LETTERATURA ITALIANA - SECONDO MODULO
Coordinate propedeutiche sulla letteratura
Davanti ad un testo bisogna avere un metodo, ovvero una strada, ma per affrontare questa
strada occorre avere una ragione che spinge a leggere un testo (per piacere, perchè sei
obbligato ecc). Questa è la caratteristica del lettore. Ma qual è la ragione che spinge l’autore
a scrivere un’opera? C’è sempre qualcosa che ti muove. Il testo è tutto il nostro bene, è ciò
che noi abbiamo di quel determinato autore.
Dietro una parola c’è tutto un mondo da capire. Scoprendo qual è la ragione, che non
sempre ci consegna lo scrittore, si capisce col tempo anche lo scopo che ha un testo.
Attraverso un testo arriviamo alla verità. Ogni singola parola quindi ha un suo valore e ci
permette di scoprire la verità di quel testo e quindi anche la sua realtà.
La biografia di un autore è fondamentale. Questi tre gradini (metodo, ragione, scopo) ci
fanno riscoprire la centralità del testo, è un’indicazione metodologica e anche deontologica
cioè ha una sua morale.
La letteratura è ciò che davvero arriva a farci capire la moralità di un momento, di un testo e
del motivo per cui un autore scrive un’opera: al centro c’è una persona, c’è il capire quella
verità e quella realtà che solo l’uomo può capire. “Il mondo sarà salvato dalle lettere” cit.
Marsilio Ficino. Al primo posto occorre mettere la persona, chi studia letteratura mette al
centro l’uomo: la parola ha davvero un grande potere. La parola è importante perché può
veicolare la verità. “Un classico non ha mai finito di dirci tutto quello che ha da dirci” cit. Italo
Calvino: un testo rivive perché viene letto, un testo riletto in un determinato periodo storico
permette di comprendere ancora di più l’essenza di quelle parole.
La centralità è proprio quella che dobbiamo avere con la parola:
1. La facoltà della parola
2. Il discorso articolato (con un verbo, sostantivo ecc) per farsi comprendere
3. La parola come segmento dotato di significato, vocabolo
Aristotele dice che è dell’uomo avere la parola. La voce può indicare qualcosa che è gioioso,
doloroso, ma non dice tutto. La parola esprime ciò che è giusto, ciò che non è giusto, è ciò
che fa percepire il male e il bene: è quell’architettura del pensiero che mi porta a capire qual
è la verità.
La parola è logos, la parola crea. La parola riesce a costruire un legame.
- La parola implica una relazione, un dialogo: il testo non è morto, vive grazie a noi che
lo leggiamo.
- La parola diventa un metro di giudizio: esprimiamo il nostro parere dopo aver letto un
testo.
- Ogni uomo è un nuovo Adamo, cioè colui che dà il nome a tutte le cose. Espressione
ripresa da Pascoli nel Fanciullino dove dice che bisogna “riscoprire ogni cosa”
- Il silenzio è il luogo generatore di parole. È la conseguenza di questo dialogo che si
crea.
La parola porta con sé una grande responsabilità. La parola se mal usata può essere una
calunnia, può distruggere la vita di una persona.
UGO FOSCOLO
Ha avuto un ruolo fondamentale tra la fine del 700 e l’800. Ha vissuto a cavallo di questo
passaggio dal 700 all’800. Nasce a Zante, un’isola del Mar Ionio, ha quindi un’origine
dalmata. Non abbiamo molte notizie sulla sua infanzia, dobbiamo dire grazie a Francesco
Carrara che è vissuto quasi in quel periodo e riuscì a darci qualche notizia della sua infanzia
e di dove studiò, a Spalato, in un momento significativo della sua vita. Si è mosso in un
periodo politico importante. L’uomo di lettere sta in prima linea, non si tira indietro. Foscolo
aveva grandi valori, quello della patria soprattutto, quello di voler capire chi seguire. Subito
però la sua aspirazione era quella di seguire gli studi classici, ecco perché la cultura per lui
diventa premiante e capisce che può essere un veicolo e vuole assaporare quel fermento
culturale.
Incontra Ippolito Pindemonte, ha a che fare con persone che volevano mettere la cultura al
servizio della società. Crescendo comprende che vuole dare il via all’idea di una letteratura
che sia cosmopolita, aperta ad una cultura europea. Ecco perché le traduzioni per lui
diventano fondamentali. C’è anche l’aspetto politico: l’arrivo dell’esercito di Napoleone in
Italia. Foscolo è entusiasta perché voleva perseguire quelli che potevano essere gli ideali di
libertà e democrazia che forse Napoleone poteva portare con sè. Quindi se da una parte
pian piano inizia a usare la penna per iniziare le sue prime opere (amore per la cultura che
cresce) dall’altra c’è un desiderio che forse il nuovo vento politico possa portare una novità.
Prima tragedia di Foscolo: il Tieste. Ha un responso positivo anche da parte di Vittorio Alfieri.
Ci sono subito questi aspetti positivi ma l’arma della penna non è sufficiente, si arruola infatti
come volontario tra i cacciatori della Repubblica Cisalpina e da questa esperienza pubblica
l’ode “Bonaparte Liberatore”, come se fosse un momento di gaudio totale. Trattato di
Campoformio: lo stato veneziano viene ripartito tra Francia, Austria e Cisalpina e quindi
Venezia viene ceduta all’Austria, questo trattato genera una delusione totale da parte di
Foscolo che pensava che tutte le città veneta sarebbero state riunite da Napoleone che lui
diceva essere un liberatore. Decide quindi di spostarsi a Milano. Milano diventa un crocevia
fondamentale verso al fine del 700, diventa una città quasi di cultura. Foscolo partecipa
subito a tantissime riunioni, collabora ad un giornale “Monitore italiano”. Se prima Foscolo
era filo giacobino ora è attento a tanti problemi riguardanti i confini territoriali, i profughi
veneziani che avevano lasciato la loro città per trovare un luogo più sereno. Il giornale viene
soppresso dalla censura napoleonico. Foscolo non si arrende, si sposta a Bologna dove
incontra Parini e Monti. Inizia a collaborare a tanti giornali perché non vuole rinunciare alla
sua idea di un'indipendenza nazionale, alla libertà, alla sovranità di popolo. Ed è proprio in
questo periodo bolognese che dà avvio al suo primo Ortis che diventerà le ultime lettere di
Jacopo Ortis.
Nonostante queste difficoltà politiche non si stanca di essere in prima linea dal punto di vista
militare, chiede di partecipare al tentativo di invadere l’Inghilterra, richiesta che viene accolta
e in questo periodo traduce in versi sciolti l’Iliade. Dopo questa esperienza militare torna in
Italia intorno al 1806: i primi mesi dell’800 sono caldissimi per la nostra Italia e Milano. Si
ferma però a Parigi dove incontra Manzoni che ha appena dato alle stampe il carme “In
morte di Carlo Imbonati”, ovvero un connubio tra ragione e cuore. Questa lettura per Foscolo
sarà fondamentale. Nel 1807 Foscolo dà alla luce “I Sepolcri” e diventa ancora di più un
maestro a cui guardare. Il 18 marzo del 1808 viene nominato professore di eloquenza
italiana e latina all’Università di Pavia che all’epoca era considerata università milanese
perché non ce n’erano altre. Napoleone, pur sapendo le idee di Foscolo, sapeva che era un
uomo che veniva letto e seguito e l’idea di Napoleone era quella di avere in mano la cultura
perché potessero veicolare quello che voleva lui, le sue idee politiche e economiche. L’uomo
di cultura doveva integrarsi nel regime politico, doveva esaltare le sue gesta. A novembre
tuttavia questa cattedra viene soppressa proprio perché si capisce che forse era troppo
rischioso. Ma Foscolo decide lo stesso di fare una prolusione e un ciclo di lezioni
gratuitamente, tanti andranno ad ascoltarlo.
”Dell’origine e dell’ufficio della letteratura” - Foscolo
Nella letteratura coincidono la filosofia, che esplora il vero, la ragione (in questo caso
politica), che spinge a capire quello che accade, e la poesia che, attraverso la parola, riesce
a riscaldare i sentimenti, gli affetti, colora, dà musica.
L’eloquenza deve arrivare a convincere, quindi come stanno insieme la ragione, la verità e
quindi tutto ciò che colora e rende bella la parola? È come se facesse un discorso per far
capire a chi lo ascolta questa domanda che porta con sé la verità politica ed economica di
quello che sta vivendo e di quel desiderio di libertà che non può essere soffocato.
Quando la parola perde di vista il fatto di essere uno strumento che riscalda il vero e
abbellisce allora è come se non avesse più una sua fondatezza e dignità. La letteratura
illumina il vero e questo lo si vede all’interno delle biblioteche. Nel testo fa tante domande,
instaura un dialogo. È la prima volta che gli italiani vengono chiamati così: l’idea di un
popolo, di avere una propria dignità, cosa che gli stranieri invece fanno già di loro. Nei liberi
si riconosce qual è la nostra storia, la nostra origine ed è in queste storie che viene spiegata
la nobiltà dello stile, la bellezza dello scrivere, l’incanto della poesia. Oltre alle biblioteche
esorta anche a visitare l’Italia, andare nelle terre a vedere le tracce della nostra storia:
sembra banale ma non lo è perchè si passa sempre dai segni, a tutto ciò che fa memoria di
ciò che siamo stati. Bisogna anche sapersi prostrare, la tomba in senso stretto è il simbolo di
chi ha raggiunto un obiettivo. La letteratura deve essere morale cioè deve veicolare quello
che è lo scopo. Non sarà così per tutti (per D’Annunzio ad esempio è qualcosa di sonoro,
non di morale: l’arte per l’arte). La moralità viene raggiunta attraverso la parola. In questa
prolusione smuove le fondamenta perché invertiva quella che era stata originariamente
l’idea di Napoleone che voleva dominare la figura del letterato. Il letterato non deve
prostituirsi a ciò che è in voga ma deve arrivare alla verità.
Dopo questa prolusione fa un ciclo di lezioni gratuite. Il primo ciclo è fatto da due lezioni: la
prima “de principi della letteratura”, la seconda “de la lingua italiana considerata
storicamente e letterariamente”. Dopo fa un’interruzione e dà origine a un secondo ciclo che
è tripartito che si intitola “della morale letteraria”. Di questo secondo ciclo la prima si intitola
“la letteratura rivolta unicamente al lucro”, la seconda “la letteratura rivolta unicamente alla
gloria”, e la terza “la letteratura rivolta all'esercizio delle facoltà intellettuali”. Solo i titoli ci
dicono già il suo concetto. La letteratura non deve essere fatta per guadagnare.
“Della morale letteraria” - 1^: La letteratura rivolta unicamente al lucro”
La letteratura risponde a quello che è il bisogno dell’uomo, della società, non scrivo tanto per
scrivere ma può far capire la verità. La parola riesce a vincolare il pensiero, le idee. Ha il
grande dono di poterlo fare abbellendo quello che sta dicendo e questo è quello che fa
accendere la passione e fa sì che un testo rimanga nel tempo e diventi un classico. Ecco
perché lo scrittore ha una grande responsabilità.
due sono i grandi doni: la ragione e l’eloquenza. La ragione serve per discendere il vero,
l’utile, lo scopo. L’eloquenza serve per comunicare, fa dialogo, crea una relazione. Tutti
hanno nel cuore questo desiderio. Tutti hanno nel cuore l’intelletto di capire il vero. Il
letterato ha questa grande capacità perché riesce a rendere chiara l’unione del cuore con la
ragione e di fare sì che rimanga e persista.
SILVIO PELLICO
La figura di Silvio si situa come il discepolo di Ugo Foscolo; molto attivo nell’ambiente
culturale insieme a Debriere e Borsieri. Diede vita al giornale “Il Conciliatore”.
Biografia
Nasce a Saluzzo 1789, il padre era un negoziante di nome Onorato, la madre era originaria
della Savoia era molto dedita ai figli e trasmesse la fede cattolica al figlio che ritornerà nella
sua vicenda esistenziale. La famiglia si trasferisce a Pinerolo a causa delle invasioni
francesi. Il lavoro del padre poi fallisce e quindi si trasferiscono a Lione qui Silvio assorbe la
cultura degli ambienti d’oltralpe ed entra a contatto con l’illuminismo (Voltaire). Quindi mette
in dubbio la fede che la madre gli aveva insegnato e inizia un cammino culturale basato sulla
ragione come l’illuminismo insegnava. Il padre trova un impiego presso il ministero della
guerra e quindi si trasferisce a Milano e in questo periodo entra in contatto con la cultura
lombarda e Ugo Foscolo che diventa per lui un maestro. Il giudizio che Foscolo aveva di
Pellico era importante; lo considerava come colui che avrebbe potuto fare grandi cose.
La stima di Ugo Foscolo era tale che Pellico inizia a capire che la scrittura era qualcosa di
importante; La prima tragedia che scrive Pellico si intitola “Lauda mia” e Foscolo gliela
corregge. Foscolo dice che aveva in sé qualcosa di nuovo e che iniziava a intravedere
Pellico l’arte dell’immaginazione che puntava a mostrare il vero utile per veicolare
determinati principi. Quando Foscolo lascia Milano, lascia detto a Pellico di vendere i suoi
libri e di raggiungerlo in esilio, gli fa spedire alcuni suoi manoscritti; tra i due c’era un
rapporto solido gli venne data un'eredità culturale
Pellico non seguirà Foscolo perché capisce che c’è bisogno di portare avanti un’attività
culturale e si imbatte nella figura di Ludovico di Breve che diede il via alla poesia classico
romantica (Il padre di Ludovico divenne il Ministro degli interni a Milano dove lui si spostò
con la sua famiglia, scrisse “Intorno all’ingiustizia di alcuni giudizi letterari italiani” dove
difendeva Madame de Stael). Pellico si avvicina a Ludovico che era aperto all’incontro di
nuove culture e personalità; la sua casa diventa circolo culturale importante; Possedeva
anche un palchetto alla scala
Silvio Pellico fa correggere a Ludovico la sua seconda tragedia “Francesca da Rimini” che fu
rappresentata nel 1815 ed ebbe molto successo perché aveva in sé quell’amore al culto
dantesco che era come il profeta dell’unità nazionale, un ideale a cui guardare. Pellico
diventa una sorta di “cirenino” della vera cultura. “Il conciliatore” fu una testata giornalistica
molto innovativa per l’epoca. Veniva chiamato foglio azzurro perché il foglio in cui veniva
stampato era ceruleo. Durò molto poco perché venne minacciato dalla polizia austriaca. La
novità di questo foglio azzurro era il fatto che non voleva convincere delle sue idee, ma
guardava a quelli che erano gli ideali di libertà e verità: aveva una fisionomia italiana
illuminata da un'ispirazione europea.
Non si voleva convincere nessuno ma accogliere tutto ciò che veniva proposto.
Si chiamava conciliatore proprio perché si voleva sviare il fatto che se da una parte
sembrava che si volesse conciliare ogni convinzione dall’ altra non si voleva far venir meno il
concetto della rinascita. All’epoca era particolare perché accoglieva ogni tipo di argomento
era interdisciplinare (NOVITÀ). Ma questo nuovo modo di guardare agli argomenti diede il
via alla modernità letteraria anche a livello giornalistico; Pellico venne poi arrestato per una
soffiata perchè il primo ad essere arrestato fu il suo amico Baroncelli, musicista e
nell’arrestare Baroncelli arrivarono anche a Pellico.
Fu a partire da questo arresto che Pellico scriverà il testo “Le mie prigioni”. Una volta
arrestato fu portato nel carcere a Milano, verrà poi spostato per un po' anche sull’isola di
San Michele e poi verrà spostato nuovamente in fortezza austriaca.
Torna a Torino nel 1830. L'ultimo tratto della sua vita è un periodo altrettanto importante:
elabora l’importanza che la cultura ha avuto per lui nel momento in cui era recluso tanto che
dà alla luce “Le mie prigioni”. La sua vita in questi anni sarà una continua scrittura. Divenne
un maestro per molti giovani, sa che bisogna far crescere un “erba buona”. Morirà nel ‘54
per una malattia polmonare. Vita all’insegna della scrittura e della cultura.
“Le mie prigioni”
Per lui nel momento del carcere la cultura ebbe un ruolo significativo. Ha un andamento
molto scarno sintetico, caratteristica che troveremo anche in “se questo è un uomo” di primo
Levi; quando si vive una situa così tragica bisogna arrivare all’essenziale, non ci si perde in
tanti fronzoli e sentimentalismi ma quelli che ci sono servono per dimostrare quello che
vuole comunicare 99 capitoli ma molto brevi; 55 capitoli sono quelli di cui racconta finché sta
sull’isola di S Michele, vicino a Burano, gli altri 44 su quello che subisce nella fortezza
austriaca. C'è un po' di sproporzione, quello che passa in quegli anni nel carcere nella
fortezza austriaca per lui sono molto dettagliati rispetto agli altri. Cerca di raccontare
l’atrocità vissuta mostrandola in modo velato. Lui non avrebbe voluto scrivere questo testo
ma avendo continui colloqui con il teologo Giambattista Giordano direttore di Coscienza si
convince a farlo perchè quello che vuole mostrare è un cammino di conversione umana
intellettuale e morale; nello stesso tempo denuncia anche le cose terribili che gli sono
capitate
Ci troviamo in momenti politici e storici non facili quindi bisognava stare attenti a ciò che si
scriveva; Questo lo vediamo leggendo “L’esergo” quello che scrive come prefazione.
“L’esergo” è tratto da un libro biblico e dice: “L’uomo è nato di donna a breve età e pieno di
travaglio” → L’uomo appena nato porta dietro a sé un travaglio non solo quello della
mamma, anche il bambino fa fatica durante il parto
Perchè iniziare questo libro con questo argomento: Sottolinea che al primo posto c’era
l’uomo e non Dio. Mette in evidenza la fatica e il travaglio che lui ha vissuto ma che è tipica
di tutti gli uomini
Scrive queste “memorie” per:
- confortare chi legge
- vuole attestare che nonostante tutti i suoi tormenti e le sue fatiche vissute l’uomo non
è così terribile c’è qualcosa che lo ha sollevato
- invita ad amare e insegna che è inutile odiare
- ridice una verità scontata ma dimenticata ovvero che la religione e la filosofia
comandano l’un l’altra; Vede questi due doni come ciò che ci permette di raggiungere
la giustizia e la dignità
Questa prefazione è introduttiva ma quasi un testamento spirituale come un cammino di
formazione ma lo mostra in modo velato. Bisognava scovare se c’era qualcosa che potesse
non essere in linea con il governo dell’epoca. Sono 99 capitoli ma fece delle aggiunte i
cosiddetti 12 capitoli aggiuntivi e li fa perchè qualcuno gli chiede di approfondire a
determinati aspetti e qui si lascia andare e si sfoga in modo più forte tant’è che non sempre
l’editore acconsentiva che ci fossero queste note aggiuntive.
Analisi: Tutti questi brevi capitoli che scrive sono come se fossero delle finestre che si
aprono e si chiudono; non da un titolo ai capitoli. Anche questo fa parte dell’importante del
come “confezionare” un libro.
Primo capitolo
È sintetico e scarno ma preciso puntuale. Dice il giorno, la data, l’anno e il luogo in cui fu
arrestato. Si paragona ad un “amante maltrattato dalla sua bella” per far intendere che ha
sofferto moltissimo. Ci dice che ha fatto un interrogatorio lunghissimo, denuncia ciò che ha
subito ma ribadisce di non voler parlare di politica. Poi descrive nel dettaglio la prima notte di
carcere, l’angoscia, la solitudine e l’abbandono dei pensieri che ti assalgono in quel
momento.
Terzo capitolo
Lo possiamo sintetizzare con il concetto di quella religione con la quale lui deve fare i conti
in quella situazione:momento tragico in cui si trova solo sono i momenti in cui l’uomo pensa
di più. Pellico ci fa sentire come se fossimo lì. Sottolinea nuovamente dell’interrogatorio. Ha
come tema la religione perché il riferimento a Gesù è grande. Il seme della religione messo
dalla madre che lui crescendo aveva messo in disparte ora invece l’immagine del pensare i
genitori a casa che stanno soffrendo tanto quanto la santa madre Maria soffre a vedere suo
figlio andare verso la collina dove sarà ucciso.
-->Inizio di riscoperta della fede e di come si sta riavvicinando alla conclusione di
comprendere e amare Dio
Sesto capitolo
Anche se riacquista la fede non vuol dire che può vivere tranquillamente e serenamente; il
suo è un cammino di formazione e lui è solo all’inizio e sicuramente
Un aiuto concreto fa la presenza fisica dei libri che riesce ad avere in carcere: la bibbia e il
dante e il custode aveva anche altri libri ma i libri erano tutti di argomento erotico e lui non
aveva la forza di ridere ma impara ogni giorno un canto di Dante e qualche passo della
Bibbia. Non lo fa in maniera moralistica ma capisce che questo è l’inizio e che queste letture
lo aiutano ad affrontare questo cammino. Inizia a considerarlo come strumento che possa
aiutarlo a intraprendere un cammino che può aiutarlo a mettere in atto una preghiera che
possa dargli un sollievo disperato. La solitudine perdeva ogni giorno il suo orrore;
Il capitolo 3 e 6 sono quelli con i quali c’è una ripresa della sua umanità che è una sfida la
vita in carcere non è facile.
A un certo punto arriva a dire che la Bibbia non gli serve più da divino diventa un libro
“polveroso” un “libraccio”. Dal momento in cui riapre questo libro ne riconosce che non ne
aveva più bisogno e da questo momento riprende il godimento della Bibbia, il desiderio di
leggere questi libri riprende a leggere anche la Divina commedia.
Riprende in mano la sua vita.
PROMESSI SPOSI
È un libro che parla dell’uomo, l’uomo è sempre messo al primo posto.
Manzoni nasce a Milano da Pietro Manzoni e da Giulia Beccaria che era figlia di Cesare
Beccaria il celebre autore dei Delitti e delle Pene. I due genitori si separano e la madre va a
Parigi dove si unisce a Carlo Imbonati. Manzoni si impasta con quella che era la nobiltà
milanese, la cultura neoclassica (es. Vincenzo Monti). Capisce subito di avere la penna
facile, subito inizia a cimentarsi fin da giovanissimo si distingue per “Il trionfo della libertà”
che era un po’ il mettere in evidenza quello che era accaduto con il Trattato di Campoformio.
Poi si cimenta anche in una sorta di autoritratto, un sonetto su Alfieri. Frequenta l’università
a Pavia ed è qui che incontra e stringe delle amicizie con Vincenzo Cuoco, Ugo Foscolo ecc.
Primo grande evento è il 1805 quando muore Carlo Imbonati e scrive “In morte di Carlo
Imbonati” pubblicato nel 1806, fulcro dell’unione tra cuore e ragione che già aveva presagito
Ugo Foscolo. Manzoni, giovanissimo, capisce che questo sentire e meditare è all’origine di
ciò che vuole mostrare con le sue future opere, ha questo desiderio, perché andare a fondo
di ciò che desidera il suo cuore gli permetta di diventare più uomo, di avere un ruolo in un
tempo e in uno spazio. A Parigi incontra anche coloro che erano impastati di una cultura
illuminista, la stessa che aveva assaporato Silvio Pellico a Lione. Diventa amico di Fuorielle
(?). Incontro fondamentale con colei che sposa nel 1808 cioè Enrichetta Blondel prima con il
rito calvinista e poi nel 1810 con rito cattolico: questa è una svolta significativa, è una
religione impregnata di un influsso giansenista perché di fatto si avvicina molto all’abate De
Gala. È una svolta perché inizia a comporre gli Inni Sacri (“La Resurrezione”, “Il nome di
Maria”, ecc.). L’ultimo Inno Sacro, la Pentecoste, vedrà la luce nel 1822. Questo aspetto
religioso è compensato però anche dall’attenzione agli avvenimenti storici e politici. Scrive
come odi civili “Aprile 1814” e poi anche “Il Proclama di Rimini”. Decide di non partecipare al
“Conciliatore” anche se condivideva tutto, non si immischiava mai in nessun dibattito
pubblico culturale, dava le sue opinioni attaverso le sue opere ma non appartenendo a nulla.
“Le osservazioni della morale cattolica”: il suo cammino religioso prende sempre più piede.
Le due tragedie “Conte di Carmagnola” e l’”Adelchi”: sono innovative perché iniziano a
gettare le basi per l’opera a cui si avvicina sempre di più, i Promessi Sposi. Momento ancora
più fertile perché è agli inizi del 21 inizia a pensare di scrivere un’opera che sia davvero per
tutti. Nel 1821 è il primo momento in cui scrive la prima riga di quelli che saranno i futuri
Promessi Sposi. Fra il 21 e il 24 è il periodo nel quale scrive il “Fermo e Lucia” che poi
diventerà la ventisettana. Siamo soliti dire che ci sono tre edizioni dei Promessi Sposi, ma in
realtà abbiamo Fermo e Lucia e poi la prima vera edizione è la ventisettana. Ciò che porta
invece alla quarantana è la questione della lingua, cioè cercare una lingua che fosse per
tutti, mentre la ventisettana era più illuministica nella quarantana c’è il desiderio di
“risciacquare i panni in Arno” e trovare una lingua incline per tutti, asciugare le digressioni
storiche che erano troppo lunghe e ampollose e inserire personaggi particolari. Si vuole far
sì che la cultura si avvicini sempre di più al popolo: quando escono i Promessi Sposi noi la
definiamo quarantana, ma in realtà esce tra il 40 e il 42 in 108 fascicoli illustrati. È stato uno
dei primi precursori a capire che l’immagine può veicolare dei particolari e dei concetti. Fu il
primo a desiderare delle immagini, le cosiddette illustrazioni di Francesco Gonin. Col
passare del tempo però sono state messe a caso.
Intento di costruire un romanzo storico, che non ha inventato lui, prendeva le mosse da
Walter Scott.
Le biblioteche sono lo specchio di quello che può essere un personaggio, sono dei
personaggi quelli che incontriamo che sono lo specchio della biblioteca. “Dimmi che libri
leggi e scopro chi sei”. L’espediente di aver trovato un manoscritto del 600. Mette subito in
evidenza chi sono i protagonisti: gente di piccolo affare, i due protagonisti sono
semplicissimi, sono analfabeti —> importanza di mostrare il ruolo della cultura sarà per lui
emblematica, capire quanto sia importante la cultura e nello stesso tempo guardare come
saranno i due grandi protagonisti. Decide di dirci che decifra questa sorta di scarabocchio
che è il manoscritto che ha trovato e vuole rifarne una dicitura cioè far sì che si possa
leggere, come se avesse iniziato a scrivere un nuovo libro. È un espediente che usa, ma
guardiamolo dal lato di quanto per lui è importante il concetto del libro: i personaggi sono
l’Azzeccagarbugli, Don Abbondio, Don Ferrante, il sarto del villaggio e cardinale Federico
Borromeo. Manzoni ci svela che tipi ci sono, è come se potessimo specchiarci con loro, lo fa
attraverso questo espediente, vuol dire che il ruolo della cultura per Manzoni è una sfida per
capire chi siamo. Il primo che incontriamo è l’Azzecca-garbugli già dal nome indica qualcosa
di ingarbugliato.
CAPITOLO 3 - AZZECCA-GARBUGLI
Agnese dice a Renzo di recarsi dall’Azzecca-garbugli. Qui si apre una scena colorata e
colorita di un uomo, di gente meccanica e di piccolo affare, Lucia non ha cultura ma ha una
fede granitica. Abbiamo un incontro tra la non cultura e la cultura, ma in realtà scopriamo
che di fatto non è proprio così. Renzo porta i capponi che sono il suo dono in natura perché
non è ricco e non ha altro da dare, queste bestie per loro hanno un valore. Nella stanza ci
sono libri vecchi e polverosi (perché nessuno li apre più, è una cultura che non viene in
continuazione usata) e poi c’è un grande disordine.
Immagine della natura che torna, del mondo agreste, cercare di trovare una strada per la
soluzione del problema di Renzo, ma una strada attraverso le carte che possono essere i
suoi studi.
CAPITOLO 8 - DON ABBONDIO
Torna il verbo ruminare, l’uso di questo verbo è uno specchio di quello che è Don Abbondio.
Don Abbondio si diletta a leggere un pochino ogni giorno, quindi non è di fatto un lettore e
non ha neanche un libro perché se li fa prestare dal curato vicino. La sua biblioteca è
assente, non ha niente: prototipo di un uomo che ha poca sostanza, come se non gli
interessa veramente nulla, legge per passare il tempo e non gli interessa che cosa legge.
Ritratto di Don Abbondio che ha come concetto qualcosa di vecchio e usato, insistenza
dell’aggettivo vecchio che viene riportato per tre volte. Questo vecchiume è come se fosse
davvero al chiaro di luna, ma non un chiaro di luna romantico tipico del Romanticismo, non è
un caso che Manzoni usi questa espressione perché il chiaro di luna è qualcosa che fa
ripensare al Romanticismo, ma in questo paesaggio sublime è come se vedessimo una
macchietta, qualcosa di comico, sottolineato dalla parola “folto” ripetuta tre volte.
Gervaso e Tonio vanno da lui con il pretesto che devono ridargli dei soldi, ma se è vero che
non parliamo più di libro, è vero che si sposta il concetto della scrittura e della penna.