale,
per la difficoltà di porre una simile questione all’attenzione di un pubblico
ampio nell’età della disintermediazione, per i temi di giustizia climatica e di
squilibri di potere che chiama in causa, per l’articolazione di responsabilità
individuali e collettive, infine perché i cambiamenti climatici si presentano
come una meta-categoria del cambiamento, ovvero «una rappresentazione
aggregata di mutamenti che sono allo stesso tempo ambientali, economici,
tecnologici, sociali e culturali» (Hulme 2017, p. 152).
Di conseguenza, sono molti i motivi che rendono complicato comunicare
efficacemente i cambiamenti climatici, ovvero renderli significativi, perti-
nenti, tangibili, in una parola, vicini, alle preoccupazioni quotidiane delle
persone. Proverò ad elencarne alcuni di seguito per poi, nel paragrafo suc-
cessivo, illuminare le proposte che sono state elaborate sino ad ora per supe-
rare questi limiti.
Innanzitutto, nella “catena degli ostacoli”, l’invisibilità della crisi clima-
tica chiama in causa le nozioni di spazio e di tempo (Pacini 2022): i cambia-
menti climatici hanno una deriva lenta, difficile da percepire nei tempi di vita
del singolo individuo. Come giustamente evidenziava Beck (2017), non è
facile rendersi conto che negli ultimi 30 anni ha fatto più caldo che negli
ultimi 1400. Diversamente dal meteo, che riporta le condizioni atmosferiche
nel tempo presente (precipitazioni, nuvolosità, temperatura, ecc.) e con una
proiezione al massimo di qualche giorno, il clima non è fatto di eventi, ma
rappresenta la descrizione statistica dei processi metereologici di un luogo
nell’arco di più decenni. Il clima, quindi, non può essere visto o percepito,
può essere solo calcolato ed estrapolato da statistiche, grafici e modelli. Que-
sta è la ragione per cui quella che riteniamo essere la nostra esperienza sen-
soriale, e locale, dei cambiamenti climatici può essere fuorviante. Ed è anche
la ragione per cui alcuni studiosi, al di là delle politicizzazioni, ritengono più
appropriato parlare di “cambiamento climatico”, invece che di “riscalda-
mento globale”: non è detto che ogni singolo anno che passa risulti più caldo
del precedente, così come non tutte le regioni del mondo si stanno riscal-
dando uniformemente (CRED 2009). Ma questo non smentisce il fatto che
la temperatura media della Terra sia già aumentata e stia continuando ad au-
mentare.
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Un secondo problema è che l’emissione di anidride carbonica nell’atmo-
sfera è invisibile. Inoltre, c’è una distanza temporale e geografica tra le cause
e gli effetti del cambiamento climatico, che fa sì che da un lato non riusciamo
a cogliere immediatamente il nesso tra le nostre azioni e la reazione del si-
stema Terra, dall’altro i primi segni di cambiamento sono stati rinvenuti in
regioni pressoché inabitate da esseri umani (l’Artico, le alture, le barriere
coralline) (Moser 2010) e gli eventi metereologici estremi che ne rappresen-
tano una manifestazione locale colpiscono ancora una piccola parte del pia-
neta, con esiti più gravi in zone lontane da dove avvengono le maggiori emis-
sioni (Stoknes 2015; Filho 2019). Più in generale, le relazioni tra atmosfera,
pedosfera, litosfera, e biosfera, che regolano il sistema Terra, sono a noi in-
visibili.
Un terzo problema è rappresentato dal fatto che i dati quantitativi che ri-
levano e segnalano il cambiamento climatico non sono socializzabili per il
grande pubblico e dunque non riusciamo a metterli in connessione con le
dimensioni della nostra vita quotidiana. Si tratta, infatti, di «aumenti di tem-
peratura connessi a quantificazioni troppo piccole (2 gradi), troppo grandi
(1.800.000 tonnellate di CO2) o troppo astratte (400 parti per milione)» (Van
Aken 2020, p. 116). Inoltre, le corporazioni dell’industria fossile hanno per
anni divulgato la falsa idea che non ci fosse consenso scientifico su queste
misurazioni e sulle cause che hanno portato alle variazioni climatiche, così
come, per un presunto dovere di equidistanza, le agenzie mediatiche hanno
a lungo dato lo stesso spazio di parola a scienziati e a negazionisti (Nisbet
2009; Pelletier, Probst 2019).
Un altro fattore per cui il cambiamento climatico viene percepito come
distante è, secondo alcuni autori, attribuibile al fatto che la maggior parte
della popolazione mondiale oggi vive in aree urbanizzate e per lo più passa
il proprio tempo in ambienti climatizzati (edifici, automobili, ecc.), dunque
siamo meno in grado di prestare attenzione alle piccole alterazioni dell’am-
biente che ci circonda7 (Moser 2010) e, più in generale, abbiamo “alteriz-
zato” ed “esteriorizzato” l’ambiente, rimuovendo culturalmente le relazioni
che ci legano ad esso (Van Aken 2020).
Anche i segnali sociali (economici, politici, ecc.) che potrebbero indicarci
che il cambiamento climatico sta già imponendo delle trasformazioni ai no-
stri modelli di vita, attraverso le cosiddette “crisi energetiche”, l’aumento del
7 Ad esempio, nuovi insetti e pesci nel Mediterraneo, nuove correnti atlantiche e nuovi
venti sulle Alpi, come riporta Van Aken (2020), ma anche nuovi ritmi stagionali di matura-
zione dei vegetali che consumiamo come cibo, che hanno già richiesto un ripensamento tem-
porale delle pratiche di semina e raccolto anche nel Mediterraneo.
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prezzo dei combustibili fossili e le tassazioni sugli stessi, o gli incentivi sta-
tali per la decarbonizzazione, avvengono a macchia di leopardo, per brevi
periodi, e ancora timidamente (Moser 2010).
Vi sono poi ragioni legate all’evoluzione della psiche umana: il nostro
cervello porterebbe ancora il ricordo dei pericoli che dovevano affrontare i
nostri antenati nel Paleolitico, per cui ci ritroviamo oggi più predisposti a
reagire a pericoli immediati che non a preoccuparci di quelli che ci appaiono
ancora distanti, nel tempo o nello spazio (Moser 2010). Questo processo si
lega a quello che gli psicologi sociali chiamano “sconto iperbolico” (future
discounting) per cui gli individui hanno difficoltà ad attribuire al futuro lo
stesso livello di realtà del presente (Giddens 2015) e questo fa sì che rara-
mente si impegnino nel qui ed ora per avere una gratificazione o un com-
penso più grande in futuro.
Oltre a ciò, altre barriere psicologiche, esaminate da Stoknes (2015), li-
mitano la nostra reazione di fronte al cambiamento climatico: il fatto che esso
venga raccontato attraverso cornici catastrofiche, come un disastro che può
essere affrontato solo con perdite, sacrifici e costi aumenta la nostra sensa-
zione di paura, di impotenza e ci porta ad evitare l’argomento; quando ciò
che sappiamo (per esempio, che utilizzare energia fossile contribuisce al ri-
scaldamento climatico) è in conflitto con ciò che facciamo (accendere il ri-
scaldamento, usare l’automobile, prendere un aereo, ecc.), si innesca una dis-
sonanza cognitiva che ci spinge a sottovalutare o sminuire la posta in gioco;
di fronte a fatti inquietanti, adottiamo il diniego come meccanismo di auto-
difesa (Norgaard 2011); infine, tendiamo a cercare o accogliere informazioni
che confermano i nostri valori e le nostre convinzioni personali (meccanismo
noto come bias di conferma), rigettando o dando minor peso ai fatti e alle
informazioni che li smentiscono o che li mettono in discussione (Priest 2016;
Nerlich, Koteyko, Brown 2010).
Infine, l’ostacolo più grande è il confronto con il «cambiamento epocale
di visioni del mondo» (Beck 2017, p. 8) che il cambiamento climatico im-
pone all’umanità, e in particolare all’umanità del Nord Globale: cambiare il
proprio stile di vita e i propri paradigmi, confrontarsi con i limiti del pianeta
Terra e del proprio modello di sviluppo economico, uscire – o prendere le
distanze - dalla cultura dell’Antropocene.
5.2.2. Cornici e finestre mediali sul cambiamento climatico
Secondo alcuni osservatori (Pelletier, Probst 2019), i mezzi di informa-
zione, a livello internazionale, non avrebbero svolto un buon servizio nel
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cercare di superare gli ostacoli descritti poco sopra, anzi, avrebbero contri-
buito a rendere il cambiamento climatico lontano dagli interessi del pubblico,
abdicando contestualmente al tentativo di esercitare una pressione sulla po-
litica. I “7 peccati capitali del giornalismo”, così titola l’articolo di Pelletier
e Probst (2019) sulla rivista Internazionale, vengono rintracciati in alcune
modalità ricorrenti di inquadrare la crisi climatica: offrire eccessiva visibilità
a posizioni non scientifiche o questioni marginali; relegare la crisi climatica
tra le scienze naturali, oscurandone le implicazioni sociali, culturali, econo-
miche e rendendolo perciò un tema di interesse solo per gli appassionati di
scienza; trattare il cambiamento climatico come un tema politicamente rile-
vante solo per partiti di sinistra o verdi; individualizzare la lotta al cambia-
mento climatico tematizzandola come un sacrificio che devono fare i singoli;
omettere le responsabilità, le possibilità di intervento e il ruolo della politica
in esse; frammentare il racconto del cambiamento climatico in notizie sin-
gole fra le quali è impossibile intravedere dei nessi e comprenderne i legami
con la vita individuale e sociale; non coprire la crisi climatica ritenendo che
sia penalizzante per gli indici d’ascolto.
In generale, il giornalismo intrattiene un rapporto complesso con il cam-
biamento climatico soprattutto per gli aspetti di scala temporale già menzio-
nati. Da un lato, le routine giornalistiche sono «attrezzate per trattare “eventi”
intesi come “rotture” o momenti distinti nel tempo e nello spazio» (Bødker,
Morris 2022, p. 2) e si basano su una concezione occidentale del tempo come
lineare e fondamentalmente “stretta” sul presente (Adam 1998), che non per-
mette di cogliere le interconnessioni, sincronie e ciclicità o discontinuità che
la materia richiederebbe; dall’altro, in contrasto con tutto ciò che “fa notizia”,
il cambiamento climatico si presenta come una “violenza lenta”, ovvero una
violenza «che si verifica gradualmente e fuori dalla nostra vista, una violenza
di distruzione ritardata, dispersa nel tempo e nello spazio, una violenza per
logoramento che solitamente non viene considerata affatto come violenza»
(Nixon 2011, p. 2) e come una “catastrofe senza evento”. Così la definisce Eva
Horn, evidenziando che il cambiamento climatico difetta delle qualità del di-
sastro “normale”: «non conosce attori chiaramente individuabili o responsa-
bili, momenti precisi o un luogo facilmente delimitabili, e spesso nemmeno
uno scenario specifico come quello derivante da un attacco con armi nucleari.
Vi sono piuttosto momenti, località e sviluppi rilevanti e quasi impercettibili,
distinguibili e indistinguibili, probabili e improbabili» (2021, p. 18).
Ad uno sguardo panoramico, le ricerche scientifiche sull’argomento sem-
brano confermare queste tendenze. Non è possibile fare delle generalizza-
zioni sull’intera produzione giornalistica esistente (né, tanto meno, sui pro-
dotti di intrattenimento), anche perché, fatto salvo per alcune revisioni della
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letteratura e alcune analisi del contenuto su un corpus di quotidiani interna-
zionali, gli studi disponibili sul framing del cambiamento climatico sono
condotti per lo più a livello nazionale, con metodologie diverse, in periodi
differenti e dunque i risultati non sono comparabili né cumulabili fra loro. A
puro titolo di esempio, ripercorro i principali risultati di alcuni di questi studi
che, benché circoscritti a media nazionali, per la loro solida impostazione
metodologica e ampia circolazione scientifica si possono ritenere attendibili,
terminando con un focus sull’Italia.
Vu, Liu e Tran (2019) mostrano che la cornice più frequentemente utiliz-
zata per raccontare il cambiamento climatico nella stampa di 45 Paesi da tutti
i continenti8 è quella delle relazioni internazionali (riferibile a conferenze e
accordi, internazionali, trattati, COP, ecc.), seguita dalla cornice economica
(opportunità ma soprattutto costi del cambiamento climatico e implicazioni
per il mercato) e da quella ambientale (impatti sull’ambiente). Lo stesso stu-
dio mette in evidenza che i media dei Paesi più ricchi tendono a inquadrare
il cambiamento climatico come una questione scientifica e di politica interna,
mentre quelli con il PIL più basso enfatizzano gli impatti naturali e le rela-
zioni internazionali.
Un’analisi della letteratura scientifica sul framing del cambiamento cli-
matico9 individua tra le cornici tematizzate più di frequente, nell’ordine,
quella scientifica, economica e ambientale (Badullovich, Grant, Colvin
2020). Se le cornici economica e ambientale, all’interno delle funzioni indi-
viduate da Entman (1993), vengono più spesso utilizzate per inquadrare il
problema, quella scientifica viene utilizzata per diagnosticare le cause del
cambiamento climatico. Ad essere del tutto minoritarie, in entrambi gli studi
appena discussi, sono le cornici utilizzate per suggerire dei rimedi e, in par-
ticolare, la cornice del progresso sociale, che vede nella lotta al cambiamento
climatico un modo per migliorare la qualità della vita.
Anche dal punto di vista della narrazione per immagini, i frame visuali
più utilizzati a corredo di articoli di informazione sul cambiamento climatico
pubblicati negli Stati Uniti tra il 1974 e il 2009 risultano essere, nell’ordine,
quello della negoziazione politica (immagini di politici, conferenze interna-
zionali, ecc.), della scienza e della ricerca sul clima (immagini di scienziati,
attrezzature di ricerca, diagrammi) e del monitoraggio e della quantificazione
(rappresentazioni grafiche di dati e statistiche) (Rebich-Hespanha, Rice
2016).
8L’analisi è stata svolta su un corpus di articoli pubblicati tra il 2011 e il 2015.
9 La gran parte degli studi inclusi nella revisione, tutti pubblicati tra il 1996 e il 2017,
riguarda analisi del framing nei media d’informazione.
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Allargando lo spettro dell’indagine non solo ai quotidiani, ma anche alle
riviste, alle trasmissioni televisive e radiofoniche e alle campagne sul web,
questa volta con un focus sul Regno Unito, Ereaut e Segnit (2006) rilevano
che i repertori linguistici maggiormente utilizzati per parlare del cambia-
mento climatico sono quello allarmistico e quello delle small actions, piccole
azioni quotidiane, due modalità opposte ma entrambe inappropriate per sti-
molare il pubblico all’azione. Il repertorio allarmistico, caratterizzato da un
lessico “gonfiato”, che incorpora toni urgenti e codici cinematografici, con
la narrativa dell’irreversibilità della catastrofe e dell’incombenza della morte
produce ansia e genera un effetto di distanziamento. Il repertorio delle pic-
cole azioni, prevalente nelle campagne di informazione e nella stampa popo-
lare, adotta il linguaggio della facilità senza sforzo e della domesticità, spo-
stando la scala alla quale le azioni di contrasto alla crisi climatica sarebbero
davvero efficaci, cioè quella collettiva, a livello individuale.
Ancora, un’analisi condotta per parole chiave su 37453 film e episodi di
serie televisive andati in onda negli Stati Uniti tra il 2016 e il 2020, ha rile-
vato che solo lo 0,6% del campione menzionava esplicitamente il cambia-
mento climatico e il 2,8% sfiorava argomenti collegabili ad esso; solo nel
12% dei casi il cambiamento climatico è tematizzato in relazione all’indu-
stria dei combustibili fossili e nell’8% in relazione alle azioni individuali per
il clima (Giaccardi, Rogers, Rosenthal 2022).
Per quanto riguarda l’Italia, gli studi ad oggi disponibili riferiscono che, su
un campione di 426 articoli pubblicati nel 2016 sui due maggiori quotidiani
nazionali online ([Link] e [Link]), i frame più utilizzati per in-
quadrare il cambiamento climatico sono quello ambientale, delle relazioni
internazionali e della politica interna (Ferrucci, Petersen 2018).
Lo studio più completo, e più recente, sull’argomento è un monitoraggio
svolto dall’Osservatorio di Pavia, in collaborazione con Greenpeace Italia,
per ora sui primi due quadrimestri del 2022. Il monitoraggio presenta un’ana-
lisi quali-quantitativa della copertura della crisi climatica su 5 quotidiani ita-
liani, 7 telegiornali nazionali di prima serata e su un campione di 6 pro-
grammi televisivi di informazione10.
10 I quotidiani presi in esame sono: Avvenire, Corriere della Sera, Il Sole 24 ore, la Re-
pubblica, La Stampa. I Tg di prima serata analizzati sono: TG1, TG2, TG3, TG4, TG5, Studio
Aperto, TG La7. I programmi di informazione sono: Unomattina e Unomattina in famiglia
(Rai), Cartabianca (Rai), Mattino 5 news e Morning news (Mediaset), Quarta Repubblica
(Mediaset), L’Aria che tira (La 7), Otto e mezzo e In onda (La7). Per i dettagli metodologici
dell’analisi e i risultati completi si rimanda a: [Link]/media-e-crisi-climatica-
lanalisi-dellosservatorio-per-greenpeace-italia/ (2 gennaio 2023).
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Se nel primo quadrimestre del 2022 solo lo 0,7% delle notizie dei TG
trattava in maniera esplicita o implicita la crisi climatica, nelle trasmissioni
televisive la copertura riguardava il 6% del totale. Sui quotidiani, il 33% de-
gli articoli ha per tema centrale la crisi climatica, mentre il 24,8% ne parla
marginalmente. La visibilità del tema aumenta nel secondo quadrimestre, so-
prattutto in televisione, dove la siccità dei mesi estivi e alcuni eventi climatici
estremi (come il crollo di un seracco della Marmolada) generano notiziabilità.
Ad essere particolarmente interessanti sono i dati che possiamo mettere
in relazione con le tendenze intercettate a livello internazionale. Per quanto
riguarda la stampa, le cause della crisi climatica vengono menzionate nel
28,9% degli articoli che trattano esplicitamente del tema, mentre le conse-
guenze nel 37,7% dei casi, e sono per lo più conseguenze ambientali. Il frame
prevalente è quello politico, seguito da quello economico e da quello am-
bientale (e della stessa natura sono gli eventi notizia da cui traggono origine
gli articoli), prevalentemente trattati in riferimento al contesto nazionale.
Soggetti politici o istituzionali internazionali sono anche individuati come i
principali responsabili della crisi climatica, prima delle compagnie petroli-
fere. A parlare di crisi climatica sono soprattutto rappresentanti delle
aziende, esperti e politici.
Nei Tg nazionali le cause della crisi sono esplicitate solo nel 6,9% dei
casi e prevalentemente ricondotte all’azione antropica. Ma nessun soggetto
è esplicitamente indicato come responsabile. Le conseguenze, invece, com-
paiono nel 74,4% delle notizie e riguardano soprattutto gli impatti ambien-
tali. I soggetti del discorso sulla crisi climatica sono esperti, politici e asso-
ciazioni ambientaliste. Nei telegiornali l’evento-notizia è per il 67,2% dei
casi un evento climatico o naturale, solo nel 14,9% un evento politico. Di
conseguenza, il frame prevalente è quello ambientale.
Anche nelle trasmissioni televisive, l’attenzione alla crisi climatica è ge-
nerata nel 59,8% dei casi dall’accadimento di eventi climatici o naturali, fo-
calizzata sul contesto nazionale e inquadrata tramite un frame ambientale
(64,9%). Le cause sono esplicitate nel 46,4% delle trasmissioni, le conse-
guenze nell’80,4%. I soggetti che parlano di crisi climatica sono prevalente-
mente esperti (28,5%), politici o istituzioni nazionali (22,1%), giornalisti
(19,3%). In tutti e tre i corpus esaminati, l’argomento dei combustibili fossili
trova una frequenza del 2,3% nei telegiornali, del 6,7% nelle trasmissioni
televisive e del 4,1% nei quotidiani (Osservatorio di Pavia 2022).
Benché non possiamo stabilire alcun nesso causale tra il coverage della
crisi climatica e le percezioni del pubblico (Beltrame, Bucchi, Loner 2017),
stando alla rilevazione effettuata da Observa (2019) si riscontrano alcune
analogie: i termini che italiani e italiane associano più frequentemente al
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cambiamento climatico riguardano gli effetti ambientali dello stesso, meno
frequenti sono i riferimenti alle cause. L’ambito al quale viene prevalente-
mente associato il cambiamento climatico è quello ambientale/territoriale,
seguito da quello economico e da quello politico (Observa 2019).
Il contesto che gli studi appena riportati permettono di intravedere resti-
tuisce l’idea che il cambiamento climatico sia ancora poco (direttamente) te-
matizzato nella fiction cinematografica e televisiva e che, in questo ambito,
esso venga presentato prevalentemente attraverso l’immaginario della cata-
strofe (Horn 2021; Giuliani 2021). La rappresentazione del cambiamento cli-
matico è, ad oggi, rintracciabile in maniera esplicita soprattutto nel cinema
di fantascienza. Ne sono esempi noti i film Waterworld (1995), The day after
tomorrow (2004), Sunshine (2007), Snowpiercer (2013), Elysium (2013), Af-
ter Eearth (2013), Automata (2014), la saga di Mad Max (1979-2015). Come
fa notare Horn (2021), le opere di finzione svolgono un ruolo particolare
nello strutturare ciò che riconosciamo come “realtà”, e dunque anche le opere
di fantascienza, nel momento in cui costruiscono il futuro, plasmano anche
gli schemi immaginari sulla base dei quali percepiamo il presente. Tuttavia,
i generi della fantascienza e della letteratura fantastica «attingono tutti allo
stesso pozzo profondo, a mondi immaginati dislocati altrove rispetto al no-
stro universo quotidiano: in un altro tempo, in un’altra dimensione, oltre la
soglia del mondo degli spiriti, o al di là del confine che divide il noto
dall’ignoto» (Atwood 2011, p. 8). Di suo, il genere fantascientifico, per
quanto ci parli inevitabilmente anche del nostro presente e possa aiutarci a
immaginare futuri altri, colloca il cambiamento climatico in un “altrove”
temporale (se non anche spaziale) in cui i sopravvissuti alla catastrofe clima-
tica non possono che mettere in atto strategie di adattamento. Molti di questi
prodotti lasciano intendere che sia “troppo tardi” per contrastare la deriva del
cambiamento climatico, una catastrofe già avvenuta, di cui siamo in grado di
cogliere solo le “rovine” - «dev’essere successo tutto prima che uscissimo di
qui», recita il protagonista di The Happening (2008), risvegliandosi incolume
nel rifugio in cui aveva trovato riparo da una neurotossina mortale rilasciata
dalle piante - o che si manifesta su scale temporali inverosimili (48 ore come
in The day after tomorrow).
Più sensibile al tema sembra la letteratura (Malvestio 2021; Bould 2022),
sebbene con una preponderanza sul genere fantascientifico o distopico, come
testimoniano i romanzi Il mondo sommerso (1962) di James Ballard, Atmo-
sfera mortale (1994) di Bruce Sterling, la trilogia Science in the Capital
(2004-2007), New York 2140 (2017) e Il ministero per il futuro (2020) di
Kim Stanley Robinson, La strada di Cormac McCarthy (2006), ma anche Il
paese delle maree (2004) e L’isola dei fucili (2019) di Amitav Ghosh, Solar
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(2010) di Ian McEwan, I prati dopo di noi (2020) di Matteo Righetti, Tasma-
nia (2022) di Paolo Giordano, e molti altri.
Sostiene Pacini (2022), a ragione, che oggi beneficiamo di una grande
abbondanza di produzione di discorso pubblico sul cambiamento climatico,
ciò nonostante il lessico della crisi climatica «arranca nel descrittivo arrestan-
dosi sulla soglia del performativo. […] non centra l’obiettivo, non fa fare»
(Pacini 2022, p. 103) e dunque «[la catastrofe] non facciamo altro che “per-
derla di vista” tra una Cop e l’altra, tra un evento meteo estremo e quello suc-
cessivo, tra la commovente immagine di un mammifero che vede svanire il
suo habitat e la scomparsa dell’ultimo lembo di un ghiacciaio» (ibidem, p. 58).
La copertura del tema nell’ambito dell’informazione è in effetti, almeno
in Italia, in crescita. Tuttavia, le cause del riscaldamento globale, e di conse-
guenza le responsabilità e gli ambiti in cui agire, risultano il grande assente
di questo racconto, così come le soluzioni. A fare notizia sono soprattutto gli
effetti ambientali, intravisti negli eventi metereologici estremi. C’è da chie-
dersi se sia incoraggiante che il frame politico, negli anni, abbia preso il so-
pravvento su quello ambientale. Infatti, da un lato questo può significare che
la tematica stia uscendo dall’ambito specialistico delle scienze della Terra e
dalla sua collocazione in un dominio che culturalmente interpretiamo come
“esterno” o comunque separato dal mondo sociale. Dall’altro, se ricordare
che la questione può e deve essere affrontata in primis attraverso delle poli-
tiche a livello collettivo è necessario, lo spettacolo della (diatriba) politica
rischia di distanziare ancora di più i cittadini dall’appassionarsi alla materia
o di farlo secondo le nicchie dell’affiliazione partitica, almeno per quanto
riguarda la politica interna. Questa impressione sembra trovare conferma nei
risultati di una ricerca volta a misurare la ricezione su pubblici inglesi, statu-
nitensi e tedeschi delle fotografie utilizzate per rappresentare il cambiamento
climatico: le fotografie che ritraggono politici (e attivisti) risultano ultime in
una lunga lista sia tra le immagini che vengono più facilmente comprese in
relazione al tema, sia tra quelle che motivano a cambiare il proprio compor-
tamento (Corner, Webster, Teriete 2015).
Gli studi sulla comunicazione hanno da tempo dimostrato che per aumen-
tare la consapevolezza dei pubblici e promuovere il loro impegno attivo su
una determinata questione non basta fornire maggiore o migliore informa-
zione11, ma è più utile fare appello a valori, riferimenti, concezioni sulle quali
le persone sono già sensibili per coinvolgerle ed emozionarle.
11 Su tale consapevolezza si basa il passaggio, nella comunicazione del rischio e in gene-
rale nella comunicazione pubblica della scienza, da un modello “deficitario”, che assume che
le persone siano dei recipienti vuoti da riempire in direzione top-down con informazioni sulla
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Partendo dal presupposto che non esiste una soluzione unica che vada
bene per tutti i pubblici, e che le persone filtrano e negoziano il significato
di qualunque comunicazione a partire dal proprio background culturale e am-
biente socio-economico, nel prossimo paragrafo riporto le raccomandazioni
che la ricerca scientifica e la pratica internazionale più recente forniscono
per “avvicinare”, dal punto di vista comunicativo, il cambiamento climatico
ed evitare che esso ricada in un “altrove” che non ci riguarda.
5.3. Rigenerare la comunicazione sul cambiamento climatico
Sono molti gli attori impegnati oggi nella comunicazione del cambiamento
climatico: governi, individui e comunità, giornalisti, ONG, aziende, movi-
menti sociali, ricercatrici e ricercatori, e via dicendo. Ciascuno di questi sog-
getti cerca di raggiungere, attraverso la comunicazione, obiettivi diversi: infor-
mare, aumentare la consapevolezza o le conoscenze scientifiche di un pub-
blico, espandere il proprio business, raccogliere fondi, mobilitare persone o
disseminare buone pratiche in favore dell’ambiente, accompagnare l’introdu-
zione di nuove politiche o innovazioni, ecc. (Nerlich, Koteyko, Brown 2010;
Sturloni 2018). E ciascuno lo fa attraverso canali e formati diversi: media e
social media, comunicazioni interpersonali, campagne, festival, conferenze,
installazioni artistiche, workshop, pubblicità, dimostrazioni pubbliche, ecc.
La varietà e diversità di contesti, attori, situazioni e canali rende evidente
perché Greta Thunberg, nell’appello riportato all’inizio di questo capitolo,
suggerisse di raccontare il cambiamento climatico in ciascuno di questi luo-
ghi, attraverso ciascuno di questi canali. Perché la questione climatica sia
percepita a livello sociale come importante, è necessario costruire ed alimen-
tare un dialogo pubblico sul tema, stimolare la partecipazione di tutti/e allo
stesso (Corner, Clarke 2016), fare in modo che le persone percepiscano una
responsabilità personale ad agire e ritengano che la propria azione sia effi-
cace (Hart 2010; Feldman, Hart 2016) ma sappiano, allo stesso tempo, che
questa è condivisa (Patchen 2010) e che anche le altre persone attorno a loro
sono impegnate nella stessa causa (Priest 2016).
Innanzitutto occorre precisare che una comunicazione non è efficace “in
sé” ma lo può essere rispetto agli obiettivi che si prefigge di raggiungere ed
entro i limiti che regolano qualunque interazione comunicativa, nella quale
base delle quali poi agiranno razionalmente a un modello ecosistemico e dialogico in cui di-
versi attori, a livelli differenti, contribuiscono a questo scambio informativo, mossi da speci-
fici obiettivi, valori e interessi (Ockwell, Whitmarsh, O’Neill 2009; Priest 2016; Lundgren,
McMakin 2018; Sturloni 2018).
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esiste sempre, dalla parte dei riceventi, un margine di indeterminazione che
può dare origine a significati e impatti diversi. Inoltre, per quanto ben con-
gegnato, qualunque messaggio rischia di essere ignorato o respinto se non
proviene da una fonte ritenuta degna di fiducia e sarà accolto tanto più facil-
mente quanto più si legherà – o sarà congruente - con i valori culturali, le
norme sociali, le credenze e le visioni del mondo di un determinato pubblico
(CRED 2009; Corner, Clarke 2016; Nerlich, Koteyko, Brown 2010).
Occorre dunque conoscere la propria audience, individuare un messaggio
significativo per questa, in linea con i suoi valori, e affidarlo a una persona
che possa considerarsi un/a leader d’opinione per la stessa o una fonte vicina
e credibile, come spesso sono le reti familiari ed amicali. La sfida «non è
ribaltare i valori delle persone, ma diversificare il significato sociale e cultu-
rale dell’energia e del cambiamento climatico, in modo che la questione
possa essere “appropriata” da persone che hanno una gamma diversificata di
valori» (Corner, Clarke 2016, p. 59).
Affinché il messaggio possa raggiungere persone che hanno differenti
gradi di competenza e di conoscenza, ma soprattutto affinché possa legarsi e
radicarsi nell’esperienza concreta delle stesse, è necessario non usare un lin-
guaggio specialistico o settoriale ma tradurre i dati scientifici e le statistiche
attraverso metafore e analogie con elementi e situazioni dell’esperienza quo-
tidiana. Un esempio ricorrente è quello di far riflettere le persone su quale
stato di alterazione e malessere possa provocare un aumento di soli 2°C della
temperatura corporea umana (quando si ha la febbre) e di conseguenza per-
ché un riscaldamento così apparentemente piccolo è altrettanto se non più
grave per il Pianeta.
Come già anticipato, questa comunicazione dovrebbe essere veicolata in
forma narrativa: raccontare una storia è il modo più efficace per coinvolgere
le persone, oltre che a livello razionale, anche a livello emotivo (Jones, Song
2014; Corner, Clarke 2016; Corner, Shaw, Clarke 2018). Le raccomandazioni
sottolineano l’importanza di non adottare cornici o linguaggi allarmistici, che
possono generare sensazioni di ansia e impotenza (Nerlich, Koteyko, Brown
2010), ma di adottare frame positivi, che trasmettano la sensazione che pos-
siamo fare qualcosa per contrastare il cambiamento climatico e rinforzino un
senso di solidarietà e di auto-efficacia individuale e collettivo (Stoknes 2015).
Nello specifico, si tratta, per esempio, di parlare delle opportunità di maggiore
salute, innovazione sociale e tecnologica che agire in favore dell’ambiente per-
metterebbe di raggiungere, piuttosto che parlare dei sacrifici o dei costi del
farlo, spiegando così anche i co-benefici di un’azione climatica.
Poiché il linguaggio e le immagini usate nella narrazione del cambia-
mento climatico hanno, sino ad ora, veicolato l’idea che esso costituisca una
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minaccia futura (Clarke, Webster, Corner 2020), «il problema distante deve
essere riportato a casa; le cause e gli impatti invisibili devono essere resi
visibili; le inconcepibili soluzioni devono essere illustrate; barriere percepite
o reali all’azione devono essere spiegate come qualcosa che può essere su-
perato» (Moser 2010, p. 40). Tutto ciò si lega alla necessità di raccontare
storie nuove, vivide, concrete e personali, che siano in grado di sorprendere
e di emozionare. In queste storie, è perciò necessario parlare delle cause,
delle conseguenze e delle soluzioni della crisi climatica, connettere il locale
al globale, evidenziando e spiegando gli aspetti di giustizia climatica12 che le
attraversano13. È anche per questa ragione che occorre moltiplicare le voci,
oltre che i luoghi e i canali attraverso cui parlare del cambiamento climatico,
facilitando coloro che sono già – loro malgrado – protagonisti degli effetti
della crisi, i cosiddetti MAPAs (most affected people and areas), a prendere
parola come narratori e narratrici.
Queste storie saranno tanto più efficaci quanto più saranno corredate, o
espresse, da immagini che permettano di visualizzare cause, conseguenze e
soluzioni dei cambiamenti climatici. Le ricerche condotte in questo ambito,
volte ad individuare quali immagini siano più in grado di stimolare le persone
all’azione, ritengono valide alcune regole universali riguardo all’uso della
fotografia e altre raccomandazioni specifiche per la materia in oggetto (Cor-
ner, Webster, Teriete 2015). Ad esempio, sottolineano l’importanza di mo-
strare soggetti identificabili (esseri umani o animali) con i quali lo spettatore
possa preferibilmente stabilire un contatto visivo, piuttosto che ritrarre masse
di persone o paesaggi e correre il rischio che lo spettatore non riesca a pren-
dere parte a quello scenario o, peggio, che ne risulti un’estetizzazione della
catastrofe. I soggetti ritratti in situazioni spontanee, quindi non in posa, vei-
colano una sensazione di maggiore autenticità e vengono percepite come
meno manipolatorie e meno pubblicitarie. Le azioni e il ruolo che i protago-
nisti svolgono in esse dovrebbero essere rappresentati in scala, ovvero, nel
tentativo di rendere visibili le emissioni di anidride carbonica, si raccomanda
di mostrare le industrie o un’autostrada trafficata, non un singolo guidatore
al volante. Le immagini che raffigurano gli impatti della crisi climatica risul-
tano essere le più potenti a livello emotivo, ma dovrebbero essere affiancate
da immagini che mostrino azioni concrete che possono essere praticate, o che
12 Un sito molto utile sulla comunicazione della giustizia climatica è: [Link]
[Link] (10 novembre 2022).
13 Fra i tanti esempi possibili, risulta particolarmente attenta a tutti questi aspetti la cam-
pagna lanciata dalla Croce Rossa Internazionale in occasione della Giornata Internazionale
per la riduzione del rischio da disastro ambientale, disponibile qui: [Link]
climatici-campagna-internazionale/.
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sono già state messe in atto, per mitigare – o adattarsi a - gli effetti della crisi.
Immagini locali (e localizzate) degli effetti dei cambiamenti climatici hanno
dimostrato di ridurre la distanza psicologica degli spettatori rispetto alla que-
stione; allo stesso tempo, esse possono far perdere di vista gli aspetti di in-
terconnessione globale e dunque dovrebbero essere sempre accompagnate da
altre immagini o testi che facciano da ponte tra i due livelli. Le immagini dei
politici e delle manifestazioni di protesta risultano invece scostanti, stando ai
risultati della ricerca condotta da Corner, Webster e Teriete (2015), poiché
polarizzano le audience e risuonano solo in quegli spettatori che si sentono
affini ai due tipi di protagonisti.
5.4. A conclusione
Nel breve spazio a disposizione per questo capitolo, ho provato ad evi-
denziare alcuni degli ostacoli che hanno sin qui contribuito a rendere il cam-
biamento climatico un problema distante dalle preoccupazioni quotidiane
delle persone. Alcune ragioni hanno a che vedere con processi cognitivi ed
emotivi che rendono ostico per gli esseri umani agire di fronte a un rischio
che viene percepito come distante o futuro (Gifford 2011), tanto più quando
le sue dimensioni appaiono come soverchianti. Altre hanno a che vedere con
il senso di efficacia e di responsabilità individuale che il singolo individuo
può provare di fronte a un problema che evidentemente richiede un inter-
vento congiunto e determinato soprattutto da parte dei governi, a livello glo-
bale. Se, secondo Giddens (2015) e molti altri osservatori, nella lotta al cam-
biamento climatico le possibilità di successo dipenderanno in larga misura
dal governo e dallo Stato, è pur vero che «ciò che può essere fatto attraverso
lo Stato dipenderà a sua volta dalla manifestazione di un ampio sostegno
politico da parte dei cittadini» (Giddens 2015, p. 103). Anche secondo Cap-
sitck e Whitmarsh (2022), concentrando l’attenzione sui due estremi, il li-
vello sistemico e quello individuale, si crea una falsa dicotomia che trascura
tutto lo spazio che sta nel mezzo. Questo spazio è precisamente quello in cui
singoli e comunità, su più livelli, interpretando diversi ruoli e con azioni dif-
ferenti, trascendono la dimensione individuale per dare un contribuito «alla
ridefinizione degli stessi sistemi e culture che compongono la società» (Cap-
sitck, Whitmarsh 2022, p. 330) aprendo così la possibilità della trasforma-
zione sociale.
È in questo spazio che possiamo collocare anche il ruolo dei media, canale
oggi privilegiato non solo per l’interazione sociale ma anche per larga parte
della riproduzione culturale. Anche a loro è affidato «il compito difficile, se
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non impossibile, di rendere accessibile all’esperienza umana una cascata di
eventi che si svolgono su multiple scale, molte delle quali non umane» (Cha-
krabarty 2021b, p. 111). Uno dei principali problemi che abbiamo nell’affer-
rare il cambiamento climatico è, infatti, costruire un campo di senso comune
attorno a una serie di dati troppo astratti per costituire la leva di una reazione
e ad esperienze localizzate di un fenomeno che non è solo globale, ma pla-
netario.
Le statistiche sembrano suggerire che nei Paesi colpiti dagli effetti più
pesanti del riscaldamento globale la preoccupazione per lo stesso sia mag-
giore, e lo sia in funzione del grado di istruzione (Lloyd’s Register Founda-
tion, Gallup 2019). America Latina, Africa, Medio Oriente e Oceania sono
anche i Paesi di cui i mezzi di informazione in Italia parlano meno, come
evidenziano i risultati dell’ultimo rapporto Illuminare le periferie (2022). Se
questi dati ci dicono che fondamentalmente non ci interessa molto di quello
che succede altrove, benché le interconnessioni che ci legano in quanto Ter-
restri siano sempre più evidenti, una ulteriore sfida è rappresentata dal fatto
che per agire in tempo dobbiamo fare un’operazione di backcasting: chie-
derci quali cambiamenti servono nel presente per pervenire a stati futuri al-
ternativi (Giddens 2015). E promuovere, tutti e tutte, questi cambiamenti per
riparare a quello che qualcuno/a più di altri ha fatto in passato, e continua a
fare, senza la gratificazione di poterne sperimentare gli esiti sul breve pe-
riodo, quindi a vantaggio di ulteriori altri. Dobbiamo, insomma, proiettarci
al più presto in un futuro che non esiste ancora facendoci «domande inattuali
e prosociali» (Meschiari 2021, p. 35): «l’idea di responsabilità ci introduce
nel gioco della fine non più come protagonisti passivi ma come coautori. Un
aspetto negativo ma anche positivo, per ripensare non solo le responsabilità
ma anche la nostra capacità di reagire» (ibidem, p. 46).
Ecco perché, come sintetizza Mauro Van Aken nel bel libro Campati per
aria (2020), i cambiamenti climatici sono innanzitutto cambiamenti cultu-
rali: per le conseguenze sociali delle trasformazioni ambientali, per gli osta-
coli, tutti socio-culturali, che abbiamo a superare l’inazione, per le pratiche
che possiamo mettere in campo per elaborare forme di risposta.
È di buon auspicio, dunque, che i legacy media, a livello nazionale e in-
ternazionale, diversamente da quanto accadeva anni fa, abbiano iniziato a
inquadrare il cambiamento climatico come un problema politico, oltre che
ambientale, anche se parlano ancora troppo poco di chi sono i responsabili
della crisi climatica, di quali sono le soluzioni per affrontarla e delle impli-
cazioni sulle disuguaglianze sociali esistenti, e troppo dei “costi” economici
di una transizione ecologica. È rassicurante, dall’altra parte, che i social me-
dia offrano uno spazio diretto e partecipativo di interazione su questi temi,
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che ha da subito - grazie anche all’intermediazione dei profili dei movimenti
sociali e degli attivisti climatici - inquadrato il riscaldamento globale in ter-
mini politici e di giustizia sociale, senza perdere di vista le small actions che
individui e comunità possono mettere in pratica come contributo a più ampie
strategie di mitigazione e adattamento.
Negli anni è aumentata notevolmente anche la ricerca sulle pratiche co-
municative adottabili per ancorare la comprensione del cambiamento clima-
tico alla cultura dei diversi pubblici e favorire il superamento di narrazioni
allarmistiche o catastrofiste che stimolavano per lo più sensazioni di paura,
impotenza o diniego.
Nel corso del capitolo ho provato a sintetizzare le raccomandazioni ela-
borate in questo ambito, raccomandazioni che di fatto sono l’esito dell’ele-
zione a “buone pratiche” di modalità di sensibilizzazione e coinvolgimento
della società civile testate nell’ambito della comunicazione sociale tout court
da enti governativi, non governativi e intergovernativi. Il beneficio che l’ap-
plicazione di queste raccomandazioni può portare va sicuramente a vantag-
gio di un giornalismo più accurato e coinvolgente e di una comunicazione
pubblica più accorta ai temi di giustizia sociale che i cambiamenti climatici
chiamano in causa. Tuttavia, se la crisi climatica necessita di essere affron-
tata con un approccio sistemico e concretamente interdisciplinare, che pro-
muova un nuovo contratto sociale tra scienza e società, un nuovo contratto
tra responsabilità individuali e collettive, un nuovo contratto tra Nord e Sud
Globale, un nuovo contratto tra politica ed economia, un nuovo contratto tra
umani e non-umani, è proprio sul terreno della cultura, intesa qui come
mezzo di rappresentazione collettiva e luogo di costruzione di significati
condivisi, che può costruirsi una “metanarrazione” del cambiamento clima-
tico come storia comune. Lungi dall’essere la storia di un anthropos indiffe-
renziato dietro le spoglie dell’uomo, bianco e occidentale, se si aprono gli
adeguati spazi di ospitalità mediatica, ci si accorge che questa storia viene
già raccontata in maniera polifonica, policentrica e intersezionale, come si
può osservare anche solo guardando alla Biennale d’Arte di Venezia del
2022. Ben venga allora che, oltre all’informazione, la letteratura, il cinema,
l’arte e ogni altra forma di narrazione, a modo proprio, senza per forza ade-
rire alla ricerca basata sulle evidenze, raccontino questa storia, perché «la
vera catastrofe si ha quando la catastrofe scompare e diventa invisibile»
(Norgaard 2011, p. 110) e perché il primo modo per prendere le distanze
dalla cultura dell’Antropocene è produrre cultura sull’Antropocene.
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