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L'Ermetismo è un movimento poetico italiano degli anni '30 e '40, caratterizzato da uno stile essenziale e oscuro, spesso interpretato come una reazione al fascismo. Giuseppe Ungaretti, uno dei principali esponenti, utilizza la poesia per esplorare esperienze personali e collettive, in particolare durante la Prima Guerra Mondiale, esprimendo temi di dolore e fragilità umana. Le sue opere, come 'Mattina' e 'Soldati', riflettono una ricerca di significato attraverso un linguaggio ridotto e incisivo.

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L'Ermetismo è un movimento poetico italiano degli anni '30 e '40, caratterizzato da uno stile essenziale e oscuro, spesso interpretato come una reazione al fascismo. Giuseppe Ungaretti, uno dei principali esponenti, utilizza la poesia per esplorare esperienze personali e collettive, in particolare durante la Prima Guerra Mondiale, esprimendo temi di dolore e fragilità umana. Le sue opere, come 'Mattina' e 'Soldati', riflettono una ricerca di significato attraverso un linguaggio ridotto e incisivo.

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Ermetismo

L’Ermetismo è un movimento poetico nato in Italia tra gli anni ’30 e ’40 del Novecento. Non
si tratta di una vera e propria scuola, poiché non nasce da un programma condiviso né da
un manifesto ufficiale, ma si configura piuttosto come una corrente accomunata da scelte
stilistiche e tematiche simili. I poeti ermetici non aderiscono a una linea comune, ma si
riconoscono nella stessa visione della poesia e nel modo di concepirla.

Il termine “ermetico” fu introdotto dal critico Francesco Flora nel saggio La poesia ermetica,
pubblicato nel 1936, con un’accezione negativa: definiva “ermetici” quei poeti che scrivevano
componimenti oscuri e di difficile interpretazione. Il termine richiama la figura di Ermete
Trismegisto, personaggio dell’età ellenistica autore di testi mistico-filosofici di origine
orientale, destinati a pochi iniziati e non accessibili a tutti.

La poesia ermetica si caratterizza per alcuni tratti stilistici fondamentali: brevità estrema,
essenzialità della parola, riduzione al minimo degli elementi retorici. Si predilige un
linguaggio nudo e puro, spesso privo di articoli, con scarsa punteggiatura, e un forte uso
dell’analogia, cioè accostamenti tra immagini e concetti privi di legami logici immediati. Sono
frequenti anche sinestesie, metafore e gli spazi bianchi nella pagina, che creano pause
riflessive che valorizzano la parola, conferendole maggiore intensità.

Questa forma poetica è stata interpretata come un gesto di opposizione al fascismo, in


quanto si distacca volontariamente dalla cronaca e dalla realtà storica. Tuttavia, anche
alcuni intellettuali antifascisti criticarono l’Ermetismo, vedendolo come un atto egoistico di
chiusura.

In realtà, in poeti come Ungaretti e Quasimodo, la poesia è un mezzo di esplorazione


interiore più che uno strumento di denuncia. Tuttavia, attraverso i temi affrontati – come il
dolore, la guerra, la morte – il messaggio sociale e umano emerge comunque. Ungaretti, ad
esempio, raccontando la sua esperienza di soldato durante la Prima Guerra Mondiale,
trasmette un profondo senso di sofferenza e dolore, offrendo un messaggio di pace.

Ungaretti
Giuseppe Ungaretti nasce ad Alessandria d’Egitto nel 1888 da genitori originari della
provincia di Lucca, emigrati per lavoro. Il padre, operaio impegnato negli scavi del canale di
Suez, muore quando Ungaretti ha solo due anni, a causa di un incidente sul lavoro. Fin da
giovane dimostra un forte interesse per la letteratura, in particolare quella italiana, e decide
di seguire la propria vocazione letteraria. Nel 1912, a ventiquattro anni, lascia Alessandria
per trasferirsi a Parigi.

Durante il viaggio verso la capitale francese, fa tappa in Italia, spinto dalla curiosità
alimentata dai racconti della madre.

Stabilitosi a Parigi, entra in contatto con le avanguardie artistiche e letterarie europee.


Conosce Apollinaire, i futuristi italiani, Palazzeschi, Picasso e Giorgio de Chirico.

Nel 1915 torna in Italia e pubblica le sue prime poesie sulla rivista Lacerba. Abbandona le
idee anarchiche giovanili per abbracciare posizioni nazionaliste e interventiste. Nello stesso
anno si arruola volontario come soldato semplice e viene inviato a combattere sull’altopiano
del Carso. La guerra, che gli interventisti avevano immaginato eroica e rapida, si rivela ben
presto un’esperienza disumana fatta di sofferenza e fango nelle trincee. Per affrontare
questa realtà, Ungaretti si affida alla scrittura poetica.

Nel 1916 pubblica la sua prima raccolta, Il porto sepolto, che verrà ristampata nel 1919 con il
titolo Allegria di naufragi, e infine, nel 1931, come L’Allegria. Il primo titolo allude a un antico
porto sommerso presso Alessandria d’Egitto, simbolo della ricerca profonda e nascosta della
verità interiore. L’opera si presenta come una sorta di diario di un soldato in trincea, legato a
una precisa esperienza storica. Il titolo Allegria, appare in contrasto con il tema tragico della
guerra, l’ossimoro che lo accosta al termine “naufragi” però evidenzia la volontà del poeta di
reagire alla distruzione con la forza dell’istinto vitale. La poesia diventa così una via di
salvezza, un mezzo per evadere dalla brutalità e dal dolore del conflitto.

Nel 1921 Ungaretti aderisce al fascismo, e ciò comporta una svolta anche sul piano
letterario: recupera la tradizione classica, sia nei temi che nello stile. Frutto di questa nuova
fase è la raccolta Sentimento del tempo, pubblicata nel 1933.

Nel 1928 si converte al cattolicesimo, orientando verso la religione quel senso del mistero e
del sacro che aveva già segnato le sue prime poesie.

Nel 1936 accetta la cattedra di Letteratura italiana presso l’Università di San Paolo del
Brasile. Tuttavia, questi anni sono segnati da un grave dolore personale: nel 1939 perde il
figlio Antonietto, morto a soli nove anni per un’appendicite. Questo lutto riaccende in lui la
necessità della poesia, e lo porta a comporre la raccolta Il dolore.

Nel 1969, al termine di un lungo lavoro di revisione e selezione, Ungaretti pubblica l’edizione
complessiva delle sue opere poetiche con il titolo Vita d’un uomo.

“In Memoria”

In memoria viene pubblicata sulla rivista “Lacerba” nel 1915 e poi posta in apertura alla
raccolta Il Porto Sepolto, con funzione di dedica. In questo componimento, il poeta rievoca
la tragica esistenza dell'egiziano Moammed Sceab, suo amico e compagno di stanza a
Parigi all'albergo in rue des Carmes.

Moammed Sceab è un esule e immigrato in un Paese straniero, a cui tenta con tutte le sue
forze di adattarsi, cambiando anche il nome e perdendo così la sua identità. Questa perdita
segna profondamente la sua figura, sospesa tra le sue tradizioni natie e il nuovo mondo in
cui si trova a vivere, che non riesce a interiorizzare.

Fratelli è stata composta da Ungaretti il 15 luglio 1916, durante la Prima Guerra Mondiale.
La poesia si apre con una domanda, e il punto interrogativo è l'unico segno ortografico
presente nel componimento, dove è presente un iperbato: viene, infatti, invertito l'ordine
sintattico (il vocativo "fratelli" è posto in fondo alla frase e in un verso isolato). Fratelli è la
parola-chiave dell'intera poesia in netto contrasto con la situazione in cui è ambientato il
componimento, durante la guerra. La parola viene posta al di là dello schieramento di
appartenenza, quindi il poeta potrebbe rivolgersi anche al nemico. La poesia prosegue con
tre analogie che correlano tre immagini alla parola tematica "fratelli": "Parola tremante nella
notte"; "Foglia appena nata"; e "Nell'aria spasimante involontaria rivolta dell'uomo presente
alla sua fragilità".

Tutto il componimento sottolinea il senso di precarietà esistenziale dell'uomo e la sua


fragilità, evidente nell'immagine della foglia appena nata e nel forte enjambement creato tra
"alla sua" e "fragilità". Il poeta è consapevole dell'incertezza della vita, soprattutto nella
situazione in cui si trova, e lo mostra nel verso "[...] uomo presente alla sua fragilità".

“San Martino del Carso”

La poesia San Martino del Carso va considerata all'interno dell'esperienza della prima
guerra mondiale, la prima versione di questo componimento risale infatti al 1916, e il testo
compare quindi nella raccolta Il porto sepolto.

In questa lirica il poeta sceglie nuovamente di esprimere tutta la disperazione e l'orrore


dell'esperienza al fronte attraverso un confronto tra l'uomo e la natura, mettendo in relazione
la propria tragedia, scandita dalla morte di compagni e amici, alla desolazione di un paese
devastato dai combattimenti, che è appunto San Martino del Carso.

La poesia può essere divisa in due momenti: il primo, coincidente con le due quartine iniziali.
L’anafora dell’espressione “non è rimasto” serve a sottolineare la distruzione fisica ed
esistenziale della guerra, che non lascia che miseri resti sia delle “case” che degli amici del
poeta. A questo momento risponde però il movimento dei due distici conclusivi attraverso cui
Ungaretti riafferma, attraverso la metafora del “cuore-paese”, che alla violenza della guerra
si contrappone sempre il ricordo (le croci nel “cuore”) di chi non c’è più.

“Mattina”

Si tratta di una delle più famose poesie di Giuseppe Ungaretti e, più in generale, di uno dei
capolavori del poeta, tanto da essere considerata poi un testo considerato esemplare
dall’Ermetismo. Mattina, infatti, è composta da quattro sole parole, impiegate per
rappresentare una condizione individuale che si eleva, grazie alla forza dello stile e
all’incisività dei vocaboli scelti, a condizione universale. Pochi sono i termini a cui si può fare
riferimento per comprendere il senso e il valore di questa poesia; eppure proprio questa
esiguità rende ogni vocabolo un nodo da cui si diramano significati e interpretazioni diverse
e intersecate tra loro. Con Mattina, Giuseppe Ungaretti trova la formula più emblematica e
radicale per esprimere la propria poetica, fondata sulla fiducia nel “valore della parola”.
Scandite e isolate nel bianco della pagina, le poche parole che compongono la lirica, “nude
ed essenziali”, riescono a evocare una condizione esistenziale presentata come assoluta.

La tecnica con cui Ungaretti riesce a ottenere un simile effetto poetico consiste in un
procedere per via di “levare”, ovvero riducendo progressivamente la quantità di termini
impiegati per esprimere il nucleo concettuale del componimento. Maggiore è la
concentrazione verbale, maggiore risulta anche la densità semantica dei vocaboli, che
vengono così caricati di senso e di valore (’insistenza sui suoni di l, m, n).

"Soldati"

È una poesia brevissima, scritta in trincea durante la Prima guerra mondiale. Esprime, con
una fulminea similitudine tra i soldati e le foglie autunnali, la fragilità e precarietà della vita
umana, destinata inevitabilmente alla morte. Ungaretti usa versi spezzati, senza
punteggiatura, per dare forza a ogni parola chiave. La struttura (due settenari divisi in
quattro versi) e l’enjambement creano una forte concentrazione emotiva e semantica. Il
paragone foglie/uomini ha radici profonde nella tradizione letteraria (Iliade, Eneide, Bibbia,
Dante).

"Veglia”

Scritta dopo una notte trascorsa accanto al cadavere di un compagno, mostra l’orrore diretto
della guerra. L’assenza di punteggiatura, i versi liberi e i participi passati isolati
(“massacrato”, “digrignata”) rendono vivida e continua l’immagine del trauma. La poesia
alterna suoni duri (allitterazioni dentali) e parole cariche di dolore, culminando in una frase
finale che esprime l’amore per la vita nonostante tutto. L’esperienza estrema della guerra
non è filtrata da ideologie: è pura, nuda realtà.

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