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Tesi

Il documento esplora la teoria delle stringhe, evidenziando il suo potenziale per unificare la gravità quantistica con la relatività generale. Si discute la dinamica delle particelle puntiformi e delle stringhe, nonché la connessione tra stati di fotone e gravitone attraverso campi elettromagnetici e gravitazionali. Tuttavia, la teoria presenta limiti significativi, tra cui la mancanza di verificabilità sperimentale e la previsione di particelle superluminali come il tachione.

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Il documento esplora la teoria delle stringhe, evidenziando il suo potenziale per unificare la gravità quantistica con la relatività generale. Si discute la dinamica delle particelle puntiformi e delle stringhe, nonché la connessione tra stati di fotone e gravitone attraverso campi elettromagnetici e gravitazionali. Tuttavia, la teoria presenta limiti significativi, tra cui la mancanza di verificabilità sperimentale e la previsione di particelle superluminali come il tachione.

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Alma Mater Studiorum · Università di Bologna

Scuola di Scienze
Dipartimento di Fisica e Astronomia
Corso di Laurea in Fisica

PARTICELLE E STRINGHE
RELATIVISTICHE

Relatore: Presentata da:


Prof. Fiorenzo Bastianelli Sara Dalmonte

Anno Accademico 2019/2020


i
Abstract

Il seguente elaborato tratta la teoria delle stringhe nella sua formulazione più sempli-
ce e antica. Nate per altri scopi, all’inizio degli anni ’80 la comunità scientifica tornò
ad interessarsi alle stringhe perchè potenzialmente adatte per formulare una teoria di
gravità quantistica. Come loro modo di vibrazione infatti emerge naturalmente il me-
diatore dell’interazione gravitazionale, detto gravitone. Si propone cosı̀ una possibile
via per conciliare il mondo macroscopico della relatività generale di Einstein con quello
microscopico della meccanica quantistica. Questa potente teoria ha però alcuni punti
deboli tra cui la mancanza di verificabilità sperimentale, con la tecnologia odierna e la
predizione di particelle superluminali come il tachione.
Di seguito verrà trattata la dinamica libera relativistica di particelle puntiformi e strin-
ghe. Inoltre si mostrerà, nell’ultimo capitolo, come dai campi elettromagnetici e gravita-
zionali sia possibile ottenere rispettivamente gli stati di fotone e di gravitone. In partico-
lare, per quest’ultima particella, si svilupperà l’identificazione con lo stato vibrazionale
della stringa chiusa, quantizzata nel gauge cono-luce.

ii
iii
Indice

1 Particella puntiforme relativistica 3


1.1 Spazio di Minkowski e trasformazioni di Lorentz . . . . . . . . . . . . . . 3
1.2 Azione per una particella relativistica libera . . . . . . . . . . . . . . . . 5
1.3 Invarianza per riparametrizzazione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 7
1.4 Equazioni del moto . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 8
1.5 Coordinate cono-luce . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 10
1.6 Momento ed energia cono-luce . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 13

2 Stringa bosonica relativistica 15


2.1 Funzionale d’area per superfici spaziotemporali . . . . . . . . . . . . . . . 15
2.2 Azione di Nambu-Goto . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 18
2.3 Invarianza per riparametrizzazione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 19
2.4 Equazioni del moto e condizioni al contorno . . . . . . . . . . . . . . . . 22
2.5 Il gauge statico . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 25
0
2.6 Il parametro di pendenza α . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 26

3 Stringhe relativistiche nel cono-luce 29


3.1 Scelta di una parametrizzazione per τ . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 29
3.2 Scelta di una parametrizzazione per σ . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 31
3.3 Equazioni d’onda e modi di espansione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 33
3.4 Soluzioni cono-luce per le equazioni del moto . . . . . . . . . . . . . . . . 36
3.5 Operatori Virasoro per stringhe chiuse . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 39

4 Campi cono-luce e particelle 42


4.1 Azione per campi scalari classici . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 42
4.2 Soluzioni classiche di onde piane . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 44
4.3 Campi scalari quantistici e stati di particelle . . . . . . . . . . . . . . . . 47
4.4 Campo di Maxwell e stato del fotone . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 51
4.5 Campo gravitazionale e stato del gravitone . . . . . . . . . . . . . . . . . 54
4.6 Spazio degli stati di una stringa chiusa . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 58

iv
v
Introduzione

Il seguente elaborato di tesi propone di trattare la teoria di stringa bosonica. Come sug-
gerito dal nome, la quantizzazione degli spettri energetici di tali stringhe, non individua
stati fermionici ma si limita a particelle bosoniche. L’utilizzo del nome ”particelle” non
è casuale: per capire quale relazione intercorre tra gli oggetti fisici stringa e particel-
la è necessario approfondire come è avvenuta la nascita di tale teoria. La teoria delle
stringhe nacque alla fine degli anni ’60 e venne sviluppata con l’obiettivo di risolvere
un apparente enigma che travolgeva la fisica delle particelle. Sperimentalmente si scoprı̀
che, a differenza dei leptoni, gli adroni erano soggetti ad un fenomeno peculiare: il loro
momento angolare era in relazione lineare con il quadrato della loro energia. Per ogni
adrone conosciuto si poteva ottenere attraverso rilevazioni sperimentali una retta, me-
glio conosciuta come traiettoria di Regge (in onore del fisico italiano Tullio Regge), che
presentava tutti i suoi stati eccitati. Iniziò cosı̀ la ricerca di una teoria che riuscisse a
spiegare questo fatto empirico e si ipotizzò che, contrariamente ai leptoni, gli adroni non
fossero particelle elementari. Fra tutte le teorie che concorsero alla spiegazione di ciò,
primeggiò la Cromodinamica Quantistica, capace di descrivere le interazioni forti interne
agli adroni. Questo segnò la fine della teoria, che proponeva di interpretare l’andamen-
to dei dati attraverso stringhe vibranti unidimensionali (non scomponibili in particelle
subatomiche), i cui modi di vibrazione corrispondevano a stati quantomeccanici descri-
venti una particella. Ecco spiegata la stretta relazione tra stringa ad una dimensione e
particella puntiforme, priva di dimensioni.
All’inizio degli anni ’80 si rivalutò la, oramai abbandonata, teoria delle stringhe perché
potenzialmente in grado di realizzare l’unificazione di tutte le interazioni. Le intera-
zioni fondamentali ad oggi note sono quattro: interazione elettromagnetica, interazione
debole, interazione forte ed interazione gravitazionale; le prime tre sono correttamente
descritte a qualsiasi scala energetica da teorie quantistiche di campo rinormalizzabili,
ottenute dalla sintesi della relatività ristretta e della meccanica quantistica, poichè le
interazioni tra particelle avvengono quasi sempre a velocità prossime a quelle della luce
e in spazi di taglia subatomica. Tutte le teorie di campo quantizzato sono accorpate nel
Modello Standard, una teoria di gauge ottenuta dal prodotto diretto dei seguenti gruppi:
U (1)Y ⊗ SU (2)L ⊗ SU (3)C . Ad ogni generatore della simmetria sono associate particelle
bosoniche prive di massa (ad eccezione del caso debole in cui i mediatori hanno massa

1
generata dal meccanismo di Higgs), di spin unitario, che svolgono la funzione di mediare
le interazioni tra particelle di materia. L’interazione elettromagnetica, rappresentata dal
gruppo U (1)Y , é mediata dal fotone, quella debole - SU (2)L - da tre bosoni noti come
W + , W - e Z 0 ed infine quella forte - SU (3)C - da otto gluoni g1 , ..., g8 , distinti per carica
di colore. Tutti i bosoni qui elencati sono stati osservati sperimentalmente. Potrebbe
cosı̀ sembrare risolta tutta la fenomenologia della fisica delle particelle elementari, ma il
quadro non è completo: non esiste teoria di campo quantizzato, descrivente l’interazione
gravitazionale, che sia rinormalizzabile. Questo significa che il tentativo di inquadra-
re la gravitazione in una teoria quantizzata fallisce a causa dell’insorgere di osservabili
divergenti che rendono la teoria priva di senso. L’incorporazione della forza di gravità
nel Modello Standard prevedrebbe l’esistenza di un bosone messaggero privo di massa,
di spin 2, chiamato gravitone, mai osservato sperimentalmente. Tutto ciò può essere
giustificato dal fatto che la forza gravitazionale è compiutamente descritta dalla relati-
vità generale, una teoria di campo classica, incompatibile con i principi della meccanica
quantistica. Sembrerebbe cosı̀ che i fenomeni naturali che la fisica si propone di com-
prendere e descrivere appartengano a due regimi distinti e inconciliabili: il mondo del
microscopico e quello del macroscopico. Ebbene, in teoria quantistica delle stringhe il
gravitone emerge naturalmente come modo di vibrazione della stringa elementare e, se
questa teoria dovesse riuscire a descrivere consistentemente l’interazione gravitazionale
e a mostrare che ogni particella ad oggi nota scaturisce come modo di vibrazione di una
stringa, allora la teoria quantizzata di campo gravitazionale sarebbe già naturalmente
formulata e potrebbe essere inserita nel quadro di tutte le teorie quantistiche ad oggi
note, rendendo cosı̀ possibile l’unificazione di tutte le quattro interazioni. La teoria delle
stringhe non si propone come un’alternativa al Modello Standard ma di questo è una
possibile estensione: riproduce infatti le note teorie quantistiche dei campi nel limite in
cui la lunghezza della stringa `S → 0, ovvero quando la sua unica dimensione tende a
degenerare nella puntiformità. La teoria prevede che `S sia dell’ordine della lunghezza di
Planck ovvero 10−35 m, inaccessibile con la tecnologia odierna, che permette di sondare
la materia fino a scale di circa 10−18 m. In questo modo, in ogni esperimento, le stringhe
non sono distinguibili dalle particelle puntiformi. Questo rappresenta uno dei maggiori
limiti della teoria delle stringhe che ad oggi, e sicuramente ancora per molti anni fu-
turi, non permette di ottenere risultati verificabili sperimentalmente. Inoltre la stringa
bosonica presenta un ulteriore problema: predice in uno dei suoi modi di vibrazione il co-
siddetto tachione, particella superluminale e di massa immaginaria. Si conclude cosı̀ che
la teoria delle stringhe è ancora in piena fase di sviluppo e che, ad oggi, si pone l’obietti-
vo di conciliare la meccanica quantistica con la relatività generale classica, proponendosi
inoltre come una possibile teoria di unificazione di tutte le forze conosciute.

2
Capitolo 1

Particella puntiforme relativistica

1.1 Spazio di Minkowski e trasformazioni di Lorentz


Lo spazio di Minkowski, denotato con M4 , è un modello introdotto dal matematico Her-
mann Minkowski al fine di rappresentare gli eventi relativistici nei casi in cui l’interazione
gravitazionale risulta essere debole. Questo spazio infatti viene anche detto spaziotempo
piatto e si limita perciò a valere solo per la relatività ristretta.
Nella fisica classica si rappresentano gli eventi in uno spazio Euclideo tridimensionale
comprendente le tre coordinate spaziali. Il tempo non viene incluso in quanto considera-
to assoluto. Con la nascita della relatività ristretta cadde non solo la concezione di tempo
assoluto ma anche quella di spazio assoluto, per cui ci si ricondusse allo spazio quadridi-
mensionale minkowskiano con sistemi di riferimento comprendenti sia le tre coordinate
spaziali, sia quella temporale. Per maggiori dettagli è possibile consultare [1]. Lo spazio
M4 è caratterizzato da una metrica costante chiamata Metrica di Minkowski, ovvero da
una matrice η con componenti ηµν definita come η = diag(−, +, +, +). Ogni punto di
questo spazio rappresenta un evento relativistico, ovvero un fenomeno contraddistinto
da un preciso istante temporale ed una terna unica di coordinate spaziali, identificato da
un quadrivettore del tipo:

xµ = (ct, →
−x ) = x0 , x1 , x2 , x3 ,

(1.1)

dove nella prima coordinata, l’istante temporale è moltiplicato per la velocità della luce c
cosı̀ che tutte le quattro coordinate abbiano la dimensione di una lunghezza. Il percorso
tracciato da una particella è rappresentato nello spaziotempo come una curva formata
da un susseguirsi continuo di punti (eventi), detta linea di mondo. Anche una particella
statica traccia una propria linea di mondo, in quanto il tempo fluisce indefinitamente.
In questo ambito le trasformazioni di Galileo risultano superate e subentrano quelle più
complesse di Lorentz, in grado di produrre perfettamente, nel limite di bassa velocità,
le trasformazioni classiche già note. Anche le trasformazioni di Lorentz sono infatti

3
relazioni lineari tra due sistemi di riferimento inerziali. Considerando un sistema S ed
uno S 0 che si sta muovendo lungo la direzione positiva dell’asse x, con velocità costante
v ed assumendo che gli assi coordinati di entrambi i sistemi di riferimento siano paralleli
e che le due origini coincidano all’istante t = t0 = 0, allora le trasformazioni di Lorentz
sono:
ct0 = γ(ct − βx),
x0 = γ(x − βct),
y 0 = y, (1.2)
z 0 = z,

dove il fattore relativistico o di Lorentz γ è dato da


1 1
γ≡p =q . (1.3)
1 − β2 1− v2
c2

É evidente che le coordinate y e z, ortogonali alla velocità relativa tra i due sistemi di
riferimento inerziali, non subiscono modifiche.
Le trasformazioni di Lorentz lasciano invariate alcune quantità, dette scalari, che risul-
tano quindi indipendenti dal sistema di riferimento scelto. Un esempio di scalare nello
spazio di Minkowski é rappresentato dall’intervallo infinitesimo

−ds2 = ηµν dxµ dxν (1.4a)


= −c2 dt2 + (dx1 )2 + (dx2 )2 + (dx3 )2 , (1.4b)

che é possibile interpretare come il quadrato della distanza tra l’evento di coordinate
xµ e l’origine del sistema di riferimento scelto xµ0 = (0, 0, 0, 0) (la scelta dell’origine é
arbitraria, non ha alcun significato fisico). I segni sopra riportati indicano la differenza
fondamentale tra coordinate spaziali e temporali. L’accordo sul valore dell’intervallo è
sinteticamente espresso come:

ds2 = ds02 . (1.5)

Questa uguaglianza indica che tutti gli osservatori lorentziani concordano sul valore
dello scalare indipendentemente dal sistema di riferimento scelto. A differenza del caso
classico, la quantità Lorentz invariante ds2 non è definita positiva ma può assumere
qualsiasi valore. Quando questa assume valori negativi si dice che l’intervallo che connette
i due eventi è tipo tempo, ovvero che la distanza che separa i due eventi è percorribile
a velocità minori di c, a differenza di intervalli tipo spazio, ds2 > 0, che implicherebbero
velocità superluminali. Eventi connessi dalla linea di mondo di un fotone si dicono invece

4
separati da un intervallo tipo luce. In questo caso si ha che ds2 = 0, ciò significa che la
separazione spaziale tra i due eventi coincide esattamente con la distanza che la luce
dovrà percorrere nell’intervallo temporale che li separa. Questa distinzione non è solo
nozionistica ma alla sua base vi è un concetto profondo: eventi separati da intervalli tipo
tempo sono causalmente connessi in quanto tutte le velocità inferiori a c sono lecite, a
differenza di quelli separati da intervalli tipo spazio che diventano cosı̀ inaccessibili.

1.2 Azione per una particella relativistica libera


Con particella libera si intende un oggetto puntiforme, non soggetto a forze, libero di
muoversi nello spazio ad esso circostante. É possibile descrivere il suo moto attraverso
l’azione S, una grandezza fisica che ne caratterizza lo stato e l’evoluzione nel tempo,
avente la stessa dimensione della costante di Planck ridotta ~:
M L2
[S] = . (1.6)
T
L’azione, un funzionale avente come variabili funzioni descriventi la linea di mondo del-
la particella e restituente un valore reale, è ottenibile come integrale temporale della
lagrangiana L del sistema stesso. Per ulteriori approfondimenti si veda [2]. Dalle cono-
scenze della meccanica classica é immediato ottenere l’azione Sc , per una particella non
relativistica libera, esattamente come l’integrale nel tempo della sua energia cinetica:
Z Z
1 2
Sc = Lc dt = mv dt. (1.7)
2
Purtroppo questa espressione non è generalizzabile al caso relativistico, nemmeno nella
condizione più semplice di particella libera in moto con velocitá uniforme. Ciò è spiegabile
con il fatto che la (1.7) permette alla particella di assumere qualsiasi valore di velocità,
comprese quelle superluminali, non consistenti dal punto di vista fisico. Affinchè l’azione
relativistica sia definita correttamente si richiede che essa sia indipendente da eventuali
trasformazioni di Lorentz. Il fatto che l’azione venga definita come scalare comporta che
le equazioni del moto che ne discendono siano anch’esse Lorentz invarianti. Immaginando
una particella, la cui traiettoria spaziotemporale inizi nell’origine e termini in (ctf , − →),
x f
esistono diverse linee di mondo che permettono di connettere i due punti iniziale e finale
e l’obiettivo è di ottenere il medesimo valore di azione per ognuna di esse. Affinchè
questo sia vero, si definisce l’azione come proporzionale al tempo proprio infinitesimo
dτ , invariante relativistico in quanto:
r r r
v 2 dx 2 + dy 2 + dz 2 ds2
dτ = γ -1 dt = dt 1 − 2 = dt2 − = − . (1.8)
c c2 c2

5
É evidente da questa defizione che il tempo proprio è definito solo se la velocità della
particella è al massimo uguale a c (caso limite per una particella priva di massa), in
quanto per velocità superluminali τ assume valori non reali. Il segno negativo interno
all’ultima radice dell’equazione (1.8) è giustificato dal fatto che ds è un vettore di tipo
tempo e, come sopra detto, ciò indica che i due eventi di cui ne rappresenta la distanza
sono causalmente connessi. Dato che il tempo proprio ha le dimensioni di un tempo, per
ottenere le dimensioni dell’azione è necessario aggiungere un fattore moltiplicativo avente
le dimensioni di un’energia. Quest’ultimo fattore deve essere uno scalare per preservare
l’invarianza dell’azione, perciò si può scegliere la massa a riposo della particella m e
la velocitá della luce c, ottenendo il fattore complessivo mc2 che rappresenta appunto
l’energia di riposo della particella. Queste considerazioni portano alla definizione di
azione di una particella relativistica libera come:
Z tf r
v2
Z
Sr = −mc ds = −mc2 1 − 2 dt, (1.9)
ti c

dove nella seconda uguaglianza si è fatto uso della definizione di ds ricavata tramite la
(1.4b). Gli estremi di integrazione rappresentano gli istanti temporali rispettivamente
del punto spaziotemporale iniziale e finale della linea di mondo.
É ora immediato ricavare la Lagrangiana relativistica per una particella libera che egua-
glia esattamente il prodotto, cambiato di segno, tra l’energia di riposo e l’inverso del
fattore relativistico:
r
v2
L = −mc2 1 − 2 . (1.10)
c
Questa Lagrangiana cessa di essere reale per velocità superluminali perciò, come antici-
pato a inizio paragrafo, la limitazione sulla velocità massima risulta essere soddisfatta.
Analizzando il limite non relativistico della Lagrangiana è possibile svilupparne la radice
quadrata assumendo v c e, arrestando lo sviluppo al primo ordine, si ottiene:

1 v2 1
L ' −mc (1 − 2 ) = −mc2 + mv 2 ,
2
(1.11)
2c 2
perfettamente coincidente con la lagrangiana classica, a meno di un fattore costante
(−mc2 ), che non influisce sulle equazioni del moto. Risulta cosı̀ evidente che la dinamica
relativistica, nel limite di basse velocità, si riduce perfettamente a quella classica. É pos-
sibile ottenere il momento della particella relativistica come derivata della Lagrangiana
rispetto alla velocità, usando la (1.10) si trova:


− ∂L
p = → = γm→

v. (1.12)
∂−v

6
Infine si definisce l’Hamiltoniana nel caso relativistico come:

H=→

p ·→

v − L = γmc2 . (1.13)

In conclusione è stato possibile discendere tutte le quantità fisiche rilevanti per la par-
ticella relativistica, derivandole semplicemente dall’azione Sr che garantisce l’invarianza
lorentziana di tutta la fisica che descrive.

1.3 Invarianza per riparametrizzazione


L’invarianza per riparametrizzazione riflette un’importante proprietà dell’azione di una
particella relativistica. Per risolvere l’integrale in (1.9) può essere utile parametrizzare
la linea di mondo con un parametro arbitrario, ad esempio ξ. É possibile dimostrare che
il valore dell’azione non dipende dalla scelta di tale parametro. La parametrizzazione è
un’operazione lecita in quanto la definizione di azione non fa riferimento a parametri ed
è cosı̀ possibile pensare di suddividere l’intera linea di mondo in intervalli consecutivi e
sommare il valore della loro rispettiva integrazione. L’unica richiesta necessaria sul pa-
rametro ξ è che questo sia strettamente crescente, dal punto iniziale della linea di mondo
xµi , a quello finale xµf , cosı̀ che il parametro scelto assuma valori ordinati nell’intervallo
[ξi , ξf ]. In questo modo si descrive il moto della particella attraverso il parametro arbi-
trario e le coordinate xµ diventano funzioni del parametro stesso: xµ = xµ (ξ). Si richiede
quindi che valgano le seguenti due condizioni:
 µ
xi = xµ (ξi )
(1.14)
xµf = xµ (ξf )

Diviene cosı̀ possibile esplicitare la dipendenza dal parametro e ridefinire la (1.4a) come:

dxµ dxν
−ds2 = ηµν (dξ)2 . (1.15)
dξ dξ
Considerando che per ogni moto, la cui velocità non eccede quella della luce, vale
l’uguaglianza ds2 = (ds)2 , allora l’azione (1.9) assume la forma:
Z ξf s
dxµ dxν
Sr = −mc −ηµν dξ. (1.16)
ξi dξ dξ

Questa è la forma esplicita che l’azione assume quando la linea di mondo viene para-
metrizzata da ξ. Facendo ciò si fissa un particolare osservatore lorentziano che, in virtù
della parametrizzazione con ξ, giungerà ad un particolare valore di Sr . Se si facesse un
cambiamento di parametro ξ → ξ ∗ , il nuovo osservatore giungerebbe al medesimo valore

7
di Sr del primo. Ecco allora spiegata la proprietà di invarianza per riparametrizzazio-
ne. Per verificarla è sufficiente effettuare un cambiamento di parametro, ad esempio da
ξ → ξ ∗ . Per la regola della catena vale
dxµ dxµ dξ ∗
= ∗ , (1.17)
dξ dξ dξ
che permette cosı̀ di esprimere l’azione come:
Z ξf s µ ν ∗ Z ξf∗ s
dx dx dξ dxµ dxν
Sr = −mc −ηµν ∗ ∗ dξ = −mc −ηµν ∗ ∗ dξ ∗ . (1.18)
ξi dξ dξ dξ ξi∗ dξ dξ

É evidente che questa espressione assume esattamente la medesima forma della (1.16),
provando cosı̀ la proprietà discussa.

1.4 Equazioni del moto


Per ottenere le equazioni del moto di una particella relativistica è necessario calcolare la
variazione δS dell’azione (1.9), nel caso in cui la sua linea di mondo subisca una piccola
variazione δxµ (ξ), dove ξ rappresenta semplicemente il parametro arbitrario scelto per
parametrizzare il cammino spaziotemporale. La variazione dell’azione è semplicemente
data da:
Z
δS = −mc δ(ds), (1.19)

con ds ottenibile dalla derivazione della (1.15) che porta a:


dxµ dxν
2dsδ(ds) = −2ηµν δ( ) (dξ)2 . (1.20)
dξ dξ
Il fattore 2 è dovuto semplicemente alla simmetria dell’espressione di partenza. Poichè
la variazione della velocità è uguale alla derivata temporale della variazione spaziale, è
possibile semplificare l’ultima uguaglianza come segue:
d(δxµ ) dxν d(δxµ ) dxµ
δ(ds) = −ηµν dξ = − dξ, (1.21)
dξ ds dξ ds
dove si è fatto uso della metrica di Minkowski ηµν per abbassare l’indice al quadrivettore
dxν . Ora è quindi possibile esplicitare la variazione dell’azione. Assumendo, come già
fatto, di parametrizzare la linea di mondo con ξ ed indicando come punti iniziale e finale
rispettivamente ξi e ξf si ha:
Z ξf
d(δxµ ) dxµ
δS = mc dξ. (1.22)
ξi dξ ds

8
Nell’espressione sopra riportata di δS è possibile riconoscere che
dxµ
mc = muµ = pµ , (1.23)
ds
con uµ e pµ dette rispettivamente quadrivelocità e quadrimomento e definite nel seguente
modo:
dxµ (s)
µ
u (s) ≡ = (cγ, →

v γ) (1.24)
ds  
µ µ →
− E →−
p (s) = mu (s) = (mcγ, m v γ) = , p . (1.25)
c

Esprimendo la (1.22) in funzione del quadrimomento si ottiene:


Z ξf
d(δxµ )
δS = pµ dξ. (1.26)
ξi dξ

Per ottenere un’equazione del moto è necessario ricondursi al caso in cui δxµ moltiplica un
oggetto, sotto il segno di integrale, che possa essere annullato. Poichè in (1.26) compare
ancora una derivazione agente su δxµ è possibile manipolare l’espressione, giungendo alla
seguente forma:
Z ξf Z ξf
d µ dpµ
δS = dξ (δx pµ ) − dξδxµ (ξ) . (1.27)
ξi dξ ξi dξ

Il primo termine si annulla, in quanto le coordinate agli estremi sono state fissate, mentre
il secondo si deve annullare per un δxµ (ξ) arbitrario. Si ottiene allora cosı̀ l’equazione
del moto cercata:
dpµ
= 0. (1.28)

Ne consegue che il quadrimomento pµ (o pµ ) di una particella puntiforme relativistica è
conservato lungo la sua linea di mondo. Questa proprietà di conservazione è indipendente
dalla parametrizzazione scelta. Parametrizzando la linea di mondo della particella con
il tempo proprio τ si ottiene ugualmente

dpµ d 2 xµ
=0= , (1.29)
dτ dτ 2
dove, nella seconda uguaglianza, si è fatto uso della definizione del quadrimomento espres-
so in funzione di τ . La (1.29) è un’ulteriore versione di equazione del moto che esprime la
costanza del cambiamento di xµ lungo una linea di mondo, suddivisa in intervalli uguali
di tempo proprio. L’equazione del moto espressa in questa forma è quindi valida solo per

9
τ , e non per altri parametri in generale, in quanto la suddivisione in intervalli disuguali
non è compatibile con la variazione costante del quadrivettore.
Si è cosı̀ mostrato come ottenere l’equazione del moto partendo dall’azione relativistica
per una particella puntiforme. La (1.29) (o (1.28)) è Lorentz invariante cosı̀ come l’azione
da cui è stata ottenuta. Per verificare ciò si considerino due sistemi di riferimento inerziali
S e S 0 e le rispettive trasformazioni di Lorentz descritte in (1.2). Utilizzando il formalismo
tensoriale si ha che il quadrivettore xµ si trasforma nel seguente modo: x0µ = Lµ ν xν , con
Lµ ν elementi della matrice della trasformazione di Lorentz definita come:
 
γ −βγ 0 0
−βγ γ 0 0
L=  0
.
0 1 0
0 0 0 1

Poichè ds2 , essendo uno scalare, assume lo stesso valore in ogni sistema di riferimento,
allora l’equazione del moto in S 0 assume la forma:

d2 x0µ d2 µ ν 2 ν
µ d x
0= = 2 (L ν x ) = L ν 2 (1.30)
ds2 ds ds
Grazie alla proprietà di invertibilità della matrice L è quindi verificata l’invarianza
lorentziana delle equazioni del moto.

1.5 Coordinate cono-luce


Il sistema di coordinate cono-luce è particolarmente utile nello studio della teoria delle
stringhe, in quanto permette di ottenere con naturalezza la quantizzazione delle stringhe
relativistiche.
Si definiscono due coordinate cono-luce x+ , x− come due combinazioni lineari, indipen-
denti, della coordinata temporale e di una coordinata spaziale a scelta, generalmente si
usa x1 , come:
1 1
x+ ≡ √ (x0 + x1 ), x− ≡ √ (x0 − x1 ). (1.31)
2 2

Le coordinate x2 , x3 non giocano alcun ruolo in questa definizione. Nel sistema delle
coordinate cono-luce, (x0 , x1 ) è sostituito da (x+ , x− ) ma anche x2 , x3 sono tenute in
considerazione, cosı̀ che il set completo delle coordinate diventa: (x+ , x− , x2 , x3 ). In
particolare x+ , x− sono dette coordinate cono-luce, perchè gli assi coordinati associati
corrispondono esattamente alle linee di mondo di fasci di luce, emessi nell’origine lungo
l’asse x1 . Come mostrato in Figura 1.1, per un fascio di luce emesso nella direzione
positiva di x1 si ha: x1 = ct = x0 e x− = 0. La linea x− = 0 è per definizione l’asse x+ .

10
x0

x- x+

(x

)
+

=0
=

(x -
0) 45° 45°
x1

Figura 1.1: Si riporta un diagramma dello spaziotempo con x0 e x1 rappresentati come


assi ortogonali. Si mostrano inoltre gli assi cono-luce x± = 0. Le curve in azzurro
corrispondono ad alcune possibili linee di mondo di particelle fisiche relativistiche.

Similmente, per un fascio di luce emesso nella direzione negativa dell’asse x1 , si ha x1 =


−ct = −x0 e x+ = 0, corrispondente all’asse x− . Gli assi x± sono orientati a 45° rispetto
a x0 , x1 . Nessuna delle due coordinate x+ , x− può essere interpretata come coordinata
temporale in modo standard. La proprietà più familiare del tempo è che questo fluisce
incessantemente per ogni moto fisico di una particella. L’aggettivo fisico, associato alla
parola moto, non è casuale: due esempi di moto fisico sono rappresentati in Figura 1.1
come curve che permangono all’interno del cono-luce, con una pendenza sempre superiore
ai 45°. Infatti, se cosı̀ non fosse, rappresenterebbero moti a velocità superluminali, non
interpretabili fisicamente in modo corretto. Si nota che, per entrambe le linee di mondo
rappresentate, le coordinate x+ , x− aumentano nella direzione delle frecce. In accordo
con quanto già visto, la coordinata x+ resta costante per un raggio di luce emesso lungo
la direzione negativa di x1 , mentre x− resta costante per un raggio di luce nella direzione
di x1 positiva. Si assume quindi, per convenzione, che x+ sia coordinata temporale cono-
luce, mentre x− sia coordinata spaziale cono-luce. Considerando i differenziali di (1.31),
si trova:

2dx+ dx− = (dx0 + dx1 )(dx0 − dx1 ) = (dx0 )2 − (dx1 )2 . (1.32)

Ne consegue che l’intervallo infinitesimo invariante definito in (1.4b) può essere espresso
in termini di coordinate cono-luce nella seguente forma:

−ds2 = −2dx+ dx− + (dx2 )2 + (dx3 )2 . (1.33)

11
In questa definizione è evidente la simmetria di x+ , x− . Per rappresentare quest’ultima
equazione in funzione di indici è necessario mantenerne quattro distinti, indicati come:
+, −, 2, 3. In analogia con la (1.4a) è possibile scrivere in questo sistema di coordinate:
−ds2 = η̂µν dxµ dxν , (1.34)
dove si è introdotta la metrica cono-luce η̂ che, cosı̀ come la metrica di Minkowski, è
simmetrica sotto lo scambio degli indici. Espandendo questa equazione e comparandola
con la (1.33) si trova:
η̂+− = η̂−+ = −1, η̂++ = η̂−− = 0. (1.35)
Allora nel sottospazio (+, −) gli elementi diagonali di η̂ si annullano a differenza di quelli
non appartenenti alla diagonale. Inoltre si trova che la metrica cono-luce non accoppia
il sottospazio (+, −) con quello (2, 3): η̂+j = η̂−j = 0 con j = 2, 3. La rappresentazione
matriciale della metrica considerata è quindi:
 
0 −1 0 0
−1 0 0 0
η̂µν = 
0
.
0 1 0
0 0 0 1
Le componenti cono-luce di un quadrivettore arbitrario aµ sono definite, in accordo con
la (1.31), come
1 1
a+ ≡ √ (a0 + a1 ), a− ≡ √ (a0 − a1 ). (1.36)
2 2
Il prodotto scalare tra quadrivettori arbitrari aµ e bµ , che nel caso generale relativistico
Minkowskiano corrisponde a
a · b ≡ aµ bµ = ηµν aµ bν = −a0 b0 + a1 b1 + a2 b2 + a3 b3 , (1.37)
è esprimibile attraverso le componenti cono-luce come:
a · b ≡ aµ bµ = η̂µν aµ bν = −a− b+ − a+ b− + a2 b2 + a3 b3 . (1.38)
Dalle due espressioni sopra riportate è immediato concludere che:
−a− b+ − a+ b− = −a0 b0 + a1 b1 . (1.39)

É possibile introdurre gli indici cono-luce bassi: considerando l’espressione a · b = aµ bµ


ed espandendo la somma su µ attraverso gli indici cono-luce, si ottiene
a · b = a+ b + + a− b − + a2 b 2 + a3 b 3 . (1.40)
Dalla (1.38) si trova che:
a+ = −a− , a− = −a+ . (1.41)

12
1.6 Momento ed energia cono-luce
Il quadrimomento è già stato definito in (1.25). Le sue componenti in coordinate cono-
luce, in accordo con la (1.36), sono:
1 1
p+ ≡ √ (p0 + p1 ) = −p− , p− ≡ √ (p0 − p1 ) = −p+ . (1.42)
2 2
La prima domanda che sorge è a quale componente far corrispondere l’energia cono-luce
e la risposta più logica potrebbe ricadere su p+ . Infatti, in ogni sistema di riferimento
lorentziano, il tempo e l’energia corrispondono alla prima coordinata del quadrivettore
corrispondente. In accordo con la definizione del tempo cono-luce sarebbe quindi na-
turale scegliere per l’energia cono-luce la coordinata p+ . Questo ragionamento non è
però corretto in quanto le coordinate cono-luce si trasformano diversamente rispetto a
quelle lorentziane. Entrambe p± sono buone candidate per l’energia, in quanto sempre
positive per particelle fisiche però, ricordando la relazione valida in relatività ristretta
che connette la massa a riposo m di una particella e la sua energia relativistica E,
E2 →
−−
p→−
p = m2 c2 , (1.43)
c2
si trova, con m 6= 0:
E p→
p0 = = −
p ·→

p + m2 c2 >|→

p | ≥ |p1 |. (1.44)
c
Si ha come conseguenza che p0 ± p1 >0 e quindi p± >0. Perciò, nonostante entrambe
le componenti siano candidate plausibili per l’energia, la scelta fisicamente motivata
ricade su −p+ = p− . Per giustificare ciò è necessario notare che l’energia ed il tempo
sono variabili coniugate. In accordo con la meccanica quantistica infatti, l’operatore
Hamiltoniano misura l’energia e genera l’evoluzione temporale. Considerando il prodotto
relativistico di pµ e xµ in coordinate standard,
p · x = p 0 x0 + p 1 x1 + p 2 x2 + p 3 x3 , (1.45)
che si traduce in coordinate cono-luce come
p · x = p + x+ + p − x− + p 2 x 2 + p 3 x3 . (1.46)
Nella (1.45) si ha che p0 = −E/c appare in coppia con x0 . In analogia a ciò si può
pensare che p+ = −Ecl /c sia in coppia con x+ , similmente per le componenti con indice
-. Poichè −p+ = p− è conveniente usare p− come energia cono-luce, al fine di eliminare
il segno negativo nella seguente equazione:
Ecl
p− = . (1.47)
c

13
Se si considera una particella in moto a velocità elevata nella direzione positiva dell’asse
x1 , poichè p1 è molto grande, l’equzione (1.44) dà:
p m2 c2
p0 = (p1 )2 + m2 c2 ' p1 + . (1.48)
2p1
L’energia cono-luce della particella diviene quindi:

1 m2 c2
p− = √ (p0 − p1 ) ' √ . (1.49)
2 2 2p1
Si nota cosı̀ che sia la velocità che l’energia, in coordinate cono-luce, descrescono al
crescere di p1 .

14
Capitolo 2

Stringa bosonica relativistica

2.1 Funzionale d’area per superfici spaziotemporali


Si è visto che, per una particella puntiforme relativistica, è possibile rappresentare la
sua storia attraverso una linea di mondo dello spaziotempo. Nel caso di una stringa
relativistica, dotata di una certa lunghezza, per rappresentare il trascorso storico si ricorre
invece all’uso di una superficie di mondo bidimensionale dello spaziotempo. Per riferirsi a
questa superficie si utilizzano due parametri indicati solitamente con: τ e σ, dove il primo
è relazionato al tempo, mentre il secondo alla posizione lungo la stringa. Le coordinate
spaziotemporali diventano xµ = (x0 , x1 , ..., xd ) e la superficie di mondo è descritta dalle
immagini delle funzioni mappa X µ (τ, σ) che proiettano, nello spaziotempo, una regione
dei parametri. Fissato un punto (τ, σ) nello spazio dei parametri, la sua immagine in un
punto con coordinate spaziotemporali è

(X 0 (τ, σ), X 1 (τ, σ), ..., X d (τ, σ)), (2.1)

con X µ dette coordinate della stringa.


Poichè è previsto che le stringhe aperte possano formarne di chiuse, congiungendo i
propri estremi, da qui in avanti verranno trattate solo stringhe aperte, dotate cioè di
due capi distinti. Le linee di mondo dei punti estremi della stringa avranno il parametro
σ costante e saranno parametrizzabili unicamente da τ dato che, essendo correlato al
tempo, fluisce costantemente. Per questi due punti allora è valida la condizione:
∂X 0
|estremo 6= 0. (2.2)
∂τ
É lecito assumere che la (2.2) sia valida per valori di σ diversi dai due estremi.
Per trovare l’elemento d’area nella superificie di mondo, partendo dallo spazio dei para-
metri, è necessario tenere conto che, l’immagine nello spaziotempo bidimensionale di un
rettangolo infinitesimo di lati dτ e dσ non diventa necessariamente un rettangolo ma,

15
s x0

ds dv1
dt dv2

t x2 (x3, …)
x1

Figura 2.1: Si riportano sulla sinistra lo spazio dei parametri (τ, σ) con un piccolo ret-
tangolo selezionato di lati dτ e dσ, sulla destra la superficie di mondo corrispondente. É
inoltre evidenziato il quadrilatero, immagine del rettangolo, i cui lati sono i vettori dv1µ
e dv2µ , entrambi tangenti alla superficie spaziotempo bidimensionale.

più in generale, può assumere la forma di un quadrilatero, cosı̀ come illustrato in Figura
2.1. É possibile definire i lati del quadrilatero dv1µ e dv2µ come segue:
∂X µ ∂X µ
dv1µ = dτ, dv2µ = dσ, (2.3)
∂τ ∂σ
dove il rapporto ∂X µ /∂τ rappresenta la variazione delle coordinate della stringa rispetto
al parametro τ . Moltiplicando questo rateo di variazione per la lunghezza dτ si ottiene
dv1µ , che rappresenta esattamente il lato dell’immagine nello spaziotempo cercato. Simil-
mente avviene per il parametro σ. A questo punto, per calcolare l’area nella superficie
bidimensionale, è sufficiente usare la formula valida per un parallelogramma
q
dA = |d v 1 | |d v 2 | |sin θ| = |d→

− →
− −
v 1 | |d→
2 − 2
v 2 | − |d→

v 1 | |d→
2 − 2
v 2 | cos2 θ, (2.4)

dove θ è l’angolo compreso tra i vettori d→



v µ1 e d→
−v µ2 . In termini di prodotto scalare,
l’ultima equazione diviene:
p
dA = (dv1 · dv1 )(dv2 · dv2 ) − (dv1 · dv2 )2 (2.5)

dove, inserendo le definizioni (2.3), si trova:


s    2
∂X µ ∂Xµ ∂X µ ∂Xµ ∂X µ ∂Xµ
dA = dτ dσ · · − · . (2.6)
∂τ ∂τ ∂σ ∂σ ∂τ ∂σ

L’equazione (2.5), grazie all’utilizzo corretto del prodotto scalare relativistico, garantisce
che l’elemento d’area dA sia Lorentz invariante ma, alcune considerazioni fisiche sulle

16
stringhe fanno sı̀ che l’argomento sotto radice sia negativo. Questo induce un cambia-
mento di segno, affinchè l’integrale esista, che non modifica però la proprietà di scalare di
dA. Si ottiene cosı̀ che l’area propria corrisponde alla (2.6) cambiata di segno, espressa
con la notazione del prodotto scalare relativistico, diviene:
s 2  2  2
Z
∂X ∂X ∂X ∂X
A = dτ dσ · − . (2.7)
∂τ ∂σ ∂τ ∂σ

Per chiarire il motivo che porta a cambiare il segno nell’equazione (2.5), è necessario
analizzare alcue proprietà della superficie di mondo di una stringa. Considerando un
punto, appartenente alla superficie di mondo e un insieme di vettori tangenti alla super-
ficie in quel determinato punto, si ha che l’insieme di tutti i vettori genera uno spazio
lineare. Questo è dotato di una base bidimensionale costituita da un vettore tipo tempo
e da un vettore tipo spazio. Ciò implica che in ogni punto della stringa ci sono direzioni
tangenti sia di tipo tempo che di tipo spazio. Immaginando una stringa che viaggia alla
velocità della luce c, si trova che in ogni suo punto i vettori tangenti alla superficie sono
esclusivamente di tipo spazio. Infatti, immaginando di fissare un sistema di riferimento
solidale con la stringa, si ha che gli eventi dei diversi punti sono simultanei ma spazial-
mente separati. É quindi necessario capire se l’esistenza di soli vettori tipo spazio sia
sufficiente per la descrizione di un moto fisicamente accettabile. La risposta è negativa.
Per apprezzare la necessità di un vettore tipo tempo si consideri la linea di mondo di
una particella puntiforme. Il vettore tangente alla linea è sempre tipo tempo e ciò fa sı̀
che, ad ogni punto della linea di mondo, sia possibile associare un osservatore di Lorentz
istantaneo, per il quale la particella è momentaneamente a riposo. Un vettore tipo spazio
tangente alla linea sarebbe in questo contesto privo di senso fisico in quanto descrivereb-
be il moto della particella a velocità superluminali. Tornando alle stringhe la situazione
è più delicata: non esiste la possibilità di descrivere il moto individuale di ogni punto
della stringa. Il motivo di ciò si trova nella definizione di questo oggetto: una stringa è
definita come un’entità elementare dotata di una singola dimensione (a differenza della
particella puntiforme, priva di dimensioni), non costituita da elementi più piccoli e, per
questo motivo, non suddivisibile in alcun modo. La stringa sarebbe cosı̀ l’entità più
piccola e fondamentale dell’intero Universo. L’unica eccezione è rappresentata dai punti
estremi delle stringhe aperte, per i quali è possibile definire il moto. L’esistenza di un
solo vettore tipo tempo tangente ad essi ne implica per continuità molti altri. Cosı̀ che
risulta possibile definire diversi osservatori lorentziani istantanei che vedono il punto a
riposo. In questo modo se si analizza la posizione dei punti che costituiscono la stringa
a due istanti temporali separati, continua ad essere impossibile definire il moto di ogni
singolo punto, ma è possibile individuare per un dato punto nell’istante temporale finale,
alcuni punti nella stringa iniziale che potrebbero averlo raggiunto, con una velocità al
massimo pari a c. Cosı̀, l’esistenza di entrambe le direzioni tangenti tipo tempo e tipo
spazio per ogni punto regolare della superficie di mondo diviene il criterio per la defi-

17
nizione di un moto fisicamente accettabile. Ciò garantisce anche che l’equazione (2.7)
definisca correttamente il funzionale d’area.

Esiste un’ulteriore via per determinare l’area della superficie di mondo. Questa può essere
infatti ottenuta usando la nuova metrica gij (τ, σ), indotta dall’immersione nell’usuale
spazio di Minkowski. Sia σ i ≡ (σ 0 , σ 1 ) = (τ, σ), allora per l’area della superficie di
mondo si ha:
∂X µ ∂X ν i j
ds2 = ηµν dX µ dX ν = ηµν dσ dσ ≡ gij dσ i dσ j . (2.8)
∂σ i ∂σ j
La metrica indotta risulta quindi essere definita come:
∂X µ ∂X ν
gij (σ) = ηµν . (2.9)
∂σ i ∂σ j

2.2 Azione di Nambu-Goto


L’azione per una stringa relativistica, cosı̀ come nel caso di una particella puntiforme
relativistica, si definisce proporzionale all’area propria della superficie di universo definita
in (2.7). É evidente che la dimensione di A = [L2 ], in quanto le unità di misura di τ
e σ si elidono. Come già anticipato, i due parametri non sono stati scelti in modo
casuale ma sono rispettivamente correlati al tempo e allo spazio. Si assumerà quindi
che τ = [T ] ∈ [τi , τf ] e σ = [L] ∈ [0, σ 1 ]. Per ottenere le corrette dimensioni dell’azione
M L2 /T è quindi necessario aggiungere anche in questo caso un fattore del tipo M/T .
Due fisici giapponesi, Y. Nambu e T. Goto, assunsero quale fattore moltiplicativo il
rapporto tra la tensione della stringa T0 e la velocità della luce c. L’azione della stringa
relativistica, chiamata per l’appunto azione di Nambu-Goto è esprimibile come:
T0 τf
Z Z σ1 q
SN B = − dτ dσ (Ẋ · X 0 )2 − (Ẋ)2 (X 0 )2 , (2.10)
c τi 0

dove si è introdotta la notazione:


0
Ẋ µ ≡ ∂τ X, X µ ≡ ∂σ X. (2.11)

L’estremo superiore σ1 dell’integrale sul parametro σ è assunto come un valore costante


e positivo.

Con l’ausilio della metrica gij (τ, σ), introdotta precedentemente, è possibile esprimere
l’azione (2.10) nel seguente modo più compatto:
Z
T0 p
SN B = − dτ dσ −detgij . (2.12)
c

18
2.3 Invarianza per riparametrizzazione
L’invarianza per riparametrizzazione di un elemento d’area esprime la proprietà di indi-
pendenza della superficie dai parametri scelti. Ciò significa che sarà possibile scegliere
liberamente i parametri più convenienti senza che la fisica sottostante venga modifica-
ta. Poichè, come visto sopra, il principio di azione più semplice che si può assumere R
è quello che richiede la minimizzazione della superficie di mondo, si avrà: S ∼ dA,
con dA elemento d’area infinitesimo della superficie spaziotemporale. Ne consegue quin-
di che, l’invarianza per riparametrizzazione dell’elemento d’area, assicura anche quella
dell’azione per la stringa relativistica. Considerando l’equazione (2.6) è lecito doman-
darsi se sia o meno invariante per riparametrizzazione. Al primo sguardo la risposta
sembrerebbe affermativa infatti, riparametrizzando la superficie con τ̃ (τ ) e σ̃(σ), tutte
le derivate introdotte, a seguito dell’uso della regola della catena, si cancellerebbero in
modo appropriato e sarebbe cosı̀ naturale riottenere la forma iniziale, scritta con le nuo-
ve variabili. La riparametrizzazione appena fatta non è però valida in generale, fallisce
quando le coordinate τ e σ si mescolano. Supponendo quindi di riparametrizzare con
τ̃ (τ, σ) e σ̃(τ, σ), si giunge finalmente alla conclusione di invarianza, ma attraverso calcoli
più laboriosi e meno intuitivi. Per rendere allora questa proprietà più evidente è utile
riscrivere il funzionale d’area. Generalizzando le variabili di integrazione τ e σ rispetti-
vamente ai parametri ξ 1 (ξ˜1 (ξ 1 , ξ 2 )) e ξ 2 (ξ˜2 (ξ 1 , ξ 2 )) si trova, per il teorema del cambio
di variabili, la seguente espressione:
 i

1 2
dξ dξ = det dξ˜1 dξ˜2 = |detM |dξ˜1 dξ˜2 , (2.13)
dξ˜j

dove M = [Mij ] è la matrice jacobiana della trasfromazione delle coordinate, i cui ele-
menti sono definiti come Mij = ∂ξ i /∂ ξ˜j .
Similmente,
!
dξ ˜i
dξ˜1 dξ˜2 = det j
dξ 1 dξ 2 = |detM̃ |dξ 1 dξ 2 , (2.14)

dove M̃ = [M̃ij ] è definita come M̃ij = ∂ ξ˜i /∂ξ j . Dalla combinazione delle ultime due
equazioni segue che

|detM ||detM̃ | = 1. (2.15)

Si consideri un elemento d’area S della superficie spaziotemporale descritto dalle imma-


gini delle funzioni →

x (ξ 1 , ξ 2 ). Sia d→

x un vettore tangente alla superficie in qualche suo
punto, il suo modulo quadro è esprimibile come:

ds2 ≡ (ds)2 = d→

x · d→

x. (2.16)

19
Poichè il vettore d→

x può essere espresso in termini di derivate parziali e differenziali nel
seguente modo:

∂→

x ∂→

x ∂→

x i
d→

x = 1 dξ 1 + 2 dξ 2 = dξ , (2.17)
∂ξ ∂ξ ∂ξ i
dove gli indici ripetuti i sono sommati su tutti i loro possibili valori (i = 1, 2), allora la
(2.16) può essere riscritta come
 →
∂−
  →
∂− ∂→

x ∂→


2 x i x j x i j
ds = i
dξ · j
dξ = dξ dξ (2.18a)
∂ξ ∂ξ ∂ξ ∂ξ j
i

= gij (ξ)dξ i dξ j (2.18b)

dove si è introdotto
x ∂→
∂→
− −
x
gij (ξ) ≡ · . (2.19)
∂ξ ∂ξ j
i

La matrice gij non è altro che la metrica indotta su S, infatti l’equazione (2.18b) assu-
me, a meno di un segno, la medesima forma della (1.4a), dove compare la metrica di
Minkowski. Si era già fatto riferimento a gij nelle equazioni (2.8), (2.9) e (2.12), nel caso
particolare dei parametri τ e σ. In questo contesto diviene però evidente come quest’ulti-
ma sia effettivamente una metrica di S in quanto, attraverso le coordinate ξ i , è possibile
esprimere le distanze su tale superficie mediante l’equazione (2.18b). In analogia con lo
spazio di Minkowski M4 , il nuovo spaziotempo diviene uno spazio a (d − 1) dimensioni
spaziali più una temporale e viene indicato con Md .
In questo caso per parametrizzare la superficie S si hanno solo i parametri ξ 1 e ξ 2 , perciò
la matrice è completamente definita da:
" −
∂→ ∂−
→ ∂−
→ ∂−
→ #
x x x x
1 · ∂ξ 1
·
∂ξ 1 ∂ξ 2
gij = ∂∂ξ−
→x ∂−

x ∂−

x → .

·
∂ξ 2 ∂ξ 1
· ∂x
∂ξ 2 ∂ξ 2

É possibile notare che il determinante di gij corrisponde esattamente al radicando dell’e-


quazione (2.6) espressa nel caso particolare dei parametri τ e σ, scelti in modo opportuno.
Sia g ≡ det(gij ) è quindi possibile scrivere

Z
A = dξ 1 dξ 2 g, (2.20)

come già anticipato in (2.12). Questa equazione esprime elegantemente l’elemento d’area
della superficie S in funzione della metrica indotta su S stessa. In questo modo è possibile
comprendere l’invarianza per riparametrizzazione dell’elemento d’area, in termini delle
proprietà di trasformazione della metrica gij . In particolare, il modulo quadro ds2 è

20
una proprietà geometrica del vettore d→

x e per questo motivo non deve dipendere dalla
parametrizzazione scelta. Considerando per l’appunto un altro set di parametri ξ˜ e la
˜ deve allora essere valida l’uguaglianza:
rispettiva metrica indotta g̃(ξ),
˜ ξ˜p dξ˜q .
gij (ξ)dξ i dξ j = g̃pq (ξ)d (2.21)

Facendo uso della regola della catena è possibile esprimere i differenziali dξ˜ in termini
dei dξ,
˜p ˜q
˜ ∂ ξ ∂ ξ dξ i dξ j .
gij (ξ)dξ i dξ j = g̃pq (ξ) (2.22)
∂ξ i ∂ξ j
Data la generalità dell’equzione sopra riportata, è possibile definire la relazione tra la
˜
metrica in coordinate ξ e ξ:
˜p ˜q
˜ ∂ξ ∂ξ .
gij (ξ) = g̃pq (ξ) (2.23)
∂ξ i ∂ξ j

Questa relazione può essere riscritta, facendo uso della jacobiana M̃ (precedentemente
definita), nel seguente modo:

gij (ξ) = g̃pq M̃pi M̃qj = (M̃ T )ip g̃pq M̃qj . (2.24)

L’espressione a destra dell’equazione, in notazione matriciale, corrisponde al prodotto di


tre matrici. Considerando il determinante di tali matrici ed assumendo, come sopra, che
˜ si ottiene:
g ≡ det(gij ) (stessa cosa per ξ),

g = (detM̃ T )g̃(detM̃ ) = g̃(detM̃ )2 , (2.25)

la cui radice quadrata risulta essere:


√ p
g= g̃|detM̃ |. (2.26)

É quindi ora possibile apprezzare l’invarianza per riparametrizzazione della (2.20). Fa-
cendo uso delle (2.13), (2.15), (2.26) si ha :

2√
Z Z Z
A = dξ dξ g = dξ˜ dξ˜ |detM | g̃|detM̃ | = dξ˜1 dξ˜2 g̃,
1 1 2
p p
(2.27)

che dimostra la proprietà cercata per il funzionale d’area. Come già anticipato, questa
proprietà si riflette sull’azione della stringa relativistica. La metrica indotta gij definita
in (2.9), facendo uso della notazione (2.11), può essere espressa in forma matriciale come:
 0
(Ẋ)2 Ẋ · X
gij = 0 0 .
Ẋ · X (X )2

21
In questo modo è possibile ricondursi alla forma (2.12) che esprime, in modo esplicito,
l’invarianza per riparametrizzazione dell’azione della stringa. L’azione di Nambu-Goto,
espressa in questa forma, è inoltre adatta ad essere generalizzata alla descrizione della
dinamica di un oggetto, avente più dimensioni di una stringa. Si vedrà ad esempio che, in
prima approssimazione, un’azione di questo tipo sarà utile alla descrizione della dinamica
delle D-brane.

2.4 Equazioni del moto e condizioni al contorno


Applicando il principio di Hamilton è possibile ricavare le equazioni del moto per una
0
stringa relativistica. Sia L(Ẋ µ , X µ ) la densità di Lagrangiana, l’azione di Nambu-Goto
è esprimibile come suo integrale doppio nel seguente modo:
Z τf Z σ1
0
S= dτ dσL(Ẋ µ , X µ ), (2.28)
τi 0

con L definita come


T0
q
µ0
L(Ẋ , X ) = −
µ
(Ẋ · X 0 )2 − (Ẋ)2 (X 0 )2 , (2.29)
c
in accordo con la (2.10). Imponendo che la variazione dell’azione sia nulla, è possibile
scrivere:
Z τf Z σ1
∂L ∂(δX µ ) ∂L ∂(δX µ )
 
δS = dτ dσ + , (2.30)
τi 0 ∂ Ẋ µ ∂τ ∂X µ0 ∂σ

dove si è fatto uso di


∂X µ ∂(δX µ )

µ
δ Ẋ = δ = , (2.31a)
∂τ ∂τ
∂X µ ∂(δX µ )
 
µ0
δX = δ = . (2.31b)
∂σ ∂σ
0
Introducendo una notazione compatta per ∂L/∂ Ẋ µ e ∂L/∂X µ si ha:
0 0 0
∂L T0 (Ẋ · X )Xµ − (X )2 Ẋµ
Pτµ ≡ =− q , (2.32a)
∂ Ẋ µ c
(Ẋ · X 0 )2 − (Ẋ)2 (X 0 )2
0 0
∂L T0 (Ẋ · X )Ẋµ − (Ẋ)2 Xµ
Pσµ ≡ = − . (2.32b)
∂X µ0
q
c 0 2 2 0 2
(Ẋ · X ) − (Ẋ) (X )

22
In questo modo la variazione dell’azione è esprimibile come segue:
 τ
∂Pµ ∂Pσµ
Z τf Z σ1  
∂ ∂
δS = dτ dσ (δX Pµ ) +
µ τ
(δX Pµ ) − δX
µ σ µ
+ . (2.33)
τi 0 ∂τ ∂σ ∂τ ∂σ
Il primo termine nella parentesi quadra rappresenta una derivata totale rispetto a τ e
fornisce contributi proporzionali a δX µ (τf , σ) e δX µ (τi , σ). Lo scorrere del valore di
questo parametro implica, per le assunzioni fatte, lo scorrere del tempo. É possibile
pensare di fissare gli stati iniziale e finale della stringa, imponendo cosı̀ che i contributi
diventino nulli: δX µ (τf , σ) = δX µ (τi , σ) = 0. Assumendo solo variazioni che soddisfano
la condizione appena discussa, la (2.33) diviene:
 τ
∂Pµ ∂Pσµ
Z τf Z τf Z σ1 
µ σ σ1
δS = dτ [δX Pµ ]0 − dτ dσδX µ
+ . (2.34)
τi τi 0 ∂τ ∂σ
Il secondo termine dell’integrale deve annullarsi per una variazione del moto arbitraria
δX µ . Ciò implica che
∂Pτµ ∂Pσµ
+ = 0. (2.35)
∂τ ∂σ
Quest’ultima equazione rappresenta esattamente l’equazione del moto per una stringa
relativistica, aperta o chiusa. Ricordando le definizioni (2.32), è immediato riconoscere
come questa equazione sia complessa. Una possibile semplificazione risiede nella pro-
prietà di invarianza per riparametrizzazione dell’azione di Nambu-Goto che, con scelte
opportune, permette di rendere i calcoli più semplici.
Il primo termine della (2.34) ha a che fare con gli estremi della stringa e può annullarsi in
due modi distinti. Sia σ ∗ la coordinata di un estremo della stringa, in modo che questo
possa assumere due soli possibili valori: 0 o σ 1 , se non si impongono condizioni sulla
variazione δX µ (τ, σ ∗ ) delle coordinate agli estremi, allora il punto è libero di fare tutto
il necessario affinchè la variazione dell’azione sia nulla. In questo caso infatti si parla di
estremi liberi e la condizione che questi soddisfano è espressa come:
Pσµ (τ, σ ∗ ) = 0. (2.36)
Diverso è il caso in cui si impone che il punto estremo della stringa rimanga fisso durante
il moto. In questo modo si giunge alla condizione al contorno di Dirichlet, espressa come
segue:
∂X µ
(τ, σ ∗ ) = 0. (2.37)
∂τ
In generale, le condizioni sui due punti estremi della stringa non devono essere neces-
sariamente uguali, il principio di Hamilton infatti si limita a richiedere che la variazio-
ne dell’azione deve annullarsi, al primo ordine, per ogni traiettoria diversa da quella
effettivamente seguita dal sistema.

23
y

x=0 x=a

Figura 2.2: Si riporta una stringa classica soggetta alle condizioni al contorno di Dirichlet
nei due punti estremi.

Analizzando il caso della condizione di Dirichlet è naturale ricondursi alla sua contropar-
te classica, già compresa. Nel caso non relativistico questa condizione al contorno emerge
nei sistemi in cui gli estremi della stringa sono attaccati a qualche altro oggetto fisico,
come mostrato in Figura 2.2. In questa situazione gli estremi della stringa sono forzati
a stare su una linea uno-dimensionale ed il loro moto orizzontale è proibito. In modo
analogo, gli oggetti a cui gli estremi delle stringhe aperte sono attaccati, sono caratte-
rizzati da una loro dimensionalità, corrispondente esattamente al numero di dimensioni
spaziali. Questi sono chiamati D-brane, dove la lettera D sta per Dirichlet. L’oggetto
rappresentato in Figura 2.2, che vincola orizzontalmente gli estremi della stringa aperta
nei punti x = 0 e x = a, è uno-dimensionale e per questo viene indicato con D1-brana.
In generale una Dp-brana è un oggetto con p dimensioni spaziali. Poichè gli estremi della
stringa devono essere vincolati alla Dp-brana, è necessario fissare un set di condizioni
al contorno di Dirichlet. Considerando per esempio una D2-brana piatta, in uno spazio
tridimensionale, è sufficiente fissare la condizione x3 = 0 che implica lo svilupparsi della
brana sul piano (x1 , x2 ). Questa situazione è mostrata in Figura 2.3. La condizione al
contorno di Dirichlet si applica quindi alla coordinata della stringa X 3 , che dovrà neces-
sariamente annullarsi nei punti estremi. Le coordinate X 1 , X 2 , al contrario, soddisfano
la condizione al contorno di estremi liberi, in quanto il loro moto non è vincolato lungo
alcuna direzione della brana.
Le D-brane non sono oggetti introdotti ad hoc ma emergono naturalmente dalla teoria
sia nel campo classico, che in quello relativistico. Non necessitano di un’estensione spa-
ziale infinita e non sono necessariamente iperpiani, sono contraddistinte da una densità
energetica calcolabile, da una massa e da altre prorietà fisiche rilevanti. Quando le estre-
mità di una stringa aperta soddisfano la condizione al contorno di estremi liberi, lungo
ogni direzione spaziale, si ha una D-brana a spazio pieno.

24
x1

x3

D2
x2

Figura 2.3: Si riporta una D2-brana giacente sul piano (x1 , x2 ). I punti estremi della
stringa aperta sono liberi di muoversi sulla brana ma devono restare attaccati ad essa. La
coordinata x3 dei punti estremi deve annullarsi ad ogni istante. Questa è una condizione
al contorno di Dirichlet per la coordinata della stringa X 3 .

2.5 Il gauge statico


Al fine di rendere più semplice e comprensibile l’espressione dell’azione di Nambu-Goto,
è utile parametrizzare la superficie di mondo in modo conveniente, soprattutto ai fini
del calcolo pratico. Ogni scelta di parametrizzazione è lecita, in quanto l’azione della
stringa gode dell’invarianza per riparametrizzazione: è possibile usare diversi parametri
per rappresentare la superficie di mondo e giungere alle medesime conclusioni sul moto
fisico della stringa. Nel caso della particella puntiforme relativistica ad esempio, si è
visto che la scelta più comoda per parametrizzare la linea di mondo, ricadeva sul tempo
proprio della particella stessa. Per le stringhe si sceglie di trattare una parametrizzazione
parziale della superficie di universo: si fissano le linee in cui τ assume valori costanti e
si mette il parametro in relazione con le coordinate temporali, X 0 = ct, di un dato
sistema di riferimento lontentziano. Considerando un iperpiano di tempo costante τ =
t0 , nella superficie spaziotemporale, si ha che la sua intersezione con la superficie di
universo restituisce una curva, corrispondente esattamente alla stringa al tempo t0 . Per
le assunzioni appena fatte, la stringa sarà quindi caratterizzata da τ = t0 costante.

25
Estendendo questa definizione ad ogni istante temporale t si ha che, per ogni punto Q
della superficie di universo

τ (Q) = t(Q). (2.38)

Questa scelta di parametrizzazione per τ è detta gauge statico perchè le curve con τ
costante sono ”stringhe statiche”, nel sistema di riferimento scelto.
Per quanto riguarda il parametro σ, cosı̀ come adottato finora, si può richiedere per una
stringa aperta che σ ∈ [0, σ1 ]. Le linee caratterizzate da σ costante sono rappresentabili
sulla superficie spaziotemporale in modo arbitrario, tenendo conto però che queste non si
intersechino, non presentino punti irregolari e restino all’interno della superficie di mondo.
Nel caso di una stringa chiusa la parametrizzazione è fissata in modo analogo, l’unica
peculiarità da considerare è che lo spazio dei parametri (τ, σ) è di forma cilindrica, in
accordo con il fatto che la superficie di mondo della stringa è topologicamente un cilindro.
La parametrizzazione scelta per τ fa sı̀ che la (2.38) possa essere scritta come

X 0 (τ, σ) ≡ ct(τ, σ) = cτ. (2.39)

Le coordinate della stringa X µ possono essere descritte come segue:


 → − 
µ µ
X (τ, σ) = X (t, σ) = ct, X (t, σ) , (2.40)


cosı̀ che il vettore X rappresenti le coordinate spaziali della stringa. In questo modo la
notazione (2.11), per le derivate parziali dell’azione di Nambu-Goto, può essere espressa
come:

−! →
−!
∂X µ ∂X 0 ∂ X ∂X
= , = c, , (2.41)
∂τ ∂t ∂t ∂t

−! →
−!
∂X µ ∂X 0 ∂ X ∂X
= , = 0, . (2.42)
∂σ ∂σ ∂σ ∂σ

Da queste due ultime equazioni è evidente che la parametrizzazione scelta permette


di separare le coordinate spaziali e temporali in modo piuttosto netto. Ciò permette
di semplificare l’azione (2.10) e l’equazione del moto (2.35), in modo da rendere più
semplice la loro interpretazione e la conseguente deduzione delle proprietà fisiche delle
stringhe.

0
2.6 Il parametro di pendenza α
I primi stadi dello sviluppo della teoria delle stringhe sono stati caratterizzati dall’in-
troduzione di un parametro, correlato alla tensione della stringa T0 , e rappresentato con

26
0
α , avente un’interpretazione fisica importante. Se si considera una stringa aperta rigida
0
e rotante, allora α è la costante di proporzionalità che mette in relazione il momento
angolare totale J della stringa, misurato in unità di ~, con il quadrato della sua energia
E. Più esplicitamente:
J 0
= α E 2. (2.43)
~
0
Poichè la componente sinistra dell’equazione è adimensionale, il parametro α ha dimen-
sione inversa al quadrato dell’energia:
0 1
[α ] = . (2.44)
[E]2
Per verificare la relazione (2.43) si pensi ad una stringa aperta di energia E che ruota
rigidamente sul piano (x, y), ovvero avente momento angolare non nullo solo lungo z(k̂).
Le componenti del momento angolare della stringa sono esprimibili nel seguente modo:
Ji = 12 ijk Mjk , dove ijk è il simbolo totalmente antisimmetrico di Ricci e Mµν rappre-
sentano in generale le componenti delle cariche conservate di Lorentz, antisimmetriche,
definite come segue:
Z Z
Mµν = Mµν (τ, σ)dσ = (Xµ Pτν − Xν Pτµ )dσ.
τ
(2.45)

Quando µ, ν rappresentano gli indici spaziali j, k allora Mτµν diviene precisamente la den-
sità di momento angolare e, come conseguenza, le componenti Mjk misurano il momento
angolare della stringa. In modo esplicito si ha J1 = M23 , J2 = M13 , J3 = M12 .
Tornando quindi al caso della stringa aperta rotante sul piano (x, y), l’unica componente
di momento angolare non nulla sarà M12 , il cui modulo è rappresentato come J = |M12 |.
Perciò, in accordo con l’equazione (2.45), si avrà:
Z σ1
M12 = (X1 Pτ2 − X2 Pτ1 )dσ. (2.46)
0
Per calcolare questo integrale è necessario introdurre le formule per la posizione e per il
momento di una stringa rotante:
 

− σ1 πσ πct πct
X (t, σ) = cos cos , sin , (2.47)
π σ1 σ1 σ1



−τ
 
T0 ∂ X T0 πσ πct πct
P = 2 = cos − sin , cos , (2.48)
c ∂t c σ1 σ1 σ1
le quali restituiscono rispettivamente le componenti (X 1 , X 2 ), (Pτ1 , Pτ2 ). L’integrale (2.46)
è quindi ora possibile esprimerlo come:
Z 1
σ1 T0 σ πσ σ 2 T0
M12 = cos2 dσ = 1 . (2.49)
π c 0 σ1 2πc

27
Come atteso, la dipendenza temporale sparisce, in accordo con il fatto che il momento
angolare della stringa si conserva. Scegliendo la parametrizzazione più comune che pre-
vede, sulla superficie della stringa, l’ortogonalità delle linee in cui i parametri σ ∈ [0, σ 1 ]
e τ ∈ [τi , τf ] assumono rispettivamente valori costanti, si ha che la densità di ener-
gia dE/dσ eguaglia la tensione della stringa. Integrando si ottiene quindi σ 1 = E/T0 .
Grazie a questa relazione, richiamando che J = |M12 |, si ottiene:
1
J= E 2. (2.50)
2πT0 c
Come anticipato, il momento angolare è proporzionale al quadrato dell’energia della
stringa e, facendo un paragone con l’equazione (2.43), si deduce che:

0 1 1
α = e T0 = . (2.51)
2πT0 ~c 2πα0 ~c
0
Queste equazioni rendono evidente la relazione tra il parametro di pendenza α e la ten-
sione della stringa T0 . Sin dalla fisica classica è noto che per le rotazioni rigide J = Iω,
dove I è il momento d’inerzia e ω è la velocità angolare. Per un oggetto di massa M ,
caratterizzato da una lunghezza di scala L, vale I ∼ M L2 → J ∼ M L2 ω. Per una
stringa rotante relativistica è possibile dimostrare che M, L ∼ E, e ω ∼ 1/E, perciò
J ∼ E 2.
0
Il nome parametro di pendenza sorge perchè α è esattamente la pendenza della retta,
chiamata traiettoria di Regge, di J graficato con E 2 . Queste traiettorie scaturivano na-
turalemente dalla raccolta dei dati sperimentali che rivelavano la relazione lineare tra J
e E 2 , valida solo per gli adroni eccitati. I leptoni, infatti, non erano coinvolti in queste
osservazioni e ciò fece presupporre che, a differenza degli adroni, fossero realmente par-
ticelle elementari. Fu proprio questo fatto che segnò gli albori della teoria delle stringhe,
nata alla fine degli anni ’60 con l’obiettivo di spiegare le interazioni forti, in grado di
mantenere legati i costituenti elementari degli adroni. Come accennato nell’introduzione,
tra tutte le teorie sviluppate in questo periodo, fu la teoria di Gauge SU (3), chiamata
Cromodinamica Quantistica (QCD), a primeggiare sulle altre proposte.
0
É possibile definire la lunghezza della stringa `S in funzione di ~, c e α , nel seguente
modo:

`S = ~c α0 . (2.52)

A meno dei fattori ~ e c, la lunghezza della stringa corrisponde esattamente alla radice
0
quadrata del parametro di pendenza. Questa connessione di α con una lunghezza di
scala fondamentale, fornisce una sua ulteriore interpretazione fisica.

28
Capitolo 3

Stringhe relativistiche nel cono-luce

3.1 Scelta di una parametrizzazione per τ


Nel primo capitolo si è introdotto il gauge statico che prevede di identificare il tempo τ
della superficie di mondo con la coordinata temporale X 0 dello spaziotempo:

X 0 (τ, σ) = cτ. (3.1)

In generale questa non è l’unica via. É possibile scegliere altre relazioni per τ , ed ognuna
di esse determinerà un gauge specifico. In questo contesto si usa in particolare il gau-
ge cono-luce perchè permette di risolvere le equazioni del moto della stringa in modo
completo e diretto, più di quanto permesso dal gauge statico.
Iniziando ad impostare in tutta generalità una classe di gauge per la quale, il parametro
τ è eguagliato ad una combinazione lineare delle coordinate della stringa

ηµ X µ (τ, σ) = λτ, (3.2)

è evidente che, ponendo ηµ = (1, 0, 0, ..., 0) e λ = c, ci si riconduce alla condizione


del gauge statico (3.1). L’equazione (3.2) è possibile esprimerla anche in funzione delle
coordinate spaziotemporali come

ηµ xµ = λτ. (3.3)

Siano xµ1 e xµ2 due vettori distinti e arbitrari, che soddisfano entrambi la condizione del
gauge appena riportata, allora si ha

ηµ (xµ2 − xµ1 ) = 0. (3.4)

Si afferma quindi che, ogni vettore congiungente due punti che soddisfano l’equazione, è
ortogonale a η µ infatti, in generale, la (3.3) individua un iperpiano ortogonale a η µ .

29
x0

A
"#
Stringa a !
B

x2, x3, …

x1

Figura 3.1: Si riporta una stringa, nel gauge ηµ xµ = λτ , ottenuta dall’intersezione tra la
superficie di mondo e l’iperpiano ortogonale a η µ .

I punti X µ che soddisfano la (3.2) appartengono contemporaneamente sia alla superficie


di mondo, sia all’iperpiano perciò, per soddisfare contemporaneamente le due equazio-
ni, si deve fissare un valore costante per il parametro τ . In questo modo l’iperpiano
risulta essere ortogonale anche all’asse del tempo x0 e la stringa sarà ottenuta dalla sua
intersezione con la superficie di mondo, come mostrato in Figura 3.1. In questa para-
metrizzazione quindi le stringhe saranno costituite da punti X(τ, σ), con τ costante, che
soddisfano la (3.2).
In generale si vuole che la stringa sia un oggetto di tipo spazio. Questa richiesta è
piuttosto intuitiva: si vuole immaginare la superficie di mondo della stringa muoversi
all’interno di uno spazio euclideo, dove la quarta dimensione temporale viene tagliata
fuori. Affinchè ciò sia verificato si impone che l’intervallo ∆X µ , tra due punti distinti e
arbitrari della stringa, sia tipo spazio o al limite nullo, ma mai tipo tempo. É possibile
dimostrare che, nel gauge considerato, un vettore η µ tipo tempo garantisce che la stringa
sia un oggetto tipo spazio. Infatti, come sopra detto, in questo gauge ogni intervallo lungo
la stringa ∆X µ soddisfa n · ∆X = 0. Perciò, in conclusione, il gauge (3.2) permetterà di
scegliere η µ come vettore tipo tempo o al limite nullo.
Sia pµ il momento conservato della stringa, l’espressione (3.2) può essere riscritta in
funzione di questo come:

n · X(τ, σ) = λ(n · p)τ. (3.5)

30
Affinchè (n·p) sia costante in generale, è necessario scegliere opportunamente il vettore η µ
in quanto, le stringhe aperte attaccate alle D-brane, non conservano tutte le componenti
del loro momento. Questa condizione risulta comunque più debole rispetto a quella di
conservazione del momento della stringa. Dal punto di vista dimensionale i prodotti
n · X, n · p hanno rispettivamente le unità di una lunghezza e di un momento mentre si
pongono τ ,σ e η µ adimensionali. Ne consegue che λ sia una velocità su una forza e, per
convenzione, si sceglieranno risepttivamente la velocità della luce c e la tensione della
stringa T0
c 0
λ∼ = 2πα ~c2 , (3.6)
T0
dove si è fatto uso della (2.51). Introducendo la convenzione delle unità naturali ~ = c = 1
0 1
[α ] = = L2 . (3.7)
[T0 ]
Allora la condizione di gauge che permette di fissare il valore del parametro τ , ponendo
per le stringhe aperte λ = 2α0 , diviene:

n · X(τ, σ) = 2α0 (n · p)τ. (3.8)

3.2 Scelta di una parametrizzazione per σ


Nel gauge statico si parametrizza σ in modo tale che la densità energetica Pτ 0 sia costante
su tutta la stringa, definita da un valore di τ fissato. In questo caso si richiede invece che
la densità del momento sia costante sull’iperpiano ortognale a nµ perciò si deve avere:
n·Pτ costante. Richiedendo un range di riparametrizzazione σ ∈ [0, π], è possibile scalare
σ con un fattore costante. Ciò permette di preservare per n · Pτ l’indipendenza da σ. Si
ottiene cosı̀

n · Pτ (τ, σ) = a(τ ), (3.9)

dove a è una funzione non nota del parametro τ . Integrando l’espressione sulla stringa
è possibile esplicitare la funzione a:
Z π
n·p
dσn · Pτ (τ, σ) = n · p = πa(τ ) → a(τ ) = . (3.10)
0 π
Il prodotto scalare n·p è conservato, perciò è evidente che la funzione a non può dipendere
da τ , ma sarà fissata dalle condizioni imposte per la parametrizzazione. Si giunge cosı̀ a
n·p
n · Pτ = , (3.11)
π

31
che rappresenta la costanza della densità del momento nella parametrizzazione scelta. Ciò
significa che il valore di σ, che viene assegnato ad ogni punto della stringa, è proporzionale
alla quantità di momento trasportato dalla porzione di stringa compresa tra il punto dato
e l’estremo σ = 0.
Considerando ora l’equazione del moto ∂τ Pτµ + ∂σ Pσµ = 0 e proiettandola su n, si ottiene:

∂ ∂
(n · Pτ ) + (n · Pσ ) = 0. (3.12)
∂τ ∂σ
Il primo termine è nullo per la (3.11), perciò l’equazione del moto si riduce a


(n · Pσ ) = 0, (3.13)
∂σ
ovvero n · Pσ è indipendente da σ. Considerando l’equazione (3.5) si assume n · Pσ = 0
ai punti estremi della stringa, al fine di assicurare la costanza del prodotto scalare n · p.
Nel caso di stringhe chiuse si apporta una modifica all’intervallo di riparametrizzazione
che da σ ∈ [0, π] → σ ∈ [0, 2π]. La (3.11) diventa allora
n·p
n · Pτ = . (3.14)

In questo contesto conviene quindi apportare una piccola modifica alla condizione di
parametrizzazione per τ , che consiste nell’eliminare il fattore 2 a destra dell’equazione
(3.8). É quindi possibile affermare in tutta generalità

n · X(τ, σ) = βα0 (n · p)τ, (3.15)

con β = 1, 2 rispettivamente per stringhe chiuse e aperte.


Nel caso delle stringhe chiuse è necessario però fare alcune osservazioni. La condizione
(3.13) vale anche nel caso di queste ultime ma, essendo per l’appunto curve chiuse, non
è possibile scegliere su di esse un punto particolare (come i punti estremi nel caso delle
stringhe aperte), per il quale sia certo che n · Pσ = 0. In aggiunta, si pone anche il
problema di come scegliere il punto σ = 0 per il quale τ abbia valore costante. Una
possibile soluzione a questi due quesiti è considerare la superficie di universo cilindrica
come una successione continua di stringhe chiuse. In questo modo è possibile selezionare,
in modo arbitrario, un σ = 0 su una stringa e trovare di conseguenza gli altri su tutte le
stringhe rimanenti, richiedendo che anche per queste ultime valga n·Pσ = 0. Traducendo
quanto detto in formalismo matematico si ha
0
1 (Ẋ · X )∂τ (n · X) − (Ẋ)2 ∂σ (n · X)
n · Pσ = − , (3.16)
2πα0
q
0 2 2 0 2
(Ẋ · X ) − (Ẋ) (X )

32
dove si è fatto uso della definizione (2.32b). Dalla (3.15) si ha che ∂σ (n · X) = 0, perciò
0
1 (Ẋ · X )∂τ (n · X)
n·P =−
σ
0 q . (3.17)
2πα
(Ẋ · X 0 )2 − (Ẋ)2 (X 0 )2
É quindi ora sufficiente dimostrare che è possibile annullare n · Pσ in almeno un punto
0
per ogni stringa ed essendo ∂τ (n · X) costante, si deve provare solo che Ẋ · X = 0 sia
per una stringa chiusa, sia per una aperta. In quest’ultimo caso il risultato è già stato
ottenuto in quanto, per i punti estremi, si è supposto n · Pσ = 0 al fine di garantire la
conservazione del prodotto scalare n · p. Nel caso di stringhe chiuse invece, si procede
scegliendo per una data stringa un punto arbitrario P tale che σ = 0. Si suppone inoltre
l’esistenza di un unico vettore v µ , tangente alla superficie di mondo in P ed ortogonale al
0
vettore tipo spazio X µ (tangente alla stringa). In P la superfcie di mondo ha un vettore
0
tangente tipo tempo tµ che, non essendo parallelo a X µ , genera con questo uno spazio
tangente alla superficie di mondo nel punto in questione. Nel caso particolare in cui tµ
0 0
e X µ siano ortogonali, allora tµ = v µ . Se invece tµ X µ 6= 0, allora è possibile definire
0 0
v µ = tµ + bX µ da cui, imponendo che v µ X µ = 0, si trova
0
µ µ t·X µ0
v =t − 0 0X . (3.18)
X ·X
Il punto σ = 0 nella stringa adiacente si trova come X µ (P ) + v µ , con  infinitesimo. In
questo modo è possibile costruire passo a passo la linea corrispondente a σ = 0 sull’intera
0
superficie di mondo, con v µ tangente a questa. Si garantisce cosı̀ che Ẋ · X = 0 e, di
conseguenza, che n · Pσ = 0 in almeno un punto su ogni stringa. Ne consegue che, in
virtù dell’assenza di punti speciali, la condizione n · Pσ = 0 è valida ovunque.
Risulta quindi dimostrato che n · Pσ = 0 è valida sia nel caso di stringhe aperte, che
chiuse. Inoltre, la parametrizzazione adottata fino a questo momento è adattabile in
entrambi i casi, scegliendo per β il valore opportuno. Nel caso delle stringhe chiuse resta
però ambigua l’applicazione delle condizioni di gauge a causa del fatto che, la definizione
del punto σ = 0 è totalmente arbitraria. Sarà pertanto sempre possibile traslare lungo
la direzione σ la parametrizzazione della stringa chiusa.

3.3 Equazioni d’onda e modi di espansione


Nel capitolo precedente si è visto che l’annullarsi della (3.17) insieme al fatto che ∂τ (n·X)
0
è una costante non nulla, ha portato a concludere che Ẋ · X = 0. Questa uguaglianza
esprime un vincolo scaturito dall’aver fissato una parametrizzazione. É possibile usare
questa condizione per semplificare la definizione (2.32a) in:
0
1 (X )2 Ẋµ
P
τµ
= . (3.19)
2πα0
q
2 0 2
−(Ẋ) (X )

33
La conservazione della densità del momento sulla stringa, trovata nel capitolo precedente,
porta a definire il prodotto scalare n · p come

n·p= n · Pτ , (3.20)
β
dove si è inserito il fattore β per generalizzare sia al caso aperto che chiuso. Ora è
possibile riscrivere la (3.20) come
0
1 (X )2 (n · Ẋ)
n·p= . (3.21)
βα0
q
−(Ẋ)2 (X 0 )2
0
Poichè, sempre dalla (3.20), è possibile concludere che n · Ẋ = βα (n · p), il fattore β si
elide e si trova:
02
X 0
1= p → Ẋ 2 + X 2 = 0. (3.22)
−Ẋ 2 X 0 2
0 0
Dalla scelta della parametrizzazione si ottengono cosı̀ due vincoli, Ẋ ·X = 0 e Ẋ 2 +X 2 =
0, che vengono compattati in
0
(Ẋ ± X )2 = 0, (3.23)

validi per ogni valore di β. In virtù delle condizioni appena trovate è possibile semplificare
le espressioni delle densità dei momenti Pτ e Pσ . Il primo è contraddistinto da un segno
negativo sotto radice in cui, usando la (3.22), si ha:
p √ 0
−Ẋ 2 X 0 2 = X 0 2 X 0 2 = X 2 . (3.24)

Si trova quindi
1
Pτ µ = Ẋ µ . (3.25)
2πα0
Similmente, per Pσ si trova:
1 µ0
Pσµ = − 0X . (3.26)
2πα
Le densità dei momenti diventano cosı̀ semplicemente le derivate delle coordinate ed
inserendo queste espressioni semplificate nell’equazione del moto ∂τ Pτµ + ∂σ Pσµ = 0, si
trova:
00
Ẍ µ − X µ = 0. (3.27)

34
Si conclude perciò che, con la parametrizzazione scelta, le equazioni del moto sono equa-
0
zioni d’onda. Nal caso delle stringhe aperte si richiede che nei punti estremi X µ si
annulli, esattamente come Pσ .
La soluzione più generale per la (3.27), supponendo che la stringa sia aperta, è esprimibile
come
1 µ
X µ (τ, σ) = (f (τ, σ) + g µ (τ − σ)) . (3.28)
2
La condizione Pσ = 0 per σ = 0, π richiede che, nei punti estremi della stringa, valga
∂σ X µ = 0 . Questa espressione è detta condizione al contorno di Neumann e implica che
le funzioni f µ e g µ coincidano a meno di una costante. Si ottiene cosı̀, per σ = π:
∂X µ 1  µ0 0

(τ, π) = f (τ, π) − f µ (τ − π) = 0. (3.29)
∂σ 2
0
Poichè questa equazione deve valere per ogni τ , si giunge a concludere che f µ deve
0
essere una funzione periodica con T = 2π. Integrando la serie di Fourier di f µ , è
possibile ottenere l’espansione di f µ :

X
µ
f (u) = f0µ + f1µ u + (Aµn cos nu + Bnµ sin nu) . (3.30)
n=1

Inserendola nella (3.28), si ottiene



X
µ
X (τ, σ) = f0µ + f1µ τ + (Aµn cos nτ + Bnµ sin nτ ) cos nσ, (3.31)
n=1

dove i coefficienti verranno sostituiti da altri aventi un’interpretazione fisica immediata.


La costante f1µ può essere fisicamente intesa come una quantità proporzionale al momento
0
trasportato dalla stringa nello spaziotempo. É infatti possibile ricavare che f1µ = 2α pµ .
Sia aµn una costante adimensionale definita come

n
an = √ 0 (Bnµ − iAµn ) ,
µ
(3.32)
2 2α
questa rende possibile la sostituzione in (3.31) dei coefficienti A e B. Nella teoria quan-
tistica aµn ed il complesso coniugato aµ∗
n diverranno operatori di creazione e distruzione.
µ µ
Ponendo infine f0 = x0 , la (3.31) diviene

√ ∞
0
X  cos nσ
X µ (τ, σ) = xµ0 + 2α pµ τ − i 2α0 aµ∗
n e
inτ
− aµn e−inτ √ , (3.33)
n=1
n

35
dove i termini corrispondono in ordine al modo zero, al momento e all’oscillazione della
stringa. Nel caso particolare in cui tutti i coefficienti aµn = 0, l’equazione rappresenterebbe
il moto di una particella puntiforme.
É ora possibile introdurre una nuova notazione per riscrivere la soluzione all’equazione
del moto:
√ √ √
α0µ = 2α0 pµ , αnµ = aµn n, α−n µ
= aµ∗n n (3.34)

con n ≥ 1. Si noti che gli aµn sono definiti per n interi positivi mentre gli αnµ sono definiti
per ogni valore intero, incluso lo zero. La (3.33) diviene cosı̀
√ √ X
X µ (τ, σ) = xµ0 + 2α0 α0µ τ + i 2α0 n−1 αnµ e−inτ cos nσ. (3.35)
n6=0

Questa rappresenta la soluzione generale alle equazioni del moto soggette alle condizioni
al contorno di Neumann. Per definire una soluzione particolare è necessario specificare
tutte le costanti xµ0 e α0µ , soddisfando la condizione n ≥ 0.
Dall’equazione sopra riportata è possibile dedurre le derivate delle coordinate della
stringa rispetto ai parametri τ e σ:
√ X
∂τ X µ = Ẋ µ = 2α0 αnµ cos nσe−inτ , (3.36a)
n∈Z

µ0
X
µ
∂σ X = X = −i 2α0 αnµ sin nσe−inτ , (3.36b)
n∈Z

µ0
X
µ
Ẋ ± X = 2α0 αnµ e−in(τ ±σ) . (3.36c)
n∈Z

La (3.36c) riporta una combinazione lineare delle due derivate precedentemente defi-
nite. In questo modo si sono trovate le soluzioni all’equazione d’onda che soddisfano
le condizioni al contorno. É però necessario tenere conto anche dei vincoli, compatta-
ti nella (3.23), che richiedono la non completa determinazione arbitraria delle costanti
αnµ . Nel prossimo paragrafo, al fine di trovare una soluzione in grado di soddisfare
contemporaneamente l’equazione d’onda ed i vincoli, si fisserà un gauge particolare.

3.4 Soluzioni cono-luce per le equazioni del moto


La ricerca delle soluzioni alle equazioni del moto prevede l’utilizzo delle coordinate cono-
luce, presentate nel paragrafo 1.5, e l’imposizione di condizioni che definiranno il gauge
cono-luce. Si è visto come, in generale, fissare un gauge corrisponde ad una specifica scelta
di parametrizzazione della superficie di mondo. Adottare il gauge cono-luce significa

36
imporre le condizioni (3.15) e (3.20). Proiettando X e p sull’iperpiano ortogonale a η µ ,
si trova
X0 + X1 p0 + p1
n·X = √ = X +, n·p= √ = p+ , (3.37)
2 2

ovvero le coordinate X 0 , X 1 , p0 , p1 vengono sostituite da opportune combinazioni lineari.


Queste due relazioni permettono di riscrivere le condizioni sopra citate, dove si ricorda
che β = 1, 2 rispettivamente per stringhe chiuse e aperte, come
0 2π τ +
X + (τ, σ) = βα p+ τ, p+ = P . (3.38)
β

La seconda uguaglianza mostra come la densità del momento p+ sia costante lungo tutta
la stringa, in accordo con la già nota conservazione di pµ .
Il gauge cono-luce contiene tutta la dinamica nelle coordinate trasverse indicate con
X I , dove I = 2, ..., d. Le coordinate X − , a meno del modo zero, non sono fisicamente
interessanti. Facendo uso del prodotto relativistico nel cono-luce, definito in (1.38), e
della metrica associata η̂µν , è possibile riscrivere i vincoli della (3.23) nel seguente modo
0 0 0
−2(Ẋ + ± X + )(Ẋ − ± X − ) + (Ẋ I ± X I )2 = 0. (3.39)
0 0
Le condizioni del gauge prevedono però l’annullamento di X + e che Ẋ + = βα p+ , perciò
si ottiene in definitiva
0 1 1 0
Ẋ − ± X − = 0 +
(Ẋ I ± X I )2 . (3.40)
βα 2p

É evidente che, per considerare valida questa equazione, si deve assumere p+ 6= 0 ma è


noto che p+ ≥ 0. Per p = 0 si ha l’unico caso in cui il formalismo cono-luce non può
essere usato e, fisicamente, corrisponde ad una situazione non comune: una particella
non massiva che viaggia a velocità della luce nella direzione negativa dell’asse x1 . In
generale quindi si assume che p+ > 0.
Considerando il caso di stringhe aperte, è possibile esprimere le coordinate trasverse nella
stessa forma della soluzione generale (3.35)
√ √ X
X I (τ, σ) = xI0 + 2α0 α0I τ + i 2α0 n−1 αnI e−inτ cos nσ. (3.41)
n6=0

Parallelamente le condizioni di gauge fanno sı̀ che



X + (τ, σ) = 2α0 α0+ τ, (3.42)

37
annullano cioè la posizione del modo zero e le oscillazioni di X + . La coordinata X − ,
essendo una combinazione lineare di X 0 , X 1 , soddisfa la medesima equazione del moto e
gli stessi vincoli delle altre coordinate perciò, usando la stessa espansione, si ottiene:
√ 0 √ 0X
X − (τ, σ) = x−0 + 2α α0

τ + i 2α n−1 αn− e−inτ cos nσ. (3.43)
n6=0

Ponendo allora µ = − e µ = I, per la (3.36c) si trova


0
√ X
Ẋ − ± X − = 2α0 αn− e−in(τ ±σ) , (3.44a)
n∈Z
0
√ X
Ẋ I ± X I = 2α0 αnI e−in(τ ±σ) . (3.44b)
n∈Z

É possibile usare queste due equazioni, insieme alla (3.40), per ottenere l’identità
√ 0 1 X I
2α αn− = + αn−p αpI . (3.45)
2p p∈Z

Questa costituisce la soluzione completa. Infatti, per rappresentare un moto fisicamente


permesso, si devono specificare arbitrariamente p+ , x− I I
0 , x0 e tutte le costanti αn , per
determinare X I (τ, σ) e X + (τ, σ). La (3.45) permette invece di calcolare le costanti αn−
che, insieme con x− −
0 , determinano infine X (τ, σ). In questo modo si costruisce appunto
l’intera soluzione particolare.
L’espressione a destra dell’uguaglianza sopra riportata, rappresentante una combinazione
quadratica di oscillatori, è stata chiamata modo trasverso di Virasoro L⊥ n:

1X I
L⊥n ≡ α αI . (3.46)
2 p∈Z n−p p

La (3.40) e la (3.44a) è possibile riscriverle ora in termini di L⊥


n come:

0 1 X ⊥ −in(τ ±σ) 1 0
Ẋ − ± X − = + Ln e = 0 + (Ẋ I ± X I )2 . (3.47)
p n∈Z 4α p

É possibile dimostrare che i modi di Virasoro rappresentano esattamente i modi di


espansione della coordinata X − (τ, σ):
1 ⊥ i X −1 ⊥ −inτ
X − (τ, σ) = x−
0 + L τ + n Ln e cos nσ, (3.48)
p+ 0 p+ n6=0

dove il modo zero è definito come


0
L⊥ + −
0 = α 2p p . (3.49)

38
Nel contesto della meccanica quantistica i modi di Virasoro vengono elevati ad operatori.
Per concludere la trattazione è interessante determinare la massa di una stringa. Questa,
conservandosi, dipenderà dai coefficienti costanti aIn , introdotti per definire la soluzione
del moto. In generale è possibile partire dalla nota relazione relativistica
M 2 = −p2 = 2p+ p− − pI pI , (3.50)
dove si sono introdotte le coordinate cono-luce nella seconda uguaglianza. Facendo rife-
rimento alla notazione introdotta in (3.34) e usando i modi trasversi di Virasoro definiti
in (3.46), si ottiene

! ∞
+ − 1 ⊥ 1 1 I I
X
I∗ I I I 1 X I∗ I
2p p = 0 L0 = 0 α α + α α =p p + 0 na a . (3.51)
α α 2 0 0 n=1 n n α n=1 n n

Sostituendo quanto ottenuto nella (3.50), si ottiene finalmente



2 1 X I∗ I
M = 0 na a . (3.52)
α n=1 n n
Da questa formula finale si deduce che la massa non è mai definita negativa, infatti è
ottenuta da una somma di termini nella forma a∗ a = |a|2 ≥ 0. La massa di una stringa è
sempre reale e solo quando tutti i coefficienti aIn si annullano M = 0 e la stringa collassa
in un punto.
L’espressione appena ottenuta presenta un limite: non restituisce un numero sufficiente
di stati non massivi. Nello specifico gli stati che si ottengono con M = 0 non esibisco-
no proprietà compatibili con i mediatori dei campi elettromagnetici e gravitazionali, ad
esempio. Per far fronte a questo problema, la meccanica quantistica apporta un con-
tributo extra alla definizione (3.52), che permette di ottenere stati identificabili con i
mediatori noti. Grazie a ciò, infatti, la teoria delle stringhe acquisisce la possibilità di
proporre una descrizione soddisfacente dei campi di gauge tra i quali, il gravitazionale,
rappresenta quello di maggior interesse.

3.5 Operatori Virasoro per stringhe chiuse


Nel paragrafo precedente si è visto che, per le stringhe aperte, gli operatori di Vira-
soro rappresentano i modi di espansione αn− della coordinata cono-luce X − . Nel caso
quantistico delle stringhe chiuse, le coordinate hanno due modi di espansione: semplici e
barrati. Gli ᾱ vengono detti operatori di moto sinistro, quelli α operatori di moto destro
e tra loro commutano. Ci si aspettano cosı̀ due set di operatori di Virasoro. Facendo
riferimento all’equazione (3.40), si ottiene ora
0 1 1 0
Ẋ − ± X − = 0 +
(Ẋ I ± X I )2 , (3.53)
α 2p

39
dove, trattando esclusivamente stringhe chiuse, si è semplicemente assunto β = 1. Si
definiscono quindi gli operatori di Viraroso, in analogia con quanto fatto in (3.47), come:
0 0
X
(Ẋ I + X I )2 = 4α L̄⊥
ne
−in(τ +σ)
, (3.54a)
n∈Z
I0 2 0
X
I
(Ẋ − X ) = 4α L⊥
ne
−in(τ −σ)
. (3.54b)
n∈Z

Più esplicitamente è possibile esprimere i due set di operatori di Virasoro, per la stringa
chiusa, come:
1X I I 1X I I
L̄⊥
n = ᾱ ᾱ , L⊥
n = α α . (3.55)
2 p∈Z p n−p 2 p∈Z p n−p

Ora, mettendo in relazione le (3.54) con la (3.53), si ottiene

0 2 X ⊥ −in(τ +σ) 0 2 X ⊥ −in(τ −σ)


Ẋ − + X − = L̄ e , Ẋ − − X − = L e . (3.56)
p+ n∈Z n p+ n∈Z n

Espandendo le derivate della coordinata X − della stringa chiusa:


0
√ X 0
√ X
Ẋ − + X − = 2α0 ᾱn− e−in(τ +σ) , Ẋ − − X − = 2α0 αn− e−in(τ −σ) . (3.57)
n∈Z n∈Z

Considerando la (3.56) e la (3.57), è possibile ottenere le espressioni per l’oscillatore -:


√ 2 ⊥ √ 0 2
2α0 ᾱn− = L̄ , 2α αn− = + L⊥ . (3.58)
p+ n p n
Nel caso particolare di n = 0 sorge un vincolo. Poichè le stringhe chiuse sono caratteriz-
zate da un solo momento modo zero (α0I = ᾱ0I ), si trova la condizione di corrispondenza
del livello:

L̄⊥ ⊥
0 = L0 . (3.59)

L’interpretazione fisica di ciò è che, siccome gli operatori sono definiti a seconda della
loro azione sugli stati, ogni stato generico |λ, λ̄i deve soddisfare l’uguaglianza L⊥
0 |λ, λ̄i =

L̄0 |λ, λ̄i. Tutti gli stati che non soddisfano questo vincolo non possono appartenere allo
spazio degli stati delle stringhe chiuse quantizzate. Per evitare ambiguità, si definisco gli
operatori L̄⊥ ⊥
0 , L0 come ordinati, senza costanti addizionali:

0 0
α α
L̄⊥
0 = pI pI + N̄ ⊥ , L⊥
0 = pI pI + N ⊥ . (3.60)
4 4

40
Gli N̄ ⊥ , N ⊥ sono operatori numero associati rispettivamente agli operatori barrati e
semplici:

X ∞
X
⊥ ⊥
N̄ ≡ nāI† I
n ān , N ≡ naI† I
n an . (3.61)
n=1 n=1

La condizione di corrispondenza del livello (3.59) può essere ora sintetizzata in N ⊥ = N̄ ⊥ .


Considerando allora le (3.58) nel modo zero, n = 0, e tenendo conto del vincolo, è
possibile giungere all’espressione compatta
√ 1 ⊥ 0 −
2α0 α0− ≡ (L̄ + L⊥
0 − 2) = α p , (3.62)
p+ 0

dove l’ambiguità sull’ordinamento di L̄⊥ ⊥


0 , L0 è eliminata dall’imposizione dell’invarianza
Lorentziana. Imponendo che la teoria quantistica sia Lorentz invariante si giunge anche a
determinare le dimensioni spaziotemporali che caratterizzano le stringhe chiuse: D = 26.
Infatti, se la teoria classica è Lorentz invariante per ogni D, quella quantistica presenta
un’anomalia: la simmetria non è preservata dalla quantizzazione eccetto quando D=26.
Per maggiori dettagli si faccia riferimento a [3]. Le dimensioni delle stringhe chiuse
coincidono con quelle aperte e ciò significa che i due tipi di stringa possono coesistere.
Se ciò non accadesse sarebbe strano: una stringa aperta, congiungendo i suoi due punti
estremi, riesce infatti sempre a formarne una chiusa.
L’ultima uguaglianza nella (3.62) si ottiene dalla relazione che lega il momento della
stringa chiusa ad α0 . É cosı̀ ora possibile calcolare il quadrato della massa M della
stringa, in accordo con la (3.49):
2 ⊥
M2 = (L̄ + L⊥ I I
0 − 2) − p p . (3.63)
α0 0
Sostituendo ora i valori espressi in (3.60), si trova
2
M2 = (N̄ ⊥ + N ⊥ − 2). (3.64)
α0
Questa è l’espressione finale con cui si rappresenta la massa degli stati quantizzati, nel
gauge cono-luce, di una stringa chiusa.

41
Capitolo 4

Campi cono-luce e particelle

4.1 Azione per campi scalari classici


Un campo scalare è una funzione reale dello spaziotempo e formalmente viene indicato
con φ(t, →

x ) o, più semplicemente, con φ(x). L’aggettivo scalare deriva dalla proprietà di
invarianza sotto trasformazioni di Lorentz: ogni osservatore lorentziano concorderà sul
valore del campo, per ogni punto fisso dello spaziotempo. In meccanica classica l’energia
cinetica di una particella è proporzionale al quadrato della sua velocità. Similmente, nel
caso di un campo scalare, la densità di energia cinetica T è per definizione proporzionale
al quadrato del tasso di variazione del campo nel tempo:
1
T = (∂0 φ)2 . (4.1)
2
Si fa riferimento alla densità di energia perchè, per ogni istante temporale fissato, T
è una funzione della posizione. In questo modo l’energia cinetica totale corrisponderà
all’integrazione di T sullo spazio. Anche nel caso della densità di energia potenziale V
è possibile fare un parallelismo con la meccanica classica. Considerando un oscillatore
armonico contraddistinto da una posizione di equilibrio x = 0, la sua energia potenziale
avrà un andamento del tipo V ∼ x2 . Supponendo allora che il valore di equilibrio del
campo sia φ = 0 e che questo preferisca rimanere in tale stato, il potenziale più semplice
che descriva questa situazione è quadratico ed è rappresentabile come:
1
V = m2 φ2 , (4.2)
2
dove la costante m ha le dimensioni della massa. Poichè le equazioni (4.1) e (4.2) rap-
presentano entrambe delle densità di energia, devono essere contraddistinte dalle stesse
unità di misura. É quindi necessario richiedere che [m] = [∂0 ] = L−1 = M . Combinando
le due forme di densità energetica appena ottenute, è possibile ottenere una prima forma

42
?
di densità Lagrangiana L = T − V . Questa non è però completa in quanto, il primo ter-
mine dell’equazione rappresenta la spesa energetica a seguito della variazione del campo
nel tempo, ciò fa supporre che sia necessario un contributo energetico anche a seguito
della variazione del campo nello spazio. Il nuovo termine è quindi associato alle derivate
spaziali del campo scalare (che verranno indicate con ∂i ), e può essere scritto come
1X 1
V0 = (∂i φ)2 = (∇φ)2 . (4.3)
2 i 2

Questo contributo è da attribuire all’energia potenziale e non a quella cinetica perchè


quest’ultima è sempre associata a derivate temporali. Questa scelta, inoltre, rende L un
invariante lorentziano, esprimibile in forma completa come
1 1 1
L = T − V 0 − V = ∂0 φ∂0 φ − ∂i φ∂i φ − m2 φ2 , (4.4)
2 2 2
dove gli indici i ripetuti rappresentano una somma. I segni che contraddistinguono i
primi due termini della parte destra dell’uguaglianza appena riportata, permettono di
semplificare la sua espressione introducendo la metrica di Minkowski:
1 1
L = − η µν ∂µ φ∂ν φ − m2 φ2 . (4.5)
2 2
É cosı̀ evidente che, sino a quando tutti gli indici sono correttamente abbinati, la densità
Lagrangiana è Lorentz invariante. L’azione associata è:
Z  
D 1 µν 1 2 2
S = d x − η ∂µ φ∂ν φ − m φ , (4.6)
2 2

dove dD x = dx0 dx1 ...dxd con D = d + 1 che rappresenta il numero delle dimensioni spa-
ziotemporali. L’Eq. (4.6) è l’azione per un campo scalare libero di massa m. Un campo è
detto libero quando le sue equazioni del moto sono lineari. Se tutti i termini dell’azione
sono quadratici nel campo, come in questo caso, le equazioni del moto saranno sicura-
mente lineari nel campo. Un campo non libero è detto interagente ed è contraddistinto
da termini di terzo grado, o superiori, nell’azione. Per trovare la densità energetica del
campo si calcola prima quella Hamiltoniana H. Il momento Π coniugato al campo è
definito come
∂L
Π≡ = ∂0 φ. (4.7)
∂(∂0 φ)
A questo punto la densità Hamiltoniana è esprimibile come:
1 1 1
H = Π∂0 φ − L = Π2 + (∇φ)2 + m2 φ2 . (4.8)
2 2 2

43
I tre termini che contraddistinguono l’Hamiltoniana, a seguito dell’ultima uguaglianza,
sono riconducibili rispettivamente a T , V 0 , V . L’energia totale E è data dall’Hamilto-
niana H corrispondente all’integrale spaziale della densità di Hamiltoniana:
Z  
d 1 1 2 1 2 2
E=H= d x ∂0 φ∂0 φ + (∇φ) + m φ . (4.9)
2 2 2
A questo punto, per ottenere le equazioni del moto, è possibile applicare il principio di
minima azione considerando una variazione δφ del campo e imponendo che la variazione
dell’azione sia nulla. Scartando tutte le derivate totali si ottiene:
Z Z
δS = d x(−η ∂µ (δφ)∂ν φ − m φδφ) = dD xδφ(η µν ∂µ ∂ν φ − m2 φ) = 0.
D µν 2
(4.10)

Si conclude quindi che l’equazione del moto per il campo scalare φ è

η µν ∂µ ∂ν φ − m2 φ = 0. (4.11)

Ponendo ∂ 2 ≡ η µν ∂µ ∂ν , si ha:

(∂ 2 − m2 )φ = 0, (4.12)

in cui è possibile esplicitare la separazione spaziale e temporale, giungendo alla nota


espressione conosciuta come equazione di Klein-Gordon
∂ 2φ
− + ∇2 φ − m2 φ = 0. (4.13)
∂t2

4.2 Soluzioni classiche di onde piane


L’equazione di Klein-Gordon è contraddistinta da soluzioni aventi la forma di onde piane.
Considerando ad esempio l’espressione

→−→
φ(t, →

x ) = ae−iEt+i p · x , (4.14)

dove a ed E sono costanti e → −


p è un vettore arbitrario, l’equazione di campo (4.13) fissa
i possibili valori di E in termini di →

p e m:

E2 − →−
p 2 − m2 = 0 → E = ±Ep , Ep ≡ → −
p
p 2 + m2 . (4.15)

La radice quadrata è scelta positiva cosı̀ che Ep > 0.


In realtà, l’espressione (4.14) sopra riportata, non è del tutto corretta in quanto φ rappre-
senta un campo reale ma le sue soluzioni non lo sono. Affinchè questa fornisca soluzioni
reali è necessario aggiungerle il termine complesso coniugato nel seguente modo:

→−→ −
→−→
φ(t, →

x ) = ae−iEp t+i p · x + a∗ eiEp t−i p · x . (4.16)

44
Questa soluzione dipende esplicitamente dal numero complesso a. L’interpretazione
quantistica del campo scalare non è semplice: interpretando i due termini della solu-
zione come equazioni d’onda, allora il primo dovrebbe rappresentare l’equazione d’onda
di una particella avente momento → −
p ed energia Ep , positiva per definizione. Il secondo,
al contrario, dovrebbe rappresentare la funzione d’onda di una particella con momento
ed energia negativi: -→ −
p , -Ep . Quest’ultima condizione non è fisicamente accettabile. Per
poter applicare la meccanica quantistica ad un campo scalare classico è necessaria l’o-
perazione di quantizzazione che fornisce come risultato stati di particelle contraddistinte
unicamente da energia positiva.
In virtù della dualità matematica tra spazio e quantità di moto si ha che, se una funzione
è data nello spazio delle posizioni φ(x), allora la sua trasformata di Fourier esprime la
stessa funzione nello spazio dei momenti φ(p). É quindi possibile esprimere la trasformata
di Fourier del campo scalare φ(x) come
dD p ip·x
Z
φ(x) = e φ(p). (4.17)
(2π)D
La trasformata di Fourier viene effettuata su tutte le coordinate spaziotemporali, infatti il
prodotto scalare tra posizione e momento corrisponde a p·x = −p0 x0 + → −
p ·→

x . Affermare

che φ è reale significa che vale l’uguaglianza φ(x) = (φ(x)) . In questo modo la (4.17)
diviene
dD p ip·x dD p −ip·x
Z Z
e φ(p) = e (φ(p))∗ . (4.18)
(2π)D (2π)D
R
Applicando la trasformazione p → −p, che non influenza l’integrazione dD p, è possibile
raccogliere nell’equazione precedente tutti i termini a sinistra:
dD p −ip·x
Z
D
e (φ(−p) − (φ(p))∗ ) = 0. (4.19)
(2π)
Il termine tra parentesi rappresenta la trasformata di Fourier della funzione nello spazio
dei momenti e deve identicamente annullarsi. Per questo motivo si trova che, anche nello
spazio dei momenti, vale la condizione:
φ(−p) = (φ(p))∗ . (4.20)
Sostituendo la (4.17) in (4.12) si trova:
dD p
Z
(−p2 − m2 )φ(p)eipx = 0, (4.21)
(2π)D
dove si fa agire ∂ 2 su eip·x . Visto che l’annullarsi dell’integrale deve verificarsi per ogni
valore di x arbitrario, l’equazione richiede che
(p2 + m2 )φ(p) = 0 per ogni p. (4.22)

45
Per risolvere questa equazione è necessario specificare i valorori di φ(p) per tutti i valori
che p può assumere. É possibile distinguere i seguenti due casi:
• p2 + m2 6= 0: in questo caso si annulla il campo scalare φ(p) = 0;
• p2 + m2 = 0: in questo caso il campo scalare φ(p) è arbitrario.
Nello spazio dei momenti la ipersuperficie p2 + m2 = 0 è chiamata mass-shell. Richia-
mando il quadrimomento pµ = (E/c, → −p ), la condizione di mass-shell diviene il luogo dei
punti dello spazio dei momenti in cui vale E 2 = → −p 2 + m2 . Si conclude perciò che φ(p)
si annulla solo al di fuori della condizione di mass-shell, altrimenti può assumere valori
arbitrari. Infatti per un dato punto di mass-shell pµ , è possibile determinare la soluzione
specificando il numero complesso φ(p). Questo numero permette di determinare anche la
soluzione al punto −pµ , appartenente anch’esso alla mass-shell in virtù della condizione
di realtà. Ciò significa che un numero complesso fissa i valori del campo per due distinti
punti, appartenenti entrambi alla mass-shell. É possibile affermare che un campo che
soddisfa l’equazione (4.22) detiene un grado di libertà per ogni punto appartenente alla
mass shell.
Per esprimere l’equazione del moto di un campo scalare in coordinate cono-luce si
definisce →−x T , vettore le cui componenti sono le coordinate trasverse xI :


x = (x2 , x3 , ..., xd ). (4.23)
T

Adottando questa notazione, le coordinate dello spaziotempo divengono (x+ , x− , → −


x T ).
L’equazione (4.12), espansa in coordinate cono-luce, è
 
∂ ∂ ∂ ∂
−2 + − + I I − m φ(x+ , x− , →
2 −
x T ) = 0. (4.24)
∂x ∂x ∂x ∂x
É possibile modificare la dipendenza spaziale del campo scalare φ(x+ , x− , →

x ), appli-
T
cando a quest’ultimo le seguenti sostituzioni: x− → p+ , xI → pI . Dalla trasformata di
Fourier si ottiene infatti:
Z D−2 → −
dp+
Z
− →
− d p T −ix− p+ +i−

x T ·−

+
φ(x , x , x T ) = D−2
e pT
φ(x+ , p+, →

p T ), (4.25)
2π (2π)
dove →
−p = (p2 , p3 , ..., pd ) è il vettore avente per componenti i momenti trasversi pI .
T
Sostituendo questa nuova espressione per il campo scalare nella (4.24) e dividendo per
2p+ , si trova
 
∂ 1
i + − + (p p + m ) φ(x+ , p+ , →
I I 2 −p T ) = 0. (4.26)
∂x 2p
Questa è un’equazione differenziale di primo grado, nel tempo cono-luce, ed ha la stessa
struttura formale dell’equazione di Schröedinger, anch’essa al primo ordine nel tempo.
Il parallelismo tra le due equazioni è utile nella ricerca di una relazione tra particella
puntiforme e campo scalare.

46
4.3 Campi scalari quantistici e stati di particelle
Per descrivere il comportamento di particelle elementari e delle loro interazioni è pos-
sibile usare la teoria dei campi quantistici che permette di applicare, per l’appunto, la
meccanica quantistica ai campi classici. Nella teoria quantistica, gli osservabili definiti
classicamente, vengono sostituiti da opportuni operatori. Tornando all’onda piana (4.16),
che descrive la sovrapposizione di due onde complesse aventi rispettivamente momento

−p e -→−
p non nullo, si consideri un campo classico φP (t, →−
x ) dalla forma


− 1 1  i−

p ·−

x ∗ −i−
→p ·−

x

φp (t, x ) = √ p a(t)e + a (t)e . (4.27)
V 2Ep
In questa configurazione del campo, determinata dalla variabile dinamica a(t), si è gene-
ralizzata la dipendenza temporale attraverso la funzione a(t) stessa e la sua complessa
coniugata a(t)∗ . Ai denominatori dell’equazione compaiono due fattori di normalizzazio-
ne, con Ep già definito in (4.15), e V rappresentante il volume dello spazio. Per questioni
di semplicità è possibile considerare lo spazio come una scatola contraddistinta dai lati
L1 , L2 , ..., Ld . In questo caso allora il fattore di volume assume la forma V = L1 L2 ...Ld .
Generalmente quando si considera un campo interno ad una scatola, si richiede che questo
sia periodico, ovvero che tutte le coordinate pi di → −p soddisfino la condizione

pi Li = 2πni , i = 1, 2, ..., d, ni ∈ Z. (4.28)

In questo modo, ogni componente del momento è quantizzata. Data la configurazione


del campo scalare φp espressa in (4.27), l’azione corrispondente è:
Z Z  
d 1 2 1 2 1 2 2
S = dt d x (∂0 φp ) − (∇φp ) − m φp . (4.29)
2 2 2
Questa prevede l’elevamento al quadrato del campo stesso, del suo gradiente e della sua
derivata temporale. Sviluppando tutti i quadrati si ottengono due tipologie di termini:
quelli indipendenti dalloR spazio e quelli con dipendenza spaziale exp(±2i→ −p ·→−
x ), che
forniscono un integrale dd x nullo, a seguito della condizione di quantizzazione (4.28).
Per i termini privi di dipendenza dallo spazio invece, l’integrale√spaziale fornisce un
fattore del volume V che si elide con il fattore di normalizzazione V . Si ottiene quindi
la seguente espressione per l’azione:
Z  
1 ∗ 1 ∗
S = dt ȧ (t)ȧ(t) − Ep a (t)a(t) . (4.30)
2Ep 2
Questa descrive la dinamica di due oscillatori armonici semplici e poichè a(t) è una
variabile dinamica complessa, è possibile esprimerla in forma cartesiana

a(t) = q1 (t) + iq2 (t), (4.31)

47
dove q1 (t) e q2 (t) sono reali. Esprimendo l’azione in funzione delle sole coordinate reali,
si ottiene quindi
Z 2 Z  
X 1 2 1 2
S= dtL = dt q̇ (t) − Ep qi (t) . (4.32)
i=1
2Ep i 2

L’azione espressa in questa forma rende evidente il fatto che q1 (t) e q2 (t) sono coordinate
di due oscillatori armonici distinti ma identici. I loro momenti sono ottenibili come
∂L q̇i 1
pi (t) = = → p1 (t) + ip2 (t) = ȧ(t). (4.33)
∂ q̇i Ep Ep

Dalla variazione dell’azione (4.32), espressa in funzione di coordinate reali, è possibile


ottenere le seguenti equazioni del moto

q̈i (t) = −Ep2 qi (t), i = 1, 2, (4.34)

che, tornando alla notazione complessa più compatta, divengono

ä(t) = −Ep2 a(t). (4.35)

Quest’ultima equazione è risolvibile in termini di esponenziali ed essendo di secondo


grado, è contraddistinta da due diverse soluzioni:

a(t) = ap e−iEp t + a∗−p eiEp t , (4.36)

dove ap e a∗−p sono due costanti complesse indipendenti.


Facendo uso dell’Eq. (4.9) è possibile esprimere l’energia di campo H come :

H = Ep a∗p ap + a∗−p a−p .



(4.37)

Si noti che la dipendenza temporale è sparita e questo porta a concludere che l’energia
sia una quantità conservata.
Nella teoria di campo scalare classico si esprime il momento, trasportato dal campo,
attraverso un’espressione integrale che, in questo specifico caso, assume la forma


Z
P = − dd x(∂0 φ)∇φ, (4.38)



dove il momento del campo è conservato. L’espressione di P nel caso particolare della
configurazione (4.27), con a(t) definita in (4.36), è:


P =→

p a∗p ap − a∗−p a−p .

(4.39)

48
Il sistema in analisi consiste di due oscillatori armonici e l’espressione di H suggerisce
che nella teoria quantistica ap e a−p siano operatori di distruzione, mentre a∗p e a∗−p siano
operatori di creazione rappresentati rispettivamente come a†p e a†−p . Questi oscillatori
devono soddisfare le relazioni di commutazione

[ap , a†p ] = 1, [a−p , a†−p ] = 1. (4.40)

Ogni commutatore, avente un operatore con pedice p e uno con −p, si annulla. Anche la
variabile a(t) diviene ora un operatore, a cui è possibile associare il coniugato Hermitiano
a(t)† . Si ottengono in questo modo due equazioni di operatori a cui è possibile aggiungere
anche le rispettive derivate temporali:

a(t) = ap e−iEp t + a†−p eiEp t , (4.41a)


a† (t) = a†p eiEp t + a−p e−iEp t , (4.41b)
ȧ(t) = −iEp (ap e−iEp t − a†−p eiEp t ), (4.41c)

ȧ (t) = iEp (a†p eiEp t − a−p e −iEp t
). (4.41d)

Gli unici commutatori non nulli sono:

[a(t), ȧ† (t)] = [a† (t), ȧ(t)] = 2iEp . (4.42)

In questo contesto anche l’Hamiltoniana (4.37) diviene un operatore, descrivente una


coppia di oscillatori armonici, ed assume la forma
 
H = Ep a†p ap + a†−p a−p . (4.43)

Entrambi gli oscillatori armonici sono contraddistinti da una frequenza Ep . Similmente,


il momento (4.39) diviene l’operatore

− →


† †

P = p ap ap − a−p a−p . (4.44)

Gli oscillatori contraddistinti dagli operatori con pedice −p contribuiscono al momento


totale con un segno negativo. Le prime due equazioni in (4.41) possono essere usate per
ottenere la configurazione del campo, descritta in (4.27), in versione di operatore
1 1  −iEp t+i− →
p ·−
→ −
→− →
φp (t, →


x)= √ p ap e x
+ a†p eiEp t−i p · x (4.45a)
V 2Ep
1 1  −
→− → −
→−→

+√ p a−p e−iEp t−i p · x + a†−p eiEp t+i p · x . (4.45b)
V 2Ep

49
Si noti che φp è un operatore dipendente dallo spaziotempo, anche detto operatore di
campo. La (4.45b) è ottenuta dalla (4.45a) sostituendo a → −
p → −→ −p . Si conclude quindi


che il campo quantistico φ(t, x ) include i contributi di tutti i possibili valori del momento

−p:

− 1 X 1  −iEp t+i− →
p ·−

x † iEp t−i−

p ·−

x

φ(t, x ) = √ p ap e + ap e . (4.46)
V − →p
2Ep

Le relazioni di commutazione per gli oscillatori sono le generalizzazioni di quelle definite


in (4.40) ed assumono la seguente forma:
[ap , a†k ] = δp,k , [ap , ak ] = [a†p , a†k ] = 0, (4.47)
dove p, k sono vettori spaziali. La delta di Kronecker δp,k è sempre nulla a meno che

− →

p = k , unico caso in cui vale uno. Considerando ora i contributi di tutti i valori che il


momento può assumere, è necessario modificare le espressioni degli operatori H e P nel
seguente modo:
X
H= Ep a†p ap , (4.48a)


p

− X


P = p a†p ap . (4.48b)


p

Per costruire lo spazio degli stati, del sistema quantistico in analisi, è possibile procedere
in analogia con quello già noto dell’oscillatore armonico. Si assume perciò l’esistenza di
uno stato vuoto |Ωi che, come nel caso dello stato fondamentale |0i, è contraddistinto
dall’energia minima ed è , in questo caso, interpretato come uno stato in cui non esistono
particelle. Ne consegue che H |Ωi = 0, che rende |Ωi uno stato a zero-energia e che
ap |Ωi = 0 per ogni →−
p . Al contrario, nel caso dell’operatore si creazione, si ha
a†p |Ωi , (4.49)
viene interpretato come stato avente momento → −p . Per dimostrare quest’ultima assun-
zione è possibile fare agire l’operatore momento (4.48b) sullo stato ed ottenere quindi

− † X→ − †
P ap |Ωi = k ak [ak , a†p ] |Ωi = →

p a†p |Ωi , (4.50)


k

dove si è fatto uso delle regole di commutazione sopra definite.


É possibile ottenere nello stesso modo l’energia dello stato, facendo agire l’operatore
Hamiltoniano si ha
X
Ha†p |Ωi = Ek a†k [ak , a†p ] |Ωi = Ep a†p |Ωi . (4.51)


k

50
Lo stato a†p |Ωi ha energia positiva. Nonostante l’operatore di campo quantistico abbia
valori energetici sia positivi che negativi, gli stati che rappresentano le particelle sono
contraddistinti da energie positive. Gli stati a†p |Ωi sono stati ad una particella. Al
contempo lo spazio degli stati contiene anche stati multiparticella, ottenibili facendo
agire sullo stato vuoto una collezione di operatori di creazione:

a†p1 a†p2 ...a†pk |Ωi . (4.52)

Questo stato, avente k operatori di creazione, rappresenta uno stato a k-particelle aventi
rispettivamente momenti → −p 1, →

p 2 , ..., →

p k ed energie Ep1 , Ep2 , ..., Epk . I vari momenti →

pi
non devono essere necessariamente tutti diversi.
Dall’analisi delle soluzioni classiche si era giunti a concludere che, ad ogni punto sulla
mass-shell, corrisponde un grado di libertà. Focalizzando l’attenzione sullo stato ad una
particella ci si restringe alla parte fisica della mass-shell, ovvero quella contraddistinta da
energia positiva. Si ha quindi un solo stato ad una particella, etichettato dal momento

−p , per ogni punto appartenente alla mass-shell fisica.
Per descrivere gli stati delle particelle nelle coordinate cono-luce si parametrizza la parte
fisica della mass-shell attraverso il momento trasverso → −p T ed il momento cono-luce p+
tale che p+ > 0. Il valore dell’energia cono-luce p− è ora fissato e anch’esso positivo. Per
questo motivo, anzichè etichettare gli oscillatori con il vettore momento, si fa uso solo di
p+ e →−p T , cosı̀ che lo stato ad una particella per un campo scalare sia rappresentabile, in
notazione bra-ket, come:

a†p+ ,pT |Ωi . (4.53)

4.4 Campo di Maxwell e stato del fotone


In elettromagnetismo le equazioni di campo sono scritte in funzione del potenziale vettore
Aµ (x). Questo non è definito in modo univoco, infatti si potrebbe fare equivalentemente
uso di
0
Aµ = Aµ + ∂µ Λ(x), (4.54)

dove Λ(x) è una funzione scalare arbitraria dello spaziotempo. La trasformazione (4.60)
rappresenta una simmetria di gauge e viene espressa anche nel seguente modo:

δAµ = ∂µ , (4.55)

dove  è detto parametro di gauge. Il campo elettromagnetico Fµν = ∂µ Aν − ∂ν Aµ non


è influenzato da questa trasformazione:
0 0 0
Fµν = ∂µ Aν − ∂ν Aµ = ∂µ Aν + ∂µ ∂ν Λ(x) − ∂ν Aµ − ∂ν ∂µ Λ(x) = ∂µ Aν − ∂ν Aµ = Fµν ,

51
infatti i campi di Maxwell, a differenza dei campi scalari, sono dotati di invarianza di
Gauge. Le equazioni del campo, in assenza di sorgenti, assumono la forma

∂µ F µν = 0 → ∂ν (∂ µ Aν − ∂ ν Aµ ) = 0. (4.56)

Sia ∂ 2 = ∂ ν ∂ν , è possibile scriverle anche come

∂ 2 Aµ − ∂ µ (∂ · A) = 0. (4.57)

Facendo un paragone tra questa equazione e la (4.12) del campo scalare si nota che, in
questo caso, non c’è alcun riferimento ad una massa. Questa potrebbe essere ricondotta
ad un termine privo di derivate spaziotemporali, assente nell’espressione sopra riportata.
É noto infatti che il campo di Maxwell non è massivo. Al fine di determinare le equazioni
del moto, nello spazio dei momenti, è possibile applicare la trasformata di Fourier a tutte
le componenti del potenziale vettore

dD p ip·x µ
Z
µ
A (x) = e A (p), (4.58)
(2π)D

in cui, essendo Aµ (p) reale, vale Aµ (−p) = (Aµ (p))∗ . Sostituendo quest’ultima equazione
nella (4.57), si ottiene

p2 Aµ − pµ (p · A) = 0. (4.59)

É possibile fare la trasformata di Fourier anche alla trasformazione di gauge espressa


nella forma (4.55) che, nello spazio dei momenti, mette in relazione δAµ alla trasformata
di Fourier del parametro  nel seguente modo:

δAµ (p) = ipµ (p), (4.60)

dove vale la condizione di realtà anche per . Per analizzare la trasformazione di gauge
in questa versione, è conveniente adottare le componenti cono-luce del campo di gauge:

A+ (p), A− (p), AI (p). (4.61)

Con queste componenti, la (4.60) diviene

δA+ = ip+ , δA− = ip− , δAI = ipI . (4.62)

Nel formalismo del cono-luce si assume sempre che p+ 6= 0. Al contrario le trasforma-


zioni di gauge in (4.62), rendono evidente che sia possibile porre A+ a zero scegliendo
opportunamente il valore del parametro di gauge. Infatti, applicando la trasformazione
0
A + = A+ + ip+ , (4.63)

52
0
la componente + del nuovo campo A si annulla scegliendo  = iA+ /p+ . Perciò è sempre
possibile annullare la componente + di un campo di Maxwell applicando una trasfor-
mazione di gauge. Questa osservazione permette di definire la condizione per il gauge
cono-luce nella teoria di Maxwell come

A+ (p) = 0. (4.64)

Annullando la componente A+ si determina il parametro di gauge  e, in questo caso,


applicare una qualsiasi successiva trasformazione di gauge non è possibile perchè renderà
A+ non nulla. Questa condizione semplifica l’equazione del moto (4.59) dove, ponendo
µ = +, si trova

p+ (p · A) = 0 → p · A = 0 , con p+ 6= 0. (4.65)

Questa equazione può essere espansa usando gli indici cono-luce:

−p+ A− − p− A+ + pI AI = 0. (4.66)

Sino a quando A+ = 0 questa equazione permette di determinare A− in termini di AI


trasversa:
1 I I
A− = (p A ). (4.67)
p+
A questo punto usando la (4.65) nella (4.59), tutto ciò che resta dell’equazione di campo

p2 Aµ (p) = 0. (4.68)

Per µ = + questa equazione è banalmente soddisfatta mentre, per µ = I si ottiene un


set di condizioni

p2 AI (p) = 0. (4.69)

Per µ = − l’equazione è soddisfatta grazie a (4.67) e (4.69). Per ogni valore di I l’equa-
zione (4.69) assume la forma di equazione del moto di un campo scalare non massivo.
Nello specifico AI (p) = 0 quando p2 6= 0, cosı̀ che anche A− = 0 e, fino a quando A+ è
zero, anche l’intero campo di gauge è nullo. Per p2 = 0, gli AI (p) non sono soggetti a
vincoli e gli A− (p) sono determinati in funzione degli AI . I gradi di libertà dei campi di
Maxwell sono quindi apportati dai (D − 2) campi trasversi AI (p), per p2 = 0. Si hanno
cosı̀ (D−2) gradi di libertà per ogni punto sulla mass-shell. É possibile dimostrare invece
che, per p2 6= 0, non si hanno gradi di libertà e tutti i campi sono equivalenti al campo
zero. Se un campo differisce da quello zero, solo per una trasformazione di gauge, si dice
essere un gauge puro. Richiamando infatti la trasformazione (4.54) si ha che per Aµ = 0,

53
0
Aµ = ∂µ Λ è equivalente di gauge al campo zero e, per questo, è gauge puro. Nello spazio
dei momenti, un gauge puro, è un campo che può essere scritto come

Aµ (p) = ipµ Λ(p), (4.70)

per qualche scelta di Λ. Riscrivendo l’equazione del moto (4.59) come p2 Aµ = pµ (p · A),
sino a quando p2 6= 0, vale
 
−ip · A
Aµ = ipµ . (4.71)
p2

Facendo un paragone con la (4.70) si nota che Aµ è un gauge puro. Ciò significa che non ci
sono gradi di libertà nel campo di Maxwell quando p2 6= 0 e, a tutti gli effetti, è possibile
affermare che non c’è campo. Tutti i campi classici indipendenti AI possono essere
espansi con lo stesso procedimento seguito nel caso del campo scalare in (4.46) e possono
essere inferiti, nello stesso modo, gli oscillatori aIp e aI†
p , dove il pedice p rappresenta
+ →

i valori di p e p T . Si ottengono cosı̀ (D − 2) specie di oscillatori. Introducendo, in
analogia con quanto già detto, il vuoto |Ωi, lo stato ad un fotone dovrebbe essere scritto
come

aI†
p+ ,pT |Ωi , (4.72)

dove l’indice I = (2, ..., d) è l’etichetta di polarizzazione. Lo stato del fotone appena
scritto è detto essere polarizzato in direzione I-esima. Poichè si hanno (D − 2) possibili
polarizzazioni, si hanno (D − 2) stati ad un fotone linearmente indipendenti, per ogni
punto sul settore fisico della mass-shell. Si conclude, perciò, che uno stato ad un fotone
con momento (p+ , pT ), è una sovrapposizione lineare degli stati sopra citati:
D−1
X
ξI aI†
p+ ,pT |Ωi . (4.73)
I=2

Qui il vettore trasverso ξI è detto vettore di polarizzazione. In uno spaziotempo quadri-


dimensionale, la teoria di Maxwell prevede D − 2 = 2 stati di singolo fotone per ogni
momento fissato. Ciò è un’espansione di quanto già noto classicamente, dove le onde
elettromagnetiche, che si propagano in una direzione prefissata ed hanno una lughezza
d’onda definita, sono la sovrapposizione di due onde piane che rappresentano stati di
polarizzazione indipendenti.

4.5 Campo gravitazionale e stato del gravitone


La relatività generale di Einstein è una teoria della gravitazione che, molto elegantemente,
descrive la geometria dello spaziotempo attraverso variabili dinamiche.

54
Lo spaziotempo della relatività ristretta è quello di Minkowski, le cui proprietà geo-
metriche sono rappresentate dalla formula definita in (1.4a). In presenza di un campo
gravitazionale non trascurabile, la metrica costante ηµν viene rimpiazzata da quella dina-
mica gµν (x), propria della relatività generale. Anche quest’ultima mantiene la proprietà
di essere simmetrica rispetto allo scambio degli indici. Per molti fenomeni fisici la gra-
vità è molto debole ed è quindi possibile scegliere gµν molto vicino alla nota metrica di
Minkowski:

gµν (x) = ηµν + hµν (x), (4.74)

dove hµν (x) è una piccola fluttuazione intorno a ηµν .


Le equazioni di Einstein, per il campo gravitazionale, possono essere espanse in termini di
hµν per derivare un’equazione del moto linearizzata. In assenza di sorgenti, l’espressione
risultante è:

∂ 2 hµν − ∂α (∂ µ hνα + ∂ ν hµα ) + ∂ µ ∂ ν h = 0, (4.75)

dove h ≡ η µν hµν . Questa equazione è l’analogo gravitazionale della (4.56), descrivente


i campi di Maxwell in assenza di sorgenti. Mentre la (4.56) è esatta, la (4.75) è valida
solo per campi gravitazionali deboli, in quanto rappresenta l’approssimazione lineare di
un’equazione che include termini quadratici e di ordine superiore in h. Definendo hµν (p)
come la trasformata di Fourier di hµν (x), l’equazione sopra riportata, nello spazio dei
momenti, diviene:

S µν (p) ≡ p2 hµν − pα (pµ hνα + pν hµα ) + pµ pν h = 0. (4.76)

Ogni termine dell’espressione contiene due derivate e ciò fa supporre che le fluttuazioni
hµν siano associate ad eccitazioni non massive.
Anche la gravità di Einstein, cosı̀ come l’elettromagnetismo, è contraddistinta da trasfor-
mazioni di gauge. In questo contesto l’invarianza di gauge è un’invarianza per ripara-
metrizzazione: usando diversi sistemi di coordinate si giunge alla medesima descrizione
della fisica gravitazionale. Un cambio di coordinate infinitesimo
0
xµ = xµ + µ (x), (4.77)

può essere interpretato come un cambiamento infinitesimo della metrica gµν e della
fluttuazione hµν . É possibile mostrare che il cambiamento è dato da:

δhµν = δ0 hµν + O(, h), con δ0 hµν ≡ ∂ µ ν + ∂ ν µ . (4.78)

Si noti che il cambiamento infinitesimo comprende anche una correzione lineare nel pa-
rametro di gauge  e nella fluttuazione in h. A differenza del caso Maxwelliano, in cui 
non ha indici, in relatività generale, il parametro di gauge ha indici vettoriali (non ripor-
tati per semplicità). L’invarianza dell’equazione del moto completa, non lineare, sotto

55
trasformazione di gauge δhµν , implica l’invarianza di quella linearizzata sotto δ0 hµν .
Per dimostrare ciò, nel caso dell’equazione del moto lineare, espressa nello spazio dei
momenti, si esplicita la trasformazione come:

δ0 hµν (p) = ipµ ν (p) + ipν µ (p). (4.79)

Per prima cosa si calcola δ0 h:

δ0 h = ηµν δ0 hµν = iηµν (pµ ν + pν µ ) = 2ip · . (4.80)

A questo punto si giunge ad una variazione risultante di S µν , esprimibile come:

δ0 S µν = ip2 (pµ ν + pν µ ) − ipµ pν (p · ) − ip2 pµ ν (4.81a)


− ipµ pν (p · ) − ip2 pν µ + 2ipµ pν p · . (4.81b)

É evidente che tutti i termini si elidono, perciò δ0 S µν = 0, a riprova che l’equazione del
moto sia gauge invariante.
Visto che la metrica hµν è simmetrica ed ha due indici che possono assumere nel gauge
cono-luce i valori (+, −, I), in generale si considera il seguente oggetto:

(hIJ , h+I , h−I , h+− , h++ , h−− ). (4.82)

L’obiettivo è settare a zero ogni campo contenente un indice +. Per fare ciò si fa uso
della (4.79) per analizzare nel dettaglio le trasformazioni di gauge che coinvolgono un +:

δ0 h++ = 2ip+ + , (4.83)


δ0 h+−
= ip+ − + ip− + , (4.84)
δ0 h+I = ip+ I + ipI + . (4.85)

Come nel caso dei campi di Maxwell si assume p+ 6= 0. Allora, dalla (4.83), è evidente
che una scelta opportuna di + permette di annullare h++ . Dalla (4.84), nonostante +
abbia un valore fissato, è possibile trovare un − per annullare h+− . Similmente anche
nell’ultima equazione è possibile scegliere un I che azzeri h+I . In questo modo, sfruttan-
do la libertà di gauge, si sono settate a zero tutte le componenti di hµν contraddistinte
da un indice +. Ciò definsce il gauge cono-luce per il campo gravitazionale:

h++ = h+− = h+I = 0. (4.86)

I restanti gradi di libertà sono rappresentati da (hIJ , h−I , h−− ).


Tenendo conto delle condizioni di gauge, quando µ = ν = +, l’equazione del moto (4.76)
diviene

(p+ )2 h = 0 → h = 0. (4.87)

56
Esplicitando l’espressione di h si trova:

h = ηµν hµν = −2h+− + hII = 0 → hII = 0, (4.88)

ciò significa che la matrice hIJ è a traccia nulla. Con h = 0, la (4.76) si riduce a

p2 hµν − pµ (pα hνα ) − pν (pα hµα ) = 0. (4.89)

Ponendo ora µ = + si ottiene p+ (pα hνα ) = 0, perciò

pα hνα = 0. (4.90)

Se quest’ultima condizione è valida, allora la (4.89) diviene

p2 hµν = 0. (4.91)

Questo è tutto ciò che resta dell’equazione del moto.


Nella (4.90) l’unico indice libero é ν e ponendo ν = +, l’equazione è banale, con ν = I
si trova pα hIα = 0, che può essere espansa come:
1
−p+ hI− − p− hI+ + pJ hIJ = 0 → hI− = pJ hIJ . (4.92)
p+
Similmente per ν = − si ha pα h−α = 0, espandibile in
1
−p+ h−− − p− h−+ + pI h−I = 0 → h−− = pI h−I . (4.93)
p+
Le due ultime equazioni permettono di ricavare h con l’indice -, in termini della hIJ
trasversa.
Tornando alla (4.91) si ha che l’equazione è banale per ogni campo con indice +, mentre
per indici trasversi si ha:

p2 hIJ (p) = 0 per p2 6= 0. (4.94)

Le equazioni p2 hI− = 0 e p2 h−− = 0, sono automaticamente soddisfatte in virtù delle


(4.92), (4.93). Quando nella (4.94) si ha che p2 = 0, allora gli hIJ (p) non sono vincolati,
a meno della condizione di traccia nulla hII (p) = 0.
Si conclude perciò che i gradi di libertà del campo gravitazionale classico D-dimensionale
sono apportati dal tensore di campo hIJ simmetrico, trasverso e a traccia nulla, le cui
componenti soddisfano le equazioni del moto di uno scalare non massivo. Questo tensore
ha un numero di componenti pari ad una matrice quadrata, simmetrica, a traccia nulla
di dimensione (D − 2). Il numero delle componenti della matrice è esprimibile come:
1 1
n(D) = (D − 2)(D − 1) − 1 = D(D − 3). (4.95)
2 2

57
Come nel capitolo precedente, si assume per uno scalare non massivo, un grado di libertà
per ogni punto sul settore fisico della mass-shell. In uno spaziotempo quadridimensionale
esistono due direzioni trasverse e una matrice simmetrica a traccia nulla di dimensione 2,
ha due componenti indipendenti, perciò si hanno n(4) = 2 gradi di libertà. All’aumen-
tare delle dimensioni dello spaziotempo, aumentano i gradi di libertà in modo piuttosto
rapido. Per ottenere lo stato del gravitone si espande ogni campo indipendente hIJ ,
attraverso opportuni operatori di creazione e distruzione. Per fare ciò sono necessari gli
IJ†
oscillatori aIJ
p+ ,pT e ap+ ,pT . Si introduce come al solito il vuoto |Ωi e, a questo punto, si
definisce lo stato del gravitone con momento (p+ , → −p T ) come una sovrapposizione lineare
IJ†
degli stati indipendenti polarizzati ap+ ,pT |Ωi:

D−1
X
ξIJ aIJ†
p+ ,pT |Ωi , ξII = 0, (4.96)
I,J=2

dove ξIJ è il tensore di polarizzazione del gravitone. La condizione classica di traccia


nulla trovata in (4.88), si traduce ora in ξII = 0. Poichè ξIJ è una matrice simmetrica,
a traccia nulla, di dimensione (D − 2), si hanno n(D) stati di gravitone linearmente
indipendenti, per ogni punto sulla mass-shell fisica.
Ad oggi si ritiene che la relatività generale non sia conciliabile con la meccanica quantisti-
ca. La teoria della gravità mostra infatti comportamenti inattesi quando si ha a che fare
con distanze molto piccole, si dice che non è normalizzabile. Sfortunatamente gli effetti
quantistici sulla gravità sono rilevanti ad energie fuori della portata degli esperimenti in
laboratorio, cioè non vi sono dati sperimentali che possano fare luce su come si comporta
lo spaziotempo alla scala di Planck. É questo il regno odierno della teoria delle stringhe,
che si propone come possibile candidata per una teoria quantistica della gravitazione e,
per questo motivo, si mostra nel prossimo paragrafo come ottenere lo stato del gravitone
come modo di vibrazione di una stringa chiusa, quantizzata nel gauge cono-luce.

4.6 Spazio degli stati di una stringa chiusa


Per costruire lo spazio degli stati per le stringhe chiuse, si parte dalla definizione degli
stati fondamentali, rappresentati come |p+ , → −p T i. La scelta dei due operatori non è ca-
suale. Quantizzando la stringa nel gauge cono-luce, le variabili dinamiche a disposizione
sono (xI , x− I +
0 , p , p ). Da questo set, a seguito delle regole di commutazione, è possibile
scegliere un solo elemento per ciascuna delle due seguenti coppie: (x− , p+ ), (xI , pI ). Si
sono quindi scelti rispettivamente p+ e pI , a seguito del fatto che è sempre preferibile
lavorare nello spazio dei momenti. Per generare gli stati eccitati è necessario far agire su
|p+ , →

p T i gli operatori di creazione aI† I†
n , ān , definiti come:

I
√ √
α−n = aI†
n
I
n, ᾱ−n = āI†
n n, con n ≥ 1. (4.97)

58
Il vettore generale è:
" ∞ Y
25
# " ∞ Y
25
#
|p+ , →

Y Y
|λ, λ̄i = (aI†
n )
λn,I
× (āJ†
m)
λ̄m,J
p Ti, (4.98)
n=1 I=2 m=1 J=2

con λn,I e λm,J interi non negativi, rappresentanti il numero di volte che gli operatori di
creazione aI† I†
n , ān compaiono. Lo stato |λ, λ̄i è perciò definito specificando il numero di
volte che gli oscillatori agiscono sul fondamentale |p+ , →−p T i ed il conteggio è fornito dalla
lista degli interi n non negativi e dagli indici di polarizzazione I, J = 2, ..., 25.
Gli operatori numero agiscono su |λ, λ̄i con autovalori:
∞ X
X 25 ∞ X
X 25
⊥ ⊥
N = nλn,I , N̄ = mλ̄m,J . (4.99)
n=1 I=2 m=1 J=2

Un vettore |λ, λ̄i appartiene allo spazio degli stati della stringa se e solo se soddisfa
il vincolo di corrispondenza del livello (3.59), espresso in termini di operatori numero.
Perciò non tutti gli stati in (4.98) sono ammissibili. La massa degli stati è ottenuta dalla
(3.64) come
1 0 2
α M = N ⊥ + N̄ ⊥ − 2. (4.100)
2
Identificando i primi stati ottenibili, in relazione alle loro masse, si trova che gli stati
fondamentali, contraddistinti da N ⊥ = N̄ ⊥ = 0, sono stati ad una particella del campo
scalare quantistico. In virtù della (4.100), si trova che la loro massa è immaginaria:
0
M 2 = −4/α . Ciò porta a concludere che si tratti di tachioni, particelle superluminali
che costituiscono uno dei punti deboli della teoria delle stringhe. Oggi infatti, gran
parte della comunità scientifica, ritiene che il tachione sia un errore legato alla soluzione
di equazioni, avente significato matematico, ma non fisico. Gli stati eccitati successivi
si ottengono facendo agire due oscillatori su |p+ , → −
p T i, al fine di preservare il vincolo
⊥ ⊥
N = N̄ . Un oscillatore deve essere un operatore di moto destro e uno di moto
sinistro, entrambi di modo 1. Ciò restituisce stati aventi tutti M 2 = 0. Poichè gli
indici di polarizzazione I, J etichettano due oscillatori distinti, il numero degli stati sarà
(D − 2)2 . Per una trattazione più completa sugli ulteriori stati vibrazionali, ottenibili
dalla quantizzazione di una stringa chiusa, è possibile consultare [4]. Tornando agli stati
non massivi appena discussi, essi si possono esprimere in modo generico, con momento
fissato, come
M aI† āJ† |p+ , →

X
IJ 1 p i,
1 T (4.101)
I,J

dove si è introdotta una matrice arbitraria M avente dimensione (D − 2). É noto che,
ogni matrice quadrata, è scomponibile in una parte simmetrica S e antisimmetrica A:
1 1
MIJ = (MIJ + MJI ) + (MIJ − MJI ) ≡ SIJ + AIJ . (4.102)
2 2

59
La parte simmetrica è ulteriormente scomponibile:
 
1 1
SIJ = SIJ − δIJ S + δIJ S, S ≡ S II = δ IJ SIJ . (4.103)
D−2 D−2

Il primo termine a destra dell’uguaglianza è a traccia nulla perciò, la (4.103), decompone


la matrice quadrata in una priva di traccia e in un multiplo dell’unità. Introducendo la
0
notazione ŜIJ per la matrice a traccia nulla e S = S/(D −2) per il fattore moltiplicativo,
è possibile esprimere la matrice quadrata iniziale come:
0
MIJ = ŜIJ + AIJ + S δIJ . (4.104)

Si è appena visto che, quando si scrive una matrice quadrata, è in generale possibile espri-
merla attraverso tre termini indipendenti. Ne consegue che gli stati in (4.101) possono
essere splitatti in tre diversi gruppi di stati linearmente indipendenti:
J† + →−
X
ŜIJ aI†
1 ā1 |p , p T i , (4.105a)
I,J
J† + →−
X
AIJ aI†
1 ā1 |p , p T i , (4.105b)
I,J
0 J† + →−
S aI†
1 ā1 |p , p T i . (4.105c)

Nella (4.105a) sono rappresentati gli stati ad una particella di gravitone, mediatore del-
l’interazione di gravità. Nella teoria quantistica di campo gravitazionale, questi stati
erano rappresentati da (4.96), dove compariva la matrice simmetrica ξIJ , a traccia nulla,
arbitraria. Poichè ŜIJ è anch’essa una matrice simmetrica a traccia nulla, si ha:
J† + →−
aI† IJ†
1 ā1 |p , p T i ↔ ap+ ,pT |Ωi . (4.106)

Questa identificazione è lecita perchè i due set di stati sono etichettati dagli stessi indici,
trasportano lo stesso momento e sono entrambi non massivi. Ciò mostra che le stringhe
chiuse, quantizzate nel gauge cono-luce, presentano naturalmente lo stato di gravitone e,
per questo motivo, sono ottime candidate per formulare la teoria di gravità quantistica.

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Bibliografia

[1] Costas Christodoulides. The Special Theory of Relativity. Springer, 2016.

[2] Lev D. Landau and Evgenij M. Lifŝits. Meccanica: Fisica teorica. Editori Riuniti,
Roma, 2004.

[3] Joseph Polchinski. String theory: Volume 1, an introduction to the bosonic string.
Cambridge university press, 1998.

[4] Barton Zwiebach. A First Course in String Theory. Cambridge University Press,
2009.

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