Università degli Studi “G.
d’Annunzio” Chieti-Pescara
Facoltà di Economia
Corso di Laurea Specialistica in Economia Informatica
Tesi di Laurea
Security Risk Analysis
Laureanda: Relatore:
Pamela Peretti Prof. Stefano Bistarelli
Anno Accademico 2004-2005
Ai miei
Introduzione
L’Information Technology (IT) può essere considerato il maggiore stru-
mento per la creazione di ricchezza economica del ventunesimo secolo. Per
questo, oggi l’IT viene considerato come un fattore critico per il successo
dell’impresa nell’ottenere vantaggio competitivo, aumentare la produttività
e diminuire il rischio di fallimenti o perdite di quote di mercato.
Visto l’importante ruolo assunto dall’IT all’interno dei processi dell’impre-
sa, nasce l’esigenza di preservare tali sistemi dai danni inerenti l’integrità, la
disponibilità e la confidenzialità delle informazioni in essi custodite.
A questa necessità fa capo l’Information Security Risk Management, un
processo di valutazione dei rischi inerenti un sistema informatico e dell’effi-
cacia dei controlli pianificati o realizzati per mitigarli. Il processo di Risk
Management, inizialmente impiegato dalle banche per una gestione dei rischi
di insolvenza e dalle società quotate in borsa per la valutazione dei rischi dei
mercati finanziari, oggi trova applicazioni in moltissimi ambiti. Sempre più
diffusa, infatti, è la cosı̀ detta “cultura del rischio” intesa come necessità da
parte del management di monitorare e gestire le voci di rischio che possono
provocare un impatto negativo ai processi di business di un’organizzazione.
Il presente lavoro di tesi, articolato su cinque capitoli, discute la Security
Risk Analysis, ovvero un processo di analisi e di gestione dei rischi inerenti la
sicurezza del sistema IT di un’impresa. A questo scopo studieremo i principali
approcci esistenti e infine proporremo un nuovo modo per la scelta degli
investimenti in sicurezza.
Nel primo capitolo verrà studiato il Risk Management nell’impresa. Ve-
i
ii INTRODUZIONE
dremo come sia necessario classificare, misurare e mappare i diversi rischi
che possono interessare un’organizzazione al fine di raggiungere una mag-
giore consapevolezza dei problemi interni all’organizzazione aziendale. In-
oltre, scopo del processo di Risk Management è anche quello di migliorare
la raccolta delle informazioni necessarie al management per una corretta
valutazione delle strategie di impresa.
Nel secondo capitolo verrà studiato l’Information Security Risk Manage-
ment, quel processo volto ad individuare e gestire i rischi inerenti i sistemi
IT e le informazioni in esso custodite. Studieremo quindi le tre fasi che com-
pongono il processo.
La prima fase, quella di Risk Assessment, ha l’obbiettivo di studiare in
maniera dettagliata i diversi asset che compongono il sistema IT, individua-
re le potenziali minacce ed identificare gli opportuni meccanismi di controllo
volti a ridurre o ad eliminare le voci di rischio individuate.
La seconda fase, di Risk Mitigation, ha lo scopo di valutare, attraverso
un’analisi costi/benefici, i controlli identificati nella fase precedente, con l’ob-
biettivo di selezionare quelle contromisure capaci di ridurre il livello di rischio
con il minor costo.
La terza e ultima fase, quella di Risk Evaluation and Assessment, ha l’ob-
biettivo di monitorare e valutare i risultati ottenuti nell’implementazione dei
meccanismi di controllo selezionati dal management.
Nel terzo capitolo analizzeremo le diverse metodologie che possono essere
adottate per lo svolgimento dei processi di risk management. In particolare
studieremo e confronteremo due approcci quello qualitativo e quello quanti-
tativo.
L’approccio qualitativo, vedremo, è basato su valutazioni di tipo soggettivo
dei differenti scenari che possono verificarsi all’interno di un sistema IT. Tali
valutazioni vengono realizzate intervistando coloro che lavorano direttamente
con gli asset che compongono il sistema e che sono in grado di identificare
delle situazioni di rischio.
L’approccio quantitativo, invece, è basato su una quantificazione di tutte le
INTRODUZIONE iii
grandezze necessarie per effettuare una valutazione dei rischi con l’obbiet-
tivo di determinare, attraverso degli indici, la convenienza economica di un
investimento in sicurezza.
Nel quarto capitolo vedremo come è possibile rappresentare gli eventi che
si verificano all’interno di un sistema attraverso delle strutture ad albero.
Analizzeremo i fault tree e gli event tree. Questi alberi a partire da un evento
indesiderato, sono in grado di individuare rispettivamente le cause che pos-
sono averlo scaturito e gli effetti prodotti.
Parleremo quindi di vulnerability tree, ovvero di alberi usati per analizzare
le diverse vulnerabilità che un attaccante può sfruttare per poter colpire un
sistema.
In ultimo descriveremo gli attack tree, alberi che, grazie alla loro struttura,
possono essere impiegati all’interno del processo di risk assessment per l’in-
dividuazione dei diversi scenari d’attacco che possono interessare un asset
dell’impresa.
Nel quinto capitolo verrà proposto un nuovo modo per usare gli attack
tree all’interno per processo di Risk Management. In particolare, vedremo
come, a partire da uno stesso scenario d’attacco, sia possibile effettuarne una
valutazione da due punti di vista completamente differenti: quello dell’im-
presa e quello dell’attaccante.
Per fare questo dovremo arricchire l’albero con una serie di etichette che ci
permetteranno di valutare, da un lato la perdita derivante da ogni tipo d’at-
tacco e il costo che sarà necessario sostenere per l’adozione delle opportune
contromisure, dall’altro il costo di ogni singolo attacco tenendo conto della
perdita derivante dalla presenza di contromisure.
Useremo poi due indici il ROSI, Return On Security Investment, e il ROA, Re-
turn On Attack, con lo scopo di individuare quelle contromisure che sono più
vantaggiose per l’impresa e che riescono, allo stesso tempo, a fronteggiare gli
attacchi che con maggiore probabilità saranno messi in atto dall’attaccante.
Indice
Introduzione i
1 Risk Management 1
1.1 Classificazione dei rischi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 3
1.1.1 Rischi strategici . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 4
1.1.2 Rischi finanziari . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 5
1.1.3 Rischi operativi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 5
1.2 Misurazione del rischio . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 7
1.3 Mappatura del rischio . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 8
1.4 Fattori chiave del processo di risk management . . . . . . . . . 9
2 Information Security Risk Management 15
2.1 Risk assessment . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 16
2.1.1 Fase 1: Studio delle caratteristiche del sistema . . . . . 18
2.1.2 Fase 2: Identificazione delle minacce . . . . . . . . . . 20
2.1.3 Fase 3: Identificazione delle vulnerabilità . . . . . . . . 22
2.1.4 Fase 4: Analisi dei controlli . . . . . . . . . . . . . . . 25
2.1.5 Fase 5: Determinazione della fattibilità delle minacce . 27
2.1.6 Fase 6: Analisi dell’impatto . . . . . . . . . . . . . . . 28
2.1.7 Fase 7: Determinazione dei rischi . . . . . . . . . . . . 30
2.1.8 Fase 8: Raccomandazioni sui controlli . . . . . . . . . . 31
2.1.9 Fase 9: Documentazione finale . . . . . . . . . . . . . . 31
2.2 Risk mitigation . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 32
2.2.1 Fase 1: Prioritizzazzione delle azioni . . . . . . . . . . 35
v
vi INDICE
2.2.2 Fase 2: Valutazione dei controlli raccomandati . . . . . 37
2.2.3 Fase 3: Analisi costi/benefici . . . . . . . . . . . . . . . 37
2.2.4 Fase 4: Selezione dei controlli . . . . . . . . . . . . . . 38
2.2.5 Fase 5: Assegnazione delle responsabilità . . . . . . . . 38
2.2.6 Fase 6: Sviluppo di un piano di salvaguardia . . . . . . 39
2.2.7 Fase 7: Implementazione dei controlli selezionati . . . . 40
2.3 Risk evaluation and assessment . . . . . . . . . . . . . . . . . 40
3 Metodologie di Risk Management 43
3.1 Approccio qualitativo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 44
3.2 Approccio quantitativo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 49
3.2.1 Indici . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 50
3.2.2 Analisi costi/benefici . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 52
3.2.3 Return On Investment (ROI) . . . . . . . . . . . . . . 54
3.2.4 Return On Attack (ROA) . . . . . . . . . . . . . . . . 56
3.3 Approccio ibrido . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 56
3.4 Confronto . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 57
4 Attack trees e Vulnerability trees 59
4.1 Fault Tree Analysis . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 59
4.2 Event Trees . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 61
4.3 Vulnerability trees . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 62
4.3.1 Creare vulnerability tree . . . . . . . . . . . . . . . . . 63
4.4 Attack trees . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 64
4.4.1 Uso di etichette . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 67
4.4.2 Creare attack trees . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 70
5 Uso di indici quantitativi su attack trees 77
5.1 Analisi di uno scenario d’attacco . . . . . . . . . . . . . . . . . 78
5.1.1 Individuazione delle strategie d’attacco . . . . . . . . . 78
5.1.2 Individuazione delle contromisure . . . . . . . . . . . . 80
5.2 Visione del difensore . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 85
INDICE vii
5.2.1 Etichettatura dell’albero . . . . . . . . . . . . . . . . . 85
5.2.2 Etichettatura delle contromisure . . . . . . . . . . . . . 90
5.3 Visione dell’attaccante . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 93
5.3.1 Etichettatura dell’albero . . . . . . . . . . . . . . . . . 94
5.3.2 Etichettatura delle contromisure . . . . . . . . . . . . . 97
5.4 Valutazione complessiva degli scenari . . . . . . . . . . . . . . 100
Conclusioni 103
A Strumenti per il risk management 107
Bibliografia 111
Elenco delle figure
1.1 Fasi del processo di Risk Management. . . . . . . . . . . . . . 3
1.2 Tipologie di rischio. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 4
1.3 Mappatura del rischio. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 10
2.1 Fasi del processo di Risk Assessment. . . . . . . . . . . . . . . 17
2.2 Principali fonti di perdita . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 22
2.3 Minacce, vulnerabilità e asset: relazione. . . . . . . . . . . . . 27
2.4 Esempio di strategia di Risk Mitigation . . . . . . . . . . . . . 34
2.5 Fasi del processo di Risk Mitigation. . . . . . . . . . . . . . . 36
2.6 Contromisure più diffuse all’interno dei sistemi IT. . . . . . . . 39
3.1 Matrice di rischio . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 45
3.2 Matrice di rischio . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 46
4.1 Fault tree . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 60
4.2 Event tree . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 61
4.3 Rappresentazione dei vulnerability tree. . . . . . . . . . . . . . 62
4.4 Esempio di attack tree. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 66
4.5 Esempio dell’uso di metriche . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 69
4.6 Esempio dell’uso di metriche diverse . . . . . . . . . . . . . . . 69
4.7 Esempio di combinazione di metriche . . . . . . . . . . . . . . 71
4.8 Creazione dello scenario. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 72
4.9 Etichettatura delle foglie. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 73
4.10 Analisi delle differenti strategie d’attacco. . . . . . . . . . . . . 75
ix
x ELENCO DELLE FIGURE
5.1 Scenario d’attacco base. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 78
5.2 Esempio di attack tree in caso di furto di dati. . . . . . . . . 79
5.3 Esempio di attack tree in caso di furto della macchina server. 80
5.4 Esempio di attack tree in caso di furto della macchina server:
modifica. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 81
5.5 Esempio di contromisure nel caso di furto di dati. . . . . . . . 82
5.6 Esempi di contromisure nel caso di furto della macchina server. 84
5.7 Esempio completo di attack tree: accesso ai dati memorizzati
in un server. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 86
5.8 Modalità di assegnazione di valori delle etichette. . . . . . . . 87
5.9 Modalità di assegnazione di valori delle etichette per ogni
contromisura. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 91
5.10 Modalità di assegnazione di valori delle etichette. . . . . . . . 95
5.11 Modalità di assegnazione di valori delle etichette per ogni
possibile contromisura presente nel sistema. . . . . . . . . . . 97
Elenco delle tabelle
1.1 Business Risk Inventory. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 7
1.2 Rilevanza dell’impatto. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 8
1.3 Frequenza di accadimento. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 8
2.1 Esempi di minacce umane . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 23
2.2 Definizione del livello di fattibilità di un attacco. . . . . . . . . 28
2.3 Definizione di livelli d’impatto. . . . . . . . . . . . . . . . . . . 29
2.4 Livelli di rischio e azioni necessarie. . . . . . . . . . . . . . . . 30
3.1 Esempio di analisi qualitativa . . . . . . . . . . . . . . . . . . 49
3.2 Esempio dell’uso degli indici. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 52
5.1 Valori delle etichette. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 89
5.2 Etichettatura delle possibili contromisure adottate dall’impre-
sa nel caso di furto di dati memorizzati in un server. . . . . . . 92
5.3 Il return on security investment per ogni strategia d’attacco
individuata. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 94
5.4 Valori delle etichette associate ad ogni attacco. . . . . . . . . . 96
5.5 Etichettatura delle possibili contromisure adottate dall’impre-
sa nel caso di furto di dati memorizzati in un server. . . . . . . 99
5.6 Il return on attack per ogni strategia d’attacco individuata . . 100
5.7 Ordine degli attacchi in base ai valori del ROSI e del ROA
calcolati. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 102
xi
xii ELENCO DELLE TABELLE
A.1 Questionario per la raccolta di informazioni sulle caratteristi-
che operative del sistema. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 108
A.2 Schema per la valutazione del livello di vulnerabilità delle
diverse aree del sistema. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 109
Capitolo 1
Risk Management
Nella vita di tutti i giorni, in ogni azione che l’uomo compie, è necessario
prendere delle decisioni sul da farsi; ogni decisione comporta delle conseguen-
ze diverse e l’uomo deve essere in grado di fare le scelte che saranno per lui
migliori. Ogni scelta, però, comporta necessariamente dei rischi, sta poi al-
l’individuo valutare se correre tali rischi o se modificare il proprio agire in
modo da evitarli.
Nel corso della vita di un’impresa le decisioni che devono essere prese
non sono sempre semplici e necessitano, nella maggior parte dei casi, di un
processo di raccolta di informazioni che permetta al management di scegliere
nel modo migliore [17].
Proprio per far fronte a queste esigenze nasce il risk management, un
processo che funge da supporto a coloro che devono effettuare delle scelte
all’interno di un’impresa e che permette loro di analizzare le conseguenze
della propria decisione e i rischi ad essa associati. Il risk management può
essere cosı̀ definito:
Definizione 1.1 (Risk management [9]). Risk management è l’insieme di
attività coordinate per gestire un’organizzazione con riferimento ai rischi.
Tipicamente include l’identificazione, la misurazione e la gestione delle varie
esposizioni al rischio.
La gestione dei rischi di un business non è un processo nuovo; esso era
1
2 1. Risk Management
generalmente di competenza esclusiva dei direttori di divisione o dell’alta di-
rezione, i quali si servivano di strumenti quali questionari, diagrammi di flusso
e di statistiche per effettuare la propria valutazione circa i rischi riguardanti
la propria divisione.
Recentemente, però, è nata l’esigenza di creare un processo formale di
gestione del rischio e di procedure standardizzate di misurazione e controllo,
in modo da poter raggiungere una maggiore consapevolezza dei problemi e
dei rischi della propria impresa e migliorare la raccolta delle informazioni
necessarie al management per una corretta valutazione delle strategie di
impresa.
Il processo di risk management viene svolto in tre fasi, ognuna delle quali
composta da un processo a se stante, ma collegato con il successivo:
• Risk Assessment: il processo in cui vengono valutati i rischi e l’impatto
che essi produrranno all’interno dell’impresa. L’obbiettivo è quello di
selezionare i diversi metodi che possono essere adottati per ottenere
una diminuzione di tali rischi.
• Risk Mitigation: il processo con cui il management deve decidere quale
strategia adottare per la gestione dei rischi, e in base a questa, se-
lezionare tra i metodi individuati nella fase precedente, quelli che risul-
tano migliori per l’impresa.
• Evaluation and Assessment: il processo di monitoraggio e valutazione
dei risultati ottenuti dall’implementazione della strategia selezionata
dal management.
Il processo può essere considerato circolare (vedi Figura 1.1) in quanto:
in una prima fase vengono identificate le risorse più importanti che sono
coinvolte nel processo e vengono individuati i rischi cui potrebbero essere
sottoposte e l’impatto che questi potrebbero avere sull’intera organizzazione
(assessment), successivamente vengono stabilite le misure più appropriate
per l’eliminazione o la riduzione dei rischi (mitigation), ed infine viene moni-
torato il risultato ottenuto per verificare l’efficacia delle misure adottate (eval-
1.1 Classificazione dei rischi 3
ne
ic azio
t if
n
I de
Mis
urazione
Ge
sti
one
Figura 1.1: Fasi del processo di Risk Management.
uation) ed eventualmente apportare le modifiche necessarie ripercorrendo il
processo in tutte le sue fasi.
1.1 Classificazione dei rischi
Definizione 1.2 (Rischio [9]). Il rischio può essere definito come l’incertezza
che eventi inaspettati possano manifestarsi producendo effetti negativi per
l’organizzazione.
Il processo di risk management si occupa di controllare i possibili eventi
che possono manifestarsi comportando delle perdite in termini economico-
finanziario, d’immagine o di continuità operativa.
L’identificazione dei diversi profili di rischio è il primo passo per un efficace
processo di risk management: i rischi possono essere esogeni, legati cioè
all’ambiente esterno in cui l’impresa opera ed endogeni legati cioè ai processi
di business.
In generale un’organizzazione è esposta a tre tipi di rischio: rischio strate-
gico, rischio finanziario e rischio operativo.
4 1. Risk Management
Rischi strategici
Rischio di danno ambientale
Rischio derivante dall'innovazione tecnologica
Rischio da regolamentazione
Rischio politico
Rischi finanziari
Rischio di cambio
Rischio di tasso di interesse
Rischio di credito
Rischio di liquidità
Rischi operativi
Rischi di business
Rischi operativi in senso stretto
Rischio legale
Rischio di Information Technology
Figura 1.2: Tipologie di rischio.
1.1.1 Rischi strategici
I rischi strategici sono prevalentemente legati a fattori esogeni all’orga-
nizzazione e dipendono, per esempio, dal contesto politico, economico, socio-
culturale, legale e regolamentare in cui l’azienda deve operare [9].
Questi sono rischi difficilmente controllabili da parte del risk management
ma devono essere sempre monitorati in modo da conoscere i possibili impatti
che potrebbero avere nelle diverse aree dell’attività.
Essi possono essere suddivisi in [2]:
• Rischio di danno ambientale: il rischio prodotto dall’emissione di sostanze
tossiche inquinanti o dannose per l’ambiente. Questo comporterebbe
l’esborso di ingenti somme di denaro per l’impresa provocando grandi
perdite.
• Rischio derivante dall’innovazione tecnologica: situazione in cui l’im-
presa vede diminuire la propria quota di mercato, oppure, superata dal-
1.1 Classificazione dei rischi 5
la concorrenza in seguito ad una innovazione di prodotto o di processo
di quest’ultima.
• Rischio da regolamentazione: consiste nel danno potenziale che può
essere subito, in settori particolarmente regolamentati, a causa di mo-
difiche alla normativa vigente.
• Rischio politico: consiste nel pericolo che la situazione politica di un
paese diventi instabile, con tutti i problemi ad essa connessi.
1.1.2 Rischi finanziari
I rischi finanziari sono legati, in parte al contesto esterno in cui opera
l’azienda e inerenti alle possibili perdite causate dalla volatilità dei mercati
finanziari [9].
Essi si possono classificare in [2]:
• Rischio di cambio: rischio derivante dai movimenti intervenuti nei
mercati valutari.
• Rischio di tasso di interesse: deriva dalle fluttuazioni dei tassi, che
possono modificare la spesa per interessi su passività a tasso variabile.
• Rischio di credito: deriva dalla possibilità di incorrere in perdite causate
dal deterioramento delle condizioni economiche dei debitori dell’im-
presa e della loro conseguente incapacià di fronteggiare gli impegni
assunti.
• Rischio di liquidità: causato da squilibri inattesi tra le entrate e le
uscite monetarie della gestione aziendale.
1.1.3 Rischi operativi
I rischi operativi sono quelli legati prevalentemente ai processi di business,
e per questo dipendenti da fattori endogeni all’organizzazione. Sono quei
6 1. Risk Management
rischi che il management si assume per creare un vantaggio competitivo e
quindi valore per gli azionisti [9].
Essi si suddividono in [2]:
• Rischi di business: sono legati alla struttura del mercato e dell’ambi-
ente competitivo in cui opera l’azienda (sono esempi di questi rischi
le variazioni dei prezzi dei prodotti venduti o dei servizi offerti, della
domanda espressa dai clienti, l’ingresso sul mercato di concorrenti o
il lancio di nuovi prodotti alternativi, le variazioni del livello o della
struttura dei costi operativi).
• Rischi operativi in senso stretto: sono legati alla tecnologia produttiva
(sono esempi di questi rischi le interruzioni di processo, l’incendio, il
furto, gli infortuni ai dipendenti o agli amministratori).
• Rischio legale: consiste nel pericolo di dover comparire in tribunale
come attore o convenuto, impegnando mezzi consistenti per la causa e
con la possibilità di subire un giudizio negativo e di dover rispondere
di danni causati a terzi (sono esempi di questo tipo di rischi quelli
riguardanti la responsabilità civile sui prodotti verso i clienti, verso i
dipendenti e verso il fisco).
• Rischio di Information Technology: consiste nel pericolo di interruzione
di servizio, diffusione di informazioni riservate o di perdita di dati ri-
levanti archiviati tramite mezzi computerizzati (del processo di gestio-
ne di questa tipologia di rischio parleremo dettagliatamente all’intero
del Capitolo 2).
La Tabella 1.1 illustra a titolo di esempio un business risk inventory di
un gruppo assicurativo, evidenziando i rischi derivanti da fattori interni ed
esterni all’organizzazione e dividendoli in base alla buona/scarsa possibilità
di controllo.
1.2 Misurazione del rischio 7
Risk Buone possibilità di Scarse possibilità di
controllo controllo
Strategic - Contesto politico, economico,
culturale e regolamentare
- Market Change/catastrophic
- External fraud/Atti illegali
Financial - Volatilità dei mercati finanziari
- Asset e Liability matching
- Asset allocation, Credit, Liquidity
- Accounting & Reporting
Operational - Sviluppo risorse umane
- Prodotti/Pricing/Canali distributivi
- Customer selection/Agenti
- Integrità–accesso sistemi IT
Tabella 1.1: Business Risk Inventory [9].
Da notare come l’identificazione dei diversi profili di rischio che possono
interessare l’impresa non può prescindere da una profonda conoscenza del-
l’organizzazione, delle attività da essa svolte, nonchè dal contesto esterno
all’impresa opera.
1.2 Misurazione del rischio
Un passo cruciale del processo di risk management è quello di misurare
l’entità dei vari rischi cui l’impresa è esposta. Tale entità è data dalla corre-
lazione tra probabilità di accadimento dell’evento e rilevanza dell’impatto.
La Tabella 1.2 illustra, ad esempio, una scala quali-quantitativa che può
essere utilizzata per la misurazione dell’impatto provocato da un certo evento.
Il processo di misurazione del rischio risulta particolarmente gravoso in
quanto non è semplice quantificare l’impatto potenziale che un determinato
rischio può avere all’interno di un’organizzazione. I parametri che si utiliz-
8 1. Risk Management
Alto Impatto finanziario superiore a Impatto elevato sull’immagine, obbiet-
9.000.000 e tivi compromessi.
Moderato Impatto finanziario superiore a Impatto moderato sull’immagine e sugli
3.500.000 e obiettivi.
Basso Impatto finanziario inferiore a Impatto minimo sull’immagine, obiet-
3.500.000 e tivi non compromessi.
Tabella 1.2: Rilevanza dell’impatto [9].
zano a questo scopo devono essere coerenti con il tipo di analisi svolta al fine
di limitare il più possibile gli eventuali errori.
Alto Probabile - È accaduto negli ultimi anni per serie
(evento negativo entro l’anno) di debolezze di controllo.
- Forti influenze di fattori esogeni.
Moderato Possibile - Difficoltà di controllo per fattori eso-
(entro i prossimi 7 anni) geni/endogeni.
- Già accaduto.
Basso Remoto - Adeguato controllo; evento mai ac-
(oltre i 7 anni) caduto.
- Scarsa influenza di fattori eso-
geni/endogeni.
Tabella 1.3: Frequenza di accadimento [9].
La Tabella 1.3, invece, illustra una scala quali-quantitativa per la misu-
razione del rischio percepito come azzardo, come cioè evento negativo.
1.3 Mappatura del rischio
Una volta individuata la correlazione tra probabilità di accadimento e
significatività dell’impatto è possibile procedere alla mappatura dei profili di
rischio che possono interessare l’impresa. Cosı̀ facendo è possibile mettere in
risalto le aree per le quali sono necessarie delle azioni immediate che permet-
1.4 Fattori chiave del processo di risk management 9
tano di mitigare i rischi, riducendo la probabilità di accadimento dell’evento
dannoso o la significatività dell’impatto.
La mappatura del rischio richiede:
1. lo studio del profilo di rischio dell’impresa indipendentemente dalle
attività di controllo poste in essere al suo interno;
2. lo studio del profilo di rischio per effetto dell’attività di controllo poste
in essere dal management.
La Figura 1.3(a) e la Figura 1.3(b) mostrano a titolo di esempio lo stu-
dio condotto da una gruppo assicurativo sul rischio che può interessare un
impresa e sull’effetto prodotto dalle attività di controllo poste in essere dal
management.
Da notare come l’attività di controllo da parte del management consenta una
riduzione del rischio ma non per tutti i settori di business di impresa.
1.4 Fattori chiave del processo di risk man-
agement
Nel corso del processo di risk management, qualunque sia l’area di appli-
cazione o il tipo di rischi che vuole essere gestito, possono essere identificati
una serie di fattori chiave che fanno si che il processo sia svolto in maniera
efficiente e con buoni risultati per l’impresa.
Coinvolgimento del senior management
Uno dei principali fattori che influenzano positivamente il processo di risk
management è rappresentato dal coinvolgimento del senior management in
tutte le fasi. L’obbiettivo che si vuole raggiungere in questo modo è che l’in-
tero processo venga preso seriamente da tutti i livelli dell’organizzazione, la
cui partecipazione attiva è fondamentale per una corretta raccolta di infor-
mazioni e per una corretta implementazione delle eventuali misure correttive
per fronteggiare le situazioni di rischio.
10 1. Risk Management
12
8 12 9 1. Asset & liability matching
Alto 4 14 2. Asset allocation
10 1
Probabile 6 3. Liquidity
2 3 5 4. Credit
8 6. Integrità dei sistemi IT
7 10 15 7. Sviluppo H/R
Moderato 6 11 8. Operational Compliance
Possibile 13 9. Regulatory Compliance
10. Sviluppo Prodotto
4 11. Pricing
12. Agent Fraud
Basso 2 13. Customer selection
Remoto 14. reporting
15. Business continuity plan
0 5 10 15 20 25 30
Basso Moderato Alto
(a) Indipendentemente da qualunque azione posta in essere dal management.
12
1. Asset & liability matching
Alto 10
12 2. Asset allocation
Probabile 3. Liquidity
4 1 4. Credit
8 2 6. Integrità dei sistemi IT
3 7. Sviluppo H/R
Moderato 6 7 8 14 9 8. Operational Compliance
Possibile 5 9. Regulatory Compliance
11 10
6 10. Sviluppo Prodotto
4 13 11. Pricing
15 12. Agent Fraud
Basso 2 13. Customer selection
Remoto 14. reporting
15. Business continuity plan
0 5 10 15 20 25 30
Basso Moderato Alto
(b) Considerando le attività di controllo poste in essere dal management.
Figura 1.3: Mappatura del rischio [9].
1.4 Fattori chiave del processo di risk management 11
Nomina di focal point
Deve essere nominato un gruppo di individui che funga da riferimento nel
corso di tutto il processo di analisi (focal point), e che supervisioni l’operato
del team di assessment. Generalmente questi fanno parte della corporate
dell’impresa e supportano il team grazie alle loro conoscenze circa la generale
situazione dell’impresa.
L’uso dei focal point aumenta la qualità e l’efficienza delle valutazioni svolte,
e migliora la pianificazione delle misure correttive prodotte poi dal team che
svolge l’analisi.
Definire delle procedure
Ogni organizzazione deve possedere una documentazione riguardante le
procedure da seguire per condurre l’analisi al fine di creare dei tool che siano
in grado di facilitare le successive analisi, e cercare di rendere il processo il
più standardizzato possibile.
L’uso di focal point permette, inoltre, che il processo sia svolto in maniera
formale, seguendo le procedure già utilizzate, evitando, cosı̀ di introdurre
metodi sempre diversi ogni volta che è necessario svolgere un processo di risk
management.
Devono quindi essere formalizzati all’interno di un piano di risk manage-
ment:
• chi sono i responsabili e le persone incaricate di svolgere l’analisi,
• chi sono gli individui che verranno coinvolti,
• quali sono le fasi e i passi che dovranno essere seguiti,
• quali sono i problemi che dovranno essere risolti,
• come deve essere redatta la documentazione che verrà prodotta nel
corso delle diverse fasi,
12 1. Risk Management
• quale documentazione deve essere archiviata per poter poi essere uti-
lizzate in analisi future,
• a chi deve essere presentato il risultato finale di tutto il processo svolto.
Coinvolgere i responsabili delle business unit
Altro fattore chiave per il successo del processo di risk management è il
coinvolgimento di responsabili delle business unit coinvolte nel processo.
Grazie alla propria posizione all’interno dell’organizzazione, questi sono gli
unici in grado di determinare quando è necessario avviare un processo di
gestione dei rischi e di giudicare se le misure selezionate per la riduzione di
questi sono le più appropriate e se potranno essere effettivamente implemen-
tate.
Limitare l’analisi
Piuttosto che condurre un’analisi che coinvolga tutti i processi dell’impre-
sa contemporaneamente, il processo di gestione dei rischi deve essere limitato
ad un unico segmento per volta, in modo che l’analisi sia limitata ad una
business unit per volta e che sia cosı̀ il più approfondita possibile.
Documentare e mantenere i risultati
I risultati del processo di risk management vengono riportati all’interno di
documenti formali che possono, poi, essere utilizzati dal management come
supporto per le scelte delle strategie di impresa. Questi saranno a dispo-
sizione per essere consultati nei successivi processi di assessment e durante
la fase di monitoraggio dei risultati.
Tool
Le business unit coinvolte nel processo devono utilizzare al loro interno
strumenti capaci di rendere più facile l’esecuzione di un processo di gestione
dei rischi, come tabelle, questionari e report (vedi Appendice A). Questi
1.4 Fattori chiave del processo di risk management 13
aiutano a far si che il processo sia consistente e conforme alle procedure
standard che l’impresa vuole creare al suo interno.
Alcuni strumenti vengono creati all’interno dell’organizzazione, altri invece
vengono acquisiti da aziende esterne che si occupano solamente di creare dei
tool automatici per il risk management.
Capitolo 2
Information Security Risk
Management
L’Information Security Risk Management è un processo il cui obbiettivo
è quello di proteggere le imprese e la loro capacità di realizzare la propria
mission, identificando i rischi di Information Technology (IT) e gestendoli in
modo da ridurne il più possibile l’impatto per l’organizzazione.
Nel Capitolo 1 abbiamo definito come rischio di Information Technology:
“il pericolo di interruzione di servizio, di diffusione di informazioni riser-
vate o di perdita di dati causate da un malfunzionamento di un sistema
IT”. Il processo di Information Security Risk Management studia il caso di
malfunzionamenti dovuti a problemi di sicurezza, analizzando, in maniera
dettagliata le caratteristiche dei sistemi, individuando le cause che determi-
nano le situazioni di rischio e cercando i mezzi attraverso i quali eliminare
tali rischi dall’attività dell’impresa.
Analizzeremo nel dettaglio i vari processi che compongono l’Information
Security Risk Management e vedremo come essi intervengono nel processo
di eliminazione del rischio di IT dovuto a problemi di sicurezza: il Risk
Assessment, il Risk Management e l’Evaluation and Assessment.
15
16 2. Information Security Risk Management
2.1 Risk assessment
Il processo di risk assessment è usato per determinare l’ampiezza delle
potenziali minacce dei rischi associati ad un sistema IT ed identificare tutti
i possibili controlli per ridurre o eliminare tali voci di rischio.
Tale processo di valutazione ha l’obbiettivo di creare un quadro generale
delle situazioni in vigore nel sistema IT, permettendo di creare le basi per il
passaggio alla fase successiva, vale a dire la fase di risk mitigation.
Definizione 2.1 (Rischio [34]). Il rischio è funzione: della probabilità che
una data fonte di minaccia utilizzi una potenziale vulnerabilità e dell’impatto
risultante da essa per l’azienda.
Definizione 2.2 (Minaccia [34]). Si dice minaccia (threat) la potenzialità
per una fonte di minaccia di sfruttare una specifica vulnerabilità accidental-
mente innescata o intenzionalmente scoperta.
Definizione 2.3 (Vulnerabilità [34]). Si dice vulnerabilità un punto de-
bole o un difetto nelle procedure di sicurezza, nella struttura, nell’implemen-
tazione o nei controlli interni di un sistema, che potrebbe essere sfruttata, ac-
cidentalmente o intenzionalmente, causando una compromissione del sistema
o una violazione delle policy di sicurezza 1 .
Per determinare la probabilità che un evento dannoso minacci un certo
sistema IT devono essere presi in considerazione le possibili vulnerabilità e
i controlli già presenti nel sistema. In questo modo è possibile determinare
l’impatto provocato da ogni minaccia.
Definizione 2.4 (Impatto [34]). Per impatto s’intende il livello di danno
prodotto dalle minacce che sfruttano delle vulnerabilità.
Vediamo un piccolo esempio per capire e collegare tra loro le definizioni
appena riportate.
1
Si dicono policy di sicurezza l’insieme di regole di comportamento per gli usufruitori
di un sistema informatico.
2.1 Risk assessment 17
Fase 1
- hardware
- limiti del sistema
- software Studio caratteristiche - funzioni del sistema
- interfacce del sistema
del sistema - sistemi e dati critici
- dati e informazioni
- sistemi e dati sensibili
- persone
Fase 2
- dati storici Identificazione delle limiti del sistema
- statistiche di agenzie
minacce
Fase 3
- hardware Identificazione delle lista delle potenziali
- software
vulnerabilità vulnerabilità
- interfacce del sistema
Fase 4
- controlli in atto lista dei controlli
- controlli pianificati Analisi dei controlli vigenti
Fase 5
- motivazioni dell’attaccante
- capacità dell’attaccante Determinazione della
- natura delle vulnerabilità
livelli di fattibilità
- controlli in atto
fattibilità delle minacce
Fase 6
- asset tangibili Analisi dell’impatto
- asset intangibili livelli di impatto
integrità, disponibilità, confidenzialità
Fase 7
- motivazioni dell’attaccante
- capacità dell’attaccante Determinazione rischio e relativo
- natura delle vulnerabilità livello di rischio
- controlli in atto dei rischi
Fase 8
Raccomandazioni
sui controlli
Fase 9
risk assessment
Documentazione finale report
Figura 2.1: Fasi del processo di Risk Assessment [34].
18 2. Information Security Risk Management
Esempio 2.1. Un malintenzionato potrebbe progettare un virus (minaccia)
per colpire il database di un’impresa. Se all’interno del sistema IT di questa
non è presente (vulnerabilità) alcun software antivirus, questa persona po-
trebbe agire indisturbata e portare a termine il proprio attacco.
Se nel database colpito sono presenti delle informazioni vitali per lo svolgi-
mento dell’attività d’impresa, l’impatto causato da un attacco di questo tipo
sarebbe considerato “alto”.
Si può affermare che il rischio associato ad una situazione del genere è da
considerarsi come “molto alto”, in quanto non essendo presente alcun tipo di
controllo sul sistema, la probabilità che un attacco di questo tipo si verifichi
è anch’essa “alta”.
Il processo di risk assessment, come illustrato nella Figura 2.1, è costituito
da nove fasi. Esse devono essere eseguite in modo sequenziale per studiare
nel dettaglio il sistema IT di un’organizzazione:
Fase 1: Studio delle caratteristiche del sistema;
Fase 2: Identificazione delle minacce;
Fase 3: Identificazione delle vulnerabilità;
Fase 4: Analisi dei controlli presenti nel sistema;
Fase 5: Determinazione della fattibilità delle minacce;
Fase 6: Analisi dell’impatto degli eventi dannosi;
Fase 7: Determinazione dei livelli di rischio;
Fase 8: Raccomandazioni sui controlli da adottare;
Fase 9: Documentazione finale riguardante il processo svolto.
Nei paragrafi successivi analizzeremo ciascuna di esse in maniera approfon-
dita.
2.1.1 Fase 1: Studio delle caratteristiche del sistema
Nell’effettuare un’analisi dei possibili rischi cui è soggetto il sistema IT
di un’impresa è necessario possedere un’approfondita cognizione del sistema
stesso. Per questo il primo passo della procedura di risk assessment prevede
lo studio dettagliato delle risorse e delle informazioni che lo compongono.
2.1 Risk assessment 19
Sono proprio le risorse e le informazioni a costituire il cuore del processo
di assessment ed è per questo che sono identificate con l’apposito termine
asset.
Definizione 2.5 (Asset [21]). Si dice asset qualsiasi risorsa, tangibile o
intangibile, che possiede un valore per l’impresa e che per questo merita di
essere protetta da eventuali rischi.
Gli asset vengono distinti in due differenti categorie [19]:
• asset tangibili sono tutti i componenti che costituiscono fisicamente
il sistema IT e, precisamente, quelle risorse che sono a supporto della
memorizzazione, del trattamento e della trasmissione delle informazioni
ai diversi utenti;
• asset intangibili sono i software e le informazioni utilizzati dal sistema.
Il team incaricato di svolgere l’assessment deve raccogliere il maggior
numero possibile di informazioni riguardanti i diversi asset presenti nell’im-
presa. Nello specifico le informazioni devono riguardare [34]:
• l’hardware;
• il software;
• le interfacce di sistema;
• i dati e le informazioni memorizzati;
• gli utenti e le persone a supporto del sistema;
• i sistemi e i dati critici 2 ;
• i sistemi e i dati sensibili 3 .
2
Si dicono critici quei dati, la cui perdita, potrebbe causare per l’impresa un danno
grave come la perdita di vite umane, il mancato guadagno, o problemi legali [39].
3
Si dicono sensibili quei dati, la cui perdita può causare danni per l’impresa come, ad
esempio, problemi inerenti la tutela della privacy, e la tutela del segreto industriale [39].
20 2. Information Security Risk Management
Un’altra categoria di informazioni importanti che il team deve reperire
riguarda l’ambiente in cui opera il sistema:
• le funzioni svolte dal sistema IT;
• le policy adottate;
• i sistemi di sicurezza;
• la struttura della rete;
• i sistemi di protezione del salvataggio dei dati (sistemi di backup);
• i controlli attuati e la sicurezza fisica del sistema IT e dell’ambiente in
cui esso è custodito.
Il reperimento di queste informazioni avviene attraverso la consultazione
della documentazione aziendale, o attraverso questionari e interviste sul posto
agli appartenenti all’organizzazione che quotidianamente utilizzano il sistemi
IT (alcuni esempi di tali strumenti sono riportati in Appendice A).
2.1.2 Fase 2: Identificazione delle minacce
Terminata la fase di reperimento delle informazioni riguardanti i singoli
asset, si può passare alla fase successiva del processo di assessment: quella
in cui devono essere identificate le minacce a cui può essere sottoposto il
sistema.
Nel Paragrafo 2.1 abbiamo definito come minaccia “la potenzialità per
una fonte di minaccia di sfruttare una specifica vulnerabilità accidentalmente
innescata o intenzionalmente scoperta”.
Il goal di questa fase è quello di identificare le possibili fonti di minacce
che possono causare un danno per l’organizzazione e stilare un rapporto in cui
inserire tutti quegli eventi dannosi che possono interessare il sistema studiato
nella fase precedente.
La difficoltà di questo passaggio sta nel fatto che, al momento, non esisto-
no dati di riferimento relativi ai possibili attacchi che un’organizzazione può
2.1 Risk assessment 21
subire. Le imprese che sono state vittima di un attacco alla sicurezza dei pro-
pri sistemi sono restie a divulgare informazioni relative alle modalità con cui
si è svolto l’attacco e alle perdite subite, per non incentivare malintenzionati
a ripetere queste azioni [28].
Per cui, nonostante tali eventi siamo comuni e frequenti in molte imprese,
a prescindere dal loro settore di appartenenza, queste notizie non vengono
condivise, e non esiste dunque nè una popolazione standard di minacce, né
delle statistiche affidabili che riportino quali sono le caratteristiche e le pecu-
liarità degli attacchi avvenuti, e tanto meno la frequenza con cui essi vengono
sferrati.
Per ovviare parzialmente a questo problema sono disponibili on-line le
liste riportanti gli incidenti più diffusi all’interno dei sistemi IT e le relative
statistiche. I siti più importanti sono quelli del CERT4 , dello US-CERT5 e
del CERT Difesa6 .
All’interno del CSI/FBI Computer Crime and Security Survey [13] ven-
gono riportati alcuni dati molto utili raccolti tra un campione di imprese
americane che si occupano di sicurezza dei sistemi IT. Nella Figura 2.2 sono
rappresentate le principali fonti di perdita secondo le intervistate e le minacce
da cui tali perdite sono state causate.
In generale, però, le fonti di minaccia possono essere classificate in [34]:
• naturali : minacce dovute al possibile verificarsi di fenomeni naturali
quali terremoti, alluvioni e frane;
• umane: minacce poste in essere da comportamenti umani sia inten-
zionalmente che accidentalmente (ad esempio errato utilizzo di un si-
stema, o attacchi deliberati di impiegati annoiati, cracker, ecc);
• ambientali : minacce dovute a fenomeni che si possono verificare nel-
l’ambiente in cui sono custoditi i sistemi dell’impresa (per esempi i
black-out, l’inquinamento, i prodotti chimici, perdite liquide, ecc.).
4
[Link]
5
[Link]
6
[Link]
22 2. Information Security Risk Management
Virus
Unauthorized access
Theft of proprietary info
Denial of Service
Insider Net abuse
Laptop theft
Financial fraud
Misure of public Web application
Syspem penetration
Abuse of wireless network
Sabotage
Telecom fraud
Web site defacement
$0 $ 10 milion $ 20 million $ 30 million $ 40 million $ 50 million
Figura 2.2: Principali fonti di perdita [13].
Spesso le minacce poste in essere da persone, sono la fonte più pericolosa
e più difficile da individuare in quanto entrano in gioco numerosi fattori,
quali ad esempio, le motivazioni dell’attaccante, le risorse di cui dispone e le
competenze necessarie per attuare un attacco al sistema [29].
Lo studio dei rapporti sulle violazioni di sicurezza, e le interviste agli am-
ministratori, il personale d’assistenza e gli utenti del sistema, contribuiscono
al meglio ad identificare le fonti di minaccia umane che potrebbero interes-
sare il sistema stesso ed i dati in esso memorizzati. La Tabella 2.1 è tratta
dalla guida del National Institute of Standard and Technology (NIST) [34].
In essa sono riportati alcuni esempi di minacce umane che possono verificarsi
all’interno di una organizzazione, delle motivazioni che possono spingere le
persone ad agire e le azioni che queste potrebbero attuare.
2.1.3 Fase 3: Identificazione delle vulnerabilità
La terza fase del processo di risk assessment è quella in cui devono essere
individuate le eventuali vulnerabilità del sistema.
Nel Paragrafo 2.1 abbiamo definito come vulnerabilità “un punto debole o
2.1 Risk assessment 23
Fonte Motivazione Azioni attuate
Hacker, - Opportunità, - hacking
cracker - Ego, - social engineering
- Ribellione. - system intrusion
- unauthorized system access
Criminale - Distruzione di informazioni, - computer crime
informatico - Scoperta di informazioni riservate, - fraudulent act
- Guadagno economico, - spoofing
- Alterazione non autorizzata di dati. - system intrusion
Terroristi - Distruzione, - bomb
- Scoperta, - system attack
- Vendetta. - system penetration
- system tampering
Spionaggio - Vantaggio competitivo. - economic exploitation
industriale - information theft
- intrusion on personal privacy
- social engineering
- system penetration
- unauthorized system access
Interni - Curiosità, - assault on an employee
- Ego, - blackmail
- Guadano economico, - browsing on proprietary info
- Vendetta, - computer abuse
- Errore non intenzionale. - fraud and theft
- input of falsified, corrupted data
- interception
- malicious code
- sale of personal information
- system bugs
- system intrusion
- system sabotage
- unauthorized system access
Tabella 2.1: Esempi di minacce umane: fonte, motivazione e azioni attuate [34]
24 2. Information Security Risk Management
un difetto nelle procedure di sicurezza, nella struttura, nell’implementazione
o nei controlli interni di un sistema, che potrebbe essere sfruttata, accidental-
mente o intenzionalmente, causando una compromissione del sistema o una
violazione delle policy di sicurezza”.
Le vulnerabilità devono essere quindi individuate perchè, se venissero
scoperte da soggetti pericolosi, questi potrebbero utilizzarle per esercitare la
propria minaccia con maggiore frequenza o con maggiore impatto [19].
I metodi che possono essere usati per identificare le vulnerabilità sono:
• L’uso delle fonti di vulnerabilità, come ad esempio le pagine web dei
fornitori di sistemi software e hardware, o i technical security alert
riportati su siti specializzati come quelli dello US-CERT7 .
• Le documentazioni relative alle precedenti analisi di risk assessment
svolte nella stessa impresa.
• I database sulle vulnerabilità disponibili on-line sui siti internet, come
quello del National Institute of Standard and Technology8 o del US-
CERT9 .
• L’esecuzione di test di sicurezza del sistema attraverso scanning tool
automatici o test di penetrazione (penetration test) con team specializ-
zati al fine di testare l’efficacia dei controlli presenti nel sistema.
Gli scanning tool sono dei sistemi automatici che vengono utilizzati
dagli amministratori di una rete per identificare e fermare una scan-
sione non autorizzata. Tali sistemi permettono di verificare se un siste-
ma è vulnerabile e forniscono i dati circa il livello di protezione di una
macchina o una rete. Sono esempi di scanning tool: Nessus, NMap e
Snort [20].
I penetration test, invece, sono utilizzati per valutare la resistenza di
un sistema ad un attacco. Questi test servono a fornire informazioni
7
[Link]
8
[Link]
9
[Link]
2.1 Risk assessment 25
su come un sistema reagisce ad una attacco, se il sistema può essere
violato e quali informazioni possono essere acquisite da esso [20]. I tipi
di test si distinguono in:
– Full knowledge test: il team incaricato di effettuare il test possiede
il maggior numero di informazioni possibile sul sistema su cui
sta effettuando le proprie analisi, in modo da simulare quegli at-
tacchi che possono essere portati a termine da impiegati interni
all’organizzazione.
– Partial knowledge test: il team incaricato di effettuare il test
possiede una conoscenza parziale del sistema relativa solo a un
solo tipo di attacco, in modo da raccogliere informazioni solo su
uno specifico tipo di vulnerabilità.
– Zero knowledge test: il team non possiede alcuna informazione
sul sistema e conduce il test raccogliendo informazioni di propria
iniziativa.
• Lo sviluppo di liste di controllo dei requisiti di sicurezza, ovvero di liste
contenenti gli standard interni di sicurezza che devono essere utilizzati
all’interno dell’organizzazione per valutare ed identificare in maniera
sistematica le vulnerabilità sui singoli asset dell’impresa (personale,
hardware, software e informazioni) le procedure non automatizzate, i
processi ed i passaggi di informazioni tra le varie aree.
Alla fine di tale processo di analisi il team di assessment deve realizzare
un prospetto riassuntivo all’interno del quale vengono elencate le vulnera-
bilità riscontrate e che potrebbero essere sfruttate dalle fonti di minaccia
individuate precedentemente nella fase 2.
2.1.4 Fase 4: Analisi dei controlli
Studiate le caratteristiche del sistema IT, individuate le minacce e le
vulnerabilità si passa alla quarta fase. Essa consiste nell’analisi dei controlli
26 2. Information Security Risk Management
che sono effettivamente attivi o di cui è stata pianificata l’implementazione, al
fine di minimizzare o eliminare la probabilità che, eventuali attacchi, possano
compiersi. Vengono cosı̀ studiate le contromisure:
Definizione 2.6 (Contromisure [18]). Si dicono contromisure (counter-
measures) quelle misure di protezione e quei controlli che riducono il livello
di vulnerabilità di una risorsa rispetto ad una minaccia.
I controlli implementati in un sistema possono distinguersi in:
• controlli tecnici : meccanismi inseriti direttamente nell’hardware, nel
software o nei firmware dei vari componenti (ad esempio controllo
degli accessi, meccanismi di identificazione ed autenticazione, metodi
di crittografia e software di intrusion detection);
• controlli non tecnici : contromisure riguardanti le politiche di sicurezza
adottate, le procedure operative, e la sicurezza del personale dell’am-
biente e del sistema stesso.
Per ogni tipo di contromisura individuata devono essere esaminati i bene-
fici derivanti dalla sua adozione, e soprattutto quale sarà il costo da sostenere
per l’acquisto di ognuna. L’output di questa fase è una lista dei controlli
effettivamente adottati o in fase d’adozione nell’impresa.
In queste prime quattro fasi del processo di risk management vengono
quindi raccolte tutte le informazioni che permettono la creazione di un quadro
generale del sistema IT e della situazione in cui esso si trova ad operare.
Come illustrato in Figura 2.3 di seguito riportata vengono individuate le mi-
nacce che possono interessare il sistema, le vulnerabilità che queste potreb-
bero sfruttare e gli asset che vengono colpiti. Viene poi stimato l’impatto
che prodotto sui diversi asset e le contromisure che potrebbe essere adottare
per diminuire tale impatto [12].
2.1 Risk assessment 27
Minaccia Sfrutta
Vulnerabilità
Danneggia
Colpita da una Asset
Causa
Mitigato da una
Contromisura Impatto
Figura 2.3: Minacce, vulnerabilità e asset: relazione [12].
2.1.5 Fase 5: Determinazione della fattibilità delle mi-
nacce
In questa fase deve essere effettuata una stima di quanto fattibile sia un
attacco al sistema, ovvero il verificarsi di un evento dannoso che potrebbe
comportare dei danni all’organizzazione.
Questo processo risulta essere piuttosto difficoltoso, in quanto numerosi
sono i fattori che incidono su ogni possibile attacco. Bisogna analizzare tutte
le informazioni raccolte nelle precedenti fasi di assessment e inerenti:
• le diverse fonti di minaccia;
• gli individui che possono attaccare il sistema, le loro motivazioni e le
loro capacità;
• le vulnerabilità che potrebbero essere sfruttate durante un attacco;
• gli attacchi di cui l’impresa è già stata vittima, e qual è la frequenza
con cui questi sono stati messi in atto;
• le contromisure effettivamente adottate nel sistema e la loro efficacia.
La fattibilità dell’attacco viene poi espressa attraverso dei valori: alta, media
e bassa come riportato di seguito nella Tabella 2.2.
28 2. Information Security Risk Management
Definizione del livello di fattibilità degli attacchi
Alta La fonte di minaccia è fortemente motivata e capace di effettuare l’attacco. I
controlli usati per prevenire che la vulnerabilità sia sfruttata sono inefficaci.
Media La fonte di minaccia è motivata e capace di effettuare l’attacco, ma i controlli
usati impediscono che la vulnerabilità sia sfruttata.
Bassa La fonte di minaccia non è motivata o capace di effettuare l’attacco o i controlli
usati sono in grado impedire che la vulnerabilità sia sfruttata.
Tabella 2.2: Definizione del livello di fattibilità di un attacco [34].
2.1.6 Fase 6: Analisi dell’impatto
Si arriva dunque alla fase più importante dell’intero processo di risk as-
sessment in cui viene misurato l’impatto risultante dal manifestarsi di una
delle minacce studiate nelle fasi precedenti.
Per poter procedere con questa indagine devono però essere a disposizione
del team che effettua l’analisi, le informazioni riguardanti i processi che uti-
lizzano i sistemi IT, i sistemi e i dati considerati critici per l’organizzazione
e quelli, invece, considerati sensibili.
Il livello d’impatto può essere misurato solamente intervistando coloro
che utilizzano direttamente gli asset e le informazioni in essi custoditi e che,
in qualità di diretti usufruitori, sono in grado di valutare le eventuali perdite,
non solo in termini di danno fisico associato ai vari componenti del sistema,
ma anche in termini di perdita di integrità, disponibilità e confidenzialità.
Definizione 2.7 (Integrità). L’integrità assicura che le informazioni presenti
in un sistema non siano alterabili da persone non autorizzate.
Per esempio l’integrità di un sistema è violata se vengono effettuate delle
modifiche non autorizzate ai dati o al sistema stesso sia in maniera volontaria
che accidentale.
Definizione 2.8 (Disponibilità). La disponibilità assicura che un sistema sia
operativo e funzionante in ogni momento.
2.1 Risk assessment 29
Definizione 2.9 (Confidenzialità). La confidenzialità assicura che le infor-
mazioni presenti in un sistema non siano accessibili ad utenti non autorizzati.
Ne risulta che, calcolare l’impatto delle fonti di minacce sulle risorse
tangibili dell’impresa non è un’operazione molto complessa in quanto basta
quantificare il mancato guadagno derivante dal loro inutilizzo o le spese di
riparazione o sostituzione del bene stesso.
Invece, per quanto riguarda le risorse intangibili la valutazione è più comples-
sa in quanto, quantificare la perdita di confidenzialità, integrità e disponi-
bilità di un asset non può essere facilmente misurata con delle specifiche
unità di misura, e per questo è misurata attraverso dei valori del tipo alto,
medio o basso cosı̀ come illustrato nella Tabella 2.3.
Del problema relativo alla quantificazione dei fenomeni studiati nel risk
management parleremo in maniera più dettagliata nel Capitolo 3, in cui
discuteremo della differenza tra approcci di tipo quantitativo e approcci di
tipo qualitativo.
Definizione di livelli d’impatto
Alto Lo sfruttamento di una vulnerabilità: può provocare la perdita altamente costo-
sa della maggior parte degli asset aziendali; può gravemente violare, danneggia-
re, impedire l’attività, intaccare la reputazione o ledere gli interessi dell’azienda;
può provocare danni alle persone.
Medio Lo sfruttamento di una vulnerabilità: può provocare la perdita di asset azien-
dali; può violare, danneggiare, impedire l’attività; intaccare la reputazione o
ledere gli interessi dell’azienda.
Basso Lo sfruttamento di una vulnerabilità: può provocare la perdita di alcuni as-
set aziendali; può danneggiare, impedire l’attività o intaccare la reputazione
dell’azienda.
Tabella 2.3: Definizione di livelli d’impatto [34].
30 2. Information Security Risk Management
2.1.7 Fase 7: Determinazione dei rischi
Arrivati a questo punto del processo è necessario determinare il livello di
rischio effettivo presente all’interno dell’organizzazione, tenendo conto di:
• la probabilità che una determinata fonte di minaccia tenti di sfruttare
una certa vulnerabilità,
• l’impatto che tale minaccia avrebbe sul sistema,
• la validità dei controlli di sicurezza implementati o che devono ancora
essere adottati per ridurre o per eliminare il rischio.
Per effettuare queste misurazioni si utilizza generalmente una scala di ri-
schio (risk scale, come quella riportata nella Tabella 2.4) o si possono usare
altri strumenti tipici di questi processi come le matrici di rischio (vedi Capi-
tolo 3).
Livelli di rishio e azioni necessarie
Alto Se la valutazione del sistema ha dato come risultato finale un rishio alto è
necessario adottare delle forti misure correttive; il sistema può continuare a
funzionare, ma è necessario un piano d’azione correttivo nel più breve tempo
possibile.
Medio Se la valutazione del sistema ha dato come risultato finale un rishio medio è
necessario sviluppare un piano correttivo da attuare in tempi ragionevoli.
Basso Se la valutazione del sistema ha dato come risultato finale un rishio basso è
necessario decidere se le azioni correttive in atto sono ancora necessarie o se
l’azienda è disposta ad accettare il livello d rischio.
Tabella 2.4: Livelli di rischio e azioni necessarie [34].
2.1 Risk assessment 31
2.1.8 Fase 8: Raccomandazioni sui controlli
Nell’ottava fase del processo di risk assessment è prevista l’identificazione
di tutti i controlli necessari affichè sia possibile portare il rischio ad un livello
accettabile per l’impresa.
Per quante possano essere le contromisure adottate all’interno di un’or-
ganizzazione, non è mai possibile raggiungere un livello di rischio pari a
zero [18, 20], quello che si può fare, invece, è cercare di minimizzare i rischi
attraverso l’adozione di una serie di meccanismi di controllo.
In questa fase del processo di assessment viene quindi prodotta una lista
contenente quei controlli che sono stati considerati come i più appropriati e
le possibili alternative, sempre sulla base di tutte le analisi svolte nelle fasi
precedenti. Questo sarà l’output finale dell’intero processo di risk assessment
e sarà la base su cui avrà inizio il processo di risk mitigation: non tutti i con-
trolli raccomandati, infatti, saranno poi effettivamente implementati. Come
vedremo più avanti nella Sezione 2.2.3, sarà necessaria una valutazione più
dettagliata che tenga conto del rapporto costi/benefici associato all’adozione
di ognuno di essi.
2.1.9 Fase 9: Documentazione finale
Il passo finale dell’analisi consiste nella produzione di un report ufficiale
che aiuti il management dell’impresa a prendere decisioni circa le modifiche da
effettuare al sistema. Il report deve essere di facile lettura anche per coloro
che non possiedono le competenze tecniche necessarie per comprendere a
fondo le conclusioni tratte dal team di assessment, ma che, allo stesso tempo,
mostri i risultati ottenuti in maniera professionale e dettagliata.
Generalmente il report finale [17] deve contenere:
• una sezione introduttiva in cui sono illustrati gli scopi del proget-
to/processo che è stato analizzato;
• una sezione in cui vengono descritte le condizioni in cui è stata svolta
32 2. Information Security Risk Management
l’analisi, gli eventuali impedimenti che si sono verificati, i metodi e i
criteri adottati;
• una sezione in cui saranno indicate, in maniera dettagliata, le fonti di
minacce e vulnerabilità riscontrate dal team, l’analisi dei controlli e le
stime effettuate;
• la parte conclusiva della relazione deve contenere il giudizio finale di
chi ha svolto l’analisi. In essa saranno indicati quali sono i controlli
più adeguati per mitigare i rischi rilevati e quali sono le modifiche che
dovrebbero essere apportate al sistema.
2.2 Risk mitigation
Il secondo processo all’interno dell’Information Security Risk Manage-
ment è il processo di risk mitigation. Questo ha lo scopo di dare priorità, val-
utare e implementare i controlli raccomandati nel corso del processo di risk as-
sessment e fornire il supporto necessario al management nella pianificazione,
nel budget e nell’esecuzione dei controlli prescelti.
Poiché risulta impossibile eliminare tutti i rischi relativi ad un sistema
IT, è compito del management dell’impresa, nella fase decisionale, dover
selezionare, tra i controlli possibili, quelli che riescono a diminuire il rischio
con il minor impatto sulla mission d’impresa.
Il management ha la possibilità di scegliere tra i diversi metodi racco-
mandati dal team di assessment per mitigare i rischi rilevati all’interno del
sistema IT. L’obbiettivo finale è scegliere la combinazione adatta di politiche
che permettano di eliminare i rischi individuati.
Di seguito sono riportati alcuni esempi di possibile strategie [20, 34] che
il management potrebbe scegliere di attuare per ridurre i rischi:
1. Assunzione del rischio: possono essere accettati i potenziali rischi per
il sistema e l’organizzazione può continuare ad operare o può decidere
2.2 Risk mitigation 33
di investire solo in quei controlli che abbassino il livello di rischio ad un
livello accettabile.
2. Eliminazione del rischio: si può cercare di eliminare i rischi eliminan-
do le cause da cui essi sono scaturiti (ad esempio eliminando alcune
funzioni del sistema o arrestarlo nel caso in cui sia in atto un attacco).
3. Limitazione del rischio: cercare di limitare i rischi implementando dei
controlli che minimizzino l’impatto di una minaccia.
4. Pianificazione del rischio: creare un piano per prioritizzare, imple-
mentare e mantenere i controlli.
5. Ricerca e comprensione: studiare e comprendere al meglio le vulnera-
bilità o le mancanze presenti nel sistema in modo da cercare i controlli
migliori per correggerle.
6. Trasferimento del rischio: cercare di spostare il rischio derivante dal-
l’uso del sistema e le eventuali perdite su altri soggetti attraverso la
stipulazione di polizze assicurative.
Il management deve quindi scegliere quale di questi metodologie attuare, e
pianificarne la tempistica con la quale metterla in atto.
Per meglio comprendere tutto ciò, di seguito, nella Figura 2.4, viene
riportato un esempio circa la strategia che potrebbe essere adottata per
fronteggiare una minaccia umana.
Esempio 2.2. Si parte dalla struttura del sistema di cui abbiamo rac-
colto tutte le informazioni possibili durante la prima fase del processo di
assessment.
Sulla base di questi dati sono state considerate le vulnerabilità del siste-
ma. Nel caso in cui queste non sono state riscontrate, il sistema non è a
rischio pertanto non è necessario investire in alcuna nuova contromisura. Se,
invece, si sono riscontrate delle vulnerabilità è necessario porsi una domanda:
34 2. Information Security Risk Management
Fonte di
minaccia
SI SI
Struttura del Vulnerabilità ad
Vulnerabile? Sfruttabile? &
sistema attacchi esistenti
NO NO
No rischio No rischio
SI SI
Rischio per l’attacante perdita prevista Rischio
esistente costo<guadagno >soglia inaccettabile
NO NO
Rischio accettato Rischio accettato
Figura 2.4: Esempio di strategia di Risk Mitigation [34].
“le debolezze riscontrate nel sistema sono sfruttabili da individui malinten-
zionati?”
In caso di risposta negativa la vulnerabilità non può essere sfruttata in alcun
modo per cui non esiste alcun rischio per il sistema.
Se invece, la risposta alla domanda è affermativa, allora ci troviamo di fronte
al caso in cui tale vulnerabilità può essere sfruttata da individui malinten-
zionati.
Dunque esiste la reale possibilità che il sistema sia suscettibile di attacco.
Preso atto dell’esistenza del rischio si deve valutare se questo possa essere
considerato accettabile o meno per l’organizzazione.
A questo punto è necessario valutare il comportamento adottato dal possibile
attaccante: bisogna infatti capire se egli possa trarre guadagno dalla propria
azione tenendo conto dei costi che necessariamente dovrebbe sostenere.
2.2 Risk mitigation 35
Nel caso in cui queste azioni risultassero per lui eccessivamente onerose il
rischio, anche se presente, può essere comunque accettato dall’impresa.
Nel caso contrario, qualora l’attaccante ottenesse un elevato guadagno e i
danni causati dalla sua azione supererebbero una certa soglia, allora l’im-
presa deve riconoscere il rischio come inaccettabile e di conseguenza attuare
tutte le contromisure necessarie.
La regola generale da seguire per una corretta implementazione dei con-
trolli è la seguente: una volta individuati quali sono i maggiori rischi per l’im-
presa bisogna sforzarsi di trovare i controlli che, con il minor costo possibile,
riescono a produrre il minor impatto sul sistema.
Anche il processo di risk mitigation, come illustrato nella Figura 2.5, è
costituito da una serie di fasi che devono essere eseguite in sequenza:
Fase 1: Prioritizzazzione delle azioni;
Fase 2: Valutazione dei controlli raccomandati;
Fase 3: Analisi costi/benefici;
Fase 4: Selezione dei controlli;
Fase 5: Assegnazione delle responsabilità;
Fase 6: Sviluppo di un piano di salvaguardia;
Fase 7: Implementazione dei controlli selezionati.
Nei paragrafi successivi analizzeremo ogni fase e spiegheremo il compito
svolto da ognuna di esse.
2.2.1 Fase 1: Prioritizzazzione delle azioni
Il primo passo per la risk mitigation è quello della prioritizzazzione delle
azioni da mettere in atto. Sulla base dei livelli di rischio determinati durante
il processo di assessment, devono essere individuate le situazioni considerate
a maggior rischio e su di esse devono essere convogliate le risorse disponibili
per investimenti in controlli.
In questa prima fase viene stilata una sorta di classifica delle situazioni
a rischio ordinate dalla più grave alla meno grave. In questo modo viene
36 2. Information Security Risk Management
Fase 1
Livelli di rischio Lista ordinata
report di risk assessment
Prioritizzare le azioni di situazioni a rischio
Fase 2
Report di Valutare i controlli Lista di possibili
risk assessment controlli
raccomandati
Fase 3
Condurre un’analisi
costi/benefici Analisi
impatto dell’implementazione costi/benefici
impatto della non implementazione
costi associati
Fase 4
Selezionare i controlli Controlli selezionati
Fase 5
Assegnare le Lista delle persone
responsabilità responsabili
Fase 6
Sviluppare un piano
Piano di salvaguardia
di salvaguardia
Faes 7
Implementare i
Rischio residuo
controlli selezionati
Figura 2.5: Fasi del processo di Risk Mitigation [34].
2.2 Risk mitigation 37
assegnato, per ognuna di esse, un livello di priorità con cui devono essere
adottati gli opportuni controlli.
2.2.2 Fase 2: Valutazione dei controlli raccomandati
Il secondo passo del processo prevede una valutazione dei controlli racco-
mandati dal team di assessment. Per ognuno di essi devono essere analizzati:
il grado di protezione offerto al sistema e il livello di rischio che riescono a
mitigare.
In questo modo vengono selezionati soltanto quelle contromisure consi-
derate più appropriate per il sistema IT dell’impresa e che garantiscono una
maggiore efficacia.
2.2.3 Fase 3: Analisi costi/benefici
All’interno della terza fase vengono selezionati quei controlli che for-
niscono il miglior rapporto costi/benefici. L’obbiettivo che si vuole raggiun-
gere è quello di dimostrare come il costo che deve essere sostenuto per l’ac-
quisto di un certo meccanismo di controllo sia giustificato da un’effettiva
riduzione del livello di rischio [24].
Durante questa valutazione non bisogna dimenticare che:
• deve essere determinato l’impatto che avrà sul sistema l’adozione di
nuovi controlli;
• devono essere stimati i costi che saranno sostenuti per implementarli;
• deve essere valutato il costo che si dovrà sostenere per assumere per-
sonale aggiuntivo per attuare le nuove policy, le procedure o servizi
proposti;
• deve essere considerato il costo da sostenere per l’addestramento al
personale all’uso delle nuove contromisure.
38 2. Information Security Risk Management
La regola che viene seguita per la scelta dei controlli da adottare è la
seguente:
1. se la contromisura selezionata riduce i rischi più del necessario, allora
viene cercata un’alternativa meno costosa;
2. se la contromisura ha un costo superiore alla perdita cui dovrebbe porre
rimedio, allora viene cercata una misura alternativa;
3. se la contromisura non riduce in maniera adeguata i rischi, allora ven-
gono cercati controlli aggiuntivi o differenti;
4. se la contromisura fornisce la riduzione del rischio desiderata e presenta
un costo accettabile, allora questa sarà adottata.
2.2.4 Fase 4: Selezione dei controlli
A questo punto, sulla base dell’analisi costi/benefici, il management se-
leziona i controlli che saranno adottati nel sistema e che sono stati giu-
dicati come i più appropriati per garantire la sicurezza del sistema IT e
dell’organizzazione stessa.
La Figura 2.6 riporta i dati raccolti dal Computer Security Institute (CSI)
nel 2005 riguardanti le contromisure più diffuse tra le imprese americane [13].
2.2.5 Fase 5: Assegnazione delle responsabilità
Nella quinta fase del processo di mitigation, dopo che sono stati valutati e
selezionati i nuovi controlli che necessita il sistema IT, viene scelto il personale
che dovrà gestire e rendere operativi tali controlli.
La scelta del management può ricadere sia sul personale interno all’orga-
nizzazione, ma anche su consulenti esterni. Di fondamentale importanza è il
fatto che le persone incaricate di questo compito possiedano le competenze
e le conoscenze necessarie ad una corretta ed efficace implementazione dei
controlli.
2.2 Risk mitigation 39
Firewall
Anti-virus software
Intrusion Detection Systems
Server-based access control lists
Encryption for data in transit
Reusable account/login passwords
Encrypted files
Smart cards/other one time password tokens
Public Key Infrastructure
Intrusion Prevention Systems
Biometrics
0 20 40 60 80 100
Figura 2.6: Contromisure più diffuse all’interno dei sistemi IT [13].
2.2.6 Fase 6: Sviluppo di un piano di salvaguardia
A questo punto viene redatto un piano di salvaguardia in cui sono forma-
lizzati i risultati ottenuti nelle analisi svolte durante il processo di mitigation
e le conclusioni che sono state tratte.
Il piano conterrà quindi [34]:
• le minacce e le vulnerabilità individuate e i livelli di rischio ad essi
associati (tratti dal report finale della fase di assessment);
• i controlli raccomandati (anche questi tratti dal report finale del proces-
so di assessment);
• la priorità associata ad ogni azione;
• i controlli selezionati sulla base della loro flessibilità, efficacia e costo;
• le risorse economiche necessarie per implementare i controlli selezionati;
• la lista del personale designato come responsabile per l’implementazione
dei controlli;
40 2. Information Security Risk Management
• la data fissata per l’inizio della messa in funzione delle contromisure.
2.2.7 Fase 7: Implementazione dei controlli selezionati
Il processo di risk mitigation si conclude con l’effettiva implementazione
dei controlli.
Una volta che questi sono stati messi in atto, il management deve sovrain-
tendere alla riduzione dei rischi: bisogna verificare se c’è stata una dimin-
uzione della probabilità che una minaccia venga esercitata e se l’impatto di
questa è stato ridotto.
Il livello di rischio che permane nonostante l’implementazione dei nuovi
controlli stabiliti durante il processo di mitigation prende il nome di rischio
residuo.
Definizione 2.10 (Rischio residuo [34]). Si dice rischio residuo il rischio
cui sono soggetti gli asset aziendali nonostante l’adozione degli opportuni
controlli e contromisure.
Come abbiamo detto precedentemente, nonostante l’adozione di controlli
e contromisure, non è mai possibile raggiungere all’interno di un sistema un
livello di rischio pari a zero, in quanto ogni meccanismo di controllo possiede
al suo interno una, seppur minima, vulnerabilità [18].
Se il livello di rischio residuo calcolato in questa fase risultasse essere
eccessivamente elevato, l’intero processo di risk mitigation dovrebbe essere
ripetuto fino al raggiungimento di un livello considerato accettabile per l’or-
ganizzazione.
2.3 Risk evaluation and assessment
All’interno di grandi imprese i sistemi IT subiscono frequenti modifiche
dovuti ad aggiornamenti, cambiamento dei componenti, modifica dei soft-
ware, cambio del personale, ecc.
Per questo motivo le condizioni del sistema su cui è sono stati svolti i processi
2.3 Risk evaluation and assessment 41
di risk assessment e mitigation mutano radicalmente modificando anche gli
effetti dei controlli e delle contromisure adottati.
È buona regola, quindi, attuare periodicamente un processo di valutazione
e gestione del rischio che permetta di adattare le necessarie modifiche alle
contromisure inserite nel sistema al fine di mantenere il livello di rischio
residuo il più basso possibile.
Capitolo 3
Metodologie di Risk
Management
La prima volta che un’impresa avvia un processo di risk management
cerca di sviluppare una procedura formale per lo svolgimento delle diverse
analisi. Il fine è quello di poter arrivare ad avere una strumento di tipo stan-
dardizzato e facilmente riutilizzabile nel corso dei futuri processi di gestione
dei rischi.
Naturalmente nel corso di questo processo iniziale i metodi di analisi e
gli strumenti da utilizzare vanno il più possibile adattati alle esigenze e alla
struttura dell’organizzazione sottoposta al risk management.
Come illustrato in [11] vengono creati strumenti ad hoc quali tabelle,
questionari, report e software che siano impiegabili sia in una fase di controllo
e monitoraggio dei risultati ottenuti, sia in successivi processi di analisi dei
rischi.
In generale gli approcci usati per il processo di valutazione dei rischi
possono essere classificati in tre tipologie: quantitativo, qualitativo ed ibrido,
queste si differenziano tra loro a seconda del tipo di “misura” utilizzata per
le valutazioni.
Vedremo ora in dettaglio ognuna di queste e cercheremo di analizzare le
loro peculiarità le loro differenze.
43
44 3. Metodologie di Risk Management
3.1 Approccio qualitativo
L’approccio qualitativo è un metodo di analisi semplice e flessibile che
viene utilizzato nella maggior parte dei processi di risk management.
Questo approccio viene utilizzato poichè comprensibile e di facile appli-
cazione anche per tutti coloro che non sono tecnici specializzati nella gestione
di un sistema IT [17] e che quindi non hanno una conoscenza approfondita
dei problemi riguardanti la sicurezza.
L’approccio qualitativo non fa uso di valutazioni monetarie degli asset e
non necessita di quantificare la frequenza con cui si verificano degli attacchi
al sistema [17], vale a dire che non si verifica il problema di dover utilizzare
delle misure oggettive e indipendenti per le valutazioni [19, 28].
La valutazione del rischio associato agli asset viene, infatti, effettuata in
maniera soggettiva e sulla base di interviste a coloro che lavorano diretta-
mente con ogni risorsa.
Queste persone sono chiamate a fornire un proprio parere su gli asset, le mi-
nacce, il livello di rischio e tutte le altre grandezze che il team di assessment
deve analizzare. Il giudizio su ognuna di esse viene espresso utilizzando delle
scale del tipo basso-medio-alto [19], oppure attraverso dei valori compresi
nell’intervallo 1, . . . , 5.
Una volta raccolte le informazioni necessarie il team di assessment utilizza
degli strumenti per trarre le proprie conclusioni sulla situazione del sistema.
Uno degli strumenti più comuni è la matrice di rischio (risk matrix ) [19, 34].
Questa permette di individuare le situazioni di rischio relative ad un certo
asset e riesce a determinare se è necessario intervenire o meno a mitigare il
rischio individuato.
Di seguito riportiamo due diversi esempi di matrice di rischio:
Esempio 3.1. Nella Figura 3.1 viene riportata una matrice in cui sono messi
in relazione il valore associato ad ogni singolo asset, misurato attraverso
la classificazione basso-medio-alto e il rischio ad esso associato, anch’esso
rappresentato attraverso la scala basso-medio-alto.
3.1 Approccio qualitativo 45
valore
Basso Medio Alto
rischio
Basso accettabile accettabile da fronteggiare
da fronteggiare
Medio accettabile da fronteggiare
al più presto
da fronteggiare da fronteggiare
Alto da fronteggiare
al più presto al più presto
Figura 3.1: Matrice di rischio [19].
Attraverso questo strumento si possono evidenziare tre differenti situ-
azioni:
• la prima è data dall’intersezione tra il valore dell’asset (basso). In
questo caso otterremo un livello generale di rischio accettabile per
l’impresa (in Figura viene rappresentato attraverso il colore giallo).
• la seconda, evidenziata in figura con il colore arancio, identifica quelle
situazioni il cui livello di rischio è considerato da fronteggiare;
• la terza, rappresentata in figura con il colore rosso, individua una situ-
azione ad alto rischio, che deve essere fronteggiata al più presto possi-
bile. Questa si verifica nel caso in cui gli asset analizzati abbiano un
alto valore e un alto livello di rischio.
Esempio 3.2. Un altro tipo di matrice di rischio è quella proposta dal
NIST [34], e riportata di seguito nella Figura 3.2.
Questa matrice mette in relazione tra loro due grandezze diverse: la fattibilità
di una minaccia e l’impatto da essa prodotto.
La particolarità di questa matrice sta nel fatto che vengono creati degli in-
tervalli per esprimere i diversi livelli di probabilità ed impatto.
I livelli sono scelti in maniera soggettiva, quella rappresentata di seguito è un
46 3. Metodologie di Risk Management
impatto
Basso Medio Alto
(10) (50) (100)
fattibilità
Bassa Basso Medio Alto
(1.0) (10x1.0=10) (50x1.0=50) (100x1.0=100)
Media Basso Medio Medio
(0.5) (10x0.5=5) (50x0.5=25) (100x0.5=50)
Alta Basso Basso Basso
(0.1) (10x0.1=1) (50x0.1=5) (100x0.1=10)
Figura 3.2: Matrice di rischio [34].
esempio di matrice 3 × 3, ma spesso è necessario rappresentare più situazioni
e quindi si fa ricorso a matrice del tipo 4×4 o addirittura 5×5 in cui si utiliz-
zano valori aggiuntivi come molto alto, molto basso, ecc. In questo esempio
il rischio viene considerato: Alto quando è compreso nell’intervallo (50, 100),
Medio quando compreso in (10, 50) e Basso quando compreso in (0, 10); la
probabilità viene considerata: Alta quando è pari a 1, Media quando è pari
a 0.5 e Bassa quando è pari a 0.1.
Sulla base delle informazioni ricavate attraverso questi strumenti quelli
che si vengono a delineare sono dei possibili scenari d’attacco: delle situazioni
tipo che si potrebbero verificare all’interno di un sistema IT [21, 31, 32].
Esempi di scenari d’attacco possono essere: “attacco alla riservatezza dei
dati in transito su una rete LAN attraverso lo sniffing di pacchetti”, oppure
“attacco di DoS attraverso l’intasamento della rete Intranet”.
Una volta individuate le situazioni d’attacco e i rischi associati, è possibile
stabilire le contromisure che dovrebbero essere impiegate nel sistema con
l’obbiettivo di diminuire il livello di rischio determinato per ognuno di essi.
Degli scenari d’attacco parleremo in maniere più dettagliata nel Capitolo 4,
in cui studieremo una tecnica per la creazioni di tali scenari.
Come si e detto finora alla base di un approccio qualitativo si pone
3.1 Approccio qualitativo 47
l’indagine effettuata all’interno dell’impresa tra coloro che in qualche mo-
do hanno a che fare con il sistema IT dell’organizzazione. Le metodologie
applicate a tali attività possono essere differenti. Di seguito riportiamo le
più significative [12]:
• Metodo Delphi : tecnica che prevede la collaborazione di un gruppo di
persone che sono chiamate ad esprimere, in maniera anonima e indivi-
duale, un proprio giudizio circa l’impatto che una minaccia potrà avere
su un certo asset. Questo è un metodo di tipo iterativo, in quanto i
vari componenti del gruppo dopo una prima fase, prendono visione dei
giudizi espressi dagli altri, al fine di convergere ad un unico risultato
finale.
• Brainstorming: un gruppo di persone viene chiamato a dare un proprio
parere circa le possibili minacce che possono impattare sul sistema IT.
Ogni idea viene messa per iscritto, senza essere influenza da quella degli
altri in modo da individuare il maggior numero possibile di scenari.
• Story Boarding: un leader del gruppo costruisce uno scenario d’attacco
base e tutti i partecipanti sono chiamati a cercare di ampliare tale
scenario evidenziando il maggior numero di rischi possibile.
• Interviste ad esperti : vengono effettuate delle interviste ad esperti,
sia all’interno dell’impresa che all’esterno. I risultati di tali interviste
vengono poi raggruppati e vengono selezionati quelli comuni.
• Tecnica di Nominal Group: ogni membro di un gruppo annota quali
possono essere, per lui, le minacce più rilevanti ad un sistema. A turno
vengono lette tutte le voci sulla lista e di ognuno cerca di modificare il
contenuto della propria in linea con quella degli altri.
• Affinity diagram: anche con questo metodo il leader di un piccolo grup-
po di persone scrive su un foglio un tipo di rischio. Gli altri membri
del gruppo cominciano ad aggiungere gli effetti e le conseguenze di tale
48 3. Metodologie di Risk Management
minaccia. Il risultato finale sarà uno schema relazionale che espone per
ogni asset i rischi che vi possono essere associati, le cause e gli effetti
che potrebbero produrre.
In definitiva si può affermare che l’approccio qualitativo è la metodologia
più diffusa per lo svolgimento dei processi di risk management in quanto
non utilizza alcun dato numerico per valutare il costo di una risorsa o il
costo di una sua eventuale perdita. Non utilizza un’analisi costi/benefici per
valutare la validità dell’acquisto di controlli, policy e procedure per mitigare
il rischio. L’inconveniente di questa procedura è che non usando delle misure
quantificabili, le valutazioni sono considerate spesso dal management troppo
imprecise e soggettive in quanto basate su opinioni e punti di vista degli
intervistati.
Esaminiamo ora un piccolo esempio pratico sul risultato prodotto da una
analisi condotta attraverso un approccio qualitativo.
Esempio 3.3 (Esempio di analisi qualitativa [12]). Nella Tabella 3.1 di segui-
to riportata sono illustrate delle valutazioni effettuate attraverso un’analisi
qualitativa.
Dopo una sessione di brainstorming è stata creata una lista delle possibili
minacce che possono interessare il sistema IT. Ad un gruppo viene chiesto si
analizzare i rischi associati ad un virus che agisca su un server.
Ad ognuno dei componenti del gruppo intervistato viene chiesto di assegnare
ad ognuna delle voci individuate un valore che va da uno a cinque, dove 1
rappresenta uno situazione senza rischi e 5 rappresenta una situazione di
rischio estremo.
Viene inoltre chiesto loro di assegnare un valore da uno a cinque alle contro-
misure individuate per mitigare tali rischi. Dove 1 indica un controllo non
efficace, e 5 indica un controllo altamente efficace.
Il risultato di questa analisi ottenuto facendo la media dei valori assegnati
dagli utenti, è che il virus viene considerato come un ragionevole rischio
(nella Tabella 3.1: Minaccia=3.8) e un software antivirus viene considerata
3.2 Approccio quantitativo 49
Efficacia
Membro del gruppo Minaccia Probabilità Perdita Firewall IDS Antivirus
Venditore 4 5 4 3 3 4
Dipendente 4 5 3 5 2 5
HR 5 2 4 4 3 5
C/O 3 4 4 3 3 4
Manufacturing VP 2 3 2 4 3 3
Result 3.6 3.8 3.4 3.8 2.8 4.2
Tabella 3.1: Esempio di analisi qualitativa [12].
la contromisura più efficace per eliminare tale minaccia (nella Tabella 3.1:
Efficacia=4.2).
3.2 Approccio quantitativo
Il secondo tipo di approccio usato per il risk management è quello quan-
titativo. La caratteristica principale di questo metodo è che, per effettuare
qualsiasi tipo di misurazione, vengono utilizzate delle misure che riescano
a esprimere, in termini numerici tutte le valutazioni sugli asset, sulla fre-
quenza delle minacce, sull’impatto, sulle perdite potenziali, l’efficacia delle
contromisure, sul costo delle contromisure e sul livello di rischio presente nel
sistema [12, 19].
Questo metodo risulta essere particolarmente importante in quanto cerca
di associare ad ogni grandezza il relativo valore monetario in modo da de-
terminare sia il valore di ciò che si vuole proteggere all’interno dell’impresa
sia il costo che bisogna sostenere per un investimento in nuove misure di
sicurezza [28].
La principale difficoltà derivante dall’utilizzo di questo approccio sta nel-
l’effettuare le misurazione riguardanti i parametri chiave del processo di as-
sessment, utilizzando delle metriche che siano tra loro indipendenti e che
50 3. Metodologie di Risk Management
riescano a quantificare in maniera corretta il valore monetario associato ad
ognuno di essi.
L’indubbio vantaggio derivante dall’utilizzo di un approccio quantitativo
sta invece nel fatto che esso risulta essere un metodo oggettivo. Le misu-
razioni effettuate risultano essere di facile comprensione al management in
quanto espresse in termini di valori monetari, percentuali e probabilità ed in-
oltre è possibile avvalersi di una serie di indici, di cui parleremo nel prossimo
paragrafo, per meglio effetture delle previsioni sul sistema [19, 20].
3.2.1 Indici
Una volta quantificate le grandezze più importanti, possono essere uti-
lizzati una serie di indici per effettuare stime sulla frequenza degli attacchi,
sull’impatto sui diversi asset e sulle perdite attese [19, 20, 40].
Exposure Factor (EF)
L’Exposure Factor (EF) è un indice che serve a misurare il livello di danno,
o l’impatto provocato da un evento dannoso su un singolo asset [20, 19].
Questo viene espresso sotto forma di una percentuale, compresa tra 0% e
100% del valore dell’asset colpito dal threat.
Per determinare in maniera accurata tale indicatore spesso si ricorre a
diversi metodi quali [12]: l’esperienza e il metodo Delphi.
Single Loss Exposure (SLE)
Il Single Loss Exposure(SLE) è un indice che misura il costo associato ad
una singolo threat che agisce su un singolo asset[19, 20, 40].
Questo viene calcolato moltiplicando il fattore di esposizione (EF) per il
valore monetario dell’asset (AV):
SLE = AV ∗ EF (3.1)
Esempio 3.4 (Calcolo del SLE [12]). Prendiamo in considerazione l’azione
di un virus all’interno di un sistema IT. Se l’impatto provocato da tale virus
3.2 Approccio quantitativo 51
su ogni asset è stimato con un EF pari al 20% (EF = 0.20) e il valore di uno
degli asset colpiti è stimato attorno a 100.000 e, allora avremo:
SLE = 100.000 e * 0.20 = 20.000 e
che equivale alla perdita associata al successo dell’evento dannoso.
Annualized Rate of Occurrence (ARO)
Calcolare l’esposizione ad una singola perdita (SLE) fornisce un’idea della
perdita dovuta al verificarsi di una sola minaccia su un solo asset, per poter
determinare la perdita annua è necessario conoscere la frequenza con cui un
particolare evento minaccioso possa verificarsi nell’arco di un anno. A questo
scopo viene calcolato l’Annualized Rate of Occurrence (ARO) [12].
Questo non esprime una probabilità, ma un tasso, in particolare il numero
di volte che un threat si verifica nell’arco di un anno.
Se, per esempio, una certa minaccia si verifica una volta ogni 10 anni,
allora avremo che ARO = 0.1, se una minaccia si verifica con cadenza mensile
allora avremo che ARO = 12, se una minaccia si manifesta settimanalmente
si avrà ARO = 52.
Cosı̀ come per l’EF, il calcolo dell’ARO per ogni possibile minaccia risulta
essere critico e non particolarmente facile [12], per cui spesso si utilizzano
le stesse strategie impiegate nella determinazione dell’EF: l’esperienza e il
metodo Delphi.
Annualized Loss Expectancy (ALE)
Ultimo indice utilizzato all’interno dell’approccio quantitativo è l’Annu-
alized Loss Expectancy (ALE). Questo esprime la perdita attesa, su base an-
nua, associata ad una specifica minaccia. Esso viene calcolato moltiplicando
l’ARO, il tasso annuo di occorrenze di una minaccia, per il SLE, la perdita
attesa per ogni singola esposizione alla minaccia [12, 19, 20, 24, 33, 40].
ALE = SLE ∗ ARO (3.2)
52 3. Metodologie di Risk Management
Esempio 3.5 (Esempio calcolo di indici [12]). La Tabella 3.2 qui di seguito
riportata illustra come vengono calcolati questi indici in relazione a diverse
minacce e diversi asset.
asset asset value Threat EF SLE ARO ALE
Database 200.000 e Virus 50% 100.000 e 0.65 65.000 e
File Server 12.000 e Failure 100% 12.000 e 0.40 4.800 e
Product Plans 150.000 e Disclosure 70% 105.000 e 0.65 68.250 e
Infrastructure 1.500.000 e Fire 30% 450.000 e 0.10 45.000 e
Tabella 3.2: Esempio dell’uso degli indici [12].
Nella Tabella 3.2, un database ha un valore stimato pari a 200.000 e.
Il rischio che un virus possa agire è pari al 50%, quindi l’EF viene stimato
pari a 0.5. Il costo di un attacco messo in atto attraverso un virus è pari
a 100.000 e (SLE = 200.000 e * 0.50). La frequenza con cui il virus può
manifestarsi è di una volta ogni diciotto mesi, per cui l’ARO è pari a 0.65.
Per cui il sistema ha un costo annuo pari a 65.000 e a causa di un attacco
da parte di un virus.
3.2.2 Analisi costi/benefici
Nel Capitolo 2 abbiamo discusso del risk management, dei processi in esso
contenuti e degli obbiettivi che in esso vogliono essere raggiunti. All’interno
di uno di questi processi abbiamo discusso di un particolare strumento che
viene utilizzato per effettuare la selezione di quali controlli implementare per
la mitigazione dei rischi tra tutti quelli individuati dal team che ha effettuato
l’analisi. Questo processo prende il nome di analisi costi/benefici.
Nel Paragrafo 2.2.3 abbiamo introdotto questo strumento, vediamo adesso
uno dei metodi che può essere adottato per l’esecuzione di tale analisi attra-
verso l’utilizzo degli indici finora discussi.
3.2 Approccio quantitativo 53
L’analisi costi/benefici (CBA) può essere eseguita attraverso l’uso di tre
indici [12, 20, 40]:
1. ALE (prior): questo indice corrisponde all’ALE calcolato finora, senza
quindi considerare le contromisure già in funzione nel sistema.
2. ALE (post): una volta che una contromisura è stata selezionata, l’ALE
viene ricalcolato. Se tale misura è efficace l’ALE nuovamente calcolato è
inferiore al precedente. Questo significa che sono stati diminuiti il tasso
di esposizione (EF) e/o il tasso annuo di occorrenza (ARO). Questo
nuovo valore prende il nome di ALE (post).
3. Annualized Cost of Safeguard (ACS): è il costo totale associato alla con-
tromisura selezionata. Esso include il costo di acquisto, di installazione
e di manutenzione.
Il calcolo di questi indicatori permette ora di effettuare l’analisi desiderata:
CBA = ALE (prior) − ALE (post) − ACS (3.3)
In questa formula ALE (prior) − ALE (post) rappresenta il guadagno
lordo per l’organizzazione derivante dall’adozione della contromisura conside-
rata. Sottraendo da questo il costo della contromisura otteniamo il guadagno
netto per l’impresa (CBA).
• Se CBA è un valore positivo, allora la il controllo selezionato risulta
essere economicamente conveniente per l’impresa.
• Se CBA è pari a zero, non c’è alcuna differenza, dal punto di vista
economico, tra adottare la contromisura o meno.
• Se, invece, CBA è negativo il controllo selezionato ha un costo superiore
rispetto al guadagno che l’impresa otterrebbe con la sua adozione.
Esempio 3.6 (Esempio di CBA [12]). Una impresa possiede un database
critico il cui valore è stato stimato pari a 1 milione di euro. Tale valore
54 3. Metodologie di Risk Management
risulta essere comprensivo del costo dei sistemi hardware, software, del tempo
di installazione e manutenzione.
Un’analisi delle minacce rileva che l’attacco di un virus risulta essere una
minaccia seria, con un fattore di esposizione (EF) pari al 10 percento, ed un
tasso annuo di occorrenza (ARO) di 2.5, cioè con una frequenza di 2 volte e
mezzo l’anno. Avremo che:
SLE = 1.000.000 e * 0.1 = 100.000 e,
ALE (prior) = 100.000 e * 2.5 = 250.000 e.
La contromisura selezionata è un software antivirus per un costo complessivo
annuo di 30.000 e. Esso permette una diminuzione dell’ARO a 0.7. Si avrà
quindi:
ALE (post) = 100.000 e * 0.7 = 70.000 e.
A questo punto è possibile calcolare il guadagno derivante dall’adozione del
software antivirus:
CBA=250.000 e - 70.000 e - 30.000 e = 150.000 e.
A meno che non vengano proposte delle contromisure che permettono un
guadagno netto più elevato, il software antivirus è candidato ad essere adot-
tato all’interno del sistema.
3.2.3 Return On Investment (ROI)
Prima di spendere del denaro su un prodotto o un servizio, gli ammini-
stratori di un’impresa voglio conoscere se l’investimento che si apprestano ad
effettuare è giustificato.
Il Return on Investment (ROI) è un indicatore che viene utilizzato per
questo scopo: valutare il rendimento di un investimento e confrontare tra
loro diverse alternative di scelta [33].
Per calcolare il ROI [33] viene considerato il guadagno atteso dall’inves-
timento (Expected Returns) e il suo costo (Cost of Investment):
Expected Returns − Cost of Investment
ROI = (3.4)
Cost of Investment
3.2 Approccio quantitativo 55
Utilizzando la nozione di CBA, introdotta nella sezione precedente, il ROI
può essere anche espresso come:
CBA
ROI = (3.5)
ACS
Questo indice può essere utilizzato in ogni ambito, anche per calcolare
il guadagno derivante da un investimento in sicurezza, in questo caso parti-
colare non si parla più di ROI, ma di Return on Investment for a security
investment (ROSI). Questo indice può essere alternativamente calcolato nel
seguente modo [33]:
(Risk Exposure × % Risk M itigated) − Solution Cost
ROSI = (3.6)
Solution Cost
Da notare che l’indice ROI calcola utilizzano l’equazione 3.5 mette in
evidenza il vantaggio economico dell’uso della contromisura, mentre 3.6 mette
in evidenza quanto la contromisura sarà efficace per ridurre il potenziale
attacco.
In particolare si ha la seguente equazione:
ALE(prior) − ALE(post) = Risk Exposure × % Risk M itigated (3.7)
Vediamo un esempio di come questo indice lavora: supponiamo di dover
valutare l’investimento in un software antivirus.
Esempio 3.7 (Esempio utilizzo del ROSI [33]). Un’impresa è stata soggetta
ad un attacco da parte di virus. Il danno provocato da questa infezione è
stimato, in termini di perdita di produttività, pari a 25.000 e. La frequenza
con cui si verificano tali attacchi è pari a 4 volte l’anno. Abbiamo che:
Risk Exposure: 25.000 e*4=100.000 e
Risk Mitigated : 75%
Solution Cost: 25.000 e
(100.000 ∗ 75%) − 25.000
ROSI = = 2 = 200%
25.000
Il software antivirus sembra essere un ottimo investimento.
56 3. Metodologie di Risk Management
3.2.4 Return On Attack (ROA)
Il Return on Attack (ROA) è un indice proposto in [7] con l’obbiettivo di
misurare la convenienza, per l’attaccante, di agire contro un sistema tenendo
conto delle contromisure in esso adottate e dell’impatto che queste avrebbero
sui costi sostenuti dall’attaccante.
Questo indice se utilizzato insieme al ROI permette di identificare non solo le
contromisure economicamente più vantaggiose per l’impresa, ma anche quelle
che riescono a scoraggiare l’attacco da parte di individui malintenzionati.
Il ROI, infatti, può fornire una valutazione parziale della validità di un
investimento in sicurezza per un sistema IT, in quanto non prende in conside-
razione l’interesse dell’attaccante. Il costo di un attacco può non dipendere
dal costo di una contromisura, in quanto diversi controlli con diversi costi
possono fornire la stessa protezione contro un malintenzionato.
Per questi motivi, in [7] viene proposto l’uso congiunto del ROI e del
ROA per una corretta valutazione di un investimento in sicurezza.
Il Return on Attack, ROA, può essere definito come il guadagno atteso
dall’attaccante da un attacco portato a termine con successo, tenendo conto
delle perdite subite a causa della presenza di una contromisura (S) all’interno
del sistema colpito.
gain f rom successf ul attack
ROA = (3.8)
cost bef ore S + loss caused by S
3.3 Approccio ibrido
L’approccio ibrido è una combinazione degli approcci precedenti che ge-
neralmente utilizza gli strumenti dell’approccio qualitativo per identificare
le possibili aree di rischio, mentre utilizza quelli quantitativi per stimare la
perdita monetaria associata ad ogni rischio individuato.
3.4 Confronto 57
3.4 Confronto
Cerchiamo di riassumere i lati positivi e quelli negativi dei metodi fin’ora
discussi [19].
L’approccio quantitativo è semplice, di facile comprensione ed esecuzione
e può essere utilizzato anche dai meno esperti in analisi dei rischi. Il suo
principale punto di forza sta nel fatto che non è necessario utilizzare valori
numerici ne per esprimere il valore monetario degli asset, nè per determinare
la frequenza con cui si verifica una minaccia.
Questa semplicità diventa, allo stesso tempo, un punto di debolezza del meto-
do, in quanto le valutazioni riportate potrebbero essere giudicate dal manage-
ment eccessivamente soggettive e per questo non affidabili. Inoltre non può
poi essere condotta nessuna analisi che rapporti i costi delle misure adottate
e non è possibile effettuare una valutazione, a posteriori, delle performance
ottenute dal processo di risk management.
L’approccio quantitativo, al contrario, è basato sulla misurazione di tutte
le grandezze che devono essere analizzate (quali il valore degli asset, la fre-
quenza delle minacce, il fattore di esposizione, i costi delle contromisure e
l’incertezza degli eventi).
La chiave del processo sta nella scelta di misurazioni adeguate e indipendenti
per ogni grandezza. Inoltre in questo modo è possibile effettuare delle valuta-
zioni di tipo oggettivo del sistema utilizzando indicatori di performance e altri
strumenti come l’analisi costi/benefici. Infine il management è solitamente
favorevole a quest’approccio in quanto usa un linguaggio più comprensibile
fatto di cifre, valori monetari, percentuali e probabilità.
D’altro canto, però, queste quantificazioni delle grandezze risultano essere
complicate, richiedono un certo numero di tempo per essere prodotte, de-
vono essere raccolte molte informazioni, analizzati molti parametri e l’analisi
potrebbe cosı̀ risultare eccessivamente lunga.
A causa di questi motivi l’approccio scelto dai team di risk management
è, solitamente, quello ibrido che cerca di unire i benefici di quello quantita-
tivo e di quello qualitativo avvalendosi di misurazioni di tipo numerico per
58 3. Metodologie di Risk Management
l’analisi degli asset e delle contromisure, e di giudizi circa le frequenze di
eventi dannosi e gli impatti che avrebbero per l’azienda.
Capitolo 4
Attack trees e
Vulnerability trees
In questo capitolo parleremo di attack trees e vulnerability trees due stru-
menti utilizzati per l’individuazione di scenari d’attacco. Entrambi i metodi
fanno uso delle informazioni raccolte nel corso delle fasi iniziali del processo
di risk assessment e costituiscono dei modelli grafici.
Numerosi in letteratura sono gli approcci che fanno uso grafi o alberi per
l’analisi di particolari fenomeni. Di seguito vedremo brevemente quali sono
stati i primi approcci di questo tipo.
4.1 Fault Tree Analysis
La fault tree analysis è una metodologia per l’analisi dei guasti di un
sistema [35]. In particolare la Fault Tree Analysis permette di individuare
le cause che possono ever determinato il verificarsi di un particolare evento
dannoso.
Gli eventi indesiderati che vengono analizzati sono posti alla radice di un
albero and/or [23], i nodi figli possono rappresentare le possibili cause che
hanno scaturito l’evento (nodi or) o gli eventi che insieme hanno provocato
l’evento principale (nodi and).
59
60 4. Attack trees e Vulnerability trees
Questo metodo nasce negli anni ’60 presso i laboratori della Bell Tele-
phone. Una delle sue prime applicazioni si ha nel 1961 per assicurare la
salvaguardia dei sistemi di controllo usati per i lanci di missili [37, 38]. Tale
modello può essere applicato non solo nella prevenzione di guasti, ma an-
che nell’analisi delle cause di un incidente dopo che questo si è verificato.
A questo scopo venne impiegato dalla NASA per lo studio delle cause del
disastro dell’Apollo 1 nel 1967 [16].
In Figura 4.1 vediamo un esempio di come una fault tree può essere uti-
lizzato per analizzate le cause che possono provocare un’incidente ai danni
degli addetti ai lavori in una galleria.
Incapacità di fuga
degli addetti ai lavori
Squadre di Addetti
intrappolati nelle
emergenza
fiamme
inefficaci
Fuoco vicino Allarme
agli addetti inefficace
Figura 4.1: Esempio di Fault Tree per analisi di un sistema anti-incendio.
La radice dell’albero è l’evento indesiderato: “incapacità di fuga da parte
degli addetti ai lavori”. Tale evento è scaturito da due eventi separati che si
verificano nello stesso istante (per questo identificati da un nodo and): “l’in-
efficacia delle squadre di emergenza” e “addetti rimasti intrappolati nelle
fiamme”.
Quest’ultimo può essere stato causato da due eventi differenti (rappresentati
tramite un nodo or): dal fatto che gli “operai sono troppo vicini al fuoco”
oppure da “l’allarme non funziona a dovere”.
4.2 Event Trees 61
4.2 Event Trees
Quello degli event tree è un approccio basato sugli alberi simile ai fault tree
ma che utilizza una logica diversa per la rappresentazione degli eventi [15].
L’analisi svolta con gli event tree, infatti, permette di identificare, a partire
da un evento indesiderato, quali sono gli effetti che questo può produrre
all’interno di un sistema.
Inoltre gli event tree non fanno uso di strutture and/or in quanto sono
basati su una logica binaria: ogni effetto, prodotto dall’evento indesiderato,
può verificarsi oppure no (vengono considerati solo i nodi or).
Un classico esempio di event tree è quello che studia gli effetti che può
produrre un incendio.
Sistema Sistema di Risultato
di rilevamento chiamata automatica
Successo OK
Successo
Fallisce
Danno parziale
Fuoco
Successo
Danno parziale
Fallisce
Fallisce
Sistema distrutto
Figura 4.2: Esempio di Event Tree per analisi di un sistema anti-incendio.
Nell’esempio in vedi Figura 4.2 un sistema anti-incendio ha due compo-
nenti destinati al controllo dell’evento fuoco: un sistema di rilevamento e un
sistema di chiamata automatica ai vigili del fuoco.
Se la chiamata ai vigili del fuoco fallisce, il fuoco viene controllato parzial-
mente dal sistema anti-incendio. Se anche il sistema anti incendio fallisce, il
sistema viene completamente distrutto.
L’obbiettivo di un event tree è quello di determinare la probabilità di
un evento (nell’esempio nessun danno, danno parziale o sistema distrutto)
sulla base dei risultati delle azioni poste in sequenza (successo o fallimento
del sistema di rilevamento e successo o fallimento del sistema di chiamata
automatica).
62 4. Attack trees e Vulnerability trees
4.3 Vulnerability trees
I vulnerability trees sono particolari tipi di alberi che vengono utilizzati
per rappresentare e analizzare le vulnerabilità che potrebbero essere sfruttate
da un malintenzionato ai danni di un sistema IT di un’impresa.
Questi forniscono una rappresentazione visiva delle vulnerabilità presenti al-
l’interno di un sistema e ne individuano le relazioni, mettendo in evidenza i
passi che un attaccante dovrebbe seguire per ottenere il proprio obbiettivo.
I vulnerability trees [36] sono degli alberi costruiti nel seguente modo:
• la radice dell’albero (top vulnerability) costituisce la vulnerabilità prin-
cipale V ;
• i diversi rami dell’albero costituiscono i vari modi in cui la stessa può
essere sfruttata;
• i nodi figli, v, indicano i diversi passi che l’attaccante deve seguire per
riuscire a scoprire la vulnerabilità che sta alla radice.
La rappresentazione grafica di questi alberi proposta in [36] è basata sulla
notazione utilizzata all’interno della Fault Tree Analysis, nella Figura 4.3, di
seguito riportata, abbiamo un esempio di vulnerability tree.
Zona A B
C D E
Zona B F
G H
Figura 4.3: Rappresentazione dei vulnerability tree [36].
La radice dell’albero, il nodo A, costituisce la vulnerabilità principale.
Affichè questa sia scoperta devono prima essere individuate tutte le vulnera-
4.3 Vulnerability trees 63
bilità presenti nella zona A: quelle rappresentate dai nodi C, D ed E.
Il nodo B, secondo la notazione dei fault tree, è un nodo and, questo serve
a raffigurare che, perchè A sia scoperta devono prima essere individuate ne-
cessariamente sia C, sia D che E.
Il nodo F, invece, è un nodo or: affinchè la vulnerabilità C sia scoperta basta
che sia individuata G o H.
I vulnerability tree possono essere arricchiti di maggiori informazioni me-
diante l’utilizzo di alcune etichette da associare ad ogni nodo. In particolare
in [36] viene proposto l’uso delle seguenti etichette:
• Vulnerability ID: un identificatore da associare ad ogni vulnerabilità
necessaria alla scoperta della top vulnerability;
• Name: il nome di ogni vulnerabilità;
• Type: indica se il nodo è una vulnerabilità o un passo per scoprirne un
altra;
• Category: la categoria di appartenenza della vulnerabilità analizzate.
In particolare questa potrebbe essere: fisica, naturale, hw/sw, di comu-
nicazione e umana;
• Complexity Value (CV): definito come il minor numero di vulnera-
bilità/passi che una attaccante dovrebbe scoprire/utilizzare per ot-
tenere il proprio obbiettivo.
• Educational Complexity (EC): definito come le competenze che un at-
taccante possiede e che risultano essere necessarie per l’individuazione
della vulnerabilità principale.
4.3.1 Creare vulnerability tree
Lo scopo dei vulnerability tree è quello di supportare i responsabili della
sicurezza di un sistema nella comprensione e analisi degli scenari d’attac-
64 4. Attack trees e Vulnerability trees
co che un agente ostile potrebbe seguire per individuare delle vulnerabilità
all’interno di un’impresa.
Secondo [36] il processo per la creazione di questi alberi è costituito da
cinque fasi:
1. Pre-analisi : vengono individuate tutte le vulnerabilità che potreb-
bero interessare un sistema e che vanno a costituire la radice dell’al-
bero. Vengono poi identificati tutti gli asset che verranno colpiti dalle
vulnerabilità individuate.
2. Analisi strutturale: vengono costruiti gli alberi, a partire dalla radice
vengono aggiunti i diversi rami e i nodi fino al livello di decomposizione
e dettaglio desiderato.
3. Analisi dei nodi : l’albero viene arricchito dall’aggiunta degli attributi
per ogni nodo.
4. Analisi dei valori : in base ai possibili attaccanti vengono individuati i
percorsi (path) che più probabilmente verranno seguiti. Il risultato di
ogni path fornirà la complessità della vulnerabilità principale.
5. Ottimizzazione dell’analisi : vengono identificate quelle vulnerabilità
che compaiono più di una volta nell’albero o che sono presenti in alberi
differenti. L’obbiettivo che si vuole raggiungere è quello di minimizzare
i costi relativi alle necessarie contromisure da introdurre nel sistema.
4.4 Attack trees
Gli attack trees sono particolari tipi di alberi che vengono utilizzati per
rappresentare e analizzare i modi attraverso i quali un sistema può essere
sottoposto ad un attacco. Questi alberi danno una rappresentazione visiva
delle situazioni d’attacco cui può essere sottoposto un asset, sia esso una
casa, una cassaforte, un’impresa o un sistema informatico. In particolare
4.4 Attack trees 65
tale strumento permette di individuare i possibili modi attraverso i quali
l’asset può essere colpito da un attacco.
All’interno del processo di risk assessment gli attack trees sono utilizzati
per individuare come gli asset dell’impresa possono essere colpiti da attacchi
da parte di persone che agiscono al fine di danneggiare l’impresa stessa.
In particolare, attraverso questo strumento, vengono messe in evidenza le
vulnerabilità presenti nel sistema facilitando la scelta delle contromisure che
devono essere adottate per salvaguardare il sistema IT.
Gli attack trees sono strutturati nel modo seguente [31, 32]:
• la radice rappresenta l’obbiettivo, il goal, che l’attaccante vuole raggiun-
gere. Esempi di radice possono essere “entrare in una casa”, “aprire
una cassaforte”, “rubare i segreti di un’impresa” oppure “violare un
sistema informatico”;
• la radice viene suddivisa in una serie di goal più piccoli, ma più det-
tagliati che rappresentano i diversi modi attraverso i quali raggiungere
il goal principale, o la serie di passi che devono essere compiuti per
raggiungerlo. Ad esempio il goal “entrare in una casa” può essere sud-
diviso in “entrare dalla porta”, “entrare dalla finestra” oppure “entrare
dal garage”, oppure il goal “rubare i dati di un’impresa” può essere
scomposto in “avere accesso ad un computer”, “loggarsi al sistema” e
“accedere alle informazioni memorizzate”.
L’attack tree permette di delineare al meglio le possibili situazioni d’attac-
co, o scenari, grazie all’utilizzo di una struttura ad albero di tipo and/or [23].
Questa permette di scomporre un goal attraverso due tipi differenti di nodi:
• i nodi and rappresentano tutti i passi necessari da compiere per ottenere
il goal scomposto;
• i nodi or rappresentano tutti i diversi modi attraverso quali è possibile
raggiungere lo stesso obbiettivo.
66 4. Attack trees e Vulnerability trees
Aprire cassaforte
Forzare Conoscere la Fare un buco Rubare la
la serratura combinazione nella parete cassaforte
Trovare la Ricevere la comb.
comb. scritta dall’obbiettivo
Minacciare Ricattare Origliare Corrompere
Far dichiarare Ascoltare la
la comb. conversazione
Figura 4.4: Esempio di attack tree.
Vediamo ora un esempio per cercare di capire meglio l’utilizzo degli attack
trees e della loro struttura a nodi and/or.
La Figura 4.4 illustra un possibile scenario d’attacco per l’apertura di una
cassaforte [31]. I nodi and sono rappresentati attraverso una linea che taglia
gli archi verso i nodi figli. La radice dell’albero costituisce il goal complessivo
che l’attaccante vuole raggiungere: aprire la cassaforte.
Questo obbiettivo può essere raggiunto in diversi modi:
1. l’attaccante potrebbe forzare la serratura;
2. conoscere la combinazione;
3. fare un buco nella parete;
4. rubare la cassaforte.
Questi metodi costituiscono delle alternative per il raggiungimento dello stes-
so obbiettivo, per cui vengono inseriti al secondo livello dell’albero attraverso
dei nodi or.
4.4 Attack trees 67
È possibile ampliare ulteriormente lo scenario d’attacco, analizzando come
l’attaccante può venire a conoscenza della combinazione, egli potrebbe:
1. trovarla scritta;
2. riceverla dal proprietario.
Anche questi sono modi alternativi di raggiungere lo stesso obbiettivo, per
cui anch’essi vengono rappresentati attraverso dei nodi or al terzo livello
dell’albero.
Per ricevere la combinazione dal proprietario, l’attaccante potrebbe:
1. minacciarlo;
2. ricattarlo;
3. origliare una sua conversazione;
4. cercare di corromperlo.
Queste ipotesi, alternative tra loro, vengono inserite all’interno dell’albero
con nodi or al quarto livello.
L’ultima situazione analizzata nella Figura 4.4, mostra come l’attaccante
potrebbe ricevere la combinazione origliando: egli dovrebbe ascoltare una
conversazione in cui il proprietario dichiari la combinazione della cassaforte.
Poiché queste due situazioni (“ascoltare” e “dichiarare”) dovrebbero verifi-
carsi contemporaneamente, è necessario che vengano rappresentate attraverso
un nodo and.
Da questo esempio di attack tree è possibile dedurre la facilità con la
quale possono essere schematizzate molteplici situazioni d’attacco, indipen-
dentemente dal contesto in cui esse vengono applicate.
4.4.1 Uso di etichette
Gli attack trees appartengono agli strumenti di tipo qualitativo utiliz-
zati nel processo di information security risk management al fine di poter
68 4. Attack trees e Vulnerability trees
individuare i possibili scenari d’attacco relativi ad un sistema IT. Per essere
utilizzati in questo processo, gli alberi sono arricchiti da etichette qualitative
che permettono di valutare quali sono gli attacchi che si potranno verificare
realmente e quali invece non avranno grandi possibilità di essere portati a
termine.
Le etichette qualitative utilizzate possono essere di diverso tipo: possi-
bile/impossibile, facile/difficile, costoso/non costoso, intrusivo/non intrusi-
vo, legale/non legale oppure con l’uso di attrezzature speciali/senza l’uso di
attrezzature.
La scelta è cruciale ai fini di una valutazione complessiva dell’attacco e pro-
prio per questo, spesso vengono utilizzati diverse etichette da associare ad
agni nodo, ognuna delle quali rappresenta un diverso fattore che incide sullo
scenario.
Usando l’esempio precedente è possibile vedere come allo stesso scenario
possano essere applicate più criteri, che tengano conto di diversi fattori.
Quando si studia uno scenario ci si può chiedere: “quali risorse deve
utilizzare l’attaccante per raggiungere il proprio obbiettivo? ”, “avrà bisogno
di attrezzature particolari per attuare la sua azione? ”.
Nella Figura 4.5 vengono utilizzati questi quesiti per valutare la possi-
bilità di attuazione dell’attacco. Si può pensare infatti che un attacco sen-
za attrezzature speciali (nella Figura 4.5 etichettato con NSE) possa essere
più attuabile di uno che necessita di attrezzature speciali (nella Figura 4.5
etichettato con SE).
In questo modo è possibile individuare il livello di complessità dell’attacco,
e determinare quali sono le azioni che possono essere attuate da chiunque e
quali, invece, richiedono un certo grado di conoscenze e di preparazione.
Un’altra etichetta che viene spesso utilizzata è il costo che l’attaccante
dovrebbe sostenere per attuare la propria minaccia [32]. Nella Figura 4.6
sono riportati i valori, espressi in euro, relativi al costo di ogni azione.
L’etichettatura parte dalle foglie dell’albero. L’etichetta di un nodo and è
data dalla somma dei valori associati ai nodi figli, mentre l’etichetta di un
4.4 Attack trees 69
Aprire cassaforte
NSE
Forzare Conoscere la Fare un buco Rubare la
la serratura combinazione nella parete cassaforte
SE NSE SE NSE
Trovare la Ricevere la comb.
comb. scritta dall’obbiettivo
NSE NSE
Minacciare Ricattare Origliare Corrompere
NSE NSE SE NSE
Far dichiarare Ascoltare la
la comb. conversazione
SE NSE
Figura 4.5: Esempi di attacchi con attrezzatura speciale (SE) e senza
attrezzatura (NSE).
Aprire cassaforte
10.000 €
Forzare Conoscere la Fare un buco Rubare la
la serratura combinazione nella parete cassaforte
30.000 € 20.000 € 10.000 € 100.000 €
Trovare la Ricevere la comb.
comb. scritta dall’obbiettivo
75.000 € 20.000 €
Minacciare Ricattare Origliare Corrompere
60.000 € 100.000 € 60.000 € 20.000 €
Far dichiarare Ascoltare la
la comb. conversazione
20.000 € 40.000 €
Figura 4.6: Esempi di attacchi con costo inferiore ai 50.000 euro.
70 4. Attack trees e Vulnerability trees
nodo or è data dal minimo dei figli [32].
Per esempio nella Figura 4.6:
• “origliare” ha un costo pari a 60.000 e che è dato dalla somma dei valori
dei nodi figli (“far dichiarare la combinazione” di 20.000 e e “ascoltare
la conversazione” di 40.000 e);
• i figli del nodo “ricevere la combinazione dall’obbiettivo” hanno i valori:
60.000 e, 100.000 e, 60.000 e e 20.000 e per cui il valore minimo è pari
a 20.000 e corrispondente al nodo “corrompere”.
Quando si utilizzano come etichette i “costi”, è possibile fare delle valu-
tazioni più complesse sullo scenario rappresentato.
Supponendo che l’attaccante conosca il valore del contenuto all’interno
della cassaforte, ad esempio 50.000 e, egli metterà in atto solo quelle azioni
il cui costo è inferiore o uguale a tale cifra. Infatti intraprendere le attività
con un costo superiore non giustifica l’attacco. Pertanto, come mostrato
nella Figura 4.6, gli scenari probabili sono quelli evidenziati dalla linea più
scura, vale a dire le azioni che permettono un guadagno finale all’attaccante.
In questo modo è possibile escludere alcune azioni dall’albero, e diminuire,
cosı̀, le cause di vulnerabilità che possono interessare il sistema.
Dagli esempi appena illustrati è semplice notare come la valutazione finale
di uno stesso scenario d’attacco sia diversa a seconda della misura applicata.
Combinando tra loro le etichette usate nei precedenti esempi, è possibile
evidenziare un ulteriore tipo di attacco, che, altrimenti, non sarebbe stato
considerato: quello “più economico che non richiede attrezzature speciali”
(vedi Figura 4.7) evidenziato dal path più scuro.
4.4.2 Creare attack trees
All’interno del processo di risk assessment gli attack trees vengono impie-
gati una volta concluse le fasi di studio sulle caratteristiche del sistema, di
identificazione delle minacce e vulnerabilità che potrebbero impattare su di
4.4 Attack trees 71
Aprire cassaforte
NSE /10.000 €
Forzare Conoscere la Fare un buco Rubare la
la serratura combinazione nella parete cassaforte
SE / 30.000 € NSE / 20.000 € SE / 10.000 € NSE / 100.000 €
Trovare la Ricevere la comb.
comb. scritta dall’obbiettivo
NSE / 75.000 € NSE / 20.000 €
Minacciare Ricattare Origliare Corrompere
NSE / 60.000 € NSE /100.000 € SE / 60.000 € NSE / 20.000 €
Far dichiarare Ascoltare la
la comb. conversazione
SE / 20.000 € NSE / 40.000 €
Figura 4.7: Esempi di attacchi economici che non richiedono attrezzature
speciali.
esso. Le informazioni raccolte durante queste analisi vengono combinate tra
loro per creare un quadro generale della situazione ed individuare quali sono
gli scenari d’attacco che si potrebbero verificare.
L’obbiettivo che si vuole raggiungere attraverso l’uso degli attack trees
è quello di individuare quali sono gli scenari che più probabilmente si veri-
ficheranno, in modo da soffermarsi su di essi per la scelta delle contromisure
necessarie.
La “procedura” per la creazione di un attack tree è, a livello teorico, molto
semplice [32]. Ogni asset viene considerato come un possibile obbiettivo e,
per ognuno di essi, viene creato un albero differente. Basandosi sulle minacce
e sulle vulnerabilità individuate, vengono creati gli scenari base d’attacco.
Ogni scenario base viene poi ampliato, individuando i metodi attraverso i
quali e possibile raggiungere il goal dell’attacco.
Esempio 4.1 (Creazione di un attack tree). Supponiamo voler analizzare
72 4. Attack trees e Vulnerability trees
lo scenario d’attacco che si potrebbe verificare ai danni di un server di
un’impresa.
Le vulnerabilità che sono state riscontrate durante le prime fasi del proces-
so di risk assessment riguardano: l’esistenza di una debolezza sia nel siste-
ma d’allarme che nella porta di sicurezza della stanza dove il server viene
custodito.
Compromettere
un server
Superare il Passare il controllo Superare la
sistema d’allarme delle guardie porta di sicurezza
Scoprire il Scoprire Scoprire un Scoprire una
software l’hardware codice di sicurezza vuln. strutturale
Scoprire il Sottrarlo ad
software utilizzato uno degli addetti
Figura 4.8: Creazione dello scenario.
Se un malintenzionato agisse con l’obbiettivo di compromettere il server
egli dovrebbe: superare il sistema d’allarme, passare il controllo delle guardie
e superare la porta di sicurezza.
Il sistema d’allarme può essere aggirato a causa di una vulnerabilità del soft-
ware o dell’hardware del sistema. La porta di sicurezza può essere manomessa
scoprendo un codice d’accesso oppure grazie alla presenza di una vulnerabilità
strutturale.
Una volta creati gli attack trees, ognuno di essi viene valutato singolar-
mente. I nodi vengono etichettati tenendo conto non solo delle risorse che
4.4 Attack trees 73
si stanno analizzando, ma anche delle caratteristiche dei potenziali aggres-
sori [22, 29, 32], in quanto ognuno di essi avrà livelli di abilità, tolleranza
ai rischi, possibilità di accesso e possibilità economiche differenti. Se, ad
esempio, si temono attacchi da parte del crimine organizzato è necessario
prevedere la possibilità di azioni costose messe in atto da persone che sono
pronte a correre il rischio di finire in prigione. Se invece, si temono attacchi
da parte di studenti che studiano i sistemi di sicurezza dei computer connessi
ad Internet non è necessario prendere in considerazione attacchi costosi o che
prevedano la possibilità di corruzione o ricatto.
Esempio 4.2 (Etichettatura dell’attack tree). Continuiamo l’Esempio 4.1 e
procediamo con l’etichettatura dei nodi dell’albero. Le etichette scelte per
valutare lo scenario sono: il costo dell’attacco e le conoscenze necessarie per
attuare l’attacco rappresentate con una scala di valori che va da 1 (conoscen-
ze minime) a 5 (conoscenze approfondite).
Compromettere
un server
Superare il Passare il controllo Superare la
sistema d’allarme delle guardie porta di sicurezza
1.000 € 1
Scoprire il Scoprire Scoprire un Scoprire una
software l’hardware codice di sicurezza vuln. strutturale
5.000 € 5 3.000 € 3 3.000 € 3
Scoprire il Sottrarlo ad
software utilizzato uno degli addetti
5.000 € 5 10.000 € 1
Figura 4.9: Etichettatura delle foglie.
A partire dalle foglie dell’albero si procede con l’assegnazione di tali valori e
si procede poi a ritroso per l’etichettatura di tutto l’albero.
74 4. Attack trees e Vulnerability trees
A questo punto è necessario prendere in considerazione i possibili nemici da
cui dobbiamo difenderci.
Se a voler danneggiare quel particolare asset fosse una “persona comune” la
strategie da lui scelta sarebbe certamente quella che richiede il minor dispen-
dio economico possibile Figura 4.10(a) (path evidenziato).
Se invece ad attaccare l’asset fosse un concorrente dell’impresa, disposto a
spendere qualsiasi cifra per portare a termine il proprio attacco, la strate-
gia da lui adottata potrebbe anche essere quella che comporta un mag-
giore dispendio di denaro ma che risulta essere più semplice dal punto di
vista delle conoscenze necessarie per portarla a termine Figura 4.10(b) (path
evidenziato).
Una volta completato l’albero e individuate le diverse strategie d’attacco
si può passare alla fase di valutazione.
Un vantaggio di questo tipo di analisi è che spesso possono essere individua-
te delle vulnerabilità che altrimenti non sarebbero state considerate, e per
ognuna di esse è possibile:
• stabilire quali sono le contromisure necessarie per difendere il sistema,
• valutare la loro efficacia nei confronti dei nemici da cui ci si deve
difendere,
• valutare la fattibilità economica degli attacchi rispetto al livello di
rischio che l’impresa ritiene di poter sopportare.
In questo capitolo abbiamo dunque visto come a partire dalle informazioni
raccolte nel corso delle prime fasi del processo di risk assessment sia possibile
rappresentare, attraverso dei particolari tipi di alberi, gli scenari d’attacco
potrebbero verificarsi all’interno di un sistema IT, mettendo in luce le parti
del sistema che necessitano di una maggiore protezione.
Nel prossimo capitolo cercheremo di migliorare l’utilizzo di questi stru-
menti al fine di un loro migliore impiego all’interno del processo di gestione
del rischio di information technology.
4.4 Attack trees 75
Compromettere
un server
7.000 € 3
Superare il Passare il controllo Superare la
sistema d’allarme delle guardie porta di sicurezza
3.000 € 3 1.000 € 1 3.000 € 3
Scoprire il Scoprire Scoprire un Scoprire una
software l’hardware codice di sicurezza vuln. strutturale
5.000 € 5 3.000 € 3 5.000 € 5 3.000 € 3
Scoprire il Sottrarlo ad
software utilizzato uno degli addetti
5.000 € 5 10.000 € 1
(a) La strategia d’attacco che richiede meno risorse economiche.
Compromettere
un server
7.000 € 3
Superare il Passare il controllo Superare la
sistema d’allarme delle guardie porta di sicurezza
3.000 € 3 1.000 € 1 3.000 € 3
Scoprire il Scoprire Scoprire un Scoprire una
software l’hardware codice di sicurezza vuln. strutturale
5.000 € 5 3.000 € 3 5.000 € 5 3.000 € 3
Scoprire il Sottrarlo ad
software utilizzato uno degli addetti
5.000 € 5 10.000 € 1
(b) La strategia d’attacco che richiede minori competenze.
Figura 4.10: Analisi delle differenti strategie d’attacco.
Capitolo 5
Uso di indici quantitativi su
attack trees
Nel capitolo precedente abbiamo parlato di fault tree, event tree, vul-
nerability tree e di attack tree, strumenti che possono essere utilizzati in
un processo di Information Security Risk Analysis per l’individuazione degli
scenari d’attacco ad un sistema IT.
In questo capitolo viene proposto un modo nuovo per utilizzare gli attack
trees. In particolare vedremo che, pur essendo tipicamente impiegati all’in-
terno degli approcci qualitativi, gli attack trees possono essere anche adattati
e sfruttati in maniera quantitativa. Nel seguito del capitolo, proporremo un
metodo per combinare le informazioni raccolte con gli attack trees al fine di
migliorare la scelta relativa all’investimento in sicurezza per il sistema IT.
L’idea alla base del processo, consiste nel calcolare gli indici ROI e ROA
e usarli per una etichettatura quantitativa degli attack trees. Inoltre vedremo
come utilizzare gli attack trees con una doppia visione: quella dell’impresa e
quella dell’attaccante.
1. La visone dell’impresa consiste nello sviluppare uno scenario d’attacco
al sistema, individuando per ogni asset le minacce e le vulnerabilità
in modo da creare un quadro completo dei possibili attacchi (tenendo
anche conto del costo delle contromisure).
77
78 5. Uso di indici quantitativi su attack trees
2. La visione dell’attaccante consiste nello sviluppare lo stesso scenario
d’attacco al sistema, individuando questa volta le vulnerabilità che un
avversario potrebbe sfruttare per poter portare a termine l’attacco,
tenendo conto dei costi da sostenere a causa della presenza o meno di
contromisure.
5.1 Analisi di uno scenario d’attacco
Prima di introdurre la metodologia di valutazione degli attack tree, creiamo
uno scenario d’attacco che potrebbe interessare, ad esempio, un server pre-
sente in un’impresa. Tale esempio verrà utilizzato all’interno di tutto il capi-
tolo per spiegare come procedere nell’analisi di uno stesso scenario, ma da
due punti di vista complementari.
5.1.1 Individuazione delle strategie d’attacco
Supponiamo che l’obbiettivo di un attaccante sia quello di avere accesso
ai dati dell’impresa riguardanti i clienti e che tali dati siamo memorizzati
all’interno di un server dell’impresa.
Egli potrebbe agire in due differenti modi: cercare di “rubare i dati memo-
rizzati nel server”, o “rubare fisicamente il server”.
Accedere ai dati
di un server
Rubare i dati Rubare la
memorizzati macchina server
Figura 5.1: Scenario d’attacco base.
Arricchiamo lo scenario base riportato in Figura 5.1, analizzando il com-
portamento dell’attaccante in entrambe le strategie.
5.1 Analisi di uno scenario d’attacco 79
Rubare i dati
memorizzati
Procurarsi i Avere i permessi Attaccare il
permessi necessari necessari per sistema con
per accede accedere asccesso remoto
Rubarli ad un Corrompere un Sfruttare Sfruttare
utente con utente con vulnerabilità sul vulnerabilità sul
permessi di root permessi di root database on-line server di posta
Figura 5.2: Esempio di attack tree in caso di furto di dati.
Nel primo caso, quello in cui l’attaccante tenti di “rubare i dati memorizzati
nel server” (Figura 5.2), egli potrebbe agire nei seguenti modi:
• cercare di procurarsi i privilegi di root sottraendoli ad uno dei gestori
del sistema IT, o corrompendo qualcuno;
• avere i privilegi necessari per accedere alla macchina;
• oppure tentare un accesso da remoto al sistema, colpendo il database
dell’impresa con un attacco del tipo SQL injection 1 (sfruttando, ad
esempio, delle vulnerabilità presenti nelle applicazioni sul sito web del-
l’impresa) o inviando un virus tramite posta elettronica (sfruttando,
questa volta, delle vulnerabilità presenti sul server di posta).
Nel caso in cui, invece, l’attaccante decidesse di “rubare fisicamente il server”
egli dovrebbe (Figura 5.3):
• avere accesso ai locali dell’impresa;
1
L’SQL injection è un attacco in cui un utente già autenticato può sfruttare una
interrogazione particolare (query) al database che gli permetta di leggere o modificare i
dati in esso contenuti.
80 5. Uso di indici quantitativi su attack trees
Rubare la
macchina server
Avere accesso Aprire Uscire
nei locali la porta inosservati dal
dell’impresa della stanza palazzo
A D
Forzare la
Avere le chiavi
porta
B C
Figura 5.3: Esempio di attack tree in caso di furto della macchina server.
• riuscire ad aprire la porta della stanza in cui sono custoditi i server,
forzandola o riuscire ad aprirla avendo le chiavi;
• e uscire inosservato dall’impresa.
È facile verificare che l’albero and/or di Figura 5.3 può essere rappre-
sentato in maniera equivalente nell’albero in Figura 5.4. Infatti l’albero
in Figura 5.3 corrisponde alla forma logica
(A and (B or C) and D)
che è equivalente alla forma normale disgiuntiva
(A and B and D) or (A and C and D).
La Figura 5.4 mostra la nuova rappresentazione della strategia “rubare la
macchina server”. Vedremo nella Sezione 5.2.1 che tale trasformazione sarà
necessaria per poter assegnare una frequenza agli eventi conseguibili con nodi
and.
5.1.2 Individuazione delle contromisure
Una volta determinato lo scenario è necessario individuare quali sono i
migliori meccanismi di controllo da introdurre a difesa del sistema.
5.1 Analisi di uno scenario d’attacco 81
Rubare la
macchina server
Avere accesso Uscire Avere accesso Uscire
nei locali Forzare la inosservati dal nei locali inosservati dal
Avere le chiavi
dell’impresa porta palazzo dell’impresa palazzo
A B D A C D
Figura 5.4: Esempio di attack tree in caso di furto della macchina server:
modifica.
Per ogni possibile attacco individuato, identificato da un percorso che va
dalla radice alle foglie, vengono aggiunti una serie di nuovi nodi, ognuno dei
quali rappresenta una possibile contromisura per quella specifica strategia
d’attacco. Tali nodi vanno a formare un nuovo livello dell’albero che ci per-
mette di rappresentare non solo gli scenari d’attacco, ma anche i possibili
scenari di difesa.
Nella Figura 5.5 di seguito riportata vediamo rappresentate alcune dei
possibili controlli che potrebbero essere adottati nel caso di furto dei dati
memorizzati all’interno di uno dei server dell’impresa.
Nel caso in cui l’attaccante cerchi di procurarsi i privilegi necessari per ac-
cedere al server, rubandoli ad uno degli utenti con permessi di root, alcune
contromisure che possono essere adottate sono le seguenti:
• obbligare i gestori del server a cambiare periodicamente le password di
accesso;
• scollegare sempre il computer dopo aver effettuato un accesso;
• aggiungere un token aggiuntivo per l’identificazione degli utenti come,
ad esempio, meccanismi di firma digitale;
• distribuire le responsabilità nella gestione dei server su più utenti in
modo da non creare un accentramento di “potere”.
82 5. Uso di indici quantitativi su attack trees
Rubare i dati
memorizzati
Procurarsi i Avere i permessi Attaccare il
permessi necessari necessari per sistema con
per accede accedere asccesso remoto
Distribuire le
respensabilità
tra più utenti
Rubarli ad un Corrompere un Sfruttare Sfruttare
utente con utente con vulnerabilità sul vulnerabilità sul
permessi di root permessi di root Motivare database on-line server di posta
il personale
Cambiare le Cambiare le Aggiornare il Utilizzare un
password password sistema software
periodicamente periodicamente periodicamente anti-virus
Aggiungere un Controllare la Bloccare gli
Scollegare il
token per il validità allegati
pc dopo l’uso
riconoscimento degli script sospetti
Aggiungere un Distribuire le Separare
token per il respensabilità i contenuti
riconoscimento tra più utenti sui server
Distribuire le
Motivare
respensabilità
il personale
tra più utenti
Figura 5.5: Esempio di contromisure nel caso di furto di dati.
Nel caso in cui l’attaccante cerchi di procurarsi i permessi necessari per ac-
cedere al server, corrompendo uno degli utenti che possiede i permessi di root,
alcune delle contromisure che possono essere adottate sono simili a quelle per
l’attacco precedente:
• obbligare i gestori del server a cambiare periodicamente le password di
accesso;
• aggiungere un token aggiuntivo per l’identificazione degli utenti;
• distribuire le responsabilità nella gestione dei server su più utenti in
modo da non creare un accentramento di “potere” su un’unica persona;
5.1 Analisi di uno scenario d’attacco 83
• cercare di motivare il personale interno all’impresa in modo di evitare
comportamenti sleali nei confronti dell’impresa in cui lavorano.
Nel caso invece in cui l’attaccante sia qualcuno interno all’impresa e che
quindi già in possesso dei permessi necessari per accedere alle informazioni
memorizzate all’interno del server, le misure che possono essere adottate sono
simili al caso di corruzione del personale:
• distribuire le responsabilità nella gestione dei server su più utenti in
modo che un eventuale attacco da parte di una persona interna non
blocchi il sistema IT nella sua interezza;
• cercare di motivare il personale interno all’impresa in modo di evitare
tali comportamenti sleali.
Analizziamo il caso in cui l’attaco al server avvenga tramite un accesso da
remoto. Se l’attaccante cercasse di sfruttare una vulnerabilità presente sul
database accessibile on-line dal sito web, le contromisure che potrebbero
essere adottate sono le seguenti:
• aggiornare periodicamente il sistema con le patch rilasciate dai fornitori
del software;
• controllare la validità degli script utilizzati nelle applicazioni web;
• separare i contenuti e in particolare proteggere le informazioni riguardan-
ti i clienti in server dedicati.
Se l’attaccante cercasse invece di sfruttare una vulnerabilità sul server di
posta, attraverso l’invio di un trojan, alcune delle contromisure che possono
essere adottate sono le seguenti:
• utilizzare un software anti-virus aggiornato che controlli anche il traffico
email;
• bloccare gli allegati sospetti evitando che gli utenti scarichino incon-
sapevolmente codice nocivo, pre-configurando i client di posta.
84 5. Uso di indici quantitativi su attack trees
Nella Figura 5.6 (corrispondente allo scenario di Figura 5.4) vediamo rap-
presentate alcune delle contromisure che possono essere adottate nel caso in
cui l’attaccante decida di rubare fisicamente la macchina in cui sono memo-
rizzati in dati di cui vuole entrare in possesso. È da sottolineare che abbiamo
preferito usare lo scenario rappresentato in forma normale disgiuntiva per
meglio calcolare la frequenza con cui si verifica un evento formato da una
serie di nodi and (vedi Sezione 5.2.1).
Rubare la
macchina server
Avere accesso Uscire Avere accesso Uscire
nei locali Forzare la inosservati dal nei locali Avere le chiavi inosservati dal
dell’impresa porta palazzo dell’impresa palazzo
Utilizzare una
Istallare Istallare una Istallare Istallare Istallare
serratura con
telecamere porta blindata telecamere telecamere telecamere
tessera magnetica
Assumere un Assumere un Assumere un Assumere un
agente agente agente agente
all’ingresso all’ingresso all’ingresso all’ingresso
Figura 5.6: Esempi di contromisure nel caso di furto della macchina server.
Per evitare che una persona possa avere liberamente accesso ai locali dell’im-
presa si potrebbe:
• installare delle telecamere a sorveglianza della struttura;
• assumere un agente per il controllo degli ingressi nei locali dell’impresa,
in modo da impedire degli accessi non autorizzati da parte di estranei.
Per evitare invece che la porta possa essere facilmente aperta si potrebbe:
• installare una porta blindata a protezione della stanza dei server;
• utilizzare una serratura con tesserino magnetico, di cui solo alcune
persone ne hanno una copia.
5.2 Visione del difensore 85
Per evitare che una persona possa uscire inosservata dai locali dell’impresa
portando via con se dei componenti hardware le possibile contromisure sono
le stesse che vengono adottate per il controllo degli accessi, per cui:
• installare delle telecamere a sorveglianza della struttura;
• assumere un agente per il controllo dell’uscita di persone dai locali
dell’impresa.
Nella Figura 5.7 viene riportato per completezza l’intero scenario creato.
5.2 Visione del difensore
Una volta creato lo scenario d’attacco, affichè l’impresa possa utilizzarlo
per le proprie valutazioni, questo deve essere arricchito di maggiori infor-
mazioni che permettano di quantificare le perdite derivanti da ogni strategia
d’attacco e valutare la frequenza con cui tali perdite possono interessare il
sistema.
5.2.1 Etichettatura dell’albero
Dal punto di vista dell’impresa, l’albero deve essere studiato in modo da
determinare il miglior investimento in quelle misure che possono fronteggiare
prontamente le situazioni più rischiose.
A questo scopo è possibile utilizzare delle particolari etichette che per-
mettano di effettuare delle valutazioni di tipo quantitativo sull’albero. Le
etichette che verranno usate sono:
• l’Asset value (AV): il valore economico dell’asset, viene posto alla radice
dell’albero a rappresentare la potenziale perdita massima per l’impresa;
• l’Exposure factor (EF): il fattore di esposizione posto su ogni foglia
dell’albero indica il livello di danno o l’impatto provocato da un evento
dannoso sul singolo asset;
86
server.
Accedere ai dati
di un server
Rubare i dati Rubare la
memorizzati macchina server
Procurarsi i Avere i permessi Attaccare il
Avere accesso Uscire Avere accesso Uscire
permessi necessari necessari per sistema con Forzare la
nei locali inosservati dal nei locali Avere le chiavi inosservati dal
per accede accedere asccesso remoto porta
dell’impresa palazzo dell’impresa palazzo
Distribuire le Utilizzare una
respensabilità Istallare Istallare una Istallare Istallare Istallare
serratura con
telecamere porta blindata telecamere telecamere telecamere
tra più utenti tessera magnetica
Rubarli ad un Corrompere un Sfruttare Sfruttare
utente con utente con vulnerabilità sul vulnerabilità sul
permessi di root permessi di root Motivare database on-line server di posta Assumere un Assumere un Assumere un Assumere un
il personale agente agente agente agente
all’ingresso all’ingresso all’ingresso all’ingresso
Cambiare le Cambiare le Aggiornare il Utilizzare un
password password sistema software
periodicamente periodicamente periodicamente anti-virus
Aggiungere un Controllare la Bloccare gli
Scollegare il
token per il validità allegati
pc dopo l’uso
riconoscimento degli script sospetti
Aggiungere un Distribuire le Separare
token per il respensabilità i contenuti
riconoscimento tra più utenti sui server
Distribuire le
Motivare
respensabilità
il personale
tra più utenti
Figura 5.7: Esempio completo di attack tree: accesso ai dati memorizzati in un
5. Uso di indici quantitativi su attack trees
5.2 Visione del difensore 87
• l’Annualized rate of occurrence (ARO): il tasso annuale di occorrenza,
anch’esso posto sulle foglie indica la frequenza con cui un particolare
thread si verifica nell’arco di un anno.
L’introduzione di queste informazioni all’interno dell’albero è estrema-
mente importante in quanto permette di utilizzare gli indici, di cui abbiamo
parlato nel Capitolo 3. In particolare è possibile determinare: la perdita
derivante da una singola esposizione all’attacco, SLE = AV × EF , e la
perdita attesa annua derivante da quello specifico attacco per quella risorsa,
ALE = SLE × ARO.
A AV
EFB SLEB EFC SLEC
AROB
B ALEB AROC
C ALEC
D E
Figura 5.8: Modalità di assegnazione di valori delle etichette.
Punto cruciale per la valutazione dei diversi attacchi è il modo con cui
sono valutati i nodi a seconda del loro tipo:
• per gli attacchi descritti da una serie di nodi or, come ad esempio
quello rappresentato dal nodo B nella Figura 5.8, il calcolo dell’SLE e
dell’ALE dipende dai valori di EF e ARO associati al nodo stesso;
• invece per quegli attacchi formati da un nodo and risulta difficile sti-
mare la frequenza congiunta (l’ARO del nodo and) in funzione dei
valori dell’ARO associati ai nodi figli. Per questo la nostra scelta è
stata quella di trasformare l’albero in forma normale disgiuntiva e di
88 5. Uso di indici quantitativi su attack trees
calcolare la frequenza della congiunzione di azioni sotto il nodo and.
Per quanto riguarda la stima di EF , si procederà allo stesso modo ad
una etichettatura del solo nodo and2 .
A questo punto è possibile procedere con l’etichettatura delle diverse
strategie d’attacco individuate all’interno del nostro esempio. Il valore del
server da noi considerato e delle informazioni in esso contenute è stimato pari
a 100.000 e, il tasso di occorrenze annuo (ARO) e il fattore di esposizione
(EF) per ogni tipo di attacco è riportato all’interno della Tabella 5.1
Analizzando i valori in Tabella 5.1 risulta chiaro che l’attacco attraverso
un virus risulta essere il più grave per l’impresa e quello che necessita di
essere fronteggiato il prima possibile in quanto, in mancanza di adeguate
contromisure, è quello che produce la perdita annua maggiore: 57.800 e.
Questo valore risulta essere cosı̀ elevato in quanto l’azione di un virus è un
fenomeno ripetibile nel tempo e che quindi può agire ai danni di una stessa
risorsa anche più di una volta nell’arco di un anno3 .
Altro attacco molto grave risulta essere quello in cui un malintenzionato
entri in possesso dei privilegi di root. In questo caso l’EF risulta essere pari
al 100% in quanto, in una situazione del genere questa persona potrebbe
disporre completamente del sistema IT dell’impresa e provocare ogni genere
di danno. Tuttavia la perdita annua associata a questo tipo di attacco, nel
caso peggiore 40.000 e, non risulta essere estremamente elevata dato che
bassa è la frequenza con cui tale attacco si verifica.
Per quanto riguarda il caso del furto del server la perdita annua attesa
da un attacco di questo tipo risulta essere estremamente bassa in quanto la
frequenza con cui tale strategia d’attacco viene adottata è stimata essere pari
a una volta ogni dieci anni (ARO = 0, 1).
2
Lo studio di modelli di statistica descrittiva più evoluti in grado di calcolare gli indici
EF e ARO per un nodo and a partire dai nodi figli,rientra tra i future work di questa tesi.
3
Solitamente si suppone nel calcolo dell’ARO di avere sempre attacchi ripetibili. Nel
caso di attacchi non ripetibili l’indice ARO assumerà solo valori nell’intervallo [0, 1]. Valori
di ARO > 1 saranno equivalenti ad un ARO=1.
5.2 Visione del difensore 89
Attacco EF ARO SLE ALE
Rubare i dati memorizzati nel server 100% 0, 09 100.000 e 9.000 e
grazie ai permessi rubati ad un utente
con diritti di root
Rubare i dati memorizzati nel serv- 100% 0, 09 100.000 e 9.000 e
er grazie ai permessi ottenuti cor-
rompendo un utente con diritti di
root
Rubare i dati memorizzati nel server 100% 0, 40 100.000 e 40.000 e
grazie al possesso dei permessi di root
Rubare i dati memorizzati nel server 90% 0, 08 90.000 e 7.200 e
attraverso un attacco da remoto che
sfrutti una vulnerabilità sul database
on-line
Rubare i dati memorizzati nel server 85% 0, 68 85.000 e 57.800 e
attraverso un attacco da remoto che
sfrutti una vulnerabilità sul server di
posta
Rubare la macchina server entrando 90% 0, 10 90.000 e 9.000 e
nei locali dell’impresa, entrando nella
stanza dei server sfondando la porta e
uscendo inosservati dal palazzo
Rubare la macchina server entrando nei 90% 0, 10 90.000 e 9.000 e
locali dell’impresa, entrando nella stan-
za dei server aprire la porta con le chiavi
e uscendo inosservati dal palazzo
Tabella 5.1: Valori delle etichette.
90 5. Uso di indici quantitativi su attack trees
5.2.2 Etichettatura delle contromisure
Per ogni attacco individuato all’interno dell’albero sono state rappresen-
tate le possibili contromisure che possono essere adottare per fronteggiare
quella specifica azione. Tali nodi formano un livello dell’albero che ci per-
mette di rappresentare non solo gli scenari d’attacco, ma anche i possibili
scenari di difesa.
Anche questo livello dell’attack tree deve essere etichettato in modo da
fornire maggiori informazioni riguardanti la validità della strategia di difesa
che deve essere adottata.
Le etichette necessarie a questo scopo sono:
• % Risk Mitigated : indica la percentuale di rischio mitigata attraverso
l’adozione della contromisura;
• Cost of Investment: indica il costo che deve essere sostenuto per l’ac-
quisto della stessa.
Grazie a questi valori e agli indici calcolati precedentemente è possi-
bile calcolare per ogni contromisura il ROSI (Return on Security Invest-
ment), che come abbiamo visto nel Capitolo 3, viene utilizzato per effettuare
una valutazione prettamente economica delle diverse soluzioni disponibili per
fronteggiare le situazioni di rischio. Ricordiamo che il ROSI è dato da:
(ALE × % Risk M itigated) − Solution Cost
ROSI = .
Solution Cost
Il calcolo di questo indice ci permette di individuare le contromisure che
riescono a mitigare gli effetti di un attacco ma nella maniera più economica
possibile.
A questo punto è necessario precisare come procedere nel calcolo di questo
indice tenendo conto delle differenti tipologie di nodi presenti nell’albero:
• se si tratta di foglie di nodi or, il ROSI viene calcolato per ogni
contromisura;
5.2 Visione del difensore 91
A AV
EFB SLEB EFC SLEC
AROB
B ALEB AROC C ALEC
% RM1
Cost1 1 ROSI1
% RM2 D E ROSI3,4
Cost2 2 ROSI2
% RM3 % RM4 4
Cost3 3 Cost4
ROSI3,5
% RM5
Cost5 5
Figura 5.9: Modalità di assegnazione di valori delle etichette per ogni
contromisura.
• per le contromisure associate agli attacchi rappresentati con nodi and,
invece, sarà necessario calcolare il ROSI non delle singole contromisure,
ma delle diverse combinazioni (infatti devono contrastare il verificarsi
di tutti gli eventi descritti dal nodo and). Nella Figura 5.9, ad esempio,
sarà necessario calcolare il ROSI3,4 per la coppia di contromisure 3,4
e il ROSI3,5 per la coppia di contromisure 3,5.
Torniamo all’esempio fin’ora illustrato in modo da vedere come è possibile
utilizzare gli indicatori appena introdotti. Per semplicità ci soffermeremo
sull’analisi di un unico attacco, quello riguardante il furto di dati attraverso
un attacco da remoto.
Nella Tabella 5.2 abbiamo riportato i valori assegnati ad ogni contro-
misura rappresentata nell’albero: l’ALE associato all’attacco, la percentuale
di rischio mitigato dalla contromisura selezionata (%RM ), il costo della
contromisura (Cost) e il Return On Security Investment (ROSI).
Analizziamo i risultati ottenuti dal calcolo del ROSI:
1. nel caso di accesso non autorizzato ai dati attraverso il furto di user-
92 5. Uso di indici quantitativi su attack trees
Contromisure per ogni attacco ALE % RM Cost ROSI
1. Cambiare la password periodica- 9.000 e 60% 500 e 9, 80
mente
Disconnettere il pc dopo l’uso 9.000 e 10% 100 e 8, 00
Aggiungere un token per il riconosci- 9.000 e 80% 3.000 e 1, 40
mento
Distribuire le responsabilità tra più 9.000 e 50% 15.000 e −0, 70
utenti
2. Cambiare la password periodica- 9.000 e 60% 500 e 9, 80
mente
Aggiungere un token per il riconosci- 9.000 e 80% 1.000 e 6, 20
mento
Distribuire le responsabilità tra più 9.000 e 50% 15.000 e −0, 70
utenti
Motivare il personale 9.000 e 80% 2.000 e 2, 60
3. Distribuire le responsabilità tra più 40.000 e 50% 15.000 e 0, 30
utenti
Motivare il personale 40.000 e 80% 2.000 e 15, 00
4. Aggiornare il sistema periodica- 7.200 e 90% 2.500 e 1, 59
mente
Controllare la validità degli script 7.200 e 70% 1.300 e 2, 87
Separare i contenuti sui server 7.200 e 65% 5.000 e −0, 06
5. Utilizzare un software anti-virus 57.800 e 80% 2.000 e 22, 10
Pre-configurare i client di posta 57.800 e 35% 1.000 e 19, 23
Tabella 5.2: Etichettatura delle possibili contromisure adottate dall’impresa nel
caso di furto di dati memorizzati in un server.
5.3 Visione dell’attaccante 93
name e password, o la corruzione di un utente con privilegi di root, la
contromisura che risulta essere più vantaggiosa è: cambiare la password
periodicamente.
Da notare, invece, come la scelta di assumere un ulteriore persona al
fine di distribuire la responsabilità tra più utenti non sia affatto buona
dato il basso livello dell’indice ROSI ad essa associato (−0, 7).
2. nel caso di accesso non autorizzato da parte di un utente già in possesso
di privilegi di root la soluzione migliore è quella di motivare il personale.
L’indice ROSI associato a tale contromisura è pari a 15.
3. nel caso di un attacco che sfrutti una vulnerabilità del database del-
l’impresa risulta essere sorprendente come, nonostante la minor per-
centuale di rischio mitigato, un controllo sulla validità degli script
(ROSI = 2, 87) risulti essere più conveniente rispetto ad un aggior-
namento periodico del sistema (ROSI = 1, 59).
La scelta poi di separare i contenuti su più server comporterebbe ad-
dirittura una perdita per l’impresa visto il valore negativo del ROSI;
4. infine nel caso di attacco che sfrutti delle vulnerabilità sul server di pos-
ta la contromisura migliore risulta essere quella di utilizzare un software
antivirus (ARO = 27, 9) piuttosto che pre-configurare i client di posta
(ARO = 19, 23).
Nella Tabella 5.3 riportiamo il valore del ROSI associato ad ogni tipologia
d’attacco.
5.3 Visione dell’attaccante
Lo stesso attack tree che abbiamo creato nella Sezione 5.1 può essere
analizzato dal punto di vista di un potenziale attaccante che vuole agire ai
danni dell’impresa.
94 5. Uso di indici quantitativi su attack trees
Attacco ROSI
1. Rubare i dati memorizzati nel server grazie ai 9, 80
permessi rubati ad un utente con diritti di root
2. Rubare i dati memorizzati nel server grazie ai per- 9, 80
messi ottenuti corrompendo un utente con diritti di
root
3. Rubare i dati memorizzati nel server grazie al 15, 00
possesso dei permessi di root
4. Rubare i dati memorizzati nel server attraverso un 2, 87
attacco da remoto che sfrutti una vulnerabilità sul
database on-line
5. Rubare i dati memorizzati nel server attraverso un 22, 10
attacco da remoto che sfrutti una vulnerabilità sul
server di posta
Tabella 5.3: Il return on security investment per ogni strategia d’attacco
individuata.
Anche l’attaccante dovrà individuare i possibili scenari d’attacco che po-
trebbe adottare per raggiungere il proprio obbiettivo. Deve quindi consi-
derare le eventuali vulnerabilità che potrebbero essere presenti all’interno
del sistema IT dell’impresa, e individuare i modi per sfruttarle a proprio
vantaggio.
5.3.1 Etichettatura dell’albero
L’attaccante non fa altro che utilizzare lo stesso attack tree usato dall’im-
presa, con l’unica differenza che le etichette utilizzate per valutare l’attacco
sono:
• il guadagno atteso da un attacco portato a termine con successo (gain)
viene posto alla radice dell’albero;
• il costo associato all’attacco viene invece posto sulle foglie dell’albero.
5.3 Visione dell’attaccante 95
A gain
B CostB C CostC = CostD + CostE
D CostD E CostE
Figura 5.10: Modalità di assegnazione di valori delle etichette.
Come abbiamo già visto in precedenza un attacco è dato da un cammino
che va dalla radice alle foglie:
• per quegli attacchi formati da una serie di nodi or, il costo che l’attac-
cante deve sostenere è dato dal costo associato alla foglia, ad esempio
nella Figura 5.10, il costo associato all’attacco B è dato dal costo del
nodo stesso;
• per quegli attacchi, invece, formati da un nodo and il costo complessivo
è dato dalla somma dei costi associati ai nodi che lo compongono.
Nell’esempio in Figura 5.10 il costo del nodo C è dato dalla somma
dei costi del nodo D e del nodo E4 .
Continuiamo l’esempio trattato fin’ora all’interno di questo Capitolo e
analizziamolo adesso da un altro punto di vista: quello dell’attaccante.
Abbiamo detto che l’obbiettivo che l’attaccante vuole ottenere è quello
di accedere ai dati relativi ai clienti di una certa impresa e memorizzati
all’interno di un server.
4
L’uso di operazioni diverse dalla somma per la valutazione dei nodi dell’attack
tree, come ad esempio l’operazione di max per valutare una etichetta come l’esperienza
dell’attaccante, rientrano tra i future work di questa tesi.
96 5. Uso di indici quantitativi su attack trees
Attacco Costo
1. Rubare i dati memorizzati nel server grazie ai permessi rubati ad 3.000 e
un utente con diritti di root
2. Rubare i dati memorizzati nel server grazie ai permessi ottenuti 10.000 e
corrompendo un utente con diritti di root
3. Rubare i dati memorizzati nel server grazie al possesso dei 0e
permessi di root
4. Rubare i dati memorizzati nel server attraverso un attacco da 2.000 e
remoto che sfrutti una vulnerabilità sul database on-line
5. Rubare i dati memorizzati nel server attraverso un attacco da 1.000 e
remoto che sfrutti una vulnerabilità sul server di posta
6. Rubare la macchina server entrando nei locali dell’impresa, en- 4.000 e
trando nella stanza dei server sfondando la porta e uscendo
inosservati dal palazzo
7. Rubare la macchina server entrando nei locali dell’impresa, en- 4.200 e
trando nella stanza dei server aprire la porta con le chiavi e
uscendo inosservati dal palazzo
Tabella 5.4: Valori delle etichette associate ad ogni attacco.
A questo punto è possibile etichettare l’albero ottenuto con i valori che
permettono all’attaccante di valutare il costo di ogni strategia d’attacco.
Il valore delle informazioni contenute nel server, per l’attaccante, è ipo-
tizzato pari a 30.000 e. I costi associati ad ogni azione che compone l’attacco
sono invece rappresentati all’interno della Tabella 5.4.
Gli ultimi due attacchi differiscono tra loro solo per un ammontare di
200 e. Questi sono prodotti da un nodo and per cui il loro costo complessi-
vo è dato dalla somma dei costi delle singole azioni che lo compongono. In
particolare abbiamo supposto che il costo dell’azione “avere accesso nei lo-
cali dell’impresa” è pari a 2.000 e, il costo dell’azione “uscire inosservati dal
palazzo” è pari a 2.000 e, mentre il costo dell’azione “aprire la porta della
stanza” è pari a 0 e, nel caso in cui si decida si sfondare la porta, e 200 e nel
caso invece in cui si sia in possesso delle chiavi.
5.3 Visione dell’attaccante 97
5.3.2 Etichettatura delle contromisure
Una volta creato l’intero albero l’attaccante deve essere in grado di se-
lezionare tra le diverse strategie d’attacco quale risulta essere quella per lui
più vantaggiosa.
Egli dovrà utilizzare un indice che riesca a misurare il guadagno atteso
derivante da un attacco portato a termine con successo: il ROA.
Ricordiamo che il ROA( Return on Attack ) è dato da:
gain f rom successf ul attack
ROA =
cost bef ore S + loss caused by S
Utilizzando questo indice è possibile individuare qual è il miglior attacco
da un punto di vista strettamente economico, tenendo conto sia del costo
che l’attaccante deve sostenere per metterlo in atto, sia della presenza di
eventuali contromisure all’interno del sistema IT dell’impresa.
A gain
B CostB C CostC
loss1 1 ROAB1
D CostD E CostE
loss2 2 ROAB2 ROAC2,4
loss3 3 loss4 4
ROAC3,5
loss5 5
Figura 5.11: Modalità di assegnazione di valori delle etichette per ogni possibile
contromisura presente nel sistema.
Anche in questo caso bisogna precisare che, a seconda del tipo di nodi
che formano l’attacco, il calcolo di questo indice risulta essere differente:
98 5. Uso di indici quantitativi su attack trees
• per i nodi or il ROA viene calcolato per ognuna delle eventuali contro-
misure presenti nel sistema, ad esempio per il nodo C della Figura 5.9
viene calcolato il ROA1 , associato alla contromisura numero 1, e il
ROA1 associato alla contromisura 2;
• per i nodi di tipo and, invece, il ROA deve essere calcolato combinando
tra loro le diverse contromisure. Nell’esempio in Figura 5.9 per l’attac-
co identificato dal nodo C viene calcolato il ROA3,4 per la coppia di
contromisure 3,4 e il ROA3,5 per la coppia di contromisure 3,5.
Una volta calcolato questo indice per tutte le contromisure l’attaccante se-
lezionerà l’attacco che massimizza il proprio guadagno, ovvero quello che
presenta il ROA più elevato.
Torniamo all’esempio in modo da vedere come è possibile calcolare l’indice
appena discusso.
L’attaccante deve ora supporre quali siano le contromisure adottate dal-
l’impresa, rappresentarle all’interno del proprio attack tree ed etichettarle in
base a quei valori che gli permettono di giudicare la validità delle differenti
strategie d’attacco.
Questo processo non risulta essere particolarmente difficile, in quanto l’at-
taccante può facilmente immaginare quali saranno tali controlli.
Il risultato sarà quindi un albero del tutto equivalente a quello creato
dall’impresa (vedi scenario completo in Figura 5.7), ma con delle etichette
differenti. Nella Tabella 5.5 sono riportati questi nuovi valori nel caso di
“furto di dati memorizzati in un server”.
A questo punto è necessario associare ad ogni attacco il relativo ROA.
Poichè l’attaccante non conosce quali sono le contromisure che saranno ef-
fettivamente adottate nell’impresa, il ROA associato ad ogni attacco è il
minimo tra quelli calcolati per ogni strategia.
Ad esempio il ROA associato alla strategia numero 5 (rubare i dati attraver-
so un attacco che sfrutti una vulnerabilità sul server di posta) è pari a 6, 00
5.3 Visione dell’attaccante 99
Contromisure per ogni attacco Costo Perdita ROA
1. Cambiare la password periodica- 3.000 e 1.000 e 7, 50
mente
Disconnettere il pc dopo l’uso 3.000 e 500 e 8, 57
Aggiungere un token per il riconosci- 3.000 e 1.500 e 6, 67
mento
Distribuire le responsabilità tra più 3.000 e 700 e 8, 11
utenti
2. Cambiare la password periodica- 10.000 e 1.000 e 2, 72
mente
Aggiungere un token per il riconosci- 10.000 e 1.500 e 2, 60
mento
Distribuire le responsabilità tra più 10.000 e 700 e 2, 80
utenti
Motivare il personale 10.000 e 2.000 e 2, 50
3. Distribuire le responsabilità tra più 0e 700 e 42, 85
utenti
Motivare il personale 0e 2.000 e 15, 00
4. Aggiornare il sistema periodica- 2.000 e 2.500 e 6, 67
mente
Controllare la validità degli script 2.000 e 3.000 e 6, 00
Separare i contenuti sui server 2.000 e 1.000 e 10, 00
5. Utilizzare un software anti-virus 1.000 e 1.500 e 12, 00
Pre-configurare i client di posta 1.000 e 400 e 21, 42
Tabella 5.5: Etichettatura delle possibili contromisure adottate dall’impresa nel
caso di furto di dati memorizzati in un server.
100 5. Uso di indici quantitativi su attack trees
il minimo tra: 6, 67 (aggiornare il sistema periodicamente), 6, 00 (controllare
la validità degli script) e 10, 00 (separare i contenuti sui server).
Cosı̀ facendo ogni attacco produrrà il seguente guadagno per l’attaccante:
Attacco ROA
1. Rubare i dati memorizzati nel server grazie ai permessi rubati ad 6, 67
un utente con diritti di root
2. Rubare i dati memorizzati nel server grazie ai permessi ottenuti 2, 50
corrompendo un utente con diritti di root
3. Rubare i dati memorizzati nel server grazie al possesso dei 15, 00
permessi di root
4. Rubare i dati memorizzati nel server attraverso un attacco da 6, 00
remoto che sfrutti una vulnerabilità sul database on-line
5. Rubare i dati memorizzati nel server attraverso un attacco da 12, 00
remoto che sfrutti una vulnerabilità sul server di posta
Tabella 5.6: Il return on attack per ogni strategia d’attacco individuata
In questo modo siamo riusciti a dedurre che la strategia d’attacco migliore
sarebbe la numero 3 ovvero quella per cui una persona già in possesso dei
privilegi di root può agire in maniera diretta ai danni del sistema. Altra
strategia che risulta essere vantaggiosa è la numero 5 quella che prevede
l’attacco attraverso un virus.
Da notare invece come la strategia numero 2, in cui l’attaccante potrebbe
corrompere un impiegato dell’impresa, risulta essere quella con il ROA più
basso.
5.4 Valutazione complessiva degli scenari
Nella sezione 5.2 abbiamo visto come poter utilizzare gli attack trees per
la determinazione delle contromisure e per la valutazione di quali risultano
essere il miglior investimento per l’impresa.
5.4 Valutazione complessiva degli scenari 101
Nella sezione 5.3 abbiamo poi visto come uno stesso attack tree possa
essere utilizzato per determinare la migliore strategia, per un attaccante, per
colpire l’impresa. Siamo quindi riusciti a determinare l’attacco per egli più
redditizio tenendo conto dei costi e delle contromisure impiegati all’interno
della stessa impresa.
A questo punto è possibile effettuare un ulteriore passo all’interno della
nostra analisi che aiuti l’impresa nella difesa delle proprio risorse.
Il team incaricato di svolgere il processo di risk assessment, una volta
individuati i diversi scenari d’attacco, deve individuare non solo i meccanismi
di difesa che risultano essere economicamente più vantaggiosi per l’impresa,
ma anche quelli che riescono a inibire il più possibile l’azione di potenziali
attaccanti.
Per fare ciò basta procedere nell’analisi osservando, contemporaneamente,
i due punti di vista dello stesso scenario e puntare non solo alla massimiz-
zazione dell’investimento in sicurezza dei sistemi IT (ROSI), ma anche alla
minimizzazione del guadagno per l’attaccante (ROA).
Le Tabelle 5.6(a) e 5.6(b) riportano l’ordine con cui l’impresa riesce a
massimizzare il proprio investimento, e l’ordine con cui l’attaccante riesce ad
massimizzare il guadagno derivante dal proprio attacco.
Confrontando queste due Tabelle si può dedurre che: l’impresa dovrà
investire sicuramente nell’acquisto di quelle contromisure necessarie a fron-
teggiare gli attacchi numero 5 e numero 3. Non solo perchè con queste
otterrà il ROSI maggiore, ma anche perchè queste due strategie d’attacco
sono quelle che hanno il rendimento più alto per l’attaccante e che quasi
certamente saranno messe in atto.
Nel caso in cui i fondi a disposizione dell’impresa non fossero esauriti,
il management dovrebbe investire anche in quelle misure necessarie a fron-
teggiare l’attacco numero 1, nonostante il valore del ROSI per questo attacco
e per l’attacco 2 sia lo stesso, è preferibile investire nell’1 in quanto presenta
un ROA più elevato.
102 5. Uso di indici quantitativi su attack trees
(a) Visione dell’impresa.
Attacco ROSI
5. Rubare i dati memorizzati nel server attraverso un 22, 10
attacco da remoto che sfrutti una vulnerabilità sul
server di posta
3. Rubare i dati memorizzati nel server grazie al 15, 00
possesso dei permessi di root
1. Rubare i dati memorizzati nel server grazie ai 9, 80
permessi rubati ad un utente con diritti di root
2. Rubare i dati memorizzati nel server grazie ai per- 9, 80
messi ottenuti corrompendo un utente con diritti di
root
4. Rubare i dati memorizzati nel server attraverso un 2, 87
attacco da remoto che sfrutti una vulnerabilità sul
database on-line
(b) Visione dell’attaccante.
Attacco ROA
3. Rubare i dati memorizzati nel server grazie al 15, 00
possesso dei permessi di root
5. Rubare i dati memorizzati nel server attraverso un 12, 00
attacco da remoto che sfrutti una vulnerabilità sul
server di posta
1. Rubare i dati memorizzati nel server grazie ai 6, 67
permessi rubati ad un utente con diritti di root
4. Rubare i dati memorizzati nel server attraverso un 6, 00
attacco da remoto che sfrutti una vulnerabilità sul
database on-line
2. Rubare i dati memorizzati nel server grazie ai per- 2, 50
messi ottenuti corrompendo un utente con diritti di
root
Tabella 5.7: Ordine degli attacchi in base ai valori del ROSI e del ROA calcolati.
Conclusioni
In questa tesi è stato studiato il processo di l’Information Security Risk
Management ovvero quel un processo che si occupa di analizzare la struttura
dei sistemi IT di un’impresa, con l’obbiettivo di individuare l’eventuale pre-
senza di problemi riguardanti la sicurezza dei sistemi e delle informazioni in
essi custodite.
Abbiamo visto che tale processo è suddiviso in tre fasi distinte.
La prima fase è quella di risk assessment e viene svolta con l’obbiettivo di
analizzare nel dettaglio il sistema informativo utilizzato all’interno dell’or-
ganizzazione. In particolare in questa fase vengono analizzati tutti gli asset
dell’impresa, tangibili e intangibili, al fine di individuare la presenza di vul-
nerabilità e di conseguenti rischi di attacco.
La seconda fase è quella di risk mitigation che viene svolta al fine di se-
lezionare quei meccanismi di controllo che permettono di mitigare i rischi
precedentemente individuati.
L’ultima fase, quella di evaluation and assessment, ha l’obbiettivo di moni-
torare il sistema e valutare i risultati ottenuti con l’adozione dei meccanismi
selezionati nelle fasi precedenti.
Abbiamo poi analizzato i differenti approcci, qualitativo e quantitativo,
usati per lo studio dei rischi. In particolare, gli approcci qualitativi studiano
i possibili scenari d’attacco ed individuano contromisure solo basandosi su
dei parametri qualitativi della situazione.
Gli approcci quantitativi, invece, si concentrano sulla quantificazione dei
rischi che possono interessare il sistema, con l’obbiettivo di valutare la conve-
103
104 CONCLUSIONI
nienza di un investimento in sicurezza. Per far questo ricorrono a numerosi
indici come il Return On Security Investment (ROSI) e il Return on Attack
(ROA).
Dall’analisi di queste metodologie abbiamo visto come gli approcci pretta-
mente qualitativi, nonostante la loro semplicità di impiego, non siano in
grado di fornire valutazioni oggettive delle situazioni di rischio, mentre gli ap-
procci quantitativi risultano essere precisi ma non sufficientemente espressivi
nell’analisi degli scenari d’attacco.
Abbiamo quindi approfondito un metodo qualitativo di analisi basato sul-
l’uso degli alberi per la rappresentazione dei rischi che possono interessare un
qualsiasi sistema: i fault trees, gli event trees, i vulnerability trees ed infine
gli attack trees.
In particolare ci siamo soffermati sugli attack trees, e abbiamo visto come
tale strumento, grazie alla propria struttura con nodi di tipo and/or, pos-
sa essere impiegato per la rappresentazione e l’individuazione degli scenari
d’attacco che possono interessare i diversi asset dell’impresa e come pos-
sano facilitare l’individuazione delle vulnerabilità presenti e utilizzabili da
un ipotetico attaccante.
Infine, nell’ultima parte di questa tesi abbiamo proposto metodo per com-
binare la precisione oggettiva delle analisi quantitative con la facilità descrit-
tiva degli scenari d’attacco propria dei metodi qualitativi. In particolare,
abbiamo visto come l’utilizzazione degli attack tree possa essere esteso alla
fase di risk assessment.
Inoltre, abbiamo esteso l’uso degli attack tree ad una doppia visione: quella
del difensore e quella dell’attaccante. Da un lato il sistemista dell’impresa
dovrà scegliere come proteggersi dalle varie vulnerabilità evidenziate dall’at-
tack tree cercando di spendere il meno possibile per una contromisura efficace.
Dall’altro, l’attaccante dovrà scegliere quale vulnerabilità tentare di utiliz-
zare tenendo conto anche dell’eventuale costo da sostenere per contromisure
presenti.
A questo scopo, ogni foglia dell’albero è stata arricchita con la serie delle
CONCLUSIONI 105
contromisure che possono essere adottate per fronteggiare le varie strategie
d’attacco.
Le due visioni (attaccante e difensore) dello scenario d’attacco sono state
ottenute etichettando l’albero due indici che permettono di valutare: da un
lato il guadagno ottenuto dall’attaccante nello sferrare la propria azione (Re-
turn on Attack ), dall’altro il costo sostenuto dall’impresa per fronteggiare
l’attacco (Return On Security Investment).
In questo modo siamo riusciti ad utilizzare in maniera quantitativa uno
strumento prettamente qualitativo.
Numerosi sono gli spunti forniti da questo lavoro per degli studi fu-
turi e più dettagliati in questo ambito. Le tematiche che potranno essere
approfondite riguardano:
• L’uso di semiring [4] per il trattamento degli alberi and/or. L’idea
è quella di riuscire a combinare, usando le operazioni di × e + del
semiring, i valori ARO ed EF associati alle singole foglie in modo da
poter valutare ARO ed EF dei nodi intermedi ed assegnare una misura
della vulnerabilità dell’asset stesso in corrispondenza del nodo radice.
• Studiare il modo per migliorare la valutazione dell’ARO. Trasformando
l’indice ARO da frequenza, in probabilità o possibilità e applicando
quindi la relativa teoria delle probabilità o delle possibilità [8] al calcolo
dell’ARO nei nodi intermedi a partire dai nodi foglia.
• Aggiungere nel calcolo dell’indice ROA anche un valore corrispondente
a quanto dovrebbe pagare l’attaccante se sorpreso nell’attacco. In-
fatti finora si considerano solo i costi che l’attaccante deve sostenere
per sfruttare la vulnerabilita’ ma non i rischi in caso di fallimento
dell’attacco. Non si valuta nemmeno la possibilità di una sorta di
controesposizione all’attacco [3].
• Effettuare uno studio econometrico per cercare di rilevare quale delle
106 CONCLUSIONI
vulnerabilità viene sfruttata con più frequenza e quale delle contro-
misure portano a migliori risultati [30].
Appendice A
Strumenti per il risk
management
All’interno di questo lavoro di tesi abbiamo visto che nel processo di risk
management vengono utilizzati in ogni fase dei particolari strumenti per la
raccolta delle informazioni come: questionari, schemi, piani e matrici.
Qui di seguito vengono riportati a scopo illustrativo alcuni esempi di
tali strumenti tratti da documenti ufficiali come la guida “Risk Manage-
ment Guide for Information Technology Systems” del NIST, National Insti-
tute of Standard Technology [34], e “Information Security Risk Assessment-
Practices of Leading Organizations” del GAO, United States General Ac-
counting Office [11].
Questionario per lo studio delle caratteristiche del sistema
Il questionario riportato nella Tabella A.1 è un esempio, tratto da [34],
di possibili domande che possono essere poste al personale addetto ai sistemi
IT durante le interviste che vengono effettuate per raccogliere informazioni
sulle caratteristiche operative del sistema.
107
108 A. Strumenti per il risk management
Schema per l’individuazione dei livelli di rischio
La Tabella A.2 è un esempio di schema, tratto da [11], che viene usato
dal team di assessment durante le interviste ai membri dell’organizzazione
per poter effettuare una valutazione dell’impatto di una minaccia all’interno
di diverse aree dell’impresa ed individuare, cosı̀ i livelli di rischio esistenti
(hight, medium e low ).
1 Who are valid users?
2 What is the mission of the user organization?
3 What is the purpose of the system in relation to the mission?
4 How important is the system to the user organization’s mission?
5 What is the system-availability requirement?
6 What information (both incoming and outgoing) is required by the
organization?
7 What information is generated by, consumed by, processed on, stored
in, and retrieved by the system?
8 How important is the information to the user organization’s mission?
9 What are the paths of information flow?
10 What types of information are processed by and stored on the sys-
tem (e.g., financial, personnel, research and development, medical,
command and control)?
11 What is the sensitivity (or classification) level of the information?
12 What information handled by or about the system should not be
disclosed and to whom?
13 Where specifically is the information processed and stored?
14 What are the types of information storage?
15 What is the potential impact on the organization if the information is
disclosed to unauthorized personnel?
16 What are the requirements for information availability and integrity?
17 What is the effect on the organization’s mission if the system or
information is not reliable?
18 How much system downtime can the organization tolerate? How does
this downtime compare with the mean repair/recovery time? What
other processing or communications options can the user access?
Tabella A.1: Questionario per la raccolta di informazioni sulle caratteristiche
operative del sistema.
Appendice 109
Areas of vulnerability and possible effects of Monetary Producti- ...
damage loss vity loss
H M L H M L ...
Personnel
Unauthorized disclosure, modification, or destruc-
tion of information
Inadvertent modification or destruction of informa-
tion
Nondelivery or misdelivery of service
Denial or degradation of service
Facilities and equipment
Unauthorized disclosure, modification, or destruc-
tion of information
Inadvertent modification or destruction of informa-
tion
Nondelivery or misdelivery of service
Denial or degradation of service
Applications
Unauthorized disclosure, modification, or destruc-
tion of information
Inadvertent modification or destruction of informa-
tion
Nondelivery or misdelivery of service
Denial or degradation of service
Communications
Unauthorized disclosure, modification, or destruc-
tion of information
Inadvertent modification or destruction of informa-
tion
Nondelivery or misdelivery of service
Denial or degradation of service
Software and operating systems
Unauthorized disclosure, modification, or destruc-
tion of information
...
Tabella A.2: Schema per la valutazione del livello di vulnerabilità delle diverse
aree del sistema.
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Ringraziamenti
Vorrei ringraziare tutti coloro che mi hanno aiutata in questi mesi di duro
lavoro, per la pazienza e per le cure che mi hanno dedicato e che mi hanno
sostenuta per tutto il tempo.
Vorrei ringraziare la mia famiglia che ha creduto in me in questi anni di
studio, spero di essere stata all’altezza della fiducia che mi è stata accordata!
Un grazie particolare a Simona, la mia sostenitrice più accanita, colei che mi
ha dato sempre coraggio e che mi ha spronata nell’affrontare le difficoltà.
Vorrei ringraziare tutte le persone che ho avuto l’onore di conoscere tra
i banchi a lezione, con cui ho condiviso i momenti belli e i momenti brutti
della mia vita universitaria. Ho trovato tra loro tanti amici veri!
Un grazie particolare va a Federica, Luca, Eliana e Santa, ci siamo incontrati
quasi per caso ma non ci siamo più lasciati. Siamo una “squadra” che ha sem-
pre affrontato con coraggio e tenacia tutti gli ostacoli che si sono presentati,
nello studio e nella vita. Senza di voi non ce l’avrei fatta!
Ringrazio Fabio, il tesoro più prezioso che mai potessi sperare di trovare.
Vorrei ringraziare tutti docenti che ho incontrato in questi cinque anni
di studio, da ognuno di loro ho imparato qualcosa che rimarrà con me per
sempre.
Un grazie va al prof. Raucci che in questi mesi ha ascoltato me e i miei
compagni e non ci ha mai negato il suo prezioso aiuto e al Dott. Verzulli che
mi ha fornito molti spunti sulle tematiche di sicurezza.
Un ringraziamento speciale va al Prof. Bistarelli, mia guida. È stato un
onore per me lavorare con lui.